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Il labirinto della montagna accompagnata

Il labirinto della montagna accompagnata

L’accompagnamento professionale in montagna è un ambito assai controverso, un territorio che da ormai molto tempo le Guide Alpine (articolate in collegi regionali o provinciali nel cosiddetto CONAGAI – Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane – www.guidealpine.it/) si sono trovate a condividere con altre figure. Alcune di queste hanno un’investitura legale, altre sono del tutto abusive. Aggiungiamo che, quando si dice montagna, s’intende una vastissima gamma di tipi di terreno, dal facile all’estremo, dall’innevato al ghiacciato, dall’escursione naturalistica alla discesa di canyon spettacolari, dallo scialpinismo al fuoripista e alle ciaspole.

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Per questo motivo in molte regioni operano anche gli Accompagnatori di Media Montagna (AMM), professionisti iscritti negli elenchi speciali dei Collegi Regionali e Provinciali delle Guide Alpine che conseguono il titolo di AMM (attività professionale esercitata ai sensi degli articoli 21 e 22 della legge 6/1989), attraverso corsi di formazione ed esami organizzati dai Collegi delle Guide Alpine. Questa figura professionale è abilitata a condurre singoli o gruppi su terreni escursionistici senza limiti altitudinali (lo ha sancito la sentenza della Corte Costituzionale numero 459 del 14 dicembre 2005), con l’esclusione però dei terreni dove è necessario l’impiego, per la progressione ma anche solo per la sicurezza, di attrezzature alpinistiche (corde, imbragature, ramponi, piccozze o strumenti di autoassicurazione (rinvii, connettori, ecc.), e comunque tutti i terreni in cui sia necessario impiegare tecniche alpinistiche (Legge n. 6 del 2 gennaio 1989).

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In tutte le regioni e province autonome, a eccezione dell’Alto Adige, per questo genere di accompagnamento “escursionistico” si è affiancata (o era pre-esistente) la figura della Guida Ambientale Escursionistica (GAE), aderente all’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (AIGAEwww.aigae.eu/), nata nel 1992 e con 3.000 soci attivi. E’ ovvio che i collegi regionali in cui quest’associazione si articola sono ben più significativi numericamente in quelle regioni o province autonome in cui, per le ragioni più diverse, non sono stati istituiti gli AMM.

In questa situazione, dato che il mercato dell’accompagnamento è comunque limitato, le due associazioni sono da tempo in rotta di collisione.
Lo scorso 22 settembre 2015, il CONAGAI e l’AIGAE hanno firmato un documento di intenti per il quale, in una sorta di “non-belligeranza”, si sarebbe dovuto dare il via a un tavolo di lavori congiunto per un più pacifico futuro dell’accompagnamento escursionistico.

Successivamente all’accordo, che prevedeva sostanzialmente che le due associazioni lavorassero congiuntamente al superamento delle anacronistiche sovrapposizioni delle diverse figure professionali di accompagnamento in escursionismo, è stata improvvisamente proposta dalla Regione Sicilia una nuova legge che istituisce la figura delle Guide di Media Montagna.

Il tavolo di lavoro: Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane e AIGAE
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L’AIGAE ha diramato a questo proposito un comunicato stampa del 12 aprile 2016, in cui sostiene che la Regione Sicilia ha “rispolverato e distorto la facoltatività di istituire a livello regionale la figura degli Accompagnatori di Media Montagna (AMM) prevista dall’obsoleta legge 6 del lontano 1989”. Secondo l’AIGAE si tratta di una vera e propria “invenzione legislativa”, anacronistica, caotica, in contrasto con le leggi nazionali, che “non aiuta né il turismo né l’occupazione”.

A questo comunicato non poteva mancare la risentita risposta del CONAGAI, che il 19 maggio 2016 dirama un comunicato stampa che suona come evidente ripresa delle ostilità: La legge parla chiaro e i tribunali lo confermano: gli unici professionisti abilitati all’accompagnamento escursionistico in montagna sono formati dalle Guide Alpine”.

Riportiamo integralmente il comunicato CONAGAI n. 4/16 del 19 maggio 2016.

Lo scorso aprile l’Associazione italiana Guide ambientali escursionistiche ha diramato un comunicato stampa a cui le Guide Alpine Italiane non possono rimanere indifferenti, essendo peraltro questo l’ultimo atto di una annosa querelle, che lo scorso settembre pareva essere arrivata al termine. Preso atto che così non è stato e atteso il parere del tribunale di Torino che ha dato torto alle Guide ambientali escursionistiche, il Collegio Nazionale delle Guide Alpine ribadisce una volta per tutte che la legge italiana 6/89 stabilisce inequivocabilmente che l’accompagnamento su terreno montano è esclusiva prerogativa delle Guide Alpine e delle figure formate all’interno del Collegio, con formazione quindi e competenze garantite dagli standard internazionali. Un’esclusiva che ha come unico scopo la sicurezza pubblica nell’ambito di un’attività in cui esistono rischi oggettivi.

A sinistra, il presidente dell’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (AIGAE) Stefano Spinetti; a destra, il presidente del Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane (CONAGAI) Cesare Cesa Bianchi
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Partiamo dall’accordo CONAGAI – AIGAE siglato il 22 settembre 2015 e ratificato tramite lettera di intenti, che alleghiamo al comunicato. La lettera chiarisce inequivocabilmente che le Guide AIGAE che volessero operare in montagna debbano rientrare nel Collegio nazionale delle Guide Alpine Italiane, ovvero uniformarsi agli standard della figura professionale degli Accompagnatori di Media Montagna, tramite apposite modalità di verifica delle competenze.

L’accordo era stato raggiunto con lo scopo di mettere ordine nell’ambito delle professioni dell’accompagnamento outdoor. Successivamente una nota inviata dal Ministero dello Sviluppo Economico ad AIGAE ha invitato l’Associazione a precisare l’ambito di svolgimento dell’attività dei suoi iscritti, in modo da evitare sovrapposizioni con la disciplina della professione contenuta nella legge 6 del 1989. La nota metteva in evidenza le criticità legislative relative alla loro professione e tornava a sottolineare la necessità di risolvere il conflitto scaturito dalla coesistenza di diverse leggi che disciplinano il settore: da un lato la legge nazionale, la n.6 del 2 gennaio 1989, che regola la professione di Guida Alpina, degli Accompagnatori di Media Montagna e Guide Vulcanologiche; dall’altro la legge n.4 del 2013 che disciplina l’organizzazione delle libere professioni non organizzate in ordini o collegi e alcune Leggi Regionali che erano intervenute localmente a disciplinare la materia. Tra le varie leggi a oggi esistono ambiti di sovrapposizione, particolarmente in relazione all’accompagnamento escursionistico in montagna e su terreni innevati. La Corte Costituzionale ha confermato un ambito esclusivo di esercizio della professione nelle aree maggiormente caratterizzate dalle bellezze ma anche dai pericoli della montagna, continuando a prevedere per tali aree la competenza esclusiva degli iscritti all’albo delle Guide e degli Accompagnatori, senza possibilità per le rimanenti professioni dell’outdoor di sovrapporsi con le rispettive attività.

CONAGAI e AIGAE aprivano quindi un tavolo di lavoro per individuare le modalità per far rientrare gli associati AIGAE nel Collegio Nazionale delle Guide Alpine, inquadrandoli appunto all’interno dei Collegi. Il principio individuato dal Collegio Nazionale delle Guide Alpine, che tuttora apre le porte alle Guide AIGAE, si basa sul riconoscimento dei crediti formativi laddove siano presenti e sulle compensazioni necessarie nelle materie mancanti totalmente o parzialmente.

Nonostante l’accordo, nei mesi successivi AIGAE ha proceduto legalmente e verbalmente contro agli assessorati delle regioni Sicilia e Piemonte, che hanno riconosciuto negli ultimi mesi la figura dell’Accompagnatore di Media Montagna, applicando correttamente la legge nazionale relativa all’accompagnamento in montagna.

Non solo pertanto le proteste di AIGAE si rivelano ingiustificate, mendaci e queste sì anacronistiche, a fronte anche dell’intervento della Corte Costituzionale, ma hanno anche la grave responsabilità di confondere il quadro in merito alle figure professionali di riferimento per l’accompagnamento in montagna, arrecando un danno prima di tutto agli utenti finali. La chiarificazione del quadro generale delle professioni che operano in ambito escursionistico infatti, in particolare in montagna, era stata voluta dal CONAGAI così come dal Ministero che a tale scopo inviava la lettera ad AIGAE, ai fini della sicurezza e della garanzia della qualità del servizio offerto agli utenti finali, e non per ragioni lobbistiche.

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In merito alle limitazioni per l’esercizio della professione degli AMM, non può accettarsi ciò che le Guide ambientali escursionistiche sostengono quando dicono che si tratta di una professione molto limitata. Non esistono infatti limiti altitudinali, e l’esercizio della professione può essere consentito ricorrendone le condizioni in tutto il territorio italiano, mentre sono escluse le attività che richiedono l’utilizzo di attrezzatura alpinistica per le quali occorre un iter formativo da Guide Alpine che di certo non rientra nella formazione nemmeno delle GAE. Quanto all’accompagnamento su terreni innevati è questa realmente l’unica limitazione, per la quale è già stato presentato alla Camera dei Deputati un emendamento che mira proprio ad ampliare il raggio di azione degli AMM. Comunque si valuti la legge, finché esiste essa rimane tale, e quindi non un suggerimento, ma un insieme di disposizioni da rispettare, anche per evitare di commettere il reato di esercizio abusivo di una professione protetta. Quando, ci auguriamo presto, l’emendamento troverà esecuzione, gli accompagnatori nuovi e già titolati, saranno abilitati in una cornice di piena legalità all’accompagnamento sulla neve, non prima però di aver seguito una formazione specifica a riguardo, indispensabile visti i rischi che questo tipo di terreno comporta.

La nuova legge che istituisce la figura dell’Accompagnatore di Media Montagna della Regione Sicilia non solo è dovuta ma è sicuramente anche legittima e, esattamente al contrario di quanto afferma AIGAE, è volta proprio a sostenere l’occupazione prevedendo la formazione di professionisti del trekking in montagna e a favorire il turismo, garantendo all’utente una formazione certificata, seria e di altissimo livello. Ne è conferma quanto avvenuto solo poche settimane fa in Piemonte, dove il tribunale del TAR ha dato torto ad AIGAE che si era espressa contro la legge regionale che istituiva l’Accompagnatore di Media Montagna.

Infine il Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane ci tiene a rassicurare le Guide ambientali escursionistiche che operano in montagna che saranno in tutti i modi favoriti i processi di confluenza all’interno di CONAGAI al fine non solo di preservare la continuazione del loro lavoro, ma anzi di poterlo esercitare nel rispetto delle leggi attuali. L’invito ad AIGAE è quello di smettere di perseguire una strada di scontro e di agevolare invece i propri soci che operano in montagna alla confluenza nel CONAGAI e quindi nella legalità.

L’AIGAE risponde pressoché immediatamente con il Comunicato stampa n.7/16 del 19 maggio 2016 dal titolo “La legge parla chiaro, le guide alpine no!”. Senza mezzi termini è affermato che “il comunicato delle Guide Alpine sulla presunta esclusività nell’accompagnamento escursionistico è colmo di errori grossolani e falsità”. Per l’AIGAE si è così a “una clamorosa occasione di dialogo sprecata da una livorosa difesa corporativistica di superati recinti immaginari, che fa compiere alla categoria un balzo all’indietro di decenni, danneggiando prima di tutto il turismo in natura”.
Riportiamo anche questo lungo comunicato integralmente.

Apprendiamo con sorpresa e stupore di un comunicato del CONAGAI (Collegio Nazionale Guide Alpine), pubblicato sul loro sito ufficiale, che non esitiamo a definire “fantascientifico” in quanto traboccante di fantasiose considerazioni. A pochi giorni fra l’altro da un incontro previsto per proseguire con loro il tavolo di confronto, istituito per individuare modalità e presupposti per una convergenza tra i nostri due bacini professionali, come previsto dalla lettera comune d’intenti del 22 settembre 2015 che alleghiamo.
Accordo dove le due associazioni, a fronte del reciproco riconoscimento, si impegnavano “a non intraprendere iniziative anche di carattere legale l’una nei confronti dell’altra nonché nei confronti dei singoli associati per tutta la durata dei lavori e anzi a condividere iniziative di carattere legislativo”.
Intesa e lavoro congiunto, che ci vedevano in attesa di risposte alle nostre diverse costruttive proposte, che con tutta evidenza vengono interrotti unilateralmente, assumendosene a questo punto le responsabilità politiche di fronte non tanto ai propri soci ma a tutti gli interlocutori pubblici e privati che da anni invitavano i professionisti dell’accompagnamento a fare ordine e collaborare per il bene del mercato turistico collegato all’escursionismo.

Un’inutile pugnalata alle spalle che non capiamo a chi giovi, se non a un’infantile popolarità nel lasciar credere ai propri associati che siano veri gli steccati protezionistici promessi in anni di costosissimi corsi di formazione, fra l’altro con la validità legale messa in discussione dalla sentenza di Corte Costituzionale 372 del 1989 di cui parliamo di seguito.

Nota: si intendano nel testo a seguire le sigle GAE per Guide Ambientali Escursionistiche; AMM per Accompagnatori di Media Montagna; MISE, per Ministero per lo Sviluppo Economico. 

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CHI HA DISATTESO I PATTI?
1) 15 giorni dopo aver firmato CONAGAI disattende già l’accordo
Il Collegio Guide Alpine Abruzzo il 6 ottobre 2015 inviava al Ministero dello Sviluppo Economico una richiesta di chiarimenti sull’attuazione della Legge 4/2013 per le libere professioni non ordinistiche in cui è elencata anche la professione di Guida Ambientale Escursionistica. Ad essa seguiva anche, da parte del Collegio Nazionale, una richiesta di accesso agli atti che hanno portato all’inserimento dell’AIGAE nell’elenco delle Associazioni Professionali di categoria tenuto dal Ministero. È successivamente seguita una campagna disinformativa, rivolta a tutti gli enti istituzionali, sulla presunta illegalità delle GAE operanti sul territorio abruzzese omettendo gran parte del parere del Ministero, dove ad esempio si confermava l’incostituzionalità di tutte le leggi regionali in tema di professioni.

Da notare che il Collegio Guide Alpine Abruzzo, nel richiedere informazioni al MISE, ha inviato il solo articolo 16 della legge Regione Abruzzo 86/98, addirittura mettendolo in evidenza con carattere in grassetto (si tratta di un orrendo pasticcio giuridico che vorrebbe ridurre la Guida Ambientale Escursionistica a una specializzazione dell’Accompagnatore di Media Montagna, straripando ben oltre i confini impostigli dalla legge nazionale e conferendo all’AMM fantasiose competenze che non gli sono proprie e che non trovano riscontro nella citata legge di riferimento nazionale n. 6/89).
Viene spontaneo domandarsi perché il Collegio non abbia invece argomentato con i soliti teoremi sulla esclusività della competenza degli Accompagnatori di Media Montagna, ma abbia furbescamente utilizzato SOLO una parte di quell’inguacchio legislativo?
IN SOSTANZA, IL COLLEGIO G.A. ABRUZZO NON HA DETTO AL MISE “NON ACCETTATE LE GAE IN ABRUZZO PERCHE’ CI SONO GIA’ GLI AMM, BENSI’ TUTT’ALTRO, COMUNICA AL MISE CHE LE GAE IN ABRUZZO ESISTONO GIA’!
La nota del Ministero all’AIGAE che ne è seguita, fuorviata dalla subdola richiesta, non è stata come vogliono far credere “In Abruzzo le GAE non possono operare perché ci sono gli AMM”, bensì “Dato che esiste una legge regionale che parla di GAE, dovete tenerne conto”. CAPITA LA DIFFERENZA?
Ovvio poi che la Regione Abruzzo dal 1998 a oggi si è ben guardata dal rilasciare negli anni a chicchessia il titolo di GAE come specializzazione degli AMM, ben sapendo che… non lo può fare, senza addentrarsi in un ginepraio giuridico!

Abbiamo successivamente chiesto al Collegio delle Guide Alpine abruzzesi di fare insieme una verifica di legittimità, vigenza e costituzionalità della legge regionale 86/98 poiché solo una pronuncia del giudice amministrativo e/o della Corte Costituzionale sarebbe stata in grado di interpretare in modo vincolante la normativa in discussione. Ma non abbiamo ricevuto risposta!
Cioè, dicono che siamo illegali, ma quando gli chiediamo di andare a verificare davanti a un giudice… Nicchiano!

2) Guida Alpina diffonde una lettera aperta contro il tavolo di lavoro e CONAGAI fa finta di non vedere
In data 21 dicembre viene diffusa una lettera di una guida alpina traboccante di personalissime interpretazioni giuridiche prese a caso, debitamente tagliate e messe insieme a proprio piacimento e contenente anche talune affermazioni fuorvianti e al limite dell’offensivo.

Ad avviso dell’AIGAE tali comportamenti comportavano una violazione di quanto stabilito dalla lettera di intenti che impegnava le parti a “ricercare una soluzione bonaria a tutti i conflitti e le problematiche a oggi emerse così come a quelle che dovessero emergere in futuro”.
Questa mancanza di rispetto dei patti viene prontamente segnalata dal Presidente AIGAE al Presidente CONAGAI, con e-mail del 23/12/2015, cui non è mai giunta risposta.

3) Per tutto il 2015 sono stati fatti ovunque tentativi di proposte di legge regionale per l’istituzione degli Accompagnatori di Media Montagna, in particolare in Piemonte e in Sicilia.
Nonostante l’impegno, rispettato da AIGAE, di non proseguire con presentazioni di leggi regionali e non, fino a un pronunciamento del tavolo di lavoro sui successivi passi legislativi da conseguire insieme.

4) Sono proseguite in diverse zone d’Italia inutili azioni legali e di disturbo da parte dei Collegi Regionali delle Guide Alpine nei confronti delle Guide Ambientali Escursionistiche.
Alle nostre richieste di chiarimenti è stato risposto che il Collegio Nazionale non ha controllo né poteri nei confronti dei Collegi regionali, facendoci dubitare sull’effettivo potere di rappresentanza e attendibilità dei nostri interlocutori.

