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Guido Machetto: sull’Himalaya come sulle Alpi

Nell’agosto 1975 la cordata italiana Calcagno-Machetto affrontò con successo una sfida per quel tempo impensabile: salire un quasi Ottomila con uno stile (che poi si sarebbe chiamato alpino) del tutto nuovo nell’ambito dell’alpinismo di spedizione: senza portatori, senza ossigeno, senza spole, solo due alpinisti. Stiamo parlando della via degli Italiani sul versante ovest del Tirich Mir West, con prosecuzione fino alla vetta del Tirich Mir Principale.

L’impresa non ebbe la risonanza che avrebbe meritato: la storia parla chiaro, la cronaca meno. I due compirono qualcosa di davvero eccezionale per il tempo, sia dal punto di vista psichico che fisico. Solo un anno dopo Pete Boardman e Joe Tasker avrebbero salito quella stupenda parete ovest del Changabang, accendendo la curiosità e i sogni di mille e mille alpinisti. La vittoria di Calcagno e Machetto non è per nulla inferiore, quanto a creatività e a impegno, a quella dei due inglesi. I due hanno solo avuto la sfortuna d’aver agito contemporaneamente all’altra grande sfida del 1975: quella di Messner e Habeler sul Gasherbrum I. Un Ottomila, sì 360 metri più alto del Tirich Mir, ma con difficoltà tecniche nel complesso assai inferiori, ha oscurato Calcagno e Machetto. La storia deve prenderne atto e imparare a prendere strade diverse dalla cronaca se vuole essere seria.

 

Guido Machetto: sull’Himalaya come sulle Alpi
di Mauro Penasa (pubblicato su Annuario del CAAI, 2001-2002)

Non ho mai conosciuto Guido Machetto. Quando mi sono avvicinato alla montagna ormai Guido era scomparso. Ne ho così conosciuto la fama, sentendone parlare così tanto spesso (sono biellese come lui], ne ho percepito il carisma, attraverso l’ammirazione che traspariva dai discorsi degli appassionati di montagna… Un po’ per volta mi sono anche accorto che si trattava di un personaggio ruvido e in definitiva scomodo, come tanti grandi alpinisti della sua generazione, duri e spietati con se stessi ma anche con gli altri. Uno che alla montagna aveva saputo sacrificare tutto, per prima cosa quei rapporti interpersonali che potevano ostacolarlo sulla strada che stava percorrendo. Non era una persona che si caricasse volentieri di legna verde, e non credo che ciò lo rendesse particolarmente simpatico, specie nell’ambiente casalingo… Come si dice spesso, nemo propheta in patria

Guido Machetto al bivacco Balzola dopo la prima invernale alla via Crétier-Binel alla Grivola. 25 gennaio 1970
Guido Machetto, gennaio 1970, al Bivacco Balzola, di ritorno dalla prima invernale della via Cretier-Binel alla Grivola
Pochi sono disposti a perdonare una personalità forte e superiore, ma altrettanto pochi hanno potuto negare i meriti eccezionali di Machetto, fondati sull’amore profondo per la montagna e per la sfida continua raccolta attraverso di essa, che lo hanno portato a essere una figura fondamentale nella transizione dell’alpinista italiano verso la modernità.

Non ho conosciuto Machetto, ma ho potuto leggere i suoi libri. Tike Saab, il primo, è un piccolo gioiello, ogni volta in grado di dare emozioni profonde, un libro intessuto di poesia, una perla unica nel panorama della letteratura di montagna. Un suo ulteriore contributo è contenuto nel volume Sette anni contro il Tirich, frutto della collaborazione con Riccardo Varvelli e sua moglie Maria Ludovica. I flash contenuti nel suo primo libro fanno qui spazio al racconto lucido e stringato della salita del Tirich Mir compiuta con Gianni Calcagno nel 1975, e consentono a Guido di esporre in dettaglio le sue idee su come la montagna andrebbe affrontata, con una punta di polemica e una serie di provocatori messaggi.

Ho cercato qui di estrarre un po’ dei concetti espressi da Machetto nel suo scritto proponendone alcuni passi, perché, nonostante siano chiaramente influenzati dalla situazione contingente, l’inizio del 1976, e possano quindi sembrare a tratti un po’ ingenui, li ritengo ancora di attualità estrema. Tanto più che a ben venticinque anni dalla sua morte non mi sembra che questa visione sia stata recepita se non in modo superficiale, schiacciata dalle necessità commerciali così tipiche di questi ultimi anni, che vedono nella montagna nient’altro che un ulteriore potenziale mercato. O peggio ancora soffocata da un conformismo e una pigrizia mentale che una maggior parte di alpinisti, per mancanza di fantasia, coraggio e libertà, non osa superare per affrontare a viso aperto l’avventura alpinismo.

Guido Machetto ha tracciato una via, anche per tutti noi… a noi raccoglierne il testimone, a qualunque livello… a noi mutare la nostra storia…

Quella sera a casa di Gianni parlai quasi sempre io. Seduto dall’altra parte del tavolo lui ascoltava attento, riceveva le notizie, le separava e le catalogava nella sua mente perché sapeva che alla fine del mio discorso doveva darmi una risposta. Giovanna, sua moglie, si dava da fare in cucina; a prima vista sembrava intenta ai suoi lavori, ma sono certo che non perdette una sola parola di quello che si disse quella sera. E’ duro essere la moglie di un alpinista come Gianni, perché lui è uno che prende delle posizioni e le posizioni bisogna sostenerle e la sua donna deve essere lì al suo fianco a lottare per difendere il suo alpinismo, quell’alpinismo di cui farebbe volentieri a meno. Lei sa che Gianni continuerà a scalare e che un giorno potrebbe non tornare più dal Monte Bianco o dall’Himalaya, ma sa anche che deve stringere i denti. Andammo avanti un bel po’; Giovanna mise a letto la figlia, poi tornò e si sedette al tavolo, dicendo di parlare piano per non svegliare la bimba. La scena assomigliava a un convegno di maquis in un qualche casolare abbandonato; l’esposizione del piano prendeva forma, di quando in quando Gianni mi interrompeva per farmi domande, secche, brevi, col minimo spreco di parole. – Conosco il posto, in due possiamo farcela… “.

Bruno Allemand e Guido Machetto a Courmayeur dopo l’evacuazione elicottero dal Col Peuterey. 17 febbraio 1971
Polemica sul salvataggio del Col de Peuterey. B. Allemand e G. Machetto
Ci sono molti modi di fare una spedizione. Ciò è vero ancora oggi, anche dopo che cento anni di alpinismo extraeuropeo hanno definito con relativa chiarezza le diverse possibilità di approccio, privilegiando concetti di leggerezza ed agilità nei confronti dei limiti etici e pratici delle spedizioni pesanti. Ma, se nel nuovo millennio si ricorre sempre meno di frequente all’ormai vituperato titolo di “pesante”, è forse solo perché questa caratteristica è stata sostituita dall’abuso di tecnologia, e dal preponderante aspetto commerciale richiesto dalla pratica di un tipo di alpinismo economicamente molto dispendioso.

In considerazione del periodo in cui si sviluppa la sua personale concezione dell’alpinismo himalayano, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, Guido si trova di fronte a un panorama in cui spiccano le grandi spedizioni nazionali, spesso dotate di mezzi esagerati, ma in cui sono comunque presenti spedizioni più piccole, di sezione, per forza di cose limitate in quanto a disponibilità di mezzi e uomini e quindi con obiettivi minori, oppure di Club o di Gruppo, nel qual caso si assiste spesso a realizzazioni di livello molto elevato… E’ l’epoca in cui si svolgono spedizioni internazionali, femminili, militari e nelle sue parole:

ancora altre che scaturiscono dalla mente fervida di qualche avventuroso, così come ci sono scadenti alpinisti che si iscriverebbero a qualunque partito pur di partecipare, o ottimi scalatori che ricevono un invito all’anno e regolarmente rinunciano. La faccenda è che la differenza tra una scalata alpina e una himalayana è grande: è tutta un’altra cosa, sono quasi portato a pensare che non nascano neanche dalla stessa base di passione. Al momento in cui feci la mia proposta a Gianni avevo preso parte a nove spedizioni in Sud America e in Himalaya; alcune erano state rovinate dalle squallide controversie che molte volte caratterizzano questo tipo di avventura, di altre avevo conservato un bellissimo ricordo e una nostalgia sempre viva, tuttavia esse facevano tutte parte di una delle categorie che ho elencato“.

