Pubblicato il Lascia un commento

Via dalla folla

Via dalla folla
Quando da Aosta s’imbocca la superstrada per il Gran San Bernardo e si va incontro a colossi come il Grand Combin e il Mont Vélan, nessuno può immaginare l’esistenza di una valle, quasi parallela alla Valle d’Aosta, che si allunga a dismisura verso nord est fino a raggiungere la Dent d’Hérens: la Valpelline. Questo solco profondo corre alla base della catena spartiacque alpina nel tratto tra il Grand Combin e la Dent d’Hérens; a sud est la delimita una lunga catena costituita dalle Grandes Murailles e dal cospicuo crinale della Becca de Luseney, divisorio con la Valle di St-Barthélemy. È una valle molto selvaggia dai ripidi versanti che mai si sono prestati allo sfruttamento sciistico. I paesi sono pochi e ben conservati dal punto di vista architettonico. Il lungo lago artificiale di Place Moulin non la ingentilisce affatto, anzi contribuisce ancor più al tono di ruvidezza che accompagna il visitatore. Dal punto di vista scialpinistico la Valpelline si presta ad alcuni itinerari di gran pregio, basta ricordare la Tête de By, il Mont Gelé, il Dôme de Tza o la stessa Dent d’Hérens. Ma forse l’aspetto più convincente è la possibilità che la valle offre di giungere allo splendido territorio della classica Haute Route Zermatt-Chamonix lungo percorsi meno frequentati. Come se si parlasse di Haute Route degli anni ’30, con l’esplorazione sciistica delle Alpi al massimo del suo fulgore. Da quando Marcel Kurz raccontò entusiasta le sue peregrinazioni sui ghiacciai tra Zermatt e Chamonix, tante cose sono cambiate. Sono centinaia le persone che ogni giorno salgono e scendono per i ghiacciai dell’Haute Route: e potrebbero essere anche di più senza il naturale contenimento della limitata capacità dei rifugi. Ci sono giorni, anche non di tempo bellissimo, che in vetta al Pigne d’Arolla, una delle più belle cime della traversata, si possono contare nello stesso momento (e non prima o dopo) anche fino a quaranta persone! Occorre prenotare con meticolosità svizzera il proprio pernottamento nei rifugi anche mesi prima, quindi bisogna che ci adeguiamo alla sveglia comune, all’uso delle toilette alla stessa ora, al fare colazione nello stesso momento, al mettere le pelli assieme, al partire assieme, eccetera. Per poi comunque trovare chi ti precede e ti traccia la pista sia in salita che in discesa (e in genere le tracce durano fino alla nevicata dopo). Quando arrivi su una cima si trova regolarmente occupato da più persone l’unico luogo a ridosso dal vento e i corvi non fanno a tempo a beccare le bucce d’arancia lasciate in giro. Questi fastidi e ancor più certi metodi «militari» non piacciono tantissimo alla mentalità italiana, però bisogna ammettere che rappresentano l’unico valido sistema per limitare la confusione generale su percorsi così preferiti.

La conca di By e, da sinistra, le Aiguilles de Valsorey, la Grande Tête de By e la Tête Blanche. Ollomont, Valle d’Aosta.La conca di By e, da sinistra, le Aiguilles de Valsorey, la Grande Tête de By e la Tête Blanche. Ollomont, Valle d'Aosta.

Una cosa è certa: anche se le ordinatissime file indiane di comitive svizzere, tedesche e perfino francesi sono senz’altro più belle da vedere che i nostri scompaginati gruppetti italici, comunque il numero totale è quello che conta. Il fatto che siamo in netta minoranza e che mal ci adeguiamo a tanta organizzazione mi lascia sperare che proprio da noi italiani venga qualche tentata alternativa.

Nel nostro piccolo abbiamo cercato di raggiungere gli stessi luoghi dell’Haute Route, o altri nelle vicinanze, per itinerari diversi dalla classica traversata. Si tratta di percorsi ovviamente conosciuti da tempo, ma di certo non molto frequentati, perché faticosi, quasi mai serviti da rifugi custoditi e quindi in generale più impegnativi, nella vera dimensione della montagna invernale. Sarebbe raccomandabile una maggiore fantasia nella scelta delle gite e nella definizione degli itinerari. Meno attenzione alle supposte comodità e più rilievo al proprio muoversi in luoghi non trasformati. È fuori di dubbio che alcune montagne fossero più salite in passato che oggi: lo testimoniano libri dei rifugi e resoconti vari sulle diverse riviste. Poi alcune mete, vuoi per bellezza, vuoi per alcune comodità, vuoi per moda hanno preso il sopravvento sulle altre e catturato ogni attenzione, sia a livello individuale sia a livello di gite sociali. Questo però nulla dovrebbe togliere alla gioia di scegliere, dopo studio e applicazione, una meta magari dimenticata, ma bellissima e solitaria.

