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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 1

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 1 (1-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

Gli inizi. Montagna, studio, lavoro in cerca della propria strada. Da Genova a Milano.
“Studiandoti”, ho trovato numeri diversi riguardo alle tue prime ascensioni, 150, 250 o 500. Quante erano?
È vero. Diciamo che tutte e tre le cifre sono vere. Quella di 500 è vera se prendiamo in considerazione anche le ascensioni brevi, cioè tutte le vie che vanno dai tre, quattro tiri in su, non solo sulle Alpi, ma in giro per tutto il Sud, Sardegna, Sicilia: allora arriviamo a 500. Se consideri solo le prime ascensioni alpine, allora siamo sull’ordine delle 250. Se prendiamo quelle che hanno anche un “senso” alpinistico, non solo arrampicatorio, siamo a 150. Vedi tu…

Andiamo ai tuoi inizi. Da che famiglia vieni? C’era il “gene” alpinistico?
No, in casa mia non c’era alcun gene della montagna. Mio padre andava a funghi e basta… Però ti posso raccontare che è successo tutto d’improvviso: a sette anni, dopo aver passato un inverno brutto perché avevo fatto due bronco-polmoniti, ero stato parecchio a casa, il medico ha detto questo bambino va portato un po’ in montagna, perché fino ad allora eravamo solo sempre stati a casa di mia nonna in campagna. E quindi mi hanno portato in Valsugana. A 800 metri di altezza, un paese di nome Bieno. E lì dove ho visto il famoso tabellone escursionistico – è stata una rivelazione improvvisa, era il primo o secondo giorno dopo essere arrivati. Per me era tutto fantastico… Era stato fantastico il viaggio, non facevo distinzione tra montagna o i filari di pioppi in pianura; io non avevo mai visto la pianura in vita mia! Venivo dal mare, per me già la pianura era una cosa diversa… Poi Milano, la stazione di Milano… C’era come fondo questa capacità di meravigliarmi, di emozionarmi per le cose che vedevo. E quindi arrivati in questo paesino dove non conoscevo nessuno, accompagnando la mamma e la nonna a fare la spesa, c’era il tabellone dipinto a mano con i sentieri, le gite da fare. La prima cosa che feci, senza dire niente a nessuno, fu di tornare a casa, prendere un foglio bianco, le matite colorate; poi sono tornato di corsa – manco si sono accorti, quasi, che ero sparito – e ho copiato il tabellone, l’ho disegnato. Ce l’ho ancora, se vuoi te lo faccio vedere!

Con mia madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948. Foto: S. Del Boccio
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del Boccio

Da lì, i giorni dopo, ho cominciato a chiedere ai miei di fare delle gite – li portavo in giro io, stavo per fare 8 anni… Con la scusa di andare a prendere il burro alla malga dov’era più buono, dove costava meno. Poi facevo la raccolta delle cartoline, sempre in giro per paesi diversi per comprare le cartoline! E mi facevo delle gran camminate, da solo, ben inteso…

E scrivi che in quel momento avevi capito che questa sarebbe stata la tua vita…
Beh, non è che io in quei giorni ho firmato un contratto… Ma era così forte quella cosa: ero sicuro che avrei continuato a farla, solo, avrei anche cominciato a arrampicare. Avevo visto delle foto di gente che arrampicava, e questo mi aveva colpito. Quindi sono due cose legate. All’inizio salivo le frane, le frane di terra, se avessi perso l’equilibrio mi sarei ammazzato!

Dopo ho fatto un percorso non-classico, nel senso che andavo veramente da solo, autodidatta per almeno due anni. Sia da solo, sia con qualche pazzo come me che riuscivo a convincere ad andare…

(Rumori di sottofondo – “scusa, questo è il pane che si sta facendo…”.)

Quindi due anni nei quali andavo per conto mio e di nascosto. Di nascosto, perché i miei non volevano. Mio padre, quando si è accorto che avevo comprato dei chiodi e moschettoni, me li ha fatti riportare al negozio! Quando nel 1962 o ’63 andavo nelle palestrine di roccia vicino a Genova era sempre e solo di pomeriggio (in estate andavamo in Dolomiti, prima in Valsugana, poi nella Val di Fassa, ma lì era un altro discorso), ed era sempre di nascosto!

Avevo anche il materiale, tra cui la corda, arrivavo a casa al buio, magari alle 8 di sera e non potevo arrivare con la corda perché ufficialmente ero andato ad allenarmi a Cornigliano, lo stadio di Genova dove si faceva marcia e atletica.

Con mio padre Alberto Gogna, sopra Champoluc, agosto 1980
A. Gogna e Alberto Gogna, sopra Champoluc, agosto 1980

Allora dovevi imboscare la corda?
Qualche volta la lasciavo al compagno, qualche volta dovevo tenerla io, allora la mettevo in cantina ma lì tutta la notte rimaneva incustodita e io ero terrorizzato! Poi la recuperavo la mattina dopo, quando le cose erano più calme. Ma una volta o due, mi ricordo benissimo, l’ho lasciata al giornalaio, il giornalaio che era lì – “scusi, domattina passo a prendere, va bene se Le lascio questa borsa…?”! Dal giornalaio! Poi, finalmente, nel ‘64, ho fatto ‘sto corso di alpinismo e allora a quel punto le cose sono diventate ufficiali. Così ho avuto finalmente dei compagni, spesso più esperti di me. Perché questo era l’altro problema grosso: o andavo da solo o con compagni che non erano all’altezza… Magari erano come me, ma comunque erano impreparati. Si moriva in due piuttosto che da soli… E poi è anche successo, nel ’63, che il mio compagno Alberto Martinelli è caduto e si è spaccato un piede di brutto – tre mesi di gesso… L’ho raccontato di recente sul mio blog dove trovi sette, otto racconti di quei primi tempi. Ma andrò avanti perché ho un diario completo, ti farò vedere, ho cominciato a scriverlo nel ‘62 e fino al ‘66 sono andato avanti, poi basta. Dopo ho preso solo nota delle salite, ma il diario non l’ho più fatto.

Tuo padre cosa faceva di professione?
Aveva una ditta con i fratelli, era un grossista per macchine da scrivere e calcolatrici. Non c’erano i computer…

Forse da lì che arriva la voglia di scrivere! Comunque, scrivi che dopo il liceo sei andato in crisi…
Ma sai, la crisi era dovuta al fatto dello studio. Non avevo voglia di studiare! C’è stata una grossa delusione per aver seguito i consigli della nonna e aver fatto il liceo scientifico. Lei voleva che diventassi ingegnere. Io ci ho provato, ma francamente, guarda, non era il mio caso… Allora, nel ‘65, non potevi fare materie tipo lettere o filosofia (che era quello che io avrei voluto fare) se avevi fatto il liceo scientifico. Se non dando un esame integrativo di greco – di greco! – che avrei dovuto studiare l’estate, finita la maturità che c’era allora, che era una maturità bestiale in confronto a quella di adesso, non lo dico per dire, era molto, molto pesante… Io ho finito il 23 di luglio, sarei dovuto immediatamente partire con il greco per fare l’esame integrativo, altrimenti non entravo. Questo non lo potevo fare, io volevo andare in montagna, figurati. Così mi sono iscritto a ingegneria senza voglia di fare. Francamente sono andato avanti due anni senza far niente. Ecco la crisi da dove veniva. La crisi c’era perché io non sapevo bene cosa fare. E dopo due anni, insomma, ho capito: ingegneria niente e sono andato a fare legge. Però a quel punto, ormai… L’ho fatto solo per evitare il militare. Perché se tu eri iscritto a qualche facoltà non facevi il militare. Infatti ho fatto altri due anni di giurisprudenza, dopodiché ho detto basta, me ne frego e sono andato a fare il militare…! (Ride di gusto…)

Ornella Antonioli, Champoluc, novembre 1973
1973.11 Champoluc, O. Antonioli

Ma la tua passione per la storia dell’alpinismo, per lo scrivere, è già nata in quello stesso periodo?
Sempre della serie “se vuoi ti faccio vedere”: Ho lì una pila alta così di quaderni dove ho copiato le guide dei posti dove io volevo andare – Brenta, Monte Bianco, ecc. – copiate! Le fotocopie costavano troppo. Allora copiavo. A mano. E questo per dirti che avevo veramente voglia di sapere – più che di fare, di sapere. Cioè sapere per me era importante almeno uguale se non più importante del fare. È sempre stato così. E lo dimostra il fatto che passavo ore e ore a scrivere. Un conto era copiare, un conto era scrivere, cioè il diario, ma comunque scrivevo.

E quando sei riuscito a piazzare un primo tuo scritto?
Aldilà di qualcosa che forse avevo fatto sul bollettino del CAI-Sez. Ligure, la prima roba è stata dopo la Walker. Ho fatto la Walker da solo, ma anche lì la cosa è divertente: avevo deciso di farla da solo a gennaio-febbraio 1968. Dopodiché, immediatamente, ho cominciato a scrivere la storia dello sperone Walker…

Che poi sarebbe stato il tuo primo libro, vero?
Sì, lasciando in bianco il capitolo della solitaria non ancora fatta! E quindi quando poi l’ho fatta a luglio, è stato un attimo finire il libro, che poi mi ha stampato l’editore Tamari.

A Gino Buscaini avevi scritto una lettera per proporgli una collaborazione nella stesura delle guide CAI-TCI?
Era stato contemporaneamente, siamo sempre nell’estate del 68. Io avevo capito che non avrei mai fatto né l’ingegnere né l’avvocato, correvo sempre di più in montagna, e quindi mi stavo guardando intorno e avevo scritto a Buscaini, che allora era il responsabile per la collana e che invidiavo (pensavo, caspita, fa esattamente quello che vorrei fare io), molto timidamente gli avevo scritto una lettera in cui chiedevo se c’era modo di aiutarlo, di collaborare in qualche modo. La risposta è stata negativa, gentile ma negativa…

Ma in quel periodo avevi già intuito che avresti potuto vivere di alpinismo?
Ci stavo provando. Era una mia speranza…

Chi c’era che all’epoca faceva così, forse Bonatti, Mauri…?
Vabbè, Bonatti aveva già finito di fare l’alpinista, era diventato un bravissimo reporter, lavorava per Epoca: quindi Bonatti aveva dato l’esempio. Altri – sì, c’era Mauri, poi basta. Messner stava uscendo con dei libri, ma nel mondo italiano è arrivato un po’ dopo. Era il momento in cui io potevo uscire. Infatti è stato anche quello il motivo per cui alla fine del ‘68 mi sono trasferito qui a Milano, abbandonando Genova e dicendo ai miei “grazie per quello che avete fatto, ma adesso io devo trovare la mia strada, non voglio più pesare sulle vostre spalle, già ho fatto quattro anni in cui mi avete sopportato, ma io non voglio fare queste cose, non voglio diventare avvocato, non voglio diventare ingegnere, voglio andare in montagna e basta, e per fare questo me ne devo andare, vivere per conto mio, fare conferenze e vedere cosa succede”.

Alla fine sei poi rimasto a Milano per sempre…
Sì, da allora sono rimasto a Milano.

Giorgio Napolitano consegna il titolo di Ufficiale al merito della Repubblica a Bibiana Bibi Ferrari, 8 marzo 2011
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E poi hai sempre vissuto in un contesto molto urbano…
Molto urbano. Non è che ho bisogno della città… Non ho bisogno del contesto cittadino nella maniera più totale. L’unica cosa per cui sono rimasto a Milano è che in qualche modo non ho mai avuto l’opportunità di trasferirmi in montagna. Non ho mai avuto nessuno che mi regalasse una casa in montagna e le donne – ho fatto tre matrimoni – erano di Milano e quindi non è che si potesse andare chissà dove.

Ma erano legate alla montagna e alla campagna anche loro…
Certo che sì! Ma sai, la prima, Ornella, sapendo il tedesco lavorava alla Braun, la ditta dei rasoi, e quindi per un po’ di tempo è stata lì, poi abbiamo comprato una casa… Non è che puoi cambiare così, ci vogliono anche le opportunità, io queste opportunità non le ho mai avute.

(Telefonata con Guya, sulla spesa, “compra qualcosa di un po’ sfizioso, compra un buon Lagrein che a me piace tanto…” – si scherza sulla pronuncia che lui fa perfetto in tedesco.)

Le tre donne della vita + le due figlie.
Siamo rimasti alle donne…
Ah sì. Alle donne. Io non ho mai avuto questa opportunità di andare via.

Ti sarebbe piaciuto?
Sì. In linea teorica sì. Perché con la prima moglie, a un certo punto lei non lavorava più. Potevamo anche, non avevamo figli, potevamo muoverci. Però… Già la seconda è stato completamente diverso. La seconda… Abbiamo fatto le figlie, lei lavorava a Milano e lavora tutt’ora nello stesso posto. Per fortuna che guadagna molti più soldi di me… È diventata Ufficiale al Merito della Repubblica, “per aver contribuito con Relight Italia, azienda caratterizzata da uno staff di sole donne, alla tutela ambientale attraverso il recupero e il riciclaggio degli apparecchi elettrici ed elettronici”. Meno male che c’è lei, le figlie così possono studiare all’estero – ci vuole un sacco di soldi…

Elena e Petra, Vareina (Svizzera), agosto 1998
1998.08 Vareina, Elena e Petra

Già che siamo alle donne e alla famiglia: le figlie adesso quanti anni hanno?
24 e 22. Petra, la grande, in questo momento è a Berlino e sta facendo il corso B1 di tedesco. Ha già fatto A1 e A2, deve fare B1 e B2. Nel 2015 si è laureata in filosofia qui a Milano con 110 lode, adesso vuole fare un master in Germania o in Austria, o a Colonia o a Vienna, e quindi sta studiando il tedesco. Senza il B2 non ti accettano. Sono contento. L’altra si chiama Elena, sta facendo la tesi a Maastricht in scienze biologiche, fidanzata con Gilles, un ragazzo belga simpaticissimo che io adoro, sono contento anche per lei, molto.

Quindi, con la seconda moglie con il suo lavoro, ecc., non si poteva andare via da Milano… e la terza, anche lei, ha il suo ambulatorio veterinario – fine del discorso. In più, con la prima, per sei o sette anni avevamo affittato una casetta a Champoluc. Una casettina bella che si chiamava “Le fate nere”. Lì ho capito che sarebbe stato un problema vivere su. Perché? Innanzitutto perché non c’erano i mezzi che ci sono adesso, mail, internet, ecc.

Saresti stato comunque lontano da qualsiasi redazione…
Sì, c’era il telefono, però il telefono, insomma, era un po’ poco… Ci ho provato… Siamo anche rimasti un mese su… Ma dovevo muovermi, andare in giro, dovevo fare, ho capito che non si poteva. E’ vero, c’è stato un po’ di sofferenza perché francamente, la vita in via Volta qui a Milano, dove sono stato parecchi anni, poi in Corso Vercelli… peggio ancora, in pieno centro con i tram sotto alle finestre… un casino. Proprio la Milano più odiosa. La città odiosa. Invece dal 2010 siamo qui in Via Morimondo. Qui è un altro discorso. Da qui non mi tiri più via. Da qui andrò via rigido e orizzontale… Non c’è un rumore. È pieno di verde. L’aria, sì, certo, l’aria di Milano non è il massimo, ma restando dentro, tenendo chiuso, poi nei sabati e domenica vado sempre in giro, va bene così. Francamente,  basta con questa storia del dire “ah, se io qui, se io là…”.

Sono i casi della vita; poi una scelta implica delle rinunce e bisogna anche scendere a dei compromessi…
Esatto. Guarda, se me l’avessero regalata una casa in montagna – che ne so… Probabilmente sarei a Courmayeur… Però sarei stato contento? Chi lo sa. Non ci metto la mano sul fuoco.

Guya Spaziani, lago di Carezza, giugno 2011
Lago di Carezza, Guya

 

Tornando a queste tre donne che penso siano state, o meglio che sono, le donne importanti della tua vita, tutte e tre, potresti dare un “nome” ai tre periodi – quello con Ornella, poi con Bibi e oggi con Guya?
Diciamo che se provo adesso a fare un’analisi, cosa che non mi trovo fare tutti i giorni, in effetti, con Ornella è stato il primo periodo, mi sono sposato abbastanza presto, nel ‘71, avevo 25 anni, dopo tre anni che eravamo assieme. Con lei ho vissuto il periodo esaltante delle grandi scoperte; noi abbiamo fatto un viaggio che è durato un anno. Siamo partiti dall’Italia con 50 lire sul conto corrente – 50 lire sul conto corrente! Siamo partiti e siamo tornati dopo un anno, avendo vissuto un’avventura stupenda, con molta fortuna, perché oggi una cosa così con tutti i paesi che ci sono in guerra, così incasinati, non esci neanche. Anche se lo vuoi fare perché disprezzi il pericolo, non puoi comunque! Manca la possibilità di conoscere la gente, sei costretto a difenderti, non è che puoi andare in giro come vuoi. Per esempio l’Afghanistan è da scartare adesso. Ma anche il Pakistan è pericoloso. Ti fanno pena… Siamo impotenti di fronte a quello che il loro uso, il costume, ma loro dentro si stanno ribellando. Però non possono fare niente. Con in più il discorso dei talebani, ecc. Invece nel ‘74-‘75 è stato un periodo magnifico. E Ornella era stata prima di me in Afghanistan, nel ‘72, c’era ancora il re!

Vi invidio…
Sì, è stato bellissimo. Ne scriverò adesso. Ho un po’ di appunti. Sto facendo questo lavoro, non l’ho ancora fatto perché ero preso con i miei libri. Non le ho mai usate queste cose, neanche rilette.
Vabbè. Con la prima moglie è stato il periodo delle grandi scoperte sia dal punto di vista geografico, diciamo l’Oriente in generale, sia da quello di interessi culturali diversi. Perché tutto è partito dal fatto che Ornella conosceva abbastanza bene i tappeti. Amava i tappeti e li conosceva senza essere una fanatica, però si è fatta una piccola cultura di tappeti. Io di tappeti me ne sbattevo proprio nella maniera più totale. Ma arrivati in Iran – c’era lo scià, c’era ancora lo scià! – prima siamo andati un po’ in giro e lì ho capito cosa erano i tappeti. Mi sono appassionato anch’io. Per tutto il viaggio, Iran, Afghanistan – tappeti dappertutto, tant’è che abbiamo anche fatto un po’ di commercio, girato a casa qualche soldo, comprato qualche tappeto, qualcuno l’ho ancora, per fortuna. Quello lì è bellissimo – ma con il gatto preferisco tenerlo arrotolato… Lo tiro fuori solo nelle grandi occasioni – quelle due ore che ci sono gli ospiti e poi lo richiudiamo! Vabbè, lei è abbastanza brava che le unghie se le fa su quel cosettino bianco – che è proprio sul tappeto, tra parentesi…

L’inizio della ricerca interiore. E ancora le donne.
Comunque i tappeti sono stati la chiave d’ingresso a tutto il mondo orientale, che già mi aveva colpito molto nella mia prima spedizione alpinistica all’Annapurna del ‘73. Il mondo del buddhismo, dell’induismo, quello dello zen, mi stavo già un po’ interessando, ma molto così sai, in modo superficiale… invece in quel viaggio, e specialmente dopo, ho cominciato a interessarmi delle religioni orientali, della cultura orientale, un po’ anche dell’arte, e a quel punto c’è stata l’associazione mentale con il discorso analitico. Quindi, prima ho cominciato a leggere tutti i libri di Sigmund Freud, peraltro trovandoli di una noia mortale, ma me li sono letti comunque tutti, perché mi interessava l’argomento dei sogni. Dopodiché sono passato a Carl Gustav Jung e là mi si è aperto un mondo. Proprio un mondo completamente diverso. Sono andato avanti parecchi anni, per tutti gli anni ‘70 ancora e oltre. Ho fatto anche un’analisi con un signore stupendo.

