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In su e in sé, parte 1

Intervista ad Alessandro Gogna (prima parte) tratta da In su e in séalpinismo e psicologia, Priuli&Verlucca, 2007
a cura di Giuseppe Saglio e Cinzia Zola

L’alpinismo è sempre stato fatto di imprese e di sogni. Di limiti oggettivi e soggettivi da superare o da negare…
Nei decenni passati i media avevano occupato spazi dell’ambito alpinistico, con il bisogno di superare o di negare i limiti individuali attraverso le spinte della spettacolarizzazione di ogni evento. Si cercava di spingere più avanti, tramite l’altro, il limite personale.
Ricordo che Emanuele Cassarà, in quegli anni, era quasi risentito con me perché avevo trovato il mio limite. Una situazione analoga mi era capitata con Ambrogio Fogar. Mi aveva invitato più volte alla sua trasmissione televisiva. Ci eravamo incontrati anche in altre occasioni, alle conferenze di Messner, e lui mi ripeteva sempre le stesse parole: «Eh certo, Gogna, tu mi stupisci veramente! Perché ad un certo punto della tua carriera non sei andato avanti? E’ come se ti fossi fermato. Potresti anche adesso fare delle cose che, comunque, continui a non fare. Che cosa te lo impedisce?» Io lo guardavo e rispondevo: «Sai, ognuno ha il proprio destino. Io sto bene così! Non è che, non avendo fatto questo o quest’altro, sto male». E lui mi diceva, allora: «Eh sì, però sto male io!» Più chiaro di così…

Hermann Buhl
Insueinsé-HB-9Penso al riconoscimento del limite come riconoscimento di sé. Ciò che sta oltre la vetta. E poi c’è l’obiettivo mai raggiunto, il senso di incompiuto, la finitezza del confine, l’insoddisfazione che resta – come diceva Gervasutti…La consapevolezza del limite si può avere in tanti modi. Sentirsi fermati da qualcosa di più forte, come la natura… Dopo di che non dico che siano state soddisfatte molte delle pulsioni che possono esserci dietro, ma qualcosa comunque è stato raggiunto. E’ stato raggiunto il limite e l’individuo si riconosce in questo; non vuole superarlo e quindi si ferma. A volte cambia sport, cambia attività. Si dà alla vela. Succede… Scopre improvvisamente che ci sono altri mondi…
Poi c’è la scoperta del limite attraverso la conoscenza. Ci si trova, improvvisamente, in un mondo che non è conosciuto. E cioè il mondo di tutte le cose che ci portiamo dentro. A vari stadi, a vari livelli. Io ho fatto un’analisi e ho conosciuto la psicologia junghiana. Di Adler so poco, ma qualcosa so.
Scoprire i propri limiti – punto e basta – può essere utile per la salvezza della persona fisica. Non credo possa essere utile da un punto di vista formativo. Scoprire i propri limiti invece nell’ambito di una ricerca interiore, ci porta di fronte a qualcosa che è dentro di noi e che non è propriamente “volontà”. Ci si trova in un mondo più grande, in una dimensione diversa. E questa dimensione è quella del proprio inconscio. Allora si guarda tutto ciò che accade intorno con criteri di valutazione che non sono solamente pratici, semplici o concreti (anche se questi sono, ovviamente, presenti), ma non sono neppure “psicologizzati”.
Se ho consapevolezza del limite in questo ambiente, posso avere la speranza che succeda qualcosa di positivo. Di fronte a certi sogni, ci si sveglia con la coscienza di aver vissuto qualcosa di veramente grande, non per merito, ma perché questo mondo intorno ci è stato aperto. Non solo. Diventa possibile anche intervenire, mettendo un piede qui e un piede là. A poco a poco, ci si avvicina a meccanismi interpretativi, a volte infiniti, ma comunque sempre importanti. Il fatto che ci sia un limite diventa, allora, assolutamente trascurabile. Diventa uno dei tanti limiti che abbiamo. In fin dei conti è una finzione anche quella.
Il vero limite è un altro. Non è circoscritto in un ambito di “gioco”, di “questo non lo so fare”. Da solo, in cima all’Everest senza ossigeno, non ci andrò, questo è sicuro. Non perché non ho più l’età, ma perché non l’avrei fatto neanche vent’anni fa. Perché è così! Oppure l’avrei fatto solo in determinate condizioni… Forse avrei potuto anche farlo, ma certamente non ho voluto. Questo è il limite di un gioco, nell’ambito di alcune regole ben precise.
Ecco perché il discorso dell’alpinismo può essere cacciato fuori dalla finestra: perché si riconosce che non è importante. Però poi ritorna. E’, in effetti, un meccanismo di ascesi, di chiara e lampante verità.
Nel momento in cui riesco a ritornare in montagna, senza idee di record, di cronometrare i tempi, senza l’idea di scrivere una guida, ma solo per andare così e basta… allora questa è una fotografia vera, vicina alla verità. Posso fare la stessa cosa sedendo anche qui, sotto un albero, in posizione yoga, aspettando che mi arrivi l’illuminazione… però non è nei criteri occidentali. Oggi, qui, bisogna fare qualcosa. Dobbiamo toglierci dalla città, dove c’è un sacco di violenza. La gente è come in trappola, perciò andare via, ogni tanto, è necessario.

