Posted on Lascia un commento

Grandes Jorasses, la parete nascosta

La SSE delle Grandes Jorasses
di Luca Signorelli

Storia di una “parete-mostro”
C’è un’espressione inglese, “hidden in plain sight” – nascosto in piena vista – che potrebbe riassumere bene la storia di questa gigantesca, terribile e meravigliosa parete, la SSE della Grandes Jorasses, 1200 metri (o 1350, a seconda delle condizioni del ghiacciaio e di come si vuole definire la parete, ma in ogni caso circa 200 m più alta della famosa Nord) a picco sul microscopico ghiacciaio di Pra Sec (ultimo ghiacciaio del Bianco ad essere stato percorso da esseri umani), a sua volta sospeso un migliaio di metri sulla verdissima Val Ferret. Dalla vetta delle Grandes Jorasses 4208 m ai casolari di Tronchey, sul bordo della trafficata strada di fondo valle (1600m), sono 3200 m di dislivello, coperti in poco più di 2500m di spostamento orizzontale.

E’ una delle “prominenze” più significative della catena alpina, ma, nonostante la SSE delle Jorasses domini letteralmente la placida Val Ferret, con i suoi chalet, il suo traffico turistico e il suo improbabile campo da golf, la realtà rimane che dal 1928, questa parete è stata percorsa solo cinque volte, per cinque itinerari diversi. Cinque salite in 88 anni – un altro record. La parete nord della stessa montagna, al fondo della Mer De Glace, nello stesso periodo è stata salita centinaia di volte. Difficile dire il motivo. Forse un sortilegio?

La parete SSE delle Grandes Jorasses (non visibili i primi 200 m di parete): A=parte inferiore della parete est delle Aiguilles de Pra Sec; B, C e D=Terza, Seconda e Prima Torre di Tronchey; 1=Gogna-Machetto, 1972; 2=Phantom Direct, 1985; 3=Plein Sud, 2010; 4=Croux-Croux-Rand Herron, 1928; 5=Cresta di Tronchey (Croux-Gilberti), 1936
GrandesJorassesPareteNascosta-signorelli0001-1180x786

La storia di questa parete inizia quasi per caso. Nel 1923 Guido Alberto Rivetti, Francesco Ravelli (entrambi piemontesi) e la guida di Courmayeur Evariste Croux, salgono in tre giorni la lunga cresta di Pra Sec, lungo un itinerario in seguito ripreso (forse) non più di cinque o sei volte. È durante questa salita che Rivetti formula la sua famosa definizione della parete: “Una muraglia infernalmente viva sembra opposta allo sforzo dannato del ghiaccio che vuole entrarle nel cuore”. Il giorno seguente la cordata risale una parte della sezione superiore della cresta di Pra Sec, poi gira a sinistra, infilandosi nella parete, risale brevemente il tratto “meno” ripido (50°!) del canalone superiore di quella che nel 1985 diventerà la Direttissima Comino, quindi, si infila ancora a sinistra per il couloir che porta prima all’ultimo salto della cresta di Tronchey e infine, per una breve crestina, alla Punta Walker.

Alberto Rand Herron
GrandesJorassesPareteNascosta-Signorelli-arh1
Per l’epoca e ancora per oggi, è una salita di enorme rispetto. Ma il sortilegio della SSE (e le Jorasses sono la montagna dei sortilegi!) entra subito in azione: al di là di un bell’articolo di Rivetti sulla Rivista Mensile del CAI e delle relazioni pubblicate sulla Vallot e sulla Guida dei Monti D’Italia del 1967, la via (che tocca solo brevemente la parete, ma in un certo senso ne è attratta) finisce in un totale dimenticatoio, interrotto solo dalle elucubrazioni di pochi, solitari amanti dei luoghi più impervi del Bianco.

