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Flash di alpinismo 2

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 02 (2-13)
di Massimo Bursi

Umiltà
I xe superiori. Qui bisogna imparare di nuovo a rampegar (Renato Casarotto durante uno stage di arrampicata in Inghilterra alla fine degli anni ’70).

Quando Casarotto e gli altri italiani, tutti validi e fortissimi scalatori, si confrontarono con gli scanzonati climber inglesi, sulle lisce falesie britanniche, penso che abbiano vissuto un fortissimo shock.

Succede sempre così nei momenti di discontinuità: sul lavoro, in politica, nella vita e anche nell’alpinismo.
Tu pensi di essere un riferimento, pensi di essere fortissimo perché scrivono gli articoli su di te, ti chiamano in conferenze celebrative e ricevi tante patacche.
Fai parte di un mondo autoreferenziale che ti riconosce.

Il mondo va avanti e un giorno ti confronterai con un gruppo di ragazzini in scarpette, molto allenati, molto motivati e molto coraggiosi e legandoti in cordata con loro vedrai che non riesci a salire dove loro salgono ridendo.
Loro non riescono bene a capirti. Tu sei l’accademico, tu sei quello con il ricco curriculum, tu conosci tutte le montagne del mondo, ma lì su quelle umide scogliere non sei nessuno.

Renato Casarotto, molto umilmente, capì che c’era molto da imparare da quegli scalatori superiori non certo per titoli accademici. E imparò velocemente e bene.

Non aver paura di imparare dal ragazzino. Abbi l’umiltà di vedere in lui il ragazzo che eri tu. I veri grandi si riconoscono anche per questo.

Peter Boardmann in arrampicata su una falesia inglese durante lo stage italiano fine anni ’70. Gianni Battimelli fotografa e racconta sbalordito le gesta di un giovane Peter Boardmann che vuole portare ad arrampicare gli amici italiani sui passaggi più impegnativi attrezzati secondo la rigida etica inglese

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Vero viaggio
L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi (Marcel Proust).

Mi è capitato di arrampicare in falesie che conosco da trent’anni e “scoprire” appigli laddove trovavo sempre liscio. Certe giornate riesco a vedere nuove linee di salita in mezzo a una selva di vie già esistenti. A volte “vedo” un passaggio sulla roccia dove i miei amici pensano che non ci sia più nulla da esplorare.

La cosa incredibile è che lo stupore di queste scoperte avviene sulle rocce dietro casa. Non c’è bisogno di girare il mondo per trovare nuovi paesaggi. Non è necessario acquistare un biglietto aereo e cambiare continente.

E’ importante svegliarsi bambini e guardare il mondo con occhi diversi. Quello che ci oscura la mente e la vista è percepire la realtà sempre uguale a se stessa. Ed è quello che ci succede quando viaggiamo e non riusciamo a vedere nulla se non il vuoto che abbiamo dentro.

Amico non snobbare le pareti dietro casa poiché la vera avventura non si trova fuori ma si trova dentro di te.

Wolfgang Güllich, fotografato da Heinz Zak, in arrampicata sullo spigolo di Edge Love in Inghilterra

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Gli inglesi ci hanno insegnato a valorizzare ogni più piccola asperità rocciosa. Costretti a convivere in un’isola senza grandi montagne, hanno scoperto ogni singola piccola falesia dove hanno praticato un’arrampicata estrema cercando di non rovinare la roccia con troppi chiodi o spit. Gli inglesi ci hanno insegnato a trovare l’avventura dietro casa.

Non seguiteci!
Domanda – Ha dovuto prepararsi psicologicamente per vie come quella della Dawn Wall su El Capitan?
Risposta – No, prepararmi psicologicamente no, bere meno sì
(Warren Harding).

Arrampicata e vino, uno strano rapporto. Onestamente ho trovato pochi scalatori che non amassero dividere un bicchiere di vino con me. Gli astemi, i sempre-a-dieta, i climber da prestazione sono pochissimi e molto tristi.