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FALSITÀ, ORRORI ED ERRORI DEL COMUNICATO STAMPA CONAGAI
1)
”La legge parla chiaro e i tribunali lo confermano: gli unici professionisti abilitati all’accompagnamento escursionistico in montagna sono formati dalla Guide Alpine”.
FALSO. Quali sarebbero questi tribunali che lo affermano? E dove lo avrebbero confermato? Non esiste una sola sentenza! Al contrario abbiamo invece sentenze vere e proprie di tribunali a favore delle Guide Ambientali Escursionistiche che dicono esattamente il contrario. E che alleghiamo e siamo pronti a fornire come prova della veridicità di quanto affermiamo.

2) “La legge italiana 6/89 stabilisce inequivocabilmente che l’accompagnamento su terreno montano è esclusiva prerogativa delle Guide Alpine e delle figure formate all’interno del Collegio, con formazione quindi e competenze garantite dagli standard internazionali”
FALSO. La legge 6/89 non cita mai la parola “esclusiva” né tantomeno gli “standard internazionali”. Al contrario, il CONAGAI volutamente ignora che la sentenza n. 372 inappellabile di CORTE COSTITUZIONALE del 6 luglio 1989, ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 7, commi 2-3-6 e 7 e dell’art. 22, commi 5 e 7 della L. 6/89 che ponevano le modalità di effettuazione dei corsi ed esami per Guida Alpina e AMM. Ebbene, mentre per le Guide Alpine il vuoto legislativo è stato colmato dall’art. 23 della legge 81 dell’8 marzo 1991, per gli AMM ciò non è mai avvenuto. Allo stato, quindi, non esistono le norme statali di riferimento, da riprodurre nelle leggi regionali, per dettare le regole dei corsi di formazione e degli esami per l’abilitazione all’esercizio della professione di AMM.

3) “Successivamente una nota inviata dal Ministero dello Sviluppo Economico ad AIGAE ha invitato l’Associazione a precisare l’ambito di svolgimento dell’attività dei suoi iscritti, in modo da evitare sovrapposizioni con la disciplina della professione contenuta nella legge 6 del 1989. La nota metteva in evidenza le criticità legislative relative alla loro professione e tornava a sottolineare la necessità di risolvere il conflitto scaturito dalla coesistenza di diverse leggi che disciplinano il settore”.
FALSO. La nota del Ministero non dice nulla di tutto questo (anche qui… basta leggerla) come già specificato poco sopra al punto 1 del paragrafo “CHI HA DISATTESO I PATTI” sulla questione Abruzzo.

4) “La Corte Costituzionale ha confermato un ambito esclusivo di esercizio della professione nelle aree maggiormente caratterizzate dalle bellezze ma anche dai pericoli della montagna, continuando a prevedere per tali aree la competenza esclusiva degli iscritti all’albo delle Guide e degli Accompagnatori, senza possibilità per le rimanenti professioni dell’outdoor di sovrapporsi con le rispettive attività.” E inoltre “le proteste di AIGAE si rivelano ingiustificate, mendaci e queste sì anacronistiche, a fronte anche dell’intervento della Corte Costituzionale”.
FALSO E INCREDIBILE. Stranissimo infatti che questa sentenza venga citata proprio dalle Guide Alpine che, anzi, di solito ne negano l’esistenza. A tal riguardo, l’unica sentenza inappellabile di Corte Costituzionale è infatti la 459/2005 che non dice affatto quanto dichiarato dal CONAGAI ma esattamente il contrario! Infatti nella sentenza si cita la “guida-ambientale escursionistica”, come “figura comunque avente un profilo professionale alquanto differenziato dall’Accompagnatore di Media Montagna”.

OLTRE A UN ALTRO PASSAGGIO IMPORTANTISSIMO: Ciò che distingue effettivamente tale figura professionale (guida alpina) è, sulla base di quanto previsto dalla legge n. 6 del 1989, non già una generica attività di accompagnamento in aree montane (la cui esatta definizione, per di più, aprirebbe complessi problemi a seguito della intervenuta soppressione del criterio altimetrico in conseguenza della abrogazione dell’art. 3 della legge 3 dicembre 1971, n. 1102, recante “Nuove norme per lo sviluppo della montagna”, nonché dell’art. 1 della legge 27 luglio 1952, n. 991, recante “Provvedimenti in favore dei territori montani”), bensì l’accompagnamento su qualsiasi terreno che comporti «l’uso di tecniche e di attrezzature alpinistiche» (come si esprime testualmente l’art. 2, comma 2, della legge n. 6 del 1989) o l’attraversamento di aree particolarmente pericolose e cioè «delle zone rocciose, dei ghiacciai, dei terreni innevati e di quelli che richiedono comunque, per la progressione, l’uso di corda, piccozza e ramponi» (come si esprime l’art. 21, comma 2, della medesima legge).”

Basta saper leggere con calma, minima onestà intellettuale e capacità di comprensione la sentenza.

5) “(…) il parere del tribunale di Torino che ha dato torto alle Guide Ambientali Escursionistiche” e “Ne è conferma quanto avvenuto solo poche settimane fa in Piemonte, dove il tribunale del TAR ha dato torto ad AIGAE che si era espressa contro la legge regionale che istituiva l’Accompagnatore di Media Montagna”
FALSO. Il TAR Piemonte a febbraio 2016 non ha dato torto all’AIGAE, bensì semplicemente non ne ha accolto il ricorso per un errore procedurale. Per dare torto ci vuole che sia scritto in una sentenza, che non c’è stata!

6) “La nuova legge che istituisce la figura dell’Accompagnatore di Media Montagna della Regione Sicilia non solo è dovuta ma è sicuramente anche legittima”.
ORRORE. A parte che sarebbe interessante capire perché “è dovuta”. Ma se si vuole che sia legittima deve ad esempio istituire la figura corretta e non chiamarsi come è stato fatto “Guida di Media Montagna”, figura fantasiosa non contemplata dalla L.6/89 e di cui sono oltretutto ancora vaghi ambiti e regolamenti.

7) “In merito alle limitazioni per l’esercizio della professione degli AMM, non può accettarsi ciò che le Guide Ambientali Escursionistiche sostengono quando dicono che si tratta di una professione molto limitata. Non esistono infatti limiti altitudinali, e l’esercizio della professione può essere consentito ricorrendone le condizioni in tutto il territorio italiano.”
ERRORE. I limiti altitudinali sono verso il basso, poiché è il nome stesso a rendere ridicolo l’Accompagnatore di Media Montagna in pianura, sulle dune o in collina, essendo impossibile stabilire i confini della montagna a causa della soppressione del criterio altimetrico (vedi sentenza Corte Costituzionale sopra citata) e ancora meno cosa sia la media montagna. Ma soprattutto l’esercizio della professione di AMM, per essere consentito in tutto il territorio italiano e cioè al di fuori dei collegi regionali di cui fanno parte, necessita il rispetto di quanto previsto dalla stessa legge 6/89 art.22 e non è così facile come si vuol far credere. Di fatto gli AMM sono vincolati a operare nelle regioni in cui sono iscritti ai relativi Collegi, difficilmente più di uno. Mentre le GAE, essendo liberi professionisti ai sensi della L.4/2013 non hanno limiti regionali né tantomeno nazionali, ricadendo fra l’altro a pieno titolo nelle normative europee sulla libera circolazione delle professioni.

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8) Sull’accordo CONAGAI – AIGAE: “La lettera chiarisce inequivocabilmente che le Guide AIGAE che volessero operare in montagna debbano rientrare nel Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane, ovvero uniformarsi agli standard della figura professionale degli Accompagnatori di Media Montagna, tramite apposite modalità di verifica delle competenze.”
FALSO. La lettera d’intenti era stata sottoscritta per cercare di trovare insieme una strada comune per armonizzare le professioni di accompagnamento (basta leggere la lettera allegata per capire che è così). L’unica proposta in tal senso è stata presentata da AIGAE a CONAGAI il 18/12/2015 e alla stessa non è seguita mai – neanche a dirlo – nessuna risposta né controproposta.

9) “La chiarificazione del quadro generale delle professioni che operano in ambito escursionistico infatti, in particolare in montagna, era stata voluta dal CoNaGAI così come dal Ministero che a tale scopo inviava la lettera ad AIGAE, ai fini della sicurezza e della garanzia della qualità del servizio offerto agli utenti finali.”
FALSO. Il Ministero non ha mai richiesto nulla in tal senso. Nell’accordo fra l’altro non si parla di chiarificazione ma di armonizzazione, che apparentemente era voluta sia da AIGAE che da CONAGAI (fino al cambio evidente di obiettivi che evidenzia il loro “comunicato degli steccati”).

10) (le proteste di AIGAE ai tentativi di leggi regionali sugli AMM) hanno anche la grave responsabilità di confondere il quadro in merito alle figure professionali di riferimento per l’accompagnamento in montagna, arrecando un danno prima di tutto agli utenti finali.
È VERO ESATTAMENTE IL CONTRARIO, noi cerchiamo di fare chiarezza e ci teniamo a far capire che l’accompagnamento in natura non è solo montagna e che il mercato richiede da tempo figure molto più complete e poliedriche.

11) “Infine il Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane ci tiene a rassicurare le Guide Ambientali Escursionistiche che operano in montagna che saranno in tutti i modi favoriti i processi di confluenza all’interno di CoNaGAI al fine non solo di preservare la continuazione del loro lavoro, ma anzi di poterlo esercitare nel rispetto delle leggi attuali.” E anche “’invito ad AIGAE è quello di smettere di perseguire una strada di scontro e di agevolare invece i propri soci che operano in montagna alla confluenza nel CoNaGAI e quindi nella legalità.”
ORRORE ED ERRORE. Che il CONAGAI faccia sonni tranquilli. Noi non vogliamo né entrare nel loro Collegio né diventare Accompagnatori di Media Montagna, poiché siamo altro (sempre per citare letteralmente la Corte Costituzionale che sancisce in modo inappellabile la piena legalità delle GAE). Le leggi le rispettiamo sempre e comunque. A questo proposito, visto che lo abbiamo già fatto con il Collegio Regionale Guide Alpine Abruzzo ovviamente senza ricevere risposta, invitiamo a controllare meglio l’operato degli iscritti: AMM che accompagnano su neve, che operano al di fuori dei territori dei Collegi di appartenenza, che propongono pacchetti turistici senza licenza, ecc…

La L. 6/89 art. 14 lettera b) infatti dice testualmente che è compito del Collegio regionale delle Guide Alpine “vigilare sull’osservanza, da parte dei componenti del collegio, delle regole della deontologia professionale”.

Pronti a rispondere pubblicamente, anche della mancata vigilanza obbligatoria, per ogni caso che solleveremo chiedendo gli opportuni interventi di legge e dandone ampia diffusione a mezzo stampa?

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INFINE QUALCHE DOMANDA
Come mai se solo gli iscritti al CONAGAI sono abilitati ad accompagnare in escursione i suoi rappresentanti si sono seduti a un tavolo di lavoro con un’Associazione come AIGAE (con un numero di iscritti che è circa 4 volte tanto) che rappresenterebbe circa 3.000 professionisti che loro ora definiscono “illegali”, sottoscrivendo con loro una lettera d’intenti comune?

È consapevole il CONAGAI che esistono in Italia decine di gruppi, associazioni di guide, cooperative e aziende miste che vedono la compresenza di AMM, GAE e Guide Alpine che da anni già collaborano tra loro in integrazioni delle reciproche competenze, ambiti e professionalità?

Ha mai informato i propri soci il CONAGAI di tutte le sentenze in cui è stata respinta l’accusa di esercizio abusivo di professione nei confronti di Guide Ambientali Escursionistiche e del fatto che nessuna GAE è mai stata condannata?

Ha mai informato i propri soci il CONAGAI degli innumerevoli pronunciamenti dell’Antitrust, che si sono succeduti dal 2007 ad oggi, proprio a riguardo le modalità delle Guide Alpine e sulle diverse leggi regionali che li riguardano?

Come mai, se non hanno limiti operativi, diversi AMM si sono negli anni iscritti anche ad AIGAE e risultano tuttora iscritti come Guide Ambientali Escursionistiche per poter avere possibilità di operare con copertura assicurativa adeguata su qualsiasi tipo di ambiente e condizione?

Vuole dire pubblicamente il CONAGAI quanto costa a persona il corso per la nuova fantasiosa figura della Guida di Media Montagna in Sicilia e spiegare che solo le Guide Alpine vi possono insegnare? Quanto costa ogni ora di corso? Quanto guadagnano gli insegnanti?

Vuole il CONAGAI spiegare perché i Collegi Regionali, pur essendo obbligati dalla legge 6/89, art. 14, comma 2., lettera c) a mantenere i rapporti con gli organismi e le associazioni rappresentative di altre categorie professionali, e pur professandosi così rispettosi delle leggi, si rifiutano di farlo con l’AIGAE che inequivocabilmente è un’associazione rappresentativa di altra categoria professionale?

Siamo ormai abituati a non ricevere risposte e sappiamo già che dovremo farlo noi, pubblicamente. Facendo informazione su tanti aspetti che da troppo tempo sono stati manipolati e mistificati. Il turismo escursionistico-ambientale in Italia ha bisogno di trasparenza e chiarezza, ma soprattutto di fare un salto in avanti enorme rispetto alla retrograda mentalità degli steccati, degli orticelli e dei vecchi privilegi corporativistici.

Considerazioni
Direi che per il momento basta così, in attesa di ulteriori sviluppi. Chi volesse approfondire il punto di vista di tre collegi regionali/provinciali delle Guide Alpine può consultare l’ottimo articolo (anche se leggermente datato) pubblicato da Altitudini.it il 14 giugno 2013
http://altitudini.it/guide-alpine-chi-sono-gli-abusivi/

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Accompagnare in Sardegna

Ogni regione italiana ha evidentemente le sue caratteristiche geografiche e culturali e in ciascuna di esse si è sviluppato uno stato di fatto più o meno disordinato nell’ambito delle professioni di guida alpina e di accompagnatore.

Un’analisi della situazione, assai impegnativa, richiede una ricerca regione per regione. Abbiamo optato di iniziare con la Sardegna.

Un caso particolare
Il recente caso delle indagini sulla via ferrata del Cabirol a Capo Caccia è l’esempio lampante di come la situazione sia per certi versi insostenibile.

Noi crediamo che l’autore della ferrata, Corrado Conca, abbia operato al di fuori della legge perché a dispetto di un’accurata ricerca presso le istituzioni non siamo riusciti a trovare alcun documento che provasse ad aggirare i vincoli del Parco o la classificazione a rischio franosità che caratterizza l’intera zona di Capo Caccia. Qui non è in discussione quanto i geologi hanno asserito, per quel che ci riguarda possono anche aver preso una cantonata. Conca invece sostiene che “la ferrata del Cabirol è sicura” (vedi http://www.sardegnaoggi.it/Cronaca/2016-04-29/32263/Capo_Caccia_la_replica_dellesperto_Nessun_pericolo_la_ferrata_del_Cabirol_e_sicura.html). In quell’articolo (di Andrea Deidda) Conca è definito “guida escursionistica, già istruttore di speleologia, torrentismo e arrampicata”. E, in quanto “padre” del percorso che abbraccia le falesie di Capo Caccia, “è stato lui a progettare e realizzare la Ferrata del Cabirol ed è lui ad accompagnare ogni anno centinaia di persone a scoprire panorami mozzafiato”. Conca non deve convincere noi, deve semplicemente rispettare la legge.

Al di là di una specifica “legalità del percorso”, con quell’affermazione Deidda e Conca dimostrano di non riconoscere la legge 6/89, attualmente vigente, e neppure vi fanno cenno, preferendo declassare la ferrata a percorso a “difficoltà non di carattere alpinistico”. Non solo dunque non conoscono o ignorano le normative ma anche dimenticano tutta la tradizione più che centenaria su ciò che le vie ferrate rappresentano…

La prova di quanto diciamo è in questo film (trasmesso a suo tempo dalla trasmissione Linea Blu di RAI1), più precisamente al minuto 3’40”.

Scrive in proposito Stefano Michelazzi (con il quale non possiamo che essere d’accordo): “Eddai che da questi nuovi pionieri delle montagne riceviamo tutti una lezione su ciò che significa gradi, difficoltà, assicurazioni, ecc. Praticamente noi alpinisti non abbiamo mai capito una mazza di cosa stiamo facendo perché ora arrivano i nuovi messia a spiegarci che un cavo fisso al quale ci si ancora non è alpinismo ma semplice escursionismo… e pensare che dal 1869, quando venne attrezzata sul Grossglockner la prima via ferrata, eravamo certi che fosse un percorso alpinistico ma… non sapevano allora  che per poter accompagnare clienti su di un percorso alpinistico 150 anni dopo si sarebbe dovuto essere obbligatoriamente Guide Alpine. Perciò oggi, se cambiamo da alpinistica a escursionistica la definizione delle ferrate, si può accompagnare anche senza essere Guide Alpine! Ma guarda là che bell’escamotage…! Ma allora sarebbe il caso di avvisare le aziende produttrici che moschettoni, imbraghi e quant’altro non sono attrezzature alpinistiche ma soltanto escursionistiche…

V’è poi l’ulteriore considerazione che, anche se si è “istruttori” di arrampicata, l’accompagnamento non può essere svolto come professione perché a questo è attualmente abilitata solo la figura di Guida Alpina. Siamo tutti in attesa dell’emendamento alla legge 6/89 (vedi http://www.banff.it/riordino-nelle-professioni-di-guida-alpina-e-accompagnatore/).

Siamo partiti dall’attualità e da un caso particolare per giungere a esprimere qualche idea/proposta di carattere generale.

Alcune idee generali
In generale si può dire che quello che serve in Sardegna è una somma di figure che possano accompagnare lungo percorsi scoscesi dove si usano le mani (quindi si arrampica) e ci si cala (come il Selvaggio Blu, per esempio), siano in grado di realizzare brevi assicurazioni, insegnino e accompagnino arrampicata sportiva su monotiri e multipitch, insegnino e accompagnino nelle forre e sulle vie ferrate.

Cominciamo col dire però che tutte le figure indicate non avranno mai significato se non verranno azzerate (o almeno fortemente ridimensionate) le attività a pagamento che attualmente svolgono le varie associazioni sportive dilettantistiche (UISP, FASI, ecc.) che offrono ai non possessori di titoli a livello nazionale la possibilità di esercitare attività.

Come primo passo si potrebbe:

– eliminare la possibilità di poter percepire denaro a livello personale da parte degli associati (attualmente la cifra si aggira sui 7.500 euro all’anno, esentasse): con la motivazione che se i soci di una qualunque associazione (non rientrante nella 6/89) accompagnano qualcuno possono farlo solo a titolo completamente gratuito. E’ comprensibile che in questo caso le associazioni farebbero grande resistenza (con conseguenze oscillazione di voti politici e amministrativi): in alternativa, si potrebbe limitare il “rimborso spese” a una cifra irrisoria tipo 1.000 euro annuali, oppure a un tot per ciascun corso o evento organizzato (tipo 300 euro forfetari all’istruttore per rimborso del corso o dell’evento organizzato).

