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Una muraglia infernalmente viva

Grandes Jorasses, parete sud, gita Plampincieux-Rif. Bonatti

Grandes Jorasses, i 1400 m della parete sud, racchiusa tra CResta di Pra SEc e Cresta di Tronchey

Una muraglia infernalmente viva
Ottobre 1972

Nel numero di febbraio del 1926 della Rivista Mensile del CAI, l’accademico biellese Guido Alberto Rivetti pubblicò una relazione sulla prima ascensione del versante Tronchey alle Grandes Jorasses. Egli salì, insieme con il fortissimo Francesco «Cichin» Ravelli di Torino e con il portatore di Courmayeur Evariste Croux, lungo la direttrice di quell’enorme crestone (che topograficamente sarebbe chiamato «Tronchey» ma che invece dagli alpinisti viene nominato di «Pra Sec») che divide il ver­sante sud est delle Grandes Jorasses, dalla parete sud. Questa complessa costola della montagna si alza direttamente dalla Val Ferret e raggiunge una netta individualità solo alle Petites Aiguil­les de Pra Sec 3097 m. Diventa una grandiosa struttura verso i 3500 metri, in corrispondenza delle Aiguilles de Pra Sec 3549 m, un’esile cresta sommitale con tre grandi punte, appoggiata sul colossale costolone. Da qui esso perde un po’ della sua netta evidenza, per perdersi, se si vuole, sulla parete sud, che a questa altezza è un selvaggio insieme di canali e nervature, oppure sul versante sud est, dominato dal grande ghiacciaio sommitale delle Grandes Jorasses.

La cordata dei piemontesi impiegò due giorni (il 23 e 24 luglio 1923) per venire a capo della salita, impresa per quei tempi assolutamente eccezionale. Basti pensare che venne compiuta ancor prima della più nota Arête des Hirondelles. E pare che le difficoltà tecniche su alcuni passaggi delle Aiguil­les de Pra Sec non manchino e non abbiano nulla da invidiare al più famoso intaglio a V dell’Arête des Hirondelles.

La parete sud delle Grandes Jorasses, 1400 m
Grandes Jorasses, parete sud, gita Plampincieux-Rif. BonattiNel leggere la relazione di Rivetti si è colpiti dal particolare che spesso viene nominata e descritta la parete sud, a destra del crestone, quella che incomincia dal ghiacciaio di Pra Sec e, stretta e incassata tra i due grandi crestoni di Pra Sec e Tronchey, tocca la vetta dopo un dislivello abissale di circa 1400 metri.

Le osservazioni culminano con questa frase, un po’ retorica oggi, ma allora ci si esprimeva diversamente: «muraglia infer­nalmente viva, sembra opposta allo sforzo dannato del ghiac­cio che vuole entrarle nel cuore».

Cinque anni dopo, il 23 luglio 1928, Alberto Rand Herron con Evariste ed Eliseo Croux, nel tentativo di superare la cresta di Tronchey, che con il suo affilato profilo è l’itinerario più bello e logico che si possa osservare da Entrèves, per evitare il lungo e famoso camino ghiacciato, si spinsero a sinistra, sulla parete sud, a circa metà altezza, e da lì, tramite faticose traversate, diagonali estenuanti, discese intermedie e pendoli addirittura, riuscirono a guadagnare la vetta, per un itinerario completamente estraneo al Ravelli-Rivetti, ma purtroppo assai illogico.

Solo nel 1936, il 22 e 23 agosto Eliseo Croux e Titta Gil­berti vinsero la Cresta di Tronchey. E da allora nessuno più pensò alla parete.

Nessuno tranne Miller Rava, che si rende conto che la pa­rete alta 1400 metri è la più alta del Monte Bianco; capisce che i primi 700 metri sono inviolati e che sulla restante parte c’è uno sperone su cui si può arrampicare al sicuro dalle pietre, senza confondersi le idee dentro i più facili ma pericolosissimi canalini delle due vie prima citate. In pratica una via diretta che al tempo stesso risolva la salita integrale della parete.

L’8 agosto 1972 ci troviamo in quattro a Courmayeur e tutta la giornata è spesa in discussioni accanite. Tutti hanno da dire la loro, ci sono almeno quattro prime ascensioni di una certa importanza che si possono fare in zona e almeno al­tre sei o sette minori. Poi c’è chi vuole ripetere il Pilone Cen­trale, quell’altro ha paura del tempo… Dopo nove ora di lotta psicologica, si decide di non fare niente e al mattino dopo, cambiata idea, siamo soltanto Guido Machetto ed io a partire (si vede che il sonno ci ha fatto bene) verso la parete sud del­le Grandes Jorasses.

Il caldo è forte e la convinzione non tanta, perciò le soste sono assai frequenti sull’enorme conoide detritico che dall’auto­mobile conduce alla fronte del ghiacciaio di Pra Sec con 800 metri di dislivello. Qui passiamo a sinistra e subito in un de­dalo di crepacci; dopo altri 300 metri ci troviamo di fronte ad una spaccatura orizzontale profonda e larga quaranta me­tri con muri verticali di ghiaccio. Ci rivolgiamo a destra sulle rocce lisciate dal ghiacciaio, con notevoli difficoltà, e poi scen­diamo ancora sulla neve. Ai 2800 metri siamo al culmine, pro­prio dove la neve arriva più alta, in corrispondenza di un enor­me canalone di fondo che convoglia tutto lo scarico. Nei primi cento metri, proprio nella zona più pericolosa, tro­viamo le massime difficoltà, e il tutto infatti è condito da proiettili di varie dimensioni, nonostante l’ora appositamente tarda. Dopo 120-130 metri bivacchiamo su un terrazzino assai esposto, ma speriamo che di notte non succeda niente.