Nel luglio 1928 Albert Rand Herron, esploratore-alpinista americano, ingaggia il medesimo Evariste Croux per tentare l’allora inviolata cresta di Tronchey. Evariste a sua volta co-opta come portatore il giovane cugino Eliseo. La cordata sale spedita, ma arrivati in vista del camino che separa la seconda dalla terza torre, la scarsa visibilità e le condizioni ghiacciate convincono il gruppo a cercare una via di uscita diversa. I tre decidono di scendere in doppia il mostruoso canalone-camino che contorna la Tronchey sulla sinistra, sperando che questo porti al di sopra della terza torre. Evariste decide di continuare a sinistra, inventandosi un difficile passaggio della grande torre centrale (quella della via Gogna-Machetto del 1972), poi si infilano nel canalone di sinistra, più o meno all’altezza di dove erano arrivati Ravelli e soci. A questo punto sarebbe facile proseguire per la via del 1923, ma Evariste Croux non è guida da lasciarsi sfuggire una ghiotta occasione di esplorazione sulle Jorasses, quindi la cordata infila il ben più ripido canale che separa la torre centrale della parete dalla cresta di Tronchey. E’ un canale molto duro per i mezzi del 1928 e la cordata risale usando le rocce sulla destra. In cima si congiungono con la Tronchey e di lì arrivano alla Walker.

Gian Carlo Grassi
GrandesJorassesPareteNascosta-Signorelli0002Poi, per 45 anni, il silenzio cade sulla parete. L’accesso è troppo difficile, le difficoltà eccessive perché chiunque possa pensare ad una nuova linea. Ed è la parete N, con i suoi immensi pilastri, che monopolizza l’attenzione del mondo alpinistico sulle Jorasses. Tutta la storia della parete SSE sembra congelarsi intorno ad una frase fatale, scritta da Gino Buscaini nella guida “Monte Bianco II”, pubblicata nel 1967 dal CAI. La frase si trova a pagina 160 e credo di non essere stato il solo teenager dell’inizio degli anni ‘70 a sognare ad occhi aperti nel leggerla: “Notiamo infine che resta “da fare” la prima ascensione completa della parete”.

Plein Sud. Foto: Marcello Sanguineti
GrandesJorassesPareteNascosta-Signorelli-original_photo_3235

Nel 1972 Alessandro Gogna (già famoso, nonostante la giovane età, per la solitaria allo sperone Walker e per la “quasi” invernale alla Cresta di Peuterey integrale del 1971) quasi casualmente unisce le forze a Guido Machetto, fortissimo alpinista biellese, per salire quella “parte inferiore della parete” che è sfuggita a tanti cacciatori di prime. Percorrono il piccolo Ghiaccio di Pra Sec, ultimo ghiacciaio rimasto inviolato nell’intera catena del Bianco. Nel tardo pomeriggio risalgono l’unico ripido canalone al fondo del grande imbuto, sotto scariche paurose che provengono dai canali superiori. Poi la salita cambia tono e, da tesa ed estremamente difficile, diventa una grande cavalcata sui vertiginosi crestoni del pilastro centrale della parete, con difficoltà classiche, ma molto continue. Poi la vetta e la discesa. È una salita straordinaria, condotta in uno stile pulitissimo, non sempre popolare in quegli anni di vie alpine salite in stile himalayano. Ma, di nuovo, non ha nessuna risonanza, se non sulle riviste specializzate. Nel 1979 Buscaini stesso pubblica la relazione della salita sul volume numero IV della guida Vallot, ad oggi l’ultimo tentativo di fare una guida alpinistica “definitiva” alle Jorasses.

Nello stesso 1979, altri occhi curiosi si posano sul “mostro”, ma in inverno. Appartengono a Giancarlo Grassi. Reduce dall’esperienza del Nuovo Mattino, in quegli anni Giancarlo, assieme a Gianni Comino, sta cercando di portare in ambiente alpino lo stesso spirito esplorativo e trasgressivo dei pionieri della Valle dell’Orco. Insieme a Comino si è inventato lo sport – pericolosissimo – della scalata diretta di seracchi. E sempre assieme a Comino, nel 1978 ha scalato l’Ypercouloir delle Jorasses, la prima goulotte di ghiaccio del Bianco esposta a S che sia mai stata salita. Grassi, che ha un occhio leggendario per le nuove vie, nota che in inverno la parte bassa della parete si congela con un’evidente serie di belle goulottes. In alto, nota la mostruosa spaccatura fra il crestone centrale e la III Torre di Tronchey. Chissà, magari lassù c’è del ghiaccio.

