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Vasco Taldo e Nando Nusdeo

Taldo e Nusdeo, una cordata irresistibile
Il 12 gennaio 2014, giusto un anno fa, si spegneva Vasco Taldo, all’età di 82 anni. Conosciuto e amato da un grandissimo numero di persone, Vasco ha lasciato un vuoto enorme, forse pari alla sua statura di gigante buono. Appassionato della vita sportiva, fino a poco tempo prima lo si vedeva ancora pedalare per le strade della Brianza o arrampicare con tanti amici di molto più giovani di lui. Assieme a Nando Nusdeo aveva costituito una cordata davvero storica.

Nando Nusdeo e Vasco Taldo, entrambi accademici del Cai, durante una manifestazione sportiva in Valtellina. Foto: Roberto Serafin
Taldo-nusdeo-e-taldo1-300x244Un’intervista “storica”
di Giuseppe “Popi” Miotti (l’incontro tra i tre è avvenuto nel 1989, l’intervista è stata ripresa da MountCity il 21 agosto 2014, e qui riprodotta per gentile concessione)

La prima volta che li vidi fu in Val Torrone, il giorno dei mio battesimo alpinistico. Ci incontrammo quasi alla base del magnifico obelisco di granito giallo e grigio che da quando avevamo oltrepassato il limite del bosco aveva soggiogato il mio sguardo affascinandomi con le sue fattezze da castello incantato. Fu l’amico Carlo Pedroni a spiegarmi che l’obelisco era il Picco Luigi Amedeo e “quei due omettini che vedi davanti a noi sono quelli che hanno salito per primi la parete est nel 1959”. Il Carlo aveva fatto la seconda ripetizione del Picco e, bevendo i suoi discorsi, già ne conoscevo tutti i segreti e le difficoltà. Quel giorno nacque una “storia” fra me e il Picco e quei due signori dell’alpe mi parvero quasi dei marziani o degli dei: quale privilegio l’averli salutati. Ora gli dei sono seduti al tavolo di un tranquillo salotto; come al solito non mi sono preparato alcuna domanda. Tutto deve fluire da una discussione fra amici. Entriamo comunque subito nel vivo dell’argomento andando a parlare proprio del Picco Amedeo.

Giacomo Pedersoli in arrampicata sulla Taldo-Nusdeo del Picco Luigi Amedeo, 5 agosto 1981
Picco Luigi Amedeo, via Taldo-NusdeoCosa ha rappresentato per voi quella salita?
Nusdeo
: “L’’idea è stata di Vasco, io non l’avevo mai neppure sentita nominare. C’erano stati dei tentativi dei lecchesi e anche di Roberto Osio; lo stesso Bonatti si era aggirato da quelle parti, ma aveva fatto lo spigolo. Forse la cosa poteva sembrare un po’ complicata per quei tempi e il nostro punto di forza fu probabilmente il fatto che non avendola neppure mai vista, non abbiamo avuto il tempo neppure di spaventarci. Siamo arrivati lì, l’abbiamo attaccata e l’abbiamo fatta. In quei tempi non ci siamo neppure accorti di poter fare una via che poi sarebbe rimasta e avrebbe detto qualcosa nella storia alpinistica del Masino. C’è da aggiungere che era un po’ fuori dallo schema di salite come la Nord-est dei Badile o dello spigolo Vinci al Cengalo. Noi comunque eravamo già ben avvezzi a certe difficoltà per cui, boh!, sì, dura, ma neppure più di tanto. Noi eravamo legati a un ambiente piuttosto spinto, formato alla scuola dei vari Maggioni, Niga, che già allora facevano salite molto impegnative”.

Taldo: “Inoltre, a proposito della salita, ci sarebbe da specificare che non è stata fatta così in artificiale come può far pensare il numero dei chiodi riportato nella relazione. Su circa venti tiri diciotto sono stati condotti dal Nando e il numero dei chiodi riportato è dovuto al fatto che a quei tempi, per poter dire di aver fatto qualcosa di serio, bisognava dire di aver usato molti chiodi. Allora abbiamo contato tutti i chiodi: quelli di fermata più gli altri”.

Nusdeo: “Addirittura attaccammo più a sinistra della vecchia fessura d’attacco, su una placca compatta che mi respinse a una dozzina di metri dalla base. Rifacendo la salita con le pedule mi è tornato in mente che molti passi sono stati fatti già allora in libera. Io l’ho ripetuta un paio di volte, Vasco quattro. Oggi la si può giudicare una bella via, neppure troppo attrezzata, su roccia buona. Ben diversa da quello che poteva essere ai nostri tempi dove c’erano parecchi tabù che limitavano l’azione. Il nostro era un alpinismo sofferto, bisogna dire quello che è. C’erano i miti, come il traverso alla Cassin sulla Ovest di Lavaredo. Ti mettevano addosso la paura, ma poi quando andavi a farlo, ti accorgevi che era una cosa fattibilissima”.