Al mattino ci accorgiamo di essere proprio incastrati in fondo alle colossali strutture che ci circondano: è veramente un imbuto orrendo. Solo il sole che spunta ce lo fa apparire un po’ più umano, e non riusciamo a liberarci da un certo di­sagio: con queste grandi muraglie e «infernalmente vive» per giunta, non si può mai sapere. Del resto non è che si corra, i tiri di quarto e quinto grado si inseguono. Fortunatamente rispetto ai primi cento metri di ieri sera ora si respira di più. Cercando di tenersi sempre sulle costole e mai nei canaloni, la speranza di evitare le scariche è ben fondata, ma se venissero giù delle mezze montagne, come a volte capita con intere tor­ri che franano, non ci sarebbe da stare molto allegri.

Alla sera siamo abbastanza alti, a circa 3800 metri e fuori dal tiro. Abbiamo incrociato la via Rand Herron e proseguiamo diritti su un bellissimo territorio rossastro. Il bivacco scorre tranquillo, con poco da mangiare e da bere, ma molta pace e sicurezza. Guido è contento, gli mancava una via così sul Bian­co, una via così classica, come è sempre stato il suo alpini­smo. Anch’io sono alle stelle, per me queste avventure con com­pagni che conosco da tempo sono sempre delle insuperate espe­rienze positive. Fumando l’unica sigaretta che abbiamo, osser­viamo le nebbie del mattino su Courmayeur. Qualche biscotto, e poi al lavoro. Delle magnifiche torri rossastre c’impegnano per tre ore, poi è la sicurezza della conquista. Da entrambe le parti vediamo sempre meno roccia e più cielo, fino a che non ci troviamo sull’esile Punta Walker. In quattro anni questa cima mi ha dato due grosse felicità.

La discesa è faticosa per la neve marcia (sono già le 15), ma tranquilla. Qualche chiacchiera con Chenoz al rifugio Boc­calatte, che l’anno prossimo non custodirà più, e poi la penosa discesa al fondo valle.

Questa ascensione ha suscitato una viva polemica, ritengo a causa della grande notorietà della montagna su cui si è svolta. Infatti è stata portata ad esempio da più di una per­sona come un nuovo progresso, ed è stato detto che con ciò si è fatto di più che in passato. Da lì alla considerazione più generale che oggi gli alpinisti sono migliori di ieri, il passo è assai breve. A queste affermazioni altri hanno opposto validissi­me ragioni a difesa degli anni Trenta e di altre epoche. È nata così una bella discussione che dura tutt’ora.

La parete sud delle Grandes Jorasses, 1400 m
Grandes Jorasses, i 1400 m della parete sud, racchiusa tra CResta di Pra SEc e Cresta di TroncheyA questo punto vorrei esprimere anch’io la mia opinione, come parte direttamente interessata.

Si è partiti da vari preconcetti da entrambe le parti, primo fra tutti il volere a tutti i costi ridurre l’alpinismo o ad un puro sport con tutti i suoi record o ad una pura idea di co­raggio e di volontà; c’è anche chi ha provato a ridurlo, sen­z’altro più giustamente, ad una sintesi equilibrata tra queste due componenti.

Finché si discuterà se, con l’attenzione rivolta alla forza fi­sica o morale degli alpinisti o ad entrambe sintetizzate, il cam­pione, o l’uomo, o l’alpinista abbiano fatto passi avanti o in­dietro, via, siamo pratici, si potrà discutere per sempre con scarsi risultati conclusivi, in quanto:

  1. ) è difficile stabilire quale sia la verità già in attività umane molto più vecchie, diffuse, e studiate che non l’alpinismo, figuriamoci in quest’ultimo che è giovane di neppure due secoli;
  2. ) si potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi che il valore umano fisico e morale non abbia a variare nel tempo e che ogni generazione raggiunga un limite standard di ardimento (questa tra l’altro è la mia convinzione personale);
  3. ) nessuno chiarisce mai la questione dei mezzi e dei metodi, quasi tutti dicono che oggi se ne usano di più e più per­fezionati, ma stando nel vago, senza precisare quantitativa­mente e qualitativamente e soprattutto senza pensare se l’aumento di questi possa coincidere o meno con l’aumento delle difficoltà a cui oggi si va incontro sia sulle Alpi che su altre montagne.

Per me la questione deve essere spostata dal piano umano al piano oggettivo. Penso sia inutile discutere sul piano umano per le ragioni sopraddette e ritengo invece sia molto utile fare paragoni oggettivi non tra le imprese alpinistiche (per cui si resterebbe sempre sul piano umano) ma tra le diverse concezioni di esse.

La questione importante è capire se oggi, nel 1972, si riesca­no a concepire problemi superiori a 30, 40, 100 anni fa. Su­periori dal punto di vista oggettivo, che non è difficoltà e ba­sta, ma comprende tutta l’architettura della montagna, tutto ciò che di estetico e di sensitivo essa può suggerire non solo a chi l’affronta, ma anche a chi l’osserva soltanto.

I problemi comparati oggettivamente sono sviscerati per ciò che sono in totale e per ciò che dicono all’uomo in totale, quin­di paura ad esempio, ammirazione, amore anche.