Guido Machetto a Yellowknife, Canada. Agosto 1971
1971.08 Yellowknife(G.Machetto) 002
La concezione dell’alpinismo è spesso condizionata dalla moda del momento, che nella maggior parte delle situazioni non fa altro che bloccare la creatività dell’individuo, limitando spesso le potenziali realizzazioni di spiccate personalità d’indiscutibile coraggio, capacità e preparazione. Nel preparare una spedizione si dovrebbe sempre porre particolare attenzione all’etica che la dovrebbe animare:

La cosa più importante, però, e che raramente viene discussa, è il rapporto tra quello che si intende fare e come lo si intende fare; avendo giocato per molti anni sull’ignoranza del pubblico in materia, l’alpinismo di spedizione si è permesso talvolta di far passare per imprese memorabili alcune scalate, dimenticandosi di informare l’opinione pubblica sul rapporto uomini-mezzi-obiettivo. Perché un’impresa è grande solo se il rapporto è rispettato; come per la corrida, se qualcuno ne ha vista una o ne ha sentito parlare“.

Machetto è un uomo della sua epoca, che vive l’avventura spedizione in vista dell’impresa alpinistica. Oggi è sempre più difficile realizzare delle vere performance per alpinisti “normali”, ciononostante esigenze d’immagine portano spesso a vendere al meglio la propria merce, e di conseguenza a sorvolare sui propri scheletri nell’armadio, inclusivi dell’equilibrio etico della salita, dando spesso un valore oggettivo a realizzazioni che non possono averlo. Si deve comunque salvare il valore soggettivo di qualunque salita, che va riconosciuto all’alpinista: così si possono ancora raccontare delle imprese, che sono una conquista sulle paure personali e delle piccole affermazioni di fantasia, e in definitiva di coraggio. Sempre che si mantengano gli equilibri. Cosa non facile per una spedizione tradizionale in quegli anni, a meno di casi, comunque pochi, con obiettivi eticamente ambiziosi.

Ciò che andavo spiegando invece quella sera era qualcosa di totalmente diverso e rivoluzionario, o meglio evoluzionario.
– Solo noi due; dovremo agire come un commando. Ce la faremo, vedrai
“.

L’idea di Guido era semplice: in una spedizione tradizionale ogni uomo ha un suo compito, ben definito e spesso limitativo rispetto all’apertura che una spedizione richiede e che sa così bene ricompensare. Già allora si trattava di una concezione che non poteva più andare bene e che troppo spesso non ha funzionato.

Gianni Calcagno, Alessandro Gogna e Guido Machetto a una qualche presentazione della spedizione Annapurna 1973
G. Calcagno, A. Gogna, Guido Machetto a una qualche presentazione della spedizione dell'Annapurna 1973

La nostra storia alpinistica è costellata di fallimenti dovuti proprio a questi motivi. Come la vedo io, invece, è che i partecipanti di una spedizione devono essere come i membri di un commando: ciascuno riunisce in sé tutte – chiamiamole – le arti e i mestieri che in una spedizione tradizionale sono suddivisi tra i partecipanti. Avvengono così due cose: la prima è che, mancando un uomo, niente compromette il funzionamento: la seconda, e ben più importante, è che nessuno si sentirà umiliato nel suo lavoro gregariale perché la selezione per gli eletti che conquisteranno la vetta sarà naturale, dovuta alla miglior forma dell’uno più che dell’altro, piuttosto che a decisioni premeditate. Se si dà a ognuno la possibilità di raggiungere la vetta, nessuno reclamerà se dovrà far da mangiare o portare 3O kg di materiali“.

Gianni Calcagno a circa 7600 metri sulla via dei Cecoslovacchi al Tirich Mir
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Potrebbe sembrare una visione un po’ ingenua e semplicistica ma se accoppiata ad una selezione accurata delle persone e a piccoli gruppi la cosa funziona… Pur non essendo una idea del tutto nuova neanche per le alte quote, basti pensare alla prima ascensione del Broad Peak, nel 1957, ad opera di una spedizione leggera austriaca di sole quattro persone [ma che persone – Hermann Buhl, Kurt Diemberger, Markus Schmuck, Fritz Wintersteller] la cui linea avveniristica non era poi peraltro stata seguita dall’evoluzione dell’etica himalayana, Guido Machetto aveva sviluppato questa convinzione profonda di cui non si sarebbe liberato tanto facilmente, se non fosse tragicamente scomparso dopo poco tempo, in un incidente di arrampicata sulla Tour Ronde. Sarebbe stato proprio Gianni Calcagno a raccogliere questa eredità per portarla fino in fondo a livello personale come concetto di sfida pulita con la montagna, by fair means, come dicono gli inglesi, per molti anni ancora, con realizzazioni ai massimi livelli internazionali.

Un commando dunque, un piccolo gruppo, autosufficiente, veloce e determinato; e soprattutto omogeneo.

Molta importanza riveste invece il fatto che, oltre all’abilità e ai talenti personali, ci deve essere l’uniformità di idee sulla maniera di intendere una scalata himalayana: il rischio è un inevitabile compagno che bisogna costantemente controllare, e la morte molto spesso fa la sua comparsa. Il membro di un commando deve avere una sua filosofia sulla morte come sulla vita, sul coraggio come sulla paura; le sue azioni e i suoi pensieri devono essere rivolti verso la conoscenza di se stesso invece che, come più facilmente accade, appigliarsi a soluzioni che questo tipo di società ha inventato a uso e consumo dell’interesse materiale“.

La spedizione del 1972 all’Annapurna, cui sia Guido che Gianni avevano partecipato, e che fu un primo passo verso una nuova organizzazione più coinvolgente per ogni componente del gruppo, era stata emblematica di quanto l’unicità di vedute potesse essere importante per il raggiungimento di un obiettivo, nel momento in cui la tragedia, che è purtroppo sempre parte del gioco in montagna, ed una volta di più in Himalaya, fa il suo ingresso sulla scena. Una valanga uccise Leo Cerruti e Miller Rava, e parte degli alpinisti rimasti non se la sentì di continuare. Nelle parole di Guido “la morte mise a nudo i limiti personali e fermò l’ingranaggio”.

L’omogeneità di idee non è facile da raggiungere, impossibile se non per piccoli gruppi; e sono proprio i piccoli gruppi ad assicurare più facilmente l’equilibrio etico con la montagna.

Dopo aver partecipato ad alcune spedizioni nelle quali non era presa in considerazione la questione del rapporto, decisi che era inutile continuare a lottare contro ignoranti e conservatori e che era invece ora di creare la possibilità di avvicinarsi alle grandi montagne senza far uso di appoggi burocratici particolari e auto-amministrandosi, di usare insomma la tecnica del commando. Così nell’estate del 1974 Beppe Re ed io scalammo il vergine Tirich West II di 748O metri“.

Riccardo Varvelli, profondo conoscitore della zona, accompagna fino al campo base Guido e Beppe, lasciando loro l’eredità della sua passione per questa montagna, per questa terra, per questo popolo. Dopo un avventuroso viaggio condotto a tappe forzate, i due ottengono un notevole successo sull’ultima cima ancora non scalata dell’Hindukush. E’ già un commando, anche se con loro c’è Ayat-ut-din, e sono veramente soli soltanto sulla parete.

La bombetta era di Beppe Re, una di quelle inglesi da banchiere della City. Gliel’aveva regalata un amico dopo un viaggio in Inghilterra e lui se l’era portata dietro partendo per la spedizione al Tirich nell’estate del 1974. Ce l’aveva in testa all’aeroporto di Fiumicino, e, tolto i momenti in cui tirava vento o faceva troppo freddo, aveva continuato a tenerla in testa, fino in vetta.

– Piuttosto lascio giù la roba da mangiare, ma la bombetta me la porto dietro… – aveva proclamato il giorno dell’ascensione, e l’aveva cacciata nel sacco. Ora, scalare una vetta di 748O metri in due era già una bella cosa, ma la soddisfazione per lui di tirar fuori la bombetta e farsi ritrarre in cima al monte con la faccia bruciata e la barba incrostata di ghiaccio, era certamente fuori del comune, e quasi diabolica. La storia della bombetta aveva l’aria della sfida condotta con garbo, da vero gentleman: tutta la spedizione aveva l’aria della sfida“.

Già, la sfida… Anche questo fa parte della molla che spinge gli alpinisti… non tutti sentono questo richiamo, non tutti lo raccolgono. Di sicuro la sfida che ci arriva dalla vita attraverso una parete, una cima, è una motivazione forte nella realizzazione di ogni impresa. E naturalmente ogni sfida richiede di mantenere il giusto equilibrio mezzi-fine, per conservarne pienamente il valore. E Guido non è una persona da tirarsi indietro… senza perdere di vista il fatto che si tratta ancora e sempre di un gioco, un’affermazione personale del tutto gratuita, su cui è comunque necessario ironizzare, per alleggerire una tensione a momenti difficile da sopportare.