Ecco quindi nascere il desiderio di salire, per le prime ore con gli sci legati allo zaino, da Ollomont-Glacier ad un trascurato punto panoramico come la Tête de By, oppure dal Rifugio Col Collon guadagnare il Col de l’Évêque e da lì spingersi verso il bivacco dei Bouquetins e la Tête Blanche per poi scendere nella selvaggia e arcigna alta Valpelline, oppure ancora dal Rifugio Col Collon raggiungere le Pointes d’Oren, al culmine della maestosa fiumana ghiacciata del Glacier d’Otemma. E queste tre sono solo alcune delle molte possibilità che la Valpelline offre per raggiungere lo spartiacque alpino e quindi accedere al cuore dell’Haute Route. Lo spunto che volevamo dare, prima di tutto a noi stessi, era proprio quello di vedere le medesime cose che stavano vedendo numerosi altri con l’occhio di alpinisti più “anarchici” e meno disponibili ad essere intruppati da usi e costumi ormai obbligatori.

Ci siamo perciò spinti fino alla vetta della Peigne d’Arolla, raggiungendo quindi le profonde e larghe tracce dell’Haute Route classica. E’ stato curioso osservar nascere dentro di noi la strana sensazione di essere dei “diversi”, sembrava quasi di essere dei rivoltosi carbonari perché avevamo “osato” tracciare una pista che confluiva, sì, in quella canonica, ma proveniva da tutt’altra direzione. Sembrava cioè che fossimo stati noi a turbare un ambiente, molto più di quanto l’avessero fatto le comitive nelle nostre vicinanze! Ma davvero la colpa di avere più fantasia di altri è così fastidiosa? Per caso sminuisce o snatura la nostra gioia? Noi non ci giureremmo affatto.

Quando Roberto Corsi ed io ai primi di maggio del 2000 arrivammo nel tardo pomeriggio al Rifugio Amiante eravamo proprio contenti che la giornata fosse finita. Luce ancora per pochi minuti, una violenta bufera di vento e nevischio che ci aveva colpiti durante l’ultima ora di salita e soprattutto la sfacchinata fatta da Glacier, con gli sci sullo zaino per più di mille metri di dislivello, ci avevano piegati per i rimanenti cinquecento. Nel rifugio non c’era nessuno, anche se era sabato sera: la mancanza di qualunque traccia nella neve ci aveva avvertiti di questa solitudine, però avvertimmo comunque la strana sensazione dell’abbandono. Non un abbandono reale, si vedeva che il rifugio godeva ancora di un minimo di attenzione della sezione del CAI proprietaria: bensì qualcosa di trascurato, di vecchio, uno sconforto, come se il rifugio ci avesse accolto piangendo e ci volesse dire che, sì, era felice della nostra visita, ma che in altri tempi avrebbe potuto darci una ben diversa ospitalità… Pentole e stoviglie erano in ordine, ma era come si lamentassero di non essere usate quasi mai; coperte e materassi dignitosi ci rivolgevano lo stesso discorso. Noi, nel freddo di metà maggio, con il vento che soffiava attraverso ogni piccolo spiraglio, ci sentivamo soli e neppure tanto protetti, come bambini che vagano per un bosco che prima era amico e ora si fa minaccioso con il buio e con i rumori della notte. Povero rifugio, gli alpinisti ti hanno dimenticato!

Dalla Tête de By veduta sul Grand Combin. Ollomont, Valle d’Aosta.
Dalla Tête de By veduta sul Grand Combin. Ollomont, Valle d'Aosta.

Pubblicato il Lascia un commento

Il lato oscuro

Il lato oscuro sul Grand Combin
Nel meteorologicamente pazzo mese di agosto 1999 per una settimana intera le previsioni del tempo svizzere non furono in grado di dare indicazioni valide sulle brevi schiarite che continuavano a susseguirsi. Esitavo a mettere in atto il mio programma di salire al Combin de Corbassière perché temevo la classica giornata nera. Così in alternativa, da solo o in famiglia, avevo raggiunto il Lac de Louvy, la Pierre a Vire, la Pierre Avoi; mi ero anche massacrato le gambe con la mountain bike perché, nel tentativo di raggiungere in minor tempo la Cabane de Chanrion, mi feci prestare dal mio albergatore l’attrezzo che presto si rivelò una vera tortura. Mai avrei pensato che i polpacci e le cosce potessero dolermi così dopo soli pochi chilometri di saliscendi lungo l’eterno Lac de Mauvoisin. Nella fretta di cogliere l’alba dal Col de Tsofeiret, a primi tornanti di vera salita al rifugio abbandonai la bici per proseguire con i miei ben più allenati muscoli che normalmente uso camminando.