E’ vero l’alcol ingrassa e ti toglie lucidità. Con un po’ di vino riesci a socializzare più facilmente e puoi toglierti la tensione, scaricarti psicologicamente. Quando arrampichi ad alto livello non puoi essere sempre carico come una molla. Il vino e la birra possono servire per abbassare la tensione. E’ un piacere!

Alla fine della tua scalata assolata, con il tuo compagno di cordata desideri condividere una birra al vicino rifugio, una birra che suggelli la fine delle grandi difficoltà, la fine della discesa costituita da pericolose e incognite corde doppie su un terreno un po’ infido.
“Quando saremo fuori da questo viscido camino ci berremo una bella birra” mi disse un compagno in parete. Quanto è bello perdere un po’ di lucidità e autocontrollo dopo una scalata.

Amici, non seguitemi mi sono perso, nell’abisso buio.

Manolo in arrampicata alla Spiaggia delle Lucertole (Lago di Garda) sulla via Non seguitemi mi sono perso. Sebbene Manolo sia un mago su queste incredibili placche di bianco calcare non dobbiamo pensare che sia un guru pronto a dare risposte a ogni nostra domanda di vita. Forse si è perso anche lui, forse si nasconde, forse non vuole essere seguito

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Rubare il mestiere
Caro ragazzo, se stai iniziando ad arrampicare, fallo con gente esperta e che sappia trasmettere la passione vera, stai dietro loro da secondo, ruba con l’occhio ogni loro minima azione, spingi te stesso a migliorare e buttati a studiare le guide con le relazioni delle vie. Soprattutto allenati alla grande in falesia e fatti scaltro come una faina con tutti i trucchetti del mestiere. Sempre se la tua passione è principalmente la montagna, sappi che il vero spit è nella tua testa.
Una Cassin al Badile oppure un diedro Philipp un giorno ti potrebbero capitare nella vita e potresti anche divertirti moltissimo.

Questi sono consigli spiccioli che qualcuno ha dato su internet a un ragazzo che si stava appassionando alla nobile arte. Ho avuto il privilegio, la fortuna di avviare due figli all’arrampicata estrema e mi sono divertito tanto. Ho cercato di trasmettere molto, ma ho anche ricevuto tantissimo, sia io che il mio compagno, quest’ultimo in veste di tutor alpinistico dei due piccoli. Ora sono completamente svezzati anche se mi piace l’idea di poter insegnare loro ancora qualche trucchetto imparato negli anni.

L’arrampicata è un’arte che si impara con il tempo mescolando fatica, tecnica e allenamento. Se qualcuno ti insegna, tu progredisci a vista d’occhio, anzi “a vista”. E’ bello trovare un maestro a cui ispirarsi, è bello poter trasmettere il tuo bagaglio a qualche discepolo. E’ bello costruire un gruppo di amici cementato attorno alla grande comune passione.

Oggi poniti l’obiettivo di insegnare almeno un passaggio di boulder a un giovane allievo che ti osserva silenzioso.

Celebre scalatore su un celebre boulder: John Bachar che prova Midnight Lightning al Camp 4 in Yosemite Valley. Fuori dall’obiettivo fotografico un ragazzino regge un registratore con i Led Zeppelin a volume discreto, così narra Alessandro Gogna in queste sue fotografie durante uno dei primi viaggi italiani a Yosemite
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Leggeri
La misura delle difficoltà che un alpinista può con sicurezza superare in discesa senza l’uso della corda e con l’animo tranquillo, deve rappresentare il limite massimo delle difficoltà che egli può affrontare in salita (Paul Preuss).

Difficile aggiungere un commento originale a una dichiarazione così ieratica che Paul Preuss fece all’inizio del secolo scorso. Paul Preuss, il grande cavaliere dell’alpinismo, professava un alpinismo etico, nobile e puro senza alcuno spazio ai compromessi. Mi piace guardare l’elegante parete est del Campanile Basso e pensare che nel luglio 1911 quest’uomo salì e discese questa parete vertiginosa e assolutamente verticale, senza corda e senza chiodi.