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Ma come mai dall’Oriente all’analisi?
La storia dell’associazione: nel momento mi sono interessato alle religioni ho vagamente percepito che esisteva un inconscio. La parola “inconscio” la conoscevo già, ovviamente; ma la religione orientale, parliamo soprattutto del buddhismo, ti fa capire che c’è una parte di te che tu non conosci. L’inconscio è stato per me motivo di interesse. E che cosa nella cultura occidentale parla di inconscio? La psicanalisi. Non è che ci fossero altre discipline, era l’unica, è l’unica. Ci sono vari tipi di psicanalisi, però la classica è quella di Freud, poi pian pianino ho capito che c’erano delle differenze enormi e quella che più si apriva ai miei interessi era la disciplina di Jung. È la psicologia analitica. Oltre a quella, ovviamente, mi sono interessato anche a quelli che sono stati gli junghiani, ho letto avidamente e quindi ho fatto l’analisi io personalmente – mi si è aperto un mondo, perché improvvisamente ho capito che il mio agire come avevo fatto fino a qualche anno prima, il mio agire conscio e la mia volontà di fare determinate cose era nulla in confronto alla vita che avevo dentro. Ho dato molta attenzione ai sogni. Ho trascritto almeno 2000 sogni.

Insieme al mio analista, Lino Tosca, e provando un grande piacere ho fatto per qualche anno questo lavoro – non è che sono andato per curarmi – non avevo problemi, non mi sembrava di aver problemi di ordine nevrotico, non più degli altri. Era per puro piacere di ricerca personale, insomma. Tanto che negli ultimi tempi il Tosca mi aveva proposto di intraprendere la carriera di analista. Lì per lì pensavo “ma cosa sta dicendo questo”; invece poi mi ha un pochino convinto nel senso che effettivamente ero portato. Solo che anche lì ho trovato l’ostacolo burocratico. La prima volta era stato per lettere e filosofia; invece qui per fare i loro seminari allora c’era la regola che bisognava essere laureati di qualcosa. Cioè uno poteva essere laureato in economia-commercio e poteva farlo… Invece uno che non era laureato in economia-commercio, no, non poteva farlo. Una stronzata tale che io gli ho anche detto “scusi, mi sembra che questa stronzata non sia all’altezza dell’albo degli psicologi analitici, avete fatto una regola che fa schifo”. “Lei ha perfettamente ragione”. Sì, certo che avevo ragione, però non c’era niente da fare.

Come conciliavi questo interesse fortemente intellettuale con l’alpinismo “crudo e violento”?
Da una parte ho avuto un effettivo calo di prestazioni…

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… perché i tuoi anni più forti erano stati prima?
Sì, nel ‘68, ’69… fino al ‘74. Sono stati sette anni, contiamo anche il ‘67, va, perché anche lì ne ho fatte di cotte e di crude. Insomma, gli anni sono stati dal ‘67 al ‘74. Otto anni. Poi non è che ho smesso, però da una parte c’era questa consapevolezza dell’interiorità che ritenevo più importante delle realizzazioni esterne. Questa è stata sicuramente la motivazione numero uno. Poi c’è stata l’Annapurna dove ho perso mio cognato, ho perso due amici, Leo Cerruti e Miller Rava, allora ti chiedi se vale la pena. Insomma, ti chiedi “sei sicuro di quello che vuoi fare?”. La mia pietra di paragone era Messner. Era ovvio. Perché Messner già nel 1970 aveva fatto il versante Rupal del Nanga Parbat; quando l’ha fatto, io ho detto “questa cosa è sovraumana”, così sovraumana che neanche avevo voglia di inserirmi nella competizione per fare io qualche cosa del genere. Cioè ho capito subito che lui era il primo e che era giusto che fosse così – noi altri venivamo dopo. Questo è stato molto importante, devo dire. Il Nanga Parbat di Reinhold – con il quale ero in contatto, sono stato anche al funerale del fratello a Funes, funerale senza salma –, questo per me è stato rivelante. Non ho smesso di andare in quota – nel ‘75 ho fatto la spedizione al Lhotse che non era una passeggiata, nel ‘79 sono stato al K2 – cioè andavo, ma non era più come prima, quando io avevo l’obiettivo di essere il numero uno al mondo.

Presuntuoso!
Sì, sì, presuntuoso, ma modesto nel senso che non ho mai detto ad altri “io voglio”… Ma dentro di me, questo lo ammetto tranquillissimamente, l’obiettivo era quello. Che non ho raggiunto. Non l’ho raggiunto, ma ho trovato altre strade nel frattempo. Il mio obiettivo non era più quello lì. Era cambiato. E il cambiamento è avvenuto soprattutto durante il mio matrimonio con Ornella in cui ne sono successe di tutti i colori… Lasciamo perdere… Non è argomento di un’intervista per la rivista del Club Alpino Tedesco! Però questo è successo…

Ecco qui il significato della prima moglie, grosso innamoramento iniziale, delle grandi esperienze vissute assieme, anche perché lei aveva le stesse passioni che avevo io, vedevamo le cose nella stessa maniera, non facendo grandi cose ma lei era nell’ottica dell’avventura, anche della ricerca interiore. Questo è stato essenziale, devo ringraziarla per questo. E questa cosa è durata fino all’80, ‘82, lì è cambiato qualcosa, insomma io nel frattempo ho cominciato anche a lavorare in maniera più strutturata, abbiamo fondato le Edizioni Melograno assieme, si facevano dei libri, si lavorava. Però il fatto di non aver avuto figli da una parte ci ha tenuti insieme forse di più del necessario con l’ottica del dopo – c’erano altre donne, insomma – e quando nell’87 è arrivata la Bibi lì è cambiato tutto. A proposito di Bibi: con lei tutto diverso, Bibi non aveva questa profondità anche se aveva altre qualità, voglio dire, quella profondità che aveva Ornella. Lei zero, anzi, ben inserita nel mondo, nelle cose dell’apparenza, materiali, molta attenzione a quello che pensava la gente. Poi nel ‘90 è saltata fuori la storia dei figli, io avevo già 44 anni, figurati, chi ci pensava… Lei sì! Insomma non ha fatto fatica a convincermi e quindi nel ‘91 è nata la prima (e lì è cambiato tutto), è stata un’apertura al mondo. Ho pagato la mia discesa nell’interiore che ho fatto negli anni ‘70 e primi anni ‘80 con una discesa nel mondo esteriore, tramite i figli prima di tutto ma anche con un lavoro molto più aperto: avevo bisogno di lavorare, ho fatto due società, ho fondato poi Montana che è l’unica cosa buona che ho fatto – oggi fatturiamo 5 milioni. L’unica cosa buona, perché le altre sono fallite, chiuse, l’agenzia fotografica c’è, ma non faccio niente, c’è solo di nome, di Montana invece sono socio al 20 per cento, sono nel consiglio d’amministrazione. La società ha avuto un po’ di problemi gli ultimi due anni, ma adesso si è tirata fuori – sono contento di aver fatto Montana. Molto contento.

E poi, per tornare alla terza moglie, le cose sono completamente diverse ancora: lì siamo tornati alla semplicità. Un po’ ci voleva. Dopo l’esagerazione (quasi) dell’interiorità nel periodo con Ornella e l’esagerazione dell’esteriorità (quasi) con Bibi, bisognava un po’ trovare una soluzione.

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Una cosa che mi ha fatto molto male: Con Ornella ho fondato le Edizioni Melograno nell’82. Si lavorava, ma non c’è mai stato il decollo. Via Ornella, arrivata Bibi, nel ‘91 è nata la prima figlia, nel ‘94 la seconda. Combinazione: il ‘94 doveva essere l’anno del lancio al successo, perché finalmente sono riuscito a lavorare con un editore molto più grosso di noi per la collana I Grandi Spazi. Doveva essere la realizzazione alla quale io credevo – non aveva niente a che fare con la ricerca del destino, ma era autorealizzazione. L’assoluta volontà con la quale ho perseguito l’obiettivo per almeno due anni (nel ’94 e ’95), e anche dopo, mi ha allontanato dalla famiglia; con la scusa del lavoro mi sono letteralmente allontanato, ero sempre in giro, era come se non ci fossi. Questa era una cosa terribile che poi ha distrutto il matrimonio, sostanzialmente. Questa è la realtà. Non dovevo fare così. Eh sì…

Ma con Ornella come mai era finita? Hai scritto qualcosa della sbandata con la francese…
Scrivo da qualche parte della francese, veramente?

Certo che scrivi della francese! Niente di grave, ma l’hai accennato… Lo avrò sottolineato…  Scherzo. Ah, guarda qua: “Nel 1975 per un motivo contingente, ero reduce da una sbandata amorosa con una francese che aveva portato il mio matrimonio con Ornella a condizioni disastrose e di declino totale”. Poi con Ornella siete partiti per il viaggio… Come mai quella sbandata? Nel senso che sembra un bel matrimonio di due che fanno mille cose…
No, no, guarda, le ho sempre messe una marea di corna, proprio… Una marea no, ma comunque un numero abbastanza significativo… Però quella lì mi ha fatto sbandare; ero coinvolto, questo era il problema, le altre volte no. Questa qui sì. E lei me l’ha fatta pagare in seguito… (Ride).

A un certo punto ovviamente Ornella se ne è accorta. Il fattaccio si era svolto in una settimana intensa. Ornella non era in Italia, poi quando è tornata è venuto fuori tutto, un casino bestiale. Al che – considera anche l’epoca del dopo ‘68, quando c’era anche questa cosa  del “parliamone”, ecc. – siamo andati tutti e tre al rifugio Ponti…

… Orrore… “a parlare”?
Sì, così, nella natura… guarda, è stata una cosa che… basta, meglio non dare particolari… Comunque questo era ai primi di agosto 1974. Poi non ci si vede per un po’… Lei abitava a Parigi, non è che l’avevo così vicina… Poi c’è stata un’ulteriore frequentazione sulle Alpi Liguri, fino a che siamo arrivati ai primi di settembre, dove dopo un bellissimo weekend passato assieme, ecc., siamo arrivati a guardarci in faccia e dire “non è possibile”. A parte che anche lei era sposata con un bambino… Quindi con la morte nel cuore, ma abbiamo detto basta. Però sempre con la domanda “sto facendo bene?”, “siamo sicuri?”, “sarebbe bello vedersi ogni tanto”… Passa ottobre nel casino più totale. Poi viene fuori questo progetto con Ornella di partire per l’Asia. Quindi io in quattro e quattr’otto compro un furgone Volkswagen e lo attrezzo un po’ spartano, poi verso i primi di dicembre partiamo. Partiamo e stiamo via dieci mesi. Durante ho fatto anche la spedizione al Lhotse, in questo periodo di due mesi e mezzo il furgone è rimasto a Kathmandu in un garage e Ornella è tornata a casa con l’Hercules che ha portato la spedizione.

… E dove c’è la francese, in tutto questo…
Aspetta! Siamo ai primi di giugno 1975, lei è tornata a Kathmandu e pian pianino abbiamo cominciato il nostro ritorno. Ci siamo fermati di qua e di là – in Ladakh per esempio, che era appena stato aperto, era stupendo. Peccato che un giorno dopo essere partiti da Kathmandu la povera Ornella si è beccata un’infezione alimentare dove poteva lasciarci la pelle, ma veramente. Nel momento poi in cui stavamo attraversando la pianura indiana, eravamo a 48 gradi – il massimo… Era dietro, stesa, mi ha detto “tu guida veloce, andiamo in Ladakh, in alto starò meglio”. Siamo stati in Ladakh, si è ripresa, abbiamo preso le pulci, abbiamo girato ancora, tornati al nostro furgone, facciamo altri giri, a un certo punto arriviamo a Peshawar. Peshawar da lì abbiamo preso una corriera, per andare leggeri, a Chitral. Il viaggio a Chitral dura due giorni di bus. E la tappa di notte la fai in un paesino che si chiama Dir. Questo Dir è uno dei posti più dimenticati da Dio, è veramente un posto pazzesco, io non ho mai visto un posto islamico così “rough”, rude; oggi ovviamente una delle capitali dei Talebani. Già allora la donna era vista come diavolo che cammina, gli uomini erano tutti armati… Guarda… Quindi eravamo lì in quel paese che facevamo lo struscio nella via più importante di Dir in mezzo a 3000, 4000, 5000 persone, barbuti… In quel momento alzo l’occhio…

… e c’è la francese che gira per Dir…

(Fa un segno affermativo con la testa e cominciamo a ridere come di matti tutti e due…)

Ornella non voleva crederci… era il suo incubo tutte le notti…! Com’è che diceva la francese? “Les yeux sont mon capital…” Cazzo, non ho mai visto degli sguardi così… Che occhi, che capitale! Anche il sotto, il telaio…

Anch’io non ci volevo credere. Per fortuna era insieme a un francese, in dieci mesi lei aveva fatto conoscenza con il più grande traghettatore di turisti francesi e non in Sahara, il Piero Ravà gallico, si chiamava Pierre Jaunet… E lui ha ceduto a questo “capitale”, si sono messi insieme e poi sempre sono rimasti insieme, a fare viaggi con i clienti. Pensa che oggi lei è mancata…

Che imbarazzo… Trovarci lì… Stiamo faticosamente cercando di tirarci fuori dall’annegamento nel mare, e questo mare ti raggiunge in spiaggia e vieni ributtato in mare… È così.

… e dopo siete annegati?
Questo era solo l’inizio della lunga storia, ci è voluto ancora parecchio… Finché siamo annegati…

L’ambiente e Mountain Wilderness. Libertà e storia come altri temi.
Apriamo un altro capitolo importante, quello dell’ambiente e quindi anche di Mountain Wilderness.
Il discorso dell’ambiente non mi ha interessato prestissimo. Anch’io vedevo gli scempi, vedevo le cose brutte, ma la domanda era: cosa possiamo fare? E quindi non me ne sono occupato, anche perché c’era dentro di me l’altro interesse, quello dell’esplorazione interiore. Sull’inconscio mio, sull’inconscio collettivo di Jung, ero assorbito da quelle cose, mi piaceva proprio. L’idea di difendere l’ambiente lì per lì non l’ho presa in considerazione. Quando però nell’87, novembre, fu fatta l’assemblea a Biella per la fondazione di un’associazione che poi sarebbe stata chiamata Mountain Wilderness, sono stato uno di quelli che da subito hanno aderito, hanno lavorato, l’abbiamo creata noi in quel momento. I fondatori erano di vari paesi, c’era qualcuno dell’Argentina, c’era Hillary, Messner, poi Goedeke dalla Germania, Bonington, vari francesi, era veramente internazionale.

Diciamo che colui che ha avuto l’idea era stato Carlo Alberto Pinelli; essendo un accademico, si è fatto aiutare dal Club Alpino Accademico Italiano. E quindi hanno fatto una specie di commissione e hanno steso una lettera a tutti questi personaggi chiedendo se erano interessati a un movimento di opinioni e di fatti per la salvaguardia dell’ambiente della montagna di tutto il mondo. Io ho ricevuto questa missiva e ho risposto di sì e così mi sono trovato anch’io a Biella. A Biella c’era mezzo mondo, c’erano 2000 persone. E quell’assemblea ha eletto i primi 21 garanti internazionali e io ero uno di questi.

Dopo è stata fondata anche Mountain Wilderness Italia, ne sono diventato segretario, ci ho lavorato, ho preso anche qualche soldino, il lavoro è stato veramente pesante. Dopo che sono andato via io, nessuno ha più fatto quel lavoro, anche perché il tempo dell’associazionismo sarebbe finito proprio in quegli anni ‘93-’94. Figurati che il WWF nel ‘88-‘89 aveva 500.000 soci in Italia, adesso se ne ha 300.000 è tanto! Lo stesso tutte le altre associazioni.

Comunque è un tema di cui ti occupi tanto anche oggi, per esempio nel tuo blog?
Sì. Diciamo che dal punto di vista interiore, il mio interesse rimane sempre quello che ti ho spiegato. La ricerca interiore. Ma di quello se ne può parlare ogni tanto, sai. Non è che ne puoi parlare tanto in giro. Ci sono delle cose – non dico che non si possono dire, però vedo che la gente fa fatica. Se trovi qualcuno che è disposto, è un conto. Ma da così a parlarne spesso non ha tanto senso. L’ho fatto una, due volte, c’è un post che parla di questo, lì ho dovuto lottare con qualche cosa che dentro di me diceva “stai zitto, stai zitto che è meglio”. Il post si intitola La pervicace ricerca del proprio destino. Quello è fondamentale. Sono due puntate. La fondamentale è la seconda. Però anche la prima ha il suo peso, diciamo che è la parte più comprensibile. Quell’argomento per me è sempre il number one. Ma nel blog ne parlo meno, me ne occupo meno rispetto agli altri. Le altre due cose che rimangono sono l’ambiente e la libertà. Che sono due temi enormi. Libertà nel senso dell’essere libero di fare quello che hai scelto di fare, ma che gli altri ti possono impedire o che tu stesso ti impedisci. Quindi libertà in questo senso. È un tema che comprende un sacco di altre tematiche inferiori. Queste sono le due cose che mi interessano di più. Oltre alla storia, sempre, la storia dell’alpinismo, che mi piace molto, curiosità, anche lì ho scritto adesso – anzi te lo regalo, ho scritto questo libro qui su cordate famose di guide e clienti.

(Segue uno scherzoso scambio di lui con il gatto che reclama il suo pasto in anticipo, poi tra noi due sulle guide, figura molto familiare a me…)
Dicevamo, sì, i due temi sono questi, ambiente e libertà, e puoi aggiungere anche la storia.

Il rapporto con il mondo delle guide.
Già che ci siamo, parliamo un attimo della “guida”. Tu sei guida, hai mai praticato il mestiere?
No, io ho praticato assai poco il lavoro classico di guida, nel senso che ho accompagnato ben poche persone – diciamo che due mani mi bastano per dire quante volte sono andato con dei clienti! Ma in realtà il titolo di guida l’ho usato parecchio per altri tipi di lavoro, cioè quelli dei corsi aziendali di formazione. Formazione aziendale che prevedeva dei momenti outdoor – calate, ferrate, ecc. Ne ho fatti parecchi.

(Arriva Guya – porta la spesa e del vento fresco, si mettono a prendersi in giro… Interrompiamo.)

