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Arrampicata difensiva

Arrampicata difensiva

Partiamo dalla definizione di Medicina difensiva (da Wikipedia):
La medicina difensiva consiste nella pratica di diagnostiche o di misure terapeutiche condotte principalmente, oltre che per assicurare la salute del paziente, anche come garanzia delle responsabilità medico legali seguenti alle cure mediche prestate.
Il medico deve difendersi perché il numero delle denunce è cresciuto oltre il normale, ma l’80% di queste denunce poi risultano infondate e il paziente perde la causa.

Dettagli
Evitare la possibilità di un contenzioso medico legale è la motivazione principale del porre in atto pratiche di medicina difensiva. Molto comune negli Stati Uniti, con un’incidenza variabile tra il 79% e il 93%, la medicina difensiva viene praticata specialmente nella medicina di emergenza, nei reparti di ostetricia e in altri interventi specialistici ad alto rischio.

Tipologia
La medicina difensiva può essere positiva o negativa.

Un incubo ricorrente tra i medici
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La medicina difensiva positiva si attua con un comportamento cautelativo di tipo preventivo (assurance behaviour); in tal caso il comportamento cautelativo si esplica nel ricorso a servizi aggiuntivi non necessari (analisi, visite o trattamenti), atti a:
– diminuire la possibilità che si verifichino risultati negativi;
– dissuadere i pazienti dalla possibilità di presentare ricorsi;
– redigere documentazione, la quale attesti che il medico ha operato secondo gli standard di cura previsti, in modo da cautelarsi da eventuali future azioni legali.

Quando diritto e salute non coincidono
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La medicina difensiva negativa si pratica invece con l’astensione dall’intervento di cura (avoidance behaviour), che si manifesta nel caso in cui il medico eviti di occuparsi di determinati pazienti o di eseguire interventi ritenuti ad alto rischio.

Rimedi
La medicina difensiva è ritenuta un fenomeno da arginare nell’interesse del medico, del paziente e anche delle casse dello Stato: in Italia, infatti, la medicina difensiva pesa per oltre il 10% sulla spesa sanitaria. Tra i rimedi suggeriti, quelli di orientare la formazione degli studenti in medicina verso una maggiore attenzione al rapporto medico-paziente, rendere gli orari di lavoro meno stressanti, favorire il ricorso alla conciliazione in caso di errori medici.

Il ricorso a strumenti stragiudiziali per la risoluzione delle controversie è divenuto indispensabile anche allo scopo di evitare l’immediato ricorso all’Autorità Giudiziaria. Non a caso, il risarcimento del danno derivante da responsabilità medica rientra tra le materie per le quali, a partire da marzo 2011, è obbligatorio tentare preventivamente la mediazione civile.

 

Corsi di arrampicata difensiva
(liberamente tratto da Nonciclopedia, l’enciclopedia VM 18 e libera dai bambini)

L’arrampicata difensiva – detta anche arrampicata paraculo – è una particolare disposizione tattica con la quale si schierano al lavoro sempre più equipe d’insegnamento. Lo scopo non è tanto offrire prestazioni di elevato standard qualitativo all’allievo, quanto evitare il più possibile di prenderlo nel di dietro a seguito di denunce per supposta irresponsabilità. L’idea viene fatta risalire a Giovanni Trapattoni: catenaccio a oltranza per poi colpire spietatamente in contropiede. La messa in pratica è partita però dagli Stati Uniti d’America, che l’hanno esportata in tutto il mondo come omaggio gratuito in accompagnamento alla democrazia.

La stampa come sempre ci ricama sopra…
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Origini del fenomeno
Ci fu un tempo in cui l’operato dell’istruttore e l’istruttore stesso erano insindacabili e intoccabili: in falesia e in montagna tutti si alzavano in piedi e chinavano il capo al passaggio dell’arcigno distintivo di turno, ascoltandone in religioso silenzio il verbo infallibile. Le diagnosi erano inconfutabili e le prescrizioni erano sacre, da rispettare come i dieci comandamenti. In caso contrario si rischiava di essere zittiti con somma vergogna e di ricevere un clistere punitivo.

Bei tempi!

L’istruzione di massa ha favorito il declino di questa epoca. Le aumentate conoscenze della massa hanno fatto sì che si sviluppasse una maggiore consapevolezza, ma soprattutto che il numero di avvocati in circolazione aumentasse in maniera esponenziale. Tutta gente che aveva bisogno di lavorare in un campo che appariva saturo già da allora. Occorreva allargare il campo delle competenze, individuare nuovi bersagli: lo sport d’avventura era ancora un territorio in gran parte inesplorato. D’improvviso gli istruttori si resero conto che non potevano più trincerarsi dietro manovre e spiegazioni composte da termini tecnici noti solo agli addetti ai lavori. Ormai parole come prusik, marchand e lolotte erano alla portata anche di un coatto di periferia. La classe docente subì le prime condanne a seguito di errori particolarmente gravi, assicurando alla giustizia i responsabili di vari decessi o infortuni dovuti a negligenza e imperizia e riempiendo di quattrini le tasche dei parenti e dei loro avvocati.

E anche la televisione non scherza!
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Tutto bene, dunque?
No.
Gli studi legali si specializzarono in questo settore, i familiari degli allievi si riunirono in associazioni e le class action si diffusero come metastasi tumorali. La classe docente, sebbene patrocinata dai migliori principi del foro, scoprì di non essere più intoccabile e il panico si diffuse in breve tempo. Contemporaneamente il popolo aspirante alpinista, fino ad allora cornuto e mazziato, scopriva che rifare la facciata di casa, estinguere il mutuo, concedersi quel viaggetto alle Maldive, o semplicemente dimostrare di avercelo più duro degli istruttori, non era più un’utopia. Così le cause per malinsegnamento si estesero ad ogni minimo errore o incertezza: oggi come oggi un freno dissipatore, un guanto, una barretta energetica in più o in meno possono fare la differenza.

Pianificazione e attuazione
Tale situazione fa innescare un pericoloso circolo vizioso: l’operatore insegnante che perde la tranquillità sul lavoro è portato a commettere più errori e quindi a dibattersi in un numero sempre crescente di cause. Il problema è stato studiato con rigore altamente scientifico.

Al termine di accurate indagini, verifiche sul campo e simulazioni al computer, risulta evidente che non esiste una scappatoia efficace, se si esclude la soluzione finale per la casta avvocatizia, impraticabile per mere difficoltà tecniche. È stato perciò deciso di porre in essere una serie di accorgimenti atti a limitare al massimo i danni. Ciò ha condotto all’identificazione di due differenti approcci alla questione.

Arrampicata difensiva positiva
L’arrampicata difensiva positiva si attua con un comportamento cautelativo di tipo preventivo, che si esplica nel ricorso a servizi aggiuntivi non necessari (esamini, visite mediche o esercizi) atti a:

– Diminuire la possibilità che si verifichino risultati negativi (“La risonanza magnetica e l’elettroencefalogramma cui l’abbiamo sottoposta attestano con ragionevole certezza che il suo lieve tremolio di piede potrà scomparire in tempi brevi e senza lasciare esiti significativi”);

– Dissuadere gli allievi dalla possibilità di presentare ricorsi (“Ci ispiriamo a linee guida riconosciute e approvate in tutto il mondo. Vuole forse denunciare il mondo intero? E poi sappia che sono amico di Simone Moro”);

– Redigere documentazione che attesti che l’istruttore ha operato secondo gli standard d’insegnamento previsti, in modo da cautelarsi da eventuali future azioni legali (“Ho discusso il suo caso anche col Ministro dello Sport e con il CAAI: hanno entrambi convenuto che, con 647 pagine di documentazione, la sua lieve difficoltà nello “spallare” ha ricevuto tutte le attenzioni che meritava”).

Il fatto che questa pratica comporti un ingente spreco di risorse e soldi pubblici sembra non costituire un problema per nessuno, di conseguenza l’approccio positivo è gettonatissimo.

Arrampicata difensiva negativa
La negazione del problema è spesso una tattica vincente.

Esempio:
Lei avrebbe bisogno di un compagno che le faccia sicura come si deve… ma non posso farlo io, mi spiace (il difensivista altamente negativo)!
Perché? Lei è il miglior istruttore della città (un allievo perplesso)!
E intendo continuare a esserlo. Devo pregarla di andarsene. Mi lasci in pace (il catenacciaro negativo gioca di rimessa)!

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L’arrampicata difensiva negativa si pratica con l’astensione dall’intervento di docenza, che si manifesta nel caso in cui l’istruttore eviti di occuparsi di determinati allievi o dall’eseguire uscite ritenute ad alto rischio. Come fa l’istruttore a decidere di chi non occuparsi? Esistono più opzioni:

– Assenteismo: di volta in volta l’istruttore simulerà raffreddori, incidenti stradali, lutti familiari e quant’altro giustifichi un’assenza dalla Scuola all’improvviso;

– Documentazione: l’istruttore raccoglierà informazioni sull’allievo e i suoi familiari tramite investigatori privati, allo scopo di comprendere se si tratta di gente combattiva, cagacazzi e con conoscenze tra gli avvocati. In tal caso cederà volentieri l’allievo a un collega più sprovveduto;

– Ricerca: improvvisamente l’istruttore si accorge che la sua vera strada è l’accademia: sarà sempre impegnato in estenuanti viaggi all’estero per convegni, simposi, seminari che lo terranno a debita distanza dall’insegnamento sul campo.

Anche l’approccio negativo comporta un ingente spreco di risorse e soldi pubblici, ma anch’esso sembra funzionare egregiamente, quindi è gettonatissimo.

Spalle ben coperte, dunque?
Non sempre.

Infatti, se va male comunque?
Nonostante tutte le precauzioni, qualcosa va sempre storto e l’istruttore rischia di essere trascinato in tribunale. Per sua fortuna è obbligatorio tentare la mediazione civile prima di adire a vie legali. Una sorta di constatazione amichevole che mantiene pulita la fedina penale. A un certo prezzo. La classe docente si è organizzata proponendo alle parti lese dei pacchetti “tutto compreso” con i quali è possibile, a seconda del caso, comprarsi un’auto nuova, dotare di IPhone la famiglia e i parenti collaterali (compresi i più antipatici), affittare un attico a New York o trattare con disprezzo le commesse delle boutiques di Montecarlo. Ciò rende gli allievi felici e tranquillizza gli istruttori, che evitano la galera.

D’altra parte in galera ci finiscono sempre gli stessi coglioni.

Medice, cura te ipsum!
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L’esempio limite
L’istruttore più in pericolo è comunque colui che è anche medico: l’unione nella stessa persona di queste due qualifiche porta a rischi davvero esagerati.

Istruttore-medico di turno durante un uggioso turno pomeridiano al Policromuro di Arco: – Cos’è stato quel rumore?

Aiuto-istruttrice annoiata e demotivata: – Lo sloveno che sta facendo Stressami ha starnutito!

Istruttore-medico di turno improvvisamente preso dal panico: – Cosa? Presto, Gina, prepara subito l’aerosol con due fiale di beclometasone dipropionato, una di ambroxol, cinque gocce di salbutamolo e otto di ossitropio bromuro! E metti l’ossigeno a 8 litri al minuto! Poi, subito antibioticoterapia con ceftriaxone un grammo per tre endovena. Muoviti, non stare lì impalata!

Aiuto-istruttrice Gina che non intende rinunciare alla sua tranquillità: – Ehi capo, camomillati un attimo, eh!

Istruttore-medico che già si vede trascinato alla sbarra: – Seeee, camomilla! Il Rohypnol ci vorrebbe! Non mi distrarre che sto pensando! Dunque, ha starnutito… merda! Mmmm… uno starnuto può fargli partire un embolo… Gina, quando scende, iniziamo pure la profilassi antitromboembolica con EBPM a dosaggio massimo! Ah, dimenticavo… programmi in urgenza questi esami: emocromo, VES, PCR, PT, PTT, enzimi cardiaci, profilo renale ed epatico, emocoltura, urocoltura, rx torace, spirometria ed elettromiografia! Mmmm… quasi quasi richiedo una TAC. E anche una colonscopia!

Aiuto-istruttrice Gina, dannatamente pragmatica: – Ma capo, insomma… era solo uno starnuto!

Istruttore-medico di turno immerso nei suoi ottimistici progetti per l’avvenire: – Dillo! Dillo che mi vuoi vedere marcire in galera!

Conclusioni
Se si è allievi in Italia: meglio imparare all’estero.
Se si è istruttori in Italia: meglio esercitare in Nepal.

Ma è solo un’unghia incarnita…
– La prudenza non è mai troppa!

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La responsabilità civile nell’arrampicata

La responsabilità civile nell’arrampicata
a cura della redazione di Sestogrado.it (già pubblicato nel loro sito)

E’ un argomento spinoso che può sembrare incredibile a chi, come è giusto che sia, vive il rapporto con i compagni di cordata in reciproco spirito mutualistico, condividendo le gioie che l’arrampicata sa dare ed assumendosi consapevolmente i rischi derivanti dall’attività alpinistica.

Ma è un dato di fatto: ogni anno per le conseguenze derivanti da un incidente ci sono climber (o familiari di climber infortunatisi seriamente) che si rivolgono ad un aula di tribunale ritenendo, a torto o a ragione, di aver subito un danno causato da comportamento altrui e di aver diritto ad un risarcimento.

Essendo questo un argomento non banale, con varie sfaccettature ed interpretazioni, poco studiato dalla dottrina giuridica, cercheremo di farne una sintesi essenziale.

ResponsabilitaCivile
Di cosa NON ci occupiamo qui:
– incidenti che possono occorrere in attività svolta con guide o in scuola alpinismo;
– incidenti che possono occorrere nel corso di uscite CAI;
– conseguenze legate ad aspetti di carattere penale.

Di cosa ci occupiamo qui:
– incidenti che possono verificarsi in uscite tra compagni, amici o comunque persone non legate da interessi professionali / associazionistici;
– responsabilità civile, risarcimento del danno.

Questo tipo di uscite vengono definite dalla giurisprudenza come “Accompagnamento per amicizia o per cortesia” (proprio perché prive di qualsiasi aspetto di remunerazione che altrimenti le farebbe appartenere ad un rapporto professionale, disciplinato diversamente) e nel caso si dovessero verificare degli infortuni o incidenti si possono distinguere due situazioni piuttosto diverse tra loro e con interpretazioni giuridiche differenti:

1) caso in cui vi è affidamento tra accompagnatore ed accompagnato
2) caso in cui NON vi è affidamento tra accompagnatore ed accompagnato

1) il caso dell’affidamento si verifica quando c’è un accompagnatore che possiede, rispetto all’accompagnato, maggiori competenze, esperienza, capacità nel condurre l’uscita, tali che l’accompagnato vi fa totale affidamento per il compimento e gestione dell’uscita stessa. In questo contesto l’accompagnato si affida all’accompagnatore seguendone le direttive legando così l’accompagnatore ad un “dovere di protezione” nei confronti dell’accompagnato.

Esempio: capocordata che ha esperienza, rilevabile da precedenti corsi svolti con CAI, guide alpine, testimonianze che provano che arrampica da anni, etc. porta ad arrampicare amico alle prime armi.
In questa situazione, nel verificarsi di eventuale incidente/infortunio, la giurisprudenza impone all’accompagnatore un onere superiore in termini di responsabilità.

2) non vi è affidamento quando i membri della cordata/uscita hanno più o meno pari capacità e si affidano l’uno all’altro per la gestione dell’uscita. In questo caso la giurisprudenza tende a “spalmare” gli oneri di responsabilità in maniera più proporzionata su entrambi.

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Approfondiamo la responsabilità in caso di affidamento tra accompagnatore ed accompagnato: in caso di incidente è onere dell’accompagnato danneggiato provare l’esistenza di tale rapporto di affidamento (deve dimostrare che lui non era capace, era inesperto, alle prime armi e che invece il compagno aveva l’esperienza e le capacità per guidarlo).

La valutazione della colpa dell’accompagnatore è legata al tipo ed al grado di affidamento, ossia dal divario che esiste tra i due soggetti in termini di capacità. Tanto più alto è il divario tanto minore è la responsabilità dell’accompagnato danneggiato in caso di incidente.

Un incidente in simile contesto vede valutare con rigore le colpe dell’accompagnatore il quale è responsabile di varie potenziali situazioni causa dell’incidente: imprudenza, imperizia, negligenza nell’aver valutato le difficoltà tecniche dell’itinerario, le capacità dell’accompagnato, lo stato del terreno e delle condizioni climatiche, ecc.

In parole povere quand’è che un accompagnatore esperto è chiamato a risarcire i danni per un infortunio subito da un accompagnato inesperto?
Quando in primis l’incidente è dovuto a comportamento negligente dell’accompagnatore.

Ma anche quando l’incidente è dovuto a un comportamento dell’accompagnato frutto di sua imperizia, o di sua imprudenza derivante dal fatto di non avere un’esperienza adeguata alla gita in corso. L’idoneità dell’accompagnato alla gita dev’essere preventivamente valutata dall’accompagnatore, che ne assume perciò la responsabilità.

Quand’è che un accompagnatore esperto NON è chiamato a risarcire i danni per infortunio subito da accompagnato inesperto?
Quando l’accompagnato compie atto di macroscopica imprudenza frutto di inosservanza a ordini dell’accompagnatore: per es. compie una manovra così evidentemente e notoriamente rischiosa che non è ragionevole pretendere che fosse stata fatta oggetto di un divieto espresso dell’accompagnatore, come per esempio lo smontare la sicurezza di una sosta senza il previo consenso dell’accompagnatore, che sale in cordata per primo.

Il caso del rapporto tra membri di cordata, mancante dell’elemento dell’affidamento, viene valutato in maniera diversa.

Questo tipo di rapporto è così definito: non è accompagnatore ai fini dell’attribuzione della responsabilità corrispondente il semplice compagno di cordata o di gita: qui l’affidamento consiste soltanto nell’ordinario aiuto reciproco, che permette di diminuire consistentemente i pericoli, proprio solo per il fatto di essere in compagnia invece che da soli, tanto più se legati in cordata. In ogni caso non si ha un rapporto di accompagnamento se la differenza fra le capacità dei due o più compagni di gita è scarsa e la capacità complessiva del più debole è comunque ben sufficiente per affrontare le difficoltà e i pericoli della gita in condizioni di ragionevole sicurezza.

Conclusioni
L’arrampicata è uno sport pericoloso ed il fatto stesso di svolgerla coscientemente e volontariamente implica l’accettazione da parte di chi la compie di un qualche grado di rischio. D’altra parte la suddetta accettazione del rischio non permette di per sé di escludere ogni responsabilità dell’arrampicatore.

Il grado di consapevolezza e quindi accettazione del rischio varia a seconda dell’esperienza e delle capacità tecniche. In caso di incidente/infortunio che si verifichi in cordata nel quale uno dei soggetti sia chiamato a risarcire i danni, la giurisprudenza valuterà in maniera differente casi di non affidamento a casi di affidamento. Nei primi sarà più raro e difficile riuscire a provare una diretta responsabilità civile di uno dei compagni, nel secondo caso invece sarà più facile e probabile attribuire la responsabilità all’accompagnatore esperto.

Nota
Per scrivere il nostro articolo ci siamo basati su due testi:
La responsabilità dell’accompagnamento in montagna, di Vincenzo Torti, CAI, Milano, 1994;
– La responsabilità sciistica. Analisi giurisprudenziale e prospettive della comparazione, di Umberto Izzo e Giovanni Pascuzzi, Giappichelli, 2006.

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Note di Redazione
– la sintesi in diritto civile che Sestogrado.it ha fatto corrisponde in sostanza all’approccio tradizionale al caso della responsabilità (civile) per l’infortunio alpinistico, che è quello a nostro parere da difendere.
Il problema odierno è che da qualche anno si sta facendo strada un approccio alla materia per il quale quella responsabilità tende ad aggravarsi a carico del danneggiante (vedi ad esempio l’articolo http://www.banff.it/la-corte-di-cassazione-e-la-naturale-pericolosita-della-montagna/ su questo Blog). Vi è quindi  il rischio che la sintesi qui proposta da Sestogrado.it venga letta dal non esperto come certezza piuttosto che come auspicio e cosa da sostenere in massa.

– circa Umberto Izzo (e C.), la nostra impressione è che da tempo stiano procedendo per normarlo, l’alpinismo. Non vanno nella direzione della libertà.
In riferimento al recente primo volume del Trattato La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, e in relazione al battage pubblicitario che lo ha accompagnato (Prof. Umberto Izzo e AA. vari, ed. Giappichelli; vedi http://www.banff.it/il-diritto-degli-sport-di-montagna-scende-a-valle/), occorre dire che la nostra posizione è proprio agli antipodi.
Per rendersene conto, basta confrontarne l’”Introduzione” (intitolata Il diritto degli sport di montagna scende a valle), l’Indice (in totali 16 pagine, dove torna 26 volte il termine “fruire”) e i loro contenuti, con alcuni post qui apparsi in passato: Prodotto montagna. Salva nos ab ore leonis e Fruire la montagna: no, grazie!oppure ancora con l’articolo di Carlo Bonardi Il diritto va in montagna, in La Rivista del CAI, settembre-ottobre 2010.
Ciò a prescindere da chi abbia ragione, sempre che la ragione sia una…
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L’alpinismo non è delle guide alpine 5

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 5a puntata (5-5)
di Carlo Bonardi

PARTE SETTIMA

§ 31. Ancora in diritto: anche in alpinismo l’obbligo legale di comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze, per giunta migliori?
Questi lunghi preamboli, certo hanno disorientato e stancato il lettore praticante d’alpinismo, unico soggetto a muovere l’interesse mio, che vorrei potesse continuare ad andar per monti come gli piace, anche ove fosse da modesto “pellegrino”.

Occorre però collocarli in un sistema economico e giuridico che non vede ragioni per lasciare santuari.

Il timore che vengano imposti comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze – magari “di qualità superiore” od “alla moda” – non va creduto infondato.

Tanto più in un generale sistema che ha attenuato se non eliminato gli ideali e le pratiche di forza, pericolo e gloria, sostituendole appunto con quelle di tipo normalmente assistenzialistico o tentando di farlo, salvo quando ritenga conveniente il contrario

[Genesi del mutamento… cit.; Flash di alpinismo parti varie, di Massimo Bursi, ad esempio nella n. 2 su Giusto Gervasutti od altrimenti, con interessanti valutazioni dell’A. (che però spesso non condivido), Gogna Blog].

24 giugno 2011. Couloir de la Plate des Agneaux (Massif des Ecrins). Per festeggiare i 16 anni di Perceval Gagnon, la madre Patricia Bogard e gli amici Catherine Sénéchal, Véronique Semet, Frédéric More ed Henry Chaillé, si legano assieme. Questa è l’ultima loro foto, perché pochi metri dopo tutti precipitarono in seguito alla caduta del primo capocordata, Chaillé. Senza scampo per nessuno.AlpinismoNonGuide-5-Tragique-cordee-les-dernieres-photos_article_landscape_pm_v8

Senza approfondimenti e fermo che si può sostenere altro, basta portare precedenti e qualche norma suscettibile di applicazione o pericolo di applicazione.

