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Antonia.

«Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi
»
(Antonia Pozzi, da Naufraghi, 19 dicembre 1933)

Lo diceva anche il premio Nobel Eugenio Montale: Antonia Pozzi è stata una delle più grandi poetesse del Novecento, “le cui parole sono asciutte e dure come i sassi o vestite di veli bianchi strappati… ridotte al minimo di peso“.

Ma lei non ha mai saputo di esserlo, non ne ha avuto il tempo. Tutte le sue poesie sono state pubblicate postume.

Antonia Pozzi
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In programmazione proprio in questi giorni al cinema Mexico di Milano, il film Antonia. di Ferdinando Cito Filomarino ripercorre gli ultimi dieci anni della vita della poetessa, vissuta a Milano durante il ventennio fascista.

Il film mi ha emozionato per parecchi motivi, ma quello più importante è la capacità del regista di raccontare il tipo di sofferenza di Antonia. Un malessere che va ben al di là del suo intimo, frutto dello scontro tra la realtà quotidiana (compresi gli obiettivi che non raggiungeva) e la sua visione del mondo profondamente radicata in quelle energie di cui un’intera società allo stesso tempo soffre e si nutre senza saperlo.

Sicuramente un poeta, nel momento in cui vive un attrito con il contesto sociale (e filosofico) in cui vive, non riesce a non sentirne un profondo turbamento emotivo. Ed è la sfera emotiva che, sensibile e articolata come è in un artista, partorisce un movimento verso la poesia, che può prendere varie forme, e l’esempio dei versi e delle fotografie di Antonia Pozzi è una delle infinite possibilità di espressione. Antonia aveva la capacità di spostare la soggettività del suo sguardo, di guardare profondamente dentro se stessa come dal cielo, e di vedersi da fuori come parte di un “altro”, in modo trascendentale; mettersi ai piedi di un albero, insieme alla natura e all’esistenza intera. Poi, il fatto che lei scegliesse proprio un albero è appunto emblematico del modo in cui viveva la società degli umani del suo tempo (Ferdinando Cito Filomarino)”.

Eugenio Montale
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La mostra fotografica
Dal 23 ottobre 2015 al 6 gennaio 2016 a Milano, presso lo Spazio Oberdan-Fondazione Cineteca Italiana, è stata esposta Sopra il nudo cuore. Fotografie e film di Antonia Pozzi, una mostra a cura di Giovanna Calvenzi e Ludovica Pellegatta dedicata alla poetessa che svela la sua grande passione per la fotografia e il suo talento.

Del corpus fotografico estremamente ampio e variegato sono state esposte circa 300 fotografie realizzate dalla Pozzi nell’amata Pasturo (Valsàssina), nei suoi viaggi, sulle Dolomiti, ma anche a Milano, nei circoli culturali come nelle zone povere e periferiche, tra i bambini, i mercati e le botteghe degli antichi mestieri. Inoltre, la mostra presentava anche sei film inediti in formato super8 girati da Antonia stessa.

Antonia Pozzi
(per approfondimento consultare http://www.antoniapozzi.it/)
Nasce a Milano il 13 febbraio 1912, bambina minuta e delicata. Suoi genitori sono l’avvocato Roberto Pozzi (di Laveno) e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo. E’ la nipote del poeta Tommaso Grossi.

Antonia Pozzi
antonia

 

Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato. Nel 1922, non ancora undicenne, frequenta il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per iscriversi alla Statale di Milano.

Antonia scrive le prime poesie ancora adolescente. Affascinata dalla sua cultura e dalla passione con cui insegna, inizia una relazione con il suo professore di lettere, Antonio Maria Cervi. “Il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo (Onorina Dino)”.

Un rapporto che, a causa dei pesanti ostacoli frapposti dalla famiglia Pozzi, verrà interrotto dal Cervi nel 1933. E’ un grande dolore per lei, una grave ingerenza nella sua sfera affettiva: parlando di sé quell’anno scrive: «e tu sei entrata / nella strada del morire». Questo amore non sarà mai cancellato, neppure con l’aiuto della gomma di altri amori e di altri progetti.
Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935.

Negli anni di liceo e università la vita di Antonia è normalissima, scandita dai riti del suo rango alto-borghese. Ma non c’è evento che non le si registri profondamente nell’animo: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intense, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini.

Viaggia in Inghilterra, poi in Sicilia, Grecia e Africa mediterranea. Poi in Austria e Germania per approfondire lingua e conoscenza della letteratura tedesca.