Con quella salita ero convinto di aver dato inizio, almeno in Italia, a un sistema diverso di scalare sopra i settemila metri, più snello, più decontratto, più gioioso; certamente il rischio era portato al limite, ma l’indicazione non stava nella quantità di rischio ma nel sistema. E a tutto questo aveva contribuito la bombetta del Beppe!”

Forte di questa esperienza Guido si rivolge a Gianni Calcagno, già suo compagno all’Annapurna, uno di quelli che non hanno mollato, che non lo avrebbero mai fatto. E qui ci ricolleghiamo alla conversazione nella casa di Genova, da cui siamo partiti.

Guido Machetto a circa 7500 m sulla via dei Cecoslovacchi al Tirich Mir
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– Per l’allenamento?
– Questo è il punto: dovremo prepararci fisicamente e perdere peso, poi scalare insieme almeno un mese; tutta la meccanica si basa sull’allenamento, sull’alimentazione e sulla concentrazione psichica. L’equilibrio tra queste cose deve essere perfetto. Una volta presa la decisione di partire dovremo essere convinti di potercela fare: l’allenamento e la vita assolutamente sana ingigantiranno in noi la certezza, se non di riuscire, di lottare molto prima di rinunciare.
– Bisognerà andare parecchio veloci…
– Eh sì, in due senza retrovie e nessun aiuto dal basso: tutto è nelle nostre gambe e nella nostra resistenza. I campi dovranno essere almeno a 7OO-1OOO metri di dislivello uno dall’altro.
– … Ci faremo un culo che passa l’immaginazione!
– Sì, è come dici tu, però ammetti che è la sfida più bella che ti abbiano mai proposto…
– Maledetto Machetto…
– Allora?
– Allora, allora… Allora è sì, cosa potrebbe essere altro?

Sapevamo benissimo che questo gioco l’avremmo portato fino in fondo: scalare un monte di 77OO metri in due significava spezzare il vincolo di quella società civile che ti pone continuamente dei limiti. Avremmo dovuto essere spietati prima con noi stessi poi col compagno; l’Annapurna era su di noi: tre mesi contro il maltempo, gli uomini e la paura di aver paura. E adesso volevamo aprire un nuovo itinerario su quelle altitudini, in due. Ci saremmo dovuti allenare ad andare slegati sul difficile per essere veloci, ma soprattutto perché le difficoltà di uno non danneggiassero l’altro…

Non riuscivo a prendere sonno, avevo fumato troppo; niente in confronto a quello che aveva fumato la Giovanna che avviandosi verso la camera da letto aveva mormorato: “Cristo, si ricomincia!”.

La Stampa, 2O luglio 1975
(Poche lire e molto coraggio per vincere l’Himalaya)
Sono il biellese Guido Machetto e il genovese Gianni Calcagno – Scaleranno una parete del Tirich Mir a 770O metri di quota – Pensano di spendere un milione a testa.
L’estate scorsa dimostrò che con un milione, una cifra che ormai molti spendono per discreti viaggi organizzati, era possibile andare in Himalaya e scalare una vetta di settemila metri; quest’anno Guido Machetto, 38 anni, biellese, guida alpina e rappresentante di articoli sportivi, ci riprova, ma con programmi ancora più ambiziosi.
La minispedizione, composta da Machetto e Gianni Calcagno, 32 anni, genovese e accademico del CAI, partirà giovedì prossimo dall’Italia in aereo con meta Kabul; di qui, prima in taxi poi in jeep, si inoltrerà nella catena dell’Hindukush. Una lunga marcia di avvicinamento accompagnati da soli due portatori e infine la scalata ai 7708 metri del Tirich Mir lungo un inviolato sperone di ghiaccio con 1300 metri di dislivello che, se il tentativo riuscirà, riceverà il nome di Via degli Italiani.

C’è anche una punta polemica in questa nostra spedizione – dice Machetto -; fare gli alpinisti in Italia non è facile. Noi che viviamo in montagna per professione [soltanto per allenarci a questa impresa abbiamo scalato in venti giorni sei pareti nord], notiamo come gli escursionisti e gli scalatori siano in costante aumento, ma diminuiscano quelli che vogliono misurarsi con imprese impegnative tanto che l’alpinismo italiano è nettamente in declino“.

In tutto il mondo ormai, ad eccezione che in Italia, anche per il grosso pubblico l’alpinismo ha superato il mito dell’impresa sportiva, fatta con rischio estremo da uomini eccezionali, per diventare un fenomeno sociale: la spedizione statunitense al K2 è guidata da un senatore democratico del New Jersey [immaginiamo un uomo politico italiano che lo imiti?), in Inghilterra uno scalatore come Chris Bonington compare alla televisione più spesso dei cantanti più noti, in Giappone il giornale Mainichi di Tokio finanzia ogni anno diverse spedizioni di grande impegno.

Le piccole spedizioni extraeuropee – continua Machetto – funzionano piuttosto bene, ma appena l’organizzazione diventa più complessa nascono le polemiche o mancano i risultati. Per salire l’Everest abbiamo speso due miliardi e impiegato duemila portatori e l’ossigeno, quando le ragazze cinesi e giapponesi sono arrivate in vetta senza respiratori. Il nostro tentativo sul Tirich Mir vuole dimostrare che senza mezzi faraonici, ma soltanto con un buon allenamento e serietà, è possibile compiere imprese rilevanti e far sì che finalmente anche l’uomo della strada s’interessi all’alpinismo“.

E pochi dati bastano a dimostrare che la spedizione di Machetto e Calcagno nella sua modestia ha qualcosa di eccezionale, addirittura di folle: un costo di un milione e duecentomila lire a testa (quanto costa un tour organizzato di 15 giorni in Polinesia), una tenda a due posti che pesa otto etti, trecento metri di corda, alcuni chiodi al titanio, non un grammo di cibo. I due infatti, che da alcuni mesi seguono una dieta macrobiotica, acquisteranno sul posto le vivande per tutta la scalata (per lo più granaglie] e in una quantità talmente bassa che farebbe inorridire tutti i buongustai.

I due portatori – continua Machetto – ci accompagneranno per la lunga marcia di avvicinamento, poi sistemeranno una tenda di campo base: di lì in poi saremo completamente isolati. Dovremo percorrere 35 km fino a giungere a 63OO metri, all’attacco della parete, portando in spalla tutta l’attrezzatura e il cibo per una dozzina di giorni di scalata: è inutile dire che di radio per collegamenti e di bombole di ossigeno nemmeno se ne parla. Cominceremo a salire lo sperone, ad attrezzarne con corde fisse i tratti più difficili e a scenderlo più volte per acquistare il necessario acclimatamento. Poi, se il tempo sarà rimasto buono, se non ci saremo ammalati, se una valanga non ci avrà spazzato via dalla parete, fra il 15 e il 2O agosto, dovremo essere in vetta. Se riusciremo, forse ad altri verrà la voglia di imitarci, e scopriranno che per salire queste montagne non occorrono grandi mezzi“.

Il Tirich Mir West da ovest. La via dei Cecoslovacchi sale nel canale a sinistra, la via degli Italiani percorre l’evidente sperone che prosegue in basso ben al di sotto della parete
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L’articolo apparso sulla stampa ci avrebbe in seguito condizionato parecchio: dare la notizia in anteprima era avere pubblicità solo sulle intenzioni, e questo non era molto onorevole per alpinisti seri: d’altra parte però l’informazione era completa e comprensibile se si sapeva quando nasceva, come si sviluppava e come andava a finire la cosa in questione. Non era certo la prima volta che finivamo sui giornali: nonostante ciò sentimmo che era diverso: il titolo aveva toni di sfida e di polemica, il pubblico da quel momento avrebbe tenuto in serbo bordate di sarcasmo se per qualunque motivo non ce l’avessimo fatta. Se c’era una cosa al mondo che io e Gianni non volevamo, era sputtanarci.

Il 23 luglio caricammo le nostre cose sull’auto di un’amica e partimmo per l’aeroporto di Linate. Niente parenti, abbracci e lacrime: meglio farla sembrare una cosa normale, senza pensieri per nessuno (…) Lo stesso giorno Beppe Re, il compagno del Tirich II, si sposava nella chiesa del suo paese. Il 23 luglio gli uomini del Tirich cominciavano così, chi in una maniera chi nell’altra, una delle più grandi avventure della loro vita“.

Come sia andata questa eccezionale spedizione è cosa più o meno nota. Machetto e Calcagno non si accontentarono di una nuova salita; andarono ben più in là, dimostrando una naturalezza di approccio decisamente superiore alla media, anche al giorno d’oggi. Si trattava del resto di fuoriclasse.