  1. A) Precedente esemplare: dal Decalogo dello sciatore di Beirut 1967 alla sua recezione giurisprudenziale e legislativa.

Parto evidenziando che, in tema di circolazione sulle piste da sci e con l’occasione del verificarsi di sinistri, mancando in origine una precisa normazione ed esclusa poi dalla Corte di cassazione l’applicabilità della disciplina del Codice della strada, la soluzione da tempo maturata è stata di prendere a riferimento norme elaborate in sede privata, poi recepite in giurisprudenza ed altresì in decreti ministeriali e pure nella legislazione dello Stato (cit. legge 2003, n. 363, ecc.), ad esempio, per stabilire se ha legalmente “precedenza” lo sciatore “a monte” o quello “a valle”.

La violazione dei precetti concernenti lo sciatore, in sé non costituiti in forma di legge né dotati della relativa forza, ha finito per essere impiegata per definire la legittimità o meno dei comportamenti, inquadrati nella violazione degli artt. 43 codice penale e 2043 codice civile sopra riportati, quindi, tramite essi, per individuare le condotte colpevoli

[forse il primo testo italiano che in materia ha estesamente studiato l’argomento è di Giacomo Bondoni, Il diritto sugli sci: teoria e pratica, casi concreti e clinici, Verona, Libreria giuridica, 1977. Notizie recenti, in Internet].

Gli operatori pratici, fissando regole, consapevolmente o meno, giungono a farle recepire come norme ad amministrazioni, giurisprudenza e legislazione;

  1. B) Paralleli:
  1. a) evoluzioni.

Si consideri che un’evoluzione simile si era già verificata nella materia della prevenzione delle malattie del lavoro: quando in Italia non era normativamente stabilito quali precisamente fossero i picchi e le durate di esposizione al rumore ecc. tali da portare a lesioni dell’apparato uditivo (ipoacusia) e quindi al relativo reato, in sede giudiziaria vennero usate risultanze tratte da studi scientifici, anche di altri Paesi (esempio: Associazione governativa americana degli igienisti industriali, ACGIH); poi, la stessa materia è stata trattata con precisione dalla legge, che di quegli studi ha recepito i contenuti

[per la situazione in origine non specificamente normata, D. Santirocco e R. Zucchetti, Prevenzione degli infortuni e igiene del lavoro, ed. Buffetti, 1986, pag. 312 ecc.

Indi, D.Lvo 15 agosto 1991, n. 277, artt. 38 ss per definizioni, valutazione del rischio, ecc., e artt. 50 ss per le sanzioni.

In giurisprudenza, sulla legittimità del rinvio da parte del legislatore ordinario al sapere scientifico ed alle regole tecniche, sentenza Corte costituzionale n. 475/1988; in materia penale, sentenza Corte di cassazione, Sez. IV, 5 maggio 2005, n. 24303];

  1. b) in generale,

1= secondo l’ordinaria giurisprudenza civile,

tralatiziamente ripetuta nelle cause sportive, chi abbia cagionato danni ad altri nell’esercizio di attività che siano considerate o ritenute pericolose od in rapporti di obbligazione, ne risponde con una sorta di automatismo, poiché, per essere liberato dalla responsabilità, tocca a lui dare la prova – sovente difficile se non “diabolica” – di avere fatto il possibile per scongiurarli: detta diversamente, il c.d. “rischio della mancata prova” è posto dalla legge a carico suo piuttosto che del danneggiato

[in genere questi cause vengono inquadrate nell’ambito dell’art. 2050 codice civile* cui già ho accennato, oppure, in caso di rapporti, economici o no, del contratto di prestazione d’opera intellettuale ex artt. 2229 ss o del c.d. “contratto sociale” ex art. 1218** stesso codice, utilizzati soprattutto ove esistano tra i compartecipi rapporti caratterizzati da diversità di esperienze tecniche, età, ecc.:

* art. 2050 c.c., in materia di responsabilità da “fatti illeciti”,

“Responsabilità per l’esercizio di attività pericolose.

Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno”;

** art. 1218 c.c., in materia di “inadempimento della obbligazioni”,

“Responsabilità del debitore.

Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

Circa il primo, la “pericolosità” in senso giuridico non è la stessa che nel senso materiale tipicamente connota l’alpinismo (su quest’ultima, vd. Imprevedibilità in alpinismo:… cit., Gogna Blog).

Circa il secondo, il riferimento al debitore non riguarda solo chi lo è di denaro ma altresì di una prestazione fisica e/o intellettuale].

Si badi che, quanto ai sinistri sportivi, le ordinarie norme del codice civile (e penale) sono da decenni già ampiamente applicate in giurisprudenza, e con severità

[ad esempio, viene ripetuta la massima:

“La presunzione di responsabilità contemplata dalla norma dell’art. 2050 c.c. per le attività pericolose può essere vinta solo con una prova particolarmente rigorosa, essendo posto a carico dell’esercente l’attività pericolosa l’onere di dimostrare l’adozione di ‘tutte le misure idonee ad evitare il danno’: pertanto non basta la prova negativa di non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, ma occorre quella positiva di aver impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l’evento dannoso, di guisa che anche il fatto del danneggiato o del terzo può produrre effetti liberatori solo se per la sua incidenza e rilevanza sia tale da escludere, in modo certo, il nesso causale tra attività pericolosa e l’evento e non già quando costituisce elemento concorrente nella produzione del danno, inserendosi in una situazione di pericolo che ne abbia reso possibile l’insorgenza a causa dell’inidoneità delle misure preventive adottate. … .”, Corte di cassazione civile Sez. III, 29 aprile 1991 n. 4710].

Vi sono possibilità di sfuggire a tale meccanismo, ma ardue (basate appunto sulla mancanza o sulla c.d. “interruzione del nesso causale”; sulla pur riconosciuta discrezionalità delle scelte nei diversi casi concreti; sugli autonomi doveri e sugli obblighi di comportamento facenti capo all’affidato; ecc.);

2= secondo l’ordinaria giurisprudenza penale

(qui dal punto di vista probatorio vale un principio opposto a quello che può valere nel civile: l'”onere della prova” è a carico dell’accusa, in mancanza, insufficienza o contraddittorietà l’imputato deve essere assolto), si viene considerati responsabili quando venga individuata, non necessariamente per contratto ma anche solo nei fatti, una c.d. “posizione di garanzia”, un affidamento di altri (casi normali per la g.a.-m.a., per l’istruttore del CAI, per chi sia più esperto nei confronti di chi sia con lui in rapporto di “sicura subordinazione”, ecc.)

[Romano cit., pagg. 352 ss. Qualche cenno in miei commenti a Il diritto degli sport di montagna scende a valle, Gogna Blog];

  1. c) norme di settori particolari (“Le regole! Le regole”!): art. 2087 codice civile, D.lvo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modifiche (ecc.).

Diversi – per ora ancora sparsi, ma, se alpinisti, incoscienti – chiedono “a naso” l’applicabilità di nuove regole in generale o di quelle relative alla prevenzione di malattie professionali od infortuni lavorativi, o quantomeno del pensiero ad esse sotteso: molto più numerose, specifiche e stringenti rispetto a quelle desumibili dai pochi soprariportati articoli dei codici penale e civile, soprattutto nel fatto dell’imporre / importare comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze preventivi più complessi ed evoluti nel momento storico

[per certi versi il tema venne trattato ad esempio nella sentenza della Corte costituzionale 1990 n. 127 – reperibile in Internet – circa la compatibilità di normative volte ad evitare inquinamenti ambientali in riferimento alla sopportabilità per le aziende dei relativi costi. In specie, il referente costituzionale che fu utilizzato è l’art. 32 della Carta fondamentale, il quale pone l’esigenza preminente di tutela della salute individuale e della collettività: ambiti che a mio parere non devono essere confusi col caso alpinistico].

Ad esempi:

1) l’art. 2087 del codice civile, norma di antica produzione (1942) ma sempre considerata assai avanzata a tutela del lavoratore, il quale dispone,

“Tutela delle condizioni di lavoro.

L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro (rilevano in punto anche gli artt. 35 ss della Costituzione);

2) il D.Lvo 2008, n. 81, insieme sistematico e complesso di norme “… in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Va qui premesso che, a ben vedere, esso stesso espressamente indica una sua inapplicabilità alla materia sportiva (ci risiamo: l’alpinismo è sport?), infatti,

– art. 74:

“Definizioni

  1. Si intende per dispositivo di protezione individuale, di seguito denominato «DPI», qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo.
  2. Non costituiscono DPI: …
  3. e) i materiali sportivi quando utilizzati a fini specificamente sportivi e non per attività lavorative;” …];

ma, a non andare a fondo, numerose sue norme potrebbero comunque essere malamente evocate in materia di sinistri alpinistici, ad esempio,

– art. 2, con la formalizzata giuridica distinzione tra i concetti di “pericolo” e “rischio”,

*”Definizioni.

  1. Ai fini ed agli effetti delle disposizioni di cui al presente decreto legislativo si intende per…
  2. r) «pericolo»: proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni;
  3. s) «rischio»: probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione;”

[vd. Differenza tra pericolo e rischio, ed altri, Gogna Blog];

– art. 15 comma 1 lettera c),

“Le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro sono: …

  1. c) l’eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico”;

– art. 115,

“Sistemi di protezione contro le cadute dall’alto.

  1. Nei lavori in quota qualora non siano state attuate misure di protezione collettive… è necessario che i lavoratori utilizzino idonei sistemi di protezione… quali i seguenti:
  2. a) assorbitori di energia;
  3. b) connettori;
  4. c) dispositivo di ancoraggio;
  5. d) cordini;
  6. e) dispositivi retrattili;
  7. f) guide o linee vita flessibili;
  8. g) guide o linee vita rigide;
  9. h) imbracature”.
  10. Il sistema di protezione, certificato per l’uso specifico, deve permettere una caduta libera non superiore a 1,5 m o, in presenza di dissipatore di energia a 4 metri.”…;
  1. d) “travasi”?

– Invero, se si rileva la tendenza ad applicare all’alpinismo norme proprie del diritto prevenzionistico del lavoro, le stesse g.a.-m.a. avevano a suo tempo prestato consulenza al normatore statuale onde rendere applicabili le esperienze di tecnica e materiali d’arrampicata a settori quali l’edilizia; e tale opportuno impegno è stato poi loro riconosciuto

[così vd. ad esempio, dopo i precedenti approcci:

– “Senato della Repubblica. Commissione parlamentare di inchiesta sugli infortuni sul lavoro, con particolare riguardo alle cosiddette ‘morti bianche’. Documento conclusivo dei lavori della Commissione. … istituita dal Senato in data 23 marzo 2005:

… Secondo indicazioni dell’UNI 10, bisognerebbe migliorare l’ergonomicità dei dispositivi di protezione individuale, che attualmente tendono, da un lato, a proteggere dalla caduta, ma, dall’altro, a determinare altri rischi e/o impacci. Occorrerebbe altresì: l’introduzione di un riferimento più chiaro agli obblighi formativi…; l’individuazione di una categoria specifica per i lavori in quota…; la formazione di istruttori specialisti da parte di guide alpine, con esame finale e relativo attestato.”;

– indi, quanto al D.Lgs 2008 n. 81 cit., Allegato XXI Accordo Stato, Regioni e Province autonome sui corsi di formazione per lavoratori addetti a lavori in quota. …

Individuazione dei soggetti formatori e sistema di accreditamento.

Soggetti formatori del corso di formazione e del corso di aggiornamento:

  1. a) Regioni e Province autonome…;
  2. b) Ministero del lavoro…;
  3. c) ISPELS;
  4. d) Associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori…;
  5. e) Organismi paritetici istituiti nel settore dell’edilizia;
  6. f) Scuole edili;
  7. g) Ministero dell’interno, ‘Corpo VV.FF.’;
  8. h) Collegio nazionale delle guide alpine di cui alla legge 02/01/1989 n. 6 ‘Ordinamento della professione di guida alpina’. …”];

– pure alcune aziende produttrici di attrezzature per arrampicate operano al contempo nel campo della prevenzione dell’infortunistica lavorativa o della “sicurezza” in generale, proponendo alla clientela materiali uguali od adattati alle rispettive esigenze, mediante apposite procedure di marketing

[esempio, vd. sito con immagini di Climbing Technology, Internet].

Non discuto della bontà dei materiali o delle politiche del lavoro e commerciali; ma tocca agli alpinisti essere accorti, per evitare che ciò che viene proposto e utilizzato in un diverso settore o la mentalità di questo finiscano per dovere essere adottati anche nel loro, non compatibile.

Per farli pensare, si veda proprio il caso dei c.d. “lavori in quota”, cioè quelli che si svolgono a distanze (alpinisticamente) tutt’altro che rilevanti dal piano stabile, ove la legge del lavoro impone l’utilizzo di apposite attrezzature e precauzioni, normalmente a 2 metri da terra (ma anche meno…), ad esempio,

art. 126 D.Lvo 9 aprile 2008, n. 81 cit.:

“Parapetti

  1. Gli impalcati e ponti di servizio, le passerelle, le andatoie, che siano posti ad un’altezza maggiore di 2 metri, devono essere provvisti su tutti i lati verso il vuoto di robusto parapetto e in buono stato di conservazione.”.

Cosa accadrebbe se qualcuno ritenesse di applicare tali regole non tanto al cit. “imprudente” Alex Honnold ma a pratiche tipo gitarella su terreno appena impervio, che per ora ogni alpinista ritiene ovvio non sia da affrontare con materiali e tecniche di assicurazione?

– c’è da stupirsi, se il legislatore ha preso di mira anche l’alpinismo?

Quella che segnalo è al momento solo una tendenza, ma di dannoso reciproco travaso multidirezionale

[“… Per imparare a sciare occorre in primo luogo imparare a scivolare senza timore. La prima riflessione diventa quindi quella di meditare brevemente sul significato negativo che generalmente si associa ai termini: ‘scivolare, sdrucciolevole, terreno o superficie scivolosi’ al punto che la normativa sulla sicurezza del lavoro contiene una norma che impone al datore di lavoro di eliminare le superfici sdrucciolevoli e di esporre nei cantiere l’apposito cartello, dove tra l’altro deve essere esposto l’avviso di allerta in presenza di superfici scivolose (cfr. D.L.gs 626/1994 art. 33, c. 3; DPR n. 547/1955 art.11). Lo sci dunque si presenta subito anomalo e in contrasto con le raccomandazioni di prudenza inculcate nel pensiero comune.”: così da L’importanza della gradualità nell’insegnamento dello sci come educazione alla consapevolezza dell’ambiente montano e dei propri limiti.

E “… Mentre iniziavo a scrivere la mia relazione, nel settembre di questo stesso 2012, il soccorso alpino era impegnato nella ricerca di un alpinista sorpreso dal mal tempo sulla via del pilone centrale della Brenva sul Monte Bianco. Una via nota per la difficile ritirata di Walter Bonatti, che, sorpreso dal mal tempo era riuscito a mettere in salvo il suo cliente, mentre decedette il compagno Oggioni. Ci si chiede come una società moderna, che ha esigenze di sicurezza della popolazione, possa tollerare questi rischi e come affrontare il difficile compito della protezione civile fra il rispetto della libera determinazione del cittadino, l’esigenza di salvezza della popolazione, la verifica delle posizioni di garanzia poste a tutela dei singoli. Per quanto riguarda i rapporti di lavoro subordinato, la gestione del rischio nelle indicazioni che il D.L.vo 9/4/2008 n. 81 impone agli imprenditori, deve essere valutata in termini di controllo dell’esposizione al rischio e di valutazione della gravità di un evento dannoso possibile, con l’indicazione che se un’attività prevede un rischio grave, immediato, inevitabile con alto grado di probabilità, tale attività semplicemente non deve avere luogo ossia deve essere evitata, mentre quando il pericolo può essere superato è indicata la necessità di una buona prevenzione basata su appropriate misure di protezione oltre che sull’informazione e la formazione. La società moderna sotto questo aspetto è anacronistica, infatti si pretende la massima responsabilizzazione a carico dell’imprenditore nel campo del lavoro, con coinvolgimento della collaborazione dei lavoratori, ma nello sport e nel tempo libero gli utenti sfuggono ad ogni regola di prudenza.”: così ne Il rischio nella pratica dello sci: tra prevenzione e soccorso, da “Ricerca sulla realtà della Valle d’Aosta per Forum giuridico Europeo della neve Bormio 15 dicembre 2012”.

Entrambi gli scritti sono dell’avvocato Marisella Chevallard, in Internet].

Quanto sopra è significativo a rappresentare i numerosi che per bonarietà non si avvedono di dove andrebbero a cacciarsi od a cacciare qualcuno; e chi ne è consapevole ed aspetta o sollecita che in questo “mercato” si creino le condizioni per la collocazione di beni o servizi.

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§ 32.
Altri:
realizzatori e custodi di impianti sportivi e loro semplici utenti.

Va altresì tenuto presente che la legge impone obblighi stringenti al produttore e/o commerciante di determinati materiali anche sportivi o per la predisposizione di impianti a ciò dedicati (vie o sentieri ferrati e palestre d’arrampicata artificiali o trattate da soggetti identificabili; ecc.)

[cenni nel manuale del CAI I materiali per alpinismo e le relative norme, 2007, pag. 17 ecc.; nonché ancora Viola cit.].

Queste norme non vanno riferite al praticante che li utilizza; ma, a parte il dubbio che viene lasciato, c’è la spinta di chi ne fa mercato a produrne per lui il già evidenziato obbligo d’impiego secondo modalità determinate;

ma: “utenti indisciplinati” e “chiusure” / “interdizioni”.

Con la conseguenza di problemi nuovi, sorgenti negli immancabili casi i cui gli approntamenti predisposti manifestino difetti od altri guai, per mancanza di manutenzione o simili.

Ai quali prima di tutto si rimedia impedendone lo stesso regolamentato impiego, se non dando colpa agli utenti

[esempi, La chiusura del sentiero ‘Antermoia’, Chiusura temporanea di Gamma 1 e Gamma 2, Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 1 e 2, Gogna Blog. Oppure Escursionisti insubordinati: tagliati i cavi della ferrata di Montalbano, Internet];

dal pericolo cercato e subito alla “gestione del rischio” (attenti alle parole ed al “risk manager”!).

Non può – riassuntivamente – stupire come da qualche anno pure il frasario e la prassi alpinistici siano mutati, su spinta di quegli interessi.

Ho accennato alla classica parola “pericolo” (compare per oltre cento volte nel codice penale del 1930), sempre più sostituita od affiancata con “rischio” (quest’ultima è sconosciuta al medesimo codice penale. Invece, nel ben più corposo codice civile, per suo oggetto dedicato ad interessi direttamente economici, pericolo compare circa trenta volte, una settantina rischio, parecchie per modifiche sopravvenute).

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Una netta distinzione tra i due concetti non è possibile ed a volte si sommano o sovrappongono, conseguentemente è normale che i termini vengano impiegati indifferentemente e senza avvedersi del problema

[Vincenzo Militello, Rischio e responsabilità penale, ed. Giuffrè, 1988, pagg. 7, 17, ecc.].

Per me, orientativamente – però – nella prima è sottolineato il contenuto esterno della possibilità di danno (cadute valanghe, fulmini, la stessa possibilità di caduta dell’arrampicatore, ecc.), nella seconda ciò su cui l’alpinista può intervenire (allenandosi, chiodando, assicurandosi, munendosi di abbigliamento, materiali, ecc.) divenendone in parte protagonista / misuratore / controllore, quindi – a volte pretenziosamente – “gestore”, ed anche per altri, volenti o nolenti, secondo un’impostazione pure qui mutuata dalle scienze aziendalistiche

[quest’ultima matrice si rileva in Differenza tra pericolo e rischio, ecc., cit.; nonché, in genere, in quanti ora ci vengono a raccontare del “rischio residuo”, che in alpinismo il “rischio zero” non esiste, che lo stesso va “pesato”, e simili].

Anche le parole d’uso aziendalistico sono pilotate ed ovunque impiantate (dagli alti / superiori, alle eccellenze, ai talenti, alle performances, agli stakeholders, ai vincenti, ecc.), ora veramente stancano.

Non è il luogo per occuparsi dei relativi problemi.

Posso solo rimarcare che la realtà della montagna è indifferente a giochi linguistici, chiacchiere, input / output, P.N.L., sicumera, mistificazioni: nulla possono al momento dei fatti reali, anzi possono creare nuove occasioni di danno.

In particolare, il moderno gestore di rischi alpinista non è, o, se lo è o lo fu, non importa, poiché la sua è un’azione diversa: da un lato c’è chi va in montagna, dall’altro chi per professione gli dice cosa deve fare e non fare, senza però sporcarcisi le mani

[nei sistemi di gestione del rischio va inserita l’opera intrapresa da AvalcoTravel Mountaineering Academy di Filippo Gamba, che ha poi pubblicato un apposito libro: vd. in Internet nonché Travel Engineering, Test di auto-valutazione sulla gestione del rischio e cenni già in Prodotto montagna. Salva nos ab ore leonis, Gogna Blog. Un riferimento al metodo è risultato dall’intervista 20.7.2014 dell’accademico CAI Giorgio Crivellaro al Sole 24 Ore, vd., coi commenti, in Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), Gogna Blog.

Il modello della gestione del rischio è variamente applicato o proclamato anche per le attività di volontariato: in punto, Luigi Pati, a cura di, Il rischio scelto. La formazione alla sicurezza per le organizzazioni di volontariato, ed. La Scuola, 2012; Guido Martinelli e Marta Saccaro, Sport dilettantistico: come gestirlo, ed. Ipsoa, 2013; ecc.. Figuriamoci – da più lungo tempo – in tutti gli ambiti lavorativi, ecc., normalmente assai complessi, esempio ultimo, Patrizio Rossi, Alessia Comacchio, Andrea Mele, La gestione del rischio sanitario medico-legale, ed. Giuffrè, 2014].

Per quanto qui conta, non ha senso trattare o solo pensare allo stesso modo od in modi analoghi ambiti sociali obbligati e controllati come quelli lavorativi, dei servizi sanitari, della circolazione stradale, ecc., e l’alpinistico, nel quale, oltre alla natura, il pericolo normalmente è cercato, senza necessità e senza contropartite.

PARTE OTTAVA
§ 33.
Cuculo.
Avvicinandomi a concludere, porto ancora, per sintonia, questa metafora, che ritengo pertinente e mi è molto piaciuta:

“L’immaginazione del mercato – osserva Bernard Maris – è senza limiti. Come il cuculo, nidifica in tutto ciò che è gratuito. Esclude gli occupanti precedenti, imprime il proprio marchio sui beni non venali, impone loro loghi, marchi, pedaggi, e poi lo rivende”

[riportato da Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, ed. Bollati Boringhieri, 2008 – ristampa 2009, pag. 47].

NdR: Bernard Maris è stato uno degli uccisi nella strage di Charlie-Hebdo, il 7 gennaio 2015. Era un importante economista e professore, faceva parte del 
Consiglio generale della Banca di Francia e su quella rivista scriveva come Oncle Bernard (zio Bernard).