Plein Sud: nel colatoio finale. Foto: Marcello Sanguineti
GrandesJorassesPareteNascosta-Signorelli-original_photo_3231

Nel 1980 Comino muore, durante un pazzesco tentativo solitario ai seracchi di destra della Poire. Grassi non rallenta minimamente l’attività e, insieme a nuovi compagni, “inventa” la scalata delle cascate di ghiaccio di fondovalle (anche se non è il primo a praticare!), ma non dimentica la sua passione per i couloir fantasma, effimeri, che possono durare solo pochi giorni all’anno e richiedere mesi (se non anni) di appostamenti per essere saliti. Per le Jorasses di anni ce ne vorranno cinque e di tentativi sei. Poi, il 19 giugno del 1985,

Giancarlo Grassi, assieme ai più giovani Renzo Luzi (guida alpina della Val di Susa) e Mauro Rossi, parte per la parete. In cinque ore salgono dai casolari di Tronchey alla base vera e propria (portandosi dietro manici di scopa segati come improvvisati paletti da neve per superare la fronte del ghiacciaio!), e durante la notte salgono i 450 metri inferiori, seguendo per almeno 200 m la via Gogna-Machetto. Poi si buttano nel canale di raccordo superiore, verso “il mostro”: il nero camino dietro la terza torre di Tronchey. Ma ad una rapida occhiata si rendono conto che non è praticabile (nel 1985 il “dry tooling” non esiste!). Traversano lungamente a sinistra, si infilano dell’enorme couloir dove passa la via del 1923 e lo risalgono integralmente, sempre slegati, con difficoltà fino a 90°. Devono fare in fretta, perché una tempesta si sta preparando – escono sul plateau superiore delle Jorasses appena in tempo per evitarla. La via si chiamerà Direttissima Gianni Comino Memorial Route o Phantom Direct.

La parete SSE delle Grandes Jorasses: in verde, Gogna-Machetto, 1972; in rosso, Phantom Direct, 1985; in giallo, Plein Sud, 2010
GrandesJorassesPareteNascosta-Signorelli-original_photo_3228

Tornato a valle Giancarlo dichiarerà: “È una via che non sarà ripetuta tanto presto”. Profezia assolutamente rispettata! Nei 25 anni successivi nessuno riesce a salire “il mostro” Si parla di tentativi, voci, pettegolezzi nel mondo alpinistico locale che non trovano mai riscontro. Poi, il 22 maggio 2010, tre alpinisti italiani e uno francese (di origini italiane) aggiungono un tassello agli 88 anni di storia della muraglia di Tronchey: Sergio De Leo, Michel Coranotte, Marcello Sanguineti e Marco Appino hanno hanno aperto Plein Sud, in tutto oltre 900 m di VI d’ambiente, WI4+/5R, M6+.

Plein Sud termina a poca distanza dalla brèche della III Torre di Tronchey. Percorre dapprima i 450 m di goulottes, inizialmente della Gogna-Machetto, poi della Phantom Direct. Dove Grassi & C. avevano traversato a sinistra, Plein Sud prosegue invece pressoché diritta lungo i 250 m circa del couloir centrale, fino al gran camino che nasconde un’incassatissima goulotte di ghiaccio e dry-tooling. Il tutto, realizzato dopo un bivacco a poca distanza dalla crepaccia terminale, ma anche e soprattutto dopo un’attesa e uno studio della parete durati anni: per cogliere il momento giusto, quell’attimo che, se ti sfugge, rende queste pareti inafferrabili.
Plein Sud, infatti, raccoglie l’eredità visionaria di Grassi e Comino. Quella loro “pazza” e per certi versi “insana” passione per i couloir fantasma, quelli che – lo dice la parola stessa – si formano solo in particolari condizioni, o, meglio, quasi mai. Insomma: una situazione da cogliere al volo, ma anche da saper leggere e interpretare. Ultimo particolare – per capire bene di cosa stiamo parlando: quella di Plein Sud è la 5a salita della parete sud delle mitiche Grandes Jorasses!

Posted on Lascia un commento

Flash di alpinismo 5

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 05 (5-13)
di Massimo Bursi

Pezzo di cretino
Pezzo di cretino, cosa ne sai tu della montagna, cosa ne sai tu della mia vita, delle mie idee? Certo tu ti senti a posto, ti senti sicuro, hai raggiunto una posizione, hai il futuro spianato; ma sei proprio sicuro di essere felice, hai tu provato una sola delle sensazioni che io ho provato?
No, non avevo sbagliato tutto, in montagna realizzavo me stesso (Giampiero Motti).

Ogni vero alpinista si crede incompreso e gli piace credersi diverso da tutti gli altri. Il proprio alpinismo diventa una bolla in cui isolarsi e in cui poter giustificare la propria incapacità di vivere assieme con gli altri.

Ogni alpinista pensa che le sensazioni che vive in parete siano uniche.

