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Ci mancava il reality

Ci mancava il reality

Il 27 giugno 2015, Fabio Zampetti, direttore di Mountlive.com, elenca nel suo editoriale la purtroppo vera serie di aspetti negativi della contemporanea frequentazione delle montagne. Eccone una mia sintetica interpretazione: si va dalla consapevole e applaudita rincorsa sfrenata dei record alla conseguente e inevitabile banalizzazione di grosse fette della geografia e storia alpinistica, dal rispettoso atteggiamento di pionieri e appassionati alla baldanza irriverente del runner in short e scarpe da running, dalla sempre minore percentuale di mistero e di ignoto al selfie di chiunque ovunque, dall’originalità e creatività degli alpinisti vecchio stile alla fantasia nel muovere capitali in ambienti nei quali il solo concetto di lucro d’impresa dovrebbe essere bandito.

Zampetti dice tutto questo con tristezza, poi esprime rassegnazione e infine accondiscendenza. Osserva acutamente che se Cesare Maestri avesse potuto farsi un selfie in vetta al Cerro Torre, tante polemiche si sarebbero risparmiate, ma infine si chiede: perché meravigliarsi dunque se un reality approda al Monte Bianco? E io aggiungo: dopo le continue e martellanti esortazioni di Flavio Briatore ad essere “al top”, come facciamo a stupirci se il cosiddetto “top” della società ci viene presentato sul top dell’Europa?

Punta Helbronner e Monte Bianco
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Domenica 19 luglio 2015 su tvblog.it Caterina Balivo è prontissima per scalare la prima serata autunnale. Non più in salsa cooking e factual, bensì adventure show. La conduttrice ha lanciato il nuovo reality Monte Bianco, al via a novembre su RAI2, in un servizio del TgR Valle D’Aosta.

Sono, infatti, partite le riprese del programma a Courmayeur, dove una Balivo con capello più corto e sbarazzino è una sexy-testimonial come non l’abbiamo mai vista.

Ecco le sue dichiarazioni direttamente dalla Valle del Massiccio: “Scaliamo il Monte Bianco, 4810 metri, e la cordata che riuscirà a farlo sarà la coppia vincitrice di questo nuovo programma, Monte Bianco Sfida Verticale. Un programma nuovo, originale, d’avventura, italiano perché in Italia abbiamo l’avventura. Abbiamo scelto Monte Bianco perché qui nasce l’alpinismo, è dove è nato tutto. Questo è il vero posto per vivere l’avventura, per farla vivere, per vedere quale sarà il personaggio (insieme alla guida alpina) più bravo del programma. Io sono stata pochissime volte a Courmayeur, ecco un motivo in più per starci questo mese, scoprirla e magari tornarci con la neve“.

Caterina Balivo
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Leopoldo Gasparotto, curatore editoriale Magnolia, fornisce qualche informazione in più sul meccanismo del programma: “Sette coppie, formate da una celebrity e da una guida alpina, che vivranno in un campo base tutte insieme, il classico campo base della spedizione di montagna, vanno in tende da due, avranno una comune per stare tutti insieme, in ogni puntata faranno delle prove. La peggiore sarà eliminata. Lo scopo principale è che il vincitore arrivi in cima“.

Alla fine di luglio la TAM piemontese e valdostana ha giudicato “folle” l’intento di portare sul Tetto d’Europa i sette vip e le sette guide alpine, una sorta di “Isola dei Famosi di montagna”. Un’iniziativa, secondo la CITAMPV (Commissione Interregionale Tutela Ambiente Montano Piemonte e Valle D’Aosta), “il cui unico scopo è creare audience spettacolarizzando le vette, senza la minima attenzione a messaggi inerenti il rispetto e la tutela ambientale, la sicurezza e gli accorgimenti necessari a tutti i frequentatori per evitare rischi inutili”.

Lo scoppio della polemica è immediato. Alla durezza di questo comunicato segue il comunicato ufficiale del CAI, nel quale il presidente generale Umberto Martini smorza i toni: “Il Club Alpino Italiano per tradizione non è favorevole alle crociate, siamo abituati a non avere pregiudizi e a giudicare nel merito. Vale a dire oltre al cosa si fa, guardiamo al come lo si fa. Le montagne sono di tutti, di conseguenza un reality televisivo girato sulle vette non è di per sé un fatto da condannare. Bisogna vedere se le Terre alte verranno raccontate in maniera corretta oppure no. Per giudicare nel merito dobbiamo veder il programma. Il coinvolgimento delle Guide alpine, sotto questo aspetto, mi fa ben sperare: sono professionisti dell’accompagnamento in quota e sono convinto che sappiano mostrare nella maniera più corretta come si affronta una salita alpinistica o un’arrampicata, insomma come si frequentano le montagne in maniera consapevole e rispettosa… La CITAMPV, in accordo con il CAI Piemonte, ha fatto bene a monitorare e portare all’attenzione generale la cosa, l’intento è proprio quello di evitare banalizzazioni e di far passare la montagna come divertimentificio. Spesso in televisione regnano due stereotipi legati alle Terre alte, quello della montagna assassina o della montagna facile e accessibile da tutti senza preparazione. Mi auguro che in questo caso non sia così.
Confido nel fatto che insieme alla CITAMPV, “sentinelle della montagna” siano state anche le Guide alpine valdostane, da sempre impegnate far avvicinare gli
appassionati alla frequentazione delle alte quote nella maniera più corretta e rispettosa. Immagino che sia stato così anche in questo caso”.

L’arrivo della Sky Way (in vetta alla punta Helbronner), pretenziosamente definita”l’ottava meraviglia del mondo
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Il 1° agosto 2015 lastampa.it titola Televisione, il Club Alpino italiano attacca il reality Monte Bianco: “E’ una follia”. E sottotitola “Il CAI: “Stiamo perdendo il buon senso e il rispetto per la montagna”. L’articolo, a firma di Cristian Pellissier, c’informa che il reality Monte Bianco di RAI2 ha terminato le riprese il 31 luglio, nel momento in cui i concorrenti hanno raggiunto la vetta.

Dopo aver riportato il senso del comunicato del CAI Centrale, Pellissier riferisce anche altri giudizi, sempre da ambito CAI e in merito alla presenza delle guide alpine: “Ci pare azzardato che si prestino a condurre dei vip per permettere loro degli show in alta quota».
Sempre il 1° agosto 2015, Mountlive.com riferisce: “Unica presenza certa, quella del giornalista di Libero Quotidiano Filippo Facci, che ha confermato le indiscrezioni circa la sua partecipazione al reality durante un’intervista al programma radiofonico di Radio 24, La Zanzara. Poi i nomi che circolano sono questi per il momento: si tratta dell’ex calciatore di Juventus e Milan Gianluca Zambrotta e dell’attrice e conduttrice Jane Alexander, che proprio su Rai 2 condusse nel 2013 il reality show Il mattino dopo. Tra i nomi in lizza circolano anche quelli di Enzo Salvi e della cantante Arisa. La cantautrice, infatti, ha scritto su Facebook, sollevando ipotesi di conferma per la sua partecipazione: “Forse mi arrampico. Ma vi spiegherò al momento giusto!”. L’ufficializzazione del resto del cast, salvo ulteriori indiscrezioni, arriverà a settembre”.

Sulla conduttrice che, a proposito dell’impegno cui è chiamata, aveva dichiarato di essere “pronta con le scarpe da trekking”, piovono critiche accanite. La replica del CAI è sferzante: “In quota si usano scarponi d’alta montagna e non scarpe da trekking“. Il direttore di RAI2 Angelo Teodoli cerca di smorzare la polemica: “Non sarà la “montagna dei famosi”, semmai è un programma televisivo che proponiamo proprio per far conoscere la montagna con un linguaggio diverso. I protagonisti dovranno misurarsi con la realtà vera a quell’altitudine e saranno accompagnati da vere guide alpine valdostane: con loro ci sarà anche Simone Moro, alpinista che ha raggiunto più volte la cima dell’Everest. Faranno vita di comunità nei campi base e poi si cimenteranno in prove di montagna. Persone famose sì, ma dovranno fare i conti con situazioni in cui impareranno cosa significa stare lassù. Il nostro intento è concentrato sulla promozione della bellezza del Monte Bianco, nel rispetto delle regole. Semmai si dovrebbe applaudire un’iniziativa del genere che mira a esaltare una delle ricchezze italiane, le Alpi“.

Courmayeur, la sede delle Guide Alpine e del loro Museo
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A finire nel mirino delle critiche, nella riprovazione e nel dileggio, non sono solo Monte Bianco e la Balivo. Migliaia di persone si scatenano sui social affermando la “prostituzione” delle guide alpine che meglio farebbero a non rovinarsi l’immagine per condurre neofiti esibizionisti a giocherellare sui ghiacciai.

Il 7 agosto 2015 è diffuso il Comunicato Stampa n. 9 del Collegio Nazionale delle Guide Alpine. Lo riportiamo integralmente:
“In merito al reality televisivo Monte Bianco, c’è da auspicare che ne venga fuori qualcosa di rispettoso per l’ambiente ed educativo riguardo alla sicurezza e alle tecniche di progressione in montagna. Il fatto che ci siano delle Guide Alpine che lavorano al reality per accompagnare i partecipanti, in questo senso è positivo: ho fiducia nelle Guide Alpine, in particolare in quelle valdostane, che ce la metteranno tutta per far passare il rispetto per le alte quote e il giusto approccio alla montagna”. Questa l’opinione di Cesare Cesa Bianchi, presidente delle Guide Alpine Italiane, in merito al reality televisivo Monte Bianco, prodotto da RAI2.

La risposta di Cesare Cesa Bianchi arriva a seguito delle polemiche sollevate dalla Commissione Interregionale Tutela Ambiente Montano Piemonte e Valle d’Aosta del CAI, insieme al Gruppo regionale CAI Piemonte, nei confronti del reality televisivo Monte Bianco

L’esperienza che abbiamo dei reality non ce li ha dipinti finora come programmi propriamente edificanti e culturalmente formativi – ha continuato il presidente delle Guide Alpine Italiane – ma aspettiamo di vederlo: se sarà un prodotto fatto bene, magari mi ricrederò su questi programmi televisivi, se invece no, in ogni caso sono certo che le Guide Alpine Valdostane avranno fatto del loro meglio per trasmettere un messaggio giusto ed educativo. Se alla fine dovesse emergere un prodotto che abbia un minimo di qualità, che sia formativo sulle tematiche dell’ambiente, della sicurezza e della tecnica, potrà anche essere stata una cosa positiva, che passi il messaggio che con la dovuta preparazione è bello andare in montagna e può essere anche una vacanza alternativa”. 

Concorda Cesa Bianchi con Umberto Martini, presidente generale del CAI, in merito al fatto che in televisione regnano spesso due stereotipi legati alle alte quote: “quello della montagna assassina o della montagna facile e accessibile da tutti, senza preparazione”.

Che troppo spesso passi lo stereotipo della montagna assassina è più che reale – dice infatti il presidente delle Guide Alpine Italiane – e lo tocchiamo con mano ogni anno, soprattutto d’inverno. Esiste anche il rischio che la montagna sia vista come accessibile a tutti sempre e comunque, anche a gente impreparata, che va sul ghiacciaio in infradito, o senza alcun tipo di conoscenza, convinta che sia più utile prendere lezioni di tennis e andare in montagna da autodidatta anziché rivolgersi a un professionista da cui imparare. Il fatto che ci siano delle Guide Alpine nel reality fa sperare che invece passi il messaggio opposto”. 

E a proposito di questo Cesa Bianchi risponde anche ad alcune affermazioni dei CAI Piemontese e Valdostano divulgate da alcuni giornali nei giorni scorsi. 

Le Guide Alpine sono professionisti che accompagnano e insegnano ad andare in montagna a chi si rivolge a loro, sia che si tratti di clienti ‘vip’ sia che si tratti di un qualsiasi principiante. Quindi è del tutto gratuita e offensiva, oltre che infondata, l’idea che l’accompagnamento sul ghiacciaio di neofiti non sia di interesse delle guide. È esattamente il contrario”.
Il 7 agosto 2015 lastampa.it, ancora a firma di Cristian Pellissier, dopo aver riferito della replica di Cesa Bianchi, considera: “I produttori di Monte Bianco… si staranno fregando le mani. Gli esperti di marketing, infatti, ormai da anni hanno fatto loro la massima di Oscar Wilde, per cui in Tv più che altrove vale il “bene o male, purché se ne parli”. E di Monte Bianco si sta parlando parecchio. In Tv non si è visto neppure un secondo di girato, ma nel mondo della montagna è già scoppiata la polemica”.

Pressoché nello stesso momento è diffuso in internet il parere del Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia, che prova a inquadrare l’intera questione in un più ampio quadro, ben lungi dal gossip e dalla critica polemica. Riportiamo integralmente il documento:
“Poche settimane fa, nella nostra qualità di componenti del Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia, avevamo sottoscritto un documento in cui si manifestavano motivate perplessità riguardo all’ammodernamento degli impianti funiviari presenti sul versante italiano del massiccio del Monte Bianco. Il testo così si esprimeva: “… Apparentemente più circoscritta è la reazione negativa causata dall’inaugurazione trionfale della nuova funivia a cabine rotanti che dalla frazione di Entrèves (Courmayeur) raggiunge in due campate la punta Helbronner, situata esattamente sul confine tra Italia e Francia. Va chiarito che la punta Helbronner era già stata manomessa da tempo per accogliere la piccola bidonvia proveniente dal Rifugio Torino vecchio e per ospitare la stazione di partenza dei carrelli che, attraverso la Vallée Blanche, raggiungono la Aiguille de Midi in Francia. In prima battuta lo scandalo riguarda solo le dimensioni spropositate della nuova stazione di arrivo, il suo carattere di centro di ristorazione e intrattenimento e il sospetto che il nuovo manufatto abbia invaso, neppure tanto marginalmente, il territorio francese senza averne ottenuto la formale autorizzazione dal competente ministero dell’ambiente di Parigi. Inoltre desta sconcerto anche la trasformazione della stazione intermedia (Pavillon di Mont Frety) in un magniloquente edificio predisposto per ospitare centri commerciali, convegni, proiezioni cinematografiche.

Questi i fatti. Ma al di là dei fatti è la proposta “culturale” che tali fatti sottintendono e promuovono a rendere perplessi. Tutta l’operazione rispecchia un atteggiamento nei confronti della integrità della alta montagna arrogante e banalizzante, in una prospettiva di sfruttamento ludico-consumistico di bassissimo conio, a prescindere dalle trovate architettoniche. Le Alpi sono ancora in gran parte un “continente” d’alta quota libero dalle cicatrici infette prodotte dagli interessi aggressivi delle forze economiche che continuano a orientare i bisogni e le aspirazioni delle comunità locali, ottenendone spesso il consenso. Luoghi privilegiati ma sempre più fragili in cui chi davvero lo voglia può ancora sperimentare un incontro con la natura autentico e non condizionato. In tale prospettiva il massiccio del Monte Bianco dovrebbe porsi e essere difeso come il centro di eccellenza di questo “continente” e del suo fondamentale ruolo etico e culturale; vediamo invece che proprio lassù si concentrano oggi i più dannosi progetti di sfruttamento. Il silenzio grandioso dei ghiacciai umiliato dal continuo sfarfallare di elicotteri e aerei turistici, l’edificazione di rifugi sempre più invadenti e simili ad alberghi, le vette trasformate in terrazze panoramiche con pavimenti di vetro per sperimentare senza pericolo il brivido del vuoto: tutto conduce verso la riduzione dell’esperienza possibile in direzione di uno svago da luna park. Pienamente condivisibile e più che giustificata dunque appare la battaglia che, seppure a cose fatte, portano avanti le associazioni ambientaliste con in testa Mountain Wilderness. Perché questa deriva consumistica resti un caso isolato di incultura e non le sia permesso di estendere il contagio”.

Purtroppo i nostri timori hanno trovato immediata conferma: la RAI, con l’appoggio della società che gestisce la nuova funivia, ha deciso di realizzare, tra le vette e i ghiacciai del Monte Bianco, in questa stessa estate, una sorta di “Isola dei Famosi”, utilizzando il corpo delle guide di Courmayeur per condurre su scivoli ghiacciati, creste affilate e pareti rocciose un gruppo eterogeneo di personaggi noti al grande pubblico televisivo, ma del tutto digiuni di alpinismo. Contro questa sconsiderata mercificazione spettacolare dell’alta montagna si sono immediatamente levate le voci delle associazioni ambientalistiche e soprattutto dal Club Alpino Italiano. Sconcerta chiunque abbia a cuore il “senso” dell’esperienza alpinistica, constatare che le guide valdostane, pur essendo eredi di una nobile tradizione, si prestino a contribuire, senza arrossire, a una simile umiliante farsa. Il comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia concorda pienamente con la vibrante denuncia lanciata dal Club Alpino Italiano e invita i responsabili della RAI a recedere da una simile, squallida e diseducativa profanazione.