La parete est del Picco Luigi Amedeo. Foto: R. Ganassa
Taldo-fotoR.Ganassa-val_torrone_picco_luigi_amedeoLa stessa cosa, mi ricordo che valeva anche per il Picco. Attorno alla vostra salita (dell’1 e 2 giugno 1959) e alle poche ripetizioni, aleggiava un’aura di mito che tendenzialmente scoraggiava molto.
Taldo
: “In effetti, dobbiamo anche ricordare che le prime ripetizioni alla parete sono state effettuate nello stesso stile usato da noi e quindi era logico che si innescasse il processo di mitizzazione”.

Qual era l’ambiente alpinistico monzese negli anni in cui voi avete fatto il Picco?
Taldo
: “Nel ’58, ’59, a Monza apparve Bonatti che ben presto si staccò, Oggioni e Aiazzi che formavano una coppia molto forte e poi, credo, c’eravamo solo noi. Gli altri sono venuti più tardi».

Nusdeo: “Tant’è vero che per arrampicare io dovevo spesso cercare compagni altrove. Ad esempio la direttissima alla Cima Grande la feci con Casimiro Ferrari, di Lecco”.

E il Bonatti di quei tempi?
Nusdeo
: “Eh, sai, Walter aveva già quella personalità un po’ particolare che tutti sappiamo. Che poi uno possa essere d’accordo o meno questo è un altro discorso. E’ sempre stato un grande alpinista, soprattutto come testa. Da noi è classico, ancora oggi, parlare di Walter come quello che d’inverno faceva i bivacchi sui terrazzini per allenarsi al freddo; si allenava al freddo e alle intemperie e soprattutto, se aveva un obiettivo, non mollava facilmente. Walter aveva già iniziato una sorta di alpinismo scientifico e un certo semi professionismo”.

Voi invece?
Nusdeo
: “Noi andavamo la domenica. Noi eravamo i soliti proletari meccanici: Vasco lavorava alla Falk e io in una fabbrica di Monza”.

Taldo: “Il professionismo, in qualsiasi attività, non viene determinato dal denaro che si guadagna ma dal tempo che uno dedica ad essa”.

A voi non è mai passato per la testa di dedicare tutto il tempo alla montagna?
Nusdeo
: “Io ho fatto un tentativo abitando ai Resinelli per un anno e mezzo, ma era più il tempo che scappavo via tornando a Monza che quello che passavo lassù. Quell’anno ho cominciato a non arrampicare più e mi chiedevo cosa stessi facendo, io nato cittadino, in mezzo ai monti. Forse il mio alpinismo è sempre stato legato più che altro a fattori di divertimento e di amicizia: non avrei fatto la guida, non mi divertivo e quindi non ero spinto, stimolato. Ho ricominciato ad arrampicare con la nascita dell’arrampicata moderna. Un bel giorno ci siamo messi in Val di Mello, abbiamo indossato le scarpette e ci siamo guardati in faccia dicendo: ‘cià, ragazzi, proviamo…’. Da qui è ripreso lo stimolo e oggi proseguo con soddisfazione”.

Taldo: “Per me la cosa è un po’ diversa perché non ho mai concepito lo sport come professione. lo pratico diversi sport, mi piace andare in bicicletta e da giovane praticavo molto il canottaggio, sport dal quale ho avuto le maggiori soddisfazioni. Inoltre col mio fisico bisogna tenersi molto, molto allenati”.

Vasco Taldo a Pokhara (Nepal), agosto 1973
Annapurna 1973. Vasco Taldo a PokharaAll’alpinismo come siete arrivati?
Taldo
: “Io ci sono arrivato perché, con il canottaggio ero troppo condizionato. Siccome considero lo sport un atto liberatorio, non mi andava molto di avere tutte le volte un allenatore che mi diceva: fai così, fai cosà; il timoniere che ti dice: adesso bisogna scattare. Come, bisogna scattare?! ‘Scati quant che voeri mi; scati!’. Erano duri anche gli allenamenti e così è diventato più comodo fare qualcosa in cui se voglio vado, se non ne ho voglia sto a casa e nello stesso tempo ho modo di togliermi parecchie soddisfazioni”.