Una vita senza compromessi, un uomo che se ne è andato in silenzio scomparendo da solo mentre arrampicava su una montagna in solitaria. A distanza di oltre cent’anni le sue teorie sono ancora valide e Preuss rappresenta un filone di pensiero decisamente intransigente che poi è stato ripreso da Reinhold Messner, Enzo Cozzolino e altri amanti della super-libera integrale.

Quando arrampico e trovo la via facile e superchiodata mi sento un po’ Preuss, ma quando la trovo poco chiodata allora comincio a non sopportare Preuss e i suoi emuli. Preuss è stato quello che ha iniziato le nostre lunghe infinite discussioni sullo spit-si o spit-no: discussioni che hanno occupato libri, pagine di riviste, infinite catene di messaggi sui forum di internet.
Non abbiamo ancora trovato la soluzione, chi propende per lo spit, chi lo rifiuta categoricamente, chi fa i distinguo.

Alla fine osservo che tutti si divertono anche sulle belle vie piene di luccicanti spit e in tanti dobbiamo ringraziare quei cirenei che hanno speso tempo e soldi per attrezzare le pareti per noi.

Se mai ti sia capitato di arrampicare leggero ed in sicurezza valutando i chiodi infissi e la corda come sovrastrutture inutili, allora sfrutta il tuo momento di grazia e continua ad arrampicare, non capita spesso nella vita.

Patrick Edlinger in arrampicata in Verdon: il suo stile di arrampicata, leggero ed elegante, ci fa pensare che l’armonia sia il fine ultimo della nostra fatica su roccia. Gli storici due film girati in Verdon su Patrick Edlinger nei primi anni Ottanta fecero il giro del mondo e fecero conoscere, almeno sul grande schermo, l’arrampicata “a mani nude” a tantissime persone assolutamente distanti dal mondo dell’arrampicata.
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Essenziali
Vivere è come scolpire: bisogna togliere, eliminare orpelli! (Mauro Corona).

Stai salendo verso il bivacco e ti accorgi di avere lo zaino pesantissimo di tante cose che non ti serviranno mai. Poi magari cerchi la pila frontale e ti accorgi che non c’è!

Sei in placca sul passaggio chiave con l’ultimo chiodo, ahimè distante, ti serve scioltezza e leggerezza per venirne fuori ma ti senti “zavorrato” da tutto il peso di materiale che hai attaccato all’imbragatura o, peggio, il peso dello zainetto ti richiama verso il basso.

Ancora, passi la vita a fare tante cose ma poi non hai tempo per pensare, trovare un amico lontano o per fare ciò che rende la tua vita importante.

Il problema di avere tanto o di fare tanto è quello di non riuscire a far emergere l’essenziale.

In parete l’essenziale è fondamentale. Tu puoi avere tanto o tutto, tu puoi avere l’ultimo ritrovato tecnologico ma poi non riesci ad alzarti e guardi con malcelata invidia il ragazzino che con un paio di scarpette vecchie e rattoppate sale leggero e con grazia.

A che cosa servono tutte le tue nuove attrezzature che ti hanno svuotato la carta di credito?

Attenzione: bisogna capire bene cosa Mauro Corona intendesse dire con quella frase relativa al togliere e all’eliminare.

Anni fa risalendo un camino estremamente friabile delle Crolloniti – ops intendevo Dolomiti – il mio compagno capocordata riponeva tutti gli appigli che si staccavano in una busta di plastica per impedire che colpissero me e la cordata che ci seguiva.

Se nella vita ti trovi ad eliminare cose, sei sulla strada giusta, ma se in parete ti trovi a togliere appigli, probabilmente hai sbagliato via!