L’arrivo in vetta al Monte Bianco
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Firmano per il Comitato Etico-Scientifico
Prof. Luisella Battaglia: ordinario di Filosofia Morale e Bioetica, Università di Genova
Prof. Pietro Bellasi: già docente di Sociologia dell’Arte, Università di Bologna
Dr. Salvatore Bragantini: economista e editorialista del Corriere della Sera; alpinista
Prof. Remo Bodei: ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Los Angeles e di Storia della Filosofia e Estetica, Normale di Pisa
Prof. Luisa Bonesio: già prof. di Estetica e Geofilosofia del paesaggio, Università di Pavia
Prof. Duccio Canestrini: docente di Antropologia del Turismo e di Antropologia del Cinema, Università di Lucca e Trento; Probiviro dell’associazione italiana Turismo Responsabile
Dr. Federica Corrado: Politecnico di Torino, presidente di CIPRA Italia
Dr. Alberto Cuppini: esperto in energie rinnovabili
Enrico (Erri) De Luca: romanziere, poeta, traduttore, saggista; alpinista
Fausto De Stefani: Alpinista, garante di Mountain Wilderness International e Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia
Dr. Massimo Frezzotti: dirigente ricerca ENEA, già responsabile dell’ unità tecnica Antartide. Presidente del comitato glaciologico italiano; alpinista
Maurizio Giordani: alpinista, guida alpina. Garante di Mountain Wilderness International
Prof. Carlo A. Graziani: ordinario di Istituzioni di Diritto Privato, Università di Siena. Già presidente del Parco Naz. dei Sibillini
Alessandro Gogna: alpinista, guida alpina, scrittore, giornalista. Garante di Mountain Wilderness International
Prof. Cesare Lasen: già presidente del Parco Naz. delle Dolomiti Bellunesi; botanico e protezionista
Prof. Sandro Lovari: ordinario di Scienze Ambientali e Fauna, Università di Siena
Prof. Paolo Maddalena : prof di Diritto per il patrimonio culturale e ambientale, Università della Tuscia; magistrato. Già Giudice Costituzionale
Dr. Mario Maffucci: già dirigente RAI. Giornalista. Esperto in comunicazione
Prof. Ugo Mattei: ordinario di Diritto Civile, Università di Torino. Competenze in giurisprudenza, beni comuni e ambiente montano
Franco Michieli: scrittore, pubblicista, alpinista. Garante di Mountain Wilderness International
Carlo Alberto Pinelli: alpinista, regista, scrittore. Docente di Cinematografia Documentaria, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli; Garante di Mountain Wilderness International
Prof. Stefano Rodotà: prof. Emerito di Diritto Civile, Università La Sapienza, Roma. Già garante per la privacy. Già membro del Parlamento. Strenuo difensore dei diritti comuni
Michele Serra: giornalista, scrittore, autore televisivo e umorista italiano
Dr. Stefano Sylos Labini: dirigente ENEA, geologo, esperto di energie rinnovabili e politiche economiche
Prof. Francesco Tomatis: alpinista; ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Salerno. Garante di Mountain Wilderness International
Dr. Stefano Unterthiner: firma del National Geographic; zoologo e fotografo.

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Accesso alle falesie – 2

Accesso alle falesie – parte 2 (2-2)

A poco più di una settimana dall’articolo pubblicato, ecco che Lecconotizie.com ritorna sull’argomento il 29 maggio 2015, questa volta riportando una lunga intervista al presidente della Comunità Montana, Carlo Greppi.

Rimandiamo a questo link per l’intervista integrale, che cerco qui di riassumere nei punti principali.

Carlo Greppi
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Dopo una premessa, in cui è detto che il finanziamento di 60.000 euro (a carico della Regione Lombardia per la metà) è la conseguenza amministrativa della conferenza “L’arrampicata sportiva, una opportunità per il territorio” svoltasi a Lecco nel dicembre 2013, Greppi ribadisce l’importanza storica del Nibbio nel panorama dell’arrampicata e quindi della più importante risorsa outdoor del territorio lecchese. Poi precisa il riparto spesa: 25.000 euro per richiodatura, 17.000 per sistemazione base e sentiero di accesso, 18.000 per “verifiche geologiche, legali, polizza assicurativa, spese tecniche e somme a disposizione per eventuale acquisizione”.

Greppi prosegue: “La Comunità Montana quindi ha proposto la stipula di una convenzione che avrebbe impegnato la proprietà a consentire agli scalatori di accedere liberamente alla falesia. Per contro, la Comunità Montana avrebbe assunto la custodia del sito assumendosi le spese e le responsabilità ad essa connesse, dandone manleva alla proprietà mediante convenzione, effettuando i lavori di manutenzione straordinaria (vedi il progetto di sistemazione) e ordinaria (i monitoraggi degli ancoraggi e della roccia negli anni successivi) impegnandosi inoltre ad accendere una polizza assicurativa a tutela delle responsabilità del gestore del sito”.

Per ciò che concerne la disputa sul valore di acquisto, Greppi dice che la CM avrebbe potuto arrivare a 10.000 euro. Poi aggiunge la frase fatidica “Questa Comunità Montana ritiene che una falesia non può assumere un valore di mercato in quanto tale, cioè per il fatto che la gente ci arrampica o, a maggior ragione, perché ospita itinerari storici. Riteniamo fondamentale che l’arrampicata sulle falesie naturali possa essere attività svolta liberamente, con la consapevolezza della responsabilità personale di chi la pratica. La ricerca della migliore gestione dei siti dal punto di vista delle protezioni e della funzionalità della falesia può essere in quanto tale ruolo assunto dall’ente pubblico a beneficio di un pubblico interesse”.

Nelle considerazioni finali Greppi sostiene che la vicenda è stata un’amara sconfitta, ma che a dispetto di ciò il progetto continua e si rivolgerà ad altri siti peraltro già identificati.

Fin qui la vicenda di cronaca. La maggior parte però degli arrampicatori è ovviamente interessata più al problema globale. L’occasione si presta per una disamina complessiva sulla proprietà, sull’attrezzatura e sull’utilizzo di falesie e pareti.

Proponiamo qui un esauriente intervento, quello dell’avvocato Riccardo Innocenti, che nella presentazione al suo scritto dice di condividere pienamente le osservazioni formulate da Paola Romanucci e pensa che i cartelli posti alla base della parete servano solo a forzare la trattativa commerciale e spuntare un prezzo più alto a favore della parte venditrice.

In arrampicata sulla via Cassin al Nibbio
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Proprietà e attrezzatura di una falesia
di Riccardo Innocenti

Proprietà di una falesia
In Italia il proprietario (Art. 832 CC) ha il pieno potere di utilizzo del bene, in questo caso di una porzione di terreno essendo le rocce intrinseca parte del terreno. Il proprietario può quindi vietare l’accesso a estranei anche recintando la zona. Solo il fatto che non ritiene gradita qualsiasi attività in quella zona lo autorizza a impedire l’accesso ad altri.

A Sasso di Furbara, nei pressi di Cerveteri (RM), il marchese Giulio Patrizi, latifondista romano, ha una tenuta in cui insiste una falesia alta 70 metri. Ne ha consentito la frequentazione per svariati anni, ma quando degli ambientalisti gli hanno fatto notare che la zona ricadeva in una zona ZPL (vedi oltre), e la pratica dell’arrampicata era vietata in quella zona per la protezione dell’avifauna, ha recintato la struttura con reti alte oltre 2 metri e ne ha vietato la frequentazione tout court. Qualsiasi tentativo di forzare o tagliare la rete è stato oggetto di intervento immediato e i guardiacaccia a presidio della tenuta (dipendenti del marchese) vigilano attentamente che nessuno acceda nella proprietà privata.

A Ciampino (RM) il principe Alessandro Boncompagni Ludovisi è proprietario della tenuta di Fioranello ove insiste la Cava di Ciampino che è la falesia più vicina a Roma. Utilizzata dagli anni ’70 la falesia è sotto il livello della campagna: praticamente in una buca. A Capodanno del 2000 qualcuno particolarmente interessato al festeggiamento ha fatto precipitare una Fiat Panda dal ciglio della falesia. Ciglio che non era recintato e sul quale non c’era alcun cartello che ne indicava la presenza.

La Polizia Locale che intervenne per il recupero della vettura obbligò il principe, con una Determinazione dirigenziale del Comune di Roma, ad installare una recinzione “invalicabile e bene segnalata” lungo tutto il perimetro della falesia per evitare che incautamente qualcuno ci cadesse dentro. La recinzione installata è lunga 1,8 km e sulla stessa sono affissi numerosi cartelli che avvisano che quella all’interno è una proprietà privata e che è presente un precipizio. Interpellai personalmente il principe sulla possibilità di continuare ad arrampicare nella falesia e che nessuno aveva intenzione di buttare altre automobili dal ciglio. Il principe in maniera”regale” mi disse: “La proprietà è mia. Con la recinzione ne ho vietato l’accesso. Se qualcuno scavalca lo fa a suo rischio e pericolo e non voglio sapere nulla di quanto succede all’interno”.

La parete est-nord-est del Corno del Nibbio Settentrionale
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Nella recinzione metallica sono stati praticati un paio di fori e la falesia è stata sempre frequentata in questi 15 anni. Nessun dipendente del principe è mai intervenuto per bloccare qualsiasi attività.

Due esponenti della nobiltà romana e due modi di vedere diversi.

Il proprietario privato è legittimato a impedire una attività non gradita nella sua proprietà. Per dare maggiore spessore a questa intenzione può mettere dei cartelli che avvisino del titolo di proprietà, può recintare l’area, può sorvegliarla in maniera passiva – (telecamere) dandone avviso per il rispetto del TU sulla Privacy – e in maniera attiva con personale dedicato.

In maniera analoga il proprietario pubblico (demanio civile, demanio militare, enti locali e parchi, ecc.) può impedire l’accesso e quindi qualsiasi attività esercitando le medesime prerogative del proprietario privato.

Chi entra in una proprietà, privata o pubblica, può essere chiamato a rispondere civilmente dal proprietario se questi reputa che abbia subito dei danni o essere citato in giudizio per il reato di “usurpazione” di cui all’art. 631 c.p. commesso da chi, per appropriarsi di una cosa immobile altrui, ne rimuove o altera i termini (penso ai chiodi, alle soste, ai sentieri per arrivare alla parete, ecc.) o per il reato di “invasione di terreni o edifici”, art. 633 c.p., che è previsto per chi invade arbitrariamente (quindi abusivamente) terreni o edifici altrui al fine di occuparli anche temporaneamente.

Se esiste un proprietario dell’area questo deve dare il suo assenso alla pratica delle attività da parte di estranei. Un assenso tacito non equivale a darlo.

Un proprietario può comunque essere chiamato a rendere conto di danni (responsabilità civile) che si siano verificati a estranei all’interno di aree di sua proprietà. Da questa eventualità si capisce il diniego da parte di proprietari per attività di cui non capiscono o condividono l’utilità e il valore e che potrebbero essere solo fonte di possibili guai giudiziari con possibile esborso economico a loro danno.

Non è facile arrivare a una sentenza di condanna per responsabilità civile di un proprietario per delle attività che non aveva espressamente permesso nella sua proprietà. Non è facile: ma non è impossibile. Questa possibilità “irrigidisce” i proprietari che, spesso, nel dubbio vietano tutto.

La possibilità di avere guai giudiziari non irrigidisce solo i proprietari ma anche gli Enti pubblici che hanno altre prerogative tra cui la tutela della salute pubblica.

Nell’aprile 2010 un masso cade da una falesia dell’Isola di Ventotene. Sulla spiaggia sottostante stavano in gita una classe di liceali provenienti da Roma. Due adolescenti rimasero uccise dal masso. Il Sindaco di Ventotene, “proprietario” dell’area in quanto bene pubblico demaniale, è chiamato in giudizio per non aver rilevato il pericolo, averlo segnalato e non aver preso le opportune precauzioni. Nel maggio 2014 viene condannato penalmente. Dal luglio 2010, a seguito delle prescrizioni del PAI (Piano di Assetto Idrogeologico), alcune spiagge di Ponza e di Ventotene, quelle situate sotto una parete, sono interdette, recintate e con cartelli che chiaramente illustrano in tutte le lingue il divieto.

Le relative ordinanze di divieto di accesso vengono trascritte con una cartina evidente in decine di cartelli stradali che contengono l’abstract del divieto. Sempre a seguito delle prescrizioni del PAI, nel divieto ricade tutta la Montagna spaccata e tutte le falesie che gli arrampicatori chiamano impropriamente di Sperlonga e che sono situate nella piana di Sant’Agostino che è invece in comune di Gaeta. La piana è divisa dal confine comunale tra Gaeta e Itri. Curiosamente, nella falesie di destra (Gaeta) è vietato tutto mentre in quelle di sinistra (Itri) è vietato solo l’assembramento???? e il campeggio. Quindi probabilmente nelle falesie del territorio di Itri si può continuare ad arrampicare. Il comune di Gaeta si è premurato di porre un cartello stradale di divieto di sosta e permanenza anche alla fine delle doppie con cui si scende alla Montagna spaccata. Alla fine, oltre a quello che sta sul ciglio! Quindi un arrampicatore fa 100 metri di doppie e trova al livello del mare un cartello che gli vieta di stare lì. L’unica soluzione legale possibile è quella di buttarsi a nuoto e uscire dall’area vietata? No! Perché anche nella zona di mare prospiciente la falesia è vietato stare e fare ogni attività (nuoto incluso) per un raggio di 300 metri. Anche la Capitaneria di porto di Gaeta ha emanato un’ordinanza simile a quella del Sindaco.

Se l’accesso e la pratica delle attività sportiva nella zona – pubblica o privata – non è vietato legittimamente cosa si può fare per attrezzare e utilizzare una falesia?

Il Nibbio da nord
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Attrezzatura di una falesia
In Italia non esiste una normativa che dispone in merito alle attrezzature di falesie naturali per uso sportivo. Si possono applicare, per analogia, tutta una serie di norme che di fatto cadono nell’area dell’edilizia e dell’ingegneria civile.

Se si volessero elencare (o ipotizzare…) le procedure da fare per l’attrezzatura di una falesia si inizierebbe per:
– ottenere l’autorizzazione all’uso dal proprietario del fondo ove la falesia insiste (o in subordine acquistare la falesia);
– assicurarsi di avere libero accesso alla falesia attraverso terreni pubblici e privati;
– interfacciarsi con il Comune nel cui territorio è presente la falesia (il passo più importante) al fine di comunicare le attività che s’intendono porre in atto.

Il Comune potrebbe chiedere di:
– eseguire una perizia geologica (eseguita da un geologo abilitato) che attesti la stabilità della falesia;
– eseguire eventuali lavori per la messa in stabilità della falesia che la predetta perizia evidenzi come necessari (disgaggi) che vengono certificati dai soggetti abilitati a farli e successivo collaudo in loco degli stessi lavori (seguendo la procedura amministrativa prevista per i lavori di messa in sicurezza);
– presentare una Comunicazione di inizio lavori (CIL) o, in alternativa, presentare una Comunicazione di inizio lavori asseverata (CILA) o, in alternativa, presentare una Denuncia d’Inizio attività (DIA);
– presentare un piano per la sicurezza;
– nominare un coordinatore per la sicurezza (sia in fase di progettazione che in fase d’esecuzione);
– dettagliare il piano dei lavori che s’intendono eseguire,
– eseguire i lavori tenendo conto di tutte le prescrizioni richieste nella fase autorizzativa da parte del Comune.

Solo dopo questa fase si potrà passare al posizionamento di ancoraggi (certificati CE sia per la progressione che per la sosta) per la individuazione delle vie di salita ludico-sportive (ancoraggi che a mio avviso vanno posizionati a distanze ravvicinatissime per ridurre al minimo le conseguenze di una caduta); il posizionamento degli ancoraggi deve essere fatto a regola d’arte secondo le indicazioni dei costruttori degli stessi ancoraggi e secondo le più recenti norme tecniche disponibili. Gli stessi ancoraggi è bene che siano sovradimensionati rispetto alle reali esigenze.

Alessandro Gogna sulla via Comici al Nibbio, 1966
1966, Alessandro Gogna su via Comici al Nibbio, Grigna

 

In seguito all’esecuzione dei lavori sono sempre possibili azioni per il risarcimento di danni a titolo di responsabilità extracontrattuale (art. 2043 Cod. Civ.) nei confronti di chi ha posizionato gli ancoraggi se gli stessi non sono stati infissi a regola d’arte o con materiale non omologato o in maniera tale da non preservare in maniera sufficiente gli esiti di una caduta. Come è possibile un’azione contro il Comune se è stato consentito un accesso pubblico a un’area a rischio per la caduta di sassi o frane senza emettere e pubblicizzare apposita ordinanza d’interdizione della stessa zona.

Il Comune potrebbe considerare “lavori” ogni attività che si svolge in falesia o considerarli “lavori in economia” se a eseguirli fosse lo stesso proprietario; con tutte le conseguenze in termini di autorizzazioni e prescrizioni oppure si potrebbe ottenere dall’Ufficio Tecnico del Comune una dichiarazione che i lavori prospettati non hanno bisogno di alcuna autorizzazione.

Va pure considerato che le aree in cui ricade la falesia potrebbero avere dei vincoli ambientali o paesaggistici che esulano dalle competenze del Comune. In questa fattispecie si citano a titolo di esempio le ZPS Zone a Protezione Speciale individuate dalla direttiva Direttiva 79/409/CEE, recepita con legge 157/1992, che individua in Italia circa 280 siti dove l’arrampicata è espressamente vietata (a causa della nidificazione degli uccelli) e può venire ammessa solo con apposita disposizione dell’Ente chiamato a vigilare sul rispetto della normativa.