Il riconoscimento dei limiti, e quindi anche di un senso lato di inferiorità, porta al bisogno di salire e di andare oltre l’umano. La conoscenza vera corrisponde a riconoscersi in una dimensione umana.
E’ un po’ la storia del puer aeternus. Sono molto contento che siano finite, da parte della stampa, le pressioni nei confronti dell’alpinismo. Dopo l’orgia degli anni Sessanta e Settanta fino a metà degli anni Ottanta, con la chiusura dei quattordici Ottomila di Messner, tutto è rientrato nell’ordine solito delle cose. Non si parla più di exploit o di salite. Di invernali o di solitarie. Sono contento: era solo una forzatura. Uno come Jerzy Kukuczka è morto perché, veramente, non aveva visto i suoi limiti: voleva andare ancora oltre. Si è trovato di fronte alla Sud del Lhotse. Eterno “secondo”, dietro a Reinhold Messner. Doveva fare qualcosa di più!
La sua immaturità, fin quando è stata fresca e genuina (l’immaturità del puer), gli è stata utile. Poi seviziata dalle vicende quotidiane: “tirare la carretta”, mantenere la famiglia, arrabattarsi. Per un polacco, figuriamoci! Per un polacco che non lavorava! Già quelli che lavoravano sono dei poveretti.
Kukuczka era uno “alla fame”. Come Hermann Buhl. Un disadattato. Usiamo pure le parole secondo il loro significato. Con tutto il bene che volevo a Kukuczka!
Per questo è andato a morire sulla Sud del Lhotse. Ovviamente l’incidente c’è sempre. Però era anche spinto da chi gli aveva fatto dei contratti e gli aveva detto: «Tu sei Kukuczka. Sei un grande alpinista! Usa la nostra roba. Noi ti facciamo pubblicità, ti diamo qualche lira. Neanche tante. Tu fai le tue spedizioni, e andiamo avanti così per tre anni». Nessuno ha colpa. Sono felice, comunque, che non si possa più vivere di sponsorizzazioni. Sì, si può vivacchiare un po’, ma non più a livelli alti.
Renato Casarotto ha fatto la stessa fine. Sponsorizzato e sfortunato: spinto a fare determinate imprese, sovrumane, senza più quella forza che lo sorreggeva all’inizio. Ciò che rimane oggi dell’alpinismo, è un fatto più personale. Se volontà di potenza ci deve essere, che sia mia e basta! Non mia, perché qualcuno mi costringe a fare!
Quando non avevo chiarezza di queste cose, mi stupivo moltissimo di una nazione come la Svizzera, che ha tanti alpinisti così bravi, come Loretan e Troillet. Gente fortissima con la montagna nel sangue. Apre la porta di casa e va… Mi stupivo che non avessero mai prodotto fenomeni alla Bonatti o alla Messner, nomi grossi, alpinisti da grandi imprese. Gli svizzeri, invece, sono rimasti sempre molto appartati: i loro protagonisti non sono mai stati messi in luce. Attribuiscono importanza all’andare in montagna, non all’eroismo…
Oggi io sono in grado di capire. L’alpinismo deve essere così! Un fatto individuale, tra amici. Ci deve essere passione, gioia nell’arrampicare, anche volontà. Però tutto deve restare contenuto in un modulo personale.
Nelle disgrazie degli ultimi decenni, invece, è contenuta la corsa alla vetta. Sul K2 nel 1986 e anche nel 1996. Gente che andava in cima approfittando delle tracce degli altri, dei campi degli altri, sorpassandosi, scavalcandosi, calpestandosi. Per che cosa? Non si capisce. Che esperienza poteva essere quella…? Non ho mai colto il senso di accalcarsi tutti insieme su uno stesso obiettivo. E poi la montagna, soprattutto, finiva in secondo piano. Quando la competizione assume questa importanza esagerata, la corsa alla vetta diventa la cosa più importante e la montagna diventa soltanto uno sfondo, un palcoscenico. E’ allora che diventiamo più esposti. Nel nostro interno si crea una defaillance, un’esposizione pressoché totale al pericolo. Così sono nati i problemi nel 1986 sul K2.
C’è sempre la morte a far da sfondo: la morte è sempre la prova di tutto. Non abbiamo altra meta: si tratta di come arrivarci. Se arrivarci come bambini o come adulti; se arrivarci avendo sofferto come bestie o dopo una vita serena. Di scelte ne abbiamo tante. Qualunque disgrazia in montagna ha una o più motivazioni profonde.
La volontà di potenza o il sentimento di auto-affermazione sono stati i fattori più importanti negli ultimi decenni. Prima era diverso: ci si trovava famosi in quanto veramente bravi e non c’era la corsa a diventare famosi.
La leggenda! L’alpinismo è parecchio leggenda. Mi preoccupava che lo stesse diventando sempre meno.
Non si può nemmeno parlare di alpinismo in termini di confronto sportivo. Perché le condizioni cambiano. Non cambiano solo gli alpinisti. Cambia il tempo, cambia la natura. Allora cosa pretendi? Come può l’alpinismo essere uno sport con tutte quelle convenzioni precise? E’ impossibile! Non si può neppure fare la storia di queste cose. I paragoni, poi! Non avrai mai la classifica! E’ assurdo parlare di classifica. Eppure c’è chi rifiuta tutto questo e vuole continuare nella finzione: i giornalisti sportivi… Sanno perfettamente che c’è chi va a tremila metri, si fa prendere il sangue e poi lo usa il giorno della gara. Si fanno le gare con il sangue rifatto. L’alpinismo deve restare un gioco e c’è chi sta barando… Allora è importante poter dire: questo non mi interessa più, voglio andare a fare le cose per conto mio.