Ogni alpinista pensa che in montagna riesce a realizzare sè stesso e che gli altri, schiavi dei mille vincoli della pianura, saranno per sempre insoddisfatti.

Così in questo modo mettiamo in pace la nostra coscienza quando vediamo gli altri camminare mano nella mano con la loro ragazza, o sfrecciare allegri e leggeri sulle loro automobili.

Tu invece no, tu devi realizzare te stesso lassù!

Oggi scendi dal piedestallo su cui pensi di stare e non crederti questo superuomo!

Giampiero Motti mitizzato ad effigie come Ernesto Che Guevara. Motti in Piemonte ha sviluppato ed ideologizzato il movimento italiano della nuova arrampicata.
Al pari del Che, anche Motti ha ispirato molti ragazzi. Motti ha teorizzato un nuovo approccio con la montagna e con la parete. Un approccio leale lontano dalla retorica simil-militarista.
Mai avrebbe potuto prevedere l’attuale degenerazione e banalizzazione del movimento trasformatosi in arrampicata molto sportiva.
Flash 5 - 11Velocità’
Quando si pattina su ghiaccio sottile, la salvezza sta nella velocità (Ralph Waldo Emerson).

Arrampicare significa continuare a stupirsi di come non si sia ancora caduti. Arrampicare è equilibrio precario. Arrampicare è non credere ai propri occhi ma rimanere precariamente attaccati alla parete come lucertole.

Su certi passaggi, su certe pareti bisogna correre veloci e non stare molto a pensare. La velocità conduce in zone a minor rischio. A volte correre serve pure per tranquillizzare la nostra mente che non riesce ad accettare una precarietà così spinta.

Su una traversata, dove sai non conta chi salga da capocordata o da secondo, soprattutto se il traverso è esposto, correre ti serve per esorcizzare la paura che hai.

Se corri riuscirai ad evitare il maltempo. L’alpinista veloce è sempre l’alpinista più sicuro.

Il ghiaccio, più della roccia, accentua questa fragile e mutevole precarietà. Il ghiaccio che si ammorbidisce durante la giornata di sole, ti obbliga a tagliare i tempi di percorrenza.

Corri ragazzo, corri! La tua sicurezza passa anche dalla tua velocità.

Una bella e facile cresta di neve verso la cima finale. I pericoli sono tanti, ma la bellezza dell’alta quota è sicuramente molto suggestiva.
Flash 5 - 10Visionari
I visionari sono le persone che vedono un po’ più in là degli altri. Perfetto l’esempio del rock. Dove sono i visionari dell’avventura oggi? Mah. Certamente non nel grande circo no-limits, ma ci sono, ci sono. Ad esempio due miei amici carissimi che per decenni hanno scalato montagne mai salite prima senza dire niente a nessuno, limitandosi a costruire una volta giunti sulla cima sulla cima un ometto con dentro un bigliettino dove era scritto il loro nome e la data della loro salita. Forse oggi, nell’era della supermediaticità, il visionario sceglie di fare cose per se stesso limitandosi a comunicarle ad un pubblico ristretto in grado di recepire il loro valore simbolico, di altissima valenza etica e poetica. Le super performance ormai inflazionate non possono, secondo me, ispirare alcuno se non ad una emulazione atletica, che è cosa pregevole ma non ha niente a che vedere con il sacro fuoco dei nostri preferiti. Poi, detto tra di noi, che noia tutti quegli exploit ripetitivi! Che noiosi e tristi tutti quei personaggi a dieta e allenamento forzato, malinconici astemi, avari di se stessi, senza amici veri, senza risate, senza errori (Mirella Tenderini).

Sebbene sia difficile aggiungere qualcosa di sensato a quanto ha già espresso la Tenderini, mi piace l’idea che ci possano essere dei visionari sempre un passo avanti.

Ecco i miei visionari del rock e dell’alpinismo: Bob Dylan e Lorenzo Massarotto, persone con la capacità di anticipare i tempi senza mai restare ostaggi del proprio mito.

Bob Dylan è un cantautore che continuamente gioca a nascondino con il mondo, riservato e misterioso, minimalista e iconoclasta, semplice ed ombroso al tempo stesso, sempre disallineato con il grande circo mediatico musicale, con un caratteraccio ruvido e diffidente verso il mondo. Mi piace ricordare il suo isolamento dal mondo con la frase “io sono le mie parole”, mentre il suo minimalismo può essere riassunto nella frase “quel che riesco a cantare, lo chiamo canzone. Quel che non riesco a cantare, lo chiamo poesia”.

