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L’unico, il vero, il solo fortissimo

Carlo Crovella, Istruttore della Scuola di scialpinismo SUCAI Torino e socio del GISM, ha recentemente elaborato un documento (in formato PDF) intitolato: “L’unico, il vero, il solo fortissimo”, dedicato a Giusto Gervasutti, nell’anniversario dei 70 anni della scomparsa del grande alpinista.

In tale PDF Crovella ha fatto confluire sia gli articoli già da lui pubblicati nel recente passato, sia i suoi scritti derivanti da ricerche su documentazione inedita dello stesso Gervasutti. Il personaggio Gervasutti viene analizzato anche nei risvolti meno noti, come la quotidianità cittadina con i relativi aspetti materiali e psicologici. Il PDF (che contiene, oltre ai testi, anche numerose foto e diversi reperti dello stesso Gervasutti, in gran parte inediti) è stato inserito da Crovella nella sua collana  “Quaderni di Montagna”, che comprende documenti di cultura alpina a distribuzione gratuita.

Per ottenere il PDF su Gervasutti è sufficiente inviare singole mail di richiesta all’indirizzo [email protected], specificando nell’oggetto GERVASUTTI e segnalando nel testo il proprio NOME e COGNOME, seguiti dall’indicazione GOGNA BLOG. L’autore provvederà ad inviare via mail il PDF a fronte di ogni richiesta pervenuta, oltre a rispondere agli eventuali quesiti.

Riportiamo qui di sotto due brani estratti dalla monografia, assai diversi tra loro, ricordando che un terzo brano, L’analisi dell’attività alpinistica “di punta” (1931-‘46), è già stato da noi pubblicato il 25 maggio 2016 con il titolo Giusto Gervasutti a settant’anni dalla scomparsa.

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La spiritualità di Gervasutti
di Carlo Crovella
(da L’unico, il vero, il solo fortissimo)

Se non fosse per la frase conclusiva del suo libro Scalate nelle Alpi (“osa, osa sempre e sarai simile ad un dio!”), negli scritti e negli appunti di Giusto Gervasutti ci si imbatte raramente nel termine “Dio”. Non a caso, nella frase citata, il termine è in minuscolo perché non fa riferimento alla divinità cristiana. Neppure dai suoi amici giungono elementi che illuminano sul tema.

La prima sensazione è quindi di una posizione agnostica, se non addirittura atea, ma non apertamente sbandierata, anche per l’imperante contesto storico-politico, in cui non era facile proclamarsi “non religioso”. La conclusione lascia interdetti, perché l’idea di un uomo con una tale vulcanica propensione all’attivismo stride se viene associata ad una visione che “nega” un’esistenza superiore. Infatti il “ricongiungimento” con tale entità si presenta, in genere, come la causa e l’obiettivo dell’attivismo in terra.

In realtà, analizzando più profondamente i pensieri e gli scritti di Gervasutti, emerge una visione che potremmo definire “panteista”, di immersione nella Natura, di cui le montagne sono ambasciatrici elette: Dio, anziché esser nel Regno dei Cieli, è nelle rocce e nei canaloni, è nei fiorellini di campo, ma è anche nelle più tremende tempeste.

In alcuni pensieri di Giusto, amorevolmente ricostruiti da Andrea Filippi e da lui pubblicati su Scàndere 1952 (Annuario del CAI Torino), si legge questa riflessione di Giusto:
“… Invece ciascuna montagna ha una personalità ben definita che suscita in noi emozioni e sensazioni diverse… Naturalmente la personalità di una montagna non è definita da una sola caratteristica, e cioè dall’esser di ghiaccio o di roccia, di granito o di dolomia, ma da un vasto complesso di tutte quelle caratteristiche speciali che determinano nell’alpinista l’intimo piacere di scalare le montagne e che sono la qualità della roccia e la forma della montagna, la pendenza delle sue pareti di ghiaccio e la sua dislocazione, le altre montagne che la circondano e quindi le sue possibilità panoramiche, e tante altre cose che sarebbe troppo difficile elencare…”

Ma non vi è soltanto passiva compartecipazione dell’uomo, quale umile spettatore della “divina” Natura. Scrive ancora Giusto (sempre su Scàndere ’52, grazie ad Andrea Filippi): “L’uomo ha bisogno di riconoscersi e, per riconoscersi, necessita di un ostacolo da vincere o da abbattere… L’uomo desidera vivere. Ma per poter vivere deve mettersi contro la morte ed uscirne vincitore. Quando addirittura non senta il desiderio di poter morire.”

Frasi come quest’ultima hanno alimentato, specie negli anni ’70, l’interpretazione psicologica di Gervasutti come un individuo “nevrotico”, intendendo con tale termine “ossessivamente incentrato su un pensiero fisso”. In effetti Giusto anticipa chiaramente le “nevrosi” dell’alpinismo contemporaneo. Tuttavia più che la morte in quanto tale, a mio parere il suo pensiero fisso è “l’azione esasperata”. Inoltre si può osservare che Giusto, pur senza essere un convinto aderente al regime, si inserisce nel solco dell’ideologia dominante in quel frangente storico. Un’ideologia che, seppur scevra in lui da risvolti politici, fa profondo riferimento alle tematiche del romanticismo tedesco, alla “lotta” titanica con gli elementi naturali, alla necessità di esprimere concretamente la propria “potenza” come fine e viatico stesso dell’esistenza.

Il sottostante pensiero è tratto dalle agendine di Gervasutti (Arch. Filippi): “Tutto deve ridursi all’esplicazione della propria volontà di potenza.”
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Ulteriormente illuminante un altro pensiero, sempre tratto dalle agendine di Giusto (Arch. Filippi): “È l’azione intesa come arte, cioè l’azione inutile soddisfacente soltanto il senso estetico e personale dell’io, anche come potenza. Una potenza senz’atti, senza regni, basata sul campo dello spirito.”

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Però in Gervasutti non vi è soltanto il gusto esagerato per l’azione: infatti fra le pieghe delle sue pagine si trovano anche venature romantiche nel risvolto più emotivo del termine. Scrive Giusto (Scàndere ’52): “La fase preparatoria di una salita è quella del sogno… Poi si parte all’attacco e, dopo dura lotta, si riesce a vincere… Ed io ho sognato, combattuto e vinto… Il sogno si è fatto realtà.”

Completando il cerchio di questa sintetica analisi psicologica di Gervasutti, torna utile un altro suo pensiero (Scàndere ’52): “Avete mai assistito ad un tramonto in una giornata di vento?… Le montagne lontane sembrano avvicinate dalla limpidità dell’atmosfera. Qualche sottile nube allungata raccoglie ancora la luce del sole già scomparso. Il cielo dall’azzurro più cupo diventa quasi verde, rivela profondità impensate che si riflettono nell’animo… E l’animo si scuote e l’uomo vorrebbe innalzarsi simile ad un Dio (una delle pochissime altre citazioni del termine, ndr.). Una fiamma sacra si accende nel petto, vorresti compiere cose mai viste, vorresti rubare la luce del divino artefice e misurarti con Lui… poi, mano a mano che l’oscurità sale dalle valli a sommergere tutto, la tua eccitazione si placa, una profonda melanconia ti invade e rientri in te stesso. Le tue miserie ti affannano, il tuo corpo diventa creta pesante. Una grande pietà per te, per i tuoi simili, per tutto il genere umano che si affanna, combatte, soffre, muore, senza perché.”

Giusto Gervasutti, col suo usuale “cappellaccio”, alla Parete dei Militi, Valle Stretta, 1941 (Arch. Area Documentazione Museo Nazionale della Montagna)
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Ancora una volta il classico schema del romanticismo: 1) sogno di “elevarsi” verso la natura divina; 2) azione per esplicitare la propria potenza; 3) inutilità della lotta e della sofferenza; 4) malinconia per il ritorno alle miserie della quotidianità.

Giusto conclude così i suoi pensieri: “E vorresti restare lassù contento che i fiorellini di rupe ti circondino a festa in primavera e le tormente ti vengano a salutare d’inverno.”

La montagna assume il ruolo privilegiato di intima compenetrazione fra uomo e Natura. Perdersi nella Natura (attraverso l’andar in montagna) diventa quindi perdersi nell’infinito e nel divino, cioè perdersi nell’infinita natura del divino: romantico e panteista, ecco com’era Gervasutti.

Giusto Gervasutti giovanissimo (Arch. Filippi)
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Due annotazioni complementari: come già rilevato (E. Camanni – D. Ribola – P. Spirito, La Stagione degli Eroi, pag. 130, Collana I Licheni, Vivalda Editori, Torino, 1994), Giusto era un creativo e ciò, psicanaliticamente, viene collegato a problematiche con la figura materna. Può anche essere che l’enorme importanza, agli occhi di Giusto, della “sfida” (alpinistica, ma non solo) sia un modo per dimostrare sistematicamente di essere ad un’altezza tale da meritare l’approvazione e l’amore materno. Infine, amici di origine friulana mi hanno segnalato che l’ “eclettisimo” e la “vulcanicità” sono caratteristiche endemiche della loro etnia, che spesso ha una ricorrente spinta interiore al “cambiamento”, come fosse un cambiamento fine a se stesso: anche l’arrivo di Giusto a Torino, senza una esplicitata motivazione, potrebbe rientrare in questo filone, destinato poi a ripresentarsi, accentuandosi, negli anni successivi (nei più svariati frangenti dell’esistenza, dall’ambito professionale alla montagna, alle frequentazioni personali).

Gervasutti e le donne
di Carlo Crovella
(da L’unico, il vero, il solo fortissimo)
L’aura di mistero che avvolge la vita di Gervasutti, s’infittisce ancor di più sul tema “donne”. Poco o nulla si sa e pochissimo trapela dai resoconti dei suoi amici e compagni di cordata, come se tutti costoro volessero mantenere un rigoroso “rispetto” della privacy di Giusto. Il principale accenno è quello riportato da Renato Chabod che ha raccontato il gelido atteggiamento di Giusto nei confronti della gentildonna straniera salita (a piedi!) al Rifugio Torino per incontrarlo (estate del ’34). La sconsolata fuggì, “disperata e offesa”.

Sempre dalla fonte Chabod si sa che, nelle loro confidenze fra amici, lui aveva chiesto a Giusto se gli fosse capitato di pensare al matrimonio, magari impreziosito da un erede: pare che la risposta di Gervasutti sia stata più o meno del tipo: “…Sì, prima o poi non lo escludo, ma ora sono concentrato sull’attività alpinistica e ci penserò solo quando il fisico mi costringerà, in montagna, a più miti obiettivi.”

L’episodio della straniera “rifiutata” e la generale omertà sul tema “donne”, hanno innescato la leggenda di un Gervasutti misogeno, cioè di un eroe concentrato solo sull’azione alpinistica, talmente preso dalla sua passione da risultare incapace di viverne altre. Forse, un po’ malignamente, si è spesso sottinteso un uomo un po’ impacciato nel trattare con le signore, proprio perché abituato solo ai rudi appicchi delle pareti.

In realtà traspare fra le righe di alcuni suoi coetanei (Chabod, ma anche Massimo Mila) che non solo Gervasutti aveva una intensa vita sociale cittadina, poiché appunto frequentava i salotti torinesi, ma che in tali contesti flirtava amabilmente con le signore, sapendo destreggiarsi in quelle conversazioni con la stessa padronanza che lo caratterizzava sul VI grado.

Non c’è da stupirsi: era un bellissimo uomo, affascinante, colto, aggraziato e circondato dall’aura dell’eroe.

Antonella Filippi riporta che il padre Andrea raccontava che quando Gervasutti entrava in un qualsiasi rifugio, a maggior ragione se reduce da qualche “impresa”, tutte le donne si giravano a guardarlo estasiate.

Di più non si sa: ci sono state donne davvero importanti nella vita di Giusto?

Renzo Stradella, che partecipò al funerale di Gervasutti, ricorda che in quella occasione era presente anche una giovane donna in lacrime, disperata. Ma Renzo non l’aveva mai vista e, soprattutto, non la rivide più, per cui non si riesce a risalire all’identità.

