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Quelli che han Naso 1

Storia del Naso di Zmutt 1 (1-2)
Il compito del giornalista, secondo la più nobile scuola, quella inglese, è di raccontare semplicemente i fatti appena successi. Sembrerebbe semplice, limitarsi a ciò che effettivamente è accaduto, evitando commenti ed interpretazioni.

Leo Cerruti e Gianni Calcagno, 1a invernale parete nord-est della Grivola, gennaio 1970

Leo Cerruti e Giani Calcagno, Grivola, prima ascensione invernale della parete NE, via Cretier

Ciò presuppone una documentazione certa, basata su fonti selezionate. Se tutti i giornalisti si attenessero a questo semplice principio, un primo corollario sarebbe la rinuncia alla stampa scandalistica, basata sul pettegolezzo e sul prurito curioso. Le conseguenze di questa mutilazione sarebbero disastrose, sai quanti giornali dovrebbero chiudere. E infatti nessuno si sogna un’eventualità così radicale, perché i lettori (ma anche coloro che scrivono) hanno bisogno del mistero.

Ciò che alimenta il mistero da consumare durante la lettura di un giornale è semplicemente l’ignoranza del giornalista: non si può essere documentati su ogni avvenimento in modo tale da non suscitare mai nel lettore alcun tipo di domande. Ci sono fatti che vengono “comunicati” con dovizia di particolari e fatti che rimangono anche per anni nell’oblio di qualche scarna riga di diario personale.

Sappiamo qual è il compito dello storico? Una prima risposta è “raccontare con obiettività ciò che è successo molto tempo prima”, quindi sembrerebbe lo stesso del giornalista, solo un po’ posticipato. E una seconda, a me sembra, che compito dello storico sia farsi divorare dai dubbi, perciò soprattutto scavare negli archivi dimenticati, accostarsi a testimoni possibili, connettere relazioni tra fatti: costruire insomma una storia che in qualche modo tragga alimento dal mistero di ciò che un tempo fu dimenticato ma che ne produca un altro sulla base di ciò che ancora non si è capito.

Già Gino Buscaini, in Alpi Pennine II e a proposito degli Strapiombi di Furggen, osservava, senza però trarre conclusioni: «Notevoli e ingannevoli discordanze si riscontrano nei vari racconti d’ascensione. Tra le pubblicazioni consultate, inoltre, non ve n’è una che riporti un tracciato esatto (Montagnes du Monde 1946, 15; Monografia CAAI, 1965; Cervino 1865-1965, pagg. 121-25; Les Alpes 1944, 94). Questi fatti non sono appannaggio esclusivo dello spigolo sud-est, ma imperano in tutta la bibliografia del Cervino. Tuttavia questo spigolo deve avere un particolare potere di invogliare i salitori a scrivere racconti emozionanti, dai quali è praticamente impossibile trarre una relazione tecnica (vedi anche Bollettino del CAI 1946, 180-4, racconto Perino)».

Il Naso di Zmutt
Dopo l’exploit di Bonatti sulla parete nord, per qualche anno sembrò che nulla di nuovo il Cervino potesse aggiungere alle brame di nuovo degli alpinisti. Poi ci si accorse del “Naso di Zmutt”, il pauroso profilo di rocce strapiombanti che delimita a destra la parete Nord e che precede il profilo della cresta di Zmutt. Una struttura rocciosa a sé, una parete a sé, un “must” per chi cercava il massimo impegno in alpinismo. Un luogo, soprattutto, dove tentare di forzare ancora una volta un’impresa senza chiodi a pressione.

Pierre-Alain Steiner nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di ZmuttLa cordata di Michel Piola e Pierre-Alain Steiner impegnata nella prima ascensione alla via diretta del Naso di Zmutt (29 luglio-1 agosto 1981). Archivio Michel Piola.

Allorché nell’agosto 1968, dal 4 al 6, con Gianni Calcagno misi le mani sulla grande parete nascosta, del Naso di Zmutt non si sapeva nulla. Salimmo i primi 400 metri per arrivare a quello stretto couloir ghiacciato che caratterizza l’inizio della grande parete rocciosa, più o meno dove molti anni dopo, nel 1981, Piola e Steiner avrebbero iniziato la loro direttissima. Il tempo non ci fece alcuna grazia, anzi fu giocoforza fuggire con un grande obliquo a destra e raggiungere così in piena tempesta i Denti di Zmutt, per poi scendere per la cresta e raggiungere a notte fonda il rifugio dell’Hörnli.