– obbligare a inserire in ogni locandina o comunicazione (anche quelle via mail) ai soci che “l’attività non va a sostituire quella delle figure abilitate professionalmente dalla legge 6/89” (comunque questa venga aggiornata tramite l’emendamento);

– sopra una certa cifra obbligare all’apertura di una partita IVA meno agevolata di quella delle figure riconosciute;

– aumentare decisamente la multa di abuso di professione di guida alpina/canyoning/accompagnatore di media montagna, partendo da un minimo per esempio di 30.000 euro. In questo caso occorre valutare assieme a un legale come si possa fare in modo che la 6/89 emendata s’inserisca nell’art. 348 C.P. per aumentare le sanzioni già previste in via generica.

Capo Caccia. Foto: Camping Village Torre del Porticciolo – Alghero
Accompagnare in Sardegna-Promontorio_Capo_caccia_manuale_2274

Per tutte le figure
Obbligatoria l’assicurazione dei partecipanti a qualsiasi tipo di attività e naturalmente la RC di tutte le figure professionali.

Numero massimo limitato di partecipanti per istruttore e accompagnatore, comminando pene severe nel caso in cui questo numero non venga rispettato.

Obbligatorio un corso aggiornamento ogni tot anni per mantenere la qualifica.

Più in particolare, in riferimento all’emendamento
Che l’Accompagnatore di Media Montagna diventi una figura nazionale e non più regionale e sia abilitata all’accompagnamento su neve”:

Legiferata dalla Regione Autonoma Sardegna esiste già una legge regionale attinente le professioni turistiche (LR n.20/18-12-2006) attraverso la quale è stata istituita la figura della Guida Ambientale Escursionistica (GAE) che in pratica si sovrappone a quella dell’Accompagnatore di Media Montagna ma con criteri di selezione probabilmente più severi (laurea in materie ambientali, conoscenza di due lingue, ecc.). Questa legge non indica in maniera precisa se la GAE può accompagnare o meno su neve: perciò in qualche modo lo permette, almeno sul Gennargentu, l’unico luogo dove la neve ha una certa persistenza sull’isola, sebbene per pochi mesi all’anno.

In questo senso quello che la legge dovrebbe fare per prima cosa è assorbire le figure già riconosciute presenti in registri ed elenchi dalle leggi regionali. In secondo luogo dare dei criteri di qualità minimi della figura (un corso base con le materie che deve conoscere).

In quest’operazione, meglio lasciare una certa autonomia alle Regioni di adattare la figura di Accompagnatore di Media Montagna (AMM) alle specificità regionali.

Permettere a chi è laureato in materie scientifiche ambientali (agronomi, geologi, naturalisti, biologi, ecc.) di evitare alcune materie del corso AMM in quanto già seguite dagli specifici corsi di laurea.

Sempre al riguardo della figura dell’AMM e osservando la tipologia dei sentieri e percorsi, è evidente che anche in Sardegna è facile sconfinare… Su Selvaggio blu, per intenderci, ogni tanto bisogna fare delle sicure. Se non ci sono degli spit, che fa l’AMM? Aspetta che arrivi una guida alpina o un Maestro di Arrampicata che gli piazzino due chiodi e un cordino per fare una sosta, oppure se la fa da solo? Oppure vietiamo Selvaggio blu all’AMM?

E’ evidente che l’ambito di operatività dell’AMM deve essere un po’ ampliato, al di là del discorso neve.
Che sia istituita la nuova figura di Guida canyoning”:
In Sardegna la maggior parte delle gole non presenta scorrimento idrico (dove in pratica si tratta di buttare giù delle comuni doppie senza bisogno assoluto di utilizzare le tecniche standard del torrentismo) e solo alcune hanno un flusso d’acqua tale da poterlo equiparare a quelle presenti in nord Italia.

Il Maestro di Arrampicata dovrebbe essere abilitato ad accompagnare anche in forre in cui però non siano necessarie le tecniche standard di torrentismo che si applicano in genere quando lo scorrimento idrico è elevato. Sostanzialmente accompagnare in forre V7 (escludendo ovviamente la presenza di cascate e portata e considerando solo le difficoltà legate all’arrampicata e calata su corda) e A1 massimo. Vedi scala difficoltà http://www.gulliver.it/help/scala_canyoning.php.

A una figura ben più completa e specializzata sul canyoning, come appunto la Guida canyoning tratteggiata dall’emendamento, sarebbe riservato in più l’accompagnamento e l’insegnamento della progressione con difficoltà V7 A7.
Che sia istituita la nuova figura del Maestro di arrampicata”:
Il Maestro di Arrampicata sarà autorizzato a livello nazionale ad accompagnare e insegnare la progressione in via ferrata e arrampicata sportiva, quindi sulle ferrate, sentieri attrezzati e su monotiri e multipitch attrezzati per l’arrampicata sportiva, quindi con grado di difficoltà al massimo S1. Ma ci sono itinerari, solo apparentemente meno impegnativi, che sfuggono a queste classificazioni. E’ facile sconfinare.

Il Maestro d’Arrampicata sarà formato dalle Guide Alpine e gli dovranno essere insegnate tante cose che esulano dallo sportivo vero e proprio, compresa l’abilitazione a costruire ex-novo ancoraggi per corda doppia. Per non parlare delle necessarie nozioni sull’etica dell’arrampicata e sulle norme e rispetto ambientale, con qualche cenno di legislazione ambientale e approfondimenti su base regionale su questo tema.

Sarebbe anche apprezzato, come di sicuro anche in altre regioni, che questa figura possa, volendolo, continuare il suo percorso come Guida Alpina, riconoscendole quanto già fatto fino a quel punto, onde abbreviarle e renderle meno costoso l’iter.

La Scala del Cabirol per raggiungere la Grotta di Nettuno, Capo Caccia
AccompagnareInSardegna-40980692


In generale
La legge 6/1989 dice chiaramente che l’attività di guida alpina è rivolta “comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e attrezzature alpinistiche”.

La legge 4/2013 è abbastanza vaga. Dice in pratica che vengono ritenute libere quelle attività non legiferate e non rientranti in albi e ordini, ecc. Ma questo non vuole dire però che ci si possa inventare una professione superspecifica come a esempio un fantomatico Accompagnatore sulle dune delle spiagge della Calabria. Logico che questa figura non si troverebbe in nessuna legge, ma a ben vedere potrebbe invece rientrare probabilmente nella figura della Guida Ambientale Escursionistica (riconosciuta in alcune Regioni Autonome con leggi ad hoc).

Il punto cruciale è proprio chiarire cosa si intende quando si parla di tecniche e attrezzature alpinistiche. Esiste una lista ufficiale a riguardo da qualche parte?

Occorrerebbe sancire che:

– l’attrezzatura che viene utilizzata è definibile tale se è stata omologata come attrezzatura alpinistica da un organo nazionale o superiore (UIAA, CE);

– le tecniche che sono utilizzate sono equiparabili a quelle presenti nei manuali di arrampicata e alpinismo, sia in quelli per i praticanti semplici che per i soccorritori (CNSAS, ecc.).

Segnaliamo due link che sollevano il problema:
http://www.guidealpine.it/attenzione-agli-abusivi-del-canyoning.html
http://www.loscarpone.cai.it/news/items/abusivi-del-canyoning.html


Attrezzatura e chiodatura
Oggi in Sardegna chi è abilitato legalmente al lavoro su corda può realizzare fisicamente l’attrezzatura di una via ferrata o di vie di arrampicata sportiva (commissionate da enti pubblici). Indipendentemente dalla presenza di un progetto. Ciò che succede è che si salti infatti la fase del progetto.

Ma è giusto che un grafico, o un idraulico o un bagnino possano PROGETTARE una via ferrata e itinerari di arrampicata sportiva per enti pubblici?

Si tratta di percorsi che invece richiedono studi tecnici preventivi (soprattutto per le vie ferrate), esperienza nella scelta dei materiali (cementante, metallo, tipo di strutture da utilizzare, ecc.). In certi casi (vengono in mente i ponti “tibetani”) dovranno esserci valutazioni e calcoli che ricadono nelle competenze di un ingegnere o simili.

Attrezzatura delle vie ferrate e tracciatura di itinerari sportivi (almeno quelli che sono commissionati da enti pubblici) dovrebbero dunque essere riservate a figure ad hoc, in questo momento purtroppo non ancora contemplate nell’emendamento della 6/1989.

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Riordino nelle professioni di guida alpina e accompagnatore

Riordino nelle professioni di guida alpina e accompagnatore


Il 19 aprile 2016 il presidente del Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane Cesare Cesa Bianchi e il presidente della Commissione Tecnica Andrea Sarchi hanno incontrato a Roma il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Claudio De Vincenti e l’Onorevole Flavia Piccoli Nardelli, presidente VII Commissione (Cultura, scienze e istruzione) della Camera, vale a dire la commissione che ha in esame l’emendamento alla legge 6/89 che organizza la professione dell’accompagnamento in montagna.

Riguardo all’emendamento della legge 6/89, De Vincenti e Piccoli Nardelli hanno espresso la volontà di seguire una strada di concertazione tra Camera e Senato, lasciando intendere una reale possibilità di arrivare ad approvarlo entro la fine dell’anno 2016.

Roma, 19 aprile 2016: da sinistra, Claudio De Vincenti, Flavia Piccoli Nardelli, Cesare Cesa Bianchi e Andrea Sarchi
RiordinoNelleProfessioni-Claudio De Vincenti e l’Onorevole Flavia Piccoli Nardelli-19.04.2016

Come punto di riferimento per la riforma della legge che governa la professione delle Guide Alpine sarà preso proprio il testo dell’emendamento fornito dal Collegio tramite l’onorevole Enrico Borghi. Confronteranno la proposta con quelle dei Deputati Gianni Melilla e Andrea Vallascas, le quali a loro volta partivano in realtà anch’esse dall’emendamento suggerito dalle guide, solo in una versione meno aggiornata. Di fatto l’emendamento sarà pertanto confrontato con altre versioni di “se stesso”, con ottime possibilità di arrivare all’approvazione senza sostanziali cambiamenti.

In estrema sintesi, ecco cosa propone l’emendamento:
– che l’Accompagnatore di Media Montagna diventi una figura nazionale e non più regionale e sia abilitata all’accompagnamento su neve;
– che la Guida Vulcanologica sia abilitata all’accompagnamento su neve, allo scialpinismo e all’alpinismo sull’Etna;
– che sia istituita la nuova figura di Guida canyoning;
– che sia istituita la nuova figura del Maestro di arrampicata;
– che sia dato diritto di voto e rappresentanza a tutti;
– che siano istituiti i Collegi regionali anche in assenza delle Guide Alpine.

Sebbene il Dipartimento di riferimento per le Guide Alpine sia quello dello Sport, l’attività delle Guide Vulcanologiche e degli Accompagnatori di Media Montagna è sotto la vigilanza del Ministero dei beni, delle attività culturali e del turismo. De Vincenti e Piccoli Nardelli si sono impegnati a istituire un contatto tecnico diretto tra il Collegio Nazionale e il Ministero, il che da un lato semplifica le comunicazioni, e dall’altro permette al Collegio di essere più presente a quel tavolo e di far sentire la propria voce.

Aggiunta al post (24 giugno 2016)
Modifiche alla legge 2 gennaio 1989, n. 6 – Proposta di legge (presentata alla Camera dei Deputati il 20 maggio 2016).

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Diventare tecnico di elisoccorso

Diventare tecnico di elisoccorso
di Fabrizio Pina, Guida alpina Maestro di alpinismo, volontario Tesa (Tecnico soccorso alpino) del CNSAS, dal 2005 presso la Stazione Triangolo lariano, XIX Delegazione

In Europa il servizio di elisoccorso è la punta di diamante del sistema di gestione delle emergenze. L’eliambulanza è un elicottero che contiene presidi medico sanitari gestiti da medico e infermiere. Il pilota e il tecnico di volo sono preposti alle operazioni aeree e infine un tecnico di elisoccorso gestisce la sicurezza a terra dell’equipe sanitaria e partecipa attivamente alle operazioni aeronautiche speciali previste per le operazioni di soccorso.

Fabrizio Pina
DiventareTecnicoElisoccorso-Pina, Fabrizio
In Italia, a seconda delle regioni, il servizio di elisoccorso è differentemente organizzato.

Ci sono situazioni regionali in cui il servizio è in capo a corpi come Vigili del Fuoco. In questo caso tutti i componenti dell’equipe sono inquadrati come dipendenti pubblici.

In molte regioni la sanità struttura direttamente il servizio di elisoccorso: indìce una gara d’appalto riservata alle ditte aeronautiche che forniscono quindi i velivoli e il relativo personale.

E’ il caso della Lombardia: in questo caso pilota e tecnico di volo sono dipendenti della ditta aeronautica che ha vinto l’appalto del servizio di elisoccorso. Medico e infermiere che salgono a bordo sono dipendenti della pubblica sanità, mentre il tecnico di elisoccorso viene fornito dalla “libera associazione nazionale di volontariato senza fini di lucro, sezione nazionale
del Club alpino italiano” denominata CNSAS (Soccorso Alpino), mediante le proprie strutture regionali o provinciali, sulla base di una convenzione con la Pubblica Sanità (art.5bis comma 1b, legge 26/2010).

Chi opera nel Soccorso Alpino è a tutti gli effetti un membro di un’associazione di volontariato riconosciuta dallo Stato Italiano come preposta alla prevenzione e alle operazioni di soccorso in montagna.

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Il tecnico di elisoccorso è un volontario dilettante, dove per volontario si intende colui che fa qualcosa senza percepire in cambio denaro e dilettante sta per “non professionista”. Infatti il TE (Tecnico di Elisoccorso) non è una professione regolamentata in quanto non esiste un albo professionale di riferimento ed allo stesso tempo quando un TE “lavora” per il soccorso alpino in un contesto di equipe di elisoccorso non è inquadrato come dipendente; di fatto però percepisce un compenso relativo alla prestazione effettuata malgrado sia un volontario.

Nonostante vi sia un rapporto subordinato ad un’organizzazione, tipico del lavoro dipendente, il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino non è assunto. Alcuni tecnici fatturano utilizzando un codice iva generico, altri utilizzano contratti CoCoPro oppure fac simile. Di fatto, dell’equipe che lavora sull’eliambulanza, il TE è l’unico a non risultare lavoratore dipendente dell’organizzazione a cui fa riferimento ma bensì risulta un lavoratore autonomo che partecipa ad operazioni aeronautiche speciali che lo espongono ad altissime responsabilità penali e civili nei confronti delle persone con cui interagisce. Si spera che le coperture assicurative che dovrebbero tutelarlo siano adeguate. Si spera…

Il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino è quindi una figura con un piede nel mondo del volontariato ed un piede nel mondo del professionismo.

I tecnici di elisoccorso del Soccorso Alpino hanno di solito un’altra professione e si dedicano a tempo perso (circa due o tre volte al mese) a partecipare a turni di durata giornaliera presso le basi di elisoccorso. A tempo perso quindi intervengono in delicate operazioni aeronautiche che prevedono l’utilizzo di operazioni speciali come sbarco ed imbarco in hovering e verricello. A tempo perso intervengono con l’eliambulanza del servizio sanitario regionale in situazioni di emergenza su terreni alpini quali pareti rocciose, cascate di ghiaccio e ghiacciai per prestare soccorso.

Durante alcuni fine settimana, a tempo perso, partecipano ad addestramenti a volte valutativi.

A tempo perso; poiché ognuno dei TE ha il proprio lavoro: chi idraulico, chi falegname, chi impiegato, chi veterinario e chi Guida alpina dedica una parte del proprio tempo al soccorso e viene così ingaggiato ogni tanto (Tra i 20 e i 30 turni all’anno) a fare il tecnico di elisoccorso.

Come detto precedentemente il Tecnico di Elisoccorso non è una professione in quanto non esiste un albo professionale e non esiste una scuola a libero accesso che formi tecnici di elisoccorso.

Il soccorso alpino forma la propria figura di elisoccorritore e sulla base di convenzioni con le aziende sanitarie regionali lo inserisce nell’equipe di elisoccorso.

Come avviene la formazione del tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino? Il volontario del Soccorso Alpino riceve la formazione che il soccorso alpino impartisce utilizzando i propri istruttori. Partecipa alle operazioni di soccorso a terra in squadra come volontario nella misura in cui è stato formato. Il volontario che intraprende una carriera tecnica nell’associazione parte da “Operatore di Soccorso Alpino OSA” per diventare “Tecnico di Soccorso Alpino TESA” fino a raggiungere la qualifica più alta di “Tecnico di Elisoccorso TE”. Tutti e tre i livelli prevedono periodi di formazione e periodi di esame erogati tramite istruttori del soccorso alpino che sono qualifiche interne all’associazione. Non sono titoli professionali riconosciuti dallo Stato come può invece essere quello di Guida alpina.

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Che poi tanti istruttori siano Guide alpine è vero. Ma il soccorso alpino quando opera in ambito formativo, formalmente non incarica il professionista Guida alpina, ma bensì il volontario Sig. Mario Rossi. Spesso, l’organizzazione non apprezza il fatto che l’istruttore si firmi Guida alpina ma allo stesso tempo trae grandi vantaggi nel momento in cui l’istruttore incaricato alla formazione ed alla redazione dei programmi formativi sia un professionista.

Il vantaggio è duplice: qualità nell’operato ed assunzione delle responsabilità. Di fatto le Guide alpine sono presenti nel soccorso alpino e rivestono un ruolo importante soprattutto al vertice degli organi tecnici come la Scuola Nazionale Tecnici (SNATE) in cui ad oggi sono presenti solo Guide alpine; ma questo titolo formalmente non viene riconosciuto.

Il volontario del Soccorso Alpino che desidera diventare tecnico di elisoccorso deve fare domanda alla propria stazione di appartenenza ed alla delegazione. E’ a discrezione del delegato e del capo stazione inviare il candidato alle prove di selezione per accedere al corso Tecnici di elisoccorso.