Seppure molto diverso e noto solo ad una ristretta elite anche Lorenzo Massarotto è stato un alpinista visionario. Lontanissimo dal circo mediatico dell’alpinismo sponsorizzato, ha compiuto splendide salite in posti ancora selvaggi come le Pale di San Lucano, di cui tanti parlano ma pochi frequentano.

Ha effettuato prime salite con pochissimo materiale, fedelissimo ad un’etica rigidissima che vedeva anche l’utilizzo di nut e friend come un artificio. Ha effettuato impegnative ripetizioni invernali e solitarie facendo riferimento soprattutto al proprio spirito e alla propria forza di volontà.

Non ha mai scritto nulla e di lui si ricordano rare interviste. Non ricorreva a sponsor e di lui si ricordano soprattutto gli spostamenti dalla pianura padovana alle Dolomiti a bordo di un vecchio motorino Ciao.

In un’epoca in cui anche l’alpinismo diventa una forma di esibizionismo, Lorenzo Massarotto sembra essere l’ultimo cavaliere della montagna che rifiuta anche nut e friend poiché troppo tecnologici.

In ogni paese c’è sempre un personaggio eccentrico chiamato da tutti il visionario perché parla di cose semplici ma strane ed ha sempre lo sguardo rivolto ad un punto lontano.

Lorenzo Massarotto dopo l’apertura di una delle ultime delle sue centoventi vie in Dolomiti: sfugge anche all’obiettivo della macchina fotografica.
Flash 5 - 9Il punto di vista della guida
Le tre regole della guida alpina: il cliente sta cercando di ucciderti, il cliente sta cercando di uccidersi e il cliente sta cercando di uccidere il resto dei clienti.

Proviamo a metterci nei panni della guida alpina.

Sotto il bel distintivo guadagnato con fatica e sacrifici, lui è ora pronto a portare i clienti su diversi itinerari alpinistici.

Quando vedi la tua guida chiusa in sé stesso, non è depresso perché la via è facile, ma sta semplicemente cercando di anticipare le tue mosse di maldestro cliente cittadino che non vede e non sente i pericoli.

In montagna bisogna stare sempre all’erta e la guida si porta sempre dietro un cliente generatore di problemi, di ansie e di potenziali pericoli.

Fa bene ogni tanto mettersi nei panni di una guida alpina.

Non sempre l’abito fa il monaco. Chi mai direbbe che questo ragazzo, Werner Braun, qui fotografato sulla via Pacific Ocean sul Capitan, sia uno stimato professionista del Soccorso Alpino e diverse cordate incrodate sulle grandi pareti della Yosemite Valley sono riuscite a tornare a valle grazie a lui!
Flash 5 - 8Tempi moderni
Non andavamo per fare grado, ma per fare stile (Heinz Mariacher).

Nell’epoca in cui l’alpinismo macho cominciava ad avere il fiato corto, ecco che Heinz Mariacher, detto Bostik per la sua impareggiabile bravura a tenersi, sugli appigli ed appoggi più insignificanti, inventa un’idea nuova, fresca e diversa di salire le Dolomiti.

Con lui lo stile diventa fondamentale. Non importa aprire una via, ma importa aprire una via in libera, con poche protezioni, nessuno spit e possibilmente dare alla via un grado eccessivamente basso per minimizzare l’impresa compiuta.

Così venne aperta la via Moderne Zeiten in Marmolada ad oggi riconosciuta come il capolavoro di Mariacher.

Peccato però che questo stile di assoluta arrampicata libera lo abbia costretto in una gabbia che ha permesso a Igor Koller e Jindrich Sustr di aprire la via del Pesce, sempre in Marmolada: loro si facevano meno problemi ed erano più focalizzati sull’obiettivo. Sicuramente avevano anche meno tempo di Mariacher e Iovane.

Sento spesso i ragazzi che vanno a fare certe vie solo per il grado elevato e trascurano alcune meravigliose vie o alcune pareti perché non hanno il grado interessante.

C’è di più: oggi vanno di moda le pareti strapiombanti che offrono gradi elevati che si possono raggiungere con tanto allenamento fisico e poca tecnica. Al contrario le vie in placca che necessitano di elevatissima e sofisticatissima tecnica, ma con gradi stretti e severi, sono spesso a torto trascurate.

