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Solo quattro metri

Solo quattro metri
Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc

Al di sopra degli incantati boschi di Val Badia e dei luminosi prati che circondano l’Abbazia dla S. Crusc s’erge la scura muraglia nord-ovest del Sass dla Crusc, che comprende le pareti del Piz dl’Pilato 2825 m e del Ciavàl (Monte Cavallo) 2907 m. Tra esse un’enorme struttura, il Pilastro di Mezzo, s’appoggia sul friabile zoccolo comune a tutta la parete. Sono ancora di scena i fratelli Messner, Reinhold e Günther, il 6 e 7 luglio 1968. Con le pedule rigide, senza cunei, senza nut e con l’uso di soli 60 chiodi.

Alessandro Gogna sulla traversata della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983
A. Gogna sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. 26.07. 1983

Ecco il racconto di Reinhold Messner: «... Avevamo bivaccato in un buco sulla grande cengia e alle 8 eravamo partiti. Dopo due brevi tiri di corda il pilastro diventava giallo e verticale. Solo verso destra si presentava la possibilità di continuare in libera. Traversammo fino a che fu possibile, piantammo un chiodo ad anello e pendolammo verso destra fino ad una rampa. Su questa ci portammo ad un piccolo pulpito sul verticale spigolo del pilastro. Fino a qui era andato tutto bene. La natura ci aveva offerto il cammino e noi l’avevamo seguito. Ma ora? Ancora due metri in libera, straordinariamente difficili, ma poteva ancora andare. Poi ero al termine delle mie abilità arrampicatorie. Trovai un minuscolo buco, profondo 2 o 3 centimetri. Piantai un chiodo corto a lama. Teneva. Ancora un chiodo, poi ancora arrampicata libera. Finalmente un paio di appigli. Riposi il martello nella tasca. Sfruttando una sottile fessura sul fondo di un diedro appena accennato riuscii ad innalzarmi con un’ardita arrampicata libera e, appena in tempo, raggiunsi una strettisima cengia. Qui era proprio finita. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli, sbarrava la prosecuzione. Quattro metri più in alto c’era una fessura, sotto di me una cengia sulla quale a malapena riuscivo a posare i piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Sembrava proprio impossibile andare avanti. Tuttavia non mi diedi per vinto. Tentai. Ritentai. Eppure in mezz’ora non mi alzai di un centimetro. Anche tornare indietro non era più possibile. Mi sforzai inutilmente di ridiscendere in arrampicata. Non ce la facevo e mi mancava il coraggio di saltare. Bisogna rinunciare, pensai, peccato. Salivo, ridiscendevo. Tentativi disperati. Con il proposito di tentare la discesa, ritornavo sempre al punto di uscita sulla cengetta prima di perdere l’equilibrio. E appena mi ritrovavo sulla cengia, riprendevo le capacità di riflettere logicamente. Indietro non si poteva andare. Di nuovo mi asciugai le punte delle dita sui pantaloni. Dovevo farcela, solo questi 4 metri! Il pensiero mi si imponeva come un ordine. Devo tentare! Sopra c’è un piccolo appiglio, giusto per metterci le unghie. Se riesco a prenderlo non devo più tornare indietro, non devo mollare. Poi devo alzare al massimo il piede destro, innalzarmi con un movimento bilanciato e raggiungere con la mano sinistra la lama risolutiva per tirarmi su. Nella mia testa frullava un solo pensiero: salire, poi l’appiglio in alto a destra. Oggi non so più come ho fatto ad arrivare su. So solo che mi ritrovai sopra, sollevato, pieno di gioia, e tutto era sembrato facile. Qualche ora più tardi, sulla cima, non abbiamo parlato di questo passaggio ma della situazione che si era creata sotto di esso. E se oggi penso al Pilastro di Mezzo, vedo tutto come allora. Solo la via d’uscita è aperta. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli; 4 metri più in alto una fessura, sotto di me una cengia larga quanto i miei piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Un’impresa che rimane (Reinhold Messner, da Settimo Grado).».

Luca Santini sulla via variante Mariacher della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983
Luca Santini sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. 26.07. 1983

Passarono circa dieci anni prima che si fosse informati di cosa realmente avvenne sul Pilastro di Mezzo. Ci furono poi parecchie ripetizioni, ma tutti evitarono il passaggio-chiave con una lunghissima deviazione a destra e ritorno a sinistra. Si disse che Messner aveva mentito, che il VII+ o forse l’VIII- non poteva essere una realtà storica così vecchia. Oggi, sotto il passaggio, c’è un chiodo abbastanza buono, proprio sulla cengia alla base dei 4 metri. Heinz Mariacher ha ripetuto da capocordata il passaggio nel 1979. Ma la spitdipendenza degli ultimi tempi non favorirà certo le ripetizioni frequenti. Se qualcuno non avrà la pessima idea di spittare quel muretto, su quei 4 metri si potrà ancora leggere quanto la disperazione si tramuti a volte in energia. Il muro grigio è impassibile, compatto e solido. Nulla è cambiato. Mathias Rebitsch e Giovan Battista Vinatzer avevano toccato il VII, Messner lo ha superato. «Quando ero in difficoltà o dove era marcio, io pensavo: la roccia mi vuole un po’ bene. Allora mi facevo passare dalla roccia»: così diceva Vinatzer. Il segreto è tutto lì.

Alessandro Gogna sulle lunghezze finali della via Messner al Sass dla Crusc
A. Gogna sulla via Messner al Sass dla Crusc, Val Badia

Il 16 luglio 1978 alla base della via arrivò il 24enne Heinz Mariacher. Con lui c’erano la fortissima 19enne Luisa Iovane (sua compagna di sempre) e il personaggio di Luggi Rieser (oggi Swami Prem Darshano). Passato il tiro con la manovra di corda, arriva il tiro con i famosi 4 metri “impossibili”. Ma lì Heinz non si trova più, non gli è chiaro dove Messner racconta d’essersi trovato in una posizione da cui non poteva più scendere. Allora, convinto di fare la cosa più logica, opta per la soluzione che gli sembra più evidente, quella della via di “minor resistenza”. Quindi: traversa per circa 12 metri a destra, sale dritto per altri 4 e poi ri-traversa a sinistra per riprendere la fessura che sta sopra al muro di 4 metri del “passaggio Messner”. Da lì la cordata prosegue fino alla vetta, convinta di aver effettuato la prima ripetizione. Ma in seguito, parlando con Messner, Mariacher comprende di aver aperto una variante. Appunto quella che prende il suo nome e che sarà la più seguita dai futuri ripetitori.

L’anno dopo, nel 1979, Mariacher con Luisa Iovane ritorna al Sass dla Crusc e fa la Messner tutta in libera. E’ la prima libera integrale, visto che non si cala con la corda, ma scala in libera anche sul tratto in discesa, con difficoltà di VIII-, che porta al tiro chiave. Poi, sul muretto del famoso passaggio, sale 2 metri a sinistra di quello che ormai tutti considerano il passaggio originale, superando difficoltà di VIII-. E’ la prima rotpunkt della via! Intanto, nello stesso momento, i tirolesi Reinhard Schiestl e Luggi Rieser liberano la loro Mefisto (VIII-)!

