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La grande caccia allo squalo

La grande caccia allo squalo
di Matteo della Bordella (tratto da http://ragnilecco.com/groenlandia-grande-caccia-squalo/)

Matteo Della Bordella, Silvan Schüpbach e Christian Ledergerber hanno aperto The Great Shark Hunt, una nuova via sulla parete nord-est dello Shark’s Tooth in Groenlandia.

La via nuova segue un sistema di fessure al centro della parete, con qualche traverso che congiunge le varie fessure. La roccia non sempre è della migliore qualità: le lunghezze chiave hanno costretto a dei run-out su lame instabili e protezioni al di sotto non buone. Comunque sono riusciti, pur adottando lo stile più puro, free climbing a vista e senza corde fisse, a usare solo due spit: il primo in uno dei bivacchi, per fissare la portaledge, e il secondo per una breve doppia pendolare. Saliti i 900 metri di parete in tre giorni, il quarto sono scesi dalla via dei russi, per cresta e spigolo nord-ovest (vedi nostro post del 25 settembre 2014), così in sostanza la parete è rimasta pulita come prima del loro passaggio.

In un tempo in cui si discute se l’alpinismo tradizionale sia finito già un bel po’ di anni fa con le figure di Bonatti e di Messner, le risposte a questi interrogativi oziosi ci arrivano dalla realtà, ci arrivano dalla cronaca onesta, misurata e volitiva di tutti coloro che vanno e fanno, là dove pochi decenni fa nessuno osava neppure pensare di andare e di salire in modo così pulito, non dispendioso, logico, essenziale.

Per l’importanza di questa impresa, non unica nel panorama mondiale, riportiamo per intero il racconto di Matteo Della Bordella.

Ittoqqotoormiit
DellaBordella-ittoqqortoormiitLa spedizione perfetta? Quella che da quando ho iniziato ad andare in montagna avevo sognato, ma mai pensato seriamente si potesse realizzare? Probabilmente sì. Certo, dopo questa avventura, fare qualcosa di meglio o di più interessante sarà per me molto difficile: abbiamo messo anima e corpo in un progetto e tutto è andato nel migliore dei modi. Non potevamo chiedere di meglio.

Silvan Schüpbach, Christian Ledergerber e io arriviamo il 5 agosto a Ittoqqotoormiit, 469 abitanti, ultimo paese sulla selvaggia e decisamente poco popolata costa orientale della Groenlandia (Terra di Jameson, a 70°29′07″N e 21°58′00″W). I nostri kayak e il resto del materiale sono già lì che ci aspettano, inviati via nave circa un mese prima. Non perdiamo un minuto di tempo: solo una mezza giornata giocando a tetris per infilare tutto il materiale nei gavoni dei nostri kayak, e il 6 agosto alle 16 partiamo. Da qui in avanti siamo soli: noi tre e la Groenlandia, con le sue bellezze e la sua natura selvaggia ed incontaminata.

L’avvicinamento con il Kayak
DellaBordella-icebergMi bastano pochi minuti per capire che pagaiare nel mare Artico, con tanto di vento, di onde, e un kayak pesante 170 kg, è molto diverso che pagaiare sul lago di Lugano. Beh, non è che ci volesse una scienza per arrivarci, ma solo quando sei lì ti rendi conto davvero di cosa vuol dire. Adesso siamo in ballo, bisogna ballare. Il kayak mi sembra totalmente ingovernabile, è affondato come un sottomarino e non reagisce ai miei comandi, lo scafo viene continuamente girato e sballottato tra vento e onde. Più che pagaiare, qui si tratta di lottare per restare a galla!Dopo circa 2 ore e mezza ci accampiamo per passare la notte. È vero siamo partiti, e questa era la cosa più importante, ma abbiamo fatto solo 10 km (con sforzi spropositati) e ne abbiamo davanti ancora 200… Le facce sono piuttosto preoccupate e anche Silvan, notoriamente sempre ottimista, fatica a stemperare la tensione. Con la sua classica risata, ci confida: “Prima di questo viaggio ero molto preoccupato e avevo parecchi punti interrogativi nella mia testa, ma ero convinto che, una volta partiti con i kayak, i dubbi si sarebbero risolti e mi sarei sentito più tranquillo e rilassato… beh, questa volta è decisamente l’opposto: dopo questo primo assaggio in acqua, i miei dubbi e le mie paure sono molto più grandi!”.
“Andiamo bene…” penso io. Meglio dormirci su, domani è un altro giorno.

 In marcia verso il campo base
DellaBordella-DSC_4522Il 6 agosto è effettivamente un altro giorno, e la musica un po’ cambia, anche se non del tutto. Per lo meno, vento e onde si calmano notevolmente. Perfezioniamo le regolazioni personali nei kayak, ma nonostante questo sono tremendamente lenti! Non posso credere di fare uno sforzo così grande e di andare così piano.
Pagaiando il tempo scorre molto lentamente, è uno sport ripetitivo, e la mente è libera di vagare nei suoi pensieri. A differenza del lago di Lugano, dove il paesaggio varia in continuazione, qui in Groenlandia le distanze sono enormi e ti sembra di essere sempre fermo: sembra che la fine di una baia o di una spiaggia non arrivi mai. È uno sport dove occorre trovare il proprio ritmo, avanzare senza stancarsi troppo trovando il compromesso tra velocità e sforzo. Un compromesso che, personalmente, ho cercato a lungo e invano per giorni, e che ho poi trovato a poco a poco a forza di fare. Dopo un impatto traumatico infatti, mente e corpo si abituano, e pian piano pagaiare risulta più facile, anzi, più normale.
Entriamo in una sorta di routine, le nostre giornate sono tutte uguali: sveglia verso le 8, alle 9.30 salpiamo con i kayak… Poi 7-8 ore a pagaiare, fino a sera, con qualche stop intermedio per mangiare e tirare il fiato. Verso le 18 si prepara il campo, alle 19 si cena e alle 20 crolliamo distrutti nei sacchi a pelo, pronti per 12 rigeneranti ore di sonno. Ho avuto la sensazione di entrare in un circolo, dove dopo un po’ diventa tutto normale, ordinario, anche se per pochi giorni; un circolo per fortuna virtuoso, che ti fa sentire sempre più in sintonia con mare, kayak, pagaia e muta stagna e che in sette giorni ci ha portato a destinazione, alla fine del fiordo di Skjllebukt, sulla penisola di Renland.