Si rammenti quanto già esemplificato: nuovi materiali d’arrampicata e apparecchiature elettroniche da portarsi, diffusione di impianti di videosorveglianza, culture, formazioni, convegni, audiovisivi, norme, certificazioni, validazioni, contributi, ecc.; da ultimo, i droni da valanga (per ora non personali).

Una cordata giunge in vetta all’Aiguille du Midi
AlpinismoNonGuide-5-aiguille-du-midi§ 34. “Sovversivi del mercato”.
Non si creda che quanto sostengo venga normalmente passato indenne in virtù del diritto di analisi e critica che dovrebbe connotare una matura società democratica.

Discorsi come i miei, al di là di cortesie, non sono accettati: per coloro che perseguono fini e modi di mercato, chi si oppone è un sovversivo, che va contrastato o convertito; oppure, ne prendono idee per farne il contrario

[“La resistenza del consumatore può intendersi come ‘l’insieme delle azioni che impegnano qualcuno nella risposta, neutralizzazione o opposizione, allo scopo di contrastare, sventare o sconfiggere manovre giudicate oppressive (Fournier, 1998, p. 89) provenienti da operatori di mercato. … I consumatori mettono così in atto un processo sovversivo, secondo la sequenza definita dai situazionisti (Debord, 1967), ispiratori e teorici della rivolta degli studenti a Parigi nel maggio 1968: svalutazione dell’ordine precedente stabilito dall’azienda e creazione di una nuova situazione, una sorta di contro-programma del prodotto o del marchio, che deriva direttamente dalla realtà quotidiana (Aubert-Gamet, 1997)…. Secondo alcuni (Muniz, Shau, 2007), tuttavia, questi comportamenti di resistenza sono costruttivi e devono essere analizzati come tali dalle aziende, le quali possono reintegrare questi dirottamenti nella propria offerta: dovrebbero cioè essere considerati come elementi facenti parte integrante del sistema del consumo (Holt, 2002)”: così Antonella Carù e Bernard Cova, Marketing e competenze dei consumatori, SDA Bocconi – Egea, 2011, pagg. 69-70].

Io spero invece in chi pratica alpinismo.

§ 35. Cogliere “il filo”.
Per chi segue le cose d’alpinismo, nessuna della informazioni che ho sopra enumerato od accorpato è una scoperta, mentre spero che almeno alcune considerazioni possano avere interessato e magari “colpito” il paziente lettore.

Uno dei tratti caratterizzanti chi vive nell’odierna società conoscitiva e dell’informazione sta nell’essersi visto passare sott’occhio una serie di cose e pensieri senza averne colte le cause, i significati e gli intenti, di talché, pur non avendo percepito o percepito a sufficienza, nemmeno può lamentare che non gli erano state (in qualche modo…) palesate.

La decostruzione di una realtà per l’individuazione del filo conduttore è opera faticosa: mi auguro che questa potrà servire.

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§ 36. Domanda essenziale:
tutto quanto sopra implica “a contrario” che il praticante, singolo od organizzato, professionista o dilettante, il quale non porti od impieghi certi materiali, non segua certe istruzioni o pensieri, non adotti certe tecniche o non compia certi gesti, non si faccia accompagnare, ecc., che, in ultima analisi, non accetti o pratichi regole “responsabili” etero-stabilite, agisce in maniera “non corretta”, senza “sicurezza”, “imprudentemente”, “pericolosamente”, “rischiosamente”, “dannosamente” o simili?

Si badi che, senza scomodare la “colpa specifica”, tali espressioni possono già essere intese per equivalenti di “imprudenza” o “negligenza” o “imperizia” di cui all’art. 43 c.p., dunque di “colpa” legale, specie nel caso di correlato sinistro, e che possono diventare segni di illegalità.

[in punto, sul tema dell’equivalenza di espressioni giuridiche, Romano cit., pag. 394.

In diritto, la violazione di prassi / pratiche comportamentali – ormai immancabilmente nei frasari aziendali e politici denominate “buone” – può importare conseguenze legali.

Si ricordi quanto sopra detto a proposito della punibilità in sé di comportamenti pericolosi, a prescindere da danni e/o dal fatto che possano attingere altri.

Accenni nei miei Prodotto montagna. Salva nos… cit., e Mercato del pericolo / rischio e sicurezza… cit.].

Per opera di chi e per quali scopi reali? Magari solo vendere beni o servizi?

E se qualcuno vuole ancora l’avventura?

Mont Maudit, cresta est. Foto: Jean-François Hagenmuller
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§ 37. Sintesi e conclusioni ovvero:
società securitaria, regole,
assi pigliatutto, controllori e sanzioni, ignavi, prede.

A fondamento, il discrimine sta nell’istituire o rafforzare soggetti che hanno potere politico e/o economico e nel tenere dall’altra parte chi non ne ha, soprattutto i privati non organizzati, che sono subordinati ma utili per sborsare e comunque obbedire, salvo ove abbiano raggiunto posizioni di prestigio:

– per l’ambito politico, mi basta riportare un estratto dell’analisi sociologica e storica di Robert Castel,

“… In Francia, in occasione delle ultime scadenze elettorali, il tema dell’insicurezza ha acquistato una tale forza da rasentare a volte il delirio… . In queste società di individui, la domanda di protezione è infinita… Ma questa stessa società sviluppa al tempo stesso delle esigenze di rispetto della libertà e dell’autonomia degli individui… una contraddizione tra una domanda assoluta di protezioni e un legalismo che si sviluppa oggi… nelle forme esacerbate di un ricorso al diritto in tutte e sfere dell’esistenza, fino alle più private… L’uomo moderno vuole assolutamente che gli sia resa giustizia in tutti i campi, ivi compresa la sua vita privata: il che apre una grande carriera ai giudici e agli avvocati. Ma egli vorrebbe assolutamente, alla stessa maniera, che la sua sicurezza fosse garantita nei dettagli della sua vita quotidiana: il che apre la via, questa volta, all’onnipresenza dei poliziotti.”

[L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti, 2003, pagg. 14-15, traduzione italiana, Piccola biblioteca Einaudi];

– per l’ambito economico, qualche frase da una nota opera di Ulrich Beck,

“… Primo, cresce la scientificizzazione dei rischi; secondo, cresce il business col rischio (le due cose si influenzano a vicenda). Non è affatto vero che la denuncia dei pericoli e rischi della modernizzazione sia solo critica; è anche, nonostante tutte le resistenze e le demonizzazioni del caso, un fattore di sviluppo economico di prim’ordine, come risulta fin troppo chiaramente dallo sviluppo dei rispettivi settori economici… . Il sistema industriale trae profitto, in misura rilevante, dai problemi che esso produce (…)”

[La società del rischio. Verso una seconda modernità, 1986, traduzione dal tedesco, ed. Carocci, 2013, pagg. 73-74].

Orbene, per quanto riguarda il nostro piccolo mondo, mirano a fare stabilire alle g.a.-m.a. ed a qualcuno per tutti, professionisti o no, cosa sono alpinismo, arrampicata, tecniche e quindi anche i riflessi (escursionismo, ciaspolismo, ecc.), e, così, a gestirli.

Abbiamo:

da un lato,

– un legislatore non capace, svogliato, o callido nel fare una legge, che commissiona le sue funzioni, ora nella generale ottica di valorizzazione / privatizzazione alias mercatizzazione di ogni attività umana, e che predilige norme assistenziali più specifiche e stringenti, credendo di così risolvere i problemi attinenti ad ogni diversificato ambito non solo economico ma di vita;

– chi gli sta appresso assecondando / orientandolo e, dimentico di remore identitarie, meglio si rapporta pure con i variegati soggetti del territorio (autorità e privati), contendendo ed imponendo e già mirando ad ulteriori ambiti, guardandosi dal rendere per tempo davvero conosciute ai praticanti le proprie operazioni ed i propri scopi / interessi, secondo la logica del fatto compiuto;

dall’altro,

vari, in primis il Club Alpino Italiano, che di queste cose dovrebbe essere protagonista, i quali nulla sanno, o non se ne preoccupano, o ci si mettono in qualche modo, o lasciano scorrere, a volte restando pure l’ipotesi di accordi con chi agisce sottotraccia;

nel mezzo,

i normali praticanti d’alpinismo, arrampicata, escursionismo, che intanto non sanno o dormono. Forse si indigneranno, poi.

FINE

Carlo Bonardi (Brescia, 11 ottobre 2014)

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/06/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/28/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-2/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/13/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-3/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/23/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-4/

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L’alpinismo non è delle guide alpine 4

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 4a puntata (4-5)
di Carlo Bonardi

PARTE QUINTA
§ 28. Vie nuove: nuovo sito Internet delle Guide alpine italiane.

Come accennavo in esordio, anche a me è risultata dal Gogna Blog 6.9.2014 l’apertura del nuovo sito Internet delle guide alpine italiane – www.guidealpine.it – risalente allo scorso 22 luglio.
Quanto ho scritto non teneva conto né di alcune particolari risultanze lì consultabili e pubblicizzate, in particolare dell’importante loro Regolamento di cui dappresso.
Avevo premesso che credo rimanere la sostanza da me esposta, della quale anzi vedo sviluppi lineari: pertanto, annoto solo due aspetti di fondo.

Il Gruppo di Sella dal Passo Gardena
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A) Legge vs. Regolamento (delegificazione / autonomia normativa e/o attesa?),

ovvero,

dalle proposte di legge sussidiarianti, all’elaborazione di “buone prassi” ed alle “regole cautelari tecnico-comportamentali”

[cosa siano le ormai invalse c.d. “buone prassi” o per altri “pratiche” può essere esaminato su Internet.

Le Tre Cime di Lavaredo
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Qui ritengo opportuno portare solo una individuazione normativa – spero propria d’altro settore – tratta dall’art. 2 del D.Lvo 2008, n. 81 sulla salute e infortunistica del lavoro, sul quale post:

“Art. 2. Definizioni

  1. Ai fini ed agli effetti delle disposizioni di cui al presente decreto legislativo si intende per: …
  2. v) «buone prassi»: soluzioni organizzative o procedurali coerenti con la normativa vigente e con le norme di buona tecnica, adottate volontariamente e finalizzate a promuovere la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro attraverso la riduzione dei rischi e il miglioramento delle condizioni di lavoro, elaborate e raccolte dalle regioni, dall’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL), dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) e dagli organismi paritetici di cui all’articolo 51, validate dalla Commissione consultiva permanente di cui all’articolo 6, previa istruttoria tecnica dell’ISPESL, che provvede a assicurarne la più ampia diffusione;”.

In punto, osservo che la figura del “validatore” non è dissimile da quella cit. del “certificatore”].

“Regolamento generale del Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane” (2.10.2013).

Non è certo che le proposte di legge commentate siano soddisfacenti né che vadano in porto: così il Collegio nazionale delle Guide Alpine Italiane (CONAGAI) ha predisposto e pubblicato un Regolamento proprio, e con soluzioni affinate

[agli artt. 3 e 4 è auto-affermato il potere regolamentare del Collegio medesimo, ma vd. supra e post].

Per quanto interessa l’argomento di questo scritto, relativamente al Collegio nazionale provvedono gli articoli 6 comma 2 lettera b) * e 7 comma 1 lettera h) **, rafforzati dal disposto dell’art. 27

[* art. 6 (intitolato: “Finalità e funzioni generali”) comma 2 lettera b) Regolamento Guide…,

“2. L’attività di coordinamento (… con collegi singoli, ecc.)… viene svolta nell’ambito dei seguenti ambiti di attività:…

  1. rapporti con lo Stato, le regioni, le autorità amministrative, gli altri enti pubblici e privati su tutte le questioni che coinvolgono l’ordinamento e la disciplina delle professioni di cui alla l. 6/89, nonché su tutte le questioni che riguardano l’elaborazione di buone prassi e regole cautelari tecnico-comportamentali in materia di prevenzione degli incidenti alpinistici o comunque espressione di un rischio di caduta dall’alto o travolgimento da valanga, il tracciamento e il mantenimento di sentieri e itinerari alpini, la costruzione e il mantenimento di rifugi e bivacchi, le opere di disgaggio e in genere di tutto quanto riguarda la tutela dell’ambiente naturale montano e la promozione dell’alpinismo e del turismo montano”.
  2. L’attività di coordinamento di cui ai commi precedenti potrà essere svolta anche in riferimento ad altri ambiti nei quali un’attività di coordinamento dei CONAGAI, pur non essendo necessitata, viene comunque richiesta da singoli collegi”;

** art. 7 (intitolato: “Funzioni specifiche”) comma 1 lettera h) Regolamento Guide…,

“All’Ente (CONAGAI), ai sensi della legge istitutiva, spettano inoltre le seguenti funzioni:…

  1. g) collaborare stabilmente e sistematicamente con le autorità statali, regionali e provinciali sulle questioni riguardanti l’ordinamento della professione, nonché su tutte le questioni che riguardano l’elaborazione di buone prassi e regole cautelari tecnico-comportamentali in materia di prevenzione degli incidenti alpinistici o comunque espressione di un rischi di caduta dall’alto o travolgimento da valanga, il tracciamento e il mantenimento di sentieri e itinerari alpini, la costruzione e il mantenimento di rifugi e bivacchi, le opere di disgaggio in genere di tutto quanto riguarda la tutela dell’ambiente naturale montano e la promozione dell’alpinismo e del turismo montano.”.

Il Regolamento porta invero straripamento / mancanza dalle “funzioni” del Collegio nazionale attribuitegli dalla Legge istitutiva 1989, n. 6, in particolare art. 16 lettera h), le quali, a parte altro che qui non rileva, sono solo,

“… collaborare con le autorità statali e regionali sulle questioni riguardanti l’ordinamento della professione;”…

infatti, la legge investe l’ambito ordinamentale, non quello tecnico-comportamentale].

Comunque, la copertura di legge tramite il “rinvio in bianco” operato dalle commentate proposte è per ora sostituita da una autonoma previsione, interna alla categoria professionale, in una meglio accettabile ottica “collaborativa” (vd. sentenza Corte costituzionale 372/1989, parte sopratrascritta) ma costruita come assai sbrigativa e tendente comunque all’efficacia erga omnes.

Palesa questi intenti l’art. 27 comma 2* del Regolamento, volto ad auto-assicurare una spendibile validità a mezzo collaborazione / copertura delle autorità statali

[* art. 27 comma 2* del Regolamento Guide…,

“Una volta così deliberato, il testo del regolamento emanato è inviato, munito di una relazione illustrativa, alla struttura ministeriale che esercita l’attività di vigilanza sull’ente a norma delle disposizioni vigenti. Decorsi trenta giorni dall’invio, in assenza di osservazioni da parte dell’ente di vigilanza, … è adottato… ed entrerà in vigore il giorno successivo alla sua adozione”.

…”.

Da notare il “… struttura ministeriale che esercita l’attività di vigilanza sull’ente a norma delle disposizioni vigenti”: ripetendosi i rimaneggiamenti romani circa l’individuazione del soggetto istituzionalmente vigilante la materia turismo – non più facilmente identificabile in un qualsivoglia Ministero od in una sua articolazione – nel detto Regolamento è stata preferita l’adozione di un’espressione “liquida”, a valere per ogni futuribile].

Ove occorre immaginare cosa potrà interessare a un Ministero o a chi per esso l’andare ad impicciarsi – per giunta in tempi fulminanti e solo “osservando” – di fatti comportamentali ad esempio su corde o moschettoni o sul corretto uso di mani e piedi. Altra soluzione (un “silenzio significativo”) alla quale di fatto neppure il resto dei praticanti potrà dire di no.

Sia chiaro: per la professionalità del ruolo attribuito e svolto dalle g.a.-m.a., è bene che su quegli argomenti dicano la loro e siano sentiti; altro è che dispongano per tutti.

Il Sassolungo. Foto: Irena Kastelic
Alpinismo-non-guide4-IrenaKastelic-394431900B) Educational.

Col nuovo sito nazionale delle Guide italiane (per me è positivo che lì abbiano limitato l’altrove ormai consueto sciacquìo di lingua inglese: specie in questa materia cultura e territorio restano valori) viene rafforzato l’aspetto che sopra evidenziato circa la portata giuridica di “testi tecnici” e “corsi di formazione e aggiornamento”.

Si può notare un consolidamento nella progressione di interesse per l’istruzione, per le g.a.-m.a. l’aspetto a suo tempo meno rilevante rispetto all’accompagnamento: in tale senso hanno recuperato – nella diversità di soluzioni ed opinioni – un ambito che in passato era elettivo delle scuole CAI

Opera apprezzabile. Però il problema che sto evidenziando non è di qualità / competenza ma di effetti che ciò può produrre sulla libertà d’alpinismo, nel senso del non doversi poi tutti avvalere di una scienza o tecnica codificate da altri, ancorché esperti.

L’innovazione non mi pare tesa al rispetto di questa salvaguardia, anzi ritengo che il complesso dimostri l’intento opposto.

Basti soprattutto l’inclusione nel Regolamento delle citt. c.d. “buone prassi” – altro mantra – invero mirante alla produzione in proprio di regole generali, tratto da una concezione aziendalistica / normativa rilevabile anche in ulteriori passaggi del nuovo sito.

Idem – sempre nel sito delle Guide – per l’esibizione dei loghi della Repubblica Italiana e dell’Unione Europea uniti al loro; per l’impiego del termine “Regolamento”, che per tutti non è di quelli di cui all’art. 43 codice penale; per l’evidenza data alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, che sembra essere del Regolamento medesimo piuttosto che della Legge istitutiva della professione; per la formalizzazione in video-clip di pratiche arrampicatorie, peraltro altrimenti note; per l’ambito già esteso ed ulteriormente estendibile cui vogliono sia dedicata la professione (“L’attività di coordinamento di cui ai commi precedenti potrà essere svolta anche in riferimento ad altri ambiti nei quali un’attività di coordinamento dei CONAGAI, pur non essendo necessitata, viene comunque richiesta da singoli collegi”, da art. 6 Regolamento); e via dicendo.

Autorevolezza non è autorità. Non tutti ci cascano.

Se si dovrà andare a vedere – e, ricordando il passo della sentenza della Corte di cassazione 2013 n. 16237 sopra riportato, certo accadrebbe nelle applicazioni giudiziarie – saranno sottoposti a critica pure i fondamenti fattuali, tecnici e normativi delle “buone prassi”, delle “regole cautelari tecnico-comportamentali” e degli stessi “metodi” adottati. E salvi i maggiori rischi legali auto-prodotti a carico degli stessi professionisti.

Le Odle. www.moldrek.com
Alpinismo-non-guide4-moldrek.com
PARTE SESTA

§ 29. Nuovi alpinisti: ingegneri, giuristi, pedagoghi, scienziati, tecnocrati ed altri.
Le ormai numerose ed intrecciate considerazioni hanno mostrato che è cambiata o che vogliono fare cambiare natura ed identità al normale alpinista, arrampicatore, escursionista.

Non va più bene che egli vada sui monti per passione, altrimenti esperto o proprio dilettante, non accompagnato o vigilato, non pagante, e lasciando a casa il proprio mestiere

[sull’ultimo punto sono ovvia eccezione i professionisti della montagna, ma non integralmente per le stesse g.a.- m.a.: in questa particolare professione, non necessitano i consueti requisiti di esclusività e continuità d’esercizio* né vi sono incompatibilità**,

– * art. 2 legge 1989, n. 6,

“Oggetto della professione di guida alpina

  1. E’ guida alpina chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, …”;

– ** art. 11 comma 3, legge 1989, n. 6,

“L’esercizio della professione di guida alpina-maestro di alpinismo e di aspirante guida non è incompatibile con impieghi pubblici o privati, né con l’esercizio di altre attività di lavoro autonomo”].

Nel generale contesto sociale volto a mal imporre l’ammodernato “mito” meritocratico delle “specializzazioni” e delle “competenze”, le si vogliono applicate in alpinismo su modelli datigli da alcuni di coloro che lo praticano: ma se ad esempio è meglio un arrampicatore che sia medico, non se ne deve fare il parametro cui il non medico deve adeguarsi; nemmeno quanto ad ingegneri, giuristi, pedagoghi, scienziati, tecnocrati od altri.

Sci fuoripista nei pressi di Passo Rolle
Alpinismo-non-guide4-sci-trentino

§ 30. Imprenditori + istituzioni pubbliche e private (“industria della paura”).
In aggiunta, trattandosi di produrre e diffondere norme di comportamento interagenti con politica e mercato – le quali però, salvo affermarla rispettata, non sempre si preoccupano della libertà – gli attuali soggetti istituzionali si rafforzano ma vengono pure impiegati.

Mantenendo una posizione seriosa e distaccata rispetto a quella dei normali praticanti.

Se da sempre i produttori di beni o servizi li hanno approcciati, negli ultimi anni siamo al parossismo; in difetto o sconvenienza di iter legislativo (è impegnativo, espone ai guai del contraddittorio e potrebbe comunque sopraggiungere poi), per loro la strada più semplice è il proporsi ai già protagonisti della scena o costruirne di nuovi, enti o singoli, pubblici o privati, ciascuno con la sua parte.

Operando nel lecito e spesso valentemente, formeranno i bisogni (e i desideri) e quindi le norme

[“Mercato del pericolo / rischio e sicurezza…” cit.].

“A monte”, infatti, imprenditori e tecnici, a volte nemmeno essi stessi alpinisti, pensano e “lanciano” bisogni (e desideri): poi, politici marciano (con la “Spot politik” di Giovanna Cosenza, ed. Laterza, 2012); campioni sponsorizzati sostengono la necessità di un materiale o di una tecnica; editoria e giornali approvano ed illustrano per la gente comune; scuole alpinistiche vengono omaggiate, adottano, diffondono a gratis; università ragionano e pianificano; forze dell’ordine e vari istituzioni ci si fanno vedere, consigliano, vigilano; amministratori ne fanno avvalere; professionisti non alpinistici sguazzano. Gli stessi praticanti li adottano, a volte per moda o perché pensano sia legalmente meglio non farne a meno.

Con questi intenti e strumenti, suscitando “paura”*, è stata diffusa l’idea della necessità d’uso di materiali e tecniche, magari a mezzo delle citt. parole d’ordine dall’apparenza attutita: “raccomandabile”, “fondamentale”, “prudente” ecc., sempre abbinate a “sicurezza”, “regole”, “responsabile”.

Penso ancora ad un Alpino in divisa che ho visto alla TV, il quale ci diceva che non si deve bere prima di mettere gli sci!

[per ambiti generali, sulla c.d. “industria della paura”, Rodotà cit., pag. 91, ecc.; Zygmunt Bauman, ed altri, Il demone della paura, ed. Laterza, 2014, pag. 89, ecc.

Si considerino i vari studi specie sociologici e le rilevazioni ISTAT a proposito del fenomeno sul generalizzato aumento di paura solo “percepita”, Internet].

Mentre sovente viene “chiuso un occhio” quando un pasticcio è avvenuto in famiglia o ad eccelse persone oppure ne sono stati creati altri

[vd. nel mio Imprevedibilità in alpinismo: ma mi faccia il piacere!, Gogna Blog; di Massimo Spampani, Montagna. Le novità alla fiera Skipass di Modena. Caschi con videocamere per immortalare le proprie imprese sulla neve. E’ la stagione degli sci versatili. In pista e fuori pista senza cambiarli. “Dolomiti, primo percorso freeride garantito dalla polizia”, Corriere della Sera 31.10.2011, pag. 25].