Michel Piola nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di Zmutt
Pierre-Alain Steiner fotografa il compagno Michel Piola durante un bivacco nella prima ascensione della via diretta al Naso di Zmutt (29 luglio-1 agosto 1981). Archivio Michel Piola.

Nell’ottobre successivo seguii con apprensione il tentativo di Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini e quando, l’estate successiva, riuscii a ritentare con Leo Cerruti, vidi che il freddo ottobrino e un’indubbia diversa concezione di risolvere i problemi avevano costretto la cordata dei quattro ad un’attrezzatura sistematica dei primi 400 m. Ricordo pure l’episodio comico di quando raggiungemmo il loro punto massimo, alla fine della nostra diciottesima lunghezza di corda: ci aspettava un ingente mazzo di materiale abbandonato. Ci facevano così gola quei bellissimi cunei metallici di provenienza americana e dal costo elevato (i bong) che li scambiammo con i nostri ingombranti e “cheap” cunei di legno.

La salita al Naso di Zmutt ha rappresentato per me il massimo di ciò che ho potuto esprimere con la mia attività alpinistica. Logico che negli anni seguenti io abbia seguito con interesse tutto ciò che sulla parete succedeva.

Dopo un silenzio di quasi cinque anni, dal 21 al 28 gennaio 1974 lo svizzero Edgar Oberson e il cecoslovacco Thomas Gros compiono la prima invernale e prima ripetizione della nostra via, facendosi recuperare sfiniti in vetta  dall’elicottero.

Dal 29 luglio al 1° agosto 1981 gli svizzeri Michel Piola e Pierre-Alain Steiner salgono una via assai più diretta (la direttissima), con l’uso di qualche spit.

Perché qualcuno doveva pensare anche alle sezioni ancora più ostili della grande parete. E quella era una cordata che in quei tempi stava rivoluzionando l’arrampicata alpina, spaziando dall’Eiger al Monte Bianco con uno stile che prevedeva di portare i massimi livelli su roccia del periodo in un contesto severo come quello dei grandi giganti alpini. I due giudicarono che la via, in futuro, sarebbe diventata classica, da percorrere in arrampicata libera e da salire in giornata, merito delle difficoltà non estreme e della roccia buona incontrata durante l’apertura.

Pierre-Alain Steiner nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di Zmutt
Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981

Il 12 e 13 luglio 1982 lo svizzero André Georges sale la Gogna-Cerruti in prima solitaria, mentre dal 26 al 31 dicembre 1982 ancora gli svizzeri Daniel Anker e Thomas Wüschner salgono in prima invernale la direttissima Piola-Steiner, seguiti alla fine dello stesso inverno, dall’8 al 14 marzo 1983 dai polacchi Jan Wolf e Krzysztof Kraska che non ne sapevano nulla. Esiste la voce che, di questa via, il 28 luglio 1986 lo sloveno Janez Jeglic abbia effettuato la prima solitaria (con variante nel secondo terzo), ma su Alpiništicni odnik Domžale, in uno scritto alla memoria (dopo la sua scomparsa il 30 ottobre 1997 al Nupse), è riportato che nel 1986 egli fece da solo la parete sud “per la via delle Guide”. Il che spiegherebbe come mai, sia pur fortissimo, Jeglic avrebbe impiegato solo un giorno per la direttissima Piola-Steiner… Purtroppo la prematura scomparsa di Jeglic non ci può dare informazioni sicure.

Il 17 e 18 luglio 1986 ecco il concatenamento in 24 ore di cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche e di Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti), da parte di Jean-Marc Boivin e André Georges.