Luggi Rieser e Luisa Iovane, 1a ripetizione della via Messner al Pilastro di mezzo, 16 luglio 1978. Foto: Heinz Mariacher
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La prima ripetizione
di Heinz Mariacher
Nella letteratura alpina il Pilastro di Mezzo viene spesso ridotto solo ai famosi, molte volte citati, quattro metri. Quasi nessuno ha mai sprecato una parola per il resto della via. Per me il Pilastro di Mezzo è una linea fantastica nel suo insieme, nel quale si supera anche la placca di quattro metri. Anche oggigiorno si potrebbe essere orgogliosi per una via nuova di questo genere.
Il tema “Pilastro di Mezzo” è ancora una volta un’ottima occasione per ricordare che l’uso dei chiodi a pressione non è sempre stata una cosa ovvia. Io credo che solo pochissimi dei giovani arrampicatori abbia sentito parlare degli scritti polemici di Reinhold Messner su “l’assassinio dell’impossibile” contro i chiodi a pressione, questo perché manca il legame con la storia alpina, perché i giovani si sono orientati più volentieri verso nuovi modelli e direzioni. Una cultura alpina che, ad un certo punto, è rimasta bloccata nella neve degli Ottomila e si è intristita nella cura dei monumenti.
Ai tempi di Messner, e anche nei nostri alla fine degli anni Settanta, c’era ancora un codice d’onore, le limitazioni che ci imponevamo volontariamente erano assolutamente in primo piano, davano il sapore al nostro gioco. Perché era bello sognare una linea che forse era possibile o forse anche non lo era. Per me il Pilastro di Mezzo simboleggia un punto massimo dell’arrampicata nelle Alpi, di uno sviluppo che si è svolto nelle Alpi, che non è stato importato dall’Inghilterra o dall’America. L’idea della rinuncia ai chiodi a pressione nelle pareti alpine si sarebbe meritata di continuare a vivere, non necessariamente come l’unica verità, ma come stile particolare. Da parte mia, e per me stesso, avevo deciso che avrei considerato certe pareti come “zona libera” da chiodi a pressione, tra le altre il Sass dla Crusc e la Sud della Marmolada.
Ma torniamo indietro alla “Placca di Messner”: nel corso degli anni ho superato in quattro punti diversi la paretina di quattro metri. Penso però che il passaggio in sé sia meno importante della situazione affrontata dal primo salitore sotto il passaggio, della sfida mentale, come l’ha rappresentata così precisamente Messner nel suo libro “Ritorno ai monti”. Penso che oggigiorno solo una piccola minoranza sia in grado di immedesimarsi in quella situazione, ed è una vergogna che oggi si trovino chiodi a pressione sul Pilastro di Mezzo!
Vorrei ancora mettere in chiaro una cosa: durante la prima ripetizione ho cercato la via di salita più logica, il che significa la linea di minor resistenza, e non ho cercato una variante per aggirare il passaggio come scrive Ivo Rabanser nel suo libro. Il fatto che, poco tempo dopo la ripetizione, io abbia chiesto a Reinhold perché non avesse indicato nella descrizione quella traversata, mostra che io ero convinto di aver ripetuto la via originale.

Nicola Tondini da primo sui quattro metri di VIII grado. Foto: Paola FinaliSolo4Metri-NicolaTondini-FotoPaolaFinaliL’indagine
di Nicola Tondini
Il Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc è da anni legato al nome dei fratelli Messner. Per chi ha ripetuto le vie che Reinhold ha aperto in Dolomiti, sa dell’attrazione che il forte arrampicatore aveva per le placche. Pur disponendo solo di chiodi e indossando robusti scarponi rigidi, Messner spesso si è lanciato alla ricerca della sequenza di appigli che gli avrebbero permesso di avere ragione di quei muri compatti di calcare grigio: la parete nord della Seconda Torre di Sella, la parete nord del Sass da Putia, la parete nord della Cima della Madonna, la parete sud della Marmolada, le placche d’aderenza del Sasso delle Nove e appunto il Sass dla Crusc furono alcuni dei suoi terreni di gioco e testimonianza del suo grande intuito. Vie queste, che ancora oggi mettono timore: i lunghi tratti sprotetti e la capacità necessaria nel saper leggere le placche frenano molti alpinisti a cimentarsi con le vie dell’alpinista altoatesino.
Sul Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, Reinhold Messner con il fratello Gunther compì il capolavoro. Già nei primi tiri i due fratelli dovettero cercare a fatica una linea di passaggio. Furono costretti, infatti, a un lunghissimo traverso con un pendolo per passare una zona estremamente liscia. Poi ecco al quarto tiro quel muretto di 4 metri appena sopra una piccola cengetta. Gli appigli si intuivano, ma erano decisamente piccoli. Messner starà quasi un’ora a provare e pensare come passare. Poi tenterà il tutto per tutto, riuscendo. Sarà il primo grado VIII della storia, percorso in libera.
Con gli anni cresce sempre più la fama di quel passaggio. Qualcuno leggendo sui forum in internet pare abbia trovato altri punti deboli, oltre alla variante Mariacher, dove salire. Sta di fatto che il passaggio originale continua tutt’oggi a mettere in crisi. Io stesso ho letto e sentito vari commenti su quel passaggio: avrà piantato un chiodo, si sarà rotta una scaglia, com’è possibile che lui sia passato e tanti forti rinunciano? E così via. Io l’ho ripetuta la prima volta nel 1992 e allora ero andato deciso per la variante Mariacher. La curiosità di provare il passaggio Messner è ovviamente tornata fuori, così propongo a Massimo Lucco, mio fortissimo cliente/compagno di andare a metterci le mani per capirne un po’ di più. Fissiamo la salita per il 3 settembre 2010.
I giorni precedenti sento Andrea Tosi e Paola Finali, esperti amici in fotografia e filmati, che ultimamente mi seguono in qualche avventura e propongo loro di documentare il famoso passaggio Messner.

Il 3 settembre io e Massimo andiamo all’attacco del diedro Mayerl, che percorriamo fino alla cengia mediana. Da qui seguendo la cengia verso sinistra in 10 minuti raggiungiamo l’attacco della Messner al Pilastro di Mezzo (nella realtà l’originale raggiunge la cengia direttamente seguendo 300 m su un pilastro di roccia estremamente friabile e pericoloso di V grado). Sono le 10 appena passate. Sento per telefono Andrea, che con Paola, Ingo e Mario hanno raggiunto la cima a piedi. Finché io e Massimo scaliamo sui primi tiri della Messner, loro attrezzano le corde statiche per fare i filmati e le foto. Così quando arrivo al 4° tiro della Messner, Andrea e Paola sono già posizionati. Ho fatto sosta per provare il passaggio Messner, alla fine del traverso del tiro precedente, come indicato nella precisa relazione di Ivo Rabanser. Prima di provare il passaggio della placca Messner dal basso, lo studio con la corda dall’alto. Mi ci vuole un po’ per capire come farlo senza renderlo estremo. Alla fine finalmente riparto dal basso e lo faccio. E’ un bel singolo di VIII (7a). Gli appigli duri da tenere sono 3. Ma come mai è così difficile da fare a vista? Presto spiegato.
– Come tanti boulder “strani” è difficile da impostare la partenza: viene spontaneo partire con un piede, ma così facendo ci si pianta subito. Partendo con il piede “sbagliato”, poi tutto torna giusto e il passaggio è fatto, basta avere buone dita e certamente a Messner non mancavano.
– Si è psicologicamente non in una bella situazione:
a) il compagno che fa sicura non ti vede o se si decide di fare sosta prima del passaggio, si rischia un volo diretto sulla sosta stessa;
b) se si cade, facilmente si va a sbattere con i piedi sulla cengetta da dove inizia il passaggio a meno di non lanciarsi decisamente verso il vuoto;
c) la protezione non è distante, ma comunque sotto i piedi;
d) si capisce che se si sbaglia il movimento non si riesce a tornare indietro.
e) c’è la via d’uscita: la variante Mariacher.
Concludo dicendo, che Messner ha fatto proprio un capolavoro a superare quel muretto di 4 metri. Per me è passato in libera e non si è rotto nessun appiglio fondamentale. Lui è stato lì un’ora a studiarlo, poi con la determinazione che lo ha sempre contraddistinto è partito col piede giusto, ha tirato con tutta la forza che aveva i 2-3 appigli chiave e ha raggiunto i successivi buoni appigli per andare fuori dalle difficoltà.

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Flash di alpinismo 10

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 10 (10-13)
di Massimo Bursi

Corde
Sua madre mi raccontò la storia dell’ultima corda nuova. Come al solito, Claudio le aveva chiesto un “sussidio straordinario” per comperare una corda nuova.
“Ancora una corda nuova!”
“Una corda costa meno di un funerale”.
“Sì, ma un funerale si paga una volta sola” (Anna Lauwaert a proposito di Claudio Barbier).

Ogni scalatore ha la cantina occupata da innumerevoli corde da roccia: quelle buone e quelle andate, colpite da scariche di sassi, “ramponate”, rovinate dagli spigoli taglienti della roccia o semplicemente troppo usate per essere ancora abbastanza resistenti.

Non c’è una regola fissa, un modo sicuro o un metodo scientifico per capire se una corda sia da buttare o meno, subentra piuttosto quel sentimento di sfiducia che ti porta a lasciare, un bel giorno, la tua corda in cantina e rimpiazzarla con un’altra nuova.

Le corde si ammucchiano laggiù, silenziose testimoni di questa passione!