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Nell’Archivio Filippi vi è un foglio, dai bordi strappati, dove Giusto ha riportato le attività giornaliere di un periodo di circa 5 settimane di vacanza o, quanto meno, di interruzione professionale. La prima settimana termina con il giorno 30: non può che trattarsi di un periodo o di fine giugno-luglio o di fine aprile-maggio o di fine settembre-ottobre. Il tipo di attività dovrebbe invece escludere l’ipotesi fine novembre-dicembre. Per identificare l’anno, ricostruendo le combinazioni con i rispettivi giorni della settimana, si giunge a queste conclusioni. Fine giugno-luglio: 1931, 1936, 1942. Fine aprile-maggio: 1935, 1940, 1946. Fine settembre-ottobre: 1941. Del terzetto di annate estive, escludiamo il ’36 (il 23-24 luglio, Giusto era sulla Nord-ovest dell’Ailefroide) ed anche il ’42 (Giusto si dirige verso la Est delle Jorasses ad inizio agosto, ma “di ritorno dalle Dolomiti”). Resta quindi il 1931: risulta che Giusto sia partito con Lupotto per Chamonix (Aiguille Verte-Grépon-Dru), “dopo un lungo allenamento primaverile domenicale nelle prealpi e nelle Valli di Lanzo”: non sembra coincidere “perfettamente”. Potrebbe allora trattarsi di un periodo di fine aprile-maggio: Gervasutti ha alternato singole gite, a questo punto sciistiche (Orsiera, Punta Maria, Punta Gnifetti), con piccole villeggiature (Val d’Aosta, Champorcher). In alcune altre giornate, si presume cittadine, si trova scritto “corse dei cavalli” (?!). Infine altre giornate sono trascorse in piscina. Accanto a queste due attività, è spesso riportata l’annotazione “Gabetti”. Normalmente un uomo tende ad utilizzare il cognome per indicare un altro soggetto di genere maschile. Ma intriga l’idea che possa trattarsi, invece, di una Signorina Gabetti, nuotatrice e appassionata di ippica! Allo stato attuale non si sa di più.

Fra le foto di Gervasutti, conservate da Andrea Filippi, si trovano spesso immagini invernali con gli sci. A volte le fotografie riprendono graziose fanciulle, spesso in gruppetti di due o tre. Ma in alcuni casi vi è una sola protagonista, con un graziosissimo visino che sembra una fragola.

Il mistero permane, anzi si infittisce.

Infine fra le carte di Giusto ci si imbatte nel testo di una poesia, intitolata Febbre.

È dattiloscritta, il che non permette di “spacciarla” tout-court come opera originale elaborata dalla stesso Giusto: potrebbe essere un appunto, forse un ricordo, un regalo simbolico… Oppure semplicemente un testo ripreso da qualche fonte… Certo è una poesia profondamente intrisa di sensualità, con un taglio dannunziano (anche se la fattura si rivela artigianale) e tutto ciò colpisce, specie se la si confronta con l’immagine iconoclasta del “Gervasutti sestogradista che vive solo per le Montagne”! Il tutto inserito nel contesto degli anni ’30!

Poco importa, per noi, che la poesia sia stata scritta di pugno da Giusto o ripresa da altre fonti: il fatto che tale poesia si trovi fra le sue carte induce a pensare che, psicologicamente, fosse un qualcosa di “suo”. Si presenta quindi come la punta di un iceberg… purtroppo non si riesce a scoprire di più circa il mistero sottostante.

Questo non per curiosità pruriginosa, ma per completezza di conoscenza del grande personaggio. Di lui sappiamo come arrampicava, quanto si allenava, quali progetti alpinistici aleggiavano nella sua testa. Sappiamo anche che, in pubblico, era sereno d’animo e tendenzialmente ottimista (anche se profondamente malinconico in privato), che non aveva remore a partecipare, in rifugio, alle tavolate con gli allievi della Scuola Boccalatte ed anche con gli adolescenti della G.I.L..

La misteriosa sciatrice dal viso che ricorda una fragolina. Foto: Giusto Gervasutti (Arch. Filippi)
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Gita sciistica in piacevole compagnia (Arch. Filippi)
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Sono stato a lungo incerto se riportare questo testo, così “personale”, perché avevo l’impressione di violare una stanza segreta. Ma alla fine è pravalsa l’idea che per conoscere completamente il personaggio anche i risvolti meno alpinistici possono rivelarsi determinanti. Nonostante questi squarci di luce, resta un mistero davvero fitto sulle sue pulsioni più profonde, sui sentimenti e sulle passioni più “umane”.

Gervasutti eroe e grande alpinista era però anche un uomo. Probabilmente è anche in questo mistero che affondano le radici del mito che circonda Giusto Gervasutti. Un mito inossidabile a settant’anni di distanza.

Febbre
Vieni. Stanotte voglio, nel delirio
d’un rimanente anelito d’amor,
fra le tue braccia spegnere il martirio
del crocifisso palpitare del cor.
Non temer. Io saprò nell’incarnato
del corpo tuo, concupiscente stelo
pervaso d’un profumo di peccato,
le molli spire attorciliar d’un velo.
E sentirsi così, sogno d’un’ora
felicità d’un attimo che langue
nella divina musica sonora
dello scrosciante spasimo del sangue.
Oh come allora, Donna, ridarelli,
gli occhi tuoi neri sotto le palpebre
nella cornice aerata di capelli,
fiammeggeranno accesi dalla FEBBRE !!!
Mentre, dischiuso calice d’un fiore,
la bocca tua scarlatta che mi bacia,
verserebbe di novello un grato odore
di verbena, di mammola e d’acacia.

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Giusto Gervasutti a settant’anni dalla scomparsa

Giusto Gervasutti a settant’anni dalla scomparsa
(ritratto di questo grande dell’alpinismo attraverso l’analisi della sua attività “di punta” 1931-1946)
di Carlo Crovella (SUCAI Torino e GISM)

Formidabile sulla roccia e sul ghiaccio, lo era altresi come “senso alpino”, come esploratore e solutore di problemi. Taluno può stragli alla pari e magari aver realizzato di più in questo o in quel determinato campo – roccia dolomitica od occidentale, ghiaccio, salite miste – ma nessuno, che io sappia, può vantare una simile mole complessiva di lavoro, una personalità così dominante in tutti i campi dell’alpinismo, dall’arrampicata pura all’esplorazione (Renato Chabod, La Cima di Entrelor, Zanichelli, 1969)”.

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Così l’amico e campagno di cordata Renato Chabod sintetizza mirabilmente le caratteristiche tecniche e ideologiche di Giusto Gervasutti, il celebre alpinista scomparso il 16 settembre 1946 durante un tentativo al Pilier Nord-est (oggi Pilier Gervasutti) del Mont Blanc du Tacul (gruppo del Monte Bianco). Gervasutti è uno degli “snodi” più rilevanti nella storia dell’alpinismo, almeno del periodo a cavallo degli anni ’30, perché seppe fondere in sé la visione della scuola orientale (cioè la mentalità del VI grado, che ha caratterizzato in particolare le Dolomiti) con i grandi terreni occidentali: alta quota, neve e ghiaccio, bufere, bivacchi in parete, lunghi e tortuosi avvicinamenti.

Comporre l’elenco delle imprese alpinistiche di Gervasutti è, paradossalmente, l’aspetto meno complicato dell’analisi di questo personaggio: altri sono infatti i risvolti psicolgici ed esistenziali dove si incentra il vero enigma della sua poliedrica personalità. Tuttavia Gervasutti fu innanzi tutto un insigne alpinista, o quanto meno è passato alla storia come tale: pertanto l’analisi della sua attività di punta consente di cogliere, attraverso le sue scelte alpinistiche, i più profondi aspetti della sua persona.

Per comprendere appieno l’attività alpinistica (che si svolse lungo un arco temporale di soli 15 anni: dal 1931 al 1946, cioè dall’arrivo a Torino fino alla scomparsa sul Tacul) torna molto utile seguire la falsariga che ci ha lasciato proprio Chabod nello specifico capitolo del libro La Cima di Entrelor (pag. 101-117).

Gervasutti, nato a Cervignano del Friuli il 17 aprile 1909, si trasferisce a Torino nel 1931, portando nel contesto “occidentale” quella mentalità “orientale” che gli era congenita, non fosse altro per la provenienza geografica: aveva infatti un discreto bagaglio di esperienze in Dolomiti e anche nelle Alpi Carniche e Giulie. Appena stabilito a Torino, Giusto cerca immediatamente il contatto con l’ambiente alpinistico subalpino e non ha difficoltà nel trovare compagni di gite, a dimostrazione di quanto il milieu torinese fosse “maturo” per l’innesto delle nuove concezioni.

Il primo assaggio della “grande” montagna occidentale avviene (con l’allora compagno di cordata Lupotto) nell’estate dello stesso anno (1931), grazie al trittico Aiguille Verte-Grépon-Dru (massiccio del Monte Bianco), vette tutte affrontate sulle corrispondenti vie normali, ma rese complicate dalle immancabili bufere d’alta quota, come se la montagna volesse fargli immediatamente capire a cosa corrispondono le caratteristiche “occidentali”. Dopo il suddetto trittico, Giusto si sposta nelle Dolomiti, evidenziando, fin da subito, l’estrema facilità a “saltare” fra occidentali e orientali (e viceversa). A oriente, sempre nel 1931, realizza un bottino che renderebbe orgoglioso anche l’alpinista odierno: Cima Piccola di Lavaredo (inizialmente dalla via normale, poi, qualche giorno dopo, attraverso una combinazione di vie più impegnative), seguita dalla Piccolissima (Via Preuss) e infine, nel settore d’Oltre Piave, realizza anche due “modeste” (specie se confrontate con i canoni del Gervasutti “maturo”) prime ascensioni (Cima Toro, parete nord-ovest, e Cima Both, parete Ovest-Nord Ovest). Queste prime ascensioni risulteranno pressochè le uniche nella sua pur pregevole frequentazione dolomitica (caratterizzata sostanzialmente da ripetizioni di rilievo, ma non dall’apertura di importati vie nuove). La campagna dolomitica del 1931 si completa con le ascensioni del Campanile Toro, Via Piaz, e del celeberrimo Campanile di Val Montagnaia (“il più bel campanile del mondo”). Anche senza prestigiose vie nuove, neppure in seguito, Gervasutti non dimenticherà mai le Dolomiti, sia per esigenze di allenamento e di perfezionamento tecnico, sia per l’attaccamento ai monti della sua giovinezza.

Sottolinea puntigliosamente Chabod (op. cit., pag 106-107), commentando l’attività del 1931: “Come primo saggio di “completezza” (cioè di connubio fra montagna occidentale ed orientale, ndr), non c’è davvero male, ma questo può dirsi soltanto il preludio di quanto il Fortissimo saprà fare negli anni successivi, sia pure con una spiccata predilezione, in punto grandi vie nuove, per le Occidentali, dove potrà meglio soddisfare il suo vivissimo gusto dell’esplorazione e perfezionarsi sempre più per le sognate future spedizioni extra europee… Però Egli rimarrà dolomitista e friulano, seppur diventato occidentalista e torinese, anche se per la menzionata sua passione esplorativa, darà le prove più eccelse del suo valore nelle grandi salite occidentali”. In un rapido flash, Chabod dipinge “tutto” Gervasutti: la sua origine, la sua multiforme attività sia a oriente che a occidente, la sua visione di una montagna “completa” e “trasversale”, le sue esperienze e i suoi sogni extra europei.