Dalla Tête de By veduta sul Grand Combin
Dalla Tête de By veduta sul Grand Combin. Ollomont, Valle d'Aosta.Finalmente il tempo dava un po’ di speranza, così un pomeriggio mi avviai da solo dalla Cabane Brunet verso la Cabane de Panossière dove alla sera m’incontrai con Bernard Corthay, un amico del solito albergatore che aveva accettato di accompagnarmi. La mattina dopo il tempo faceva schifo, una nebbia grigia e neanche troppo spessa non faceva neppure sperare in una rapida dissoluzione oppure in una fuoriuscita alle stelle. La marcia sul ghiacciaio fu quindi rapida ma penosa, per via del caldo umido che dopo un po’ si trasformò in nevischio. Un vago chiarore lasciava però sperare in una schiarita, ormai eravamo in ballo e quindi non ci fermammo ad aspettare. Invece di seguire la via normale per la cresta ovest del Combin de Corbassière, salimmo per la più articolata cresta sud, normalmente una bella e facile arrampicata su solida roccia, che però ora era del tutto incrostata di nevischio. Ramponi ai piedi e legati in cordata giungemmo quasi alla vetta. Al di sotto sfuggiva l’esile cresta, nel grigio di un’alba livida e triste. Qualche raffica di vento neanche troppo freddo spazzava ogni tanto il grigiore e la cresta appariva veramente selvaggia. Decisi che ci saremmo fermati ad aspettare, volevo fare la foto al Grand Combin e al grandioso Glacier du Grand Combin proprio da lì. Mi aspettavo di minuto in minuto di vedere la grande parete glaciale, il famoso e tragico Corridor della via normale a questa grande montagna, ma non succedeva nulla. Bernard a quel punto estrasse a sorpresa una bottiglia di vino bianco del Vallese che stappammo religiosamente e sorseggiammo fino all’ultima goccia, sempre sperando nella ormai remota possibilità di schiarita. Alla fine rinunciammo all’attesa e alla sosta che ci aveva infreddoliti a dispetto dell’alcool bevuto: un po’ debolucci di gambe e rigidi di membra affrontammo gli ultimi metri di cresta e giungemmo in vetta, dove peraltro sostavano già altre comitive giunte per la via normale. Attendemmo ancora, ormai eravamo gli ultimi rimasti lassù e continuavamo a non vedere nulla. Verso le 10,30 decidemmo di scendere, anche se io ero un po’ timoroso di beccare l’ultima fregatura. Me la sentivo che ci sarebbe stata la schiarita, però pensavo che ormai il sole era troppo alto e che comunque la foto non sarebbe riuscita come volevo. Scendemmo velocemente quindi e, come quasi previsto, non appena giunti sul ghiacciaio, proprio nel cuore di questo stupendo ambiente di crepacci e di seracchi giganteschi, ecco che il cielo diventa azzurro, il sole ci colpisce subito, il panorama si apre su ogni montagna visibile ad eccezione di una sola: il Combin de Corbassière. Se fossimo rimasti sulla cima quel giorno non avremmo visto nulla, perché un’ostinata ed impertinente nuvola rimase per l’intera giornata a circondare proprio quella vetta.

Il sole splendeva radioso, come al solito accecante: qualche sbrendolo di nebbia giocava a drappeggiare qua e là il versante ghiacciato. Ma il sole era sempre visibile. Improvvisamente, mentre scattavo le fotografie, mi accorsi che a parità di tempo l’esposimetro mi segnalava la necessità di una maggiore apertura: prima un diaframma, e non ci volli fare caso, poi due, e lì fui costretto a cercare di capire perché. Al terzo diaframma in più richiesto, esclamai: ma c’è l’eclisse! E del resto il fenomeno era ormai evidente, perché un’ombra innaturale per quell’ora e per un sole così evidente e neppure un po’ velato si stava impadronendo del nostro mondo visibile. Sapevamo dell’eclisse, ma nessuno di noi due aveva pensato che proprio quello era il giorno e proprio quella era l’ora. Durò poco, ma fu emozionante: avevamo l’impressione che, sia pure solo per pochi attimi, il regolare corso delle cose d’alta montagna si fosse alterato. Dopo qualche minuto era come prima, ma io mi sentivo appena scosso e non era una sensazione spiacevole.

Traversata sul Glacier de Corbassière, con lo sfondo di Tournelon Blanc a sinistra, Grand Combin al centro e Combin de Corbassière a destra
Traversata su innocui crepacci del Glacier de Corbassière, con lo sfondo di Tournelon Blanc a sinistra, Grand Combin al centro e Combin de Corbassière a destra.

postato il 3 novembre 2014