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La Haute Route Chamonix-Zermatt

La Haute Route Chamonix-Zermatt

È ancora notte fonda quando nel rifugio cominciano i primi rumori, una rianimazione veloce perché non si può poltrire ulteriormente tra le coperte. Occorre piegarle, rassettare i cuscini, indossare i calzoni o la salopette e le calzature interne degli scarponi da sci, il tutto alla luce della propria pila frontale per non disturbare quelli che hanno deciso di alzarsi più tardi. Attraversata la sala da pranzo, si esce per controllare il tempo: cielo stellato e temperatura molto bassa. Durante la colazione meditiamo sul compito che ci attende. Poi fare tutti assieme le medesime cose è un rito che ci aiuta in queste ore fredde: ritirare il proprio thermos pieno di tè bollente, verificare che tutto sia nello zaino, salutare i custodi, uscire e calzare scarponi e sci.

Il versante occidentale del Cervino visto dalla Schönbielhütte
Il Cervino dai pressi della Schoenbiel huetteAlcuni membri dell’Alpine Club britannico tentarono per la prima volta nel 1861 di traversare le montagne tra Chamonix e Zermatt lungo possibili percorsi d’alta quota. Quell’impresa doveva esercitare al tempo lo stesso fascino di una salita himalayana alle più alte vette della terra. Proprio quegli inglesi chiamarono l’escursione High Level Road. Molti anni dopo la stessa traversata fu ripetuta d’inverno. L’impresa fu certamente più sensazionale che al tempo attuale, visto che la maggior parte dei rifugi in cui oggi si può pernottare non fu costruita che all’inizio del secolo.

Ma il fascino non è diminuito, per certi scialpinisti la Haute Route è una leggenda. Un’avventura in un territorio decisamente fuori del comune, tra splendide vette e pareti colossali. Vi sono superbi panorami, tra Cervino e Dent Blanche, tra Pigne d’Arolla e Grand Combin, in un ambiente decisamente selvaggio di colate glaciali come il Glacier d’Otemma, vero cuore di questo tratto delle Alpi Pennine, immenso, quasi un pezzo di Groenlandia trapiantato nel Vallese. Innumerevoli sono gli aneddoti che i custodi dei rifugi sono in grado di raccontarci quando ne hanno il tempo: con tutte le persone che sono passate di qua si sono verificati migliaia di episodi più o meno divertenti. Una volta, in discesa dal Col de l’Évêque, uno sciatore sconvolto dal caldo di quella splendida giornata esclamò: «la prossima volta ci torno in mutande!». Poche ore più tardi fu costretto con i suoi compagni a bivaccare malamente perché il gruppo non era stato in grado di individuare la Cabane des Vignettes: una nebbia densa quanto improvvisa aveva avvolto la montagna.

Oggi la Haute Route non è certo un’impresa solitaria, a meno che non ci si metta in marcia molto tempo dopo gli altri. E comunque s’incontrerebbero poi le comitive che procedono in senso contrario al nostro. A fine maggio si è certo più soli, anche i custodi sono felici di tornare a casa in mezzo ai fiori, dimenticando il duro compito quotidiano di gestire centoventi persone ed anche più quando i posti letto sono solo cento.

Ghiacciaio di Otemma visto dalla Fenêtre Durand. Foto: Gabriele Zerbi
Ghiacciaio di Otemma visto dalla Fenetre de Durand

Fuori, in mezzo al ghiacciaio, per fortuna il gruppone si disperde presto, da una lunga fila un po’ interrotta si passa a gruppetti sempre più sparsi. Ciascun gruppo è organizzato per essere autosufficiente, ma ben si sa che si può contare anche sull’aiuto degli altri, al bisogno. Capita anche di salire o scendere completamente soli, e quelli sono i momenti magici in cui il selvaggio che ci circonda riacquista i suoi contorni più veri. A volte ci si sente così isolati che anche le piste di chi ci ha preceduto in discesa invece di darci fastidio ci confortano.