E’ chiaro che l’accesso al corso sia vagliato da prove tecniche che si basano sul principio di meritocrazia, ma per accedere a queste è necessario avere il parere positivo personale di due soggetti fisici privati il cui ruolo nel Soccorso Alpino è più politico che tecnico. E’ un filtro iniziale che decide sulla base di quanto il volontario partecipi alla vita della stazione. Il problema è che in questi casi anche la simpatia piuttosto che la scomodità di una persona possono influire sul giudizio iniziale: non è possibile provare il contrario.

Se il soccorso alpino fosse un’associazione privata che opera esclusivamente con se stessa non ci sarebbero problemi. Ma in realtà il soccorso alpino è coinvolto in una convenzione con le ASL regionali che vivono sulla base di soldi pubblici. Lo stesso soccorso alpino riceve finanziamenti pubblici per organizzare i suoi corsi tra cui anche quelli di elisoccorritore.

Il giudizio personale di due soggetti privati influenza in maniera imprescindibile la partecipazione ad un corso organizzato con risorse pubbliche per formare volontari retribuiti che a tempo perso vengono inseriti in una equipe di elisoccorso che vive sui soldi del contribuente, cioè le tasse che tutti noi paghiamo. Questa è la risposta italiana in un contesto europeo che si basa sul professionismo nell’elisoccorso.

Se una Guida alpina, unico professionista (Legge n.6/89) a poter accompagnare su terreno alpino con tecniche ed attrezzature alpinistiche, volesse diventare elisoccorritore (mansione retribuita con soldi pubblici) deve passare attraverso il giudizio privato di capo stazione e delegato del Soccorso Alpino.

Quindi il veterinario e l’elettricista, se hanno il benestare di capo stazione e delegato possono accedere alle selezioni per elisoccorritori. La guida alpina certificata dallo Stato italiano ad accompagnare chiunque su qualsiasi terreno che viene ritenuta non idonea da capo stazione e delegato (figure politiche e non tecniche), ovviamente per motivi che esulano dalle capacità tecniche, non passa.

E’ difficile dimostrare che i motivi personali non possano mai influenzare il giudizio di delegato e capo stazione.

Quindi il falegname promosso dal parere positivo del capo stazione e del delegato accede ad una selezione per un corso di circa 15 giorni che lo abilita ad accompagnare medico ed infermiere su terreno alpino con tecniche ed attrezzature alpinistiche… La Guida alpina che ha frequentato un corso riconosciuto dallo stato italiano di 120 giorni distribuiti in 4 anni che lo abilita all’accompagnamento di chiunque, su qualsiasi terreno ed in maniera esclusiva, se viene bloccato dal parere personale di capo stazione e delegato non passa, e non può partecipare alle selezioni e di conseguenza al corso e quindi, in qualità di professionista ad una mansione retribuita con i soldi pubblici versati dai contribuenti, come successo a me ad inizio del 2015 nella Stazione del Triangolo lariano – XIX Delegazione.
Queste sono le mie considerazioni, ormai è tempo che si prenda la strada del riconoscimento della figura professionale di Guida alpina nell’ambito CNSAS, per i miei colleghi Guide che operano all’interno con grande professionalità, che in futuro possano operare con la stessa, ma da professionisti riconosciuti!

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Patentino e guida alpina obbligatori in Abruzzo

Patentino e guida alpina obbligatori in Abruzzo?

Il 6 novembre 2015, con l’articolo http://www.alessandrogogna.com/2015/11/06/abruzzo-soccorso-alpino-a-pagamento-ed-rc-obbligatoria/, davamo notizia di una proposta di legge regionale abruzzese che prevede, come già in altre regioni, il soccorso alpino a pagamento e la RC obbligatoria per gli alpinisti e scialpinisti.

L’articolo ha destato un grosso interesse, vista la mPateria assai scottante. Lo dimostrano i 56 commenti che ha prodotto (senza contare alcuni che sono stati cancellati per contenuti troppo sanguigni e offensivi): c’è da osservare però che, accanto a considerazioni costruttive, ci si è spesso contorti in più o meno validi attacchi, in più o meno giustificate difese, più personali che altro.
E’ interessante indagare un poco sulla genesi di questa idea.

Paolo De Luca
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Il maestro di sci Paolo De Luca racconta: “A marzo 2015, una domenica mi sono permesso di telefonare a casa del Consigliere Regionale Luciano Monticelli. Io non conoscevo Monticelli, che è stato Sindaco del Comune di Pineto (TE) per due mandati; lo vedevo in Tv e lo leggevo sui giornali. Mi sono presentato e gli ho detto che avevo a cuore questo argomento. Lui ha capito al volo l’importanza di cosa gli stavo proponendo tanto da fissare un appuntamento presso il suo ufficio in Regione all’Aquila. Io sono subito andato da lui e la mia proposta è stata presa seriamente in considerazione da subito. Ad aprile e maggio 2015 abbiamo fatto due riunioni al palazzo dell’Emiciclo. Come risultato la regione Abruzzo ha ritenuto opportuno modificare l’art. 99 della Legge Regione Abruzzo 8 marzo 2005 n. 24, permettendo, nello specifico ambito invernale (sci fuori pista), la libera frequentazione della montagna in ogni condizione, ponendo però obbligatoria, si badi bene, la dotazione individuale per l’autosoccorso (ARTVA, pala e sonda). In questo lavoro sono stato da subito appoggiato dal collega Loreto Bartolomei e successivamente anche dalla Guida Alpina Giampiero Di Federico. E a breve verrà promulgata la legge sul soccorso alpino a pagamento”

Paolo De Luca è anche autore della pubblicazione Incidenti in montagna e soccorso a pagamento.

Su Mountlive.com, con pubblicazione del 16 ottobre 2015, il presidente regionale del CNSAS, Giulio Giampietro ha esposto la posizione ufficiale del CNSAS Abruzzo. In sintesi “No al soccorso a pagamento in Abruzzo… Alla luce di una analisi attenta della situazione regionale e dei dati statistici ad essa connessi, il CNSAS Abruzzo ritiene che sia più opportuno incentivare un’opera di sensibilizzazione alla sicurezza in montagna, piuttosto che procedere alla stesura frettolosa di una normativa che, benché valida per alcune realtà regionali, sia del tutto estranea alla realtà abruzzese”.

Giampietro sostiene che occorre considerare “le cause che determinano l’incidente e la conseguente richiesta di soccorso, sul diritto civile, ma anche morale di essere soccorsi. Un esempio? Ai familiari di un ipotetico sventurato, deceduto in montagna per propria incompetenza, imperizia, incoscienza, inadeguatezza dell’attrezzatura utilizzata o, peggio, perché vittima di reale fatalità, verrà comunque recapitata una fattura per il recupero della salma?”.

Loreto Bartolomei
PatentinoAccompagnamento-loreto-bartolomei

Ad attizzare vieppiù la polemica, ecco la notizia che il 6 novembre 2015 è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte il testo della deliberazione sull’aggiornamento delle tariffe per l’utilizzo dell’elisoccorso e/o delle squadre a terra del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese in zone impervie.
Gli interventi dell’elisoccorso del 118 e delle Squadre a Terra del Soccorso Alpino non saranno più gratuiti per tutti ma prevedranno, a partire dal 1 gennaio 2016, una compartecipazione delle spese da parte della persona soccorsa in caso di «intervento immotivato, inappropriato, o generato da comportamento imprudente».
Come prosegue il testo firmato dagli Assessori Antonio Saitta e Alberto Valmaggia, le operazioni di soccorso saranno addebitate interamente «per le chiamate totalmente immotivate» e «per le chiamate immotivate che generano l’attivazione di ricerca di persone disperse a causa di un comportamento non responsabile».
In un caso, invece, i costi delle operazioni vengono addebitati in parte (fino a un massimo di 1000 €) all’individuo soccorso se causati «da utilizzo di dotazione tecnica non adeguata rispetto a qualsiasi attività ludico ricreativa e sportiva intrapresa, ovvero dalla scelta di percorsi, o gradi di difficoltà non adeguati al livello di capacità, o dal mancato rispetto di indicazioni di percorso, divieti o limitazioni».
Naturalmente la compartecipazione ai costi del soccorso non si applica in caso di interventi giustificati da motivazioni sanitarie ovvero quando il paziente viene ricoverato in ospedale o in Osservazione Breve Intensiva.
L’aggiornamento delle tariffe relative alle operazioni di elisoccorso prevedono
– un diritto fisso di chiamata di 120 €
– un costo al minuto di volo di 120 €
Relativamente all’attivazione delle Squadre a Terra del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, le tariffe prevedono
– un diritto fisso di chiamata per ciascuna squadra di 120 €
– un costo per ogni ora aggiuntiva, oltre la prima, di operazione per ogni squadra di 50 €
Il Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese sottolinea che non percepirà alcun rimborso proveniente da tali compartecipazioni, anche se le operazioni saranno svolte interamente dal proprio personale, poiché la sua attività è già supportata dalla Regione Piemonte ai sensi della legge regionale 67/1980.

Il presidente del SASP (Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese), Aldo Galliano, commenta che «la delibera introdotta dagli Assessori Saitta e Valmaggia ha, dal punto di vista della nostra organizzazione, un elevato valore etico poiché pone maggiori responsabilità su coloro che si avventurano su terreno impervio senza la dovuta preparazione oppure attivano la complessa macchina dei soccorsi in maniera immotivata. Riteniamo corretto che certi interventi, sempre assai costosi, non siano a carico della collettività bensì vedano una compartecipazione economica da parte di coloro che vengono soccorsi”.

L’idea di De Luca e Bartolomei è ulteriormente discussa il 20 ottobre 2015 nel palazzo dell’Emiciclo all’Aquila, sede del Consiglio Regionale della Regione Abruzzo. Sono presenti ai lavori i consiglieri Pierpaolo Pietrucci e Luciano Monticelli. Oltre a Paolo De Luca in rappresentanza del Collegio Regionale Maestri di Sci Abruzzo, ci sono i rappresentanti di CNSAS Abruzzo, SAGF (Soccorso Alpino Guardia di Finanza), SAF (Vigili del Fuoco), Polizia di Stato, CAI Abruzzo, ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili, ???), 118 Abruzzo e Collegio Regionale Guide Alpine Abruzzo.

20 ottobre 2015, palazzo dell’Emiciclo all’Aquila. Al centro, da sinistra: Pierpaolo Pietrucci, Luciano Monticelli e Paolo De Luca
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In questa riunione devono essere stati discussi altri temi, oltre al pagamento del soccorso e all’obbligatorietà di un’assicurazione RC. Infatti, in seguito, Loreto Bartolomei scrive: “In Abruzzo ci sarà prossimamente una legge ancora più completa delle altre regioni. Ci sarà l’obbligo di una polizza assicurativa RC per chi intende fare lo sport dell’arrampicare, usando attrezzature per farlo tipo: corde, chiodi, ramponi, scalette, ecc, come pure chi vuole sciare fuoripista. Una polizza valida anche per i danni che con quelle attività il praticante può arrecare a se stesso.
Chi ne è sprovvisto sarà sanzionato, ma non chi ama passeggiare sui sentieri delle nostre montagne.
E, sopra un certo grado di difficoltà, sarà fatto obbligo dell’accompagnamento di una guida alpina. Saranno indetti dei corsi per una prima preparazione alla frequentazione della montagna in sicurezza, per sé e verso gli altri, con esame finale di idoneità, con sensibilizzazione anche nelle scuole per i giovani studenti… Ricordo a tal proposito che in Abruzzo chi vuole recarsi a cercare funghi deve aver frequentato un corso per conoscerli e poterli raccogliere.
Infine saranno utilizzati reparti dei Vigili del Fuoco per l’elisoccorso, in quanto hanno più volte dichiarato la loro disponibilità a farlo e a terra le squadre del Soccorso Alpino delle varie forze di Polizia, Forestale e Carabinieri (
Il CNSAS non è citato, NdR). Si sta per avverare un sogno, quello di vedere meno elicotteri sorvolare le nostre montagne per il recupero di infortunati e/o di “gitanti fuoriporta”, ma soprattutto meno sperpero di denaro pubblico…”.

Queste affermazioni suscitano un grande vespaio. L’opinione degli appassionati sul soccorso a parziale o totale pagamento è assai divisa, ma in ogni caso se ne può parlare. Anche sull’assicurazione si può discutere, almeno sulla RC (assolutamente meno chiara è la questione su una specie di “casco” individuale).
Siamo invece al limite dell’assurdo quando si accenna agli esamini di idoneità per non parlare della pratica dell’alpinismo con guida alpina obbligatoria.

Daniele Caielli osserva per primo che non si capisce in base a quali leggi nel campo delle attività ludico-sportive-escursioniste queste misure possano essere adottate. Aggiunge: “Quindi per ora sarà in vigore la massima arbitrarietà, terreno propizio a una valanga di ricorsi giuridici. Attenti quindi voi trail runner che andate in montagna con le scarpe basse…”.

Giovanni Busato aggiunge che “se da un lato occorre preservare il libero arbitrio soprattutto in montagna, dall’altra l’imporre per legge un comportamento comporta creare false aspettative o false sicurezze…
La polemica sull’Artva, obbligatorio o meno, è illuminante quando si scopre che una bella fetta di chi lo indossa in realtà non sa come usarlo, o non legge i bollettini valanghe… La stipula di una assicurazione deve essere una libera scelta soprattutto consapevole, frutto di un percorso culturale: altrimenti rimane solamente un fatto formale anzi, magari una scusa per sottovalutare i rischi…, “tanto ho l’ARTVA e, comunque, sono assicurato!!!!!!!!”.

Daniele Piccini afferma che, in questo moderno medioevo della montagna, i pubblici amministratori vorrebbero risolvere il problema delle proprie responsabilità cogliendo una proposta a dir poco approssimativa per varare una legge che fa soltanto comodo ad alcuni: “Il fatto della sicurezza sembra l’ultima preoccupazione del legislatore anche se viene riportata come primaria. Le tesi a sostegno sia del pagamento del soccorso che dell’obbligo (su certi terreni) di ingaggiare una guida alpina o magari un accompagnatore di media montagna portando ad esempio casi limite riscontrabili in qualsiasi attività (chi va a 200 km all’ora con la moto e si schianta deve pagare il soccorso?) sono irricevibili. A chi sostiene che solo a Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale dello Stato e Vigili del Fuoco si debba assegnare il compito del soccorso in montagna, pur nel rispetto dello loro professionalità, voglio ricordare che per tale compito sono formati e giustamente pagati dalla comunità. Non vedo citato in Soccorso Alpino e Speleologico ugualmente professionale ma formato da volontari”.

Fulvio Turvani
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Molto attivo è Fulvio Turvani che in più interventi argomenta: “Sono contrario prima di tutto come soccorritore.
La prima conseguenza di queste leggi è mettere in difficoltà noi. Succederà, succede, che qualcuno per timore di dover pagare tarderà a chiamare i soccorsi. Un soccorso banale alle 15, diventa critico a fine giornata. Il recupero di qualcuno perso su un prato o una cresta, è più facile dello stesso qualcuno che dopo aver provato a scendere, senza sapere dove, si è infilato in un canale o perso nel bosco. Prima o poi qualcuno per non aver chiamato, perché si è perso sano e aveva paura di pagare, lo ritroveremo morto.
Sempre da soccorritore mi chiedo perché chi va in montagna deve pagare, e tutti gli altri no. Gli automobilisti indisciplinati, i fungaioli imprudenti, il ciclista distratto e quello che da 15 anni si rifiuta di ascoltare i consigli del medico…
Perché chi decide di passare la domenica in montagna e sbaglia sì, e chi decide invece di passarla in autostrada e sbaglia no?
… Per un intervento in Grigna, ne faccio 20 su strada. Ma nessuno dice di far pagare l’elicottero a chi correva troppo in auto, a chi non rispetta le distanze di sicurezza, a chi non si assicura di avere le luci dell’auto a posto prima di mettersi per strada.
Ma guai se due ragazzi son saliti in Rosalba con i jeans.
… Solitamente la giustificazione è che gli alpinisti “vanno a cercarsela”… Dicono che i soccorsi costano. Ma sono sicuro che se andiamo a vedere i bilanci delle regioni, o anche solo quelli nel mio caso dell’elisoccorso, si scoprirebbe che i costi per gli interventi che riguardano gli alpinisti sono una frazione di un costo decisamente superiore. Se poi allarghiamo l’orizzonte e guardiamo il costo sociale, ci si rende conto che l’alpinista sprovveduto/diseducato/incosciente, ha un costo sociale ben inferiore a quello del generico cittadino sprovveduto/diseducato/incosciente.
Quindi la domanda torna ad essere “perché gli alpinisti si e tutto il resto dell’umanità no?”.
… In ogni caso chi fa queste proposte si assume la responsabilità di uccidere uno degli ultimi spazi di libertà individuale, di solidarietà tra persone con idee diverse ma consapevoli di dividere un sentimento, chiamiamolo passione, comune.
Ribadisco ancora una volta che son certo che l’aspetto economico vero sia marginale. Per quanto un intervento in montagna sia singolarmente più complicato e costoso di uno in autostrada (ma mica sempre… quanto costa alla comunità la chiusura di un’autostrada per una o due ore?)
”.

In vetta al Gran Sasso d’Italia 2912 m: non proprio in infradito, ma quasi
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Loreto Bartolomei
 cerca di riassumere la situazione, almeno dal suo punto di vista: “Chi frequenta la montagna camminando sui sentieri segnati nulla deve pagare se per caso subisce un incidente: se però andando in ospedale il codice sarà verde, e quindi non viene ricoverato, non subisce medicazioni e torna a casa, oppure addirittura nel caso che il “soccorso” venga portato a valle alla propria autovettura, in questi casi il “furbo” paga il soccorso per intero. Se invece è soccorso un alpinista, dotato dell’attrezzatura necessaria e se l’infortunio avviene per fatalità, insomma quando non poteva onestamente essere previsto: se il “soccorso” è ferito e al pronto soccorso viene medicato, ha dei giorni di ricovero o di convalescenza, nulla deve per il servizio. Se invece l’evacuato viene sorpreso con attrezzatura inadatta, o se andando in ospedale gli viene assegnato codice verde, e quindi non viene medicato, ricoverato, allora deve pagare per intero il soccorso…

L’accompagnamento da parte della guida alpina sarà obbligatorio a partire da un certo grado di difficoltà dell’arrampicata, questo sarà stabilito dal collegio delle guide. Essendo le operazioni di soccorso effettuate da personale (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forestale, Vigili del Fuoco) con ruolo di Polizia Giudiziaria, saranno loro a certificare con un rapporto l’accaduto. Insomma, il tempo dei “furbetti” con infradito che una volta stanchi si fanno riaccompagnare in macchina a valle aggratis, e finito.