Il 1932 si apre, ben prima della stagione estiva, con due importanti imprese: a febbraio la prima invernale (e anche prima sciistica o, meglio, scialpinistica) alla Nordend (gruppo del Monte Rosa), insieme a Emanuele Andreis e Paolo Ceresa, e poi l’ascensione invernale del Cervino (con Gabriele Boccalatte e Guido De Rege), lungo una combinazione di vie (Cresta Furggen fin sotto la spalla e, per colpa del maltempo, ripiegamento sulla Cresta dell’Hornli fino alla vetta). Con l’estate del 1932, Gervasutti dà una prima significativa accelerata alla sua attività, preambolo di quella, irreversibile, dei tre anni successivi. Appunto in quella estate Giusto realizza con Boccalatte e Chabod la traversata della Aiguille Verte: salita per il Canalone Mummery (sesta ascensione) e discesa dal Canalone Whymper. Poi sale, da solo, sulla vicina Aiguille du Moine, ma, disgustato dalle pessime condizioni dell’alta montagna (per colpa di una negativa stagione meteorologica), scappa verso le sue amate Dolomiti: Torre Coldai da nord-ovest, Via Rudatis; Civetta, cresta nord; Torre Venezia, parete ovest e infine un drammatico tentativo sulla Via Solleder (il primo “sesto grado” della storia) sulla parete nord-ovest della Civetta. In tale occasione, il compagno di cordata, tal Schweiger (conosciuto la sera prima in rifugio), esaurisce presto le forze e ciò impone la ritirata. Nel corso della discesa, Schweiger si lascia letteralmente andare, appendendosi a corpo morto sulle corde sotto a uno strapiombo. Durante la manovra di recupero, Giusto viene sbalzato nel vuoto e resta appeso alle corde con la sola mano sinistra (!!!). Toltosi dai guai rimontando le corde a forza bruta, Gervasutti raggiunge poi il compagno e prende atto che ha una gamba fratturata. Di conseguenza lo assicura al terrazzino e prosegue la discesa a corde doppie, raggiungendo così il rifugio, per risalire il giorno dopo con altri alpinisti e riportare in salvo il compagno. Il conto aperto con la Solleder si chiuderà solo due anni dopo, ma nelle settimane successive a questo episodio Giusto percorre un’altra celebre via di Solleder (una delle classiche di VI grado), quella al Sass Maor (con Boccalatte).

Tornato in Piemonte, Giusto imbastisce, anche nelle Occidentali, quell’attività di esplorazione che lo caratterizzerà nel tempo, portandolo a realizzare non poche prime “minori”, spesso se vette appartate, poco appariscenti o addirittura considerate di “media montagna”: il 4 settembre 1932, con Paolo Ceresa e Vittorio Franzinetti, sale il Camino Gervasutti alla Punta Mattirolo dei Serous (Valle Stretta, Bardonecchia).

La parete nord-ovest del Pic d’Olan
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Il 1933 è l’anno in cui Gervasutti accende il turbo. In primavera, durante il Trofeo Mezzalama, si guadagna quel soprannome, Il Fortissimo, che lo segnerà (Chabod dice: come unico e vero fortissimo) per tutta la vita. In estate, dopo qualche ascensione dal rifugio Torino (fra cui alcune guglie dell’Arête du Diable del Mont Blanc du Tacul, compagni Piero Zanetti, Gabriele Boccalatte e la signorina Ninì Pietrasanta – futura signora Boccalatte), realizza due imprese di rilievo, sempre con Zanetti. Dapprima gli riesce la seconda ascensione assoluta della cresta sud dell’Aiguille Noire de Peuterey, allora considerata la più difficile via di roccia nel gruppo del Bianco (e non è che, oggi, scherzi poi tanto…), aperta nel 1930 da due alfieri della scuola germanica, nello specifico Karl Brendel e Hermann Schaller, e storicamente considerata il primo esempio di applicazione della mentalità orientale su terreni occidentali. Successivamente Gervasutti effettua, sempre con Zanetti, la prima esplorazione (frustrata dal maltempo) alla parete nord delle Grandes Jorasses, dove (con l’acuto occhio “esplorativo” che lo contraddistingue fin dall’inizio) capisce immediatamente che il “punto debole” della parete non è l’affilato e intrigante Sperone Walker, ma il parallelo sperone Croz. Giusto termina poi la stagione in Dolomiti, con alcune interessanti salite fra cui spicca quella, con Aldo Bonacossa, alla Torre Re Alberto (gruppo Torri del Cameraccio), dedicata al Re alpinista.

Il 1934 è l’anno che consacra Gervasutti come stella alpinistica di prima grandezza. Nei mesi febbraio-aprile partecipa alla spedizione del conte Aldo Bonacossa diretta nelle Ande, dove fra l’altro partecipa alla prima ascensione del Picco Matteoda (punta cilena del Tronador), e poi si ferma a titolo personale con Luigi Binaghi, realizzando le prime ascensioni su due Cerros di oltre 5000 metri. Interessante l’annotazione che lo stesso Giusto inserisce (Scalate nelle Alpi, pag. 96) sul concetto di spedizione e di viaggio: “Il primo viaggio su un transatlantico è sempre una curiosità, ma per me questa partenza aveva un valore simbolico particolare. Avrebbe dovuto iniziare una nuova fase della mia vita… quella per la quale avevo rinunciato ed ero deciso a rinunciare a tante cose che sembrano importanti nella vita sociale”. In parole povere, Gervasutti focalizza definitivamente che l’alpinismo è la sua principale ragione di vita. Tornato in patria, Gervasutti inizia la stagione estiva del 1934 in Dolomiti (Campanile di Brabante, seconda ascensione) e poi passa al Bianco: un nuovo e più convinto tentativo (con Chabod) alla Nord delle Jorasses (tentativo che, seppur, frustrato dal maltempo, dà inizio a quella che Chabod chiama la “Corsa alle Jorasses”, culminata l’anno successivo con la “beffa” sullo Sperone Croz), seguito dalla prima ascensione (sempre con Chabod) del Canalone nord-est del Mont Blanc du Tacul (oggi Canalone Gervasutti). Tale impresa che è stata anticipata (“per allenamento”, ndr) dalla prima salita del Canalone ovest alla Tour Ronde. Infine, con il nuovo amico francese, Lucien Devies, Gervasutti si trasferisce in Delfinato, dove realizza la prima ascensione della parete nord-ovest del Pic d’Olan, “impresa che scuoterà gli alpinsiti francesi, come le precedenti avevano scosso gli occidentalisti piemontesi” (L. Devies, La Conquête de la muraille N.W. de l’Olan, pubblicato su Alpinisme, giugno 1935). Nello stesso articolo, Devies descrive a puntino l’azione di Gervasutti: “… guardo Giusto in arrampicata. Il suo stile non rivela lo sforzo. È di una semplicità e una purezza assolute. Tutto è sacrificato all’economia delle forze e al rendimento. Ogni gesto è prettamente previsto, eseguito, controllato. Si indovina, in ciascun movimento, la volontà tesa unicamente verso lo scopo. È il procedere trionfale di un conquistatore. Saliamo fin sotto un salto dello sperone, volgiamo un po’ a sinistra, poi riprendiamo a salire in linea retta. Giusto conduce come se avesse già fatto venti volte il percorso…”. Giusto è definitivamente entrato nell’olimpo dell’alpinismo, ma il 1934 gli regala ancora una bellissima impresa: nel mese di settembre, insieme al Conte Bonacossa e a Carlo Negri, Gervasutti compie una puntata nelle Alpi Centrali, realizzando la prima ascensione dello Spigolo sud della Punta Allievi (Gruppo Bregaglia-Disgrazia), una via molto apprezzata e ripetuta anche ai nostri giorni: il tratto chiave è quotato, ancora oggi, di V+ e VI.

E veniamo al 1935, forse uno degli anni più completi, alpinisticamente parlando, di Gervasutti: seconda ascensione, con Chabod, dello Sperone Croz alla Nord delle Jorasses (battuti di un soffio dai tedeschi Rudolf Peters e Martin Meier); prima ascensione della parete est del Monte Emilius (intrapresa come “allenamento” per le Jorasses); prima ascensione assoluta (con Chabod, Boccalatte e la Pietrasanta) del Pic Adolphe; un tentativo, con Luigi Binaghi, al Pilier del Tacul dove poi, nel 1946, Giusto incapperà nell’incidente fatale; terza ascensione, con Mario Piolti e Michele Rivero, della Cresta des Hirondelles alle Jorasses (probabilmente in questa occasione Gervasutti “adocchia” per la prima volta la contigua parete est). Poi si trasferisce nelle Dolomiti e chiude definitivamente il conto con la Solleder alla Nord-ovest della Civetta e, rimbalzato nuovamente nelle occidentali, compie quella inebriante cavalcata costituita dalla lunga Cresta sud-est (a forma di “cresta di gallo”) del Pic Gaspard in Delfinato, con Lucien Devies.

La parete nord-ovest dell’Ailefroide
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Il 1936 è un anno bifronte per Giusto, che da un lato realizza (in Delfinato) una delle sue imprese più eclatanti, cioè la prima ascensione alla parete nord-ovest dell’Ailefroide, detta anche Muraille de Coste Rouge, ma dall’altra deve accettare un lungo stop per i postumi dell’incidente verificatosi proprio all’Ailefroide: nell’avvicinamento al buio, rotto solo dalla lanterna a mano (altro che i frontalini di oggi!), gli si gira sotto i piedi un masso e Gervasutti, cadendo, riporta diversi “danni fisici”, fra cui due costole fratturate, un taglio profondo al labbro e alcune denti che “ballano” nelle gengive. Giusto immediatamente capisce che, se torna indietro, dovrà fermarsi per lungo tempo, interrompendo l’attività alpinistica, e quindi… attacca con decisione la parete per non perdere l’occasione! Due giorni di dura lotta per realizzare quella che è stata soprannonimata la Walker dell’Oisans e che io personalmente reputo sia la più “gervasuttiana” delle sue imprese. François Labande, autore della guida alpinista del Delfinato, riporta (pag. 303) l’annotazione che, secondo lo stesso Gervasutti, la Nord-ovest dell’Ailefroide costituisce la sintesi sublime fra la Nord delle Jorasses e la Nord-ovest della Civetta. Se pensiamo che la Nord delle Jorasses è la “quintessenza” dello “stile face Nord”, per dirla alla francese, e che la Nord-ovest della Civetta è da sempre chiamata la “Parete delle Pareti”, ci rendiamo immediatamnete conto dell’intrinseco “valore” che caratterizza la Muraille de Coste Rouge. Per i puristi delle precisazioni alpinistiche, la Walker incorpora punte di difficoltà tecnica leggermenti superiori (pensiamo anche solo ai due famosi diedri di 70 metri, superati “caparbiamente” dall’altro grandissimo sestogradista dell’epoca, Riccardo Cassin), ma non si deve dimenticare che le difficoltà dell’Ailefroide si posizionano su un livello che è inferiore alla Walker solo di una minima “tacca” e che, in ogni caso, tali difficoltà sono inserite in un contesto ambientale ancor più severo e con maggiori pericoli oggettivi (vedi acclusa relazione, ndr) rispetto alla conformazione da “spigolo” che caratterizza la Walker. Dopo l’inevitabile convalescenza successiva all’incidente dell’Ailefroide, Gervasutti si rifà la bocca con l’alta montagna solo negli ultimi giorni del 1936, con la salita solitaria invernale al Cervino lungo la Cresta del Leone (normale italiana).

Con Firmino Palozzi, di ritorno dalla solitaria invernale al Cervino
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Il 1937, causa impegni di lavoro, è invece un anno con poco tempo libero per Gervasutti, il quale si deve sostanzialmente “accontentare” di una ripetizione alla Via Dibona al Dent du Requin e della terza ascensione della parete nord del Petit Dru. Sempre nel 1937 Giusto organizza, con Leo Dubosc (un accademico torinese), un primissimo tentativo alla Est delle Jorasses, ma non riesce neppure a raggiungere l’attacco della parete, per un errore nella scelta dell’itinerario sul ghiacciaio. Questo tentativo gli permetterà, però, di impostare correttamente i successivi attacchi (1940-1942) alla parete.