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/06/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/28/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-2/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/13/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-3/

http://www.alessandrogogna.com/2015/02/07/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-5/

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L’alpinismo non è delle guide alpine 3

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 3a puntata (3-5)
di Carlo Bonardi

PARTE QUARTA
§ 19. Salviamo gli amatorial-dilettanti!
Dunque, ribadito che non mi pronuncio sull’opportunità o meno di apertura della professione ad altri soggetti e su chi abbia ragione tra g.a.-m.a. e vari loro competitors, la prospettiva è che, se verrà approvata una legge costruita sulle esigenze di esse e/o di chi sia con loro in contesa economica od eventualmente in accordi, cioè, comunque, di professionisti o imprenditori o di chi intenda operarvi, dunque in quella più generale visione e pratica mercantile che ormai vuole connotare ogni particolare ambito di vita, essa finisca usata, quantomeno come riferimento giuridico autoritario, anche su coloro che tali caratteri od intenti non abbiano né vogliano avere.

Con danno sia per la realtà delle situazioni sia per la correttezza di soluzioni e modi auspicabili per la formazione della volontà popolare espressa attraverso la legge e poi tradotta nei casi concreti.

In questo senso, però, la mia osservazione sull’introduzione della relazione (“superamento / trasformazione dell’amatoriale” in “professione”) non è sufficiente: fosse stato solo per essa, si sarebbe potuto pensare ad una svista o ad una questione di lana caprina.
§ 20. “Coppia separata”: gli artt. 1 e 13 delle proposte di legge.
Infatti, a decisiva conferma del problema, viene la lettura “combinata” di due articoli della proposta Saltamarini (al solito: entrambi uguali, anche nella Di Centa-Quartiani; simili nella Fosson).

1 A) “Tecniche alpinistiche, sci-alpinistiche ed escursionistiche che richiedono per la progressione l’impiego di tecniche e di materiali alpinistici”,

ovvero,

l’articolo 1 (base del vero e proprio testo legislativo),

che dispone,

“1. La presente legge detta i principi fondamentali in materia di ordinamento delle professioni del turismo montano, abilitate all’insegnamento delle tecniche alpinistiche, sci-alpinistiche ed escursionistiche che richiedono per la progressione l’impiego di tecniche e di materiali alpinistici, nonché all’accompagnamento in ascensioni in roccia, neve e ghiaccio, in escursioni sul territorio montano e in ambiente ipogeo.

Guida alpina Angelo Giovanetti
AlpinismoNONguide-3-angelogiovanetti-p001_1_002. Le figure professionali di guida alpina-maestro di alpinismo, di accompagnatore di media montagna e di guida vulcanologica sono disciplinate dalla legge 2 gennaio 1989, n. 6. … “.

Omessi rilievi linguistici sull'”… l’insegnamento delle tecniche… che richiedono… l’impiego di tecniche…”,

intanto, si ricordi:

– così la norma ha inquadrato la generale materia oggetto del suo intervento, cioè (solo) la disciplina delle c.d. “professioni del turismo montano”; e per esse detterebbe “principi fondamentali”;

– col “… richiedono per la progressione l’impiego di tecniche e di materiali alpinistici…”, ha confermato la formula delimitatoria della cit. legge 1989, n. 6, istitutiva della professione di g.a.-m.a.;

– il riferimento alle “professioni”, se non vi fosse rischio di confusioni applicative con l'”amatoriale”, basterebbe a fare escludere l’applicabilità, anche solo riflessa, agli ambiti “non professionistici” (o “non professionali” o “non con professionalità”).

Però, il problema diretto è cosa intendano ora stabilire ed ulteriormente dettagliare nell’ambito delle “professioni del turismo montano”; e pure qui – ricordato quanto già detto – si pone, tra altro, una ripartizione:

– circa quella tradizionale di guida “alpina” – maestro di “alpinismo”, entrambe le proposte ne confermano l’esistenza e l’impianto, mediante il soprariportato rinvio alla legge istitutiva 1989, n. 6 (della quale vi sarebbe la modifica);

– circa una delle possibili figure professionali (l’istituzione di esse è riservata alla legge dello Stato: vd. art. 1 delle proposte, in adempimento della giurisprudenza costituzionale: post), provvede per quella del maestro di “arrampicata” (il cui governo resterebbe al Collegio nazionale delle g.a.-.m.a.).

1. B) Ma cosa sono “alpinismo” e “arrampicata” per le proposte di legge?

ovvero,

“materiale alpinistico e tecniche alpinistiche”

ovvero,

l’articolo 13 (in cauda venenum).

Torna l’eluso quesito.

Chi appena pratica la materia sa che definirli è proibitivo, specie per l’alpinismo (vi entrano fattori ambientali e soprattutto spirituali, che non consentono generalizzazioni): non l’ha mai saputo fare nessuno, meno che meno a fini giuridici, salvi ovviamente furberie e pasticci, ancorché non casuali. Discorsi che valgono, oltre per quanto accennato su “amatoriale”, “ludico”, “non agonistico”, pure per le correlate nozioni di “montagna” e “sport”.

L’art. 13 della proposta Saltamarini (uguale a quello della proposta Di Centa-Quartiani. Anche stavolta, questa norma è tenuta lontana dall’art. 1: per i lettori poco attenti?), pone le fondamenta per una risposta – obliqua – a quella domanda:

“(Materiale alpinistico e tecniche alpinistiche)

  1. Per materiale alpinistico si intende il materiale compreso nell’elenco approvato dal collegio nazionale periodicamente aggiornato.
  2. Per tecniche alpinistiche si intendono le tecniche individuate dai testi tecnici del collegio nazionale e oggetto di insegnamento nei corsi di formazione e di aggiornamento

[note:

– queste formule riecheggiano quella che sulle “specializzazioni” era già stata adottata nell’art. 10 della legge 1989, n. 6, sopratrascritto, ed il loro modo di procedere con la “scorciatoia interna” che sopra ho evidenziato;

– non vi è qui accenno alla “montagna”, essendo il tutto incentrato su un non definito “alpinistico”, riferito solo a materiali e tecniche;

– come sopra evidenziato, c’è la delimitazione “zone con caratteristiche alpine”; ma essa, nelle stesse proposte, è stata prevista agli artt. 4 solo per escludere che lì possano esercitare gli istituendi “maestri d’arrampicata”].

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§ 21. Combinazioni?
L’aspirante legislatore nazionale, tenuta ferma la suddistinzione tra “accompagnamento” ed “insegnamento” e la relativa “riserva” legale

[rivedi l’art. art. 2 della legge 1989, n. 6, sopratrascritto],

con la combinazione degli artt. 1 e 13 della proposta Saltamarini intende risolvere il busillis giuridico / definitorio mediante il riferimento alla progressione con impiego di materiali e di tecniche alpinistici e con l’individuazione dei concetti di questi.

Ma chi definisce quali sono i “materiali alpinistici” e le “tecniche alpinistiche”?

Le g.a.-.m.a., attraverso il loro Collegio nazionale.
§ 22. Che modi!
Eccoci al problema del convivere e legiferare più o meno democratici, e, in radice, a quello politico.

Il legislatore nazionale, incapace o non attento o callido nel fare una legge:

– la “commissiona” ad altri in via di “sussidiarietà”, mediante un rinvio della competenza;

– in questo rinvio “in bianco” non dà predeterminazioni dell’ambito da normare;

– attribuisce tale compito ad un ente, esercitante funzioni pubbliche ma rappresentativo di una privata professione (anche in contesa con altre professioni, con professioni contigue o emergenti e spesso pure con non professionisti), che le norme dovrebbe dare ai propri iscritti e solo per circostanziare l’oggetto della propria professione, e non a chi g.a.-m.a. non è, cioè tutta la restante numerosa platea dei praticanti l’alpinismo o l’arrampicata o l’escursionismo.

Dei quali tutti loro si guardano dal chiedere l’opinione o meno che meno il consenso, e, in radice, dal farsi accorgere

[utile considerare in parallelo che – invece – secondo il recente “Codice di giustizia sportiva della FIGC, Decreto del Commissario ad acta del 30 Luglio 2014, approvato con deliberazione del Presidente del CONI n. 112/52 del 31.7.2014”, sub Titolo I (Fonti della disciplina) e … Titolo I bis (Norme di comportamento):

“Art. 1 bis

Doveri e obblighi generali. …

  1. Sono tenuti alla osservanza delle norme contenute nel presente Codice e delle norme statutarie e federali anche i soci e non soci cui è riconducibile, direttamente o indirettamente, il controllo delle società stesse, nonché coloro che svolgono qualsiasi attività all’interno o nell’interesse di una società o comunque rilevante per l’ordinamento federale.”…].

Si osservi che un aspetto simile al sopradetto – ma in meno – era già emerso circa il rapporto tra collegi professionali e Regioni sulla competenza a fare le leggi, con puntuale dichiarazione di illegittimità nella cit. sentenza Corte costituzionale n. 372/1989*,

[allora riferita alla stessa cit. legge 1989, n. 6, ne basta qualche passo:

* “…Tale disciplina – nelle sue diverse articolazioni – determina una indebita compressione del ruolo riservato alle Regioni in materia di istruzione professionale, dal momento che affida l’organizzazione dei corsi professionali, di abilitazione o di aggiornamento, agli stessi organi dell’ordinamento professionale rappresentati dai collegi delle guide, escludendo, di contro, la presenza regionale (come nel caso dell’art. 9), ovvero limitandola alla sola vigilanza (come nel caso dell’art. 7) o, al massimo, all’intesa con gli stessi collegi (come nel caso dell’art. 22). La giurisprudenza di questa Corte, in precedenti occasioni, non ha mancato di sottolineare come, in materia di istruzione professionale, la definizione dei programmi e l’organizzazione dei corsi spetti alla sfera delle attribuzioni regionali, salva la presenza di possibili forme di coordinamento e controllo centrale dirette a garantire standards minimi quantitativi e qualitativi, relativi ai corsi, nonché verifiche relative alla fase della valutazione finale del risultato della frequenza ai corsi, ove questa comporti il rilascio di titoli abilitanti su scala nazionale (…). Questo non conduce, peraltro, a escludere la possibilità che, ai fini dell’organizzazione dei diversi corsi professionali e della definizione dei criteri didattici e dei programmi, sia dato spazio adeguato anche all’apporto collaborativo degli organismi rappresentativi della categoria professionale (si tratti dei collegi professionali o del Club alpino italiano, già investito, in materia, delle competenze di cui all’art. 2 della legge 24 dicembre 1985, n. 776, richiamate anche dagli artt. 20 e 26 della legge in esame): tale apporto – ben giustificato in relazione al peculiare contenuto tecnico e di esperienza proprio delle materie oggetto dei corsi professionali di cui é causa – potrà essere definito, in forme appropriate, tanto in sede di eventuale formulazione di nuovi principi da parte della legge statale quanto in sede di legislazione regionale.”].

Fermo restando che gli aspetti delle proposte da me censurati non concernono l’organizzazione od i programmi ma le ricadute esterne del generale strumento normativo (artt. 1 + 13) architettato con l’occasione dell’istituzione di una figura professionale

[quest’ultima competenza è esclusiva della legge statale, come pure tali proposte prevedono nei loro rispettivi articoli 2:

“Individuazione di nuove figure professionali.

  1. L’individuazione di nuove figure professionali del turismo montano e la fissazione dei pertinenti requisiti fondamentali spettano allo Stato, che istituisce con legge i rispettivi elenchi speciali, la cui tenuta è affidata ai collegi regionali delle guide di cui all’articolo 13 della legge 2 gennaio 1989, n. 6…”.].

AlpinismoNONguide-3-20120525005045

§ 23. Imperium e “piccoli passi” (“funzionalismo alpinistico”?).
Quando sopra scrivevo che l’alpinismo professionale non è sviluppo o trasformazione dell’amatoriale, rivendicavo autonomia e libertà per coloro che non vogliono sapere di soldi nello svolgimento della propria attività né comunque essere toccati da cose altrui.

Pretese anacronistiche e stupide? Dobbiamo economicizzarci? Magari per farci poi fornire, istruire, accompagnare o spennare da altri?

Ma l’intento ora risulta più chiaro: chi come sopra individua i “materiali alpinistici” e le “tecniche alpinistiche”, ricordato quanto ho detto circa l’applicazione legale che prevedibilmente ne faranno gli “operatori non alpinistici”, non dispone ed impone per sé, ma per tutti: cioè anche per coloro che stanno e vogliono stare fuori dall’ambito o dai confini, non solo tra professionisti – non professionisti e tra alpinismo – arrampicata ma pure tra alpinisti – arrampicatori da una parte e non alpinisti – non arrampicatori dall’altra (cosa è, chi va con ciaspole per strade allunate annusando polenta? Dove vanno messi gli escursionisti?)

[su questi ultimi, si noti che la legge della Regione Abruzzo 16 settembre 1988, n. 86, ha aggiunto la roboante apposita professione dell'”accompagnatore di media montagna-maestro d’escursionismo”.

Se guardiamo fuori dai nostri riferimenti, la legge della Regione Valle d’Aosta 21 gennaio 2003, n. 1, ha invece istituito la professione di “maestro di mountain bike”.

E così via].

Non si pensi ad una preoccupazione eccessiva: se in Italia verrà approvata una definizione per legge di alpinismo, arrampicata e relative tecniche, sarà applicata erga omnes.

Guida alpina Gianluca Bellin
AlpinismoNONguide-3-GianlucaBellin-photo§ 24. Continua l’astuzia della proposta Saltamarini
(uguale nelle proposte Di Centa-Quartiani e Fosson), la quale si spiega, con la relazione a commento dell’art. 13, dappresso.

“Materiale alpinistico” = “elenco” (delle g.a.-m.a).

“L’articolo 13 interviene in merito alla definizione del concetto di ‘materiale alpinistico’. L’elenco, già predisposto dal collegio nazionale dal 2007, costituisce un importante punto di riferimento in occasione di perizie, cause legali e controversie di vario genere. L’inserimento nella presente proposta di legge permette di ‘ufficializzare’ uno strumento già largamente utilizzato”.

Dunque, alfine e neppure nel testo proprio di legge (una relazione di legge in sé non è legge; ma conta, come ha dimostrato il cit. riferimento nella sentenza della Corte costituzionale), l’aspirante legislatore, quantomeno nel sottofondo, ha gettato la maschera:

non si tratta di porre norme di concetto o super partes ma di delegare l’orientamento e la delimitazione di un ambito, non quello definitorio alpinistico o arrampicatorio (“Lotta con l’Alpe” od altri ipotizzabili) su cui normalmente i praticanti si impegnano a declamare ma quello sugoso pragmatico / giuridico delle “perizie, cause legali e controversie di vario genere”, così al contempo affermando il campo proprio e limitando quello altrui (professionale o no, a seconda dei casi), anche con le correlate “riserve” di esercizio legale, le sanzioni (penali, amministrative) e le ulteriori conseguenze civilistiche e sociali, nonché con possibilità di ulteriori sviluppi.

Sarebbe l’ordinario compito della legge; ma qui vogliono che l’individuazione dell’oggetto materiale della norma sia affidata ad uno solo dei soggetti praticanti alpinismo ed arrampicata, per giunta non l’unico significativo, mentre in un Paese democratico non dovrebbe essere che un’attività svolta da centinaia di migliaia di persone sia per qualche santo definita da chi rappresenta la parte di poco più di un migliaio.

C’è altro, a conferma del cattivo pensiero.

Di che consiste, questo “… elenco, già predisposto dal collegio nazionale dal 2007… importante punto di riferimento in occasione di perizie, cause legali e controversie di vario genere”, il cui inserimento nella presente proposta di legge permetterebbe di “‘ufficializzare’… uno strumento che sarebbe “già largamente utilizzato”?

Leggiamolo nel sito Internet del Collegio nazionale delle g.a-m-a., come comparso in versione 08/11/2009 (le citt. proposte fanno riferimento alla versione 2007, però lo stesso art. 13 ha preimpostato una potestà evolubile):

° Piccozza – imbragatura – casco – ramponi

° Chiodi da roccia e da ghiaccio

° Martello da rocciatori

° Corde – cordini – fettucce – dadi -friends – eccentrici

° Dispositivi di ancoraggio

° Dispositivi assicuratori (freni, discensori, bloccanti meccanici)

° Dissipatori

° Kit da ferrata

° Moschettoni con e senza ghiera

° Staffe

° Ciaspole o racchette da neve

° Sci con attacchi a sci-alpinismo e pelli di foca

° Arva – pala – sonda da neve

° Martello da roccia e da ghiaccio”.

Non pignoliamo (esempio: quale la differenza tra “Martello da rocciatori” e “Martello da roccia e da ghiaccio”?).

Il fatto però è che – lì dentro – mediante inclusione di materiali, hanno investito l’intera gamma del praticabile: dalla roccia (martello, ecc.), al ghiaccio (martello, ecc.), al misto (idem), alla vie ferrate (kit da ferrata) o ai sentieri attrezzati (moschettoni con o senza ghiera), finanche appunto alle dette passeggiate su strade con ciaspole sotto la luna annusando polenta.

Senza distinzioni di difficoltà e/o modalità d’impiego nè alcun altra delimitazione (non sia il mio un suggerimento ad elaborarne di elusive).

Senza limitazioni all'”occasione” del “maestro d’arrampicata”, poiché queste indicazioni comprendono chi vuole fare alpinismo od escursionismo, comunque pure in “… zone con caratteristiche alpine e delle aree innevate…”.

Senza qui (art. 13) fare distinzioni tra professionisti e non professionisti, per modo che l'”obliqua” definizione del preteso “concetto” (sic) di “materiale alpinistico” varrà di riflesso per dilettanti, volontari, liberi praticanti, tutti!

Esce una considerazione ulteriore.

Il normale praticante alpinista non legge le proposte di legge e meno che meno la relazioni di presentazione, e, se mai gli fosse capitato davanti l'”elenco”, avrà pensato, senza capirne lo scopo, ad una lista qualsiasi, tipo quella da spesa; ma con esso alcuni (pochi) hanno pre-disposto lo strumento, l’hanno ufficializzato, l’hanno fatto finire in proposte legislative, il tutto in vista del maturare di una normativa e di fatti che intanto indefessi spingono avanti di soppiatto;

AlpinismoNONguide-3-formazione

§ 25. Riserva di “metodi” / “teorie”?
“Tecniche alpinistiche” = “testi tecnici” e “corsi di formazione e aggiornamento”.

Proseguendo, e ricordato che, come da art. 2 della legge 1989, n. 6, ciò che individua i contenuti della professione di g.a.-m.a. sono l’accompagnamento e l’insegnamento riferiti a “tecniche alpinistiche” (oltre che “sci-alpinistiche” ed in genere alla “montagna”), ancora più irrazionale, pesante ed invasiva risulta la prospettiva emergente – in stile ed effetti analoghi al caso precedente – dalla lettura dello stesso art. 13 ove, e sempre prescindendo da diretti riferimenti alla montagna, statuisce che:

“Per tecniche alpinistiche si intendono le tecniche individuate dai testi tecnici del Collegio nazionale e oggetto di insegnamento nei corsi di formazione e di aggiornamento”.

Difatti:

– il cit. parametro dell’elenco dei “materiali” almeno è di facile individuabilità ed intelleggibilità, pure se l’inclusione di ciascuno di essi porterebbe a fare scontrare tra loro i rilievi di arbitrarietà ed il principio del mala lex sed lex;

– ma il rinvio, per giunta del tutto indeterminato, ai “testi tecnici del Collegio nazionale e oggetto di insegnamento nei corsi di formazione e di aggiornamento”, creerebbe problemi di non univocità e non stabilità di questi riferimenti medesimi, e, soprattutto, imporrebbe una soluzione non giustificabile sul piano stesso della tecnicità e della giuridicità. Oltre che francamente arrogante.

Qui non si tratta solo dei singoli materiali che farebbero l’alpinismo e/o arrampicata, ma della loro scelta e del “metodo” / “metodi” e “teorie” sul loro impiego (quale l’esatta assicurazione? con “mezzo-barcaiolo”, col Gri-Gri, altro?).

E ciò può valere per la “gestualità” (mi sovvengono le antiche polemiche pedagogiche sull’”appoggibilità” del ginocchio o l'”incrociabilità” dei piedi nell’arrampicata su roccia…).

Come se queste cose siano “riservabili”, ed in base ad una legge, od in qualunque altro modo.

Inoltre, tutto si vuole sia normativamente “detto” dalle g.a.-m.a. e solo da esse o da qualcuna di esse, per le relative conseguenze (economiche e) legali.

C’è compatibilità di tali soluzioni coi principi costituzionali (eguaglianza, libertà di pensiero, libertà d’arte e scienza, libertà d’insegnamento e d’apprendimento, di circolazione, riserva di legge su prestazioni imposte, ecc.), oltreché, più semplicemente, con la prassi ed il buon senso?

Onde percepire la gravità ed assurdità della pretesa, si pensi alle possibili divergenze di soluzioni proposte da un manuale adottato dalle g.a.-m.a. e da uno adottato dalle scuole C.a.i. o da altri; e, in nuce, all’incongruenza del voler modulare soluzioni normative sulle opinioni di chi venga di volta in volta a gestire un settore operativo che in verità è aperto a tutti (non necessariamente sprovveduti)

[esempio, a proposito della consigliabilità di imbragature “basse” o “combinate” o “intere / complete”: il “Sicurezza” delle g.a.-m-a. 2003 pag. 21 era nel primo senso, l’Alpinismo su roccia delle scuole CAI 2007 propende per il secondo, pagg. 76 ss; e deve contare pure il parere di esperti singoli, come Il manuale dell’alpinismo. Materiali e tecniche dell’alpinismo moderno, di Franco Perlotto, Sperling & Kupfer, 1994, pag. 76, che sostiene le prime, o Il manuale dell’alpinista. Escursionismo, trekking, arrampicate:…, di Giancarlo Corbellini, ed. Piemme, 1993, pag. 102-103, che contempla solo le seconde e le terze].

Per non parlare delle epoche di produzione successive, dell'”istituzionalità” o no delle fonti di produzione, dei diversi destinatari di riferimento (clienti / allievi, o liberi praticanti, o professionisti, altri), delle soluzioni eclettiche, ecc.

Quid iuris, in caso di rilevanza giuridica in un sinistro? O, peggio: potrà essere “fermato” su una via o sentiero ferrato chi non porta casco e/o set d’arrampicata o li impiega male? E poi, su questa via, anche quelli all’ultima moda, magari artificiosa e solo produttiva di desideri?

[sull’ultimo punto, in generale, per temi analoghi e relative spinte, Serge Latouche, Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, ed. Bollati Boringhieri, 2013.

Vd. post, tra i commenti in punto GPS, ad esempio quello sui “…formidabili gioiellini elettronici con un display più ampio (rispetto ai precedenti modelli) per me risultano una vera tentazione…”].