Nusdeo: “Io sono un po’ diverso. Per me c’entra sempre il discorso degli stimoli. Ho iniziato a 14 anni, al Nibbio, e subito siamo andati da capocordata: Cassin, Comici, dopo alcune salite da secondo sono sempre andati davanti. La difficoltà mi ha sempre entusiasmato e già allora, fra la scelta di fare lo spigolo Dorn, l’Albertini o la Cassin al Sigaro, io, anche se stavo su 5 ore in parete, sceglievo la Cassin. Non me ne fregava niente dei facile e sempre questo ha un po’ diretto il mio alpinismo. La bellezza della parete? Sì, ma era molto più importante la difficoltà e la storia che aveva. Difatti, quando siamo andati alla Walker, era per fare la seconda ripetizione italiana. lo avevo il mio bigliettino, un po’ alla tedesca, e cancellavo man mano tutte le salite che facevo. Però cercavo tutte salite un po’ dure, difatti mi sono anche arrabbiato con Vasco, ai tempi in cui ci siamo divisi, perché mi aveva bidonato con la salita all’Eiger che era un mio sogno. Ancora oggi mantengo questa mentalità”.

Dopo la Carlesso alla Torre Trieste: (da sn) Nando Nusdeo, Carlo Casati, Romano Merendi e Alberto Marchionni
Taldo-Dopo CarlessoTrieste-NusdeoCasatiMerendiMarchionni

Tutto sommato è bello essere consci in pieno di ciò, molti magari il bigliettino ce l’hanno in testa e negano dì avere ambizioni come quelle che tu esponi con tanta tranquillità.
Nusdeo
: “A me dava una certa gioia e soddisfazione fare qualcosa di unico. Quando abbiamo fatto la prima ripetizione italiana alla via Magnone al Dru, fu una cosa bellissima. Nel 1957 ero già sulla Bonatti al Capucin, con un compagno che non andava. Ho fatto su due bivacchi, sotto la neve, perché allora il tempo non sapevamo neppure cosa fosse. Ma quando sono uscito fuori ero contentissimo. C’era gente che aveva fatto la traversata delle Aiguilles du Diable o la Cresta dì Rochefort: a me non fregava niente. E, va beh, dicevo, le farò quando avrò 65 anni, adesso anzi li sposto a 70. Magari poi vado a fare trekking o la traversata della Corsica. Sono due cose che mi danno sensazioni diverse e ugualmente intense”.

A proposito di età, voi arrampicate ancora, non è vero?
Nusdeo
: “Guarda, da quando ho visto Erich Abram sulla via Concordia, andare da capocordata a 68 anni, ho dilatato moltissimo la mia ambizione. Oggi come oggi, se uno si tiene in forma, l’età non è un grosso problema”.

Taldo: “Io sto partendo adesso per le Torri del Paine e ho appena fatto la Carlesso alla Torre Trieste. Io 58 anni, l’altro 54 e il terzo 48”.

Guido Machetto, Rino Prina e Vasco Taldo sulla via del Campo 1 all’Annapurna, settembre 1973
Annapurna, spedizione italiana 1973, sosta poco prima del campo 1, Guido Machetto seduto, Rino Prina e Vasco Taldo

Chi furono, se ci furono, i vostri maestri?
Nusdeo
: “Fra tutti vorrei ricordare Giuliano Maggioni, arrampicatore incredibile che come Walter era un ginnasta molto preparato e atleta completo”.

Taldo: “Quello che conta non è stato tanto l’esempio comportamentale ma il suo modo di descrivere le cose dal punto di vista veramente tecnico e sportivo. Non c’erano dunque concessioni alla mitizzazione, all’esagerazione e questo ci ha aiutato moltissimo perché andavamo ad affrontare le salite senza quel freno psicologico che altri potevano avere. Si sapeva il grado, si sapeva che eravamo capaci di farle e si sapeva che non c’erano ostacoli insormontabili. Ricordo che, una volta, altri alpinisti ci hanno raccontato una salita: tuoni fulmini e saette, morti a destra, morti a sinistra. Noi, spaventati, siamo tornati a casa; la settimana dopo facemmo l’ascensione trovandola assolutamente una cosa normale”.

Nusdeo: “Venuti su a questa scuola, quando siamo entrati nell’Accademico siamo stati subito presi per i più rigidi. Del resto, con questa mentalità, più sportiva, anche i criteri di valutazione nascevano di conseguenza. Altrove l’ambiente era molto meno spinto; solo a Monza e a Sesto si sviluppò questa tendenza “estremizzante”. Era un discorso un po’ nuovo e un discorso senza dubbio proletario, questo bisogna dirlo. E di questo poco si è saputo perché quasi nessuno di noi è mai riuscito a scrivere, a parte Bonatti che però è un discorso a parte”.