Eravamo alle guide. Hai dovuto fare tutta la formazione come oggi?
Era completamente diverso. È stata una cosa abbastanza travagliata. Sono diventato aspirante guida nell’80. Dopo i tre corsi regolari di roccia, ghiaccio e sci. Dopodiché sono passati tre anni in cui ho esercitato un po’ e poi nel 1983 mi sono iscritto ai corsi per diventare guida. Ho fatto un corso, quello di scialpinismo. Lo scialpinismo però è il mio punto debole nel senso che non scio benissimo, non ci sono portato, uno ce l’ha nel suo DNA certe cose – io questo no, pur essendomi anche applicato, ho raggiunto il livello per diventare aspirante, non è che non so sciare, però ho vari punti deboli. Siccome in quell’anno io ho quasi litigato, o meglio già tre anni prima avevo già quasi litigato, con il direttore del corso (non ero tanto d’accordo con lui), in poche parole non sono riuscito a passare questo corso di scialpinismo per guida, provocando anche il disagio di molti colleghi, di gente che si chiedeva perché. Questo era nel 1983. Passano 12 anni (ride), 12 anni!, arriviamo nel ‘95 e una legge regionale impone alle guide di mettere ordine nel proprio albo. Io ero nell’albo degli aspiranti guide. Quindi essendo nell’albo degli aspiranti guide da troppo tempo – fatto sta che ero insieme ad altre 36, 37 persone in questa condizione “io ero intra color, che stan sospesi” per dirla con Dante. Ci hanno fatto fare un corso che è durato tre giorni e hanno promosso tutti! Tutti! E quindi sono diventato guida senza fare i corsi per diventare guida! Hai capito? Ne ho fatto uno, quello di scialpinismo, e anche male! Roccia e ghiaccio? Mai fatti… Questo era nel ‘95, da allora io sono guida a tutti gli effetti, ho fatto gli aggiornamenti ogni tre anni, quest’anno dovrò andare a farlo ancora. Questa è una storia abbastanza divertente…

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Ma il tuo rapporto con quel mondo com’è?
Il mio rapporto con quel mondo è un rapporto di odio e amore. Tanto io già nel ‘72 ero accademico del CAI. Diventando aspirante guida, praticamente mi hanno buttato fuori dal CAAI (Club Alpino Accademico Italiano), perché una guida non poteva essere accademico , cioè non mi hanno buttato fuori ma mi hanno messo su una lista a parte. Potevo andare alle loro riunioni ma senza diritto di voto. E come me c’erano tanti altri. Quindi aver dovuto rinunciare all’accademico – per carità, non è importante, ma dal punto di vista del significato di far parte dell’Accademico, sicuramente io con i miei pensieri, con il mio modo di andare in montagna ero più vicino al mondo degli accademici che non a quello delle guide. Quindi dover rinunciare a quello degli accademici, insomma, mi dispiaceva. Perché l’ho fatto? Perché ritenevo comunque che le guide fossero in una condizione per la quale bisognava collaborare, per aiutarli a migliorare la loro condizione in Italia. In altri paesi la situazione è completamente diversa. Ma qui in Italia la gente vede la guida ancora con la pipa in bocca, se sanno cos’è… se vuoi, non la distinguono dall’Alpino. Sto esagerando, ma non più di tanto. Quindi dentro di me mi dicevo “questi ragazzi che diventano guide (e oltre tutto è proprio difficile diventare guida – perché i corsi dalla fine degli anni ‘70 sono veramente diventati difficili) secondo me meritano di più, ci vuole una maggiore valorizzazione di questa figura”. Comunque la guida alpina ha detto molto nella storia dell’alpinismo e anche oggi dovrebbe continuare a dire molto. Specialmente in un tempo in cui la responsabilità di chi va in montagna è cresciuta così tanto e il rischio di avere poi anche problemi giuridici penali per l’incidente sono cresciuti notevolmente: già negli anni ‘80 era così, adesso non ne parliamo. Io che mi occupo di comunicazione, che penso di saper scrivere meglio degli altri, magari posso dare una mano. Questa era un po’ la mia mission. Cosa che si è scontrata immediatamente con la parte più grezza e gretta delle guide – con quella mentalità di “noi portiamo la gente in montagna, chi è guida senza portare la gente in montagna è un cittadino…” Questo era negli anni ‘80 ma è ancora un po’ così, anche se adesso ci sono molte guide cittadine. Rispetto a prima è diverso, però un po’ si sente.

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Poi, come per tutti gli organismi (se ci sono delle cose che non vanno bene e che andrebbero messe a posto), è difficile, è difficile fare una critica, mi sono scontrato più volte. Adesso faccio parte del consiglio nazionale, sono riuscito a farmi eleggere, qualcuno ci crede (mentre non sono riuscito a entrare nel consiglio del Collegio Guide della Lombardia, ed è meglio così, così almeno faccio meglio l’altro compito). Diciamo che ci sono dei problemi che probabilmente in Germania non ci sono. Soprattutto partendo dal fatto che in Italia ci sono degli istruttori CAI che tolgono molto lavoro alla guida. Non è che possiamo ribellarci, è la legge. Bisognerà trovare pian pianino un compromesso. Oltretutto ci sono anche degli istruttori che lo fanno per conto loro e questo è veramente illegale. Sono pochi, ma ci sono. Questo però ha poco a che fare con la mia critica costruttiva alle guide. Una delle cose che dovrebbero fare le guide è dire “come gruppo rinunciamo all’eliski perché riteniamo sia un’attività non consona alla mission della guida alpina”. Che poi qualche guida possa anche accettare il lavoro di questo genere, per me è una responsabilità del singolo. Non è vietato. Però dal punto di vista del gruppo sarebbe bello che ci fosse una presa di posizione di questo genere. E quindi io adesso sto lavorando sotto sotto, ho creato un forum, vorrei riuscire pian pianino a contarci, a vedere quelli che potrebbero alzare la mano e dire “ma insomma, veramente, prendiamo posizione”. Sarebbe bello, ma non è facile.

Ma guarda che sarà difficile, se penso al Club Alpino Svizzero… nelle sue posizioni secondo me è diventato meno “ambientale” e più “commerciale”…
Ah bene, anche voi ci tradite… no, quello no! Comunque io difficilmente mollo l’osso. Quindi speriamo che possa andare avanti questa storia, perché poi ho anche detto: “Se domani il parlamento italiano o qualche regione decidesse che l’eliski è vietato (cosa che non succede, ma se succedesse…) io sarei il primo a non essere contento. Sarei scontento di questo. Perché ottenere quello che vuoi tramite un divieto è la cosa più negativa che ci possa essere, invece che ottenerla tramite la convinzione. Se la maggioranza si esprimesse e dicesse no, allora mi andrebbe bene. Ma che questo avvenga tramite un divieto, mi metterei dalla parte opposta, ma veramente! Questo è importante da capire, perché se non c’è un processo culturale ma solo un altro no, allora domani ti vietano anche l’alpinismo perché è un’attività pericolosa… Questo è quello che sto cercando di fare con le guide. Cercare di migliorare la loro immagine tramite la loro evoluzione culturale, che devo dire è molto lenta.

Sigmund Freud
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Il rapporto con l’alpinismo moderno e il lavoro oggi. Il “Gogna blog”.
Ti sei scelto un campo di battaglia difficile… Invece l’alpinismo di oggi, lo segui sempre, sei uno dei pochi…
… vecchi…

Vecchi, ok, l’hai detto tu, che sanno cosa vuol dire – cioè non solo segui, ma capisci! E a differenza di un Messner li sostieni anche.
Con Reinhold c’è stata anche una mezza discussione su questo…

(… interruzione per “la solita aspirante modella” che sbaglia porta per il casting e suona, risate…)

Lui aveva detto che l’alpinismo è finito con Bonatti e con lui… A me sembrava veramente una stupidata, lì ho pensato “devo assolutamente dire qualcosa”. Allora ho scritto che l’alpinismo c’è ancora e come, ci sono dei giovani che fanno delle cose meravigliose, lo stesso Messner è dentro il Piolet d’Or e sa bene cosa vuol dire essere nominato al Piolet d’Or e cosa vuol dire fare delle salite fantastiche e completamente fuori dell’immaginazione anche di soli 20 anni fa. Aldilà, oltre, ma oltre, oltre, oltre! Il fatto che l’altro giorno Alex Honnold e Colin Haley abbiano finalmente completato la traversata delle montagne del Cerro Torre, che avevano già fatto l’anno scorso, tra l’altro, arrivando a due tiri (due tiri!) sotto la cima, è straordinario. Ma io mi ritrovo a pensare “ma allora, se l’hanno fatto due volte, è quasi una roba normale, hai capito? Non è una roba che uno dice “cosa hanno fatto?”. No, questi fanno un’impresa che sono in grado di ripetere l’anno dopo tranquillamente in 24 ore! Cioè fino a sei, sette anni fa ci mettevano cinque, sei giorni – lo stesso Haley con Rolando Garibotti. E poi ci sono quelli che magari dicono, questo non è mica un alpinista, scala solo in Yosemite – sì, abbiamo visto – ha fatto la traversata del Fitz Roy con nientedimeno che Caldwell, e quest’anno e l’anno scorso questa traversata di queste quattro guglie, Cerro Standhardt, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre. Se tu non vedi questo, sei cieco. Ma veramente. Non diciamo che l’alpinismo è finito. Poi era anche un po’ ridicolo perché guarda che Bonatti aveva detto la stessa cosa nel ‘68 – ah beh, si è visto… State zitti, dai… Quando ci vuole, ci vuole. Infatti si sono ben guardati dal mettersi a litigare con me su questa cosa. Indifendibile.

Carl Gustav Jung
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A parte questo, con Messner che rapporti hai?
Ottimi. Ma non vuol dire che adesso non posso dire come la vedo io… Mi sono per esempio anche permesso di criticarlo sul come aveva scritto sul Cerro Torre. Tu puoi benissimo scrivere un libro sul Torre, sulla vicenda di Maestri ecc., per carità. Ma fai una cosa seria! Non che tu cominci a dire due cose nelle prime due righe e poi le ripeti uguale in fondo avendo dimostrato niente. Questo non mi piace, questo è fucilare le persone. Poi, che tu abbia ragione non lo discuto neanche, può darsi benissimo che Maestri non sia arrivato in cima, anch’io dentro di me sospetto che non sia arrivato in cima, ma non puoi affermarlo così, non va bene. Mi ha risposto, gentilmente, rimanendo della sua idea. Amici come prima…

Tu puoi, io non posso… Come giornalista nella sua lista nera non posso…
Comunque, il discorso era nato con l’essere informato sulla cronaca, eh beh, la risposta è sì, io sono al corrente della cronaca. Cerco di esserlo, difficilmente scrivo sul blog qualche cosa di cronaca perché ci sono già altri che lo fanno, e bene, come Planetmountain: non mi va di essere in concorrenza con loro, sono molto più rapidi di me, non voglio competere. Sarebbe assurdo se mi mettessi a scrivere le stesse cose. Poi non ho le capacità di scriverne il giorno dopo, io ho bisogno di un attimo di tempo per approfondimenti, non mi va di fare l’articolo con le notizie dell’ANSA.

Parlando del tuo lavoro di ogg: perché lavori ancora?
Il mio lavoro è non pagato, molto semplicemente!

Ma perché ti piace continuare? Nel senso che alla tua età potresti fare il pensionato!
Pensionato che non ha una pensione… Comunque ci ho pure pensato. Non lo faccio perché se vuoi mi sento più giovane di quanto sono, dentro di me non ho 70 anni, ne ho molti di meno, soprattutto provo delle emozioni, ci sono delle cose che mi spingono a scrivere. I problemi sono soprattutto quelli che ti ho detto prima, cioè la libertà, l’ambiente: se vuoi, mettici pure la gestione di certi enti, tipo il soccorso alpino, tipo le scuole d’alpinismo per esempio. Su questi enti ho fatto degli articoli pesanti di critica e anche di accusa come vengono gestiti in Italia, all’estero non ho idea, i miei limiti sono questi. Il giorno che avrò una redazione con qualcuno che mi traduce istantaneamente in inglese o in tedesco quello che io scrivo in italiano, sarò solo contento. Ma questo non c’è ora, e quindi mi limito ai problemi italiani. E i problemi italiani sono questi qua. Abbiamo il CAI che fa acqua da tutte le parti, per il tipo di gestione molto, molto burocratica. In questo ambiente prendono corpo gestioni condotte al limite del legale e oltre. Non sono molti casi, ma sono significativi. Però devo provarlo, e ci stiamo provando.La lotta è lunga e dura. Speriamo adesso che a maggio prossimo venga eletto Vincenzo Torti come nuovo presidente con il quale ho un buon feeling e con il quale penso si potrebbe fare un bel lavoro. Fa parte del futuro… Il presente è al contrario molto molto scuro. Non ci siamo. La gente mormora… chi è dentro per esempio nel soccorso alpino come volontario sa bene che se si mette a fare una critica verrebbe sbattuto fuori, è già successo, almeno tre persone che conosco io, ma chissà quanti altri. La maggior parte ci tiene un po’ ad avere il distintivo, c’è gente che ti manda delle lettere anonime dicendo avete ragione, continuate così, e io gli rispondo, “caro X, sono molto felice che tu dia una mano morale con la tua lettera, sappi però che dal punto di vista pratico non serve a nulla, tu devi firmarti con nome e cognome, se no non riesco a fare nulla”.

Il Capo tra i vecchi Liguri, Toirano, 26 maggio 2013. Foto: Ezio Marlier
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Comunque tornando a prima, tu pubblichi tutti i giorni?
Sì, io pubblico tutti i giorni.

E cosa ti sta più a cuore – blog, social media, rivista classica?
Nell’ordine io ho sempre preferito il libro. E dopo il libro c’era la rivista. Il libro è morto. Perché in Italia ormai vengono pubblicati solo i libri di Simone Moro, Reinhold Messner ed Hervé Barmasse – l’unica editoria di montagna è questa; libri che parlano di Bonatti, quello va sempre bene, o libri pubblicati da Messner, Moro o Barmasse. Fine. Beati loro, sono contento per loro. Però lasciami dire che non è una bella situazione. Tutto il resto non esiste. Ma perché non esiste? Perché non viene venduto! Tutto ciò che si pubblica al di fuori di questi nomi rimane lì. Lo vedo con i miei libri, si fa fatica, si vendono 1500, 2000 copie – fa ridere. Allora necessariamente uno deve abbandonare l’idea del libro; oppure lo pubblichi tu, ma allora rimane in cantina da te… La rivista? Che riviste di montagna ci sono in Italia in questo momento che valgono la pena? Non ci sono! Per cui anche la rivista la devi mettere da parte. C’era Alp, ma non c’è più.

E allora cosa rimane? Rimane internet, rimane il blog – non c’è un’alternativa. Tu mi hai chiesto cosa preferivo. Ma io ti dico che non c’è alternativa! Non è che io lo preferisca. Allora, due anni fa, mi sono messo a fare questa cosa e devo dire che mi piace molto. Lo faccio molto volentieri, tutti i giorni. È pagato zero. Può esserci qualche ritorno economico, se vuoi, nel momento in cui faccio magari delle serate, convegni, qualcuno che mi chiama ancora c’è. Ma il lavoro non è pagato, anzi – è dentro nel sito di Banff e ci sono altre persone che curano la comunicazione di questo – con queste due persone c’è un accordo: sì alla sponsorizzazione per quello che riguarda Banff (per esempio Salewa), ma adesso sponsorizzare anche il blog, che vorrebbe dire che leggendo il blog ti ritrovi anche lì la pubblicità, finché è possibile cercherò di evitarlo. Nel caso in cui diventassimo qualcosa in più, vedremo, ma al momento voglio che sia così. Per cui proprio zero, zero rimborsi. Ma lo faccio così volentieri che va bene così. Cerco sempre altri che mi aiutino, gente che scriva, possibilmente di un certo livello, ma poi devi sempre lavorare il pezzo, impaginarlo, redigerlo. C’è Luca Calvi che mi dà una mano con le traduzioni, molto bravo, ci sono due, tre avvocati che mi rileggono certi pezzi… (Ride.) Sul serio – mi sono arrivate una querela più due, tre lettere di minacce – puro terrorismo, tanto non avrebbero fatto mai niente, avevano torto marcio.

La parola, in generale, è sempre stata più importante per te della foto?
Ho fatto tanto lavoro con la fotografia, penso di aver fatto dei bei libri, no? Allora, io riconosco una grande importanza all’immagine, sia alla foto che al video.

(Deve tirare fuori il pane dalla macchina per il pane, un attimo di interruzione.)

DueAnzi19.000Parole-1-vignette, Massimo Bucchi, confronto, ven, 24lug15

Anche nei miei post metto sempre delle foto, sono convinto che qualche immagine ci debba essere. Poi dipende anche dall’articolo. Però il testo, la parola secondo me rimane comunque sempre la cosa più importante. Ma perché? Per un motivo solo: la parola, il testo, la lettura sono più importanti dell’immagine e del video perché la lettura permette di esercitare liberamente la fantasia. Cioè la fantasia del lettore è più stimolata dalla lettura che non dall’immagine. Questo lo trovo un dato di fatto. Perché? La lettura sono parole. Quindi ti immagini la scena, il panorama, il quadro generale di cui si scrive. Con la fotografia una buona parte di tutta questa fantasia viene eliminata, e non parliamo del video. Questo non vuol dire che non si possano fare delle bellissime foto e dei bellissimi video, questo è un altro discorso. Però per ciò che riguarda la fantasia, io non ho dubbi sul fatto che la parola sia quella più stimolante. E quindi è quella che ti fa più crescere; leggere e scrivere fa più crescere che non usare l’immagine. Questo vorrei che tu lo scrivessi, perché per me è importante.

… fa anche più sognare…
Certo, fantasia vuol dire sognare, usa pure la parola sogno. A tal punto che il mio blog si distingue anche per un’altra cosa che qualunque markettaro del marketing digitale ti sconsiglia di fare: loro dicono “se vuoi essere incisivo, devi fare la pagina, e non dovresti costringere a “scrollare” giù. Una pagina lì pronta e basta, punto. Io odio – capito, odio – questo genere, quando ero bambino c’era il Reader’s Digest, lo leggevo, dicevo che schifo, una cosa che già non mi piaceva allora, immagina. Questa pappetta preconfezionata, questa paginetta che fanno gli altri organi d’informazione, lo facciano pure loro. T’interessa? Lo leggi. Non ti interessa? Non leggi. Non me ne frega niente. Non ho da vendere niente. Anche lì è il bello. Sto crescendo come numero di lettori, fa piacere, per carità, ma mettersi a lavorare perché questi numeri schizzino in alto, non mi interessa, devono crescere naturalmente, crescere senza che io cambi me stesso. Se a me piace questo tipo di presentazione non superficiale deve rimanere non superficiale. Poi non è vero che internet fa solo gossip – per fortuna esistono i link, e c’è gente che va a cercare articoli di un anno fa, e ogni tanto vengono fuori commenti su un articolo di mesi fa. Se uno fa un commento, questo va comunque a tutti quelli che avevano fatto un commento prima e quindi la cosa continua a girare. Questi sono pregi che internet ha a differenza della carta stampata. E quindi se vuoi fare cultura, questo è un sistema. Se tu dai invece pappetta che sembra liofilizzato, va bene, va benissimo, non sto dicendo che è sbagliato, solo che non fa per me.

(continua)

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Le prime guide alpine

Le prime guide alpine

Una vecchia cronaca del 1129 (Abbazia di Saint-Trond), riportata alla luce da Jules Brocherel (Les soldats de la neige in Augusta Praetoria, 4, 1949, pagg. 216-230), racconta di come iniziò, nel gennaio di quell’anno, l’attività dei marrons (o marronniers, o marroni). Una carovana di commercianti, a causa di una violenta bufera di neve, era bloccata da più giorni a Saint-Rémy. Passare il Gran S. Bernardo era quindi impossibile. Alcuni giovani, vestiti di pelle, si offersero per indicare il giusto cammino e per battere la pista nella neve fresca.

William Auguste Brevoort Coolidge
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Il rev. William Auguste Brevoort Coolidge riferisce che il bretone signore de Villamont, durante la salita al Rocciamelone del 1588, fu aiutato da due marrons, due vere e proprie guide che lo trascinarono in cima munito di graffes (ramponi). Secondo Coolidge furono costoro a esercitare per primi un vero e proprio mestiere di guida: infatti i compagni di Antoine de Ville sul Mont Aiguille nel Vercors potevano essere qualificati più operai militari che guide. Qualche anno prima della conquista, fu Horace-Bénédicte de Saussure a promettere una notevole ricompensa a chi fosse riuscito a salire per primo sulla vetta del Monte Bianco.

In Italia, per tutta la prima metà dell’800, il turismo alpino faticò a diventare una realtà. Tra le molte cause, la mancanza di strade e di vere locande: forse le intelligenze erano rivolte al più importante compito dell’unità del paese. Se chi si avventurava per le nostre valli era guardato con sospetto, in Savoia le ascensioni vittoriose al Monte Bianco erano salutate a colpi di cannone. E Valentin Rey, guide a mulets di Courmayeur, era costretto a far la stagione con i suoi animali a Chamonix.