Per esempio un’impresa nata per caso, come potrebbe es­sere il compiere un’ascensione già pensata e tentata da altri e per questo divenuta problema di moda, oggettivamente ha poco di buono, perché il merito di aver pensato al problema era già di altri. E questo a prescindere ovviamente dalle varie consi­derazioni etiche per cui si dice: «L’hanno fregata a…»!

Ciò che bisogna paragonare sono le idee, qui l’uomo può senz’altro migliorare. Le realizzazioni pratiche, sportivamente parlando, nonché moralmente, sono tutte sullo stesso piano, al­meno le migliori delle varie epoche.

In ultimo voglio chiudere tornando alle Grandes Jorasses e alla loro parete sud.

Paragonare l’idea di salirla con altre idee del passato non si può solo con le cifre delle difficoltà, del dislivello, eccetera. Occorre salire dalla parte opposta della Val Ferret e osservare la parete, la montagna, conoscendone tutta la storia. Solo allora si capirà, e non a tavolino o sulla vetta, se il problema che è stato risolto ha portato qualcosa di nuovo nella storia delle idee alpinistiche.

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Grandes Jorasses, la via perduta

Grandes Jorasses, la via perduta
di Luca Signorelli e Lindsay Griffin (Il 12 febbraio 2009 Luca Signorelli pubblicò sul forum Fuorivia una notizia che decisamente noi oggi riteniamo proprio necessario riprendere. Essa si coordinava con un post di Lindsay Griffin del giorno precedente pubblicato su BMC – Working for climbers, hill walkers & mountaineers)

Jorasses-perduta-Fra il 7 e il 9 settembre 1977, una delle vie più difficili delle Alpi veniva salita per la prima volta… senza che nessuno lo venisse a sapere. Ci sono voluti trent’anni perché l’intera (e secondo me straordinaria) storia della Scala di Seta venisse ricostruita.

1) Cresta des Hirondelles (Chenoz/Gaia/Matteoda/Rey/Rivelli/Ravetti, 1927, D+/TD-, VI, 750 m). La linea indicata è quella seguita più comunemente. Ci sono diverse varianti, la più frequente è la 1a.

2) Il Linceul (Flematti/Desmaison, 1968, TD+, IV/4, 750 m alla Cresta des Hirondelles, 1100 alla Punta Walker). Qui si vede solo la parte superiore della classica via del Linceul.

3) La Magic Line (Profit/Radigue, 1983, ED 3/4, VI/6, 1100 m.), linea approssimata. Pare che non esista una relazione di questa via, perciò la linea si appoggia alla descrizione di Profit. La via segue una serie di camini e canali che frattura l’incavo di parete tra il versante nord-est della Walker e il Linceul (roccia piuttosto cattiva).

4) Via Gousseault (Bertone/Claret/Desmaison, 1973, ED3, VI, A2 o M5, 1200 m.). Via estremamente logica che segue un’ovvio sistema di rampe. Non è del tutto chiaro se l’evidente piega a destra verso il filo di spigolo della Walker fosse stato pianificato da Desmaison oppure fosse il risultato delle circostanze drammatiche del tentativo del 1971. Dalla crestina di neve ben visibile in questa foto nel punto in cui la linea svolta a destra e in alto c’è un’altra rampa che porta direttamente alla Cresta des Hirondelles. Desmaison ricorda di averla considerata una specie di scappatoia quando le condizioni sulla Gousseault fossero rapidamente peggiorate.

5) Via Rolling Stones (KutilProchaska/Slechta/Svejda, 1979, 1100m, ED3, 6b/A3, 80°). Originariamente i primi salitori volevano continuare su una rampa in alto fino a collegarsi con la via Gousseault, ma un incidente a uno della cordata li costrinse a deviare verso il Nevaio Triangolare della classica via Cassin (il cui tracciato qui non è riportato).

Gordon Smith nel 2008
Jorasses-perduta-88756Qui di seguito è l’elenco delle prime dieci ripetizioni della via Gousseault, prima che si comprendesse che la linea seguita da Gordon Smith e Tobin Sorenson in realtà fosse quasi del tutto indipendente.

1ª. René Desmaison, Giorgio Bertone e Michel Claret, 10-17 febbraio 1973
2ª. Tobin Sorenson e Gordon Smith, 7-9 settembre 1977 (con variante iniziale diretta)
3ª. Boh Mrozek e Jurek Splichal, 25-28 luglio 1979 (con variante Sorenson-Smith)
4ª. Stéphane Benoîst e Patrice Glairon-Rappaz, 13-18 gennaio 2000 (originale)
5ª. Patrick Bérhault e Philipp Magnin, 24-25 ottobre 2000 (salita parziale: la cordata è salita per il Linceul raggiungendo la via Gousseault in corrispondenza della 15ª delle 36 lunghezze di corda)
6ª. François Marsigny e Olivier Larios, in 4 giorni, marzo 2003 (con variante Sorenson-Smith)
7ª. Benoît Drouillat, Pascal Ducroz e Franck Henry, 7-11 gennaio 2006 (originale)
8ª. Pete Benson e Guy Robertson, 13-16 ottobre 2007 (con variante Sorenson-Smith)
9ª. Neil Brodie e Marc Challamel, 1-2 novembre 2007 (con variante Sorenson-Smith)
10ª. Pierre Labbre, Romain Wagner e Mathieu Détrie, 3-6 novembre 2007 (originale)

Lindsay Griffin scrive:
Nel settembre 1977, dopo un primo tentativo con Nick Colton, lo scalatore scozzese Gordon Smith, uno dei più forti degli anni ’70, e il talentuoso americano Tobin Sorenson, aprirono una variante d’attacco alla via originale e completarono la loro salita in due giorni e mezzo, la prima “estiva”. Usarono una mezza dozzina di punti artificiali, unma piccola parte rispetto a quella dei primi salitori.