Il giorno 7 agosto lo passammo al campo base a mangiare e riordinare le idee. Il Gianni disse: – Mi è venuta in mente una cosa… ma forse è una cazzata…

Gianni normalmente parla già poco, in due poi, dopo una settimana, quasi tutti gli argomenti erano stati sviscerati: si viveva quindi volentieri e senza imbarazzo nel silenzio, e il fatto che avesse pensato una cosa e non osasse tirarla fuori mi dava una certa emozione, e questo perché anch’io avevo elaborato dei pensieri che tenevo per me (…).
– Si potrebbe ripetere la “
via dei Cecoslovacchi” al Tirich per allenamento…
(…). Era dunque tale il nostro ottimismo che un azzardo del genere, mai tentato e nemmeno mai pensato da nessuna spedizione, almeno che sappia io, ci riempì di gioia, e di smania di cominciare a menar le mani: il pensiero poi della faccia che avrebbero fatto in Italia amici e nemici quando avessimo detto loro “Due volte, proprio due volte: naturalmente una per allenamento” ci caricò ancor di più. Ammettemmo anche che era piuttosto infantile come soddisfazione, ma l’ambiente alpinistico è ben lungi dall’essere quel fraterno club che la gente crede: al contrario, è traboccante di invidie e di meschinerie e l’unica maniera per ridimensionarle era ed è quella di tappare la bocca coi fatti
“.

La via dei Cecoslovacchi va liscia come l’olio. Il tempo è splendido e le condizioni sono perfette. Addirittura troppo facile. Le parole di Gianni Calcagno, tratte dal suo libro Stile Alpino, riportano un inconsueto stato d’animo di fronte a un sogno raggiunto in modo eccessivamente agevole.

Continuai quasi con stupore: tutto era così perfetto, talmente facile che provai un senso di delusione. Mille volte avevo sognato di accingermi alla conquista finale con lo stomaco contratto dall’ansia, i polmoni spossati nell’inutile tentativo di carpire ossigeno dall’aria rarefatta, le gambe distrutte dalla fatica e il corpo rattrappito dal gelo. Dov’era la vetta nascosta dalla tormenta sulla quale, come un naufrago allo stremo delle forze, dovevo finalmente approdare? Il senso di delusione prese corpo: la montagna era finita, la cima stava sotto i miei piedi, ma era mancata la lotta che accompagna una dura vittoria. Una fugace gioia per la meta raggiunta e l’inutile ricerca di qualcosa su cui salire ancora.

Dalla punta guardai distrattamente in basso, verso lo sperone, e d’improvviso compresi: quello era il mio Tirich, la mia montagna. Questa era solo una vetta qualsiasi“.

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Rimane allora la via degli Italiani. Il tempo è cambiato, mettendo a dura prava la resistenza mentale di Guido e Gianni. Poi finalmente uno squarcio consente di risalire ai campi alti.

Un forte vento teso in quota sollevava sulle creste polveroni di neve, ma il tempo teneva: freddo boia, quello sì, con temperature che stimammo vicino ai trenta, anche quaranta sotto zero: il Tirich ci offriva l’ultima chance e sembrava dicesse: Se mi volete, sarà alle mie condizioni“.

24 agosto. Tardi per scalare in Hindukush, troppo tardi per trovarsi ancora ad alta quota: (…) noi, in quell’isolamento psicologico (non solo eravamo solo noi due su quella montagna, ma probabilmente in tutta la catena], avevamo almeno due giorni di scalata dura davanti e altri ventuno erano nelle nostre gambe e nei nostri polmoni. Il nostro peso si aggirava sui 58 kg per me e 56 per Gianni: quasi al limite, la mente continuava a prevalere sul fisico“.

Ben 10 kg di meno rispetto alla partenza. E’ normale perdere un bel po’ di peso durante uno sforzo continuo di giorni e giorni, col rischio però di poter crollare improvvisamente. Ma si può qui constatare come la testa abbia davvero un ruolo preminente nel consentire la realizzazione di progetti tanto coinvolgenti come una salita di questo tipo (quando il fisico cede il più delle volte la mente lo ha già abbandonato da un pezzo – citazione da José Saramago, autorevolezza da premio Nobel).

Così alla fine la cima è di nuovo conquistata, il 25 agosto, in un attimo di quiete in mezzo a una bufera perfetta. Ancora le parole di Gianni Calcagno, sempre da Stile Alpino, in stridente contrasto con le sue impressioni di pochi giorni prima:

Storditi e barcollanti approdammo sulla vetta del Tirich Mir. Ci abbracciammo confusi. Avrei voluto dire tante cose, lasciare esplodere tutte le sensazioni che mi turbavano, esultare, gridare. Ci provai, ma un nodo di commozione mi strozzò la gola e farfugliai qualcosa d’incomprensibile. Sentii le lacrime salire e in silenzio piansi, anche se gli occhi restarono due fessure asciutte. Anche Guido tentò di esprimere qualcosa. Percepii solo pochi suoni inarticolati misti a una commozione senza pari. Avevamo attraversato mezzo mondo, vissuto momenti duri e altri allegri, lottato con tutte le forze per raggiungere la vetta di quel Tirich e ora che c’eravamo sopra non avevamo neanche più la forza di parlare“.

Questa volta il ritorno è ben più impegnativo: Guido e Gianni sono stanchi, le loro forze sono quasi esaurite, il tempo non li risparmia.

La discesa prese tutto il pomeriggio ed era notte fonda quando ci buttammo sotto la tendina a igloo; l’ultimo tratto l’avevo fatto inciampando e cadendo in ginocchio ogni cinque passi. Quasi subito le nuvole circondarono le montagne, e cominciò a scendere la neve. Sfuggiti! Era fortuna, era destino, c’era da ringraziare qualcuno? lo e Gianni non lo sapevamo; forse era giustizia o semplice coincidenza. Probabilmente il Tirich pensava di batterci meglio con il freddo e il vento, piuttosto che con la neve“.

Non c’è retorica in queste parole: l’amore di Guido per la montagna non nasconde la componente epica del suo alpinismo, pur sempre figlio del suo tempo – e la bombetta del Beppe non è stata sufficiente a rivoluzionare del tutto la sua prosa…

Ero disfatto, ma la mente era lucida come non mai; sì, la lucidità era una cosa importante, l’ultima cosa importante mentre cominciavo a pensare che si poteva morire, e che la cosa, adesso che la sentivo vicina, non era molto importante in sé quanto il farlo con garbo e stile…

L’ultimo quadro che quel giorno si fissò nella mia mente era il ghiacciaio spazzato da una tormenta fortissima e davanti a me Shirgol Khan piegato per resistere al vento e per lo sforzo di tirarsi appresso una sacca di roba nostra; la sacca lunga e deforme lasciava una traccia sulla neve, sembrava un esquimese intento a portarsi a casa una foca catturata.

Non c’era un villaggio senza frane, il raccolto di quell’estate era perduto, la strada era crollata, e tutti furono gentili con noi quando tornammo dal Tirich Mir, il monte più alto del volo dell’aquila“.

Guido Machetto in vetta al Tirich Mir
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Guido Machetto è una figura importante, come si è già detto. Forse le sue idee possono sembrare ovvie oggi, ma trent’anni fa non lo erano affatto, e ancor più era difficile trovare qualcuno che le vivesse fino in fondo sulla propria pelle.

Guido ha ribadito in modo del tutto personale e idealista una maniera di porsi di fronte all’alpinismo che era già stato indicata da altri prima di lui, e che veniva riproposta in quello stesso periodo da Messner e Habeler con lo scaltro taglio di sensazionalismo tanto appetibile dai mass media…

Credo che chiunque concordi sull’influenza delle sue salite e del modo in cui le ha portate a termine. Se poi in pratica Guido ha avuto pochi seguaci lo si deve principalmente alla severità che la sua concezione impone. La maggior parte di noi alpinisti della domenica, e non si veda in questo titolo alcuna espressione critica ma solo la constatazione di un dato di fatto, quando affronta una spedizione extraeuropea è poco disposta a prendersi dei rischi non necessari nel solo nome dell’equilibrio con la sfida da portare a termine. Più in generale, nella sua evoluzione attuale centrata sugli aspetti economici, la società occidentale sicuramente non guarda con interesse una simile propensione al romanticismo. Per questo Machetto mi è caro e va ricordato.

Perché è stato uno degli ultimi eroi. Perché ha saputo sognare lontano. Perché è stato un poeta, uno dei pochi in alpinismo.

Proseguo per la cresta,
la vetta non è lontana.

Sale la nebbia, pettina
la parete ed esce come
un’onda dalla punta per
fare un looping nel cielo.

