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Il segreto del Campanile – 1

Il segreto del Campanile – 1
(la verità obliqua di Severino Casara) (1-4)

Sul versante nord, quello disceso con ardite corde doppie da Tita Piaz e compagni, il Campanile di Val Montanaia presenta una parete verticale e strapiombante di 30 metri di altezza: essa si appoggia su un breve zoccolo posto più in alto degli altri versanti di almeno 120 metri ed è coronata da una cuspide di 60 metri di dislivello. È naturale che ben presto qualcuno tentasse di salire gli Strapiombi Nord, onde avere una via più breve e più diretta alla vetta. Toccò ai fratelli Berto, Paolo e Luisa Fanton, con i due austriaci Otto Bleier (cliente) e Franz Schroffenegger (guida), prodursi invano per due lunghe giornate (4 e 10 ottobre) nel tentati­vo di superare ad ogni costo la parete. Era il 1913: i Fanton e i due austriaci erano alpinisti di grande valore, con al loro attivo moltissime prime e ripetizioni qualificanti. Il racconto di Bleier è molto circostanziato (Österreichische Alpenzeitung, 1915) e vogliamo riassumere qui i punti principali. Con una lunghezza non difficile raggiunsero le terrazze sotto la parete. Da qui videro subito la possibilità di traversare a destra al punto debole, molto esposto ma breve, circa 10 metri. Da lì, e cioè da uno spigolo che per la disposizione rovescia degli appigli venne chiamato Spigolo a Denti di Sega, si poteva proseguire con minori difficoltà fino al Ballatoio, cioè alla cengia-collare che segna la fine degli strapiombi e l’inizio della cuspide. La relazione Bleier dice che Paolo Fanton non era presen­te al primo tentativo, mentre una fotografia di Luisa Fanton, dalla quale è stato tratto il disegno apparso sulla prima edizione della guida Berti mostra quattro alpinisti in piramide, il 4 ottobre 1913. Dal buon terrazzino quindi, con quadruplice piramide, Berto Fanton riuscì a piantare un chiodo a circa 3 metri di altezza. Da qui una stratificazione dolomitica, molto spesso inter­rotta e cieca, si dirige a destra verso lo Spigolo a Denti di Sega. Nell’intento evidente di traversare a corda, i quattro riuscirono a piantare un gruppetto di chiodi più a destra e poi ancora un altro chiodo, ancora più a destra. Di questo ultimo chiodo, il più a destra di tutti, non è fatto cenno nella relazione Casara e nel disegno della guida Berti (1929), ma esso è ben visibile nella foto che Arnaldo Marchetti fece il 23 settembre 1923. Sfiniti, abbandonarono il tentativo, lasciando i chiodi uniti da uno spezzone di corda. Mentre Bleier era convinto dell’inutilità di insistere, Berto Fanton continuò ad essere ottimista; ma la guerra lo falciò.

Da Forcella Montanaia sul Campanile di Montanaia (Dolomiti d’Oltrepiave, PN): gli Strapiombi Nord sono in ombra
Da Forcella Montanaia su Campanile di Montanaia (Dolomiti d'Oltrepiave, PN).

3 settembre 1925. Una comitiva di gitanti saliva faticosamente i ghiaioni di Forcella Montanaia. Un giovane di 22 anni, di Vicenza, già buon alpinista, li precedeva e li in­citava. Ma il gruppo, scoraggiato dall’afa e dal pendio erto, non avrebbe mai raggiunto la forcella. Severino Casara, mu­nito di una corda da 20 metri, in poche decine di minuti aveva scalato la vicina Cima Emilia. Alle 14 si aggirava nella nebbia alla base settentrionale del Campanile. Ed ecco, in sintesi, il suo racconto. Egli crede di aver a che fare con la via normale, salvo ad accorgersi all’ultimo momento di essere su un altro itinerario. Lo spezzone Fanton gli indica la strada.

Disegno di Annibale Caffi (da fotografia di Luisa Fanton): i fratelli Fanton, Bleier e Schroffenegger piantano i quattro chiodi sugli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia, 4 ottobre 1913
Disegno di Annibale Caffi (da fotografia di Luisa Fanton): i fratelli Fanton, Bleier e Schroffenegger piantano i quattro chiodi sugli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia, 4 ottobre 1913.