La presunta terza ascensione, sempre d’estate, ebbge luogo in quattro giorni nel luglio 1979 (due cecoslovacchi), ma per la quarta (e seconda invernale) si dovette aspettare fino al gennaio 2000. Al momento (2009) la via ha una dozzina di ripetizioni ed è anche stata salita in libera (circa M6 e 6b) nell’autunno del 2007. Sebbene non presenti sezioni estreme, è una dlle vie più sostenute su terreno misto, con un grado complessivo di ED3/4 per una ascensione in libera.

Tobin SorensonJorasses-perduta-220006_19076_LAl tempo della loro salita, Smith e Sorenson avevano solo una vaghissima idea del tracciato originale e solo nel 1979, dopo aver ricevuto una copia della nuova guida di Gino Buscaini, capirono che la loro ascensione era ben diversa. Ora capivano perché avevano incontrato solo qualche vecchio chiodo e spezzoni di corda a brandelli nella prima rampa.

Nel frattempo Smith aveva smesso di arrampicare, si era sposato e si era messo a studiare, così non diede peso alla cosa. Si trasferì in America e fu là che riprese a scalare verso la metà degli anni ’80, prima di darsi alla vela. Ora abita nelle Filippine. Sorenson invece continuò, fece la prima in stile alpino della Direttissima Harlin all’Eiger (con Alex MacIntyre), per poi poco dopo trovare la morte in una solitaria sulle Canadian Rockies (parete nord del Mount Alberta, 5 ottobre 1980, NdR).

Ecco che arriva l’alpinista italiano Luca Signorelli, che sta lavorando a una storia complessiva delle Grandes Jorasses. L’anno scorso (2008) Signorelli riuscì a rintracciare Smith via internet. Quest’ultimo ricordava assai bene i particolari della sua salita, l’ultima tra le sue più importanti imprese sulle Alpi prima del ritiro. Ed è stato in grado di ricostruire il proprio tracciato con molta precisione.

Dopo aver salito su ghiaccio la variante a destra della via originale (è possibile, ma non certo, che il percorso fosse lo stesso poi utilizzato dalla via cecoslovacca Rolling Stones) la cordata raggiunse la via Gousseault all’inizio della prima rampa. Dopo averla seguita per un po’ di lunghezze, i due piegarono decisamente a destra su ripidissimo terreno misto in direzione del lato sinistro della Tour Rouge (la Torre Rossa della via Cassin): Sorenson, in particolare, voleva seguire un tracciato diretto alla vetta. Questi fece da capocordata un’impressionante lunghezza su una specie di prua, cadendo due volte prima di fermarsi a una sosta senza terrazzino. Smith continuò per i successivi strapiombi di roccia cattiva, poi i due si trovarono su canali a pendenza più moderata seguendo i quali arrivarono alla via Cassin, non lontano dalla vetta.

Smith voleva chiamare la via La Scala di Seta. Esprimendosi con la scala di allora, Smith diede il grado di ED+, VI+ and A0, 90° su ghiaccio, e mazzate di misto durissimo e tecnico. Bisognerebbe fare una ripetizione in ottica moderna per situare quest’ascensione  nella sua corretta ottica storica.

Nick Colton
Jorasses-perduta-88763Luca Signorelli osserva:
Il “salto di carreggiata” di Sorenson e Smith è un po’ il cuore dell’intera faccenda. I due arrivarono molto tardi al 18° tiro della via originale, cioè la fine della seconda rampa, che in pratica si perde contro un muro molto alto, con due sistemi di fessure obliqui verso destra, uno più in alto (corto) e uno più in basso che sembrava perdersi verso l’alto su un’enorme parete che strapiomba, e che contorna dall’alto sia la seconda che la terza rampa della Gousseault. La via originale sale un pezzo di questo secondo sistema di fessure, poi obliqua di nuovo a sinistra per entrare nella terza rampa. Il problema è che, visto dal punto di vista di chi sale, la seconda rampa sembra saldarsi con la terza e continuare dritto in direzione della cresta delle Hirondelles, e NON della vetta (è una delle tante illusioni ottiche di questa “parete degli inganni”).

Sorenson invece voleva a tutti i costi puntare sulla vetta e, da un punto di vista geometrico, continuare obliquando a destra (nonostante l’evidente maggiore difficoltà!) sembrava la cosa migliore. Tenete presente che era la prima volta in vita sua che usava le piccozze! Tenersi sulla cara vecchia roccia probabilmente era rassicurante…

I due continuarono per circa 150 metri su questa specie di parete nella parete, e poi bivaccarono. La mattina dopo si accorsero che c’era una rampa sotto di loro che sembrava essere quella della via originale. In realtà, era la rampa che poi i cecoslovacchi seguirono nel 1979 per aprire Rolling Stones (via numero 5 nel tracciato della foto).

Tutte le cordate successive conoscevano bene la descrizione di Desmaison in 342 ore sulle Grandes Jorasses, e non ripeterono l’errore (per inciso, nel 2000 Stéphane Benoist fece un topo della via dettagliatissimo).

