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Yvon Chouinard pescatore in Valtellina

Yvon Chouinard pescatore in Valtellina
di Valter Bianchini

Introduzione
di Giuseppe Popi Miotti

Recentemente c’è stata parecchia maretta in merito a questioni ambientali e “culturali” tipo eliski, funivia del monte Bianco, reality alpini e altro. La violenza di alcuni commenti fa trapelare un disagio palese e sembra voler mascherare la mancanza di validi argomenti, a sostegno delle proprie idee.

E’ stato anche piuttosto penoso veder nascere il balletto di chi ha fatto o non ha fatto cosa, di chi fa la guida e chi no, di chi è da considerarsi un grande alpinista e chi no, di chi si batte contro la TAV e chi no… Tutti hanno fatto sbagli, ma c’è stato chi, forse anche rendendosi conto degli errori commessi, ha provato a cambiare, ha provato a indicare nuove strade. In alcuni casi per mostrare pubblicamente il cambio di passo si sono scelte manifestazioni eclatanti, forse fin troppo; ma se si è piccoli è a volte opportuno fare più chiasso della norma.

Yvon Chouinard sul Diamond Couloir al Mount Kenya, passo chiave
Chouinard Diamond Couloir al Mount Kenya, passo chiave

Saltando qua è là per i vari blog, ciò che mi ha stupito di più è la posizione di alcuni che sembrano giustificare quelli che io chiamo “spadroneggiamenti” sull’ambiente, col fatto che in confronto a tragedie ben più gravi, vedi la fame, l’inquinamento globale e quasi istituzionalizzato, il dramma del lavoro minorile, del traffico di organi e di esseri umani, la TAV, in fin dei conti si tratta di episodi marginali.

Chiunque abbia un minimo di coscienza etica vive con disagio queste questioni anche se apparentemente di scarsa importanza. Io stesso molte volte mi sono posto il quesito: spit sì o spit no? scrivere o non scrivere di questo o quel luogo ancora sconosciuto? esprimermi a favore o contro questa o quella iniziativa? Non nascondo neppure che a volte sono stato seriamente tentato di commettere qualche “strappo alla regola” e che più che la volontà me lo ha impedito il caso.

Evidentemente la montagna moderna ha bisogno del turismo e alla luce di questa considerazione non mi sono mai definito un ecologista puro e duro perché sapevo che il mio pane quotidiano derivava anche da trasformazioni del territorio più o meno profonde e dalla necessità di farne a volte merce da esporre.

Detto questo ho sempre cercato di muovermi in punta di piedi e possibilmente con coerenza: non potevo e non posso far nulla contro gli impianti di sci esistenti, ma potevo e posso dissentire con quelli in progetto, lo stesso dicasi per le captazioni idroelettriche o per altre opere e iniziative chiaramente speculative. In nome del detto che il fuoco si combatte col fuoco ho proposto un assennato “restauro” delle vie classiche più frequentate con spit alle soste e nei punti improteggibili con nut e friend anche allo scopo difenderle da qualche super dura super direttissima che a forza di spit si potrebbe sovrapporre ad esse facendole dimenticare.

Pur rendendomi conto delle contraddizioni e della deriva non ho mai smesso di oppormi pubblicamente e ho fatto udire la mia voce in tutti i modi possibili. Perché l’ho fatto? Un po’ perché mi sono accorto che sebbene apparentemente vani, i miei continui interventi hanno portato qualche impercettibile risultato ma, soprattutto, perché restasse traccia di un dissenso.

Yvon Chouinard su Luna Nascente, Val di Mello. 1 giugno 1980
Yvon Chouinard su Luna Nascente, Val di Mello.

Ecco perché ho ripetutamente detto e scritto che chi trae beneficio dal turismo montano dovrebbe anche essere un elemento decisivo per molte scelte fatte sul territorio e dovrebbe anche aiutare a pilotare una sua evoluzione, la meno invasiva e distruttiva possibile. Si tratta quindi anche di un impegno profondamente culturale, diversamente, ma non meno faticoso di quello richiesto da un’ascensione.

Credo che tutti noi possiamo fare la nostra minuscola parte rinunciando se possibile a manifestazioni muscolari e spettacolari che magari portano anche poco in termini economici; penso ad esempio che si potrebbe rinunciare a una forma di turismo come l’eliski proprio per non gravare ulteriormente su un ambiente che in alcune zone è già assalito dagli impianti.

E’ strano come alcuni difensori di questa attività siano poi coloro che propongono una rete sentieristica senza segnaletica per conservare il terreno d’avventura o per lo stesso motivo, con in più quello della “protezione della storicità”, si oppongono alla spittatura delle soste su vie di grande percorrenza.

E’ strano come si dica che l’eliski è meglio degli impianti e poi però, in netta contraddizione, si benedicano anche questi ultimi: vedi affermazioni di Cesare Cesa Bianchi. E’ strano che qualcuno esalti Yvon Chouinard per poi contraddirsi subito dopo scagliandosi contro chi si comporta esattamente come il padre di Patagonia: sappiamo tutti di essere in contraddizione, di avere il SUV, di sprecare carburante, di eccedere nei consumi, ma per fortuna c’è chi, come Chouinard, prova con i mezzi che ha a non abbandonarsi nel flusso che ci trascina indicando acque più percorribili senza lagnarsi troppo dei passeggeri ignari che allegramente proseguono la “crociera” o di quelli che addirittura continuano a pagaiare in favore di corrente.

L’articolo che segue è stato scritto dall’amico Valter Bianchini: un pescatore!!!

 


Yvon Chouinard, capitalista controvoglia per salvare il pianeta
di Valter Bianchini

Non si scappa, l’età adulta è il momento della disillusione. Cominci ad accorgerti che molte tra le ricche star che si battono contro la fame nel Mondo, a metà mattina stringono la mano al Dalai Lama e poi se ne vanno su un jet privato, molte ONG spendono più denaro per marketing e autoproduzione che non per salvare persone, e l’impegno nelle energie rinnovabili serve a società multimilionarie per comprare certificati verdi che gli consentiranno poi di fare business in settori molto remunerativi.

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Nonostante tutto continuiamo ad avere bisogno di credere nei sogni e di personaggi che li rappresentino. E quando uno dei miti del capitalismo responsabile più osannati a livello mondiale viene a pescare in Valtellina, beh questa è un’occasione da non perdere.

Avevo letto la sua autobiografia Let my people go surfing qualche anno fa e ne ero rimasto affascinato, ma mai avrei potuto immaginare che un giorno mi ci sarei trovato a tu per tu.

Chouinard su ghiaccio
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La persona che scende dal fuoristrada di Mauro Mazzo – suo amico e compagno di pesca – è Yvon Chouinard: alpinista e arrampicatore di fama mondiale, pescatore, kayaker, surfista ma non solo. Quest’uomo tutto fare di origini franco-canadesi, trasferitosi in California con la famiglia nel 1947 all’età di nove anni, è anche, assieme alla moglie, il fondatore e proprietario di Patagonia, l’azienda che la prestigiosa rivista di business globali Fortune ha definito la più cool del pianeta. Di bassa statura e fisico robusto, 76 anni ma non li dimostra, abbronzato e abbigliamento casual “molto usato”, colpisce da subito per la sua cordialità e straordinaria semplicità, non ricorda affatto il classico yankee un po’ spaccone dell’immaginario collettivo, si potrebbe al più scambiarlo per un simpatico nonno come ne incontri tanti a passeggio. Chouinard è appena reduce dalla traversata atlantica ma non vede l’ora di andare a pescare, dice che si riposerà in questo modo. Nell’atrio della nostra sede si imbatte nelle fotografie appese al muro della buonanima dell’Andrea Della Bosca con la canna in bamboo in spalla e, indicandola, esclama: “Usava la tenkara!“. Che poi guarda caso è l’antichissima tecnica di pesca a mosca alla quale ha dedicato il suo ultimo libro e che consisteva nell’utilizzare esclusivamente una canna senza mulinello e una lenza in crine di cavallo a cui legare le moschette.

Commenta stupito anche le immagini delle enormi trote lacustri che risalivano l’Adda dal lago di Como. Gli dico che tanti anni fa la costruzione di una diga ha rotto quell’incantesimo. Una delle tante “dannate dighe” – come le definisce lui che ci ha speso una vita contro – fino al punto di investire una montagna di dollari in una campagna di opinione che alla fine ha costretto il suo governo a buttarne giù una, la grande Edwards Dam, consentendo in tal modo la rinascita del fiume e il ritorno dei salmoni.

Ma anche spenderne altrettanti per produrre il recente bellissimo documentario DamNation, che denuncia l’antieconomicità di strutture siffatte a fronte dei gravi danni ambientali causati.

Eh sì, perché quando gli dico che in Valtellina, di dighe, ne abbiamo sopra le nostre teste cinquantotto, lui sorride amaramente e per nulla stupito mi informa che negli Stati Uniti, escluse quelle minori, loro ne hanno 80 mila di cui ormai migliaia in disuso. Chouinard si fermerà una settimana in Italia, pescando e lavorando, perché da quando è in affari metà del suo tempo lo dedica agli sport che ama, l’altra metà incontrando i suoi manager in giro per il mondo. Non è che la cosa lo entusiasmi granché, infatti è nota la sua filosofia in proposito, la chiama “gestire in assenza”, che poi sta a significare che lui se ne va in giro anche per mesi testando di persona i suoi prodotti e i suoi dipendenti devono sapersela cavare. In piccola parte conosce già la Valtellina per aver arrampicato in Val di Mello negli anni ‘70 con Alessandro Gogna: “Io ero spericolato, ma lui lo era ancora di più” ebbe a confidare a Mauro. E proprio grazie a lui da qualche anno ha scoperto che nel nord Italia non ci sono solo pareti da scalare, ma anche fiumi per pescare.

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Nel suo ultimo libro ammette di non averlo mai ritenuto possibile. Abituato a rifugiarsi nei grandi spazi incontaminati che restano a questo mondo, dal Nord America alla Terra del Fuoco, non si sarebbe mai immaginato che nell’Adda, ferita da arginature artificiali, briglie e traverse, stretta nella morsa di una edificazione spesso insensata, vi potessero essere trote e temoli di dimensioni anche ragguardevoli. Adesso che lo sa, quando viene in Europa e il tempo glielo consente, fa un salto in Valtellina dove ha scoperto anche il valore aggiunto di pizzoccheri, polenta e bresaola, e in più delle nostre cantine che dalle sue parti, nella Napa Valley, così belle se le sognano. Insieme sul fiume la domenica mattina osservo: “Yvon, oggi ci sono tanti pescatori“. Mi risponde: “Perché, non si lavora in Italia il lunedì?“. Chouinard è così, ho la conferma di quel che dicono di lui, è proprio un uomo libero di testa. Non porta orologio, non ha lo smartphone, quando è in giro per il mondo a rassicurare la moglie a casa ci devono pensare i compagni di viaggio.

Che sia anche un pescatore “vero” ci vuole poco a capirlo. Giubbetto superusato e scarponi consumati rendono l’idea di uno che pesca appena può, cioè molto. Capisci al volo che non lo devi disturbare più di tanto perché pesca con determinazione, senza dire una parola che non sia la richiesta di un consiglio all’amico sulla ninfa da usare o un breve commento. Non si siede a riposare, non si perde in chiacchiere tanto per far passare il tempo. Penseresti che uno così, che gira il mondo inseguendo i più bei pesci che esistano, in fondo si potrebbe permettere di prendere la pesca alla trota o al temolo con una certa sufficienza, magari in attesa che venga l’ora della cena che si gode nella solita ottima trattoria tra i vigneti del tiranese confuso tra gli altri avventori. Invece no, lo vedi fare smorfie di disappunto anche quando perde pesci di modeste dimensioni.

Yvon Chouinard con la moglie Malinda e il figlio Fletcher nel 1975. Sullo sfondo la parete del Capitan (Foto Patagonia)
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La percezione del rischio dei grandi alpinisti è un po’ diversa da quella dei comuni mortali e Chouinard è famoso anche per la sua freddezza nelle situazioni difficili. Non smentisce questa fama quando si immerge nella corrente forte di un sottoriva per liberare la lenza e lì ci resta, impassibile, come se avesse i piedi piombati, fin quando non ci riesce. Mentre io lo guardo allibito e preoccupato. Mauro scuote la testa e mi dice che non si può nemmeno invitarlo alla prudenza se no si incavola, deve sentirsi libero di fare ciò che vuole. Quella libertà che è la prima regola anche al suo quartier generale a Ventura, California: se c’è l’onda giusta i dipendenti vanno a fare surf in orario d’ufficio. Se la “sua gente” è libera lavorerà meglio e sarà stimolata a raggiungere gli obiettivi.

Yvon ha sempre vissuto con grande semplicità mirando solo alla sostanza. Come le sue idee, e la sua azienda fondata sull’innovazione e l’alta qualità dei prodotti, la prima in materia di business ecocompatibile, che vanta oggi un fatturato di 320 milioni di dollari: «Sono un imprenditore da quasi cinquantanni. Mi riesce difficile pronunciare queste parole, come per qualcuno ammettere di essere un alcolista o un avvocato. Non ho mai stimato questa professione“. Esordisce così in Let My People Go Surfing. Invece, suo malgrado, è diventato proprio un grande imprenditore. Nonostante gli affari, Chouinard ha speso gran parte della vita nella natura: “Io non ho mai comprato una tenda fino a 40 anni, potrei sempre trovare una grotta, o un albero, o stare fuori al vento” rispose a un amico di spedizione stupito di quanto poco portasse con sé.

Da giovane imparò a conoscere la montagna addestrando falchi: lui e i suoi amici la scendevano con le corde per raggiungere i nidi. Poi cominciarono a divertirsi nel risalirla e nel giro di qualche anno divenne uno dei protagonisti dell’età dell’oro delle scalate nella Yosemite Valley.

Ai tempi capitava che sparisse dalla circolazione e i suoi familiari non sapessero dove si fosse cacciato. Lo capirono il giorno in cui una troupe televisiva inquadrò dall’elicottero l’impressionante parete verticale di El Capitan, dove lui se ne stava appollaiato in un’amaca. A fine anni ’50 imparò il mestiere di fabbro e iniziò con il forgiarsi da solo i chiodi da arrampicata, li caricava in auto e li vendeva alla base delle pareti rocciose. La sua attrezzatura ebbe presto successo, grazie alla qualità dell’acciaio, tanto che nel 1964 fondò con un amico la società Chouinard Equipment, che divenne il più grande venditore di materiale da scalata degli Stati Uniti. Però i due ben presto si resero conto che quel tipo di chiodi rovinava la roccia.

L’officina negozio di Chouinard a Ventura (CA) nel 1966 (Foto di Tom Frost)
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All’inizio degli anni ‘70 – ricorda Chouinard nei suoi scritti – decidemmo quindi di sospendere la produzione per proporre, due anni dopo, attrezzature per l’arrampicata pulita, che si mettono e tolgono semplicemente con le mani senza danneggiare le pareti, con la volontà di rispettare l’integrità della roccia“. Ancora oggi questo tipo di materiale è all’avanguardia. Le stesse idee di ecologia hanno poi spinto Chouinard, all’età di 35 anni, a fondare Patagonia, allargando gli affari alla produzione di vestiario ecocompatibile per l’outdoor tramite l’utilizzo del cotone organico e delle fibre ricavate dalle bottiglie di plastica usate. Una vera scommessa, perché i capi così prodotti costano di più ma il mercato lo ha premiato decretando il successo del marchio. La cosa incredibile è che quando iniziò insieme ai suoi collaboratori – nessuno dei quali aveva una benché minima infarinatura di economia – non volevano fare soldi ma solo divertirsi inventandosi giorno per giorno il lavoro che più li appassionava. E che sia un capitalista molto sui generis a capo di una grande azienda dalla filosofia altrettanto originale, lo testimoniano anche le scarsissime campagne pubblicitarie che non invitano certo all’acquisto. Quante aziende avrebbero il coraggio di scrivere sul proprio catalogo: «Più sai, meno attrezzatura ti serve» oppure la frase di Henry David Thoreau «Diffida delle imprese che richiedono vestiti nuovi». Solo furbizie del marketing, dirà qualcuno, ma così non pare proprio. L’azienda, che per precisa scelta non è quotata in borsa, devolve non meno dell’1% del fatturato annuo a progetti ambientali, quasi 7 milioni di dollari nel solo anno fiscale 2014.

In Valtellina, Yvon Chouinard e Valter Bianchini, presidente UPS (Unione Pesca Sondrio). Foto: Adamo Corvi
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Da un’iniziativa di Chouinard è nata anche For the Planet, un’associazione di imprese che sovvenzionano organizzazioni ambientali in tutto il mondo, comprano foreste per sottrarle al disboscamento, grandi aree per proteggervi gli animali e campagne a difesa delle specie in pericolo.

Per me – dice – la soluzione ai problemi della Terra è semplice: dobbiamo fare qualcosa, se non possiamo farlo direttamente, dobbiamo mettere mano al portafoglio. Il momento più traumatico è quando si firma il primo assegno, ma sapete una cosa? Il giorno seguente le cose vanno avanti: il telefono continua a squillare, il mangiare è in tavola e il mondo è un po’ migliore“.

Infatti Chouinard dichiara ai quattro venti che Patagonia esiste per fare qualcosa di buono, per fare soldi e darli a chi lavora per salvare il pianeta, per dimostrare che anche il business può essere fatto in modo corretto. E lui vuole che si sappia: “Sono in affari solo per salvare la Terra. Sarà il sistema intero a fare bancarotta se non diventerà verde». Ecco, magari ne nascesse uno così in Italia, anche solo per sbaglio.

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La Macchina rampicante

La Macchina rampicante (ovvero: prigionieri del Mongenjura)
di Giuseppe Popi Miotti
Prima ripetizione italiana della via Doseth al pilatro Sud del Mongenjura (Norvegia, Valle di Romsdal)

È pomeriggio inoltrato e la Norvegia ci accoglie con un’assurda aurora boreale fuori tempo e fuori stagione. Non è l’omerica Aurora dita rosate, ma un brillante e luminoso vortice di filamenti verde fluo con mesh rosa e blu, che trapassa le nuvole grevi di pioggia.

“Aurora dita rosate? – penso – Addio! Queste più che altro, sembrano dita tentacolose e maligne che si avvinghiano al cielo come viluppi di una pianta parassita. Segno dei tempi? Presagio del futuro?”

Il pilastro sud del Mongenjura
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Intanto siamo usciti nel salone dell’aeroporto e la MACCHINA mi è già sfuggita. Col suo sguardo ingenuo la trovo mentre sfoglia un giornalino porno presso l’edicola bar e mi dice che ha fame.

Chiedo al Duca bianco, terzo membro di questa piccola, avventata spedizione, di dargli un’occhiata, mentre tento di affittare l’auto, ma anche lui dice che ha fame e allora tutti e tre ci gettiamo sul nostro primo pasto norvegese, un salsiccione avvolto nel bacon e guarnito da improbabili salse multicolori. E pensare che il Duca voleva mangiare solo pesce!

La Macchina rampicante, R75-12
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Al noleggio auto, incasso il primo smacco del viaggio. Non possiamo prendere l’auto qui per lasciarla a Bodo, oltre 1000 chilometri a Nord; o meglio, potremmo, ma dovremmo sborsare 800 euro extra, cosa per noi im-pos-si-bi-le. Oltre a R75-12, ovvero la MACCHINA, la Federazione ci ha messo, infatti, a disposizione un magrissimo budget. In realtà quella cosa che chiamo Macchina è un essere bionico che sfrutta le ultimissime scoperte in fatto di cibernetica, unendole ad un corpo umano dotato naturalmente di impressionanti mutazioni che gli conferiscono capacità fisiche già di per sé eccezionali. L’unione fra i due elementi ha permesso di ottenere un perfetto capocordata, applicabile ad ogni conformazione rocciosa e ad ogni difficoltà: il compagno di cordata ideale e soprattutto… risolutore.

Per renderlo più umano gli abbiamo cercato anche un nome e fra tutti abbiamo scelto, Simone.

Scopo della nostra missione, provare l’apparecchio il più lontano possibile da occhi indiscreti e su percorsi di grande difficoltà, strizzare fino all’ultima vite, fino all’ultimo circuito plasmatico per vedere come reagisce. Abbiamo accettato: io, scalatore in disarmo, forse per provare l’ultima volta il sapore di tempi migliori, il Duca bianco forse in cerca di nuove dimensioni personali o forse in fuga da un misterioso e struggente malessere esistenziale. Non lo saprò mai: il Duca è etereo ed imperscrutabile.

Nuova strategia: useremo l’auto qui al Sud e la riporteremo in aeroporto, ma, per non perdere tempo, fisseremo già il volo di rientro e acquisteremo anche i biglietti per Bodo. Al banco della SAS, con un inglese inaspettatamente sciolto, faccio le mie richieste ad una bella signora e mi metto a conversare con lei. Il Duca ironicamente mi comunica che ho fatto breccia in un cuore. La signora non è male, ma la missione viene prima e poi abbiamo i giorni contati. La lasciamo con un’altra spiacevole notizia: per risparmiare siamo atterrati in uno scalo secondario mentre i voli SAS partono dall’aeroporto principale di Oslo, a due ore e passa d’auto o di pullman. Al momento non ci pare la fine del mondo, ma avremo modo di pagare cara la nostra superficialità.

Torniamo ai bagagli dove troviamo R75-12 che, placata la fame, lancia occhiate concupiscenti a tutte le ragazze. Al banco del noleggio chiedo se almeno possiamo mollare l’auto all’aeroporto principale di Oslo senza sovrapprezzo, ma il commesso, inflessibile, aggiunge 150 euro alla somma appena presentatami. Decliniamo l’offerta e affittiamo il mezzo per una settimana con l’impegno di riportarlo qui.