Ogni tanto ci vorrebbe una bella sveglia rock per prendere le vecchie corde e stenderle, in maniera statica, dalla base fino in cima al Campanile Basso e poi portarci tutti gli amici!

Non si sa mai come impiegare le corde da roccia oramai vecchie. Ecco un modo originale di riciclarle: un originale ed indistruttibile zerbino di casa!
Flash 282

Cerro Torre free!
Che cretini siamo stati!
Quando ci regalarono le corde pensammo bene di farcele dare tutte di colore diverso. Così dopo aver sottoposto la corda rossa da nove a sforzi e sollecitazioni di ogni tipo, durante la prima salita, ce la ritrovammo ben rovinata per le successive riprese senza poterla cambiare per esigenze di copione.
Fa così la comparsa il mitico nastro adesivo che tappa spellature e nasconde il bianco nylon dell’anima della corda.
Fidando in quella corda come in Belzebù cominciai la seconda salita del Cerro Torre (Fulvio Mariani – a proposito del film Cumbre girato sul Cerro Torre con Marco Pedrini).

Marco Pedrini nel 1985, effettua la prima ripetizione in solitaria della famosa via del compressore aperta da Cesare Maestri al Cerro Torre, e subito dopo ripete, ben due volte, scanzonato, lo stesso itinerario con Fulvio Mariani per girare lo storico film Cumbre.

Questa è stata la prima e vera salita in libera del Torre, poiché Pedrini e Mariani erano liberi dentro e potevano permettersi di ironizzare sul compressore e su tutte le manfrine di prove e controprove in cui era ed è tuttora prigioniero il Cerro Torre, Cesare Maestri e tutti gli alpinisti invischiati in una polemica senza fine.

Marco Pedrini aveva quell’irruenza spensierata e quell’entusiasmo contagioso che lo ha portato a fare alpinismo con il sorriso sulle labbra e senza star troppo su a pensarci e magari prendendosi anche qualche rischio in più. E il “Crosta” si prendeva tanti rischi.

Marco Pedrini ricorda una rockstar che vive fino in fondo la sua vita di eccessi consumandosi come una stella in cielo. Marco Pedrini è un punk rock gioioso che vive suicidandosi piano a piano. La musica dei Clash mi accompagna in questo parallelismo.

Su un prepotente sfondo di musica rock dei Black Sabbath, rivedo l’immagine di un Pedrini, ironico, che a cavalcioni sul compressore, come fosse una moto, si prende gioco dell’intero mondo alpinistico!

Marco Pedrini impegnato sulla sua nuova via Panoramix sul Gran Capucin al Monte Bianco.Flash 284Granitica certezza
Domanda – Ha dei programmi per il futuro?
Risposta – A ottantacinque anni non faccio programmi particolari, ma continuerò a scalare (Riccardo Cassin).

Riccardo Cassin è sempre stato molto deciso sugli obiettivi da intraprendere e scalare ha sempre fatto parte dei suoi programmi.

Basti pensare che Cassin partì nel 1938 da Lecco per risolvere uno dei problemi ancora irrisolti delle Alpi: la parete nord delle Grandes Jorasses, portando con sé solo una cartolina della montagna per potersi orientare.

La ripetizione, alla veneranda età di 78 anni, della sua Cassin alla parete nord-est del Badile conferma la sua estrema caparbietà nel voler continuare ad arrampicare e se c’è la passione non c’è limite all’età.

Non è inusuale che arrivino in falesia una cordata di vecchietti che sicuramente hanno passato i sessant’anni. A loro non interessa assolutamente nulla del grado e non si fanno problemi a tirare i chiodi, ma sono sicuramente i tipi più simpatici della falesia e quelli che sembrano divertirsi di più.

Sapere di poter arrampicare ancora per tanti anni ti infonde una grande sicurezza.

Riccardo Cassin in arrampicata, cinquant’anni dopo, sulla sua via al Pizzo Badile all’età di 78 anni.

Flash 286

Geotecnia a infissi distanziati
L’arrampicata geotecnica ad “infissi distanziati” per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali” è la testimonianza di un’antietica paradossale per il fatto che non è possibile realizzare una difficoltà obbligata se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale.
Si può solo inventare una difficoltà alterata che, disancorata con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.
L’arrampicata geotecnica ad infissi distanziati a cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge ad obbedire ciecamente alle conseguenze.
Dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica (Ivan Guerini).

Chiaro, no? Sebbene nessuno sia mai riuscito a capire fino in fondo la scrittura esoterica e dai toni ispirati di Ivan Guerini, lui ogni tanto riesce a sintetizzare il suo pensiero con buffe espressioni che colpiscono la fantasia.

Ad esempio il fatto di utilizzare spit sulle vie viene da lui chiamata “arrampicata geotecnica ad infissi distanziati”.

Ivan Guerini ha il limite, o il pregio, dipende, di essere rimasto fisso ed ancorato a valori, etiche ed esperienze di quando nacque l’arrampicata libera in Val di Mello. Da qui il suo radicato rifiuto dell’uso dello spit.

La sua vera genialità è nel coniare queste espressioni comico dispregiative dal suono vagamente scientifico.

Ivan Guerini dopo aver escogitato il gioco-arrampicata, ha inventato il gioco-linguaggio.

Tu a che gioco giochi?

Esiste ad Ajaccio in Corsica un museo di nut, friend ed altre attrezzature alternative ai chiodi, creato da Stephane Pennequin, un appassionato di attrezzatura alpinistica recente ma soprattutto passata.
Insomma c’è ancora qualcuno che professa un futuro alpinistico alternativo alla “geotecnica ad infissi distanziati”.
Flash 288

Onestà
Mi rendo conto di vivere in una realtà separata dove sono i fatti a contare e non le parole, dove la vetta ha ancora un senso, dove l’onestà verso la montagna deve comunque prevalere, dove l’arrampicamento non deve essere inteso restrittivamente, né come uno sport, né come un fatto spirituale, ma come uno splendido connubio di mille componenti, che si possono semplicemente sintetizzare in una sola parola: alpinismo (Lorenzo Massarotto).

Lorenzo Massarotto parlava poco, scriveva nulla e faceva parlare poco di sè ma praticava molto un alpinismo onesto e fatto per se stesso e non per gli altri.

Il fatto di scalare per il proprio piacere ed interesse personale mettendo al bando la naturale vanità e voglia di mettersi al centro della scena, porta ad un’attività autentica ed onesta.

Per mettere in pratica queste parole ci vogliono parecchi anni di maturità.

Inoltre bisogna fuggire dalla tentazione di trasformare l’alpinismo cioè la passione in un lavoro poiché, così facendo, bisogna guadagnare denari e se i denari sono pochi ogni mezzo è lecito per cercare di guadagnare di più.

Insomma l’onestà alpinistica molte volte passa dalla purezza e dalla povertà.

Mi piace ricordare Lorenzo Massarotto che partiva dal paese di Cittadella per scalare le pareti del Civetta su un vecchio motorino Ciao ma assolutamente libero da tutto, da tutti e da tutti i condizionamenti.

L’estrema onestà è il vero prezzo della libertà.

Renato Casarotto durante la sua salita invernale al Pelmo. Sebbene Casarotto fosse stato criticato per le sue presunte scarse capacità alpinistiche – era lento – lui è sempre andato avanti per la sua strada praticando un’attività ad altissimo livello e in maniera assolutamente modesta ed onesta.
Flash 290Compagni di cordata
Ricordati sempre che in montagna si va col passo del più debole (Proverbio anonimo).

Tante tragedie sono successe in montagna poiché in cordata c’era un elemento più debole degli altri e questo ha rallentato la cordata, indotto al bivacco e fatto sorprendere la cordata da una furibonda tempesta. Spesso la bufera porta la morte dopo penosi bivacchi.

Da quando è iniziato l’alpinismo fino ad oggi, questo copione si è ripetuto innumerevoli volte, causando tragedie che hanno sempre colpito l’immaginario collettivo.

Da queste tragedie sono nati reportage, film, libri e rievocazioni.

Quindi una cordata equilibrata è sempre una buona azione preventiva, purtroppo succede sempre che qualcuno voglia fare un salto in avanti e finisca con il legarsi con una persona maledettamente più forte di lui.

Oppure succede che il nostro eroe non ha compagni e così accetta di legarsi con un pivello da tirare su come fosse un sacco di patate pur di portarsi a casa l’obiettivo ed aggiungere una riga al proprio curriculum.

