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Ta-pum

“Il tormento di una sassaia aperta ai venti. Doline e valloni straziati da crateri di esplosioni; caposaldi, trincee, ricoveri, sbarramenti sconvolti. Schiere di combattenti annientate attorno a quote contese all’ultimo sangue con baionette, pietre e badili. Italiani e austroungarici dannati tutti per 20 giorni nel crogiolo della battaglia più insensata dell’Altopiano. Una colonna mozza sul risalto del “Calvario degli Alpini” “per non dimenticare”; un monumento più in là, degli “altri”. E, per contrasto, la singolarità di un panorama su una vallata luminosamente felice. Questo è stato ed è l’Ortigara. “Un campo di battaglia che non sarà mai letterario” (Armando Scandellari)”.

Trincea sulla vetta del Monte Ortigara
Vetta del Monte Ortigara, camminamento, trinceaA sera arriviamo nel silenzio irreale di un grande posteggio sterrato: vicino, alcune tende, tavolate e file di damigiane si preparano per la notte: sono l’avanguardia del pellegrinaggio degli alpini che ci sarà tra due giorni, quando l’odore delle salsicce salirà alla fine dei boschi, in alto fino alle doline, e sostituirà la sbiadita immagine delle carneficine. L’eco delle emozioni, alla velocità del pensiero, sorvolerà i salti di generazioni e, dopo un volo in Russia, in Grecia e in Albania, tornerà qui, sulle tombe a cielo aperto dei padri.

Il primo sole illumina una targa sulla cappella di M. Lozze: “Qui combattemmo, qui ritorniamo / alpini che più non aspettate il cambio / di vedetta per sempre sull’Ortigara / non dimentichiamo” e di un’altra sul contiguo sacello: “Tu che passi / per questi luoghi / irrorati dal sangue / raccogli e deposita / in questo sacello / le ossa sparse degli eroi”.

Accanto ad un colletto è un’elevazione dominata da una grande statua della Madonna che guarda con amore e protegge la desolata memoria dei morti. Oltre è la vasta piana di mughi appena ondeggianti nella brezza del mattino: in questi decenni si sono impadroniti della geografia di buchi e di ferite nel calcare, hanno occupato le depressioni modellate dalle cannonate e ingombrano le trincee, contorti come la sofferenza della carne da macello.

Venti giorni sull’Ortigara / senza il cambio per dismontà… / Ta-pum, ta-pum, ta-pum… / Ta-pum, ta-pum, ta-pum…

Tapum-news_124_1401201732_posterL’Ortigara non ha grandi forme. È una montagna arida e sassosa che, per tre lati su quattro, sfida ogni logica al riguardo della sua storia. Il quarto versante precipita a picco nella Valsugana. Questa “Cattedrale degli Alpini” che padre Giulio Bevilacqua nel 1920 definì “monumento del sacrificio umano, monte della nostra trasfigurazione” inizia ad avere un significato strategico con la Strafexpedition del maggio 1916 e con una controffensiva italiana che, dopo la conquista dei Castelloni di S. Marco e della Cima Caldiera, non riuscirà ad espugnare proprio le posizioni nemiche dell’Ortigara, pur usando ben 17 battaglioni di alpini. L’anno dopo, i generali Cadorna e Mambretti, quest’ultimo comandante della VI Armata dell’Altopiano, preparano la “Difensiva ipotesi uno”, un piano tendente a prevenire l’invasione austriaca della pianura veneta. A tavolino ebbe origine dunque la leggenda dell’Ortigara, che tanto sangue costò, quanta immaginazione infiammò negli anni seguenti; tante ferite provocò a un paesaggio devastato, quanto la gente si sente ancora oggi in volo sulle ali del patrio entusiasmo.

Camminiamo senza fretta sui sentieri di calcare, in un silenzio mattutino opposto alla gioia fracassona, a volte alticcia, di alcune sguaiate canzoni in corriera a fine gita.

600 pezzi di artiglieria, dislocati uno ogni 9 metri, iniziano contemporaneamente a bombardare l’Ortigara e il Passo dell’Agnella: sono le 5,15 del 10 giugno 1917. Una leggera pioggia, poi una fitta nebbia impediranno a cotanta potenza di fuoco di ottenere risultati appena apprezzabili.

La canzone è essenziale, ridotta all’osso, come l’incubo della trincea: le cannonate, le mitraglie, gli assalti, la morte e il cimitero. Questo era il mondo del soldato che, sentendo d’essere destinato a morire, non pensava neanche più a casa.
Se domani si va all’assalto / soldatino non farti ammazzar… / Ta-pum, ta-pum, ta-pum… / Ta-pum, ta-pum, ta-pum…

Alle 15 i bombardamenti sono sospesi. Non v’è alcuna certezza sui risultati del prolungato tiro al bersaglio, ma le truppe vengono lanciate ugualmente all’assalto. Purtroppo i reticolati austriaci sono quasi intatti e le poche brecce sono ben protette dal micidiale fuoco di sbarramento delle mitragliatrici incavernate.