Usciamo all’aperto. Aurora dita vischiose se n’è andata, lasciando fra le nubi dei lampi arancioni, mentre cade qualche goccia di pioggia.

Carichiamo il materiale, compreso quello del cyborg che, per quanto mondato di 50 metri di cordino e altri attrezzi metallici, ha sforato di tre chili sul consentito, obbligandoci a pagare 24 euro in più. “Maledetta MACCHINA – dico fra me – ma che c….zo pensi di essere venuta qui a fare?”

Finalmente lasciamo l’aeroporto e iniziamo la presa di confidenza con le strade ed il territorio norvegesi. Tutto sembra facile, a parte qualche difficoltà con toponimi tanto impronunciabili quanto illeggibili: ben presto scopriamo che ben pochi dei nomi scritti sulla nostra carta, comprata in Italia, corrispondono a quelli reali.

Le pareti di Romsdal
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Si naviga a vista, sotto un cielo grigio e su strade poco trafficate, immersi nel verde di prati e foreste. Il mutante giace sul sedile anteriore con il compito di fare da navigatore, ma i suoi circuiti sono già sintonizzati sulle arrampicate che lo attendono; sfoglia e risfoglia le due guide che abbiamo al seguito, accumula dati, analizza e confronta, parla entusiasta di ciò che ci attende…

Per conto mio, mi pare di essere in un sogno. Guido e osservo dai finestrini un mondo grigio e sconosciuto, mi sento apatico e passivo. Non mi aspetto nulla dal domani e nemmeno dal prossimo secondo che verrà. Sono contento di essere qui, di essere ancora in fuga; ma come risponderà questa vecchia carcassa senza allenamento e con pochissima voglia di lottare sulle rocce? Mi consolo: per fortuna c’è la MACCHINA! Ma so benissimo che sto mentendo a me stesso, in fondo al cuore pulsa ancora un po’ d’orgoglio. Vedremo, vedremo.

Incerti sul da farsi, puntiamo verso il Telemark, senza avere ancora capito che la Norvegia sembra una piccola nazione, ma in realtà è uno sterminato territorio. Dopo ore d’auto, qualche sospetto ci viene, visto che, cartograficamente, il nostro progresso appare men che centimetrico. Anche il nostro amico sintetico, che aveva già pianificato una giornata di dure salite, deve fare buon viso a cattivo gioco: ci vorrà molto tempo prima di arrivare, ma tanto… piove. Mi guardo attorno. Foreste, foreste, foreste, ma, sotto la sottile buccia di terriccio e muschi a cui s’aggrappano, è evidente la presenza di una corazza di roccia granitica lisciata per millenni dai grandi ghiacciai. Un leggero manto di velluto verde riveste un antico cuore di pietra: che sia questo il segreto della Norvegia?

Intanto il tempo sembra schiarire e non senza difficoltà imbocchiamo la strada per il lago di Non mi ricordo il nome, dove arriviamo verso le nove di sera, con il sole che stenta a tramontare. Scherzi della latitudine ma noi, pur sapendolo, non smettiamo di stupirci. Il cielo è azzurro, il luogo idilliaco e la fame parecchia; siamo spossati, e sembra esserlo anche il cyborg visto che i suoi circuiti sono stati programmati per avvertire un po’ di umana stanchezza. L’inserimento del dato è stato necessario quando ci si è resi conto che, se lo si voleva usare per fare scalate, era necessario obbligare l’R75-12 a delle pause, pena la morte per sfinimento dei compagni di cordata in carne ed ossa.

Mongenjura Hitte
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– Risparmierò ora al lettore le nostre molte vicissitudini; la scoperta delle hitte, comodi rifugi per viandanti poveri; le alluvioni che ci inseguirono; la perdita di controllo del Duca bianco causa carenza alcolica; l’ancestrale atmosfera della terra dei ciclopi; la nostra prima grande salita, una vasta cupola di levigato granito alta quasi 500 metri; le interminabili ore d’auto fra fiordi, cascate e pareti altissime.

Vi porterò invece nella mitica valle di Romsdal, immenso solco verdeggiante delimitato da alcune delle più alte pareti del globo, meta finale di questa parte del viaggio. –

Via dai fiordi, sfuggendo all’ultima ondata di maltempo, valichiamo finalmente un colle solitario oltre il quale il granito diventa signore incontrastato dell’ambiente. Scendiamo a tornanti, fra cascate ribollenti e pareti sempre più alte ed oscure, in un ambiente cupo e impressionante, mentre qualche timida occhiata d’azzurro sembra promettere almeno un paio di giorni di tregua dal maltempo. A valle, è arrivato anche il sole, gettando un po’ di serenità. Pareti a destra, pareti a sinistra: la più piccola, quella che qui considerano una sorta di falesia, è alta, infatti, “solo” 400 metri.

Quasi di fronte alla “falesia”, ci appare la muraglia del Trollveggen, la Parete del Troll, fra le cui punte sommitali spicca il Trollryggen, con la sua parete nord. Son quasi 1500 metri di granito color grigio smorto e nero, di lastre pericolanti, appiccicate al nulla, di spaccature infinite che lasciano a bocca aperta. Un po’ spaventati, proseguiamo verso Andalsnes, il porto situato allo sbocco della valle, dove contiamo di fare rifornimento alimentare e di trovare la guida di Romsdal. Comprando nei supermercati, e dormendo nelle hitte, abbiamo scoperto che la Norvegia non è poi così cara come si dice; il pane è buonissimo e per il resto si va a salsiccioni, salmone prelibatissimo e pesce vario. Da casa ci siamo portati solo gli irrinunciabili spaghetti e il loro classico corredo, olio, grana, peperoncino… Molto peggio la situazione sul versante dei liquidi. Di vino non se ne parla, a meno di fare un leasing; si pasteggia solo con birra a bassa gradazione e quindi, per tenere i livelli, occorre sacrificarsi raddoppiando le dosi. Nelle sue crisi d’astinenza, il Duca ha scoperto anche dove reperire i super alcolici; in genere si trovano in appositi negozi detti Vinmonopolet o in settori appartati dei supermercati dove, quando compri, ti senti un po’ come un drogato in cerca della dose.

Ripercorriamo la valle all’inverso, ancora una volta col naso all’insù, finché giungiamo in un grazioso campeggio dove affittiamo la solita hitte. Nel frattempo la MACCHINA s’è digerita tutta la guida di Romsdal e ora dispone di un database completo su tutte le salite, dai monotiri ai 38 tiri di “Baltika” sulla Trollveggen, per non parlare degli oltre 70 tiri del pilastro est del Trollryggen.

Buttiamo tutto in casa e poi, trascinati dal cyborg, via alla più vicina palestrina dove, dice lui, si trovano anche alcune vie di Hans Christian Doseth. Avevo già sentito quel nome durante il viaggio. Da giorni, infatti, il cyborg mugugnava di gradi estremi e vaneggiava di muraglie chilometriche da salire in libera. Aveva anche citato, con occhi fra il sognante e l’ammirato, quel Doseth che secondo lui era uno forte: “Doseth ha fatto questo, Doseth ha fatto quello… Che magnifica impresa quella sua sulle Torri di Trango! Che tragica conclusione di un’opera artistica ciclopica!”

Qui, e nelle due foto seguenti, la Macchina arrampicante da capocordata sul pilastro sud del Mongenjura
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Da anni a digiuno volontario di cronache alpinistiche, io questo tizio proprio non l’avevo mai sentito nominare e così pure, credo, il Duca bianco, che nel frattempo, ristabiliti i valori alcolemici nel sangue, era tornato flemmatico e un po’ ermetico come sempre.

La falesia è un piccolo muro di granito color miele con alcuni settori strapiombanti, dove ci cimentiamo partendo dalle vie più facili. Per contentare il nostro climber bionico, gli facciamo fare anche una fessura strapiombante aperta dal suo mito. Infine, avendo i circuiti ben caldi, il mutante si aggrappa ad un pronunciato strapiombo, mettendo in mostra tutta la sua potenza cui si unisce, devo ammetterlo, anche una notevole eleganza nel gesto. Per la prima volta sotto sforzo conferma la bontà del lavoro degli ingegneri, le sue leve sono state studiate per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, i suoi muscoli sintetici guizzano elastici e implacabili. Una volta alla base sarebbe pronto per decine di altri tiri del genere. Ne io né il Duca bianco abbiamo molta voglia, ma d’altra parte lo dobbiamo fare sfogare; i suoi ingranaggi richiedono alte perfomances e vanno sfruttati, altrimenti sarebbe come usare una Ferrari sempre a cinquanta all’ora. E poi, siamo qui per questo.

A sera, davanti alle nostre tristi birre a bassa gradazione, decidiamo che fare per il giorno dopo. Una via sulla Trollveggen è fuori discussione, la recente ciclopica frana, che ha interessato la parete, ha fatto porre una sorta di veto ufficiale ad ogni ripetizione. Il pilastro est del Trollryggen sarebbe bello, ma non ha le difficoltà richieste. A questo punto ci torna in mente che giù dal cupolone granitico del Telemark, un climber locale, mostrandoci la guida di Romsdal, aveva parlato della più bella via della valle, il pilastro sud del Mongenjura. Perché non tentare quello? La MACCHINA sfoglia la relazione. La via sembra lunga e dura; poi soffermandosi sulla scheda tecnica sobbalza esclamando entusiasta: “Ma è una via di Doseth!”

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R75-12 è al settimo cielo, io un po’ meno, ma letta la relazione mi tranquillizzo, tutta roba che posso fare, specie da secondo di cordata. Faccio due calcoli e forse più per rassicurare me stesso che per incoraggiare gli altri dico: “beh, in fondo è poi come fare tre Lune Nascenti una sull’altra”. Scordavo purtroppo il facile inganno in cui si cade con il VI° grado delle relazioni norvegesi e non avevo fatto i conti con una certa imprecisione delle stesse.

Leggendo l’abstract in inglese tutto sembra offrirci un agevole per quanto faticoso successo: “la via è ben attrezzata ed è una di quelle che si devono fare una volta e poi ancora e poi ancora tanto è bella…” Questo il senso dello scritto e quindi, imbaldanziti dal ritorno del cielo azzurro ci portiamo sotto la parete, che assomiglia vagamente ad un El Capitan. Scrutiamo la via del pilastro sud e poi, al campeggio, prepariamo il materiale senza eccedere in pesi superflui visto che secondo la guida la via è… “mostly well protected”. Prima della branda il Duca bianco propone una “sferzatina”, termine con cui identifica il rito serale (e non solo) del brindisi con un misterioso superalcolico a buon mercato, scovato tempo prima in un Vinmonopolet e centellinato con cura come l’ultima acqua in un deserto.

Il mattino si parte presto. Giù dall’auto, Simone schizza nella selva con l’occhio fisso alla parete. Una debole traccia porta sotto la muraglia; poi sale, ripida e sconnessa, verso sinistra, aggirando gli strapiomboni che erodono la base del pilastro sud. C’è qualche incertezza sul punto di partenza, ma dopo un breve consulto fra noi, un’occhiata alla relazione e grazie ai tre GPS installati nei circuiti del nostro compagno bionico, decidiamo che si attacca proprio nel punto dove siamo. Con una lunga traversata obliqua a destra ci portiamo sopra gli strapiombi dove un chiodino rugginoso segna la via e un punto di sosta; fin qui niente di speciale e belle vedute sulla valle ed il Trollryggen sul versante opposto. Con la scusa che il test deve essere effettuato sulla MACCHINA, né io né il Duca avanziamo la sia pur timida proposta di fare qualche tiro da primi. Si riparte. Ora si deve solo salire dritti sul pilastro di roccia grigio scura che ha un aspetto ben poco amichevole. Di chiodi nemmeno l’ombra e comincio a pensare che al posto di quel “mostly well protected” ci sarebbe dovuto essere un “mostly well protectable”. Con consumata abilità – il suo database contiene le esperienze dei 1000 migliori scalatori di tutti i tempi e di molti altri dilettanti – il capocordata procede alla grande. La prima lunghezza di VI° è una fessura molto obliqua a sinistra con offwidth finale, duro, atletico, cattivo, senza respiro, con sosta sospesi ai friends. Con mio grande sconforto, nessuno dei miei tre dadi usati uscirà più dalla roccia: messi troppo bene.

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Poco dopo ecco un altro mauvais pas, un traversino mozzafiato verso il nulla in una esposizione più che vertiginosa. La giornata appare promettere bene e il bizzarro tempo nordico dovrebbe tenere almeno per un paio di giorni. Il sole picchia forte e tiro dopo tiro esauriamo lentamente le magre scorte di acqua, percorrendo una interminabile successione di diedri e fessure che richiedono un’arrampicata atletica, Mi sembra di essere in viaggio da ore e l’arsura, sempre più fastidiosa, allunga oltremodo la percezione del tempo; ogni tanto ci concediamo qualche sorsino e l’unico che sembra avere ancora qualche risorsa idrica è il cyborg. Verso il diciottesimo tiro ci troviamo di fronte una arcigna fessura diedro liscia e a tratti strapiombante che si perde nel grigio uniforme della parete sovrastante. Osservo l’R75-12 cercando di cogliervi qualche segno debolezza. A parte gli occhi un po’ cerchiati e rossi, nulla indica un suo cedimento strutturale. Da ore, in automatismo assoluto, ogni volta che giungiamo in sosta si fa dare l’attrezzatura e riparte senza batter ciglio. Fa lo stesso anche questa volta, e si vede che ora si sta impegnando. Mi sembra un po’ stanco, ma il Duca, che lo consce meglio di me, mi dice che solo adesso si è veramente scaldato.

Fin qui abbiamo trovato solo altri due chiodi; per fortuna che i grandi margini di forza, resistenza e abilità, impressi in Simone, gli consentono di salire con la magra dotazione di friends e nuts di cui disponiamo. Finalmente, dopo essere scomparso alla vista da parecchi minuti, sentiamo la sua voce che ci richiama alla salita. Il tiro è bellissimo, tecnico, atletico, a incastro, in spaccata, ne ha di tutti i colori, compreso uno strapiombo finale a lame con cui terminano i suoi cinquanta metri. Esco in sosta con la bocca desertica e, benché il mutante proponga di bere alla prossima lunghezza, impongo le ragioni del più anziano e spremo con gli altri le ultime gocce d’acqua, ottenendo un ben magro ristoro. Anche il Duca è stanchino e alle soste cerca di mettersi comodo il più possibile, mentre la luce violacea della sera illumina il settore finale della parete. Non sappiamo esattamente che ora sia; dovrebbero essere le nove o le dieci di sera, ma il sospirato ventiquattresimo tiro finale non è ancora arrivato. Per placare l’arsura, mi trovo a mangiare i rametti di un’erba grassa che cresce qua e là sulle cengette, ma non ottengo grandi risultati. La MACCHINA trascina la cordata verso la cima con ritmo implacabile: per fortuna che c’è. Superata una sezione atletica di rocce instabili ma, fortunatamente, non difficili, approdiamo alla lunghezza finale, un diedrino di cinquanta metri. Siamo tutti contenti e mi pare di percepire sollievo ed emozione anche nello sguardo un po’ cristallizzato del cyborg che riparte in volata. Una volta tutti in sosta, restiamo basiti, infatti, la parete è tutt’altro che finita anche se si fa chiaramente più facile. Spaventato da un ombroso strapiombo sopra la mia testa, vedo che a sinistra sembra esserci una soluzione migliore e influenzo la scelta del percorso, aggiungendo forse due tiri in più al calvario.

Alla sesta lunghezza siamo in cima. Assetati, ci guardiamo attorno; ci sono macchie di neve e quindi ci dev’essere anche acqua. Poco distante, troviamo, infatti, una bella pozza di fusione che prosciughiamo quasi del tutto prima di farci la meritata foto di vetta. Saranno le due del mattino e sembrano le nove di sera agostane alle nostre latitudini; dopo un paio di autoscatti, intossicati dalla fatica, cominciamo a scendere ignari di quel che ancora ci attende.

Autoscatto all’uscita della via di Hans Christian Doseth sul Pilastro Sud del Mongenjura: Gianatti, Miotti, Pedeferri
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In un silenzio irreale e in un ambiente grandioso, con una piccola luna nel cielo, caracolliamo, per pendii muschiosi e placche, giù verso un lago, sulle cui sponde si vede una fioca luce. Giunti all’emissario del lago, dovremmo trovare il sentiero per la discesa e, in effetti, una volta arrivati ecco una bella traccia. Attorno è il silenzio più completo, ci sono alcune casette di legno, forse di pescatori, ma sono chiuse e deserte, intanto nugoli di zanzare hanno cominciato a tormentarci e ad ogni sosta siamo assaliti in ogni punto del corpo, nonostante i vestiti. Il sentiero sembra finire sul ciglio delle pareti e non se ne vede prosecuzione, forse è dall’altra parte, pensiamo. Ci togliamo le scarpe e guadiamo il torrente, provando da quella, ma con lo stesso risultato; ci ritogliamo le scarpe e torniamo sulla vecchia sponda perdendo tempo per cercare meglio, ma senza esito. Ancora una volta guadiamo le gelide acque e questa volta ci ripromettiamo di non farlo più: il sentiero dev’essere per forza da quella parte. Le zanzare si fanno più insistenti e ormai i loro corpi spiaccicati anneriscono i miei pantaloni. Ho ancora l’energia di ironizzare sul fatto che se non li laverò, probabilmente al ritorno mi faranno pagare il sovrapprezzo per aver sforato i pesi consentiti.

Siamo tutti sfiniti, anche lei, la MACCHINA. Siamo anche irritati: le ore passano e noi siamo sempre lì vagando a vuoto avanti e indietro su quel desolato altopiano. Finalmente, il compagno sintetico individua una traccia che scende; la seguiamo nella bassa vegetazione umida di rugiada, ma non sembra gran che battuta. Fra roccette e ripidi pendii, scendiamo di trecento metri buoni di dislivello per arrivare… sul ciglio delle pareti che sostengono l’altopiano. Che fare? Ci guardiamo un attimo e poi via, costretti di nuovo verso l’alto, prigionieri di questo luogo e delle zanzare che sadicamente si accaniscono sempre più. Ci consultiamo, ma la stanchezza rende tutti confusi, chi dice di aver letto che ci si deve portare a est, chi ricorda altri particolari, ma nessuno è certo sul da farsi. Esasperati, mentre la luce comincia a farsi più forte, decidiamo l’ultima carta, seguiremo il bordo delle pareti verso est sperando di trovare qualche canalone facile che le solca.

Saranno ormai otto ore che vaghiamo in questa landa, ma fermarsi è impossibile, pena l’essere vampirizzati da migliaia di Dracula alati.

Camminiamo per alcuni chilometri avvolti in un chiarore lattiginoso, finché ci imbattiamo in un gigantesco ometto di sassi; la sua presenza in questo vuoto può solo significare che da qualche parte ci dev’essere qualcosa, ne sono certo, ma dove?

Poco più avanti troviamo finalmente l’imbocco di un vallone che però, dopo un primo tratto, si perde nel nulla. Mi fermo e mi siedo un attimo, R75-12 scruta verso il basso; l’imbocco del canale sembra promettere bene, ma non finirà anche questo su pareti a picco? Il Duca bianco, con un ultimo gesto d’abnegazione, si accolla l’incarico di aggirare la testata del vallone e di portarsi sull’altro lato per cercare di vedere meglio. Dopo un quarto d’ora buono lo vediamo di là, ma la suo ritorno ne sappiamo quanto prima. Dobbiamo toglierci d’impaccio e la MACCHINA, elaborando calcoli a noi sconosciuti, giunge a sostenere che con buona probabilità quella è la strada giusta per arrivare a valle. Poco convinti, ma ormai decisi a scendere a tutti i costi, la seguiamo: al massimo, se ci toccherà fare delle corde doppie lasceremo qualche friend e qualche chiodo, sempre che sia possibile farlo.

Il Duca bianco si riposa
MacchinaRampicante-il-Duca-riposa

Con prudenza cominciamo ad abbassarci nel vallone il cui fondo è ingombro di sassi instabili e vegetazione. La discesa è faticosa perché ad ogni passo occorre fare attenzione a dove si mettono i piedi: una storta qui non sarebbe piacevole. Simone ci precede e con una certa sicurezza riesce ad individuare i migliori punti di passaggio: non ci sono tratti difficili tuttavia non c’è ancora da illudersi. Il tempo ormai è una dimensione persa, la mente è sempre meno lucida, ma in compenso le zanzare sono rimaste sull’altopiano. Dopo qualche strettoia, finalmente ecco il bosco del fondovalle. Ci siamo, ci siamo. Arriviamo ad un salto roccioso che superiamo con una “doppietta” ancorata ad una pianta e poi ancora giù: si vede in lontananza anche la strada. La stanchezza si fa sentire più che mai e, se possibile, esplode ancora più devastante quando ci rendiamo conto che quella che ci sembrava una breve foresta è in realtà di dimensioni chilometriche. Inoltre, una volta nel bosco, scopriamo di essere finiti in un vero labirinto di massi instabili celati dalla vegetazione e dai muschi, di tronchi schiantati che sbarrano il cammino, di buche improvvise. Ormai anestetizzati dalla fatica ci muoviamo barcollanti in quella jungla iperborea con un’unica meta, raggiungere la casa ed il prato che abbiamo scorto dall’alto e che si trovano sul ciglio della strada. Quando scambio il tronco chiaro di una betulla per una cascata invalicabile, mi rendo conto di essere veramente alla frutta. Al prossimo angolo mi aspetto di vedere la Madonna, ma forse a causa del fiume di imprecazioni che produco da ore, Lei non si fa vedere.