Non c’è miglior fortuna per uno scalatore che trovare il compagno di cordata “giusto”.

Leonardo Di Marino, Heinz Mariacher, Maurizio Zanolla, Luisa Iovane e Roberto Bassi, un gruppo di amici fuoriclasse e compagni di cordata, qui fotografati in Verdon. Nel loro caso, l’unione di queste personalità, ha dato origine ad un gruppo creativo che per qualche anno ha dettato legge sulle Dolomiti e sulle falesie del Nord-est.
Flash 292
Settimo grado
Nelle Alpi il settimo grado va ricercato su grandi pareti e in prime salite. Su vie addomesticate e ripetute migliaia di volte è facile che si generino dei risultati eccezionali ma mancano la scoperta e l’avventura. Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima. Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro (Lorenzo Massarotto).

Ci sono settimi gradi democratici, per tutti, ed altri invece molto severi, quasi aristocratici, circondati da tramandate leggende quali quelli di Massarotto.

I pionieri del settimo grado hanno saputo per primi andare oltre la barriera della sicurezza per fare un salto “quantico” in avanti.

Ci sono stati momenti quali la fine degli anni settanta, in cui convivevano non, sempre pacificamente, alpinisti classici da V grado ed AO con giovani leoni che proponevano il VII grado.

Alla Pietra di Bismantova c’era una storia, sconosciuta e naturalmente non degna di entrare nel libro della storia con la S maiuscola, ma che mi ha affascinato.

Si narra infatti della cordata di Gabriele Villa e di Emiliano Levati: sono due ragazzi, divisi da pochi anni di età, ma rappresentano il vecchio ed il nuovo che si confrontano e si mescolano fra loro.

Levati sale in libera ed apre i primi settimi gradi della Pietra mentre Villa incredulo segue con gli scarponi rigidi e con le regolari staffe arrancando dietro al veloce free-climber.

Nella storia ci sono periodi in cui arrivano forti cambiamenti ed improvvise discontinuità con il passato. Cerca di coglierli al volo e viverli da protagonista.

E’ il 1981 e siamo alla Pietra di Bismantova dove Gabriele Villa ed Emiliano Levati si stanno riposando dopo una giornata di arrampicata. Sul bagnasciuga del cambiamento abbigliamento californiano freak ed abbigliamento classico da alpinista in palestra si mescolano senza problemi.
Flash 294
Ghiaioni di sesto grado
Oggi i classici sesti gradi delle Dolomiti sono per noi dei “ghiaioni”, in confronto alle difficilissime vie in palestra. Allora non ci andiamo, perché è noioso. Rifacendo quelle vie le braccia e le dita si addormenterebbero completamente. Sarebbe una giornata persa per l’allenamento (Heinz Mariacher e Luisa Iovane).

Davvero una classica via di sesto grado delle Dolomiti ti rattrappisce le braccia e le dita?

E’ proprio così vero che per fare gli altissimi gradi delle falesie bisogna trascurare gli itinerari alpinistici che portano via tempo e giorni all’allenamento estremo?

Al di là dell’atteggiamento spocchioso e superiore dei due fuoriclasse dei gradi estremi, c’è molto del vero in quel che affermano.

Da quando i due fecero quell’esternazione ad oggi la situazione è perfino peggiorata poiché le difficoltà in falesia si sono evolute e specializzate sugli strapiombi allontanandosi ancora di più dalla classica arrampicata dolomitica di placca verticale.

L’arrampicata verticale è diventata terribilmente démodé e non fa più notizia.

A te cosa importa? Dove ti diverti di più? Segui la tua passione ed il tuo divertimento e non il tornaconto in termini di piano di allenamento.

Heinz Mariacher impegnato su un fotogenico passaggio della via Tom Tom club alla Spiaggia delle Lucertole sul lago di Garda. All’inizio degli anni ottanta, Heinz Mariacher, Luisa Iovane, Roberto Bassi, Bruno Pederiva e Maurizio Zanolla lasciarono momentaneamente le Dolomiti per spingere le difficoltà estreme sulle placche di calcare della Valle del Sarca. Il Nuovo Mattino si stava trasformando in arrampicata sportiva.
Flash 296Insofferenti!
La gente inizia ad arrampicare perché soffre le regole e i regolamenti, e Dio benedica queste persone (John Gill).

Poche, pochissime o forse nessuna persona di quelle con le quali sono solito arrampicare ama regole e regolamenti.

In molti abbiamo scelto di arrampicare poiché siamo insofferenti ed anarchici verso tutte le regole!

Si, ci tocca vivere in una società civile e sottostare ad un codice di comportamento, ma per fortuna possiamo ancora andare ad arrampicare e fuggire da ogni costrizione e forma di controllo.

Di solito guardiamo con compassione i cosiddetti barbacai: cioè quegli arrampicatori, solitamente ricoperti da distintivi, riconducibili al CAI, probabilmente sono più impegnati e meritevoli di noi, ma noi dalla nostra parte abbiamo il vento della libertà ed il fatto di non dover rendere conto a nessuno.

Questo ci dà una forza incredibile!

Nell’arrampicata come nella vita cerca sempre di non farti ingabbiare!

 Luggi Rieser, dotato scalatore austriaco ora noto con il nome di Pram Darshano, è stato un esempio di come rompere le regole del gioco per ricrearne di nuove.
Flash 298Sii individualista
Guardati dal potere d’attrazione delle tendenze attuali. Esci e prova qualcosa di nuovo: sii individualista e cerca nell’arrampicata la tua via (John Gill).

Il bello dell’arrampicata è che ciascuno può e deve trovare la propria via. Chi fa le gare, chi si allena per la falesia, chi si allena per la montagna, chi alterna alpinismo e sci-alpinismo, chi d’estate scappa in Himalaya, chi d’estate scappa al mare a Kalymnos, chi scala solo strapiombi e chi invece ama le placche d’aderenza.

L’importante è che ciascuno possa trovare la propria strada da portare avanti con determinazione.

Non è uno sport dove il cronometro detta le regole, qui le regole te le imposti tu! Qui gli obiettivi te li dai tu!

Per questo il popolo degli scalatori è un popolo individualista e che rifugge ogni regola ed ogni gerarchia. Il gruppo o l’associazione alpinistica da forza al singolo individuo ma al tempo stesso ne smussa i caratteri individuali! Il CAI inquadra, addormenta la coscienza critica, facilita le relazioni tra gli individui, ma alla fine ingabbia e castra la creatività dello scalatore.

Oggi questo tipo di associazioni servono poco, forse la loro funzione originaria si è esaurita, sono lente a capire dove si muove l’alpinismo e, in poche parole, appaiono moribonde.

Sii individualista!

John Gill, scalatore boulder americano degli anni cinquanta, maestro autodidatta di arrampicata e maestro di ginnastica in una sua celebre esibizione. La vecchia Europa era lontana anni luce da questo approccio!      Flash 300

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/09/flash-di-alpinismo-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/08/08/flash-di-alpinismo-2/

http://www.alessandrogogna.com/2014/08/16/flash-di-alpinismo-3/

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Abracadabra

Abracadabra
di Heinz Mariacher (pubblicato su ALP n. 2, giugno 1985)

Un tempo per me, come dettava la tradizione, arrampicare significava esclusivamente montagna. Ogni estate si andava in Dolomiti, cercando di ripetere le vie più difficili. Dopo averle fatte tutte, non vedemmo altre possibilità di miglioramento che arrampicare con il cronometro e fare più vie nello stesso giorno. Avevamo già sentito parlare del free-climbing, ma non l’avevamo preso sul serio, perché veniva praticato solo in palestra.

Heinz Mariacher sulla via Cassin, parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, 1978. Foto di Almo Giambisi
Heinz Mariacher sulla via Cassin, parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, 1978. Foto di Almo GiambisiFu Pete Livesey, proveniente dalla scuola inglese dedita all’arrampicata libera, che nel 1979 durante un giro in Dolomiti ci mostrò che un alto livello nell’arrampicata rappresentava un notevole vantaggio anche in montagna: in breve tempo ripeté il Pilastro della Tofana per la via Costantini interamente in libera (rotpunkt, cioè da capo cordata, senza attaccarsi o riposarsi sui chiodi e senza voli). Fece poi la Lacedelli alla Cima Scotoni sempre in libera, ma con un riposo su un chiodo, e superò la via Buhl alla Roda di Vael con soli 6 chiodi di progressione.