Scalatore ceco in pantofole e con modesta attrezzatura su impegnativo itinerario dolomitico. Dobbiamo ammettere che gli alpinisti dell’Est hanno insegnato molto a noi ricchi occidentali
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In fin dei conti, Igor Koller e Jindrich Sustr con la via attraverso il Pesce sulla parete sud della Marmolada, aperta nel 1981, hanno dimostrato che l’eccellenza in parete non si coniuga necessariamente con eccellente attrezzatura. Per chi nutrisse ancora dubbi consigliamo un fine-settimana di arrampicata ai Pilastri di Boemia – sottofondo musicale consigliato: la colonna sonora di Profondo Rosso dei Goblin.

Sempre ironici
Osa, osa sempre e sarai simile a un Dio (Giusto Gervasutti).

Una frase molto estrema che ti spinge al coraggio estremo. C’è anche un riferimento all’Assoluto da utilizzarsi come meglio si crede. Potete scomodare tutti i vostri filosofi quali Nietzsche e relativa teoria del superuomo (o di Superman?).

Questa perentoria affermazione di Gervasutti, meglio conosciuto come il Michelangelo dell’alpinismo, quanti ragazzi ha stregato, ammaliato e gasato portandoli a compiere imprese impossibili? Quanti ragazzi sono morti in montagna avendo in testa questa folle e stupida affermazione?

Mi piace osservare che affermazioni come queste siano finite nell’oblio assieme a una filosofia nazional-germanica di conquista delle montagne e delle pareti per avvicinarsi al Dio.

Prendiamo l’alpinismo e l’arrampicata per quello che è: un gioco e una grande passione!
Ironia, gioco, approccio spensierato e rilassamento questi dovrebbero essere gli elementi alla base dell’arrampicata.

Fuggi dalla tragicità! Rileggi le riflessioni dei Padri dell’Alpinismo cercandone l’ironia.

Val di Mello, scene di vera vita in parete in una fotografia d’epoca di Jacopo Merizzi. In Val di Mello il gruppo dei Sassisti è riuscito ad affermare un concetto di approccio ludico e rilassato con la montagna, le pareti ed i massi creando una frattura con la vecchia concezione ieratica dell’alpinismo

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La montagna non è maestra di vita
La montagna insegna a vivere: questa frase l’ho udita spesso, ma non è vera. C’è gente che frequenta i monti da una vita e non ha imparato un tubo! La montagna al massimo regala emozioni a chi è sensibile ed educato (Mauro Corona).

La montagna non purifica, non avvicina a Dio, non ti rende buono e non è una scuola di vita. La montagna, come ogni esperienza estrema, rivela il tuo vero io agli altri.
La montagna è un mucchio di sassi con, a volte, un po’ di neve.
La montagna educativa? Non è sempre vero e scontato che sia così.
La montagna, con il suo alpinismo estremo, rende le persone esseri egocentrici focalizzati sui propri sogni. Ti estranea dalla società.

Ragazzo, se continui ad arrampicare, non avrai mai tempo per partecipare alle feste e non potrai imparare a ballare. Sarai tutti i fine settimana in giro con i tuoi amici: malvestito, non certo profumato, dormendo in tende e in rifugi improvvisati, dai confort ridotti.

Gli scalatori non sono proprio del tutto normali, penso che uno psicologo possa trovarvi terreno fertile per i propri studi.

L’essere così concentrati sulle pareti impossibili, sull’esperienza estrema, sulla parete di 8a che ti ruba i tuoi pensieri, le tue energie, ti rende un diverso.

Ben venga l’arrampicata sportiva che ha ridotto questa esperienza di vita a una componente solamente atletica. L’arrampicata sportiva ti prende un po’ più tempo del calcetto con gli amici, tuttavia la sera potrai uscire con la tua ragazza.

La montagna maestra di vita? Magari potesse insegnarci a vivere la nostra vita.

Ivan Guerini in armonia. Ivan Guerini ha sempre rappresentato una voce, a volte di difficile comprensione, ma sempre fuori dal coro e mai banale

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Gear-crossing
Prima legge fondamentale: ogni cosa abbandonata in montagna o in falesia perde qualsiasi diritto di proprietà.
Seconda legge: l’oggetto abbandonato è di chi l’ha visto per primo (Maurizio Oviglia).