Taldo: “Diciamo che sul piano sociale questo fatto ha una ben precisa motivazione. Si era nei primi anni dei dopoguerra; allora gli studenti mancavano quasi completamente e questo è stato un grave handicap per tutto lo sport perché veniva a mancare la componente culturale. Chi poteva praticare l’alpinismo in quei tempi? I ricchi? I ricchi no, perché erano stati stangati negli anni prima e durante la guerra e quindi, dalle città, andavano in montagna i lavoratori. Gli operai delle grosse fabbriche che si riunivano in gruppi più o meno grandi; neppure gli esercenti potevano muoversi, perché allora erano costretti a lavorare anche di domenica”.

Nusdeo: “Infatti noi non eravamo neanche iscritti al CAI, ma eravamo un gruppo, i Pell e Oss, nato in seno all’Unione Operaia Escursionisti Italiani. Mentre il discorso un pochettino più d’élite era legato al CAI, però con una forma di alpinismo più ‘mitico’ e meno sportivo”.

Questa tendenza alla mitizzazione degli ambienti del CAI non ha in fin dei conti rallentato il progresso dell’alpinismo italiano?
Taldo
: “Mah! lo la penso in questo modo: la mitizzazione è sempre determinata da una certa ignoranza di come stanno le cose. Quando, successivamente, si sono avvicinati all’alpinismo gli studenti, e gente che aveva la mente un po’ più sgombra da certe ideologie, anche politiche, ecco che c’è stata una notevole scossa”.

Nusdeo: “Secondo me l’alpinismo italiano è sempre stato molto provinciale, è sempre stato un po’ chiuso in sé e agli scambi culturali con le altre nazioni alpine. Mi ricordo che i moschettoni superleggeri, gli Allain, li abbiamo visti per la prima volta sul Dru e noi non sapevamo neanche che esistessero. Attraverso le riviste dei CAI, non si sapeva assolutamente nulla di tutto ciò; c’era una ignoranza tale che a un certo punto noi ci trovavamo ad avere ancora dei miti su salite che in Francia e in Germania erano già ascensioni fattibili in tranquillità”.

Veniamo ora a una domanda rivolta a due accademici: secondo voi, non sarebbe opportuno che gli organismi centrali facessero di più per incentivare l’alpinismo in Italia?
Nusdeo
: “C’è da dire che in Italia, gli organismi centrali non esistono … “.

Taldo: “Beh, adesso non farmi dire delle cose che … “.

Vasco Taldo sullo sperone nord-ovest dell’Annapurna impegnato a filmare, settembre 1973
Annapurna, spedizione italiana 1973, salita di corde fisse tra il campo 2 e il campo 3. Vasco Taldo riprende con la cinepresa.Mi spiego meglio: non mi pare che in Italia si riesca ad aiutare veramente quelli che hanno una buona creatività alpinistica e che spesso si scontrano con la dura realtà dei costi da sostenere per fare certe cose, anche solo sulle Alpi.
Nusdeo
: “Io penso che queste nuove forme di alpinismo e di arrampicata non vadano d’accordo con il CAI, il quale ha molti soci che però, nella maggioranza, fanno tutt’altro che alpinismo. L’Accademico ha i suoi limiti, dovuti anche a una certa carenza di uomini, se si eccettuano alcuni elementi trainanti come lo stesso presidente Osio. Per il resto mi sembra che noi si sia divisi; degli alpinisti migliori, moltissimi sono guide alpine e nell’Accademico non entrano, per vari motivi, per varie battaglie che ci sono state, forse perché in Italia siamo sempre in lotta, perché ognuno vuole mantenere il suo staterello. Dalle sezioni non giunge alcun aiuto e quindi in generale noi perdiamo continuamente terreno».

Taldo: «Le nostre battaglie vanno comunque combattute nelle varie sezioni di appartenenza; tu combatterai alla Sezione di Sondrio, noi in quella di Monza e così via. Il CAI Sede Centrale è ormai un organo dello Stato, indipendentemente dall’età dei suoi vertici».

Nusdeo: «Esiste una certa classe di politici che condiziona enormemente l’evoluzione dei CAI in senso alpinistico. lo lo posso dire, Vasco forse un po’ meno, ma nelle riunioni sento solo parlare di riparazioni di rifugi. Certo occorrono senz’altro anche questi, però sarebbe sufficiente prendere due persone del consiglio e dire “ragazzi, voi vi curate la parte rifugi e gli altri curano l’alpinismo giovanile, l’arrampicata fatta in un certo modo e così via”.

Taldo: “Tutti i processi di massificazione ottengono risultati scadenti. Avremo forse in futuro anche 500.000 soci, ma cosa vuoi dire? Il vero CAI del futuro alla fine sarà l’Accademico. Per questo, noi dobbiamo cercare di allargare la base”.