Il primo alt lo si fa allo spuntar del sole, in genere in un luogo comodo, un punto ben preciso del nostro itinerario. Queste brevi tappe hanno i loro luoghi canonici e lì si ha l’occasione di raggiungere altri gruppi e di scambiare quattro parole con le persone conosciute la sera prima. Un sorso di tè, un’unghia di crema solare, una pulita agli occhiali e via di nuovo verso la fine della prima salita, una vetta oppure un colle del nostro lungo itinerario giornaliero.

In prossimità dei passi o delle cime, è facile che ci troviamo immersi nella caratteristica atmosfera dei venti d’alta quota. Spesso, anche quando il tempo è splendido, la violenza della corrente d’aria richiede grande impegno e capacità di resistenza. Occorre raggiungere al più presto un versante più riparato.

E non è detto che il cielo debba sempre essere limpido; ma finché il vento e la visibilità lo permettono, continuiamo il nostro cammino e l’avventura può persino essere più seducente. In ogni momento può però essere messa in discussione la prosecuzione. Occorre saper valutare con decisione cosa convenga fare: continuare, tornare indietro o sostare un po’ in attesa degli sviluppi.

Salita da Arolla alla Cabane des Vignettes
Salita da Arolla alla Peigne d'Arolla. Verso la Cabane des Vignettes

Raggiungere un rifugio alla fine della tappa è tanto più coinvolgente quanto più si è provati dalla fatica. Sembra di raggiungere non solo una meta, ma la salvezza, un’isola promessa nel cuore di un oceano. Nei pomeriggi che lo permettono, molte persone cercano gli angoli più caldi attorno al rifugio e si scoprono al sole, a volte così caldo e potente da far impallidire le spiagge dei nostri mari… Capita anche di addormentarsi e di sognare la fine della traversata, quando scendendo a valle per l’ultima volta passeremo dal mondo estremo della quota ancora avvolto nel duro inverno ad un paesaggio dove già regna la primavera.

Fu nei primi anni ’80 la prima volta che tentai, in una delle mie rare uscite professionali come guida alpina, di percorrere l’Haute Route. Ero con Ornella ed un gruppo di sciatori bresciani, tanto simpatici quanto rumorosi ed irruenti. Volevamo attraversare da Saas Fee ad Arolla, quindi volevamo effettuare solo metà del percorso, con l’aggiunta però dell’altrettanto classica traversata Saas Fee – Zermatt.

La sera eravamo arrivati a Saas Fee, dove ci eravamo stupiti di sentire i muggiti delle mucche in pieno abitato turistico. Al mattino eravamo saliti in funivia e poi all’Allalinhorn; nel pomeriggio, in mezzo alla tormenta, ci eravamo rifugiati nella Britanniahütte. Il giorno dopo, un tempo stupendo ci accompagnò lungo lo scintillante Allalingletscher nella salita all’Adlerpass, il valico tra il Rimpfischhorn e lo Strahlhorn. La discesa su Zermatt per l’Adlergletscher e il Findelgletscher ci si apriva davanti e fu memorabile, su neve primaverile e perfetta. Ci eravamo guadagnati una gloriosa giornata, chiusa poi a Zermatt da una mangiata e una dormita storiche.

Il giorno dopo ci fu la salita alla Schönbielhütte, fatta con comodo ammirando il Cervino. Ma già alla sera le previsioni non erano più buone; il mattino dopo salimmo con tempo minaccioso fino al Col de Valpelline. Lì incominciò a nevicare fitto e tutte le comitive decisero di tornare alla Schönbielhütte: nella discesa il nostro gruppo era il primo a cercare quasi alla cieca di ritrovare le nostre piste ormai invisibili. Dietro scendeva una trentina di persone, che al rifugio ci offrirono da bere.

In vetta alla Peigne de Arolla. Foto: Marco Milanivetta Peigne d'Arolla