Dopo più di un’ora, con sollievo giungiamo sul prato e alla strada: quella che doveva essere una facile e breve passeggiata nel bosco di Biancaneve è stato un vero incubo. Il Duca e il cyborg – ebbene sì, anche lui – si stravaccano inerti, mentre io rimango incerto sul da farsi. “Se mi butto a terra potrei non rialzarmi più” – penso – “e poi mi sto riprendendo un pochino, ho rifatto i liquidi e il quotidiano Qi Gong che pratico da qualche anno sta dando i suoi frutti”. Sento affiorare insospettate energie, ma anche una sorta di rimorso: sebbene sia un essere composto in gran parte da fili e circuiti, la MACCHINA, o meglio, Simone, ha mostrato su quella via tutta la sua forza, ma anche i suoi lati più umani. In queste 24 ore è diventato un amico e vederlo lì, a terra, come un essere in carne ed ossa, mi fa sentire un verme: devo questa dura salita a Simone e il minimo che posso fare per sdebitarmi è scendere sulla strada fino a dove abbiamo lasciato l’auto per poi tornare a prendere i compagni.

In uno stato pietoso, sporco, sudato e un po’ lacero mi avvio sull’asfalto; ormai saranno le dieci del mattino e la strada è abbastanza trafficata. Di tanto in tanto abbozzo, alzando il pollice, ma nessuno si ferma; neppure quando, non appena sento l’avvicinarsi di un motore, simulo di zoppicare vistosamente. “Bastardoni, bastardoni maledetti”. Imprecando macino chilometro dopo chilometro sperando di scorgere finalmente la chiesetta di legno dove abbiamo parcheggiato, ma sembra scomparsa nel nulla. Poi, guardando a destra, mi appare il Mongenjura in tutta la sua grandiosità: è proprio come un Capitan e io lo devo aggirare tutto!

Finalmente, dopo nove chilometri buoni, ecco la chiesetta ed ecco l’auto; trovo le chiavi, che avevamo nascosto sotto un sasso, e parto a prendere gli amici. Le gambe sono tanto stanche che i primi stacchi della frizione sembrano quelli di un principiante, poi la situazione migliora.

Raccattati Simone ed il Duca, corriamo alla nostra hitte, più per bere birra e mangiare che per lavarci. Al nostro arrivo il gestore del campeggio ci viene incontro per complimentarsi della nostra salita; “Sidpilaren? Sidpilaren?” “Yes, yes”. “How many hours?” “Twelwe and than we lost the descent trail”. “Good, very good”. Mi rivolgo agli altri e dico: “sembra che sto Sidpilaren non sia la classica tanto decantata, ma una fior di salita che conta pochi ripetitori”. Del resto tre chiodi su 30 lunghezze parlano chiaro. Siamo tutti contenti e dopo la meritata doccia ed un pranzo sostanzioso ci infiliamo a letto. Il tempo sta di nuovo mutando, ma ormai noi siamo fuori. Il giorno seguente, dopo aver bruciato il tavolo di formica della hitte col fornelletto, ce ne andiamo veloci verso la capitale e le nostre nuove mete.

– Risparmierò ancora ai lettori di come tornammo ad Oslo e sopravvivemmo ad una notte nel deposito cittadino dei bus; di come volammo verso nord; di come per ben due volte il maltempo ci allontanò dalla incredibile guglia gigante dello Stetind; di come approdammo alle isole felici delle Lofoten e di come di ponte in ponte giunsi in vista della Trinacria; di come salimmo il Presten col sole di mezzanotte e godemmo di sconfinati paesaggi. Dico solo che, al momento di lasciare la maestosa terra nordica, tutti noi eravamo dispiaciuti. –

Affacciati alla balaustra del traghetto che sta superando l’ultimo fiordo guardo Simone notando una piccola lacrima scendere dal suo occhio destro. “Anche tu, vedo, sei triste nel lasciare queste terre” gli dico. Mi guarda un attimo, poi, girando la testa verso le foreste e le montagne tutt’attorno, risponde: “Mannò, cosa vai pensando, è un po’ di lubrificante oculare che ogni tanto mi esce; ci dev’essere qualcosa di rotto e a casa dovrete darmi una bella revisione”.

Sul ponte della nave il Duca bianco propone l’ultima “sferzatina” trovandoci tutti d’accordo nello spremere quel che rimane in un brindisi alla Norvegia.

Giunti in aeroporto, trovo all’edicola la biografia di Donald Whillans, il Villano, il Principe nero, e, in attesa dell’imbarco, mi tuffo nella lettura, tornando, finalmente, nelle rassicuranti dimensioni del mio tempo.

Personaggi
La MACCHINA: Simone Pedeferri. Scalatore inesauribile e di altissimo livello oltre che compagno di viaggio sensibile e sempre ottimista. Perfetto.
Il Duca bianco: Cristian Gianatti, guida alpina e scalatore dalle doti sopraffine. Meglio non tentare di immaginare cosa farebbe se si allenasse. Compagno flemmatico e attivo, ma solo per quel che basta. Amante dei piaceri della tavola, dello stare bene insieme e dello… spirito.
Io: io.

Bibliografia consigliata
Felice Vinci
, «Omero nel Baltico» Va edizione, Palombi Editore, Roma 2009
Jim Perrin, «The Villain -The life of Donald Whillans» IIa edizione, Arrow Books, London 2006
(su Donald Whillans esiste anche una biografia in italiano scritta a due mani dallo stesso Whillans e Alick Ormerod: «Don Whillans . ritratto di un alpinista», CDA&VIVALDA, Torino 2001)
Annette Grete Nebell – Bjarte Bø, «Klatring i Romsdal», Sogge Fjellsport 1999

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Indagine sul crollo della Torre Re Alberto

Indagine sul crollo della Torre Re Alberto
di Giuseppe Popi Miotti

Quello che le moderne cronache di arrampicata e alpinismo quasi sempre dimenticano è il valore dei grandi scalatori del passato.
Presi in un vortice di spettacolarizzazione e performance ai massimi livelli, magari con esempi diseducativi, i media ci consegnano un’immagine a volte distorta e parziale dell’arte di scalare pareti e montagne.
Questo mio racconto è il nucleo di base per un romanzo giallo che ovviamente non avrebbe potuto trovare spazio su queste pagine.
È una narrazione serrata, che vuole portare l’attenzione proprio su quanto appena detto e sulla memoria corta, spesso premeditata e funzionale, con cui guardiamo al passato tentando di evitare il confronto; in ultima analisi anche quello con noi stessi.
Si parte da un fatto realmente accaduto, quello della prima salita alla Torre Re Alberto (6 ottobre 1933) sul cui monolite sommitale Giusto Gervasutti superò forse il più difficile passaggio della sua vita, una placca compatta dove cadere è vietato, pena un volo di alcune decine di metri. Un passaggio che ancor oggi, proprio poiché non proteggibile con chiodi o altri attrezzi, è un bel test di abilità e coraggio.

La Torre meridionale del Cameraccio domina la Val di Mello. Alla sua sinistra la monolitica vetta quadrangolare è la Torre Re Alberto. Dedicata a Alberto I del Belgio, compagno di cordata di Bonacossa in tante ascensioni
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Da molto tempo possiedo i carteggi e la biblioteca di Paul Walter Parravicini, avuti in dono da un suo parente che cercava il modo di liberare le stanze che li custodivano per far spazio alle sue necessità abitative.

Fortunatamente, prima che costui mandasse al macero quella preziosa montagna di carta, fui avvisato e bastarono pochi minuti di trattativa per salvare libri e documenti al solo patto che provvedessi a mie spese al loro trasferimento.

Ridata dignità alla collezione, mi sono imbattuto nel breve diario di un’indagine che Parravicini condusse in una delle più remote valli di quello che un tempo era noto come Gruppo del Masino, in seguito al misterioso crollo della cuspide di un’imponente torre granitica.

Mi decido solo oggi a pubblicare quelle righe per dare risposta alla domanda che l’autore pose al termine del suo scritto e alla quale forse riuscì a trovare soluzione senza poterne dare pubblica resa. Tutto ciò si deve anche al sussulto di pentimento che, pochi giorni fa, moltissimi anni dopo gli eventi narrati nel diario, ha colto, in punto di morte, chi ordì la sciagurata trama. Di seguito ecco cosa scrisse lo sfortunato investigatore.

«Mi chiamo Paul Walter Parravicini, supervisore per l’arrampicata del CAAI, (Centro Attività Alpina Italiano), distaccato all’Area Retica Meridionale (ARM), numero di tessera 7593D. I due nomi che porto sono quelli di altrettanti antenati che hanno ricoperto il mio stesso grado e che furono battezzati così in ricordo di grandi scalatori di cui si favoleggiava l’esistenza in epoche diventate leggendarie e perse nelle nebbie di un passato di cui restano poche incerte tracce.

Questo è un primo resoconto della missione affidatami dal presidente Bonfanti VI, un incarico delicato e segreto da cui, come mi è stato spiegato, può dipendere persino il futuro del Progetto Ritorno alle Origini (PRO); uno dei tanti con cui l’umanità cerca di rinascere dopo la Grande Guerra Ecologica Totale del 2393, nota anche come Guerra Definitiva. Più che di una guerra si trattò di una serie di guerre, innescate con gli alibi più diversi, da quelli religiosi a quelli di civiltà, ma in vero tutte originate dalla sovrappopolazione globale e dall’esaurimento delle risorse vitali.

L’inizio di questa catena di conflitti aveva origini remotissime, che gli studiosi più accreditati facevano risalire al giorno 11 settembre 2001. In quella data si verificò un gigantesco attentato terroristico nel luogo dove oggi sorge il porticciolo di Newnewyork, località occupata allora da una delle maggiori capitali del Globo, poi sommersa dai flutti oceanici innalzatisi di ben 30 metri causa il totale scioglimento delle calotte di ghiaccio che coprivano una terra chiamata Groenlandia e la regione polare australe.

Dopo quell’infausta data, sebbene in maniera discontinua nel tempo e nello spazio, l’economia mondiale rallentò inesorabilmente.

Solo alcune aree meno progredite, come America meridionale ed Estremo Oriente, si mantennero in espansione per qualche secolo ancora, colmando il divario che le separava da terre più fiorenti che per prime subirono lo shock dell’attentato.

Sicuramente più ‘stanche’ dopo una corsa durata quasi 300 anni, Europa e America del Nord precipitarono in un lento declino.

Quando tutto infine si arrestò, per l’umanità ebbe inizio una lunghissima fase di ripensamento e meditazione, sebbene ostacolata da potenti forze che propugnavano un improbabile ritorno al passato, cercando di scaricare sui fenomeni naturali tutte le responsabilità del disastro. Questi agenti, costituiti dalle maggiori religioni alleate alle decadenti, ma ancora potentissime Società Multinazionali, seppero instaurare un vero clima di terrore, nei confronti della natura.

L’operazione riuscì così bene che, per alcuni secoli, i pochi sopravvissuti alle guerre furono convinti a rinchiudersi dentro mura impenetrabili, erette, si disse, per tenere l’umanità in sicurezza, al riparo dal contagio di ogni possibile patogeno naturale. Inevitabilmente questa pazzesca linea di condotta portò a un progressivo degrado genetico che si fece evidente con la nascita dei primi mutanti, frutto di quel modo di vivere circoscritto e privo di stimoli.

La Torre Re Alberto da ovest. A ds è l’itinerario dei primi salitori, a sinstra quello di Marco Zappa e Rino Zocchi, 4 novembre 1966 (quinta ascensione della torre)
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Il punto più oscuro è però sempre padre di un ritorno alla luce, che si manifestò con il sorgere della Nuova Fede, una filosofia più che una religione, costruita sul rinnovamento spirituale e su un cambio di atteggiamento dell’umanità nei confronti della Terra.

Perché ormai anche i più scettici dovevano ammettere che non alla natura si doveva imputare il disastro, ma all’insipienza, alla violenza e all’arroganza dell’uomo in un subdolo mix di fattori degenerativi che, presi separatamente, sembravano poter essere controllati.

All’esplodere ricorrente di una crisi corrispondeva l’impennarsi dell’interesse mediatico, l’istituzione di commissioni, di studi, di tavole rotonde. Sprecavano il loro fiato, politici, psicologi, sociologi, uomini di fede; si mobilitavano le masse con manifestazioni e proteste, ma poi, sopito l’attimo emotivo, tutto tornava come prima.

Il compito del CAAI all’interno del PRO è quello di favorire il ritorno dell’uomo alle attività ludico-sportive della montagna, compresa la scalata. Allo scopo, nel 2512, fu riaperta, a pochi selezionati elementi, la biblioteca conservata al 422° piano del ‘Palazzo CAAI’, imponente edificio sovrastato da una gigantesca aquila di tubi al neon le cui ali, con abile gioco di acceso-spento, simulano il movimento, facendola sembrare in procinto di strappare la torre dal suolo. Purtroppo ciò che si conserva in quei locali è il pallidissimo ricordo dei tempi in cui esisteva una fiorente bibliografia sulle montagne. Parte di tale letteratura iniziò sicuramente a deperire e a disperdersi già prima del grande attentato del 2001, con l’imporsi della tecnologia digitale e dei calcolatori elettronici che, a quanto pare, erano a disposizione di tutti e avevano dimensioni inversamente proporzionali alle loro stratosferiche capacità di elaborazione.

Un altro duro colpo giunse con l’avvento di Internet, una meravigliosa forma di comunicazione globale che consentiva lo scambio libero delle informazioni via computer e che ancor oggi non siamo riusciti a ripristinare.

Tuttavia le opere su carta resistettero ancora per lunghi anni, sempre meno consultate e sempre minacciate; come dimenticare il periodo dei grandi e indiscriminati roghi pubblici, del 2120?
L’interpretazione degli antichi testi sopravvissuti a tale rovina, unita ad anni di applicazione pratica delle tecniche di scalata e alla necessaria rinascita di una tecnologia dei materiali, ha portato, pochi anni or sono, alla formazione dei primi nuclei di giovani arrampicatori che ben presto sono cresciuti di numero, iniziando la riesplorazione dei monti. E qui entro in gioco io e la vicenda sulla quale sono stato incaricato di indagare dal presidente in persona. Il primo a parlarne è stato Sem Mazzucchi, il potentissimo capo delle SAG (Squadre di Arrampicata Giovanile).

Fu lui, tempo fa, a riferire al Gran Consiglio Centrale che nel settore centrale dell’ARM si era verificato un fatto strano: la scomparsa dell’intero tratto sommitale di una torre granitica che in alcuni frammenti di guide alpinistiche è chiamata Torre Re Alberto. In sé l’evento non sarebbe stato particolarmente cruciale: le montagne crollano da sempre. Quello che lo rendeva inquietante era la denuncia partita dal Gruppo Liberi Scalatori (GLS), individui anarchici e senza regole che propongono un tipo di arrampicata svincolato da norme e regolamenti; un gruppo considerato di notevole pericolosità sociale vista la presa e la fascinazione che le loro teorie hanno sui giovani. Sulle loro riviste e poi su giornali e tv, alcuni del GLS hanno insinuato il dubbio che il crollo della Torre Re Alberto non fosse dovuto a cause naturali.

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Poiché il fatto, se vero, avrebbe potuto prestarsi a facili strumentalizzazioni da parte dei nemici del PRO e creare le premesse per un movimento di restaurazione, cosa che il Governo Mondiale paventava più di ogni altra, Bonfanti mi incaricò di un’indagine discreta ma minuziosissima e per il difficile compito cominciai proprio dal Mazzucchi. In un lungo colloquio, costui spiegò che un gruppo di giovani arrampicatori aveva riferito come, nel tentare la salita della Torre, si fossero trovati sulla cresta terminale, al cospetto del… vuoto: il monolite della vetta era sparito. Mazzucchi si era mostrato molto costernato, aggiungendo che i suoi adepti erano giunti lassù sulla scorta di vaghe informazioni raccolte su frammenti di vecchi testi e presso le popolazioni locali che facevano pensare a una precedente antica via di salita. “Tutte fandonie naturalmente – mi disse – figuriamoci se c’è da credere a quei montanari”. A confutare le sue affermazioni, su una delle poche pagine sopravvissute di un’antica guida, forse la stessa consultata dai giovani, avevo però trovato un disegno che mostrava chiaramente il blocco sommitale scomparso. Sebbene quasi illeggibile, pareva che sopra vi fosse un tracciato indicante il percorso verso la vetta: qualcosa mi diceva che Mazzucchi fosse al corrente di ben altro. Senza troppo successo fu anche l’interrogatorio di quelli che scoprirono il disastro: non mi seppero dire nulla più di quanto già non sapessi. Durante un primo tentativo la loro scalata si era fermata sotto il monolito finale. Il granito era troppo compatto per essere scalato in sicurezza: non si potevano piantare chiodi nelle fessure, né si poteva lanciare un laccio di corda. “Eppure – mi disse con fare circospetto uno dei ragazzi – sembrava che in cima alla Torre sporgesse qualcosa di simile a un anello di corda”. “Abbiamo fatto un’accurata relazione al signor Mazzucchi – disse un altro – e abbiamo anche ipotizzato che in tempi remoti qualcuno potesse essere veramente riuscito a salire dove noi con le nostre tecniche e tecnologie abbiamo fallito”. Tornati alcuni mesi dopo più decisi e pronti anche a perforare la roccia pur di passare, gli scalatori avevano constatato il crollo ed erano tornati alla base senza fare altre ricerche.

Per giungere a capo del mistero non restava che fare un sopralluogo diretto sul teatro del misfatto.

Mi documentai frugando fra i testi della biblioteca di famiglia, modestamente una delle maggiori sul tema delle scalate e delle montagne ancora esistenti, sfuggita miracolosamente ai roghi del passato e certamente più ricca di quella del CAAI. Fra i preziosi testi trovai uno scritto del conte Aldo Bonacossa che narrava la prima ascensione alla Torre, sostenendo che lassù il suo compagno, Giusto Gervasutti, aveva superato il passaggio più difficile della sua carriera.

I frammenti di cui disponevo erano sufficienti per chiarirmi i tempi e i modi con cui era stata condotta la salita. Trovata poi una vecchia carta topografica dei luoghi, mi attrezzai e partii verso le montagne del Masino alla ricerca della Torre. Vi risparmio il resoconto del viaggio, che fu uno dei più disagevoli e avventurosi della mia vita. Finalmente ecco la Vallemello, pianeggiante solco sovrastato da imponenti pilastri di granito; qui salutai il capo della spedizione alpinistica che da alcuni mesi stava cercando di superare la fessura di quello che era anticamente chiamato ‘Precipizio degli Asteroidi’. Il gruppo di testa era giunto quasi alla radice del tetto finale trovando anche alcuni reperti storici: dei pezzi di corda, dei chiodi e degli strani blocchetti di alluminio. Più avanti, entrammo nella valle laterale, dove sorgeva la Torre. Salendo e sudando, sbuffando per cercare di tenere il passo della mia guida, ripensavo alle parole del Bonacossa e ai suoi bivacchi in queste zone, spesso sotto un sasso, in lotta con le pecore disturbate nei loro fetenti recessi “… che mai Augia ripulì”. Poche ore dopo, proprio come Bonacossa, trovammo un misero ricovero di pastori. La sporcizia regnava ovunque.

Chiedemmo ospitalità e, vinta l’iniziale diffidenza, gli alpigiani si ammorbidirono offrendoci un giaciglio, latte, polenta e formaggio, generosità che noi ricambiammo aprendo una bottiglia di grappa.

Passai la notte rigirandomi sullo scomodo e umido pagliericcio in un pesante dormiveglia. Mi girava la testa. Il liquore? La stanchezza? O era quella vicenda che stava prendendomi la mano diventando fin troppo misteriosa? Nei suoi scritti Bonacossa narrava che già aveva tentato la Torre con un tal Hans Steger e la signorina Nini Pietrasanta, ma il repulsivo muro che precedeva la cima li aveva respinti.

Un anno dopo era tornato con Gervasutti, invero non troppo convinto sulla determinazione del nuovo compagno. Giunti alla base della monolitica placca finale: “La osservammo attentamente. Dalla base al sommo il largo muro era proprio tagliato a picco, senza la più piccola fessura… ci legammo alle due corde e via… Gervasutti partì, salì ancora alquanto accanto allo spigolone, poi intraprese la traversata del muro. Sempre più lento, da un minuscolo appoggio all’altro, finché si fermò… Disse che non c’era possibilità alcuna di piantare nemmeno un chiodino…

Fosse volato avrei solo fatto in tempo a recuperare tutt’al più qualche metro di corda prima che egli fosse andato a sfracellarsi sulle dentellature della cresta… Mi chiese cosa fare ed io non potei dirgli altro che ‘Decidi tu’. Non ho mai dimenticato, pur dopo tanti anni, la sua espressione in quel momento. Un accenno di pallido sorriso forse più per far coraggio a me che non a se stesso: ma fugace, melanconico, quasi triste. Così fu forse l’ultimo lieve sorriso terreno del grande mio amico Paul Preuss… Ma il gesto fu forse più rapido del pensiero: Giusto aveva allungato un piede fino a una rugosità per me invisibile; iniziata da quella un’enorme spaccata con le mani solo appoggiate alla roccia si era lasciato andare in avanti come se cadesse: ma no! Con le dita di una mano si era spasmodicamente aggrappato a un appiglio che era stato la sua salvezza e la nostra vittoria”.

La Torre Re Alberto
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Un’alba fredda e cristallina ci risvegliò, mentre il sole inondava man mano di luce le vertiginose pareti della valle. Ancora intirizziti, partimmo alla volta del canale che porta in cresta. Fortunatamente possedevo una vaga descrizione tecnica dell’ascensione e lo schizzo di cui ho detto: fu dunque facile orientarmi. I raggi del sole mattutino sfioravano le merlature granitiche del crinale mettendo in risalto la rosea ferita di granito nuovo che segnava il punto dove era la cuspide.