Ricordati che il grado che tu fai, se non ti alleni, è destinato ad abbassarsi, mentre lo stile ti rimane per sempre e ti darà sempre soddisfazione.

Luisa Iovane sulla splendida fessura da affrontare in Duelfer sulla via Moderne Zeiten in Marmolada. Intere generazioni di aspiranti arrampicatori del Nuovo Mattino hanno sognato su questa fotografia. Sono trenta metri di elegante sesto grado assolutamente libero e senza chiodi che dovrebbero dare molta soddisfazione.
Flash 5 - 7Il viaggio
Un viaggio di mille miglia comincia con un passo (Lao Tze).

Quando guardo quanto devo camminare, ripenso alla massima di Lao Tze e comincio ad accumulare passo su passo fino ad arrivare alla meta. Spesso la meta è solo l’inizio.

Cammini quattro ore per arrivare sotto la parete da scalare. Quando parti alla mattina la tua meta è lo spiazzo, il passo, la cengia da cui ti legherai. Poi la meta si sposta e diventa la parete. Infine, nella discesa, la meta è di nuovo l’area dove slegarsi ed infine la meta diventa la macchina in fondo valle.

Il viaggio è una metafora della vita.

Se comperarti una casa sembra uno sforzo impossibile, comincia a risparmiare denaro: mese su mese i soldi si accumulano e l’obiettivo diventa raggiungibile.

E’ un lungo viaggio.

Spesso si pensa di conoscere la meta del proprio lungo viaggio ma non sempre è così.

Uno dei viaggi alpinistici più metaforici e più ricchi di significato avvenne nel 1968 quando Yvon Chouinard e Doug Tompkins partirono con un vecchio furgone dalla California per raggiungere la Terra del Fuoco. Fu un lungo viaggio in cui scalarono rocce e sassi, cavalcarono onde con il surf e tornarono con le idee chiare sul proprio rispettivo futuro professionale.

Fu così che nacquero le aziende Patagonia e North Face ed Yvon Chouinard e Doug Tompkins ne sono i rispettivi fondatori.

Quando affronti un viaggio, mettiti in testa di portarti sempre a casa un sogno.

Yvon Chouinard nella sua prima officina dà sfogo alla sua creatività e alla sua inventiva producendo attrezzatura all’avanguardia. In questa officina negli anni 70 si produceva il miglior materiale di arrampicata del mondo.
Negli anni successivi la Chouinard Equipment si trasformò, a causa di alcuni problemi legali che la portarono in bancarotta, nella Black Diamond, ancora oggi un’azienda produttrice di eccellente attrezzatura.
Tutto però partì da questa officina a Ventura sulle coste del Pacifico californiano. A parte il chiodo rurp, non inventarono nulla di nuovo ma migliorarono esteticamente e funzionalmente gran parte dell’attrezzatura alpinistica in uso.
Tom Frost, l’autore della fotografia, era solito definirsi piton engineer cioè ingegnere del chiodo.
Flash 5 - 6

Non esiste il mito
Nessun mito, nessuna salita “storica”, non fatevi condizionare, alzate il muso, guardate le pareti, e andate dove vi porta il “naso” (Paolo Vitali).

Una volta ero portato a mitizzare alcuni scalatori di cui avevo letto le imprese. Poi li conobbi superficialmente, li sentii parlare in qualche conferenza, lessi qualche loro intervista e mi sembrarono improvvisamente piccoli e umani, troppo umani.

Che forte delusione!

Ho capito che il considerarli miti è stata una mia distorsione mentale. I miti non esistono. Al massimo possono dedicare più tempo di te all’arrampicata, al massimo sono un po’ più dotati di te.

Desiderare troppo intensamente certi itinerari ti porta a mitizzarli e poi quando ne tenti la salita, hai la testa ingombra da tanta spazzatura mitica che ti sei creato e che non hai espulso. Sali meno libero e con uno zaino metaforico molto pesante.

Questo ingombro mentale non ti serve, è dannoso, ti brucia l’ossigeno e ti toglie elasticità. La storia alpinistica è bella, affascinante ma ti appesantisce e ti crea condizionamenti.

Chi non sa, sale senza inibizioni.

Chi sa, ha un ulteriore zaino da portarsi dietro, perché lui è diventato un uomo di conoscenza.

Il mito è creato apposta dai vecchi per spaventare i giovani.