Il 1938 è apparentemente un anno di delusioni, se non addirittura di “sconfitte” (alpinistiche) per il nostro Giusto. Perde il treno della Nord dell’Eiger, per i troppi tentennamenti meteorologici degli anni precedenti (questa parete sarà vinta, proprio nell’estate del 1938, da quattro austro-tedeschi), ma soprattutto perde la Walker, conquistata invece da Cassin con il suo abituale stile (“veni, vidi, vici”). L’episodio gli pesa, eccome!, ma nel libro Scalate nelle Alpi (pag. 208), Giusto riconosce, con un animo nobile e leale, la magnifica impresa del collega-rivale. Però, nel pieno dell’estate del 1938, Giusto si prende una degna rivincita: con Grabriele Boccalatte disegna una splendida linea di salita sulla parete sud-ovest del Picco Gugliermina, ascensione considerata ancor oggi una delle più difficili scalate in libera nel massiccio del Bianco e, forse, in tutte le Alpi occidentali.

Il 1939 è un anno davvero poco “gervasuttiano” (almeno in termini di imprese alpinistiche di punta): incidono sia gli impegni di lavoro, sia l’assunzione del ruolo di Direttore della Scuola di alpinismo, da poco intitolata a Gabriele Boccalatte (Scuola che, seppur burocraticamente inserita nel GUF, era di fatto la Scuola del CAI Torino), sia il clima generale che si sta predisponendo all’imminente conflitto.

Nonostante tutto ciò, Giusto riesce a realizzare un’altra delle tante prime ascensioni su vette “minori”: la Cima Fer in Val Soana (propaggini piemontesi del gruppo del Gran Paradiso), salita nel giugno del 1939 con Maria Teresa Galeazzi, Ettore e Giuseppe Giraudo e A. Rivera. Si tratta di una via divenuta “classica”, perché (a dispetto di un avvicinamento un po’ complesso), comporta una intrigante arrampicata su bellissima roccia. Tuttavia il clima prebellico limita decisamente l’attività alpinistica: in più, in un periodo non esplicitato, ma più o meno a cavallo fra 1939 e 1940, Gervasutti viene richiamato alle armi e nominato comandante del sottosettore Bianco-Seigne, inserito nell’allora chiamato “Reparto autonomo valligiani Monte Bianco (R.A.V.M.B.)” (oggi Reparto Autonomo Monte Bianco, NdR). Va storicamente ricordato che i comandanti degli altri due sotto-settori del reparto in questione erano Chabod e Andreis, cioè altri due validi accademici piemontesi.

Pur di stanza sul confine con la “nemica” Francia, la veloce conclusione della fase di combattimenti, ha permesso a Gervasutti, nel corso del 1940, di “strappare” ai suoi superiori numerose autorizzazioni a compiere ascensioni in zona. Ad alcune “piccole prime” (in particolare sulla Pyramide des Aiguilles Grises), di limitato rilievo alpinistico, si alternano invece due imprese di grande portata: dapprima la sua seconda personale ascensione della Cresta sud dell’Aiguille Noire, e poi, con Paolo Bollini, la prima ascensione del Pilone Nord o di Destra (in seguito chiamato Pilone Gervasutti) dei quattro che compongono i Piloni del Freney (agosto 1940). In tal modo Giusto corregge una lacuna che sembra gli fosse sistematicamente rinfacciata nei salotti torinesi, ovvero quella di non aver ancora calcato la vetta del Monte Bianco. L’attività del 1940 si conclude con un nuovo e infruttuoso tentativo (sempre con Paolo Bollini) alla Est delle Jorasses: la partita con la Est è ormai aperta, ma sarà rinviata al ’42.

Il 1941 è infatti un’annata decisamente deludente, per la complicata combinazione fra impegni professionali e crescenti difficoltà connesse allo stato di guerra. Le difficoltà logistiche costringono gli alpinisti torinesi a muoversi su montagne relativamente vicine e comode: torna in prinmo piano la Valle Stretta, che si raggiunge con il treno Torino-Bardonecchia e, poi, con un paio d’ore a piedi. Un po’ tutti i torinesi compensano il minor prestigio della media montagna (rispetto alle grandi vette) con un’accentuata attività esplorativa. Nel corso del 1941 Giusto apre due itinerari d’arrampicata, che resteranno nella storia della Parete dei Militi (Valle Stretta): la “Gervasutti di destra” (con Michele Rivero) e la “Gervasutti di sinistra” (con Guido De Rege). Però, sul finire di settembre, Gervasutti riesce a tornare sulle alte quote e, con Giuseppe Gagliardone, realizza la salita completa (quarta ascensione assoluta e prima senza guide) della Cresta del Furggen al Cervino.

La parete est delle Grandes Jorasses
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Arriva il 1942 che è fondamentalmente incentrato sull’ascensione della Est delle Jorasses: dopo un paio di tentativi, Gervasutti e Gagliardone realizzano la vittoria finale a metà agosto. Negli appunti di Giusto, questa via è l’unica che egli valuta indiscutibilmente di VI grado: anche per tale motivo, la Est delle Jorasses è considerata dai più il capolavoro alpinistico di Gervasutti.

Come segnala Chabod, il libro Scalate nelle Alpi si conclude con il resoconto di questa fulgida ascensione, ma in realtà l’attività di Giusto prosegue ancora per quattro anni. Nel 1943, in un contesto generale sempre più complicato, Gervasutti frequenta la Grignetta in giugno e poi “piazza” due discreti colpi nel Bianco: sale per la terza volta la Cresta sud della Noire e, a seguire, sale anche la Cresta nord-nord-ovest dell’Aiguille de Leschaux (in discesa, però viene travolto da una piccola slavina e cade in un crepaccio, procurandosi qualche “danno” non grave alle ginocchia).

Il Pilastro Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina
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Neppure il 1944 è un anno di intensa attività alpinistica, ma, ciò nonostante, Gervasutti riesce a realizzare la completa salita dell’Arête du Diable al Tacul, l’ascensione del Monte Bianco dal bivacco della Fourche (non è ben chiaro quale percorso abbia effettivamente seguito, se la concatenazione delle vie normali Tacul-Maudit-Colle della Brenva-Monte Bianco oppure se abbia salito la Cresta Kuffner del Maudit, con proseguimento fino alla vetta massima) e soprattuto la prima salita (con Gigi Panei) del Pic Adolphe per una breve ma difficile via (dove si annidano numerosi passaggi di VI grado) lungo la parete sud-est.

Ancora peggio va considerata l’annata del 1945, dove l’attività di Gervasutti si limita sostanzialmente ad alcune salite di allenamento in Grignetta. Il clima generale non aiuta certo, ma Gervasutti ne approfitta per impostare, in prospettiva, l’auspicato rilancio. Infatti proprio in quel periodo Giusto costruisce dei legami molto profondi con i giovani (ventenni o poco più) della rinata SUCAI Torino e ricopre il ruolo di Direttore Responsabile del relativa pubblicazione (scritta e stampata a Torino, ma diffusa a tutte le SUCAI d’Italia). Inoltre Gervasutti, in quanto Direttore della Scuola Boccalatte (che nel 1944 era stata insignita del titolo di Scuola Nazionale di Alpinismo), focalizza l’opportunità di integrare l’organico istruttori della Scuola (costituito da accademici blasonati, ma spesso sulla breccia da quindici o vent’anni) con l’innesto di forze fresche, prelevate appunto dal serbatoio della SUCAI Torino. In tale contesto, alcuni sucaini vengono progressivamente inseriti nella Boccalatte come aiuto istruttori: il connubio fra accademici e giovani sucaini è così saldo che permette alla Scuola di superare, quasi senza sbandamenti, la successiva scomparsa del Direttore Gervasutti (settembre 1946). La Boccalatte entrerà invece in crisi nel corso del 1950 e ciò permetterà al CAI Torino di accettare nel suo ambito la Scuola di Alpinismo Giusto Gervasutti (in realtà fondata, nel 1948, in una sottosezione collaterale, l’ALFA). Da allora la Scuola Gervasutti ha operato all’interno del CAI Torino senza soluzione di continuità, onorando costantemente il suo ruolo con un’attività di elevatissimo prestigio.

Viceversa i giovani sucaini, che avevano preso gusto all’attività didattica svolta nella Boccalatte (dove erano stati progressivamente coinvolti fino a tutti gli anni ‘40 a seguito dell’iniziativa originaria di Gervasutti), fonderanno nel ’51-52 il “Corso Sci Alpinistico invernale SUCAI”, diretto erede del corso invernale (con uso degli sci) già concepito da Gervasutti per la Boccalatte fin dal 1939. Circa una decina di anni dopo, il Corso SUCAI si trasformerà in Scuola di scialpinismo (Scuola Nazionale dal 1968) e non ha mai interrotto l’attività in 65 anni, mantenendosi sempre su livelli di eccellenza.

Si può ragionevolmente sostenere che le due celebri Scuole del CAI Torino (la Gervasutti, in campo alpinistico, e la SUCAI, in campo scialpinistico) costituiscono i due filoni dell’eredità didattica di Gervasutti e rappresentano un altro risvolto dell’importante figura di questo alpinista.

Notare il cappello da alpino con il quale Giusto aveva appena salito il Pilone di destra del Freney
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Tornando invece all’attività alpinistica personale di Giusto, il 1946 costituisce l’annata conclusiva della stessa, ma solo perchè in tale anno si registra l’incidente fatale: in assenza di ciò, è presumibile infatti che l’attività di punta si sarebbe prolungata ancora per qualche stagione, considerata la “portata” ancora ben attiva del personaggio. Dopo una capatina in Grignetta nel giugno del 1946, già in luglio Giusto è nel gruppo del Bianco: Trident du Tacul, via Lepiney con piccola variente autonona (compagno Andrea Filippi); Grand Capucin (terza ascensione assoluto, con Giulio Salomone); Mont Maudit, Via Crétier (seconda ascensione, con Paolo Bollini); Mont Blanc du Tacul, Pilier Boccalatte (terza ascensione, ancora con Paolo Bollini); Petit Capucin, prima ascensione della parete est (con Carlo Antoldi e Giuseppe Gagliardone), realizzata il 16 agosto, cioè esattamente un mese prima dell’incidente al Tacul (in quest’ultima occasione, compagno di cordata di Gervasutti era Gagliardone).

L’incidente fatale spezza anche il grande “sogno” che Gervasutti stava coltivando da un po’ di tempo, cioè quello di organizzare una spedizione (tra l’altro autofinanziata e leggera, cioè in stile alpino, come diremmo oggi) al Fitz Roy, la vetta patagonica che era già stata oggetto di un tentativo di salita nel 1937 da parte del “solito” conte Bonacossa, accompagnato da Titta Gilberti, Ettore Castiglioni e Leo Dubosc. Il Fitz Roy sarà vinto solo nel 1952 dai francesi Lionel Terray e Guido Magnone, cioè da due giovani leoni della grande generazione francese che dominerà l’alpinismo a cavallo del 1950 (proprio nel 1950 i francesi scaleranno il primo 8000 della storia, l’Annapurna): anche questo episodio dimostra quanto Giusto fosse in anticipo sui tempi e sottolinea una volta di più la sua visione pionieristica ed esplorativa.

Nel saluto che gli rivolse dalla pagine dell’Unità (ottobre ’46), Massimo Mila (altro importante accademico torinese e molto amico di Giusto) così ha scritto: “Perchè il progresso della tecnica consiste appunto in questo: muta il giudizio degli uomini circa il possibile e l’impossibile”.

Questa è la grandezza di Gervasutti: attraverso la sua multiforme attività ha reso possibile ciò che, prima di lui, era ancora considerato impossibile.

Bibliografia di riferimento
Renato Chabod, La Cima di Entrelor, Zanichelli, Bologna, 1969
Giusto Gervasutti, Scalate nelle Alpi, Il Verdone, Torino, 1945 (in commercio si trovano più recenti edizioni, fra cui quella della Collana I Licheni, Vivalda Editore, Torino, 2005).
François Labande, Guide du Haute-Dauphiné, Cartothèche Édition, Joue Les Tours, 2007.