La montagna insegna la fratellanza e l’altruismo, ma quando mai? Chi ha scodellato questa frase fatta?

E’ notorio il senso di smania e di possesso che prende ciascuno di noi alla vista di materiale abbandonato in parete. Un moschettone, un rinvio abbandonato scatena sempre una sana lotta fra gli scalatori.
Inoltre il moschettone si accumula al patrimonio personale, alla riserva, alla banca che ciascuno scalatore possiede.

Basta un temporale in parete e allora in una precipitosa discesa in corda doppia sei costretto a lasciare là ogni sorta di ben di dio pur ti tornare a terra sano e salvo.

Chi avrà la fortuna di salire domani questa parete riderà di gusto nel ritrovare tutto il tuo materiale.

Il tuo materiale d’arrampicata è come i soldi sul conto corrente: si accumulano piano piano ed ogni tanto qualche uscita o qualche spesa imprevista ti svuota le tasche.
Moschettoni e rinvii passano di proprietà, di mano in mano e fanno così il giro del mondo.

Usa quello che hai nello zaino e non aver timore ad abbandonare qualcosa che farà felice un altro scalatore.

Classica fotografia del materiale d’arrampicata utilizzato in Yosemite in una big-wall. Siamo nella fase della preparazione prima della partenza. Affrontare una big-wall è come prepararsi ad attrezzare un cantiere edile: un duro lavoro

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Il giusto vibrante
Nelle vibranti e libere corse sulle rocce tormentate, nei lunghi e muti colloqui con il sole e con il vento, con l’azzurro, nella dolcezza un po’ stanca dei delicati tramonti, ritrovavo la serenità e la tranquillità. L’ebbrezza di quell’ora passata lassù isolato dal mondo, nella gloria delle altezze, potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia (Giusto Gervasutti).

Ho pensato a lungo a questa frase e più di immaginarmi Giusto Gervasutti tutto vibrante che declama queste frasi romantiche e leggermente retoriche, non ci riesco. Il linguaggio così aulico, altisonante è molto lontano dal linguaggio asciutto e minimalista degli alpinisti inglesi. Il concetto filosofico dell’alpinista superuomo che sia mille miglia distante dal piccolo uomo della pianura, esprime una sintesi in cui non mi ritrovo.

Queste esternazioni retoriche nietzscheiane ci hanno proprio stufato e non vogliamo più sentirle!

Tutto quello che dobbiamo fare è di far nostro l’entusiasmo dei più giovani. Da sempre la rivoluzione nasce dai giovani. Seguiamo l’onda della musica punk e lasciamo le muffe delle vecchie sedi delle associazioni alpinistiche.

Un prepotente sottofondo di musica punk dei Sex Pistols invaderà il mondo e ci spingerà a un’arrampicata gioiosa e divertente!

Diffida da chi vuole darti lezioni ma non riesce ad alzarsi sul movimento di boulder che tu stai studiando!

Billy Westbay, Jim Bridwell e John Long dopo la scalata del Nose in giornata, nel 1975, si mettono in posa e scimmiottano i classici scalatori europei ancora presi dal mito retorico dell’alpinista come superuomo. Gli scalatori americani, liberi dalla storia alpina, hanno ispirato gli europei nella rivoluzione alpinistica degli anni ’70

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         CONTINUA

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Bernd Arnold e i 150 anni di arrampicata libera