Nusdeo: “C’è da dire che una parte di noi è in lotta anche con l’Accademico, perché vorremmo farvi entrare anche un certo tipo di arrampicata in falesia e ci bocciano continuamente la proposta. lo promuoverei uno che va forte sul moderno piuttosto che uno che fa la cresta di Rochefort… io ragiono in un altro modo, Vasco, e tu lo sai. Questi qui, se vanno bene in basso sono in grado di fare le stesse cose a Yosemite o sul Pilone Centrale”.

Ritratto di Vasco Taldo al campo base dell’Annapurna, 1973
Vasco Taldo al CB dell'Annapurna 1973Taldo: “Va bene, tu vai là e dimostri comunque di saperle fare. Anch’io potenzialmente posso essere Einstein, ma, cavolo, devo anche dimostrarlo. L’arrampicata sportiva va bene, però uno deve fare anche della montagna”.

Nusdeo: “Ma non potrebbe esserci un’apertura verso nuovi orizzonti? Perché? Non c’erano anche i ‘grignaioii’ dei nostri tempi che sono passati accademici?”.

Taldo: “Chi? Chi?”.

A questo punto è meglio spegnere il registratore; Vasco l’asburgico e Nando il mediterraneo continuano a parlare, a interrogarmi, a scontrarsi amichevolmente. Parliamo di argomenti che potrebbero essere un po’ delicati e riservati, parliamo anche della situazione dell’alpinismo in Italia. Ci lasciamo con la reciproca promessa di vederci per arrampicare, magari nelle nuove aree della Val Malenco in corso di esplorazione. Potrò finalmente arrampicare con i miei miti?

Dante Taldo (fratello di Vasco), Nando Nusdeo, Angelo “Bufera” Pizzocolo, n.i, Silvana Bellini, n.i., n.i. (fine anni Sessanta)Dante Taldo, Nando Nusdeo, Angelo Pizzocolo (Bufera), Silvana Bellini, x, y

Giuseppe Miotti, l’autore di questa intervista
Taldo-miotti1-184x300Giuseppe Miotti ([email protected]) inizia l’attività alpinistica nel 1970. Nel 1975 fa parte in Valtellina del Gruppo Sassisti che tanta importanza ebbe nel rinnovamento delle tecniche e delle filosofie d’arrampicata in Italia. Inizia l’apertura di nuove vie e la realizzazione d’importanti ripetizioni in tempi veloci. Convinto appassionato dell’alpinismo esplorativo, ha spesso rivolto le sue attenzioni a pareti remote e sconosciute benché nelle Alpi. Dal ‘75 ad oggi, oltre a normali ripetizioni di vie, ha compiuto circa 150 prime ascensioni su tutti i terreni.

E’ stato corrispondente della rivista ALP, ha scritto e scrive per riviste di alpinismo italiane e straniere fra cui Lo Scarpone, Rivista della Montagna, Meridiani Montagne, Pareti, Climbing, Mountain, Alpine Journal, American Alpine Journal, High, Vertical, Der Bergsteiger. Nel 2013 ha scritto il libro autobiografico Gli archivi ritrovati – un percorso tra i monti.

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Giuseppe Miotti rinuncia al titolo di Guida Alpina

Giuseppe Popi Miotti, di Sondrio, Guida Alpina e Maestro d’Alpinismo a tutti gli effetti, anche se non facente parte (in seguito alle sue dimissioni di tre anni fa) del Collegio Regionale delle Guide Alpine Lombarde, ha preso una dolorosa decisione, quella di dimettersi ufficialmente dall’AGAI (Associazione Guide Alpine Italiane) e quindi rinunciare definitivamente al titolo di Guida Alpina e Maestro d’Alpinismo.
Le ragioni di questo gesto, condensate nella qui sotto riportata lettera di dimissioni all’attuale presidente dell’AGAI, Cesare Cesa Bianchi (in copia è anche il Collegio Regionale Guide Alpine Lombarde), sono state maturate da Miotti in un lungo periodo di tempo e dipendono dalla deriva che da anni sta prendendo la professione.

Giuseppe
Popi Miotti
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La misura è stata colmata con il recente patrocinio del Collegio Regionale Guide Alpine Lombarde alla manifestazione di freeride a Livigno (vedi
http://www.europeanfreeridefestival.com/it/guide-alpine-patrocina-european-freeride-festival ma anche http://www.europeanfreeridefestival.com/it/booking/heli-day (link in seguito rimosso, NdR), dove accondiscendenza incondizionata verso l’eliski e supina adesione all’imperante filosofia di una tanto proclamata quanto illusoria piena sicurezza, sbandierata a tutti i livelli, sono i ben riconoscibili elementi che provocano il totale distacco dalla figura di una guida alpina con carisma, provocato dalla rincorsa di una sedicente e per nulla seducente figura manageriale.