Jerzy Kukuczka
Insueinsé-kukuczka191Quando è iniziato quell’alpinismo di ricerca di cui sei stato un grande protagonista e innovatore?
Quando abbiamo fatto la Nord-est del Badile nel ’67-’68. Eravamo tre Italiani con tre svizzeri famosi, incontrati per caso. Mentre arrampicavamo, ci siamo accorti che stava capitando qualcosa… elicotteri che giravano… Mai avremmo pensato che, senza aver informato la stampa, senza essere conosciuti, saremmo improvvisamente schizzati alla ribalta. Mai era successo prima. Un interesse collettivo di amore. Una cosa incredibile! Veramente magica. Prima, l’interesse era focalizzato solo sulle grandi imprese e sui grandi personaggi come Maestri e Bonatti, molto carismatici. Al di là di loro, non si andava. Con noi, hanno ritrovato dei protagonisti nuovi e da lì è nato tutto il resto…

Partendo da Un alpinismo di ricerca sei arrivato a La parete, il tuo lavoro più rappresentativo in questo senso. Per certi versi riconducibile a tre elementi principali: l’ambiente naturale, l’ambito sociale e la dimensione individuale. L’alpinismo di ricerca – potremmo dire – è iniziato con La parete. In particolare per quelle esperienze che hanno poi costituito, per te, una svolta. Mi riferisco all’Annapurna, al Lhotse e al K2. Ma comprendendo anche le vicende che si ritrovano in Rock Story: il “Nuovo Mattino”, l’alpinismo degli anni Settanta. Momenti cruciali che hanno dato forma a quello che è uno stile alpinistico, ma anche uno stile di vita.
Hai scritto che, attraverso l’alpinismo, si possono conoscere tutte le componenti che appartengono a quel fluire naturale degli eventi che costituisce il nostro destino. Riconoscendo però che l’ “alpinismo sociale” poteva anche essere una fuga dalla ricerca di sé.
L’alpinismo sociale per quanto mi riguarda è stato un periodo successivo a quello delle grandi conquiste, raccontate in Un alpinismo di ricerca. Possiamo definirlo periodo delle conquiste, in quanto sono stati gli anni in cui ho fatto le cose più importanti.
Nel mio cammino di montagna, fare le conquiste, le imprese, ha mantenuto un carattere di individualità. Al massimo divisa con un compagno, ma comunque sempre nella prospettiva individuale. Per un complesso di ragioni. Se vuoi, anche di crisi. Sono emersi aspetti che prima non vedevo e che ho un po’ tradotto, con un termine non mio, con alpinismo sociale. Improvvisamente ho capito di essere troppo individualista: intorno a me c’era una realtà che avevo tralasciato e dalla quale, più o meno volutamente, mi ero estraniato. Potrei dire una realtà non solo del sociale, ma anche degli affetti, di tutte le persone che avevo vicino. Ho vissuto nel mio mondo per un po’ di anni. Un sociale che si era cristallizzato su idee marxiste. Appena sfiorate, però. Ci credevo e le ritenevo interessanti, importanti: mi avevano colpito. Un’altra manifestazione dell’alpinismo sociale, seppur diversa, è l’attività svolta dal Club Alpino Italiano. In quanto club, è sociale per definizione. Organizza corsi, promuove una serie di attività tecniche, culturali che poi vengono spese sotto il nome di formazione, di diffusione della cultura alpinistico-montana, di salvaguardia, ecc. Non ho mai operato in associazioni di questo tipo, se non marginalmente: non mi andava di lavorare, più di tanto, con gli altri.
Quindi, da una parte l’alpinismo di conquista individuale e, dall’altra, la presa di coscienza del sociale mi hanno portato, insieme, a superare un gradino. Parliamo di evoluzione quasi dialettica alla Hegel. Cioè tesi/antitesi/sintesi. Sintesi che poi diventerà tesi o antitesi, e che verrà quindi ancora messa in discussione in un secondo tempo.
Le cose cambiano, per fortuna. Altrimenti tutto rimarrebbe fermo e sarebbe noiosissimo. La sintesi è diventata una tesi e mi sono reso conto che non bastava ancora. Oltre, c’era la ricerca individuale nell’ambito della propria sfera interiore: parliamo di inconscio, di analisi. Cose venute dopo. E’ stato un passaggio epocale per me. Trovarmi in un altro mondo, assolutamente affascinante, completamente sconosciuto.
La sintesi che poteva esserci stata prima è diventata immediatamente una tesi, che avrebbe avuto bisogno, a sua volta, di un’antitesi. Il mio rifugiarmi nella ricerca interiore era diventata la cosa più importante. Non era più la ricerca della “prima” o dell’impresa. E’ stato un salto notevole che però doveva essere bilanciato, per non correre il rischio di un altro, diverso, straniamento.
In quegli anni è stata fondata l’associazione Mountain Wilderness: mi sono impegnato. Abbiamo preso coscienza in molti di quel che era stato fatto all’ambiente. Il settore delle mie attività di pensiero “ambientale” ha fronteggiato e fatto da contraltare al mio impegno di ricerca interiore. E ora, sono ancora lì. Cerco di conciliare tutte queste diverse esigenze, comunicazioni, lettere, parole come una massa di informazioni da scartare o da far confluire in qualcosa. Che possiamo dipingere come la continua evoluzione di mondo interiore e di mondo esteriore, secondo un rapporto diverso e mutevole. Questa è stata l’evoluzione. Molto difficile, d’altra parte.
Nel 2003 ho diretto un confronto, in internet, che si chiamava Controscuola. Una specie di forum per trattare temi relativi alla montagna. Anche realtà individuali, problemi di crescita e di sviluppo interiore. L’esperimento è andato avanti sei o sette mesi, poi l’ho dovuto interrompere. Purtroppo qualcuno partecipava e più o meno inconsapevolmente ne alterava il significato. In un primo momento non mi sono sentito di intervenire d’autorità, pur essendone stato l’ideatore, ma ho ripetuto per un po’ di tempo: «Così non va, questa non può essere una ricerca della verità, stiamo dilaniandoci su cose che sono solo personali. E non può essere un motivo di interesse comune». Ho scritto poi una lettera a tutti quanti chiedendo di sospendere. Questo esperimento mi ha deluso, però faceva parte del sociale. Ho capito un’altra volta che la propria ricerca bisogna farsela da soli.

