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Il Salto delle Streghe

Il Salto delle Streghe
di Giuliano Sten Stenghel

Ricordando una grande parete rocciosa, una scogliera unica sul lago di Garda…
Quel giorno arrivo a Campione quasi per caso. Per la prima volta attraverso il paese, una sensazione di pace totale s’impadronisce di me: l’aria è ferma, frizzante. Mi guardo attorno ma non sono attratto dall’azzurro intenso del cielo che si specchia nel lago di Garda, ma dallo strapiombo impressionante sopra di me. Non riesco a staccarmi da quelle pareti e, come per incanto, mi sale dal cuore un anelito di ebbrezza. Seguo con lo sguardo il volo dei gabbiani, già alti sull’acqua, contro il sole, li vedo entrare nelle “gole”, oppure riposare negli anfratti rocciosi e immagino la loro gioia nel volare in quel paradiso: è un insieme di luci e di colori, un anfiteatro di pareti che sembrano soffocarti nella loro maestosità. Mai, sul lago, avevo visto sculture simili e ne sono abbagliato.
Un uomo, non più giovane, mi si avvicina e dice: “Bella, vero, la nostra montagna?”. “Sì – rispondo – molto bella, mi piacerebbe scalarla”. Con queste poche parole, scambiate senza staccare gli occhi dalle pareti, inizia la mia avventura in quella lingua di terra isolata dalla potenza della natura.
Passano alcune settimane e ritorno a Campione. In questo luogo c’è una atmosfera diversa, unica e non solo per l’esplosione della natura: ma c’è anche qualche cosa di eterno, di magico. Anche d’estate la quiete non è mai in pericolo. Infatti, non ci sono né ville, né pizzerie, né discoteche come nelle altre località del lago. C’è invece il volo solitario e il grido romantico dei gabbiani, c’è il vento che lavora la roccia, c’è una natura praticamente intatta e, infine, c’è l’acqua che scende fra le pareti formando grotte e gole di rara bellezza.

Il Salto delle Streghe
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Così, come d’incanto, io e Walter Vidi ci troviamo su quella muraglia dall’aspetto così affascinante. In quel momento non potevo sapere che poche volte nella mia vita di alpinista avrei avuto tanta soddisfazione e gioia nel giungere in vetta. Le difficoltà sono, a tratti, strenue. Non mi sono mai arrampicato su una roccia così strana; dal basso sembrava tutto più difficile; ero convinto di dover far uso di “ferraglia”, ma una volta sulla parete, tutto diviene più accessibile, e tiro di corda dopo tiro di corda saliamo la gialla e strapiombante montagna solo con le nostre mani. Guardando in basso vedo i tetti delle grandi vecchie case e la fabbrica: è un paese, Campione, che è stato costruito per la fabbrica tanto che se questa muore (come è morta), sembra che tutto lì debba morire. Ma la gente vive ancora ed ama quella fetta di terra. In piazza ci sono i miei amici che mi chiamano e gli abitanti del paese col naso all’insù.
Ho la sensazione di arrampicare per loro. Continuo a salire ed è come se ci fosse tutta la forza degli abitanti di Campione nelle mie braccia e sul Salto delle Streghe l’arrampicata comincia ad acquistare una dimensione diversa; mi pare che tutti mi vogliano bene. Superiamo alcuni strapiombi, un diedrino poi un canale. Sento tutti i miei tendini, la mia mente, tutta la mia essenza rivolta in alto: un gabbiano mi vola vicino, il vento del lago mi colpisce ed è la cima.
Poi, in paese tutti ci attorniano e ci festeggiano. Conosco il Grigio, un uomo erculeo e brizzolato che ama la montagna, poi il Baffo, proprietario del piccolo bar ristorante, il barbiere e altri. Il Livido, che è anche il presidente della Pro loco, ci offre da bere e da mangiare: è ancora vero che la semplicità e l’amicizia sincera contano qualche cosa. Ne ho la prova, in pochi attimi, in quell’angolo di mondo.
Giunse l’estate, cominciai a vagabondare in quota, sulle montagne più alte pur avendo di tanto in tanto lo strano desiderio di tornare a Campione. E vi tornai. La piccola spiaggia, la più bella del Lago, è addormentata. Ci sono vele di surf al largo e la piazza del paese sembra essersi risvegliata: il negozio di Giovanni con i souvenirs, le cartoline, e altre cento cose risplende di mille colori.
Giunse poi l’autunno; torno ancora su quelle pareti che mantengono lo stesso fascino ammaliante che mi aveva stregato. Mi sento parte integrante di quei picchi rocciosi che forse ho già visto solo nelle fantasie della mia infanzia. Salgo per altre volte la strapiombante parete e tuttora sento il bisogno di ritornarci: è la maledizione o la magia delle streghe che vivono tra quelle rocce, misteriose e pericolose, ma sempre immensamente affascinanti!

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Ciao, Salto delle Streghe!
Sul Salto delle Streghe e sulla grande scogliera del Tignale credo di aver espresso il massimo del mio alpinismo: ho percorso molte vie nuove in cordata con alpinisti di grande valore. In questo momento mi vengono quelli di Alessandro Baldessarini, Luca Campagna, Gino Collotta, Claudio Colò, Giovanni e Palma Groaz, Franco Nicolini, Marco Pegoretti, Mariano Rizzi, Fabio Sartori, Paolo Versini, Walter Vidi, Delio Zenatti; sono alpinisti di alta levatura, ma tra tutti, uno in particolare mi rimarrà sempre nel cuore: Andrea Andreotti.
Voglio condividere con voi il mio racconto della prima salita della via Serenella sul Salto delle Streghe: una via tra le più difficili e che ha rappresentato il mio ritorno al grande alpinismo dopo la malattia e la morte di mia moglie Serenella.

Con Mariano Rizzi, siamo accomunati da una passione estrema ed esclusiva per l’alpinismo, ma siamo legati soprattutto da una profonda e solida amicizia: ambedue abbiamo sofferto, pregato e condiviso lo stesso cammino verso Dio. Nessuno come lui mi è stato accanto nel periodo di maggior angustia della mia vita.
Ci troviamo a Campione sul Garda, ai piedi della grande scogliera del Salto delle Streghe. Nello zainetto la mia piccola sta dormendo, mentre i miei occhi sono fissi sulla strapiombante parete sovrastante. Quanti ricordi, quante avventure su quelle rocce: “Lassù ho scalato tutto quello che si poteva scalare…”, pronuncio a voce alta. Mi giro verso il mio miglior amico, seduto su un masso, ricurvo, la testa appoggiata sulle mani, ma con gli occhi in alto. “Ne hai aperte di vie”, mi risponde.
Con il dito indico la parete a strapiombo: “È rimasta però quella zona alta e scoscesa, che presenta per lo più la parte superiore sporgente rispetto a quella inferiore”.
“Un grande problema irrisolto ma… dai che puoi ritenerti soddisfatto!”.
“A mio parere lassù è possibile aprire una via”.
“Conosco quell’espressione che hai negli occhi”.
“Quale espressione?”.
“Quella che hai quando sei alla base di una parete che vuoi scalare”.
Le sue parole mi fanno sobbalzare e girare di scatto.
“Come?”.
“Non voglio metterti in tensione, ma è una delle muraglie rocciose più belle e difficili”, soggiunge, “sarebbe bello metterci su le mani”.
“Non capisco!?”.
Insiste: “Sarebbe bello metterci le mani”. Poi mi chiede con tono sarcastico: “Non ti sembra una buona idea?”.