Gabarrou il testardo
Nel 2001 entra in scena il “Gab”. Lasciata la Hörnlihütte il 31 luglio 2001, Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto seguono la Gogna-Cerruti nella parte iniziale di ghiaccio e misto, proseguono per il pendio di ghiaccio fino quasi alla sommità di questo. Sono lì per salire il Naso nella sua sezione più breve ma anche più strapiombante. E Gabarrou è già stato lì.
Patrick Gabarrou e François Marsigny su Aux amis disparu sul Cervino, tentativoPatrick Gabarrou e François Marsigny su Aux amis disparus sul Naso di ZmuttCervino, tentativo
Leo Cerruti e Gianni Calcagno, Grivola, prima ascensione invernale della parete NE, via Cretier
Dunque vediamo: il primo ricordo è del 1989 con Pierre Gourdin (tornati per un malanno fisico di quest’ultimo); qualche settimana dopo con François Martigny il 18 e 19 luglio, quando il vento più furioso aveva fermato i due sotto al grande strapiombo che stavano chiodando e dopo un bivacco più o meno a metà altezza del risalto verticale e strapiombante (6a+/6b e A2 e A3); con una traversata su cengia ed un’altra lunghezza difficile erano riusciti a scappare sulla cresta di Zmutt e quindi raggiungere la cima.
Gabarrou ci era ritornato ancora con Pierre Gourdin l’anno dopo, questa volta con un trapano e due batterie per forare quella roccia incredibilmente dura. Gourdin era riuscito a progredire altri 30 metri di lunghezza grazie ad uno spit e i piccoli chiodi a pressione da 6 mm finché, ormai distrutto fisicamente e moralmente, aveva deciso di calarsi dopo aver sistemato una sosta. I due, come nel precedente tentativo, avevano traversato verso destra risalendo poi la cresta di Zmutt. Era il 19 luglio 1990.
Nell’ambiente dell’élite alpinistica i tentativi di Gabarrou avevano fatto decisamente epoca, si racconta perfino che Erhard Loretan e Jean Troillet abbiano chiamato Gabarrou al telefono annunciandogli «se non finirai la tua via, ci andremo noi!». Nel 1992 il nuovo compagno di Patrick era il giovane aspirante guida alpina Lionel Daudet. Dopo i tre tentativi, Gabarrou si sentiva ormai moralmente autorizzato ad approcciare le grandi difficoltà salendo per la cresta di Zmutt ed evitando quindi la parete inferiore. Anche perché l’estate assai secca stava creando scariche di sassi frequenti. I due si erano calati proprio per quel camino che a Gabarrou era già servito due volte per scappare dalla parete. Daudet il 5 luglio aveva ripreso la lunghezza di artificiale abbandonata da Gourdin e per un sistema di fini fessurine era riuscito a continuare senza altri spit. Il giorno successivo Daudet era sempre stato capocorda, a causa della perdita di una scarpetta d’arrampicata di Gabarrou. Prima altre 4 lunghezze di artificiale, poi un po’ di libera avevano permesso finalmente di uscire dal Naso e raggiungere la parte finale della cresta di Zmutt, poi la vetta. Gabarrou e Daudet avevano dedicato la via a tutti gli amici scomparsi, Aux amis disparus, appunto. Una via che ancor oggi attende un percorso integrale dalla base fino in vetta. In questa impresa ci proverà lo stesso Daudet nell’inverno 2002.

In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare un bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, ClusesIn prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare il bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.Con Ravaschietto dunque Patrick intende realizzare un altro sogno, la linea di fessure e diedri a sinistra di Aux amis disparus e questa volta gli riuscirà alla prima, con conclusione il 2 agosto, non distante dal suo cinquantesimo compleanno. La via nuova, con difficoltà fino al 6b+ e A2+, 80°, M5+, si chiamerà Free Tibet. Usate solo protezioni ad incastro e qualche chiodo, mettendo spit solo ai posti da bivacco.

Free Tibet di Enrico Martinet, La Stampa 13 ottobre 2001
Ride, Patrick Gabarrou, mentre racconta di aver avuto una «paura folle». Ha consegnato la sua estate a Free Tibet, come ha battezzato la nuova via sulla parete nordovest del Cervino, un imbuto con un grande lenzuolo di neve, che poi diventa verticale per raggiungere il Naso di Zmutt. «La più difficile del Cervino», sentenzia Gabarrou, alpinista francese, guida alpina di fama, con alle spalle una carriera infinita.
Non era solo, però. È andato a guardarsi la ver­tiginosa quanto buia parete che già conosceva molto bene (ha compiuto una via parallela dedicata Aux amis disparus), poi ha telefonato al rifugio Morelli, nelle Alpi Marittime, per cercare
«un certain Cesare Ravaschietto». L’ha trovato, gli ha spiegato che cosa volesse fare, si è sentito rispondere «non conosco la via, ma lasciami due giorni e arrivo». Una storia un po’ simile a quella di Riccardo Cassin quando compì l’impresa alla Nord delle Grandes Jorasses….
… Sul Cervino Gabarrou e Ravaschietto hanno fatto due bivacchi e sono rimasti tre giorni. Hanno risalito il loro grande diedro senza cercare di evitarlo. Non è una via logica, ma un itinerario volutamente complicato. Quel diedro, dice Gabarrou, «è alto 120 metri ed è il più alto e il più difficile di tutte le Alpi occidentali». Arrampicata estrema, possibile per due alpinisti che hanno imparato a stimarsi proprio su quella parete così complessa. Patrick, definito da Cesare «vecchia roccia», chiama la guida di Cuneo «il fortissimo», oppure «lo stambecco». Spiega: «Cesare è stato una vera sorpresa per me. Un alpinista completo e di grande livello». E, quanto al nuovo itinerario, aggiunge: «Non ho mai trovato una roccia tanto dura. Neppure il granito del Bianco è così. Su quel diedro puoi scordarti di piantare chiodi, il martello rimbalza come sul ferro».