Si toglie gli scarponi e rimane in calze di lana. Getta la corda in alto fino a farla passare dentro lo spez­zone: così può salire al primo chiodo e traversare funambolicamente al gruppetto di tre chiodi sulla destra. Da lì la prosecuzione sembra impossibile, ma egli si lega alla sua corda passata nell’anello di uno dei chiodi Fanton, con 2 me­tri di lasco. Nel tentativo di salire in obliquo a destra vola per due o tre metri ed è trattenuto dal vecchio spezzone. Allora, preso da frenetica follia, slega la corda dal chiodo e, aiutandosi prima con la mano sinistra su di esso, poi con il piede sinistro in bilico sullo spezzone in tensione tra i vari chiodi, riesce, anche grazie alla sua elevata statura, ad afferrare con la mano destra una Fessurina orizzontale che gli permette di slanciarsi d’improvviso a destra e con alcune bracciate di raggiungere lo Spigolo a Denti di Sega. Si riposa sotto shock su un piccolo appoggio, poi sale su minori difficoltà evitando a sinistra un piccolo tetto e raggiungendo il Ballatoio.

Ritratto di Severino Casara, Vicenza, ottobre 1930. Foto: Studio fotografico Ferrini
Ritratto di Severino Casara, Vicenza, ottobre 1930. Foto: Studio fotografico Ferrini.

Sale sulla vetta e qui segna sul libro di aver eseguito la 67a ascensione al Campanile, prima per gli Strapiombi Nord. Scende al Ballatoio e lì bivacca, col maltempo. Il giorno dopo riuscirà a scendere per la via normale, aiutato da due targhe delle Ferrovie dello Stato por­tate lassù per scherzo e per segnare la via. Sfinito, risale alla Forcella Montanaia e scende al Rifugio Padova, dove può finalmente rifocillarsi. Lì stende una dettagliata relazione. Nel frattempo dai suoi compagni era stato dato l’allarme: il dr. Antonio Berti e uno dei Fanton gli vanno incontro, sapu­to ch’egli era ormai sceso al Padova. Casara è in stato confusionale: rimarrà quasi una settimana nella villa di Berti a Gogna di Cadore, sotto stretta cura, a delirare «mamma mia, cado, cado».

Severino Casara il mattino dopo la sua salita dal nord del Campanile di Val Montanaia e dopo il bivacco sotto la cima, ormai sulle ghiaie del canalone che scende dalla Forcella del Campanile verso il rifugio Padova, incontra tre alpinisti padovani che gli offrono tè, marmellata e biscotti (4 settembre 1925)
Severino Casara il mattino dopo la sua salita dal nord del Campanile di Val Montanaia e dopo il bivacco sotto la cima, ormai sulle ghiaie del canalone che scende dalla Forcella del Campanile verso il rifugio Padova, incontra tre alpinisti padovani che gli offrono tè, marmellata e biscotti (4 settembre 1925).

11 settembre 1930. Sono passati cinque anni e nel frattempo la guida Berti era stata pubblicata, con il disegno e la relazione di Casara. I bellunesi Attilio Tissi, Giovanni Andrich (reduci dall’ottava salita e prima senza bivacco della via Solleder alla Civetta), Attilio Zancristoforo e Francesco Zanetti cercano di ripetere l’itinerario Casara, così come è descritto nella guida. Ma non vi riescono, nonostante la sta­tura fisica di Tissi almeno pari a quella di Casara. Con gran­de uso di chiodi riescono a superare lo strapiombo con salita obliqua a destra, del tutto in artificiale e con l’uso di piramide. Al loro ritorno accusano Casara di avere mentito, per­ché la Fessurina orizzontale in alto a destra del gruppo di chiodi Fanton semplicemente non esiste.