Si aggiunga che molte soluzioni tecniche (idem quanto a materiali) sono perfettamente valide ancorché non contemplate o preferite da un manuale od in corsi, per cui verrebbero in discussione anche i gusti

[caso di chi si autoassicura in sosta con l'”asola” o “nodo delle guide” semplice, piuttosto che col “nodo barcaiolo” unico allo scopo contemplato nel cit. manuale Alpinismo su roccia, pagg. 114-321].

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§ 26. Constatazioni e domande sulle nuove g.a.-m.a. – imprenditrici (educatrici, ecc.): non più “professione di nicchia” (pro e contro).
Che parte hanno e fanno le g.a.-m.a. – nel contemporaneo – non solo in questo caso?

A me pare che, sempre tali chiamandosi e firmandosi, continuino ad usare il “valore d’immagine” dell’antico mestiere / professione, ma che ormai siano attaccate ai poteri economici e pubblici e pensino ed agiscano pure da imprenditori, nel senso del prendersi anche un po’ tutto del profittevole resto, se del caso incuranti di passare sopra a qualcuno

[esempi a caso: Angelo Seneci in Gli sport outdoor, una risorsa turistica: farne un’opportunità e non un problema, da “guida alpina, Direttore Rock Master e consulente esperto in Turismo Outdoor”, Gogna Blog; o la fresca Accademia della montagna trentina, presieduta da g.a.-m.a. la quale non limita il proprio focus ad “accompagnamento” + “istruzione” ed opera su più fronti in sinergia con l’ambiente universitario, di altri imprenditori, ecc.].

Estensione d’ambito che in anni recenti è stata puntualmente formalizzata e sostenuta dalla legislazione, nel solco delle mercatizzazioni e delle “valorizzazioni” di cui all’art. 117 Costituzione riformato nel 2001

[ad esempio, la Legge Regione Veneto 3 gennaio 2005, n. 1 e successive modifiche (“Nuova disciplina della professione di guida alpina e di accompagnatore di media montagna”):

“Art. 20. Promozione e diffusione delle attività di montagna.

  1. Le guide alpine e gli aspiranti guida e gli accompagnatori di media montagna sono soggetti impegnati a promuovere e diffondere le attività di montagna, nonché a incentivare il turismo montano e a creare flussi di visitatori nazionali e esteri nel territorio regionale veneto. A tal fine possono cercare collaborazioni, anche attraverso accordi e convenzioni, con altri soggetti istituzionali, pubblici e privati, nazionali od esteri che, del pari, operano con finalità sportive, ricreative, educative e turistiche.
  2. Per i fini indicati al comma 1, la Giunta regionale è autorizzata a concedere al direttivo del collegio regionale delle guide contributi: …”.].

Possono (fino ad un certo punto). Ma, a parte il fatto che così facendo non sfuggiranno dalle diverse sostanze ed alle legali responsabilità del rinnovato statuto giuridico d’appartenenza (ormai non solo quello della tradizionale professione), hanno il dovere di essere chiare nei confronti del “gestito” “popolo alpinistico” e magari di chi vota le leggi, nonché, per certi casi, di non prevaricare.

Non è più “di nicchia”, la gloriosa professione di g.a.-m.a.: connotata, rispetto ad altre note, da caratteri anomali, pure per numeri piccoli e per privilegi, cerca e trova nuove alleanze battendo strade espansive, vincolando altri.

§ 27. Episodio o “macchia a cascata d’olio” (non solo g.a.-m.a.)? Tutto sub “sicurezza” (e nuovi “funzionari” o “ausiliari”).
Quanto sopra si colloca in un trend, variegato, diffuso e volto ad ulteriori obbiettivi, come risulta da alcuni esempi:

1 = sci da pista: altri vigilantes (proposta di legge Senatrice Lanzillotta, anno 2014)

Un’altra proposta di legge, per lo più circa gli sport non agonistici, da ultimo comunicata alla presidenza l’11 marzo 2014 col n. 1367 a nome della Senatrice Lanzillotta e recante “Modifiche alla legge 24 dicembre 2003, n. 363, in materia di sicurezza nella pratica degli sport invernali da discesa e di fondo”, procede a fare diventare tutori dell’ordine sportivo (c.d. “vigilanti privati” per l’art. 15*) alcuni soggetti privati e professionisti della montagna – imprese gerenti impianti sciistici o maestri di sci – mediante la loro parziale assimilazione operativa alle tradizionali Forze di polizia; infatti,

*art. 15 comma 1 lettera a) della proposta Lanzillotta:

– comincia, introducendo il comma 1-bis nell’art. 21 della cit. vigente legge 2003, n. 363,

“Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano… istituiscono… specifiche figure a cui affidare, mediante convenzioni con i gestori, che si avvalgono a tal fine anche della collaborazione dei maestri di sci, i compiti di soccorso e di vigilanza, anche al fine di irrogare le sanzioni; … (nota: per altre evenienze, post);

– continua, introducendovi il comma 1-sexies,

“Ai soggetti incaricati di svolgere i compiti di vigilanza, privi della qualifica di pubblico ufficiale, sono attribuiti i poteri di contestazione e riscossione immediate, nonché la redazione e sottoscrizione del verbale di accertamento con efficacia di cui agli articoli 2699* e 2700** del codice civile”

[* art. 2699 codice civile:

“Atto pubblico.

L’atto pubblico è il documento redatto, con le richiese formalità, da un notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuirgli pubblica fede nel luogo dove l’atto è stato formato”;

** art. 2700 codice civile:

“Efficacia dell’atto pubblico.

L’atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti”.].

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Ciò – per inciso – benché la relazione di presentazione delle proposta medesima avesse affermato: “Viene, in fine, confermato il ruolo dei maestri di sci, non quali soggetti accertatori delle violazioni, ma per la segnalazione agli addetti alla vigilanza di tutti i comportamenti non corretti (e non solo di quelli attinenti alla velocità, come al momento previsto)”

[riporto infatti a raffronto la per ora vigente legge 2003, n. 363, che la proposta Lanzillotta vuole in punto come sopra modificare:

“Art. 21. “(Soggetti competenti per il controllo)

  1. Ferma restando la normativa già in vigore in materia nelle regioni, la Polizia di Stato, il Corpo forestale dello Stato, l’Arma dei carabinieri e il Corpo della guardia di finanza, nonché i corpi di polizia locali, nello svolgimento del servizio di vigilanza e soccorso nelle località sciistiche, provvedono al controllo dell’osservanza delle disposizioni di cui alla presente legge e a irrogare le relative sanzioni nei confronti dei soggetti inadempienti.
  2. Le contestazioni relative alla violazione delle disposizioni di cui all’articolo 9, comma 1, avvengono, di norma, su segnalazione di maestri di sci.”].

Dunque, la proposta mira – sembra senza voler fare acquisire la qualifica (nemmeno i doveri e le responsabilità…) di “pubblici ufficiali” o di “persone incaricate di un pubblico servizio” (vd. altrimenti gli artt. 357* e 358** del codice penale) e richiamando le note figure cittadine degli accertatori di illeciti da circolazione stradale*** – a fare sì che alcuni privati abbiano poteri di redigere verbali di accertamento, di contestare illeciti e di riscuotere le relative sanzioni, a carico dei normali praticanti sportivi

[* art. 357 codice penale:

“Nozione di pubblico ufficiale.

Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa.

Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi”;

** art. 358 codice penale:

“Nozione della persona incaricata di un pubblico servizio.

Agli effetti della legge penale, sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico sevizio.

Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di questa ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale”;

*** va detto che nella giurisprudenza penale è stata esclusa, in capo ai c.d. “ausiliari del traffico” stradale dipendenti privati, la ricorrenza delle qualifiche di pubblico ufficiale o di persona incaricata di pubblico servizio; pertanto, essi non rispondono dei reati di falso in atto pubblico e simili, esempio sentenza Corte di cassazione penale 14 giugno 2013, n. 26222.

Quella di “… far assurgere le guide alpine a ‘pubblico ufficiale’ al di sopra di una certa quota e su terreni ‘alpinistici’, affinché esse possano avere il giusto valore nel contenere certi comportamenti sconsiderati, evitando quelle imbarazzanti situazioni in cui, come è capitato a esempio al sottoscritto, si viene mandati a quel paese in nome della tanto nominata eppure poco conosciuta libertà per avere consigliato, a una inesperta famigliola, di non avventurarsi su un ghiacciaio senza corda e gli adeguati attrezzi”, era una proposta della g.a.-m.a. Giovanni Groaz, Alpinismo: quale libertà?, in Lo Scarpone novembre 2011, pag. 39].

E’ corretto? I normali praticanti sportivi ne sapevano o sanno qualcosa? Ne arriveranno poi altri, di vigilantes privati, magari comprendendovi g.a.-m.a. e volontari?

Ci si rende conto, e non solo quanto ai “professionisti del turismo montano”, che così ne viene ulteriormente modificata la natura e l’identità: da solo professionisti praticanti, a funzionari od ausiliari, occhiuti su altri;

2 = “sci fuori pista” e “sci-alpinismo” (astenersi!).

La stessa proposta Lanzillotta – ancora strumentalizzando il mantra / business della “sicurezza” e benché diversamente intitolata (visibilmente, non tratta nè sci fuori pista né sci-alpinismo), investe pure questi ambiti, con l’art. 12 e nel relativo passaggio della relazione illustrativa, a modifica dell’art. 17 sempre della legge 2003, n. 363.

Infatti, circa l’obbligo di dotazione di “cosiddetti ARTVA”, abroga l’inciso della vigente legge “laddove, per le condizioni climatiche e della neve, sussistano evidenti rischi di valanghe” (prima però cura dichiararlo “imperfetto”: se c’è evidente rischio, non si va!), e prescrive per tale caso il dovere secco di astensione dall’attività

[si pensi alla conseguente possibilità di impedire e sanzionare l’escursionista per la sola mancanza dell’apparecchiatura, a prescindere da un sinistro e da ogni sua eventualità; ed all’automaticità di coinvolgimenti amministrativi e giudiziari nel caso in cui si sia davvero verificato, magari per altra causa];

3 = vie ferrate: anche là, il “tutor”!

Franco Brevini (Le 10 ferrate più belle d’ Italia, Corriere della Sera del 07.8.2012), premesso che “i puristi storcono il naso e lamentano la profanazione della montagna”, evidenziava che “Anche il Soccorso alpino si è mosso per una campagna di prevenzione, «Sicuri in ferrata»: i tutor hanno trascorso alcune giornate sulle ferrate più frequentate, controllando se gli escursionisti indossassero il casco e l’imbragatura e si servissero dei set da ferrata… Quelli non attrezzati nel modo corretto vengono scoraggiati a proseguire”.

A parte il fatto che così ad essere profanate sarebbero le persone autosufficienti e non le montagne, mi rammarico di tanti che continuano a non accorgersi del problema: col tempo – pare un’altra applicazione della politica europea dei “piccoli passi” alias “funzionalismo economico” – avremo pure i controllori da roccia, pubblici e privati (tra essi non voglia mettersi il C.a.i., per farci del bene);

4 = g.a.-m.a. e bivacchi abbandonati: diffide e operazioni in danno di proprietari inadempienti.

Una particolare funzione potestativa è stata attribuita alle g.a.m.a. della Valle d’Aosta, in forza della legge regionale 20 aprile 2004, n. 4 e recenti integrazioni con legge regionale 28 dicembre 2011, n. 33:

“Art. 5bis

(Obblighi di conservazione e pulizia dei bivacchi)

  1. I proprietari dei bivacchi che beneficiano delle agevolazioni di cui alla presente legge sono tenuti ad assicurare la pulizia periodica e la conservazione delle strutture.
  2. Nei casi di accertata inosservanza degli obblighi di cui al comma 1, le società locali di guide alpine di cui all’articolo 19 della l.r. 7/1997, previa diffida a provvedere entro un congruo termine, possono disporre le operazioni necessarie in danno dei proprietari inadempienti.”;

5 = rilevatori elettronici, videosorveglianza, ecc.: “Grande Fratello Montano”.

Ancora nella cit. proposta Lanzillotta (sullo sci da pista ma – ormai l’abbiamo notato – vale extra):

– art. 15 comma 1-quater,

“… può essere prevista la sperimentazione di sistemi elettronici di identificazione dello sciatore, di registrazione delle sanzioni irrogate e di videocontrollo delle piste, anche al fine di prevenire le violazioni della presente legge, con particolare riferimento a quelle previste dall’articolo 9”

[nota: quest’ultimo concerne il dovere di “collocare l’attrezzatura fuori dal piano sciabile, in modo da non recare intralcio o pericolo ad altre persone”].

L'”identificazione” dello sciatore a mezzo di sistemi elettronici (esempio nell’accedere all’impianto sciistico), con videocontrollo e registrazioni, già riguarderà di fatto ciascuno, qualunque cosa faccia o non faccia; ma,

– art. 15 comma 1-bis,

“… possono altresì procedere, previo accordo con i gestori, a forme di sperimentazione, anche ulteriori rispetto a quelle previste dal comma 1-quater, per migliorare la prevenzione dei rischi della pratica degli sport invernali”.

Pertanto, la proposta, che parte dal poco (poiché i maleducati lasciano pericolosamente gli sci sulla pista intanto che vanno a bere il caffè…, ecco un videocontrollo contro il “… collocare l’attrezzatura fuori dal piano sciabile, in modo da non recare intralcio…”, anche se riprenderà chiunque), già si proietta su tutto e tutti;

6 = “raccomandazioni” e “istruzioni” (tecnologie ed altro), prima.

Se ed intanto che qualcuno fa leggi, non conviene nè serve stabilire un obbligo di impiego di materiali o tecniche.

In genere, iniziano con raccomandazioni comportamentali, a volte utili, preferibilmente fatte sostenere da enti istituzionali o soggetti autorevoli, in ambiti didattici o comunque di prevenzione e/o magari solo voluttuari, le quali però varranno fuori da questi confini

[prendo ad esempio l’apparecchiatura GPS, ma considerando che in questo periodo fenomeni analoghi si constatano pure per altro (AIRBAG per sci-alpinismo, GeoResQ per tutti, ecc.), a campione:

– le aziende di produzione e commercializzazione, si avvalgono di rilevatori volontari (per accordi ad esempio tra Garmin e C.a.i. vd. Internet);

– l’alpinista estremo Simone Moro sostiene sui media che il GPS è “fondamentale sicurezza”;

– su Internet e sul territorio proliferano informazioni, convegni ed inviti stentorei (esempio, “Tutto quello che bisogna assolutamente sapere su un GPS outdoor da escursionismo”: ivi sono sintomatici alcuni commenti, come quelli di Cristina: “…volevo regalare un GPS al fidanzato perché gli è venuto il trip di segnarsi i posti dove trova i funghi …” o di Paolo Ornella, già riportato, “… il fatto che risultino dei formidabili gioiellini elettronici con un display più ampio (rispetto ai precedenti modelli) per me risultano una vera tentazione:…”);

– la Regione Piemonte istituisce il “Catasto Regionale dei percorsi escursionistici” avvalendosi di “metodologie di rilevamento con strumenti GPS dei dati informativi sui percorsi inclusi nella Rete escursionistica regionale”, vd. in “Deliberazione della Giunta Regionale n. 37 – 11086 del 23 marzo 2009. Approvazione della Rete escursionistica regionale e del Catasto regionale dei percorsi escursionistici”, Internet;

– il Servizio valanghe italiano organizza un corso 2012 di cartografia digitale e utilizzo del GPS aperto a tutti coloro che intendono organizzare “correttamente” le escursioni in ambiente;

– le g.a.-m.a. tengono corsi di addestramento all’utilizzo di tali materiali e tecniche;

– il CAI evidenzia in corsi e manuali tecnici l’importanza dell’utilizzo di questa strumentazione ai fini di sicurezza, soddisfazione e divertimento [“Montagna da vivere…” cit., pag. 299 ss, nonché, per il recente sistema GeoResQ, pag. 945-496. Ivi ne è sostenuto l’uso al contempo per la caratteristica del “… saper progettare un itinerario e condurlo in modo autonomo…” (mah!), pag. 270-271];

– ecc.

Altri aspetti nel mio Sicurezza in montagna diventa ‘ipertecnologica’?, Gogna Blog].

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Si tenga presente: non sto discutendo dell’utilità o meno di certe attrezzature o tecniche ma di come da una prassi, sovente provocata, si formano norme che possono finire a vincolare ciascuno, ciò che in fondo sostanzialmente interessa chi produce e vende;

7 = “obblighi” (correlati “scaricabarili”, amministrativi o ex lege), poi.

E’ così già arrivata l’imposizione al praticante dell’obbligo di dotarsi di alcuni strumenti, e dunque, prima, d’acquistarli, e di adottare alcune tecniche; ancora con possibili ricadute, in difetto, ex art. 43 c. p.

Ciò, pure, ove non sia dato capire se davvero vogliono sia fatta “sicurezza” o piuttosto credere di esonerare da responsabilità chi ha realizzato o gestisce l’impianto (e chi gli aggeggi li compra e porta con sè magari solo – come si dice – per “pararsi” legalmente).

Comunque sia, è bizzarra la pretesa di imporre pubblicamente al praticante il modo di avvalersi di impianti, e, al contempo, di non volerne portare le conseguenti responsabilità legali

[esemplarmente, per la ferrata “Sasse” a filo di Lago d’Idro, inaugurata nel 2013, a carico dell'”alpinista (?) e fruitore” è prevista l'”attrezzatura obbligatoria” costituita da casco e set di ferrata (lì hanno dimenticato pinne e salvagente). Con l’ormai classico avviso scaricabarile: “La ‘Ferrara Sasse è stata attrezzata adottando materiali e criteri in conformità alle leggi vigenti per quanto riguarda la sicurezza; tuttavia vista la pericolosità intrinseca di questa attività sportiva, ogni responsabilità per danni a se stessi, ad altri e a cose è a carico del singolo alpinista (?) e fruitore”. Internet.

Cenni al punto in Luoghi d’arrampicata…” cit.].

In conseguenza dell’avvenuta “mercatizzazione” del “sistema falesie” e del voluto o sperato – ove non sia anche sfruttato – tramonto della tradizionale mentalità autoresponsabile dell’alpinista, risulta accentuato il problema legale per chi realizza e gestisce impianti del genere; e dunque è sorta la necessità di avere a sostegno tecnici tranquilizzatori

[prof. avv. Carlo Bona, “Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna”, in atti del convegno L’arrampicata sportiva – un’opportunità per il territorio, marzo 2013, rinvenibile in Le possibilità di sviluppo delle falesie del Lecchese e in Progetto di valorizzazione delle falesie lecchesi, Gogna Blog.

Diversa e complessa l’esposizione dell’avvocato Massimo Viola, in Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 2, sempre Gogna Blog.

Cenni ancora in Luoghi d’arrampicata… cit.; nonché nei miei La sicurezza ‘messa’, anche in montagna: è l’era MinS! e ‘FRUIRE’ la montagna: no, grazie!, Gogna Blog].

Si noti che – a volte – il legislatore invero già ha escluso certe responsabilità legali in capo a certi concessionari e gestori (ecc.), cosa che rende ancora meno giustificabile come possano esservi loro preoccupazioni almeno per quanto avvenga fuori od indipendentemente da essi; ad esempio,

per l’art. 17 comma 1 della cit. vigente legge 2003, n. 363:

“(Sci fuori pista e sci-alpinismo)

Il concessionario e il gestore degli impianti di risalita non sono responsabili degli incidenti che possono verificarsi nei percorsi fuori pista serviti dagli impianti medesimi.”…;

[l’esonero previsto dallo stesso articolo verrebbe ampliato dall’art. 12 della cit. proposta Lanzilotta, così:

“Il concessionario, il gestore degli impianti di risalita e i comuni non sono responsabili degli incidenti che possono verificarsi nei percorsi fuori pista serviti dagli impianti medesimi e segnalati ai sensi del comma 2-bis”;…”.].

Mentre, quali esempi di una prassi legislativa ormai diffusa, affermante un principio che – ad essere seri – non dovrebbe nemmeno essere discutibile:

– per articoli vari (23, 25, 29 e 39) della legge Provincia di Trento 15 novembre 2007, n. 20,

sono assoggettabili a “manutenzione e controllo” le “vie alpinistiche”, cioè gli “itinerari che possono richiedere una progressione anche in arrampicata, segnalati solo da tracce di passaggio o ometti in pietra, attrezzate dei soli ancoraggi per agevolare l’assicurazione degli alpinisti”, e … “Per la realizzazione o la modifica di strutture alpinistiche… è richiesta l’autorizzazione della Provincia…”; però, “L’iscrizione nell’elenco e l’esercizio dell’attività di controllo e manutenzione non escludono i rischi connessi alla frequentazione dell’ambiente montano”;

– per l’art. 2 bis comma primo legge cit. Regione Valle d’Aosta 21 gennaio 2003, n. 1 e successive modifiche,

“(Pratica della mountain bike)

La percorrenza con la mountain bike di sentieri e strade non classificate come statali, regionali o comunali, avviene a completo rischio e pericolo degli utenti.”…

Il tutto a prescindere dal problema se le legislazioni regionali o provinciali ed i provvedimenti amministrativi possano incidere sugli ambiti di “giurisdizione e norme processuali, ordinamento civile e penale…”, che sarebbero invero esclusivi di quella statale

[art. 117 comma 1 lettera l) Costituzione, modificato nel 2001];

8 = prestazioni alpinistiche imposte (art. 23 Costituzione?).

E’ in questo retroterra che si radica il tentativo, a volte realizzato, di imporre al praticante alpinistico l’obbligo di avvalersi di altrui prestazioni professionali, in specie dalle g.a.-m.a.

[però si potrebbero fare pensieri sul limite argomentabile dall’art. 23 Costituzione:

“Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”].

Basta da un lato in generale ricordare il già segnalato titolo del maldestro articolo di Mariolina Iossa Maestri alpini e divieti. Arriva il codice della neve. Presto norme severe contro i turisti delle valanghe. Le guide. Con condizioni buone si può sciare fuoripista solo con una guida alpina, non a caso pubblicato su un importante quotidiano commerciale quale il Corriere della Sera; e dall’altro citare qualche esempio di una serie di minuti provvedimenti che tale intento / pratica hanno auspicato od applicato:

a = le note ordinanze del Sindaco di Livigno sull’obbligo di accompagnamento da parte di g.a.-m.a. in certe pericolose condizioni sci-alpinistiche (vd. in Il diritto va in montagna cit.);

b = la normativa amministrativa a proposito della pratica dell’eliski accompagnato da g.a.-m.a., oltre ad altre, della Vallecamonica-Adamello (Legalizzazione dell’eliski e scorretta informazione, Gogna Blog);

c = i pareri di alcune g.a.-m.a. prestigiose a proposito del rilascio di “patentini”, corsi d’obbligo per neofiti, o simili (Hans Kammerlander, Giovanni Groaz cit., altri)

d = il dibattito parlamentare, con l’intervento del Sen. Antonio Fosson, nel senso che “… Il rischio nella pratica degli sport di montagna non può essere eliminato completamente, ma può essere ridotto se affrontato con professionisti, non da turisti soli e inesperti: alcuni percorsi di sci alpinismo devono essere affrontati solo se vi è un professionista come accompagnatore” (in Incidenti montagna: Fosson, non sanzioni su sci fuori pista, da Sito ufficiale della Regione Autonoma Valle d’Aosta, 10/02/2010, e altrove, Internet);

e = l’accessibilità turistica ai vulcani italiani, ove si alternano provvedimenti che la consentono, la condizionano all’accompagnamento di guida vulcanologica (in generale prevista della legge istitutiva delle g.a.-m.a. 1989, n. 6, cit.) o addirittura la vietano (in argomento rimando all’appena pubblicato Etna libero 1, intervista a Marco Albino Ferrari con ulteriori fonti nello stesso cliccabili, Gogna Blog). Ecc.