Giuliano Stenghel sulla via Serenella al Salto delle Streghe
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Annuisco con la testa e la mente lontana. Mariano mi conosce a fondo e mi vuole un gran bene. La mia simbiosi con la montagna si è quasi sempre trasferita anche ai miei compagni di corda e, la molla che ci ha fatto superare difficoltà inimmaginabili è stata l’amicizia, l’entusiasmo e l’essere uniti, in armonia tra di noi soprattutto nelle scelte importanti. Passano alcuni minuti che sembrano un’eternità senza che nessuno apra bocca. Si leva improvvisa una folata di vento: l’aria mi accarezza e mi dà un senso di pace e di abbandono. Continuo a fissare la muraglia rocciosa in silenzio, come ipnotizzato.
“Non dire sciocchezze, non intendo misurarmi con quella solitudine di strapiombi…”.
Ma dopo un po’: “Sono finito, totalmente distrutto, fisicamente e soprattutto moralmente; sono un sopravvissuto, decisamente fuori peso e mi ritrovo una pancia gonfia come un pallone, non parliamo dei muscoli delle gambe e dei glutei flosci e quelli delle braccia sfioriti”.
“D’accordo, ma ad eccezione della tua capacità di sfidare l’impossibile, di lottare e di resistere” incalza Mariano “e poi, ora hai un Angelo grande e con il suo aiuto ritornerai al grande alpinismo”.
Rimane un attimo pensieroso e aggiunge: “E dai che i giorni più belli sono quelli che devono ancora venire”.
“È una fortuna che sono ancora vivo!”, gli rispondo con una smorfia di sorriso. Poi penso alle volte che ho desiderato morire al posto di Serenella. Gli dico inoltre: “La mia non è stata una piccola pena, ma un dolore talmente grande e devastante che dovrò per forza far passare, non potrò vivere con la sofferenza degli ultimi anni”.
Stranamente però non riesco a staccare gli occhi dalla parete e in particolare su quell’unica striscia di roccia rimasta inviolata. I nostri sguardi si rincontrano e Mariano mi dice: “I tuoi occhi sono malinconici, ma nello stesso tempo hanno una strana luce, il tuo sguardo mi sembra una provocazione, è lo stesso di una volta”. Riflette qualche attimo, prima di riprendere a parlare: “Dai, vecchio mio, devi crederci e ritornare a vivere; dai proviamoci, ma non dove stai guardando, non lassù!”. Per avvalorare la sua ipotesi: “Lassù è una parete inaccessibile…”.
“Per le mie condizioni una via inconcepibile, ma… credo… che ritorneremo a scalare e proprio lassù!?”.
Per tutta la settimana quel “dai proviamoci” mi tormenta: è un qualcosa dentro che vuole uscire fuori per farmi andare avanti, per farmi ritrovare nuovo entusiasmo e voglia di vivere, per dirmi che Dio si sta servendo della mia passione per l’alpinismo come punto di partenza per ritrovare un domani di nuova serenità e, come per incanto, la grande parete del Salto delle Streghe si ripresenta davanti impadronendosi dei miei sogni. Ritrovo dentro la fiamma, il desiderio ardente di qualcosa d’importante e finalmente, in qualche modo, sono all’epilogo: è giunto il momento di seguire il cuore! Però, mi affliggono le parole del mio migliore amico: “…Ma non lassù!”.
Decido per la dieta e perdo i primi chili, per rimettermi in forma mi alleno tutti i giorni sulle rocce di Valscodella, palestra storica dell’alpinismo roveretano. Mi capita spesso che le braccia non reggano il mio peso e cerco nuovi stimoli, nuovi impulsi per ritornare al tempo in cui tutto il mio corpo era proteso verso l’alto e non era necessaria la forza muscolare per superare uno strapiombo. Ritorno ai primi passi, quando tiravo sulle dita come un forsennato. Ricordo come fosse oggi le parole del grande Marino Stenico: “Hai una forza notevole che però non va sprecata inutilmente, ma rilasciata al momento opportuno”.
Con tono seccato e deciso: “Se non tiro sulle braccia non salgo!?”.
In risposta, Marino mise le mani sulla roccia, alzò prima un piede e poi l’altro e superò il passaggio con una facilità disarmante. “Ma… non è possibile!”, bisbigliai con la voce incrinata dall’emozione. Nel frattempo lui mi disse: “Devi cercare l’essenza e diventare parte integrante della roccia, devi allenare il corpo a seguire la testa e la testa a seguire il cuore, per farla breve devi imparare ad accarezzare la materia grigia”.

Ogni fine settimana trascorro le mie giornate in parete e il mio cuore e tutto me stesso ricominciano ad ardere di passione per le grandi scalate; sento nuovamente il bisogno di esprimere la mia fantasia, del contatto con la roccia, del vento sul viso, del profumo della vegetazione e della vista degli uccelli che volano alti nel cielo. Il cielo dei miei migliori anni, il cielo perduto del mio arrivo in vetta dopo una grande avventura, sta tornando a farmi compagnia. Il tutto mi consola e allevia la tristezza e, soprattutto, tiene lontani dalla mia mente i ricordi più tristi, quelli duri a morire che mi torturano continuamente, specie quando la mia mente non è impegnata in qualcos’altro. A poco a poco, mi sembra di star meglio, di acquisire forza e sicurezza, ma soprattutto scioltezza. Sto arrampicando per non morire dentro, per sentirmi meno solo, pensando che la morte non è la fine di tutto e da qualche parte, credo molto vicino, Serenella mi sta guidando con il suo amore. Ho attraversato le stagioni del dolore, ma anche quelle dell’amore, non ho paura di morire, ma non posso nemmeno rischiare perché c’è la mia bambina e lei ha solo me. Ho imparato a pensare che c’è un disegno che lega noi al nostro destino ed è per me ora più facile capire i segni che passano nella mia vita. Nel ritrovare il mio vecchio modo di scalare, comincio a capire che senza chiedere nulla, la passione per l’arrampicata mi sta di nuovo regalando molto di ciò di cui ho bisogno: energia vitale e una certa prestanza psicofisica. Posso affermare che sono debitore verso il grande alpinismo di buona parte di ciò che ho appreso nella mia esistenza, compresa la forza e la caparbia perseveranza di restare accanto a mia moglie gravemente ammalata.
Nonostante ciò, la paura di affrontare la grande gialla muraglia del Salto delle Streghe soffoca il mio ritrovato ardore: aprire una via su una parete famosa oltre che per la sua verticalità anche per la scarsa qualità della roccia, rappresenta il massimo per un alpinista di grande esperienza come me, ma in parete non conta soltanto l’esperienza. Così passa l’inverno e, a primavera inoltrata, decido di provarci.

