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Cartolina dal futuro

Il 20 maggio 2016 la platea del Teatro comunale di Belluno era piena: oltre all’appuntamento con lo spettacolo di Gioele Dix il tema era l’analisi comparata dei professori Marco Ponti e Giovanni Campeol tra ferrovia e autostrada con le relative ricadute socioeconomiche nel Bellunese. Sul palco, per il contraddittorio, Gianni Pastella, presidente dell’Associazione Vivaio Dolomiti favorevole al progetto autostradale e Vittorio De Savorgnani, alpinista, contrario al prolungamento dell’A27 Venezia-Monaco. Qui l’articolo di Bellunopress.it del 21 maggio 2016.
Tre giorni dopo (23 maggio 2016) su Bellunopiu.it usciva un post di Nico Paulon, del Comitato Bellunese Acqua Bene Comune che qui riprendiamo integralmente.

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Cartolina dal futuro
(che palle, ancora ‘sto prolungamento autostradale)
di
Nico Paulon

Nei giorni in cui è uscito il videoclip dei Coldplay per il loro nuovo singolo “Up&Up” dove al settantaquattresimo secondo vengono immortalate le Tre Cime di Lavaredo con tutta la loro bellezza (vedi qui), nei giorni in cui le telecamere della RAI, che hanno seguito il Giro d’Italia, hanno ampiamente trasmesso le immagini di questi luoghi sublimi, beh… in questi giorni c’è ancora chi propone di trapanarli e ferirli con chilometri di gallerie e viadotti di cemento armato per far passare camion e merci.

Una follia verrebbe da dire. Ma quando un’idea folle la sai presentare bene, allora diventa una suggestione. Era il mago Silvan che diceva: “Conoscere un trucco non è niente, saperlo fare è già qualcosa, saperlo presentare è tutto”… e Sim Sala Bim… eccoti l’effetto magico. Ed è quello che, né più e né meno, è andato in scena venerdì sera al teatro comunale di Belluno durante la serata organizzata da Vivaio Dolomiti in favore del prolungamento autostradale. Dati ed “esperti” di una sola parte, un comico che mette allegria, un esponente di Mountain Wilderness che si presta ingenuamente a fare da bersaglio, nessun reale contradditorio et voilà… fatta la magia.

Una magia, o meglio, una suggestione collettiva. Ma andiamo al dunque: è questa la soluzione al principale male del nostro territorio ovvero il suo spopolamento?

Nel 2000 noi avevamo 15.000 giovani tra i 24 e i 29 anni, nel 2015 ne abbiamo 7.800 (cito il sociologo Diego Cason)”. Penso che questi siano i dati da cui far partire qualsiasi ragionamento. Penso che ogni politica di questo territorio dovrebbe focalizzarsi sulla risoluzione dei problemi che da questi dati emergono, ovvero che dal 2000 in poi ad oggi, una parte consistente dei giovani che vanno a fare l’università non rientra più una volta terminati gli studi e contestualmente molti giovani preferiscono ancora cercar fortuna altrove che rimanere nel bellunese. Allora dovremmo chiederci: come mai? Colpa della crisi? Eh proprio no, visto che la diaspora è iniziata prima.

Non sono un sociologo, ma ho semplicemente 33 anni e parlo con i miei coetanei. Ciò che vedo e sento mi racconta di una generazione, la mia, che non ha proprio una gran voglia di finire davanti a un macchinario di fabbrica, magari a fare 5-6000 volte lo stesso gesto al giorno per stampare aste per occhiali. E questa è una buona notizia. Ovvero, che la mia generazione non abbia più questa gran voglia di fare “lavori-di-merda” alienanti è proprio una gran bella notizia. Soprattutto se ci si fa il culo all’università, se si hanno saperi che vanno un po’ oltre l’accendere e spegnere una pressa e delle skill che consentono di fare delle attività un pelo più creative del non addormentarsi davanti ad un nastro trasportatore.