Sotto alla parete nord-est dello Shark’s Tooth
DellaBordella-SharksTooth-parete nord-estPhoto S. SchüpbachNon è tempo però di rilassarsi, sappiamo che l’alta pressione estiva in Groenlandia, dopo la metà di agosto, ha i giorni contati. Dobbiamo iniziare la nostra marcia verso il punto dove allestiremo il campo base.Nonostante spalle e schiena siano piuttosto provate dai 210 km in mare, le gambe sono invece belle fresche e riposate, pronte a dare il loro contributo al raggiungimento del nostro obiettivo. Circa 20-25 km a piedi ci separano dal nostro futuro campo base. Laddy sfodera la sua proverbiale capacità di carico, data dal suo possente fisico di un metro e 90, io e Silvan non ci tiriamo indietro. I sacchi sono pesanti, ma in due giorni di fatiche siamo a destinazione, e con noi, anche tutto il materiale per scalare e sopravvivere per venti giorni, portaledge compresa.
È il 15 di agosto. Ferragosto. La mia mente va agli amici, specialmente ai non climber e a tutti quelli che stanno ridendo e scherzando davanti ad una griglia rovente, a tanta carne e a tante bottiglie di birra e di vino. Ne parlo con i miei soci. In Svizzera questa festa forse è meno “sentita”, lì per la maggior parte della gente significa solo “fine delle vacanze, da domani si torna al lavoro”. Beh, anche per noi oggi, in un certo senso, è vacanza (dopo nove giorni no stop) e anche per noi, da domani, si torna a faticare…Dopo l’avvicinamento più lungo e avventuroso della nostra vita, siamo ansiosi di scoprire il vero motivo che ci ha condotto fino a qui e non vediamo l’ora di fare finalmente quello che sappiamo fare, ovvero: salire in verticale e non procedere in orizzontale. Anche i nostri avambracci e le nostre dita vogliono dare il loro contributo!

In arrampicata su The great shark hunt
DellaBordella-DSC_4790-216 agosto, vediamo per la prima volta la parete da vicino. Non penso di essere il tipo che si sbilancia troppo o utilizza aggettivi e superlativi a sproposito, ma quando ci vuole ci vuole: resto letteralmente a bocca aperta. Davvero, non pensavo che nel 2014 potessero ancora esistere pareti del genere mai scalate. Sotto la Nord-est dello Shark’s Tooth provo la stessa sensazione di piccolezza e impotenza che avevo provato alla base del Capitan. È una parete incredibile, 900 metri di granito che dopo una prima parte appoggiata si fanno perfettamente verticali o strapiombanti fino in cima.

Dobbiamo e vogliamo scalare questa parete, non vediamo l’ora di essere tra i primi a incastrare le mani nelle sue fessure e a tirare i suoi appigli. Individuiamo una linea nel centro. Ci sono dei punti di domanda legati alle zone dove finisce una fessura e, a lato, ne inizia un altra. Una cosa è però chiara e condivisa da tutti, fin da subito: vogliamo assolutamente scalare questo muro in libera. Aprire una via in artificiale su questa parete significherebbe per noi avere fallito.
Laddy apre le danze, i primi tiri sono facili e sporchi. Dobbiamo recuperare un saccone con 35 litri di acqua, portaledge e viveri per 3 giorni, ma siamo inaspettatamente veloci. Silvan mi dice: “Visto? Laddy quando recupera la corda la tira forte per davvero!”.
In breve siamo sotto la parte ripida, dove ci aspetta un tetto. La roccia non è certo quella dei nostri sogni (o per lo meno dei miei): ci sono scaglie ovunque, alcune attaccate al tetto che pendono come spade di Damocle sopra di noi. Non so se il prossimo tiro preferirei scalarlo da primo o stare a far sicura sotto quei blocchi. Comunque, parte Silvan. Tensione al massimo: è difficile stare calmo per me in sosta, figuriamoci per lui che scala.
Mi aspetto diverse volte il “take!”, o la sua caduta, o qualche sasso che viene giù sulla mia testa, ma non succede niente di tutto ciò e Silvan scompare sopra il tetto.

Matteo Della Bordella nella prima traversata
DellaBordella-DSC_4934-2Secondo giorno in parete, arriva anche il mio turno. Mi trovo di fronte alla prima incognita: venti metri di placca che dividono due sistemi di fessura. Sono teso e scalo lentamente, a ogni appiglio prendo magnesite. Fa freddo, non so bene dove andare e se mai riuscirò a salire in libera. Seguo tutta la fessura in salita, ma quando sono in cima ho l’illuminazione: “provare ad attraversare 10 metri più in basso!”. Così ridiscendo lungo la fessura. Un passo molto delicato e di equilibrio mi attende in partenza, poi vedo delle tacche. A metà del traverso realizzo che ormai la mia protezione in cima alla fessura servirà sempre di meno e che il pendolo in caso di caduta sarà sempre più lungo e fuori asse. Mantenere la calma, qui non è difficile, ma è delicato. In qualche modo arrivo all’altro sistema di fessura-diedro.
Anche qui la roccia non è quella dei miei sogni, ma prendo coraggio e riesco a scalare più velocemente. Un altro tiro, e un altro ancora, sempre sostenuti nelle difficoltà, ma ben proteggibili. Poi un’ultima lunghezza, dove alcuni metri di fessura cieca mi costringono a spingere al massimo sull’acceleratore e a mettermi ancora in gioco, rischiando più volte di cadere.
Provato psicologicamente e fisicamente, cedo il comando a Silvan. È quindi lui che si trova a dover togliere le castagne dal fuoco: ancora un tiro nel grande diedro con roccia assai discutibile, poi la fessura finisce e un’altra parte 20 metri più a destra. In mezzo, chissà. Siamo un po’ stanchi e iniziamo a valutare diverse possibilità di bivacco… Tutte appese nel vuoto. Sarebbe meglio andare un po’ più in alto, pensiamo tutti. Il traverso per prendere l’altra fessura è un mezzo rebus tipo il precedente, Silvan lo risolve in modo simile: disarrampica dalla sosta e, con passi delicati in placca, attraversa fino al successivo sistema di fessure.
Sento un suo urlo euforico: proseguendo a destra per altri 20 metri intravede una grande nicchia nella parete, una sorta di grotta. In tarda serata, con qualche peripezia nel traverso, raggiungiamo questo bivacco provvidenziale. E anche se la grotta non è poi così piatta e profonda come speravamo, possiamo avvalerci della portaledge, sulla quale possono sistemarsi due di noi, mentre il terzo si sdraia sulla cengia.

Il bivacco in portaledge
DellaBordella-DSC_4738-2Terzo giorno: finalmente ci svegliamo con il sole! Anche se, data l’esposizione nord-est, ce lo godiamo solo per un paio di ore. Riparto io, il morale è alto. La roccia qui è solida e la scalata superba. Scalo bene e salgo velocemente. Arrivo all’ennesimo traverso, questa volta vado verso sinistra per prendere l’altra fessura. È molto più facile dei precedenti e in un attimo siamo alla base del grande diedro fessurato che conduce praticamente fino alla vetta! Questa sì che è la roccia dei nostri sogni. Il famoso granito della Groenlandia, quello che avevo visto nel 2009 nel Foxjaw e di cui avevo tanto sentito parlare… Con fessure che sparano dritte verso il cielo. È Laddy a godersi questa parte da capocordata. Scala veloce e sicuro. E lui, al contrario di molti, quando si trova in difficoltà scala ancora più veloce del solito! Il vuoto sotto di noi si fa sempre più grande e il ghiacciaio in basso sempre più piccolo.