Le vie di Stenghel sul Salto delle Streghe. La via Serenella è la seconda da destra
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“…Ma non lassù!”. Le parole di Mariano mi ritornano alla mente mentre attacco la fessura iniziale che mi porterà proprio “lassù”, dove il mio compagno di corda sperava non mettessi le mani. Il tratto è difficile, un po’ friabile e butta in fuori, tuttavia riesco a raggiungere e superare il primo marcato strapiombo. Sopra le difficoltà non diminuiscono. Con me questa volta c’è Luca Campagna, un giovane e fortissimo alpinista al quale cerco di trasmettere la mia passione per quella lingua di terra sovrastata da maestose sculture di roccia non per schiacciarla, ma per proteggerla; inoltre l’immensa voglia di ritornare al grande alpinismo con l’apertura di una via nuova su una fascia rocciosa all’apparenza impossibile. La via porterà il nome di Serenella. Al primo tentativo raggiungiamo la prima cengia e guardando in alto, non fatichiamo a renderci conto di ciò che ci avrebbe aspettato se avessimo insistito.
Dopo alcune settimane si aggiunge a noi Mariano. E’ il 12 settembre 1992. Alzo gli occhi sulla parete sovrastante, che strapiomba incessantemente, da sembrare impraticabile. E si sa, che più la parete butta in fuori e più occorre vincere la gravità, più si va oltre la verticale e più le difficoltà salgono e richiedono tante energie sia per scalare che per proteggersi. Sto valutando il da farsi e mi viene spontaneo pensare se per dare una svolta alla vita debba per forza affrontare e superare così grandi avversità. Mi rispondo che l’ardire è dei grandi!
Ma l’esperienza umana e di fede degli ultimi anni mi hanno insegnato che non di solo sesto grado deve vivere l’uomo, tantomeno di passioni per le forti emozioni, ma di amore gratuito per se stessi e per gli altri, naturalmente non perdendo di vista Dio! E allora mi rendo conto che forse sto facendo un’idiozia, ma d’istinto, penso anche che se il mio cuore mi ha portato quassù credo debba esserci un perché, quindi torno a concentrarmi.
Su un’esile cornice, inaspettatamente sento mancarmi sotto i piedi: un grande blocco precipita nel vuoto sfiorando i miei compagni per poi sbattere e rompersi in tanti pezzi sulle rocce sottostanti.
Per un miracolo, per una forza misteriosa rimango appeso sulle dita della mano e con uno sforzo bestiale riesco a guadagnare altri appoggi per le punta delle scarpette, mentre il cuore si ferma per poi ripartire a mille per la paura di cadere. Una forte emozione s’impadronisce di me e ad un tratto ogni cosa si fa chiara: sono consapevole di essere in mezzo a una grande avventura che voglio vivere con il vantaggio della forza morale, della tenacia, del coraggio e soprattutto di una superiore capacità di sopportare la sofferenza. In passato ho rischiato la vita, per me audacia e temerarietà significavano anche questo rischio, ma ora ho imparato il valore della mia esistenza soprattutto per chi mi ama e per chi mi aspetta. Non mi sento sconfitto davanti a una rinuncia anzi, anche se dovessi ritirarmi, mi sentirei lo stesso vincitore poiché sono riuscito a ritornare su questa grande incredibile parete.
Per ritrovare energia e vigore, mi rivolgo ai miei compagni: “Siate sicuri che noi vinceremo, con la nostra capacità di sopportare la fatica, lentamente conquisteremo la vetta, esulteremo e non solo per noi stessi”.
Non avendo risposta, rifletto che ci vuole però anche il sostegno di una mano dall’alto e il mio pensiero corre alla piccola statua della Madonna che Mariano ha nello zaino per ricordare Serenella. Ora sto lottando per proteggermi, ma ciò comporta tanta fatica, devo individuare al più presto un buchetto, una fessura per un chiodo così essenziale per riposare e per continuare. Non mi sono mai trovato a dover tanto lottare per alzarmi soltanto di qualche metro e, in molte occasioni, ho dovuto avventurarmi sul passaggio con il chiodo tra i denti. Penso: “È pur vero che per quanto si vada lontano, per quanto si salga, si comincia sempre con un piccolo passo”.
Con il martello penzolante sull’imbrago, cercando ripetutamente gli appigli che scarseggiano, individuo un buchetto sotto un filo d’erba e mi ostino a metterci un chiodo che però, dopo i primi colpi, salta nel vuoto. Il morale cala così come le stesse forze. Mi scappano delle imprecazioni. Sto sudando per la fatica, e per la paura di cadere. Il sole mi batte in testa, l’adrenalina nelle vene. I miei compagni mi incoraggiano. Il mio sguardo è attratto da un piccolo ma solido appiglio che allungandomi riesco ad afferrare. Con una larga spaccata di gambe cambio la vincolante posizione del mio corpo, sentendomi finalmente sicuro su tutti due i piedi. La nuova condizione mi permette di riposare, di rilassare la muscolatura e muovermi con le mani senza grossi problemi. In alto scorgo un altro piccolo buco nel quale provo ad infilare un chiodo che a fatica entra, s’infila nella roccia fino all’anello. Soddisfatto, mi ci appendo per riposare.
Quello che sto vivendo quassù, il mio macchinare, meditare, fantasticare, le mie impressioni, i miei sogni mi stanno portando ben oltre la cima. Certe cose non si dimenticano. Rifletto che, nonostante il Salto delle Streghe sia una parete tra le più temute, è pur sempre una grande roccia che racchiude un ritaglio importante della vita: tanti brandelli della mia esistenza, le mie emozioni e le mie sensazioni, sentimenti che rimarranno in me per sempre. Per questo mi piace l’alpinismo. Guardo in basso e faccio cenno a tutti di essere su un buon chiodo. Poi la vista si allarga fin sulla riva opposta e sulla cerchia di montagne che lo circondano. Il panorama è da togliere il fiato: la vista spazia realmente su un paesaggio straordinariamente bello per poi ritornare sotto, sui surfisti che giocano, con le loro vele sul lago dondolando felicemente traghettati dal vento e portati dalle onde, il tutto come in una sequenza armonica; ognuno di loro si specchia nell’acqua creando un gioco d’immagini.
Non ipotizzo dolore nella loro vita, forse nemmeno una preoccupazione o dei dispiaceri nei loro cuori. Mentre io, oltre trecento metri sopra le loro teste, sono consapevole di aver dimenticato per alcuni anni l’aspetto della felicità! Mi cullo in questo pensiero e concludo che la vita è stata dura con me. Mi concentro e riprendo a scalare. Finalmente apriamo la via Serenella. Il mio sogno era di ritornare a scalare, la mia ambizione era di ricordare mia moglie con una grande via.

Con queste due immagini finali, che voglio condividere in particolare con i miei straordinari compagni di corda e, che toccano il mio cuore, scopro che una delle più grandi e difficili scogliere del lago di Garda è stata totalmente violata. Forse c’era un’altra soluzione!
Ora dovranno imbragare tutte le pareti con dei paesini sottostanti: ad esempio la Rupe del Castello di Arco, ecc.
Di certo il debito pubblico lieviterà e non di poco. Ai posteri l’ardua sentenza…

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Un big bang di parole

Un big bang di parole

Le salite leggendarie o, meglio, visionarie comportano un fascino cui pochi possono sottrarsi. La via Big bang è una di queste. Queste imprese attraggono quelli che più di altri vedono nell’alpinismo e nell’arrampicata il modo che ha l’uomo di esprimere quel qualcosa che, nella sua grandezza, possa essere paragonato al fascino del selvaggio naturale.

Libri, conferenze, foto, film, chiacchiere da bar… sono tutti strumenti per da una parte svelare il mistero di questa grandezza e dall’altra innalzarne la soglia.

Tra i vari meccanismi di costruzione dei miti c’è il moderno forum, un complesso modo di comunicare semplice solo in apparenza, soggetto a leggi precise mascherate da libertà di espressione e immediatezza.

Nessuno ti biasima se non scrivi in perfetto italiano, vi nascono le fantasie più barocche e soprattutto ci si può dire le cose a botta e risposta, spesso comprensive anche degli insulti. L’ironia beffarda confina e va a braccetto con la sincerità, i difetti vengono a nudo facilmente, come si sbuccia una patata.

Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi, su segnalazione di Giuliano Stenghel, il thread che per qualche anno si è dipanato al riguardo della sua mitica salita della via Big bang al Dain di Pietramurata.

Naturalmente ho “tagliato” un po’, cercando di rendere leggibile ciò che è stato concepito sotto altre formule comunicative. I protagonisti della discussione sono quasi tutti citati con il loro nick, senza neppure tentare di collegarli a un nome e cognome. Tutto ha inizio il 16 novembre 2010: ovviamente ho conservato l’ordine temporale degli interventi, omettendo però minuti, ora e giorno, per non appesantire. Al fondo è l’intervento, per ora finale, dello stesso Stenghel.

Giuliano Stenghel nel tiro sottostante ai tre tetti della via Big bang
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Con una certa ritrosia condivido i dettagli sulla salita in questione. L’alpinismo e l’arrampicata sono, sono stati, e per alcuni restano, il regno dell’epica e dei grandi racconti. Disvelare gli itinerari circondati da alone di mistero o sinistra fama può risultare irrispettoso, ma tant’è…
Ecco la succinta descrizione della via:
Già il primo tiro impone una delicata progressione, chi ama proteggersi con meticolosa cura passo dopo passo troverà da rallegrarsene. Un fitto roveto sbarra, anzi sbarrava, l’accesso alla sosta sulla faccia sinistra del diedro canale. Il secondo rimane propedeutico per l’instabilità del terreno. Ma è sul terzo che si capisce come fragile possa essere la materia sulla quale ci si erge. Si parte con una bella fessura rossastra poco protetta ma abbastanza ben disposta ad accettare camme ed eccentrici. Quando diventa impercorribile la si lascia per traversare a sinistra su piccole cuspidi mobili fino ad un bordo più netto che porta alla sosta. Da qui riparte la fessura di cui sotto, ora si fa strapiombante, costantemente friabile, ma non troppo. Occorrono avambracci saldi, perizia nel posizionamento podalico e un copioso rack di protezioni per non dover far esclusivo conto sulle due o tre in loco, tra le quali un cuneo in legno molto grosso, ma sulle dimensioni massime disponibili dei cunei ci sarà da ricredersi. Arrivati alla sosta appesa che rapisce gli sguardi di tutti i salitori degli itinerari limitrofi si scopre che il barattolo che vi penzola, tubo vintage di palline da tennis Spalding, non ospita il libro di via o superstiti chiodi a pressione ma solo terra e foglie secche. Sosta che è stata rinforzata con un tassello da 8 mm piantato a mano. Da qui parte la teoria dei tetti, che corrono con geometrica potenza costeggiando la parete verticale e completamente liscia, se non fosse per piccole fossette e inconsistenti concrezioni.
Purtroppo tre dei chiodi a pressione si sono dimessi, lo testimoniano i forellini, e obbligano a numeri “circensi” per raggiungere il primo disponibile e il successivo (che vanta un sinistro braccio di leva). Assolti gli obblighi con le divinità tutelari della buona sorte non resta che rinviare il “babbo di tutti i cunei del mondo”, qualche altro pressione ed un paio di camme od eccentrici per giungere alla tanto desiata sosta. Da qui un solo lungo tiro, con il tratto finale a contrappeso, ci ha condotto al boschetto sommitale, senza percorso obbligato ma con la piacevole scoperta di un camino da percorrere in lie back».
Aggiungo che tutte le soste sono attrezzate per la calata con maglia rapida e sono abbastanza solide.
Appena prima dell’interruzione della chiodatura sotto i tetti c’è pure una sosta intermedia ma senza maglia rapida.
Al limite si può fare un saggio sui primi tiri e decidere poi se sia il caso o meno di proseguire. Non si sarebbe i primi a ritirarsi: a metà del tiro iniziale c’è subito un cordino con maglietta tipico delle sagge ritirate preventive.

emanuele
Caro delendais_18: ma ti è “piaciuta” o ti è piaciuto di più toccare la terra del boschetto per ritrovar un piano orizzontale?
Il rovo pre-sosta era stato martoriato fino alle radici, ma la natura, a causa delle rare frequentazioni, è “rifiorita”… e per me quel mega-cuneo non è stato messo dal basso!

delendais_18
Appagare la propria curiosità è sempre una forma di piacere e di soddisfazione.
Nelle condizioni attuali la via è quasi impercorribile e meriterebbe restaurarla. Il quasi è dovuto al fatto che siamo comunque passati. Ma per un gesto azzardato che si è rivelato fortunato da parte del mio giovane e incredibile amico.
Se il “babbo di tutti i cunei del mondo” fosse stato piantato dall’alto perché non replicare lo stesso stile e sostituire, senza aggiungere altro, i tre chiodi mancanti’?

Nella lunghezza sotto ai tre tetti. Foto da http://www.ilmonodito.it/relazioni/14004_big_bang.pdf
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emanuele
Noi l’abbiamo ripetuta, ma non lo sapevamo, poco tempo dopo che una cordata emiliana (forse di Modena?) nel tratto dei tetti, a causa di un lungo volo e forse alla rottura dei chiodi a pressione, aveva riportato una caduta mortale: nel rinvenire “tracce” della precedente cordata funestata da quella caduta la voglia di concludere la via s’era svanita; in effetti ho sempre pensato che per una ripetizione “decente” occorrerebbe sostituire i tre chiodi a pressione e aggiungere un bong dopo il megacuneo perché questo bong-cuneo di plastica ci è rimasto in mano e non siamo riusciti a rimetterlo in loco (probabilmente la cordata che ci aveva preceduto era salita sulla placca senza utilizzare i friend nel diedro).

BUUL
Due domeniche fa ho beccato Marco Furlani al bar delle Placche Zebrate, diceva che i chiodi che Stenghel aveva usato per superare i tetti poi li aveva fatti togliere al secondo pensando che gli potessero servire sopra!
Comunque complimentoni per la salita! Lo stesso Furlani ha detto che avrà meno di 20 ripetizioni.

alberto60
I chiodi a pressione li ho belli e pronti. Se ci vado e li rimetto in che punto del tetto mancano?

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Sotto il primo tetto ci si entra il “libera”, poi si va verso due chiodi “ballerini” che portano al bordo del secondo. E qui si interrompe la chiodatura. Ci sono tre forellini, valuta se conviene stare più prossimi alla placca senza dover stare bassi sotto il tetto. A mio avviso con due chiodi in placca si ricongiunge la chiodatura in maniera non invasiva mantenendo un buon A2.
Oppure facendo sempre verso la placca due o tre fori da 6 mm la si rende un A3+ per cliff.

alberto60
Non voglio fare danni, troiai, ne svalutare la via, guai a me! Solamente rimettere i 3 pressione di Stenghel che mancano. Questo credo possa essere accettabile. Però, se non è da fare non si fa.

BUUL
Beh, allora mettiamo 3 spit sotto il tetto e il problema è risolto… e ora che si apra la bagarre!

alberto60
Non è la stessa cosa e non m’interessa la bagarre. I 3 pressione mancanti oppure nulla, tanto possono bastare i frendoni e un po’ di culo strinto.

Raggiungendo la sosta sotto al primo tetto
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entropia
Se trovo tre spit quando divento abbastanza bravo da salire tale grande bang, li levo e li metto nel barattolo.