Le guide alpine Marcello Cominetti e Stefano Michelazzi intervengono anche più di una volta per ribadire non solo quanto sono contrari all’obbligo di accompagnamento di guida alpina ma anche quanto si augurano che i colleghi si esprimano al più presto al riguardo.

Alberto Benassi prova a concludere amareggiato: “Visto che le montagne non sono di proprietà dei vari Loreto di turno, ma sono di tutti; visto che la libertà di andare in montagna è sacra come è sacra la libertà di andarci in base al proprio stile e capacità. Se passerà questa legge dell’obbligo della guida e dell’obbligo del soccorso a pagamento solo per gli alpinisti, propongo una manifestazione di protesta da fare ad esempio a Prati di Tivo”.

Considerazioni
Paolo De Luca e Loreto Bartolomei hanno fatto per primi una proposta in regione Abruzzo per risolvere un problema decisamente scottante. Di questo dobbiamo dare loro atto, considerando per esempio che una delle prime conseguenze è stata l’abolizione dei divieti sul fuoripista.

Riteniamo però, come già asserito sopra, che mentre sia tutto discutibile e perfettibile, è da respingere qualunque tentativo di rendere obbligatorio un patentino e tanto meno l’accompagnamento di una guida alpina.

 

 

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Quel che un non-vedente riesce a vedere

Quel che un non-vedente riesce a vedere

Il 3 agosto 2015 Gabriele Scorsolini, giovane quindicenne non-vedente, accompagnato dall’amico (e guida) Paolo Caruso e da Luigi Martino, è riuscito a salire la via normale della Punta Anna nei Monti Sibillini (la via Vagniluca-Cecchini-Kamenicky, 1969, AD+ con variante finale di IV e V).

La prima salita alpinistica di Punta Anna effettuata da un non-vedente, al di là della notizia, ha messo in evidenza alcune gravissime criticità che sono conseguenza non solo dei regolamenti del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ma soprattutto della scarsa disponibilità di questo Ente ad accettare il dialogo per concertare soluzioni condivise e giuste.

L’avvicinamento a Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-02 Paolo e Gabriele prima di P. Anna

Eppure qualsiasi cittadino auspica che una Pubblica Amministrazione lavori per il bene comune anche introducendo regolamenti intelligenti o quantomeno sostenibili e sufficientemente in armonia con le normative italiane ed europee.

Quando sono in montagna e quando arrampico mi sento libero, una libertà difficile da raggiungere nella vita quotidiana. Non vedere non è un problema, posso sviluppare altre percezioni… questa è una cosa importante che trovo nell’arrampicata e nella montagna. Ho avuto la fortuna di iniziare imparando le tecniche del Metodo Caruso direttamente con l’ideatore, cosa che mi permette di muovermi liberamente e in modo corretto ma soprattutto di capire e di sviluppare le intuizioni che sono determinanti quando arrampico”.

Gabriele arrampica da pochi mesi ma ha già sviluppato una capacità che molte persone vedenti impiegano anni per raggiungerla.

Nella ripida discesa verso l’attacco della Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-03 la ripida discesa verso P. Anna

Per me arrampicare non è difficile, mi diverto tantissimo, la difficoltà principale la trovo forse nei sentieri intermedi, né facili né difficili. Se riesco a poggiare le mani, posso controllare bene il mio peso e utilizzare le gambe al meglio, mentre i sentieri con molte irregolarità mi costringono a una camminata più lenta e faticosa. Lavorare sulla tecnica è fantastico, già solo avendo imparato a controllare il “doppio peso” le mie potenzialità si sono moltiplicate. Arrampicherei sempre, falesia, montagna, ovunque. Arrampicare in un certo modo mi fa “guardare” lontano e mi aiuta a capire i pericoli e anche le deformazioni e le false illusioni dell’ambiente della scalata. Sono contentissimo di ottenere dei risultati, ad esempio di aver salito Punta Anna, ma so che quello che voglio è imparare, migliorare, ma soprattutto capire e stare a contatto con la natura, con la roccia e con le persone con cui sono in sintonia e di cui mi fido”.

Anche per quanto riguarda i lunghi avvicinamenti, tipo quello di Punta Anna, Gabriele ha qualcosa da dire: “La montagna per me è libertà, ma da quando sono venuto a conoscenza della discriminazione che subiamo noi alpinisti nei Monti Sibillini ho capito che i veri limiti da superare per l’umanità sono l’ignoranza e la mancanza di umiltà. Chi riveste ruoli di potere dovrebbe stabilire regole giuste e non certo discriminatorie. Non potendo vedere sono molto sensibile al rumore e alla velocità dei mezzi a motore e per questo sono convinto che anche i camosci sono disturbati da queste cose, ma non certo dall’alpinismo. I camosci vanno d’accordo con gli alpinisti, lo capisco io a quindici anni ma sembra che non lo capiscano i signori del Parco… Mi sono informato molto su tutta la questione per capire che simili divieti sono assurdi: per esempio al Gran Sasso non sono mai stati imposti divieti a seguito dell’introduzione dei camosci e i camosci si sono moltiplicati subito.

Gabriele in arrampicata sulla Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-04 Gabriele in arrampicata

Nei Sibillini si verificano cose incredibili, si vieta l’alpinismo e allo stesso tempo si consente il transito ai mezzi motorizzati. Vorrei dire a chi ha scritto il regolamento 384 e a tutti i funzionari del Parco che li invito a venire con me in montagna, non certo per competizione, anche soltanto a camminare ma dopo averli bendati, così che possano provare quello che io provo: sono sicuro che acquisterebbero altri occhi, ma non quelli che permettono di vedere quanto invece quelli che permettono di capire, gli occhi interiori, così come sono sicuro che si spaventerebbero di più per il rumore improvviso di una moto che scorrazza invece che per il passaggio degli alpinisti.

In più, dopo aver salito Punta Anna, (secondo il regolamento) saremmo dovuti scendere con la pioggia per un sentiero che non è adatto a me e non è neanche tracciato invece che percorrere uno dei sentieri ufficiali che sono utilizzati da tutti ma, secondo i signori del Parco, vietati a noi alpinisti.

A volte rimango stupito dalla scarsa lungimiranza dei “vedenti”: non è difficile capire che bisogna accettare il dialogo per fare bene le cose e soprattutto ascoltare le persone più competenti perché non ascoltare queste persone equivale a far dilagare la degenerazione e l’ingiustizia. Al Direttore vorrei dire che non sono contrario alla caccia, anche mio padre è cacciatore, ma forse sarebbe il caso che un cacciatore come il direttore del Parco capisse che gli alpinisti non fanno alcun danno, almeno quelli ben preparati come ritengo che noi siamo, al contrario dei cacciatori che bene o male uccidono gli animali. Come i cacciatori possono cacciare dove e quando consentito, in quanto esperti nel loro settore, così gli alpinisti dovrebbero poter fare gli alpinisti nel loro territorio, cioè nelle montagne, per le competenze che hanno, magari insieme ai camosci con cui non c’è alcun conflitto. Che vietino il transito dei mezzi a motore nelle zone critiche, ma non l’alpinismo! Come si fa a non capire la differenza tra le due attività? Il giorno della salita a Punta Anna non abbiamo incontrato alcun camoscio nella zona della parete; invece li abbiamo visti e ho sentito i loro richiami da un’altra parte, sul M. Bove Sud. E allora, signori del Parco, cosa facciamo? Diciamo ai camosci che devono andare a Punta Anna e li obblighiamo a starci o togliamo il divieto da Punta Anna e vietiamo il passaggio agli uomini sul M. Bove Sud…?”.

Gabriele sale le lame del traverso
QuelcheunNonVedente-Sibillini-06 Gabriele sale le lame del traverso

Gabriele da capocordata. Luigi Martino lo assicura. Foto Paolo Caruso
QuelcheunNonVedente-Sibillini-07 Gabriele da capocordata con Paolo

Gabriele sull’ultima lunghezza della via
QuelcheunNonVedente-Sibillini-08 Gabriele sale l'ultimo tiro

Gabriele e Paolo in vetta alla Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-10 Sulla vetta di P. Anna

Il ritorno con temporale per il sentiero VIETATO agli alpinisti
QuelcheunNonVedente-Sibillini-11 il ritorno con temporale per il sentiero VIETATO agli alpinisti

I camosci incontrati sul M. Bove Sud (e non a Punta Anna)
QuelcheunNonVedente-Sibillini-12 i camosci li incontriamo sul M. Bove SUD e NON a P. Anna

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Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Anche sui Monti Sibillini dopo le impetuose bufere prima o poi dovrà tornare il sereno. A quanto sembra, più poi che prima. Chi volesse, per comodità, qui sotto trova lista completa dei nostri post su questo delicato e complesso argomento.

31 dicembre 2013 Numero chiuso nel Parco dei Sibillini?
15 marzo 2014: Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della Natura?
8 ottobre 2014: Accordo Parco dei Sibillini – Guide Alpine
8 novembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 1
4 dicembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 2
4 gennaio 2015: La lunga notte dei Sibillini 3
19 gennaio 2015: Monti Sibillini, una possibile alba

Sono passati nove mesi e ancora il pargolo non nasce, anzi. L’occasione per riprendere l’argomento è data da una lettera che la guida alpina Paolo Caruso ha spedito l’11 agosto 2015 al Prefetto di Macerata, con oggetto: richiesta chiarimenti regolamenti con possibili discriminazioni – Parco Nazionale Monti Sibillini.
Crediamo che già con queste righe ci si possa fare idea della poca chiarezza che regna in una Pubblica Amministrazione, come è quella de Parco dei Sibillini, e dell’evidente difficoltà di comunicazione tra le parti.
In conoscenza sono parecchi altri soggetti, tra i quali Matteo Renzi e vari Uffici del Consiglio dei Ministri.

Gabriele Scorsolini guidato da Manfredi Caruso sul M. Bicco. Foto: Paolo Caruso
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Ecco il testo (qui è il documento in pdf):
“Il sottoscritto Paolo Caruso, in qualità di professionista della montagna, Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo, non riuscendo ad avere chiarimenti in merito alle gravi disposizioni del nuovo regolamento DD. 384 del Parco Nazionale dei Monti Sibillini (ALLEGATO A), relativamente agli avvicinamenti ed agli allontanamenti delle salite alpinistiche nell’area del M. Bove Nord, che sembrerebbero ledere la libertà personale e le scelte professionali, oltre a sembrare discriminatorie ed essere potenzialmente pericolose per la Pubblica Sicurezza e per il mantenimento dell’Ordine Pubblico, con la presente si rivolge alla Sua Spettabile Autorità con la speranza di avere chiarimenti in merito a tali disposizioni anche al fine di essere sicuro che il detto DD 384 sia stato emanato nel rispetto della Costituzione e delle leggi italiane, oltre che internazionali.

Premessa
Nel gennaio 2009 l’Ente Parco impone un divieto per le attività alpinistiche, definito “temporaneo”, per tre mesi a seguito dell’introduzione del Camoscio appenninico. Tale divieto, che ha penalizzato fortemente gli alpinisti e in particolare i professionisti della montagna, come il sottoscritto, è stato poi prolungato per oltre 5 anni fino al 2014. L’8 luglio 2014 l’Ente Parco dichiara in una conferenza pubblica che il divieto verrà eliminato entro il mese di luglio 2014 e sostituito da una nuova regolamentazione. Nonostante ciò e nonostante il sottoscritto avesse informato l’Ente Parco della salita alpinistica a Punta Anna (M. Bove Nord), come da indicazioni dell’Ente stesso, effettuata il 19 agosto 2014, una sanzione viene elevata dal Corpo Forestale su richiesta dell’Ente Parco alla mia persona durante l’esercizio della professione. Il ricorso relativo a tale sanzione presentato dal sottoscritto al Presidente della Repubblica è attualmente in esame presso il Consiglio dei Ministri.

Paolo Caruso sul Pilier Sibillino
SibilliniTorneràSereno-05 P. Caruso su Pilier Sibillino

Sempre nell’agosto 2014 viene pubblicato all’Albo Pretorio il DD 384 senza che i documenti relativi a tale pubblicazione fossero allegati o resi reperibili e disponibili alla consultazione, violando quindi le normative sulla informazione, partecipazione e trasparenza in tema ambientale, come stabilito dalla Convenzione UNECE di Aarhus oltre alla legge italiana 241/90. Inoltre, alcune richieste di modifica relativamente all’atto pubblicato all’Albo sono state inviate nei termini di legge dal sottoscritto e dal dr. Marco Speziale, ma lo stesso Ente Parco, pur dichiarando che tali richieste erano state “in parte accolte” (ALLEGATO B) senza aver mai specificato quali fossero, insiste nell’applicare il DD 384 senza che esso abbia subito alcuna modifica e neanche una ripubblicazione all’Albo, come richiesto invece dalle normative sopra indicate.

Si fa presente, inoltre, che se da un lato è stata vietata dall’Ente Parco per quasi sei anni la pratica dell’alpinismo al M. Bove Nord impedendo perfino l’esercizio della professione alle Guide Alpine, professione che non è di impatto e si esegue senza mezzi a motore, allo stesso tempo l’Ente Parco medesimo consente l’accesso ai mezzi motorizzati perfino nella stessa area del M. Bove Nord (quella vietata, dunque, perfino alle Guide Alpine), per le “attività produttive” e per le attività “agro-silvo-pastorali” ma anche per progetti sperimentali o per attività non legate alle funzioni menzionate agro-silvo-pastorali (vedi ad esempio il “discusso” Progetto Praterie Altomontane). Ma stando a quanto sopra esposto, si precisa che anche le Guide Alpine svolgono un’attività produttiva (ALLEGATO C, fattura professionale relativa alla salita alpinistica che ha determinato la sanzione). Alle richieste di chiarimento sul perché di questa grave e assurda discriminazione l’Ente Parco non ha mai risposto mentre il Corpo Forestale, anch’esso interpellato, fornisce alla richiesta del sottoscritto (ALLEGATO D) una risposta non certo esaustiva (ALLEGATO E), nella quale si specifica soltanto che i mezzi a motore autorizzati possono accedere all’area “critica” per le motivazioni sopra indicate. Ma allora, perché si riserva alle guide alpine un trattamento così diverso e penalizzante se non propriamente discriminatorio?

Marta Zarelli su Dittatura Democratica. Foto: Paolo Caruso
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Fatto
Il DD 384, regolamento che è irregolare e dovrebbe comunque essere annullato per i vizi di forma sopra indicati, contiene disposizioni relative agli avvicinamenti alle pareti alpinistiche del M. Bove e agli allontanamenti dalle stesse, appellati “rientri” nel regolamento suddetto, che sembrerebbero ledere perfino i più basilari diritti della libertà personale, come sopra indicato, con la possibilità di mettere perfino a rischio la Pubblica Sicurezza e l’Ordine Pubblico. In pratica, con il DD 384 si discriminano gli alpinisti rispetto agli escursionisti: questi ultimi possono percorrere tutti i sentieri esistenti e ufficialmente percorribili, mentre gli alpinisti vengono obbligati dalle disposizioni suddette a percorrere soltanto un sentiero prescelto e imposto dall’Ente Parco o, al massimo, a scegliere tra due sole possibilità impedendo comunque un libero passaggio sui sentieri esistenti. Non si riesce a comprendere il motivo di questa discriminazione: perché gli alpinisti nei Monti Sibillini non possono scegliere il sentiero su cui camminare come avviene invece per qualsiasi escursionista nella stessa area e per tutti gli alpinisti che frequentano qualsiasi altra montagna italiana e del mondo?

La richiesta di chiarimenti effettuata dal sottoscritto all’Ente Parco prima e al Corpo Forestale dopo (ALLEGATO F) ha ricevuto soltanto risposte vaghe e approssimative, tutt’altro che chiare ed esaustive (ALLEGATO G e ALLEGATO H).

Inoltre il sottoscritto, come professionista, ha il dovere di scegliere adeguatamente il sentiero di avvicinamento e di allontanamento a seconda delle condizioni meteorologiche e delle possibilità delle persone che si trova a condurre, dell’orario, ecc., onde evitare di mettere a rischio l’incolumità delle persone di cui è responsabile. Durante la 1a salita alpinistica di Punta Anna effettuata insieme a un ragazzo quindicenne non-vedente, avvenuta il 3 agosto 2015, il sottoscritto ha deciso di NON rispettare il DD.384 per non mettere in pericolo il ragazzo stesso, con la possibilità di subire un’altra assurda e insensata sanzione. Infatti, il sottoscritto avrebbe dovuto “costringere” il ragazzo non-vedente a seguire, secondo le disposizioni dell’Ente Parco, il sentiero denominato n. 4 nello stesso DD 384, che di fatto oltre a non essere tracciato è privo di adeguata segnaletica e quindi praticamente impossibile da seguire: il sottoscritto ha pertanto ritenuto opportuno percorrere un sentiero molto più adatto al ragazzo, ma vietato agli alpinisti perfino con disabilità particolari, pur essendo utilizzato regolarmente da tutti gli escursionisti.

Perché l’Ente Parco ha introdotto un regolamento che, oltre ad essere irregolare per vizi di forma, potrebbe mettere in pericolo non solo le persone così dette “normali” ma perfino penalizzando e discriminando le persone disabili? Tutto ciò è regolare? Le normative italiane ed europee vengono così rispettate?

Si sottolinea, inoltre, che non sono soltanto i professionisti e i disabili ad essere penalizzati e discriminati dal DD 384 ma tutta la comunità degli alpinisti. Infatti, il prerequisito che è alla base dell’alpinismo prevede e richiede la valutazione anche degli itinerari da effettuare che devono essere scelti a seguito di una libera valutazione interpretativa in accordo e in armonia con tutti gli altri fattori che rientrano in particolare nella pratica dell’attività alpinistica, anche per ovvie questioni di sicurezza!

Marco Todisco su Comandante Massud. Foto: Paolo Caruso
SibilliniTorneràSereno-11 Marco Todisco su Comandante Massud foto P. Caruso

Conclusioni
Considerando quanto sopra, sono a chiedere quanto segue:

1) È lecito discriminare gli alpinisti con un regolamento come il DD. 384 che impedisce agli stessi di percorrere i sentieri esistenti e normalmente utilizzati dagli escursionisti?

2) È lecito discriminare l’attività produttiva delle guide alpine, vietandone l’esercizio professionale, rispetto a quelle consentite ed effettuate con mezzi a motore che, oltre ad essere evidentemente a forte impatto ambientale, sono tra le principali cause di disturbo per il Camoscio appenninico introdotto nell’area del M. Bove?