A fine pomeriggio raggiungiamo la vetta dello Shark’s Tooth. The great shark hunt, la grande caccia allo squalo, è terminata. Anzi no, lo squalo lo abbiamo catturato, ora bisogna riportalo a casa!

Il tracciato di The great shark hunt allo Shark’s Tooth
DellaBordella-DSC_4620-24Difficile per noi pensare che sarebbe potuta andare meglio di così. Abbiamo scalato la linea che sognavamo, tutta in libera, tutta a vista. Non abbiamo mai usato spit per scalare, ne sono rimasti solo due: il primo a 600 metri da terra per calarci e recuperare i sacconi nel traverso, il secondo poco più avanti, per appendere la portaledge.
Difficoltà? Al nostro limite, duro per noi. Più volte abbiamo pensato di cadere o non eravamo sicuri di raggiungere il prossimo appiglio o la prossima fessura. Il grado noi lo stimiamo, ma questa volta potete chiederlo ai ripetitori o a 8a.nu.

Il quarto giorno scendiamo dalla via dei russi, che passa sullo spigolo. Ritroviamo quasi tutte le calate e lasciamo pochissimo materiale nostro. Il pensiero che siamo saliti su quella parete riducendo al minimo le nostre tracce mi riempie di orgoglio e di felicità. Mi piace pensare che tra 2, 20 o 200 anni qualcun altro potrà arrivare sotto lo Shark’s Tooth e quasi rivivere la nostra avventura, confrontandosi con questa parete così come la natura l’ha creata.

In arrampicata su Oasi
DellaBordella-DSC_4705-2Photo S. SchüpbachCampo Base, la situazione è a dir poco strana. Abbiamo viveri e cibo a sufficienza per stare qui altre due settimane, ma la testa è già al ritorno. Il nostro corpo è qui, in questa valle incredibile dove ci sono ancora tantissime montagne da salire e tantissimi muri di roccia da scalare. Ma la nostra mente è sui kayak e pensa già al lungo ritorno alla civiltà. Momenti di contraddizione. L’obiettivo della spedizione è pienamente raggiunto, abbiamo dato tutto e sappiamo che meglio di così non potevamo fare, ora dobbiamo solo pensare a rientrare. Nonostante questo, però, siamo alpinisti, amiamo la montagna e i luoghi selvaggi; quando vediamo pareti e cime inviolate intorno a noi, ci brillano gli occhi e ci prudono le mani.
E così portiamo a casa altre due salite. La prima è una via di roccia sul pilastro The Gurkin, aperta da me e Silvan, che battezziamo Oasi, in onore alle temperature molto più miti e all’esposizione soliva della parete. La seconda, invece, è una salita di stampo alpinistico su terreno misto e ghiaccio, per circa 1800 metri di dislivello, portata a termine da me e da Laddy su una delle montagne più alte e senza dubbio più estetiche della zona, fino a quel momento probabilmente inviolata. In tal caso suggeriamo il nome di Daderbrum.

Daderbrum
DellaBordella-DSC_4973-2Passano i giorni e arriva il momento di rientrare. Siamo tutti ansiosi e curiosi di provare di nuovo l’ebrezza di infilarsi nei kayak e nelle umide mute stagne, nostre abituali compagne di viaggio in mare.
È il 30 agosto quando iniziamo la lunga via del ritorno. Gli 85 kg che avevamo sui kayak all’andata (oltre al nostro peso) ora sono almeno dimezzati e la differenza in acqua si sente. Ritrovo ora il mio laser 5,50 come lo conoscevo e ritrovo in mare gli equilibri che mi mancavano nel viaggio di andata. Il primo giorno avanziamo alla grande, pagaiando in mezzo agli iceberg di diverse dimensioni, copriamo una distanza di circa 50 km. “Se continua così, il rientro è una passeggiata!”, penso durante le ultime pagaiate prima di accamparci.
Purtroppo, però, non continua così. Anzi, la situazione cambia radicalmente: prima la pioggia, poi il vento forte; impensabile andare avanti, siamo costretti a due giorni di attesa. Il terzo giorno piove ancora e la temperatura è scesa, ma niente vento. Decidiamo quindi di provare a partire. L’umidità derivata dal sudore che fatica a traspirare nella muta stagna amplifica la sensazione di freddo e la pioggia cade incessantemente tutto il giorno. Dopo sette ore quasi no stop, stabiliamo che è il caso di accamparsi. Nella nostra tenda è tutto umido e bagnato, acqua dentro, acqua fuori, difficile mantenere qualcosa di asciutto. I giorni successivi alternano vento contrario a condizioni favorevoli per pagaiare quindi, dopo aver valutato che controvento servono sforzi enormi per progressi minimi, decidiamo di farci furbi e di essere pronti a saltare nei kayak non appena il vento cala, e a uscirne non appena il vento si rinforza.

I tre amici al ritorno
DCIM106GOPROAltri tre giorni di pagaiata ci conducono quasi alla nostra meta. Troviamo riparo in una vecchia casa diroccata. Domani sarà il nostro ultimo giorno: 20-25 km, quattro ore di kayak, ci separano da Ittoqqotoormiit! Ci godiamo l’ultima cena e l’ultima notte di questa spedizione in un riparo asciutto. Sono già tre notti che sogno di essere a casa: sogno Arianna, sogno gli amici, sogno il mio letto. È un sentimento condiviso, anche gli altri non vedono l’ora di rientrare nella civiltà e ritrovare le persone a loro care. Ma non è finita, finché non è finita!

La visita di Berta
DellaBordella-IMG_5064Photo S. SchüpbachAlle cinque di mattina sono svegliato di soprassalto dalle grida. In una frazione di secondo passo dalla serenità del sonno all’essere iper-sveglio, nel panico più totale!
Un orso polare è entrato nella nostra casa, e si trova a due metri da me e a meno di un metro da Laddy. Non ci resta che urlare come dei forsennati e fare casino. D’istinto, inizio a sbattere il tavolo e tutti gli oggetti che trovo sul pavimento, per fare più rumore possibile. Il disperato tentativo pare funzionare… l’orso non si sente ben accetto in casa nostra e con qualche grugnito esce dalla porta. Adrenalina pura: tiriamo fuori lo spray al pepe e i razzi che abbiamo con noi e cerchiamo di analizzare coscientemente la situazione. L’orso resta nei paraggi, ma il pericolo pare scampato. D’altronde, se davvero avesse voluto attaccarci l’avrebbe già fatto, e ci sarebbe anche riuscito. Povero orso! Anzi, povera orsa (ci piace pensare che fosse femmina, la chiamiamo Berta). La povera Berta stava probabilmente morendo dalla fame quando ha fiutato uno strano odore (probabilmente dovuto al fatto che non ci lavavamo da molto, molto tempo…) e, curiosa, si è avvicinata per vedere di cosa si trattasse. E pensare che prima di entrare in casa ha pure bussato… non si meritava di certo un’accoglienza simile!