In quel mentre la guida mi fece notare una striscia più chiara che solcava la parete sottostante e che si rivelò essere il segno di una frana. Là sotto c’era probabilmente quel che restava della Torre.

Quasi correndo raggiungemmo un bellissimo ripiano erboso aspettandoci chissà quale scempio di frantumi e invece… di fronte a noi, piantato nel prato, troneggiava il monolito sommitale, intatto e purissimo, come un cristallo. Rispetto a quanto potevo ricordare dal disegno che corredava la relazione, mancava solo il piccolo blocco terminale che doveva essersi rotto nel pauroso salto. Probabilmente il gigante di roccia doveva la sua incolumità alla dura neve primaverile su cui era atterrato e che aveva attutito l’urto, depositandolo dolcemente dove ora svettava. Con circospezione, quasi con riverenza ci avvicinammo al reperto, scrutandolo, analizzandolo, aggirandolo e palpandolo. Al suo piede scoprimmo, in più punti, diversi fori da mina. Non c’era dubbio, qualcuno aveva deliberatamente tentato di distruggere la Torre; ma chi? Chi poteva aver interesse a questo gesto distruttivo? Mi stava quasi venendo da piangere al pensiero di tanta calcolata perfidia, ma l’idea che in fin dei conti il blocco era salvo mi consolò. Adagio ci sedemmo sull’erba e nel silenzio perfetto di quei monti mangiammo qualcosa meditabondi. Solo dopo qualche tempo, muovendomi con ossequioso rispetto, osai portarmi di nuovo presso il monolito. Accarezzandone la ruvida scorza, infilai le scarpette d’arrampicata e pensando a Gervasutti, percorsi quei metri solenni, cercando di trovare le stesse asperità utilizzate dal grande scalatore. Faticai non poco sul passaggio chiave, ma la mancanza di altezza lo aveva reso più percorribile; in vetta, un vecchio chiodo e un cordino di canapa ormai polverizzato confermavano la versione dei ragazzi e al tempo stesso erano la prova decisiva sulla veridicità della prima ascensione.

Verso sera scendemmo a valle, la rosea ferita sul crinale della cresta si era fatta rosso sangue: la mia missione, che credevo potesse concludersi con quel sopralluogo, comincia solo ora. Chi ha cercato di distruggere la Torre Re Alberto e il passaggio più difficile della carriera alpinistica di Gervasutti? E perché?».

 

Via nuova sulla Punta Meridionale del Cameraccio e traversata fino alla Torre Re Alberto, con la placca finale dove Gervasutti superò il passaggio più difficile della sua carriera. Lorenzo Pala Lanfranchi e Gian Luca Maspes, 17 giugno 2000 – Grazie a Gian Luca Maspes e http://masinoclimbing.blogspot.it/

 

Il diario termina qui. Sappiamo che poco dopo il suo autore perse la vita precipitando da una parete rocciosa e che la sua morte fu attribuita a suicidio, motivato, si disse, dal fatto di non essere riuscito a completare l’indagine. Le recenti rivelazioni hanno invece fatto luce sulla reale dinamica degli eventi che in breve vi riferisco.

Nei mesi successivi la scoperta, Paul Walter condusse serrate ricerche che, lungi dal portare verso eventuali gruppi di oppositori al PRO, nostalgici del periodo oscuro, puntavano direttamente nei corridoi del CAAI e in particolare proprio negli uffici delle SAG. Sebbene ignorato dai vertici del CAAI, ai quali aveva rivelato le sue intuizioni, il fiuto dell’investigatore non mentiva. Il tentativo di cancellare la porzione sommitale della Torre fu, infatti, progettato dallo stesso Sem Mazzucchi con la complicità di alcuni giovani arrampicatori. Visti frustrati i tentativi di superare il passaggio e consci che quel chiodo con cordino, vecchio di quasi seicento anni, provava l’avvenuta salita, decisero che non si poteva permettere la sopravvivenza di una simile testimonianza di audacia e di perizia: avrebbe sminuito il valore dei nuovi scalatori. Sarebbe stata una perdita enorme di prestigio e sicuramente anche di potere.

Per fortuna, il tentativo fallì. Resta un mistero il perché, dopo il crollo del monolito, non si liberarono di quel chiodo, ora alla portata di tutti; forse nella concitazione del momento se ne dimenticarono o forse, incalzati dall’immediata denuncia dei Liberi Scalatori che fece scattare l’indagine, non riuscirono a tornare sul luogo del misfatto prima di Parravicini.

Resosi conto che, presto o tardi, sarebbe stato scoperto e denunciato, Mazzucchi e i suoi complici invitarono Paul Walter a una scalata di allenamento e, una volta in parete, fu lo stesso capo delle SAG, come da lui confessato, a gettare il poveretto nel vuoto.

Il conte Aldo Bonacossa
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CONTE ALDO BONACOSSA (Vigevano, 1885 – Milano, 1975) Membro di molte associazioni legate alla montagna e fondatore della “Federazione Italiana Sport Invernali”, Bonacossa collaborò alla stesura della parte dedicata al Bernina, nella guida Alpi Retiche occidentali (1911) e nel 1915 fu autore della guida dell’Ortles. Il suo capolavoro resta però, Masino-Bregaglia Disgrazia per la collana Guida dei Monti d’Italia CAI-TCI (1936). Cominciò le sue scalate nel gruppo del Monte Rosa; ma come scrisse: «… il mio pensiero corre reverente alla memoria di Christian Klucker, mio primo maestro su ghiaccio, e di Bortolo Sertori, mio primo maestro sul granito di Val Masino». Da queste guide egli non apprese solo le tecniche, ma l’istinto per la montagna e per la ricerca della via. Compagno di cordata di personaggi illustri come Re Alberto I del Belgio e del Duca Amedeo d’Aosta, Bonacossa si legò ai più famosi alpinisti fra cui Paul Preuss, Tita Piaz, Piero Ghiglione, Giusto Gervasutti.
Non c’è angolo delle Alpi che il conte abbia trascurato, collezionando un incredibile numero di salite e aprendo circa 470 nuove vie.

Berger Ruth, curatrice: Aldo Bonacossa una vita per la montagna – Raccolta di scritti alpinistici; Tamari editori, Bologna, 1980 (edizione fuori commercio)

Giusto Gervasutti e Paolo Bollini Della Predosa al rifugio Gonella, di ritorno dalla parete sud del Monte Bianco, 14 agosto 1940
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GIUSTO GERVASUTTI (Cervignano del Friuli, 1909 – Mont Blanc du Tacul, 1946) Giusto Gervasutti, detto “Il Fortissimo”, appartiene a quel folto gruppo di scalatori che sul fi nire degli anni ‘30 diedero all’Italia il primato assoluto nell’alpinismo. Friulano di nascita, ma torinese di adozione, Gervasutti seppe esprimersi al meglio su ogni terreno; alpinista raffi nato ed esigente, sapeva scegliere i suoi obiettivi secondo canoni che univano gusto estetico, diffi coltà e collocazione ambientale, prediligendo le pareti più remote. In Val Masino salì il complesso spigolo meridionale della Punta Allievi, oggi una grande classica, e poi la Torre Re Alberto dove, a detta di Bonacossa, egli aprì il più diffi cile passaggio della sua carriera.
Le maggiori imprese, Gervasutti le compì però nei massicci del Delfi nato e del Monte Bianco, risolvendo alcuni dei più diffi cili problemi alpinistici del suo tempo. Le alte pareti Nord-ovest del Pic d’Olan e dell’Ailefroide, nel Delfi nato; il Pilone di destra del Freney, la parete Sud-ovest del Picco Guglielmina, la remota e compatta parete Est delle Grandes Jorasses, sul Monte Bianco. Ai suoi occhi restava forse un ultimo evidentissimo e meraviglioso obiettivo: il lineare pilastro, che oggi porta il suo nome, sulla parete Nord-est del Mont Blanc du Tacul. Un errore durante la ritirata da un tentativo a questa splendida salita gli fu fatale.

Gervasutti Giusto: Scalate nelle Alpi; CDA & Vivalda, Torino, 2005

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La via dell’iniziazione

Silvia Miotti, arrampicatrice, filosofa, scrittrice di testi teatrali, è figlia di Giuseppe Miotti e discendente illustre della dinastia delle guide Fiorelli da parte di madre.

Questa sua sentita testimonianza è un excursus che dai crucci, i dilemmi e le gioie iniziali che hanno caratterizzato la sua esperienza di scalatrice bambina, arriva fino al senso d’azione della sua generazione. Stati d’animo radicali, conflitti vinti e legami indissolubili verso colui che l’ha iniziata all’arrampicata, dietro il quale sta l’autorità della “figura paterna” – “con la quale è facile entrare in conflitto ma diventa molto difficile riavvicinare una volta che ci si è allontanati, come ebbe a dire Gian Piero Motti nella sua ultima monografia.

La prima scalata di Silvia (Sasso Remenno, ovvero “il viaggio sul ventre di una balena grigia”)
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La via dell’iniziazione

(dai primi crucci all’identità generazionale)
di Silvia Miotti
(dall’Annuario del CAAI 2013-2014)

L’approccio all’arrampicata
L’approccio al bouldering e all’arrampicata con mio padre è stato preceduto da un deciso rifiuto. Arrampicai la prima volta al Sasso Remenno da piccola a 4 anni e mezzo. Un’età bellissima… nella quale dimentichi quasi tutto e sei totalmente priva e al tempo stesso libera dal senso logico, specialmente se sei femmina. Per questo dimenticai in fretta anche l’arrampicata, che mi era sembrata più che altro un viaggio sul ventre di una balena grigia enorme e rovesciata, non so proprio perché. Seguirono altre sporadiche arrampicate, divertenti.

In seguito persi di vista mio padre che per un periodo di tempo piuttosto lungo fuggiva sulle “sue” montagne, nascondendomi l’amore che provava per loro. Mentre lui saliva e scendeva, incessantemente e mai sazio, io crescevo, con quella indifferenza volutamente calcolata degli adolescenti che cela in realtà l’opposto l’interesse verso ciò a cui ti opponi. Riponevo tutto ciò che riguardava la montagna nello stesso calderone, sia l’arrampicata che l’ambiente. Nemmeno mi piaceva la retorica della “vita all’aria aperta” che sentivo nei discorsi attorno a me.

Così mi dedicai a tutt’altro, seguendo un percorso solitario attraverso i più disparati generi letterari e musicali. Più tardi è arrivato il teatro, fondamentale per ciò che di me ha fatto affiorare, rivelando la mia diversità in rapporto all’ambiente in cui ero cresciuta, ma pure uno sport di squadra come la pallavolo o la danza tribale capoeira, una forma di lotta a ritmo di musica originaria dell’Africa, divertente per noi occidentali quanto terribile per il continente nero.

Silvia, “mai mollare”. “Maimollare” perché quel giorno, traversando sul Sentiero Roma, il papà ha capito di che razza di “coccio” fosse fatta la signorina.
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Con mio padre ci siamo incontrati di nuovo anni dopo e sempre nel “suo” territorio, quindi non certo ad armi pari, in un campo neutrale che mi avrebbe favorita.

Il mio ritorno verso l’arrampicata è stato prima di tutto un movimento contrario rispetto a ciò che avevo fuggito inizialmente: un ritornare alle mie radici, a mio padre prima di tutto e alla mia famiglia da parte di madre in seguito. A quanto pare, non potevo proprio evitare le montagne, le rocce e tutto quello che le riguardava: sentivo, ma ancora non lo capivo, che erano parte di me e che, per trovare una mia strada indipendente, avevo bisogno di sapere da dove arrivavo e, cosa ancora più difficile, “chi era” mio padre.

Ora, dopo aver saputo ed essermi appassionata alla storia dell’alpinismo e dell’arrampicata, dopo aver ascoltato storie della famiglia e aver visitato i luoghi di culto di mio padre, termine che non mi piace, ma probabilmente piacerebbe a lui, posso parlare con più consapevolezza del mio carattere e di come la sua figura è ai miei occhi cambiata.

La figura di mio padre
Mio padre è rimasto per moltissimi anni una “figura indecifrabile” che alimentava in me una specie di “segreta idolatria” nei suoi confronti e verso i suoi “rituali tecnici e montani”, coadiuvati dagli arnesi meccanici necessari ad assicurarsi e progredire sulla roccia, come chiodi e friends, dei quali non comprendevo affatto il funzionamento e che, ai miei occhi di bambina, apparivano come giocattoli fantascientifici, misteriosi e stranissimi.

Una delle caratteristiche dell’idolatria è il timore che incute la sua immagine autoritaria e l’attività idealizzata che ne deriva, unitamente al desiderio inconfessabile di “affrontare” l’idolo e i suoi rituali per ridimensionarli attraverso una conoscenza più approfondita.

Le montagne proiettavano un’ombra strana sulla mia crescita interiore: conoscevano mio padre meglio di me e questo ovviamente non mi piaceva. Forse le montagne persino mi angosciavano come figure di sue “amanti”: matrigne e custodi di un “femminino perverso” che rubava, a me femmina per giunta, le attenzioni che mi sarebbero spettate. Nello stesso tempo, desideravo “innalzarmi” anch’io, per qualche segreta strada ancora indefinita, emulando il movimento degli adepti della “setta” dell’arrampicata.

Popi e Silvia Miotti sul PizzoBadile
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Più che altro avrei imparato ad emulare, in maniera del tutto personale, le loro inquietudini, la loro voglia di novità, la curiosità mai appagata, veicolando questa ricerca esplorativa a modo mio. Ricordo di aver letto una frase che diceva: “Se vuoi andare verso l’infinito allora esplora il finito, ma in tutte le direzioni”. Così ho cercato di fare… e certo non sono neanche a metà del mio percorso.

Ogni volta che mio padre tornava dalle montagne era come se svuotasse lo zaino dalle sue pesanti inquietudini, ed io mi limitavo a raccogliere quello che Sisifo lasciava sbadatamente cadere troppo vicino a me.

Quelle inquietudini – che non ho ereditato da mia madre – hanno inevitabilmente contribuito a lasciare una traccia di “fragilità” nel mio carattere, che tuttora risente della “mancanza di curiosità” che caratterizza il desiderio di cercare, facendo prevalere l’irrequietezza che spinge con frenesia irrefrenabile alla conquista delle montagne. Non è del tutto negativo avere insite le inquietudini di un alpinista, ma non è neppure semplice conviverci e in particolare non lo è stato per me in passato.

Quando ho ricominciato ad arrampicare e a conoscere di conseguenza la storia e le storie di mio padre e della mia famiglia da parte materna molte cose sono andate al loro posto, ma solo dopo aver affrontato, legata a mio padre da seconda, numerosi e per me complicatissimi “diedri edipici” – e sottolineo edipici perché il legame “da seconda” aveva una valenza di dipendenza psicologica unita alla venerazione mista a timore che avevo per lui. In realtà mio padre non fu mai intransigente, mi obbligava semmai indirettamente, attraverso l’immagine che avevo di lui.

Seguirono altrettante più tranquille “placche junghiane” in cui il padre assumeva il ruolo di “vecchio saggio-maestro”. Ancora adesso ci sono parti del vissuto di mio padre che non mi sono chiare, ed è senz’altro giusto così.

Oggi capisco di più mio padre, provo come è naturale un grande affetto per lui e lo ringrazio per moltissimi insegnamenti che mi ha dato, anche se poi ho sempre cercato di imparare da sola.

Dovrei ringraziarlo proprio per avermi permesso un confronto così serrato, costante e implacabile con una personalità così diversa dalla mia e nello stesso tempo tanto importante per me. Ho arricchito il mio carattere di tantissime sfumature, che un domani mi saranno senz’altro d’aiuto.

Se è vero che dalle battaglie a cui si sopravvive si apprende sempre qualcosa, da questa la mia personalità è uscita arricchita e rafforzata grazie anche all’incontro con la “montagna vera” che ha forgiato, modificato, plasmato mio padre. Probabilmente, l’essere femmina e non maschio mi ha momentaneamente protetta da un raffronto ancor più duro.

Popi e Silvia sul Torrione Porro
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Il bouldering dei coetanei
Ma va fatta una premessa inerente il mondo nel quale mio padre si è formato e quello con il quale ha avuto a che fare, così diverso da quello dei miei coetanei che arrampicano. Credo che l’alpinismo, e poi l’arrampicata siano, da quando esistono, degli “sbocchi di sfogo” per quella naturale tendenza dell’uomo alla curiosità per il rischio e il pericolo. I primi che stabilirono le regole del “nuovo gioco” furono per certi versi fortunati e probabilmente appagati molto più dei praticanti di oggi, per via dei loro “impulsi di scoperta”, della “esposizione al rischio” e via dicendo. Alcuni furono veramente degli scopritori e probabilmente negli slanci di quelle persone trovava posto anche un desiderio autentico e non emulativo, permeato di “suggestioni spirituali”, di creatività e immaginazione…

Oggi suppongo non sia facile, entrare in contatto con questa originalità. D’altro canto è aumentato tantissimo il numero di persone che si possono dedicare al gioco del bouldering. Una volta erano pochi gli adepti perché non c’era la moda e, a meno che la convinzione non fosse al “cento per cento”, facilmente abbandonava chi non disponeva di mezzi economici adeguati. Ora, grazie alle attuali condizioni sociali, diventa molto più immediato l’approccio a questa pratica.

L’arrampicata ormai soddisfa una serie di esigenze “socialmente accettate” e condivise: il “ritorno alla natura” e alla vita, “all’aria aperta” con una dose calibrata di adrenalina che dovrebbe ridimensionare lo stress di una quotidianità sempre più “calcolata, predisposta e pressante”… “l’essere in forma” facendo uno sport che ti rafforza fisicamente… l’avere degli amici con i quali organizzare delle uscite divertenti in ambiente mite… il sentirsi “diversi dagli altri” praticando un’attività tutto sommato ancora originale”… e per necessità di diversificarsi dagli altri, conseguenza di una società che soffre sempre di più il confronto, la rivalità positiva e negativa. Questa è forse la motivazione più importante.

Silvia sulla via del Nonno (Mauri-Fiorelli), spigolo sud della Punta Torelli
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Una volta l’alpinismo era per pochi e l’arrampicata era considerata quasi una pratica antisociale o quantomeno non era considerata una convenzione sociale, si trattava di una “attività originale” riservata a pochi “personaggi originali”. Oggi, e in parte non possiamo che dirne male, è la stessa società a dirci che i “valori veicolati” dall’arrampicata sono buoni, mentre non è così per l’alpinismo, attività decisamente più complessa e meno immediata. Proprio la sua caratteristica di adattabilità sociale ha fatto sì che l’arrampicata sia stata indirizzata a “scopi educativi”, sfruttata a “fini economici”, raccontata nei libri con “scopi didattici” e via dicendo.

Questo non significa che non ci siano più originalità e avventura. Di sicuro ci sono ancora, ma secondo me a livelli molto diversi rispetto a tempi passati e lo stesso vale anche per moltissimi altri campi. Credo che molte attività umane, anche quelle nate con intento di rivoluzionare la società stessa partendo da un punto di vista totalmente nuovo, vengano facilmente assimilate e assorbite dal sistema collettivo e trasformate in oggetti parzialmente diversi da quelli iniziali.

L’arrampicata di oggi sta sicuramente dando il suo contributo per canalizzare in maniera più che positiva la voglia dell’uomo moderno di tornare a sentire, anche solo in minima parte, la spontaneità e l’aspetto selvaggio del mondo naturale.

Per ora è così, e chiedermi fino a che punto l’uomo si “potrà accontentare” mi sembra un quesito interessantissimo e intrigante al quale ora non saprei rispondere.

La mia filosofia dell’arrampicata
Per quanto riguarda la mia filosofia della arrampicata, non vorrei parlare di “sfida”, di ricerca del “mio limite”, di “emozioni forti”, forse neppure di “attaccamento viscerale” alla montagna, dal momento che la montagna mi piace molto, come però mi piace anche il mare. Andare in montagna è realmente avventuroso e regala “emozioni autentiche” solo per chi lo vive in “maniera totale” e certamente chi considera l’arrampicata la sua “ragione di vita” avrà altro da dire.

Personalmente ho arrampicato con differenti motivazioni. La più importante è stata di certo quella iniziale, che scaturiva dalla necessità di dare una risposta alle “mie inquietudini di eredità paterna”, ma a volte l’ho fatto anche solo per “sentirmi in forma”, cosa che non ho mai riscontrato in altri, per raggiungere una “condizione di benessere” in me stessa, divertendomi con chi lo faceva e facendo “qualcosa di nuovo” ma anche semplicemente imitando, forse per far semplicemente parte di un gruppo, come fanno tanti senza però ammetterlo a se stessi.

Silvia su Waiting List a Punta Fiorelli
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Boulderisti anziani
Al pensiero dei “boulderisti anziani” non associo ciò che “è ora” mio padre, più che altro immagino dei novantenni sui sassi che tutt’oggi non ho ancora visto e forse vedremo quando lui e i suoi amici lo saranno in futuro. Ora non parlerei di mio padre come di un boulderista “già anziano”, come non definirei in questo modo nessuno dei coetanei con i quali arrampica.

I boulderisti della sua generazione hanno un’età nella quale non mi posso immedesimare, dal momento che sono diventati dei simboli di riferimento per i più giovani, avendo avuto “il privilegio” di essere stati pionieri. Troppe cose sono comunque cambiate dal periodo storico da loro vissuto, al punto che ciascuno cerca di adeguarsi a suo modo in questo “passaggio epocale” per loro nuovo.

Anche per l’arrampicata sembra valere la divisione tra apocalittici e integrati: chi accetta il progresso e le sue conseguenze come un “fatto inevitabile”, cavalcando il flusso del cambiamento, e chi invece ne vede più che altro i pericoli e le degenerazioni rispetto ai tempi andati. Quell’Arcadia esistita, che purtroppo noi possiamo soltanto vivere nei ricordi e nelle fantasie di chi l’ha vissuta.