E’ come quei giorni di primavera,
mentre si cammina per
le prime volte dopo la neve,
con i prati e le foglie di
quel verde tenero,
con gli animali che non sono
ancora spaventati;

si cammina nel delicato
equilibrio dei nostri pensieri
e poche volte succede
che un uomo sia così
garbato con la propria anima
“.
Guido Machetto

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La storia del Cervino – parte 5

Storia del Cervino – parte 5 (5-6)

Il 14 luglio 1965, 100 anni dopo Whymper, la prima donna scala la parete nord: Yvette Vaucher, con il marito Michel e Othmar Kronig. È da notare che il 25 luglio 1963 Nadja Fajdiga, con Ante Mahkota aveva dovuto ritirarsi sulla cresta dell’Hörnli in corrispondenza della spalla.

Dall’11 al 13 agosto 1965 Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi vinco­no la parete sud-est del Picco Muzio. Anche per colpa dei primi salitori non si sa molto su questa via, che deve essere però assai pericolosa nel canalone iniziale.

Annibale Zucchi sulla via dei Ragni al Picco Muzio
Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi aprirono la via dei Ragni al Picco Muzio. La via, aperta dall'11 al 13 agosto 1965 dai due lecchesi, è uno splendido esempio di intuizione in grande anticipo sui tempi: trovare un itinerario estremo su roccia su una montagna simbolo come il Cervino. L'esempio fu poi seguito da Alessandro Gogna e Leo Cerruti sul Naso di Zmutt e da Hervé Barmasse e Patrick Poletto sullo Scudo del Cervino. Archivio Giuseppe Lafranconi, Livigno.

La parete nord-nord-ovest è sempre rimasta dimenticata per due ragioni: 1) l’assoluta verticalità interrotta solo da strapiombi, fuo­ri dalla portata dei tempi fino ad almeno il 1958 (Hasse-Brandler, Cima Grande di Lavaredo); 2) la parete non si vede da alcun centro abitato. Dopo la conquista delle più strapiombanti pareti dolomitiche, delle più verticali pareti ghiacciate (parete nord dei Droites, ecc.), delle ultime pareti granitiche del Monte Bianco (Blatières, Fou, ecc.) occorreva «qualcosa» che riassumesse tutto. Questo qualcosa poteva essere la parete del Naso di Zmutt, cioè la Nord-nord-ovest del Cervino. 1200 metri di altezza. I primi 400 di misto a 70°, 700 metri di roccia verticale e strapiombante, gli ultimi 100 facili, sulla cresta.

Nell’agosto 1968 Gianni Calcagno ed io saliamo alla base della parete verticale. Alla fine del 3° giorno, dopo una persistente bufera scappiamo sulla cresta di Zmutt. Nell’ottobre 1968 un poco serio e molto pubblicitario ten­tativo di Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini. In 12 giorni superano solo 350 metri. 14 luglio 1969. Ritento, con Leo Cerruti. Alla sera del quarto giorno siamo in vetta. Un’arrampicata meravigliosa, dif­ficile e completa. Paragonabile alla Hasse-Brandler della Grande di Lavaredo, detratti ovviamente la quota, il misto iniziale, l’isolamento. Niente chiodi a pressione né corde fisse. Indubbiamente la mia «prima» più impegnativa. Venne usata la tecnica allora più nuova: i cordini con i nodi incastrati nelle fessure, due rurp consecutivi, bong delle dimensioni più grandi.

Il 14 luglio 1970 è la volta del pilastro sud est del Picco Muzio, af­frontato da Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro. La via è di interesse tecnico, perché of­fre un’arrampicata sicura su roccia solida con elevate dif­ficoltà. I quattro bivaccano in vetta e per una bufera non proseguono sulla Furggen. Discesa a corde doppie lungo l’i­tinerario di salita. Pilier dei Fiori è il nome dato alla via.

Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal
Cervino5-Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal

Anche la parete sud del Cervino ha avuto la sua prima inver­nale. Su di essa si svolse una corsa che se non ebbe l’interesse della parete nord e neppure quei retroscena giorna­listici, ebbe invece una indubbia attrazione spettacolare. Ci mancava solo che i protagonisti si prendessero a colpi di piccozza. Il 19 dicembre 1971 Gianni e Antonio Rusconi con Giuliano Tessari stanno attrezzando la prima parte di parete. Arrivano il 20 Arturo e Oreste Squinobal con Giuseppe Cheney e Rolando Albertini (tutti e quattro guide). Nessuna alleanza. Il 21 discesa generale, per cattivo tempo. Il 22, i due Squinobal, Cheney e Albertini riprovano, segui­ti a presso da Ettore Bich, Jean Hérin ed Innocenzo Menabreaz (tutti e tre guide). Essi bivaccano 80 metri sotto ai primi. Il 23, raggiunta la cengia sotto la testa, Albertini e Cheney rinunciano alla competizione ed escono sulla Enjambée. A 70 metri dalla cima i tre dietro si accorgono di essere più lenti dei due Squinobal: Hérin si slega, scende da solo fino alla cengia. Bich e Menabreaz continuano e tre minuti dopo che il primo degli Squinobal è arrivato in vet­ta, Bich arriva a sua volta. Ordine d’arrivo: 1° Squinobal, 2° Bich, 3° Squinobal, 4° Menabreaz. Mai si era verificata una cosa simile: e nessuna di queste persone aveva ideato per prima la salita invernale della Sud. Infatti già nel marzo 1970 Gianni Calcagno e Leo Cerruti erano arrivati a 200 metri dalla cengia sotto la testa e si erano ritirati per cattivo tempo.

Dall’11 al 13 agosto 1972 i cecoslovacchi Zdislav Drlik, Leos Horka, Bohumil Kadlcik and Vaclav Prokes aprono una nuova via sulla pa­rete nord (via Cecoslovacca di Destra); indubbiamente di difficoltà non superiori alla via Bonatti. L’originalità di questa via è pressoché nulla. Tra l’altro gli ultimi 400 metri forzatamente in comune alla Schmid.

Già nel febbraio 1973 René Mayor, Raymond Joris, Robert Allenbach, Edgar Oberson, Jean e Daniel Troillet tentarono due volte l’invernale del Naso di Zmutt. Finalmente lo stesso Oberson, con Thomas Gros, riuscì nel suo intento, dal 21 al 28 febbraio 1974, con l’uso di molte corde fisse. Peccato che l’impresa fu appannata dal recupero in vetta, tramite elicottero, dei due esausti protagonisti!

Dal 14 al 16 febbraio 1977 il giapponese Tsuneo Hasegawa sale da solo e d’inverno la via Schmid.

Marco Barmasse
Cervino5-_full

Dal 10 al 12 gennaio 1978 una cordata di forti guide valdostane ha finalmente ragione della parete ovest d’inverno: Arturo e Oreste Squinobal, Rolando Albertini, Augusto Tamone, Marco Barmasse, Innocenzo «Nio» Menabreaz e Leo Pession giungono in vetta nell’infuriare della bufera. Purtroppo nella discesa un ancoraggio cede. Albertini precipita e muore, mentre Barmasse rimane ferito a una gamba. È l’inizio di un’odissea che si concluderà dopo quattro giorni con il recupero con l’elicottero dei sopravvissuti che nel frattempo avevano raggiunto la Capanna Carrel. Già tre anni prima, nel 1975, Marco Barmasse e Giovanni Hérin avevano tentato l’invernale della Ottin-Daguin: ingannati dal tracciato decisamente rettilineo pubblicato da Mario Fantin nel suo libro sul Centenario del Cervino, i due si erano impegnati per due giorni su una linea difficilissima, senza peraltro neppure arrivare al grande risalto verticale e strapiombante che caratterizza la metà parete. Le sette forti guide tre anni dopo, evitando quella variante e seguendo un itinerario più logico arrivano al risalto e qui trovano opportuno aprire una notevole variante a sinistra del passaggio che sia la cordata di Carrel sia quella di Ottin avevano superato.

Arturo Squinobal
Cervino5-Artur1
Dal 7 al 10 marzo 1978 le polacche Wanda Rutkievicz, Irena Kesa, Anna Czerwinska e Krystyna Palmowska salgono in invernale e cordata femminile la via Schmid alla Nord.

Dal 29 luglio all’1 agosto 1981 Michel Piola e Pierre-Alain Steiner vinsero il Naso di Zmutt per una via Diretta. Sia pur con molta moderazione, i due alpinisti svizzeri, che tante altre vie avevano aperto in quel modo, aprirono l’era degli spit anche sul Cervino. E, un po’ dopo, dal 26 al 31 dicembre 1982, ecco Daniel Anker e Thomas Wuschner risalire lo stesso itinerario in prima invernale. Ma, nel frattempo, il 12 e 13 luglio 1982 il fortissimo André Georges aveva salito il Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti) in prima solitaria. Ed era destino che ancora per un po’ questa via non dovesse avere semplici ripetizioni: infatti la quarta salita fu di Jean-Marc Boivin e ancora André Georges che, il 17 e 18 luglio 1986, la concatenarono in 24 ore con la cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche!