Ultimi km prima di Ittoqqotoormiit
DellaBordella-DSC_5290Colazione: un caffè, poi un tè, poi una tisana. Seconda colazione: un altro caffè, un altro tè… e tre ore che volano, pensando e ripensando a Berta. Il tempo, almeno quello, sembra finalmente migliorato e saltiamo per l’ultima volta nei kayak. Il mare artico però non ci fa nessuno sconto, anche gli ultimi 20 km che ci dividono da Ittoqqotoormiit li dobbiamo sudare, lottando duramente contro il vento e le onde. Nonostante questo riusciamo a rientrare senza altri imprevisti. Sabato 6 settembre alle 15 ritorniamo alla civiltà, 32 giorni dopo esserne usciti. Peccato! Adesso la nostra spedizione è finita sul serio.

Matteo Della Bordella a Varenna, conferenza stampa del 19 settembre 2014
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postato il 16 ottobre 2014

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Shark’s Tooth

Cerca duro e ne troverai tanto in giro
Intervista ad Alexander Ruchkin per www.Russianclimb.com

In un tempo in cui si discute se l’alpinismo tradizionale sia finito già un bel po’ di anni fa con le figure di Bonatti e di Messner, diamo il via a una serie di informazioni sull’attività nel mondo che contribuisca al generale dissenso.

Dal 2 al 5 maggio 2011 gli scalatori russi Alexander Ruchkin (St. Petersburg) e Mikhail “Misha” Mikhailov (Bishkek) salirono sulla vetta inviolata dello Shark’s Tooth 1555 m in Groenlandia (Regione di Renland) per la cresta nord-ovest. La via, Dance on tiptoes (Danza in punta di piedi), presenta un dislivello di 915 m m, uno sviluppo di 1200 e difficoltà di VII, dal 6a al 6c e A2.
Si tratta della stessa cima salita da Matteo Della Bordella e compagni nell’estate 2014: di questi, che hanno salito la parete nord-est per la nuova via The Great Shark Hunt, parleremo in un prossimo post. Le difficoltà della via, lo stile dell’impresa, il luogo remoto di questa montagna, unitamente alla complessa logistica ne fanno uno splendido esempio di avventura moderna, un’impresa che a buon diritto s’iscrive nel solco dell’alpinismo tradizionale (quello di cui oggi si paventa la scomparsa…).

Lo Shark’s Tooth 1555 m e il tracciato della via Dance on tiptoes
Russi-Shark Tooth

L’approccio in motoslittaRussi-7220All’inizio del canale che porta alla cresta nord-ovest dello Shark’s Tooth
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Mikhail “Misha” Mikhailov in arrampicata sulla cresta nord-ovest dello Shark’s Tooth
Russi-6542Mikhail “Misha” Mikhailov in arrampicata sulla cresta nord-ovest dello Shark’s Tooth
Russi-6562Lo Shark’s Tooth è bello, grandioso… ma come avete fatto a trovarlo, e come mai l’idea di andare in Groenlandia?
– C’è un mucchio di cime mai salite. E su quell’isolona ghiacciata è possibile ogni forma di avventura, te la giochi con l’inesplorato. È questo l’allettante. Più difficile è raggiungere l’obiettivo, più è allettante. Questo non è solo quello che l’avventura dovrebbe sempre essere, ma ridà valore alla parola spedizione. La Real Adventure.

Negli anni ’60 era così. Poi… è cambiato proprio tutto… guarda, c’è Edurne Pasaban che ha scritto che ogni mattina c’è un taxi-elicottero che ti aspetta all’Everest Base Camp per Kathmandu. Soffri in montagna… e già il giorno dopo sei sotto la doccia, in piscina. E ogni giorno di più l’EBC assomiglia a quello del film Vertical Limit. Ma non è così facile uccidere lo spirito d’avventura, vero? Mi sembra che quelli che sono attirati dalla Real Adventure alla fine diano luogo a progetti dove la scalata è alla pari con il viaggio per arrivarci, tipo le cose del team di Andrew Lebedev, dove non si capiva più dove cominciava la scalata e dove finiva l’escursione. Pensi che il vostro progetto fosse così?

– Sì, molto simile. Quando cominciai nel 2009 il progetto The unclimbed peaks, l’idea era di allontanarsi dagli stereotipi accettati dai più. Le condizioni erano chiare. Prima avevo visto tanti articoli, che predicavano “basta con i posti inesplorati”, “gli ultimi problemi da risolvere”, ecc. Non potevo capire, cosa si poteva fare di nuovo, allora? Poi parlai con Tamotsu Nakamura, secondo lui solo in Tibet ci sono più di tremila cime inviolate!

Alexander Ruchkin
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Questo mi aveva davvero incuriosito, cominciai a prendere nota meticolosamente di tutte le cime da fare, anche quelle nelle zone più remote. Mi hanno aiutato gli amici, i redattori delle riviste, me ne sono arrivate centinaia, specialmente dal Pakistan. Ma la maggior parte non mi interessava tanto… erano troppo facili… E invece a me piace la via difficile. Cominciai così ad affinare la ricerca, mettendo tre paletti: la cima dev’essere vergine, bella e tecnicamente significativa. Cerca duro e vedrai che ne trovi tanto…
Ho sognato la Groenlandia parecchio tempo, anche prima dello Jannu (Ruchkin e Mikhailov hanno partecipato alla spedizione russa sull’inviolata parete nord dello Jannu, culminata nel maggio 2004 con la cima di Ruchkin e Dmitry Pavlenko. Questa salita è stata premiata con il Piolet d’Or 2004, non senza critiche per l’impiego di corde fisse, NdT). Pensavamo di andare con Valery Rozov, ci piacevano quelle pareti così simili a quelle dell’isola di Baffin.

Mikhail “Misha” Mikhailov
Russi-Mikhaylov6876– Come vi siete preparati alla spedizione tu e Misha?
– Beh, abbiamo fatto vari errori. La questione è che i miei desideri vanno più forte delle mie possibilità… Abbiamo iniziato troppo presto, sarebbe stato meglio andare a luglio o agosto, non avremmo dovuto fare così tanta pista nella neve…

– Hai visto altri obiettivi per il futuro?
– Altro che! Dobbiamo tornare! In più la Groenlandia l’abbiamo vista poco con il tempo che c’era quando abbiamo fatto il volo. D’estate puoi raggiungere in barca un posto assai vicino al nostro campo base.