Altri vincoli vengono dai SIC e dai ZSC che impongono analoghe aree di rispetto simili alla ZPS. Altri vincoli possono essere posti anche da leggi regionali o dagli enti di tutela ambientale come: Parchi nazionali, regionali, provinciali e suburbani. Al riguardo, prima di iniziare qualsiasi lavoro, va accertata l’effettività dei predetti vincoli ambientali.

Considerato quanto premesso non mi stupisco se in Italia le falesie nascono come funghi la notte (e mai durante le ore diurne dei weekend…) e vengono attrezzate da fantasmi (che notoriamente non vengono chiamati a rispondere di violazioni di molteplici normative o dell’uso improprio di ancoraggi non certificati… o semmai mal posizionati).

Ma quando si vuole dare organicità e pubblicità a dei lavori fatti alla luce del giorno in una falesia con rilevante frequentazione pubblica non si può prescindere da un accordo tripartito che veda coinvolto il proprietario della falesia, il Comune e chi effettua i lavori.

In questa evenienza è possibile che il Comune stabilisca vincoli assai poco restrittivi e che l’opera di attrezzatura sia sostanzialmente priva di laccioli burocratici. Ma è anche possibile che il Comune richieda la stesura di un piano paesaggistico ambientale per la protezione dell’unico scarafaggio autoctono della zona…

In Sicilia un Ente parco ha affidato la creazione e la manutenzione (e i relativi fondi) di una falesia alla Sezione del CAI di Catania che a sua volta ha fatto intervenire come esecutore la locale Scuola d’Alpinismo. In questo caso il Comune non è intervenuto ritenendo che le competenze in capo al Parco fossero prerogative esclusive dello stesso Parco.


Chi effettua l’attrezzatura di una Falesia?
Quando si parla di attrezzatura “ufficiale” di una Falesia si pensa di ricorrere a “professionisti abilitati”. Ma chi sono costoro? Contrariamente a quanto si pensa non sono le Guide Alpine.

Le Guide Alpine NON sono abilitate tout court a fare lavori su funi, né a rilasciare attestati per i lavori su funi né a sorvegliare, organizzare o coordinare i lavori su funi. La legge n. 6/1989 stabilisce all’art. 2 quali sono gli ambiti professionali della Guida alpina:

1. E’ guida alpina chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, le seguenti attività:
a) accompagnamento di persone in ascensioni sia su roccia che su ghiaccio o in escursioni in montagna;
b) accompagnamento di persone in ascensioni sci-alpinistiche o in escursioni sciistiche;
c) insegnamento delle tecniche alpinistiche e sci-alpinistiche con esclusione delle tecniche sciistiche su piste di discesa e di fondo.

Le competenze della Guida Alpina sono da considerarsi elencate in maniera esaustiva nell’art. 2. Qualche sentenza di merito ha fatto rientrare nell’attività di Guida anche il “canyoning” in quanto assimilabile ad ascensioni su roccia con tecniche alpinistiche – ancorché in discesa – ma non si riscontra nessuna norma né nessun pronunciamento giurisprudenziale che assegni altre competenze professionali alle Guide Alpine.

Non esiste in Italia (né a livello nazionale né regionale) una normativa organica che riguarda la tematica di attrezzatura delle pareti rocciose per uso sportivo. Né esiste un’analoga disciplina europea (né come direttiva né tantomeno come regolamento). Le uniche norme di riferimento sono quelle del COSIROC e della FFME – dirette emanazioni del ministero Francese dello Sport – che dettagliano la figura del chiodatore (con specifica licenza) e del tipo di attività che si pongono in essere in ambiente.

Sia a livello amministrativo che per le tematiche connesse alle responsabilità si applicano per analogia (e solo per analogia) le normative riferibili all’edilizia, alle normative sulla messa in sicurezza di pareti rocciose (il cosiddetto “disgaggio”) e alle norme di ingegneria civile.

Arrampicata a Rocca Pendice
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Lavori in altezza su funi
Nell’ambito del diritto italiano bisogna tener nettamente distinti le norme che tutelano i lavoratori (sia autonomi che dipendenti) che normalmente prestano la loro attività dietro un compenso e altri soggetti che svolgano attività analoghe ma al di fuori di un rapporto di lavoro.

La disciplina di riferimento nazionale che occorre tenere presente in caso di “lavoro” è quella prospettata dal D.Lgs. 81/2008.

L’art. 107 stabilisce che per lavoro in quota va così considerato:
Agli effetti delle disposizioni di cui al presente capo (Titolo IV Capo II n.d.r) si intende per lavoro in quota: attività lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 m rispetto ad un piano stabile”.

Se i lavori in quota (cioè oltre i 2 metri) vengono fatti su funi e non su ponteggi i lavoratori devono essere obbligatamente formati ai sensi dell’art 116 4 comma del D.Lgs. 81/2008 che ad ogni buon conto si riporta qui di seguito:

Art. 116.
Obblighi dei datori di lavoro concernenti l’impiego di sistemi di accesso e di posizionamento mediante funi.

1. Il datore di lavoro impiega sistemi di accesso e di posizionamento mediante funi in conformità ai seguenti requisiti:
a) sistema comprendente almeno due funi ancorate separatamente, una per l’accesso, la discesa e il sostegno, detta fune di lavoro, e l’altra con funzione di dispositivo ausiliario, detta fune di sicurezza. E’ ammesso l’uso di una fune in circostanze eccezionali in cui l’uso di una seconda fune rende il lavoro più pericoloso e se sono adottate misure adeguate per garantire la sicurezza;
b) lavoratori dotati di un’adeguata imbracatura di sostegno collegata alla fune di sicurezza;
c) fune di lavoro munita di meccanismi sicuri di ascesa e discesa e dotata di un sistema autobloccante volto a evitare la caduta nel caso in cui l’utilizzatore perda il controllo dei propri movimenti.
La fune di sicurezza deve essere munita di un dispositivo mobile contro le cadute che segue gli spostamenti del lavoratore;
d) attrezzi ed altri accessori utilizzati dai lavoratori, agganciati alla loro imbracatura di sostegno o al sedile o ad altro strumento idoneo;
e) lavori programmati e sorvegliati in modo adeguato, anche al fine di poter immediatamente soccorrere il lavoratore in caso di necessità. Il programma dei lavori definisce un piano di emergenza, le tipologie operative, i dispositivi di protezione individuale, le tecniche e le procedure operative, gli ancoraggi, il posizionamento degli operatori, i metodi di accesso, le squadre di lavoro e gli attrezzi di lavoro;
f) il programma di lavoro deve essere disponibile presso i luoghi di lavoro ai fini della verifica da parte dell’organo di vigilanza competente per territorio di compatibilità ai criteri di cui all’articolo 111, commi 1 e 2.

2. Il datore di lavoro fornisce ai lavoratori interessati una formazione adeguata e mirata alle operazioni previste, in particolare in materia di procedure di salvataggio.

3. La formazione di cui al comma 2 ha carattere teorico-pratico e deve riguardare:
a) l’apprendimento delle tecniche operative e dell’uso dei dispositivi necessari;
b) l’addestramento specifico sia su strutture naturali, sia su manufatti;
c) l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, loro caratteristiche tecniche, manutenzione, durata e conservazione;
d) gli elementi di primo soccorso;
e) i rischi oggettivi e le misure di prevenzione e protezione;
f) le procedure di salvataggio.

4. I soggetti formatori, la durata, gli indirizzi e i requisiti minimi di validità dei corsi sono riportati nell’allegato XXI.

Rocca Pendice
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Nell’allegato XXI sono riportati in dettaglio le prerogative di chi è abilitato a formare i lavoratori su funi e rilasciare il previsto attestato nonché ad effettuare le verifiche quinquennali. Sono altresì riportati i contenuti minimi del corso e le modalità di svolgimento dello stesso.

Il Collegio Nazionale delle Guide Alpine di cui alla legge 02/01/1989 n. 6 “Ordinamento della professione di guida alpina” è tra le otto entità che possono qualificarsi come formatori. Il Collegio, non (e si badi bene) la singola Guida Alpina.

Quindi il Collegio nazionale, al pari delle altre sette entità, può essere tra coloro che organizzano corsi di formazione e ne certificano il superamento nonché i successivi aggiornamenti obbligatori. Va da sé che non ha nessuna competenza esclusiva sull’organizzazione dei corsi in discorso.

Come va da sé che se la Guida Alpina (singolo professionista) non ha seguito il previsto corso e conseguita la certificazione dell’apposito corso non è di per sé abilitata a lavorare su funi in altezza nell’ambito di una prestazione professionale in un cantiere.

Ricapitolando, se vengono effettuati lavori da soggetti liberi professionisti o lavoratori dipendenti in un contesto lavorativo, inteso come scaturendo da rapporto contrattuale diretto o indiretto, coloro che operino su funi oltre i due metri di altezza da terra devono essere formati e certificati ai sensi di quanto espresso nell’allegato XXI e vanno applicate le norme di riferimento (per la maggior parte rintracciabili nel Capo IV del D.Lgs. 81/2008).

Chi opera come singolo privato su funi (per qualsiasi motivo) senza alcun vincolo di lavoro né di subordinazione e senza il coinvolgimento di terzi e senza insistere su aree qualificate “come cantiere” sia temporanei che mobili o fissi non è tenuto ad alcuna disciplina.

Chi “chioda una parete” deve essere una figura abilitata ai lavori in altezza se opera in un cantiere propriamente detto. Su come mette gli ancoraggi e su quali ancoraggi usa si apre un infinito ventaglio di possibilità perché in Italia la normativa ti dice “chi” deve fare il lavoro ma NON come deve fare il lavoro.

Una possibilità è che una figura professionale tecnica come un Ingegnere realizzi un progetto tenendo conto di tutte le best practice al momento vigenti e realizzi un elaborato di dettaglio su i materiali da impiegare e sul modo e sul dove della loro infissione. Che deve essere eseguita dalla figura abilitata. L’Ingegnere controllerà che i lavori siano eseguiti secondo le sue prescrizioni e con i materiali indicati posti in sito secondo le prescrizioni tecniche dei costruttori dei materiali (ancoraggi, soste, resine, ecc.) e alla fine del lavoro procederà al collaudo dei lavori.

Alcune delle vie tracciate sulla parete di Monte Monaco, San Vito lo Capo
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Anni fa sono stato interessato dal CAI di Padova per un parere in ordine alla falesia di Rocca Pendice. Il CAI ne aveva promosso la riattrezzatura a carico dei volontari e con il lavoro dei volontari. Una Guida Alpina aveva contestato all’Ente parco (proprietario dell’Area) la legittimità dell’operazione. A seguito delle contestazioni incrociate tutto si fermò e nessuno mise mani alle pareti che ora versano in stato di abbandono. All’epoca mi erano state rivolte, da parte del CAI, alcune domande che trovo utile riproporre qui con risposte che diedi all’epoca tenuto conto di quanto premesso fino a ora.

Gli istruttori, o un qualsiasi arrampicatore, possono volontariamente pulire le vie, sistemare le soste usurate, sostituire gli spit rovinati, aprire nuovi itinerari o possono farlo solo le Guide?
Lo possono fare tutti e non solo le Guide se il proprietario dell’area è d’accordo e non si configura un “cantiere”.

Il CAI può organizzarsi per svolgere questi interventi?
Se lo fa a livello ufficiale e pubblico deve seguire tutti i passi previsti dalle norme e relazionarsi principalmente con il Comune. Non serve essere un’“impresa” ma bisogna seguire le prescrizione degli uffici comunali.

In caso di incidente su una via chiodata da uno “del CAI” anziché da una Guida, la responsabilità ricade sul Parco o sul quello del CAI?
La responsabilità può ricadere su qualsiasi persona chioda (Guida inclusa) e può coinvolgere anche il proprietario della falesia.

Se il Parco vuole coprirsi le spalle può arrivare ad autorizzare arrampicata solo sugli itinerari “certificati” dalle Guide?
Le Guide di per sé non certificano niente. Se il Parco vuole coprirsi veramente le spalle fa prima a vietare l’arrampicata.

Rocca Pendice rischia davvero di diventare solo “un luogo di lavoro” delle Guide esautorando totalmente chi per un secolo l’ha attrezzata, pulita, manutentata e fatta vivere?
Rocca Pendice diventa oggetto di attenzioni in base agli accordo istituzionali che coinvolgono il Parco e il Comune. Il CAI può promuoverli ed essere l’unico legittimato ad agire.

Se si autorizzasse davvero questa prassi di “legittimazione esclusiva delle Guide per le chiodature” allora TUTTE LE DOLOMITI, TUTTE LE FALESIE ITALIANE, ogni sito di arrampicata andrebbe certificato? Mi spiego, in Dolomiti tutti chiodano e schiodano e aprono, ci son migliaia di falesie attrezzate e manutenziate da gente del CAI o appassionati locali, ma nessuno si sogna di impedire loro questa attività. Solo Rocca Pendice sta vivendo questa assurda diatriba, cieca e ottusa, che altrove non avrebbe senso. È possibile ragionare per analogia? Paragonare Rocca Pendice a tutte le altre falesie? Alle Dolomiti tutte? E restituirle finalmente un po’ di libertà e buon senso? O il fatto che c’è un Ente pubblico come proprietario può comprometterne totalmente la fisionomia?
Le guide non sono le uniche legittimate a chiodare.

Cosa dovremmo fare, secondo Lei, per poter esser coinvolti nella manutenzione della falesia in sinergia con le Guide, anziché in contrapposizione? Qual è il nostro margine legale d’azione? Su cosa possiamo appigliarci e a cosa possiamo appellarci in questa battaglia in difesa di un luogo a noi caro e importante per la comunità di arrampicatori padovani?
Penso che il CAI deve essere controparte unica con il Parco. A tal fine va redatto un articolato con cui il Parco affida la manutenzione della falesia in esclusiva al CAI. A quel punto il CAI si organizza al suo interno come meglio crede e si rapporta al Comune per quanto serve a organizzare “lavori” sulla parete.

Un istruttore CAI, o un qualsiasi climber abilitato al lavoro su funi, tramite regolare corso/attestato può eseguire lavori di pulizia e lavori di manutenzione (sostituzione soste, apertura nuovi itinerari)? Il ruolo esclusivo delle Guide è circoscritto alla certificazione degli ancoraggi o a tutti i lavori su fune?
Se vengono effettuati lavori in quota su fune appaltati a un professionista o a una ditta sia il professionista che i dipendenti della ditta devono essere abilitati secondo il D.Lgs. 81/2008. Non esiste nessuna abilitazione per la sostituzione degli ancoraggi o l’apertura di vie nuove. Non esistendo nessuna abilitazione non si pone il problema neanche per le Guide che in questo caso sono perfettamente equiparate a qualsiasi altro soggetto.

Infine, forse la questione più importante: è giusto trattare l’arrampicata in falesia e la manutenzione/chiodatura delle vie alla stregua di un lavoro in altezza, o no? se sì, allora solo le Guide sono abilitate, se no, siamo autorizzati anche noi…
L’arrampicata in falesia è arrampicata… e basta. La manutenzione e chiodatura di una falesia è un’attività libera. Come tutte le attività libere comporta delle responsabilità. Non esiste nessuna abilitazione specifica per attrezzare una falesia. Le guide non sono abilitate perché non esiste nessuna abilitazione a ciò.
Se si interviene in maniera strutturale su una falesia la fattispecie può essere considerata come un cantiere. Se il Comune del luogo concorda nel fatto che quello sia un cantiere.
E allora come cantiere va considerato tenendo conto le normative del D.Lgs. 81/2008 e delle prescrizioni dell’Ufficio Tecnico Comunale. In tal senso non rileva assolutamente la qualifica di Guida Alpina. Al massimo, se una Guida Alpina opera in un cantiere che fa lavori in altezza va considerata come un operaio edile specializzato che ha seguito i corsi di cui all’art. 116 del D.Lgs. 81/2008. Che sia una Guida Alpina è assolutamente insignificante. E’ vero il contrario: se non ha seguito i corsi del suaccennato art. 116, la Guida Alpina non può fare assolutamente niente in un cantiere il cui lavoro è eseguito su funi.
Nel caso del cantiere sono centrali le figure del Direttore dei Lavori e del Responsabile per la Sicurezza (individuati secondo le vigenti normative in materia) che indirizzano il lavoro ed emanano ordini prescrittivi per tutti gli operai impiegati.

 

Una volta individuati i rapporti con il proprietario e averne ottenuto l’assenso e dopo aver svolto i lavori di attrezzatura sarebbe saggio stipulare un’assicurazione che copra i soggetti intervenuti (proprietario, promotori della chiodatura, geologi, ingegneri, chiodatori, ecc.) per ogni eventuale incidente che in quell’area potrebbe verificarsi a causa dei molteplici eventi in grado di verificarsi.

La polizza assicurativa va costruita appositamente e il premio risentirà ovviamente del grado di rischio che la compagnia di assicurazione intende accollarsi. Ammesso che si trovi una compagnia che voglia accollarselo.

In questo labirinto di possibilità che la burocrazia italiana ci offre non mi stupisco se il fiorire di italiche situazioni cerchi scorciatoie per uscire da un guazzabuglio apparentemente senza uscita.

E’ peraltro vero che dove le parti interessate abbiano la volontà di realizzare insieme qualcosa si possono realizzare cose egregie. Arco di Trento (TN) e Ferentillo (TR) sono esempi in tal senso.