Michal Pitelka (a destra) qui con Thomas Ulrich)
Cervino5-Thomas Ulrich e Michal Pitelka
Dal 21 febbraio al 1 marzo 1983 i cecoslovacchi Michal Pitelka, Jiří Smíd e Josef Rybička affrontano la parete nord, con l’intenzione di superare direttamente quel grande risalto che spicca nel settore sinistro della parete, unico tratto davvero verticale della Nord con uscita sulla Spalla. Un capolavoro passato in secondo piano ingiustamente, la via Cecoslovacca di Sinistra è stata ripetuta (nella parte più difficile) da Jasper e Schaeli nel 2011.

Pochi giorni dopo la fantasiosa guida di Valtournenche Marco Barmasse, assieme a Leo Pession, Luigi Pession e Gianni Gorret, s’inventa la bellissima prima invernale della via Deffeyes alla parete sud, in giornata (10 marzo 1983).

Francek Knez
Cervino5-6745

Ora è la volta di un’altra grande impresa passata nel dimenticatoio, ma che prima o poi verrà rivalutata come tutti i grandi capolavori. Il 15 e 16 giugno 1983, gli sloveni Francek Knez, Tone Galuh e Jaka Tucic affrontano la parete sud sulle rocce del Picco Muzio, a sinistra della Via dei Fiori, con l’intenzione di superare poi il grande risalto a strapiombi che sottosta all’obliquo della via Piacenza. Dal racconto di Knez, notoriamente modesto e contenuto nel giudicare i propri successi, traspare che i tre si sono trovati in grande difficoltà, nella nebbia, poi nel brutto tempo. Raggiunta la Spalla di Furggen, continuano a sinistra della via diretta (Carrel-Chiara-Perino) ma s’imbattono presto nella variante Bonatti. E qui decidono di scendere, percorrendo poi la cengia Mummery fino alla cresta dell’Hörnli e continuando in discesa per questa, rinunciando alla vetta. Ma quanto hanno fatto probabilmente basta già per parlare di grande impresa anche se un po’ offuscata dall’incompletezza. Trije musketirji (I tre moschettieri) è il nome di quest’itinerario tutto da riscoprire.

Nel settembre 1983 il francese Jacques Sangnier, non nuovo a questo genere di imprese, sale in quattro giorni e in solitaria la via Ottin della parete ovest. Pochi giorni dopo, il 28 settembre, Marco Barmasse e Vittorio De Tuoni fanno la prima ascensione del lungo crestone sud-ovest del Picco Muzio. Raggiunta la sommità del Pilier dei Fiori, proseguono fino alla vetta del Picco Muzio, nell’ultimo tratto congiungendosi con la via dei Ragni. Per maggiori informazioni sulla ragnatela di vie del Picco Muzio vedi il post apposito. Nel frattempo, approfittando del bel tempo stabile, il 29 settembre Renato Casarotto e Gian Carlo Grassi riescono nella prima ascensione della verticale muraglia della parete sud del Pic Tyndall. Nei pressi si svolgerà anche la prima ascensione della parete sud-est (sullo stesso Pic Tyndall), 4 ottobre 1983, Giovanna De Tuoni con Marco Barmasse e Walter Cazzanelli.

Lo stesso Barmasse, con Walter Cazzanelli e Augusto Tamone, il 17 marzo 1984 ripete (in prima invernale) la via Casarotto-Grassi. Ancora Marco Barmasse ha l’idea di realizzare (11 settembre 1985) il concatenamento in 1a solitaria, 15 ore, di tutte le creste del Cervino: ascensione della cresta di Furggen (1a solitaria lungo gli “strapiombi”), discesa cresta dell’Hörnli, ascensione cresta di Zmutt e discesa cresta del Leone.

Yvan Ghirardini
Cervino5-Ivano Ghirardini -1980

Dopo il magnifico exploit del francese Yvan Ghirardini, che nell’inverno 1977-1978 aveva concatenato da solo (senza alcun aiuto esterno) la Nord del Cervino (via Schmid, 21 dicembre 1977), la Nord delle Grandes Jorasses (sperone Croz, 7-9 gennaio 1978) e la Nord dell’Eiger (via Heckmair, 7-11 marzo 1978), l’esempio viene ripreso qualche anno dopo dai più forti campioni del momento. Il 25 luglio 1985 il francese Christophe Profit effettua in meno di 24 ore il concatenamento estivo (con uso di elicottero e grande diffusione mediatica) delle pareti nord di Grandes Jorasses, Eiger e Cervino. Lo sloveno Tomo Česen lo imita e lo supera dal 6 al 12 marzo 1986 con il concatenamento invernale delle stesse pareti. Il che provoca la reazione di Profit che, il 12 e 13 marzo 1987, fa lo stesso concatenamento in 41 ore.

E in tema di grandi velocità, compare il primo record della salita al Cervino: il 10 agosto 1990, Valerio Bertoglio sale alla vetta del Cervino di corsa (da Cervinia a Cervinia in 4 ore e 16 minuti, per la cresta del Leone).

(continua)

Valerio Bertoglio
Cervino5-Valerio-Bertoglio

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una muraglia infernalmente viva

Grandes Jorasses, parete sud, gita Plampincieux-Rif. Bonatti

Grandes Jorasses, i 1400 m della parete sud, racchiusa tra CResta di Pra SEc e Cresta di Tronchey

Una muraglia infernalmente viva
Ottobre 1972

Nel numero di febbraio del 1926 della Rivista Mensile del CAI, l’accademico biellese Guido Alberto Rivetti pubblicò una relazione sulla prima ascensione del versante Tronchey alle Grandes Jorasses. Egli salì, insieme con il fortissimo Francesco «Cichin» Ravelli di Torino e con il portatore di Courmayeur Evariste Croux, lungo la direttrice di quell’enorme crestone (che topograficamente sarebbe chiamato «Tronchey» ma che invece dagli alpinisti viene nominato di «Pra Sec») che divide il ver­sante sud est delle Grandes Jorasses, dalla parete sud. Questa complessa costola della montagna si alza direttamente dalla Val Ferret e raggiunge una netta individualità solo alle Petites Aiguil­les de Pra Sec 3097 m. Diventa una grandiosa struttura verso i 3500 metri, in corrispondenza delle Aiguilles de Pra Sec 3549 m, un’esile cresta sommitale con tre grandi punte, appoggiata sul colossale costolone. Da qui esso perde un po’ della sua netta evidenza, per perdersi, se si vuole, sulla parete sud, che a questa altezza è un selvaggio insieme di canali e nervature, oppure sul versante sud est, dominato dal grande ghiacciaio sommitale delle Grandes Jorasses.

La cordata dei piemontesi impiegò due giorni (il 23 e 24 luglio 1923) per venire a capo della salita, impresa per quei tempi assolutamente eccezionale. Basti pensare che venne compiuta ancor prima della più nota Arête des Hirondelles. E pare che le difficoltà tecniche su alcuni passaggi delle Aiguil­les de Pra Sec non manchino e non abbiano nulla da invidiare al più famoso intaglio a V dell’Arête des Hirondelles.

La parete sud delle Grandes Jorasses, 1400 m
Grandes Jorasses, parete sud, gita Plampincieux-Rif. BonattiNel leggere la relazione di Rivetti si è colpiti dal particolare che spesso viene nominata e descritta la parete sud, a destra del crestone, quella che incomincia dal ghiacciaio di Pra Sec e, stretta e incassata tra i due grandi crestoni di Pra Sec e Tronchey, tocca la vetta dopo un dislivello abissale di circa 1400 metri.

Le osservazioni culminano con questa frase, un po’ retorica oggi, ma allora ci si esprimeva diversamente: «muraglia infer­nalmente viva, sembra opposta allo sforzo dannato del ghiac­cio che vuole entrarle nel cuore».

Cinque anni dopo, il 23 luglio 1928, Alberto Rand Herron con Evariste ed Eliseo Croux, nel tentativo di superare la cresta di Tronchey, che con il suo affilato profilo è l’itinerario più bello e logico che si possa osservare da Entrèves, per evitare il lungo e famoso camino ghiacciato, si spinsero a sinistra, sulla parete sud, a circa metà altezza, e da lì, tramite faticose traversate, diagonali estenuanti, discese intermedie e pendoli addirittura, riuscirono a guadagnare la vetta, per un itinerario completamente estraneo al Ravelli-Rivetti, ma purtroppo assai illogico.