Sarebbe auspicabile che in punto libera frequentazione della montagna sia definita, dichiarata e nei fatti mantenuta la posizione ufficiale delle g.a.-m.a.

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/06/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/28/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-2/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/23/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-4/

http://www.alessandrogogna.com/2015/02/07/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-5/

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L’alpinismo non è delle guide alpine 2

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 2a puntata (2-5)
di Carlo Bonardi

PARTE SECONDA

§ 12. Intermezzi giuridici: art. 43 codice penale; “pericolo” (per altri e/o per sé).
Prima di esaminare le novità, occorrono cenni sintetici ad alcuni argomenti giuridici tecnici, che, come meglio si constaterà, sono connotati e connotano prassi e realtà di tipo sociale e politico.

Art. 43 (sub “colpa”) del codice penale (anno 1930, vigente).

Nella parte che interessa, dispone:

“Il delitto:

è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia [nota: c.d. “colpa generica”], ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline” [nota: c.d. “colpa specifica”]. …

[non è facile distinguere tra loro i significati delle fonti normative lì denominate “leggi, regolamenti, ordini o discipline”, tant’è che in generale la composita formula sulla colpa specifica si riassume, a raffronto col caso della colpa generica, nel senso che “… si tratta sempre, sostanzialmente, di inosservanza di regole specifiche di condotta”, così Vincenzo Manzini, Trattato di diritto penale italiano, Utet, ristampa 1985, vol. I, pagg. 809 ss.

Onde cercare di capire:

– in generale, per “regolamenti” si consideri che il significato non è da linguaggio comune, poiché il referente storico / giuridico era a quelli di provenienza pubblicistica di cui alla (poi sostituita) Legge 31 gennaio 1926, n. 100, o, inteso successivamente, di cui all’art. 87 della Costituzione ed altro (legge 23 agosto 1988, n. 400, art. 17 ecc.); tra i vari tipi, ne possono essere emanati da singoli enti pubblici, come collegi od ordini professionali, ma “… la preminenza della fonte legislativa… comporta che il potere regolamentare tenga conto di quanto predeterminato dalla legge (principio di legalità)…”, così Giuseppe de Vergottini, Diritto costituzionale, sesta ed., Cedam 2008, pag. 234. Da ultimo classifica la fonte regolamentare Elio Casetta, Manuale di diritto amministrativo, ed. Giuffrè, XVI^ ed., 2014, pagg. 369 ss.

Per “ordini” si intendono comandi o divieti specifici impartiti da autorità amministrative.

Per “discipline” alcuni atti normativi privati;

– in particolare quanto all’art. 43 c.p.,

“… Il codice, dopo le leggi, enumera i ‘regolamenti, gli ordini o le discipline’. Si tratta di fonti normative che costituiscono oggetto di studio nel diritto costituzionale e nel diritto amministrativo. Ai fini della ricostruzione della colpa specifica, è sufficiente qui ricordare che i ‘regolamenti’ contengono norme a carattere generale predisposte dall’Autorità pubblica per regolare lo svolgimento di determinate attività (si pensi ad es. al regolamento di esecuzione del codice della strada); mentre gli ‘ordini’ e le ‘discipline’ contengono norme indirizzate ad una cerchia specifica di destinatari e possono essere emanati sia da Autorità pubbliche, sia da Autorità private (si pensi ad es. agli ordini emessi da soggetti pubblici o privati per regolare attività lavorative ovvero alla disciplina interna di una fabbrica). Va in proposito precisato che la responsabilità colposa non viene meno, ove la regola precauzionale violata sia contenuta in un regolamento o in altra fonte scritta eventualmente viziata da invalidità formale: ciò che conta è che la regola di condotta violata corrisponda davvero ad una norma precauzionale adatta al caso di specie”…, così Giovanni Fiandaca e Enzo Musco, Diritto penale. Parte generale, Zanichelli, sesta edizione, 2010, pag. 552].
Applicato in campo alpinistico, l’art. 43 c.p. caratterizza i casi di effettiva verificazione di certi fatti materiali (omicidio o lesioni personali: artt. 589 e 590 c.p.): per esso non rilevano ad esempio un’imprudenza o l’inosservanza di un’ordinanza sindacale di divieto, ove non abbiano prodotto quelle negative conseguenze.

Date le finalità di questo scritto, non tratto di tali fatti; evidenzio invece che l’inquadrabilità o meno di comportamenti alpinistici, attivi od omissivi, nelle riportate parti dell’art. 43 c.p. (colpa generica o specifica), ne determina, quando si verifica un sinistro, l’illiceità per l’ordinamento giuridico (penale, ma anche per altri settori: civile, amministrativo, disciplinare, ecc.).

Serve ad illustrazione un’applicazione giurisprudenziale:

“In tema di colpa specifica, l’inosservanza della prescrizione legittimamente imposta dalla pubblica amministrazione costituisce, di per sé, l’essenza della colpa, non essendo consentito al destinatario dell’ordine di sostituire il proprio giudizio di prevedibilità o evitabilità a quello della p.a., adottando condotte diverse. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto illegittima l’esclusione della colpa dei responsabili di una pista da sci i quali non si erano attenuti alla prescrizione della apposita Commissione tecnica provinciale che aveva condizionato l’agibilità della pista alla realizzazione di una barriera dai 12 ai 14 metri dinanzi ad un ponte, ma ne aveva collocato una di lunghezza inferiore a 10 metri) (Corte di cassazione, Sez. IV, 21 marzo 2002, n. 11445)”.

AlpinismoNONGuide-2-4833_2309_04_GablExpedition_302647_webPertanto,chi stabilisce elementi che possano poi essere ricompresi nelle citt. parti dell’art. 43 c.p., orienta e vincola le possibilità operative dei praticanti, singoli od organizzati, già sui piani sociale e politico, e, in caso di sinistro, su quello giuridico delle responsabilità legali.

“Pericolo” (per altri e/o per sé).

Il diritto della responsabilità tradizionalmente tende ad approntare tutele solo per fatti che abbiano prodotto conseguenze materiali negative (morte o lesioni personali, ecc.), o, come altrimenti si può dire, un “danno” (o la “lesione di un bene giuridico naturalistico” od altre espressioni analoghe).

A volte però interviene prima (si dice che “anticipa la soglia di punibilità”), cioè vieta e sanziona quanto un danno potrebbe produrre, anche se questo non si è verificato, dunque la sola messa in “pericolo” di un bene ritenuto giuridicamente rilevante (specie la vita o l’incolumità personale).

Ancor più quando il diritto si occupa solo del pericolo di un danno, occorre che quest’ultimo sia quello cagionabile ad altri (id est: a persone. Sorvolo su quello a cose e/o animali)

[esemplare in tale senso è l’art. 2043 codice civile del 1942, vigente, norma fondamentale:

“Risarcimento per fatto illecito.

Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”].

Per gli sci-alpinisti è il caso – circa il pericolo per altri (deve trattarsi di c.d. “incolumità pubblica”) – del “delitto di valanga” (artt. 449 – 426 c.p.), che negli ultimi anni li ha fatti tanto arrabbiare: cagionare la caduta di una valanga (fenomeno di certe caratteristiche ed in certe condizioni: sorvolo) costituisce reato a prescindere dal fatto che qualcuno ne sia restato ucciso o ferito (altrimenti si aggiungerebbero gli ulteriori reati suindicati)

[in diritto, Stefano Corbetta, Delitti contro l’incolumità pubblica. I delitti di comune pericolo mediante violenza, in Trattato di diritto penale parte speciale, vol. II, tomo I, Cedam, 2003, pag. 245 ss. Vi si consideri soprattutto l’ipotesi colposa.

Quella dolosa è alpinisticamente improbabile, anche se non da escludere ove potesse venire in esame il c.d. “dolo eventuale” (vd. Internet), che Salvatore Prosdocimi ritiene logicamente configurabile anche nel caso di c.d. “reati di pericolo”, salve particolarità per le singole fattispecie incriminatrici, vd. Dolus eventualis. Il dolo eventuale nella struttura della fattispecie penale, Giuffrè, 1993, pag. 145; proprio con riferimento allo sciatore, tale forma dolosa è ammissibile anche per Corbetta cit., pag. 297, ma senza particolari motivazioni.

Non mi risultano precedenti giurisprudenziali su valanghe dolose, circa le quali, peraltro, la confusione dei non giuristi è massima: dibattendo tra altrui esposizioni (7 marzo, ecc.), ero intervenuto in argomento con Disgrazie in montagna, in Giornale di Brescia, 15 marzo pag. 43, indi aprile 2006.

C’è poi una tesi particolare, del Vice questore aggiunto forestale Alessandro Cerofolini, che, se fosse da intendere nel senso di applicabilità del delitto doloso o colposo di valanga a prescindere da pericoli o danni causati all’incolumità pubblica delle persone ma a tutela solo di ambiente flora, fauna e comunque del territorio, sarebbe inaccettabile quantomeno per violazione del principio di necessaria tassatività nella formulazione delle norme incriminatrici, vd. Il reato di inondazione, frana e valanga, in Il diritto all’ambiente on line (2003?) ed altrove, Internet].

 

Però, ultimamente, il legislatore nazionale e addirittura quelli regionali e provinciali – in ottica securitaria (“La sicurezza! La sicurezza!”), sovente infondata e strumentale a tutt’altri interessi – hanno teso a stabilire norme che rendono illeciti vari comportamenti sportivi, o sul piano penale o almeno amministrativo (salvo il discorso sulle reciproche contaminazioni: sorvolo), in ottica solo preventiva, a prescindere da eventi di danno

[bastino il ricordo del tentato c.d. “Emendamento Bertolaso” a legge dello Stato, cenni nel mio Il diritto va in montagna, in La Rivista del CAI settembre-ottobre 2010 pag. 78-79; il progetto di legge n. 0175 per il “Riordino normativo in materia di attività motorie e sportive” di iniziativa del Presidente della Giunta regionale della Lombardia, presentato il 26.7.2012 e volto a prevedere come illecita ed a sanzionare la creazione di pericolo “per sé o per altri” da parte del praticante sportivo, modificato con la soppressione del “per sé” a seguito dell’intervento del CAI; alcuni aspetti della proposta di legge Senatrice Lanzillotta 2013, post per qualche diverso accenno].

 

Col risultato di rendere illecito e dunque sottoponibile a controlli, impedimenti, divieti, e poi di assoggettarlo a sanzioni e ad altre conseguenze, quanto possa essere inteso come “imprudente”, anche solo per l’autore e pure se manchi un sinistro a chiunque

[Alex Honnold, “aggirandosi con fare sospetto” nei pressi di una roccia, potrebbe essere impedito all’attaccarla, “multato”, gli potrebbe essere sequestrata l’attrezzatura (le scarpe…?), ecc. Poiché, presumibilmente, forse per evitarsi “danni d’immagine”, con quelli del suo livello non lo faranno, le attenzioni saranno facilmente rivolte ai praticanti “normali”].

Per me, questi ultimi non vanno turbati con eccessi e paranoie giuridiche: dal prosieguo dello scritto risulterà che glieli hanno imposti e che ciò non è ancora ritenuto abbastanza.

§ 13. “Giuridificazione” (e “responsabile”).
Serve evidenziare la recente generale tendenza al passaggio dal sistema giuridico tradizionale, per lo più fondato sull’applicazione ai singoli casi concreti delle indicazioni codicistiche – c.d. “elastiche” – rientranti nell’ambito della sola colpa generica (negligenza, imprudenza, imperizia), ad uno maggiormente fondato, ma senza abbandono delle predette, su ipotesi normative di colpa specifica (violazione di leggi, regolamenti, ordini o discipline).

Nel primo, il legislatore non dice cosa la persona (l’alpinista) debba fare o non fare e dunque lascia che sia di volta in volta il giudice a stabilire se il comportamento portato alla sua attenzione rientri nella negligenza, imprudenza od imperizia, con la conseguenza che più ampi spazi discutibili saranno lasciati alle argomentazioni di interessati (preteso offeso ed accusato) ed esperti (periti o consulenti di parte).

Invece, ove sia addebitata la violazione di norme specifiche, il significato legislativo e l’orientamento giurisprudenziale sono nel senso che, accertatane la sussistenza, la responsabilità non può essere messa in discussione e l’accusato deve essere condannato.

Esemplificando: è la differenza tra il prevedere che in automobile si debba non tenere una velocità eccessiva piuttosto che non superare un limite fisso predefinito. O, in alpinismo, che si debba essere prudenti o impiegare tot. rinvii per ogni tiro di corda, o che un istruttore possa o no lasciare salire da capocordata un allievo da lui reputato capace.

Invero, anche nel caso di violazione di norme specifiche, restano possibili discussioni ed assoluzioni, soprattutto sul fatto che la norma in oggetto doveva essere proprio diretta ad evitare il verificarsi di quanto poi accaduto (non ho pagato il bollo dell’auto, però la vittima è andata a sbattere indipendentemente da ciò) o sulla possibilità che il rispetto della norma non avrebbe potuto evitare il sinistro (suicida gettatosi repentinamente sotto le ruote di un’autovettura che pur viaggiava oltre il limite di velocità).

Qui rileva notare che, in progressione di tempo, la tendenza sociale e del diritto è stata nel senso di aumentare, a dismisura, la previsione e l’utilizzo delle norme specifiche, come se le altre non esistessero o non fossero sufficienti e dandolo ad intendere o magari soltanto “replicandone” i contenuti sotto apparenti nuove spoglie: in ottica sovente solo securitaria a monte spinta dalle esigenze di collocare o giustificare strumenti, servizi o posizioni piuttosto che di risolvere convenientemente problemi di prevenzione.

Detta tendenza viene spesso richiesta od adottata dagli stessi praticanti alpinisti, senza che si rendano conto- nel rito del “responsabile” – né della previa esistenza di norme ampiamente e severamente applicate né del contenuto e delle conseguenze di siffatti interventi (post).

Inoltre, dovrebbe essere chiaro che, più si specificano i comportamenti vietati, più facile sarà il passaggio – riallacciandomi a quanto sopra esposto – alla previsione di punibilità a prescindere dal verificarsi di un sinistro e dal fatto che esso debba essere a danno di altre persone; dunque, sarà più ristretto il campo di libertà lasciato al praticante.

[in generale, fermo che il fenomeno non è solo della modernità, tra gli AA. giuridici vd. Fiandaca – Musco cit., pag. 552, per i quali, sub Vantaggi ed inconvenienti della positivizzazione delle regole precauzionali, riportando l’opera di Giorgio Marinucci, precisano: “Da un lato, la predeterminazione legale delle regole di prudenza garantisce la certezza del diritto assai più delle elastiche norme sociali di condotta applicate sul terreno della colpa ‘generica’. Tuttavia, a fronte di questo vantaggio, la colpa ‘specifica’ presenta un grave e tutt’altro che trascurabile inconveniente: ‘se, infatti, la semplice difformità della condotta concreta dalle norme scritte basta a far presumere, iuris et de iure, l’esistenza della colpa, e se poi l’evento tipico cagionato da quella condotta viene addossato all’agente solo sul presupposto del rapporto di causalità, allora per tutti i reati colposi con evento (…) l’avvento massiccio della positivizzazione delle regole di prudenza segna nientemeno che il ritorno alla responsabilità per il mero versa(ti)ri in re illicita”; e Prosdocimi cit., introduzione. In ambiti vasti, Jurgen Habermas Morale, diritto, politica, Piccola Biblioteca Feltrinelli, 1986, ed. 2007, pagg. 5-6-20-23-30, ecc., che si riporta all’opera di Max Weber; Stefano Rodotà, La vita e le regole. Tra diritto e non diritto, ed. ampliata Feltrinelli, 2009, esempio pag. 13, ove utilizza il concetto di “imperialismo giuridico”.

Per lo specifico alpinistico su questi temi, oltre ai miei Il diritto va in montagna cit. e Mercato del pericolo / rischio e sicurezza in montagna, in Annuario CAAI 2012/2013, pagg. 148-149, vd. il mio intervento Libertà in alpinismo: aspetti giuridici in evoluzione al 60° Trentofilmfestival (Trento, 20 maggio 2012), del quale spero di potere produrre in futuro una relazione scritta].

AlpinismoNONGuide-2-SCALATAPARTE TERZA

§ 14. Novità.
Riprendo il discorso sulle proposte di legge, evidenziando come contengano qualcosa che, nonostante un allarme invano lanciato, continua a sfuggire al gran numero degli stessi praticanti l’alpinismo ed alla maggior parte degli addetti ai lavori; onde fare capire, continuo per passaggi.

Reperto riusato, la professione post-amatoriale: il “falso strategico”.

Si cominci leggendo l’esordio della relazione di presentazione della proposta Saltamartini (sintomatico: c’era già nella Di Centa- Quartiani e nella Fosson):

“Con la legge 2 gennaio 1989, n. 6, il legislatore statale intervenne per istituire l’ordine professionale delle guide alpine e degli accompagnatori di media montagna, superando l’originario carattere amatoriale di queste attività e trasformandole in vere e proprie professioni“. A conferma di ciò, come nelle proposte precedenti, in essa è richiamata “Corte costituzionale, sentenza n. 372 del 3 luglio 1989”.

§ 15. Inciso: considerazioni da un tentativo di definire l'”amatoriale” e il “ludico / amatoriale” e sulle c.d. “certificazioni” (Decreto Balduzzi 2013 sui certificati medici sportivi).
Per sistemazione normativa – esaustiva o no – in Italia l’ambito dello “sport” era nominalmente diviso tra “professionistico” e “dilettantistico” nonché tra “agonistico” e “non agonistico”

[vd. La legge 23 marzo 1981, n. 91 sul professionismo sportivo, di Gabriele Nicoletta, Internet. Direttamente, detta normativa riguarda le attività riconducibili alle Federazioni C.o.n.i.],

ma, recentemente, vi è stata una individuazione, da parte del normatore nazionale – c.d. Decreto Balduzzi*, ministero salute, 24 aprile 2013 e successivi maneggi ed abrogazioni – anche delle figure dell”amatoriale”, e del “ludico / amatoriale” circa il certificato medico, e di qual tipo, da richiedere per lo svolgimento di attività sportive o di alcune di esse

[* art. 2 Decreto Balduzzi 2013:

Definizione dell’attività amatoriale. Certificazione”

  1. Ai fini del presente decreto è definita amatoriale l’attività ludico-motoria, praticata da soggetti non tesserati alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline associate, agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI (nota: il CAI non è di questi), individuale o collettiva, non occasionale, finalizzata al raggiungimento e mantenimento del benessere psico – fisico della persona, non regolamentata da organismi sportivi, ivi compresa l’attività che il soggetto svolge in proprio, al di fuori di rapporti con organizzazioni o soggetti terzi”].

Tale novità ha fatto fibrillare il mondo delle associazioni sportive, comprese quelle, come il CAI, non investite, quantomeno direttamente, dal decreto medesimo.

Solo per quanto interessa in questa sede, si può:

– evidenziare la generale tendenza, nell’ambito dell’ideologia della c.d. “società della conoscenza” piuttosto che in quella della tradizionale “società della produzione”, a rendere oggetto di interventi esterni tutta una serie di ambiti economici e di vita che in precedenza ne erano esenti, e, dunque, non solo alla sempre maggiore invasività di mercato e politica ma, allo scopo, al provocato accentuarsi della presenza di un nuovo soggetto / funzione / servizio, il “certificatore”; costui non per ciò esercita l’attività che valuta e ne lascia la responsabilità ai diretti praticanti, mentre impone loro la propria presenza “culturale”, assistenziale, burocratica, di potere, di tempi da impiegare ed alfine di costi. Né può sfuggire che prevedere l’obbligo di avvalersi di certificati rilasciati solo da alcuni tipi di uffici o di professionisti deriva ed influisce sul mercato di questi ultimi e dei loro concorrenti mai legittimati o delegittimati

[una matrice è rintracciabile nel testo del punto 5 del Consiglio Europeo Lisbona 23 e 24 Marzo 2000, Conclusioni della Presidenza, Trattato di Lisbona 2000:

“L’Unione si è ora prefissata un nuovo obiettivo strategico per il nuovo decennio: diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo…” (sic)];

– e pensare a cosa davvero definisca (invero “Ai fini del presente decreto”; ma con portata che di fatto potrebbe portare ricadute ex art. 43 codice penale) un indicatore anodino quale l’attività “ludica-motoria… finalizzata al raggiungimento e mantenimento del benessere psico – fisico della persona” (ci stanno l’andare senza serie intenzioni con ragazze o ragazzi; la “palla asino”; altro)

[per precedenti terminologici, Homo ludens di Johan Huizinga, anno 1939, traduzione italiana, ed. Piccola biblioteca Einaudi.

Circa lo “sport”, una tra le varie pseudo definizioni-matrice è nell’art. 2 comma 1 Carta europea dello sport – Rodi 13-15 maggio 1992, ovvero “Si intende per ‘sport’ qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non, abbia per obbiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli”.

In argomento vd. inoltre Genesi del mutamento… cit., nota 9; Emanuele Isidori e Heather L. Reid, Filosofia dello sport, ed. Bruno Mondadori, 2011, pagg. 27 ss.

Il termine “benessere” (a volte esoticamente detto wellness) è stato ormai portato ad investire situazioni sofisticate ed è a mio parere a sua volta abusato: per averne idea, basta il titolo del Rapporto Bes 2013: il benessere equo e sostenibile in Italia, ISTAT, Internet.

In punto, il mio Coccole di montagna, Gogna Blog].

Non mi dilungo oltre: risulta che ogni opera definitoria – peggio se arbitraria o malfatta – trova difficoltà

[nel diritto in generale, emergono i problemi connessi all’utilizzazione da parte del legislatore di termini ed espressioni tratti dall’esperienza e dal linguaggio comuni, come ad esempio ha osservato Prosdocimi cit. pag. 24 a proposito dell’impiego dei concetti giuridici di dolo e colpa. Peraltro, ciò non dimostra che le formulazioni particolareggiate siano migliori].

§ 16. Tornando a bomba (superamento / trasformazione)
Che la professione di g.a.-m.a. sia superamento o trasformazione dell’originaria attività amatoriale non è vero.

Piuttosto, l’asserto può essere decifrato quale astuzia preimpostata.