A San Vito lo Capo (TP), il Comune ha incentivato l’arrampicata e la chiodatura. La chiodatura è stata realizzata con materiali discutibili. Sono cedute soste ed ancoraggi. Molti si sono fatti male. Anche molto male. Una Guida alpina austriaca in vacanza con la famiglia è caduta per il cedimento di una sosta. Ha passato mesi in coma. Solo nell’ultimo anno si sono contati sette incidenti a causa di una cattiva chiodatura. Prima o poi penso qualcuno sarà chiamato a risponderne.

 

Fin qui le considerazioni di Riccardo Innocenti. Con la tecnica di una raffinata escavatrice sono stati disseppellite leggi inadeguate e complicate, poi ammucchiate a lato, assieme al buon senso. Le considerazioni di Paola Romanucci (vedi parte 1) sembrano quelle più a senso compiuto e a indirizzo pratico, ivi compresa, almeno a mio parere, quella per la quale il CAI non può e non deve farsi carico della sicurezza.

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Accesso alle falesie – 1

Accesso alle falesie -parte 1 (1-2)

Il 21 maggio 2015 su Lecconotizie.com compare, a firma di C. Franci, un articolo che, per il mondo dell’arrampicata, è pura dinamite: “Nibbio: salta il progetto di riqualificazione, occasione persa”.

Il Corno del Nibbio Settentrionale 1368 m è lo scoglio roccioso più noto tra tutte le ardite strutture della Grignetta. Noto fin dai tempi di Emilio Comici, ha visto spellarsi su di sé le dita di migliaia di arrampicatori (lecchesi e non). E anche se oggi certamente è una falesia tra le tante nel frattempo “coltivate” e cresciute, non cessa di rappresentare quel giusto misto di storia e di attualità.

Pochi giorni prima dell’uscita dell’articolo erano stati affissi alla sua base almeno due cartelli indicanti il divieto d’accesso all’area. L’episodio aveva rapidamente fatto il giro delle bocche e non poteva non essere pubblicato, visto l’allarme che aveva suscitato.

Il Nibbio è di proprietà della famiglia Ponziani dal lontano 1936 e recentemente era rientrato nel progetto di riqualifica delle falesie promosso dalla Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino, con 60.000 euro di cifra stanziata per riattrezzare la falesia e sistemare il sentiero che dai Piani Resinelli conduce al Corno.

Corno del Nibbio Settentrionale
Grigna, il Nibbio Settentrionale, da nord

 

Scattano le indagini su quanto è successo. Carlo Greppi, presidente della Comunità Montana, ammette che “il progetto è saltato per il mancato accordo con la proprietà sull’acquisto del bene”. Maggiore chiarezza fa la proprietaria, Anna Ponziani che dichiara: “Quando abbiamo saputo del progetto della Comunità Montana abbiamo proposto loro di comprare l’area, sia perché ci saremmo alleggerite da una responsabilità sia perché ci piaceva l’idea di rendere effettivamente pubblica una falesia così importante. La Comunità Montana si è offerta di comprarla a prezzo di esproprio: ci hanno proposto 6.300 euro, ma la nostra valutazione, condotta con l’ausilio di un consulente e anche di un avvocato, era di 30.000 euro. Una cifra onesta, considerando il valore totale del Nibbio, intendo al di fuori della metratura”.

In effetti l’area totale è di circa 6.700 mq e francamente non sembra che un prezzo di neppure 4,5 euro al mq sia una richiesta esosa.

Non c’è stato accordo. Anche se all’ultimo momento i Ragni di Lecco, non coinvolti nel progetto di riqualifica, hanno tentato di indurre le parti a un compromesso. Siccome il progetto della Comunità Montana prevedeva la risistemazione di tutte le vie di arrampicata presenti al Corno del Nibbio secondo i criteri internazionali (quindi utilizzo di materiale certificato, mano d’opera assegnata a Guide Alpine e sistemazione della base per lo stazionamento degli arrampicatori), si è cercata la quadra intervenendo anche sul preventivo dei lavori e abbassandolo: ma la CM ha tenuto duro.

Uno dei cartelli alla base del Nibbio
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Ancora Anna Ponziani: “I cartelli sono stati messi pochi giorni fa in accordo con due avvocati che ci hanno seguito in questa vicenda. Di fatto è un modo per tutelarci, la falesia è un luogo potenzialmente pericoloso per diversi motivi e su di noi gravano delle responsabilità. I cartelli rilevano che quella è una proprietà privata e chi vi si avventura lo fa a proprio rischio e pericolo”.

In conclusione, per tutti è stata una sconfitta e un’occasione persa: per il territorio, per lo sport e per il turismo.

Ma gli arrampicatori vanno più in là, oltre alla vicenda locale (che magari di qui a qualche mese potrebbe anche trovare una soluzione). Improvvisamente ci si è ricordati che tutte le falesie, se in terreno privato, sono a rischio chiusura! Se solo i proprietari ci riflettono, le probabilità che i cartelli di divieto crescano come i funghi salgono a dismisura.

Nello scoppiettio di opinioni, il 29 maggio 2015 Emanuele Pellizzari (mister Kinobi), di Treviso, scrive confidenzialmente: “Ostia… sono un filo scosso. Cercherò di spiegare la mia visione del mondo arrampicatorio. Io non so bene se ho capito male, ma ho stropicciato gli occhi e riletto più volte…“Questa Comunità Montana ritiene che una falesia non può assumere un valore di mercato in quanto tale, cioè per il fatto che la gente ci arrampica o, a maggior ragione, perché ospita itinerari storici. Riteniamo fondamentale che l’arrampicata sulle falesie naturali possa essere attività svolta liberamente, con la consapevolezza della responsabilità personale di chi la pratica”. A casa mia questa frase significa che, se una falesia è storica, si è autorizzati a comprarla a prezzo di esproprio. “Ghe sboro” direbbe un mio amico venexian! Diciamo che questo è un disincentivo per ogni proprietario terriero a far entrare un arrampicatore nel suo terreno, in quanto la falesia potrebbe diventare “storica” e ti ciulano il terreno. La seconda cosa, e facendo la premessa che non so bene come sia fatto il Nibbio e le complessità di richiodatura, mi azzardo a dire la mia opinione da fornitore di materiale (come dice la comunità “certificato”): chiodare un tiro con sosta a doppio moschettone inox e tutto a inox nei punti di protezione costa meno di 100 euro (ivati stando larghi, abbondanti e distesi). “Slarghemose”: facciamo 120 euro! Mettiamo un trapano defunto (720 euro), 4 statiche andate (500 euro), 150 euro tra casco e imbrago. La benzina costa, le tasse si pagano, ecc. Ripeto, ignoro la conformazione del Nibbio e le opere di disgaggio e di consolidamento da fare. Posso solo asserire che quando io devo richiodare un tiro in falesia, di norma, tra salirlo e richiodarlo, ci metto il tempo che il mio compagno fa due tiri. Detto questo, se io fossi il proprietario, per me 10.000 euro per una falesia (da capire con quanto terreno, sarebbe bello ce lo dicessero), manco dopo morto lo vendo, piuttosto lo regalo in cambio di una lapide sul bordello del paese: non in Municipio dove la gente va a questionare, ma nel bordello dove va a divertirsi! Infine, non so se la Comunità legge, ma per favore, non scrivete queste cose in giro che non si sa mai che i proprietari terrieri le leggano!”.

Emanuele Pellizzari
Falesie-accesso-1-Kinobi

La vicenda rientra in pieno, e clamorosamente, nella casistica per cui l’Osservatorio per la Libertà in Montagna è stato creato. In qualità di suo portavoce però, di fatto, io non so cosa comunicare… Allora mando una raffica di mail a tutti i nostri amici legulei. La domanda è: – Ma siamo così sicuri che il proprietario di un terreno è responsabile per chi ci si fa male? Come mai le autorità locali in zone del nord Inghilterra sono intervenute contro proprietari del genere?

L’avvocato Lucia Foppoli risponde subito, 29 maggio 2015: “Accidenti, Anna Ponziani la conosco bene; non sapevo fosse proprietaria anche del Nibbio! Qui a Sondrio abbiamo avuto una questione analoga per la palestra di arrampicata denominata della Sassella e intitolata a Celso Ortelli, di cui mi ero occupata anche io da presidente di sezione. E’ stata riaperta dopo anni di chiusura, a seguito di un’ordinanza che vietava l’utilizzo delle soste, ecc.
Era un’area privata e c’erano sempre questioni con i proprietari che legittimamente vietavano l’arrampicata per varie ragioni (c’è una vigna coltivata ai piedi, per esempio); la palestra è stata inserita nell’elenco delle opere pubbliche per cui era possibile espropriarne (appunto per pubblica utilità) l’area, ma il Comune ha preferito trattare l’acquisto dai proprietari. Ora si sta trattando l’acquisto anche di un’altra parte dell’area con lo stesso procedimento. Quanto all’indennità (il valore del bene da espropriare) va stabilita secondo legge. Il Comune ha in seguito stipulato una convenzione per la manutenzione dell’area con la locale sezione CAI che utilizza ovviamente professionisti per le certificazioni e ha assicurato la palestra (assicurazione stipulata dal CAI centrale) e si è tutti un po’ più tranquilli…
Certo il percorso non è stato semplice e neppure breve, ci sono voluti anni. Una soluzione, nel caso in argomento, forse più semplice burocraticamente parlando e trattandosi di privati, potrebbe essere quella di convincere la famiglia Ponziani ad affidare la sola gestione, trattenendo la proprietà alla Sezione del CAI che s’incarica di mantenere in ordine la falesia (soste, ecc.) e assicurare la palestra. Il dialogo con i proprietari e l’accordo con loro è imprescindibile
”.

In arrampicata sulla palestra della Sassella (Sondrio)
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Il giudice Maria Barbara Benvenuti risponde poco dopo: “Buongiorno a tutti, da quel che ho letto mi sembra che la decisione dei proprietari di vietare l’accesso nell’area di arrampicata rientri nella strategia delle trattative pre-contrattuali, per creare tensioni e indurre gli enti locali a concludere l’acquisto ai prezzi proposti dai Ponziani. Per questo, come Osservatorio, in questa fase delle trattative, prescinderei dalle questioni giuridiche e creerei invece un movimento di opinione volto a sensibilizzare gli interessati alla falesia (compresi la proprietà e gli enti locali), insistendo sull’importanza di mantenere aperta una palestra storica come quella in questione. Eviterei di cadere nella trappola delle responsabilità, che bloccherebbe irrimediabilmente la situazione irrigidendo la posizione dei proprietari. Dal punto di vista delle responsabilità è vero infatti che il proprietario può essere chiamato a rispondere se qualcuno si fa male, se non dimostra che l’area è data in gestione e in uso a qualche altro soggetto (ecco perché l’affidamento in gestione al CAI torna comodo, perché il sodalizio può beneficiare di buone condizioni assicurative a prezzi ragionevoli di premio); se la proprietà mette il divieto di accesso, come hanno fatto i Ponziani, diventa invece esente da responsabilità, come pure se mette l’avviso che l’area non è soggetta a controlli e che chi arrampica lo fa a proprio rischio e pericolo. Questa è la sintesi di un problema molto più complesso e articolato ovviamente”.

L’avvocato Paola Romanucci, 30 maggio 2015, dà una risposta abbastanza esauriente sulla quale poi convergeranno altri interventi: “La strategia del cartello “proprietà privata” (che in questa vicenda può essere strumento di pressione a fini contrattuali) è pratica diffusa tra i proprietari di fondi privati: implicitamente, un “proprietà privata” accompagnato da un “divieto di accesso” non obbliga il proprietario a presidiare il terreno per impedirne la frequentazione, ma può valere a escluderne la responsabilità in caso di incidente. Tipica soluzione di compromesso all’italiana, ma ha risolto alcune impasse con i proprietari, almeno in terra picena.
D’altra parte, in questo clima di “caccia al responsabile” dobbiamo aspettarci un fiorire di divieti più o meno effettivi, più o meno fittizi: i proprietari vogliono dormire sonni tranquilli.
Peraltro, pongo una questione giuridica: come si regge la responsabilità di un proprietario a fronte della pratica consapevole di un’attività sportiva? Una cosa è la fattispecie “Vermicino”, in cui un proprietario di un fondo accessibile omette di segnalare la presenza di un pozzo non visibile (il che configura la fattispecie denominata “insidia o trabocchetto”, che dà luogo a responsabilità). Altro è tenerlo responsabile del fatto che una libera (e anarchica) comunità di scalatori disgaggia, attrezza, scala, e magari cade nella sua proprietà. Mi pare che un’azione ad alta intenzionalità come scalare una parete basti e avanzi a fornire il nesso causale con l’incidente, escludendo per converso ogni rapporto di causalità con la proprietà e la conduzione del fondo. Sarebbe come dire che se un cacciatore si spara in un piede dentro un fondo privato, può chiedere il danno al proprietario.
Chiusa (ma mica tanto) la parentesi giuridica, veniamo alla fatidica domanda: noialtri (CAI, Osservatorio), che “famo”?
Personalmente, credo che accollare al CAI la gestione e la responsabilità di falesie aperte e frequentate da chiunque, dalla certificazione di sicurezza tramite professionisti alla manutenzione alla copertura assicurativa, sia un pericoloso boomerang. Non soltanto perché il CAI non è strutturato per reggere una simile gestione e simili rischi, specie a fronte di una frequentazione che deve, imprescindibilmente, restare libera e aperta (altrimenti cambiamo nome all’Osservatorio).
Soprattutto, perché mi pare profondamente sbagliato che il CAI diventi “fornitore di sicurezza”. Semmai, è l’esatto contrario: il CAI deve farsi carico di (tornare a) insegnare che le attività in ambiente – che siano su un paretone alpino o in una falesia di 30 metri, su un pendio di neve o dentro una forra – hanno, sempre, un rischio intrinseco incomprimibile, che impone assunzione di responsabilità personale. Responsabilità che, in falesia, è di chi attrezza la via, non meno di chi sceglie di scalarla. Su questo dobbiamo assumere la responsabilità di una battaglia culturale difficile e alta, a partire dalle Sezioni. Chi sceglie di “avventurarsi” (nel senso lessicale e filosofico del termine) in ambiente naturale e al di fuori di un contesto professionale, diventa automaticamente “capitano di se stesso” e si assume la responsabilità di quello che fa.
In sintesi, non facciamoci tentare dall’ennesimo “format” per rincorrere la soluzione dell’ennesimo problema creato da una società sempre più isterica: ferma la battaglia culturale comune, le falesie sono una galassia di situazioni diverse, entro le quali le diverse realtà territoriali troveranno una soluzione adatta alle contrapposte esigenze, del proprietario e dei frequentatori: da qualche parte si comprerà il fondo, altrove basterà scavalcare con nonchalance una catena e ignorare un cartello, forse qualcuno interdirà l’accesso sul serio. E’ la liberta, bellezza
”.

L’altro cartello alla base del Nibbio
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L’ingegner Carlo Zanantoni, che per decadi si è interessato alla qualità del materiale di arrampicata e alpinismo ed è uno dei fondatori dell’Osservatorio per la Libertà, il 30 maggio 2015 scrive rispondendo alle tre signore che l’hanno preceduto: “Mi fa molto piacere che la componente femminile dell’Osservatorio si dimostri particolarmente vitale e competente… Mi pare che il coinvolgimento ufficiale del CAI e delle guide sia da tenere come ultima ratio, invece l’acquisto da parte della Comunità Montana sarebbe un modo per sbrigarsi. Ma tutto questo non sarebbe strettamente necessario, se io non mi sbagliassi nel supporre che:
– una possibilità di esproprio non sia del tutto esclusa (Lucia Foppoli);
– la proprietà si libererebbe da ogni responsabilità se mettesse un divieto d’accesso e altri opportuni avvisi (Barbara Benvenuti).
Si tornerebbe così alla situazione preesistente, a meno che la proprietà impiantasse una recinzione che gli arrampicatori dovrebbero danneggiare per entrare (potrebbe?). Mi pare che la responsabilità del pasticcio sia della Comunità Montana e del suo progetto di riqualifica delle falesie, che ha generato nella proprietà un comprensibile desiderio di sfruttare economicamente un terreno altrimenti inutile
”.

Da parte del giudice Carlo Ancona, 1 giugno 2015: “Mi pare che le considerazioni che leggo a firma Paola Romanucci siano assolutamente da condividere; che poi i proprietari possano dormire davvero sonni tranquilli, con la giurisprudenza che esiste in tema di responsabilità per cose in custodia, è tutt’altro che certo; ma comunque va verificato caso per caso; che poi sia questa la via scelta in Italia alla libertà, dimostra solo che di essa vi è paura, e non desiderio; ma il punto essenziale è che condivido appieno le considerazioni sui compiti del CAI, che non può essere un titolare nella (scomoda) posizione di garante di sicurezza”.

(continua)

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Chi gestisce l’eliski?

A dispetto delle recenti manifestazioni contro l’eliski, prima in Valmalenco poi in Val Formazza, la lobby del traffico aereo continua a operare per ottenere dalle amministrazioni comunali il massimo appoggio per la sua attività.

E’ delle ultime settimane la serie di incontri che hanno portato a stilare una Dichiarazione di intenti per la costituzione di ATI (Associazione Temporanea d’Impresa) al fine di attuare quanto previsto dal Progetto Quadro Eliski in Valmalenco.