Grand Canyon? Rocky Mountains? No, Sassonia, Germania. Il Parco Nazionale della Svizzera Sassone è l’unica area protetta della Sassonia e l’unico parco con cime rocciose di tutta la Germania. A soli 30 km da Dresda, al confine con la Repubblica Ceca, lungo la valle del fiume Elba, si cela uno dei migliori segreti del vecchio continente: oltre 700 kmq di natura incontaminata in una delle più grandi aree di wilderness europee. Le oltre mille torri della Svizzera Sassone che spuntano da un bosco fittissimo e che nelle giornate di bel tempo sono ben visibili anche dal centro storico di Dresda, sono state scoperte da pittori, compositori e poeti romantici oltre 200 anni fa. Caspar David Friedrich, Carl Maria von Weber, William Turner, Antonín Dvořák e tanti altri hanno preso ispirazione da queste incredibili meraviglie naturali. Nel 1823 Friedrich ha dipinto qui la sua opera maestosa Die Felsenschlucht (la gola di rocce), per esempio. Oggi, per ripercorrere le orme di questi maghi del pennello, è stato creato il Malerweg, sentiero dei pittori. Il Malerweg è uno dei tanti sentieri che attraversano il parco nazionale.

Rudolf Fehrmann in arrampicata di camino sulla Alten Weg della Dreifingerturm
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In vetta al Barbarine del Pfaffenstein, Elbsandsteingebirge
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Elbsandsteingebirge: il ponte di pietra
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Bernd Arnold in arrampicata oggi. Foto: www.verticalmente.net
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Bernd Arnold arrampica a piedi nudi. Foto: www.verticalmente.net
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Elbsandsteingebirge: Bern Arnold in arrampicata. Foto: www.verticalmente.net
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Più in là il placido fiume Elba scorre in grandi anse attraverso gole profonde e dolci vallate, con i suoi piroscafi a vapore. Il lungo ponte di pietra (costruito nel 1851) è stato scelto anche come wallpaper per Windows 7. Una sommità simbolo della regione, dalle forme bizzarre, è quella del Felsenbühne Rathen (palco di roccia di Rathen). Poi c’è la Königstein, la fortezza imprendibile, una delle più grandi fortificazioni di montagna d’Europa. Qui si sono rifugiati tutti i duchi e i principi elettori quando si sono sentiti in pericolo e in 750 anni questo ‘nido d’aquila’ è stato castello, prigione e monastero.
Le tantissime vie di arrampicata su arenaria fanno dell’Elbsandsteingebirge una delle capitali di questo sport, qui nato 150 anni fa.

Yosemite? Arco? Finale Ligure? Verdon? No, Bad Schandau, Svizzera Sassone. Sì, l’arrampicata sportiva è nata proprio nel cuore di questa regione della Sassonia. Era il 6 marzo del 1864 quando alcuni ‘local’ riuscirono a superare gli 80 metri di roccia del Falkenstein. August Herring, Ernst Fischer, Johannes Waehnert e Heinrich Frenzel iniziarono i tentativi per raggiungere la vetta del Falkenstein qualche mese prima, il 31 gennaio. La loro impresa fu seguita da un’altra ancora più importante dieci anni dopo. Si può dire infatti che a partire dal 1874 sono state poste le basi per la nascita del free climbing, vale a dire la tecnica di arrampicata senza aiuti artificiali ma nella quale corde e chiodi vengono utilizzati solo per la sicurezza. Il termine è stato utilizzato per la prima volta in una guida sull’arrampicata in Sassonia nel 1913 ma si può dire che la salita del Turnerweg del 1874, oggi classificato come III grado, corrispondesse a questi criteri. Sempre nel 1874 Otto Ewald Ufer e Hermann Johannes Frick salirono il Mönch nei pressi di Rathen per la prima volta senza aiuti artificiali. Nel 1879 a Schandau è nato il primo club di arrampicatori, seguito nel 1895 dall’associazione Falkensteiner e nel 1896 dalla Wanderlust di Dresda e da altre fino alla nascita nel 1911 dell’Associazione Arrampicatori Sassoni. Dalla Sassonia arrivava questa forma di arrampicata che poi negli USA prese il nome di free climbing, in realtàla semplice traduzione di ciò che in Sassonia si chiamava AF (Alles Frei).