Marco Ponti
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E ce ne sono tanti di giovani bellunesi svegli e che ottengono non pochi risultati in giro per l’Italia e il mondo. Perché mai, questo piccolo esercito di cognitari bellunesi, che lavorano o che vorrebbero lavorare nel settore dei servizi e dell’innovazione dovrebbe finire davanti ad una pressa? E perché mai coloro che non riescono a laurearsi o che partono per cercar fortuna dovrebbero ritornare o rimanere nella nostra provincia a far “lavori-di-merda” quando la grande città o la metropoli ti garantisce più sesso, più droga e più rock and roll?

“Lavoro-di-merda” per “lavoro-di-merda” tanto vale farlo in un luogo dove ci si diverte un pelino di più, o no? Voi che dite?

Il tema vero, non è far circolare più veloci le merci del settore manifatturiero come vorrebbe l’AD dell’ACC Wanbao Wu Benming, ma bloccare questa emorragia di giovani, innovatori, sapienti cervelli bellunesi.
In tal senso, Wu Benming potrebbe iniziare dal potenziamento del reparto di R&D (ricerca e sviluppo) che mi dicono paradossalmente “sottosviluppato”. Strano no… per un’azienda che va “alla grande” come l’ACC. Ma è poi così fondamentale il rapporto tra velocità delle merci e sviluppo delle aziende nella situazione bellunese? Il caso Luxottica, “sembra” raccontarci un’altra storia…

Giovanni Campeol
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Ma torniamo alla questione: come bloccare questa fuga di giovani?
Sono due le direzioni, secondo me: la prima, invertendo la rotta rispetto al depotenziamento dei servizi territoriali anche delle aree interne andando verso una loro valorizzazione, così che, per rispondere anche a Pastella (vedi finale dell’articolo a questo link), il povero cittadino di San Nicolò di Comelico possa andare a fare le sue terapie all’ospedale di Pieve di Cadore invece che scendere fino a Belluno.

La seconda, puntando su una cosa che ci invidia tutto il mondo: il “nostro” paesaggio. Che, pensate un po’, è unico al mondo. Sta storia che è unico al mondo dovremmo imparare un “po’” a valorizzarla, o no? Invece, ci lamentiamo che in Val Pusteria sono più svegli di noi e chiamano tutto, anche un po’ a cazzo, “Tre Cime” (vedi articolo Corriere delle Alpi).
Sapete perché? Riconoscono il valore di un brand, mentre gran parte dei nostri amministratori locali non sa nemmeno che cos’è il marketing territoriale. E allo stesso modo, i nostri vicini sono favorevoli al Treno delle Dolomiti anche per il grande valore comunicativo che ha un progetto come questo.

Invece, a Belluno si pensa di tirar su piloni di cemento in mezzo ad un patrimonio Unesco per far passare camion di merci… capite? E tra i sostenitori di questa follia ci sono anche quelli che vorrebbero costruire una piattaforma di veleni chimici e pericolosi vicino alla più importante azienda del latte bellunese: un altro “capolavoro” comunicativo!

Scusate, comincio ad avere mal di testa.

Gianni Pastella
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Purtroppo, almeno per il mio modesto parere, non è solamente un problema di soldi che ci separa dai nostri vicini trentini e altoatesini, ma anche e soprattutto una scarsa capacità progettuale, una mancanza di visione generale e tanta ignoranza sul piano della conoscenza della componente immateriale del capitalismo contemporaneo.
Ci servono meno ingegneri civili e più esperti di marketing. Abbiamo bisogno di quei giovani bellunesi che sono andati all’università e hanno imparato a realizzare un’app, che conoscono le lingue, che conoscono il valore di un’immagine territoriale coordinata, che hanno appreso l’utilizzo delle nuove tecnologie comunicative e visual, che hanno studiato le economie che si sono sviluppate attorno ai nuovi modelli di turismo legati al benessere, all’eno-gastronomico e quindi al rapporto tra agricoltura-paesaggio-turismo, alla ricerca delle aree incontaminate, al turismo esperienziale e tanto tanto altro. Invece, c’è ancora chi ha il pallino dei mega-resort in cemento armato sulla Marmolada.

Se le politiche regionali e locali e quindi il denaro pubblico, non andranno in questa direzione sarà dura convincere le “nostre intelligenze” a riempire gli efficienti magazzini delle aziende manifatturiere del bellunese che, tuttavia, vanteranno tempi rapidissimi nelle spedizioni.