3) È lecito mantenere in vigore un regolamento come il DD 384 nonostante i vizi di forma, la mancata ripubblicazione all’Albo Pretorio con le modifiche richieste nei termini di legge e la mancata possibilità di poter consultare i documenti che non sono stati allegati e resi disponibili alla consultazione nel momento della pubblicazione del regolamento all’Albo stesso, oltre agli elementi sopra indicati che appaiono come discriminatori?

Considerando che dopo sei (6) anni dall’imposizione del divieto alpinistico temporaneo di tre (3) mesi, di innumerevoli tentativi di dialogo con l’Ente Parco e di richieste di chiarimenti rivolte anche ad altre autorità preposte al fine di vedere rispettati i diritti degli alpinisti e dei professionisti della montagna, non si riesce ad avere le risposte del caso, tra cui in particolare alle tre (3) domande sopra indicate, si confida in un Suo cortese riscontro e ringraziandoLa per l’attenzione prestata, nonché rimanendo a Sua disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti, invio cordiali saluti.

Paolo Caruso
Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo
www.metodocaruso.com

Paolo Caruso su Dittatura Democratica
SibilliniTorneràSereno-08 P. Caruso su Dittatura Democratica

Considerazioni
Come si vede, dopo quasi sette anni le domande sono importanti.
Perché gli alpinisti sul M. Bove non possono percorrere i sentieri che sono aperti a tutti, scegliendoli liberamente, come invece avviene per qualsiasi escursionista che transita nella stessa area?

Come verrebbero effettuati i controlli lungo i sentieri accessibili solo agli escursionisti, per individuare e sanzionare gli alpinisti? Sono previste perquisizioni agli zaini di coloro che percorrono i sentieri con lo scopo di bloccare chi possiede corde e moschettoni e allo stesso tempo lasciare il libero passaggio agli escursionisti?

Qualora si verificassero incidenti a danno di qualche alpinista, dovuti all’imposizione del percorso da seguire per l’avvicinamento/allontanamento alle/dalle “Vie”, così come stabilito nel D.D. n. 384, a chi verrà imputata la responsabilità? A coloro che hanno elaborato/deciso i percorsi che gli alpinisti devono seguire obbligatoriamente (l’Ente Parco che lo ha sviluppato in collaborazione con il Collegio delle Guide Alpine delle Marche) o a chi lo ha ritenuto valido e lo ha fatto divenire effettivo? Oppure la responsabilità verrebbe a cadere sulle Autorità preposte al controllo che pur essendo state avvertite sembrerebbero non essere intervenute per correggere le “anomalie” e criticità?

Perché alcuni mezzi motorizzati autorizzati possono scorrazzare liberamente perfino al di fuori delle sedi stradali e perfino nella zona critica vietata all’alpinismo?

Perché i mezzi motorizzati autorizzati circolano liberamente per “fini produttivi” nella zona vietata all’alpinismo, passando addirittura sui prati relativi all’area in discussione quando, allo stesso tempo, si è vietato ai professionisti della montagna l’accesso e per ben 6 anni non gli sono state concesse autorizzazioni ma anzi gli sono state perfino elevate sanzioni? Si possono discriminare i “fini produttivi” in base alla tipologia delle differenti attività, consentendo incredibilmente quelli a più elevato impatto ambientale (i mezzi a motore) e non quelli a basso impatto (l’alpinismo per tutti e l’attività delle guide alpine)? Su quale criterio si basa la “scelta” di un’attività con “fini produttivi” leciti e legali per rilasciare le autorizzazioni? E’ sensato e lecito tutto ciò?

Se il DD. 384 del Parco dei Sibillini non è regolare per vizi di forma, perché continua ad essere applicato?

Quali sono gli organi preposti al controllo di una Pubblica Amministrazione come è l’Ente Parco?

Perché si permette l’accesso dei mezzi motorizzati anche relativamente al Progetto Praterie Altomontane, perfino al di fuori delle sedi stradali e nelle immediate vicinanze dell’area vietata all’alpinismo, nel momento in cui lo stesso progetto esclude l’utilizzo dei mezzi a motore?

Paolo Caruso, dopo anni di tentativi di dialogo con l’Ente Parco, fa il punto sulla situazione: “Non ci sono parole per definire quanto accade nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini… il fatto che il Parco sia tra gli ultimissimi posti per frequenze turistiche non è certo un caso e la dice lunga sulla situazione e sul tipo di gestione. Se pensiamo poi che la gran massa di turisti si concentra a Norcia soprattutto per la fioritura di Castelluccio e in pochissimi altri luoghi… la situazione è preoccupante e allarmante. Abbiamo cercato di spiegare molte volte, ricordando le normative nazionali e internazionali, che i parchi sono stati istituiti per due ragioni principali: salvaguardare la natura e, allo stesso tempo, creare opportunità, favorendo soprattutto le attività a basso impatto ambientale, come quelle tradizionali, non ultimi l’alpinismo, l’escursionismo, lo scialpinismo, ecc. Tra divieti e sanzioni nel territorio si respira un’aria come se si volesse allontanare qualsiasi forma di turismo che non sia quella culinaria e di turismo sulle strade, o sul grande anello dei Sibillini ove, per altro, si sono verificate diverse criticità, non ultima quella relativa ai rifugi del parco chiusi.

Paolo Caruso su Ultimi Cavalieri
SibilliniTorneràSereno-09 P. Caruso su Ultimi Cavalieri

Per quanto riguarda i sentieri, le ingenti somme economiche investite, ad esempio, si parla di diverse centinaia di migliaia di euro, è tale da lasciare perplessi vista la situazione attuale e considerando anche tutte le criticità emerse a tal proposito, segnalate anche su questo blog. Ci si domanda come possa ancora sussistere una tale situazione caotica nonostante i suddetti stanziamenti pubblici ma anche per quanto previsto dal Protocollo d’intesa del 15 settembre 2014 tra Federparchi e CAI, in cui si ribadiscono i compiti del Sodalizio di “provvedere al tracciamento, alla realizzazione e alla manutenzione dei sentieri”. Inoltre, sarebbe apparso sicuramente più logico e di qualità avvalersi anche del parere dei professionisti della montagna locali (Guide Alpine, Accompagnatori, Guide escursioniste, Guide parco), che conoscono bene i percorsi della zona, onde ovviare alle problematiche ben note presenti in questo territorio.

Se poi ricordiamo le tre multe ricevute da Luigi Nespeca relativamente alla conduzione del cane al guinzaglio perfino nei sentieri privi di segnaletica opportuna e accessibili ai cavalli, ai muli, alle mountain bike oltre che ai cani senza guinzaglio utilizzati per il censimento delle coturnici, per la pastorizia, ecc., la situazione appare ancora più grottesca.

Dobbiamo solo evitare di prestare il fianco a possibili attacchi accaniti del Parco in quanto la situazione è ora particolarmente accesa: pensa che alcuni di noi stanno valutando una possibile querela per violazione della Privacy da parte del Parco (eh già, ne commettono di tutti i colori e neanche lo vogliono ammettere).

Che siano particolarmente nervosi lo si vede anche da questo documento del 30 luglio 2015. E’ una comunicazione del Parco che riguarda un altro capitolo, il loro errore di aver divulgato il Verbale della riunione dell’8 luglio 2014 con i dati personali di molte persone presenti (telefono, e-mail, ecc) senza alcuna autorizzazione degli stessi. Invece di cercare di rimediare nel migliore dei modi cercano di difendersi attaccando, come quando si è con le spalle al muro… Tra le varie cose, propongono che io cancelli dal Verbale che hanno inviato a me, e che è stato mandato perfino in Europa come allegato alla chiusura del Progetto sul Camoscio, alcuni nomi delle persone… ed è pure un pdf! Scrivono pure che i nostri commenti sul Gogna Blog “si sarebbero spinti oltre la critica” e quindi messo in cattiva luce il Parco. Non il loro operato, bensì i nostri commenti!

Per tutto questo ho deciso di alzare il tiro e andare avanti. Questi signori ancora sembrano non aver capito che hanno il dovere, soprattutto in tema ambientale, di informazione e trasparenza, anche nel caso in cui nessun cittadino chieda di poter visionare i documenti, figuriamoci quando lo si chiede, come nel nostro caso. Per come li ho sentiti nervosi, potrebbero aver ricevuto qualche avviso da qualche autorità da noi interpellata…

Pertanto, ecco la mia risposta alla comunicazione del Parco del 30 luglio 2015. Rispondo punto per punto sull’argomento “privacy”, poi però:
– li richiamo a una maggiore osservanza della legge, come Pubblica Amministrazione;
– contesto alla loro comunicazione la continua serie di imprecisioni e affermazioni non vere;
– li richiamo anche sul tono piccato, minaccioso e accusatorio che caratterizza le comunicazioni a me da loro inviate”.

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La pervicace ricerca del destino – parte 1

La pervicace ricerca del destino – parte 1 (1-2)
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onversazione con Alessandro Gogna (Milano, 14 luglio 2015)
di Giorgio Robino

Perché ancora un’intervista ad Alessandro Gogna? Quest’uomo ha fatto così tanto e ci ha comunicato così tanto, come forse pochi altri alpinisti, pochi altri intellettuali, in questi nostri tempi decadenti.

Ma da qualche anno, leggendo gli articoli quotidiani del suo Gogna Blog, ed anche rileggendo bene alcuni passaggi in suoi vecchi libri, compaiono qua e là alcune tematiche di ampio respiro, quasi estranee alla solita dialettica alpinistica; compaiono ricorrenti parole come Natura, Amore, Libertà, Arte, Mistero. Ho la sensazione che tutto il suo dire sia una maledetta metafora, tra materia e spirito.

Traspare l’elaborazione di una visione filosofica, ma ho come la sensazione che, malgrado le innumerevoli interviste e le sue numerose partecipazioni a convegni, malgrado l’impegno trasparente delle lotte ambientalistiche, ci sia nei suoi articoli ancora qualcosa di detto e non-detto, un pensiero ancora non chiaro a me. Per questo azzardo proponendogli questa intervista.

Il risultato è forse più sorprendente del previsto ed il lettore è invitato ad auto-assicurarsi con una sosta fatta a modo, perché poi i tiri intellettuali sotto sono belli esposti.

Bisogna legarsi, come Ulisse. Buona lettura.

Giorgio Robino
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PARTE 1 (l’azione sociale)
Le Guide Alpine, il Club Alpino Italiano, Mountain Wilderness, l’Osservatorio delle libertà, il Gogna Blog

Il mese scorso, giugno 2015, sei stato eletto nel Consiglio Direttivo 2015-2018 del Collegio Nazionale Guide Alpine [http://www.guidealpine.it/elezioni-del-consiglio-direttivo-2015-risultati.html]. Mi racconti della tua esperienza come Guida Alpina?
Ho fatto il corso di Aspirante Guida nel 1979/1980, poi nel 1983 ho fatto il Corso Guida e sono stato bocciato nello scialpinismo; avevo profonde incomprensioni con il direttore di allora, Gigi Mario, un monaco buddista zen… L’ambiente non mi piaceva. Così non ho insistito!

Dodici anni dopo nel 1995 ero in una situazione tra coloro che stanno sospesi, perché ero Aspirante Guida ma non ero iscritto all’albo. C’era una ristrutturazione burocratica a livello regionale. Quindi hanno fatto una specie di sanatoria e in Lombardia, con un corso di tre giorni… sono passato, fine (mentre ora fai una cinquantina di giorni per diventare Aspirante e altrettanti per diventare Guida). Allora c’erano 30/35 persone nelle mie stesse condizioni, abbiamo avuto la stessa fortuna! Dunque sono Guida Alpina dal 1995. Ogni 3 anni faccio un regolare aggiornamento, e il prossimo sarà nel 2016.

Gigi Mario (Engaku Taino)
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Avevi idea di fare la Guida Alpina come lavoro?
No, non ho mai avuto l’idea di praticare, nemmeno nel 1979, in cui uno poteva crederci… sapevo che non era la mia vita, però mi piaceva l’idea di diventare guida proprio perché pensavo che il mondo delle guide fosse più “vicino” all’evoluzione di quello dell’accademico del CAI (ero accademico dal 1972, ma diventando Aspirante guida Alpina, venni messo fuori). Vedevo il CAAI un po’ troppo paludato, in realtà i decenni posteriori mi hanno dato torto.

Ho voluto fare il corso perché credevo che le guide avessero più responsabilità, nel mondo dell’alpinismo, nel senso che intanto erano sicuramente più preparate degli accademici, non che gli accademici non siano preparati, però le guide sono in montagna tutti i giorni, portano la gente in giro, hanno delle responsabilità e sono in continuo contatto con il mondo alpino. Poi forse avevo una visione un po’ romantica, come Popi [http://www.banff.it/giuseppe-miotti-rinuncia-al-titolo-di-guida-alpina/], per cui volevo aiutare le guide alpine, che dovevano tirarsi fuori da un certo tipo di limbo!

Una volta erano quelli con la barba e la pipa… (e le guide erano “del CAI”!). Ma, negli anni ’80, cosa erano le Guide Alpine?

Negli anni successivi al 1995 ti sei candidato come rappresentante nel collegio nazionale delle Guide Alpine?
No, quest’anno è stata la prima volta. Non lo ho fatto prima un po’ per ritrosia, un po’ per non avere troppi impegni; adesso posso perché faccio meno cose essendo più anziano, vado meno in giro, ho l’impegno forte del blog, ma ora ci sta, mentre dieci anni fa non ce la avrei fatta per mancanza di tempo.

Poi c’era questa sensazione di non essere come loro. Loro fanno il mestiere quotidianamente, io no. Questo mi ha un po’ frenato, in passato.

Ora però vedendo quanto sia sentita questa storia della ri-valorizzazione della Guida Alpina, il fatto di essere dentro e interessarmi di questi temi mi ha convinto: cominciamo a entrare e “rompere i coglioni”, sulla questione dell’eliski, della comunicazione, di tutte le cose di cui abbiamo dibattuto per anni! L’ambiente è mediamente ostile, non dico che tutti sono ostili, c’è una buona parte che dice che ho ragione. E’ però una fazione nascosta…

Se ti racconto come è andata l’elezione, c’è da ridere: non si era mai visto che si venisse a creare un “partito”: c’erano 18 candidati per 15 da eleggere, ma potevi votarne solo 9. Questo da regolamento, ok.

Ma 11 di questi 18 (me escluso, io ero nei rimanenti 7) si sono riuniti in un partito e hanno fatto un unico programma elettorale. Nelle varie schede di ciascuno andavi a leggere il programma elettorale e vedevi che era uguale identico, dalla prima parola all’ultima. L’aveva scritto Cesare Cesa Bianchi e undici guide l’hanno preso per buono. Uguale, fotocopiato! Non è che sia illegale… ma così è un “partito”!

Non ragioni più con la tua testa. Avevo sempre visto le guide come un insieme di persone estremamente individualiste, teste dure… invece no! Ecco che le 11 persone sono state elette tutte e qualche altro è passato… io sono passato terzultimo su 15: avevo 156 voti su poco più di 500, cioè più di un quinto di voti. Devo dire che mi fa piacere… Risultati dello scrutinio: [https://votazioni.guidealpine.it/site/app/#/candidates].

Tra gli eletti leggo che c’è anche Ermanno Salvaterra, ne sono felice perché sono sicuro che anche lui è sicuramente d’accordo con le nostre lotte ambientali (per certo è contro l’eliski!) e mi dispiace invece che non sia stato eletto Stefano Michelazzi (Un futuro diverso per le guide alpine [http://www.alessandrogogna.com/2015/06/17/un-futuro-diverso-per-le-guide-alpine/], Un buon programma elettorale [http://www.alessandrogogna.com/2015/04/14/un-buon-programma-elettorale/]). Qual è il tuo intento all’interno del collegio?
Io voglio semplicemente, da persona di buon senso, che la guida si liberi da questa visione, che si è anche auto-imposta, di “manager della montagna”.

Ermanno Salvaterra. Foto: Agh da girovagandoinmontagna.it
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Se vogliamo dire che ha la autorità di farlo, benissimo! In effetti nell’insieme è sicuramente il più preparato, su questo nessuno discute! Ma anzitutto deve accettare che nelle espressioni dell’accompagnamento in montagna di più basso grado ci siano anche altre figure, e questo in parte è stato fatto con la figura dell’accompagnatore di media montagna. Però ci sono regioni che non hanno questa figura e che ne hanno altre, ed è un casino, lì effettivamente bisogna mettere un po’ di ordine. Poi c’è il torrentismo dove ognuno fa il cazzo che vuole, poi c’è un abusivismo dilagante e ci sono gli istruttori del CAI che fanno casino anche loro… E questo riassetto è il compito di Cesa Bianchi, compito difficile che gli auguro di svolgere al meglio.

Invece, rispetto alla questione ambientale, manca una posizione chiara: la parola “ambiente” non è mai pronunciata, mai scritta nel manifesto elettorale di Cesa Bianchi!

A me invece interessa che la figura della guida, tramite un diverso approccio nei confronti dell’ambiente, sia recepita dal pubblico diversamente da come è recepita ora!

Per il resto… cosa vuoi, gli aspetti tecnici, la card europea da ottenere, il rinnovamento del nostro regolamento, i consigli disciplinari, la lotta all’abusivismo… sono compiti da svolgere e obiettivi da raggiungere, di certo anche difficili. Farò del mio meglio per appoggiare le risoluzioni più sensate. C’è il discorso degli albergatori che in Trentino possono accompagnare i clienti in giro. Queste sono cose da rivedere senz’altro! Non lo accettiamo come guide! E’ importante che ci facciamo sentire, è importante una comunicazione adeguata.

Queste sono cose che Cesa Bianchi e il suo vice (di recente nominato) Davide Anchieri sanno certamente fare… altrimenti non avremmo (e non avrei) votato Cesare! Va bene che era l’unico candidato… ma avrei potuto consegnare scheda bianca. E’ un peccato che non abbia pronunciato la parola “ambiente” nel suo programma. Per lui l’eliski va bene, gli impianti nuovi vanno bene… va tutto bene…

Sono lì per quello. Il resto è roba che sanno fare meglio di me, per non parlare dei materiali e delle tecniche. Io sono anziano, e lì c’è gente preparatissima! Vorrei discuterne solo a livello di comunicazione. Perché solo lì sono più preparato di loro.

Sono nel collegio per le lotte ambientali di cui scrivo da anni, per esempio per la questione l’eliski, ultimo ma non ultimo dei problemi. Vorrei che il collegio alzasse la testa e dicesse con orgoglio che le guide non hanno bisogno dell’eliski.