La prima figura di un certo rilievo a frequentare la zona è Oskar Schuster, esperto alpinista, che oltre ad aprire diversi itinerari e a scrivere le prime relazioni delle ascensioni, elesse queste pareti quale suo terreno di allenamento preferito.
Il termine tedesco Sandstein tradotto letteralmente significa “roccia sabbiosa”. Un nome, un programma. La ricerca odierna di rocce solide non rende così appetibile l’arenaria. Ciononostante le torri dell’Elba sono uno dei luoghi storicamente più importanti nell’evoluzione dell’arrampicata e hanno tutt’ora moltissimi estimatori.

Nel 1903 si fa luce la figura di Rudolf Fehrmann che, avendo aperto numerosi itinerari sulle Dolomiti, era alpinista carismatico. Fehrmann dichiarò apertamente di voler rinunciare ai mezzi artificiali. Tra questi c’erano anche i chiodi, cui tutti si attaccavano con le mani nel corso della salita. Ma da quel momento nell’Elbsandsteingebirge i chiodi avrebbero potuto essere usati solo per la sicurezza dell’arrampicatore. Fu di fatto il primo passo verso il concetto di arrampicata libera, dove per la progressione possono essere usati solo elementi naturali, e la corda e i chiodi servono solo ad arrestare eventuali cadute.

Bern Arnold insegna come usare i nodi per protezione. Foto: www.verticalmente.net
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I nuovi concetti si affermarono ed ebbero come conseguenza che già nel 1906 alcuni arrampicatori sassoni fossero in grado di arrampicare in libera sul VI grado, a quei tempi neppure ancora codificato dalla comunità alpinistica e tanto meno considerato il limite delle possibilità umane. Tale limite sull’arenaria dell’Elba fu superato nel 1918, con l’apertura delle prime vie di VII grado, in anticipo di 60 anni rispetto al riconoscimento ufficiale di tale difficoltà da parte dell’Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche (UIAA), che aprì verso l’alto la scala delle difficoltà solo nel 1977!
Riassumendo il concetto, mentre nelle Dolomiti e sulle Alpi l’arrampicata in bassa quota era ancora poco considerata, in Sassonia si arrampicava già per il piacere del gesto e con una mentalità molto simile a quella di uno sport, con tanto di regole e divieti.
Quando il famoso alpinista tedesco Fritz Wiessner emigrò negli Stati Uniti nel 1928, lo stile sassone fu esportato e ispirò le prime imprese della scuola californiana nello Yosemite.

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Il discorso di Bernd Arnold per l’addio a Kurt Albert

All’inizio degli anni ’70 due figure di rilievo della storia dell’arrampicata tedesca e mondiale, Kurt Albert e Wolfgang Güllich, impararono molto in alcune visite sulle rocce della Sassonia (allora ancora parte della ex DDR). Entrambi alfieri dell’arrampicata libera, seminarono in Europa la mentalità sassone.
Kurt Albert operava soprattutto nel Frankenjura e lì fu da lui perfezionato il concetto di RP (Rotpunkt). Il capocordata non doveva utilizzare i chiodi o altri ancoraggi nemmeno per riposarsi tra un passaggio e l’altro, come era invece prassi fino a quel momento. Le vie che riusciva a salire senza appendersi alla corda per riposarsi (ovvero senza resting) venivano contrassegnate con un bollino rosso alla base, da cui il termine Rotpunkt.
Wolfgang Güllich fu, invece, il campione più riconosciuto all’estero dell’arrampicata libera tedesca e mondiale a cavallo fra gli anni ’70 e ’80. Originario del Palatinato, teorizzò e realizzò lo stile AF (Alles Frei in tedesco significa tutto in libera) fino a portarlo ai massimi livelli della sua epoca. La sua attività si sviluppò sia in falesia che sulle montagne più verticali ed eleganti del Karakorum e della Patagonia.
La rigida etica sassone è oggi codificata in un apposito regolamento scritto che costituisce un esempio probabilmente unico di disciplina dell’arrampicata.