Alex MacIntyreJorasses-perduta-87239

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Grandes Jorasses, la via “dimenticata”

La via “dimenticata” di Roland Trivellini
di Paolo Ascenzi (L’autore ringrazia Giovanni Capra e Rainer Rettner per la cortese collaborazione)

Roland Trivellini

Trivellini-Roland TrivelliniRoland Trivellini (talvolta nominato erroneamente Travellini), nacque il 20 maggio 1937 a Pavillon Sous Bois da Mauro Pietro Trivellini et de Pierina Barberi. Sposato con Paquerette Barbay ebbe un figlio di nome Mario. Residente à Montreuil sous Bois esercitò la professione di ingegnere gestionale presso la società Schlumberger fino alla sua scomparsa nel marzo 1967. Eccellente alpinista, membro della sezione di arrampicata del Red-Star Club de Montreuil, aprì numerose vie di estrema difficoltà a la Roque et Connelles e a Fontainebleau.

 

Il nome di Roland Trivellini assurse agli onori delle cronache alpinistiche per aver salito in prima assoluta e in solitaria la parete nord-est della Punta Walker dal 3 al 5 giugno 1965, uno dei massimi problemi alpinistici del massiccio del Monte Bianco. Roland Trivellini giunse a Chamonix il 3 giugno 1965 e nello stesso giorno iniziò l’ascensione. Superata la crepaccia terminale, salì un diedro e raggiunse il ripido pendio del “Linceul”. La sera, una violenta tempesta si abbatté sulla montagna e l’alpinista fu costretto a bivaccare circa 450 metri sopra l’attacco della via, sul versante ovest del Linceul su un piccolo gradino scavato nel ghiaccio. A seguito delle pessime condizioni atmosferiche, Roland Trivellini riprese la salita intorno a mezzogiorno del giorno successivo, superò l’ultima parte del “Linceul” e continuò la salita lungo un diedro-canale molto difficile che lo condusse alla base del verticale muro terminale. Dopo aver superato una fascia di placche, alla sommità di un colatoio di circa 60 metri effettuò il secondo bivacco. La sera del terzo giorno uscì sulla Arête des Hirondelles non lontano dalla vetta della Punta Walker. Un terzo bivacco ebbe luogo nel corso della discesa sul versante Sud della montagna. Roland Trivellini aveva già tentato la salita del Linceul nell’estate del 1964 con un compagno, ma il tentativo era stato interrotto per la continua caduta di sassi.

Descritta in questo modo, la via sembrerebbe anticipare l’itinerario di Christophe Profit e Dominique Radigue (Magic Line, 1983, ED 3/4, VI/6, 1100m), tracciato tra il Linceul classico e la via Gousseault, NdR.

La via non è mai stata omologata dal G.H.M. per motivi poco chiari, fra cui le pessime condizioni di innevamento del giugno 1965, l’assenza di fotografie, la mancanza di testimoni, la scarsa accuratezza nella descrizione dell’itinerario e la mancata comunicazione dell’avvenuta salita all’indomani dell’ascensione. La notizia non comparve sulla rivista La Montagne, ma sulle riviste Alpinismus e Alpine Journal. La salita non è riportata nelle guide del Monte Bianco, ma è rappresentata, seppur sommariamente, nel volume La Battaglia del Sesto Grado. Lionel Terray non ebbe dubbi circa l’avvenuta ascensione di Roland Trivellini e Pierre Mazeaud ritenne ingiusta la decisione del GHM, mentre Lucien Bérardini e Robet Paragot, che avevano tentato la salita del Linceul, avanzarono alcuni dubbi.

La parete nord-est delle Grandes Jorasses. 1=Piccola MacIntyre (Alex MacIntyre, Tim Rhodes, William Todd, giugno 1976; 2=Il Linceul (si vede bene come il nome di “lenzuolo” sia ampiamente appropriato, René Desmaison e Robert Flematti, 17-25 gennaio 1968; 3=via Gousseault (René Desmaison, Michel Claret e Giorgio Bertone, dal 1° al 18 gennaio 1973; 4=Rolling Stones (L. Schlechta, J. Svejda, T. Prochaska e J. Rutil, dal 24 al 29 luglio 1968); il tracciato verde (approssimativo) rappresenta la Magic Line (Christophe Profit e Dominique Radigue, 1983)Trivellini-Avion-jorasses-03Probabilmente furono rivalità nell’ambiente alpinistico francese a mettere in dubbio la salita, tanto che quando il 14 Marzo 1967 Roland Trivellini scomparve nel tentativo di ripetere in solitaria la via Direttissima John Harlin o aprire una nuova via lungo la direttrice della via dei Giapponesi del 1969” sulla parete nord dell’Eiger, qualcuno adombrò il sospetto che fosse “en vacances au soleil”. L’atto di morte di Roland Trivellini, che riporta la data del 14 marzo 1967 e la località di Grindelwald (Svizzera), fu trascritto dal “Tribunal de Grande Instance de Paris”.

Riferisce Rainer Rettner che Roger Bellot, un amico di Roland Trivellini, ascoltò la seguente chiamata via radio il 14 marzo 1967, forse da parte dello stesso Roland Trivellini: “Allo – Gendarmerie – face sud de l’Eigerwand – Epaule – m’entendez vous”, poi più nulla. Se la chiamata radio fu fatta da Roland Trivellini, non si può escludere la remotissima possibilità che abbia salito la parete nord e tentato di scendere dalla parete sud dell’Eiger.

In una foto della porzione centrale della parete nord dell’Eiger ripresa dall’elicottero da T.Y. Rufer nel corso delle ricerche di Roland Trivellini nei giorni successivi alla sua scomparsa, gli amici dell’alpinista intravidero la possibilità che si trattasse del “Bleusard” scomparso. La fotografia fu considerata molto dubbia dalla Gendarmeria di Berna che non ritenne opportuno continuare le ricerche. Alpinisti francesi e tedeschi, fra cui Peter Haag e Roland Votteler che avevano salito nell’inverno 1966 la Direttissima John Harlin, cercarono in più riprese tracce di Roland Trivellini, ma senza esito, il mistero di questo “romanzo giallo” rimane tuttora insoluto.