Fu un esempio concreto e affascinante, che rappresentava un chiaro metro di paragone con il quale confrontarmi senza dover scendere a valle. Tentai il Pilastro della Tofana senza riuscire a passare, perché mi mancava la forza negli strapiombi. Mi convinsi che era necessario un allenamento specifico, da affiancare all’arrampicata in montagna, per raggiungere simili livelli in arrampicata libera. Senza ancora interpretare l’arrampicata in bassa montagna come un fatto determinante o addirittura fine a se stesso, ho così cominciato a frequentare anche un po’ le palestre, al fine di ripetere le prestazioni di Livesey. Nel frattempo, in Dolomiti, ho continuato la mia ricerca delle massime difficoltà, indirizzando la maggior parte delle mie energie sulla splendida parete sud della Marmolada.

La conoscevo fin dal 1975 e vi avevo aperto anche 10 vie nuove, con difficoltà fino al sesto grado superiore. Il nostro gioco seguiva regole ben precise: pochi chiodi, niente artificiale, niente chiodi a pressione o spit, niente bivacchi… E ora volevo fare di più. La sfida che sentivo nei confronti dell’arrampicata non si realizzava più sui soliti itinerari classici, che mi apparivano tutti uguali l’uno all’altro. Così nel 1980 ho aperto la via Abracadabra, la prima via della Marmolada nell’ordine del VII grado, e oltretutto assai più pericolosa delle altre per la roccia friabile che non permette buone possibilità di assicurazione.

Ogni stagione mi sentivo più sicuro delle mie possibilità e, nell’estate del 1982, ho affrontato il confronto diretto con le prestazioni di Livesey alla Roda di Vael: sono passato sulla via Buhl interamente in arrampicata libera (rotpunkt). Un anno prima Guellich e Albert erano riusciti a passare con due soli punti di riposo e avevano dichiarato difficoltà di VIII+. Forse la via Buhl in libera resta ancora oggi la più difficile arrampicata delle Dolomiti. Già allora arrampicavo sempre con Luisa Jovane. Lo stesso anno abbiamo sfiorato l’ottavo grado sulla Sud della Marmolada, aprendo dal basso e senza nessun chiodo a pressione la via Moderne Zeiten (via dei Tempi moderni). È stato il massimo livello che ho raggiunto prima di dedicarmi sistematicamente al freeclimbing, allenandomi principalmente a casa e preparandomi fisicamente prima dell’estate.

Uno dei motivi che mi hanno spinto ad abbandonare in parte la mia parete preferita, la Sud della Marmolada, è stato l’arrivo di arrampicatori che non stavano alle nostre regole del gioco e che con l’artificiale e con i chiodi a pressione superavano i problemi che noi avevamo cercato di risolvere in libera. A partire dal 1983 abbiamo cominciato a frequentare Arco e la Valle del Sarca, aprendo nuovi itinerari accanto a quelli classici ormai superati. Abbiamo iniziato ad arrampicare in tutte le stagioni, escluso l’inverno, utilizzando anche gli spit per protezione: il calcare della Valle del Sarca è buono soprattutto sulle placche compatte e non fessurate. Così è cresciuto ancora notevolmente il livello delle difficoltà e, progressivamente, mi sono specializzato nell’arrampicata a bassa quota: talvolta in montagna cammini per delle ore e arrampichi per tutta una giornata sugli sfasciumi, per poi superare solamente pochi metri veramente paragonabili alle arrampicate estreme di Arco.

Luisa Iovane e Heinz Mariacher, agosto 1982, Agordo
Luisa Iovane e Heinz Mariacher, 1982L’estate scorsa (1984) ho realizzato solo tre o quattro salite in Dolomiti, fra cui il Pilastro di Mezzo al Sasso della Croce con un cliente e la via Maestri alla Roda di Vael, dove non sono riuscito ancora a fare completamente in libera l’ultimo tiro. Inoltre abbiamo ripetuto la temutissima via del Pesce sulla Marmolada (via Koller-Šustr): c’è un passaggio in libera eccezionalmente difficile (VII+) con un chiodo molto cattivo come unica sicurezza lontano sette metri, tanto che viene da pensare che Šustr, di appena diciassette anni, non fosse del tutto a posto quando è passato per primo. Una simile difficoltà superata in questo stile, secondo me, è stato un vero passo avanti nella storia dell’arrampicata libera.

Alla luce di tutta questa esperienza, penso che arrampicare a pochi metri dall’auto non sia certamente un semplice sport o una pura ginnastica come molti alpinisti classici sostengono. Al contrario, richiede un’eccezionale forza psichica, almeno quanto in montagna. Ad Arco tento il tutto per tutto, spesso superando il limite del volo, per raggiungere le massime difficoltà; in Dolomiti, al contrario, mantengo sempre una buona riserva, perché diversamente sarei un pazzo. Mentre in palestra si vola sul serio, in montagna nessuno considera davvero la possibilità di cadere: la paura nel primo caso è molto più reale, anche se i voli non sono necessariamente pericolosi.

L’avventura esiste ovunque, sia in palestra sia in montagna; ognuno è libero di cercarsi l’avventura che desidera, non dipende dall’altezza della parete. Comunque, nonostante tutto, credo che in futuro svolgerò gran parte della mia attività in montagna, perché lì lo sviluppo dell’arrampicata libera è ancora molto limitato e l’ottavo e il nono grado in stile classico rappresentano una grande sfida aperta (per stile classico intendo l’apertura delle vie dal basso, senza artificiale).

Mi riferisco però al vero ottavo e nono grado, non a quello che molti oggi sostengono di superare: è un problema di correttezza di valutazione, dato che in montagna si tende sempre a sopravvalutare. In generale il rischio come fattore di difficoltà assumerà sempre maggiore importanza e, anche a bassa quota, ci si dovrà abituare a una chiodatura sempre più scarsa.

Oggi molti considerano l’arrampicata come uno sport, ma non essendoci per ora gare che permettano confronti diretti (l’intervista è stata condotta prima dell’ufficializzazione delle gare di Bardonecchia, NdR) un fattore determinante rimane l’onestà verso se stessi e verso gli altri. Purtroppo c’è sempre qualcuno che vende le proprie fantasie come grossi risultati sportivi.

Una volta, quando arrampicavo solo in montagna, era tutto più facile. Oggi l’arrampicata di alto livello richiede una preparazione sempre più intensa e la rinuncia a molti piaceri della vita.

Col dei Bous (Fedaia), parete ovest, tentativo di prima ascensione. Heinz Mariacher sulla seconda lunghezza, 29 luglio 1986
Col dei Bous (Fedaia), parete ovest, tentativo di prima ascensione. Heinz Mariacher sulla seconda lunghezza.Heinz Mariacher
Nato nel 1955 a Wörgl, in Tirolo, è attualmente uno dei più forti arrampicatori a livello europeo. La sua attività di alpinista ha avuto inizio in giovanissima età, verso i tredici anni, quando ha ripetuto in solitaria — nel Kaisergebirge — il suo primo itinerario di V grado. In pochissimi anni ha percorso tutte le più difficili vie del Kaiser e, nel 1974, si è distinto ripetendo in appena sei ore, da rifugio a rifugio, le vie Comici e Cassin sulle pareti nord delle Cime di Lavaredo. L’estate successiva ha salito da solo la via Lacedelli alla Cima Scotoni e la Vinatzer alla Sud della Marmolada.

Poi è iniziata una fase di riflessione e di ripensamento, volta alla ricerca di un rapporto essenziale con la natura che avrebbe dovuto sfociare in un’esperienza come trapper in Alaska. Ma infine l’arrampicata ha di nuovo preso il sopravvento, unitamente alla conoscenza di Luisa Jovane, compagna di Heinz nella vita e in montagna. È seguita una campagna assai efficace in Yosemite, con veloci ripetizioni della via del Nose e della Salathé al Capitan, e poi un viaggio in Hoggar con la realizzazione di numerose vie nuove.

Le successive ripetizioni e prime salite in Dolomiti, tutte in stile rotpunkt e cioè secondo un’etica di severa purezza stilistica, costituiscono un elenco eccezionale: vie Soldà e Vinatzer-Messner alla Marmolada, Pilastro di Mezzo al Sasso della Croce, Bellenzier alla Torre d’Alleghe, Pilastro della Tofana (via Costantini), Carlesso alla Torre di Valgrande, Gogna alla Marmolada, Buhl alla Roda di Vael. In solitaria assoluta, cioè senza corda né assicurazioni, ha percorso quasi tutte vie del Piz Ciavazes e la Fessura Conforto alla Marmolada.