Nel 1821 nacque la società delle Guide di Chamonix, mentre solo nel 1850 si fondò a Courmayeur una prima società delle guide, per di più non riconosciuta.

Un dato la dice lunga su quanto non si tenesse nel debito conto il nuovo fenomeno. Dal 1786 al 1860 furono registrate 115 salite al Monte Bianco da Chamonix. Nel 1865, e quindi solo qualche anno dopo l’annessione alla Francia della Savoia, le salite erano già 293 (ben 178 in più). Soltanto nel 1865 comparvero su un giornale di Aosta i primi appelli per l’abbellimento del villaggio di Courmayeur.

Le prime guide furono cacciatori, cercatori di cristalli o contrabbandieri. Ogni valle ebbe uno sviluppo differente della professione, ed in epoche diverse. Nel 1778 Horace-Bénédict de Saussure ingaggiò il cacciatore Jordaney, detto Patience, perché da solo si era spinto fino al Colle del Gigante. Patience fu così la prima guida valdostana. Novant’anni dopo Paolo Saint-Robert, nel 1867, assoldò il contrabbandiere Antonio Castagneri, di Balme, per avere chance di conquistare la Ciamarella.

L’abate Gorret ci racconta di come le guide, da domestici al servizio del signore, divennero presto così necessari da essere in condizione di fare il bello ed il cattivo tempo: Gorret li definì “tiranni”, e pretese a gran voce che si arrivasse ad un regolamento, come era previsto per le altre professioni.

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Nel 1865 la trattativa per i compensi era ancora diretta: Felice Giordano, per la sua campagna al Cervino, concordò 20 lire al giorno (con il bel tempo) + vitto. Ma già nel 1867 il canonico George Carrel, dopo molti episodi incresciosi, cercava di fissare delle tariffe, specificando quante guide a quanto, il numero di portatori per tot bagaglio, e definendo perfino i compensi per le attese. Seguirono accese polemiche. Nessuno era contento, tutti si lamentavano che i compensi erano esigui, oppure pretendevano la trattativa diretta. Nel 1885 Alessandro Martelli propose di abbassare le tariffe su escursioni secondarie, con la scusa ufficiale di diminuire gli incidenti incoraggiando l’assunzione di una guida per comitiva. Le guide di Alagna non accettarono per una stagione l’imposizione delle tariffe e furono sconfessate dal CAI Varallo.

Contrabbandieri sul lago gelato del Gran San Bernardo. Cartolina del fotografo Brocherel (Aosta)
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Nel 1910 Giuseppe Giacosa scrive che c’erano 150 guide attive nelle Alpi e sottolinea che raramente quello poteva essere il loro unico mestiere. Molti morivano in povertà totale, provocando accorati appelli e sottoscrizioni. Daniel Maquignaz, che lasciò otto figli nel 1910, ebbe il privilegio di uno scritto di Ugo de Amicis. E così pure Antonio Castagneri, Jean-Antoine Carrel, Joseph Maquignaz furono commemorati sempre in maniera tardiva. Nel 1888 era nato anche il Consorzio intersezionale Guide per le Alpi Occidentali: pur prevedendo questo istituto una specie di mutua si era ancor ben lontani dal riconoscere alla professione della guida la sicurezza di una duratura dignità economica. Molta responsabilità di questa ingiustizia la si dovette al luogo comune che la guida lo facesse solo per denaro. Solo in seguito si cominciò a pensare diversamente, perché gli episodi di generosità, altruismo ed abnegazione di cui si erano rese protagoniste le guide alpine erano ormai così tanti che non si poteva più far finta di niente. Come per coloro che hanno un animo nobile, l’orgoglio era la molla numero uno: anche per i clienti era così. Quando Joseph-Marie Perrod, mi pare nel 1863, dopo aver salito il Monte Bianco partendo finalmente da Courmayeur ed avendo quindi trovato un itinerario autonomo, urlò dalla vetta “cari amici di Chamonix, finalmente non abbiamo più bisogno di voi!”, in quell’urlo c’era tutto l’orgoglio di cui un uomo può essere capace. E pensare che fino a poco tempo prima i chamoniardi erano stati suoi compatrioti.

Antonio Castagneri
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Come diventare guida alpina?

Come diventare guida alpina?
di Fabrizio Vago
(già pubblicato il 24 febbraio 2015 su http://www.ilmountainrider.com/, per gentile concessione)

Se la montagna è il luogo dove vi sentite veramente al vostro posto e possedete ottime capacità tecniche in campo alpinistico e scialpinistico potreste coronare la vostra passione per la montagna diventando Guida Alpina.

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La Guida Alpina è l’unico professionista della montagna ai sensi della legge 6/1989 che ha la piena esclusività nell’accompagnamento a pagamento di persone in ascensioni su roccia, neve e ghiaccio e con gli sci fuori dalle piste battute. Alpinismo classico in alta montagna, arrampicata su roccia, cascate di ghiaccio, scialpinismo, freeride, ciaspolate e canyoning sono le attività principali svolte dalle guide alpine nell’esercizio della loro professione.

Tutte attività bellissime in grado di regalare enormi soddisfazioni al cliente e alla guida stessa ma che necessitano di una solida preparazione tecnica, fisica e morale affinché il rischio, mai del tutto eliminabile in montagna, sia gestito al meglio. A garanzia di tale preparazione è previsto un lungo e selettivo iter formativo per diventare di Guida Alpina. Anche dopo il conseguimento del brevetto sono previsti degli aggiornamenti obbligatori per garantire un alto livello di preparazione costante nel tempo.

Maurizio Venzo
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Per farvi entrare nel profondo di questa affascinante e difficile professione ho pensato di fare due parole con Maurizio Venzo, il Nane per gli amici più stretti. Per chi non lo conoscesse, oltre a esercitare la professione di GA da più di trent’anni, Maurizio è una delle 80 guide alpine istruttori presenti in Italia nonché un vero proprio punto di riferimento per molti giovani che ambiscono a far diventare la loro passione per la montagna il loro lavoro.

Intervista a Maurizio Venzo

Come si diventa Guida Alpina?
Innanzitutto si deve partire da una solida esperienza personale in alpinismo, scialpinismo, arrampicata su roccia, ghiaccio e misto. La polivalenza in queste attività è fondamentale per poter essere ammessi, dopo la presentazione di un ricco curriculum alpinistico, alla selezione che dà accesso al corso di formazione per Aspiranti Guida Alpina vero e proprio. Durante la selezione (durata 3 giorni) l’allievo dovrà dimostrare le proprie capacità tecniche su roccia, scialpinismo, ghiaccio e misto superando delle prove pratiche piuttosto selettive.

Superata la selezione, il percorso formativo per diventare Guida Alpina inizia con il corso per Aspirante Guida Alpina che prevede 95 giorni di formazione ed esami distribuiti in un anno e mezzo. Il corso può essere interregionale o regionale nel caso dei quattro collegi formativi di Trentino, Alto-Adige, Valle d’Aosta e Lombardia e viene organizzato ogni due anni.

Ultimato con esito positivo il corso di Aspirante Guida Alpina si conseguirà il brevetto di Aspirante Guida Alpina, titolo che consente di esercitare la professione di guida con alcune limitazioni.

Dopo un periodo di tirocinio non inferiore a due anni, l’Aspirante Guida Alpina ha la possibilità di iniziare il corso professionale per diventare Guida Alpina e maestro di alpinismo. Anche questo corso come quello di Aspirante Guida Alpina viene svolto generalmente ogni due anni ma ha una durata molto inferiore (normalmente 15 gg distribuiti nell’arco di sei mesi). Questa è la fase finale del lungo percorso per diventare guida alpina dove viene valutata a 360° la preparazione tecnica, didattica e teorica dell’allievo durante l’effettuazione di salite alpinistiche di particolare impegno.

Maurizio Venzo in Dolomiti
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Quanto costa diventare GA?
Circa 20.000 euro complessivi (costo del corso, spostamenti, skipass e pernottamenti in alberghi e rifugi).

Cosa consigli a chi volesse intraprendere il lungo percorso per diventare Guida Alpina?
Oltre alla passione per la montagna bisogna avere una grande determinazione e orientamento al raggiungimento degli obiettivi. La motivazione deve essere mantenuta sempre alta e se una cosa non riesce bene bisogna lavorare duramente per migliorare perché nessuno nasce imparato. Così facendo aumenteremo anche la fiducia in noi stessi.

Cosa vuol dire fare la guida alpina oggi e come si è evoluta questa professione rispetto ad un tempo?
Rispetto a un tempo la guida alpina di oggi se vuole veramente vivere di questo lavoro non può più limitarsi ad aspettare il cliente danaroso di turno che lo contatti per effettuare qualche bella salita ma deve adoperarsi con tutti gli strumenti a sua disposizione per promuovere le proprie attività. Web, social network, serate, partecipazione a eventi, organizzazione di corsi vari (cascate di ghiaccio, scialpinismo, arrampicata sportiva, ecc.), collaborazioni con tour operator sono i canali principali per conquistarsi il cliente oggi. C’è poi da dire che oggi il mondo delle guide non è più solo appannaggio dei valligiani. In questi ultimi anni sono sempre di più i cittadini che hanno scelto questa professione come coronamento della loro passione per la montagna. Da attività di élite (tra guida di valle e cliente di origini nobili) si è passati ad attività di massa (tra guida e cliente). Tuttavia penso che per chi ama veramente questo lavoro il suo fascino sia rimasto immutato nel tempo. Guidare una persona al raggiungimento dei propri obiettivi facendole vivere delle esperienze forti è qualcosa di stupendo e sempre emozionante per me.

Quali sono i rischi di questa professione?
E’ sicuramente un’attività con dei rischi notevoli in quanto le guide sono esposte sia ai propri errori che a quelli dei clienti. Aggiungiamoci poi i pericoli oggettivi della montagna e il gioco è fatto. La bravura sta nel gestire al meglio questi rischi senza avere la presunzione di riuscire a eliminarli del tutto.

Che differenza c’è fra una guida alpina e un istruttore di alpinismo del CAI? In che rapporti siete voi Guide Alpine con gli istruttori del CAI?
L’istruttore del CAI svolge la propria attività nell’ambito dell’associazione (CAI) come volontario, mentre la professione di guida è un vero e proprio lavoro retribuito. In merito ai rapporti che intrattengo con gli istruttori del CAI posso dire che ricalcano quelli con le persone in generale. Ho amici e nemici…

Maurizio Venzo al lavoro sul Monte Rosa
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Cosa ti piace di più del tuo lavoro?
Stare a contatto con la gente e vedere gli occhi del cliente che brillano per l’emozione di salire in alto!

Iscritte al collegio Guide Alpine, in alcune regioni, ci sono anche gli Accompagnatori di Media Montagna, figure specializzate nell’escursionismo. Quali sono le tue speranze per il futuro data la tua posizione di direttore del 1° corso AMM regione Veneto che hai fortemente voluto?
In qualità di direttore del 1° corso di accompagnatori media montagna regione Veneto mi auspico una futura collaborazione tra le G.A e AMM al fine di rispondere in modo efficace alla domanda di un turismo sempre più esigente. Entrambe le figure, peraltro iscritte presso lo stesso collegio dovrebbero cooperare tra loro invece di sentirsi in concorrenza. Gli accompagnatori di media montagna nel rispetto dei loro limiti di azione forniranno un’adeguata base escursionistica agli eventuali futuri alpinisti. Insomma c’è spazio per tutti, ma è importante distinguersi dalle altre figure non iscritte al collegio delle guide alpine per la nostra professionalità e bravura.

E per finire completa questa frase: Per me la montagna è…
La montagna per me è vita: semplicemente un posto in cui sto veramente bene e che non vorrei lasciare mai.

 

Ringraziando Maurizio per le preziose informazioni, chiudo riportando una romantica abitudine tra cliente e guida, oggi purtroppo in disuso: fino a metà degli anni ‘80 esisteva il libretto di guida alpina dove i clienti potevano commentare le loro salite e dare un giudizio scritto sulla guida che li aveva accompagnati. Una specie di antenato del sistema dei feedback tanto in voga oggi nei più svariati siti.
Questo libretto, tra l’altro, ha costituito una preziosa fonte utile a rintracciare alcune significative imprese alpinistiche effettuate in passato dai clienti con le loro guide consegnando al lettore di oggi importanti capitoli di storia dell’alpinismo.

L’UIAGM è l’unione internazionale che raggruppa le associazioni nazionali delle Guide Alpine e le rappresenta in tutto il mondo
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Un futuro scomodo e pericoloso per la guida alpina

Un futuro scomodo e pericoloso per la guida alpina
di Hanspeter Eisendle

Quella che segue è la trascrizione fedele dell’intervento di Hanspeter Eisendle nell’ambito della serata alpinistica Guide alpine e clienti sulle grandi classiche, 58° Filmfestival di Trento, 7 maggio 2010. Per gentile concessione del Trentofilmfestival.

 

Quando mi trovo su un palco mi viene sempre in mente come un riflesso una frase: Tutto è già stato detto, ma non da ognuno.
Io sono una guida alpina di Vipiteno, vivo lì, e voglio spiegarvi in breve il concetto del mio lavoro e della mia passione.

Hanspeter Eisendle in un ritratto di Roberto Carnevali
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Innanzitutto vorrei dire che faccio la guida per necessità, non per vocazione e neanche per hobby o per passione: perché la mia passione è l’alpinismo (e l’arrampicata) e il mio primo compito a questo mondo è quello di nutrire spiritualmente e materialmente la mia famiglia. In cambio, questa famiglia mi concede degli spazi e dei tempi per la mia passione, l’alpinismo.

In questi spazi ho avuto la grande fortuna di andare in montagna e arrampicare con alcuni alpinisti tra i migliori del mondo, come per esempio con Manolo sui grandi giganti di granito della California, oppure con Reinhold Messner sulla montagna del suo destino, il Nanga Parbat, lungo una via nuova; ma anche con Chris Bonington, con Piero Dal Pra, con Heinz Mariacher, solo per citarne alcuni.

Questa fortuna mi ha fatto riconoscere che sì, sono abbastanza bravo, ma non faccio parte dei migliori del mondo. Mi ha fatto uscire dalle nebbie dell’incertezza di quando ero più giovane e mi ha fatto trovare una strada abbastanza personale per la mia vita sulle montagne.

Secondo me la pubblicazione di imprese alpinistiche, le conferenze stampa, le serate, le proiezioni sono riservate ai migliori tra noi alpinisti; ma purtroppo ci sono occasioni pubbliche in cui diventano protagonisti anche i non meritevoli. Dei primi non faccio parte, dei secondi non voglio far parte (Applausi, NdR).

Così ho imparato a ricavarmi uno spazio tra i cento lavori che ho con la società e l’alpinismo estremo. In questi spazi ho scoperto i miei talenti e trovato sfide per continui miglioramenti che ancora oggi cerco di perseguire.

Vivendo su questo vago crinale tra le regole della società moderna e quelle della natura selvaggia, è molto importante farsi un concetto di vita, creare una base per la cordata cliente-guida. Penso che la guida ha la capacità di capire il funzionamento di certe leggi, più di altri. Sono leggi che non sono fatte dalla società, cambiano di minuto in minuto. E’ molto importante la reazione istantanea agli eventi. Questo è un primo punto.

Un pensieroso Hanspeter
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Un secondo punto è la riflessione secondo cui la guida alpina forse non deve pubblicizzarsi tanto. Secondo me la vita della guida alpina deve essere un po’ come l’arrampicata quando è perfetta, leggera e silenziosa. Io vedo la guida alpina come un rifugio, o come un maso di montagna, una specie di agenzia che riesce a creare un’atmosfera perfetta e un pasto memorabile. In questo senso ritengo che la guida non debba stare troppo sul palcoscenico.

Il terzo punto riguarda la bravura tecnica sulla montagna. Ho fatto la via del Pesce in Marmolada due volte con clienti e ritengo davvero che le capacità tecniche siano le prime risorse che abbiamo a disposizione. Sarebbe controproducente la specializzazione. Nessuna guida alpina potrebbe esercitare solo con l’arrampicata, o con il solo scialpinismo: la guida deve sapersi muovere su tutti i terreni della montagna.

Esposti questi tre punti, arriviamo al nodo più delicato e importante nel rapporto tra cliente e guida. Questa dev’essere sempre molto sincera e cordiale. Ma entrambi devono portare la propria percentuale di responsabilità, quella che si è capaci di portare. Nessuna guida può addossarsi il 100% di responsabilità, anche il cliente deve prendersene un po’.

In questo senso penso che la cordata più efficace sia quella classica che cresce pian piano negli anni e che aumenta le pretese con la crescita dell’amicizia.

E’ un sistema che si deve formare, e per questo abbiamo a disposizione tre “pilastri”.

Il primo pilastro è la passione, perché senza di questa non si arriva in fondo alle cose. Senza passione uno non riesce a superare i momenti duri e insoddisfacenti.

Il secondo pilastro è la responsabilità, perché ogni passione rimane senza senso se non c’è la responsabilità.

E il terzo pilastro è la misura d’occhio. E’ questa che ci fa sopravvivere. E’ inutile credere in quella società che vorrebbe tutto regolato. Sappiamo che le leggi s’immischiano nelle questioni che riguardano la montagna. Sappiamo che l’Unione Europea detta la lunghezza delle banane che s’importano dall’Africa, perciò non è un buon segno che si cerchi di regolamentare anche l’alpinismo.

Anche il cosiddetto bollettino delle valanghe, che all’inizio era un aiuto per le decisioni da prendere, è diventato più che altro un metodo per farsi pregiudizi o per dare giudizi se qualcosa va male.

In conclusione a queste considerazioni, sarebbe da dare un messaggio alle giovani guide: che non si lascino prendere troppo dalle regole del mercato, che non prendano mai degli impegni che non fanno parte delle loro passioni, perché non avrebbero mai successo. E che non si perdano troppo in lavori secondari per la guida alpina, sto pensando agli svaghi funambolici dei parchi avventura o ai lavori per la messa in sicurezza di strade o cantieri. Sarebbe una perdita di tempo, rubato al vagabondaggio sulle montagne.

Questo per essere degni del titolo che certifica che sei bravo su ogni terreno.

Il futuro delle guide alpine rimane quello scomodo, pericoloso e lontano dagli ancoraggi della società. E sono convinto che soltanto dove è pericoloso e scomodo possiamo e dobbiamo essere dei veri maestri nell’unica arte che esiste in montagna, quella di sopravvivere assieme ai nostri compagni, i clienti.

Questa è la mia convinzione dopo trent’anni di esercizio della professione a tempo pieno. Grazie dell’attenzione.

FuturoPericoloso-eisendle3Biografia (da www.scarpa.net)
Hanspeter Eisendle è nato l’8 novembre 1956 a Vipiteno (Sterzing), BZ.

Guida Alpina dal 1980. Nel 1982, dopo la partecipazione ad una spedizione di Messner, che tentava la prima salita invernale di un ottomila (Cho Oyu 8200 m) attraverso la pericolosa parete sud, si decide per la professione di guida alpina come lavoro principale. Ripetizione di tutte le vie importanti in Dolomiti (ca. 1000), alcune sulle Alpi Occidentali (tra le altre: Cresta Peuterey al Monte Bianco, parete est del Monte Rosa, Brenva al Monte Bianco) e 26 prime salite su roccia e ghiaccio.

Dopo una fallita spedizione al Dhaulagiri 8167 m, Eisendle si concentra ancora di più sull’arrampicata su roccia, una disciplina che proprio in questi anni cerca nuovi orizzonti. Nell’arrampicata sportiva riesce su vie fino al X grado e sulle vie avventurose alpinisticamente (senza chiodi a pressione) su vie fino all’VIII+.