Infine, merita ricordare che Roland Trivellini ottenne nel 1965 il brevetto n° FR 1473924 “Pour la tente de parois mis au point pour les hivernales”.

Bibliografia
Alpine Journal, 1966, Grandes Jorasses, The Shroud, pp. 140-141.
Alpinismus, November, 1965.
Daniel Anker, Rainer Rettner, Eiger-Chronik von 1252 bis 2013: file:///C:/Documents%20and%20Settings/user/Documenti/Downloads/Detaillierte_Eiger_Chronik.pdf.
Linceul/Shroud – First Ascent: http://www.ukclimbing.com/forums/t.php?t=332024&v=1#x4897271.
Luca Signorelli, La via perduta delle Jorasses: http://www.fuorivia.com/forum/viewtopic.php?f=25&t=18160&sid=c5efce5902bead4b86e643024f6c3059
Roland Trivellini, Personnage public: https://fr-fr.facebook.com/pages/Roland-Trivellini/136465549702299?sk=info.
Vittorio Varale, La Battaglia del Sesto Grado, Longanesi & C., Milano, 1965; foto nell’inserto fra le pp. 160-161.

Il tracciato (molto approssimativo!) della via Trivellini come appare su La battaglia del Sesto GradoTrivellini-Grandes Jorasses Parete Nord
Il commento di Luca Signorelli, lo “storico” delle Grandes Jorasses
L’affermazione di Trivellini di aver salito il Lenzuolo si scontrò fin da subito con il discredito di coloro che lo conoscevano (e che conoscevano le Jorasses), dato che lui era considerato un buon rocciatore, ma senza esperienza di scalate miste e di ghiaccio.

È difficile affermare se Trivellini disse la verità o no. Avendo fatto la salita nel giugno del 1965, è abbastanza possibile che non abbia incontrato nessuno né durante l’approccio né in discesa. La descrizione ch’egli fece della salita non corrispondeva con quella di Desmaison e Flematti, oggi gli accreditati primi salitori del Lenzuolo, dal 17 al 25 gennaio 1968: e certo non lo aiuta il non aver fatto neppure una foto.

Se la fece, attaccò per l’inizio roccioso della Gousseault, non per il canale di destra in seguito percorso dalle ripetizioni: l’essere questo canale prevalentemente roccioso lo avvantaggiava. In ogni caso, il giugno 1965, fu terribilmente nevoso, e la parete nord delle Grandes Jorasses in quell’anno fu salita solo una volta (niente meno che da Wolfgang Axt): risulta evidente che per avere successo quell’anno e quel mese Trivellini doveva avere un’esperienza di ghiaccio e neve che nessuno era disposto ad accreditargli.
C’è l’ipotesi che Trivellini non sia salito in cima ma sia sceso per la cresta des Hirondelles fino al Freboudze: dunque non sarebbe stato il Boccalatte il rifugio dal quale nessuno lo vide passare, bensì il Gervasutti.

Si deve ricordare che tra il 1962 e il 1968 ci furono molti tentativi al Linceul, inclusi quelli della cordata di Robert Paragot e Lucien Bérardini. Che, a essere onesti, non era nuova alla contestazione di scalate di altra gente: nel 1953 avevano fatto la terza salita della via Bonatti-Ghigo alla parete est del Grand Capucin, e nel 1974 avevano scritto insieme in un libro che, papale papale, Luigi Ghedina e Lino Lacedelli (i primi ripetitori della via di Bonatti, un mese dopo di lui) avevano venduto “fumo” alla stampa. Con la logica conseguenza che, a quel punto, la prima ripetizione sarebbe stata di Bérardini e Paragot.
Pochi tentativi al Linceul sono stati documentati, ce ne fu uno anche di John Harlin e Dougal Haston nel 1964, che fecero uno strano obliquo “a cintura” dello sperone della Walker, partendo sulla destra per arrivare in cima al canale di destra di attacco della Gousseault, e poi scesero. C’è anche la voce che Gary Hamming abbia tentato due volte, probabilmente nel 1963 e 1964. Ma Hamming era noto per il mistero del quale ogni tanto si circondava.
Devono essere ricordati anche i tentativi di Willo Welzenbach, il primo nel 1933 e il secondo nel luglio 1937 (con Karl Wien). Avevano i ramponi a 10 punte, dovevano intagliare i gradini, perciò non andarono molto oltre la crepaccia terminale.

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Grandes Jorasses, la parete nascosta

La SSE delle Grandes Jorasses
di Luca Signorelli

Storia di una “parete-mostro”
C’è un’espressione inglese, “hidden in plain sight” – nascosto in piena vista – che potrebbe riassumere bene la storia di questa gigantesca, terribile e meravigliosa parete, la SSE della Grandes Jorasses, 1200 metri (o 1350, a seconda delle condizioni del ghiacciaio e di come si vuole definire la parete, ma in ogni caso circa 200 m più alta della famosa Nord) a picco sul microscopico ghiacciaio di Pra Sec (ultimo ghiacciaio del Bianco ad essere stato percorso da esseri umani), a sua volta sospeso un migliaio di metri sulla verdissima Val Ferret. Dalla vetta delle Grandes Jorasses 4208 m ai casolari di Tronchey, sul bordo della trafficata strada di fondo valle (1600m), sono 3200 m di dislivello, coperti in poco più di 2500m di spostamento orizzontale.