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… per metterli nel barattolo o riscendi il tiro o provi a lanciarli al volo, ma mi ricordo che il buco era stretto…
Ho infisso, a mano, uno spit alla sosta perché non ci andava di rischiare di infrangerci strappando i pressione della medesima.
La via nasce in artificiale, se la si restaura allo stato di una progressione coerente con le idee di chi l’ha aperta non si viola alcunché.
Oppure la consideriamo una via bella dispendiosa e chi vuol ripeterla si compra qualche BD n° 5 e 6 ed i BBro 4 e 5.

entropia
Cuneoni giganti è la mia risposta definitiva alla vertigine.

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Te fai conto che quello in cima al tiro dei tetti è grosso come uno sgabello.
Continuo a chiedermi come abbiano fatto a scarrozzarselo seco…

entropia
Vi riporto questo brano tratto da Lasciami volare di Giuliano Stenghel:
Ci uniamo su una sosta aerea sotto i grandi tetti. Piccolissimi, siamo appesi sotto gli smisurati gradoni di quella scala rovesciata, residui dell’immensa frana che li ha creati, incuranti della friabilità della roccia, delle difficoltà e decisi a vincerli!
Estraiamo dallo zaino un barattolo con il piccolo libro di via e ci scriviamo: “
Big Bang. L’universo intero è nato e noi, piccoli uomini, siamo parte integrante di esso”.
Una stretta spaccatura mi permette di salire uno dopo l’altro i tetti, passaggio chiave della via, arrestandomi spossato sopra un balcone oltre il cornicione. Quindi grido: – Ok Baldix, parti!
Alle quattro del pomeriggio si ricongiunge a me, felice, sebbene sul viso siano impressi i segni della stanchezza e della tensione.
Che importa se nessuno può vederci; è vero, siamo finalmente in cima, vediamo il cielo, il bianco delle vette innevate, oltre la valle che riverbera di una luce morente mentre il sole cala dietro di noi.
Non ci sorprendiamo se questa vittoria, dovuta solo a noi, proprio per questo preziosa, e la gioia che sentiamo, altro non è che l’impressione di un sentimento di felicità che si apprezza molto di più quando si è temuto di perderla!
”.

Sotto il primo tetto
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Finalmente svelata l’origine del nome della via! Allora il libro di via esisteva ed è stato rimosso!

alberto60
Ancora da Lasciami volare:
La giornata è calda e soleggiata, il morale alla stelle; con Baldix infilo le scarpette d’arrampicata: sciogliamo la corda ed attacchiamo il grande canale dall’aspetto friabile che incide la parete sud del Piccolo Dain di Pietramurata.
Speditamente ci alziamo entrando nel cuore delle difficoltà.
Affronto deciso la fessura gialla, sporgente, che si trova nel fondo del diedro, mi muovo delicatamente, in massima aderenza con i piedi e sempre in spaccata per non tirare sugli appigli ed appoggi estremamente friabili.
… Le vie con Baldix sono venute d’impulso, le abbiamo amate e scalate senza preoccuparci se sarebbero piaciute o meno, se scolpite su pareti famose o meno, se lunghe o corte, se un giorno le avrebbero ripetute.
“.

Sotto il primo tetto. Foto da http://www.ilmonodito.it/relazioni/14004_big_bang.pdf
BigBangParole-_bang2

entropia
Io a ripetere lo scalone sbrisolone rovescio ci ho pensato seriamente… poi sono tornato in me, ho guardato la mia bella negli occhi, ho pensato che i tre a pressione son ahimé fuori loco, che 15 metri sul friabile senza un dadino son troppi troppi troppi… e sono tornato ai V/VI relativamente ben protetti e agli spit neanche troppo distanti… R4 xe tropo tropo tropo.
Buon divertimento agli eventuali ripetitori e vogliamo le foto (stabili possibilmente, senza tremori).

delendais_18
Lo scalone rovescio non è sbrisolone, animo! Sono i due diedri fessura precedenti ad essere fragili.
Se Babbo Natale porta un BD 5 e un 6 e un Big Bro giallo la salita assume tutto un altro tono, rimane R4 ma nella scala… “economico finanziaria”…!
… Noi siamo passati con tremebondo lancio di una congiunzione di cordini che ha fortunosamente accalappiato la smilza testa di un chiodino a pressione con braccio di leva negativo…
tale gesto mi pare che vada al di là dello “spirito” e dell’ “etica” dei primi salitori… se questo fosse fallito non avrei esitato a piantare uno spit a mano dove manca il terzo chiodo…

alberto60
come Walter Bonatti sui tentacoli del Dru.

entropia
Che direbbe el Giuliano dell’oppportunità di reinserire i pressochiodi?

emanuele
Ho chiesto a Giuliano cosa ne pensa di un’eventuale richiodatura e mi ha detto che i chiodi a pressione sono rotti o usciti già durante la prima salita e quindi non approverebbe una tale operazione! Buon natale a tutti!

Giorgio Travaglia
C’è già la solitaria di questa via?

entropia
Non mi è chiaro… come i chiodi a pressione sono usciti durante la prima salita? Cioè li ha piantati, usati e poi mentre il secondo saliva si sono sfilati? O si sono rotti??? Spiegatemi per favore… Cioè lui è salito con i pressione e noi non si può??? Oh, poi mi si rompono anche a me i pressione neh, ma solo dopo che sono salito…

alberto60
Non si tratta di richiodare in modo totalizzante, ma nel rispetto ferreo di come hanno chiodato gli apritori, quindi mantenendo l’impegno tecnico e psicologico della via.
Quindi no spit o fix ma rimettere i 3 pressione mancanti o spezzati esattamente nel punto dove sono mancanti.
Voglio dire… se vado a ripetere una via in artif di quelle stile super direttissime e mi si rompe un vecchio pressione, che faccio, non lo rimetto????
Sinceramente, questa pretesa da parte di Stenghel mi sembra un po’ assurda visto che anche lui è passato in artificiale usando i pressione, quindi forando.

VYGER
Eh, ma c’è anche uno spit, o sbaglio?

scoiattolo
Già. Bello, nuovo e fiammante, da 4 a 8 secondi si vede nel video.
Un altro baffo su un’altra Gioconda.

delendais_18
Lo spit l’ho messo io. A mano, alla sosta, come si può ben vedere. A posteriori sarebbe stato meglio metterlo più in alto dove mancano i chiodi a pressione.
Chiodi, i quali, a loro tempo, sono stati messi forando la roccia.
Non ci sono gli estremi per uno sfregio etico, o sbaglio?

scoiattolo
Sbagli.

VYGER
E chi sono io per giudicare? Bisognerebbe chiedere a Stenghel…

I tre tetti della via Big bang
BigBangParole-Bang-05
scoiattolo
A quanto pare Stenghel non è d’accordo… e in ogni caso, sfregio etico o meno, nelle ripetizioni, come nelle prime salite, il materiale usato e il modo utilizzato va dichiarato con onestà. Qui si sono riempiti la bocca di epica, friend giganteschi, dadi, cunei ballerini, soste da paura, per poi scoprire (mesi dopo) che han piantato spit dove spit non c’erano. Così sono capaci anche gli incapaci.
Almeno ora parlate chiaramente! Quanti e dove sono gli spit piantati ex-novo? Così si potranno pesare adeguatamente le numerose ripetizioni che ora andranno a sommarsi.