Quattro sono le società firmatarie dell’accordo:
Funivia al Bernina srl dovrà garantire la disponibilità e la manutenzione delle elisuperfici di imbarco e di sbarco, gestire le giornate di attività, il numero di voli giornalieri, la sicurezza, gli accordi con le guide alpine aderenti al progetto. In qualità di capogruppo, Funivia al Bernina s’incaricherà di presentare ai comuni della Valmalenco il Progetto Quadro;

– Scuola di Sci Valmalenco parteciperà al coordinamento dell’attività eliski, ma in particolare gestirà vendita e organizzazione di voli panoramici;

– Elitellina srl fornisce i mezzi e il personale necessario a svolgere le attività di trasporto aereo, oltre a gestire gli aspetti burocratici;

– Monterosa Travel promuove e organizza la vendita dei pacchetti turistici.

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Il Progetto quadro Eliski in Valmalenco è stato presentato dunque ai comuni della valle. Consta di quattro pagine ed è costruito in forma di accordo tra l’ATI constituenda e il Comune.

Nelle premesse si dice che nelle ultime stagioni è aumentato l’interesse per la pratica dell’eliski nella zona e che l’accordo è proposto al comune proprio perché siamo in regime di “assenza di una disciplina normativa in materia di eliski per quanto riguarda la Regione Lombardia”.

L’accordo è suddiviso in 4 articoli, tra i quali abbiamo cercato le informazioni più importanti. Nell’art. 2 è detto che “l’ATI assume il coordinamento e la gestione delle attività di eliski per le stagioni invernali fino al 31 maggio 2016”, che il Comune è esente da responsabilità e che l’ATI “riconoscerà al Comune un rimborso forfettario di euro 40,00 a rotazione o in alternativa giornate di lavoro o servizi elicottero nell’interesse dell’Amministrazione”.

L’art. 3, il più corposo, è suddiviso in 12 punti:
– al punto 3 si stabilisce che ci sarà un servizio di prenotazione che darà priorità alle guide alpine locali e ai loro clienti: per le altre guide alpine è previsto l’obbligo di comunicazione scritta per tempo, con giorno, piano dei voli, numero di persone. In più a costoro sarà concesso l’uso di un numero di piazzole più limitato. Tutto ciò “allo scopo di garantire il coordinamento del servizio di eliski sul territorio”;
– al punto 4 è stabilito che l’elicottero (il cui numero è limitato a 1), quando non impegnato al trasporto, dovrà attendere fermo nelle piazzole assegnate;
– il punto 5 prevede che in programma ci siano almeno tre voli indipendentemente dal numero dei gruppi e che a ogni guida siano assegnati massimo quattro clienti;
– al punto 6 si stabilisce che dovrà essere sempre presente una guida alpina locale in qualità di coordinatore;
– il punto 7 e 8 affermano che la responsabilità è della guida alpina, che in ogni momento ha la facoltà di scegliere e modificare i percorsi;
– al punto 9 e 10 si ribadisce l’obbligo per tutti di essere dotati di ARTVA, sonda, pala e zaino air-bag.

Segue l’elenco delle piazzole di imbarco e sbarco in territorio comunale (da definire).

Fin qui abbiamo parlato in linea teorica… ma la pratica purtroppo non tarda ad arrivare. Il progetto quadro Eliski in Valmalenco è approvato dal Comune di Torre Santa Maria con DELIBERA 3 aprile 2015.

Alla presenza dei soli sindaco Mauro Decio Cometti, vicesindaco Giancarlo Corlatti e segretario comunale Francesco Chicca, la Giunta comunale, dopo aver accertato “che al momento non esiste una disciplina in materia di eliski e che pertanto si ritiene opportuno procedere con un accordo tra le parti, ex art.11 legge 241/1990” e “dato atto che il presente provvedimento quale atto di indirizzo non necessita di pareri di regolarità tecnica amministrativa e contabile ai sensi dell’art.49 dlgs 267/2000”, delibera “di approvare il testo dell’accordo che si allega al presente provvedimento come parte integrante per lo svolgimento e la regolamentazione dell’attività di eliski fino al 31.05.2016, nel territorio di Torre di S. Maria”.

 

Possiamo dunque metterci il cuore in pace. L’eliski in Valmalenco ci sarà, almeno fino all’aprile 2016; le guide non locali avranno i loro problemi a inserirsi e chiunque voglia fare eliski sarà costretto a servirsi delle guide alpine.

Inoltre, pur non facendovi espresso cenno, la delibera contiene anche l’Allegato 1, quella dichiarazione d’intenti per la costituzione dell’ATI dove invece si accenna eccome alla volontà di istituire in valle un bel servizio di eliturismo.

Infine una nota, che in qualche modo potrebbe essere vista in positivo: le guide alpine sono fuori dall’ATI (almeno quella relativa alla Valmalenco)…

La chiesetta dell’Alpe Arcoglio (Valmalenco)
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Ragazzi in montagna con le guide alpine

 Promo Scuola 2015
Dal Comunicato stampa n.05 (23 marzo 2015) delle Guide Alpine Lombarde “Ragazzi in montagna con le Guide alpine della Lombardia: al via il Promo Scuola 2015”.

Disegno fatto in una “restituzione” in classe dell’esperienza vissuta
PromoScuola-disegno2E’ al via una splendida iniziativa, da un’idea del Collegio Regionale delle Guide Alpine Lombarde. Escursioni in montagna con le guide alpine, per avvicinare i ragazzi delle scuole primarie e secondarie all’ambiente montano. È questo l’obiettivo del progetto Promo Scuola 2015 che dalla tarda primavera all’autunno 2015 le Guide Alpine della Lombardia porteranno nelle scuole lombarde. Le attività proposte, a carattere naturalistico e sportivo, saranno per gli Istituti a titolo gratuito, dal momento che il progetto, fortemente voluto dal Collegio regionale delle Guide, è interamente finanziato dal Collegio stesso e da Regione Lombardia.

Il Manifesto delle Assise dell’Alpinismo (Chamonix, 28 maggio 2011) lo aveva detto con solennità, recepito poi anche dal Club Alpino Italiano, nel Nuovo Bidecalogo: è importante far riconoscere il grande ruolo educativo delle attività di media e alta montagna.

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Si era parlato di sostenere il progetto di creazione di un polo “giovani; si era anche detto che, in quell’ottica, sarebbe stato opportuno redigere una guida metodologica per l’accompagnamento degli alunni.

In quella sede si era parlato di creare una nuova offerta specificamente dedicate ai minorenni e agli adolescenti, differenziata a seconda delle loro necessità e delle loro capacità (dal completo inquadramento all’autonomia), e diffondere quest’offerta attraverso i mezzi che i giovani utilizzano (social, internet, ecc.).

Forte del successo degli anni passati, torna anche per il 2015 il Promo Scuola, il progetto che ha lo scopo di far vivere ai ragazzi un’esperienza diretta sul campo, al fine di migliorarne la motricità e favorire l’acquisizione delle corrette tecniche di progressione in ambienti naturali d’avventura. A differenza delle scorse edizioni quest’anno l’offerta del Collegio delle Guide Alpine Lombardia si estende dalla primavera all’autunno, offrendo alle scuole la possibilità di organizzare per tempo escursioni e attività, distribuendole in diversi momenti dell’anno scolastico.

Gli studenti delle scuole primarie e secondarie saranno accompagnati su diversi terreni, scelti in relazione alle varie fasce d’età e alla natura del gruppo (numero dei partecipanti, rapporto numerico alunni e insegnanti, eventuale presenza di soggetti in situazioni di disagio).

Attraverso il Promo Scuola il Collegio Regionale Guide Alpine Lombardia intende prima di tutto promuovere la frequentazione dell’ambiente montano lombardo da parte dei più giovani. Il progetto permette inoltre di evidenziare la professionalità della Guida Alpina – Maestro di Alpinismo e dell’Accompagnatore di Media Montagna, con particolare riferimento alla specificità delle competenze in ambito didattico e tecnico.

Esercitazione sulle placche granitiche della Val di Mello
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Il Promo Scuola è presentato nelle scuole che ne fanno richiesta (al più presto, dato il numero limitato dei posti disponibili), mentre le attività si svolgeranno entro il 15 novembre. Pertanto gli insegnanti e i dirigenti scolastici che volessero partecipare, dovranno rivolgersi direttamente al Collegio regionale per richiedere l’intervento delle Guide Alpine nel loro istituto.

Sono previste escursioni guidate, attività didattiche e motorie, in ambiente e presso gli Istituti scolastici, con la possibilità di raggiungere fino a circa 1.200 studenti e relativi insegnanti.

Informazioni e contatti sono disponibili alla pagina del sito: promo scuola 2015, dove è tra l’altro l’elenco delle diverse iniziative. Vedi anche: [email protected]

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L’invenzione di Watt e l’eliski

L’invenzione di Watt e l’eliski
di Alberto Paleari

In una trasmissione di Radio 3 dedicata alle grandi invenzioni tecnologiche si diceva che l’invenzione della macchina a vapore, nella seconda metà del ‘700, segnò il confine tra un mondo arcaico rimasto immobile per millenni e la modernità.

Prima della macchina a vapore l’unica forza motrice disponibile, oltre a quella degli animali, era quella delle braccia umane; con la macchina a vapore l’uomo si affrancò dalla fatica fisica, fu possibile la rivoluzione industriale con tutte le sue conseguenze, ci fu un’accelerazione vertiginosa delle scoperte scientifiche.

FATICA – salita alla Bocchetta del Castel, Val Formazza. Foto: Alberto Paleari
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Che l’uomo moderno si sia affrancato dalla fatica fisica non è del tutto vero, avrebbe potuto ma non è successo; semplicemente, dopo l’invenzione della macchina a vapore, invece di produrre un metro di stoffa al giorno l’operaio, con la stessa fatica, cioè con la massima fatica che poteva fare senza morire, ne produsse dieci, cento, mille. Ma non è di questo che voglio parlare.

Voglio parlare del lavoro della guida alpina, che secondo me è l’unico lavoro rimasto nella condizione preindustriale, cioè di prima che James Watt inventasse la macchina a vapore.

SILENZIO – Bocchetta del Castel, Val Formazza. Foto: Alberto Paleari
InvenzioneWatt-3-SilenzioNon voglio dire che oggi non ci siano altri lavori faticosi, mi vengono in mente per prima cosa quelli dei contadini, dei muratori, dei minatori e chissà quanti altri ce n’è, ma i contadini, i muratori, i minatori oggi si avvalgono dell’aiuto di una infinità di macchine. Ripeto, queste macchine, per una stortura della nostra civiltà, spesso non sono servite a diminuire la fatica, ma solo ad aumentare la produzione: oggi per costruire le piramidi si userebbero gru potentissime invece di migliaia di schiavi, ma la fatica di costruirle resterebbe ugualmente grande, anche se diversa, per gli operai che lo dovessero fare.

Voglio invece qui dire che noi guide alpine, se vogliamo andare in cima alle montagne e portarci i nostri clienti, lavoriamo come se la macchina a vapore non fosse stata ancora inventata, noi guide alpine per andare in cima alle montagne usiamo ancora solo la forza delle nostre gambe e delle nostre braccia, e naturalmente anche del nostro cervello.

Questa, secondo me, non è una maledizione, ma un privilegio, anche perché, al contrario degli schiavi che costruirono le piramidi, noi guide alpine facciamo fatica perché ci piace fare fatica.

Ci sono tre cose che rendono bello e insostituibile l’alpinismo, e quindi il lavoro della guida alpina che di alpinismo vive: la fatica, la solitudine, il silenzio.

La fatica fisica nel mondo occidentale moderno è stata relegata in pochi settori lavorativi, ed è sempre più rara in una società servoassistita, da ciò derivano le masse di gente che vanno a correre, che vanno in palestra, che vanno in bicicletta e anche che vanno in montagna.

Purtroppo sulle Alpi la solitudine è sempre più difficile da trovare: essere soli nella selvaggia e immensa natura, non poter contare che su se stessi e sulle proprie forze è per me uno degli aspetti più belli e importanti dell’alpinismo, quello che ne fa uno sport diverso dagli altri ed esclusivo.

Anche il silenzio è un bene sempre più raro in un mondo in cui, quando non sono i rumori, è la musica che ci insegue in ogni luogo, perfino sulle seggiovie, sottofondo continuo, ipnotico e rimbecillente.

Ecco che cosa abbiamo quindi da offrire noi guide alpine ai nostri clienti: null’altro che fatica, solitudine e silenzio: le gite più belle, le salite ricordate con più nostalgia, le montagne più amate saranno sempre quelle più faticose, più esclusive e più lontane dal rumore della civiltà. E’ proprio perché amo la fatica, la solitudine e il silenzio che ho aderito al movimento contro la pratica dell’eliski e sono diventato un attivista e un simpatizzante di Legambiente.

Se cercate James Watt su Wikipedia trovate come epigrafe al capitolo a lui dedicato la sua frase: “il vapore è il primo esempio di Dio che si sottomette all’uomo” e fu una bella e grande frase detta con l’orgoglio proprio del secolo dei lumi. Oggi quell’orgoglio abbiamo visto dove ci ha portati: quell’orgoglio, quella tracotanza, che cominciarono, nel bene e nel male, con James Watt, ci stanno rovinando, stanno rovinando per sempre l’unico mondo che abbiamo, ed è per questo, per dare un piccolo contributo a salvarlo, questo povero mondo, che noi guide alpine in montagna dobbiamo e dovremo andare, ancora e sempre, a piedi.

 

SOLITUDINE – Bocchetta del Castel, Val Formazza. Foto: Alberto Paleari
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Il labirinto delle professioni della montagna

 Il labirinto delle professioni della montagna
di Gianfranco Valagussa

Da tempo i target di indirizzo della promozione del turismo montano si sono trasformati in settori specifici di intervento. Penso allo sport, alla cultura, e anche alla conoscenza e all’esperienza (1).

Possiamo oggi ritenere che si è compiuta la fase dell’accettazione dell’ambiente alpino, nelle accezioni naturale e sociale, come elemento essenziale, sia della promozione turistica, sia per lo sviluppo economico-sociale dei residenti.

L’area dolomitica è interessata da uno sviluppo turistico diseguale, con aree di eccellenza per promozione e servizi, e altre arretrate o in difficoltà. All’interno delle aree in difficoltà abbiamo una situazione a macchia di leopardo con singole località con uno sviluppo turistico “stagionalizzato” il cui apice maggiore spicca nella stagione invernale, dello sci quindi (2).

Labirinto-professioni-morichettimail Il servizio di accompagnamento in montagna oggi non prevede più soltanto un aiuto, una guida, per affrontare dei luoghi sconosciuti come la montagna ma prevede di fornire informazioni elaborate.

La trasformazione è avvenuta con l’affermarsi del turismo ambientale, nelle varie diramazioni della conoscenza culturale, dell’esperienza oppure della salute richiedendo varie tipologie di accompagnamento. Un esempio: un percorso della Grande Guerra può esigere l’intervento di una Guida Alpina (es. traversata del Paterno) per agire con la sicurezza necessaria, ma anche solo di una Guida Turistica (per citare una professione lontana dalla specificità alpina) se in posizione accessibile (es. Monte Piana).

Negli ultimi anni (dal 1998) si è sviluppata l’attività delle Guide Ambientali Escursionistiche (GAE) (3) che hanno assolto alle richieste di accompagnamento ambientale legato alla conoscenza delle specificità naturalistiche e culturali, spazio che era originariamente vuoto. Le competenze di questa figura professionale sono le stesse (?) di un altro professionista formato da Guide Alpine (GA) e CAI: l’Accompagnatore di Media Montagna (AMM) (4). Ma mentre la GAE è una figura integrata nel settore turismo (5), l’AMM sembra più appartenere al settore sport e tempo libero (6). Alcune differenze sostanziali sono la preparazione e i costi di acquisizione del titolo professionale (7). Cito il territorio Veneto per due ragioni: è quello che conosco meglio, è un territorio dove esistono le GAE (qui Guide Naturalistiche Ambientali) e gli AMM. Un rebus per i legislatori… Ma anche se questa è già una evidente contraddizione non voglio fare una discussione sui termini giuridici e/o un appello alla legge e/o una disquisizione etica. Mi interessa invece tentare una via per una soluzione generale, al di sopra e al di fuori delle spinte lobbiste o politico-istituzionali, tentare di portare la questione su una dimensione di realtà se non altro perché tutti si dicono appartenere alle professioni di accompagnamento turistico che quando non si svolge in pianura si pratica, ovviamente, su terreno montano o alpino.

Labirinto-professioni-montagna

Per spiegarmi vorrei fare un elenco approssimativo di tutte le figure professionali che, in base alla legge sulle libere professioni (8), potrebbero associarsi e svolgere attività, anche in montagna, assieme ai professionisti associati in Collegio come le GA con gli AMM e i Maestri di Sci, sono: Accompagnatore di mountain bike, Accompagnatore di escursioni a cavallo, Istruttore di nordik wolking, Guida Naturalistica Ambientale, Associazioni Turistiche, Guida Ambientale Escursionistica, Accompagnatore in canoa, Istruttore di arrampicata sportiva, Albergatore (vedi nuova legge Trentino): ma ve ne sono altre in arrivo e riguardano tutti coloro che per bisogno momentaneo frequentano la montagna come luogo di attività e penso alle “guide” di grandi agenzie (come la danese Topas o le grandi agenzie dell’Est EU). Di recente ho saputo di un fotografo professionista, specializzato in temi alpini, che porterà i partecipanti, paganti, a un corso in giro per le montagne alla ricerca di scorci inediti e caratteristici.