E’ una delle “prominenze” più significative della catena alpina, ma, nonostante la SSE delle Jorasses domini letteralmente la placida Val Ferret, con i suoi chalet, il suo traffico turistico e il suo improbabile campo da golf, la realtà rimane che dal 1928, questa parete è stata percorsa solo cinque volte, per cinque itinerari diversi. Cinque salite in 88 anni – un altro record. La parete nord della stessa montagna, al fondo della Mer De Glace, nello stesso periodo è stata salita centinaia di volte. Difficile dire il motivo. Forse un sortilegio?

La parete SSE delle Grandes Jorasses (non visibili i primi 200 m di parete): A=parte inferiore della parete est delle Aiguilles de Pra Sec; B, C e D=Terza, Seconda e Prima Torre di Tronchey; 1=Gogna-Machetto, 1972; 2=Phantom Direct, 1985; 3=Plein Sud, 2010; 4=Croux-Croux-Rand Herron, 1928; 5=Cresta di Tronchey (Croux-Gilberti), 1936
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La storia di questa parete inizia quasi per caso. Nel 1923 Guido Alberto Rivetti, Francesco Ravelli (entrambi piemontesi) e la guida di Courmayeur Evariste Croux, salgono in tre giorni la lunga cresta di Pra Sec, lungo un itinerario in seguito ripreso (forse) non più di cinque o sei volte. È durante questa salita che Rivetti formula la sua famosa definizione della parete: “Una muraglia infernalmente viva sembra opposta allo sforzo dannato del ghiaccio che vuole entrarle nel cuore”. Il giorno seguente la cordata risale una parte della sezione superiore della cresta di Pra Sec, poi gira a sinistra, infilandosi nella parete, risale brevemente il tratto “meno” ripido (50°!) del canalone superiore di quella che nel 1985 diventerà la Direttissima Comino, quindi, si infila ancora a sinistra per il couloir che porta prima all’ultimo salto della cresta di Tronchey e infine, per una breve crestina, alla Punta Walker.

Alberto Rand Herron
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Per l’epoca e ancora per oggi, è una salita di enorme rispetto. Ma il sortilegio della SSE (e le Jorasses sono la montagna dei sortilegi!) entra subito in azione: al di là di un bell’articolo di Rivetti sulla Rivista Mensile del CAI e delle relazioni pubblicate sulla Vallot e sulla Guida dei Monti D’Italia del 1967, la via (che tocca solo brevemente la parete, ma in un certo senso ne è attratta) finisce in un totale dimenticatoio, interrotto solo dalle elucubrazioni di pochi, solitari amanti dei luoghi più impervi del Bianco.

Nel luglio 1928 Albert Rand Herron, esploratore-alpinista americano, ingaggia il medesimo Evariste Croux per tentare l’allora inviolata cresta di Tronchey. Evariste a sua volta co-opta come portatore il giovane cugino Eliseo. La cordata sale spedita, ma arrivati in vista del camino che separa la seconda dalla terza torre, la scarsa visibilità e le condizioni ghiacciate convincono il gruppo a cercare una via di uscita diversa. I tre decidono di scendere in doppia il mostruoso canalone-camino che contorna la Tronchey sulla sinistra, sperando che questo porti al di sopra della terza torre. Evariste decide di continuare a sinistra, inventandosi un difficile passaggio della grande torre centrale (quella della via Gogna-Machetto del 1972), poi si infilano nel canalone di sinistra, più o meno all’altezza di dove erano arrivati Ravelli e soci. A questo punto sarebbe facile proseguire per la via del 1923, ma Evariste Croux non è guida da lasciarsi sfuggire una ghiotta occasione di esplorazione sulle Jorasses, quindi la cordata infila il ben più ripido canale che separa la torre centrale della parete dalla cresta di Tronchey. E’ un canale molto duro per i mezzi del 1928 e la cordata risale usando le rocce sulla destra. In cima si congiungono con la Tronchey e di lì arrivano alla Walker.

Gian Carlo Grassi
GrandesJorassesPareteNascosta-Signorelli0002Poi, per 45 anni, il silenzio cade sulla parete. L’accesso è troppo difficile, le difficoltà eccessive perché chiunque possa pensare ad una nuova linea. Ed è la parete N, con i suoi immensi pilastri, che monopolizza l’attenzione del mondo alpinistico sulle Jorasses. Tutta la storia della parete SSE sembra congelarsi intorno ad una frase fatale, scritta da Gino Buscaini nella guida “Monte Bianco II”, pubblicata nel 1967 dal CAI. La frase si trova a pagina 160 e credo di non essere stato il solo teenager dell’inizio degli anni ‘70 a sognare ad occhi aperti nel leggerla: “Notiamo infine che resta “da fare” la prima ascensione completa della parete”.