Insomma, sono contrario al prolungamento dell’A27 non solo per una questione ambientale, non solo per la corruzione che si creerà, non solo per il vecchio e superato modello di “sviluppo” che rappresenta, ma anche perché, da giovane laureato bellunese, non so proprio cosa farmene di quel prolungamento autostradale. Realizziamo ste benedette circonvallazioni nei colli di bottiglia dell’Alemagna 51 così che la si smetta di legittimare la follia dell’autostrada e iniziamo a costruire un immaginario attorno a queste montagne meravigliose che sappia attrarre i turisti così da realizzare un’ospitalità diffusa e un’offerta di servizi all’altezza di un Patrimonio Mondiale dell’Umanità e vedrete che, io e i miei coetanei, saremo pronti a restare.

Toio De Savorgnani al Manaslu (1979)
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Considerazioni
Chi era presente a Belluno, come Giancarlo Gazzola, non è d’accordo su quanto asserisce Paulon quando scrive: “Dati ed “esperti” di una sola parte, un comico che mette allegria, un esponente di Mountain Wilderness che si presta ingenuamente a fare da bersaglio, nessun reale contradditorio et voilà… fatta la magia”.
Secondo Gazzola (e conoscendo De Savorgnani non abbiamo motivo di dubitarne…) “Toio non è stato sicuramente bersaglio di Campeol e company. Anzi in quel poco tempo a disposizione ha dato un’ottima lezione di ambientalismo. L’unica cosa vera è che a noi hanno dato davvero poco spazio. Soltanto a fine serata abbiamo avuto modo di parlare con gli organizzatori pro-autostrada e di ben ribadire la nostra posizione”.

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In montagna si può imparare a studiare

Primo workshop alpino per imparare a studiare in montagna
La mattina i ragazzi si dedicheranno all’arrampicata e ad altre attività, poi all’apprendimento di un metodo.

Il problema:
Molti studenti, in particolare tra gli 11 e i 14 anni, dimostrano difficoltà di selezione e memorizzazione.

Potrebbe sembrare strano, ma a volte ci sono competenze che vanno imparate. I giovani fra gli 11 e i 14 anni, ben abituati peraltro all’utilizzo di dispositivi più o meno tecnologici che richiedono abilità e velocità, hanno a volte difficoltà a concentrarsi, focalizzare e ottimizzare le proprie energie intellettuali e psicofisiche.

Gli studenti che cominciano le scuole medie sarebbero facilitati nell’apprendimento se possedessero tecniche di base come il memorizzare sequenze o ripetere concetti con un filo logico, in una parola se avessere un metodo di studio. «Avevo studiato tutto il giorno prima per la verifica scritta di storia e poi… ho preso appena la sufficienza». «Ieri sapevo perfettamente la lezione, oggi prima mi sono impappinato e poi, come non bastasse, la prof mi ha chiesto cose che sul libro non ci sono».  Sono due delle frasi che si ascoltano più spesso, i primi ad esserne costernati sono proprio loro.

Norma Borgogno
WAM-BorgognoStudioinfo
Bene, per questi studenti, due insegnanti e una guida alpina  hanno messo a punto «Wam Studio», il primo workshop alpino sul metodo di studio.
Tre giorni in montagna a ridosso dell’inizio dell’anno scolastico, dal 26 al 28 agosto 2014, al rifugio Croz dell’Altissimo, sulle Dolomiti di Brenta.

Le attività in montagna isolano dal proprio contesto ordinario – spiega Francesca Noceti, docente di matematica e scienze all’istituto comprensivo Valle dei Laghi, che insieme alla collega Norma Borgogno, professoressa di italiano e geografia e alla guida alpina Gianfranco Menotti ha dato vita al progetto – inoltre, le competenze richieste per destreggiarsi in ambiente montano sono le stesse necessarie per saper studiare: attenzione, un po’ di logica, buonsenso, qualche conoscenza fondamentale delle tecniche di base, una manciata di autostima e consapevolezza, autodisciplina e allenamento.

Francesca Noceti
WAMStudio-noceti
Su questa filosofia di base e tramite l’associazione Dolomiti avventura, i tre hanno ideato un campo estivo che si differenzia da ogni altra attività ludico-ricreativa. I tre giorni sono dedicati al metodo di studio, basato sull’elemento in comune che unisce le competenze formative dell’insegnante, della guida alpina, dell’ambiente di montagna e del ritiro didattico.