Popi
vede in questa decisione il solo modo che ha per provare, con poche speranze, a sensibilizzare la categoria e a fare baluginare orizzonti diversi. L’unica perplessità (invero relativa) è che tale gesto risulterebbe di scarso peso se non avesse adeguata diffusione, a parte la soddisfazione personale. Questo, secondo lui, potrebbe cozzare un po’ con la sua caratteriale riservatezza, quella che gli imporrebbe di “fare senza dire” (come ha sempre fatto), ma forse quando è troppo è troppo (e questo lo dico io).
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 Ecco, qui di seguito, la lettera indirizzata a Cesare Cesa Bianchi:

Sondrio, 7 gennaio 2015

Caro Presidente,
alla luce di recenti avvenimenti che mi vedono totalmente alieno dalle posizioni ufficiali (vedi accondiscendenza verso l’eliski) e che considero un po’ come la goccia che fa traboccare il vaso,
comunico la mia decisione di consegnare all’AGAI il mio titolo di Guida Alpina e Maestro d’Alpinismo.
Le distanze che mi separano dall’impostazione che oggi viene data alla nostra figura professionale, sono ormai tali che a volte, lo confesso, mi trovo in imbarazzo nel dichiararmi Guida alpina.
Per me è un peso rinunciare ad un titolo che è stato ideale di alpinismo e di una montagna vissuta a 360°, col cuore ancor prima che con i mezzi tecnici.
Tuttavia ci sono momenti in cui le decisioni vanno prese senza badare troppo alle convenienze e ai sentimentalismi. Ritengo che questo sia uno di quelli.
Come ho già avuto modo di dire in più occasioni (vedi intervista sul magazine Uomini e Sport n. 9, nov. 2012), la direzione presa diverge molto dalle mie vedute, ma può darsi che sia quella giusta.
Non mi permetto di giudicare per altri, ma mi riservo la libertà di decidere per me stesso e quindi ecco il mio passo.
Cordialmente
Giuseppe Miotti


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Liss dal Pesgunfi

Liss del Pesgunfi

5 luglio 1984
La partita era chiusa solo provvisoriamente. Una parete, divisa a metà da una cengia, era stata salita fino alla cengia stessa. In seguito avevano salito quattro lunghezze difficili, per poi alla fine rinunciare di fronte alla vastità di ciò che li attendeva. Così in dieci anni i com­pagni di Popi, Giovanni Pirana, Francesco Boffini, e Jacopo Merizzi, abbandonarono per un motivo o per l’altro il progetto del Pesgunfi. Dal ben noto Sasso Remenno procedendo verso San Martino Val Masino, se si guarda in alto, ci si accorge di essere dominati da un’enorme parete grigia, a triangolo liscio e solcato solo da fasce strapiombanti. È il Liss dal Pesgunfi, un precipizio abbastanza tetro. Solo al mattino il sole indora quelle placche levigate, dando un po’ di colore ad un sogno per il resto assai sbiadito e uniforme. Sapevo di questo progetto vecchio di dieci anni e un giorno mi lasciai sfuggire con Popi una mezza provocazione: «E il Pesgunfi?». Con ciò mi ero condannato a un lavoro forza­to, ma ogni promessa è debito. Le rispettive esperienze alpinistiche si trova­rono d’accordo. Un problema, che senso ha nel 1984? Quando pareti ben più importanti sono state “fatte”, quando qualunque muro, se si usano i mezzi adatti, può essere salito e perfino può essere arrampicato in libera se si predispongono le protezioni a spit, per quale ragione vogliamo salire una parete che non è in alta montagna, che non è «il» problema, che richiederà una progressione decisamen­te artificiale? Non lo sappiamo, ma entrambi «sentiamo» che il Pesgunfi è lì per noi. Sap­piamo che il suo eterno ambiente ci concede­rà per un attimo la visita della nostra vita. Non vogliamo compiere l’impresa. Siamo ma­turi e la nostra efficienza è naturale, senza es­sere sorretta da allenamenti e diete. Per que­sto motivo le nostre produzioni non sono con­correnziali. Non mettiamo perciò in vendita questo nostro «affaire» e stabiliamo che sarà anzi una salita di lusso. Non ci poniamo limiti di tempo e di mezzi. Ogni notte dovrà essere rigorosamente dor­mita in un letto e concludiamo che lo spreco di corde fisse non aumenterà per nulla i valori da capogiro dello spreco d’energia che si per­petua quotidianamente nel mondo intero. È l’alba di una bella giornata estiva quando ri­saliamo, carichi come cammelli, vaghi sentie­rini che conducono alla cengia di metà pare­te, al di sopra dei primi 250 metri saliti dieci anni fa.