Hai detto che molti disagi li avete avuti per le restrizioni in aereo al peso totale del vostro equipaggiamento? Quindi non avevate portaledge, periò avete deciso di salire la cresta, non una parete.
– Sì, in effetti mi interessava la parete. C’è una fessura bellissima al centro, ripida, circa a 80°. Ma il limite di 40 kg ci ha imposto di rinunciare. In primavera, non si poteva fare senza portaledge. Non c’è spazio per le tendine, e fa troppo freddo per dormire seduti.

– E davvero la vostra real adventure è cominciata ben prima della scalata?
– Allora, siamo arrivati con le motoslitte a circa 10-12 km da quello che avevamo previsto essere il campo base. I piloti avevano paura di cadere in qualche crepaccio coperto. Proseguimmo con gli sci, con tutto sulle spalle. Fu massacrante, giorni e giorni nella neve fresca, continuava a caderne di nuova.
In Groenlandia ti svegli ogni mattina e pensi la stessa cosa – che hai dormito troppo! Perchè in questo periodo dell’anno c’è sempre la luce del giorno! Quando siamo arrivati faceva un freddo terribile e la nostra prima impressione è stata che ci fossimo tristemente sbagliati, e che non avremmo avuto alcuna chance di salire qualcosa. Tutto era semplicemente troppo; la neve, le temperature fino a -20C, l’umidità molto elevata e il vento fortissimo sembravano ridurre le nostre possibilità a zero. Gli orsi, le loro tracce e le armi che avevamo affittato hanno aggiunto un elemento di vivacità alla nostra spedizione ed eravamo nel più alto stato di allerta. Andavamo a dormire mettendo da parte una pistola carica, fumogeni ed una pistola per lanciare un segnale per spaventare i nostri bianchi “ospiti”. Abbiamo vissuto, dormito e mangiato sempre in uno stato di allerta, per essere pronti se per caso “gli ospiti” fossero venuti a visitarci. Per fortuna non sono mai arrivati!

L’ultimo bivacco in salitaRussi-6710– Che impressione avete avuto della montagna, quando l’avete vista?
– Coincideva con le aspettative, la parete è molto difficile, impossibile in quelle condizioni. Le previsioni ci davano cinque-sei giorni di bel tempo. E dopo, niente. Comunque ne avemmo sette. Non sapevamo neanche la quota della vetta… alla fine scegliemmo di fare la cresta e non ce ne siamo pentiti. Era al sole al pomeriggio e fino alle 22 si poteva scalare con una certa comodità.

In vetta allo Shark’s ToothRussi-6848– Come l’avete fatta?
– Ci sono voluti quattro giorni.
Giorno 1, 2 maggio. Piantammo il campo base sull’Edward Bailey Gletscher, a circa 40 m di quota. Alle 11 cominciammo a salire sui pendii della morena, circa 600 m, poi entrammo nel canale. Eravamo alla base della grande parete, a circa 640 m. Il couloir era ripido, speravamo non ci cadesse niente in testa, visto che lì il sole non ci arriva mai. In tutto è alto 300 m, circa 8 lunghezze. Lo salimmo tra le 15 e le 21, alla fine trovammo un buon posto per la tenda. Ci mettemmo a dormire all’1.30.
Giorno 2. Sveglia alle 10, verso le 13.30 iniziai il primo tiro sulla parete. Dopo qualche risalto di neve, una paretina, poi una placca quasi verticale a sinistra portava a una serie di buoni camini (70°-90°), con buona aderenza e lastre per riposare. La prima lunghezza l’ho fatta con gli scarponi. Cambiate le scarpe, sono andato avanti per tre tiri e mezzo con le scarpette, non c’era un gran freddo, -5°, -10°. Andavamo su bene, tutta la scalata si fa in arrampicata libera, anche il pezzo più difficile. Solo in due pezzettini da 2 metri abbiamo fatto un po’ d’artificiale. Non c’era nulla, solo delle fessurine microscopiche, ho dovuto usare qualche gancio. Ci sono un po’ di tratti di 6c. Quel giorno abbiamo fatto 4 lunghezze e mezza.
Giorno 3. Anche Misha ne ha salite quattro e mezza. Due sulla cresta, affilata, ricoperta di neve che lui ha dovuto rimuovere. La neve tendeva ad appiccicarsi alla roccia! Non si capiva se c’era da fidarsi con l’aderenza o no. Una brutta sensazione.
Meno male che c’erano parecchie cenge per le tende. Io credo che d’estate questa via si può fare in due o tre giorni, se si è veloci, e magari senza la tenda, solo i sacchipiuma.
La notte la passammo su una sezione orizzontale della cresta. Misha salì ancora due tiri, un camino pieno di neve e un diedro. Sopra c’era una cresta senza cenge. Lasciammo tutta la roba al bivacco e decidemmo di proseguire alleggeriti la mattina dopo. Eravamo a circa 1300 m, speravamo di farcela a scendere alla tenda prima di notte.
Giorno 4. Salii quattro lunghezze bellissime (6a-6c) e una quinta, facile, ci portò in cima. Sul punto più alto eravamo alle 18.30, tempo buono. Da lì vedevamo altri ghiacciai e altre cime, per tutti i gusti, dalla big wall allo stile alpino. Dopo un’ora in vetta, cominciammo a scendere a doppie. Subito siamo andati veloci, poi ci siamo un po’ incasinati e non speravamo più di arrivare alla tenda, le corde non scorrevano… ci dispiaceva di non avere con noi almeno un cordino di servizio, da poter lasciare

– Quando siete stati in Cina, e anche qui in Groenlandia, scalavate in due, e non c’era nessuno al campo base. Come vi trovavate?
– In quelle condizioni devi andare con ancora più prudenza, bisogna avere ancora più margine. Certo, ci mancava chi ci seguisse, se non altro sarebbe stato un buon conforto. Ma in caso di aiuto serio, c’è comunque bisogno di una cordata che sia allo stesso livello, se no… La cosa migliore sarebbe di essere in due cordate, magari che salgono su vie vicine.
Noi avevamo un satellitare e l’abilitazione a chiamare un elicottero. Non è come essere sulle Alpi, con gli elicotteri svizzeri o francesi… però avremmo potuto scendere un poco e farci recuperare. Sapevano dove eravamo. Ci eravamo portati un buon kit di pronto soccorso.

Lo schizzo tecnico di Dance on tiptoes
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postato il 25 settembre 2014

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Oltre la quota, oltre il limite

Dall’ottobre 1989 al giugno 1995 Reinhold Messner si dedica alle grandi traversate orizzontali e glaciali, come del resto aveva anticipato con la Via degli Sherpa e con altre imprese nei deserti e sugli altopiani.