Plein Sud. Foto: Marcello Sanguineti
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Nel 1972 Alessandro Gogna (già famoso, nonostante la giovane età, per la solitaria allo sperone Walker e per la “quasi” invernale alla Cresta di Peuterey integrale del 1971) quasi casualmente unisce le forze a Guido Machetto, fortissimo alpinista biellese, per salire quella “parte inferiore della parete” che è sfuggita a tanti cacciatori di prime. Percorrono il piccolo Ghiaccio di Pra Sec, ultimo ghiacciaio rimasto inviolato nell’intera catena del Bianco. Nel tardo pomeriggio risalgono l’unico ripido canalone al fondo del grande imbuto, sotto scariche paurose che provengono dai canali superiori. Poi la salita cambia tono e, da tesa ed estremamente difficile, diventa una grande cavalcata sui vertiginosi crestoni del pilastro centrale della parete, con difficoltà classiche, ma molto continue. Poi la vetta e la discesa. È una salita straordinaria, condotta in uno stile pulitissimo, non sempre popolare in quegli anni di vie alpine salite in stile himalayano. Ma, di nuovo, non ha nessuna risonanza, se non sulle riviste specializzate. Nel 1979 Buscaini stesso pubblica la relazione della salita sul volume numero IV della guida Vallot, ad oggi l’ultimo tentativo di fare una guida alpinistica “definitiva” alle Jorasses.

Nello stesso 1979, altri occhi curiosi si posano sul “mostro”, ma in inverno. Appartengono a Giancarlo Grassi. Reduce dall’esperienza del Nuovo Mattino, in quegli anni Giancarlo, assieme a Gianni Comino, sta cercando di portare in ambiente alpino lo stesso spirito esplorativo e trasgressivo dei pionieri della Valle dell’Orco. Insieme a Comino si è inventato lo sport – pericolosissimo – della scalata diretta di seracchi. E sempre assieme a Comino, nel 1978 ha scalato l’Ypercouloir delle Jorasses, la prima goulotte di ghiaccio del Bianco esposta a S che sia mai stata salita. Grassi, che ha un occhio leggendario per le nuove vie, nota che in inverno la parte bassa della parete si congela con un’evidente serie di belle goulottes. In alto, nota la mostruosa spaccatura fra il crestone centrale e la III Torre di Tronchey. Chissà, magari lassù c’è del ghiaccio.

Plein Sud: nel colatoio finale. Foto: Marcello Sanguineti
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Nel 1980 Comino muore, durante un pazzesco tentativo solitario ai seracchi di destra della Poire. Grassi non rallenta minimamente l’attività e, insieme a nuovi compagni, “inventa” la scalata delle cascate di ghiaccio di fondovalle (anche se non è il primo a praticare!), ma non dimentica la sua passione per i couloir fantasma, effimeri, che possono durare solo pochi giorni all’anno e richiedere mesi (se non anni) di appostamenti per essere saliti. Per le Jorasses di anni ce ne vorranno cinque e di tentativi sei. Poi, il 19 giugno del 1985,

Giancarlo Grassi, assieme ai più giovani Renzo Luzi (guida alpina della Val di Susa) e Mauro Rossi, parte per la parete. In cinque ore salgono dai casolari di Tronchey alla base vera e propria (portandosi dietro manici di scopa segati come improvvisati paletti da neve per superare la fronte del ghiacciaio!), e durante la notte salgono i 450 metri inferiori, seguendo per almeno 200 m la via Gogna-Machetto. Poi si buttano nel canale di raccordo superiore, verso “il mostro”: il nero camino dietro la terza torre di Tronchey. Ma ad una rapida occhiata si rendono conto che non è praticabile (nel 1985 il “dry tooling” non esiste!). Traversano lungamente a sinistra, si infilano dell’enorme couloir dove passa la via del 1923 e lo risalgono integralmente, sempre slegati, con difficoltà fino a 90°. Devono fare in fretta, perché una tempesta si sta preparando – escono sul plateau superiore delle Jorasses appena in tempo per evitarla. La via si chiamerà Direttissima Gianni Comino Memorial Route o Phantom Direct.

La parete SSE delle Grandes Jorasses: in verde, Gogna-Machetto, 1972; in rosso, Phantom Direct, 1985; in giallo, Plein Sud, 2010
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Tornato a valle Giancarlo dichiarerà: “È una via che non sarà ripetuta tanto presto”. Profezia assolutamente rispettata! Nei 25 anni successivi nessuno riesce a salire “il mostro” Si parla di tentativi, voci, pettegolezzi nel mondo alpinistico locale che non trovano mai riscontro. Poi, il 22 maggio 2010, tre alpinisti italiani e uno francese (di origini italiane) aggiungono un tassello agli 88 anni di storia della muraglia di Tronchey: Sergio De Leo, Michel Coranotte, Marcello Sanguineti e Marco Appino hanno hanno aperto Plein Sud, in tutto oltre 900 m di VI d’ambiente, WI4+/5R, M6+.

Plein Sud termina a poca distanza dalla brèche della III Torre di Tronchey. Percorre dapprima i 450 m di goulottes, inizialmente della Gogna-Machetto, poi della Phantom Direct. Dove Grassi & C. avevano traversato a sinistra, Plein Sud prosegue invece pressoché diritta lungo i 250 m circa del couloir centrale, fino al gran camino che nasconde un’incassatissima goulotte di ghiaccio e dry-tooling. Il tutto, realizzato dopo un bivacco a poca distanza dalla crepaccia terminale, ma anche e soprattutto dopo un’attesa e uno studio della parete durati anni: per cogliere il momento giusto, quell’attimo che, se ti sfugge, rende queste pareti inafferrabili.
Plein Sud, infatti, raccoglie l’eredità visionaria di Grassi e Comino. Quella loro “pazza” e per certi versi “insana” passione per i couloir fantasma, quelli che – lo dice la parola stessa – si formano solo in particolari condizioni, o, meglio, quasi mai. Insomma: una situazione da cogliere al volo, ma anche da saper leggere e interpretare. Ultimo particolare – per capire bene di cosa stiamo parlando: quella di Plein Sud è la 5a salita della parete sud delle mitiche Grandes Jorasses!