E’ una domanda retorica, ma te la faccio lo stesso: perché proprio la lotta contro l’eliski? Credo tu abbia detto in passato: “Anche fosse l’ultima delle battaglie, la dobbiamo fare!”. Perché?
Perché ci si “incista” su determinati punti simbolici, sapendo perfettamente che ci sono molti altre questioni rilevanti, il famoso “benaltrismo” non è che c’è a caso… è chiaro che ci sono altri punti, magari più importanti} anche stando solo in montagna. Se poi andiamo in pianura, nelle città, abbiamo dei problemi giganteschi, planetari!!

Però noi siamo qua a difendere una parte di questo mondo, che è la montagna, il mondo alpino, il mondo della quota, e qui capita di incistarsi su un punto preciso, come nelle guerre: in una guerra il fronte può essere di 700 km, ma poi la battaglia viene fatta in un punto preciso, magari quella di Waterloo; l’eliski è Waterloo! Ed occorre vincerla questa battaglia, non si può perderla!

E’ una roba che non può succedere domani o dopodomani, però è un punto nevralgico sul quale bisogna insistere, insistere e insistere… pur sapendo perfettamente che ci sono altri punti e ce ne sono tanti: le ferrate, le funivie, gli impianti sciistici, il tanto odiato traffico dei SUV (ma non sono solo i SUV che inquinano), ecc. Chi più ne ha più ne metta… questo lo sappiamo, ma ci sono punti simbolici in cui si sta combattendo la guerra!

Quale può essere la via di uscita? La via è quella dei francesi: vietare tutto [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/31/le-ragioni-del-no-eliski-non-sono-quelle-della-sicurezza/]: anzi, l’eliski deve essere una attività “non contemplata”, per cui chi la fa è fuori legge. Punto.

Non è soltanto una questione di ambiente, lo sappiamo e lo abbiamo detto ampiamente! E’ una questione di formazione e di cultura!

E questo il punto chiave che pochi sono in grado di comprendere… occorre che ci poniamo un limite, hai presente la pubblicità dell’Adidas: “live without limits”?

Perché il limite è essenziale per la libertà!

Senza il limite, che tu stesso ti poni, non c’è libertà, non è che la libertà sia fare il cazzo che vuoi! La libertà è agire nel rispetto dei propri limiti, quindi scegliendo quello che puoi fare. Perché fare il cazzo che ti pare è la libertà dei bambini, non è la libertà degli adulti, siamo nell’infanzia dove non c’è coscienza, non c’è responsabilità soprattutto. Invece il limite è la condizione “sine qua non” della libertà.

La lotta è questa.

Quindi il discorso culturale sull’eliski va a pennello: poniamoci questo limite, non facciamo volare apparecchi, né d’estate né d’inverno, per portare su gente, perché questo è aggressione all’ambiente prima di tutto ma, secondariamente e non meno importante, è una educazione sbagliata di approccio all’ambiente.

Nel lungo termine il limite però non deve essere il divieto; il mondo che vorrei è un mondo senza divieti, e questo mi rendo conto che ora è utopia, ma vorrei un mondo in cui i limiti ce li creiamo noi stessi, senza che ci vengano “imposti”: comprendiamo da soli che certe cose non vanno bene, e agiamo di conseguenza.

La nostra missione è questa: siamo noi, quelli che credono in questi valori, che dobbiamo “insegnare” il limite! Se l’insegnamento deve passare dal divieto, usiamo anche il divieto, ma mi auguro che prima o poi il divieto non sia più necessario.

Tra l’altro la maggior parte della gente neanche ci penserebbe all’eliski, se questo non venisse proposto e promosso. I “clienti” che lo fanno sono completamente “incoscienti”. Da un lato ci sono i turisti ricchi, per esempio il russo che arriva l’amante e legge in albergo ‘sta roba dell’eliski… “Vengo anch’io!”. “Sì, tu sì”. Poveri di spirito che con i soldi pensano di fare tutto, però se non gli fosse offerto, non ci penserebbero: o starebbero a letto con l’amante, oppure andrebbero a giocare a golf, oppure a cricket…

E a riguardo di quelle persone (anche locali) che si fanno portare in rifugio a fare la mangiata (ci sono casi innumerevoli)… ma la mangiata la puoi fare molto meglio se ci vai con le tue gambe, con gli sci, con le ciaspole, comunque con le tue gambe, e se vai a fare una mangiata in rifugio in elicottero, o con il gatto delle nevi o la motoslitta, sei un poveretto!

E così la montagna diventa un “non-luogo”, come tanti altri.

Rispetto al gruppo facebook “No Eliski Sulle Dolomiti” [https://www.facebook.com/noeliskisulledolomiti] che creai con amici e alla tua lotta continua sul Gogna Blog [http://www.banff.it/?s=eliski], e in generale rispetto alla necessità di un maggiore rispetto ambientale, ho la percezione che noi siamo una minoranza nella popolazione che frequenta la montagna.
Quale può essere una azione sociale per divulgare maggiormente la cultura ambientale?
Il Club Alpino Italiano potrebbe essere questo veicolo culturale?

Il CAI?! Ma tu le conosci le vicende del CAI Veneto, {proprio in relazione all’eliski} [http://www.banff.it/il-cai-veneto-dovrebbe-sconfessare-il-comune-di-calalzo/]? Non c’è speranza con certi dirigenti. La conosci la vicenda Doglioni [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/12/lamara-vicenda-doglioni-parte-1/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/13/lamara-vicenda-doglioni-parte-2/]?

La verità vera è che ci sono alcune sacche di malaffare all’interno del CAI.

Tu sei accademico del CAI?
Sì, sono accademico; il 10 ottobre 2014, nella riunione a Caprino Veronese, è stato votato che chi da accademico fosse diventato guida alpina possa essere riammesso come accademico: e io ho appena ricevuto la lettera ufficiale di riammissione.

C’è modo all’interno del CAI di fare valere quello che è scritto all’interno dello stesso Bidecalogo?
Sì, certo uno può lottare su questo, è una delle armi che abbiamo a disposizione! Il Bidecalogo [http://www.banff.it/?s=bidecalogo], malgrado i suoi piccoli difetti, nel complesso va bene! Si potrebbe migliorarlo (in alcuni punti tanto), ma può essere un buon punto di partenza.

Peccato che tutti ci si sciacquino con il Bidecalogo, prima di tutto certe sezioni del CAI, ma anche a livello di CAI centrale! C’è uno scollamento pauroso tra CAI centrale e le sezioni. E spesso c’è scollamento tra CAI centrale e le diverse commissioni (a loro volta suddivise in regionali).

Il CAI Centrale ha tentato negli anni scorsi di fare anche un po’ con il pugno di ferro, di metter insieme ‘ste cose, non riuscendoci; c’è stata la famosa assemblea di Soave [http://www.loscarpone.cai.it/news/items/il-convegno-di-soave-di-che-cosa-si-e-discusso.html], in cui venne fuori di tutto e il tentativo unificatore (peraltro mal condotto) naufragò.

C’è uno scollamento enorme, al punto in cui nello stesso Bidecalogo si dice: “Noi, CAI, siamo contrari alle competizioni”… bene, giusto! Poi dice “siamo consapevoli che molte sezioni organizzano eventi competitivi, per tradizione, ecc., e che non possiamo proibirli! Lo sconsigliamo ma siamo consapevoli che ci sono”.

Annibale Salsa
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Così vedi che c’è uno scollegamento tra il Bidecalogo e quello che è la pratica reale delle sezioni del CAI, che sono molto, molto autonome. In più aggiungi i gruppi regionali, pensa al CAI Veneto… non sono io a dire che lì c’è un andazzo quasi “mafioso”… però se c’è deve venire fuori! Un ente pubblico non può coprire nulla!

Per tornare alla tua domanda: sì, si può iniziare dal CAI e dal Bidecalogo!

Forse, un domani il CAI avesse ancora una presidenza come quella di Annibale Salsa, una persona degna… ma anche lui è stato sei anni presidente… non so quanto gli abbiano lasciato in effetti affrontare i problemi. Occorrono nuovi nomi, nuove volontà. In questo momento la guerra non può essere vinta e ci si dovrebbe limitare ad essere maggiormente preparati, con una base più forte dell’attuale.

Io li sto punzecchiando dal punto di vista delle scuole, del soccorso, ho riferito dello scandalo di Giuseppe Broggi [http://www.alessandrogogna.com/2015/06/22/la-vicenda-broggi/] a Bolzano! Poi c’è Claudio Sartori, ingegnere, l’uomo che s’interessa dei 25 rifugi “ereditati” dalla guerra ’15-’18. E’ dell’8 luglio scorso l’accordo con la Provincia, proprietaria dei 25 rifugi, in base al quale CAI Alto Adige e AVS (Alpenverein Südtirol, il gruppo delle sezioni sudtirolesi di lingua tedesca) avranno la gestione. Ci sarà collaborazione o lotta? Speriamo che i 3,2 milioni di euro previsti per manutenzione e risanamento vengano spesi bene! Ora Sartori è anche presidente del CAI Alto Adige al posto di Broggi: e in un passato recentissimo lo stesso Sartori è stato anche il curatore tecnico, direttore dei lavori del famoso smantellamento del rifugio-albergo del passo Sella, di proprietà del CAI Bolzano, per la costruzione di un resort [http://www.banff.it/passo-sella-un-monumento-allanalfabetismo-paesaggistico/]. L’alberghetto per anni era stato lasciato andare… c’era già il disegno di smantellarlo per fare il resort?

Claudio Sartori (Presidente CAI Alto Adige) e Georg Simeoni (Presidente AVS), 8 luglio 2015
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Un resort! Non più un rifugio! Il resort del passo Sella oggi è realtà. La proprietà è rimasta al CAI Bolzano ma per decine di anni la gestione è e sarà di chi ha costruito e messo i quattrini… A Sartori l’Alto Adige (il quotidiano) ha fatto una domanda: “Ma lei non si è sentito in conflitto di interesse?”. La risposta sostanzialmente è stata: “Ma se lo sanno tutti, che conflitto di interesse è?”!

Finché nel CAI ci sono certi “amministratori grigi”, dirigenti cui della montagna interessa solo la parte “edificabile”, la nostra lotta lì dentro può essere solo perdente in partenza.

Ma bisogna andare avanti denunciando, denunciando e denunciando!

E’ uno scandalo che dopo aver acquisito prove inoppugnabili contro di lui, uno come Doglioni il CAI non lo denunci nemmeno! Il CAI è un ente pubblico e deve denunciare eventuali illeciti! E non l’ha fatto.

Tutto questo è molto grave!

La grandissima maggioranza di coloro che hanno posizioni dirigenziali nel CAI sono di certo persone degne, ma forse in qualche caso non sono adeguate; per esempio, Salsa è sicuramente una persona degna, ma non è bastato. Ci vogliono persone “adeguate”, cioè “sgamate”, che sanno cosa succede e intendono provvedere! Il rischio numero uno della persona degna è quello di tacere e di essere suo malgrado compartecipe dell’illecito.

E oggi non si può più dire “non lo sapevo, chi poteva immaginarlo…”, perché altrimenti si sarà anche degni, ma un po’ troppo ingenui! La situazione è estremamente grave sotto tutti i punti di vista.

Luca Gardelli
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Io non mi perdo d’animo perché so che c’è un sacco di gente che vuole combattere e migliorare, ma a combattere siamo una minoranza. Poi c’è un altro sacco di gente che oscilla, che non vuole crederci, ma che in qualche maniera potrebbe essere anche coinvolta nella ribellione… il “volontariato” non si spinge oltre un certo punto?

Pensa alla vicenda di Luca Gardelli [http://www.alessandrogogna.com/?s=gardelli]: il CNSAS è ora in gruppo di operai non pagato che va a pulire i muri?! Questa è veramente grossa! Questo volontario del soccorso alpino è stato “cacciato”, ma allora?

Anche Riccardo Innocenti è stato espulso ([http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/21/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/26/la-banale-irrequietezza-di-un-inattuale-purismo/]). Vuoi che te la dice tutta? Se io fossi in loro, lì per lì potrebbe darmi fastidio di essere cacciato… ma alla fine dovrei esserne contento!

Perché è importante non far parte di un gruppo del genere, e poter dire: “Se un giorno sarete presi con le mani nel sacco, e prima o poi accadrà, io ne sono fuori!”.

Riccardo Innocenti
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Bisogna fare in modo che questi disastri vengano alla luce.

Quindi, se nella posizione direttiva del CAI ci sono persone che insabbiano… allora è per questo motivo che in questo momento il CAI è una macchina ferma, che non parte! E non decolla perché qualcuno ha il freno a mano tirato! Bisogna eliminare certi personaggi, facendo una guerra a ognuno, e fare spazio a una nuova generazione {dirigenziale} più pulita… perché questa è “CAI-opoli”!

C’è stata tangentopoli e ci sarà CAI-opoli!

Tu sei stato uno dei fondatori del movimento Mountain Wilderness. Cosa succede oggi in quella associazione? Quali sono risultati ad oggi raggiunti? Hai mai partecipato ai movimenti ambientalistici dei partiti politici e cosa fa la politica rispetto all’ambientalismo?
Nel novembre 1987 c’è stata la fondazione di Mountain Wilderness International, sponsor la fondazione Sella: a Biella c’era gente da tutto il mondo, e abbiamo redatto le tesi di Biella, creato uno statuto e fondato questa associazione, con 21 garanti internazionali [http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=424]. Per un anno c’è stata la sola associazione internazionale, poi sono nate le associazioni nazionali: la francese e poi l’italiana nell’88, poi tante altre.

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Credo ancora di fare, nel 2015, una lotta ambientalistica e nel blog do ampio spazio alle tematiche che sono care a Mountain Wilderness.

E’ vero che sono ancora garante dell’associazione internazionale e sono sempre stato riconfermato nelle elezioni che avvengono ogni qualche anno, ma dal 1992, per motivi di “bassa bega” ho perso fiducia nell’associazionismo e ho giurato di non fare mai più parte di nessuna associazione (concetto generale) perché le teste di cazzo per un anno o due ti lodano, poi purtroppo ti invidiano, ti usano, e francamente dopo qualche mese di sordido assillo ho detto basta e ho dato le dimissioni da segretario di Mountain Wilderness Italia. E’ stata una vicenda antipatica, personale, nella quale mi sono sentito umiliato e quindi ho chiuso. Sono rimasto garante della associazione internazionale.

Sui contenuti senz’altro la lotta di MW è giusta, poi sui sistemi si può discutere… ma preferisco affiancare la mia azione senza guardare quella degli altri: sono “libero battitore” e non giudico, l’associazionismo non mi interessa. Negli anni ‘90 sì che era forte! Il WWF aveva 500.000 soci. Oggi se li sognano.

L’uomo è ancora imperfetto per associarsi per qualche motivo ideale. Sono scettico.

Poi, non ho mai fatto parte di associazioni ambientali di tipo politico come per esempio Lega Ambiente, che era legata alla sinistra. Ora non conosco nemmeno più gli attuali dirigenti. Non mi piaceva il modo in cui lavoravano che era troppo politicizzato.

Alex Langer
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E quanto ai Verdi: ho partecipato con entusiasmo alla rifondazione dei Verdi. Dopo la morte di Alexander Langer nel 1995 c’è stato un momento di grande disorganizzazione. Era la fine del 1999, andai all’assemblea a Città di Castello. In un clima di grande ottimismo fu eletta una gran degna persona, Grazia Francescato, già presidente del WWF: fu un vero plebiscito. Tutti contenti, ma dopo sei mesi sono ricominciati i loro casini interni, per poi andare a finire con gente come Alfonso Pecoraro Scanio… e poi basta!

Anche qui in regione Lombardia c’era gente che qualche idea ce l’aveva… ma poi alla fine la logica della poltrona ti adegua, spettatore battuto, alla greppia generale.

Ed il lavoro con l’Osservatorio delle libertà? Lo segui tu il sito web [http://osservatorioliberta.it/]?
Sì. Io sono portavoce, nominato, ma di fatto l’osservatorio “non esiste”! Le persone cui può importare qualcosa sono pochissime. Io ho denunciato il fatto che l’osservatorio deve nascere veramente, con il coinvolgimento di avvocati e giudici, ed in parte ci sono riuscito, ma la partecipazione è talmente rarefatta che occorre ammettere, con deprimente sincerità, che l’osservatorio non esiste.

Carlo Zanantoni
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La causa è in parte il fatto che non abbiamo voluto essere servi del CAI, non abbiamo voluto essere né commissione, né gruppo di lavoro, né “niente”, abbiamo chiesto l’appoggio del CAI senza essere istituzionalmente nulla, ma così diventa difficile che il CAI possa darti una mano. Magari il prossimo anno potremo andare a parlare con il nuovo presidente, ora sarebbe tempo perso.

Carlo Bonardi
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Attualmente nell’osservatorio ci sono: l’amico Alberto Rampini, presidente attuale dell’Accademico che ha sostituito Giacomo Stefani, e poi ci sono il buon Carlo Zanantoni e l’avvocato Carlo Bonardi, accademico, entrambi hanno dato molto all’osservatorio della libertà. Poi ci sono un po’ di avvocati e due giudici che collaborano saltuariamente.

Vorrei ora tener duro per un anno e poi andare a parlare seriamente con il nuovo presidente del CAI, che non so chi sarà; se fosse Vincenzo Torti, persona eccezionale, anche lui avvocato, allora sarebbe perfetto! Perché è il presidente che orienta… e se il presidente è orientato in altra direzione… allora non succede nulla! Vorrei qui precisare che non incolpo Umberto Martini, perché di fatto noi dell’Osservatorio non siamo stati precisi con lui… non volevamo essere commissione, non volevamo essere questo e quello… Martini è stato fin troppo accondiscendente!

Alberto Rampini
Vetta della Torre di Pietramurata. Foto di Alberto Rampini, 7.10.2012. A. Rampini, M. Furlani, A. Gogna. S. Michelazzi, A. Calamai

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Il Gogna blog [http://www.alessandrogogna.com/category/posts/]: com’è che hai maturato l’idea di realizzare un blog rispetto a quello che facevi prima, come editore, come autore di libri? Il blog è preambolo di un ulteriore progetto futuro? E qual è la tua idea di comunicazione attraverso internet e i social network?
Partiamo dal libro come espressione di produzione intellettuale non superficiale. Prendiamo un libro di contenuti, un saggio: in genere c’è spazio per non essere superficiali!