Tra tutte le realizzazioni di Mariacher (più di 40 itinerari di estrema difficoltà) spiccano nettamente per continuità e per impegno i 12 percorsi sulla Sud della Marmolada, la parete preferita da Heinz e compagni. Le vie nuove sulla Marmolada sono state sempre effettuate in giornata, esclusa Tempi Moderni. Parallelamente a questo eccezionale terreno d’azione, Heinz ha individuato un campo di arrampicata privilegiato nella Valle del Sarca, agibile in tutti i mesi dell’anno. Qui, in compagnia di Luisa, di Manolo e di Roberto Bassi, Mariacher ha raggiunto forse i massimi limiti in arrampicata libera delle palestre italiane (paragonabili a pochi altri centri del territorio nazionale), aprendo un gran numero di itinerari in stile rigorosamente “pulito” (niente assicurazioni dall’alto, niente attrezzatura preventiva della via, resting o simili) e mantenendo un metro di valutazione estremamente severo applicato alla scala aperta UIAA.

Mariacher scopre la parete sud della Marmolada da solo, nel 1976, salendo la via Vinatzer lungo l’itinerario originale del grande arrampicatore gardenese.

Gli anni successivi sono tutto un susseguirsi di prime salite sulla grande muraglia, in stile elegante e pulito: dodici vie in tutto senza un bivacco e senza un solo chiodo a pressione. Nel 1978 Mariacher apre con Ludwig Rieser e Reinhard Schiestl la via Hatschi Bratschi alla Marmolada d’Ombretta, un itinerario di gran classe comparabile alla via Don Quixote dell’anno successivo. Nel 1979 è la volta del Nuovo Pilastro Sud alla Punta Penia (con Luisa Jovane, Franz Kroll e Peter Brandstätter), e poi della Wogelwild e della Zulum Babalu. Mariacher e i suoi giovani compagni lasciano sbalordito l’ambiente alpinistico tradizionale per la rapidità con la quale aprono itinerari di 600-1000 metri d’altezza, su una parete dalla fama severissima, simbolo incontrastato (con la Nord-ovest della Civetta) del grande alpinismo dolomitico.

Heinz Mariacher al punto più alto del tentativo al Col de Bous, 29 luglio 1986. La foto divenne poi la copertina di Sentieri Verticali
Heinz Mariacher al punto più alto del tentativo al Col de BousNel 1979, en passant, Mariacher sale da solo (senza nessuna attrezzaura appresso, neanche la corda) la fessura Conforto e poi dà inizio alle prime grandi ripetizioni in completa arrampicata libera come la Vinatzer-Messner (con Luisa) e la Soldà (con Luisa e con Almo Giambisi): i chiodi non si toccano, neanche per riposare, e il primo sale a vista, senza nessuna assicurazione preventiva. Il 1980 è l’anno delle nuove vie Sancho Pansa e Abracadabra, itinerari di grande impegno e di concezione moderna ed evoluta, come pure la via della Mancha aperta da Heinz e Luisa l’anno successivo. Nel febbraio del 1982 Mariacher ritorna sulla Marmolada in pieno inverno, con Rieser, e traccia un altro difficile itinerario, la via dell’Ombrello. Poi in primavera riesce a salire in libera la via Ezio Polo e apre uno dei più spettacolari itinerari della parete, la Moderne Zeiten, tra la via Gogna e la variante Messner alla Vinatzer.

Nel 1981 i cecoslovacchi Koller e Šustr superano, con manovre rocambolesche, la paurosa placconata compatta a destra della via dell’Ideale. Mariacher e compagni sono i primi ripetitori della via del Pesce nell’estate 1984, dove riscontrano difficoltà eccezionali, con un passaggio ai limiti dell’allucinazione, data la quasi totale impossibilità di proteggersi.

postato il 19 novembre 2014

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Flash di alpinismo 6

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 06 (6-13)
di Massimo Bursi

Clean climbing
Ricorda la roccia, l’altro scalatore – arrampica pulito (Yvon Chouinard e Tom Frost).

Queste sono le ultime parole dell’articolo che nel 1972 Yvon Chouinard e il suo amico nonché socio in affari, Tom Frost, pubblicarono sul catalogo della Chouinard Equipment. L’articolo, intitolato Una parola, incentivava l’utilizzo dei nut al posto dei chiodi. Tale articolo, vero manifesto, vera origine della rivoluzione del Nuovo Mattino, cambiò le abitudini degli scalatori.
Vale inoltre la pena sottolineare che tale articolo cambiò anche le sorti della azienda Chouinard Equipment che smise di vendere chiodi inquinanti e cominciò a vendere nut verdi.

La parola chiave cui Chouinard e Frost facevano riferimento era clean, cioè pulito.
Nel catalogo subito dopo questo manifesto segue un articolo molto interessante di Doug Robinson che spiega cosa si intenda, bene, per arrampicata pulita.
Clean climbing è arrampicare solo con i nut per proteggersi.
Clean perché la roccia rimane inalterata quando passa lo scalatore.
Clean perché niente è martellato nella roccia o estratto a martellate, lasciando quindi indelebili tracce sulla roccia e un’esperienza meno naturale per il prossimo scalatore.
Clean perché la protezione dello scalatore lascia poche tracce del suo passaggio.
Clean è scalare la roccia senza cambiarla; un passo più vicino alla scalata naturale per l’uomo naturale.
Doug Robinson, Yvon Chouinard e Tom Frost riconoscono una doppia valenza nel clean climbing: ambientale e interiore.

Lascia l’ambiente naturale incontaminato, non inquinare, non rovinare la roccia ma soprattutto lascia spazio all’avventura e non banalizzare l’arrampicata a puro esercizio fisico.

Yvon Chouinard, uomo-manifesto del clean climbing, ripreso con i suoi exentric e stopper, fotograto da Tom Frost.
Questa fotografia è presa dal catalogo Chouinard del 1972 che segna l’inizio del Nuovo Mattino.
Flash6-01

Il Pesce
Abbiamo aperto il Pesce con le scarpe da calcio, levandoci i tacchetti. Erano buone per arrampicare (Igor Koller, durante una conferenza).

In tre giorni consecutivi di arrampicata, il 2, il 3 e il 4 agosto 1981, Igor Koller e Jindrich Sustr salirono Der Weg durch den Fisch lungo la parete d’argento della Marmolada.

La parete d’argento era un obiettivo ambito su cui aveva messo gli occhi anche Heinz Mariacher il quale aveva fatto qualche tentativo usando il suo metodo di percorribilità. Mariacher provava a salire assolutamente in arrampicata libera e senza utilizzare chiodi a pressione, e se non ci riusciva, o per le difficoltà elevate o perché non in giornata, scendeva in doppia o tagliava su un altro itinerario più facile. Questo metodo, utilizzato da Mariacher, spezzava l’unità temporale dell’impresa ma si concentrava sullo stile e sul come veniva aperto un itinerario seguendo un’etica rigorosa in fatto di chiodatura: una somma di tentativi in libera per spingere il limite sempre più in su.

Quell’estate arrivarono Igor Koller e Jindrich Sustr. Koller rappresentava la mente della cordata: lui conosceva la parete, aveva esperienza, era un eccellente scalatore metodico e ben organizzato.

Sustr invece, e qui si entra nella leggenda, era un abilissimo scalatore molto dotato, tutto genio e sregolatezza di appena diciassette anni. Fu lui che percorse da capocordata i tiri più difficili della via e così come entrò nella scena alpinistica, altrettanto velocemente, ne uscì.

Di lui abbiamo poche fotografie d’epoca dove lo vediamo con un’imbragatura cucita a mano secondo la tradizione di allora dei paesi dell’Est e con un casco assai buffo. Poi sembra che si sia dato alla meditazione, forse arrampica ancora o forse no.

Rispetto a Mariacher, l’approccio di Igor Koller con la Parete d’Argento era decisamente diverso: a lui interessava aprire velocemente l’itinerario e non gli importava se doveva fare alcuni passi in artificiale e forse avrebbe piantato anche qualche spit se le difficoltà lo avessero richiesto. Il risultato è che aprirono la via in tre giorni continuativi di arrampicata, senza spezzarne l’unità temporale, effettuando rischiosissimi passaggi di libera e di artificiale sui cliff. Il tutto senza ricorrere allo spit.