continua

postato il 18 ottobre 2014

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Flash di alpinismo 5

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 05 (5-13)
di Massimo Bursi

Pezzo di cretino
Pezzo di cretino, cosa ne sai tu della montagna, cosa ne sai tu della mia vita, delle mie idee? Certo tu ti senti a posto, ti senti sicuro, hai raggiunto una posizione, hai il futuro spianato; ma sei proprio sicuro di essere felice, hai tu provato una sola delle sensazioni che io ho provato?
No, non avevo sbagliato tutto, in montagna realizzavo me stesso (Giampiero Motti).

Ogni vero alpinista si crede incompreso e gli piace credersi diverso da tutti gli altri. Il proprio alpinismo diventa una bolla in cui isolarsi e in cui poter giustificare la propria incapacità di vivere assieme con gli altri.

Ogni alpinista pensa che le sensazioni che vive in parete siano uniche.

Ogni alpinista pensa che in montagna riesce a realizzare sè stesso e che gli altri, schiavi dei mille vincoli della pianura, saranno per sempre insoddisfatti.

Così in questo modo mettiamo in pace la nostra coscienza quando vediamo gli altri camminare mano nella mano con la loro ragazza, o sfrecciare allegri e leggeri sulle loro automobili.

Tu invece no, tu devi realizzare te stesso lassù!

Oggi scendi dal piedestallo su cui pensi di stare e non crederti questo superuomo!

Giampiero Motti mitizzato ad effigie come Ernesto Che Guevara. Motti in Piemonte ha sviluppato ed ideologizzato il movimento italiano della nuova arrampicata.
Al pari del Che, anche Motti ha ispirato molti ragazzi. Motti ha teorizzato un nuovo approccio con la montagna e con la parete. Un approccio leale lontano dalla retorica simil-militarista.
Mai avrebbe potuto prevedere l’attuale degenerazione e banalizzazione del movimento trasformatosi in arrampicata molto sportiva.
Flash 5 - 11Velocità’
Quando si pattina su ghiaccio sottile, la salvezza sta nella velocità (Ralph Waldo Emerson).

Arrampicare significa continuare a stupirsi di come non si sia ancora caduti. Arrampicare è equilibrio precario. Arrampicare è non credere ai propri occhi ma rimanere precariamente attaccati alla parete come lucertole.