Ogni tanto organizza come guida alpina con gruppi piccolissimi viaggi verso le montagne dell’Himalaya (escursioni con cime facili fino a 6000 m, non ‘spedizioni’).

Il suo interesse più recente punta anche per le grandi vie solitarie sul terreno misto (roccia/ghiaccio) in inverno e naturalmente allo scialpinismo, che segue come un filo rosso tutta la sua ‘carriera’ alpinistica (100-120 escursioni per inverno). Nel 2000, viaggio al Nanga Parbat 8125 m, per il quale è stato invitato da Reinhold Messner, e dove sono riusciti a salire in prima assoluta il versante Diama, senza però arrivare sulla vetta principale. Questo viaggio, come quello nell’Oman del 2002, esprime la sua passione per l’alpinismo classico ‘antiquato’ e ‘by fear means’, dove l’esperienza dell’esporrsi ai pericoli della montagna è decisamente più importante che l’esperienza della prestazione.

Se guardo verso il passato, ma anche verso ciò che verrà in futuro, la motivazione principale di quello che faccio in montagna è la sensazione dell’esposizione. Per vivere questa sensazione non ho bisogno di un certo grado di difficoltà o di montagne alla moda. Si tratta molto di più delle domande che mi pongono ogni montagna e ogni via, e delle risposte che il mio corpo e il mio spirito cercano di trovare. In questa zona di conflitto sperimento una dimensione anarchica che altrimenti sarebbe molto ridotta nell’insieme delle regole della vita normale. Le esperienze che colleziono così sono inoltre vitali per il mio mestiere, quello della guida alpina.”

  • Doping (8b) in Valle S.Nicolò
  • Menhir (8b) sulle Torri di Meisules
  • Pirzigogl (8b) a Castelpietra
  • Muro giallo (Glowacz-Albert), on sight, (IX-), Tre Cime Lavaredo
  • Telefono azzurro, on sight, Cinque Torri (IX+)
  • Vogelfrei  (IX-), rotpunkt come guida con cliente, Torri di Meisules
  • Via attraverso il pesce (VIII+), rotpunkt come guida con cliente, Marmolada sud
  • Il canto del cigno (VIII+), rotpunkt come guida con cliente, Piramide Armani
  • Hasse-Brandler“ (VIII+), rotpunkt come guida con cliente, Cima Grande di Lavaredo
  • El Capitan (1986, Nose in 11 ore no-stop)
  • Concatenamento parete nord del Ortles con la parete nord della Cima Grande di Lavaredo (Via Comici) entro 24 ore – trasferimento in bicicletta.
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Dieci domande a Francesco Salvaterra

Dieci domande a Francesco Franz Salvaterra
di Giacomo Rovida

1) Ciao Franz, domande classiche, chi sei? Quanti anni hai? Dove vivi?
Ciao, mi chiamo Francesco Salvaterra, avrò 26 anni tra pochi giorni e vivo a Tione, ai piedi della Presanella e delle Dolomiti di Brenta.

Franz Salvaterra in apertura sulla Pedra Longa, Sardegna. Foto: A. Bella
Salvaterra--In apertura sulla Piedra Longa, Sardegna (foto A. Bella)

2) Hai scelto da giovanissimo di svolgere la professione di guida alpina, rimpiangi questa scelta? In termini schietti, riesci a campare di questa professione?
Parlavo proprio pochi giorni fa con un’amica del fatto che se domani potessi svegliarmi e scegliere “cosa essere” nella vita risponderei la Guida Alpina, quindi mi ritengo molto fortunato. Ad essere onesto non avevo idea di come sarebbe andata quando meno di un anno fa ho finito i corsi e aperto partita iva, in realtà le cose vanno bene, bisogna darsi un po’ da fare ma il lavoro si trova.

Salvaterra in vetta alla Punta Cusidore con Ines Lemos, Sardegna
Salvaterra--In vetta alla Punta Cusidore con Ines Lemos, Sardegna.

3) Sei stato la prima guida (insieme a Marcello Cominetti) a portare un cliente in cima al Cerro Torre, che esperienza è stata?? Da dove è nata quest’idea?
Per tutti e tre è stata un’esperienza indimenticabile. Massimo Lucco ha realizzato un suo sogno e per me e Marcello è stata una bella soddisfazione. La via dei Ragni al Cerro Torre potrebbe essere eletta la via di ghiaccio più bella del mondo, per una guida farla professionalmente è un po’ come per un restauratore d’arte mettere mano alla cappella Sistina.

Salvaterra con Marcello Cominetti in apertura su Tepui Galvanico, Monte Santu, Sardegna
Salvaterra--Con Marcello Cominetti in apertura su -Tepui Galvanico- monte Santu, Sardegna. (foto F.Salvaterra-)

4) Una volta parlando, dopo la salita sulla Nord del Cervino hai detto di preferire le “ravanate” fatte in casa, qual è il rapporto con le tue montagne? Perché le trovi più “divertenti” di tante pareti “famose”?
Le pareti famose sono generalmente affollate di chiodi, di cordate e racconti di lotta con l’Alpe. Generalmente se lo meritano nel senso che sono bei posti però ci sono montagne, come la zona della Presanella, che invece hanno da offrire terreno inesplorato e isolamento. La cosa bella è variare.

Prima di un bivacco sul monte Ginnirco durante Selvaggio Blu. Foto: A. Zanchi
Salvaterra--Bivacco sul monte Ginnirco durante Selvaggio Blu. (foto A.Zanchi)

5) Hai aperto moltissime vie su pareti nuove o inesplorate, qual è la molla che ti porta a voler aprire una via?
Aprire una via nuova è qualcosa di completamente diverso dal ripeterne una precedente, a volte più che degli arrampicatori ci si sente degli esploratori. Salire nuovi percorsi su una montagna per come sono fatto io condensa quello che più apprezzo dell’andare per monti: bellezza dei luoghi, incertezza del risultato, emozioni condivise con chi è legato all’altro capo della corda, libertà di scelta, un pizzico di rischio. Una clinica di avventura.

Alessio Tait, Franz Salvaterra e Paolo Baroldi in vetta al Monte Bianco di Presanella dopo la prima salita di Il Male di vivere
Salvaterra--Alessio Tait, Franz e Paolo Baroldi in vetta al monte Bianco di Presanella dopo la prima salita di -il male di vivere-.
6) La Patagonia è un posto per te speciale, tanto da passarci molti mesi, cosa ti ha colpito di questa terra fantastica?
Come ha scritto Silvia Metzeltin la Patagonia è un posto per viaggiatori e sognatori: nel senso che le montagne più che altro le sogni e solo ogni tanto, se sei determinato e hai fortuna, riesci a salirci. E’ un condensatore di emozioni: se fa freddo lo senti nelle ossa, se tira il vento non stai in piedi, le montagne sono belle di una bellezza struggente e anche le ragazze fanno l’amore con un’energia differente. E’ un posto “puro”, dove non ci sono mezze misure.

Max Faletti prepara il bivacco sulla via Afanassief al Fitz Roy
Salvaterra--Max Faletti prepara il bivacco sulla Afanassief al Fitz Roy (foto F.Salvaterra-)

7) Durante l’apertura di una via come decidi lo stile con il quale ti muoverai?
Lo stile lo scelgo in base alla linea della via e all’esperienza che ricerco. In apertura ho usato di tutto: chiodi, protezioni clean, spit, e fino a poco tempo fa, tubi dell’acqua. Esiste una grande differenza tra il salire un itinerario pensando a chi verrà dopo, oppure compiere una prima salita e tanti saluti. Penso di aver aperto vie in entrambe le situazioni. L’etica migliore (che ci tengo a specificare non è sempre quella che ho adottato) è scegliere una linea e salirla in stile alpino, ossia senza spit, in una single push senza tentativi precedenti, possibilmente in arrampicata libera e usando meno chiodi possibile che però, se usati, vanno lasciati. Questo secondo me è lo stile che regala un’esperienza più vivida ed emozionante agli apritori.

Verso il passo Marconi durante la Vuelta allo Hielo. Foto: Marcello Cominetti
Salvaterra--Verso il passo Marconi durante la -vuelta allo Hielo (foto M.Cominetti)

8) Ritornando alla Patagonia con i fratelli Franchini e con Ermanno Salvaterra hai tentato di salire l’inviolata Ovest della Egger. Nonostante i fallimenti come sono stati i tentativi? Pensi di ritornare?
Il fallimento non lo considero una cosa grave; in Patagonia ho all’attivo molte più ritirate che salite fino in vetta, ed è interessante considerare che ho ricordi più forti proprio degli insuccessi. Il progetto sulla Egger è stato un’esperienza stupenda, difficile. Una volta abbiamo passato tre giorni di fila chiusi in portaledge, appesi a un solo spit da 8 mm nel mezzo di una tormenta. Immaginatevi che dramma andare in bagno. So che Ermanno vuole tornare, sono convinto che ce la farà ma io personalmente non ho la motivazione per passare il terzo autunno di fila sulla Egger. Il Salvaterra più duro della Patagonia è certamente Erman!

Franz Salvaterra sulla via Hruska, Corvara. Foto: Marcello Cominetti
Salvaterra--Sulla via Hruska, Corvara. (foto M.Cominetti)

9) Durante quelle spedizioni hai aperto anche nuove vie, ci sono ancora pareti “libere” in Patagonia?
La Patagonia è gigante e certamente ci sono molte montagne e pareti vergini. Se però si considera la zona del Cerro Torre e Fitz Roy invece il discorso cambia. Le montagne sono tutto sommato poche e famose in tutto il mondo, c’è di certo la possibilità di aprire delle belle vie nuove ma tutte le pareti più importanti sono state salite.

Salvaterra in verticale sulla vetta del Cerro Torre, Patagonia, 2014. Foto: Massimo Max Lucco.
Salvaterra--Verticale sul Cerro Torre, Patagonia 2014. Hendstanding on the top of Cerro Torre. (f. Max Lucco)

10) Che programmi hai per il futuro?
La mia priorità al momento è dedicarmi al mestiere di Guida cercando di fare esperienza e di farlo anche in montagne o paesi che non conosco. Al contempo restano i progetti di nuove vie da concludere o iniziare, questo autunno penso che ci scappi una piccola spedizione e a dicembre tornerò un mese in Patagonia a fare la guida con Marcello. Ci sarebbe anche una ragazza a Buenos Aeres che penso mi voglia ancora ospitare… dopotutto le montagne non sono sempre al primo posto!

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La professione di Guida secondo me

La professione di Guida secondo me
Intervista a Giuseppe Popi Miotti
(dall’indagine Guide Alpine a confronto – 5 domande per 5 guide della Lombardia condotta da Renato Frigerio e pubblicata su Uomini e Sport n° 9-2012 (Rivista aziendale di Sport Specialist)

Una attività, quella da te intrapresa, dettata da pura passione, o come valida soluzione professionale? La tua cioè è stata una scelta dove a giocare è stato un irresistibile amore per la montagna, per cui starsene lontano, anche se solo saltuariamente, avrebbe comportato di soffrirne la mancanza? Oppure diventare guida alpina costituiva per te l’opportunità, comunque degna di approvazione, di immettersi in una carriera vantaggiosa, ancorché piacevole?
Ad essere sinceri la mia scelta è stata dettata soprattutto da un innato spirito anarchico e da un’insofferenza fisiologica verso il lavoro dipendente. In seconda battuta la professione mi avrebbe permesso di integrare ad hoc quello che in realtà mi sarebbe piaciuto essere e che poi sono diventato: un comunicatore della montagna a 360°. A conti fatti, quindi, non ho scelto la professione principalmente per portare in giro clienti; diciamo che l’ho ritenuta un necessario compendio per quella figura che volevo essere.

Giuseppe Miotti sulla cascata di ghiaccio Durango (Val Temola, Val di Mello), 1a ascensione. 11 gennaio 1980
Val di Mello, Alpi Retiche, cascata di ghiaccio "Durango" (Val Temola), 1a asc., 11.1.1980. Giuseppe Miotti

Posto in questi termini, ti risulta ora che questo lavoro sia sufficientemente ripagante in fatto economico, o necessiti di essere supportato, e fino a che punto, da ulteriori entrate ed eventualmente attraverso quali impieghi? Quanto a lungo inoltre una guida alpina può rimanere su questa faticosa breccia?
Mah! Ci sono molte guide che riescono a vivere della sola professione, specie se hanno la fortuna di abitare in località ad alta vocazione turistica e trovano uno o due clienti bravi e facoltosi.
Tuttavia più passa il tempo e meno sei rispondente alle alte prestazioni, a volte, alla fine, basti appena per te stesso. Se parliamo solo di portare in montagna la gente, di sicuro la professione ha momenti faticosi e richiede una presenza psico-fisica che, se non sei un incosciente, può essere alla lunga logorante. Non è che puoi rimanere molto al vertice, anche se ci sono esempi bellissimi come l’engadinese Paul Nigg che a più di 80 anni fa ancora i suoi giretti, ma ormai è diventato un’icona ricercata e poi in Svizzera la professione di guida gode di ben maggiore considerazione sociale. Quindi, in generale, direi che in Italia più la guida invecchia e più per lei diventa difficile ottenere sufficienti soddisfazioni economiche con il lavoro puro di accompagnatore.
Avendo ben chiara fin da subito questa condizione, ho cercato di estendere la mia professionalità pur rimanendo fedelmente ancorato alla pura attività fra montagne. Per questo ho studiato molto e ho investito in formazione personale. La mia idea era e resta quella di valorizzare i territori montani sotto ogni possibile profilo per far prendere coscienza del loro inestimabile valore culturale e ambientale.
Per realizzare questo progetto, fare la guida pura è forse l’attività meno efficace. Scrivendo, fotografando, divulgando, proponendo, creando, consigliando, denunciando apertamente scempi e attentati al paesaggio, ottengo secondo me un risultato molto più valido e coinvolgente. Ecco dunque che con quello che faccio mi trovo ad avere migliaia di clienti virtuali e pochissimi clienti veri.
Preservare e valorizzare il territorio vuol dire preservare e valorizzare assieme al resto anche la professione della guida. Come ho già detto ai miei colleghi, sotto questo profilo siamo veramente carenti, ci limitiamo a salire e a scendere, ma, se c’è da prendere apertamente una posizione, il nostro coraggio si rintana fra le vette. Forse dovremmo smettere di pensare a salvaguardare egoisticamente la professione tacendo per convenienza, o supposta tale, su argomenti di scottante attualità come ad esempio quello ambientale nei suoi vari aspetti. Bisogna essere più attivi e presenti per non subire a posteriori scelte fatte da altri sul territorio che è la fonte principale del nostro lavoro.

Esistono, o potresti tu stesso proporne la costituzione, forme proficue che riescono ad incrementare il ricorso all’impiego della guida alpina da parte degli appassionati di montagna che desiderano raggiungere cime che non sono alla loro portata indipendente? Quali sono le montagne di più forte richiamo e di maggior interesse?
Per tutto ciò che ho detto, penso che la nostra presenza nelle scuole sia determinante, noi siamo il “genius loci” della montagna. Purtroppo viviamo da anni in uno stato di non dichiarata concorrenza con il Club Alpino che ci sottrae molte opportunità. Personalmente proverei a stabilire un “new deal” col CAI, ma le resistenze sono fortissime da entrambe le parti. Del resto come stupirsene quando si legge che l’Accademico ha nuovamente bocciato l’accesso al sodalizio da parte delle guide e che le guide (l’AGAI) si scordano di avere avuto come collega uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, Walter Bonatti. Sono due cose solo apparentemente diverse: entrambe dimostrano una carenza culturale e una ristrettezza di vedute impressionanti. In tutto ciò il Club Alpino ha inoltre un’altra grave responsabilità, perché non aiutare le professioni di montagna genera in ultima analisi un danno alla montagna stessa che si trova priva proprio di coloro che la potrebbero difendere e gestire al meglio.
Scusate, sono andato fuori tema. Le montagne di più forte richiamo e di maggior interesse? Tutte le montagne hanno molto da dire, spetta a noi mettere in luce le loro caratteristiche. La storia delle montagne non è fatta solo di vie e di alpinisti, anzi, può essere più affascinante il Cornizzolo del K2. Però qui entriamo in un terreno scivoloso, dove dovrei parlare di accettazione dei propri limiti, di alpinismo della rinuncia, di volontaria limitazione all’uso della tecnologia, di… filosofia.

Giuseppe Miotti in arrampicata sulla Torre Comici del Faraglione di Terra, spigolo sud, 10 maggio 1983
Capri, G. Miotti in arrampicata sulla Torre Comici del Faraglione di Terra, spigolo S, 10.5.1983

In base alla tua esperienza, potresti tracciare i diversi profili dei tuoi clienti, classificandoli cioè nel riferimento alle motivazioni che li spingono ad affrontare salite che sono lontane dalle loro autonome possibilità: si tratta cioè di fatue ambizioni, di una dimostrazione di autostima, o di autentica passione per poter gustare le emozioni e i brividi di arrivare su cime che si erano a lungo sognate? E quali sono i rapporti che si stabiliscono con i diversi tipi di clienti?
Su questo aspetto ho poche esperienze. Ho avuto clienti che volevano fare cime importanti come il Badile o il Bernina per dire di esserci stati, ho avuto clienti che volevano fare salite difficili per lo stesso motivo, ma ci sono stati anche clienti che, consci dei loro limiti, eppure amanti della natura alpina, volevano provare a spingersi ove arrivavano solo in sogno. Questi ultimi sono quelli che ho apprezzato e apprezzo di più e che ricordo con maggiore intensità. Sempre per le scelte di cui sopra, ho orientato molto la mia attività verso l’insegnamento mediante corsi di roccia, di alpinismo e di arrampicata sulle cascate di ghiaccio. Ho avuto anche dei clienti con i quali si è instaurato un vero rapporto di amicizia e proprio da loro ho avuto alcuni degli input più importanti che mi hanno spinto sempre più verso la ricerca di una completezza che non fosse solo tecnica. Quindi sempre più mi sono allontanato dall’ambiente delle guide sebbene mi senta strettamente legato a questa professione e orgoglioso del mio titolo. Da anni vedo profilarsi una silente involuzione della nostra figura, sempre più imprigionata in tecnicismo esasperato condito da sigle, certificati, omologazioni e balle varie. Se ci si accontenta di fare i manovali va bene, ma il valore della nostra figura, compresa quella degli accompagnatori, ci consente di aspirare a qualcosa di più…
L’impressione è che stiamo ossessivamente continuando a guardare solo in una direzione, ma che siamo già da tempo stati superati dall’altro lato.
La nostra credibilità non va oltre il mero aspetto tecnico; ripetendomi, credo sia giunto il momento che la nostra professione entri nella storia delle Alpi non solo come distante (anche se “mitica”) icona di un modo di vivere la montagna, ma anche come testa pensante, coscienza attiva e proponente o all’occorrenza antagonista. In altre parole come membro costruttivo del futuro delle Alpi.
Facciamoci conoscere non solo per i nostri programmi e le nostre abilità: cose da dire ne abbiamo eccome.
Si tratta di un percorso lungo che andrebbe gestito a livello nazionale e che sicuramente richiederebbe di investire diversamente denaro e finanziamenti. Ad esempio manca un nostra presenza periodica sotto forma, che so io, di un annuario o una rivista nazionale che dia voce alla professione nei suoi vari aspetti e magari sia accessibile anche al grande pubblico. Non scordiamoci che buona parte dell’alpinismo di punta ieri come oggi è stato prodotto proprio dalle guide alpine; Dibona, Piaz, Comici, Bonatti erano dei nostri.