Forse il sottoporsi alle fatiche e alle privazioni di spedi­zioni come queste, nell’era dei trasporti aerei e dell’alta velo­cità, sembra un inutile esercizio senza senso, un’impresa d’altri tempi. Ma l’impresa sportiva di collegare un punto ad un altro non è l’unico scopo. Ogni progetto ha più significati, sta a noi esserne coscienti.

Reinhold Messner e Arved Fuchs al Polo Sud OltreilLimite-messner1Nessuno aveva mai traversato i poli, o anche la Groenlandia “per il lungo”, senza ca­ni: la sfida era contro il tempo e contro la logistica, perché occorre limitare la quantità di chili per sopravvivere. Esiste però un limite che non si può superare e che bisogna aver impa­rato a definire con estrema accortezza in sede progettuale. Oc­corre conoscere molto bene se stessi, le proprie forze e le pro­prie capacità di resistenza per osare le traversate con viveri sufficienti.

Freddo, caldo, vento troppo forte, assoluta solitudine, nessun contatto con il mondo civile, nessun approvvigionamento interme­dio. Queste sono le regole perché un’impresa oggi possa essere veramente tale.

Messner si è aiutato, in presenza di vento favorevole, con le vele. L’utilizzo della vela si basa sullo sfruttamento di una delle più antiche, “ecologiche” e naturali sorgenti di energia delle quali l’uomo dispone. Ma chi conosce anche in modo appros­simativo le problematiche ambientali e del vento ai poli sa be­nissimo che il suo sfruttamento può avvenire solo in particolari condizioni, che si realizzano in tratti molto parziali rispetto all’itinerario previsto.

Inoltre, se da un lato questa tecnica permette di velocizzare la percorrenza di alcuni tratti, d’altro lato essa allarga il “ran­ge” di rischio: ai crepacci, agli sbalzi del terreno improvvisi, all’eccessiva velocità (e quindi alla possibilità di cadute) si aggiungono le difficoltà di prevedere con correttezza le scorte di viveri. Al di là dello splendido effetto scenico che fanno, le vele sono quindi un aiuto da sfruttare con moderazione, anche a causa dei dolori muscolari alle braccia che provocano.

Tutto ciò ha una valenza sportiva enorme, forse però con quel mo­do di intendere e vivere lo sport del quale molti hanno perso le radici e che sempre meno trova spazio tra le pagine dei giornali.

Anche se queste imprese, come tutte le altre, hanno in loro la possibi­lità d’essere classificate record, comunque chi le compie deve superare un ristretto modo d’intendere che vuole tutte le cose ben incasellate al loro posto.

Chi ha fatto centinaia di prime ascensioni alpinistiche in tutto il mondo, chi ha salito 18 montagne di ottomila metri, quale bisogno può avere di ulteriori re­cord?

Cercare di stabilire un record e di compiere un’esperienza estre­ma unica nei suoi aspetti non è la stessa cosa: la ricerca del record è costruzione meticolosa di un’impresa che deve portare al superamento di un limite oggettivo; avventure estreme come quelle polari sono esperienze nelle quali la singolarità dell’impresa gioca un ruolo che, tutto sommato, è molto parziale rispetto al confronto ch’essa implica con se stessi, prima ancora che con l’incognita delle ostilità naturali. Un record, poi, è fatto perché qualcuno possa tentare di confron­tarsi con esso nel tentativo di batterlo. Un’avventura unica nel suo genere, se ripetuta, perde appunto l’essenza stessa del suo essere: l’unicità.

Obiettivo di queste spedizioni è anche quello di dare un volto e una cronaca allo spostamento dell’interesse dalla “meta pratica” (trovare una via per i commerci tra l’Europa e l’Asia, o colonizzare l’Antartide a fini scientifici o minerari), alla “me­ta idealistica” (conquistare la “fine del mondo”), fino alla ri­cerca dei propri limiti personali attraverso i ghiacci più scon­volti della Terra.

Ciò che Messner ha fatto, dunque, non è né ricerca del record, né con­quista: solo cercando di capirlo nelle pieghe dei suoi racconti si può tentare di intuire il significato profondo di ciò che ha fatto.

Traversata dell’Antartide
Il progetto iniziale di Reinhold Messner e Arved Fuchs era di partire dal margine del tavolato di Ronne, raggiungere il Polo Sud a piedi e proseguire fino al Mare di Ross. Le cattive condizioni atmosferiche impediscono il volo di approccio, la partenza viene rinviata a tal punto da rendere necessario un ridimensionamento del progetto. Alla fine, il 13 novembre 1989 iniziano la traversata sulla costa occidentale antartica, cioè circa 500 km più all’interno del tavolato di Ronne, più o meno nel punto in cui lo strato di ghiaccio non appoggia più sull’oceano bensì sulla terraferma del continente, un compromesso necessario. Sono previsti due punti di rifornimento, il primo tra i monti di Thiel, il secondo al Polo Sud, presso la base americana. Questa viene raggiunta il 31 dicembre. Il 13 febbraio 1990 arrivano alla base di Scott, dopo aver percorso 2800 km in 92 giorni.

Ognuno di loro era dotato di due vele, di diversa dimensione, del tipo di quelle da parapendio. Queste si potevano governare con una barra di materiale speciale, che a sua volta era assicurata all’imbragatura, sul davanti. Le slitte era­no trainate tramite una specie di barra a manubrio collocata all’altezza delle anche. Avevano alimenti per poco più di 4000 chiloca­lorie al giorno (il doppio di quante ne consuma un individuo se­dentario). I cibi erano suddivisi in sacchetti giornalieri che contenevano, ben riconoscibili, le diverse confezioni per la co­lazione, per la merenda e per la cena. Contenuto il più possibile il peso degli imbal­laggi (non sono stati lasciati rifiuti lungo il percorso), alcuni cibi erano confezionati in appositi involucri co­stituiti da una gelatina proteica edibile, quindi fonte essa stessa di calorie.

In mancanza a quel tempo del telefono satellitare, solo l’apparecchio Argos riferiva la loro posizione serale, giorno per giorno.

Un particolare assai importante è raccontato da Messner nel suo libro Oltre il limite (DeAgostini, 1997). Raggiunto Gateway, il punto in cui termina il continente sul Mare di Ross, Fuchs voleva a tutti i costi interrompere. In fin dei conti il continente era stato traversato… Messner invece voleva raggiungere il mare, 700 km più a nord. A parte i costi supplementari di un recupero aereo non previsto, Messner sentiva che la loro impresa non avrebbe avuto corpo se non concludendola al mare, in una base abitata. Non c’è miglior modo per spiegare l’espressione “oltre il limite”.