Su certi passaggi, su certe pareti bisogna correre veloci e non stare molto a pensare. La velocità conduce in zone a minor rischio. A volte correre serve pure per tranquillizzare la nostra mente che non riesce ad accettare una precarietà così spinta.

Su una traversata, dove sai non conta chi salga da capocordata o da secondo, soprattutto se il traverso è esposto, correre ti serve per esorcizzare la paura che hai.

Se corri riuscirai ad evitare il maltempo. L’alpinista veloce è sempre l’alpinista più sicuro.

Il ghiaccio, più della roccia, accentua questa fragile e mutevole precarietà. Il ghiaccio che si ammorbidisce durante la giornata di sole, ti obbliga a tagliare i tempi di percorrenza.

Corri ragazzo, corri! La tua sicurezza passa anche dalla tua velocità.

Una bella e facile cresta di neve verso la cima finale. I pericoli sono tanti, ma la bellezza dell’alta quota è sicuramente molto suggestiva.
Flash 5 - 10Visionari
I visionari sono le persone che vedono un po’ più in là degli altri. Perfetto l’esempio del rock. Dove sono i visionari dell’avventura oggi? Mah. Certamente non nel grande circo no-limits, ma ci sono, ci sono. Ad esempio due miei amici carissimi che per decenni hanno scalato montagne mai salite prima senza dire niente a nessuno, limitandosi a costruire una volta giunti sulla cima sulla cima un ometto con dentro un bigliettino dove era scritto il loro nome e la data della loro salita. Forse oggi, nell’era della supermediaticità, il visionario sceglie di fare cose per se stesso limitandosi a comunicarle ad un pubblico ristretto in grado di recepire il loro valore simbolico, di altissima valenza etica e poetica. Le super performance ormai inflazionate non possono, secondo me, ispirare alcuno se non ad una emulazione atletica, che è cosa pregevole ma non ha niente a che vedere con il sacro fuoco dei nostri preferiti. Poi, detto tra di noi, che noia tutti quegli exploit ripetitivi! Che noiosi e tristi tutti quei personaggi a dieta e allenamento forzato, malinconici astemi, avari di se stessi, senza amici veri, senza risate, senza errori (Mirella Tenderini).

Sebbene sia difficile aggiungere qualcosa di sensato a quanto ha già espresso la Tenderini, mi piace l’idea che ci possano essere dei visionari sempre un passo avanti.

Ecco i miei visionari del rock e dell’alpinismo: Bob Dylan e Lorenzo Massarotto, persone con la capacità di anticipare i tempi senza mai restare ostaggi del proprio mito.

Bob Dylan è un cantautore che continuamente gioca a nascondino con il mondo, riservato e misterioso, minimalista e iconoclasta, semplice ed ombroso al tempo stesso, sempre disallineato con il grande circo mediatico musicale, con un caratteraccio ruvido e diffidente verso il mondo. Mi piace ricordare il suo isolamento dal mondo con la frase “io sono le mie parole”, mentre il suo minimalismo può essere riassunto nella frase “quel che riesco a cantare, lo chiamo canzone. Quel che non riesco a cantare, lo chiamo poesia”.

Seppure molto diverso e noto solo ad una ristretta elite anche Lorenzo Massarotto è stato un alpinista visionario. Lontanissimo dal circo mediatico dell’alpinismo sponsorizzato, ha compiuto splendide salite in posti ancora selvaggi come le Pale di San Lucano, di cui tanti parlano ma pochi frequentano.

Ha effettuato prime salite con pochissimo materiale, fedelissimo ad un’etica rigidissima che vedeva anche l’utilizzo di nut e friend come un artificio. Ha effettuato impegnative ripetizioni invernali e solitarie facendo riferimento soprattutto al proprio spirito e alla propria forza di volontà.

Non ha mai scritto nulla e di lui si ricordano rare interviste. Non ricorreva a sponsor e di lui si ricordano soprattutto gli spostamenti dalla pianura padovana alle Dolomiti a bordo di un vecchio motorino Ciao.

In un’epoca in cui anche l’alpinismo diventa una forma di esibizionismo, Lorenzo Massarotto sembra essere l’ultimo cavaliere della montagna che rifiuta anche nut e friend poiché troppo tecnologici.

In ogni paese c’è sempre un personaggio eccentrico chiamato da tutti il visionario perché parla di cose semplici ma strane ed ha sempre lo sguardo rivolto ad un punto lontano.

Lorenzo Massarotto dopo l’apertura di una delle ultime delle sue centoventi vie in Dolomiti: sfugge anche all’obiettivo della macchina fotografica.
Flash 5 - 9Il punto di vista della guida
Le tre regole della guida alpina: il cliente sta cercando di ucciderti, il cliente sta cercando di uccidersi e il cliente sta cercando di uccidere il resto dei clienti.

Proviamo a metterci nei panni della guida alpina.