L’ultima domanda riassume forse insieme il senso delle precedenti e delle relative risposte: se un colpo di spugna riuscisse ad azzerare gli anni e far tornare da capo, ti sentiresti ancora di affrontare il lungo e impegnativo percorso richiesto per conseguire il brevetto di guida alpina, e rimetterti poi a cimentarti in questa attività come scelta di vita?
Diventare guida non è impegnativo anche se sicuramente è diventato molto, molto oneroso sul piano finanziario: il difficile è rimanerlo e soprattutto farlo senza “tradire” la professione con attività che hanno ben poco a che fare con il suo spirito originario. D’altra parte mi rendo conto che se si deve sbarcare il lunario e lo si può fare utilizzando qualcuna delle nostre conoscenze tecniche anche fuori dall’ambito della montagna…
Solo in minima parte posso considerarmi una guida nell’accezione comune del termine e forse la professionalità che mi sono costruito negli anni è difficilmente replicabile o trasmettibile, ma credo che in parte ciò sia dovuto anche al fatto che la figura della guida alpina è pressoché ignorata e la si conosce solo per quello che ci ha trasmesso una certa letteratura. Si fatica a far comprendere la nostra grande valenza e i primi a peccare di difetto nella comunicazione siamo noi. L’attuale situazione non favorisce il fiorire della professione e occorrono flessibilità e fantasia per ritagliarsi spazi economicamente validi. Anche questo continuare a ricercare e a ricrearsi fa parte della libertà che ci siamo scelti.

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Guide Alpine e CAI, una sinergia possibile?

Guide Alpine e CAI, una sinergia possibile?
di Alessandro Beber
(pubblicato su l’Adige.it del 25 maggio 2015)

Ho iniziato ad arrampicare frequentando un corso primaverile presso la Scuola Graffer di Trento, poi alcuni anni dopo ho deciso di rimanere vicino alla mia passione per la montagna sostenendo gli esami per diventare Guida Alpina.
Negli anni ho appreso che in Italia, Trentino compreso, tendenzialmente non corre buon sangue tra le rispettive istituzioni del Club Alpino Italiano e quello delle Guide. Mi sono interrogato a lungo sulle motivazioni, ma non ne ho mai trovate di soddisfacenti.

Sembra che la bega sia iniziata più di un secolo fa, quando l’alpinismo era considerato un’attività d’élite riservata all’alta borghesia e agli aristocratici, i quali giudicavano riprovevole monetizzare l’attività di accompagnamento in montagna. In quel contesto erano infatti nate le prime Guide Alpine, solitamente dei valligiani con conoscenza specifica della zona che si mettevano a disposizione dei «signori» per indicare le vie di accesso alle cime o per portare i carichi di queste prime rudimentali spedizioni.

Alessandro Beber
Beber,AleBeber1

 

Ma l’intellighenzia all’interno dei Club Alpini nazionali, che pur talvolta usufruiva dei servigi delle Guide, volle tenere ben distinte le cose, sentenziando che il denaro era questione troppo vile da mischiarsi con la purezza d’intenti del vero alpinismo, e gettando così le basi di una scissione che perdura ancora oggi. Ovviamente ne è passata di acqua sotto i ponti, il mondo e la società sono cambiati, ma questo malcelato contrasto non è ancora pienamente superato.

Tanto per fare un esempio, le Guide Alpine in quanto «professionisti», tuttora non sono ammesse all’interno del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), una sorta di circolo che riunisce gli alpinisti di punta al quale si accede per meriti sul campo, anzi in parete. Peccato che nel frattempo (ormai più di 50 anni fa, a dire il vero…) siano subentrate le sponsorizzazioni, che permettono ad alcuni di dedicarsi alle scalate in cambio del rientro pubblicitario fornito alle aziende tramite le proprie imprese, ma questa eventualità non è stata giudicata in contrasto con i valori del CAI…
(NdR: al momento è in corso in seno al sodalizio un processo di cambiamento che per ora, dopo una recente modifica allo statuto, accetta solo la “riammissione” all’Accademico di soci che, diventati guide alpine, erano stati estromessi).

Da parte loro le Guide spesso accusano il mondo del volontariato di sottrarre una parte importante del loro bacino d’utenza e quindi si ritengono penalizzati nell’esercizio del proprio lavoro, posizione altrettanto curiosa perché è come se i giornalisti lamentassero un attacco da parte della scuola che insegna a leggere e scrivere a tanti studenti, pretendendo l’esclusiva su tutto ciò che concerne la parola.

Io credo che basterebbe gettare lo sguardo poco lontano, oltralpe ad esempio, dove nelle istituzioni del DAV tedesco e dell’Alpenverein austriaco, il mondo dell’associazionismo e quello dei professionisti convivono pacificamente e anzi collaborano in maniera proficua.

Certo bisognerebbe un attimo rivedere le rispettive posizioni, mostrandosi disposti a riconoscere da un lato che l’opera di sensibilizzazione e avvicinamento alla montagna operata all’interno degli ambienti CAI è un valore da preservare e una forza non sostituibile, e dall’altro che le competenze e la preparazione di persone che per lavoro in montagna passano più di duecento giornate all’anno, contano qualcosa e anzi possono rappresentare un valore aggiunto.

Stando nella realtà trentina, molte sezioni della SAT (Società Alpinisti Trentini) collaborano da tempo e in maniera proficua con le guide alpine, anche per un discorso di alleggerimento delle responsabilità che oggigiorno diventano sempre più pesanti e risultano difficilmente sostenibili da chi sta prestando con passione la propria opera di volontariato (e non vorrebbe ritrovarsi imputato!), ma sarebbe bello ricevere in questo senso un segnale, da parte dei vertici istituzionali, che sdoganasse una collaborazione naturale tra due realtà animate in fondo dalla stessa motivazione, ovvero uno smisurato amore per la montagna.

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La generosità di Roby Piantoni

Roberto “Roby” Piantoni e la polemica dell’Everest
Nato a Gazzaniga (BG) il 2 giugno 1977 era figlio di quel Livio che aveva subito lo stesso tragico destino riservato anche a lui: caduto durante una spedizione in Perù, sul Pukajirka nel 1981 con altri due bergamaschi, il suo corpo non fu mai recuperato.

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Roby ha sempre vissuto in montagna e da subito segue le orme del padre, tra i sentieri e le pareti della Valle di Scalve, ai piedi della sua amata Presolana, percorrendo la montagna in ogni senso e su tutte le difficoltà.

Si appassiona presto a tutte le discipline diventando un abile alpinista, tanto da conseguire giovanissimo il titolo di Aspirante nel 2000, di Guida Alpina nel 2003 e in seguito di Guida Alpina Istruttore.

Roby il 20 luglio 2003 scala il Gasherbrum II, suo primo Ottomila, montagna che dà una svolta alla sua vita.

Nella primavera del 2004 parte per il campo base del K2 con un numeroso ma affiatato gruppo di trekker, un’esperienza forte che lo spinge a organizzare un altro trekking nell’ottobre 2005, questa volta al campo base della montagna più alta del mondo, l’Everest, e sulla cima dell’Island Peak 6186 m, ai piedi della Sud del Lhotse.

Nell’autunno 2004 e in primavera 2005 organizza due spedizioni alpinistiche, rispettivamente al Manaslu 8163 m, Nepal, e al Broad Peak 8048 m, Pakistan. Su quest’ultimo raggiunge la secondaria vetta centrale. Nel 2006, con Marco Astori, corona quello che per lui era un sogno infantile: scalare l’Everest, e senza l’uso di bombole d’ossigeno!

Nel 2007 Piantoni e Astori non riescono a realizzare il loro progetto di concatenamento di Gasherbrum I e II. Roby perde la vita nella notte tra il 14 e 15 ottobre 2009 sullo Shisha Pagma.

 

La spedizione all’Everest lascia purtroppo brutti strascichi per Piantoni e Astori.
Volendo essere il più veloci possibile, attrezzano due soli campi sul versante tibetano, al posto dei classici tre: uno a 7000 m (Colle Nord) e uno a 8050 m. Quest’ultimo ovviamente non coincide con il classico campo III, di solito a circa 8300 m. Astori parte dal campo base avanzato per il tentativo alla cima il pomeriggio del giorno 24 maggio 2006, mentre Piantoni preferisce fare una tratta unica dal campo base avanzato 6400 m al loro campo II, a 8050 m, partendo la mattina del 25 maggio. I due trascorrono la prima parte della notte assieme.
Marco parte alle 23.50 con la sua apparecchiatura a ossigeno. Roby all’1.50 e con sé ha solo una piccola macchina fotografica digitale, il telefono satellitare, l’altimetro, poco tè e niente zaino.

Ovviamente Marco giunge per primo al Mushroom Rock, a 8600 m, e nota nel buio un gruppo di 4 o 5 alpinisti in sosta, senza che nessuno lo interpelli e senza che nessuno chieda aiuto: di più, senza che nessuno sembri stare male.

Verso le 5 Roby si trova sul Primo Step, è l’alba e lui fa undici fotografie, documentando quindi con precisione la sua posizione in quel momento. Verso le 5.30 raggiunge il Mushroom Rock e vede bene quegli alpinisti fermi. Si guardano un attimo, lui riprende fiato, poi riparte. Anche Piantoni non nota situazioni di gravità e non viene interpellato. Scatta anche alcune fotografie.
Roby raggiunge Marco un po’ prima delle 6.00, a circa 8650 m. Lui si trova attaccato alla scala di alluminio del Secondo Step. Qui scatta altre due foto dove si può vedere Marco alle prese con la scala di alluminio.
Sopra il Secondo Step i due proseguono assieme a distanza variabile tra i 2 e i 20 m fino alla cima. Un’altra foto, fatta dal compagno, ritrae Piantoni in vetta: sono le 8.50. Alle 9.30 circa cominciano la discesa.

Quando ripassano al Primo Step notano quello che poi identificheranno con l’australiano Lincoln Hall assieme a due portatori sherpa appesi alla corda fissa in assetto di calata (con il discensore inserito nelle corde fisse). Lincoln è visibilmente fuori di testa ma assolutamente in grado di procedere con le proprie gambe, sebbene sia molto stanco. I due italiani cercano di convincere Hall a scendere al più presto. Marco gli offre il poco ossigeno che gli è rimasto nella bombola, ma i portatori gli rispondono che anche loro l’hanno, ma che è lo stesso Hall a non volerlo usare. I due portatori hanno la situazione sotto controllo, e una squadra di soccorso composta da alcuni sherpa forniti di bombole di ossigeno sta salendo dal campo III. Comunque sia, per quello che notano i due Italiani, Lincoln ha bisogno di essere persuaso a scendere, perché molto fuori di testa, ma molto energetico: si arrabbia con i portatori, parla a voce alta e si strattonano a vicenda. Insomma litigano apertamente. Marco vede addirittura uno dei due portatori “menare” sulla schiena di Lincoln il manico della piccozza.

Questi i fatti secondo i due amici italiani. Ma già il giorno dopo, amplificata dal web, esplode la notizia che, secondo l’alpinista americano Dan Mazur, due italiani (senza fare nomi, ma non ci sono altri Italiani) hanno omesso soccorso all’australiano Hall. Segue un circostanziato racconto, in cui Mazur dice di essersi rivolto a loro, aver espressamente chiesto un aiuto, di aver sentito rispondere “no speak English” e di averli visti continuare. Mazur riferisce anche che, causa le quattro ore passate con Hall, dalle 7.30 alle 11.30, lui e il suo compagno devono mestamente rinunciare alla vetta e scendono, lasciando Hall con gli sherpa che intanto erano arrivati dal basso, avendo avvisato lui stesso il capospedizione di Hall che l’alpinista era ancora vivo. Mazur dice chiaramente di aver trovato Hall alle 7.30 seduto da solo nella neve, dopo una notte di bivacco senza sacco piuma. Dan Mazur è uomo d’esperienza e ben noto nella storia dell’alpinismo himalayano. Tutti gli credono, anche in Italia. Nasce un putiferio sui giornali.

Non risultano però chiaramente dalla polemica due fatti importanti. Primo: secondo la versione Mazur l’incontro con gli italiani DEVE essere stato dopo le 7.30, mentre sia i racconti di Piantoni e Astori, sia le loro fotografie non lasciano dubbio sul fatto che l’incontro con il gruppetto fermo sia stato verso le 5 per Astori e verso le 5.30 per Piantoni. Secondo: Mazur parla espressamente di due alpinisti che passano ASSIEME e non si fermano; mentre sappiamo che Piantoni e Astori erano separati di circa 20-30 minuti uno dall’altro.

In ogni caso quindi, anche se Mazur non dice il falso, i due alpinisti che hanno omesso soccorso non sono i due italiani ma altri.

Roberto Piantoni in vetta all’Everest
Piantoni-in vetta all'everest

A questo punto non rimarrebbe che concludere che Mazur mente, sia per i due fatti ora riferiti, sia perché potrebbe non essere vero che lui trova Hall da solo. Infatti ci sono le fotografie di Piantoni che fanno vedere il gruppetto al Mashroom Rock alle 5.30. La versione Mazur può reggere però se si ipotizza che gli sherpa abbiano lasciato Hall solo dopo le 5.30 per scendere al campo III e avvisare i loro colleghi. Questo però si scontra con la versione del capospedizione di Lincoln Hall, quell’Alex Abramov (leader del Seven Summits Team) che conferma che effettivamente aveva dato l’ordine ai due sherpa che stavano scendendo con Lincoln dalla vetta di lasciarlo solo perché moribondo e salvare le proprie vite scendendo al campo III. Ma a che ora ha dato quest’ordine, la sera o la mattina dopo presto?

Nel caso Mazur abbia raccontato il falso, ed è poco credibile, un amico di Piantoni, Alfonso Crisci, oltre a riferire che l’australiano quando è stato alla fine portato in salvo ha ringraziato tutti gli sherpa che lo hanno riportato giù ma non il presunto salvatore Mazur, ci fornisce anche un movente: qualcuno che non è riuscito a fare la cima ha avuto bisogno dello scoop (che è del Guardian), creando la notizia e accusando anonimi italiani (facendo leva sul fatto che noi italiani siamo considerati storicamente dei vigliacchi e dei traditori).

Piantoni-95857_435984_ROBY_49132_8043342_mediumAssociazione Roby Piantoni ONLUS
di Denise Piantoni
(tratto da Informaguide 1 aprile 2015)

L’Associazione Roby Piantoni è un’associazione senza fini di lucro costituita nel 2010 grazie alla volontà dei familiari e degli amici di Roby Piantoni di realizzare il suo sogno: sostenere lo sviluppo culturale e sociale delle popolazioni più povere che vivono tra le montagne più alte al mondo.

Gli obiettivi di Roby non erano solo quelli di scalare le montagne più alte: ha dedicato molto del suo tempo a trasmettere la sua passione e amore per la montagna ai più giovani, insegnando loro le pratiche alpinistiche ma soprattutto dedicandosi alla valorizzazione e lo sviluppo di vie e falesie della Valle di Scalve. Tra i suoi progetti, la falesia di arrampicata oggi a lui dedicata di Pian di Vione e la richiodatura delle vie storiche della Presolana Nord. Roby, nella semplicità e sensibilità che lo contraddistinguevano, ha sempre affrontato la montagna con umiltà e rispetto, sia verso i luoghi sia verso le genti dei Paesi che visitava.

Roberto Piantoni con Marco Astori in vetta all’Everest
Piantoni-con Marco Astori in vetta all'EverestLa grandissima passione per la montagna ha condotto Roby tra i villaggi più sperduti delle vallate himalayane, portandolo a conoscere non solo le meraviglie della natura ma anche gli usi, le tradizioni e i costumi dei popoli che in Paesi come Nepal, Tibet e Pakistan, vivono, in condizioni di povertà estrema, spesso traendo l’unica fonte di sostentamento dal lavoro stagionale come portatori, cuochi o guide per alpinisti e trekker. Con la sua semplicità e la sua sensibilità sapeva affrontare la montagna con umiltà e rispetto verso i luoghi, i popoli e le culture. Il desiderio di poter fare qualcosa per migliorare il futuro dei bambini di queste aree, ha spinto Roby nel 2006 a dare vita al progetto Insegnanti per il Nepal, un progetto di raccolta fondi da destinare alle scuole dei villaggi più poveri di una nazione che tanto gli aveva dato e che lui adorava.

Proprio dalla volontà di portare a compimento il progetto di Roby, l’Associazione Roby Piantoni ONLUS è stata costituita per continuare il percorso che lui aveva iniziato e ha come obiettivo la promozione, la realizzazione e il sostegno economico di progetti di:
– costruzione, ristrutturazione e manutenzione di scuole;
– costruzione, ristrutturazione e manutenzione di strutture sanitarie;
– adozione di bambini a distanza e attivazione di borse di studio per i bambini dei villaggi più poveri;
– incremento dell’attività scolastica, fornitura di materiale didattico, reperimento e finanziamento degli insegnanti, garantendone la presenza anche nelle aree più remote del Paese.

Tutte le attività sono svolte in collaborazione e con il supporto di Associazioni locali.

Roberto Piantoni tra i ghiacci del Gasherbrum I
Piantoni-tra i ghiacci del G1

Il progetto Insegnanti per il Nepal (in collaborazione con Friends of Nepal – Kathmandu) ha come obiettivo il sostegno economico della scolarizzazione dei bambini che vivono nei villaggi presenti nella Valle del Makalu, Nepal.

Per la promozione e divulgazione dell’iniziativa è stato realizzato un logo che rappresenta una mano stilizzata che sorregge i due simboli presenti sulla bandiera nepalese, il fior di loto e il sole. Seguiti da due fasce che ne mantengono i colori e creano il contorno degli edifici del luogo. La mano sta a simboleggiare l’aiuto che i componenti dell’associazione offrono al Nepal.

Nei primi quattro anni di attività, l’Associazione ha assicurato il sostegno di sette scuole situate in altrettanti villaggi nella Valle del Makalu, attraverso i seguenti interventi:
– la fornitura e l’installazione di pannelli solari per dotare la scuola di Norbuchaur di energia elettrica;
– la dotazione annuale di materiale scolastico (quaderni, matite, gomme, temperini, penne, ecc.) per circa 600 bambini e una ventina di insegnanti, attraverso l’acquisto e la consegna da parte di portatori locali;
– la dotazione di banchi e lavagne.

Piantoni-2-infoguide 215-1Gli interventi che sono previsti per i prossimi anni sono:
– la continua dotazione annuale di materiale scolastico per gli alunni e per gli insegnanti, con l’obiettivo di aumentare il numero delle scuole che eventualmente faranno richiesta di sostegno;
– la dotazione di banchi, lavagne, attrezzatura didattica, ecc.;
– il reperimento di insegnanti e la costituzione di un fondo per la loro remunerazione annuale;
– la manutenzione delle strutture scolastiche, attraverso interventi di restauro e strutturali atti a migliorare le condizioni degli edifici scolastici;
– la costruzione di locali destinati ad alloggio degli insegnanti, nei villaggi in cui i maestri soggiorneranno durante l’anno scolastico.

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Per sostenere il progetto Insegnanti per il Nepal è possibile:
– Effettuare una donazione mediante bonifico bancario: Banca Popolare di Bergamo – Agenzia di Dezzo di Scalve IBAN: IT56A0542853970000000000193 Conto corrente intestato a: Associazione Roby Piantoni O.N.L.U.S.;
– Devolvere il 5×1000 attraverso la dichiarazione dei redditi, riportando nell’apposito riquadro o il codice fiscale dell’Associazione Roby Piantoni O.N.L.U.S. (03692740164) o la propria firma;

Per tenersi informati sulle attività dell’Associazione Roby Piantoni O.N.L.U.S. e sull’andamento del progetto Insegnanti per il Nepal:
– Al sito www.robypiantoni.it;
– Alla pagina di Facebook www.facebook.com/insegnantiperilnepal;
– Inviando una mail a: [email protected]

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Guida alpina, prospettive per il futuro

La rinuncia al titolo di Guida Alpina da parte di Giuseppe Miotti, che tanto clamore ha destato su questo blog e sui social, non ha significato affatto la rinuncia alle sue idee e alla volontà di portarle avanti. Ecco il motivo per cui riproponiamo, dietro sua proposta, un intervento ch’egli fece nel 2010 (quindi in tempi non sospetti).