Il Mont Blanc du Tacul con, in primo piano, il possente Pilier Gervasutti
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Ailefroide, parete nord-ovest, detta Muraille de Coste Rouge
(la più “gervasuttiana” delle sue prime ascensioni)
Relazione liberamente tratta dalla Guide du Haute-Dauphiné di F.Labande (pag 303 e seg.)

Per la sua ampiezza, la sua altezza (quasi 1100 m) e la sua ripida inclinazione, questa parete si inserisce nello stretto circolo delle più importanti “face Nord” di tutto l’arco alpino. Compresa fa la Cresta di Coste Rouge, a sinistra guardando, e il Glacier Long, a destra, la Muraille de Coste Rouge presenta quattro elementi salienti, partendo da sinistra: il Couloir de Coste Rouge; il Pilier Central che culmina alla quota 3946 m della cresta sommitale (circa 300 m lineari a nord-est dalla vetta massima); due grandi zone di placche ghiacciate, scendenti dal punto culminante; il Pilier Diagonale, che separa la parete nord-ovest dal versante ovest (incombente sul Glacier Long). Oggi almeno sei itinerari autonomi (cui si aggiungono numerose varianti e collegamenti vari) percorrono la parete, ma la Via Gervasutti-Devies, risalendo il Pilier Central, è la linea di salita più logica e comporta un’arrampicata sostenuta, splendida e molto esposta. La parte superiore risulta spesso verglassata. Inoltre alcuni tratti inferiori (traversata del Couloir) e mediani (Dalles Grises) sono esposti a frequenti cadute di pietre. Le difficoltà tecniche non sono mai davvero “estreme” (però alcuni passaggi – Pilier Centrale e uscita finale – sono ancor oggi quotati di V+ francese), ma l’engagement e la continuità della salita giustificano una quotazione d’insieme di ED-. Ricordiamo anche che l’attuale V+ francese corrisponde all’incirca al VI classico. La citata guida diffida dall’impegnarsi in questa impresa come se fosse “una scalata equipaggiata a spit, posta a fianco della strada”.

Approccio: da La Berarde si perviene al rifugio Temple-Écrins e da questo, attraverso un ghiacciaio non comodo neppure ai tempi di Gervasutti (cioè ben prima del ritiro dei ghiacciai), si approccia la parete in corrispondenza di un cono nevoso, che costituisce lo sbocco del Couloir de Coste Rouge. A questo punto si può anche giungere in discesa da un eventuale bivacco al Col de Coste Rouge, magari provenendo dal Glacier Noir (ovvero dalla Vallouise, soluzione logistivamente comoda, vista la più logica discesa sul versante est del massiccio).

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Relazione: attaccando a sinistra del cono nevoso, si risalgono le rocce (III e IV) sulla sinistra del couloir, fino ad attraversarlo per raggiungere il Pilier Central. Si arrampica per diverse lunghezza con difficoltà intermedie (IV), fin dove il Pilier si raddrizza in un grande risalto triangolare. Proprio al centro di tale risalto si sale un marcato diedro nerastro (V+), si prosegue per due lunghezze in camino (V+, poi V), infine si reperisce il filo di una cresta, tramite il quale (IV) si giunge alla base di un muro verticale di 15 m, che si affronta direttamente (V+, in alcune relazioni viene dato anche un passo di 6a). Recuperato (a destra) il filo di cresta, lo si risale (IV, ma molto esposto) fino ad una selletta. Dopo breve discesa, ci si trova alla base di un nuovo imponente risalto. Lo si affronta dapprima lungo una fessura (V e V+, bella roccia rossastra) e successivamente per altre fessure oblique a sinistra e un po’ meno difficili, giungendo così in vetta al Pilier. I primi salitori in questro tratto si tennero più a sinistra, prima traversando su terreno franoso e poi risalendo un grande diedro grigio verticale (V+). Fin qui la citata guida indica un tempo di 6-8 ore dall’attacco. Dalla vetta del Pilier si segue una cresta nevosa che conduce alla base dell’immensa successione di lavagne chiamate Dalles Grises, lisce e molto inclinate (caduta sassi e difficoltà di assicurazioni per la roccia molto compatta). Si sale diritti lungo vaghe fessure (V), poi leggermente in obliquo verso destra (V+), poi, invece, verso sinistra alla base di una fessura in genere umida. La si risale (IV) e poi si contorna a destra (V+) un successivo muro molto ripido. Sempre sulla destra si contorna un primo tetto, si giunge alla base di un secondo tetto (V) e, sopra, si prosegue verso sinistra. Si raggiunge così una grande cengia a semicerchio, che si segue verso destra. Si perviene su una spalla di rocce rotte e in genere innevate o addirittura verglassate (IV+). Dalla splalla si sale il secondo corto couloir a sinistra (V-), che immette in una rampa ascendente verso sinistra. Dopo averla risalita (IV), si traversa a sinistra sotto un “naso” per addivenire a una grande terrazza alla base di un profondo camino verglassato e alto circa 100 m. Lo si risale (V) fin sotto lo strapiombo che lo blocca, dove si traversa a sinistra per una cengia aggettante e molto esposta (V+). Si giunge così su rocce più facili (IV+) che conducono alla cresta sommitale. La guida indica un tempo di 4-6 ore dal vertice del Pilier Central, per complessive 10-14 ore dall’attacco. Dall’uscita della via, girando a destra, si perviene per cresta al punto culminante.

Discesa: l’alternativa più indicata è costituita dalla discesa lungo lo sperone sud-orientale (II) fin sul Glacier dell’Ailefroide e da qui al Refuge du Selé. Dal rifugio, a seconda dell’originale punto di partenza, si può scendere il vallone del Selè verso est fino al paese di Ailefroide, oppure si valica il Col du Selè per tornare a La Berarde.

Carlo Crovella (SUCAI Torino e GISM) è istruttore della SUCAI Tori

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Indagine sul crollo della Torre Re Alberto

Indagine sul crollo della Torre Re Alberto
di Giuseppe Popi Miotti

Quello che le moderne cronache di arrampicata e alpinismo quasi sempre dimenticano è il valore dei grandi scalatori del passato.
Presi in un vortice di spettacolarizzazione e performance ai massimi livelli, magari con esempi diseducativi, i media ci consegnano un’immagine a volte distorta e parziale dell’arte di scalare pareti e montagne.
Questo mio racconto è il nucleo di base per un romanzo giallo che ovviamente non avrebbe potuto trovare spazio su queste pagine.
È una narrazione serrata, che vuole portare l’attenzione proprio su quanto appena detto e sulla memoria corta, spesso premeditata e funzionale, con cui guardiamo al passato tentando di evitare il confronto; in ultima analisi anche quello con noi stessi.
Si parte da un fatto realmente accaduto, quello della prima salita alla Torre Re Alberto (6 ottobre 1933) sul cui monolite sommitale Giusto Gervasutti superò forse il più difficile passaggio della sua vita, una placca compatta dove cadere è vietato, pena un volo di alcune decine di metri. Un passaggio che ancor oggi, proprio poiché non proteggibile con chiodi o altri attrezzi, è un bel test di abilità e coraggio.

La Torre meridionale del Cameraccio domina la Val di Mello. Alla sua sinistra la monolitica vetta quadrangolare è la Torre Re Alberto. Dedicata a Alberto I del Belgio, compagno di cordata di Bonacossa in tante ascensioni
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Da molto tempo possiedo i carteggi e la biblioteca di Paul Walter Parravicini, avuti in dono da un suo parente che cercava il modo di liberare le stanze che li custodivano per far spazio alle sue necessità abitative.

Fortunatamente, prima che costui mandasse al macero quella preziosa montagna di carta, fui avvisato e bastarono pochi minuti di trattativa per salvare libri e documenti al solo patto che provvedessi a mie spese al loro trasferimento.

Ridata dignità alla collezione, mi sono imbattuto nel breve diario di un’indagine che Parravicini condusse in una delle più remote valli di quello che un tempo era noto come Gruppo del Masino, in seguito al misterioso crollo della cuspide di un’imponente torre granitica.

Mi decido solo oggi a pubblicare quelle righe per dare risposta alla domanda che l’autore pose al termine del suo scritto e alla quale forse riuscì a trovare soluzione senza poterne dare pubblica resa. Tutto ciò si deve anche al sussulto di pentimento che, pochi giorni fa, moltissimi anni dopo gli eventi narrati nel diario, ha colto, in punto di morte, chi ordì la sciagurata trama. Di seguito ecco cosa scrisse lo sfortunato investigatore.

«Mi chiamo Paul Walter Parravicini, supervisore per l’arrampicata del CAAI, (Centro Attività Alpina Italiano), distaccato all’Area Retica Meridionale (ARM), numero di tessera 7593D. I due nomi che porto sono quelli di altrettanti antenati che hanno ricoperto il mio stesso grado e che furono battezzati così in ricordo di grandi scalatori di cui si favoleggiava l’esistenza in epoche diventate leggendarie e perse nelle nebbie di un passato di cui restano poche incerte tracce.

Questo è un primo resoconto della missione affidatami dal presidente Bonfanti VI, un incarico delicato e segreto da cui, come mi è stato spiegato, può dipendere persino il futuro del Progetto Ritorno alle Origini (PRO); uno dei tanti con cui l’umanità cerca di rinascere dopo la Grande Guerra Ecologica Totale del 2393, nota anche come Guerra Definitiva. Più che di una guerra si trattò di una serie di guerre, innescate con gli alibi più diversi, da quelli religiosi a quelli di civiltà, ma in vero tutte originate dalla sovrappopolazione globale e dall’esaurimento delle risorse vitali.

L’inizio di questa catena di conflitti aveva origini remotissime, che gli studiosi più accreditati facevano risalire al giorno 11 settembre 2001. In quella data si verificò un gigantesco attentato terroristico nel luogo dove oggi sorge il porticciolo di Newnewyork, località occupata allora da una delle maggiori capitali del Globo, poi sommersa dai flutti oceanici innalzatisi di ben 30 metri causa il totale scioglimento delle calotte di ghiaccio che coprivano una terra chiamata Groenlandia e la regione polare australe.

Dopo quell’infausta data, sebbene in maniera discontinua nel tempo e nello spazio, l’economia mondiale rallentò inesorabilmente.

Solo alcune aree meno progredite, come America meridionale ed Estremo Oriente, si mantennero in espansione per qualche secolo ancora, colmando il divario che le separava da terre più fiorenti che per prime subirono lo shock dell’attentato.

Sicuramente più ‘stanche’ dopo una corsa durata quasi 300 anni, Europa e America del Nord precipitarono in un lento declino.

Quando tutto infine si arrestò, per l’umanità ebbe inizio una lunghissima fase di ripensamento e meditazione, sebbene ostacolata da potenti forze che propugnavano un improbabile ritorno al passato, cercando di scaricare sui fenomeni naturali tutte le responsabilità del disastro. Questi agenti, costituiti dalle maggiori religioni alleate alle decadenti, ma ancora potentissime Società Multinazionali, seppero instaurare un vero clima di terrore, nei confronti della natura.

L’operazione riuscì così bene che, per alcuni secoli, i pochi sopravvissuti alle guerre furono convinti a rinchiudersi dentro mura impenetrabili, erette, si disse, per tenere l’umanità in sicurezza, al riparo dal contagio di ogni possibile patogeno naturale. Inevitabilmente questa pazzesca linea di condotta portò a un progressivo degrado genetico che si fece evidente con la nascita dei primi mutanti, frutto di quel modo di vivere circoscritto e privo di stimoli.

La Torre Re Alberto da ovest. A ds è l’itinerario dei primi salitori, a sinstra quello di Marco Zappa e Rino Zocchi, 4 novembre 1966 (quinta ascensione della torre)
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Il punto più oscuro è però sempre padre di un ritorno alla luce, che si manifestò con il sorgere della Nuova Fede, una filosofia più che una religione, costruita sul rinnovamento spirituale e su un cambio di atteggiamento dell’umanità nei confronti della Terra.

Perché ormai anche i più scettici dovevano ammettere che non alla natura si doveva imputare il disastro, ma all’insipienza, alla violenza e all’arroganza dell’uomo in un subdolo mix di fattori degenerativi che, presi separatamente, sembravano poter essere controllati.