Sotto il bel distintivo guadagnato con fatica e sacrifici, lui è ora pronto a portare i clienti su diversi itinerari alpinistici.

Quando vedi la tua guida chiusa in sé stesso, non è depresso perché la via è facile, ma sta semplicemente cercando di anticipare le tue mosse di maldestro cliente cittadino che non vede e non sente i pericoli.

In montagna bisogna stare sempre all’erta e la guida si porta sempre dietro un cliente generatore di problemi, di ansie e di potenziali pericoli.

Fa bene ogni tanto mettersi nei panni di una guida alpina.

Non sempre l’abito fa il monaco. Chi mai direbbe che questo ragazzo, Werner Braun, qui fotografato sulla via Pacific Ocean sul Capitan, sia uno stimato professionista del Soccorso Alpino e diverse cordate incrodate sulle grandi pareti della Yosemite Valley sono riuscite a tornare a valle grazie a lui!
Flash 5 - 8Tempi moderni
Non andavamo per fare grado, ma per fare stile (Heinz Mariacher).

Nell’epoca in cui l’alpinismo macho cominciava ad avere il fiato corto, ecco che Heinz Mariacher, detto Bostik per la sua impareggiabile bravura a tenersi, sugli appigli ed appoggi più insignificanti, inventa un’idea nuova, fresca e diversa di salire le Dolomiti.

Con lui lo stile diventa fondamentale. Non importa aprire una via, ma importa aprire una via in libera, con poche protezioni, nessuno spit e possibilmente dare alla via un grado eccessivamente basso per minimizzare l’impresa compiuta.

Così venne aperta la via Moderne Zeiten in Marmolada ad oggi riconosciuta come il capolavoro di Mariacher.

Peccato però che questo stile di assoluta arrampicata libera lo abbia costretto in una gabbia che ha permesso a Igor Koller e Jindrich Sustr di aprire la via del Pesce, sempre in Marmolada: loro si facevano meno problemi ed erano più focalizzati sull’obiettivo. Sicuramente avevano anche meno tempo di Mariacher e Iovane.

Sento spesso i ragazzi che vanno a fare certe vie solo per il grado elevato e trascurano alcune meravigliose vie o alcune pareti perché non hanno il grado interessante.

C’è di più: oggi vanno di moda le pareti strapiombanti che offrono gradi elevati che si possono raggiungere con tanto allenamento fisico e poca tecnica. Al contrario le vie in placca che necessitano di elevatissima e sofisticatissima tecnica, ma con gradi stretti e severi, sono spesso a torto trascurate.

Ricordati che il grado che tu fai, se non ti alleni, è destinato ad abbassarsi, mentre lo stile ti rimane per sempre e ti darà sempre soddisfazione.

Luisa Iovane sulla splendida fessura da affrontare in Duelfer sulla via Moderne Zeiten in Marmolada. Intere generazioni di aspiranti arrampicatori del Nuovo Mattino hanno sognato su questa fotografia. Sono trenta metri di elegante sesto grado assolutamente libero e senza chiodi che dovrebbero dare molta soddisfazione.
Flash 5 - 7Il viaggio
Un viaggio di mille miglia comincia con un passo (Lao Tze).

Quando guardo quanto devo camminare, ripenso alla massima di Lao Tze e comincio ad accumulare passo su passo fino ad arrivare alla meta. Spesso la meta è solo l’inizio.

Cammini quattro ore per arrivare sotto la parete da scalare. Quando parti alla mattina la tua meta è lo spiazzo, il passo, la cengia da cui ti legherai. Poi la meta si sposta e diventa la parete. Infine, nella discesa, la meta è di nuovo l’area dove slegarsi ed infine la meta diventa la macchina in fondo valle.

Il viaggio è una metafora della vita.

Se comperarti una casa sembra uno sforzo impossibile, comincia a risparmiare denaro: mese su mese i soldi si accumulano e l’obiettivo diventa raggiungibile.

E’ un lungo viaggio.

Spesso si pensa di conoscere la meta del proprio lungo viaggio ma non sempre è così.

Uno dei viaggi alpinistici più metaforici e più ricchi di significato avvenne nel 1968 quando Yvon Chouinard e Doug Tompkins partirono con un vecchio furgone dalla California per raggiungere la Terra del Fuoco. Fu un lungo viaggio in cui scalarono rocce e sassi, cavalcarono onde con il surf e tornarono con le idee chiare sul proprio rispettivo futuro professionale.

Fu così che nacquero le aziende Patagonia e North Face ed Yvon Chouinard e Doug Tompkins ne sono i rispettivi fondatori.

Quando affronti un viaggio, mettiti in testa di portarti sempre a casa un sogno.