Postfazione
(a cura della redazione)
Scrivo a Popi per avere qualche foto di prima mano. Faccio riferimento all’articolo, uscito sull’Annuario dell’Accademico. Il 5 luglio 2015 mi risponde: “Ciao Sandro, da tempo ho smesso di aggiornarmi riguardo alle testate alpinistiche. Quindi non ho tutti i recenti numeri dell’Annuario del CAAI. Tanto meno so sempre bene quello che scrive la Silvia. Anzi… ma sei sicuro che sia lei? E di cosa tratta l’articolo? Puoi indicarmi il soggetto delle foto?“.

Lo rassicuro che non ci si può sbagliare. E’ lei. Gli mando il file con il testo. Il giorno dopo mi risponde: “Beh… conoscendola devo dire che mi ha fatto ridere e un po’ commuovere. L’ho sentita ieri e le ho chiesto dell’articolo. Come quasi sempre ha dato poca importanza alla cosa dicendo che sì, che si ricordava di una specie di lavoro che aveva fatto per Ivan Guerini, ma poi ha glissato e siamo andati a parlare del clima di Londra e altre cose. Lo scritto è bello e piace pure a me. A questo punto mi toccherà anche prendere l’Annuario dell’Accademico, anche perché fra un po’ rientra per le vacanze estive…“.

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I cieli ramati di Monolith

I cieli ramati di Monolith
di Giuseppe Popi Miotti

«Monolith! Ooh, grande Monolith! Che abbiamo fatto per perdere la tua luce? Che abbiamo fatto per essere scaraventati quaggiù, su questo pianeta verdazzurro così diverso dal nostro che da te prende il nome? Da anni non vedo più sorgere e tramontare le lune gemelle Zefir e Russ. Mi mancano le tue albe color cremisi, i tuoi tramonti verdeggianti, i venti imperversanti che carezzavano i nostri corpi riempiendoci di vigore e ci lisciavano dolcemente.

Da quando la nostra astronave è caduta in questa valle, stiamo cercando di capirne di più. Abbiamo scoperto formazioni cristalline piuttosto rozze, simili a noi, con le quali è stato possibile sia pur parzialmente comunicare. Ci hanno detto che gli esseri bipedi che sembrano l’unica espressione d’intelligenza avanzata sul pianeta le chiamano pietre, e che questo mondo alieno è chiamato Terra. E’ stato facile per noi mimetizzarci con questi primitivi: anch’essi hanno una struttura al silicio come la nostra, riprova della potenza di Monolith che ha riempito il cosmo di vita. In ogni caso, per precauzione abbiamo celato l’astronave modificando le sue strutture in modo che sembrasse un’enorme pietra: è la più grande fra tutte quelle che ci sono qui. Mentre i meccanici cercano di riparare il danno, stiamo esplorando il luogo da giorni.

CieliRamati-6740ee72b73c6b6f0eb8665af52872f1Abbiamo scoperto che, nonostante l’alta presenza di silicio, su questo mondo domina un tipo di esistenza basato sul carbonio. Vi sono migliaia di esseri stranissimi quanto fragili ed effimeri: fortunatamente sembrano tutti assolutamente innocui per noi. Anche il tempo su questo illogico pianeta scorre secondo leggi diverse, tutto si svolge a ritmo frenetico: in un giorno di Monolith ho visto sorgere e tramontare il suo sole per 212 volte e ho visto la sua luna brillante roteare sfrenata nel cielo notturno. Per 212 volte albe, tramonti, buio e luce si sono succeduti in una girandola impazzita, mentre queste piccole vite al carbonio s’accendono per poi spegnersi in un attimo. Dopo qualche tempo alcuni dei bipedi intelligenti si sono interessati a noi. Molti membri dell’equipaggio sono stati aggrediti da questi esseri, ma la paura iniziale si è presto mutata in stupore e ilarità. Questi organismi erano inoffensivi: si limitavano a tentare di salirci sopra senza provocare danni! Al più ci sfregavano, si diceva piacevolmente, con degli strumenti che toglievano le croste della nostra pelle. In qualche caso avevano anche piantato degli strani ferri nelle nostre rughe o addirittura nella cute compatta, limitandosi tuttavia a darci solo un minimo fastidio. Per questo abbiamo deciso di subire pazienti questo strano gioco, forse uno sport locale».

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Klynw, questo era il suo nome, giaceva un po’ appartato dagli altri della Splendente Crystal, l’astronave precipitata nel 1142 TT in Val Masino. Il bosco gli era cresciuto attorno e una verde radura erbosa si stendeva ai suoi piedi, sempre più stretta; per questo motivo era stato uno degli ultimi alieni a conoscere gli esseri dominanti del pianeta. Ma Klynw era anche il più triste: era stato distaccato in quella posizione perché il comandante aveva giudicato fosse la migliore per lanciare nei cieli il loro grido d’aiuto, così lui si trovava isolato dal resto del gruppo. Per l’ennesima volta stava lanciando il suo disperato SOS cosmico, quando rivide il bipede.

«Che ci fa di nuovo qui? – si disse – se n’era appena andato. Ma è proprio lui?». Subito dopo, ricordando le leggi che governavano il pianeta verdazzurro, provò quasi un moto di compassione: «Non avevo mai avuto occasione di vedere come agiscono i processi dell’invecchiamento sui terrestri. Guarda come è mutato. Ha perso quasi tutta la folta peluria che aveva, e quel che resta ha cambiato colore. Mah! Che strana fisiologia: pochi secondi e sono già con un piede nei cieli di Monolith. Ma che sta facendo? Perché mi guarda così? La prima volta mi ha trattato come un minerale qualsiasi. E’ arrivato, ha cambiato i rivestimenti alla sua base, si è cinto una specie di sacchetto in vita, mi ha scrutato e poi, improvvisamente, ha tentato di… imporsi. Anche se i compagni della Crystal mi avevano avvisato, ammetto di essermi spaventato. Non riuscendo a montarmi in groppa al primo colpo ha provato e riprovato usando mille accorgimenti. Alla fine ce l’ha fatta, ma con grandissimo sforzo. Mi chiedo quale soddisfazione possano trarre queste creature da gesti tanto inutili. Non vedo, infatti, alcuno scopo logico in quel che fanno. Per Monolith! Ci riprova? Prima, quando ha strappato un’appendice di accrescimento che ancora non era matura mi ha fatto male! Le altre gli sono state utili per aggrapparsi, ma erano ancora nel mio corpo, ben salde, questa era in fase di espulsione, ma… insomma, non ancora del tutto. Comunque è vero: questo su e giù è stato quasi piacevole, mi ricordava un po’ l’andirivieni dei nostri parassiti, i crugs, là sul nostro mondo d’ambra e amaranto».

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L’essere era arrivato ai piedi del grande macigno con grande fatica, arrancando fra la fitta vegetazione, frustato dai rami sul volto e sulle braccia, graffiato da prorompenti cespi di more, scivolando su tappeti di muschio che nelle zone d’ombra era spesso un palmo. Aveva impiegato un bel po’ per ritrovare quel sasso. Lo aveva pensato spesso in tutti quegli anni, bello, forte e ben piantato nel terreno, con quella vena di pegmatite che lo attraversava come una bandoliera. Ricordava ancora il piacere estetico che gli fece la prima volta che lo vide, con quelle fessurine sottili e allineate, con quella elegante successione di appigli minuscoli che erano un chiaro invito alla salita. Su quel sasso ricordava di aver tracciato il suo passaggio più bello. Fin da giovane, salvo qualche eccezione, non scalava per la difficoltà fine a se stessa; piuttosto era attratto dalla bellezza. La bellezza era la sua ossessione: la perfezione delle linee, l’armonia di colori e sfumature, l’eleganza delle tessiture rocciose, la “personalità” che emanava dal sasso. Queste erano le cose che contavano e quindi III° grado o X° poco importava. Il segreto, per lui, era stare con la roccia, entrare in contatto con quella magnifica simmetria e goderne attraverso il gesto. Il problema era che bellezza e difficoltà erano spesso legate da una misteriosa legge per cui difficilmente un aspetto escludeva l’altro. Quel blocco non faceva eccezione. Per farlo, dodici anni prima, si era spellato le dita a furia di tentativi.

L’umano si sedette di fronte al sasso guardandosi attorno. La bella radura erbosa di un tempo si era ridotta a uno stretto corridoio che cingeva la base della roccia. Tutto era cambiato: il bosco aveva preso il sopravvento, gli antichi sentieri erano quasi scomparsi e muoversi in quella cittadella di pietra era ormai difficilissimo. Alla base del masso lo scalatore perse tempo nel cercare il suo passaggio. Non fece fatica a ritrovarlo, la bella successione di appigli disegnava una linea di rara eleganza che portava sulla cima. Con la mano accarezzò i primi appigli, quasi contemplandoli. «Ma come ho fatto a tenere ‘ste robe?» si chiese stupito. Provando a far forza sulle minuscole asperità le sue dita si piegarono come fossero di burro e le giunture scricchiolarono dolorose. Eppure, forse, con un po’ di pazienza e di tentativi ce l’avrebbe fatta: le nuove pedule garantivano prestazioni che le scarpe da ginnastica di un tempo certo non avevano. Rinfrancato, il bipede mise le scarpette, affondò le mani nel sacchetto di magnesite, e partì per un primo tentativo. Non si staccò da terra; il piede gli scivolò subito, ancor prima che le dita esercitassero il massimo sforzo. Ricacciò le mani nel sacchetto, guardò la ruvida superficie di pietra, pensò alla sequenza dei movimenti, pulì meglio le suole, le asciugò bene e ripartì. Mano destra su una reglette, mano sinistra in una conchetta, piede sinistro qui, piede destro là ed era partito. Il viaggio durò poco, giusto il tempo di afferrare una scaglia obliqua e la gravità prese di nuovo il sopravvento. Una decina di minuti terrestri dopo il gioco riprendeva.

Questa volta, mettendo in campo le astuzie imparate in una vita, l’uomo riuscì ad arrivare a metà della parete e a “tallonare” uno spiovente che, scaricando parte del peso, gli permise di arrivare quasi sul bordo della roccia. Quello fu però il limite massimo anche nei successivi tentativi. La forza e la motivazione stavano scemando, così come le sue dita mollavano le prese; decise infine di riposarsi ben bene per quello che sarebbe stato il suo ultimo tentativo. Molti pensieri gli attraversavano la mente, ma il più insistente lo costringeva a fare i conti con gli anni, con il tempo. Una brezza leggera gli carezzava la pelle e nel cielo azzurro correvano nuvole disordinate; quante volte quella bellezza lo aveva rapito, quante volte l’aveva trasportato in dimensioni lontane e immaginarie. Quante volte aveva gioito del calore della roccia, del perfetto grip di giornate asciutte e fredde, della trionfante soddisfazione di un passaggio superato.

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Silenzioso e incombente Klynw osservava la scena. Il terrestre lo guardava con un’espressione di serena rassegnazione e sembrava ancora una volta volergli parlare. Fu forse in quel breve, portentoso e inspiegabile attimo che, per la prima volta, un monolith e un umano riuscirono in qualche modo a entrare in contatto. L’alieno avvertì la frustrazione e la tristezza dell’altro, capì lo scorrere del tempo sulla Terra ed ebbe nuovamente compassione per quella minuscola, esile creatura che sembrava ricavare tanta gioia nell’inutilità di pochi gesti. Fu allora che si decise a fare ciò che mai avrebbe pensato di fare. Mentre l’essere sconfortato era distratto, Klynw animò la sua struttura cristallina: spinse i reticoli, aggiunse legami e, come se gonfiasse un potente torace, fece in modo che le scaglie di accrescimento fuoriuscissero un po’ di più dal suo corpo; contemporaneamente, incavò leggermente le rientranze per gli scambi gassosi. Lo sforzo era enorme e le sue asperità si modificarono solo di pochi millimetri. Intanto l’uomo si era portato ancora una volta sotto il blocco, ammirandone la perfezione. Lo sguardo ripercorse la linea degli appigli e la mente disegnò per l’ennesima volta il movimento. La mano afferrò la prima tacca: «Strano – pensò – mi pare quasi meglio di prima. Forse ero freddo. Alla mia età ce ne vuole di tempo per scaldarsi». Il piede trovò subito maggiore aderenza e, senza troppa convinzione, lo scalatore sollevò l’altro braccio per dare il via al gesto. Le dita si strinsero in una rientranza dove per qualche millimetro trovò posto anche il mignolo, andando ad incrementare la tenuta. Il gesto successivo a prendere una lametta obliqua fu quasi facile. Stupito della folgorante partenza, l’umano prese brevemente fiato sugli appigli e, galvanizzato dal successo iniziale, proseguì la scalata. Ricordava perfettamente la sequenza, gli equilibri e le meccaniche necessarie.

In quelli che furono attimi, Klynw fece del suo meglio per concentrarsi e mantenere i reticoli cristallini nel loro nuovo, precario stato. Se avesse potuto – se fosse stato al carbonio – l’avremmo visto trattenere il fiato per lo sforzo. «Per Monolith – imprecò – la faccenda è insostenibile. Per quanto tempo ancora potrò dominare i reticoli? Per quanto tempo…?». Non riuscì a finire quel pensiero: un attimo di distrazione e i cristalli riacquistarono l’usuale conformazione. Il micro appiglio che il terrestre stava usando per l’ultimo decisivo slancio verso la cima si ritrasse impercettibilmente, ma abbastanza perché la presa divenisse impossibile per le sue dita. I minuscoli cristalli di un appoggio, sui quali aderivano pochi millimetri di suola, si fecero meno penetranti. Bastarono questi due soli invisibili, impercettibili cambiamenti a creare un grande sconvolgimento: quasi a corpo morto l’arrampicatore cadde di schiena, restando per qualche secondo intontito dall’urto che per fortuna fu ammortizzato dal praticello sottostante.

«OK! – disse ad alta voce – è andata. Basta, questa era l’ultima possibilità. Basta, quasi ti sei schiantato e alla tua età non ti conviene farti male. Stai tranquillo. Devi accettare che le cose cambiano. Hai fatto del tuo meglio. Hai goduto la giornata, ritrovato un vecchio amico, riassaporato le antiche atmosfere. Che vuoi di più?».

Già! Che voleva di più? Lo sapeva benissimo, ma sapeva altrettanto che ciò che ambiva era ormai irrealizzabile. Con tranquillità si tolse le pedule rimirando il suo vecchio capolavoro. Stette così per molti minuti, scrutando quella pietra immobile quasi a cercarne un improbabile sguardo. Alla fine si alzò imboccando l’incerta via del ritorno, ma prima di entrare nel bosco si voltò ancora una volta verso il monolite; poi fu inghiottito dal verde.

Klynw lo vide scomparire e per un attimo pensò che l’avrebbe rivisto, che sarebbe tornato presto. Per qualche istante quel bizzarro essere aveva rallegrato la sua solitudine; a modo suo ci si era quasi affezionato. Si ripromise che al suo ritorno si sarebbe fatto trovare pronto: si sarebbe gonfiato di nuovo e meglio, gli avrebbe concesso la soddisfazione di tornare sulla sua sommità. Così, per un paio di minuti il monolith restò fermo in speranzosa attesa. Nel frattempo mutarono i cieli, piovve, nevicò e riarse il sole, fu freddo e poi caldo e poi ancora freddo, molte volte i colori cangiarono. Infine, guardando alla sua base, Klynw vide la radura che lo cingeva farsi ancor più stretta e comprese che quei due minuti erano stati minuti del suo tempo: l’umano non sarebbe più tornato. Allora levò alta la sua maledizione contro le implacabili leggi che governavano quel pianeta e contro il destino che li aveva confinati in quel luogo pazzesco, dove gli esseri sono fatti di carbonio e non durano che pochi, risibili attimi. Poi, rassegnato, tornò di nuovo a concentrarsi e si predispose a lanciare ancora una volta il suo disperato segnale verso i cieli ramati di Monolith.

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Che avrebbe detto Warren?

Che avrebbe detto Warren?
di Giuseppe Popi Miotti

E Warren…? Il mitico Warren Harding? Per alcuni di noi basta quel nome a suscitare emozione. Nei nostri occhi passa un lampo d’intesa ed un sorriso malizioso. A volte sbirciando chi ci sta vicino, ed arrampica, il sorriso diventa complicità: noi sappiamo, noi capiamo, noi in qualche misura abbiamo condiviso e condividiamo. Guardiamo l’appiattito mondo della scalata moderna e nella nostra mente, per quanto non voluto, si fa strada un misto di orgoglio e sconsolatezza.

Ma, in fondo, cosa avrebbe detto Warren di tutto ciò?

«Hey, perché ti preoccupi di loro? Lascia perdere queste cretinate. Se a loro va bene così, a te va bene così. Non pensare di fare sempre le cose con giudizio: preoccupati piuttosto di stare bene, di bere bene, e di scalare finché il cuore ti reggerà.»

Detto questo, il vecchio “Batso” ritorna nelle nostre menti e nei nostri cuori affaticati di montagna, di passioni, di amori e malumori… di sogni; monumento ribelle contro i benpensanti, le morali ed i moralisti, contro tutti i buoni propositi, le chiese e le parrocchie, contro i farisei ed i conflitti d’interesse di tasca e di spirito. Stella fissa per chi non vuole mollare e crede che ci sia sempre una via d’uscita anche nella situazione più disperata.

Caro Warren, protagonista di monumentali scalate e alluvionali bevute, sei di un’altra epoca, di un’altra cultura, ma non fa differenza. Ci insegni la tranquilla, pervicace resistenza alla stupidità, compresa la nostra, e il tuo messaggio resterà per tutti quelli che lo vorranno cogliere. Harding il selvaggio, Harding che ha aperto la sua Via a colpi di martello, Harding il cocciuto, arido e duro come il granito, Harding che sapeva ridere dei golden boys dell’arrampicata come di se stesso.

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Warren, che hai da dire di tutto ciò?
«Aah! Che dire! Le cose stanno così! E poi, si può sapere cosa stai farneticando? Che si fottano tutti! Guardali: sono anni che eiaculano ettolitri di inchiostro sulla carta, e adesso su internet, con le loro morali di scalatori. Hanno vomitato sentenze su quello che si deve fare e sul modo in cui lo si può fare. Come dei santoni vogliono imporre le loro leggi; e siccome sono le loro, si sentono anche gli unici in diritto di violarle. E perché mi rompi le scatole domandandomi pareri? Devi proprio chiedere ad altri quello che è giusto e quello che non è giusto? Hey, ragiona con la tua testa!»

Però, Warren, devi ammettere che in questo ambiente non ti ci ritrovavi neppure tu.
«Okay, Okay! Ma quando voi avete cominciato, io avevo già finito. Quindi non c’entro, non voglio entrarci proprio. Perciò, se hai finito di scocciare, dammi un bicchiere di vino.
Vabbèh! Ogni tanto guardo le riviste e non posso che restare nauseato. A guardarli sembrano tutti dei soldatini, con quei loro caschetti che li fanno somigliare a un esercito di formiche operaie. Con quella loro tracotante espressione di certezza, belli, puliti, tirati a lustro, bravi, bravissimi, ma senza un’oncia di Spirito.»

Beh, allora, Warren, vuoi raccontarmi un po’ di te?
«Qui va già meglio, va già meglio! Sono nato nel giugno del 1924, e sono figlio della Grande Depressione. I miei dovettero sudare le proverbiali sette camice per allevarmi dignitosamente in quegli anni terribili, e sono certo che il mio caratteraccio e la mia forza derivano da un miscuglio di geni e di dure esperienze fatte in quegli anni. Anche la mia voglia di emergere viene da lì. Ho sempre avuto un grande rispetto per quello che i miei genitori hanno fatto per me. Così, appena ho potuto, ho comperato una casa per mia madre e l’ho voluta mantenere finché ha campato. Però devo ammetterlo, non sono mai stato un grande lavoratore! Anzi, non escludo di essere diventato uno scalatore quando capii che, come operaio stradale, ero una frana. Il lavoro serviva solo per ottenere l’indipendenza che desideravo: mi serviva per guadagnare quel tanto che bastava; ma il mio vero lavoro era quello che facevo sulla roccia, appena potevo scappare da tutto e da tutti”.

Ah! Il tuo caratteraccio, la tua leggendaria resistenza sulla roccia e con l’alcol, la tua vita senza compromessi, la tua indipendenza di giudizio. Che hai da dirmi?
«E’ probabilmente una combinazione genetica di materiale; e grazie ad essa mi posso limitare a guardare la stupidità umana senza per questo essere Democratico, Repubblicano, Cristiano o Musulmano. Guardo e penso: ‘Che ammasso di stupida fottuta stupidità’. Riandando alla mia infanzia, ricordo di essermene sempre fregato dei pareri saggi. E fortunatamente non ho mai fatto rapine, bruciato e saccheggiato, anche se mi hanno arrestato cinque volte per guida in stato di ubriachezza. Per parere saggio intendo qualcuno che viene e ti dice: ‘Oh Warren, questo è tutto sbagliato’. E io gli rispondo: ‘Oh, veramente? Bene, francamente questo è quello che pensi tu. Ora mi stai dicendo che hai una soluzione migliore e che io la dovrei adottare? No, non penso proprio che lo farò.’ In vero non mi è mai capitato di comportarmi così, ma la mia indole mi porta a dire: ‘Hey amico, tu fai le tue scalate che io faccio le mie’.

Le grandi pareti, il buon vino, ma anche le donne e la velocità: questo sì che è vivere.

