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La Signorina

Dice la legge del grande reverendo alpinista William Auguste Coolidge: “Vale come prima a­scensione di una montagna la prima ascensione del più alto verti­ce“. È su questa pietra miliare dell’etica alpinistica che il vero primo salitore della Grivola poté vedere riconosciuto il suo primato a dispetto di tutti coloro i quali, non considerandolo “alpinista”, avevano dato tale paternità ad altri.

Fedele A. Dayné, un “semplice guardiacaccia” di Valsavarenche, as­sieme a Z. Cachat e Joseph Tairraz aveva infatti guidato i britannici John Ormsby e R. Bruce sulla vetta già il 23 agosto 1859. Lui so­lo però raggiunse la punta massima, issandovi una bandiera: gli altri si fermarono poco sotto. Mr. Wethered, cui venne attribuita la prima ascensione in quanto “alpinista”, compì la salita solo molto più tardi, nel 1876, con le guide L. Proment e J. J. Blanc. Se questa vicenda ebbe l’onore di balzare alle cronache e il valligiano poté così veder riconosciuti i suoi meriti, è lecito tuttavia domandarsi in quanti altri casi la “legge di Coolidge” sia stata disattesa per premiare “veri alpinisti” che magari ar­rivarono in cima molto tempo dopo guide, cacciatori o pastori.

Gruppo del Gran Paradiso e Grivola (Parco Nazionale del Gran Paradiso) dai pressi di Pila
Gruppo del Gran Paradiso e Grivola (Parco Nazionale del Gran Paradiso) dai pressi di Pila (al di sopra della Valle di Cogne)

Coolidge ammorbidì in seguito il suo rigore attribuendo la “pri­ma” anche ai compagni del bravo guardiacaccia cui va riconosciu­to anche un notevole intuito alpinistico.

L’”ardua Grivola bella”, di carducciana memoria, si affaccia civet­tuola sulla Valle d’Aosta: da più luoghi la si può osservare, mai prepotente, sempre elegante, anche da lontano, da Dolonne per e­sempio. Nelle Alpi non si trovano molte montagne che abbiano cir­ca 3500 metri di dislivello tra la loro vetta e la valle imme­diatamente sottostante: il Rocciamelone è una di queste, in Val di Susa. Eppure, a dispetto di questi grandi numeri, le forme so­no così slanciate e leggiadre che non si nota prepotenza alcuna, solo bellezza. E così appare credibile che Grivola significhi in patois “signorina”, con accentazione sulla sfumatura di “vergine”. Grivolina in dialetto, ma anche il francese une belle grivoise ce lo testimoniano. Il tedesco Jungfrau indica la stessa cosa.

La sua singolarità si accentua quando la si guarda d’estate non troppo tarda: le nevi delle pareti nord est e nord ovest si sta­gliano su una base di montagne scure, a volte sembra una farfalla appoggiata là per caso.

Solo dal lato settentrionale però. Gli altri versanti sono asso­lutamente normali, per nulla differenti da tante altre massicce forme scure che la circondano. Detriti rossicci e verdastri, ap­poggiati su rocce scure a gradoni sbilenchi, non dissimulano né da vicino né da lontano la sua natura abbastanza informe. Invece alla Valle d’Aosta e alle montagne che la contornano a nord la Grivola si presenta in tenuta decisamente regale: una principessa degna d’un re.

Già nel centro città appaiono numerosi i cartelli stradali che indicano Pila, un centro sciistico a pochi km in linea d’aria da Aosta anzi, per la precisione, sopra Aosta. Una serie infinita di tornanti, prima in boschi di latifoglie e prati in forte penden­za, poi tra gli abeti, ci porta a un grande ripiano laterale della valle, la conca di Pila.

Purtroppo qui è stato perpetrato nelle ultime decadi il grande scempio di un centro residenziale invernale, un complesso di abi­tazioni-negozi-uffici che si avvitano attorno ad una strada tun­nel di una lunghezza spropositata. Intorno, appena usciti dai miasmi interni, ecco le nuove costruzioni e gli alberghi. È il festival dello squallore al centro di quella che una volta era una bellissima radura erbosa.