Tutto fa pensare che l’obiettivo di leggi e regole sia quello di costringere alla frequentazione di un corso di qualificazione svolto dalle GA, tipo quello previsto nella normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. La cosa sarebbe utile però solo se applicata a quelle professioni che effettivamente svolgono attività pericolose in ambiente montano e che richiedono specifiche conoscenze da Guida Alpina. Esempio: non esistono incidenti gravi documentati relativi alla frequentazione di un ambiente alpino con le GAE, neanche nel periodo invernale legato all’uso delle ciaspole, anche se sono considerate dalle GA “più pericolose degli sci”(9). Perché fare un corso magari con il costo di qualche migliaio di euro se il luogo di lavoro prescelto non ha pericoli prevedibili? Per fare un esempio: la legge 626 prevede per i lavoratori delle soluzioni, Dispositivi di Protezione, a seconda del grado di pericolosità che è relativo alla mansione svolta. Ma andiamo oltre.

La richiesta del mercato, se parliamo di professioni parliamo di profit, oggi è estremamente specializzata e richiede conoscenze difficilmente concentrabili in una unica figura: la capacità di raccontare, la trasmissione della conoscenza, la disponibilità alla dilatazione del tempo, la conoscenza tecnica, un corretto rapporto con la natura, un’etica condivisa…

Sta cambiando l’immagine delle Guide Alpine. La decisione dei professionisti di affidare la loro affermazione economica a una legge che investe i frequentatori della montagna a tutti i livelli, sia economico-professionale che ludico-sportivi, ha creato un dibattito ampio e generalizzato. Non trattandosi solo di una legge che regolamenta una professione provoca, di conseguenza, un dibattito complesso che comprende considerazioni etiche, filosofiche, economiche. A mio avviso tre categorie che difficilmente trovano risposte in una legge sulla professione delle GA e che corrispondono invece a una esigenza reale, riassumibile in modo schematico tra le scelte di modernizzazione o quella di conservazione dello scopo della categoria. Anche il documento deontologico oggi risulta insufficiente in quanto le cose affermate (il rispetto dell’ambiente) poi vengono saltate (eliski e freerider) a piè pari con giustificazioni economiche (il lavoro giustifica i mezzi). Per questo la professione si trova a un bivio ben evidenziato nella lettera di Giuseppe Miotti e nella risposta del Collegio (vedi Gognablog).

Di etica e filosofia se ne discute perché ogni frequentatore dell’ambiente alpino ha una propria opinione ed essendo, invece, la Legge “uguale per tutti”, alpinisti, escursionisti, turisti, operatori economici, residenti, giustamente devono poter dare una propria risposta. Sarà compito di legislatori e tecnici delle istituzioni elaborare una regolamentazione efficace e, scusate l’ardire, condivisa.

Labirinto-professioni-accompagnamento_MontagnaTrattandosi di una professione economica (GA, AMM, GAE, GNA, ecc.), quindi profit, non possiamo che porla all’interno di un mercato e nel rapporto con le altre attività professionali. La professionalità di un accompagnatore, di una guida, ha bisogno di tre elementi esssenziali: la conoscenza specifica, la capacità di comunicare e il rispetto per l’oggetto della comunicazione. La conoscenza si acquisisce per studio o per esperienza ed è in continua evoluzione, richiede un aggiornamento continuo. La comunicazione si avvale della conoscenza e della capacità di relazionarsi con l’ascoltatore, presuppone uno scopo comune, un accordo di dare-avere, una specie di contratto non scritto. L’oggetto della comunicazione è quello di cui si è approfondita la conoscenza e viene comunicato, richiede un rapporto etico tra professionista e cliente che, anche questo, deve essere trasferito. Al professionista si richiede il massimo rispetto dell’oggetto della comunicazione. Un esempio. La guida a una mostra d’arte deve conoscere l’artista, comunicare i contenuti e anche condividere il senso dell’Arte, non può dopo una visita prendere a calci un quadro perché ritenuto di poco valore, annullerebbe tutta la comunicazione. Pensiamo ora a una guida naturalistica, non può strappare fiori e prendere a calci esseri viventi, annullerebbe tutta la comunicazione. Passiamo alla Guida Alpina che dopo aver insegnato una tecnica di salita, gli opportuni sistemi di sicurezza, ti invita a salire in elicottero per svolgere attività “alpinistica”…

L’etica professionale non attiene alla sola sfera della filosofia, ma anche a quella del mercato. Si tratta di un mercato etico.

Se nel formulare una legge non si tiene conto di tutte le sfumature inerenti alla professione e non la si condivide con tutte le professioni con una base comune, risulta evidente che quella legge è un errore e non potrà essere rispettata se non con l’intervento degli apparati di controllo e di sanzione dello Stato. L’ambito diventa quello della libertà professionale. Tra le situazioni peggiori emerge quella veneta dove esiste la figura della Guida Naturalistica Ambientale dal 2001 (con il limite della progressione con uso di materiale tecnico di sicurezza) e solo di recente il Consiglio Regionale ha dato mandato al Collegio Regionale delle GA per l’istituzione dei corsi per la qualifica professionale di AMM, con una spesa pubblica complessiva di circa 220.000€, tutto ovviamente senza condividere le scelte con nessun operatore.

Se si vogliono evitare contrapposizioni sia economiche che istituzionali, la via è quella della condivisione.

Se non avverrà una trasformazione condivisa delle regole dell’accompagnamento in montagna che superi il ruolo di egemonia professionale delle GA (comunque nel rispetto del loro ruolo), forse si riuscirà a suon di condanne ad affermare una superiorità legislativa (e repressiva di conseguenza) ma a forte discapito dell’immagine stessa dei professionisti che diverranno una sorta di “notai della montagna”.

Credo che l’unica via sia quella di ritrovarsi a un tavolo comune per approfondire le caratteristiche delle professioni della montagna e il relativo riferimento etico generalizzabile, senza rimanere ingabbiati in una sorta di “Primato della Professione” che ricorda tanto la ipotetica supremazia culturale dell’Occidente sull’Oriente e che ci ha trascinati in una guerra inutile. Concedetemi una metafora. Dovremmo sopravvivere come specie naturali diverse, che si sono sviluppate e adeguate in un ambiente comune, condividono il luogo e rimangono diverse.

Note
1 – Piano di promozione turistica APT n.1, a cura di DOXA e CISET, febbraio 2001.

2 – Statistiche Regione Veneto, Movimento Turistico 2013. Cortina 1.022.991; Falcade 304.326; Auronzo 278.666; Alleghe 139.170; Sappada 105.319; per il resto si va dai 1.151 di Danta di Cadore agli 80.227 di Borca.

3 – Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche, www.aigae.it.

4 – Legge Regione Veneto 23/07/2013, www.guidealpineveneto.it.

5 – Legge Regione Veneto n. 33 del 4/02/2002, art. 82 ed 83.

6 – Bur n. 61 del 20 giugno 2014, Materia sport e tempo libero, Assessore M. Zorzato. Prova di velocità. Delibera della Giunta regionale n. 884 del 10 giugno 2014

7 – www.aigae.it Corsi di Formazione; http://bur.regione.veneto.it allegato F.

8 – Legge 14 gennaio 2013 n. 4.

9 – http://corrierealpi.gelocal.it/cronaca/2014/01/15/news (il link in seguito è stato soppresso, NdR).

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L’alpinismo non è delle guide alpine 5

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 5a puntata (5-5)
di Carlo Bonardi

PARTE SETTIMA

§ 31. Ancora in diritto: anche in alpinismo l’obbligo legale di comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze, per giunta migliori?
Questi lunghi preamboli, certo hanno disorientato e stancato il lettore praticante d’alpinismo, unico soggetto a muovere l’interesse mio, che vorrei potesse continuare ad andar per monti come gli piace, anche ove fosse da modesto “pellegrino”.

Occorre però collocarli in un sistema economico e giuridico che non vede ragioni per lasciare santuari.

Il timore che vengano imposti comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze – magari “di qualità superiore” od “alla moda” – non va creduto infondato.

Tanto più in un generale sistema che ha attenuato se non eliminato gli ideali e le pratiche di forza, pericolo e gloria, sostituendole appunto con quelle di tipo normalmente assistenzialistico o tentando di farlo, salvo quando ritenga conveniente il contrario

[Genesi del mutamento… cit.; Flash di alpinismo parti varie, di Massimo Bursi, ad esempio nella n. 2 su Giusto Gervasutti od altrimenti, con interessanti valutazioni dell’A. (che però spesso non condivido), Gogna Blog].

24 giugno 2011. Couloir de la Plate des Agneaux (Massif des Ecrins). Per festeggiare i 16 anni di Perceval Gagnon, la madre Patricia Bogard e gli amici Catherine Sénéchal, Véronique Semet, Frédéric More ed Henry Chaillé, si legano assieme. Questa è l’ultima loro foto, perché pochi metri dopo tutti precipitarono in seguito alla caduta del primo capocordata, Chaillé. Senza scampo per nessuno.AlpinismoNonGuide-5-Tragique-cordee-les-dernieres-photos_article_landscape_pm_v8

Senza approfondimenti e fermo che si può sostenere altro, basta portare precedenti e qualche norma suscettibile di applicazione o pericolo di applicazione.

  1. A) Precedente esemplare: dal Decalogo dello sciatore di Beirut 1967 alla sua recezione giurisprudenziale e legislativa.

Parto evidenziando che, in tema di circolazione sulle piste da sci e con l’occasione del verificarsi di sinistri, mancando in origine una precisa normazione ed esclusa poi dalla Corte di cassazione l’applicabilità della disciplina del Codice della strada, la soluzione da tempo maturata è stata di prendere a riferimento norme elaborate in sede privata, poi recepite in giurisprudenza ed altresì in decreti ministeriali e pure nella legislazione dello Stato (cit. legge 2003, n. 363, ecc.), ad esempio, per stabilire se ha legalmente “precedenza” lo sciatore “a monte” o quello “a valle”.

La violazione dei precetti concernenti lo sciatore, in sé non costituiti in forma di legge né dotati della relativa forza, ha finito per essere impiegata per definire la legittimità o meno dei comportamenti, inquadrati nella violazione degli artt. 43 codice penale e 2043 codice civile sopra riportati, quindi, tramite essi, per individuare le condotte colpevoli

[forse il primo testo italiano che in materia ha estesamente studiato l’argomento è di Giacomo Bondoni, Il diritto sugli sci: teoria e pratica, casi concreti e clinici, Verona, Libreria giuridica, 1977. Notizie recenti, in Internet].

Gli operatori pratici, fissando regole, consapevolmente o meno, giungono a farle recepire come norme ad amministrazioni, giurisprudenza e legislazione;

  1. B) Paralleli:
  1. a) evoluzioni.

Si consideri che un’evoluzione simile si era già verificata nella materia della prevenzione delle malattie del lavoro: quando in Italia non era normativamente stabilito quali precisamente fossero i picchi e le durate di esposizione al rumore ecc. tali da portare a lesioni dell’apparato uditivo (ipoacusia) e quindi al relativo reato, in sede giudiziaria vennero usate risultanze tratte da studi scientifici, anche di altri Paesi (esempio: Associazione governativa americana degli igienisti industriali, ACGIH); poi, la stessa materia è stata trattata con precisione dalla legge, che di quegli studi ha recepito i contenuti

[per la situazione in origine non specificamente normata, D. Santirocco e R. Zucchetti, Prevenzione degli infortuni e igiene del lavoro, ed. Buffetti, 1986, pag. 312 ecc.

Indi, D.Lvo 15 agosto 1991, n. 277, artt. 38 ss per definizioni, valutazione del rischio, ecc., e artt. 50 ss per le sanzioni.

In giurisprudenza, sulla legittimità del rinvio da parte del legislatore ordinario al sapere scientifico ed alle regole tecniche, sentenza Corte costituzionale n. 475/1988; in materia penale, sentenza Corte di cassazione, Sez. IV, 5 maggio 2005, n. 24303];

  1. b) in generale,

1= secondo l’ordinaria giurisprudenza civile,

tralatiziamente ripetuta nelle cause sportive, chi abbia cagionato danni ad altri nell’esercizio di attività che siano considerate o ritenute pericolose od in rapporti di obbligazione, ne risponde con una sorta di automatismo, poiché, per essere liberato dalla responsabilità, tocca a lui dare la prova – sovente difficile se non “diabolica” – di avere fatto il possibile per scongiurarli: detta diversamente, il c.d. “rischio della mancata prova” è posto dalla legge a carico suo piuttosto che del danneggiato

[in genere questi cause vengono inquadrate nell’ambito dell’art. 2050 codice civile* cui già ho accennato, oppure, in caso di rapporti, economici o no, del contratto di prestazione d’opera intellettuale ex artt. 2229 ss o del c.d. “contratto sociale” ex art. 1218** stesso codice, utilizzati soprattutto ove esistano tra i compartecipi rapporti caratterizzati da diversità di esperienze tecniche, età, ecc.:

* art. 2050 c.c., in materia di responsabilità da “fatti illeciti”,

“Responsabilità per l’esercizio di attività pericolose.

Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno”;

** art. 1218 c.c., in materia di “inadempimento della obbligazioni”,

“Responsabilità del debitore.

Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

Circa il primo, la “pericolosità” in senso giuridico non è la stessa che nel senso materiale tipicamente connota l’alpinismo (su quest’ultima, vd. Imprevedibilità in alpinismo:… cit., Gogna Blog).

Circa il secondo, il riferimento al debitore non riguarda solo chi lo è di denaro ma altresì di una prestazione fisica e/o intellettuale].

Si badi che, quanto ai sinistri sportivi, le ordinarie norme del codice civile (e penale) sono da decenni già ampiamente applicate in giurisprudenza, e con severità

[ad esempio, viene ripetuta la massima:

“La presunzione di responsabilità contemplata dalla norma dell’art. 2050 c.c. per le attività pericolose può essere vinta solo con una prova particolarmente rigorosa, essendo posto a carico dell’esercente l’attività pericolosa l’onere di dimostrare l’adozione di ‘tutte le misure idonee ad evitare il danno’: pertanto non basta la prova negativa di non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, ma occorre quella positiva di aver impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l’evento dannoso, di guisa che anche il fatto del danneggiato o del terzo può produrre effetti liberatori solo se per la sua incidenza e rilevanza sia tale da escludere, in modo certo, il nesso causale tra attività pericolosa e l’evento e non già quando costituisce elemento concorrente nella produzione del danno, inserendosi in una situazione di pericolo che ne abbia reso possibile l’insorgenza a causa dell’inidoneità delle misure preventive adottate. … .”, Corte di cassazione civile Sez. III, 29 aprile 1991 n. 4710].

Vi sono possibilità di sfuggire a tale meccanismo, ma ardue (basate appunto sulla mancanza o sulla c.d. “interruzione del nesso causale”; sulla pur riconosciuta discrezionalità delle scelte nei diversi casi concreti; sugli autonomi doveri e sugli obblighi di comportamento facenti capo all’affidato; ecc.);

2= secondo l’ordinaria giurisprudenza penale

(qui dal punto di vista probatorio vale un principio opposto a quello che può valere nel civile: l'”onere della prova” è a carico dell’accusa, in mancanza, insufficienza o contraddittorietà l’imputato deve essere assolto), si viene considerati responsabili quando venga individuata, non necessariamente per contratto ma anche solo nei fatti, una c.d. “posizione di garanzia”, un affidamento di altri (casi normali per la g.a.-m.a., per l’istruttore del CAI, per chi sia più esperto nei confronti di chi sia con lui in rapporto di “sicura subordinazione”, ecc.)

[Romano cit., pagg. 352 ss. Qualche cenno in miei commenti a Il diritto degli sport di montagna scende a valle, Gogna Blog];

  1. c) norme di settori particolari (“Le regole! Le regole”!): art. 2087 codice civile, D.lvo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modifiche (ecc.).

Diversi – per ora ancora sparsi, ma, se alpinisti, incoscienti – chiedono “a naso” l’applicabilità di nuove regole in generale o di quelle relative alla prevenzione di malattie professionali od infortuni lavorativi, o quantomeno del pensiero ad esse sotteso: molto più numerose, specifiche e stringenti rispetto a quelle desumibili dai pochi soprariportati articoli dei codici penale e civile, soprattutto nel fatto dell’imporre / importare comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze preventivi più complessi ed evoluti nel momento storico

[per certi versi il tema venne trattato ad esempio nella sentenza della Corte costituzionale 1990 n. 127 – reperibile in Internet – circa la compatibilità di normative volte ad evitare inquinamenti ambientali in riferimento alla sopportabilità per le aziende dei relativi costi. In specie, il referente costituzionale che fu utilizzato è l’art. 32 della Carta fondamentale, il quale pone l’esigenza preminente di tutela della salute individuale e della collettività: ambiti che a mio parere non devono essere confusi col caso alpinistico].

Ad esempi:

1) l’art. 2087 del codice civile, norma di antica produzione (1942) ma sempre considerata assai avanzata a tutela del lavoratore, il quale dispone,

“Tutela delle condizioni di lavoro.