Ti confesserò che prima di iniziare a piantar chiodi, mi sono dedicato per alcuni anni alle corse automobilistiche. Da lì viene la mia folle passione per le auto sportive ed in particolar modo per le Jaguar. Mi dirai che sono auto un po’ snob per uno come me, ma se con qualche lavoretto permetti al motore di liberare tutta la sua forza… dovresti vedere.

E c’è un nesso fra le belle donne, le grandi pareti e le Jaguar. In tutti i casi si tratta di mondi misteriosi e magnifici dove l’aspetto estetico, le linee, i colori, le ombre e le curve assumono significati che ancora non ho ben compreso, ma che mi stimolano irresistibilmente. Su una parete, come con una donna, specie se la signora ha marito, ti senti sempre sul filo del rasoio. Spendi tutto te stesso prima nei preliminari, poi nella conquista e infine nell’atto stesso della… scalata; alla fine, sulla meta raggiunta, che c’è di meglio di un buon bicchiere di vino, per placare la sete del guerriero?»

Warren Harding nel 1957 apre il Nose

Harding-images1Lo sai che dopo la tua morte ti hanno messo anche sull’Enciclopedia Britannica?
«E’ una soddisfazione! Me lo sono meritato! Io non sono mai stato contrario alla pubblicità, che c’è di male nell’informazione? E poi, mica ho fatto poco. Se penso che, seppure indirettamente, devo parte della mia notorietà a Royal Robbins, quel “super ragazzo d’oro”, mi vien quasi da ridere. In Italia sarebbe stato un Legionario di Cristo o uno di quell’organizzazione che voi chiamate Comunione e Liberazione.

Royal era uno scalatore molto bravo, ma, come tutti quelli lì, era anche dannatamente troppo furbo per me. Quando, nel 1958, mi fottè la salita alla parete Nord-ovest dell’Half Dome, che eravamo d’accordo di finire assieme, io trovai logico e necessario gettarmi in un’impresa ancor più difficile e grandiosa. Restava da salire l’immane scoglio di El Capitan, ma, ovviamente, non invitai Robbins. Ci andai con Wayne Merry e Gorge Withmore e non mollai l’osso finché all’alba di quel 12 novembre, dopo 45 giorni su e giù per la parete, corde fisse, 675 chiodi e 125 chiodi a pressione, non misi piede sulla sommità. Ero sfinito: avevo perforato la roccia strapiombante per tutta la notte al lume della lampada frontale. Il giorno mi accolse lassù, in cima alla via del Nose; e mentre la prima luce definiva i contorni delle cose, faticavo a capire chi fosse il conquistatore e chi il conquistato. Ma di certo El Cap sembrava essere in condizioni migliori delle mie.»

Però dopo quella salita, e poi anche dopo quella alla “Parete della prima luce del mattino”, sei stato sottoposto ad uno spietato fuoco di fila da parte dei puristi dell’arrampicata. Royal Robbins in primis.
«Ah! ah! La mia risposta è… ‘che si fottano’. L’arrampicata è una cosa così dannatamente stupida. La gente moralizza su di essa, ma la gente, incluso il sottoscritto, fa cose stupide. Perché istituzionalizzare l’arrampicata? Se fosse come il baseball, la dovrei istituzionalizzare: fare regole e quant’altro. Ma l’arrampicata non è il baseball. Anche se a tanta gente piacerebbe che lo fosse. E cos’è questa merda sui chiodi a pressione? Anche se sei Ron Kauk… se c’è una parete compatta e non puoi piazzare protezioni, metti i chiodi a pressione. Che cos’è questa fobia? Io guardavo semplicemente quelle pareti e dicevo, ‘Hey, voglio farmi quella grande, incasinata goduria’. E la facevo… Ne ho fatte un sacco!

E Royal che stesse zitto! Quel lindo chierichetto del granito! Come se io non avessi dato prova di essere uno scalatore completo anche in arrampicata libera: chiedi in giro anche ai “moderni” cosa si pensa dell’Harding Slot, su Astroman, alla Washington Column; anche se qualche aiutino lo usai, eh.»

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La “Parete della prima luce del mattino” o Dawn Wall è stata qualcosa di veramente rivoluzionario. Tu e Dean Caldwell avete dimostrato che si poteva stare in parte per quasi un mese senza contatto alcuno con la base! Ricordo di aver letto il resoconto di Caldwell, su un vecchio numero del Reader’s Digest, rimanendone impressionato. In particolare mi colpì l’osservazione di Caldwell negli ultimi giorni di salita: “Eravamo partiti con le piante ancora verdi ed ora i colori dell’autunno stavano rivestendo la Valle…”
«La “Parete della prima luce del mattino” era un grande sogno, una gigantesca sfida dove la tecnica e l’uomo dovevano fondersi alla pari per produrre un risultato mai visto. Non ti dico la fatica di recuperare i sacchi nei primi giorni di salita: come puoi immaginare, insieme all’acqua, e a tutto il resto, avevo messo un’adeguata scorta di vino e di brandy. Facevamo circa una lunghezza di corda al giorno e, come in tutte le precedenti scalate, ho sempre cercato di avere il controllo assoluto di quello che facevo. Ma dopo giorni e giorni che vivi sulla verticale tendi a perdere il giudizio e la visione esatta delle cose. Ecco perché ad un certo punto ho fatto un volo di 15 metri! Ma anche solo perché ero Harding, e perché quella sarebbe stata la mia ultima grande impresa, non potevo mollare. Riprendemmo e fummo colti dal maltempo. Restammo per circa 110 ore nelle nostre amache, inumiditi e tremanti di freddo. I viveri stavano terminando quando il tempo si rimise. Quei rompiscatole del Parco si sentirono in dovere di venirci a soccorrere, e cominciarono a portare in cima al Cap, materiali e uomini. Allora, visto che non c’era altro modo di farmi capire, scrissi un bigliettino mettendolo in una scatoletta di tonno vuota, che lanciai in basso. C’era scritto: ‘Un soccorso è ingiustificato, non è voluto e non sarà accettato.’

Ma se lo vuoi sapere, in cuor mio immaginavo già cosa sarebbe successo se fossimo stati raggiunti da quel branco di zelanti samaritani della roccia. Ci sarebbe stata battaglia! Eravamo decisi! A colpi di martello, di bottiglie di vino e di brandy, li avremmo scacciati!

A novembre, il 18 novembre, ancora una volta in quel mese, misi piede sul Cap, raggiunto per una nuova via. C’erano ad attenderci centinaia di giornalisti, fotografi ed amici. Quando arrivai in cima, crollai sulle ginocchia e piansi come un bambino. Poi mi unii alla più grande bisboccia della mia vita; sulla cima del Cap. Finita la festa, portammo via tutto, lasciando ogni cosa come era prima!

Avevo ormai 42 anni. Per me il tempo delle grandi pareti stava finendo, e doveva finire in gloria!»

Però hai continuato a scalare anche dopo.
«Quando la scalata ti entra nel sangue non puoi mai veramente smettere. Scalare e bere buon vino sono state le mie due più grandi passioni, e ho cercato di viverle fino in fondo. La seconda mi ha fregato, e anche quando i medici cercarono di convincermi a smettere per allungarmi la vita di qualche anno, ho preferito continuare a gustare il nettare di Bacco. Per questo sono grato a Galen Rowell, che quando venne a trovarmi, tre giorni prima che morissi, mi fece il più bel regalo: svegliatomi dal mio stato semi comatoso gli chiesi un bicchiere di vino ed egli molto gentilmente si sentì in dovere di darmelo…
Comunque, per tornare alla scalata, voglio ricordare che nel 1989, ho rifatto anche la mia via del Nose: alla tenera età di 65 anni fui il più vecchio scalatore ad aver mai concluso quell’ascensione!»

Poi Robbins tentò di ripetere la New Dawn per schiodarla e cancellarne la memoria.
«Aaahh! Ma ti rendi conto! Quel pazzo invasato integralista!!! Lui e tutti quelli come lui possono andarsi a fottere!!! Ma che cosa pensano? Di avere la verità? Di essere gli unici a poter dire come devono stare le cose? Però, dopo qualche tiro, anche Royal ha dovuto convenire che la via era bella ed audace, e ha smesso di togliere i chiodi a pressione.
In ogni caso resta un gesto maledettamente tracotante.

 

Harding-135970_29061_L Immagino tu abbia saputo che la Dawn Wall è stata ripetuta in completa arrampicata libera. Che ne pensi? Non ti pare un risultato eccezionale?
Senza dubbio si tratta di un exploit di altissimo livello, ma, scusa se mi permetto, non l’avrebbero fatto se prima un certo Warren Harding non avesse “visto” e poi salito quella via. Individuare, leggere, creare la via con la mente per poi realizzarla, non importa con quali mezzi è secondo me l’aspetto più bello e importante; quello che viene prima di tutti gli altri. Comunque bravissimi Tommy Caldwell e Kevin Jorgesen, veramente bravissimi. E audaci.

Mi piace questo Caldwell, che non è parente di quello che fu con me sulla Dawn Wall nel 1970, ma pratica una scalata che unisce le più moderne tendenze alla grande tradizione del passato. La sua bellissima traversata per cresta del massiccio del Fitz Roy ne è la dimostrazione: sono sicuro che anche Royal, Yvon e gli altri, ne sono contenti. Anche Galen, che nel frattempo mi ha raggiunto, è entusiasta.

Però, dicci la verità: Allen Steck, Robbins, Chouinard, Pratt, Frost e tutta quella banda non ti andava troppo a genio.
«Mah! Io ho sempre pensato che non si deve prendere la vita troppo seriamente, non si deve prendere se stessi troppo seriamente e non si deve prendere l’arrampicata troppo seriamente. Questi erano tutti dei bravi ragazzi, convinti di fare qualcosa di veramente importante per sé, per l’arrampicata e forse anche per l’umanità. Che schifezze!

Erano bravi, ma forse avevano un po’ troppo il pallino del primo della classe e, se mi consenti, scarsa fantasia e umiltà. Ho scalato con quasi tutti loro, ma devo dire che secondo me avevano ben poco senso dell’umorismo e raramente sono riusciti a ridere di se stessi.

Così, contro questo tenebroso modo di pensare, con i miei amici più cari ho operato per anni nel fare cultura alternativa: se Steck faceva la rivista Ascent con tutti quegli articoli seriosi, noi facevamo Descent. E poi fondammo la “Lower Sierra Eating, Drinking and Farcing Society” che più che un’organizzazione era l’opposto.

Contro questi benpensanti della roccia, ho scritto anche un libro ironico e autoironico, che si intitola “Dawnward Bound: A mad guide to Rock Climbing”, ancor oggi è un cult fra gli scalatori più aperti.

Anche quando Chouinard, quel gatto mammone, ha inventato una linea di ferraglia e attrezzi per scalare, io non son stato da meno. Ti lascio però immaginare i prodotti della mia B.A.T. Basic Absurd Tecnology. Ah, ah, ah!!!

E allora, per finire, che cosa diresti del tuo stile, della tua filosofia?
«Ahhh, ancora con questa fissa della filosofia, ma che diavolo vi prende a tutti? Il mio era semplicemente un sogno, un sogno e una necessità. Sognavo di essere su quelle pareti color ocra, lisce e mostruose; sognavo di fondermi con loro e di uscirne strisciandoci sopra come una lucertola o come un verme. Pareti remote come quella del Monte Watkins o la Sud dell’Half Dome, erano un’immersione nel mondo selvaggio di cui un selvaggio come me aveva probabilmente bisogno. E non per conquistarlo, ma piuttosto per ritrovarsi. Per tornare a casa con la rassicurazione che quello spirito, da qualche parte, esisteva ancora, oltre che dentro di me. Poco m’importava dello stile pulito alla Robbins: le pareti che sceglievo non erano certo delle autostrade e poi, comunque, ho dovuto inventare anche alcune tecniche speciali per evitare un eccessivo uso dei chiodi. Mai sentito parlare del bat hooking (Tecnica inventata da Harding per evitare di metter troppi chiodi a pressione. Consiste nel praticare un foro di poco più di un centimetro nella roccia e di usarlo come sede per un cliff hanger (gancio appuntito) su cui si appende poi la staffa. In tal modo si risparmia tempo nella chiodatura. Ogni 4, 5 o più fori si mette quindi un chiodo a pressione sicuro. NdR)?».

Hai qualcos’altro da dirci?
«Bah! Direi che il silenzio è forse la cosa di cui il mondo dell’arrampicata moderna avrebbe più bisogno. Il tranquillo silenzio alla base della grande parete, fra i pini che sussurrano al vento, il sole che scalda e un buon bicchiere di vino rosso.

Bere metteva in pericolo la mia vita, ma non m’importava; semplicemente pensavo di voler vivere finché non sarei morto! 

Ed alla fine mi sono sentito pronto: gli pneumatici della mia auto erano consumati, avevo speso tutti i miei soldi e non c’erano dieci centesimi da parte…

Quindi senza troppi rimpianti me ne sono andato…

A proposito, amico, ho sentito dire che dalle tue parti fanno del buon vino. Non è che me ne hai portato una bottiglia? Eeh?!»

La parete sud-orientale del Capitan dove si svolge Dawn Wall. A sinistra, il Nose
Yosemite National Park, California, USA, Capitan

Warren “Batso” Harding ci ha lasciato per cirrosi epatica il 27 febbraio 2002.

Questa intervista impossibile è stata resa “possibile” per una serie di coincidenze. In particolare alcuni brani delle risposte di Warren Harding derivano da un’intervista che lo scalatore rilasciò nel 1999, alla giornalista Jane “Bromet” Courage.

La presente intervista è stata costruita avvalendosi di materiale storico e documentato. I toni e alcune affermazioni, che possono a volte apparire esagerati, sono stati pensati anche per enfatizzare lo stile rude, provocatorio e scanzonato dell’intervistato

Altri spunti e idee derivano da scambi di opinioni con un altro Hardinghiano di ferro, Paolo Masa, e a Silvia Miotti che hanno fornito diversi suggerimenti e preziose idee.

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La biblioteca viaggiante di Albrecht von Haller

La biblioteca viaggiante di Albrecht von Haller
Testo e foto di Giuseppe Popi Miotti

«Sul finire dell’estate del 1778 una imponente colonna di muli traversava le Alpi al Passo del San Gottardo. Diversamente dalle altre non trasportava merci ma sapere».

«Batte… batte… non batte più». Detto ciò si sentì improvvisamente leggero. Si sedette sul letto; anche il dolore causato dall’infezione alle vie urinarie che lo perseguitava da anni era sparito d’incanto, come se avesse assunto un’altra forte dose dell’oppio che usava per placarlo.

Albrecht von Haller
vonHaller-1-Miotti,La biblioteca viaggiante di AVispo e lucido si guardò attorno, scorgendo nella stanza il medico e qualche domestico. Domandandosi che ci facessero lì si alzò avvertendo un leggero strappo che lo costrinse a girarsi. Fu allora che si vide. Il suo monumentale corpo, grosso, sudaticcio e un po’ sfatto dagli anni, era supino nel letto, immobile, apparentemente morto, anzi, sicuramente morto, visto che lui ne era fuori.

Osservò il medico che si chinava sul cadavere in cerca di qualche rimasuglio di vita, lo sentì mormorare ad una serva che andasse a preparare dei vestiti, che il signore era spirato e, dimenticandosi quasi subito dell’evento luttuoso che aveva colpito se stesso, cominciò a pianificare il suo futuro.

Mentre si dirigeva veloce verso lo studio si ricordò dei suoi cari, della sua terza moglie Sophie e dei suoi figli che certamente avrebbero appreso con dolore la notizia della sua dipartita.

Ma fu solo un attimo, era malato da tempo e di certo loro se n’erano già fatta una ragione; insomma, se lo dovevano aspettare.

Il Passo del Gottardo con la rappresentazione allegorica dei fiumi che da esso si originano, la Reuss verso Nord, il Ticino verso Sud. Acquaforte di Melchior Füssli in Ouresiphoites Helveticus, sive itinera per Helvetiae alpinas regiones – Tomo II di J. J. Scheuchzer, Leiden 1723.
vonHaller-3-Miotti,La biblioteca viaggiante di AGli pareva che ogni malessere, ogni stanchezza, ogni sintomo dell’età fosse rimasto attaccato a quel corpaccione sul letto, simile a un bozzolo di farfalla. «Ecco!… Sì!… – pensò – sono veramente come una farfalla… Ecco il segreto della vita e della morte! Un bruco, un bruco! Ecco cos’e l’uomo in vita! Divora, consuma, si nutre di emozioni, di passioni, di cibi e a volte anche di scienza. E poi… e poi la morte. Il bozzolo carnale conclude la sua funzione e da esso s’origina un’altra entità, un altro destino».

Il Ponte del Diavolo. Illustrazione in Ouresiphoites Helveticus, sive itinera per Helvetiae alpinas regiones – Tomo II di J. J. Scheuchzer, Leiden 1723.
vonHaller-4-Miotti,La biblioteca viaggiante di Ail Ponte del Diavolo, fregio nella carta Nova Helvetiae Tabula Geographica, foglio nord-ovest. J. J. Scheuchzer 1712-20.vonHaller-7-Miotti,La biblioteca viaggiante di A

La costruzione del nuovo Ponte del Diavolo. Carl Blechen 1833.
vonHaller-6-Miotti,La biblioteca viaggiante di AIl vecchio (1595) e il nuovo (1830) Ponte del Diavolo in una acquatinta della prima metà del 1800.
vonHaller-5-Miotti,La biblioteca viaggiante di AFelice e sereno, entrò nel suo studio senza più avvertire l’odioso scricchiolio del pavimento che produceva ad ogni passo quando ci camminava sopra in vita. Tutto era come l’aveva lasciato: lo scrittoio intasato di carte fitte d’appunti, il lume, il flacone con le ormai inutili pasticche d’oppio e soprattutto torri di libri che vegliavano, mute e pericolanti, il poco spazio ove scriveva.

Il vecchio Ponte del Diavolo, su cui passò la biblioteca halleriana, costruito nel 1595 in sostituzione di un precedente ponte di legno (William Turner 1803-04).
vonHaller-8-Miotti,La biblioteca viaggiante di A
Provò a prendere la penna, ma le sue dita diafane si chiusero invano. Allora provò a sollevare un libro, ma le mani lo traversarono senza fatica provocando solo un impercettibile spostamento. Un po’ triste von Haller si diresse allora nelle stanze che ospitavano la sua grande biblioteca per lui, l’aveva capito, ormai inutile. Mai più avrebbe potuto sfogliare quei preziosi volumi, mai più le sue dita avrebbero carezzato le pergamene, mai più l’aroma della carta e degli inchiostri avrebbe deliziato il suo olfatto…

Sull’Urnersee. A destra il Gitschen; prima metà del 1800.
vonHaller-9-Miotti,La biblioteca viaggiante di A
Altdorf e l’Urnersee; prima metà del 1800.
vonHaller-10-Miotti,La biblioteca viaggiante di A

Urnersee: la Cappella Tell e a destra il Gitschen; prima metà del 1800.
vonHaller-11-Miotti,La biblioteca viaggiante di AAndermatt, all’uscita meridionale del Buco d’Uri; prima metà del 1800.
vonHaller-12-Miotti,La biblioteca viaggiante di A
Il porto di Flüelen; visibili le tipiche barche urane per il trasporto lacustre. Acquatinta di J. Hürlimann da disegno di G. Lory 1820 ca.
vonHaller-13-Miotti,La biblioteca viaggiante di AEra passato ormai un anno e l’ectoplasma era ancora in quella casa, incapace di abbandonare i suoi cari libri; ma ora si trovava in grande agitazione. Pochi giorni prima, era giunto un emissario da Vienna che portava le condoglianze delle loro maestà Maria Teresa e Giuseppe II d’Austria e offriva l’acquisto della biblioteca di Haller per la bella somma di 2.000 luigi d’oro o 48 lire di Francia. Il fantasma ne fu subito lieto; si ricordava ancora della visita di Giuseppe II, che ricevette pochi mesi prima di lasciare il “bozzolo”. Era intenzione dell’imperatore trasferire quel prezioso tesoro di carta a Milano, per arricchire la neonata Biblioteca Braidense in Brera. Albrecht aveva pensato più volte di visitare l’Italia ma dubbi sulla salubrità del clima meridionale l’avevano sempre fatto desistere. Ora se non altro ci sarebbero arrivati i suoi libri. Poco tempo dopo giunsero a Berna il bibliotecario di Brera, Carlo Carlini, e il barone Kronthal. Sbrigati i convenevoli di rito e la faccenda del pagamento, gli emissari imperiali si diedero subito da fare per organizzare la complessa spedizione della biblioteca attraverso le Alpi.

I problemi erano molteplici, dalla scelta del percorso più agevole a quella del sistema d’imballaggio e trasporto. Quale peso per ogni collo? Meglio asini, muli o cavalli? L’estate stava volgendo al termine e bisognava fare in fretta: qualsiasi via fosse stata scelta, una nevicata precoce sui valichi alpini avrebbe potuto essere disastrosa.

Haller aveva una grandissima esperienza nel trasporto di libri: già nel periodo giovanile si era portato appresso per mezza Europa il primo nucleo della sua biblioteca.

Carovane presso il Buco d’Uri; prima metà del 1800.
vonHaller-14-Miotti,La biblioteca viaggiante di A
Ingresso a Hospental; alle spalle la strada del Gottardo; prima metà del 1800.
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Cartolina ottocentesca del Lago dei Quattro Cantoni.
vonHaller-16-Miotti,La biblioteca viaggiante di AIl primo grande trasloco avvenne però nel 1736, quando fu nominato professore di anatomia, chirurgia e botanica presso l’Università di Göttingen. Fu un viaggio faticosissimo, durato ventitré giorni e conclusosi, “post multas itineris difficultates”, nella citta tedesca con il rovesciamento della carrozza.