-frollo-
Vai pure… sono curioso di vedere come passerai bene in libera tutti i tetti adesso che c’è ben 1 spit piantato a mano in una sosta…
Ma smettetela dai…

lamontagnadiluce
Sfregio per sfregio allora il primo fu proprio Stenghel… che bucò per passare.
In quanto al famigerato spitroc, piantato da delendais 18, è l’unico presente… messo presumo per rinforzare la sosta costituita da 4 pressione.
Tra l’altro lo stesso spitroc è stato piantato su una crosta… quindi avrei seri dubbi sulla sua tenuta.
Sul tiro dei tetti oltre al materiale presente il bocia ha utilizzato per la progressione: un C6, un cuneo di legno e un Pecker…
Cara Scoiattolo, sei un’ingenua se pensi che la difficoltà della via sia limitata al tiro dei tetti.
La grande maestria di Stenghel sul friabile (leggasi vietato volare…) la si tocca con mano nei tiri che precedono la famigerata scala rovescia.

alberto60
Mi vorreste spiegare perché i chiodi a pressione che furono messi da Stenghel per salire, quindi forando, e che adesso non ci sono più, non devono essere rimessi?

delendais_18
Come al solito si perde il senso delle proporzioni. A me le “vie” pericolose piacciono, come piacciono i grandi racconti e le mezze verità sussurrate, mi attraggono i “si dice”, i “sembra che”, appena posso vado e constato. E così è stato per Big bang.
Spit e pianta spit nello zaino c’erano perché era chiaro che lo stato di conservazione della via non era ottimale.
Rispetto e ammiro il sig. Stenghel per come ha condotto la salita. Ma quando si è in parete si decide, e si subiscono le conseguenze delle proprie decisioni, senza possibilità d’appello.
Ritengo che adesso, in generale, lo standard di sicurezza di uno spit per sosta sia accettabile dove necessario.
L’amico che ha condiviso con me la salita, avendone il livello, si meritava la possibilità di tentare di salire il più possibile “pulito”, e uno spit di conforto ce lo siamo concessi.
Almeno ora si parlerà chiaramente di questa salita e delle sue caratteristiche tecniche e d’ingaggio e, passeggiando sul sentiero di ritorno, spendere elogi per l’intuito e la classe degli apritori e biasimo per i posteriori profanatori.

I particolari del primo tetto. Foto da http://www.ilmonodito.it/relazioni/14004_big_bang.pdf
BigBangParole--_bang3

scoiattolo
Sulla sostituzione dei chiodi a pressione non ci piove. Sostituirli con degli spit è opinabile, per me non è corretto ma se ne può discutere.
Aggiungere uno spit, se pur piantato a mano, nelle soste è comunque uno snaturare la via.
Lo è ancora di più, in questo caso, aggiungerlo in un punto dove non c’era.
Possiamo parlare di standard di sicurezza e possiamo anche essere tutti d’accordo. Però vie come Big Bang, o Fiore di Corallo non sono nate per tirare la libera, o essere salite ‘con uno standard di sicurezza. Invece ora Fiore di corallo, prima con uno spit solo per sosta, poi con gli spit in più sui passaggi scabrosi, è una via da provare in libera: ora lo stesso trattamento si comincia a farlo anche su Big bang: ma i motivi stessi per cui si è spinti su una via del genere sono (tra gli altri) proprio l’assenza di quello spit.
Poi se è stato piantato male, o magari non tiene, è un altro paio di maniche, fatto sta che è un’aggiunta (e non una sostituzione) a quanto utilizzato dal primo salitore.
Restyling? Potrebbe essere. Vale la pena fare un restyling di una via con 20 ripetizioni in 20 anni? E in che modo? Se sostituiamo tutti i pressione con spit non è più la stessa via. Se li sostituiamo con altri pressione probabilmente non è la stessa via. A che pro? Per lo standard di sicurezza?
In ogni caso, ci sarebbero state ben più di venti cordate in venti anni a ripetere quella via se si fossero portate un piantaspit, anche senza utilizzarlo.
E per ultimo, ripeto che su tutti gli epici racconti fatti la correttezza avrebbe imposto di dire subito “abbiamo piantato uno spit in una sosta”. Che poi fosse giusto o meno se ne può discutere. Ma non dirlo da subito è stato scorretto.

leuzz
Salve, premetto subito che io sono il complice con cui delendais18 ha “sfregiato” la via. Innanzitutto, prima di insinuare cose non vere (vedi il non aver dichiarato lo spit) leggetevi il post di apertura del topic dove si parla chiaramente di uno spit dell’8.
Come già è stato fatto notare da altri, lo spit è stato aggiunto solo in una sosta dove erano presenti ben 4 chiodi a pressione ormai marci. Vorrei farvi notare che Stenghel ha piantato 4 chiodi a pressione non perché gli facesse fatica portarseli dietro ma perché su quella sosta e visto il tiro successivo si cacava in mano e visto che Stenghel fottendosene dell’etica ha piantato non 2 non 3 chiodi a pressione, bensì 4, allora io avendo 4 chiodi a pressione marci per respirare la stessa aria di Stenghel avrei dovuto piantare altri 2 chiodi a pressione nuovi fiammanti. Ergo, meglio uno spit.
Inoltre vi vorrei far notare che ora il tiro dei tetti, mancando di 3 o 4 pressione (non ricordo), si presenta abbastanza più ingaggioso di quando passò Stenghel, che, senza nulla togliere all’impresa, passò quasi tutto il tiro in artificiale sui pressione (nuovi).
Inoltre, e per finire, penso che l’analogia fatta con Fiore di corallo sia inappropriata date le peculiarità di Big bang (leggi roccia molto marcia) che non la porteranno mai ad essere rivalutata né in senso sportivo né in senso di classica alpinistica.

Giuliano Stenghel
BigBangParole-giuliano_stenghel_imagefull

emanuele
Il tiro che precede i tetti è delicato, ma proteggibile con friend e chiodi (ne ho lasciato uno rosso verso la fine): sarà VI+ e con un po’ di “manetta” si supera, invece il tiro dei tre tetti con la partenza dalla sosta precaria su chiodi a pressione ossidati di dubbia tenuta è davvero “una sfida” anche perché non si capisce come il primo salitore possa aver trovato il modo di mettere il mega cuneo e il bong più sopra (che ora non c’è più perché nella cassa del mio materiale).
Io non la ripeterò perché non ho più lo slancio di anni fa, ma se dovessi cambiare idea andrei soprattutto per capire meglio la dinamica della prima salita.

Giorgio Travaglia
Il tiro dei tre tetti… su questo tiro secondo me e credo di poterlo affermare con una certa sicurezza, con il materiale giusto ovvero cunei di legno e bong da accoppiare con i cunei (o mega friend) si passa senza chiodi a pressione. Il primo sono riuscito ad evitarlo. Per dire che, essendo possibile passare anche senza i chiodi a pressione essendo dotati del giusto materiale, non vedo la necessità di ripiantarli.
Comunque in un tratto ci sono due buchi, uno appena superficiale e un altro profondo circa mezzo centimetro: segno che Stenghel o chi per esso ha provato a bucare senza successo. Poco dopo ci sono due chiodi a pressione che non sono stati piantati fino in fondo ma sporgono molto. Prima del primo chiodo a pressione dei due di fila c’è un buco dove invece sicuramente una volta ci fu un chiodo a pressione che ora non c’è più. La mancanza di quest’ultimo obbliga a prendere al volo con un cordino quello successivo.
La prima cosa che ho pensato vedendo queste cose è stata: Mi sa che Stenghel di pressione non se ne intendeva molto se ha fatto tutto ‘sto casino.

delendais_18
Mi sa che le nebbie intorno alla dinamica della prima salita sarà ben difficile che si diradino…

fasin
A uno che è in grado di fare vie come questa gli si può anche perdonare qualche svarione nei messaggi… tanto non conta niente saper scrivere in maniera corretta.