Solo nel 1936, il 22 e 23 agosto Eliseo Croux e Titta Gil­berti vinsero la Cresta di Tronchey. E da allora nessuno più pensò alla parete.

Nessuno tranne Miller Rava, che si rende conto che la pa­rete alta 1400 metri è la più alta del Monte Bianco; capisce che i primi 700 metri sono inviolati e che sulla restante parte c’è uno sperone su cui si può arrampicare al sicuro dalle pietre, senza confondersi le idee dentro i più facili ma pericolosissimi canalini delle due vie prima citate. In pratica una via diretta che al tempo stesso risolva la salita integrale della parete.

L’8 agosto 1972 ci troviamo in quattro a Courmayeur e tutta la giornata è spesa in discussioni accanite. Tutti hanno da dire la loro, ci sono almeno quattro prime ascensioni di una certa importanza che si possono fare in zona e almeno al­tre sei o sette minori. Poi c’è chi vuole ripetere il Pilone Cen­trale, quell’altro ha paura del tempo… Dopo nove ora di lotta psicologica, si decide di non fare niente e al mattino dopo, cambiata idea, siamo soltanto Guido Machetto ed io a partire (si vede che il sonno ci ha fatto bene) verso la parete sud del­le Grandes Jorasses.

Il caldo è forte e la convinzione non tanta, perciò le soste sono assai frequenti sull’enorme conoide detritico che dall’auto­mobile conduce alla fronte del ghiacciaio di Pra Sec con 800 metri di dislivello. Qui passiamo a sinistra e subito in un de­dalo di crepacci; dopo altri 300 metri ci troviamo di fronte ad una spaccatura orizzontale profonda e larga quaranta me­tri con muri verticali di ghiaccio. Ci rivolgiamo a destra sulle rocce lisciate dal ghiacciaio, con notevoli difficoltà, e poi scen­diamo ancora sulla neve. Ai 2800 metri siamo al culmine, pro­prio dove la neve arriva più alta, in corrispondenza di un enor­me canalone di fondo che convoglia tutto lo scarico. Nei primi cento metri, proprio nella zona più pericolosa, tro­viamo le massime difficoltà, e il tutto infatti è condito da proiettili di varie dimensioni, nonostante l’ora appositamente tarda. Dopo 120-130 metri bivacchiamo su un terrazzino assai esposto, ma speriamo che di notte non succeda niente.

Al mattino ci accorgiamo di essere proprio incastrati in fondo alle colossali strutture che ci circondano: è veramente un imbuto orrendo. Solo il sole che spunta ce lo fa apparire un po’ più umano, e non riusciamo a liberarci da un certo di­sagio: con queste grandi muraglie e «infernalmente vive» per giunta, non si può mai sapere. Del resto non è che si corra, i tiri di quarto e quinto grado si inseguono. Fortunatamente rispetto ai primi cento metri di ieri sera ora si respira di più. Cercando di tenersi sempre sulle costole e mai nei canaloni, la speranza di evitare le scariche è ben fondata, ma se venissero giù delle mezze montagne, come a volte capita con intere tor­ri che franano, non ci sarebbe da stare molto allegri.

Alla sera siamo abbastanza alti, a circa 3800 metri e fuori dal tiro. Abbiamo incrociato la via Rand Herron e proseguiamo diritti su un bellissimo territorio rossastro. Il bivacco scorre tranquillo, con poco da mangiare e da bere, ma molta pace e sicurezza. Guido è contento, gli mancava una via così sul Bian­co, una via così classica, come è sempre stato il suo alpini­smo. Anch’io sono alle stelle, per me queste avventure con com­pagni che conosco da tempo sono sempre delle insuperate espe­rienze positive. Fumando l’unica sigaretta che abbiamo, osser­viamo le nebbie del mattino su Courmayeur. Qualche biscotto, e poi al lavoro. Delle magnifiche torri rossastre c’impegnano per tre ore, poi è la sicurezza della conquista. Da entrambe le parti vediamo sempre meno roccia e più cielo, fino a che non ci troviamo sull’esile Punta Walker. In quattro anni questa cima mi ha dato due grosse felicità.

La discesa è faticosa per la neve marcia (sono già le 15), ma tranquilla. Qualche chiacchiera con Chenoz al rifugio Boc­calatte, che l’anno prossimo non custodirà più, e poi la penosa discesa al fondo valle.

Questa ascensione ha suscitato una viva polemica, ritengo a causa della grande notorietà della montagna su cui si è svolta. Infatti è stata portata ad esempio da più di una per­sona come un nuovo progresso, ed è stato detto che con ciò si è fatto di più che in passato. Da lì alla considerazione più generale che oggi gli alpinisti sono migliori di ieri, il passo è assai breve. A queste affermazioni altri hanno opposto validissi­me ragioni a difesa degli anni Trenta e di altre epoche. È nata così una bella discussione che dura tutt’ora.

La parete sud delle Grandes Jorasses, 1400 m
Grandes Jorasses, i 1400 m della parete sud, racchiusa tra CResta di Pra SEc e Cresta di TroncheyA questo punto vorrei esprimere anch’io la mia opinione, come parte direttamente interessata.

Si è partiti da vari preconcetti da entrambe le parti, primo fra tutti il volere a tutti i costi ridurre l’alpinismo o ad un puro sport con tutti i suoi record o ad una pura idea di co­raggio e di volontà; c’è anche chi ha provato a ridurlo, sen­z’altro più giustamente, ad una sintesi equilibrata tra queste due componenti.

Finché si discuterà se, con l’attenzione rivolta alla forza fi­sica o morale degli alpinisti o ad entrambe sintetizzate, il cam­pione, o l’uomo, o l’alpinista abbiano fatto passi avanti o in­dietro, via, siamo pratici, si potrà discutere per sempre con scarsi risultati conclusivi, in quanto:

  1. ) è difficile stabilire quale sia la verità già in attività umane molto più vecchie, diffuse, e studiate che non l’alpinismo, figuriamoci in quest’ultimo che è giovane di neppure due secoli;
  2. ) si potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi che il valore umano fisico e morale non abbia a variare nel tempo e che ogni generazione raggiunga un limite standard di ardimento (questa tra l’altro è la mia convinzione personale);
  3. ) nessuno chiarisce mai la questione dei mezzi e dei metodi, quasi tutti dicono che oggi se ne usano di più e più per­fezionati, ma stando nel vago, senza precisare quantitativa­mente e qualitativamente e soprattutto senza pensare se l’aumento di questi possa coincidere o meno con l’aumento delle difficoltà a cui oggi si va incontro sia sulle Alpi che su altre montagne.

Per me la questione deve essere spostata dal piano umano al piano oggettivo. Penso sia inutile discutere sul piano umano per le ragioni sopraddette e ritengo invece sia molto utile fare paragoni oggettivi non tra le imprese alpinistiche (per cui si resterebbe sempre sul piano umano) ma tra le diverse concezioni di esse.

La questione importante è capire se oggi, nel 1972, si riesca­no a concepire problemi superiori a 30, 40, 100 anni fa. Su­periori dal punto di vista oggettivo, che non è difficoltà e ba­sta, ma comprende tutta l’architettura della montagna, tutto ciò che di estetico e di sensitivo essa può suggerire non solo a chi l’affronta, ma anche a chi l’osserva soltanto.

I problemi comparati oggettivamente sono sviscerati per ciò che sono in totale e per ciò che dicono all’uomo in totale, quin­di paura ad esempio, ammirazione, amore anche.

Per esempio un’impresa nata per caso, come potrebbe es­sere il compiere un’ascensione già pensata e tentata da altri e per questo divenuta problema di moda, oggettivamente ha poco di buono, perché il merito di aver pensato al problema era già di altri. E questo a prescindere ovviamente dalle varie consi­derazioni etiche per cui si dice: «L’hanno fregata a…»!

Ciò che bisogna paragonare sono le idee, qui l’uomo può senz’altro migliorare. Le realizzazioni pratiche, sportivamente parlando, nonché moralmente, sono tutte sullo stesso piano, al­meno le migliori delle varie epoche.

In ultimo voglio chiudere tornando alle Grandes Jorasses e alla loro parete sud.

Paragonare l’idea di salirla con altre idee del passato non si può solo con le cifre delle difficoltà, del dislivello, eccetera. Occorre salire dalla parte opposta della Val Ferret e osservare la parete, la montagna, conoscendone tutta la storia. Solo allora si capirà, e non a tavolino o sulla vetta, se il problema che è stato risolto ha portato qualcosa di nuovo nella storia delle idee alpinistiche.