Infatti, i praticanti sanno che tale attività – come da sempre avvenuto e senza congetture od archeologie – si può fare amatorialmente (per diletto, o come dire si voglia) o per professione:

– tra i due ambiti, se non si sommano le pere con le mele e salvi motivi lato sensu politici, non si può affermare la “parità”

[per la soluzione, a mio parere fuorviante, dell’ormai antica Dichiarazione di comunità di intenti 28.5.1983 tra rappresentanti di guide e CAI, cenni in Professionismo, Volontariato… cit., nota 14];

– mentre, a parte ulteriori aspetti procedurali o formali (iscrizione ad albo, ecc.), la discriminante non sta nella migliore “qualità” e/o “eticità” dell’uno sull’altro e ma nel fatto che quella professionale è attività “economica”, l’altra no

[esempi del secondo tipo: genitori che portano i figli in arrampicate, od attività organizzate a livello di volontariato come corsi e relative uscite del CAI. Lasciamo perdere substrati od ulteriori casi particolari: una g.a.-m.a. esercita anche per personale diletto, può operare gratuitamente; ecc.].

 

Conta dunque che la professione di g.a.-m.a. non è né l’evoluzione né la trasformazione dell’amatoriale (lo è del cit. “mestiere”; e ci possono essere alpinisti rifuggenti titoli e compensi, insegnanti ed accompagnatori bravissimi) neppure dal punto di vista della qualità della prestazione; mentre, come detto, l’unico fondamento della relativa riserva per legge è connaturato alla garanzia dell’incolumità del cliente.

Ma, soprattutto, conta che, se così non fosse, si arriverebbe a ritenere l’attività amatoriale più non esistente o non più degna di esistere oppure rimasta involuta rispetto al professionismo: pensiero violento nei confronti delle persone che – essendoci libertà (?) – in montagna ci sono andate e vogliono continuare ad andarci solo per passione e neppure forzosamente istruite e/o accompagnate.

Non dimostra il contrario il cit. avallo della sentenza n. 372/1989 della Corte costituzionale, anch’esso riusato dal tentato nuovo legislatore della professione di “maestro di arrampicata”: l'(errato) inciso sul “superamento” / “trasformazione” era stato infatti impiantato* nella sentenza medesima con prelievo dal testo della relazione di presentazione della cit. legge 1989, n. 6, istitutiva della professione di g.a.-m.a., e, dunque, a prescindere dall’interrogativo sul fatto che singoli giudici fossero o debbano o possano essere edotti di cose alpinistiche, non è attribuibile alla Corte ma a coloro che avevano predisposto la legge

[* per la Corte: “Secondo quanto viene illustrato nella relazione alla proposta presentata alla Camera dei Deputati il 30 novembre 1987 con il n. 1989, la legge in esame é stata determinata dalla necessità di dare <un doveroso riconoscimento giuridico e un’adeguata disciplina> all’attività delle guide alpine, che <superando l’originario carattere amatoriale, si é trasformata in una vera e propria professione>: e questo anche in relazione al forte incremento dell’attività sportiva legata all’escursionismo alpino, che ha imposto di <prevedere adeguate garanzie di preparazione tecnica e professionale a tutela dell’incolumità degli alpinisti>”.

Tale genesi potrebbe sembrare – ma sarebbe un esame superficiale – essere stata fatta propria pure dalla Corte, poiché, nella medesima sentenza, essa continuava: “… In altri termini, pur restando l’attività di guida alpina connessa alla materia turistica, una diversità nei limiti verrà, infatti, a rappresentare la conseguenza naturale delle connotazioni nuove che l’attività di guida assume quando da semplice esercizio sportivo ed amatoriale si trasformi in vera e propria professione liberale, riconosciuta e garantita dalla legge attraverso l’istituzione di un particolare ordinamento professionale…”].AlpinismoNONGuide-2-p1020603

§ 17. Altri equivoci, intranei e da esterni: sulla “professionalità” del c.d. “volontariato” e sugli “operatori legali non alpinistici”. Conseguenze.
I termini per la comprensione del problema ancora non sono chiari:

  1. a) che l’amatorialità, ed un suo successivo ambito organizzato, il c.d. “volontariato” (del CAI e di altre organizzazioni), siano cose diverse dal professionismo, dovrebbe essere evidente a chi pratica l’alpinismo, e, pertanto, le precedenti osservazioni dovrebbero fare riflettere chi da (solo) “volontario” proprio non riesce ad evitare di definirsi “professionale”, con “professionalità”, o simili

[da anni è stato un florilegio, forse al top il “volontariato estremamente professionale” de Lo Scarpone, n. 11/2006, pag. 08.

Ma l’art. 20 della cit. legge 1989, n. 6, pur sempre dispone:

“Scuole e istruttori del CAI

  1. Il Club alpino italiano, … conserva la facoltà di organizzare scuole e corsi di addestramento a carattere non professionale per le attività alpinistiche, sci-alpinistiche, escursionistiche, speleologiche, naturalistiche e per la formazione dei relativi istruttori.
  2. Gli istruttori del CAI svolgono la loro opera a carattere non professionale e non possono ricevere retribuzioni. …;”.

E si ricordi altresì la già riportata previsione dei “gradi della professionalità”, riferita alle guide alpine, nell’art. 11 della Legge quadro per il turismo 1983, n. 217.

In argomento, Professionismo, Volontariato… cit., qui specie sub paragrafo “’Volontariato professionale’ o ‘con professionalità’: ossimoro”. Ossimoro vivo e mutante, anche nei ranghi alti, da ultimo Presidente generale CAI Umberto Martini, Relazione morale, in Montagne 360 giugno 2014, pag. 62].

Vero che è in corso l'”acquisizione” del volontariato all’economia di mercato ed alla politica (non ci si penta poi di quello che deriva); però, quantomeno poiché normalmente la professionalità di una posizione aumenta oneri e responsabilità legali, parrebbe dover conseguire che chi né possiede tali qualifiche né ha necessità di possederle voglia evitare di attirarsene le gravose conseguenze

[in diritto, viene di consueto affermato che la responsabilità del professionista è superiore a quella di chi non lo sia, ad esempio nel senso per cui, ad uguale intervento concreto, da un medico si pretende contenutisticamente più che da un approssimativo soccorritore in urgenza.

Su quest’ultimo argomento, Mario Romano, Commentario sistematico del codice penale, II^ edizione, Giuffrè 1995, vol. 1, pagg. 423 ss; Giuseppe Pavich, Il cosiddetto agente modello, in La colpa penale, Giuffrè 2013, pag. 80 ss con giurisprudenza ivi indicata].

Per giunta, “volontario”, rispetto a “professionale”, piuttosto che un minus, è diverso

[“… pur se non consistono in attività di tipo professionale, le prestazioni di volontariato devono essere svolte, nei vari settori di operatività, con una preparazione particolare e con una perizia specifica, che richiedono un’apposita didattica e un’accurata opera di affinamento delle attitudini naturali del volontario e che, ove fossero carenti, condannerebbero il volontariato all’inefficienza e, quindi, al deperimento”, Corte costituzionale, sentenza n. 75 del 1992, caso ripreso da Professionismo, Volontariato… cit.];

 

  1. b) ma una diversità evidente tra amatorialità e professionalità non ci sarà per gli operatori “non alpinistici”, coloro che applicheranno la proposta ove divenga legge: magistratura ed avvocatura, oltre a forze dell’ordine, ausiliari vari, amministrazioni pubbliche, imprenditorie, ecc.

Questi ruoli – per natura e funzione – non prevedono e non possono prevedere la necessità d’intendersi di cose d’alpinismo né tantomeno di condividerne o solo ammetterne lo “spirito”: con la conseguenza che, quando una materia di contenuti e natura molto particolari (se si vuole: “anormali”) sia trattata da chi “normalmente” non la “vive”, c’è da aspettarsi che certe distinzioni non vengano percepite o siano prese quali sofismi, e, comunque, che siano di fatto disattese

 

[in Genesi del mutamento... cit. riportavo di un caso giudiziario d’addebito e risarcimento danni in separazione coniugale segnalato da fonte giuridica autorevole, la quale aveva considerato emblematica la “dedizione fanatica a hobby individuali (come) l’alpinismo” e l’aveva apparentata a quelli di “pesantezze legate al sesso… gusto sfrenato per i travestimenti, inclinazioni alla pedofilia, sadismi e masochismi di vario genere; reati, incesti, incitamento o sfruttamento della prostituzione, insaziabilità; ‘fantasie malate’, costrizioni alla moglie agli scambi di coppia… feticismi…”, ecc.: Paolo Cendon, Lei, lui e il danno. La responsabilità civile tra coniugi, in Responsabilità civile e previdenza, 2002, 6, 1257.

AlpinismoNONGuide-2-catherine_destivelle_guida_la_cordata_in_au_dela_des_cimes_del_francese_remy_imagefullPerò, in magistratura vi è ammissione delle proprie difficoltà nel trattare materie scientifiche / tecniche, ad esempio sentenza Corte di cassazione, Sez. IV penale, 29 gennaio – 9 aprile 2013, n. 16237, sull’ambito della responsabilità professionale del medico:

“… l’acquisizione al processo di informazioni scientifiche adeguatamente attendibili non è sempre agevole, tanto più quando si entra in ambiti complessi, controversi, caratterizzati da sapere in divenire… . Questa Suprema Corte (…) ha già avuto modo di porre in luce i pericoli che incombono in questo campo: la mancanza di cultura scientifica dei giudici, gli interessi che talvolta stanno dietro le opinioni degli esperti, le negoziazioni informali oppure occulte tra i membri di una comunità scientifica; la provvisorietà e mutabilità delle opinioni scientifiche; addirittura, in qualche caso, la manipolazione dei dati; la presenza di pseudoscienza in realtà priva dei necessari connotati di rigore; gli interessi dei committenti delle ricerche. Tale situazione rende chiaro che il giudice non può certamente assumere un ruolo passivo di fronte allo scenario del sapere scientifico, ma deve svolgere un penetrante ruolo critico, divenendo (come è stato suggestivamente affermato) custode del metodo scientifico. …”].

§ 18. Art. 2050 codice civile: ahia!
Non mi sorprende pertanto che nell’ambiente alpinistico abbia provocato sorpresa e disappunto una recente applicazione giudiziaria – anche se fondata pure su altri profili e circa la quale il discorso andrebbe meglio esaminato – proprio per l’affermata parificazione di responsabilità tra professionisti e volontari

 

[caso di causa civile da sinistro in insegnamento da volontariato su via ferrata, trattato da Corte di cassazione, Sez. III civile 24 luglio 2012, n. 12900, riassunto in “La Corte di cassazione e la ‘naturale pericolosità’ della montagna”, oggetto di diversi commenti, e, da ultimo, delle illustrazioni dell’avvocato, Vincenzo Torti vs. Corte di cassazione; Gogna Blog.

Per la sentenza:

“… In relazione allo scopo perseguito dalla ricorrente che dichiaratamente mira ad un’enunciazione di principio che consenta di escludere che la propria attività di incoraggiamento all’approccio sicuro alla montagna, svolta su base volontaristica ed a titolo gratuito, sia qualificabile come pericolosa, con le relative gravose conseguenze in ordine al regime di imputazione della responsabilità ed al possibile effetto dissuasivo che potrebbe derivarne, va infine prestata piena adesione ai relativi rilievi della Corte d’appello. E’ detto in sentenza che ‘la lodevole e meritoria attività svolta dal CAI, Club Alpino Italiano, ente pubblico con finalità sociali, le cui sezioni sono sottosezioni di stretto volontariato, senza fine di lucro e non di impresa, non assume alcuna rilevanza in merito alla configurazione giuridica della responsabilità da delineare nel caso che ci occupa’.”.

Giustamente in senso opposto, appunto Vincenzo Torti, La responsabilità nell’accompagnamento in montagna, 1994, collana “Montagna e diritto” del CAI, pagg. 43-44, ecc., e in Montagna da vivere, montagna da conoscere, collana “I Manuali del Club Alpino Italiano”, 2013, pagg. 107 ss].

 

Certi esiti forse non si sarebbero avuti se i praticanti del tempo libero avessero ben individuato e difeso la propria natura e le proprie prerogative.

Né così vengono aiutati i professionisti.

CONTINUA

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L’alpinismo non è delle guide alpine 1

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 1a puntata (1-5)
di Carlo Bonardi
Superior stabat lupus, longeque inferior agnus (Fedro)

Premesse
Questo scritto è stato concepito prima dell’apertura, avvenuta il 22.7.2014, del sito nazionale guide alpine-maestri di alpinismo www.guidealpine.it, della quale il 6 settembre 2014 ci ha informati il Gogna Blog.
Rispetto al loro pregresso si rileva un perfezionamento strategico / espositivo circa alcuni contenuti che invece io qui analizzo quanto alla “giuridificazione” (+ connessi) di comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche, assistenze alpinistici.
Non ho variato il mio scritto in relazione alla suddetta novità, poiché la sostanza che espongo credo rimanga, anzi ne vedo sviluppi lineari; però ho aggiunto il paragrafo “Vie nuove: nuovo sito Internet della Guide alpine italiane”.
Il 22 settembre 2014, sempre nel Gogna Blog, è comparso l’intervento “A Edolo, presentate le guide alpine lombarde“, relativo al nuovo sito locale, di contenuti analoghi a quelli del nazionale: parendomi anche essi in linea con i detti sviluppi, non ne prendo particolari spunti, salvo rilevarvi la menzione delle più recenti attività svolte dalle guide (nordic walking, coaching, ecc.) e la collaborazione specie con l’istituzione universitaria.
Per capire il senso di queste premesse, ed il resto, temo occorra prima leggere tutto… Buona fortuna!].

PARTE PRIMA
§ 1. Occasione: “maestro di arrampicata” e cose note

Stefano Michelazzi – sempre attento alle tematiche alpinistiche – commentando nel Gogna Blog l’articolo di Maurizio Oviglia “Dovremo chiamarci di nuovo rocciatori?”, ha espresso dissenso sulla prevista istituzione della professione di (“istruttore”, rectius) “maestro di arrampicata”, come da proposta di legge – art. 4* – presentata alla Camera il 3 aprile 2013 col n. 639 ad iniziativa del deputato Saltamartini ed intitolata “Modifiche alla legge 2 gennaio 1989, n. 6, e altre disposizioni riguardanti l’ordinamento delle professioni del turismo montano”, poiché andrebbe a ripartire negativamente l’ambito della riserva d’esercizio già attribuito alla “guida alpina-maestro di alpinismo” (nel seguito, per comodità: g.a.-m.a.)

[* art. 4 proposta Saltamarini,

“Maestro di arrampicata.

1) Sono istituiti la figura professionale del maestro di arrampicata e il relativo elenco speciale. E’ maestro di arrampicata chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, le seguenti attività:
a) accompagnamento di persone in arrampicata su roccia e su strutture, naturali e artificiali, appositamente predisposte, con esclusione delle zone con caratteristiche alpine e delle aree innevate;
b) insegnamento delle tecniche di arrampicata su roccia e su strutture, naturali e artificiali, appositamente predisposte, con esclusione delle zone con caratteristiche alpine e delle aree innevate.
2) Al maestro di arrampicata è permesso l’uso di tecniche e di materiale alpinistico relativi al terreno di competenza ai sensi di quanto previsto dal comma 1.

4) Le guide alpine-maestri di alpinismo possono svolgere le attività di cui al presente articolo.”].

Va tenuto presente che, per la stessa proposta (artt. 1, 2, 3, 6, 8, 11, 12, oltre al soprariportato art. 4 ed all’art. 13, dei quali dirò), l’istituenda professione è collocata sotto il governo di quella di g.a.-m.a., ed in particolare del relativo Collegio nazionale.
E che detta proposta è orientata a porre le basi normative per ulteriori future estensioni delle varie professioni turistiche.

§ 2. Oggetto e scopo dello scritto: per il non professionale
Dall’intervento di Michelazzi prendo spunto non sul problema (effettivo) che egli ha evidenziato ma al fine di indagarne uno diverso, sottostante e laterale, quale mia doglianza e segnalazione al pubblico alpinistico: non cioè sull’opportunità o meno di fare condividere un ambito professionale a soggetti emersi od emergenti ma sugli effetti – diretti o riflessi, di diritto o di fatto – che dall’approvazione del complesso di quella proposta, o comunque da una sostanziale condivisione della sua ideologia e dei modi – deriverebbero su alpinismo, arrampicata, escursionismo non professionali, corpo maggiore dei relativi praticanti, organizzati (esempio: CAI) o no (gruppi occasionali, singoli, terzi).

AlpinismoNONGuide-1-alpinismo,1679§ 3. Alcune altre proposte legislative (On.li Di Centa-Quartiani ed altri, Sen. Fosson ed altri) e un movimento
La suddetta proposta ha ripreso quella che era stata presentata, all’epoca del Ministero del turismo On. Brambilla, il 2 febbraio 2010 col n. 3170, dai deputati Di Centa-Quartiani (ecc.)

[l’ultimo, allora presidente del “Gruppo parlamentari Amici della Montagna”, recentemente ha rappresentato il C.a.i. in rapporti col Parlamento nazionale; ad evidenziare il movimento più vasto, noto che vi è ancora in gestazione una “Legge sulla montagna”, della quale in questa sede non è possibile dire].

Un’emblematica rappresentazione dei cattivi pensieri della proposta l’ha fornita Mariolina Iossa:

[“Maestri alpini e divieti. Arriva il codice della neve. Presto norme severe contro i turisti delle valanghe. Le guide. Con condizioni buone si può sciare fuoripista solo con una guida alpina”, Corriere della Sera 4.3.2010, Internet].

E si sono avute iniziative legislative ulteriori:

[esempio, disegno di legge n. 1921, del Senatore Fosson ed altri, comunicato alla presidenza il 3 dicembre 2009.

Di seguito in genere per comodità farò riferimento solo alle proposte Saltamarini e Di Centa-Quartiani e tralascerò le normative di categoria e quelle regionali e delle provincie autonome di Trento e Bolzano, risalenti nel tempo od attuali], anch’esse con oggetto le c.d. “professioni del turismo montano”: tra le quali è compresa quella che già lo Stato aveva istituito nel 1989, dappresso.

§ 4. La legge 2 gennaio 1989, n. 6 (“Ordinamento della professione di guida alpina”, da allora meglio dettagliata come di “guida alpina-maestro di alpinismo”),
infatti,

– aveva appunto provveduto a fare subentrare un ‘”ordinamento professionale” all’attività di “guida o portatore alpino”, prima abbastanza corrispondente ma poco normata nella legislazione statale [Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza, R.D. 18 giugno 1931, n. 773 e Regolamento di pubblica sicurezza, R.D. 6 maggio 1940, n. 635, rispettivi artt. 123 e 234, l’ultimo ne forniva le nozioni giuridiche; art. 669 codice penale del 1930 per le relative sanzioni, allora “arresto” o “ammenda”], la quale, derivata da un’impostazione dalle origini più che bimillenarie – considerante l’aspetto “manuale” distinto, per minorità, da quello “intellettuale” – era denominata e trattata quale “mestiere” [uno dei vari c.d. “girovaghi”; gli altri non avevano a che fare con l’alpinismo, tra essi però rientrava l'”insegnamento dello sci”.
Per una illustrazione chiara della terminologia in generale, Mestieri e Professioni, di Margherita Zizi, Enciclopedia Treccani, Internet];

– sempre la legge del 1989 – artt. 2* e 3** – oltre alla pratica dell'”accompagnamento” di persone in ascensioni sia su roccia che su ghiaccio o in escursioni in montagna (quella allora tradizionalmente e culturalmente identificativa), nella professione aveva esplicitamente previsto anche il “maestro di alpinismo”, formalizzandovi l'”insegnamento” delle tecniche alpinistiche e sci-alpinistiche (non che prima non potesse essere svolto dalle guide alpine, ma per loro era un accessorio, di minore rilevanza e prestigio).

Invece, fin dalle origini – art. 123 del Regolamento 1940 T.U.l.p.s., sopra cit. – sull'”insegnamento” era espressamente puntato il mestiere del poi denominato “maestro di sci”. Vd. post)

[* art. 2 legge 1989, n. 6,

“Oggetto della professione di guida alpina
1) E’ guida alpina chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, le seguenti attività:
a) accompagnamento di persone in ascensioni sia su roccia che su ghiaccio o in escursioni in montagna;
b) accompagnamento di persone in ascensioni sci-alpinistiche o in escursioni sciistiche;
c) insegnamento delle tecniche alpinistiche e sci-alpinistiche con esclusione delle tecniche sciistiche su piste di discesa e di fondo.
d)…;

2) Lo svolgimento a titolo professionale delle attività di cui al comma 1, su qualsiasi terreno e senza limiti di difficoltà e, per le escursioni sciistiche, fuori delle stazioni sciistiche attrezzate o delle piste di discesa o di fondo, e comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e di attrezzature alpinistiche, è riservato alle guide alpine abilitate all’esercizio professionale e iscritte nell’albo professionale delle guide alpine…”;

** art. 3 stessa legge,

“Gradi della professione. 1. La professione si articola in due gradi: a) aspirante guida; b) guida alpina-maestro di alpinismo” …].

AlpinismoNONGuide-1-montagna_con_neve_alpinista§ 5. Scuole CAI
Nella legge 1989, n. 6, la figura del “maestro” di alpinismo è nominalisticamente distinta da quella dell”istruttore”*

[* denominazione d’uso per i corsi non professionali del CAI,

– esplicitamente per l’art. 2 legge 26 gennaio 1963, n. 91, a seguito della novella operata dall’art. 2 della legge 24 dicembre 1985, n. 776 “Nuove disposizioni sul Club alpino italiano”:

“… Il Club alpino italiano provvede, a favore sia dei propri soci sia di altri, nell’ambito delle facoltà previste dallo statuto, e con le modalità ivi stabilite:… c) alla diffusione della frequentazione della montagna e all’organizzazione di iniziative alpinistiche, escursionistiche e speleologiche; d) all’organizzazione ed alla gestione di corsi d’addestramento per le attività alpinistiche, sci-alpinistiche, escursionistiche, speleologiche, naturalistiche; e) alla formazione di istruttori necessari allo svolgimento delle attività di cui alla lettera d)…”;

– per l’art. 20 legge 1989, n. 6:

“Scuole e istruttori del CAI”
1) Il Club Alpino Italiano, … conserva la facoltà di organizzare scuole e corsi di addestramento a carattere non professionale per le attività alpinistiche, sci-alpinistiche, escursionistiche, speleologiche, naturalistiche e per la formazione dei relativi istruttori.”
2) …
3) Le attività degli istruttori e delle scuole del CAI sono disciplinate dai regolamenti del club alpino italiano.” …].

Va detto che la prassi spesso confonde guide, maestri, istruttori o simili; e che la denominazione e funzione di istruttore esiste pure per le g.a.-m.a., quanto ai loro corsi interni, esempi artt. 7-9-16 legge 1989, n. 6, e nell’ambito militare [circa invece la professione di maestro di sci, per l’ancora pregressa discussione in sede di lavori parlamentari sulla scelta tra la denominazione “maestro” e/o “istruttore”, finita – tenuto conto degli usi del tempo – con unificazione nella prima, vd. in Federico Tedeschini, “Commento alla legge quadro per il turismo”, ed. Maggioli, 1985, pagg. 261 ss.

Circa l’ambito militare, ad esempio, di Umberto Palazza e Antonio Vizzi, La scuola militare alpina di Aosta, ed. Pheljna, 1992; e di Franco Fucci, Aosta l’università della montagna, in Storia illustrata n. 313 12/1983, Internet. Nella specie, la denominazione “università” è a sua volta impropria].