ciocco
Non ho né il level né il “pelo” per andare a ripetere questa via: però, per aggiungere “aggratis” un altro po’ di masturbazioni mentali (perché di questo in realtà si tratta), lasciare un chiodo in più e portarsi via il bong del primo salitore non è già un po’ snaturare la via?
Che poi questa cosa del portarsi via il materiale presente in parete proprio non la capisco e mi sa anche un po’ di mancanza di rispetto sempre che il chiodo lasciato sia nei paraggi di dove stava il bong (però Stenghel aveva lasciato il bong e non il chiodo…).

alberto60
Forse Stenghel aveva un tirvit per portarsi dietro il mega cuneo di legno.

delendais_18
Che cos’è un “tirvit”?

primularossa
Povero Stenghel, si prenderà anche un po’ del disonesto…

La parete del Dain di Pietramurata (Pian de la Paia): esattamente al centro si nota l’enorme diedro, tra sole e ombra, caratterizzato dai tre tetti consecutivi, direttiva della via Big bang
Pian de la Paja (Arco), via dell'Angelo
Intanto si chiarisce che il tirvit in realtà è un tirfort, un paranco.

alberto60
Perché disonesto? Anche i sacconi da big wall si parancano. Mica si portano su sulle spalle…

emanuele
Guarda che il bong non l’ho portato via come ricordo: è rimasto in mano al mio compagno che da secondo vi si era attaccato; il chiodo che ho piantato è rimasto in via perché il mio compagno non è riuscito a toglierlo senza dover rompere la fessura e comunque prima di parlare vai, ripeti la via e poi puoi pontificare…
Nella mia esperienza c’è sempre stato il rispetto sia dell’ambiente che degli alpinisti.

alberto60
Emanuele… lascia perdere!

francesco vinco
Condivido quanto dice delendais_18, ma ammetto che ognuno può vederla in modo diverso. Ma se andrò a farla… spero presto, certamente salirò come “io” saprò interpretarla e come meglio riterrò di proteggermi… spit sì o spit no.
E, sbilanciandomi, mi frega poco del giudizio di altri.

ciocco
Ecco… lo sapevo che Emanuele s’incazzava…
Al di là della battuta, nel tuo intervento precedente non si capiva che il bong si era rotto. Se ritieni che con le mie parole ti abbia offeso ti chiedo scusa.
Non era mia intenzione pontificare e, come ho premesso, non ho le qualità per andare a ripetere quella via.
Avevo anche scritto che si tratta di masturbazioni mentali perché alla fine quando si parla di etica ognuno ha la sua ed è sempre convinto che sia la più giusta.
Ti rinnovo le mie scuse, si è trattato solo di un’incomprensione tanto più che io leggo sempre interessato i tuoi interventi dai quali si deduce la tua grande esperienza alpinistica (so che questa può sembrare una sviolinata ma non lo è, non ho bisogno di leccare il culo a nessuno.
P.S. Se ogni volta prima di parlare bisogna fare allora prima di parlare di calcio ci vuole almeno una presenza in serie A e prima di parlare di politica bisogna aver svolto almeno un mandato in parlamento?

delendais_18
Ovvia, tutti bravi a ragionare, a profondere lodi agli apritori, a complimentarsi con i ripetitori, a biasimare gli “sfregiatori”, ma a questo punto s’impone un intervento dirimente di un impavido salitore in libera on sight, o no?

Giorgio Travaglia
Le prestazioni sportive lasciamole all’arrampicata sportiva.

Alison
Io l’ho salita un pochino di anni fa! Cosa ricordo? Di avere bestemmiato (ma mi capita spesso anche nei cantieri), di essermi cagato addosso (ma questo mi capita anche quando la tengo tanto in posti dove devo tenerla), e non ricordo di essere andato dalla Nadia (semplicemente perché allora lei non gestiva il bar)… Cosa altro ricordo? Che è una via come tante e come tante se vai a ripeterla sei solo un ripetitore che ha la fortuna di sapere che tipo di via è.
Adesso prima di ritrovarci tutti in Medale per guardarci negli occhi, io parlerei un po’ di… Continuate voi!

biruss
Ieri anche noi, Mirko Corn e Stefano Vulcan abbiamo ripetuto la mitica Big Bang, a noi è piaciuta molto, un concentrato di impegno (non è una via lunga) ma molto delicata, costretti a mantenere la concentrazione fino in fondo. Penso di aver fatto la prima salita in arrampicata libera come primo di cordata dei tre tetti (non usando il grande cuneo di legno finale), penso che le difficoltà si aggirino sul 6c (usando con le mani il cuneo) e sul 7a senza. Ma naturalmente l’impegno psicologico è più elevato vista la precarietà dei chiodi. Consiglio a chi vuole ripeterla preventivando una caduta almeno il n° 6 BD visto che noi avevamo solo il n° 4 ed è stato inutilizzato. Via maschia!

undertaker777
Ma sei sicuro che non ci sia passato qualche mostro prima di te? Ho dei grossi dubbi che nessun big, di passaggio per Arco, non ci abbia fatto un giro (tentando la libera).
Noi eravamo mezze tacche e l’abbiamo salita in A0, ma credo che per gente del calibro di Manolo, che in Sarca era di casa, non sia proprio una via al limite, anzi ci avrà passeggiato.
Anche sulla ventina di ripetizioni di un commento precedente… ormai ha 40 anni anche quella via, e qualche ripetizione all’anno mi pare naturale che l’abbia… quindi 40 x n volte…

onoff
Nel 2013, un 7a, prima libera, congratulazioni!

primularossa
Complimenti… con quella chiodatura… non è da tutti!

biruss
Ola, non volevo fare il fenomeno, ma dare indicazioni utili, visto che Manolo non l’ha neanche ripetuta. Non buttatevi giù dandovi delle mezze tacche, quelli forti ci sono in tutti gli sport, ma già poter scalare, grado a parte, è una bella fortuna.

undertaker777
Da come l’ho vista io vent’anni fa, era un grosso pericolo per noi, senza materiale adatto per proteggerci, ma soprattutto eravamo scarsi. Secondo me, per top climber ben attrezzati, e per certo da quelle parti ne passano un sacco, è una vietta di 150 metri adatta a scaldarsi…
Se io e il mio socio ci siamo infilati su quella, perché sulla Levis che volevamo provare c’erano altre cordate, per logica credo che per gente tipo un Rolando Larcher faccia uguale… e di certo senza appendersi o trazionare. Non credo che poi vadano di corsa al bar a cercare il quaderno delle salite, per timbrare il cartellino… Mi sbaglierò…

 

Il thread è così giunto all’aprile 2013. Ma è solo qualche giorno fa che Giuliano Stenghel mi ha scritto pubblicamente:
Ciao Alessandro,
sul forum di Planetmountain ho letto delle esternazioni – di tutto e di più – a riguardo della via Big bang aperta con Alessandro Baldessarini (Baldix) nella primavera del 1980 sul Piccolo Dain di Pietramurata (Pian della Paia).
Vorrei approfittare del tuo blog per raccontare… esprimere, esporre con chiarezza la storia di una delle salite più impegnative (almeno per quegli anni) della valle del Sarca.
Per caso ho letto, proprio sul forum, che i chiodi a pressione sui tetti della
Big bang sono usciti durante la nostra prima salita. Non è assolutamente vero: i tetti li abbiamo superati traversando in parete e anche con l’aiuto di qualche chiodo a pressione piantato fino a metà a causa della punta del punteruolo storta (persino in quelli di sosta sotto gli strapiombi non sono riuscito a fare i buchi per la loro lunghezza). Ammetto anche di non aver mai avuto dimestichezza con chiodi a pressione (in tutta la mia carriera alpinistica, ne ho usati una decina circa).