Molti anni più tardi, nel 1753, i suoi libri tornavano a Berna, ma appena cinque anni dopo la biblioteca era di nuovo spostata a Roche, dove lo scienziato era stato nominato direttore delle locali saline. Fu a Roche che il numero dei tomi arrivò a superare le diecimila unità. Nel 1764 i volumi furono di nuovo spostati in Berna e ora era giunto il momento di quello che sarebbe stato il loro ultimo trasferimento.

Alla luce delle sue esperienze Albrecht pensò che sarebbe stato opportuno aiutare i nuovi traslocatori e prese a visitarne i sogni. Con questo metodo lo spirito suggerì che l’impresa fosse affidata alla casa di spedizioni del banchiere Ludwig Zeerlender, marito della sua nona figlia Charlotte. A incarico ottenuto costui si mise subito a studiare quale fosse la via transalpina migliore per il trasporto, ma considerando le titubanze del genero, Albrecht decise di intervenire con qualche altro consiglio. Per la comparsa diede il meglio di sé presentandosi in tutta la sua opulenza anatomica. Scelse vestiti di grande pregio, mise scarpini col tacco per apparire ancor più imponente e verso le tre di mattina, mentre lo Zeerlender si rigirava nel letto, entrò in scena assiso su un roccione circondato da vette grandiose e avvolto in un tenue velo di nebbioline dorate. Si guardò attorno con espressione ispirata e iniziò a declamare il poema che l’aveva reso celebre, Le Alpi: «Ostinatevi, o mortali, a correggere la vostra sorte; approfittate delle invenzioni dell’arte e dei benefici della natura; animate con zampillanti fontane i vostri giardini in fiore; intagliate colonne e coprite di tappeti i ricchi marmi; mangiate nell’oro dei nidi di Tonchino; bevete perle nelle coppe di smeraldo; addormentatevi con l’arpa soave, svegliatevi con la tromba; spianate le asperità; trasformate in parchi intere foreste. Il destino soddisfi pure ogni vostro desiderio: rimarrete poveri nell’abbondanza, miserabili nella ricchezza». Con consumata teatralità fece una pausa e poi si rivolse al genero: «So che un grande compito ti spetta: portare il mio sapere oltre queste vette, verso l’Italia. Cerca nel mio poema, cerca e troverai la via».

Gole di Schöllenen, monumento commemorativo delle vicende belliche per la conquista del Gottardo che nel 1799 videro di fronte le truppe austro-russe del generale Suworow e quelle francesi del generale Massena.
vonHaller-17-Miotti,La biblioteca viaggiante di AFotomontaggio che mostra i quattro ponti che traversano le Gole della Schöllenen. Il ponte più in basso oggi non esiste più ed è quello costruito nel 1595.
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Il ponte di Häderli salendo verso le gole di Schöllenen.
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Il mattino dopo Ludwig si svegliò con un pesante mal di testa che attribuì al sogno – o all’incubo? – del declamante suocero.

Cercò di scacciarne il ricordo, ma, attratto dalla curiosità, afferrò una copia del poema halleriano e si mise a leggere. Scorrendo velocemente i versi, fra pastori e leoni, figure mitologiche e memorie storiche, fra tempeste, folgori e cieli arcadici, giunse finalmente alla trentaduesima strofa dove lesse: «Dove il Gottardo s’alza sopra le nuvole, e il sole è prossimo al regno delle grandi altezze, la natura variopinta ha racchiuso in un piccolo luogo tutto ciò che la terra può offrire di meraviglioso…». Quella era certamente la soluzione dell’indovinello.

Fin verso il 1200 la via del Gottardo era stata fra le più impervie, causa il passaggio delle gole di Schöllenen, stretto canyon scavato dalle tumultuose acque della Reuss (o Ursa) e fu resa più transitabile solo nel XIII secolo grazie all’inventiva delle popolazioni Walser residenti in Valle Orsera (Urseren) allo scopo di agevolare i rapporti commerciali con la Svizzera interna. Forse ai lavori collaborarono anche gli urani e il Sacro Romano Impero di Federico II che vedevano di buon occhio l’aprirsi di un’agevole via verso il Ticino e l’Italia.

Lo sperone roccioso del Chilchberg, all’imbocco meridionale della forra, fu superato mediante un ingegnoso camminamento di legno, il Twerrenbrücke, sospeso sulla parete granitica con travi e catene. Le gole furono invece traversate con un ponte, anch’esso di legno, il Teufelsbrüke per gli urani o Ponte del Diavolo per i ticinesi, poi rifatto in pietra nel 1595.

Nel 1708, anno di nascita di Albrecht, il traballante Twerrenbrücke fu infine sostituito da una galleria scavata nel Chilchberg sotto la guida del costruttore ticinese Pietro Morettini incaricato dal governo d’Uri. Il primo tunnel delle Alpi, il Buco d’Uri o Urnerloch, era lungo 60 metri, largo 2,2 metri, alto 2,5 metri e venne a costare 8.200 talleri.

L’attuale albergo del valico
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Tempi moderni sulla strada del Gottardo.
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Passo del Gottardo: il monumento commemorativo opera di Fausto Agnelli in memoria del pilota vaudese Adrien Guex, caduto nelle vicinanze dell’ospizio nel 1927.
vonHaller-21-Miotti,La biblioteca viaggiante di AIl luglio del 1778 fu speso in parte studiando le dimensioni e il legno più adatti per i contenitori. Considerando che la biblioteca avrebbe viaggiato a dorso di mulo, le casse dovevano essere strette e lunghe con il lato maggiore di almeno 45 centimetri. Si stabilì inoltre un peso massimo di circa 75 chilogrammi per collo; ogni animale ne avrebbe portati due per un totale di 150 chilogrammi, carico massimo consentito dai regolamenti delle corporazioni di someggiatori del Gottardo. Il 17 luglio, palesemente sollevato, Carlini scriveva: «Oggi si diede principio all’imballaggio, e se ne allestirono 9 casse contenenti li manoscritti, parte dell’Erbario, che devesi ripartire in molte casse a cagione della leggerezza dei volumi, e porzione de’ libri botanici». Le operazioni si protrassero per tutto il mese successivo e finalmente, in un radioso giorno d’inizio settembre, il fantasma prese posto su uno dei sei carri scelti per la prima parte del viaggio. La carovana uscì da Berna traversando il ponte sull’Aar e imboccò la larga strada per Zurigo. Poco dopo Rothrist i carri deviarono a sud-est lungo una strada meno agevole che li condusse a Zofingen per giungere infine a Lucerna.

Il mattino successivo le casse furono caricate su due grandi imbarcazioni che silenziosamente affrontarono le scure acque del Lago dei Quattro Cantoni. La giornata era perfetta e, quando il vento gonfiò le vele, l’ebbrezza della velocità scatenò moti di allegria e buonumore fra l’equipaggio.

Lo stesso ectoplasma ne fu contagiato e, lasciandosi prendere da quel vento gioioso, salì a spirale lungo l’albero maestro e più su. In basso le barche correvano veloci e si avvicinavano allo stretto passaggio fra la penisola del Bürgenstock e le pendici occidentali del Rigi. Al di là il lago tornava ampio prolungandosi verso est fino a Brunnen dove, doppiata la punta del Seelisberg, piegava verso sud e, con il nome di Urnersee, arrivava a Flüelen. Nell’Urnersee passarono davanti al Grütli, il prato ove nel 1291 le comunità di Uri, Svitto e Untervaldo stipularono il “Patto eterno confederale” che sancì la nascita di quella che poi sarebbe stata la Svizzera. Poco più avanti, sulla sponda opposta, Haller ebbe modo di scorgere la Cappella di Guglielmo Tell, piccolo edificio che ricordava il punto in cui l’eroe nazionale saltò sulla riva fuggendo dalla barca del balivo Gessler che lo stava portando in prigione a Küssnacht. Il viaggio, denso di emozioni e ricordi storici, si concluse a sera nel porticciolo di Flüelen, giusto in tempo per prendere i primi accordi con il responsabile della compagnia di someggiatori ingaggiata giorni prima da Berna.

Alle quattro del mattino una lunga colonna composta da un’ottantina di muli invase la piazza del porto e si iniziarono le operazioni di trasbordo che richiesero circa tre ore. Il sole scendeva lentamente riscaldando le pendici dell’Uri Rotstock e del Brunnistock, faceva brillare i ghiacciai; era quasi giunto sulla grande pianura allo sbocco della Valle della Reuss che, assolte le pratiche burocratiche e pagate le tasse di transito, la colonna si mise in marcia. Lasciate le sponde del lago, la strada procedeva passando i borghi limitrofi di Altdorf, Bürglen, villaggio natale di Tell, e Schattdorf. Comodamente seduto a cavalcioni di uno dei muli di scorta, Albrecht von Haller si beava del paesaggio. Il verde brillante dei prati, quello intenso delle abetaie, le vette già imbiancate dalla prima neve che si stagliavano nell’azzurro, tutto gli confermava la bellezza e la grandiosità delle Alpi. A pomeriggio inoltrato la carovana giunse finalmente a Gestinen (oggi Göschenen), dove le bestie furono scaricate e accudite mentre lo Zeerlender, pagava le tasse, o forletto, al Mastro di Sosta. Il giorno dopo li attendeva il superamento delle gole di Schöllenen; Albrecht le conosceva bene per averle già risalite nel 1736. Quell’anno, erborizzando, aveva cercato lo Juncus Bombycinus, trovandolo nelle torbiere della Valle Orsera e sul Passo del Furka, ma, stranamente, non sul Gottardo.

Alle prime luci, dopo essersi accodata a una carovana che portava verso l’Italia pellicce e tessuti di lana, la biblioteca prese finalmente la via delle gole e poco dopo traversava la Reuss sull’elegante ponte in pietra di Häderli. Più avanti, dopo una serie di tornanti, imboccarono la cengia che, avvitandosi attorno ad una sporgenza rocciosa, si affacciava sul precipizio in cui ribollivano le acque della Reuss. La cengia solcava in diagonale la vertiginosa parete portando nel punto dove gli opposti versanti quasi si toccavano: qui, esile e miracolosamente sospeso sulle cascate, li univa il Teufelbrücke.

Uno dopo l’altro i muli transitarono sul sottile arco di pietra che nel 1595 aveva sostituito il ponte primitivo.

Le goccioline delle cascate che salivano fino alla mulattiera ricordarono allo scienziato l’altro nome del manufatto, Stiebenede Brücke o Ponte gocciolante.

All’ingresso del Buco d’Uri dovettero attendere il passaggio di una lunga colonna di muli carichi di riso e vino proveniente dal Ticino che aveva già imboccato il passaggio.

Poi, finalmente, toccò a loro.

La vecchia carrozzabile che scende serpeggiando lungo la Tremola; visibile anche parte del tracciato più antico.
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Busto di Albrecht von Haller.
vonHaller-24-Miotti,La biblioteca viaggiante di ACausa la claustrofobia di cui non si era evidentemente liberato neppure da morto, l’Urnerloch fu per Albrecht una vera tortura. Tornati alla luce, percorsero verso sud-ovest la radiosa valle sospesa di Urseren fino a Hospital (Hospental), dove la mulattiera si biforcava; nella medesima direzione proseguiva la via verso il Furka mentre quella del Gottardo s’insinuava verso sud. Durante la salita incontrarono qualche carovana che scendeva dal passo e qualche viandante isolato. Dopo la strettoia del Brüggloch, l’aria si fece più frizzante e presso la Cascina dei Morti li avvolse una sottile nebbiolina.

Qui, in attesa di più degna sepoltura, erano deposti i corpi dei viandanti di religione sconosciuta deceduti sul percorso, per sfinimento, malattia oppure travolti dalle slavine. La Cascina aveva un suo omologo sul lato meridionale del passo, la Cappella dei Morti, edificio simile, fatto consacrare e migliorare da san Carlo Borromeo nel 1577. A sera giunsero infine sul crinale massimo, battuto da un gelido venticello. Immaginate con che stupore i guardiani dei due ospizi, quello laico della Vicinanza di Airolo e quello dei frati cappuccini, ricostruito solo l’anno prima, accolsero l’imponente sfilata di animali. Zeerlender e altri uomini alloggiarono nell’asilo religioso gestito da Padre Lorenzo e una cinquantina di bestie ebbero modo di sperimentare la nuova grande stalla ottagonale. La presenza sul valico di un rifugio per i viandanti risaliva almeno al 1200 e da sempre gli ospitalieri, laici o religiosi che fossero, dovevano osservare rigide norme, in primis quella di rifocillare gratuitamente chiunque di passaggio con un minimo di viveri.

Chi giungeva di sera godeva di alloggio gratuito ed era tenuto a pagare solo se prolungava la sosta per cause indipendenti dalle condizioni della montagna e della sua salute. In caso però fosse ammalato o indigente l’ospitaliere doveva trattenerlo e, se necessario, per cure più efficaci lo doveva mandare all’ospizio di Airolo se diretto in Italia o a quello di Hospental se in viaggio verso nord. In caso di maltempo l’ospitaliere doveva indicare la posizione del ricovero con segnali luminosi o suonando la campana; doveva inoltre adoperarsi per portare in salvo coloro che si trovavano in difficoltà sul percorso.

Dopo aver assistito alla cena, Haller si mise accanto al fuoco.

Stranamente si sentiva stanco.

Forse, pensò, era il calo della tensione che l’aveva sorretto fin lì: ora che il tratto più difficile era superato poteva rilassarsi. Lentamente si assopì assieme alle fiamme. Ancor prima dell’alba fu ridestato dai carovanieri che stavano mangiando una parca colazione a base di latte, pane e formaggio. Stette un po’ a osservarli e poi uscì all’aperto.

Non c’era una nuvola e la nebbia si era dissipata. Veleggiando silenzioso raggiunse la barriera rocciosa che si affacciava sulla Val Tremola il cui versante sinistro era percorso dalla serpeggiante e vertiginosa mulattiera che scendeva ad Airolo. Non era mai stato in quel punto e per la prima volta in vita sua lo sguardo si spingeva verso il Ticino e l’Italia. Che fare? Seguire ancora i suoi amati libri? Che effetto avrebbe avuto il caldo clima italico sul suo fantasma? Forse era meglio fermarsi, in fin dei conti il più era fatto. Si volse verso nord e vide la carovana lasciare le case del valico. Il sole stava scendendo a lambire i prati e le rocce in un silenzio irreale, spezzato solo dal sussurro di una sottile brezza.

Ancora una volta si estasiò di fronte alla maestà degli scenari alpini e in quel momento di sublime meditazione gli sovvenne l’inafferrabile Juncus Bombycinus. Ma certo! Perché proseguire quando aveva una missione ben più importante: cercare la pianta che gli era sfuggita anni prima.

Così Albrecht von Haller se ne stette assiso sul roccione godendo il primo sole; vide i suoi libri imboccare la discesa della Tremola, li vide affrontare tornante dopo tornante e quando anche l’ultimo mulo scomparve, era scomparsa anche ogni tristezza.

Molti anni dopo ai viaggiatori in transito per il Gottardo, fra le tante storie di Padre Lorenzo, sarebbe capitato di udire anche quella che narrava di un vortice di fumo azzurrognolo che di tanto in tanto compariva sui pascoli, si fermava presso i laghetti, sembrava cercasse qualcosa. Ma di questa favola si persero i particolari quando il frate abbandonò il valico.

Bibliografia
Letizia PECORELLA VERGNANO: Il fondo Halleriano della Biblioteca Nazionale Braidense di Milano – Vicende storiche e catalogo dei manoscritti; Milano, 1965.
Albrecht VON HALLER: Le Alpi. Viaggi e altri scritti (volume a cura di Enrico Rizzi); Fondazione Enrico Monti – Fondazione Maria Giussani Bernasconi, Ornavasso (Vb), 2009.
AA.VV.: Museo Nazionale del San Gottardo – Sulla “Via delle genti”; Fondazione Pro San Gottardo, Airolo, 1989.

Albrecht von Haller (ritratto di Johann Rudolf Huber, 1736)
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Albrecht von Haller
(Berna 1708-1777)
Considerato da molti l’ultimo genio universale, Haller fu il fondatore della moderna fisiologia, ma fu anche clinico, anatomico, uomo di cultura enciclopedica e poeta. Attivo in ogni campo della ricerca fu mineralogista, ma soprattutto botanico. Erborizzando su quasi tutte le Alpi svizzere, nel 1768 descrisse ben 2.500 specie autoctone nella sua
Historia stirpium indigenarum Helvetiae inchoata. Frutto di questa ricerca è il gigantesco erbario composto da 10.000 esemplari conservati in sessanta volumi in-folio. Intensa in ogni campo fu la sua produzione letteraria che spazia da trattati scientifici a poesie di carattere filosofico-didascalico e romanzi di intento politico fra i quali Usong (1771).
La sua opera più celebre rimane il poema
Die Alpen, scritto nel 1729 e basato sul contrasto fra la vita artificiosa di città e la schietta esistenza degli alpigiani passata a contatto con la natura.
Notevole è anche il diario postumo
Tagebuch seiner Beobachtungen über Schriftsteller und über sich selbst (1787), in cui emerge evidente e doloroso il dissidio fra Illuminismo e fede religiosa.
Nel 1736 fu nominato docente di materie mediche presso l’Università di Göttingen e nel 1738 divenne medico personale di re Giorgio II d’Inghilterra. Fra il 1743 e il 1754 pubblicò le
Icones anatomicae, nuovo modello di atlante anatomico basato sugli studi condotti a Göttingen.
Dal 1754 fu sovrintendente alle saline di Roche e nel 1762 governatore della provincia d’Aigle. Nel 1766 terminava la monumentale opera in otto volumi
Elementa physiologiae corporis humani iniziata nove anni prima.
Durante questa intensa attività Haller trovò modo di sposarsi tre volte e di avere ben undici figli. La sua era considerata la maggiore biblioteca privata del tempo.

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Alfredia acrobata

Alfredia acrobata
di Giuseppe Popi Miotti

Uscì dalla piccola nicchia rocciosa dove aveva trascorso le ore buie. Il sole era già sorto e i caldi raggi ebbero subito effetti prodigiosi sui suoi lunghi arti anchilosati dal freddo e dal profondo torpore che lo invadeva durante la notte.

Si guardò attorno e, come in una successione di scatti fotografici, i suoi occhi misero assieme il Mondo. Rocce, rocce ovunque, tinte dei colori più svariati, dal rosso al verde, dal bianco al giallo, ora ruvide e ben appigliate, ora più lisce e luccicanti. Percorse prudentemente la piccola sporgenza fuori dalla nicchia e balzò su una piccola prateria spugnosa stillante rugiada. Si dissetò e si mise in cerca di un po’ di cibo; dalle immani voragini attorno saliva, portato dal vento, il rombo delle acque che precipitavano a valle e, di tanto in tanto, il fragore dei ghiacci e delle rocce che si frantumavano.

Intanto il sole avanzava implacabile, segnando il veloce trascorrere della sua vita e ogni volta che lo guardava non poteva evitare l’istintivo e sempre più urgente impulso che lo spingeva alla ricerca di una compagna.

Da quando era nato, a parte poco tempo, era vissuto in completa solitudine fra quelle immense rupi spaccate, battute dai venti, riarse dal sole e gelate dalle nevi perenni. Era sfuggito a molti nemici famelici, a volte grazie alla fortuna, altre volte grazie alle sue doti di mimetismo che avevano nell’immobilità assoluta la loro espressione migliore. La montagna, il più delle volte difficile e ostile, in altre circostanze mostrava in fin dei conti anche dei lati positivi: fessure e anfratti fornivano ovunque un facile e rapido riparo.

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Guardò verso l’alto. Una lunga cresta rocciosa saliva, infinita, verso dimensioni per lui insondabili. Oltre un primo risalto di rocce rossastre, il crinale proseguiva a vista d’occhio, chissà per quanto ancora. Una cresta simile, parallela a quella dove si trovava, era assai distante, separata da un gigantesco ventre concavo di nevi e rocce nere stillanti acqua. Forse qualcuno dei suoi si trovava là, ma come raggiungerla? Il tempo a sua disposizione era ormai agli sgoccioli e la traversata del “ventre concavo” gli avrebbe richiesto troppo tempo: sarebbe senz’altro morto in quelle livide oscurità.

Allora meglio sulla sua cresta solare e ventosa, meglio cercare qualcuno più in alto o… più in basso, l’importante era trovare una femmina.

Aggirandosi sulla soffice prateria si preoccupò di mangiare qualcosa per mettersi in forze. Non che quei luoghi fossero ricchissimi di cibo, ma sapendoci fare, sfruttando l’effetto fluidificante della rugiada, cercando fra i fiori e le altre formazioni vegetali, si poteva contare su una dieta completa anche se spartana. Più in basso, nel piccolo giardino alpino all’inizio delle rocce, c’era più varietà, ma anche più pericolo di essere predati.

Salì su un esile fusto per guardarsi meglio attorno, ma quando fu quasi in cima, questo iniziò a piegarsi gentilmente sotto il suo peso per poi rompersi di schianto. Il soffice manto della prateria attutì la caduta e lui, per nulla scosso, riprese le sue peregrinazioni.

Giunto sul margine della distesa erbosa, abbandonò l’oasi vegetale per riafferrare le rocce e, montato su una sporgenza, stette un attimo a pensare, osservando la vastità immobile e grandiosa che lo circondava. Da qualche tempo per regioni misteriose, aveva preso interesse per il Mondo, che gli pareva insolitamente grande, uno spreco di risorse inutile: a quelli come lui bastava ben poco per vivere, poco spazio, poco cibo, poca acqua… Ma forse quella vastità serviva anche ad altri esseri ed eccone spiegata la ragione. In effetti, sebbene raramente, durante la sua veloce esistenza aveva avuto modo di vedere creature più grandi. Il più delle volte si era trattato di mostruosi volatili che volteggiavano in aria sfruttando le correnti atmosferiche. Curiosamente, più grandi erano e più questi animali si disinteressavano a lui; molto più pericolosi erano i piccoli alati che piombavano d’improvviso sui suoi simili e se ne nutrivano selvaggiamente contendendosi arti e brani della vittima.