All’esplodere ricorrente di una crisi corrispondeva l’impennarsi dell’interesse mediatico, l’istituzione di commissioni, di studi, di tavole rotonde. Sprecavano il loro fiato, politici, psicologi, sociologi, uomini di fede; si mobilitavano le masse con manifestazioni e proteste, ma poi, sopito l’attimo emotivo, tutto tornava come prima.

Il compito del CAAI all’interno del PRO è quello di favorire il ritorno dell’uomo alle attività ludico-sportive della montagna, compresa la scalata. Allo scopo, nel 2512, fu riaperta, a pochi selezionati elementi, la biblioteca conservata al 422° piano del ‘Palazzo CAAI’, imponente edificio sovrastato da una gigantesca aquila di tubi al neon le cui ali, con abile gioco di acceso-spento, simulano il movimento, facendola sembrare in procinto di strappare la torre dal suolo. Purtroppo ciò che si conserva in quei locali è il pallidissimo ricordo dei tempi in cui esisteva una fiorente bibliografia sulle montagne. Parte di tale letteratura iniziò sicuramente a deperire e a disperdersi già prima del grande attentato del 2001, con l’imporsi della tecnologia digitale e dei calcolatori elettronici che, a quanto pare, erano a disposizione di tutti e avevano dimensioni inversamente proporzionali alle loro stratosferiche capacità di elaborazione.

Un altro duro colpo giunse con l’avvento di Internet, una meravigliosa forma di comunicazione globale che consentiva lo scambio libero delle informazioni via computer e che ancor oggi non siamo riusciti a ripristinare.

Tuttavia le opere su carta resistettero ancora per lunghi anni, sempre meno consultate e sempre minacciate; come dimenticare il periodo dei grandi e indiscriminati roghi pubblici, del 2120?
L’interpretazione degli antichi testi sopravvissuti a tale rovina, unita ad anni di applicazione pratica delle tecniche di scalata e alla necessaria rinascita di una tecnologia dei materiali, ha portato, pochi anni or sono, alla formazione dei primi nuclei di giovani arrampicatori che ben presto sono cresciuti di numero, iniziando la riesplorazione dei monti. E qui entro in gioco io e la vicenda sulla quale sono stato incaricato di indagare dal presidente in persona. Il primo a parlarne è stato Sem Mazzucchi, il potentissimo capo delle SAG (Squadre di Arrampicata Giovanile).

Fu lui, tempo fa, a riferire al Gran Consiglio Centrale che nel settore centrale dell’ARM si era verificato un fatto strano: la scomparsa dell’intero tratto sommitale di una torre granitica che in alcuni frammenti di guide alpinistiche è chiamata Torre Re Alberto. In sé l’evento non sarebbe stato particolarmente cruciale: le montagne crollano da sempre. Quello che lo rendeva inquietante era la denuncia partita dal Gruppo Liberi Scalatori (GLS), individui anarchici e senza regole che propongono un tipo di arrampicata svincolato da norme e regolamenti; un gruppo considerato di notevole pericolosità sociale vista la presa e la fascinazione che le loro teorie hanno sui giovani. Sulle loro riviste e poi su giornali e tv, alcuni del GLS hanno insinuato il dubbio che il crollo della Torre Re Alberto non fosse dovuto a cause naturali.

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Poiché il fatto, se vero, avrebbe potuto prestarsi a facili strumentalizzazioni da parte dei nemici del PRO e creare le premesse per un movimento di restaurazione, cosa che il Governo Mondiale paventava più di ogni altra, Bonfanti mi incaricò di un’indagine discreta ma minuziosissima e per il difficile compito cominciai proprio dal Mazzucchi. In un lungo colloquio, costui spiegò che un gruppo di giovani arrampicatori aveva riferito come, nel tentare la salita della Torre, si fossero trovati sulla cresta terminale, al cospetto del… vuoto: il monolite della vetta era sparito. Mazzucchi si era mostrato molto costernato, aggiungendo che i suoi adepti erano giunti lassù sulla scorta di vaghe informazioni raccolte su frammenti di vecchi testi e presso le popolazioni locali che facevano pensare a una precedente antica via di salita. “Tutte fandonie naturalmente – mi disse – figuriamoci se c’è da credere a quei montanari”. A confutare le sue affermazioni, su una delle poche pagine sopravvissute di un’antica guida, forse la stessa consultata dai giovani, avevo però trovato un disegno che mostrava chiaramente il blocco sommitale scomparso. Sebbene quasi illeggibile, pareva che sopra vi fosse un tracciato indicante il percorso verso la vetta: qualcosa mi diceva che Mazzucchi fosse al corrente di ben altro. Senza troppo successo fu anche l’interrogatorio di quelli che scoprirono il disastro: non mi seppero dire nulla più di quanto già non sapessi. Durante un primo tentativo la loro scalata si era fermata sotto il monolito finale. Il granito era troppo compatto per essere scalato in sicurezza: non si potevano piantare chiodi nelle fessure, né si poteva lanciare un laccio di corda. “Eppure – mi disse con fare circospetto uno dei ragazzi – sembrava che in cima alla Torre sporgesse qualcosa di simile a un anello di corda”. “Abbiamo fatto un’accurata relazione al signor Mazzucchi – disse un altro – e abbiamo anche ipotizzato che in tempi remoti qualcuno potesse essere veramente riuscito a salire dove noi con le nostre tecniche e tecnologie abbiamo fallito”. Tornati alcuni mesi dopo più decisi e pronti anche a perforare la roccia pur di passare, gli scalatori avevano constatato il crollo ed erano tornati alla base senza fare altre ricerche.

Per giungere a capo del mistero non restava che fare un sopralluogo diretto sul teatro del misfatto.

Mi documentai frugando fra i testi della biblioteca di famiglia, modestamente una delle maggiori sul tema delle scalate e delle montagne ancora esistenti, sfuggita miracolosamente ai roghi del passato e certamente più ricca di quella del CAAI. Fra i preziosi testi trovai uno scritto del conte Aldo Bonacossa che narrava la prima ascensione alla Torre, sostenendo che lassù il suo compagno, Giusto Gervasutti, aveva superato il passaggio più difficile della sua carriera.

I frammenti di cui disponevo erano sufficienti per chiarirmi i tempi e i modi con cui era stata condotta la salita. Trovata poi una vecchia carta topografica dei luoghi, mi attrezzai e partii verso le montagne del Masino alla ricerca della Torre. Vi risparmio il resoconto del viaggio, che fu uno dei più disagevoli e avventurosi della mia vita. Finalmente ecco la Vallemello, pianeggiante solco sovrastato da imponenti pilastri di granito; qui salutai il capo della spedizione alpinistica che da alcuni mesi stava cercando di superare la fessura di quello che era anticamente chiamato ‘Precipizio degli Asteroidi’. Il gruppo di testa era giunto quasi alla radice del tetto finale trovando anche alcuni reperti storici: dei pezzi di corda, dei chiodi e degli strani blocchetti di alluminio. Più avanti, entrammo nella valle laterale, dove sorgeva la Torre. Salendo e sudando, sbuffando per cercare di tenere il passo della mia guida, ripensavo alle parole del Bonacossa e ai suoi bivacchi in queste zone, spesso sotto un sasso, in lotta con le pecore disturbate nei loro fetenti recessi “… che mai Augia ripulì”. Poche ore dopo, proprio come Bonacossa, trovammo un misero ricovero di pastori. La sporcizia regnava ovunque.

Chiedemmo ospitalità e, vinta l’iniziale diffidenza, gli alpigiani si ammorbidirono offrendoci un giaciglio, latte, polenta e formaggio, generosità che noi ricambiammo aprendo una bottiglia di grappa.

Passai la notte rigirandomi sullo scomodo e umido pagliericcio in un pesante dormiveglia. Mi girava la testa. Il liquore? La stanchezza? O era quella vicenda che stava prendendomi la mano diventando fin troppo misteriosa? Nei suoi scritti Bonacossa narrava che già aveva tentato la Torre con un tal Hans Steger e la signorina Nini Pietrasanta, ma il repulsivo muro che precedeva la cima li aveva respinti.

Un anno dopo era tornato con Gervasutti, invero non troppo convinto sulla determinazione del nuovo compagno. Giunti alla base della monolitica placca finale: “La osservammo attentamente. Dalla base al sommo il largo muro era proprio tagliato a picco, senza la più piccola fessura… ci legammo alle due corde e via… Gervasutti partì, salì ancora alquanto accanto allo spigolone, poi intraprese la traversata del muro. Sempre più lento, da un minuscolo appoggio all’altro, finché si fermò… Disse che non c’era possibilità alcuna di piantare nemmeno un chiodino…

Fosse volato avrei solo fatto in tempo a recuperare tutt’al più qualche metro di corda prima che egli fosse andato a sfracellarsi sulle dentellature della cresta… Mi chiese cosa fare ed io non potei dirgli altro che ‘Decidi tu’. Non ho mai dimenticato, pur dopo tanti anni, la sua espressione in quel momento. Un accenno di pallido sorriso forse più per far coraggio a me che non a se stesso: ma fugace, melanconico, quasi triste. Così fu forse l’ultimo lieve sorriso terreno del grande mio amico Paul Preuss… Ma il gesto fu forse più rapido del pensiero: Giusto aveva allungato un piede fino a una rugosità per me invisibile; iniziata da quella un’enorme spaccata con le mani solo appoggiate alla roccia si era lasciato andare in avanti come se cadesse: ma no! Con le dita di una mano si era spasmodicamente aggrappato a un appiglio che era stato la sua salvezza e la nostra vittoria”.

La Torre Re Alberto
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Un’alba fredda e cristallina ci risvegliò, mentre il sole inondava man mano di luce le vertiginose pareti della valle. Ancora intirizziti, partimmo alla volta del canale che porta in cresta. Fortunatamente possedevo una vaga descrizione tecnica dell’ascensione e lo schizzo di cui ho detto: fu dunque facile orientarmi. I raggi del sole mattutino sfioravano le merlature granitiche del crinale mettendo in risalto la rosea ferita di granito nuovo che segnava il punto dove era la cuspide.

In quel mentre la guida mi fece notare una striscia più chiara che solcava la parete sottostante e che si rivelò essere il segno di una frana. Là sotto c’era probabilmente quel che restava della Torre.

Quasi correndo raggiungemmo un bellissimo ripiano erboso aspettandoci chissà quale scempio di frantumi e invece… di fronte a noi, piantato nel prato, troneggiava il monolito sommitale, intatto e purissimo, come un cristallo. Rispetto a quanto potevo ricordare dal disegno che corredava la relazione, mancava solo il piccolo blocco terminale che doveva essersi rotto nel pauroso salto. Probabilmente il gigante di roccia doveva la sua incolumità alla dura neve primaverile su cui era atterrato e che aveva attutito l’urto, depositandolo dolcemente dove ora svettava. Con circospezione, quasi con riverenza ci avvicinammo al reperto, scrutandolo, analizzandolo, aggirandolo e palpandolo. Al suo piede scoprimmo, in più punti, diversi fori da mina. Non c’era dubbio, qualcuno aveva deliberatamente tentato di distruggere la Torre; ma chi? Chi poteva aver interesse a questo gesto distruttivo? Mi stava quasi venendo da piangere al pensiero di tanta calcolata perfidia, ma l’idea che in fin dei conti il blocco era salvo mi consolò. Adagio ci sedemmo sull’erba e nel silenzio perfetto di quei monti mangiammo qualcosa meditabondi. Solo dopo qualche tempo, muovendomi con ossequioso rispetto, osai portarmi di nuovo presso il monolito. Accarezzandone la ruvida scorza, infilai le scarpette d’arrampicata e pensando a Gervasutti, percorsi quei metri solenni, cercando di trovare le stesse asperità utilizzate dal grande scalatore. Faticai non poco sul passaggio chiave, ma la mancanza di altezza lo aveva reso più percorribile; in vetta, un vecchio chiodo e un cordino di canapa ormai polverizzato confermavano la versione dei ragazzi e al tempo stesso erano la prova decisiva sulla veridicità della prima ascensione.