La foto ingannatrice. Gli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia con la corda del tentativo Fanton, ripresi dal fotografo Marchetti il 23 settembre 1923, dunque due anni prima della salita Casara. La corda è attaccata a sinistra ad un chiodo (1) nella fessura orizzontale (A) e, a destra dell’arco, a tre chiodi (2) nella stessa fessura. Essa si prolunga poi in alto vicino alla fessura superiore (B), parallela a quella sottostante A, sostenuta da un quinto chiodo (3). In seguito, secondo ciò che racconta Casara, il quinto chiodo si staccò lasciando il tratto di corda pencolante dai tre chiodi (2) della fessura inferiore (A). Casara, nel 1925, trovò pertanto la fine destra della corda Fanton sui tre chiodi della fessura A, col capo pencolante dagli stessi: fessura ch’egli seguì per raggiungere lo Spigolo a Sega e poi la parete articolata e il Ballatoio, come segnò il giorno dopo in uno schizzo abbozzato nel libro del rifugio Padova. Sempre secondo la ricostruzione di Casara, pochi giorni dopo la salita, egli, avuta dal Marchetti questa foto, segnò una linea retta a destra dell’estremità della corda Fanton, che qui nella foto è meno di un metro più in alto del punto dei tre chiodi dai quali pendeva la corda all’atto della salita. In tal modo, ingannato dalla foto che faceva finire la corda verso la fessura alta (B) egli segnò questa quale passaggio anziché quella bassa (A) dove finiva la corda quando egli salì. 4-4 =Spigolo a Sega. 5=Tetto. 6=Gibbosità. 7=Appoggio. Foto: Arnaldo Marchetti
La foto ingannatrice.  Gli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia con la corda del tentativo Fanton, ripresi dal fotografo Marchetti il 23 settembre 1923, dunque due anni prima della salita Casara. La corda è attaccata a sinistra ad un chiodo (1) nella fessura orizzontale (A) e, a destra dell'arco, a tre chiodi (2) nella stessa fessura. Essa si prolunga poi in alto vicino alla fessura superiore (B), parallela a quella sottostante A, sostenuta da un quinto chiodo (3). In seguito, secondo ciò che racconta Casara, il quinto chiodo si staccò lasciando il tratto di corda pencolante dai tre chiodi (2) della fessura inferiore (A). Casara, nel 1925, trovò pertanto la fine destra della corda Fanton sui tre chiodi della fessura A, col capo pencolante dagli stessi: fessura ch'egli seguì per raggiungere lo Spigolo a Sega e poi la parete articolata e il Ballatoio, come segnò il giorno dopo in uno schizzo abbozzato nel libro del rifugio Padova. Sempre secondo la ricostruzione di Casara, pochi giorni dopo la salita, egli, avuta dal Marchetti questa foto, segnò una linea retta a destra dell’estremità della corda Fanton, che qui nella foto è meno di un metro più in alto del punto dei tre chiodi dai quali pendeva la corda all'atto della salita. In tal modo, ingannato dalla foto che faceva finire la corda verso la fessura alta (B) egli segnò questa quale passaggio anziché quella bassa (A) dove finiva la corda quando egli salì. 4-4 =Spigolo a Sega. 5=Tetto. 6=Gibbosità. 7=Appoggio. Foto: Arnaldo Marchetti.

Scoppia immediatamen­te la polemica sugli Strapiombi Nord, nonché la corsa alla ripetizione dell’itinerario originale. Casara ammette che l’ubicazione dei chiodi Fanton, così come è indicata sulla guida, è errata. La Fessurina orizzontale è dunque più bassa, è all’altezza dei chiodi. Ribatte che però la sua relazione del rifugio Padova è esatta e più corretta infatti appare anche alla commissione d’inchiesta presieduta da Antonio Berti. Tita Piaz e Raffaele Carlesso tentano la traversata assicurati dall’alto, ma non rie­scono. Luigi Micheluzzi non tenta neppure. Poi è la volta di Celso Gilberti che, assicurato da Renzo Granzotto, riesce nel maggio 1931, piantando altri due chiodi, a raggiungere lo Spigolo a Denti di Sega: è però costretto dal brutto tem­po a ritornare indietro.

Lo schizzo di Annibale Caffi della Guida delle Dolomiti Orientali 1928 che, ricavato dalla foto Marchetti di alcuni anni prima, riporta erroneamente l’estremità destra della corda del tentativo Fanton vicino alla fessura superiore, sostenuta da un quinto chiodo. Questo, secondo la versione Casara, in seguito si staccò lasciando pencolare il mozzicone di corda dai tre chiodi infissi nella fessura sottostante, da lui in seguito percorsa. Ingannato così dalla foto, e ricordando di aver traversato dopo la fine della corda, Casara nello schizzo indicò erroneamente da percorrere in una ripetizione la fessura alta, anziché quella sottostante all’altezza dei tre chiodi
Lo schizzo di Annibale Caffi della Guida delle Dolomiti Orientali 1928 che, ricavato dalla foto Marchetti di alcuni anni prima, riporta erroneamente l'estremità destra della corda del tentativo Fanton vicino alla fessura superiore, sostenuta da un quinto chiodo. Questo, secondo la versione Casara, in seguito si staccò lasciando pencolare il mozzicone di corda dai tre chiodi infissi nella fessura sottostante, da lui in seguito percorsa. Ingannato così dalla foto, e ricordando di aver traversato dopo la fine della corda, Casara nello schizzo indicò erroneamente da percorrere in una ripetizione la fessura alta, anziché quella sottostante all'altezza dei tre chiodi.