Riscrivi la storia dell’alpinismo considerando solo gli itinerari aperti al primo tentativo: le vie frutto di diversi tentativi non esistono più.

L’incredibile placconata del Pesce vista dall’alto, da una sosta quando il capocordata recupera il proprio compagno. L’idea di salire in un unico tentativo la parete testimonia l’eccezionale livello fisico e psicologico della cordata dei cechi.
Flash6-02

Terreno di gioco infinito
La nostra vita odierna mi sembra come a Nietzsche sommamente pericolosa e il mio compito finora fu sempre fare del male a me stesso e agli altri, in quanto smuovo sotto i nostri piedi il sasso apparentemente sicuro (Eugene Guido Lammer).

Eugene Guido Lammer, cui si è ispirato l’alpinismo eroico germanico di inizio novecento, ha teorizzato che l’uomo vive pienamente nelle condizioni di esaltato pericolo.
Lammer che, con il suo libro Fontana di Giovinezza ha ispirato tanti ragazzi ad affrontare il pericolo a testa alta, è stato responsabile morale di tanti incidenti in montagna.
Lammer che, come era solito dire, ringraziava la montagna di avergli fatto bagnare le labbra al calice della morte, paradossalmente morì di vecchiaia nel proprio letto.
Tutta questa esaltazione del pericolo, che segue i fili conduttori di Nietzsche, Julius Evola, e finendo alle aberrazioni del fascismo e del nazismo, proprio non ci piace.
Preferiamo contrapporre a questo alpinismo eroico fatto di paura e sofferenza la concezione alpinistica proposta dagli inglesi nella seconda metà dell’Ottocento dell’andare in montagna come un’attività sportiva, autonoma e definita.

Sono stati gli inglesi i veri precursori del Nuovo Mattino che hanno introdotto la dimensione del piacere e la concezione delle Alpi come terreno di gioco.
Un terreno di gioco infinito: una volta raggiunte tutte le vette, sarebbe toccato alle creste, poi alle pareti, poi alle invernali, poi agli itinerari, sempre più diretti, sempre più eleganti, infine alle varianti, sempre più difficili.

Tu oggi a cosa giochi?

Patrick Edlinger gioca così su uno strapiombo del Verdon: un gioco che non prevedeva la corda.
Un gioco pericolosissimo che sarebbe piaciuto al vecchio Lammer!
Quando i terreni di gioco delle Alpi stavano esaurendosi negli anni ‘70 alcuni ragazzi hanno cominciato ad aprire itinerari di placca sempre più arditi nelle gole calcaree del Verdon. Per alcuni anni questa fu la Yosemite dell’Europa.

Flash6-03Il rischio come compagno di gioco

La sicurezza è una birra davanti alla TV (Jerry Moffatt).

Si è ragionato molto sulla sicurezza in montagna e sulle vie con o senza chiodi a pressione e sulla falsa sicurezza che può dare una ferrata.
Jerry Moffatt semplifica il problema: se vuoi essere assolutamente sicuro, devi stare a casa.

Arrampicare è sempre un po’ pericoloso.
Tanti alpinisti più o meno famosi, sono scivolati sulla classica buccia di banana e sono morti su tratti semplici, in ferrata, in discesa o scivolando su un sentiero un po’ esposto.
Per non parlare di neve, crepacci o valanghe.
Se poi usciamo dalle Alpi e consideriamo l’Himalaya, lì la sicurezza non esiste proprio.

E’ forse per questo che molti scalatori, raggiunta la maggiore età, passano da un attivismo sfrenato nell’arrampicata ad altri sport, magari di fatica, dove non ci sia la componente del rischio. A volte ci si abitua al rischio e la troppa confidenza ti porta a sottovalutarlo.

Ricorda sempre che, oltre a te e al tuo compagno, legato con voi c’è sempre, invisibile, il rischio. Cerca di dominarlo.

Volo in parete: una volta non si poteva fare. Oggi l’imbragatura, la corda elastica e gli ancoraggi a tenuta di bomba consentono di spingere la dimensione del rischio.
Su certi itinerari si prova e si riprova fino a volare: volare è un rischio che fa parte del gioco.

Flash6-04

Friend
Iniziare un nuovo business è come avere a disposizione una corda da quaranta metri, nessun rinvio e un movimento di grado 5.10 di fronte a te, e tu puoi sentirti così per settimane (Mark Vallance).

La storia di oggi è la storia affascinante di un processo inventivo maturato per anni nella mente di un ingegnere aerospaziale americano, grande appassionato di scalate, che folgorato dall’idea lanciata da Yvon Chouinard e Tom Frost del clean climbing, cercava un modo di proteggersi adeguatamente sulle regolari fessure granitiche.

Ray Jardine iniziò a pensarci, studiare e a realizzare i prototipi del friend nel 1971, e grazie a questi prototipi riuscì ad aprire nuovi fantastici itinerari oggi classiche vie.
Ray Jardine era molto geloso di questi prototipi che teneva rigorosamente rinchiusi in un sacchetto di nylon blu e che estraeva solo in presenza di fidati amici e di fessure micidiali.

Un giorno Chris Walker stava andando ad arrampicare con Ray Jardine e, nell’avvicinamento, circondati da persone estranee, voleva sapere se Ray avesse con sé le cose preziose dicendo: “ehi Ray, hai con te gli amici?”

Se il nome dell’invenzione era facilmente risolto, la produzione industriale di questa invenzione fu un processo lungo e tormentato.

Nel 1972 Mark Vallance, uno scalatore inglese, incontrò e cominciò ad arrampicare regolarmente con Ray Jardine. Mark Vallance era un piccolo imprenditore, visionario, che si appassionò al progetto di Ray Jardine.
Dopo alcuni tentativi infruttuosi, solo nel 1977 nacque, in Inghilterra la Wild Country di Mark Vallance per la produzione industriale e la commercializzazione dei friend. Ray Jardine cominciò ad occuparsi della vendita in America di questo costoso oggetto del desiderio di ogni scalatore. Era iniziata una nuova era.

Se hai un’idea visionaria e ci credi fermamente, investi il tuo tempo, le tue energie e condividila con un amico.

Ray Jardine nella seconda ascensione del tetto di Separate Reality in Yosemite nel 1977. Se oggi, nel nostro zaino abbiamo questo costoso attrezzo che chiamiamo friend lo dobbiamo alla sua ingegnosità.
Inoltre questa splendida immagine è stata selezionata come copertina del libro Settimo Grado di Reinhold Messner, autentico punto di riferimento per il nuovo approccio all’arrampicata.

Flash6-05

La bravura del divertirsi
Quello di divertirsi in montagna ci è rimasto come un chiodo fisso, ancor oggi, se m’incontro con un mio vecchio compare parlando d’arrampicatori, alpinisti, ci è chiaro che non facciamo un problema morale se sia meglio questo modo di fare o quell’altro, ma veniamo al sodo. Si divertono? Sì. Che bravi. No. Son degli stronzi. L’allegria è uno stato di leggerezza e più sei libero, più lei si lascia tentare (Andrea Gobetti).

Andrea Gobetti, vecchio animatore del Circo Volante – il gruppo di amici torinesi che spinse il Nuovo Mattino – noto più per le uscite goliardiche che per le arrampicate, sintetizza la vera essenza dell’arrampicatore: divertirsi e vivere lo stato di leggerezza causato dalla scalata.

Il resto passa tutto in secondo piano.
E’ questa una lezione del sessantotto – una risata vi seppellirà – che si è persa nel tempo.

Quando vado ad arrampicare, troppi ragazzi sono così presi dall’ansia della prestazione e dall’allenamento intensivo che perdono lo spirito iniziale che si cercava: l’evasione dal mondo ordinario, la fuga dalla fabbrica, la fuga dalla scuola e dai laccioli della società.

Peccato che i nuovi vincoli sportivi sostituiscano i vincoli da cui si stava cercando di scappare.
Allora se l’arrampicata diventa troppo importante, troppo seria, non ci si diverte più.

Nella tua arrampicata, cerca di rimanere il bambino di sempre: non voler crescere e diventare adolescente.