Yvon Chouinard nella sua prima officina dà sfogo alla sua creatività e alla sua inventiva producendo attrezzatura all’avanguardia. In questa officina negli anni 70 si produceva il miglior materiale di arrampicata del mondo.
Negli anni successivi la Chouinard Equipment si trasformò, a causa di alcuni problemi legali che la portarono in bancarotta, nella Black Diamond, ancora oggi un’azienda produttrice di eccellente attrezzatura.
Tutto però partì da questa officina a Ventura sulle coste del Pacifico californiano. A parte il chiodo rurp, non inventarono nulla di nuovo ma migliorarono esteticamente e funzionalmente gran parte dell’attrezzatura alpinistica in uso.
Tom Frost, l’autore della fotografia, era solito definirsi piton engineer cioè ingegnere del chiodo.
Flash 5 - 6

Non esiste il mito
Nessun mito, nessuna salita “storica”, non fatevi condizionare, alzate il muso, guardate le pareti, e andate dove vi porta il “naso” (Paolo Vitali).

Una volta ero portato a mitizzare alcuni scalatori di cui avevo letto le imprese. Poi li conobbi superficialmente, li sentii parlare in qualche conferenza, lessi qualche loro intervista e mi sembrarono improvvisamente piccoli e umani, troppo umani.

Che forte delusione!

Ho capito che il considerarli miti è stata una mia distorsione mentale. I miti non esistono. Al massimo possono dedicare più tempo di te all’arrampicata, al massimo sono un po’ più dotati di te.

Desiderare troppo intensamente certi itinerari ti porta a mitizzarli e poi quando ne tenti la salita, hai la testa ingombra da tanta spazzatura mitica che ti sei creato e che non hai espulso. Sali meno libero e con uno zaino metaforico molto pesante.

Questo ingombro mentale non ti serve, è dannoso, ti brucia l’ossigeno e ti toglie elasticità. La storia alpinistica è bella, affascinante ma ti appesantisce e ti crea condizionamenti.

Chi non sa, sale senza inibizioni.

Chi sa, ha un ulteriore zaino da portarsi dietro, perché lui è diventato un uomo di conoscenza.

Il mito è creato apposta dai vecchi per spaventare i giovani.

Bob Dylan nel corso della sua lunga carriera di poeta, cantante e musicista, si è sempre reinventato e rinnovato seguendo se stesso spesso avendo contro anche i suoi fan.

Tu, leggi dei grandi alpinisti, studia la loro attività, guarda i video che tanto ti affascinano, cerca sui forum notizie ed informazioni, ma alla fine non seguire niente e nessuno.

Quando sento i ragazzi che commentano le vie in Dolomite e concludono che in fondo il Philipp-Flamm non è difficile, sono solo tanti tiri di sesto grado su roccia di dubbia qualità, hanno ragione!

Il Philipp-Flamm è una cazzata da salire e da dimenticare velocemente.

Divertiti ad abbattere i miti del passato.

I miti non ci sono, le salite storiche le abbiamo dimenticate ma le prime mitiche scarpette EB Super Gratton hanno mantenuto un fascino tutto particolare. Noi pensavamo che fossero venute dall’America ed invece furono create da Pierre Allain in Francia – infatti all’inizio si chiamavano PA – ed in pochi anni hanno invaso il mondo dell’arrampicata. Se una domenica vedevi qualcuno salire una via con le scarpette dove si era sempre saliti con gli scarponi, la domenica successiva anche tu salivi con le scarpette. La rivoluzione fu velocissima.
Flash 5 - 5

Avventura
Il rammarico non sta tanto nel dover morire, ma nel fatto che nessuno saprà mai quanto vicino siamo stati a salvarci (Ernest Shackleton nel suo diario).

Non saprei dare la corretta definizione di avventura, ma se penso all’avventura penso ad Ernest Shackleton.

Schackleton è stato un esploratore polare dell’inizio del novecento che è passato alla storia sebbene non abbia legato il suo nome a nessuna esplorazione ma sia stato il protagonista di una straordinaria avventura di sopravvivenza umana chiamata Endurance.

Questo sognatore, alla testa di un gruppo di ventisette uomini, si era dato l’obiettivo di attraversare l’Antartide. La loro nave, l’Endurance, rimase bloccata tra i ghiacci del pack che distrussero la nave. Portati alla deriva per centinaia di chilometri in balia dei movimenti naturali del pack, riuscirono a raggiungere la minuscola Isola degli Elefanti. Dopo un anno e mezzo di peregrinazioni erano di nuovo sulla terraferma ma comunque isolati dal mondo e senza alcuna possibilità di soccorso. A questo punto Shackleton ed altri cinque uomini partirono con una piccola scialuppa per raggiungere l’Isola della Giorgia Australe. Ci riusciranno in 17 giorni di navigazione nel peggiore incubo oceanico. La loro avventura non era ancora finita, sbarcati sull’isola affrontarono una traversata alpinistica fra rocce, nevai e ghiacciai che li portò, finalmente, dopo oltre due anni e mezzo, a contatto di nuovo con l’uomo.