L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro (rilevano in punto anche gli artt. 35 ss della Costituzione);

2) il D.Lvo 2008, n. 81, insieme sistematico e complesso di norme “… in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Va qui premesso che, a ben vedere, esso stesso espressamente indica una sua inapplicabilità alla materia sportiva (ci risiamo: l’alpinismo è sport?), infatti,

– art. 74:

“Definizioni

  1. Si intende per dispositivo di protezione individuale, di seguito denominato «DPI», qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo.
  2. Non costituiscono DPI: …
  3. e) i materiali sportivi quando utilizzati a fini specificamente sportivi e non per attività lavorative;” …];

ma, a non andare a fondo, numerose sue norme potrebbero comunque essere malamente evocate in materia di sinistri alpinistici, ad esempio,

– art. 2, con la formalizzata giuridica distinzione tra i concetti di “pericolo” e “rischio”,

*”Definizioni.

  1. Ai fini ed agli effetti delle disposizioni di cui al presente decreto legislativo si intende per…
  2. r) «pericolo»: proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni;
  3. s) «rischio»: probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione;”

[vd. Differenza tra pericolo e rischio, ed altri, Gogna Blog];

– art. 15 comma 1 lettera c),

“Le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro sono: …

  1. c) l’eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico”;

– art. 115,

“Sistemi di protezione contro le cadute dall’alto.

  1. Nei lavori in quota qualora non siano state attuate misure di protezione collettive… è necessario che i lavoratori utilizzino idonei sistemi di protezione… quali i seguenti:
  2. a) assorbitori di energia;
  3. b) connettori;
  4. c) dispositivo di ancoraggio;
  5. d) cordini;
  6. e) dispositivi retrattili;
  7. f) guide o linee vita flessibili;
  8. g) guide o linee vita rigide;
  9. h) imbracature”.
  10. Il sistema di protezione, certificato per l’uso specifico, deve permettere una caduta libera non superiore a 1,5 m o, in presenza di dissipatore di energia a 4 metri.”…;
  1. d) “travasi”?

– Invero, se si rileva la tendenza ad applicare all’alpinismo norme proprie del diritto prevenzionistico del lavoro, le stesse g.a.-m.a. avevano a suo tempo prestato consulenza al normatore statuale onde rendere applicabili le esperienze di tecnica e materiali d’arrampicata a settori quali l’edilizia; e tale opportuno impegno è stato poi loro riconosciuto

[così vd. ad esempio, dopo i precedenti approcci:

– “Senato della Repubblica. Commissione parlamentare di inchiesta sugli infortuni sul lavoro, con particolare riguardo alle cosiddette ‘morti bianche’. Documento conclusivo dei lavori della Commissione. … istituita dal Senato in data 23 marzo 2005:

… Secondo indicazioni dell’UNI 10, bisognerebbe migliorare l’ergonomicità dei dispositivi di protezione individuale, che attualmente tendono, da un lato, a proteggere dalla caduta, ma, dall’altro, a determinare altri rischi e/o impacci. Occorrerebbe altresì: l’introduzione di un riferimento più chiaro agli obblighi formativi…; l’individuazione di una categoria specifica per i lavori in quota…; la formazione di istruttori specialisti da parte di guide alpine, con esame finale e relativo attestato.”;

– indi, quanto al D.Lgs 2008 n. 81 cit., Allegato XXI Accordo Stato, Regioni e Province autonome sui corsi di formazione per lavoratori addetti a lavori in quota. …

Individuazione dei soggetti formatori e sistema di accreditamento.

Soggetti formatori del corso di formazione e del corso di aggiornamento:

  1. a) Regioni e Province autonome…;
  2. b) Ministero del lavoro…;
  3. c) ISPELS;
  4. d) Associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori…;
  5. e) Organismi paritetici istituiti nel settore dell’edilizia;
  6. f) Scuole edili;
  7. g) Ministero dell’interno, ‘Corpo VV.FF.’;
  8. h) Collegio nazionale delle guide alpine di cui alla legge 02/01/1989 n. 6 ‘Ordinamento della professione di guida alpina’. …”];

– pure alcune aziende produttrici di attrezzature per arrampicate operano al contempo nel campo della prevenzione dell’infortunistica lavorativa o della “sicurezza” in generale, proponendo alla clientela materiali uguali od adattati alle rispettive esigenze, mediante apposite procedure di marketing

[esempio, vd. sito con immagini di Climbing Technology, Internet].

Non discuto della bontà dei materiali o delle politiche del lavoro e commerciali; ma tocca agli alpinisti essere accorti, per evitare che ciò che viene proposto e utilizzato in un diverso settore o la mentalità di questo finiscano per dovere essere adottati anche nel loro, non compatibile.

Per farli pensare, si veda proprio il caso dei c.d. “lavori in quota”, cioè quelli che si svolgono a distanze (alpinisticamente) tutt’altro che rilevanti dal piano stabile, ove la legge del lavoro impone l’utilizzo di apposite attrezzature e precauzioni, normalmente a 2 metri da terra (ma anche meno…), ad esempio,

art. 126 D.Lvo 9 aprile 2008, n. 81 cit.:

“Parapetti

  1. Gli impalcati e ponti di servizio, le passerelle, le andatoie, che siano posti ad un’altezza maggiore di 2 metri, devono essere provvisti su tutti i lati verso il vuoto di robusto parapetto e in buono stato di conservazione.”.

Cosa accadrebbe se qualcuno ritenesse di applicare tali regole non tanto al cit. “imprudente” Alex Honnold ma a pratiche tipo gitarella su terreno appena impervio, che per ora ogni alpinista ritiene ovvio non sia da affrontare con materiali e tecniche di assicurazione?

– c’è da stupirsi, se il legislatore ha preso di mira anche l’alpinismo?

Quella che segnalo è al momento solo una tendenza, ma di dannoso reciproco travaso multidirezionale

[“… Per imparare a sciare occorre in primo luogo imparare a scivolare senza timore. La prima riflessione diventa quindi quella di meditare brevemente sul significato negativo che generalmente si associa ai termini: ‘scivolare, sdrucciolevole, terreno o superficie scivolosi’ al punto che la normativa sulla sicurezza del lavoro contiene una norma che impone al datore di lavoro di eliminare le superfici sdrucciolevoli e di esporre nei cantiere l’apposito cartello, dove tra l’altro deve essere esposto l’avviso di allerta in presenza di superfici scivolose (cfr. D.L.gs 626/1994 art. 33, c. 3; DPR n. 547/1955 art.11). Lo sci dunque si presenta subito anomalo e in contrasto con le raccomandazioni di prudenza inculcate nel pensiero comune.”: così da L’importanza della gradualità nell’insegnamento dello sci come educazione alla consapevolezza dell’ambiente montano e dei propri limiti.

E “… Mentre iniziavo a scrivere la mia relazione, nel settembre di questo stesso 2012, il soccorso alpino era impegnato nella ricerca di un alpinista sorpreso dal mal tempo sulla via del pilone centrale della Brenva sul Monte Bianco. Una via nota per la difficile ritirata di Walter Bonatti, che, sorpreso dal mal tempo era riuscito a mettere in salvo il suo cliente, mentre decedette il compagno Oggioni. Ci si chiede come una società moderna, che ha esigenze di sicurezza della popolazione, possa tollerare questi rischi e come affrontare il difficile compito della protezione civile fra il rispetto della libera determinazione del cittadino, l’esigenza di salvezza della popolazione, la verifica delle posizioni di garanzia poste a tutela dei singoli. Per quanto riguarda i rapporti di lavoro subordinato, la gestione del rischio nelle indicazioni che il D.L.vo 9/4/2008 n. 81 impone agli imprenditori, deve essere valutata in termini di controllo dell’esposizione al rischio e di valutazione della gravità di un evento dannoso possibile, con l’indicazione che se un’attività prevede un rischio grave, immediato, inevitabile con alto grado di probabilità, tale attività semplicemente non deve avere luogo ossia deve essere evitata, mentre quando il pericolo può essere superato è indicata la necessità di una buona prevenzione basata su appropriate misure di protezione oltre che sull’informazione e la formazione. La società moderna sotto questo aspetto è anacronistica, infatti si pretende la massima responsabilizzazione a carico dell’imprenditore nel campo del lavoro, con coinvolgimento della collaborazione dei lavoratori, ma nello sport e nel tempo libero gli utenti sfuggono ad ogni regola di prudenza.”: così ne Il rischio nella pratica dello sci: tra prevenzione e soccorso, da “Ricerca sulla realtà della Valle d’Aosta per Forum giuridico Europeo della neve Bormio 15 dicembre 2012”.

Entrambi gli scritti sono dell’avvocato Marisella Chevallard, in Internet].

Quanto sopra è significativo a rappresentare i numerosi che per bonarietà non si avvedono di dove andrebbero a cacciarsi od a cacciare qualcuno; e chi ne è consapevole ed aspetta o sollecita che in questo “mercato” si creino le condizioni per la collocazione di beni o servizi.

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§ 32.
Altri:
realizzatori e custodi di impianti sportivi e loro semplici utenti.

Va altresì tenuto presente che la legge impone obblighi stringenti al produttore e/o commerciante di determinati materiali anche sportivi o per la predisposizione di impianti a ciò dedicati (vie o sentieri ferrati e palestre d’arrampicata artificiali o trattate da soggetti identificabili; ecc.)

[cenni nel manuale del CAI I materiali per alpinismo e le relative norme, 2007, pag. 17 ecc.; nonché ancora Viola cit.].

Queste norme non vanno riferite al praticante che li utilizza; ma, a parte il dubbio che viene lasciato, c’è la spinta di chi ne fa mercato a produrne per lui il già evidenziato obbligo d’impiego secondo modalità determinate;

ma: “utenti indisciplinati” e “chiusure” / “interdizioni”.

Con la conseguenza di problemi nuovi, sorgenti negli immancabili casi i cui gli approntamenti predisposti manifestino difetti od altri guai, per mancanza di manutenzione o simili.

Ai quali prima di tutto si rimedia impedendone lo stesso regolamentato impiego, se non dando colpa agli utenti

[esempi, La chiusura del sentiero ‘Antermoia’, Chiusura temporanea di Gamma 1 e Gamma 2, Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 1 e 2, Gogna Blog. Oppure Escursionisti insubordinati: tagliati i cavi della ferrata di Montalbano, Internet];

dal pericolo cercato e subito alla “gestione del rischio” (attenti alle parole ed al “risk manager”!).

Non può – riassuntivamente – stupire come da qualche anno pure il frasario e la prassi alpinistici siano mutati, su spinta di quegli interessi.

Ho accennato alla classica parola “pericolo” (compare per oltre cento volte nel codice penale del 1930), sempre più sostituita od affiancata con “rischio” (quest’ultima è sconosciuta al medesimo codice penale. Invece, nel ben più corposo codice civile, per suo oggetto dedicato ad interessi direttamente economici, pericolo compare circa trenta volte, una settantina rischio, parecchie per modifiche sopravvenute).

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Una netta distinzione tra i due concetti non è possibile ed a volte si sommano o sovrappongono, conseguentemente è normale che i termini vengano impiegati indifferentemente e senza avvedersi del problema

[Vincenzo Militello, Rischio e responsabilità penale, ed. Giuffrè, 1988, pagg. 7, 17, ecc.].

Per me, orientativamente – però – nella prima è sottolineato il contenuto esterno della possibilità di danno (cadute valanghe, fulmini, la stessa possibilità di caduta dell’arrampicatore, ecc.), nella seconda ciò su cui l’alpinista può intervenire (allenandosi, chiodando, assicurandosi, munendosi di abbigliamento, materiali, ecc.) divenendone in parte protagonista / misuratore / controllore, quindi – a volte pretenziosamente – “gestore”, ed anche per altri, volenti o nolenti, secondo un’impostazione pure qui mutuata dalle scienze aziendalistiche

[quest’ultima matrice si rileva in Differenza tra pericolo e rischio, ecc., cit.; nonché, in genere, in quanti ora ci vengono a raccontare del “rischio residuo”, che in alpinismo il “rischio zero” non esiste, che lo stesso va “pesato”, e simili].

Anche le parole d’uso aziendalistico sono pilotate ed ovunque impiantate (dagli alti / superiori, alle eccellenze, ai talenti, alle performances, agli stakeholders, ai vincenti, ecc.), ora veramente stancano.

Non è il luogo per occuparsi dei relativi problemi.

Posso solo rimarcare che la realtà della montagna è indifferente a giochi linguistici, chiacchiere, input / output, P.N.L., sicumera, mistificazioni: nulla possono al momento dei fatti reali, anzi possono creare nuove occasioni di danno.

In particolare, il moderno gestore di rischi alpinista non è, o, se lo è o lo fu, non importa, poiché la sua è un’azione diversa: da un lato c’è chi va in montagna, dall’altro chi per professione gli dice cosa deve fare e non fare, senza però sporcarcisi le mani

[nei sistemi di gestione del rischio va inserita l’opera intrapresa da AvalcoTravel Mountaineering Academy di Filippo Gamba, che ha poi pubblicato un apposito libro: vd. in Internet nonché Travel Engineering, Test di auto-valutazione sulla gestione del rischio e cenni già in Prodotto montagna. Salva nos ab ore leonis, Gogna Blog. Un riferimento al metodo è risultato dall’intervista 20.7.2014 dell’accademico CAI Giorgio Crivellaro al Sole 24 Ore, vd., coi commenti, in Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), Gogna Blog.

Il modello della gestione del rischio è variamente applicato o proclamato anche per le attività di volontariato: in punto, Luigi Pati, a cura di, Il rischio scelto. La formazione alla sicurezza per le organizzazioni di volontariato, ed. La Scuola, 2012; Guido Martinelli e Marta Saccaro, Sport dilettantistico: come gestirlo, ed. Ipsoa, 2013; ecc.. Figuriamoci – da più lungo tempo – in tutti gli ambiti lavorativi, ecc., normalmente assai complessi, esempio ultimo, Patrizio Rossi, Alessia Comacchio, Andrea Mele, La gestione del rischio sanitario medico-legale, ed. Giuffrè, 2014].

Per quanto qui conta, non ha senso trattare o solo pensare allo stesso modo od in modi analoghi ambiti sociali obbligati e controllati come quelli lavorativi, dei servizi sanitari, della circolazione stradale, ecc., e l’alpinistico, nel quale, oltre alla natura, il pericolo normalmente è cercato, senza necessità e senza contropartite.

PARTE OTTAVA
§ 33.
Cuculo.
Avvicinandomi a concludere, porto ancora, per sintonia, questa metafora, che ritengo pertinente e mi è molto piaciuta:

“L’immaginazione del mercato – osserva Bernard Maris – è senza limiti. Come il cuculo, nidifica in tutto ciò che è gratuito. Esclude gli occupanti precedenti, imprime il proprio marchio sui beni non venali, impone loro loghi, marchi, pedaggi, e poi lo rivende”

[riportato da Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, ed. Bollati Boringhieri, 2008 – ristampa 2009, pag. 47].

NdR: Bernard Maris è stato uno degli uccisi nella strage di Charlie-Hebdo, il 7 gennaio 2015. Era un importante economista e professore, faceva parte del 
Consiglio generale della Banca di Francia e su quella rivista scriveva come Oncle Bernard (zio Bernard).

Si rammenti quanto già esemplificato: nuovi materiali d’arrampicata e apparecchiature elettroniche da portarsi, diffusione di impianti di videosorveglianza, culture, formazioni, convegni, audiovisivi, norme, certificazioni, validazioni, contributi, ecc.; da ultimo, i droni da valanga (per ora non personali).

Una cordata giunge in vetta all’Aiguille du Midi
AlpinismoNonGuide-5-aiguille-du-midi§ 34. “Sovversivi del mercato”.
Non si creda che quanto sostengo venga normalmente passato indenne in virtù del diritto di analisi e critica che dovrebbe connotare una matura società democratica.

Discorsi come i miei, al di là di cortesie, non sono accettati: per coloro che perseguono fini e modi di mercato, chi si oppone è un sovversivo, che va contrastato o convertito; oppure, ne prendono idee per farne il contrario

[“La resistenza del consumatore può intendersi come ‘l’insieme delle azioni che impegnano qualcuno nella risposta, neutralizzazione o opposizione, allo scopo di contrastare, sventare o sconfiggere manovre giudicate oppressive (Fournier, 1998, p. 89) provenienti da operatori di mercato. … I consumatori mettono così in atto un processo sovversivo, secondo la sequenza definita dai situazionisti (Debord, 1967), ispiratori e teorici della rivolta degli studenti a Parigi nel maggio 1968: svalutazione dell’ordine precedente stabilito dall’azienda e creazione di una nuova situazione, una sorta di contro-programma del prodotto o del marchio, che deriva direttamente dalla realtà quotidiana (Aubert-Gamet, 1997)…. Secondo alcuni (Muniz, Shau, 2007), tuttavia, questi comportamenti di resistenza sono costruttivi e devono essere analizzati come tali dalle aziende, le quali possono reintegrare questi dirottamenti nella propria offerta: dovrebbero cioè essere considerati come elementi facenti parte integrante del sistema del consumo (Holt, 2002)”: così Antonella Carù e Bernard Cova, Marketing e competenze dei consumatori, SDA Bocconi – Egea, 2011, pagg. 69-70].