Alle radici del progetto c’è la considerazione che un risultato scolastico carente è spesso dovuto a un metodo di studio macchinoso e poco efficace – aggiunge Noceti – metodo di studio che i ragazzi devono inventarsi da sé, oppure che viene demandato alla buona volontà dei genitori perché la scuola, principalmente per mancanza di tempo, non riesce a colmare questo vuoto formativo.

Gianfranco “Gianfri” Menotti
WAM-MenottiStudioinfo
Secondo il programma i ragazzi (studenti iscritti al secondo o al terzo anno della scuola media o al primo della scuola superiore, i posti disponibili sono dieci) la mattina faranno attività con la guida alpina: arrampicate su roccia, escursioni, attività di soccorso e avventura, osservazione dell’ambiente alpino. Al pomeriggio invece, tra le mura del rifugio, le docenti li addestreranno, ad esempio, a leggere con attenzione un testo e individuarne i concetti essenziali, poi raccontarlo senza perdere il filo del discorso. Il focus è sulla capacità di riassunto e sullo sviluppo delle tecniche di memoria.

Presentazione di WAM Studio e programma

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Sicurezza e rischio: il tema educativo

Sicurezza e rischio: il tema educativo
di Sandro Aita (responsabile di zona capi scout Agesci) da L’Adige 25 marzo 2014

Ho letto con molta attenzione e condivisione l’articolo del direttore dell’Adige di domenica 23 marzo intitolato «L’ossessione della sicurezza “totale”», trovandovi interessanti spunti di riflessione. Quello trattato è un tema che ha implicazioni molto rilevanti, non solo per l’ambito esposto da Giovanetti relativo alle attività sportive in montagna (da cui l’articolo ha preso spunto, per le vicende di inchieste penali per incidenti, valanghe, ecc.): come ha bene accennato il direttore vi sono ampie ricadute di ordine sociale, economico, giuridico, ecc. che determinano una fitta rete di relazioni e conseguenze, spesso paradossali.

Il gruppo scout di Melfi sul Monte Pollino
SicurezzaRischio-Scout-patriarca pollino scout melfiUn aspetto mi preme segnalare, proprio legato al tema della «sicurezza» e del «rischio»: il tema educativo. Si tratta di una declinazione o conseguenza sempre più diffusa di un approccio «legalista» al modo di affrontare la vita, di far crescere i ragazzi oggi.

Le famiglie, la scuola, le agenzie educative in genere tendono, per varie ragioni (tutte «ragionevoli»…) a ridurre e tendenzialmente escludere ogni forma di «rischio» nelle attività ordinarie che vengono proposte ai ragazzi. Questi ultimi sono sempre più spesso «impacchettati» in attività preordinate e strutturate, dove la libertà d’azione è sempre più ridotta e le «cautele» sono estremizzate per evitare loro non già di «esplorare il mondo» ma di incorrere in potenziali incidenti, fonte di contenzioso legale e/o assicurativo, con ricadute pesanti sulle famiglie, le scuole e le altre realtà educative.

Si trascura così di agire da un lato sulla reale prevenzione del rischio, ossia sulla preparazione e l’organizzazione competente di chi si prende cura dei ragazzi (siano essi insegnanti o educatori in genere) e dall’altro lato si perde la potente e determinante esperienza di responsabilizzazione dei singoli e dei gruppi, dando loro la necessaria e calibrata fiducia, nei diversi ambiti operativi.

È infatti dimostrato che negare esperienze di «rischio» misurato e appropriato ai minori, in età ed esperienze individuali, pone i ragazzi a non sapersi poi rapportare positivamente con la realtà della vita.