Bob Dylan nel corso della sua lunga carriera di poeta, cantante e musicista, si è sempre reinventato e rinnovato seguendo se stesso spesso avendo contro anche i suoi fan.

Tu, leggi dei grandi alpinisti, studia la loro attività, guarda i video che tanto ti affascinano, cerca sui forum notizie ed informazioni, ma alla fine non seguire niente e nessuno.

Quando sento i ragazzi che commentano le vie in Dolomite e concludono che in fondo il Philipp-Flamm non è difficile, sono solo tanti tiri di sesto grado su roccia di dubbia qualità, hanno ragione!

Il Philipp-Flamm è una cazzata da salire e da dimenticare velocemente.

Divertiti ad abbattere i miti del passato.

I miti non ci sono, le salite storiche le abbiamo dimenticate ma le prime mitiche scarpette EB Super Gratton hanno mantenuto un fascino tutto particolare. Noi pensavamo che fossero venute dall’America ed invece furono create da Pierre Allain in Francia – infatti all’inizio si chiamavano PA – ed in pochi anni hanno invaso il mondo dell’arrampicata. Se una domenica vedevi qualcuno salire una via con le scarpette dove si era sempre saliti con gli scarponi, la domenica successiva anche tu salivi con le scarpette. La rivoluzione fu velocissima.
Flash 5 - 5

Avventura
Il rammarico non sta tanto nel dover morire, ma nel fatto che nessuno saprà mai quanto vicino siamo stati a salvarci (Ernest Shackleton nel suo diario).

Non saprei dare la corretta definizione di avventura, ma se penso all’avventura penso ad Ernest Shackleton.

Schackleton è stato un esploratore polare dell’inizio del novecento che è passato alla storia sebbene non abbia legato il suo nome a nessuna esplorazione ma sia stato il protagonista di una straordinaria avventura di sopravvivenza umana chiamata Endurance.

Questo sognatore, alla testa di un gruppo di ventisette uomini, si era dato l’obiettivo di attraversare l’Antartide. La loro nave, l’Endurance, rimase bloccata tra i ghiacci del pack che distrussero la nave. Portati alla deriva per centinaia di chilometri in balia dei movimenti naturali del pack, riuscirono a raggiungere la minuscola Isola degli Elefanti. Dopo un anno e mezzo di peregrinazioni erano di nuovo sulla terraferma ma comunque isolati dal mondo e senza alcuna possibilità di soccorso. A questo punto Shackleton ed altri cinque uomini partirono con una piccola scialuppa per raggiungere l’Isola della Giorgia Australe. Ci riusciranno in 17 giorni di navigazione nel peggiore incubo oceanico. La loro avventura non era ancora finita, sbarcati sull’isola affrontarono una traversata alpinistica fra rocce, nevai e ghiacciai che li portò, finalmente, dopo oltre due anni e mezzo, a contatto di nuovo con l’uomo.

Shackleton riportò tutti a casa sani e salvi, sacrificò l’obiettivo della spedizione con una gestione oculata e flessibile degli uomini; diede l’esempio del vero capo carismatico, seppe fare propria l’esperienza di chi lo aveva preceduto nelle esplorazioni polari e dimostrò sempre ottimismo anche nelle avversità più incredibili.

La lezione di Shackleton è tuttora una lezione fondamentale per chi ama l’avventura all’aria aperta e per chi sta preparandosi per una spedizione extra-europea.

Se stai solo affrontando il tuo mono-tiro nella tua falesia di casa, che lo spirito di Shackleton sia con te! 

Hermann Buhl, rilassato, dopo la sua straordinaria avventura sul Nanga Parbat. Lui fu un grande alpinista che ha vissuto grandi avventure con poveri mezzi e molto spesso sulle montagne dietro casa.
Flash 5 - 4

Understatement
Dr. Livingstone, I presume (Henry Morton Stanley).

Questa frase rappresenta l’icona del famoso understatement inglese.

Livingstone era da anni nel cuore dell’Africa nera e tutti in Inghilterra avevano perso le sue tracce. Il giornalista Henry Morton Stanley fu inviato in Africa per cercare il famoso dottore e missionario. Quando riuscì a trovare, nel 1871, dopo lunghe peripezie, un uomo bianco vestito secondo il classico stile coloniale dell’epoca, invece di spendersi in baci ed abbracci, semplicemente si presentò all’uomo bianco con questa asciutta e laconica espressione come se fosse ad un ricevimento: “Presumo che lei sia il dottor Livingstone”.