Gli austriaci avevano intercettato per radio tutti i dettagli del nostro piano offensivo. Non fanno eccessiva fatica a sostenere le posizioni. Solo il grande dispiegamento di uomini ci porta, al cadere della notte, a registrare la conquista del Passo dell’Agnella e della Q. 2101. Ma i protagonisti di quelle continue serie di assalti hanno subito perdite gravissime. In totale, il bilancio della giornata è di 6.752 uomini fuori combattimento. Sarebbe consigliabile ripiegare sulle vecchie posizioni e invece si rinforzano quelle appena raggiunte.

Quando poi ti discendi al piano / battaglione non hai più soldà… / Ta-pum, ta-pum, ta-pum… / Ta-pum, ta-pum, ta-pum…

Foto: www.altopianodopine.comTapum-coro_baselga_gita_madonna_neve_adro_maggio2014_35Il 19 giugno, dopo 23 ore filate di bombardamento ed attacchi aerei, gli italiani attaccano ancora l’Ortigara e se ne impossessano senza però sfondare la linea. Ore 2,50 del 25 giugno: dopo un tiro d’artiglieria di appena 10 minuti, ma terrificante perché incrociato, le pattuglie d’assalto austriache con lanciafiamme e bombe a mano attaccano di sorpresa le nostre linee, presidiate da ben 11 nostri battaglioni e alle 3,10 tutto è già finito, 20 minuti dopo il primo colpo di cannone. Nel macello di trincee e caverne abbiamo perso 150 ufficiali e 3.000 alpini.

Nella valle c’è un cimitero / cimitero di noi soldà… Ta-pum, ta-pum, ta-pum… / Ta-pum, ta-pum, ta-pum... Il suono del laconico ta-pum vorrebbe portarci dai monotoni sussulti del fondo della corriera di gitanti schiamazzanti all’accorato dolore, alla mistica del patrio sacrificio: ma qui tra doline, caverne, trincee appare falso, perché stonato nella tragedia e nel macello annunciati; ta-pum è inadeguato, come i generali che avevano il comando.

Il contrattacco italiano delle 20, si protrae impossibile fino all’alba. Al prezzo di un’altra ecatombe il Passo dell’Agnella rimane nostro. Solo fino al 29 però, quando la difesa è annientata da un’altra azione notturna di sorpresa. L’ordine di ritirata generale giunge quando i nostri reparti sono praticamente dissolti, con uno spaventoso bilancio finale di 17.200 italiani fuori combattimento (contro gli 8.000 austriaci). Di due battaglioni sciatori (“Cuneo” e “Marmolada”) sopravvivono 3 ufficiali e una ventina di soldati.

Cimitero di noi soldà / forse un giorno ti vengo a trovà… / Ta-pum, ta-pum, ta-pum… / Ta-pum, ta-pum, ta-pum…

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La Strada degli Alpini

La Strada degli Alpini
La Strada degli Alpini è il più impressionante manufatto stradale alpino della prima guerra mondiale. Per il suo ottimo stato di con­servazione è un tipico esempio di architettura militare. Il meraviglioso panorama delle immediate adiacenze, ad ogni passo diverso, gli stupendi scorci verso il basso e verso l’alto fanno di questa strada un’esperienza indimenticabile. Lungo l’intero trac­ciato e fra le alture e le vette adiacenti si trovano i resti di fortificazioni e postazioni italiane. Da tempo gli austriaci bersagliavano dall’alto, con bombe a mano, le sentinelle italiane appostate in una forcella al di sotto della Torre Vinatzer. La situazione diveniva di giorno in giorno più critica, tanto più che l’impossibilità di comunicazione con la base durava già da parecchio tempo. Il sottotenente Castagnero s’arrampicò con i suoi alpini lun­go le pareti e, percorrendo una cengia, riuscì a trovare una nuova po­stazione di riserva.

La Strada degli Alpini
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Durante l’estate gli alpini avanzarono sempre di più lungo il crinale. Italo Lunelli, che guidò le operazioni per la conquista della Torre Tren­to, aveva ai suoi ordini quattro plotoni: gli Arrampicatori, avanguardia di scalatori scelti; i Legatori, che munivano i nuovi sentieri di corde di sicurezza; gli Scalatori, i quali fissavano alle pareti funi e scalette in legno; e infine i Portatori, che avevano l’incarico di rifornire di viveri e muni­zioni le postazioni d’alta quota.

Durante quell’estate entrò in funzione una robusta funicolare che portava da Selva Piana al Passo Sentinella. Poco prima dell’inverno vennero ultimate anche le funicolari au­striache da Campo Fiscalino alla malga nei pressi del Sentinella e da Bagni di Moso ai Prati della Croda Rossa. Nell’autunno del 1916 il con­tingente di forze austriache sulla Croda Rossa era di 240 soldati, 2 lan­cia granate, 1 cannone da montagna, 1 pezzo da fanteria e 3 mitraglia­trici. Sulla Forcella della Cima Undici c’erano 100 uomini, 2 lancia gra­nate, i cannone da montagna e 3 mitragliatrici.