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Lo Scoglio di Mróz

Una “prima” vista da sotto: lo Scoglio di Mróz
di Mario Pozzo (pubblicato su l’Eco di Biella, ottobre 1972)

Lasciamo le macchine dove finisce la strada e subito il Miller rovescia in terra la ferraglia: ce n’è per una spedizione. L’ha cavata da un sacco giallo nuovo fiammante che “si allunga e s’allarga” e, appollaiato com’è su un paio di scarponi nuovi, plastificati, color ruggine, lucenti come scarpe di vernice, l’aggettivo più gentile che si attira è quello di marziano. Ha un bel mettere un mazzo di banane fra quelli dei chiodi quando qualcuno comincia a fotografare: l’aria del marziano gli resta e i «dove credi di andare» si sprecano. Lo salva l’urlo del Guido: – Eccolo là, lo vedete? Bello, eh…

8 ottobre 1972. Guido Machetto assicura Miller Rava, 1a asc. via Machetto allo scoglio di Mróz
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Machetto assicura RavaUn colpo di vento ha spazzato la nebbia e vediamo finalmente questo Scoglio di Mróz. Uno spuntone tozzo e diritto che si staglia dietro una macchia di verde e i fili della teleferica. Visto da sotto in certi punti sembra di cemento, tanto è liscio. In mezzo l’ombra di un crostone giallo fa venir voglia di disegnare una via con il dito. La stessa voglia che quest’estate è venuta al Miller e al Guido. Solo che loro col dito non si sono contentati e hanno deciso di andare a metterci il naso. In quei giorni sull’Aiguille Noire de Peuterey, era morto Andrzej Mróz. Guido lo conosceva di nome: avrebbe dovuto essere suo compagno in un nuovo tentativo all’Aiguille de Peuterey in inverno che poi non si è fatto. Poiché lo spuntone che sembra uno scoglio non ha né nome né via, diventa lo Scoglio di Mróz. Un problema è risolto. Resta da fare la via. Una via di palestra, da aprire anche a rate, nelle domeniche morte. La prima rata quello stesso pomeriggio, la seconda in autunno.

Ed eccoci nella valle del Piantonetto. Dalle foto, scattate dal basso, lo Scoglio sembrava finire al terzo tiro di corda, oltre un tettuccio: un capriccio più che una scalata. Ma cambio idea subito. Saranno i ferri del Miller, sarà che quel coso fila su diritto per duecento e fischia metri, ma non rimpiango affatto la fermezza con cui ho respinto l’invito-complimento a cimentarmi. Del resto per questo capriccio si sono scomodati quattro signori che vanno: Guido Machetto, Miller Rava, Alessandro Gogna e Carmelo di Pietro. All’appello manca il Carmelo, appiedato dai ladri. Ha telefonato che si aggiusterà e nessuno l’aspetta.

Al momento di partire, Machetto il selvaggio è folgorato da un lampo di genio: sballare una cinquantina di scatole di attacchi di sci per fare spazio nel bagagliaio. Alle nove del mattino, lassù, con gente che ha già il sacco a spalle! Ne apre due, poi andiamo. Appena in tempo: alla terza Gogna, il «Dano», l’avrebbe mangiato. Appena tornato dalla Nuova Guinea dove ha trascorso un mesetto sugli altopiani popolati dai Dani, famosi oltre che per la curiosa guaina che sale dai genitali al collo anche per le tradizioni antropofaghe, cannibale di temperamento, divoratore di «prime» (quest’anno se n’è mangiate quattro fra le migliori delle Alpi) Gogna diventa subito «il Dano». Salgo così con un marziano, un selvaggio e un dano verso l’attacco dello Scoglio di Mróz che, secondo le promesse del Miller, è a mezz’ora di marcia. Dopo aver fatto un po’ di confusione tra capre e camosci, quando la mezz’ora del Miller sta diventando un’ora abbondante, arriviamo al «passaggio del buco». Il canale si restringe e ci si deve infilare sotto alcuni massi incastrati in una serie di cunicoli.

Il Guido e il Miller rallentano per darmi una mano. Intenti come sono a raccontare del Piero Grava che quest’estate si è fatto da solo lo Sperone della Brenva, finiscono però per lasciare che me la veda da solo. E così apprendo a testa in giù e gambe per aria, incastrato fra zaino e roccia, le differenze psicologiche che corrono fra la solitaria del Guido giovane e quella del Piero Grava quasi vecchio, a tutto vantaggio di quest’ultimo.

Poi, finalmente, ricevo la mano promessa e siamo all’attacco. La parete ha riassunto l’aspetto delle fotografie, la parte superiore nascosta da un tettuccio oltre il quale si intuisce una cengia d’erba. È il punto massimo raggiunto al primo tentativo. Arretrando di qualche decina di metri nel vallone si può vedere anche la parte alta: il problema è senz’altro negli ultimi cinquanta metri.

Placconi gialli strapiombanti che convergono in un diedro: un bel capriccio. Se non fosse che i «mostri» fanno colazione a base di toma e vino come crodaioli domenicali e fra una risata e l’altra sono da mezz’ora impegnati a offrirsi a vicenda il posto di capo cordata senza che qualcuno si decida ad accettarlo, sarei tentato di prendere sul serio momento e parete. Alla fine è il vecchio Machetto il primo a perdere la pazienza, armarsi di corde e ferraglia e attaccare il tratto attrezzato. Pochi metri e entrano in gioco le staffe. Ne ingarbuglia una e stavolta mi sfogo. – Calma Machetto, ci vuole calma: usare la testa, che diamine!

Me lo ha ripetuto venti volte in un passaggio di dieci metri in palestra, potrò rinfacciarglielo! Grugnisce e minaccia qualcosa. Poi riprende a salire, raggiunge il terrazzino, batte un chiodo e si appresta a far salire il Miller. Comincia la trafila, il gioco affascinante della scalata. Recupera! molla! tira la gialla! fai scorrere la rossa. Poi improvvisamente dal basso un richiamo: è il Carmelo arrivato in pulmino, che non ha scoperto il passaggio del buco e gira imprecando da dieci minuti da una placca all’altra per trovare la via che porta all’attacco. Si cambia formazione: invece di una cordata da tre, due cordate da due. Guido e Miller davanti, Alessandro e Carmelo in coda. Ora la scalata sembra farsi seria. Il Guido sfodera le unghie su un passaggio che il Dano classificherà di sesto. Non lo prendiamo sul serio.

Copertina di Andrzej Mróz, biografia a cura di Christophe Mróz e Ludwika Włodek (2013)
mroz0002Mentre continua a fare l’acrobata, io brontolo e il Miller torna a cantare a squarciagola una canzone di De André. Canta per poco però. Raggiunta la cengia erbosa dopo il terzo tiro, si va sul nuovo e il Guido lo spedisce in testa. Un tentativo sulla sinistra, un paio di chiodi che cantano, poi a destra lungo una placca in libera. Terrazzino, autoassicurazione, il compagno che sale e si riprende. La verticalità della parete non è male. Dal basso vedo le suole dei quattro che diventano sempre più piccole.

Adesso il Miller bara: attacca addirittura una staffa su una pianta cresciuta chissà come in cima a uno strapiombo. Gli altri dietro, lentamente, nel gioco sempre più perfetto. Seguo la scalata metro per metro, appiglio per appiglio. Mi viene in mente il Guido che conta di come ogni tanto arrampicando gli succeda di finire sulla cresta vicina, a vedersi arrampicare. È molto bello, dice. A me succede il contrario. Guardo tanto che mi sembra di arrampicare. È ancora più bello. Vedo ancora il Guido tornare in testa all’inizio degli strapiombi gialli dell’ultimo tratto, poi la nebbia sale e devo accontentarmi di seguire la progressione dal ritmo delle martellate.

I quattro sono appena adesso al centro del problema, ma per me la via è fatta. Sono saliti spediti proprio lungo la via che ho tracciato col dito. È vero che proprio in quel punto un chiodo a U esce da una fessura e il Miller rischia di raggiungermi in dieci secondi, ma da sotto non si vede; l’alpinismo, le prime tornano ad essere cose lontane, irraggiungibili. Mentre scendo faccio propositi di allenamento: l’alpinismo bisogna viverlo. Altrimenti basta un po’ di nebbia e ne sei già fuori del tutto. Ne sono così convinto che nel famoso passaggio del buco invento una «variante» e scendo come dalle scale di casa.

I quattro usciranno in vetta all’imbrunire. Lo spuntone che sulle carte è segnato soltanto a quota 1950 m ha un nome e una via. Un capriccio levato.

8 ottobre 1972. Carmelo Di Pietro, 1a asc. via Machetto allo scoglio di Mróz
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Carmelo di Pietro

postato il 5 novembre 2014