Verso sera scendemmo a valle, la rosea ferita sul crinale della cresta si era fatta rosso sangue: la mia missione, che credevo potesse concludersi con quel sopralluogo, comincia solo ora. Chi ha cercato di distruggere la Torre Re Alberto e il passaggio più difficile della carriera alpinistica di Gervasutti? E perché?».

 

Via nuova sulla Punta Meridionale del Cameraccio e traversata fino alla Torre Re Alberto, con la placca finale dove Gervasutti superò il passaggio più difficile della sua carriera. Lorenzo Pala Lanfranchi e Gian Luca Maspes, 17 giugno 2000 – Grazie a Gian Luca Maspes e http://masinoclimbing.blogspot.it/

 

Il diario termina qui. Sappiamo che poco dopo il suo autore perse la vita precipitando da una parete rocciosa e che la sua morte fu attribuita a suicidio, motivato, si disse, dal fatto di non essere riuscito a completare l’indagine. Le recenti rivelazioni hanno invece fatto luce sulla reale dinamica degli eventi che in breve vi riferisco.

Nei mesi successivi la scoperta, Paul Walter condusse serrate ricerche che, lungi dal portare verso eventuali gruppi di oppositori al PRO, nostalgici del periodo oscuro, puntavano direttamente nei corridoi del CAAI e in particolare proprio negli uffici delle SAG. Sebbene ignorato dai vertici del CAAI, ai quali aveva rivelato le sue intuizioni, il fiuto dell’investigatore non mentiva. Il tentativo di cancellare la porzione sommitale della Torre fu, infatti, progettato dallo stesso Sem Mazzucchi con la complicità di alcuni giovani arrampicatori. Visti frustrati i tentativi di superare il passaggio e consci che quel chiodo con cordino, vecchio di quasi seicento anni, provava l’avvenuta salita, decisero che non si poteva permettere la sopravvivenza di una simile testimonianza di audacia e di perizia: avrebbe sminuito il valore dei nuovi scalatori. Sarebbe stata una perdita enorme di prestigio e sicuramente anche di potere.

Per fortuna, il tentativo fallì. Resta un mistero il perché, dopo il crollo del monolito, non si liberarono di quel chiodo, ora alla portata di tutti; forse nella concitazione del momento se ne dimenticarono o forse, incalzati dall’immediata denuncia dei Liberi Scalatori che fece scattare l’indagine, non riuscirono a tornare sul luogo del misfatto prima di Parravicini.

Resosi conto che, presto o tardi, sarebbe stato scoperto e denunciato, Mazzucchi e i suoi complici invitarono Paul Walter a una scalata di allenamento e, una volta in parete, fu lo stesso capo delle SAG, come da lui confessato, a gettare il poveretto nel vuoto.

Il conte Aldo Bonacossa
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CONTE ALDO BONACOSSA (Vigevano, 1885 – Milano, 1975) Membro di molte associazioni legate alla montagna e fondatore della “Federazione Italiana Sport Invernali”, Bonacossa collaborò alla stesura della parte dedicata al Bernina, nella guida Alpi Retiche occidentali (1911) e nel 1915 fu autore della guida dell’Ortles. Il suo capolavoro resta però, Masino-Bregaglia Disgrazia per la collana Guida dei Monti d’Italia CAI-TCI (1936). Cominciò le sue scalate nel gruppo del Monte Rosa; ma come scrisse: «… il mio pensiero corre reverente alla memoria di Christian Klucker, mio primo maestro su ghiaccio, e di Bortolo Sertori, mio primo maestro sul granito di Val Masino». Da queste guide egli non apprese solo le tecniche, ma l’istinto per la montagna e per la ricerca della via. Compagno di cordata di personaggi illustri come Re Alberto I del Belgio e del Duca Amedeo d’Aosta, Bonacossa si legò ai più famosi alpinisti fra cui Paul Preuss, Tita Piaz, Piero Ghiglione, Giusto Gervasutti.
Non c’è angolo delle Alpi che il conte abbia trascurato, collezionando un incredibile numero di salite e aprendo circa 470 nuove vie.

Berger Ruth, curatrice: Aldo Bonacossa una vita per la montagna – Raccolta di scritti alpinistici; Tamari editori, Bologna, 1980 (edizione fuori commercio)

Giusto Gervasutti e Paolo Bollini Della Predosa al rifugio Gonella, di ritorno dalla parete sud del Monte Bianco, 14 agosto 1940
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GIUSTO GERVASUTTI (Cervignano del Friuli, 1909 – Mont Blanc du Tacul, 1946) Giusto Gervasutti, detto “Il Fortissimo”, appartiene a quel folto gruppo di scalatori che sul fi nire degli anni ‘30 diedero all’Italia il primato assoluto nell’alpinismo. Friulano di nascita, ma torinese di adozione, Gervasutti seppe esprimersi al meglio su ogni terreno; alpinista raffi nato ed esigente, sapeva scegliere i suoi obiettivi secondo canoni che univano gusto estetico, diffi coltà e collocazione ambientale, prediligendo le pareti più remote. In Val Masino salì il complesso spigolo meridionale della Punta Allievi, oggi una grande classica, e poi la Torre Re Alberto dove, a detta di Bonacossa, egli aprì il più diffi cile passaggio della sua carriera.
Le maggiori imprese, Gervasutti le compì però nei massicci del Delfi nato e del Monte Bianco, risolvendo alcuni dei più diffi cili problemi alpinistici del suo tempo. Le alte pareti Nord-ovest del Pic d’Olan e dell’Ailefroide, nel Delfi nato; il Pilone di destra del Freney, la parete Sud-ovest del Picco Guglielmina, la remota e compatta parete Est delle Grandes Jorasses, sul Monte Bianco. Ai suoi occhi restava forse un ultimo evidentissimo e meraviglioso obiettivo: il lineare pilastro, che oggi porta il suo nome, sulla parete Nord-est del Mont Blanc du Tacul. Un errore durante la ritirata da un tentativo a questa splendida salita gli fu fatale.

Gervasutti Giusto: Scalate nelle Alpi; CDA & Vivalda, Torino, 2005

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Flash di alpinismo 8

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 08 (8-13)
di Massimo Bursi

Avventura
Non è un’avventura finché qualcosa non va storto (Yvon Chouinard).

Il termine avventura deriva dal participio futuro del verbo latino “advenire” e si potrebbe tradurre con ciò che accadrà e per traslato avvenimento singolare o straordinario, ma anche impresa rischiosa e affascinante.
L’avventura è un viaggio dal quale potresti non tornare e se ritornerai certamente non sarai la stessa persona.
L’avventura è un concetto abusato.
L’avventura è un ingrediente che va venduto all’interno di un viaggio.
L’avventura è un concetto che piace, che tutti vogliono raccontare, ma che pochi vogliono vivere.

Paradossalmente si cerca di ammazzare l’avventura o almeno di contenerla in limiti commercialmente ed umanamente accettabili, ma proprio per il suo significato più antico e autentico, ciò che accadrà, non si può legarlo alla prevedibilità o alla previsione.
Il quarantenne che vedi arrampicare non vuole vivere l’avventura: lui vuole solo salire quella via per arricchire il proprio curriculum.
Il ragazzetto che sale sicuro non cerca l’avventura, ma cerca solo la prestazione che quella parete e quella via può garantirgli.

Le avventure sono appannaggio di pochi superstiti sognatori che spesso prendono batoste in giro per il mondo e che non cercano né il successo, né il consenso, cercano qualcosa di primitivo e di ancestrale che sanno di non poter trovare in città.
L’avventura vuole sempre una certa dose di incertezza, di rischio e di aleatorietà.
L’avventura non si compra; nell’avventura ci si casca volontariamente o involontariamente.
L’avventura si annida nei giovani incoscienti. L’avventura si annida in chi non ha oramai più nulla da perdere.

Cerchi l’avventura? Arrampica senza la relazione topo-guida.

Joe Tasker e Peter Boardman, due scalatori inglesi amanti dell’avventura. Purtroppo la loro avventura si è conclusa sulla cresta nord dell’Everest. Gli inglesi sono stati e sono tuttora maestri di avventure.
Flash 141Esperti
Gli esperti muoiono sotto le valanghe, perché le valanghe non sanno che sei esperto (Andrè Roch).

Sono abbastanza vecchio di alpinismo per sapere che tutta l’esperienza e conoscenza non potranno mai garantire la tua vita.
Quello che ti serve per diventare vecchio è anche una sana e buona dose di fortuna – spesso chiamata fattore C.
Non conosco nessuno che non abbia usufruito del fattore C in situazioni potenzialmente pericolose.

Puoi controllare meticolosamente ogni volta il tuo nodo all’imbragatura e devi farlo, ma non ti preoccupare ti capiterà almeno una volta un nodo fatto male o una banale disattenzione nelle delicate manovre di corda.
Ti dici di stare attento e controllare l’operato del tuo compagno e che il tuo compagno a sua volta controlli le tue azioni – double check si chiama questa operazione preventiva – eppure il pericolo è sempre lì, in agguato.

Quando ti rilassi un attimo, ti senti in bocca il sapore amaro del pericolo.

Tu non vorresti mai leggere questa pagina né avere coscienza di quanti alpinisti famosi ed esperti sono morti in banali incidenti.

Eppure è bene sapere che l’attività che stai facendo è sempre pericolosa.
Sebbene il paragone non regga, ti dici che succedono più incidenti in automobile, ma ciò non toglie che l’alpinismo sia sempre intrinsecamente pericoloso.

Ricordati che il fatto che tu sia bravo non significa che tu sia meno esposto al pericolo.

Patrick Edlinger mentre studia attentamente una via. La preparazione meticolosa dell’itinerario aiuta a contenere il fattore rischio. Contenere si, annullare mai!
Flash 142Perfezione e confusione
Quello che abbiamo è la perfezione dei mezzi e la confusione degli obiettivi (Albert Einstein).

Io penso che questa frase calzi esattamente alla condizione dell’arrampicata di questi giorni dove vige parecchia confusione.

Il successo e’ diventato più importante della correttezza. La difficoltà tecnica ha maggior importanza rispetto all’avventura audace. I grandi personaggi mentono o dicono le mezze verità per non rovinarsi l’immagine personale o il proprio tornaconto economico alimentato dagli sponsor. E’ difficile discutere di etica tradizionale con chi e’ abituato soltanto a muoversi fra gli spit, scalare il decimo grado e a percepire uno stipendio di parecchi milioni, mentre tu a malapena riesci a racimolare il denaro per far benzina e tornare a casa.

… così diceva Jim Bridwell, icona dell’alpinismo americano, che era stato negli anni settanta così innovatore e in rottura con l’alpinismo tradizionale e che poi negli anni 2000 è stato superato, in tutto, dai moderni climber, che portano un nuovo mondo in cui lui stesso non si ritrova più.

La nuova generazione di arrampicatori, figli della plastica, con gli sponsor fanno i soldi e i tipi come Bridwell, legati al loro vecchio mondo di scalata, fatica a tornare a casa poiché la benzina costa e non interessano più a nessuno sponsor.

La realtà è che ci sono tanti differenti alpinismi e modi di arrampicare. Le classificazioni che gli esperti tentano di fare sono fredde ed incomplete. Chi ama la roccia, ama passare da una specializzazione all’altra senza troppi problemi. Le classificazioni sono fatte per essere abbattute.

Regna la confusione poiché i grandi sanno mescolare la verità e vendere bene la propria merce al miglior sponsor offerente. Non tutti, ma alcuni si. Altri si sono stufati di questo mercato e fanno grandi imprese e grandi avventure senza dire nulla a nessuno.

Ciarlatani e “puri” vanno a braccetto nel mondo iper-mediatico e globalizzato dell’arrampicata.

Se non frequenti il circo mondiale dell’arrampicata ma solo una piccola falesia periferica, guardati comunque sempre dalla confusione dei ciarlatani.