Già verso la metà di settembre si ebbero forti nevicate. Di giorno in giorno la neve aumentava; in dicembre il pilastro della funicolare della Croda Rossa, alto 8 metri, era sepolto sotto 3 metri di neve. Con grande fatica si riuscì a scavare una galleria nella neve per far funzionare la teleferica. Poco dopo però una valanga schiacciò la stazione monta­na e trascinò tutto a valle. Alcuni avamposti austriaci rimasero senza rifornimenti e senza comunicazioni per ben due settimane, fin quando cioè si ripristinò la funicolare. Nel gennaio del 1917 una valanga di­strusse completamente la funicolare italiana che portava al Sentinella nonché i rifugi presso il Sasso Fuoco e sul Sentinella stesso. Su ambo i fronti la morte bianca la faceva da padrona.

Il contingente delle truppe austriache sulla Croda Rossa ammontava ormai a 300 uomini. Verso la fine d’aprile il sottotenente Hannes Sild ebbe il comando della 19a Compagnia Alpina. All’inizio dell’estate nuovi cannoni ita­liani erano puntati sulla Croda Rossa e sulla Cima Undici. Il primo lu­glio da parte italiana iniziò il bombardamento a base di pesanti mine che colpivano bersagli fino allora irraggiungibili. Sulla Croda Rossa arrivò una grossa perforatrice elettrica che permise agli austriaci di scavare delle caverne per una protezione più sicura. Lungo il crinale, i cavi correvano dal compressore fino ai singoli opera­tori. Lentamente le perdite austriache andarono diminuendo; ma le battaglie fra pattuglie italiane ed austriache erano sempre più violente. Il punto strategico della difesa austriaca era affidato alternativamente ai due fratelli gardenesi Christl e Vinzenz Vinatzer. Ambedue caddero nei pressi della Torre Polar, ribattezzata poi Vinatzer in loro ricordo. Il tenente Oglietti iniziò la costruzione di numerose postazioni in zona Croda Rossa. Entrò ben presto in attività la nuova te­leferica: Malga Popera – Sasso Fuoco – Comando italiano in zona Croda Rossa – Crinale della Cima Undici. Le stazioni erano in par­te scavate nella roccia. Sul crinale Barth si costruirono numerose nuo­ve caverne. Gli austriaci dal canto loro diedero inizio alla costruzione di una galleria sotto la Torre Trento in direzione del crinale meridiona­le. Gli avvenimenti del 1917 non permisero di portare a termine né i piani né le battaglie. Silenzio e solitudine tornarono a regnare fra le Dolomiti di Sesto. Dopo la guerra, nel 1925, il sentiero fu ripristinato dalla sezione cadorina del CAI e dai vicentini Carlo Baldi e Francesco Meneghello.

Il sentiero attrezzato che invece permette oggi di raggiungere dal rifugio Tre Cime la Forcella del Camoscio è il risultato dell’unione della vecchia Galleria del Paterno (fatta saltare e quindi assai danneggiata dagli italiani durante la ritirata di Caporetto) con la moderna attrezzatura metallica nel canalone sotto alla forcella. Anche il sentiero attrezzato che collega la Forcella del Camoscio con la Forcella Pian di Cengia è il risultato di una paziente ricostruzione della Fondazione Berti e della Sezione di Padova del CAI: su tutto il crestone orientale del Monte Paterno era uno sviluppato sistema di fortificazioni degli italiani, che potevano così facilmente controllare dall’alto tutti i movimenti austriaci costretti a procedere in Val Sassovecchio.

La Strada degli Alpini verso Passo Sentinella

StradaAlpini-verso-P.Sentinella_slideshowLa guerra sul Paterno è tra i capitoli fondamentali del primo conflitto mondiale, ricca di episodi di eroismo e di colpi di scena. Ma fu la morte di Sepp Innerkofler, caduto il 4 luglio 1915 pochi metri sotto la vetta, a rendere tristemente famosa questa montagna.

L’esatta conformazione originaria della vetta non è più ricostruibile, tanto gli alpini la modificarono con le mine per ricavare ripari ed impianti. Per esempio, sulla vetta era installato un potente faro spostabile su rotaie, di cui si può ancora vedere la sede diurna in caverna, e un filo telefonico collegava l’osservatorio di artiglieria con i cannoni postati alla Forcella Pian di Cengia e dietro la Forcella Lavaredo.

Percorrere queste antiche vie di guerra, luoghi di atroce sofferenza ma anche di eroismo continuato e oscuro è un’esperienza davvero affascinante, che arricchisce di grandi e profonde emozioni un paesaggio naturale unico al mondo.

Le Tre Cime di Lavaredo infatti sono una meraviglia che ha pochi uguali sul pianeta: la loro simmetria, la loro potenza verticale, la capacità di cambiare colore in pochi secondi al minimo vibrare di luce differente sono evidenti e colpiscono ciascuno di noi, anche i più tiepidi verso il mondo delle montagne.

La loro bellezza non è nelle misure: nelle Dolomiti esistono decine di pareti molto più alte di queste.

Tre Cime di Lavaredo da una galleria del Monte Paterno

Dalla galleria della salita al Monte Paterno, visione sulle Tre Cime di Lavaredo

postato il 7 giugno 2014