Liss dal Pesgunfi, Giuseppe Miotti in un tentativoLiss dal Pesgunfi, G. Miotti in un tentativoUn’occhiata in alto e poi i soliti rituali prepara­tivi. Sono questi i momenti in cui la conferma di quanto stiamo avviando dovrebbe esserci data dalle sempre meno incerte sensazioni che si affacciano all’approssimarsi dell’azio­ne. Credo di osservare e non posso farne a meno, e sento che mi succederà qualcosa, qualcosa di non grave. Devo impegnarmi su questa parete come si va ad un appuntamen­to del destino, ma non è un fato maligno quel­lo che incombe da questi tetti che ci sovra­stano e da quelle placche sfuggenti in alto: è piuttosto un pedaggio alla felicità. Gli aspetti esteriori di una grande salita cali­forniana occorrono subito: recuperi di zaini e materiale, risalite del secondo a jumar. Alla terza lunghezza vado avanti io: Popi ha dei brutti ricordi del tetto del Rondone, ma og­gi con l’aiuto dei friends tutto è assai meno complicato. Popi continua in un bellissimo diedro già chiodato fino a un piccolo gradino di sosta. Qui si arrestava il tentativo prece­dente. Una parete del tutto liscia ci costringe ad estrarre il perforatore e così ci alterniamo in un faticoso lavoro. II timore dell’oscurità ci fa ritirare in tempo e scendere velocemente sulle corde fisse.

Liss dal Pesgunfi, Giuseppe Miotti si appresta a salire le corde fisse nella prima ascensioneLiss dal Pesgunfi, G. Miotti nella prima ascensione6 luglio 1984
Dopo un pasto soddisfacente e una notte di buon sonno, la ripida salita fino alla cengia è un piacere. L’aria fresca del mattino, il carico più leggero, le piccole grandi cose del bosco e il silenzio addolciscono l’incombenza della grigia parete. Le corde pendono immobili nel vuoto e presto, uno dietro all’altro, siamo ben al di sopra delle appuntite cime delle conife­re. Quel vago vuoto allo stomaco che ti pren­de quando lasci il regno orizzontale per as­sorbirti nel verticale sparisce ai primi raggi di sole: si scioglie come neve. Non ho ancora detto a Popi le mie incertezze del giorno prima e ora mi sembra tutto così naturale che mi lascio prendere dai miei stes­si movimenti: faccio solo attenzione che nes­suna manovra contenga qualche errore. In breve siamo al punto massimo, dove ci atten­de un ammasso di materiale di ben complica­ta soluzione. Saliamo ancora in artificiale ma usando tutti i piccoli accorgimenti per forare il meno possibile. Dopo alcuni passaggi emo­zionanti Popi raggiunge la quinta sosta, un gradino esiguo ed erboso sotto un diedro gi­gantesco e obliquo a sinistra. È il mio turno, la fessura di fondo è di dimensioni assai variabi­li, quasi certamente si potrebbe salire in libera ma la continuità dell’ostacolo ce lo sconsiglia. Il tempo passa in fretta, non me ne accorgo perché sono del tutto impegnato nel gioco di risalire questo stupendo diedro. In cima trovo un piccolo terrazzino con una pianta, un pun­to di fermata naturale. Popi mi raggiunge do­po il consueto lavoro di pulizia e di sistema­zione della corda fissa. Decidiamo di scende­re perché è già tardi.

7 luglio 1984
Il giorno dopo è simile, con le stesse sensa­zioni rinnovate, gli stessi movimenti. Accusia­mo solo l’estrema lentezza in cui necessaria­mente stiamo progredendo. La settima lun­ghezza è un piccolo capolavoro di Popi in ar­rampicata mista. Da ricordare le sue esitazio­ni nel caricare con il peso un rurp, le protezio­ni sotto sono esigue e infide, il vuoto è gran­de. Siamo nel pieno cuore della parete, lungo la sua linea naturale, i colori vivi, la mica del granito luccica ad ogni sguardo che tenta di abbracciare questo mondo. La fessura conti­nua in seguito sempre ben incisa, così prose­guo io. Presto diventa camino strapiombante e subito dopo si restringe. Tento qualche mo­vimento in off-width, ma vengo respinto dalla paura. Sistemo un vis-roc, un aggeggio cilin­drico che si espande e fa pressione. Salgo ancora in off-width e mi sfugge di mano un grosso bong, allora metto un bong più piccolo di traverso e appeso a quello recupero il vis­roc che era sotto per rimetterlo più sopra. So­lo così riesco finalmente a piazzare un buon friend. Il seguito è sempre duro e arrivo ad una nicchia bagnata.