Dalla guida Vie di roccia e Grotte dell’Alto Garda, il disegno che descrive le vie Big bang e Cesare Levis al Dain di Pietramurata
BigBangParole-0002
In questo momento mi è impossibile ricordare perfettamente quanti ne ho messi sulla
Big bang, probabilmente l’ho scritto sulla relazione nella prima guida d’arrampicata della valle del Sarca (qui Stenghel si riferisce a Vie di roccia e Grotte dell’Alto Garda, edizioni Emanuelli, 1983, dove riferisce di aver usato 8 chiodi, tutti lasciati, senza far riferimento a chiodi a pressione se non per la sosta sotto ai tre tetti, ma accennando a “bongs” usati – NdR) che, purtroppo, non trovo più. Chiodi comunque che mi hanno permesso di proseguire e sui quali sono saliti anche il mio secondo e anche i primi ripetitori: Renzo Vettori e compagni (ho visto una sua diapositiva proprio sui tetti e se vado in cantina dovrei averne anch’io). Successivamente qualcun altro mi ha testimoniato di aver ripetuto la Big bang approfittando proprio dei miei, seppur insicuri, chiodini.
Sono passati oltre trent’anni e forse, a causa di qualche caduta, alcuni di questi hanno ceduto! Si sa che ciò può accadere. Mi dispiace alquanto venire a conoscenza che ci sia stata una vittima.
Vorrei anche approfittare dell’occasione per palesare che il tiro più duro della
Big bang non è stato quello dei tetti, bensì quello sottostante, che ho superato con una sola protezione e con l’inconveniente di un masso che mi è franato addosso venti metri sopra la sosta e senza una protezione tra me e il mio compagno che ha rischiato una brutta fine…
Ritornando a ciò che ho letto sul forum: non sono assolutamente contrario che i chiodi a pressione attualmente mancanti vengano ripristinati con degli spit, anzi sarebbe un peccato che la via non venisse più ripetuta per questo motivo. Non dimentichiamoci però che i vecchi chiodi erano pochi e mi trovo d’accordo purché vengano sostituiti solo quelli mancanti.
Su quasi tutte le vie che ho aperto sui Colodri hanno strappato i nostri chiodi – usati da centinaia di cordate per oltre un decennio – per sostituirli con degli spit, messi dall’alto con un comodo trapano. Così facendo si è voluto cancellare la storia, l’arte e la fatica di chi per primo si è avventurato con mezzi tradizionali su quella parete. E tutto in nome della sicurezza. A mio parere i quadri degli altri, proprio per ciò che rappresentano, bisogna lasciarli stare!Concludo con una considerazione: “E’ impossibile fare dell’alpinismo senza rischio!”.

E subito dopo aggiunge: “Comunque nell’apertura di una via il mio maggior problema era salire metro dopo metro, con l’incognita di appendermi a volte persino su chiodi che entravano qualche centimetro. Se poi rimangono in mano a qualcuno non so cosa farci. Se avessi voluto aprire vie sicure avrei usato il trapano, ma non era nel mio stile”.

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Re-styling intelligente


Ri-attrezzare rispettosamente le grandi vie del passato si può!

Una delle grandi motivazioni per rivedere lo stato di chiodatura di una vecchia via (e qui non faccio distinzione tra falesia e montagna) è la constatazione dell’abbandono in cui questa versa. Sterpi, appigli mobili, erba, chiodi che ballano, ecc.
Preferisco usare la parola “motivazioni”: altri, più radicali di me, potrebbero dire “pretesti”.
In ogni caso lo scopo è quasi sempre “rendere fruibile” un terreno di arrampicata che altrimenti vivrebbe altri anni di solitudine.

Heinz Grill
RestylingIntelligente-spirit-heinz-grill

E’ vero: fino all’affermarsi della cultura sportiva, chiunque facesse una via nuova non si preoccupava minimamente di coloro che sarebbero venuti dopo, arrampicava per se stesso, rischiava e nessuno metteva in discussione che chi voleva seguirlo, mesi o anni dopo, avrebbe dovuto rischiare e penare allo stesso modo.

Se si lasciava chiodata una via, non era per scrupolo ecologico o per gentilezza e riguardo verso il ripetitore… era solo perché l’apritore non aveva problemi nel suo personale approvvigionamento di ferraglia.
Se le ripetizioni mancavano, meglio! Si sottolineava il grande impegno necessario per quell’itinerario…

Oggi, con l’avvento dello spit, con le protezioni mobili e con la mutata sensibilità nei confronti del possibile numero di ripetitori, cioè di giudici favorevoli al nostro operato, si tende a un comportamento del tutto diverso.
Questo modo di pensare si riflette anche nel prendere in considerazione vecchi percorsi.

Ma i modi in cui si può affrontare il restyling sono davvero molti e sfumati. Ciò che lo scalatore trad (o similari, questione di definizione) auspica oggi non è che si proceda a una ri-attrezzatura “sportiva” tout-court, bensì che si ri-crei un itinerario senza “essenzialmente” snaturarlo.

Esempi di cosa vado dicendo ce ne sono molti, anche se quelli di una ri-attrezzatura brutalmente sportiva sono assai superiori di numero, direi dieci a uno.
Qualche anno fa le guide lecchesi procedettero in un programma di restyling di alcuni itinerari della Grignetta e della Corna di Medale. Mentre alcune vie furono spittate come itinerari sportivi, su altre si preferì (a volte per espresso desiderio dell’apritore, magari ancora vivente…) sistemare a spit solo le soste e invece, per ciò che riguarda i chiodi di protezione della via, realizzare una chiodatura efficiente, perché fatta appesi alle corde e non procedendo da primi di cordata. Quindi: sostituzione di chiodi con rispetto del numero originale, asportazione di erba, spine, lichene, terra, appigli mobili. Asportazione dei vecchi cunei in fessure oggi proteggibili con nut e friend. In qualche caso anche stabilizzazione artificiale di scaglie. Certo, un compromesso: però intelligente.

Gli esempi più belli di re-styling ci vengono però dalla Valle del Sarca, dove Heinz Grill, il più attivo apritore di nuovi itinerari degli ultimi anni, si sta dando da fare con la sua squadra a ri-valorizzare gli itinerari del passato. Lo affianca  gente come Florian Kluckner o Franz Heiss, per non parlare delle tenaci e graziose “ancelle” Johanna Bluemel, Petra Himmel, Barbara Holzer, Sigrid Koenigseder, Sandra Schieder, Monika Staufer e magari altre.
Vie come il pilastro Cristina e Alba Chiara (entrambe a Monte Casale), come Luce del primo mattino al Piccolo Dain, oppure ancora l’attuale ciclopica lavorazione su Oasi di Pace sulla Cima alle Coste sono lavori che richiedono settimane a più persone! Stiamo parlando infatti di vere e proprie vie di centinaia di metri.

In questi casi dunque, la volontà di ri-proporre un itinerario che trasuda storia anche agli odierni arrampicatori, in modo che questi apprezzino il valore dei primi apritori, supera di molto la semplice volontà di “rendere fruibile”, termine irrispettoso che sa di “consumo” e di “superficialità”.

Giuliano Stenghel e Heinz Grill. A quando il re-styling di una delle grandi vie di “Sten” Stenghel?
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