Io spero invece in chi pratica alpinismo.

§ 35. Cogliere “il filo”.
Per chi segue le cose d’alpinismo, nessuna della informazioni che ho sopra enumerato od accorpato è una scoperta, mentre spero che almeno alcune considerazioni possano avere interessato e magari “colpito” il paziente lettore.

Uno dei tratti caratterizzanti chi vive nell’odierna società conoscitiva e dell’informazione sta nell’essersi visto passare sott’occhio una serie di cose e pensieri senza averne colte le cause, i significati e gli intenti, di talché, pur non avendo percepito o percepito a sufficienza, nemmeno può lamentare che non gli erano state (in qualche modo…) palesate.

La decostruzione di una realtà per l’individuazione del filo conduttore è opera faticosa: mi auguro che questa potrà servire.

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§ 36. Domanda essenziale:
tutto quanto sopra implica “a contrario” che il praticante, singolo od organizzato, professionista o dilettante, il quale non porti od impieghi certi materiali, non segua certe istruzioni o pensieri, non adotti certe tecniche o non compia certi gesti, non si faccia accompagnare, ecc., che, in ultima analisi, non accetti o pratichi regole “responsabili” etero-stabilite, agisce in maniera “non corretta”, senza “sicurezza”, “imprudentemente”, “pericolosamente”, “rischiosamente”, “dannosamente” o simili?

Si badi che, senza scomodare la “colpa specifica”, tali espressioni possono già essere intese per equivalenti di “imprudenza” o “negligenza” o “imperizia” di cui all’art. 43 c.p., dunque di “colpa” legale, specie nel caso di correlato sinistro, e che possono diventare segni di illegalità.

[in punto, sul tema dell’equivalenza di espressioni giuridiche, Romano cit., pag. 394.

In diritto, la violazione di prassi / pratiche comportamentali – ormai immancabilmente nei frasari aziendali e politici denominate “buone” – può importare conseguenze legali.

Si ricordi quanto sopra detto a proposito della punibilità in sé di comportamenti pericolosi, a prescindere da danni e/o dal fatto che possano attingere altri.

Accenni nei miei Prodotto montagna. Salva nos… cit., e Mercato del pericolo / rischio e sicurezza… cit.].

Per opera di chi e per quali scopi reali? Magari solo vendere beni o servizi?

E se qualcuno vuole ancora l’avventura?

Mont Maudit, cresta est. Foto: Jean-François Hagenmuller
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§ 37. Sintesi e conclusioni ovvero:
società securitaria, regole,
assi pigliatutto, controllori e sanzioni, ignavi, prede.

A fondamento, il discrimine sta nell’istituire o rafforzare soggetti che hanno potere politico e/o economico e nel tenere dall’altra parte chi non ne ha, soprattutto i privati non organizzati, che sono subordinati ma utili per sborsare e comunque obbedire, salvo ove abbiano raggiunto posizioni di prestigio:

– per l’ambito politico, mi basta riportare un estratto dell’analisi sociologica e storica di Robert Castel,

“… In Francia, in occasione delle ultime scadenze elettorali, il tema dell’insicurezza ha acquistato una tale forza da rasentare a volte il delirio… . In queste società di individui, la domanda di protezione è infinita… Ma questa stessa società sviluppa al tempo stesso delle esigenze di rispetto della libertà e dell’autonomia degli individui… una contraddizione tra una domanda assoluta di protezioni e un legalismo che si sviluppa oggi… nelle forme esacerbate di un ricorso al diritto in tutte e sfere dell’esistenza, fino alle più private… L’uomo moderno vuole assolutamente che gli sia resa giustizia in tutti i campi, ivi compresa la sua vita privata: il che apre una grande carriera ai giudici e agli avvocati. Ma egli vorrebbe assolutamente, alla stessa maniera, che la sua sicurezza fosse garantita nei dettagli della sua vita quotidiana: il che apre la via, questa volta, all’onnipresenza dei poliziotti.”

[L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti, 2003, pagg. 14-15, traduzione italiana, Piccola biblioteca Einaudi];

– per l’ambito economico, qualche frase da una nota opera di Ulrich Beck,

“… Primo, cresce la scientificizzazione dei rischi; secondo, cresce il business col rischio (le due cose si influenzano a vicenda). Non è affatto vero che la denuncia dei pericoli e rischi della modernizzazione sia solo critica; è anche, nonostante tutte le resistenze e le demonizzazioni del caso, un fattore di sviluppo economico di prim’ordine, come risulta fin troppo chiaramente dallo sviluppo dei rispettivi settori economici… . Il sistema industriale trae profitto, in misura rilevante, dai problemi che esso produce (…)”

[La società del rischio. Verso una seconda modernità, 1986, traduzione dal tedesco, ed. Carocci, 2013, pagg. 73-74].

Orbene, per quanto riguarda il nostro piccolo mondo, mirano a fare stabilire alle g.a.-m.a. ed a qualcuno per tutti, professionisti o no, cosa sono alpinismo, arrampicata, tecniche e quindi anche i riflessi (escursionismo, ciaspolismo, ecc.), e, così, a gestirli.

Abbiamo:

da un lato,

– un legislatore non capace, svogliato, o callido nel fare una legge, che commissiona le sue funzioni, ora nella generale ottica di valorizzazione / privatizzazione alias mercatizzazione di ogni attività umana, e che predilige norme assistenziali più specifiche e stringenti, credendo di così risolvere i problemi attinenti ad ogni diversificato ambito non solo economico ma di vita;

– chi gli sta appresso assecondando / orientandolo e, dimentico di remore identitarie, meglio si rapporta pure con i variegati soggetti del territorio (autorità e privati), contendendo ed imponendo e già mirando ad ulteriori ambiti, guardandosi dal rendere per tempo davvero conosciute ai praticanti le proprie operazioni ed i propri scopi / interessi, secondo la logica del fatto compiuto;

dall’altro,

vari, in primis il Club Alpino Italiano, che di queste cose dovrebbe essere protagonista, i quali nulla sanno, o non se ne preoccupano, o ci si mettono in qualche modo, o lasciano scorrere, a volte restando pure l’ipotesi di accordi con chi agisce sottotraccia;

nel mezzo,

i normali praticanti d’alpinismo, arrampicata, escursionismo, che intanto non sanno o dormono. Forse si indigneranno, poi.

FINE

Carlo Bonardi (Brescia, 11 ottobre 2014)

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/06/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/28/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-2/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/13/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-3/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/23/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-4/

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Precisazioni di Giuseppe Miotti

In seguito alla decisione di restituire il titolo di Guida Alpina e in seguito all’ovvio sciame di commenti di ogni genere, Giuseppe Popi Miotti prova qui a fornire ulteriori precisazioni sul suo gesto.

Precisazioni
di Giuseppe Miotti

Ovviamente l’eliski è un’attività che non condivido. Tranne forse che per qualcuno, è fonte marginale di reddito. Per quanto leggerete, mi sembra stupido che le Guide la sostengano. Inoltre trovo bizzarra e un po’ paradossale la potenziale situazione che si potrebbe creare con il velivolo (e il collega) che scorrazza invadente su e giù, mentre tu sali, con pelli e fatica, assieme a clienti ai quali hai promesso infiniti spazi e sconfinati silenzi.

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Ho sempre visto nella figura della Guida il “genius loci” dell’Alpe, suo custode, difensore e valorizzatore sotto ogni aspetto. Detentore di un’Etica che la potesse porre a guardia delle vette, facendone anche un referente imprescindibile per ogni scelta politica fatta sul territorio e non passivo spettatore. Pertanto non condivido la pur comprensibile deriva verso la spettacolarizzazione, la mercificazione estrema, l’accondiscendenza verso pratiche snob che trovo svilenti la nobiltà della figura professionale.

Si pensi a una Guida come Giacomo Fiorelli, che minacciò di slegare e abbandonare i clienti sulla normale del Dente del Gigante allorché provarono ad afferrarsi alle corde fisse. Era il 1905! Che ne dite, sempre a esempio di un Tita Piaz, il cui impegno civile fu per lo meno pari a quello messo sulle vette? O di Confortola, sindaco e maestro in Valfurva? In un paese di montagna la Guida era considerata al pari del parroco, del medico condotto o del primo cittadino.

La cultura cittadina è stata fonte di tanti cambiamenti fra le montagne e le loro genti. Molti sono stati positivi, altri sicuramente no. Un po’ succubi e un po’ autoconvintisi di una loro inferiorità, gli abitanti delle località montane, specialmente quelle più “deboli” per storia e cultura, hanno facilmente ceduto alle lusinghe del progresso senza pensiero, del guadagno facile e hanno così “(s)venduto” l’anima al diavolo. Credo che questo sia un po’ capitato anche nel mondo delle Guide alpine dove, a partire dalla fine degli anni ’70, si è imposta una tendenza che, senza voler fare di ogni erba un fascio, vive forse con disagio incolmabili carenze di lignaggio, mascherandole con il tecnicismo estremo e un professionismo da manager rampante.

Non è sufficiente una noiosa lezione di storia dell’alpinismo, forse inserita più per convenienza politica che per convinzione nei corsi Guida, se manca la cultura di fondo, se ci si affida alla professione facendone una delle tante per campare. Bisogna riappropriarsi del Significato Mitico della parola Guida alpina distinguendosi dalla massa e dagli stili di un consumismo peraltro in grande crisi. Non pare bello nascondersi dietro all’assenza di leggi per giustificare pratiche poco o nulla ecologiche. Se non c’è una legge che proibisce di spacciare droga dobbiamo allora ritenerci autorizzati a farlo? Per non parlare poi della “coerenza secondo convenienza” che sembra abbastanza in voga.

Non sono un ecologista radicale e non sono fra coloro che vogliono le Alpi e la loro gente in “formato Heidi”. Per fermarmi a un solo esempio, ci sono strade che, ben studiate e gestite hanno consentito il recupero di molti alpeggi, ma ve ne sono molte costruite in maniera quasi selvaggia per servire captazioni idroelettriche private, cave e altre speculazioni.

Contro queste azioni di spadroneggiamento mi sono sempre battuto e continuerò a farlo. Prima ero orgoglioso nel firmarmi come Guida alpina, da oggi lo farò semplicemente mettendo il mio nome. Ho preso le distanze dalla professione già tre o quattro anni or sono uscendo dall’Albo regionale e da allora la distanza che mi separa dalla professione è solamente aumentata, Ho ribadito il distacco con la recente presa di posizione che per forza doveva essere pubblica e ho usato toni rispettosi verso la categoria. Quindi qualsiasi cosa si dica scivolerà via come acqua fresca.

L’elicottero è diventato mezzo essenziale per trasportare rifornimenti, per il soccorso alpino, per particolari esigenze (vedi il filmato che le Guide lombarde stanno preparando) in questi casi non vedo come lo si possa criticare. Anche a me è capitato di salire a bordo, quando facevo l’elisoccorso, e per altri lavori in quota come, a esempio, quando è servito per riportare a valle i rifiuti sparsi sui ghiaioni della Marmolada. E non vorrei certamente tornare al tempo in cui, in un paio di occasioni mi trovai a guidare il mulo alla capanna Gianetti.

Diversamente che per l’eliski, in questi casi il velivolo arriva e poi se ne va poco dopo e comunque non è usato a scopi ludici, ma di utilità, foss’anche quella di promuovere un’immagine come quella della Guida.

Sull’argomento delle vie attrezzate o meno,  sono invece giunto a dire che o le si schiodano integralmente, imponendo che restino tali, oppure, dove è impossibile usare una protezione mobile è meglio mettere un fix; questo perché non trovo giusto affidare la mia vita a un chiodo messo anni prima che, se allora poteva essere eccellente, col passare degli anni potrebbe essere quasi inutile al suo scopo.

Comprenderei una chiodatura “giudiziosa”delle vie con un “restauro conservativo” (punti di sosta, magari neanche tutti, e punti dove è impossibile mettere protezioni mobili) per farle rivivere, proteggendole, fra l’atro, dalla voracità di molti apritori d’assalto che nel migliore dei casi le intersecano con edonistiche vie a spit e a volte le “calpestano” sovrapponendosi a molti tratti. Per l’intelligenza e la capacità di leggere la montagna con cui furono aperti, questi itinerari meritano di essere ancora ripetuti e sono un insegnamento da non dimenticare. Io le considero opere d’arte.

Il paragone è forse un po’ estremo, ma pensate alle migliaia di capolavori che avremmo perso se lasciati in balia del tempo e dell’incuria: trovo fantastico potere ammirare la Vergine delle Rocce grazie a una pulizia e a un fissaggio dei colori con detergenti e resine che la rendono più “forte” e smagliante. I puristi si opponevano agli interventi nella Cappella Sistina, ma fu presto chiaro che quello che si vedeva prima del restauro non era il Giudizio Universale come lo dipinse Michelangelo e come lo poterono ammirare per i primi decenni successivi.

Per concludere volevo ringraziare tutti coloro che hanno partecipato al dibattito perché hanno contribuito a dare ancor più senso a una decisione “estrema”. Ho constatato che il mio gesto ha smosso numerose coscienze, molte delle quali hanno testimoniato solidarietà in privato per comprensibili motivi, confermando il senso profondo della frase che Platone fa dire a Socrate nel Fedro: “E ciò che è bene, Fedro e ciò che non è bene – dobbiamo chiedere ad altri di dirci queste cose?”

Giuseppe Miotti nella discesa esplorativa nel Canalone del Gigio. Marmolada pulita 1988, 14 settembre.

14.09.1988, G. Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio. Marmolada pulita 1988, Dolomiti

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Alberto Lenatti

Alberto Lenatti
di Giuseppe Popi Miotti

ALBERTO LENATTI detto Chiodi, figlio di Ettore, è nato a Chiesa il 21 ottobre 1945. Fisicamente assai forte si appassiona all’alpinismo e alla professione di Guida grazie anche allo stimolo di Enrico Lenatti, il patriarca della Guide di Val Malenco: così, a soli 22 anni, nel 1967 diventa Portatore ovvero Aspirante Guida. Da subito Alberto si distingue per la sua intensa attività, specialmente su terreno misto, e nei suoi primi anni di lavoro collabora assiduamente con Enrico Lenatti nell’organizzare le “settimane verdi” presso il rifugio Porro. Giovanissimo, entra nel team del Soccorso Alpino di Val Malenco e poco dopo le sue doti e la sua passione gli fanno meritare l’ambito titolo di istruttore ai corsi di delegazione. Nel 1970 ottiene il patentino di Guida alpina e prosegue con ancor più energia dividendosi fra tre attività: in montagna accompagna i suoi clienti nel gruppi del Disgrazia e del Bernina compiendo anche difficili salite; d’inverno frequenta le piste innevate del Palù in qualità di Maestro di sci, professione che andava sviluppandosi in valle dopo la realizzazione degli impianti di risalita di Caspoggio e Chiesa in Val Malenco; nei periodi morti o nelle stagioni intermedie lavora come teciatt ossia di posatore di piode, le locali tegole di serpentinoscisto, sui tetti.

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Uomo introverso e taciturno, Alberto è il custode del Rifugio Marco e Rosa dal 1974-75 al 1978, in compagnia delle guide Ignazio Dell’Andrino e Marco Lenatti. Proprio in quegli anni sarà scelto anche come istruttore ai Corsi nazionali per la formazione delle nuove Guide ed degli Aspiranti Guida. Molti dei suoi allievi ricordano con simpatia quando, ancora con il buio, prima di affrontare una lunga scalata nel massiccio del Monte Rosa o del Bernina, saliva a svegliarli con un “in piedi… cani!!!”; mi ricordo bene, al corso guide del 1977, quanto la sua figura fosse temuta dagli allievi. Dei quali quasi tutti facevano fatica a individuare l’affetto e l’amicizia che si celavano dietro al tono burbero…

Nel 1979 Alberto si impegna, con altre guide e maestri di sci, nella costruzione dell’albergo rifugio Entova-Scerscen, avveniristico ma troppo avventuroso tentativo di sviluppare lo sci estivo in Val Malenco. Qui collabora per sei stagioni come Maestro di sci e Guida alpina, e trascorre le sue estati dividendo il suo servizio fra sciatori e alpinisti, intervenendo numerose volte per aiutare cordate in difficoltà. Fra l’altro partecipò alla posa delle corde fisse su un percorso attrezzato che, attraversando in diagonale la grande parete meridionale del Pizzo Sella, accorciava sensibilmente il collegamento tra il ghiacciaio di Scerscen Inferiore e quello di Scerscen Superiore. Questa interessante via prenderà poi il nome di Sentiero dei Camosci. Purtroppo l’audace idea di Alberto e colleghi non ebbe fortuna e dopo l’inevitabile chiusura dello sci‑estivo allo Scerscen, Lenatti ritornò a dedicarsi, durante i mesi estivi, al lavoro di segnalazione e sistemazione dei sentieri, principalmente lungo il percorso dell’Alta Via della Val Malenco. Riducendo gradualmente le sue scalate sui monti, incrementò l’attività di teciatt e, nei mesi invernali, di maestro di sci, professione ancora ben consolidata in valle nel decennio del 1980. Nelle stagioni estive 1990 e ’91 ha lavorato anche all’ampliamento dei Rifugio Porro, reso possibile dalla donazione della signora Gerli.

E’ mancato sabato 10 gennaio 2015.
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