Jim Bridwell è rimasto il rappresentante della beat generation americana degli anni sessanta. Hippy, individualista, figlio dei fiori, fortissimo scalatore, audace avventuriero col physique du role, ha rappresentato, nell’immaginario collettivo del piccolo mondo alpinistico, la rivoluzionaria alternativa e un modello a cui ispirarsi. Sono passati anni e lui è rimasto così, romantico sognatore e cavaliere solitario del granito yosemitico.
Jim Bridwell è come Mike Jagger dei Rolling Stones: una leggenda vivente ed intramontabile, un dinosauro sopravvissuto a diverse ere.

Flash 143Equilibrio
Strike your balance, ovverossia trova il tuo equilibrio.

Ci vuole sempre il giusto equilibrio.

Quando sei sulla placca, devi dosare la forza e spostare braccia e gambe con attenzione per mantenere il giusto equilibrio.

Quando prepari lo zaino per una lunga salita, con equilibrio, selezioni cosa portare con te e cosa lasciare in rifugio: ti serve equilibrio per portarti le cose che possono servirti, ma devi stare attento a non avere uno zaino troppo pesante.

Nella vita devi dosare con equilibrio i momenti di arrampicata con gli altri momenti della vita.

L’equilibrio è fondamentale se oltre ad arrampicare avrai una famiglia con cui costruire una vita. L’equilibrio ti consentirà di vivere a lungo.

Ci saranno anche pazzi momenti della tua vita dove vivrai senza equilibrio, completamente sbilanciato nella dimensione verticale. Momenti brevi o lunghi, pieni di slanci adrenalinici, completamente squilibrati dove potrai provare l’ebbrezza del pericolo e delle avventure.

Eppure anche in questi momenti squilibrati dovrai trovare il labile e delicato momento di equilibrio fra la vita sulla cengia e l’affascinante vuoto mortale.

Ci vuole equilibrio anche nei momenti più intensi a cavallo del vuoto.

Fisico, psicologico o psichico, l’equilibrio accompagna sempre l’esistenza dello scalatore nelle diverse fasi della vita.

Durante una scalata di più giorni, spesso chiamata pomposamente big-wall, un momento delicato è costituito dal bivacco dove ogni cosa ed ogni componente della cordata deve trovare il proprio equilibrio. Una precarietà in sicuro equilibrio.
Flash 144Inquietudine
L’alpinista è un inquieto inguaribile: si continua a salire e non si raggiunge mai la meta. Forse è anche questo che affascina: si è alla ricerca di qualcosa che non si trova mai (Hermann Buhl).

Chiunque abbia frequentato uno scalatore conosce bene l’insana inquietudine che attanaglia lo scalatore tipo. Uno non può essere un po’ scalatore. L’arrampicata è una idea fissa: qualcosa che coinvolge totalmente, appassionatamente. E’ difficile essere un po’ arrampicatori.

Spesso poi lo scalatore ha una grande meta da raggiungere: una montagna – simbolica, una cima – simbolica, una parete – simbolica.

Ci vogliono anni per accorgersi ed imparare che la meta non la raggiungerai mai. Ci vogliono diverse esperienze di vita in diversi campi per comprendere che le pareti che volevi salire servivano solo per nascondere la tua inquietudine.

Quando percepisci questo, ti senti maturo.

Dopo un po’ ti accorgerai che la meta, la cima, la montagna o la parete da raggiungere sono solamente dentro di te.

Pendio sottostante alla cima dell’Everest nel maggio 2012: una fila impressionante di alpinisti attende, spera e sogna di calcare la cima della montagna più alta del mondo.
Riusciranno a placare la propria inquietudine? Almeno per qualche mese.

Everest climbers 2012Vertigine positiva
La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare (Lorenzo Jovanotti).

I vostri amici che non arrampicano vi guardano con ammirazione e dicono che loro non potrebbero mai arrampicare perché soffrono di vertigini.
Tutti quelli che non arrampicano sembrano soffrire di vertigini.
La vertigine nel nostro immaginario va associata alla paura, alla mancanza di stabilità.

Il cantautore Lorenzo Jovanotti rovescia il concetto di paura associato alla vertigine e associa alla vertigine un concetto più positivo: la voglia di volare.
Chi non ha mai provato l’esperienza di sognare di volare? Chi non si è svegliato con la sensazione adrenalinica di aver provato a volare, almeno in sogno?
E’ una sensazione di vertigine positiva.

A volte in parete bisogna auto-convincersi che la vertigine è una bella sensazione di leggerezza e non è un peso interiore, un fardello che si somma allo zaino.

In parete i pensieri, negativi o positivi, giocano un ruolo chiave nel vivere la tua esperienza di scalate.

E’ insita in te la capacità di trasformare le insidie dei pensieri negativi in positività che ti aiutano a salire.

Quando in parete provi la sensazione sgradevole di vuoto sotto i piedi, pensa positivo, pensa al volo, ma non volare!

Kurt Albert in arrampicata nel vuoto mentre il suo amico Wolfgang Gullich, al sole, si gode il piacere di ascoltare musica.
Flash 146Piedi per terra
Chi ha detto che nella vita bisogna tenere i piedi per terra?

Il ragazzino che sull’orlo del tetto rimane appeso solo con le mani per sfidare la regola dei genitori che stare sospesi nel vuoto è sempre pericoloso.

Il cinquantenne che si ostina ad andare ad arrampicare sebbene gli amici continuino a chiedergli “ ma come, non hai ancora smesso?”

Arrampicare non è solo sfidare il vuoto, ma andare contro la mentalità ottusa e castrante di questa società che ti impone anche come impegnare il tuo tempo libero.

Allora viva la ribellione del ragazzo che scappa sulle pareti per sfuggire alle regole opprimenti dei genitori e dalla mediocrità della società… e magari si ascolta la hit dei Rolling Stones – it’s only rock’n’roll (but I like it)!

Cerchiamo di aiutare i ragazzi stimolandoli su nuove sfide, non blocchiamoli a terra!

Tenere i piedi per terra non è sempre un valore.

Patrick Berhault è stato il primo a specializzarsi nel superamento in piena arrampicata libera dei tetti che fino allora erano semplicemente impossibili o meglio non ancora possibili. Oggi questa sua lezione è stata ampiamente metabolizzata e gran parte delle scalate estreme sono in strapiombo.
Flash 147Ipocriti e buffoni!
In questa compagnia di ipocriti e di buffoni io non posso più stare. Non farò più niente in montagna che possa rendere onore al Club Alpino dal quale mi allontano disgustata per una ingiustizia commessa col rifiutarmi un’onorificenza (Mary Varale).

Così scriveva nel 1935 Mary Varale al presidente del CAI di Belluno.
Mary Varale era una donna decisamente controcorrente, valida scalatrice appartenente all’elite del periodo d’oro del sesto grado.
Scalatrice che si legò sia con Emilio Comici che con Riccardo Cassin, mettendo in contatto l’ambiente degli scalatori dolomitici con gli scalatori della Grigna.
Scalatrice che si è formata nelle Calanques per poi dare il meglio di sé stessa sulle Dolomiti, dove ricordiamo il suo Spigolo Giallo in Lavaredo aperto assieme a Renato Zanutti ed Emilio Comici. Ci piace immaginare che Emilio Comici le avesse lasciato il comando della cordata su questo splendido itinerario.
Eppure il fatto di essere donna non poteva essere accettato dalla mentalità dominante del CAI sempre troppo legato al potere politico imperante fascista, al mito del superuomo che s’identifica con il maschio.

Così forte fu la delusione per il mancato riconoscimento per la sua ultima salita sul Cimone della Pala assieme ad Alvise Andrich e Furio Bianchet, che scrisse questa lettera di dimissioni indirizzata al CAI di Belluno, da cui è stato tratto il pezzo iniziale. Infine, sdegnata, smise di arrampicare. Il suo mondo di sogni era andato in frantumi.

Se oggi molte ragazze arrampicano lo si deve anche alla tenacia, alla determinazione delle pioniere quali Mary Varale che hanno sfidato i pregiudizi e le costrizioni sociali dell’epoca.

Vai sempre controcorrente, sfida i pregiudizi e rompi sempre i vincoli asfissianti della tua epoca!

Mary Varale era così e così ci piace ricordarla: con un distinto giubbetto rosso, un foulard in testa, una sigaretta accesa sempre in mano e lo sguardo trasognato rivolto alla prossima scalata.
Flash 148Crescere
Raggiungere la cima è facoltativo, tornare indietro è obbligatorio (Ed Viesturs).

Ed Viesturs è un forte scalatore himalayano e gli scalatori himalayani giocano con il rischio assai più degli alpinisti sulle montagne di casa.

In Himalaya bisogna pianificare con attenzione quando andare avanti o quando tornare indietro. Bisogna valutare le proprie condizioni fisiche e quelle del compagno. Il meteo, la tenuta della neve, la lontananza dalla vetta e i vari, diversi pericoli oggettivi sono alcuni degli elementi del rischio complessivo.

Anche se non andiamo in Himalaya ma “solo” sulle Alpi, ritroviamo esattamente questi elementi di rischio, sia pure in quantità minore. Anche qui, in caso di intoppi, dobbiamo scegliere cosa fare.

La regola è sempre quella: cerchiamo di tornare indietro prima che sia troppo tardi.

La rinuncia, il fatto di tornare indietro a volte ti costa più motivazione che non l’andare avanti che è una decisone sempre scontata.

Se ci sono delle complicazioni, è sempre difficile a spiegare ad un ragazzo che conviene tornare indietro anche se non si è finita la via.

Quando il ragazzo decide, di propria volontà, di tornare indietro, allora sta diventando un uomo.

Heinz Mariacher durante l’apertura di una via o di un tentativo di via su placche a sinistra della via del Pesce in Marmolada. Non sappiamo se questo itinerario sia poi mai stato terminato.
Per aprire itinerari estremi, Heinz Mariacher aveva escogitato la tecnica dei tentativi ripetuti dove si spezzava l’unità temporale dell’azione e la si sostituiva con una serie di puntate in cui si spostava il limite verso l’alto di 40, 80, 100 metri per volta per privilegiare lo stile assolutamente pulito. La rinuncia è diventata parte integrante dell’avventura alpinistica.

Flash 149Commiserazione
Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini, che penano rinchiusi nel recinto sociale che sono riusciti a costruirsi contro il libero cielo e che non sanno e non sentono ciò che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro. Oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà. Domani sarò un gran signore che comanderà alla vita e alla morte, alle stelle e agli elementi
(Giusto Gervasutti).

Ci sarà anche del vero in quello che scrive Giusto Gervasutti, ma questo sentimento snobistico e di superiorità nei confronti di tutti gli uomini normali è veramente odioso.

Solo perché non arrampicano non significa certo che vivano chiusi in un recinto sociale.

Tutte queste idee che hanno sostenuto il mito del superuomo e condotto all’affermazione dell’ideologia nazista e fascista, hanno contribuito a frenare l’alpinismo europeo, sclerotizzarlo e chiuderlo in una isolata torre d’avorio autoreferenziale. Ciò ha dato origine al club elitario degli Accademici del CAI e finché noi ci arroccavamo in questi circoli, oltreoceano se ne fregavano di tutte queste divisioni e cominciavano a spingere l’arrampicata veramente verso l’alto.

Ci vorrà la spallata del Nuovo Mattino a portare un po’ d’aria fresca in questa autoesaltazione.

Io commisero Giusto Gervasutti!

Royal Robbins, scalatore americano degli anni sessanta, contribuì ad innalzare il livello dell’arrampicata in Yosemite e poi di conseguenza nel mondo. Mentre gli altri scalatori americani erano dei parassiti sociali freak e figli dei fiori, Royal Robbins aveva uno stile di vita molto più regolare. E’ interessante notare come già cinquant’anni fa l’abbigliamento fosse molto diverso dall’abbigliamento usato sulle Alpi nei medesimi anni. Dai suoi scritti traspare un approccio all’arrampicata e alla vita totalmente diverso da quello professato da Gervasutti.
Flash 150

CONTINUA

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