In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou impegnato da secondo su un difficile diedro. Foto: Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, ClusesIn prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou impegnato da secondo su un difficile diedro. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.

Nello stesso momento in cui Gabarrou e Ravaschietto lasciano la Hörnlihütte, gli spagnoli José Isidro e Xavi Metal partono anche loro per l’impresa che gli varrà il Piolet de Oro 2001 (versione ispanica del Piolet d’or), la prima spagnola della direttissima Piola-Steiner. L’itinerario dunque si avvia, con due bivacchi, a diventare la classica della parete: la cordata iberica conferma le valutazioni di 85°-90° per il primo terzo, poi 11 lunghezze fino al 6b+ e A0, e infine il tratto finale di circa 330 m a 60° e 65° su terreno misto per raggiungere la vetta italiana. Usata un’intera serie di friends, con misure e mezze misure, assieme ad una selezione di una decina di chiodi.

Continua domani, 17 giugno 2014

postato il 16 giugno 2014

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La montagna per gli altri

L’incontro dopo tanti anni con Salvatore Gargioni, le domande e le risposte, sono stati un grande ritorno alle atmosfere magiche delle mie prime gite davvero alpinistiche. Gelas, Clapier, Maledia sono montagne delle Alpi Marittime che mi videro salire felice con i miei nuovi amici.

È stata un’intervista che mi ha riportato indietro nel tempo, ma non so dire se per merito dell’argomento o dell’intervistatore. Per certi versi la Sottosezione del CAI di Bolzaneto, della quale ora Gargioni è presidente, è stata un po’ la madrina della mia passione per l’alpinismo. Euro Montagna, con la sua guidina delle arrampicate in provincia di Genova, mi aveva aperto un mondo. Di lui sapevo tutto e naturalmente sapevo tutto anche dei suoi compagni di Bolzaneto, da Nicolino Campora a Giorgio Noli fino al Gabbe, cioè a Salvatore Gargioni, appunto.

SG. Cosa ricordi dei corsi di alpinismo, non in senso aneddotico o nostalgico legato alla giovinezza o agli amici, ma in senso critico ed alla luce delle tue esperienze? La gestione, l’utilità in relazione agli incidenti in montagna, o l’immagine e la funzione del CAI?

La parete nord-est del Pizzo Badile, d’inverno: la montagna per gli altri
Pizzo Badile, parete NE, via Cassin, 1a ascensione invernale , (foto Dante Taldo)La mia convivenza con i corsi e le scuole di alpinismo è stata assai breve. E non per litigio con qualcuno, come spesso succede, bensì per il dubbio di reale utilità al singolo.
In effetti la frequentazione come allievo del corso 1964 della Sezione Ligure mi è stata assai utile: ho imparato la prudenza, ho conosciuto amici che difficilmente avrei potuto conoscere altrimenti. Però poi le cose sono rapidamente cambiate. Oggi ci si iscrive ai corsi nella convinzione di poter facilmente apprendere tutto, saltando ogni gavetta. Già nel 1967 la mia anarchia latente aveva capito che una passione, per esplodere, deve avere ostacoli, non facilitazioni. Non voglio discutere l’utilità sociale dei corsi: la comunità sicuramente ne trae vantaggio. Ma il singolo, per imparare e per vivere a fondo la sua passione, deve avere bastoni tra le ruote. Solo se un padre ti impedisce di andare in montagna, solo se ti iscrivi al corso con i tuoi propri risparmi e solo se non pensi che ogni cosa ti sia dovuta, hai speranza che un corso sia veramente utile. In più oggi i corsi in genere predicano la montagna sicura. Questo deresponsabilizza la gente in maniera tale che nessuno saprà mai tirarsi fuori d’impaccio da solo, tutti credono che il soccorso alpino ti salvi dovunque, e la fantasia creativa in tutto ciò è zero.
Così io prediligo, ricerco ed alla fine anche frequento di più la roccia non così sana, i posti “brutti” ed erbosi e la montagna scartata dai più, proprio per il rifiuto che ho sempre provato, profondo e radicato, per le convinzioni correnti che si debba salire solo su roccia buona e ben protetta. Sono convinto che la sicurezza sia soprattutto dentro di noi e che ciò che può esserci fuori di noi sia sicurezza apparente, stampella per chi non sa o non vuole camminare con le sue gambe. E questo discorso è valido per le salite estreme come per i sentieri più frequentati o per le ferrate più maniacali. Voglio poter conservare la libertà di perdermi in un bosco o in un altopiano, perché credo che sia questa la vera esperienza che cerchiamo. Vorrei fare un corso io, per insegnare come sia più bello salire a piedi su una via normale, ma senza ometti, vernice o altra segnaletica piuttosto che salire come scimmie su fittoni o scalette di ferro, dove si fa una gran fatica ma s’impiega nessuna fantasia, dove si crede di fare chissà che cosa ma si perde tutto ciò che la montagna vera può farci vivere. L’alpinismo come il tennis, segnalato, regolamentato, insegnato, e però solo fintamente addomesticato, è il più grande pericolo in cui un giovane possa cascare.