Solo in un paio di occasioni gli era capitato di vedere viventi ancora più grandi, ma si era trattato di visioni fuggevoli e lontane. Esseri con quattro zampe che si aggiravano sulle rocce e i detriti, cibandosi di erbe. Non sembravano per nulla ostili, per quanto fossero veramente giganteschi e muniti di minacciose corna, aguzze e ricurve. Erano anche abili scalatori. Niente di paragonabile alle sue doti, però, considerata la stazza, non si muovevano male. Da quello che aveva saputo dai più anziani del suo popolo, gli ultimi che vide quando era ancora piccino, esistevano anche molti altri animali fra cui qualcuno decisamente pericoloso.

Gli avevano parlato, infatti, di draghi con la lingua biforcuta, eccellenti scalatori, veloci come il fulmine e agili al punto da potersi infilare in ogni pertugio; e dove non arrivavano loro, arrivava la loro tremenda lingua… Le piccole e inutili ali di cui era fornito erano più che altro un impiccio e l’unica salvezza dai nemici, nasceva dall’innato, quasi paranoico, senso di prudenza che caratterizzava la sua specie.

Intanto il sole e la sua vita stavano consumandosi… Guardò in giù e poi in su ed infine decise di muoversi verso l’alto, nelle zone meno frequentate dai predatori, dove forse avrebbe potuto riprodursi.

Iniziò così la sua lenta arrampicata. Affrontò una compatta parete rossa, ricca di appigli, ruvida e splendente, Al suo termine, dopo un gradino, sfruttò una sottile lama rocciosa che proseguiva in obliquo e poi s’infilò in una fresca spaccatura che superò con piacere e senza fatica, per trovarsi sotto un grande strapiombo che poi diventava soffitto. Senza curarsi di eventuali aggiramenti più facili, s’afferrò alle rocce e pian piano vide il mondo capovolgersi.

Traversò il lungo soffitto incontrando qualche difficoltà soprattutto quando si ricordò che le piccole ali non gli sarebbero servite in caso di caduta, ma ne uscì soddisfatto e vittorioso per sostare su un altro gradino.

Si guardò attorno… il vento sussurrava fra le rocce; e le nebbie erano salite a velare le grandi quinte minerali che scandivano la montagna. La cresta s’impennava smisurata… eterna. Il confronto fra il tratto che aveva salito e quanto ancora lo sovrastava era avvilente; ma non poteva, non doveva perdersi d’animo. S’aggirò triste su alcune gradinate rocciose cercando disperatamente, ora non più una compagna, ma anche solo uno dei suoi simili. Poi ci si mise anche il vento, che si era rafforzato e di tanto in tanto cercava di strapparlo dagli appigli con raffiche improvvise e iraconde. In quelle circostanze i suoi esilissimi arti e tutto il suo corpo si distendevano assecondando la corrente d’aria che sembrava quasi aver ragione delle sue forze: una volta completamente disteso, nessun muscolo doveva opporsi alle folate e le estreme appendici, fortissime, avevano buon gioco nel tenerlo aggrappato con poca fatica.

Dondolandosi da appiglio ad appiglio, caracollando apparentemente incerto sulle gambe sottili, ma determinato, riprese la sua scalata. Aveva appena allungato un arto oltre il bordo dell’ennesimo strapiombo quando, girandosi un attimo verso il vuoto, il suo occhio sinistro colse dei movimenti più in basso.

Senza sforzo apparente risolse il passaggio e, messosi più comodo, si fermò a osservare. Due creature bipedi, ma che si muovevano usando quattro arti, stavano salendo verso di lui. La loro andatura era goffa e imprecisa, quasi ridicola e sembravano uniti da quello che gli parve essere il filo di una grossa tela di ragno. Tuttavia i due esseri, per quanto evidentemente inadatti, facevano passi smisurati e in breve gli furono addosso.

Incerto sul da farsi, colto di sorpresa dalla repentina velocità con cui era stato raggiunto, scelse la strategia del far finta di nulla. Ignorando gli intrusi riprese a salire, ciondolando e molleggiando elegantemente sulle gambe, quasi per mettersi in mostra.

I due esseri salivano un po’ distanziati fra loro e ogni tanto emettevano strani brontolii che parevano un dialogo. Uno l’aveva già superato senza accorgersi della sua presenza e così stava facendo l’altro quando, con una esclamazione, si arrestò. I quadruplici occhi del mostro gli si avvicinarono e i lunghi peli che gli coprivano il muso giunsero a sfiorarlo, ma nulla accadde. Si aspettava di essere divorato da un momento all’altro, ma, resistendo al panico, proseguì nel comportamento dello gnorri. I grandi occhi lo seguirono per un bel po’ mentre calde vampate di aria umida uscivano da quella che pareva essere la bocca del gigante.

Sentì l’essere richiamare l’altro, quello di sopra; il filo di ragnatela si tese e l’animale si tolse di dosso una specie di sacco che portava dietro il torace, mettendosi a frugare ansiosamente. Ne trasse un piccolo recipiente trasparente colmo a metà di uno strano liquido rosa. Vide due enormi artigli afferrarlo in una morsa implacabile e per un attimo si trovò in aria per poi precipitare nella prigione di vetro. Non toccò subito il liquido rosa e con tutte le sue forze tentò più volte di uscire da tubo, di tornare sulle sue rocce; ma le pareti di cristallo erano lisce, invincibili anche per uno scalatore come lui. La lotta durò qualche minuto, ma dopo aver esaurito le forze si lasciò cadere, quasi con piacere, nel liquido rosa che subito cominciò ad intontirlo. Sarebbe morto, ormai lo sapeva, sarebbe morto senza più aver incontrato altri della sua specie né tanto meno una compagna.

Ormai immerso completamente, i suoi occhi misero ancora una volta assieme la sequenza fotografica del Mondo di fuori, ora tinta di un rosa pallido. Vide la sua cresta ventosa, vide le grandi quinte e le nebbie della sua montagna e infine i quadruplici occhi del gigante brillare di soddisfazione. Poi tutto divenne oscurità… La mosca chionea (con ali atrofizzate o ridotte) trovata dal Professor Alfredo Corti sulla cresta ENE del Pizzo Ventina nel 1912, fu portata a Torino e fu studiata dal Professor Mario Bezzi, direttore del Museo di Scienze Naturali della città, il quale riconobbe in essa non solo una specie, ma anche un genere nuovo. Scrisse Alfredo Corti: “Il prof. Bezzi riconosceva nel piccolo moscerino, poiché era un dittero, ma senz’ali, il rappresentante di una curiosa nuova specie, anzi di un nuovo genere di insetti e, a ricordare in una gentile unione il raccoglitore e l’ambiente sovrano, lo chiamava Alfredia acrobata.” Durante la Seconda Guerra Mondiale, in seguito ai bombardamenti alleati sulla città, parte della collezione di Bezzi andò distrutta per sempre e con essa l’unico esemplare conosciuto del protagonista di questa storia.

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La gabbia tecnologica

La gabbia tecnologica
di Giuseppe Popi Miotti

Ricordo d’aver letto, su La Stampa, un articolo che magnificava la messa a punto di una sorta di “scatola nera” per le attrezzature alpinistiche, tramite la quale si avrebbe un costante monitoraggio dell’usura e quindi del grado di affidabilità dei materiali. Credo sia stata questa notizia a stimolare le considerazioni che leggerete di seguito circa il nostro rapporto con la tecnologia applicata alle attività sportive outdoor, alpinismo ed escursionismo in primo luogo.

GPS
GabbiaTecnologica1-gps60Indiscutibilmente viviamo in una società in cui, pur di stimolare i consumi, tutto è lecito, compreso un certo sottile terrorismo che, se si guarda con attenzione, è percepibile ovunque e a volte raggiunge livelli notevole comicità. Basta accendere la TV per scoprire che non avere i denti bianchi è un problema: occorrerebbero una decina di spazzolini e altrettanti dentifrici. Lo stesso vale per il bucato o le piastrelle di casa che vanno “igienizzati” con inutili prodotti sterminanti e sterilizzanti, pena chissà quali malattie: ma noi stessi siamo cosparsi di miliardi di acari che lasciamo a destra e a sinistra, e che dire dei batteri? L’unica sarebbe una bella bomba atomica.

Sempre di più ci troviamo imprigionati nella gabbia dorata di una finta sicurezza che ci viene paternamente “consigliata” dall’alto, dallo Stato, dalle multinazionali, dalla pubblicità; e sempre più facilmente, per spirito di disciplina o pigrizia mentale, ci facciamo prendere da questa logica, dimenticando che uno degli ingredienti principali della vita è dato proprio dall’incertezza.

Il campo delle attività all’aria aperta non sfugge a queste dinamiche, anzi, proprio perché ha per teatro luoghi al di fuori della rassicurante cerchia della casa o della città, ancor più si presta al gioco. Così, oggi, chi si cimenta con l’ambiente naturale ha a disposizione una notevole scelta di apparati che, per come se ne parla, e per come sono presentati, sono in grado di azzerare o quasi tutti i rischi. Il GPS, l’ARTVA, il telefono cellulare, l’APP del Soccorso alpino che permette di rilevare la tua posizione, e adesso magari la Scatola nera…

Non voglio demonizzare a tutti i costi queste meraviglie tecnologiche di cui riconosco a volte l’utilità, ma avendo avuto la fortuna di fare alpinismo quando ancora non c’era neppure l’elicottero per il soccorso e le previsioni del tempo erano un optional, mi rendo conto che se da un lato abbiamo guadagnato qualcosa in termini di sicurezza, dall’altro abbiamo perso quasi del tutto alcuni degli aspetti più caratterizzanti di questa attività: l’incontro con l’ignoto e quindi con l’avventura e il senso di libertà che deriva dall’essere noi stessi responsabili fino in fondo di ogni nostra azione, di ogni nostro passo. Senza contare che la cieca fiducia in questi strumenti ha fatto venire meno un’altra importante qualità, forse la più importante: la capacità di studiare e valutare il terreno con umiltà, mettendo in conto anche la possibilità di una rinuncia.

Purtroppo, la facile disponibilità dei mezzi tecnologici fa credere a molti che basta averli con sé per potere affrontare imprese anche di un certo impegno, magari superiori alle loro reali capacità. Si tralasciano, quindi, l’allenamento e la consultazione delle carte geografiche (che magari non si sanno neppure orientare), si perde l’abilità di agire in maniera flessibile ed elastica adattandosi all’imprevisto. L’idea diffusa, almeno fra i meno esperti, è che il GPS non può sbagliare, che l’ARTVA ti protegge sempre dal morire sotto una slavina, che col telefonino si è sempre in grado di chiedere aiuto. Ecco il lato oscuro di questi aggeggi: instillano un falso senso di sicurezza che spinge ad andare spesso oltre i propri limiti con conseguenze potenzialmente pericolose. Basta che la batteria si scarichi, che per qualsiasi motivo un urto danneggi l’apparecchio ed ecco che improvvisamente ci si trova soli con la Natura “ostile”, e privati di quei semplici strumenti che sono la saggezza ed il buon senso derivati dall’esperienza.

Gamma di ARTVA
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La domanda non facile da farsi è: questi strumenti, come del resto i bivacchi sulle vette delle montagne, hanno migliorato il bilancio degli incidenti in montagna o l’hanno peggiorato? Avere la certezza che sulla vetta troverò un bivacco, credere che con una telefonata mi verranno a prendere o che con l’ARTVA in pochi minuti mi troveranno sotto la slavina, sono considerazioni che subdolamente portano ad osare di più, aumentando inevitabilmente l’esposizione diretta al fattore di rischio: alcuni tragici episodi accaduti negli ultimi anni sembrano avvalorare questa mia ipotesi.

Ad esempio, ho il forte sospetto che il gran numero di incidenti scialpinistici sia dovuto più alla leggerezza con cui, grazie alla predetta finta sicurezza, si affronta la montagna invernale piuttosto che all’aumento degli appassionati. Un tempo lo scialpinismo aveva la “sua” stagione che andava da marzo a maggio, periodo in cui i pendii sono percentualmente più stabili e assestati; oggi questa stagione si è estesa a tutto l’inverno e ormai, dopo un’abbondante nevicata, neppure si prende in considerazione l’antica sapienza di lasciare che per qualche giorno i pendii si consolidino almeno un poco.

Tutto ciò non aumenta la nostra sintonia con gli elementi naturali, ma ci allontana da essi, rendendoci passanti distratti, anziché elementi stessi del contesto in cui ci troviamo; soggetti che non dovrebbero mai perdere quel senso di rispetto e timore che, contrariamente a quanto vorrebbe insegnare una certa informazione, sono una parte non secondaria del piacere di affrontare una gita o un’ascensione.

Lungi dal propugnare teorie radicali e oscurantiste, quanto scritto in questo breve spazio, vorrebbe suggerire un modo diverso di rapportarsi con l’ambiente. Un modo certamente più lento, fatto di silenzio, di partecipazione vera, dove sensibilità, esperienza, intuizione, timore, diventano i nostri strumenti principali e quelli fornitici dalla modernità, tutt’al più degli optional.

Se poi vi sentite disposti a sperimentare fino in fondo questo modo “diverso” e antico di percorrere valli e montagne o altri spazi d’avventura, vi invito a fare una prova. Affrontate una gita che già ben conoscete, magari anche facile e breve, lasciando a casa la “tecnologia”; se d’inverno provate a fare lo stesso, seguendo con ancora maggiore attenzione i ritmi della stagione, gli eventi metereologici, la morfologia del terreno e siate disposti, già a casa, a rinunciare a un’uscita. Una volta in azione vi accorgerete immediatamente che il vostro atteggiamento sarà completamente diverso e un volta tornati, anche l’escursione più banale vi avrà lasciato impressioni fortissime; ricordatevi che raggiungere una cima o la fine di un percorso sono sicuramente elementi di soddisfazione, ma non sono essenziali, perché «il viaggio è la meta».

Invece di affidarci comodamente a falsi idoli, forse dovremmo puntare ad assumere maggiormente la responsabilità delle nostre azioni nella consapevolezza che ogni attività comprende un rischio che non si può azzerare. Conoscere il “dilettevole orrore del camminare sull’orlo dell’abisso”, aiuta invece a gestire il rischio residuo e valutarne l’accettabilità o meno. Ma quel che più inquieta è che, dolcemente, e senza accorgercene, stiamo perdendo la capacità di essere liberi.

L’APP per il soccorso

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Precisazioni di Giuseppe Miotti

In seguito alla decisione di restituire il titolo di Guida Alpina e in seguito all’ovvio sciame di commenti di ogni genere, Giuseppe Popi Miotti prova qui a fornire ulteriori precisazioni sul suo gesto.

Precisazioni
di Giuseppe Miotti

Ovviamente l’eliski è un’attività che non condivido. Tranne forse che per qualcuno, è fonte marginale di reddito. Per quanto leggerete, mi sembra stupido che le Guide la sostengano. Inoltre trovo bizzarra e un po’ paradossale la potenziale situazione che si potrebbe creare con il velivolo (e il collega) che scorrazza invadente su e giù, mentre tu sali, con pelli e fatica, assieme a clienti ai quali hai promesso infiniti spazi e sconfinati silenzi.

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Ho sempre visto nella figura della Guida il “genius loci” dell’Alpe, suo custode, difensore e valorizzatore sotto ogni aspetto. Detentore di un’Etica che la potesse porre a guardia delle vette, facendone anche un referente imprescindibile per ogni scelta politica fatta sul territorio e non passivo spettatore. Pertanto non condivido la pur comprensibile deriva verso la spettacolarizzazione, la mercificazione estrema, l’accondiscendenza verso pratiche snob che trovo svilenti la nobiltà della figura professionale.

Si pensi a una Guida come Giacomo Fiorelli, che minacciò di slegare e abbandonare i clienti sulla normale del Dente del Gigante allorché provarono ad afferrarsi alle corde fisse. Era il 1905! Che ne dite, sempre a esempio di un Tita Piaz, il cui impegno civile fu per lo meno pari a quello messo sulle vette? O di Confortola, sindaco e maestro in Valfurva? In un paese di montagna la Guida era considerata al pari del parroco, del medico condotto o del primo cittadino.

La cultura cittadina è stata fonte di tanti cambiamenti fra le montagne e le loro genti. Molti sono stati positivi, altri sicuramente no. Un po’ succubi e un po’ autoconvintisi di una loro inferiorità, gli abitanti delle località montane, specialmente quelle più “deboli” per storia e cultura, hanno facilmente ceduto alle lusinghe del progresso senza pensiero, del guadagno facile e hanno così “(s)venduto” l’anima al diavolo. Credo che questo sia un po’ capitato anche nel mondo delle Guide alpine dove, a partire dalla fine degli anni ’70, si è imposta una tendenza che, senza voler fare di ogni erba un fascio, vive forse con disagio incolmabili carenze di lignaggio, mascherandole con il tecnicismo estremo e un professionismo da manager rampante.

Non è sufficiente una noiosa lezione di storia dell’alpinismo, forse inserita più per convenienza politica che per convinzione nei corsi Guida, se manca la cultura di fondo, se ci si affida alla professione facendone una delle tante per campare. Bisogna riappropriarsi del Significato Mitico della parola Guida alpina distinguendosi dalla massa e dagli stili di un consumismo peraltro in grande crisi. Non pare bello nascondersi dietro all’assenza di leggi per giustificare pratiche poco o nulla ecologiche. Se non c’è una legge che proibisce di spacciare droga dobbiamo allora ritenerci autorizzati a farlo? Per non parlare poi della “coerenza secondo convenienza” che sembra abbastanza in voga.

Non sono un ecologista radicale e non sono fra coloro che vogliono le Alpi e la loro gente in “formato Heidi”. Per fermarmi a un solo esempio, ci sono strade che, ben studiate e gestite hanno consentito il recupero di molti alpeggi, ma ve ne sono molte costruite in maniera quasi selvaggia per servire captazioni idroelettriche private, cave e altre speculazioni.

Contro queste azioni di spadroneggiamento mi sono sempre battuto e continuerò a farlo. Prima ero orgoglioso nel firmarmi come Guida alpina, da oggi lo farò semplicemente mettendo il mio nome. Ho preso le distanze dalla professione già tre o quattro anni or sono uscendo dall’Albo regionale e da allora la distanza che mi separa dalla professione è solamente aumentata, Ho ribadito il distacco con la recente presa di posizione che per forza doveva essere pubblica e ho usato toni rispettosi verso la categoria. Quindi qualsiasi cosa si dica scivolerà via come acqua fresca.

L’elicottero è diventato mezzo essenziale per trasportare rifornimenti, per il soccorso alpino, per particolari esigenze (vedi il filmato che le Guide lombarde stanno preparando) in questi casi non vedo come lo si possa criticare. Anche a me è capitato di salire a bordo, quando facevo l’elisoccorso, e per altri lavori in quota come, a esempio, quando è servito per riportare a valle i rifiuti sparsi sui ghiaioni della Marmolada. E non vorrei certamente tornare al tempo in cui, in un paio di occasioni mi trovai a guidare il mulo alla capanna Gianetti.

Diversamente che per l’eliski, in questi casi il velivolo arriva e poi se ne va poco dopo e comunque non è usato a scopi ludici, ma di utilità, foss’anche quella di promuovere un’immagine come quella della Guida.

Sull’argomento delle vie attrezzate o meno,  sono invece giunto a dire che o le si schiodano integralmente, imponendo che restino tali, oppure, dove è impossibile usare una protezione mobile è meglio mettere un fix; questo perché non trovo giusto affidare la mia vita a un chiodo messo anni prima che, se allora poteva essere eccellente, col passare degli anni potrebbe essere quasi inutile al suo scopo.

Comprenderei una chiodatura “giudiziosa”delle vie con un “restauro conservativo” (punti di sosta, magari neanche tutti, e punti dove è impossibile mettere protezioni mobili) per farle rivivere, proteggendole, fra l’atro, dalla voracità di molti apritori d’assalto che nel migliore dei casi le intersecano con edonistiche vie a spit e a volte le “calpestano” sovrapponendosi a molti tratti. Per l’intelligenza e la capacità di leggere la montagna con cui furono aperti, questi itinerari meritano di essere ancora ripetuti e sono un insegnamento da non dimenticare. Io le considero opere d’arte.

Il paragone è forse un po’ estremo, ma pensate alle migliaia di capolavori che avremmo perso se lasciati in balia del tempo e dell’incuria: trovo fantastico potere ammirare la Vergine delle Rocce grazie a una pulizia e a un fissaggio dei colori con detergenti e resine che la rendono più “forte” e smagliante. I puristi si opponevano agli interventi nella Cappella Sistina, ma fu presto chiaro che quello che si vedeva prima del restauro non era il Giudizio Universale come lo dipinse Michelangelo e come lo poterono ammirare per i primi decenni successivi.

Per concludere volevo ringraziare tutti coloro che hanno partecipato al dibattito perché hanno contribuito a dare ancor più senso a una decisione “estrema”. Ho constatato che il mio gesto ha smosso numerose coscienze, molte delle quali hanno testimoniato solidarietà in privato per comprensibili motivi, confermando il senso profondo della frase che Platone fa dire a Socrate nel Fedro: “E ciò che è bene, Fedro e ciò che non è bene – dobbiamo chiedere ad altri di dirci queste cose?”

Giuseppe Miotti nella discesa esplorativa nel Canalone del Gigio. Marmolada pulita 1988, 14 settembre.

14.09.1988, G. Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio. Marmolada pulita 1988, Dolomiti