Nella mia vita sono sempre stato contrario alla superficialità, e questo deriva dalla mia formazione, dal mio carattere, dal mio segno zodiacale… sono sempre stato un introverso, un introspettivo, che trovava modo di esprimersi praticamente solo attraverso un’espressione comunicativa: il libro!

Non che non fossi in grado di scrivere un articolo, ma il libro è quello che mi faceva gioire. L’articolo l’ho scrivevo un po’ per commissione, o per soldi. Ma lì la mia introversione non mi permetteva di esprimermi, mentre in un libro ciò era possibile.

Questa tendenza si è modificata nel tempo, fa parte del processo di “individuazione” psicologica di qualunque persona; in parte “volevo” questo e nella ricerca della felicità c’era da fare il “passaggio”: riuscire ad accettare che l’uomo possa essere anche “superficiale” e, anzi, che a volte lo debba essere.

Cosa intendi quando dici: “essere anche superficiale”?
Accettare di essere “superficiale” significa dare il passaporto di ufficialità, di benevolenza, e di benvenuto anche, a tutte quelle manifestazioni che nella vita ci sono. Non mi erano estranee, ma io le tenevo nel limbo: il divertimento, l’essere “leggero”, fare un “ceto” (gossip)… cosa che odiavo in passato, il parlare dietro le persone!

Ora sono più aperto. Ed in questo processo, che è durato decenni, ovviamente il libro ha continuato ad essere importante, per esempio quando ho scritto la collana de “I grandi spazi delle Alpi” [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/19/i-grandi-spazi-delle-alpi/], ma anche dopo, quando mi sono occupato di Severino Casara [http://www.priulieverlucca.it/catalogo/scheda/La-verit-obliqua-di-Severino-Casara/97], o quando ho messo mano alla “Pietra dei Sogni”.

Il libro è rimasto, come impegno e come momento di maggior gioia di produzione, ma nello stesso tempo mi aprivo anche ad altre forme di comunicazione. Per esempio, quando ho redatto il numero speciale di Alp sul Cervino, collaborando con la redazione. Questa cosa mi è piaciuta, poi cosa è successo? il libro, le riviste, la stampa cartacea… è crollato tutto il mondo editoriale!

Fino a metà degli anni 2000 ero contrario ai social network, anzi, ero assolutamente contrario, nel modo più totale, ritenendolo il massimo della superficialità! Vade retro!

Poi ho avuto l’occasione di pensare a un blog per banff.it, il Gogna Blog [http://www.alessandrogogna.com/category/posts/]! Io non sopportavo i blog, i forum, i “Fuorivia”, ecc., poi mi si è presentata l’occasione nel 2013 di fare davvero un blog io stesso: e allora ho cambiato idea; in seguito ho capito che per diffondere maggiormente i contenuti del blog occorreva usare anche Facebook (dall’agosto del 2014), riconoscendo che quel mezzo ha i suoi i limiti di qualità, ma dal punto di vista della diffusione è imbattibile.

La mia formazione di “librifero” (creatore di libri), mi ha condizionato… e non voglio dare la dose informativa quotidiana come fanno la maggior parte dei siti, tutto in una paginetta con due foto. No. Non voglio fare questo!

Ogni giorno voglio pubblicare un contenuto “non-superficiale”! Io non ho budget da rispettare, capi che controllano il mio lavoro, sono assolutamente libero! Dunque il blog è uno strumento nel quale credo molto, e l’utilizzo di facebook è utilitaristico, mi serve per avere il polso della situazione, dove è semplice vedere le interazioni, piuttosto che utilizzare Google Analytics.

Cosa farò da grande con il Blog?

Vorrei che i lettori aumentassero e vorrei che diventasse un punto di riferimento. Se un giorno avrò una redazione (non lo voglio, ma non lo escludo), magari si potrebbe fare anche un lavoro di cronaca quotidiana ed allora sì, potrebbe esserci una concorrenza con planetmountain e montagna.tv, ma al momento non se ne parla.

Certo, vorrei raggiungere il più grande numero di lettori e queste sono ambizioni di qualunque blogger… ma su una cosa ribadisco una diversità: la mia cultura è diversa, ho accettato questo nuovo modo, forse superficiale, di comunicazione (ora che la carta è finita) dalla quale siamo subissati (internet). Ma il prossimo passo è che la comunicazione sia di qualità e per questo occorre proporre dei contenuti che non siano superficiali.

(continua)

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Etna libera

Etna libera
(tratto da www.etnalife.it e rielaborato)
Il Comitato Etnalibera chiede il ripristino del libero escursionismo nell’area sommitale dell’Etna e della libera fruizione degli eventi eruttivi.

Rendere nuovamente libero l’escursionismo nell’area sommitale dell’Etna e rendere fruibili in sicurezza gli eventi eruttivi. È quel che chiede il Comitato Etnalibera, costituitosi nel mese di giugno 2015 fra diversi soggetti, associazioni, siti internet, operatori, liberi cittadini: AGAI (Associazione Guide Alpine Italiane), CAI, Regione Sicilia Onlus, Etnalife, Etnasci, Etnaviva, Etnawalk, Federescursionismo Sicilia, FIE (Federazione Italiana Escursionismo), Piuma Bianca; e i singoli cittadini Vincenzo Agliata, Giambattista Condorelli, Piero Giuffrida, Walter Gulisano, Giuseppe Riggio, Bruna Volpi. Il Comitato ha nominato portavoce Sergio Mangiameli e Giuseppe Riggio.

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Storia
Il vulcano è intimamente legato alle popolazioni che vi abitano sin da tempi remoti. I popoli dell’Etna e i viaggiatori di tutte le epoche, dall’imperatore Adriano ai protagonisti del Grand Tour, e poi gli scrittori da Omero a Virgilio sino a Goethe e De Amicis, e gli scienziati, da sempre si sono avvicinati all’Etna con timore e rispetto, ma anche con voglia di scoprirne i misteri. In tutti i tempi gli uomini hanno cercato di raggiungere la “bocca degli inferi”, ovvero la voragine principale dell’Etna, per lanciare uno sguardo in quell’orrido e meraviglioso baratro che nasconde i misteri della “montagna”; e in tutti i tempi i popoli etnei sono arrivati a pochi passi da quel “fuoco” che, avanzando ora lento, ora furioso, ingoia terre e colture.
Negli ultimi anni, purtroppo, nelle autorità preposte ha prevalso una logica restrittiva indirizzata alla politica del divieto. Una situazione che ha allontanato l’Etna dagli etnei, interrompendo un rapporto millenario. Inizialmente gli eventi eruttivi sono stati vietati da ordinanze prefettizie. Nel 2013 è stato emanato dalla protezione Civile un regolamento di fruizione (Procedure di allertamento rischio vulcanico e modalità di fruizione per la zona sommitale del vulcano Etna) che vieta l’escursionismo libero in vetta, se non con l’ausilio di personale abilitato ai sensi di legge e in situazione di “criticità ordinaria”, ovvero in assenza di attività. Ancor più stringenti i divieti in caso di fenomeni vulcanici, anche abbastanza comuni, o di eruzioni, che impediscono di raggiungere i fronti lavici.
Una situazione che cancella il secolare rapporto fisico ed emotivo che le popolazioni etnee hanno sempre avuto con il vulcano su cui vivono.

Etnalibera
Contro questa situazione associazioni e cittadini si sono battuti cogliendo risultati parziali, come l’eliminazione dei divieti in Valle del Bove, tuttavia ancora lontani da una fruizione piena. Il Comitato Etnalibera, riunendo un gran numero di soggetti a cui sta a cuore il rapporto con la propria “montagna”, chiede una nuova regolamentazione per la fruizione della vetta dell’Etna e degli eventi eruttivi. Dopo un ampio confronto interno al comitato, è stato redatto un documento condiviso che può servire come base di partenza per l’istituzione di un tavolo tecnico-politico che affronti una volta per tutte la questione, attribuendo al Parco dell’Etna il compito della fruizione.

Nel documento Perché l’Etna non si può vietare, elaborato da Etnalibera, si legge, fra le altre cose, che i divieti sarebbero in contrasto con il diritto di circolazione dei cittadini tutelato costituzionalmente dall’art.16, e che contraddicono la presenza dell’Etna fra i Beni Patrimonio dell’Umanità UNESCO, poiché il territorio dovrebbe, al contrario, essere pienamente vissuto anche per non perdere i benefici derivanti dal “richiamo turistico che esercita l’Etna in occasione delle sue possenti manifestazioni eruttive ed esplosive”.

Etnalibera propone di restituire all’Ente Parco la piena responsabilità di regolamentare e gestire la fruizione dell’area protetta, monitorare il numero degli accessi giornalieri in vetta e aumentare il livello di informazione agli escursionisti e predisporre dei piani di fruizione degli eventi eruttivi.

Nicolosi, 10 luglio 2015
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Manifestazione
Il 10 luglio 2015 si è svolta a Nicolosi, nel piazzale del Museo della Civiltà Contadina, la presentazione del documento Perché l’Etna non si può vietare. Hanno partecipato circa duecento cittadini, nonché amministratori e politici del catanese. La Presidente del Parco dell’Etna, Marisa Mazzaglia, si è impegnata a convocare un tavolo tecnico-politico per discutere dell’esigenza di una nuova regolamentazione per la fruzione dell’area sommitale e degli eventi eruttivi, a cui sarà invitata una delegazione di Etnalibera.

Lo Studio Legale Onida ha inviato al Prefetto di Catania, per conto del Collegio delle Guide, una lettera nella quale vengono espressi forti dubbi sulla legittimità del contestato regolamento e delle ordinanze via via emanate.

Ordinanza 11 luglio
Un primo effetto della manifestazione si è già avito il giorno dopo, 11 luglio: il Prefetto di Catania, nel tentativo di estromettere le guide dalla battaglia in corso, ha emanato un’ordinanza di alleggerimento del pericolo ai crateri sommitali, per cui adesso le guide possono accompagnare i visitatori (costo a piedi € 20,00, con la funivia e i pulmini € 95,00 a persona ), mentre rimane l’interdizione per i singoli visitatori e i gruppi senza Guida Alpina autorizzata oltre quota 2800 m.

La discussione
Venerdì 17 luglio 2015 Francesco Vasta scrive su La Sicilia un articolo dal titolo Il Vulcano “libero” non può non essere anche sicuro di cui riportiamo la parte finale:
“… In effetti, anche solo negli ultimi mesi, ai pochi giorni di durata delle eruzioni del cratere di sud-est hanno corrisposto oltre duecento giornate di interdizione totale della «zona gialla» sommitale dove, anche in tempi di criticità ordinaria, il livello del rischio vulcanico resta alto e richiede sempre – stando alle procedure in vigore – «fruizione guidata».
Il ricordo, per altro verso, di eventi esplosivi come il noto episodio del 1979 – 5 morti fra turisti italiani e stranieri orrendamente mutilati e decine di feriti alla Bocca nuova, apparentemente quieta – o del 1929 – 2 morti al cratere centrale per «un’immane esplosione » che travolse gitanti di Piedimonte e Linguaglossae alla quale la «Domenica del Corriere» dedicò addirittura la copertina che pubblichiamo in un’altra pagina – fa da doloroso sfondo alla disputa.
«Veicolare l’idea che siamo noi a chiudere l’Etna è fuorviante – dice Nicola Alleruzzo, responsabile del Rischio vulcanico etneo per la Protezione civile regionale, fra gli autori del citato prontuario di allertamento – piuttosto è grazie al nostro piano che è oggi possibile accedere al vulcano, visto che fino al 2012 le ordinanze del Prefetto si rincorrevano di eruzione in eruzione, senza tener conto delle esigenze di alcuno». Nessuna preclusione, per Alleruzzo, all’idea del Comitato di assegnare al Parco dell’Etna la gestione della fruizione, «a patto che si attrezzi con i dovuti mezzi e fermo restando che i compiti di previsione e prevenzione del rischio gravano naturalmente sulla Protezione civile».
Carmelo Nicoloso, vicepresidente di Federescursionismo Sicilia, si domanda per tutti: «La Montagna dev’essere libera, certo, ma fino a che punto?», e d’altronde, fuori dalle statistiche, gli eventi gravi possono sempre accadere. «Il ruolo di scienziati e Protezione civile non può essere discusso, si tende a semplificare troppo la questione» aggiunge, mentre, sul possibile ruolo dell’ente Parco, Nicoloso esprime «forti perplessità».

Etna, 14 novembre 2002. Colata originatasi nel pomeriggio del 13 novembre 2002 dalla bocca eruttiva apertasi a quota 2700 m a sud dei crateri sommitali, in zona Torre del Filosofo. La colata si dirige ad ovest.
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Osservazioni
Non bastano però ordinanze più o meno illuminate e comprensive, vogliamo che venga ripristinato lo stato di diritto di ogni cittadino di andare dove gli pare, anche ai crateri centrali dell’Etna, restando a carico della pubblica amministrazione l’obbligo di un’informazione puntuale e onesta sullo stato del vulcano, così come rilevato dalla costosa rete di rilevazione piazzata dall’INGV per conto della Protezione Civile.

Dopo aver letto attentamente il documento Perché l’Etna non si può vietare, aumenta la preoccupazione che i problemi legati alla libertà di accesso alle montagne stiano, anche in generale, aggravandosi.
Colpisce il livello di ingiustificate restrizioni in atto su una montagna di dimensione nazionale come l’Etna.
L’Osservatorio per la libertà in montagna è un libero gruppo di individui che hanno a cuore questo problema, che vedono con precisione la stoltezza di queste misure restrittive in un campo così necessario alla normale formazione materiale e spirituale dell’uomo.
E’ compito dell’Osservatorio, organo sostenuto dal Club Alpino Italiano, lottare contro la cecità dell’attuale ossessione per la sicurezza, primo elemento a sostegno delle tesi di divieto. Ossessione che crediamo fermamente possa essere sostituita dalla fiducia nel senso di responsabilità, qualità oggi così poco sostenuta dalla legislazione e dall’educazione a tutti i livelli di età.
Tutti i cittadini, dopo attenta riflessione, dovrebbero esprimere il loro pieno sostegno per la causa di Etna libera, impegnandosi a livello culturale, ma non solo, per il ripristino delle condizioni libere di visita e di frequentazione.

Altri documenti

Firma la Petizione on line

Adesioni alla petizione

Interrogazione ARS dell’On. Concetta Raia al Presidente della Regione a All’Assessore territorio e Ambiente 

Presidente Parco Marisa Mazzaglia: “Petizione di principio, che condivido totalmente”

Resoconto incontro del 10 luglio del Comitato Etnalibera a Nicolosi

Videointerviste agli escursionisti sui divieti in vetta

Interrogazione dell’On. Giuseppe Berretta ai Ministri Ambiente e Interno, e al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Protezione Civile

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Le opinioni del presidente Cesa Bianchi

Le opinioni del presidente Cesa Bianchi

Cesare Cesa Bianchi è stato appena rieletto (all’unanimità) per il triennio 2015-2018 presidente del Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane (CONAGAI). In effetti il consiglio, riunitosi a Milano il 29 giugno 2015, ha ritenuto valido il suo operato nel triennio precedente e gli ha rinnovato la fiducia.

Mount Live ha pubblicato il 9 luglio 2015, e a firma di Fabio Zampetti, un’intervista a Cesa Bianchi leggendo la quale non si può non intervenire per puntualizzare alcune opinioni del presidente. L’intervista è tutta imperniata sulle priorità e sui temi di stretta attualità inerenti la montagna, e ad essa rimandiamo per potersi fare un’opinione “con il testo davanti”.

Giudichiamo assai positivo l’impegno per un riordino delle figure professionali della montagna e per l’ottenimento della “card europea delle guide”. Altrettanto valida è la volontà di contrastare la licenza agli albergatori per l’accompagnamento dei turisti in montagna (vedi la recente legge del Trentino). Questi sono tre temi “forti” citati nell’intervista, anche se il compito e il programma di Cesa Bianchi sono certamente più ampi e impegnativi.

Cesare Cesa Bianchi
OpinioniPresidente-Cesare-Cesa-Bianchi
Ma, nella stessa intervista, ci sono altre due domande. E qui le sue risposte suscitano forti perplessità.

La prima riguarda l’eliski, la seconda il progetto per la realizzazione di un maxi-comprensorio sciistico tra Monte Rosa e Cervino tramite la temuta giunzione del Vallone delle Cime Bianche.

Sul primo punto il presidente risponde di “essere favorevole all’eliski nell’ambito di una regolamentazione rispettosa dell’ambiente e delle persone che vivono in quegli ambienti“. Paventando che la cessazione dell’eliski potrebbe danneggiare luoghi come per esempio la Valgrisenche (in cui a suo dire la pratica ha determinato negli anni un discreto indotto), Cesa Bianchi fa distinguo tra proibizione e regolamentazione. Lui stesso fa riferimento alle regolamentazioni dei paesi transalpini: e allora perché questi propongono solamente e sempre di più l’eliski sui monti italiani? La realtà è che, nell’assenza di regolamentazione totale, non solo noi permettiamo l’eliski, ma pure lo svendiamo!

Quanto al collegamento delle Cime Bianche, Cesa Bianchi risponde che “il collegamento ci può stare, è un progetto grandioso, verso cui non ho particolari preclusioni, purché sia costruito nel maggiore rispetto possibile“. Continua suggerendo che, magari, sarebbe assai più importante rivolgere le nostre ansie ambientaliste alla costruzione di tunnel, tipo quelli del Lötschberg o del San Gottardo. Stupisce che il presidente caldeggi un progetto che porterà alla rovina definitiva un ambiente unico e già abbondantemente provato.

In più, nel rispetto più totale delle opinioni del presidente, va detto che:

– anche se lui si è sempre espresso (nell’intervista) in prima persona singolare, non ha mai detto che quelle sono le sue opinioni. Tacere questo significa lasciar pensare che le sue siano le tesi delle guide alpine italiane. E certamente non è così. Non esiste alcun mandato collegiale su questi argomenti. Il presidente non può parlare su questi scottanti argomenti come se parlasse a nome di tutti.

– in entrambe le risposte fa cenno al “massimo rispetto possibile”. Possibile che il presidente non sappia che la frase non significa nulla? Che la usano anche i politici e gli amministratori della peggior specie? Possibile che una persona della sua intelligenza e preparazione (e anche della sua sensibilità) non sia in grado, in tema di ambiente, di formulare qualcosa di più preciso e meno scontato? E che non lo ponga automaticamente in posizione sospetta di acquiescenza ai poteri e al business?