In questo schizzo, rifacimento di quello originale Caffi pubblicato nella guida del 1928, si vede come Casara dice di aver trovato la corda del tentativo Fanton il giorno della salita. Attaccata a sinistra ad un chiodo nella fessura bassa orizzontale e, dopo l’arco, a destra a un gruppo di tre chiodi infissi nella stessa fessura, col pendente lasciato dal quinto chiodo più in alto, staccatosi, in precedenza, dalla parete. Il salitore che, tratto in inganno dalla foto, aveva segnato il suo percorso sulla fessura alta dove finiva la corda Fanton col suo prolungamento, corresse in seguito l’errore indicando la fessura reale più bassa, che porta qui il n°2, e nella quale, al suo passaggio, finiva la corda Fanton. Lungo tale fessura passarono poi le cordate successive che ripeterono la via. La questione del distacco della corda è tuttora discussa, in quanto Tissi e compagni trovarono certamente un quinto chiodo in posto (a meno che questo non sia stato reinfisso in altri tentativi sconosciuti ed effettuati tra il 1926 e il 1930). Casara in più non precisa se all’estremità dello spezzone fosse ancora fissato il chiodo fuoriuscito o se questo fosse ancora infisso nella roccia senza però essere collegato allo spezzone. È molto difficile che un chiodo fuoriesca da solo (tra il 1923, anno della foto Marchetti, e il 1925) ed ancora più improbabile è che il nodo con cui lo spezzone era fissato al chiodo si sia sciolto da solo. Dunque occorre pensare che ci sia stato qualche ipotetico tentativo di prima ascensione tra il 24 settembre 1923 e il 2 settembre 1925
In questo schizzo, rifacimento di quello originale Caffi pubblicato nella guida del 1928, si vede come Casara dice di aver trovato la corda del tentativo Fanton il giorno della salita. Attaccata a sinistra ad un chiodo nella fessura bassa orizzontale e, dopo l'arco, a destra a un gruppo di tre chiodi infissi nella stessa fessura, col pendente lasciato dal quinto chiodo più in alto, staccatosi, in precedenza, dalla parete. Il salitore che, tratto in inganno dalla foto, aveva segnato il suo percorso sulla fessura alta dove finiva la corda Fanton col suo prolungamento, corresse in seguito l'errore indicando la fessura reale più bassa, che porta qui il n°2, e nella quale, al suo passaggio, finiva la corda Fanton. Lungo tale fessura passarono poi le cordate successive che ripeterono la via. La questione del distacco della corda è tuttora discussa, in quanto Tissi e compagni trovarono certamente un quinto chiodo in posto (a meno che questo non sia stato reinfisso in altri tentativi sconosciuti ed effettuati tra il 1926 e il 1930). Casara in più non precisa se all’estremità dello spezzone fosse ancora fissato il chiodo fuoriuscito o se questo fosse ancora infisso nella roccia senza però essere collegato allo spezzone. È molto difficile che un chiodo fuoriesca da solo (tra il 1923, anno della foto Marchetti, e il 1925) ed ancora più improbabile è che il nodo con cui lo spezzone era fissato al chiodo si sia sciolto da solo. Dunque occorre pensare che ci sia stato qualche ipotetico tentativo di prima ascensione tra il 24 settembre 1923 e il 2 settembre 1925.

Il 26 luglio 1931 due cordate di triestini, dirette da Giulio Benedetti e Giordano Bruno Fabjan, riescono a completare l’itinerario di Gilberti e quindi dimostrare la possibile esistenza di una via Casara. Sulla traversata però piantano altri due chiodi in più di Gilberti. E siamo quindi a quattro chio­di, più quelli dei Fanton. Assumendo la traversata di circa 10 metri, non calcolando il chiodo iniziale Fanton (metro di traversata zero) e valutando a due il gruppo di chiodi Fanton + uno (l’ultimo più a destra della rela­zione Bleier), siamo a quota 7, una media di un chiodo ogni 142 centimetri, quindi siamo ad apertura di braccia con martello.

La polemica continuò, riaccesa perché anche i triestini sosten­nero che non si poteva passare senza chiodi. In seguito per molto tempo non ci furono fatti degni di nota: Antonio Berti sosteneva che non si poteva ingannare così un medico e che il delirio di Casara era genuino. Emilio Comici difese l’amico Casara, siccome dopo tante ascensioni fatte insieme egli riteneva di dovergli credere.

(continua)

Severino casara in arrampicata (anni ’30)
Casara in arrampicata