SG. Quando hai capito che avresti potuto diventare un protagonista e quando hai di conseguenza deciso di dedicarti completamente alla montagna?

Ho capito soprattutto che avrei voluto dedicarmi totalmente alla Montagna, non tanto che avrei potuto diventare un cosiddetto protagonista. E questo è successo, ovviamente, subito dopo la nostra prima invernale della via Cassin al Pizzo Badile.

SG. Per quanto tempo sei rimasto “a cavallo della tigre” e quando pensi di essere sceso? Passando, per esempio, al professionismo?

La mia permanenza ai vertici dell’alpinismo internazionale è durata assai poco. Gli anni che vanno dal 1967 al 1974 sono sicuramente i più “bollenti”. Il professionismo non c’entra. Già dal 1968 feci la scelta di lasciare casa mia e di vivere da solo mantenendomi in un’altra città. E per vivere ho sempre fatto conferenze e ho scritto di montagna. Ho fatto anche il rappresentante di articoli da montagna. Da allora non è cambiato nulla, continuo a scrivere, edito libri, faccio serate e vendo fotografie. Certo, sono anche guida alpina, ma non esercito nella maniera classica. Il mio lavoro, e spero di farlo sempre al meglio, è quello di parlare di montagna, scrivere e fotografare, in modo che altri possano vivere le cose che io ho avuto la fortuna di provare.
I vertici dell’alpinismo sono scomodi e pericolosi. Chi non è in grado di capirlo in tempo, prima o poi rischia di lasciarci veramente le penne. Quando comprendi che hai dato già il tuo massimo, hai tre possibilità: a) smettere definitivamente e tanti saluti alla montagna che hai usato per farti bello; b) continuare a dare il tuo massimo e quindi mettersi nella condizione di non fare più le cose estreme con lo stesso equilibrio di prima, con il rischio di vivere sempre più situazioni pericolose e foriere di incidenti più o meno gravi, “avvertimenti” per la successiva batosta finale; c) accettare come grande, bello e per “unica cosa che conta” il tuo amore per la montagna, rinunciando quindi all’alpinismo “per gli altri” e continuare la tua attività con entusiasmo, senza mai desiderare d’essere altrove, quando ogni giornata è così ugualmente importante che potrebbe essere la tua ultima.

SG. La trasformazione dell’alpinismo e del CAI portano ad un vicolo cieco. È la morte della montagna?

La parete nord-est del Piz Martel (Val Cama, Mesolcina): la montagna per noi stessi
Parete nord est del Piz Martel (Val Cama), MesolcinaLa trasformazione dell’alpinismo e del CAI sono il prodotto dell’aver noi tentato di trasmettere la libertà agli altri come se questi non fossero in grado di cercarsela da soli. Deresponsabilizzando gli altri ci siamo messi in un vicolo cieco. Da questo si può uscire solo facendo marcia indietro. Perciò non parlo e non mi sento di parlare di morte della montagna o dell’alpinismo, perché credo che la via di ritirata sia ancora aperta per una buona maggioranza di gente. La strada passa per la delegittimazione delle istituzioni che molti hanno in testa oltre che in tessera. Essere iscritti a qualche associazione perché ci piace e ci crediamo, è utile; essere iscritti perché è “utile” o perché “si deve”, sa tanto di sindacato e quindi di mondo del lavoro. Al lavoro, dunque! E chi vivrà vedrà.

postato l’11 maggio 2014