La sfida di traversare l’Antartide senza supporto né meccanico né logistico, da costa a costa via Polo Sud, fu raccolta nel 1995 da Børge Ousland che però, dopo essersi rifornito alla base statunitense, dovette comunque abbandonare per congelamenti. Nella stagione seguente 1996-97, completò la traversata da solo senza ricevere alcun rifornimento. Cominciò il 15 novembre da Berkner Island nel Mare di Weddel e raggiunse la base McMurdo sul Mare di Ross il 17 gennaio. Aveva impiegato 64 giorni e coperto un distanza di 2845 km, con temperature fino a –56° e con una slitta dal peso iniziale di 178 kg.

Børge Ousland

OltreilLimite-Ousland-Borge-inGroenlandia, un record non voluto
Nella primavera 1993 è la volta di un’altra “idea impossibile”: la traversata della Groenlandia da sud a nord, come si dice, “per il lungo”, senza cani e senza supporti esterni. Un progetto al limite delle possibilità umane per la ristrettezza dei tempi di realizzazione, l’isolamento e le estreme condizioni ambientali. Protagonista ancora una volta Messner, assieme al fratello Hubert.

Se le traversate della Groenlandia erano state parecchie in senso orizzontale (memorabili quella del­la spedizione di Nansen del 1888 e quella ben più lunga di Peroni e compagni del 1983), solo due sono state effettuate in senso longitudinale: nel 1978 il solitario Naomi Uemura compiva un ex­ploit indimenticabile di 93 giorni parallelamente allo sviluppo della costa orientale, mentre dieci anni dopo la spedizione di Will Steger faceva la stessa cosa sul versante opposto. Entrambe le spedizioni però usarono non solo i cani, ma anche i depositi la­sciati dall’aereo sul loro cammino.

Traversare quindi “by fair means” l’intera isola o quasi non era stato mai neppure tentato da nessuno. Nessun ausilio tecnico o supporto aereo, senza radio e, ad eccezione di un piccolissimo tratto iniziale, senza cani.

La scelta della stagione primaverile va incontro a svantaggi evidenti, quali una temperatura media ben più rigida, tempo assai più instabile e bu­fere violente e frequenti; ma l’assenza quasi assoluta di crepacci dovuta al manto di neve invernale e la minor probabi­lità di incontrare, verso la fine del percorso, i temutissimi torrenti d’acqua di scioglimento superficiale del ghiacciaio (o­stacoli a volte insormontabili che costringono ad estenuanti ri­cerche del giusto passaggio) sono le motivazioni che hanno convinto Messner a non tentare d’estate.

I due Messner partono da Isertok (costa sudoccidentale) il 23 aprile 1993, ore 14.30 locali, in una splendida giornata di sole a 65° e 30′ di latitudine N. Li accompagnano due groenlandesi inuit, che gui­dano due mute di cani e due slitte cariche di tutto il ma­teriale. Due operatori di una troupe televisiva, tra i quali il sottoscritto, e il presidente dell’Equipe Enervit Paolo Sorbini, sponsor tecnico dell’impresa, completano la lista degli accompagnatori. Dopo una faticosa salita dal li­vello del mare ghiacciato fino all’orlo del grande altopiano di ghiaccio, i sette uomini preparano il primo campo durante una violentissima bufera scatenatasi all’improvviso. Il giorno dopo, 24 aprile, marcia a bussola in una fitta nevicata per circa 30 km in direzione nord fino al secondo campo, messo in un punto qualunque di un altopiano ormai senza confini e senza riferimen­ti. Alle 11.30 del terzo giorno, dopo un’altra marcia a bussola di circa 10 km, i due gruppi si separano: i Messner si allontana­no mentre nevica, trainando le loro due slitte e dopo pochi minu­ti non sono che due segmenti tremolanti che stanno rapidamente decomponendo la loro immagine su uno schermo assolutamente bian­co.

La loro marcia si dipana tra soste forzate e corse al vento fino a 120 – 130 km al giorno. Il 7 maggio approfittano di un venticello favorevole che in un balzo solo ha sospinto le loro vele per 170 km. Con questa giornata positiva i Messner si riportano in pari con la ta­bella di marcia, riguadagnando il terreno perduto. L’8 maggio, altro giorno favorevole: 56 km avanti verso nord. Nella notte, il messaggio in codice dell’apparecchio Argos se­gnala che “viene abbandonata la prima possibilità di fuga”, quel­la verso Sondre Stromfjord, la base aerea sulla costa occidentale dell’isola. Ciò significa che da ora ai due conviene proseguire verso la meta finale, Thule, eventualmente considerando in segui­to la possibilità di fuga su Jakobshavn, la cittadina sulla Baia di Disko.

Il 9 maggio il vento favorevole continua: Reinhold e Hubert Mes­sner superano altri 125 km dell’enorme altopiano ghiacciato, sem­pre sui 2200 metri di quota, e arrivano a segnalare la loro posi­zione a 69° 45′ 14″ N e 45° 35′ 38″ W, quindi già oltre la lati­tudine di Jakobshavn e a un quarto del percorso totale.

Il codice segnala “dolori fisici”, dolori muscolari per l’eccessiva andatura a vela: in tre gior­ni sono stati fatti 351 km e, alla lunga, lo sforzo sulla barra per governare la vela si fa sentire.

La sera del 10 maggio i Messner sono a 70° 54′ 4″ di latitudine N e a 45° 48′ 40″ di longitudine W, dopo aver fatto nella giorna­ta uno splendido balzo di quasi 128 km. Contemporaneamente alla localizzazione, il satellite trasmette il messaggio in co­dice che significa “abbandono della seconda possibilità di fuga”, quella di Jakobshavn.

Reinhold e Hubert Messner alla conclusione della traversata della Groenlandia

Thule, Groenlandia 1993, traversata Isertok-Thule dei fratelli Messner, foto di Renato MoroLa sera del 14 maggio la loro marcia risulta drastica­mente rallentata: solo 10 km in un giorno! Però ar­riva contemporaneamente il confortante messaggio in codice di “abbandono della terza possibilità di fuga”, quella su Umanak, villaggio sulla costa occidentale, a nord della Baia di Disko. Ciò significa che hanno la netta intenzione di proseguire verso la meta finale, Qanaq (la nostra Thule).

Il 17 maggio il messaggio in codice comunica che i due hanno superato il punto di “non ritorno”: ciò vuol dire che i Mes­sner hanno rinunciato anche alla quarta e ultima possibilità di fu­ga, quella che li avrebbe portati al villaggio di Kraulshavn. Reinhold e Hubert Messner marciano ormai da più giorni senza più alcuna oscurità però preferiscono spostar­si nelle ore di luce più viva, per godere di una temperatura più confortevole.

La sera del 26 maggio i Messner sono a 77° 51′ 10″ di latitudine N e a 68° 28′ 30″ di longitudine W, quindi a circa 60 km dall’ar­rivo, sull’orlo dello sconfinato altopiano di ghiaccio che costi­tuisce il 95% della superficie della Groenlandia: li attende una discesa fino al mare ghiacciato e una traversata di 35 km fi­no al villaggio di Thule. Qui sono arrivati, nelle ore di luce notturna, tra il 27 e il 28 maggio, assai provati e con alcuni seri congelamenti alle mani.