Mi piace contrapporre questa espressione alla prosa retorica in vigore nell’alpinismo dell’ottocento, del primo novecento, del secondo novecento e forse anche di oggi, almeno di certi ambienti dove conta ancora il peso delle medaglie appuntate sul petto.

Bruciamo tutto e ritorniamo alla semplicità e all’understatement inglese per narrare le nostre storie ed i nostri racconti delle gite domenicali.

I termini eroismo, lotta impari, battaglia leale, conquista epica lasciamoli nelle vecchie antologie scolastiche. Liberiamoci dalle croste romantiche, barocche e ampollose di certi stereotipi vecchi.

La martellante, inquietante, acida musica dei Sex Pistols ci aiuterà nel fare piazza pulita del vecchio linguaggio di conquista.

Anche le parole sono importanti.

Nello scegliere il tuo compagno di cordata, guarda come arrampica ma soprattutto come parla.

Una cordata affiatata, due scalatori, due grandi amici, che condivisero anche un appartamento per tanti anni: Wolfgang Guellich e Kurt Albert. Ricordiamoli con la canzone Riders on the storm dei Doors.
Flash 5 - 2Le porte della percezione
Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito (William Blake).

Frase celebre ed “ispirazionale” che ha spinto Jim Morrison a chiamare il suo gruppo di musica e poesia The Doors.

William Blake ed Aldous Huxley hanno ispirato tanti scalatori alternativi e visionari fino dagli anni 60. Molto “ispirazionale” è stato l’articolo di Doug Robinson l’alpinista come visionario che analizza gli stati mentali di chi scala.

Infatti la permanenza in parete, il pericolo e le difficoltà estreme portano gli scalatori a dischiudere le porte della percezione in maniera naturale e senza usare stupefacenti.

Nel tiro di corda estremo a metà parete tutti i tuoi sensi ed i tuoi muscoli e le tue connessioni nervose sono focalizzate sull’obiettivo di superare la parete, il tetto o la fessura.

Poi ti ritrovi in sosta svuotato di energia ma soprattutto incredulo e stupefatto di essere salito su di lì. In quel preciso momento non sei solo tu, sei qualcosa di più: più ricco, più grande, più potente. Il tuo io, di solito già molto forte, si è espanso, allargato a dismisura.

Tu, laddove gli altri vedono una parete aggettante, tu vedi chiaramente una via. Tu, laddove gli altri vedono liscio, vedi una precisa sequenza di appigli ed appoggi tali che non ci si può sbagliare. Tu senti il profumo della roccia e la musica della sosta. Non capisci perché gli altri non ti capiscono. Stai sicuro, Jim Morrison lo sciamano, ti capirebbe!

Gli altri fanno fatica a capire che tu stai vivendo una meravigliosa realtà separata. Da abbinare con la canzone Break Through dei Doors.

Allora, lasciati andare con la musica psichedelica dei Pink Floyd e vivi i tuoi magnifici viaggi di parete.

Al rifugio Monzino (Monte Bianco) tre grandi scalatori: Giancarlo Grassi che guarda a sinistra, Renato Casarotto che osserva verso destra in basso e Gianni Comino che ti fissa con il suo sguardo miope. Sembra che nessuno dei tre sia veramente interessato al fotografo, in realtà, lo scopriremo anni dopo, ciascuno stava separandosi, a modo proprio, dalla realtà… e nessuno sopravvisse.
flash 5 - 1continua

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/09/flash-di-alpinismo-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/08/08/flash-di-alpinismo-2/

http://www.alessandrogogna.com/2014/08/16/flash-di-alpinismo-3/

http://www.alessandrogogna.com/2014/08/31/flash-di-alpinismo-4/

http://www.alessandrogogna.com/2014/09/29/flash-di-alpinismo-6/

http://www.alessandrogogna.com/2014/10/26/flash-di-alpinismo-7/

http://www.alessandrogogna.com/2014/10/31/flash-di-alpinismo-8/

http://www.alessandrogogna.com/2014/11/13/flash-di-alpinismo-9/

http://www.alessandrogogna.com/2014/11/30/flash-di-alpinismo-10/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/13/flash-di-alpinismo-11/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/31/flash-di-alpinismo-12

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/14/flash-di-alpinismo-13/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/31/flash-di-alpinismo-biografie-1/

http://www.alessandrogogna.com/2015/02/14/flash-di-alpinismo-biografie-2/