Quando saranno grandi troveranno così ogni sorta di scusa o di timore per affrontare con la necessaria audacia le avventure belle e meno belle che la vita vera proporrà loro. Uno studio in tal senso è stato di recente pubblicato sulla rivista Internazionale del 20 dicembre scorso (dal titolo esortativo «Lasciateli giocare»), dove si dimostra, con dati alla mano, quanto la nostra società occidentale negli ultimi decenni si sia via via «impigrita» in modalità sempre più chiuse e prive della necessaria interazione col mondo naturale e relazionale. Quando si lasciando i bambini giocare tra loro, spontaneamente, e agendo in rapporto con i potenziali «rischi» del confronto con la diversità in genere (di ambienti urbani e naturali, di rapporti con i loro simili dove possano sperimentare esperienze giocosamente «paurose», capaci di misurare la loro crescita e preparazione alla vita…), si accresce infatti la loro capacità di gestire positivamente emozioni e relazioni anche stressanti, senza il rischio (quello sì, vero) di soccombere alla prima – reale – difficoltà che la vita vera proporrà loro.

La ricerca di emozioni «forti» che i ragazzi d’oggi trovano sempre più spesso in ambiti «estremi» (delle varie dipendenze oggi appunto sempre più disponibili, anche nel mondo del «virtuale») li espone così davvero a rischi per la salute individuale e sociale di estrema gravità e conseguenze di lungo termine, ben più pesanti e «costose» (anche in termini di spreco di risorse umane, della loro stessa esistenza), spesso devastanti.

Occorre allora riflettere, credo, sulla capacità della società e di ogni livello formativo (scolastico, famigliare, associativo, politico…) di cogliere questi segnali, interpretarli ed agire per evitare queste gravi conseguenze: di trasformare cioè in una società passiva e succube di logiche perverse di «legalismo» (dove alcune responsabilità del mondo giuridico e assicurativo non paiono secondarie) il tessuto sociale che sarà la classe dirigente di domani. La conseguenza potrebbe essere quella che già si prefigura: la deresponsabilizzazione diffusa e la stasi della chiocciola che per proteggersi dal mondo fa crescere oltre ogni limite ragionevole il proprio «guscio protettivo», restando soffocata dal proprio peso! Il movimento, il cambiamento sempre necessario deve essere ancora riconosciuto come valore e non costretto da logiche paradossali come quelle ora accennate.

L’audacia che è richiesta a ogni esperienza di vita in crescita evolutiva non deve quindi essere preclusa dal «pericolo di temerarietà», ossia del rischio di proporre attività inutilmente rischiose senza la necessaria preparazione.

Deve insomma essere tutelata la creativa esperienza della crescita attraverso «esperienze audaci» ed emozionanti, positivamente, che mettano alla prova i ragazzi, nel contesto organizzato e tutelato da adulti responsabili, che sanno però anche dare loro la giusta fiducia, nei tempi e nei modi opportuni: usando una nota metafora, la bicicletta con le rotelle, se è pure necessaria per l’apprendimento iniziale dell’abilità per condurre in sicurezza la bici, va poi liberata per tempo e lasciata alla responsabilità del bambino che deve presto, da solo, imparare a farne senza. Qualche ginocchio sbucciato all’inizio farà risparmiare, da grandi, conseguenze ben più rischiose ad adulti preparati dalla loro giovanile conoscenza del «rischio», vissuto allora come avventuroso gioco della vita, rischiosa fin dalla nascita ma con la quale occorre sapersi misurare e rapportare con preparazione adeguata, fin da piccoli! Un educatore di vasta esperienza, Robert Baden-Powell, fondatore del movimento e del metodo scout, raccomandava ai suoi ragazzi: «Ricordatevi del vostro motto Estote Parati (siate pronti); siate dunque preparati per eventuali incidenti, imparando in anticipo che cosa si deve fare nei diversi casi che vi si potranno presentare». E in un altro suo famoso detto ricordava che «Non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento!».

Questa citazione per segnalare quanto possa essere importante, per crescere armoniosamente, vivere fin da piccoli esperienze concrete di attività e di avventure, calibrate sulle diverse età e maturità, che allenino i ragazzini alla responsabilità, alla gestione dell’imprevisto, alla capacità di affrontare l’ignoto con maturità e competenza, senza attendere «tempi, luoghi, occasioni migliori»: la realtà della vita rischia di presentare il suo conto che nessun avvocato, giudice o assicuratore saprà garantire meglio dell’allenamento vissuto giocosamente fin da piccoli nell’affrontare le sfide (reali e non virtuali) della vita.

Sandro Aita Responsabile di zona capi scout Agesci

postato l’8 aprile 2014