Un record non voluto! – è stato il commento a caldo di Reinhold sulla loro impresa – È una delle spedizioni più belle della mia vita. Abbiamo potuto fare la traversata solo grazie ad un vento molto forte di sud ovest che ci ha costretti ad andature folli. Era l’unico modo per poter andare avanti, così camminavamo quat­tro ore di notte e poi stavamo a vela anche dieci ore, in bufere pazzesche e con temperature che ci hanno provocati dei congela­menti seri, anche se non gravi.

Polo Nord unsupported
Da Constantine Phipps che, nel 1773 e con due navi, raggiunse gli 80°48′ N a nord delle isole Spitzberg, fino all’oggi più tecnologico, le spedizioni al Polo Nord costituiscono una delle storie umane più affascinanti, dove dramma, coraggio, perseveranza e perfino menzogna coesistono inestricabilmente.

Negli anni ’90, due gruppi (per primi i due norvegesi Børge Ousland ed Erling Kagge, il 4 maggio 1990 da Cape Columbia) e infine un so­litario, lo stesso Ousland dalla Siberia nel 1994, hanno raggiun­to il Polo senza supporti esterni, facendosi però trasportare in aereo al ritorno.

Quindi, fino al 1994, nessuno era mai riuscito ad attraversare il Polo Nord senza supporto tecnologico (skidoo-aereo-nave), e la grande avventura ancora da dimostrare era attraversarlo senza supporti, cioè andata e ritorno by fair means, senza l’ausilio di cani, motoslitte e senza rifornimenti in­termedi.

Nel progetto di Messner, la traversata, lunga circa 2000 km, doveva iniziare dalle Shmidta I­slands, in Siberia, e concludersi a Cape Columbia (Terra di El­lesmere, Canada) dopo circa 90 giorni. Secondo lui nessuno aveva mai raggiunto il Polo Nord via terra tornandone con i propri mezzi, neppure Peary nel 1909 con i cani.

Le difficoltà sembravano praticamente insormontabili. Anche se il ghiaccio della calotta si sposta da est a ovest (Drift Ice), così favorendo una traversata da Siberia a Canada, l’Ice Pack si sposta, si muove e si spacca, formando dossi e crepacci difficilmente superabili. Ci sono salti, ci sono fessure gigantesche attraversate da acqua e sovente si possono trovare vere e proprie cascate di blocchi di ghiaccio alte decine di metri, perché il pack ha uno spessore variabile da 2 centimetri a 5 metri. Per questo è probabilmente il terreno più difficile del nostro pia­neta.

Nel periodo finale, in maggio, quando la temperatu­ra aumenta, sull’itinerario di marcia si creano canali di mare aperto. Quindi il periodo della partenza non può che essere in marzo, durante la notte polare (temperature anche sotto i -50°): dunque, tempo limitatissimo.

La slitta da tirare all’inizio pesa 150 kg a persona: questo rappresenta il massimo trainabile su terreno difficile. Diminuire il peso della slitta significa di­minuire le scorte alimentari già calcolate al minimo.

Partiti dalla base di Sredny (Siberia) il 7 marzo 1995, Reinhold e Hu­bert Messner si avvalgono del trasporto di un elicottero mili­tare per coprire i circa 200 km che li separano dalla fine del­la terra ferma e l’inizio dell’Oceano Artico.

Nel pomeriggio del 7 marzo i due lasciano Cap Artichevsky e ini­ziano la marcia lungo un fiordo ghiacciato, puntando a nord.

L’apparecchio satellitare Argos in loro dotazione segnala l’8 marzo un poco significa­tivo progresso di qualche km, unitamente ad un messaggio in codice relativo all’attacco di orsi bianchi.

Durante la seconda notte il forte vento del nord determina il movimento del pack verso riva: sono ore d’inferno in cui i due fratelli, sorpresi nella notte dall’improvvisa serie di fratture nel ghiaccio, cercano di spostare la tenda e il materiale in luo­go più sicuro. La temperatura di –42°, il buio, il vento vedono i Messner uscire dalla tenda con le sole scarpe da notte e trascinarla nell’unica direzione dove sembrava che le onde di ghiaccio scon­volto non andassero.

Nel tentativo di mettere in salvo gli sci, Hubert cade in acqua e riesce dopo pochi ma eterni secondi a uscirne. Diventa immediata­mente una corazza di ghiaccio ed è costretto a rifugiarsi nel sacco piuma in tenda, mentre Reinhold, saltando da un blocco all’altro, cerca di salvare anche la seconda slitta, in tempo per vederla stritolata sotto il crollo di una torre di ghiaccio.

Non c’è pace neppure in seguito: devono ancora spostare la tenda nella not­te, mentre Hubert lotta con il congelamento delle mani. È solo dopo un bel po’ di ore che, anche constatate le perdite di mate­riale, Messner ha il tempo di azionare la levetta dell’apparec­chio Argos per chiedere il proprio recupero.

I due sono prelevati alle 20 (ora locale) del 9 marzo 1995 e ri­portati alla base di Sredny.

In seguito, ben pochi sono stati i tentativi coraggiosi di dare realtà al progetto di Messner: fino al 2001, quando Børge Ousland riesce da solo nella traversata dalla Siberia al Canada in 82 giorni.

Il rispetto dell’ambiente e di se stessi
Ogni conquista ha in sé valenze di appropriazione, di violazione, valenze assolutamente antitetiche ed incompatibili con quel ri­spetto, quel “credo” profondo nella Natura e nelle sue forze (uo­mo compreso) che animano gente come Messner.

Le terre polari sono le più vaste regioni selvagge ed ancora in­contaminate della Terra. Per comprendere a fondo un ambiente in­tegro come quello, in tutta la sua completezza, pronti a subirne le relative conseguenze e in modo diretto non falsato da mediazioni estranee, bisogna confrontarsi, porsi sullo stesso piano.

Slitte a motore, cabine riscaldate, aerei e mezzi meccanici de­gradano l’ambiente ma con esso anche la nostra esperienza. La sensazione di dominare l’ambiente è solo illusoria. L’assenza dei cani è il decisivo taglio del cordone ombelicale, la civiltà è lontana anni luce e, quando anche il calore e il movimento anima­li sono distanti, a scaldare l’anima restano solo gli affetti più profondi.

La comprensione dell’ambiente esige una grande comprensione di se stessi. È questa una ricerca che solo pochi hanno osato spingere ai mondi più lontani e alle zone più inesplorate del proprio es­sere: così lontano che nessuno riesce a comprendere davvero quei pochi, ma solo intravvedere i bagliori che questi con fatica riescono a trasmettere.