L’impressione di periferia in decadenza, se si va lassù d’estate, si mitiga solo un due o trecento metri più sopra. Strade che ser­vono da piste, cannoni per neve programmata, un laghetto-serba­toio ci ricordano che questo luogo esiste solo con la neve: ma poi, poco a poco, le vestigia dell’uomo sciatore scompaiono e ci si ritrova sulle radure abbandonate, una volta brulicanti di animali al pascolo, oggi abbandonate più che solitarie.

Questo carosello di divertimenti sulla neve, artificiale o natu­rale, con conforto serale di pizzerie e discoteche, è l’introdu­zione penosa ad un altro mondo che è là a portata di mano. Basta­no poche centinaia di metri in un vallone solitario, tra le mar­motte e gli ermellini, per affacciarsi dalla cresta terminale su un altro pianeta, quello della libertà.

Non appena compaiono il Gran Paradiso e le altre montagne, ma so­prattutto la Grivola, la più vicina e più isolata, si capisce perché questi pazzi di autori abbiamo consigliato una tale via crucis: sono i classici estremi che si toccano, il sacro e il profano, la bella e la bestia, ecc. Chi non volesse sottostare al passaggio delle forche caudine di Pila, può approcciare un altro glorioso panora­ma, non equivalente perché più concentrato ancora sulla Grivola, passando da Ozein. Una bella camminata tra boschi e pascoli fino a un balcone magnifico, a strapiombo sulla Valle di Cogne, proprio di fronte al versante nord della Grivola stes­sa, baluardo finale del ripido e scuro vallone del Gran Nomenon. Il punto d’osservazione è un affioramento di placche rocciose co­sparse di sem­previvi e ornato da un larice contorto: sotto è il vuoto impressionante, dietro a non molta distanza i fili ronzanti di un gigantesco elettrodotto.

In queste condizioni la Grivola sembra sempre più “ardua” e “bel­la”: perché la si può raggiungere solo con lo sguardo, rimanendo però prigionieri del nostro mondo.

Grivola, parete nord-est
Grivola, parete nord est (Parco Nazionale del Gran Paradiso), Valle di Cogne

Ma anche questa esperienza fa parte del lungo viaggio che abbiamo intrapreso. Un apprendista stregone siberiano si ammalò e rimase tre giorni e tre notti in stato di morte apparente. Quando ormai stavano per seppellirlo, egli si risve­gliò e raccontò quel che era avvenuto. Egli si era trovato in mezzo al mare, dove aveva salito una montagna erta e difficile che nasceva dalle acque. In cima aveva incontrato una donna che gli aveva offerto il seno da suggere, perché lo considerava suo figlio. Lei era la regina del­le acque, il suo latte gli sa­rebbe servito per avere l’energia necessaria per superare le molte prove che lo attendevano. Il ma­rito della regina gli aveva regalato un topo e un ermellino come guide. Con l’aiuto di questi due animali, l’apprendista stregone aveva trovato un’altra grande montagna in mezzo al mare e, sca­landola, aveva conosciuto tutte le sofferenze passate e future dell’umanità intera. In seguito, nella traversata di un grande oceano, si era trovato a salire un’altra altissima monta­gna, sul­la cui cima aveva colto un ramo dell’Albero della Vita. E fu là che, en­trato in una grotta, un mago lo tagliò a pezzi e bollito in un grande pentolone. Al suo risveglio egli era un vero strego­ne.

Questa leggenda è una parabola della trasformazione che qualunque individuo vive in se stesso, qualche volta coscientemente ma nel­la maggior parte dei casi in balìa psicologica degli eventi. Leg­gende come questa affollano l’universo delle tradizioni di tutto il mondo ed esprimono l’insopprimibile anelito di libertà e di cambiamento dell’uomo.

La signorina è là che indica una via, o forse una meta: purezza, altezza, leggerezza (al superlativo) sono i miti dell’eroe anche modernissimo. È là che una parte di noi potrebbe abitare con gioia, in quel mondo indistinto cui ci riporta il ricordo della nostra infanzia, nelle emozioni un po’ indistinte che ribollono nel mare nostro dal quale sorge la montagna finale.

E così la Grivola è un simbolo, tanto più oggi trascurato quanto forte nei pochi fortunati che ne subiscono il fascino. Sulle nu­vole che ne accarezzano i versanti abitano gli dei che camminano nella luce. Guardiamo con attenzione: “Vicino e/ difficile da af­ferrare è il Dio,/ ma dove è il pericolo cresce/ anche la salvez­za.” (Johann Christian Friedrich Hölderlin).