Shackleton riportò tutti a casa sani e salvi, sacrificò l’obiettivo della spedizione con una gestione oculata e flessibile degli uomini; diede l’esempio del vero capo carismatico, seppe fare propria l’esperienza di chi lo aveva preceduto nelle esplorazioni polari e dimostrò sempre ottimismo anche nelle avversità più incredibili.

La lezione di Shackleton è tuttora una lezione fondamentale per chi ama l’avventura all’aria aperta e per chi sta preparandosi per una spedizione extra-europea.

Se stai solo affrontando il tuo mono-tiro nella tua falesia di casa, che lo spirito di Shackleton sia con te! 

Hermann Buhl, rilassato, dopo la sua straordinaria avventura sul Nanga Parbat. Lui fu un grande alpinista che ha vissuto grandi avventure con poveri mezzi e molto spesso sulle montagne dietro casa.
Flash 5 - 4

Understatement
Dr. Livingstone, I presume (Henry Morton Stanley).

Questa frase rappresenta l’icona del famoso understatement inglese.

Livingstone era da anni nel cuore dell’Africa nera e tutti in Inghilterra avevano perso le sue tracce. Il giornalista Henry Morton Stanley fu inviato in Africa per cercare il famoso dottore e missionario. Quando riuscì a trovare, nel 1871, dopo lunghe peripezie, un uomo bianco vestito secondo il classico stile coloniale dell’epoca, invece di spendersi in baci ed abbracci, semplicemente si presentò all’uomo bianco con questa asciutta e laconica espressione come se fosse ad un ricevimento: “Presumo che lei sia il dottor Livingstone”.

Mi piace contrapporre questa espressione alla prosa retorica in vigore nell’alpinismo dell’ottocento, del primo novecento, del secondo novecento e forse anche di oggi, almeno di certi ambienti dove conta ancora il peso delle medaglie appuntate sul petto.

Bruciamo tutto e ritorniamo alla semplicità e all’understatement inglese per narrare le nostre storie ed i nostri racconti delle gite domenicali.

I termini eroismo, lotta impari, battaglia leale, conquista epica lasciamoli nelle vecchie antologie scolastiche. Liberiamoci dalle croste romantiche, barocche e ampollose di certi stereotipi vecchi.

La martellante, inquietante, acida musica dei Sex Pistols ci aiuterà nel fare piazza pulita del vecchio linguaggio di conquista.

Anche le parole sono importanti.

Nello scegliere il tuo compagno di cordata, guarda come arrampica ma soprattutto come parla.

Una cordata affiatata, due scalatori, due grandi amici, che condivisero anche un appartamento per tanti anni: Wolfgang Guellich e Kurt Albert. Ricordiamoli con la canzone Riders on the storm dei Doors.
Flash 5 - 2Le porte della percezione
Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito (William Blake).

Frase celebre ed “ispirazionale” che ha spinto Jim Morrison a chiamare il suo gruppo di musica e poesia The Doors.

William Blake ed Aldous Huxley hanno ispirato tanti scalatori alternativi e visionari fino dagli anni 60. Molto “ispirazionale” è stato l’articolo di Doug Robinson l’alpinista come visionario che analizza gli stati mentali di chi scala.

Infatti la permanenza in parete, il pericolo e le difficoltà estreme portano gli scalatori a dischiudere le porte della percezione in maniera naturale e senza usare stupefacenti.

Nel tiro di corda estremo a metà parete tutti i tuoi sensi ed i tuoi muscoli e le tue connessioni nervose sono focalizzate sull’obiettivo di superare la parete, il tetto o la fessura.

Poi ti ritrovi in sosta svuotato di energia ma soprattutto incredulo e stupefatto di essere salito su di lì. In quel preciso momento non sei solo tu, sei qualcosa di più: più ricco, più grande, più potente. Il tuo io, di solito già molto forte, si è espanso, allargato a dismisura.

Tu, laddove gli altri vedono una parete aggettante, tu vedi chiaramente una via. Tu, laddove gli altri vedono liscio, vedi una precisa sequenza di appigli ed appoggi tali che non ci si può sbagliare. Tu senti il profumo della roccia e la musica della sosta. Non capisci perché gli altri non ti capiscono. Stai sicuro, Jim Morrison lo sciamano, ti capirebbe!

Gli altri fanno fatica a capire che tu stai vivendo una meravigliosa realtà separata. Da abbinare con la canzone Break Through dei Doors.

Allora, lasciati andare con la musica psichedelica dei Pink Floyd e vivi i tuoi magnifici viaggi di parete.

Al rifugio Monzino (Monte Bianco) tre grandi scalatori: Giancarlo Grassi che guarda a sinistra, Renato Casarotto che osserva verso destra in basso e Gianni Comino che ti fissa con il suo sguardo miope. Sembra che nessuno dei tre sia veramente interessato al fotografo, in realtà, lo scopriremo anni dopo, ciascuno stava separandosi, a modo proprio, dalla realtà… e nessuno sopravvisse.
flash 5 - 1continua

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