In Sassonia ci sono oggi oltre 21.000 vie, 148 solo sul Falkenstein.
Quest’anno, per festeggiare i 150 anni dell’arrampicata sportiva, il 6 marzo si è svolta una rievocazione della prima scalata del Falkenstein e diverse mostre, a Bad Schandau e a Neustadt ripercorrono la storia degli scalatori sassoni.

Fabio Palma (in www.verticalmente.net) commenta:
«In arrampicata qualcosa di speciale deve essere accaduto quando il miglior arrampicatore americano del momento incontrò il miglior arrampicatore europeo del momento, e questo avvenne nella primavera del 1976, nei dintorni di Dresda.
L’americano Henry Barber aveva decisamente impressionato Inghilterra, Australia, Svizzera, e naturalmente Yosemite, e di lì a poco avrebbe anche scatenato la fantasia del free-climbing in Francia.

L’arrampicata in Sassonia, complice il muro di Berlino, aveva intrapreso strade ben diverse da quelle occidentali: niente magnesite, niente chiodi, niente uso dei nut. Dove possibile, si arrampicava a piedi nudi. Come raccontò lo stesso Barber, in quelle arrampicate, assolutamente diverse da qualsiasi altra parte del globo, si era raggiunto già da anni il grado 7a…
Nell’allora Germania dell’Est in quegli anni il migliore era Bernd Arnold, il massimo fra i cosiddetti Master.

Si scalava sulle bellissime torri di arenaria dell’Elba, e le uniche protezioni erano enormi anelli di ferro che il primo salitore, in posizioni d’equilibrio precarie, riusciva a più riprese a martellare.
Ma questi anelli erano distanti anche dieci metri l’uno dall’altro, e in quei dieci metri soltanto l’astuzia di Arnold e pochi altri riusciva ad inventare protezioni dubbie che consistevano in anelli di corda strozzati in piccoli buchi.
Per Barber fu uno choc, anche se lo stesso Arnold commentò con reverenza alcuni free solo che Barber, quasi per disperazione, si concesse nei due mesi di permanenza in Sassonia. Arnold fu giudicato da Barber come il più elegante arrampicatore del mondo, e sicuramente superiore al livello e al talento dei nomi noti di Yosemite.
Soltanto due anni dopo Güllich diede un giudizio diverso, sostenendo che il livello americano era superiore, e portando a prova le sue stesse salite in Sassonia, di livello uguale a quelle di Arnold ma inferiore ai famosi monotiri di Yosemite. Nacquero polemiche anche feroci, perché lo stesso Arnold non riconobbe valide le salite di Güllich, essendo state protette da nut.
In realtà avevano ragione sia Barber che Güllich; dal 1976 al 1978, in soli due anni, complice l’avvento del friend, della tecnica yo-yo, del chiodo a pressione, il livello dell’arrampicata americana salì dal 7b all’8a, e le etiche sassoni non potevano certo permettere una così veloce escalation di livello. E d’altronde lo stesso Barber, fedele ai soli nut e nemico giurato persino del friend, fu rapidamente sorpassato da chi guidava velocemente sull’autostrada del progresso della difficoltà.
Purtroppo Arnold cominciò a viaggiare soltanto dopo la caduta del muro di Berlino, quando aveva ormai superato i 40 anni; diede un contributo decisivo alla mitica salita Raiders of the Storm firmata anche da Güllich, Albert e Batz nel 1991 in Patagonia, e quando Bernd aveva ormai quasi 50 anni.
Le sue salite sono tutt’ora spauracchio per i migliori arrampicatori tedeschi, così come altre salite di quella regione; di grado ridicolo se confrontato con i livelli attuali, ma ancora terribilmente al limite per il violento ingaggio mentale. Soltanto nel 1998 Thomas Willenberg, nome ben noto nell’ambiente boulder, ha di fatto spinto in alto, con la stessa etica, il livello raggiunto da Arnold 20 anni prima».

In arrampicata nell’Elbsandsteingebirge, la Svizzera sàssone
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Elbsandsteingebirge d’autunno
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postato il 21 luglio 2014