I Sassisti della Val di Mello negli anni Settanta: loro sì che sapevano divertirsi! La Val di Mello è egualmente distante dal rigoroso e tradizionale spirito conservatore delle Dolomiti e dal pesante, pacato modo di vivere dei piemontesi. (Mozzati e Madonna)

Flash6-06

Atlantide
Era incredibile, semplicemente incredibile. C’era quella successione continua di pareti di granito, una più bella e più grande dell’altra, dove era ancora tutto da fare, tutto. Era come scoprire una Yosemite dietro la porta di casa. Per me, abituato alle piccole pareti del Galles e del Derbyshire, sfruttate fino all’ultimo appiglio, era un paradiso in terra. C’era più roccia vergine sul solo Caporal che in tutta Snowdonia. Dovevamo solo decidere dove andare, era assolutamente incredibile che ci fossero ancora posti così (Mike Kosterlitz).

In centodieci anni abbiamo consumato quasi tutta la roccia del mondo.
Con la rivoluzione dell’arrampicata libera, negli ultimi quarant’anni, abbiamo esplorato, piantato chiodi, usato, lisciato e consumato pareti che erano lì da migliaia di anni.

E’ rimasto ancora qualcosa di inesplorato o non salito? Sicuramente sì ma in continenti lontani o con lunghi avvicinamenti o con sezioni di roccia pericolose.
Insomma tutto ciò che era bello e a portata di mano è già stato colonizzato. Il problema, il grosso problema è che alcune meravigliose rocce e vie sono state consumate, lisciate dalla ripetizione.

Difficilmente le nuove generazioni potranno provare il magico stupore provato da Mike Kosterlitz nel 1979, fisico universitario, arrivato in Italia per uno scambio culturale fra università, con la forte passione dell’arrampicata.
Mike Kosterlitz, abituato alle piccole falesie del Galles dove ogni metro quadrato di roccia era stato antropizzato e preservato, rimase letteralmente colpito quando gli amici torinesi del Nuovo Mattino lo portarono in Valle dell’Orco ricca di pareti, placche, fessure, spigoli ancora da salire.

Ancora oggi la soddisfazione più grande per noi malati di roccia è trovare una falesia non salita e provare a salire dove non è mai salito nessuno.
E’ anche bello arrampicare in zone note e vedere fasce rocciose ancora da salire e sognare che queste saranno il banco di prova delle nuove generazioni.
Spesso gli scalatori sono molto gelosi di queste loro scoperte ed ecco che i posti nuovi rimangono segreti per qualche anno.

In ogni dove si sogna l’esistenza di una grande e fantastica parete di roccia compatta e perfetta chiamata Atlantide.

I fratelli Yves e Claude Remy, pioneri svizzeri dell’arrampicata moderna, si divertono da almeno trent’anni a trovare pareti di roccia meravigliosa in giro per il mondo nei posti meno battuti: dalla Svizzera ai deserti della Giordania. Forse la loro scoperta più celebre è la parete dietro a casa chiamata, non a caso, Eldorado, in Grimsel, caratterizzata da granito monolitico di colore pastello.

Flash6-07

Un dattero
Un uomo nel deserto vive tre giorni con un dattero: il primo mastica la pelle, il secondo mangia la polpa e il terzo succhia il nocciolo. Se penso a quante cose ho portato con me, quasi me ne vergogno (Carla Perrotti).

Ora capisco perché i Tuareg siano così asciutti: con questa dieta non ingrassano di certo. Ripenso alla mia fatica per perdere un paio di chili di peso. Tutti noi a quante cose superflue siamo attaccati?

Quante cose siamo costretti ad avere? Quanta carta, plastica, lattine, imballaggi dobbiamo eliminare?

Quando arrampichi in parete hai sulla schiena tutto il necessario per uno o due giorni di sopravvivenza e ti senti ricco.
Ricordi con quanta cura selezioni il materiale alpinistico necessario, le scorte di cibo e di vestiario?

Se ciascuno di noi ponesse la stessa attenzione meticolosa nella vita di tutti i giorni forse ci basterebbe uno zaino un po’ più grande per condurre una serena vita essenziale.

Avete notato che gli scalatori sono tutti uguali? Pochi vestiti ma funzionali, attrezzatura ridotta all’osso, pochi soldi in tasca, quelli necessari per il prossimo viaggio, ma tanta carica ideale, tanta motivazione.

Facciamo il deserto attorno a noi e portiamoci appresso solo lo stretto indispensabile. Liberiamoci dal consumismo, anche in montagna.

Ad Alain Robert serve veramente poco per scalare il camino di un grattacielo: un paio di scarpette e un sacchetto di magnesite.

Flash6-08

Gradini
Tornate sani, tornate amici, arrivate in cima: in questo preciso ordine (Roger Baxter Jones).

La mia chiave di lettura di questa espressione è la seguente: precedenza alla vita, all’amicizia e alla serenità di aver raggiunto l’obiettivo.

Un’altra chiave di lettura potrebbe essere: “Fai quello che devi fare, ma senza rischiare troppo e senza rovinare l’amicizia con il tuo compagno”.

In ogni caso il concetto è chiaro, bisogna stabilire una gerarchia di valori da rispettare e la salute è sul gradino più alto.

Nessuna cima, nessuna parete vale un tuo dito. Senza il tuo dito non potrai più accarezzare la tua ragazza. Senza il tuo dito non potrai fare boulder. Senza il tuo dito tuo figlio non potrà prenderti per mano.

Su un altro gradino valoriale si trova l’amicizia con il tuo compagno di cordata.
C’è sottinteso un concetto forte e non scontato: il compagno con cui ti leghi diventa o è già un tuo amico.
Non è un semplice socio o partner che ha un obiettivo in comune con te. E’ un amico.
L’amicizia vale più della cima da raggiungere.

Infine, solo se è possibile, allora potrai anche raggiungere la cima. La cima è fredda, non ha vita. La cima sarà lì anche l’anno prossimo. La cima ti aspetta sempre.

Amico guarda dentro te stesso e non barare. Se finora ti è andata bene, non andarne fiero, ricordati che non è stato solo merito tuo. Semplicemente non era il tuo Momento.

Quante volte ti sei legato con un compagno solo per l’ambizione di “fare la via” e quel compagno era l’unica persona libera che potesse venire con te? Quante volte hai rischiato troppo e stupidamente?

Estate 1961. Monte Bianco, Pilone Centrale del Freney, cordata francese al bivacco prima della salita: Antoine Vieille, Pierre Kohlman, Robert Guillaume e Pierre Mazeaud.

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Estate 1961. Monte Bianco, Pilone Centrale del Freney: dopo la disperata impresa, Pierre Mazeaud unico sopravissuto francese in stato di evidente shock. Assieme ai francesi c’era anche la cordata italiana di Walter Bonatti, Andrea Oggioni e Roberto Gallieni.

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Una nuova via
Partiti in due siamo andati all’arrembaggio della fantasia, filibustieri del tempo contro il nulla (Chantal Mauduit).

L’ignoto. Che cosa è l’ignoto per uno scalatore?
Molto spesso l’ignoto è trovarsi su un muro di roccia e non sapere come fare a scalarlo, se si possa salirlo e una volta in alto se si potrà mai piantare un chiodo per far arrampicare il proprio compagno.
L’ignoto è forzare con la fantasia una linea che esiste solo nella tua testa e che cerchi inutilmente di spiegare al tuo compagno, che proprio non riesce a comprendere.

Aprire una via è il vero sforzo creativo dello scalatore che getta il cuore oltre l’ostacolo e che con una manciata di chiodi crea la via.

La via avrà un nome, una relazione, un tracciato, forse alcune ripetizioni, ma da quel momento quella non via non ti apparterrà più, apparterrà al popolo dei climber.

Magari un giorno qualcuno dirà che ci sono pochi chiodi e che è troppo pericoloso o forse ci sono troppi chiodi e la via così tracciata è diventata una ”scala per galline”.

Infine la tua via cambierà i connotati, di te rimarrà solo un nome e una data su un libro, a te quella via ricorderà per sempre un momento unico, un giorno particolarmente creativo e in cui non avevi paura di salire il muro dell’ignoto barbaramente attaccato a piccoli appigli.

Aprire una via è liberare la fantasia del bambino scalatore.

Yosemite, uscita dalla via Pacific Wall da parte di Jim Bridwell e compagni nel 1975. Un grande sforzo creativo coronato dal successo. Forse a loro del successo non gliene fregava niente. Sapevano che lì c’era uno spazio ed una linea naturale che bisognava percorrere.

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continua

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