Guida alpina, prospettive per il futuro
di Giuseppe Popi Miotti
(intervento convegno ERSAF Bagni Masino, 2010)

Vorrei parlare delle grandi potenzialità che intravedo nella difesa della professione di Guida alpina e nella sua incentivazione, soprattutto nelle valli alpine.

Indiscutibilmente le Alpi stanno vivendo un momento di grande cambiamento e come per tutti i cambiamenti emergono situazioni di criticità magari prima esistenti, ma sopite da svariati fattori.

La più evidente di queste criticità è il disagio sociale ed esistenziale riscontrato fra tutte le popolazioni alpine. La sua causa principale è stata individuata nel progressivo “inquinamento” culturale portato dalla città, che, complici gli stessi montanari, si è manifestato spesso in una visione, speculativa e affaristica del territorio che, quasi ovunque, ha degradato il paesaggio alpino umano e naturale. Il patrimonio identitario che prima dava anche solo una parvenza di sicurezza alle genti locali è sparito e, soprattutto nei giovani e nelle persone più sensibili, ha creato un senso di smarrimento che talvolta ha portato a gesti estremi come il suicidio. Il giovane non si sente più parte della comunità originaria, ma neppure parte della città. I centri alpini sono diventati un po’ come delle periferie schizofreniche che s’affollano d’estate e nelle feste natalizie, per poi tornare a svuotarsi quasi del tutto gravate in più da una costipazione urbanistica inutilizzata (seconde case) che crea un senso di città fantasma abbastanza sconfortante. In loco il lavoro rimasto è per lo più nell’edilizia, che però, presto o tardi, dovrà fare i conti con l’esaurimento del territorio utile, e nell’attività estrattiva: le sole alternative all’emigrazione.

Giuseppe Miotti e Alessandro Gogna giungono in vetta al Grand Mont d’Areche, 25 marzo 1994, Beaufortain, Savoia, Francia
G. Miotti e A. Gogna giungono in vetta al Grand Mont d'Areche, 25.03.1994, Beaufortain, Savoia, Francia

Oggi fra le Alpi si sta combattendo una guerra non dichiarata fra concezione speculativa e consumistica del territorio e concezione conservatrice, che non vuol dire immobilizzante, orientata per lo più verso lo “sfruttamento” delle risorse ambientali ai fini turistici.

In alcune zone questo punto di difficile equilibrio è stato varcato in favore dell’assalto territoriale (seconde e terze case, cave, captazioni piccole e grandi, strade agro-silvo-pastorali che però nascondono secondi fini, ecc.) e qui, sebbene ancora esistente, l’attività turistica fatica abbastanza a sopravvivere, perché fastidiosa in tutti i sensi. Non solo perché sentieri, percorsi vita, aree verdi intralciano nuove iniziative speculative, ma anche perché la dimostrazione che in montagna si può vivere dignitosamente senza andare in cava, imprendere opere edili o sfruttare il territorio depredandolo, risulta controproducente per chi vuole far vincere la visione opposta.

Arrestare questo processo è forse ormai tardi ma, magari, si possono cercare dei modi per attenuarne la violenza e magari cambiarne un po’ la rotta.
 Incentivare e allargare le potenzialità lavorative dei giovani nelle loro vallate d’origine, può essere un elemento importante in questo tentativo e, di conseguenza, dare un volto nuovo, forse anche maggiormente istituzionalizzato, alla figura della Guida e dell’Accompagnatore potrebbe essere una mossa vincente.

Elementi importanti per ottenere questo risultato sono a mio avviso tre: il CAI, il CONAGAI (e i suoi Collegi Regionali), le Amministrazioni.

Il CAI
Mentre si formavano questi pensieri, processo durato molti anni, mi sono imbattuto spesso negli scritti di molti dei padri fondatori del Club Alpino Italiano, quasi tutti appartenenti alla nobiltà e all’alta borghesia, dai quali traspariva evidente un’idea politica; creare con il turismo alpino una grande risorsa per migliorare la precaria economia delle genti di montagna. Spesso usando le loro finanze si adoperarono per costruire i primi rifugi, per formare le prime Guide alpine, per rimboschire le pendici montane, per studiare i dissesti idrogeologici, per istituire un sistema di segnaletica dei sentieri, e poi per farli segnalare. Fu addirittura creato un fondo apposito per sostenere economicamente le famiglie di Guide alpine incidentate o morte sul lavoro. 
Ricordo che proprio qui, ai Bagni Masino, il Conte Lurani, organizzò una colletta fra i nobili ospiti, per aiutare le famiglie delle Guide Pedranzini ed Imseng, cadute con Damiano Marinelli sulla parete est del Monte Rosa. Ma le Guide avevano anche un loro fondo pensione, costituito da lasciti di diversi importanti alpinisti.

Non tutti questi nobili personaggi erano dei puri e sicuramente, sebbene con qualche disagio etico, alcuni vedevano in attività come quella mineraria o nel nascente sfruttamento idroelettrico una occasione di reddito anche per le proprie tasche.

Giuseppe Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio, Marmolada pulita, 14 settembre 1988
14.09.1988, G. Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio. Marmolada pulita 1988, Dolomiti

 

Il confronto magari ardito, ma proponibile, fra il CAI di allora con i suoi progetti e il CAI di oggi mostra indiscutibilmente un mutamento quasi speculare. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il CAI, complice anche la decadenza della professione di Guida, ha progressivamente invaso tutti gli spazi entro i quali avrebbe potuto esprimersi la nostra professionalità: corsi di roccia, soccorso alpino, consulenze per interventi sul territorio, opere di segnaletica, opere di messa in sicurezza di pareti e sentieri. 
In questo modo una struttura come il CAI, che è arrivata a contare ben più di 300.000 soci (leggi, voti) è diventata logicamente l’interlocutore più importante delle amministrazioni per ogni tipo di azione sul territorio alpino. Purtroppo, questa posizione di favore ha portato il Sodalizio ad estendere sempre più la sua influenza, affiancando il suo importante peso consultivo con una notevole quota di personale “volontario” che, inevitabilmente, ha tolto e toglie spazio a chi di montagna vuole vivere. 
Anni fa ebbi modo di esprimermi in merito: «Il CAI… potrebbe fare molto per favorire la professione della Guida, cosa che in questi tempi di fame di lavoro mi sembra anche di ampio respiro sociale. I giovani che puntano su questo lavoro non lo fanno per lucrare sui puri ideali dell’alpe, ma per vivere se possibile ancor più a contatto con essa. Il loro è un atto d’amore per le montagne e il CAI dovrebbe appoggiare questa loro predisposizione. I vantaggi sarebbero ben presto evidenti ed equamente ripartiti sui due fronti. Inoltre c’è quella che io chiamo ‘concorrenza sleale ma ineluttabile’: il CAI, con i suoi programmi, i suoi istruttori e la sua forza, esercita una forma di concorrenza legittima, ma chiaramente dannosa per le Guide le quali devono sempre assumersi gli oneri e i rischi di ogni iniziativa. Per stringere e spiegarmi forse un po’ meglio direi che è come se in Italia accanto all’Ordine degli Ingegneri esistesse un organo statale che presta gratuitamente gli stessi servizi, promuovendo e sostenendo con i capitali pubblici l’opera dei propri addetti.» Mi pare che a oltre vent’anni di distanza il senso del mio pensiero non abbia oggi perso di valenza.

Le Guide
Stabilito che se si vuole vivere di sola montagna il semplice accompagnamento il più delle volte non basta e che le Guide hanno fatto passi da gigante per ritagliarsi altri spazi professionali sinergici e complementari, oggi la professione vive a mio parere una condizione a macchia di leopardo: ci sono aree dove, oltre al solito accompagnamento, già moltissime attività sono di competenza di questi professionisti e aree dove, invece, le Guide locali sono quasi ignorate dalle amministrazioni.
 Pur rendendomi conto delle notevoli difficoltà che si presenterebbero, bisognerebbe trovare il modo che il leopardo perdesse le macchie, in favore di una più comune e diffusa considerazione della professionalità anche da parte delle amministrazioni.
 A mio avviso abbiamo una legge quadro che, essendo stata costruita per non scontentare nessuno, e sicuramente con qualche suggerimento da parte del CAI, è talmente vaga nel delineare i confini della nostra professione che è quasi inutile. 
Ridisegnare tale legge e renderla realmente efficace per difendere la professione è uno dei primi passi necessari.

Un altro aspetto in cui le Guide alpine mancano è quello della presa di posizione di fronte a iniziative poco favorevoli per non dire contrarie alla tutela del territorio. Se per certi versi è comprensibile che il singolo professionista taccia per non vedere compromesso il suo interesse di lavoro in loco, è invece poco comprensibile che a livello collegiale si preferisca astenersi. 
In fin dei conti, e pare che non ce ne sia resi ancora conto, un sistema di sviluppo opposto a quello della valorizzazione del territorio, ci erode potenzialità lavorative. Faccio un esempio personale: parte del mio lavoro consiste nella descrizione di zone di pregio e di interesse per gli amanti della natura, dell’escursionismo, della montagna.
 Ebbene, sempre più spesso mi capita di non poter proporre (o di non poter riproporre) itinerari o immagini perché il paesaggio è deturpato da capannoni, colate di cemento, fili elettrici, tubi e quant’altro. Quindi io, come professionista, mi sento minacciato da quel tipo di “sviluppo” aggressivo, irrispettoso e consumistico e vedo parte del mio terreno di lavoro (per fortuna ne resta ancora tanto disponibile) distrutto.
 Questa continua erosione minaccia tutti coloro, in primis gli agricoltori, che potrebbero cercare di trarre risorse economiche dalla montagna senza danneggiarla. 
Credo che, dopo tanti notevoli passi avanti sul piano delle tecniche professionali, sia giunto il momento che le Guide alpine facciano collettivamente un passo avanti anche sul piano culturale aggiungendo un peso che sicuramente non sarebbe indifferente anche nelle scelte amministrative.

Non possiamo chiuderci nel nostro piccolo mondo di vette selvagge con la certezza che sarà sempre intoccato e che ci darà sempre da vivere. Questioni anagrafiche e accidenti vari ci possono sempre allontanare dalla nostra isola felice, ma se a valle, soprattutto a valle, è stata fatta terra bruciata la nostra attività di ‘svelatori delle montagne’ dovrà essere interrotta. 
Dobbiamo vedere ogni valle e ogni cima come un valore da difendere, superando anche i nostri pur comprensibili interessi particolari cercando di capire che bisogna considerare le montagne nel loro intero come un’importante risorsa di lavoro che continuerà ad esistere soprattutto se riusciremo a spostare gli equilibri per ora pericolosamente pendenti verso la rovina.

Le Amministrazioni
Sono il terzo soggetto di riferimento per ottenere quanto sopra detto e dovrebbero essere i terminali di questa politica, quindi dovrebbero essere in definitiva gli attuatori sul territorio di questo progetto.

Giuseppe Miotti alla base della cascata di ghiaccio Durango, 1a ascensione, 11 gennaio 1980 (Val Témola, Val di Mello)
Val di Mello, Alpi Retiche, cascata di ghiaccio "Durango" (Val Temola), 1a asc., 11.1.1980. Giuseppe "Popi" Miotti all'attacco.

 

Conclusione
Sulla base di quanto sopra è evidente che per parte mia vedrei bene una ricomposizione degli attriti fra Guide e CAI, tuttavia dovrebbe essere proprio quest’ultimo a fare il maggior sforzo possibile. 
Insomma proprio per contribuire a risolvere i problemi sociali e ambientali prima esposti, per tornare sulla strada aperta dai padri fondatori, il CAI dovrebbe farsi promotore di un new deal per le genti di montagna e usare i notevoli strumenti di cui ancora dispone (per quanto?), per farsi da promotore di iniziative tese a favorire a incrementare in tutti i modi l’economia delle genti alpine tramite l’incentivazione del turismo, la creazione e la protezione delle professionalità (meglio se locali), la cessione alle Guide alpine degli aspetti operativi riguardanti interventi sul territorio e accompagnamento. Se, per esempio, il CAI usasse il suo peso per orientare le amministrazioni locali verso l’utilizzo delle Guide alpine anche per un monitoraggio diffuso del territorio, queste ultime potrebbero disporre di dati aggiornati sullo stato di sentieri e versanti montuosi che difficilmente potrebbero avere.
 Se il CAI fosse quello dei Cederna e dei Lurani dovrebbe lavorare per far risaltare ogni tipo di attività attinente la professione di Guida e non per ritagliarsi spazi operativi che a volte creano oziose se non dannose sovrapposizioni.

L’Art. I.1 ( 1 ) – Costituzione e finalità dice: “Il Club alpino italiano (C.A.I.), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale“.

Ebbene se non s’incentivano i modi di trovare risorse economiche eco-sostenibili sul posto, se non s’incoraggia il recupero dell’identità, e l’orgoglio delle radici, inevitabilmente, in molte parti delle Alpi assisteremo a un progressivo degrado, anche dell’ambiente, il cui risultato meno grave potrebbe essere l’abbandono del territorio; in altri casi, per dar retta alla filosofia del cemento e della crescita (senza pianificazione), assisteremmo al suo depredamento.
 Ecco secondo me qual è la missione futura del CAI se si volesse prestar fede a quel primo articolo dello Statuto. Ecco un possibile nuovo punto d’incontro con le Guide dopo anni di separazione in casa.

Forse il paragone non è del tutto calzante, ma pensate ai grandi centri commerciali che sorgono come funghi e che giustificano spesso la loro esistenza col fatto di dare posti di lavoro. E’ vero, danno posti di lavoro, ma quanti ne distruggono a livello della rete dei piccoli negozi? E con tale distruzione non scompaiono solo posti di lavoro, ma anche quel tessuto sociale che in parte si creava anche grazie a quegli esercizi. Privato dell’anima un luogo è facile preda degli appetiti più disparati… 
Il costo sociale di queste strutture è difficilmente calcolabile perché si ripercuote non solo sull’aspetto citato, ma anche su altri fattori: viabilità, qualità della vita, rumore, inquinamento, ecc.
 Però credo sia più facile dare retta all’imprenditore di turno che dice che darà trenta posti di lavoro piuttosto che capire quanti se ne perderanno altrove e quali altri danni potrebbero venire dalla sua iniziativa: fra numeri certi e numeri incerti è più facile che prevalgano i primi per svariati motivi. Si cavano tot mila tonnellate di materiali, si costruiscono tot mila metri cubi di case ed edifici, si prelevano tot mila litri di acqua, si danno tot posti di lavoro. Diversamente, al di fuori dei dati relativi alle attività alberghiere è difficile quantizzare il valore del risparmio del territorio, valore che oltre tutto, scusate il gioco di parole, non perderà mai valore.

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Un futuro diverso per le Guide Alpine

Abbiamo rimandato la pubblicazione di questo articolo per il fatto che l’autore era candidato al Consiglio del Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane. Purtroppo Stefano Michelazzi non ha ricevuto il necessario numero di consensi: ciò non significa che il suo scritto, di notevole valore, debba essere trascurato, anzi. Per l’insita chiarezza di idee sui molti punti che costituiscono le attuali problematiche delle guide alpine, sia come categoria professionale che come immagine rivolta al pubblico e agli appassionati in generale, vale la pena per tutti leggere attentamente questo post.

Nella speranza che il nuovo Consiglio lo prenda in considerazione, almeno parzialmente.

Appunti per la revisione della figura professionale della Guida Alpina
di Stefano Michelazzi

Viviamo in una società, che ampiamente, si sta dimostrando sempre più in corsa verso un consumo globale e frenetico delle nostre energie vitali e dove la routine giornaliera sta diventando stressante e tossica da rendere necessarie “valvole di sfogo” .

Da una parte la ricerca del contatto con l’ambiente naturale ricercando la simbiosi con l’ambiente stesso, dall’altra la virtualità, con l’evidente sua conseguenza di distacco dalla naturale fatica del vivere, che ci sta lentamente allontanando dal bisogno di essere parte integrante dei ritmi biologici.

La conseguenza più evidente, di questa fase tecnologica della moderna società, è indubbiamente il tentativo di trasferire in ambienti non routinari, ciò che erroneamente viene scambiato per riposo dallo stress imperante ovvero il “divertimento”, l’allontanamento momentaneo dalla realtà ed il godimento di una situazione straordinaria, lo spasso (passatempo piacevole) che caratterizzano questo termine, sono intesi molto spesso, oggi, come “sballo” e non più come esperienza diversa ma allo stesso tempo formante, che poteva essere canone di definizione nel caso della frequentazione montana.

La montagna, la quale rappresenta da sempre l’ambiente selvaggio per eccellenza, quindi non ne è indenne. La ricerca di sballo attraverso droghe naturali quali l’adrenalina sta diventando una realtà di massa e la montagna per sua conformazione e caratteristiche, sempre più viene scambiata per una giostra piuttosto che per una località di fuga intellettuale e di rinvigorimento fisico.

Vi è il rischio sempre più evidente che in una ricerca spasmodica di sfoghi, condita dall’incapacità della massa, di affrontare i normali ostacoli e limiti imposti dall’ambiente naturale, vi sia il tentativo di addomesticarlo, riducendolo ad una brutta copia dell’ambiente urbano.

E’ evidente a chiunque che un andamento di questo tipo, trasformerà in breve tempo, ove già non vi siano i segni, la montagna in una sorta di parco divertimenti senza più alcuna identità.

A corollare questo stravolgimento, la società richiede a gran voce una maggiore sicurezza, intesa, appunto, come addomesticamento, piuttosto che, come formazione ed informazione.

Il via libera a leggi e regolamenti sempre più restrittivi, spesso assurdi e senza senso, divieti e normative di vario genere, è ovviamente conseguente.

Adattarsi alla legge del più forte ovvero citando la massima popolare: “ se non riesci a combatterli, alleati a loro!” (adattarsi all’andamento del mercato in questo caso): non credo sia nel DNA della Guida Alpina.

Non è nella figura mitica e unica che, se non tutti ma molti di noi, elessero a loro simbolo, quando pensammo di entrare a farne parte come coronamento della nostra passione alpinistica.

La Guida Alpina è sempre stata (e deve continuare a essere) il punto di riferimento della montagna in generale, visto che nessuna figura professionale o similare può vantare la conoscenza e l’esperienza di questo ambiente meglio di noi e deve saper imporre la propria visione al mercato, non farsene imporre una diversa.

Nessun’altra figura è in grado di gestire una moltitudine di attività legate alla montagna, come noi. E questi sono dati di fatto!

Stefano Michelazzi 
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Professione intellettuale…?
Se è vero, com’è vero, che la vecchia romantica figura della Guida con cappellaccio e pipa è ormai superata dall’innalzamento dei livelli e dalla frequentazione massiccia dell’ambiente montano, è anche vero che la banalizzazione dei limiti operata da mass-media, aziende di settore e molti, purtroppo, colleghi, senza mettere nel conto altre realtà che hanno deviato dalla loro struttura originaria, siamo in questo momento davanti ad una figura della Guida Alpina che in molti casi disorienta la massa e quindi i possibili futuri clienti, i quali non riescono a vedere più davanti a loro la Guida per eccellenza, ma un accompagnatore regolato dalle leggi del mercato, spesso un promotore di sconti da supermercato, che oltre a svendere la propria professione e mettere in cattiva luce i colleghi che tentano di metterci un limite, dimostrano a quanti ragionino col cervello e non col portafoglio, che la vita umana propria e del proprio cliente vale meno di zero… uno sconto!