Val Masino, Liss dal Pesgunfi, Giuseppe Miotti nella prima ascensioneVal Masino, Liss dal Pesgunfi, prima ascensioneIntuisco che a destra, girando uno spigolo, si potrebbe proseguire con minori difficoltà e così, appeso con una mano ad una zolla rie­sco a mettere un chiodo oltre al quale mi af­faccio al di là dello spigolo. Le corde non scorrono più. Ritorno alla nicchia e faccio so­sta, l’ottava.

Popi non è molto convinto di questa mia de­viazione, ciò nonostante va a dare un’occhia­ta. Lo sento piantare uno spit, in posizione scomoda, poi traversa a destra a corda e, sull’attrito delle suole, pianta un altro spit. An­cora a destra sulle corde e raggiunge una zo­na meno verticale.

Le ore passano, io sono tutto bagnato, l’ac­qua della nicchia è più abbondante del previ­sto e fa anche freddo. Di fretta iniziamo le ma­novre di discesa, abbiamo solo mezz’ora di luce. Non ci confessiamo che siamo intimoriti da quello che ci aspetta, pendoli e manovre a non finire. Arriviamo però alla base, anche se è buio pesto. È buio anche dentro.

9 luglio 1984
Anche dopo una domenica di riposo, conti­nua a sfuggirci il perché di quello che stiamo facendo. Nei giorni precedenti ci avevano se­guiti dal basso con i binocoli ma nessuno de­gli amici ha saputo suggerirci una risposta di comprensione. Popi ed io ci sentiamo un po’ fuori dal tempo, impegnati in un’azione che per avere approvazione generale avrebbe do­vuto svolgersi almeno dieci anni fa. Il cruccio maggiore è però quella preoccupazione ini­ziale, quel funesto incombere di un evento che nessuno sa e può evitare. È proprio così facile che una corda alla quale siamo appesi si rompa e fare la fine di John Harlin? O sono soltanto dubbi di vecchiaia incipiente quelli che ci fanno tenere a silenzio le nostre paure? La risalita a jumar è lunga e sotto forte tensione. Arriviamo direttamente al punto massimo, sosta 9, evitando quella prima nel vuoto più assoluto. Giustizia vuole che vada avanti io, e dovrebbe essere l’ultimo tiro duro e complicato. Dopo varie manovre in parete, una rampa sale ora obliqua a destra e dopo 50 metri posso attrezzare una sosta scomo­da. Riparte Popi su terreno più facile e in bre­ve raggiunge una cengia con alberi. Lo seguo a jumar, aiuto il mazzo di ferraglia a districarsi, «attento, attento!», un’ombra mi sfiora il volto e si perde rumorosamente nel vuoto. C’è sangue dappertutto, la maniglia dello ju­mar è rosso-attaccaticcia. II sassone mi ha appena sfiorato ma dalla ferita poco sopra la tempia sgorga un sangue che mi chiu­de gli occhi. Il mazzo di materiale ha provoca­to la caduta della pietra e Popi è più emozio­nato di me, che ora son sdraiato all’ombra di un larice. Mi chiede ripetutamente come mi sento­, se sono in grado di capire e di agire. Con il fazzoletto mi argina il sangue e io aspetto un po’ a rispondere. Poi faccio segno che voglio continuare, che non ha senso es­sere venuti fin qui solo per prendermi un bloc­co sul cranio.

Alessandro Gogna ferito dal sassoPesgunfi, arrampicataMentre Popi sale lento e sicuro le ultime lun­ghezze, io lo seguo abbastanza lucido con dei brevi intervalli di sogno, dopo dei quali mi domando che cosa avevo pensato prima. I problemi più grossi della mia vita sono qui con me, palpabili: sembra che il sangue abbia fatto piazza pulita di ogni dubbio, la felicità mi sembra solo la conseguenza di una decisione che dovevo prendere. La cima è solo un giro di boa. Sempre più luci­do io, pieno di mille attenzioni Popi, ci caliamo a precipizio: una, due, tre corde doppie, poi una quarta sulla soglia del grande vuoto. Oltre ci sono le corde fisse, che togliamo e sosti­tuiamo con la corda doppia. I mazzi di corde li gettiamo nel baratro. In parete rimarranno so­lo qualche chiodo, il rurp, tutti gli spit e le so­ste attrezzate.

La sera a Morbegno mi danno tre punti chie­dendomi perché noi andiamo a scalare. Ancora oggi non so rispondere.Pesgunfi-schizzo

 

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