Punto fermo è che l’attività delle scuole CAI o di singoli non abilitati professionisti non può essere retribuita, mentre è ammesso il rimborso spese; altrimenti, sarebbe illegale

[l'”Abusivo esercizio di una professione” è reato, previsto e punito dall’art. 348 codice penale, salve altre sanzioni e conseguenze:

“Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è prevista una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da Euro 103 a Euro 516”.

E’ un reato “procedibile d’ufficio”: chiunque ne abbia avuto notizia può farne denuncia, non occorrendo e non essendo anzi in sé pertinente una “querela” di persona offesa (artt. 120 c.p. e 333 c.p.p.), la quale peraltro varrebbe come denuncia; invece, circa l’obbligo di denunciare facente capo a soggetti qualificati (pubblici ufficiali, ecc.), artt. 330 ss c.p.p.

Vd. nel mio Professionismo, Volontariato e Libera Frequentazione della Montagna, Annuario CAAI, 2011].

AlpinismoNONGuide-1-scalare-una-montagna§ 6. “Arrampicata sportiva” (vs. “alpinismo”, “alpino”, “zone con caratteristiche alpine”, “montagna”, altro?)
Ancora senza troppi approfondimenti, rilevo che, nell’intento di regolare un'”arrampicata” svincolata dai tradizionali riferimenti ad “alpinismo” e “montagna”, ora appunto vogliono provvedere su quelle attività che con l’alpinismo condividono alcuni caratteri (per gesti, materiali, tecniche) ma che non si svolgono di per sé in “montagna” o in “zone con caratteristiche alpine” (così artt. 4 proposte Saltamarini e Di Centa-Quartiani) e/o che nemmeno ne hanno od intendono averne altri, tra i quali, direi, lo “spirito” [concetti che sarebbero difficili se non impossibili da definire, accontentiamoci di prenderli per buoni; cenni nel mio “Genesi del mutamento: sociale, economica, giuridica”, Annuario CAAI 2010, specie nota 9.

Tant’è che nei tentativi di riforma della legge sulla “montagna” – di cui dicevo – al di là della caratterizzazione “comuni montani”, da tempo utilizzata in riferimento ai relativi provvedimenti specie economici, per quella ancora non è stata trovata una formula definitoria d’utilizzabilità generale, se necessaria, auspicabile o possibile.

Spunti in “Audizione presso le Commissioni V e VII della Camera dei deputati 28 aprile 2014 sull’A.C. 65 Realacci…, Intervento di Emilio Quartiani, delegato ai Rapporti con le Istituzioni e gli enti pubblici nazionali, all’ambiente montano, al Comitato scientifico centrale e alla CIPRA, in rappresentanza del Presidente generale del CAI Umberto Martini”, reperibile in News Sede centrale del CAI.

Per definire un’essenza, lì adesso parlano di “montanità”; gli Alpini già di “alpinità”; più in antico c’era la “cavallinità”].

In pratica, si tratta soprattutto della c.d. “arrampicata sportiva” (anch’essa non meglio definita: è utile il cit. articolo di Oviglia), la quale viene svolta o su terreno naturale a quote non montane o a nessuna quota, ad ammettere in ipotesi che a fare montagna od alpinismo sia una “quota” e sorvolando pure – altrimenti ancora non ne usciamo – sul quesito, non peregrino, se si svolga anche là; oppure in impianti artificiali, generalmente cittadini, dove roccia e ghiaccio vengono surrogati.

Ambiti che, a partire dagli anni ’80 del ‘900, hanno assunto un interesse economico, quantitativo, sociale forse superiore rispetto ai tradizionali e che quindi reclamano regolamentazioni se non spartizioni.

§ 7. “Specializzazioni” (davvero?)
In punto, la cit. legge 1989, n. 6*, stava sull’equivoco, non per errore o ingenuità:

– sub “specializzazioni”, già contemplava l'”arrampicata sportiva in roccia o ghiaccio” ed “altre eventualmente definite dal direttivo del collegio nazionale delle guide”, categorie in sé non identificanti ma neppure neganti né il montano né l’alpinistico né altro; segno evidente che il problema era in fermento e che si era pensata una scorciatoia interna per successive estensioni ad ambiti operativi non predeterminati, onde evitarsi di reinvestire la competenza spettante al Parlamento (post)

[* art. 10 legge 1989, n. 6,

“Specializzazioni.
1) Le guide alpine-maestri di alpinismo e gli aspiranti guida possono conseguire, mediante frequenza di appositi corsi di formazione organizzati dal collegio nazionale delle guide e il superamento dei relativi esami, le seguenti specializzazioni:
a) arrampicata sportiva in roccia o ghiaccio;
b) speleologia;
c) altre specializzazioni eventualmente definite dal direttivo del collegio nazionale delle guide.
2) Contenuti e modalità dei corsi e degli esami sono stabiliti dal direttivo del collegio nazionale delle guide. …”];

– ma l’impiego stesso, nel complesso della legge, delle denominazioni “alpina” e “alpinismo” nonché i riferimenti alla “montagna”, comunque limitavano ed a mio parere ancora oggi devono limitare il campo della sua applicabilità, non potendosi obliare il significato, lo sviluppo storico ed il contesto in cui quella normativa fu approvata (si ricordi anche il problema del rapporto col “carrozzone” pubblico C.a.i., contrastato da diversi animosi ma dal quale pure essi non riuscirono a prescindere) né potendosi tranquillamente collocare sotto specie di montagna e/o alpinismo – per ottenere copertura di legge, specie quanto a minacce sanzionatorie – ciò che tale non è.

§ 8. Passo indietro, la “”Legge quadro per il turismo…” 17 maggio 1983, n. 217: prime nozioni legali della professione di guida alpina
Per comprensione dell'”argomento storico” circa la nascita della g.a.-m.a. come professione e l’individuazione, almeno originaria, del suo ambito, si consideri che la sopratrascritta suddistinzione in “gradi della professione” (art. 3 legge 1989, n. 6) le era venuta dall’art. 11* della precedente “Legge quadro per il turismo e interventi per il potenziamento e la qualificazione dell’offerta turistica” 17 maggio 1983, n. 217, e che questa, parlando di “gradi della professionalità” (comma 12 stesso articolo) e dando nozioni giuridiche tra varie professioni turistiche, aveva previsto solo i due della “guida alpina” e dell'”aspirante guida o portatore alpino” e li aveva riferiti solo all'”accompagnamento” e solo in “alta montagna”

[* art. 11, commi 8 e 9, Legge quadro per il turismo 1983, n. 217:

“E’ guida alpina chi, per professione, accompagna singole persone o gruppi di persone in scalate o gite in alta montagna.
E’ aspirante guida alpina o portatore alpino chi, per professione, accompagna singole persone o gruppi di persone in ascensioni di difficoltà non superiore al terzo grado; in ascensioni superiori si può fungere da capo cordata solo se assieme a guida alpina”.

Su tale normativa – in allora – Tedeschini cit., specie pagg. 115 ss; l’A., per le professioni di cui all’art. 11, fiducioso sosteneva che la Legge quadro le aveva “… definite, una volta per tutte… “, pag. 30.
Qualche cenno in Professionismo, Volontariato… cit., pag. 166].

L’argomento storico, nell’interpretazione del diritto, normalmente non ha troppa importanza; cionondimeno, è utile tenerne conto, quantomeno per evidenziare come, almeno all’origine della professione di guida alpina, non si potesse dire che per natura o norma essa dovesse per implicito comprendere anche gli ambiti “non alpinistici” o “non montani” o addirittura “non di alta montagna”: quelli che invece in seguito hanno assunto grande rilievo.

Così, restavano acquattate le possibilità di discussioni e di controversie legali, da tempo emerse puntualmente e che ora si rinnovano [per il caso della nota causa giudiziaria attivata da g.a.-m.a. a carico di alcuni istruttori F.a.s.i., cenni nei miei Luoghi di arrampicata: norme per l’organizzazione e l’utilizzo, in Annuario CAAI 2009, pag. 124, e Professionismo, Volontariato… cit., nota 9].

§ 9. “Riserva di legge”
Infatti, quanto al giuridico, occorreva ed occorre tenere presente che nel nostro ordinamento generale (qui, in apicibus: artt. 25, 41 e 117 Costituzione) l’esercizio di una materia / attività economica può essere “riservato”* ad una categoria di esercenti professionali solo ove ciò sia previsto per legge, soprattutto se detta riserva la si voglia presidiata da sanzioni di tipo “penale” od anche solo “amministrativo” o comunque con particolari conseguenze.

Altrimenti, “tutto ciò che non è vietato è consentito”

[* comma 2 del già riportato art. 2 della legge 1989, n. 6:

“Lo svolgimento a titolo professionale delle attività di cui al comma 1, su qualsiasi terreno e senza limiti di difficoltà e, per le escursioni sciistiche, fuori delle stazioni sciistiche attrezzate o delle piste di discesa o di fondo, e comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e di attrezzature alpinistiche, è riservato alle guide alpine abilitate all’esercizio professionale e iscritte nell’albo professionale delle guide alpine… .”.

Si noti che la formula – con gli incisi “… qualsiasi terreno…” e “… comunque laddove possa essere necessario l’uso…” – in sé può essere letta indipendentemente da collocazioni alpine od in montagna: post].

Praticamente – pertanto – vi era e vi è un problema di limiti e confini sulla possibilità di ritenere solo delle g.a.-m.a. anche un’attività economica la quale con l’alpinismo (o la montagna) può avere poco o nulla a che fare pur condividendone alcuni gesti, materiali, tecniche d’impiego ed alcuni pericoli (nell’arrampicata sportiva, a voler togliere quelli legati alla severità ambientale, resta specialmente la caduta), ancor più ove si tratti di attività c.d. “indoor” od ove fossero addirittura solamente teoriche.

AlpinismoNONGuide-1-montagna_neve§ 10. Raffronti: alpinismo e non alpinismo, montagna e non montagna, tecniche, arrampicata
a) Così, interpretando lo stesso art. 2 della legge 1989, n. 6 (g.a.-m.a.), possono esserne cercate portate diverse nel comma 1 oppure nel comma 2; infatti, il primo è direttamente incentrato sul riferimento ad alpinismo e montagna, il secondo solo alle tecniche, anche se caratterizzate dal dover essere alpinistiche: enfatizzando l’uno piuttosto che l’altro, o aspetti vari, si può pertanto individuare la riserva di legge solo con quanto si svolga in alpinismo / montagna oppure anche con quanto stia fuori da essi ma con impiego di tecniche che comunque possano ritenersi alpinistiche.
Problema sul quale, circa le novità, tornerò oltre;

b) mentre, raffrontando tra loro, da un lato, l’ambito dell’art. 2 comma 1 lettere a) – c) legge 1989, n. 6 (g.a.-m.a.), e, dall’altro, l’ambito degli artt. 4 delle citt. proposte (nuovo “maestro d’arrampicata”), si rileva che:

– il primo ambito, per l’accompagnamento (lettera a) riguarda solo un’attività “alpinistica” esercitata in “montagna”, mentre per l’insegnamento (lettera c) è riferito solo a “tecniche” “alpinistiche”;

– nel secondo ambito, invece, sia per accompagnamento che per insegnamento, è espressamente escluso che il nuovo maestro di arrampicata possa esercitare in “zone con caratteristiche alpine” ma subito dopo è precisato che gli “è permesso l’uso di tecniche e di materiale alpinistico” (esempio: arrampicata assicurata su scogliera marina od in impianti cittadini) [aggiungo io, se ciò sia fondato: fa od usa qualcosa di alpinistico, chi sale o scende da una scogliera con la corda fissata tramite nodo “barcaiolo”, alias di marinai o di chi prima per essi? Fenici, pirati, pompieri ed edificatori del Duomo di Milano c’erano già arrivati].

Quali che possano essere le soluzioni teoriche o normative, di fatto i problemi vengono poiché in Italia si arrampica anche dove la montagna non c’è; e poiché l’unica vera giustificazione della riserva legale d’esercizio professionale sta nella garanzia della qualità della prestazione per l’incolumità del cliente [vd. la conferma della seconda affermazione nei lavori parlamentari preparatori alla cit. Legge quadro… 1983, n. 217, in Tedeschini cit., pag. 143].

Circa i professionisti: quella garanzia (ovviamente, fin dove per sua natura possibile ed esigibile) è certamente fornita dalle g.a.-m.a., mentre per altri eventuali, senza possibilità di escluderla di principio, è ancora da valutare normativamente, quantomeno agli effetti della riserva tutelata dall’art. 348 c.p. cit.

Adesso vi sono diatribe di chi o su chi, senza possedere l’abilitazione di g.a.-m.a., tali attività voglia svolgere almeno su zone non montane o non dalle caratteristiche alpine, ricevendone entrate economiche e coltivando rapporti legali con autorità amministrative territoriali e con privati committenti od utenti (istruttori FASI o di altre realtà similari; o, per l’insegnamento negli impianti artificiali al coperto, diplomati Isef-Scienze motorie; o, nel settore emerso in modi pressanti, sia in montagna che no, rilevante e foriero di rivendicazioni ed esclusioni, di progettisti, attrezzatori o certificatori di falesie o vie o sentieri ferrati; ecc. Cenni in Luoghi di arrampicata… cit., e salvi ulteriori profili quanto alla c.d. “libertà di mercato”, post).

Ma, stavolta, il testo degli artt. 4 delle proposte sarebbe netto: le g.a.-m.a. possono accompagnare ed insegnare nell’arrampicata sportiva; i nuovi “maestri di arrampicata” pure, però “… con esclusione delle zone con caratteristiche alpine e delle aree innevate…” [strano “recupero” del riferimento alle zone d’esercizio, per un ordinamento che tale tipo di delimitazione vorrebbero non avesse mai contemplato].

§ 11. Varianti + accessori sopravvenuti
Non si tratta solo delle accennate questioni di quota o zone d’esercizio e/o di spirito:
– problemi di confine vi sono in riferimento a professioni contigue, che si differenziano da quella di g.a.-m.a. per mancanza o minore presenza di contenuti tecnici qualitativi (accompagnatore di media montagna, guida escursionistica, guida ambientale, ecc.) [sul contrasto tra g.a.-m.a. e “guide-ambientali escursionistiche” della Regione Emilia-Romagna, sentenza Corte costituzionale n. 459/2005. Inoltre, ma su profili ancora diversi, c’è il caso dei maestri di sci];

– si consideri che, come accennavo, con quella scorciatoia passo dopo passo sono state introdotte nella professione di g.a.-m.a. attività le quali con essa, od almeno con la tradizionale, non c’entrano affatto (supra e post) e che per sè neppure è detto siano proprie solo di tale professionalità (disgaggi, torrentismo, preparazione di piazzole d’atterraggio per elicotteri, formazione tecnica di lavoratori addetti ai lavori in quota o su funi, ecc.; per l’ultimo caso, quanto al D.Lvo 2008 n. 81, post), foriere di contese [“implementazioni” anomale, in epoca di asserite c.d. “liberalizzazioni”, ove fossero ritenute attività solo a loro riservate.

Sull’argomento vd. Autorità garante della concorrenza e del mercato, ad esempio circa l’insegnamento professionale di attività sportive varie, comunicazione AS268 del 6 novembre 2003, e, quanto proprio alla professione di g.a.-m.a. e circa il c.d. “eliski” od altro, AS460 – Ordinamento della professione di guida alpina (legge quadro 2 gennaio 1898, n. 6 e leggi regionali) del 27 giugno 2008, a Presidente Senato ecc.. Internet.

Curiose e meritevoli di interrogativi sono, tra altre, le inclusioni degli “interventi su grandi alberi con tecniche alpinistiche” e delle (senza virgole) “consulenze per aziende nel settore sport e texas laws on payday loans sicurezza”, come da “Qualche indicazione sulle figure professionali” del Collegio regionale delle guide alpine dell’Abruzzo, Internet].

Attività legittimamente esercitabili dalle g.a.-m.a.: ma – appunto – anch’esse solo a loro “riservate”?

In tale combattuta situazione, sono cresciute l’arrampicata non montana ed il relativo insegnamento: i contenuti sostanziali erano già compresi nell’attività di g.a.-m.a. ed in una delle sue citt. “specializzazioni” (art. 10 legge 1989, n. 6, soprariportato: “…arrampicata sportiva in roccia…”) ma senza che con certezza se ne potesse affermare la riserva legale in favore di essa.

Fino a qui sono questioni vecchie; per risolverne una parte, le dette proposte di legge.

CONTINUA

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Che cosa è un’ordinanza sindacale?

Che cosa è un’ordinanza sindacale?
di Marco Del Zotto, avvocato e maestro di sci ([email protected])

E’ un provvedimento motivato contingibile ed urgente che può essere emanato dal Sindaco al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini.
Quando può essere adottata?
Un’ordinanza sindacale può essere adottata solo in casi di gravi ed eccezionali necessità al fine di tutelare l’incolumità pubblica.
Come può essere impugnata?
Un’ordinanza sindacale può essere impugnata avanti al Tribunale Amministrativo Regionale con ricorso motivato.

Canalone di Val Mezdì, gruppo di Sella. Foto: Carlo Cosi
Ordinanza-Carlo-Cosi-P1020381-1024x768La pratica dello sci fuoripista in questi ultimi anni sta diventando un fenomeno sempre più diffuso; ma, purtroppo, le conoscenze tecniche, l’esperienza e le valutazioni che prima e durante la gita gli sciatori devono compiere per percorrere l’itinerario in sicurezza, troppo spesso sono insufficienti. La superficialità e la leggerezza prendono così il sopravvento determinando un forte aumento dei rischi connessi alla pratica di questo sport.
Se già per la pratica dello sci in pista nessuna normativa nazionale ha ancora disciplinato quale debba essere la condotta dello sciatore durante la discesa, nessun riferimento legislativo, neppure regionale, è possibile rintracciare per quanto concerne la regolamentazione dello sci fuoripista che, fin dalle sue origini, risulta essere la massima espressione di libertà dello sci.
Il grande aumento del numero di scialpinisti credo sia dovuto proprio alla possibilità di vivere a diretto contatto con la natura, con la montagna, con il paesaggio invernale senza i divieti, gli obblighi, le limitazioni che ogni anno aumentano sulle piste di sci senza però sortire gli effetti voluti e sperati.
Sono altrettanto convinto che la strada da seguire sia un’altra, quella dell’educazione alla montagna e dell’obbligo di aumentare e migliorare l’informazione agli sciatori in pista e fuoripista per ridurre i margini di rischio.
Tornando allo sci fuoripista, giuridicamente, unico soggetto esposto a un giudizio di responsabilità in caso di incidente – in assenza di una normativa specifica che ne disciplini l’attività – è colui che si avventura su itinerari che possono risultare pericolosi in relazione alle condizioni nivometeorologiche di quello specifico percorso scialpinistico.
La valutazione della pericolosità e della conseguente percorribilità di un itinerario sci alpinistico deve necessariamente tenere in debito conto tutti i fattori (!!!) non direttamente riconducibili alla condotta dello stesso sciatore quali distacchi naturali, distacchi provocati da altri sciatori, distacchi provocati da animali, caratteristiche del terreno, variazioni meteorologiche.
La valutazione quindi deve essere completa, comprendere tutti i possibili elementi di rischio e basarsi sull’analisi del bollettino valanghe che deve sempre essere confrontata in loco con la verifica della stabilità del manto nevoso e quindi della corrispondenza delle condizioni dell’itinerario rispetto a quelle del bollettino valanghe.
Negli ultimi anni i sindaci di alcuni comuni montani, ritenendo doveroso un loro intervento per tutelare l’incolumità pubblica – dato l’aumentare del numero di scialpinisti e degli incidenti in alta montagna – hanno emanato delle ordinanze di divieto della pratica dello sci fuori pista.
Tale potere ha la sua origine nell’art.54 comma 2° del Testo Unico delle Leggi sull’ordinamento degli enti locali, il Decreto Legislativo n.267 del 18/06/2000.
Se in astratto sembra che tale strumento normativo sia pienamente legittimo in funzione della prevenzione e della eliminazione di tutti i possibili pericoli che possono minacciare l’incolumità dei cittadini, un’interpretazione più approfondita della norma pone invece molte perplessità sul potere del Sindaco di adottare tale tipo di provvedimento e, di fatto, di paralizzare non solo lo sci fuoripista, ma anche molte attività professionali ad esso connesse.

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Le ordinanze che vietano di praticare lo sci fuoripista su tutto il territorio comunale, o in prossimità delle piste di discesa servite dagli impianti, sono generalmente emanate in considerazione delle condizioni nivometeorologiche di pericolo che derivano da precipitazioni nevose intense, dall’instabilità del manto nevoso, dai eventuali sbalzi di temperatura nell’arco di una stessa giornata.
La legittimità di tali ordinanze dipende dalla verifica dell’esistenza dei presupposti di cui all’art.54 del T.U. n.267/2000. che sono la contingibilità e l’urgenza del provvedimento.
In assenza quindi di circostanze di grave ed eccezionale necessità e urgenza, tali provvedimenti sono da ritenere viziati da un eccesso di potere del Sindaco e pertanto possono essere impugnati al fine di ottenerne l’annullamento.
Questi provvedimenti non possono imporre divieti temporalmente illimitati, in quanto è intrinseco che il perdurare delle condizioni che la legge definisce eccezionali si limitano al massimo a qualche giorno, vale a dire il tempo necessario per l’assestamento del manto nevoso.
Ogni ulteriore valutazione di merito deve compiersi comunque caso per caso, in seguito ad un’analisi di tutte le circostanze rilevanti ai fini dell’accertamento della loro esistenza.
Ulteriore considerazione che ne deriva è che il divieto deve essere circoscritto e individuato territorialmente con precisione, in quanto ogni generalizzazione è in contrasto con la ratio sulla base della quale il sindaco ha il potere di adottare tale provvedimento.
Da queste brevi riflessioni non è possibile trarre alcun giudizio sulla legittimità delle numerose ordinanze adottate da alcuni sindaci dell’arco alpino e, in alcuni casi, ancora in vigore perché -come specificato in precedenza- ogni valutazione deve essere compiuta caso per caso, leggendo attentamente il contenuto dell’atto e la sua motivazione.
Si deve però fare presente che l’uso di un provvedimento di tale genere, proprio per la sua eccezionalità e per le sue inevitabili gravi ripercussioni nella realtà montana, prima fra tutte l’assoluta paralisi delle attività non solo sportive ma anche professionali come quella delle Guide alpine, deve essere ponderato e soprattutto preceduto da un preventivo approfondimento da parte di una commissione di esperti di nivologia e valanghe che accertino la gravità e l’eccezionalità della situazione di pericolo e il momento della sua cessazione.
In mancanza di valide e qualificate motivazioni queste sono esposte al rischio di una declaratoria di illegittimità, con la conseguenza di innescare possibili azioni risarcitorie da parte di chi ha dovuto ingiustamente astenersi dal compiere le attività vietate.

postato il 22 novembre 2014

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Il giudice Carlo Ancona sugli incidenti in montagna