L’elevazione della figura da mestierante a professionista intellettuale a quale pro venne fatta?

Capirei un meccanico (artigiano quindi mestierante) che abbatte i prezzi per “sbaragliare” la concorrenza ma un medico che mi chiedesse meno degli altri suoi colleghi mi lascerebbe diversi dubbi (per evidentissimi motivi) sul come esercita la propria professione, ed un medico è un altro professionista intellettuale!
La definizione di Professione intellettuale (art. 2229 cc), evidenzia piuttosto bene le differenze tra Mestierante, Imprenditore e Professionista ma spesso purtroppo capita che vi siano colleghi che non conoscono queste differenze ed agiscono con modi e criteri non certamente riconducibili al titolo che il Diploma di Stato ci conferisce.

E’ capitato e capita più volte di leggere sulle cronache di incidenti avvenuti per una forzatura, rispetto al buon senso di rinunciare all’obiettivo pattuito col cliente. Esempi come questo oltre a denunciare una scarsa cultura delle Guide stesse nei confronti della Libera Professione (non vi è vincolo che obblighi al raggiungimento del risultato ma vi è l’obbligo di espletamento nei modi più idonei con ricaduta del rischio di fallimento dell’obiettivo nei confronti del cliente e non del professionista!), discreditano la figura che rivestiamo. Stima e prestigio ne perdono in valore determinando aggressioni, più o meno mirate e/o intenzionali, nei confronti di tutta la categoria.

Allo stesso modo, seppure in ambito evidentemente diverso, il prestigio e la stima vanno a perdere di valore a causa di quella concorrenza selvaggia (e non libera come invece dovrebbe essere) data dal tentativo di accaparrarsi clientela col metodo dell’abbattimento di tariffe preesistenti e quindi adottate dalla maggioranza dei professionisti Guide Alpine (sconti da supermercato!).

Ciò, oltre a determinare un crollo rispetto agli equilibri di mercato, dipinge la nostra figura più come un’attività selvaggia di “morti di fame” tendenti al solo scopo di lucro, che come una professione che si caratterizza con il fornire servizi unici ed originali.

E’ vero, indubbiamente, che il cosiddetto Decreto Bersani impone l’abolizione dei tariffari ufficiali ma è anche vero che successive leggi e decreti inseriscono la necessità di parametri di valutazione e quindi sarebbe opportuno, soprattutto per una tutela nei confronti del cliente, il quale avrebbe un riferimento certo, adottare anche in campo nazionale ciò che già alcuni collegi sia italiani che di altra nazionalità europea, propongono ufficialmente ovvero una tabella di riferimento dove sia le Guide, sia i clienti, possano accedere per contrattare poi la tariffa del professionista.

Probabilmente, o anche sicuramente, i Corsi formativi, sia quelli dedicati alla formazione ed aggiornamento degli Istruttori, sia quelli dedicati agli Aspiranti ed alla Guida Alpina, tendono ad essere caratterizzati da un tecnicismo quasi estremizzato, mentre in contropartita dedicano poco o nulla alla formazione culturale sia sull’accompagnamento sia sulle caratteristiche che rappresentano la Libera Professione, denunciando una condizione dei formatori che troppo spesso ormai è diventata una condizione lavorativa fine a sé stessa e non auto-formante, invece di un’esperienza di condivisione riferita alla conoscenza personale ed all’acculturamento dei formatori e degli allievi.

Una guida sul Finsteraarhorn
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Ambiti e valutazioni
L’evoluzione della frequenza di ambienti montani o di media altezza, ha messo in luce attività che fino a pochi anni fa non erano certamente ambito delle Guide Alpine. Mi riferisco senza dubbio al Canyoning, attività ludica e di allenamento a suo tempo, per gli speleologi che l’hanno inventata e che si è fatto in modo, in Italia, di riferire unicamente alle Guide.

A quali traguardi ha portato principalmente, il blindare quest’attività che nel resto d’Europa viene svolta con criteri completamente differenti?

Sicuramente una proporzione di attività per un buon numero di colleghi, ed è buona cosa, ma anche sviluppo esponenziale dell’abusivismo.

Oltre alle svariate denunce che ogni anno vengono sporte in merito, riguardanti spesso i “soliti” furbi che già conosciamo bene, un atteggiamento come questo ha fatto sì che, se prima l’attività veniva regolamentata da un patentino rilasciato dopo corsi ed esami, e quindi potesse essere soggetta a controllo, oggi in molte parti del Paese, dove le Guide non sono presenti, per lanciare turisticamente fette di territorio altrimenti in declino, si sia costretti ad operare con persone non autorizzate (abusivi).

Una scelta di campo perciò, quella dell’esclusività, malgrado sia indiscutibile, come detto, che molti colleghi operano in modo assiduo in questo campo, che non coinvolgendo un’attività caratteristica delle Guide anche se presenta caratteristiche di gestione similari ad altre nostre attività (tecniche alpinistiche), rappresenta una percentuale di esercizio piuttosto ridotta rispetto ad altre.

La mia intenzione è quella di far risultare, come per un ambito comunque limitato e posto quasi a stento all’interno delle caratteristiche della nostra attività professionale, si sia voluto creare uno spazio esclusivo, mentre per contrasto vi sia la volontà di stravolgere ambiti classicamente ed a pieno titolo rappresentanti della nostra figura.

Parlo, ovviamente credo, dell’attuale proposta di variazione sulla legge 6/89 riguardo l’istruttore di arrampicata.

In questo caso un ambito per tradizione e caratteristica, esclusivo della Guida Alpina e soprattutto del Maestro di Alpinismo, sarebbe “liberato” dai vincoli, che reputo più che giustificati, per ripartirlo su altre figure, con conseguente perdita di un settore di mercato già di per se stesso debole, a causa anche delle anomalie giuridiche che vedono inserite in una legge sul professionismo ambiti invece volontaristici.

Corsi d’arrampicata ed alpinismo in genere sono una delle basi fondamentali del nostro lavoro e staccarsene sarebbe dare una mazzata alla nostra figura professionale già ampiamente aggredita a vario titolo nell’ultimo decennio.

Se si vuole creare confusione in ambito culturale e dare una volta di più l’opportunità di non comprendere quale ruolo ricopra la Guida Alpina – Maestro di alpinismo, allora continuare su questa strada sarà sicuramente redditizio.

Intanto la Sardegna e soprattutto i sardi ancora aspettano che si valuti l’inserimento di una figura specifica per il loro assolutamente particolare territorio, la quale permetta di creare nuovi sbocchi professionali per i residenti.

Già figure alternative create a livello regionale (GAE) da altre amministrazioni, operano sul territorio senza alcun controllo e spaziando spesso nell’abusivismo con proposte di arrampicata e canyoning.

Dal mio punto di vista sarebbe piuttosto semplice organizzare una figura, che alla stregua degli AMM sia formata dal Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane (CONAGAI) e atta allo scopo di rendere legittimo lo svolgimento di tali attività, mantenendo essa stessa un controllo del territorio e denunciando gli abusivismi.

Altra nota dolente, fortemente disprezzata da moltissimi colleghi, è la condivisione dell’accompagnamento in fuoripista con i Maestri di sci.

Anche questa situazione vede la perdita di una fetta di mercato, la quale oltretutto è costata anni di propaganda e formazione di una cultura popolare non abituata a vedere nella Guida Alpina un accompagnatore e formatore sciistico.

La già scarsa richiesta in tal senso, che a fatica molti di noi operano per rendere più corposa ma che allo stato attuale non da certezze di risultato che si avvicinino anche di poco alla mole di lavoro estivo (salvo casi individuali particolari), è stata in questo modo smembrata e rischia di rimettere in ombra la figura della Guida Alpina per quanto riguarda le attività sciistiche, salvo quei rari casi dove le tecniche alpinistiche siano obbligatorie, ma che non riescono a divenire condizione lavorativa stabile.

Continuando su questo binario, il risultato che appare logico è quello di uno smembramento della figura della Guida Alpina come professionista a tutto campo per lasciare spazio a una serie di specializzazioni o ancor peggio, a una serie di figure parallele, oltre a inserire nel mercato una concorrenza, senza rientro nei nostri confronti, che a lungo o forse anche breve termine diverrà insostenibile.

L’esercizio della professione a tempo pieno è già oggi reso difficilissimo da un serie di fattori, come ad esempio, la creazione di pacchetti turistici e la propaganda a livello mediatico, che spesso ci trovano impreparati e in difficoltà. Ipotizzare che figure parallele, come appunto l’istruttore di arrampicata, non abbiano grandi spazi di manovra (vista anche la specificità) per accedere a un ritmo full-time e di conseguenza impongano una concorrenza basata su un fattore economico, piuttosto che sulle basi di una diversa qualità professionale, è abbastanza ovvio.

La conseguenza, appare evidente, sarà lo smembramento della figura della Guida Alpina e una conseguente perdita di interesse nei suoi confronti, sia da parte del pubblico, sia da parte di chi volesse in futuro intraprenderne la carriera.

Già altre Nazioni hanno optato negli anni per queste diversificazioni specifiche e i risultati non sono certo positivi. Basti pensare agli USA dove la giungla di brevetti e brevettini non lascia certo spazio alla fantasia e i componenti iscritti alla IFMGA della AMGA sono miseri 103 in un territorio vastissimo…!

Vedremo nuovamente apparire la figura della Guida Sciatore?

Ivo Rabanser, Stefan Comploi e Stefano Michelazzi festeggiano l’apertura di Fontana dell’oblio (24 giugno 2007, 300 m, VII e A0 o VII+) sulla parete ovest della Pala della Ghiaccia 2423 m, Catinaccio. Arch. Ivo Rabanser
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Guide e tecnologia
Indubbiamente la tecnologia sta dando una grossa mano a ciò che riguarda la frequentazione dell’ambiente montano nelle sue diverse caratteristiche. Non vi è dubbio alcuno che dalla nascita dei rilevatori elettronici per travolti da valanga la sicurezza in questo tipo di attività ne abbia avuto giovamento. Ma sono apparecchiature e come tali vanno conosciute a fondo e se ne deve imparare l’utilizzo, mentre molto spesso l’utilizzatore che non sia un professionista non sa nemmeno come si accende il “famigerato” ARTVA…
Proporre corsi formativi in tal senso è comune tra molti colleghi, ma per esperienza personale e indiretta, è estremamente difficile se non a volte impossibile trovare persone interessate a questo tipo di formazione.

Il chiedersi perché sorge spontaneo, così come chiedersi quali lacune siano nella nostra proposta di formazione. Evitiamo di dare risposte al primo quesito che esula dalle nostre competenze e proviamo a dare risposta invece al secondo che ci interessa da vicino.

Probabilmente proponendoci in ambito formativo scolastico (Regioni, Province, Stato) con un programma che possa venir assorbito dagli enti stessi e che dia la possibilità di ottenere sovvenzioni tali da sostenere, almeno in parte, le spese, considerando anche il clamore mediatico dovuto ai diversi incidenti occorsi in stagione invernale, e sfruttando l’onda mediatica per sostenere questo programma propagandandolo, si potrebbero ottenere risultati, senza dubbio migliori, di ciò a cui si arriverà con l’emanazione di normative restrittive e sanzionatorie come l’ultima della Regione Lombardia sull’obbligatorietà dell’utilizzo dell’ARTVA.

In casi come questo la tecnologia lo sappiamo benissimo ci da una mano e ci permette di risolvere molti problemi legati alla frequentazione in ambiente a rischio, ma non tutto il tecnologico viene per aiutare…

Che dire dei vari GPS, telefonini localizzatori e così via?

Direi che come Guide dovremmo apparire meno tecnologici e più pratici, che mentre per i rilevatori da travolti in valanga, non vi sono “rimedi” alternativi, in questi casi invece sponsorizzare la capacità di sapersi gestire in ambiente con metodi tradizionali, meno comodi ma efficaci in ogni situazione, se usati nel modo corretto, debba essere la nostra bandiera.

Mi vien male a pensare a cosa accade, nel momento in cui disperso nella nebbia, un qualsiasi alpinista o escursionista provi ad utilizzare il GPS che ha deciso di non funzionare correttamente o di non funzionare affatto… senza cartina, bussola ed altimetro, tornare a casa sarà un delirio, alla fine del quale, se tutto sarà andato bene, potrà considerarsi fortunato. Ma sappiamo bene che, seppure la fortuna conti in montagna, non è su quella che si deve basare il messaggio di sicurezza che noi dobbiamo trasmettere come professionisti.

Dev’essere la figura della Guida con cartina e bussola in mano a controllare il tracciato, che ci deve rappresentare e non quella dello “Yuppie da montagna” col GPS!

Guide e ambientalismo
Non serve certo essere o definirsi ambientalista, per rendersi conto che continuando in un urbanizzazione selvaggia dell’ambiente montano (senza toccare altri ambienti che comunque spesso rientrano nei nostri ambiti operativi), stiamo lentamente scivolando verso una fase di non ritorno o di ritorno futuro, verso un ambiente integro, estremamente difficile.

Impianti e piste da sci, per parlare di settori che ci toccano da vicino, evitando di inoltrarci in ambiti non di competenza, sono ormai arrivati a saturazione. Lo comprovano gli abbandoni dell’ultimo decennio nei confronti di impianti più che altro a traffico locale (turismo residenziale), per i quali malgrado un abbassamento fisiologico della frequenza, si è ben pensato di costruire nuove piste ed in alcuni casi nuove linee le quali hanno portato ad un nulla di fatto, se non nel brevissimo periodo che riguardava la novità.

L’Eliski, pratica proibita in Trentino ed Alto Adige, grazie a leggi provinciali, continua, anzi, ultimamente è, punto di discussione (in alcuni casi feroce), che ci vede coinvolti in prima persona date le caratteristiche, e sul quale siamo sempre più spesso chiamati a dare risposte in merito proprio alla conservazione dell’ambiente.

Personalmente non sono un demonizzatore dell’attività elisciistica, che individuo come la punta di un iceberg, ma è innegabile che ultimamente, da più parti, si tenti con sotterfugi e strategie più o meno lecite e/o a filo di norma di imporre questa pratica nel nostro Paese.

I francesi l’hanno proibita (in alcuni casi piuttosto maldestramente…) individuando questa pratica come fonte di futuri sviluppi negativi a livello di impatto sul territorio.

Considerando due tipi di opportunità, nel nostro caso quello di difesa del nostro ambiente del quale rimarranno poche tracce in futuro se non si prendono provvedimenti immediati e quello lavorativo che coinvolge un numero estremamente esiguo di colleghi e per un periodo limitato, direi che, sia per la salvaguardia del territorio che per il beneficio che ne trarrebbe la nostra immagine, sarebbe utile che le Guide manifestassero una posizione negativa a riguardo, caldeggiando un divieto nazionale, alla stregua delle Province Autonome e della Francia su tutto l’arco alpino meridionale. Questo porterebbe sicuramente un enorme prestigio nei confronti della nostra figura che andrebbe ad inserirsi, come credo spetti, in un ottica di custode delle montagne e non di sfruttatore selvaggio!

L’ultima via aperta da Stefano Michelazzi, Vento di passioni, Colodri, Arco
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Formazione
Già toccata precedentemente, direi che i canoni attuali di formazione a tutti i livelli non è condivisa da moltissimi colleghi, principalmente a causa di un distacco di molti istruttori dalla realtà quotidiana del fare la Guida per essersi specializzati più che altro come appunto formatori.

Ma se gli insegnanti universitari abbisognano di anni sabbatici per riprendere il contatto colla realtà della materia che insegnano, possiamo essere noi come Guide esenti da un aggiornamento pratico sul campo?

Non credo e come me la vede la maggior parte dei colleghi.

Il manuale è certamente cosa utile ma non può essere la sola cosa utile…

Il sistema del Collegio altoatesino a mio avviso è molto più consono a una formazione con persone preparate attraverso l’esperienza personale e quindi, applicando alcuni correttivi, sarebbe opportuno adottarlo anche in campo nazionale.

Rapporti con altre istituzioni e loro figure
Il principale soggetto col quale ci rapportiamo continuamente come “professionisti del vuoto” è senza dubbio il Club Alpino Italiano.

Personalmente credo che, malgrado l’articolo 20 della L. 6/89 sia importante per definire gli ambiti operativi tra professionista e volontario, sia in ogni caso una condizione piuttosto anomala quella che vede il CAI, figura senza scopo di lucro, all’interno di una legge sull’esercizio di una professione.

Anomalia giuridica, si può serenamente affermare.

Aldilà di questa stranezza legislativa, sta di fatto che la sudditanza del CONAGAI rispetto al CAI è piuttosto evidente, stante il fatto che interviene alle nostre assemblee del Consiglio direttivo come membro e non come uditore e che l’Associazione Guide Alpine Italiane (AGAI, sezione del CAI) propone e dispone ciò che in altri ambienti professionali avviene attraverso la formazione di Associazioni di categoria (i Maestri di sci ad esempio) che supportano il proprio ordine o collegio, nelle attività che istituzionalmente non gli competono.

L’ormai storico antagonismo poi, sui corsi formativi, assume forme di “concorrenza sleale” se si considera che tra le due realtà vi sta una differenza in termini, più che palese, essendo una professionale e quindi con scopo di lucro, mentre l’altra dovrebbe essere assolutamente volontaria e quindi senza alcun fine economico.

E richiamerei al confronto i 1100 e oltre, ormai, colleghi per definire con testimonianza diretta se sia questo un dato di fatto oppure soltanto una fantasia…

Peggio ancora è la situazione che ci vede succubi di leggi e regolamenti regionali e/o provinciali che hanno istituito figure alternative a quelle previste dalla legge di Stato (la quale costituzionalmente dovrebbe essere sovrana), inserendo nel mercato pseudo-professionisti, contestati anche a livello europeo, ma che non siamo in grado di contestare noi direttamente, reclamando la predetta sovranità,.

Parlo ovviamente di GAE, Guide naturalistiche, Accompagnatori di territorio, e da ultimo gli albergatori trentini.

Oltre a tutto questo un associazionismo spesso arrogante e beffardo, rispetto alle leggi continua a produrre soggetti alternativi, senza che da parte del CONAGAI, ente di tutela della professione, venga portato avanti alcun progetto che contrasti questa dilagante situazione.

Un Osservatorio Nazionale sull’Abusivismo nei confronti delle Professioni di Montagna, potrebbe almeno in parte evidenziare questo stato di cose, considerando anche che professionisti a noi molto vicini, come gli Accompagnatori di media montagna, decisamente screditati nel loro ruolo da queste situazioni ed i Maestri di sci che lamentano una forma di abusivismo molto forte, potrebbero essere coinvolti assieme a figure istituzionali che si interessano di Turismo e quindi vi sono coinvolte anch’esse appieno.

Fare cultura non porta immediati benefici ma dà frutti più tardivi, i quali di solito però rimangono impressi per lungo tempo!

Conclusioni
Le problematiche presentate, che ho avuto modo di apprendere nei rapporti interpersonali con diversi colleghi, sono piuttosto sentite, non sono sicuramente le uniche, ma probabilmente allo stato dei fatti le più urgenti da risolvere.

Di possibili soluzioni probabilmente ve ne sono diverse, ma personalmente vedo un riscontro positivo in tempi non troppo lunghi in una revisione della nostra immagine, sfruttando e non facendoci sfruttare dalle moderne tecnologie.

Un ritorno al futuro è auspicabile per non soccombere in tempi che non prevedo molto lunghi.

Per ritorno al futuro, intendo una figura nuova che sappia essere presente a livello ambientale, acculturata maggiormente visto che i tempi lo richiedono, che non disprezzi o dimentichi il suo passato, ma che al contempo sappia integrarlo e non sostituirlo con il nuovo.