Tiene un diario e scrive lettere che manifestano i suoi tanti interessi culturali, ama le lunghe escursioni in bicicletta, progetta un romanzo storico sulla Lombardia. Il suo luogo prediletto è la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, dove si trova la sua biblioteca e dove studia, scrive e cerca sollievo nel contatto con la natura solitaria e severa della montagna. Di questi luoghi si trovano descrizioni, sfondi ed echi espliciti nelle sue poesie; mai invece ci sono descrizioni degli eleganti ambienti milanesi, che pure conosce bene.

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Intanto è divenuta “maestra” in fotografia, con l’obiettivo di cogliere il sentimento nascosto delle cose e per dare loro l’eternità che il tempo non è disposto a concedere. In questa ricerca, nella poesia e nella fotografia, Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare, né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38, né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia.

Fino all’epilogo, i barbiturici sul prato dell’Abbazia di Chiaravalle, il 3 dicembre 1938, a ventisei anni.

La sofferenza
Antonia Pozzi, per affrontare quotidianamente la sua sofferenza, non ha aiuti che provengano dal suo prossimo o da acquisite convinzioni di pensiero: pur avendo uno spirito profondamente religioso, per esempio, di certo non oltrepassa mai la soglia di una Fede professata.

«Il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili (Maria Corti)».

Il clima politico è cupo, le leggi razziali del 1938 colpiscono alcuni dei suoi amici più cari: «Forse l’età delle parole è finita per sempre», scrive quell’anno a Vittorio Sereni. Mese dopo mese accumula la certezza d’essere così diversa da non poter sopportare ulteriormente quell’enorme dispendio d’energia che le viene richiesto ogni volta che subisce una delusione, sia questa derivante da un innamoramento o da un mancato riconoscimento. Quell’energia che viene richiesta senza pietà ogni volta che per qualche motivo si deve affrontare un nuovo raddoppio di solitudine, come si fosse preda di un destino usuraio. E quando si riconosce che la Natura è l’unica consolazione, l’unica realtà che non fa soffrire, allora tanto vale annullarsi definitivamente in essa.

Nel suo biglietto di addio ai genitori scrive di «disperazione mortale». La famiglia nega la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte a polmonite.

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La poesia
L’ermetismo è il fenomeno poetico di quel tempo, quasi una rivolta dell’anima nei confronti della manipolazione delle masse dei regimi autoritari. Quanto riservata e rigorosa è stata la breve vita di Antonia, altrettanto le sue parole, secondo la lezione ermetica, trasferiscono peso e sostanza alle immagini, nel tentativo di dar loro un’eternità negata e così liberare l’anima oppressa.

Cerca di esprimere con le parole l’autenticità dell’esistenza, non trovando verità nella propria.

La crisi di un’epoca e del suo mondo borghese s’intreccia con la sua tragedia personale: «La poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare», scrive. Ma quel dolore è tale da riemergere come un fiume carsico, per poi sommergerla ancora travolgendo la sua vita.

Antonia.
Trentenne, autore di documentari e cortometraggi, cinefilo fin da ragazzo, Ferdinando Cito Filomarino è uno che il cinema ce l’ha nel sangue: è pronipote di Luchino Visconti, figlio dell’aristocrazia milanese colta. Ma lui a sentir parlare di lignaggio si indispettisce, «sono categorie sorpassate, non contano più». E la sua strada se l’è fatta da sé, studiando al DAMS e sul campo come assistente di Luca Guadagnino. Il giovane regista, in questo suo film d’esordio, ha voluto seguire Antonia Pozzi nella trasformazione dal reale-storico al poetico, una metamorfosi riflessa sul viso di lei, sul corpo, nelle fotografie che scatta e sulle pagine che scrive.

Raccontare una giovane artista vissuta nella Milano degli anni Trenta, ma soprattutto fare entrare nella sua poesia, «così intima e moderna da essere slegata dalla sua epoca», così Ferdinando Cito Filomarino spiega ciò che l’ha spinto a girare Antonia. “Volevo dare vita agli anni Trenta evitando una rappresentazione artificiale. Per questo ho fatto un lavoro da detective», racconta il regista. «Sono partito dall’archivio di Antonia Pozzi, che comprende migliaia di fotografie e di lettere. Poi ho allargato la ricerca agli Archivi del Castello Sforzesco e ad archivi di famiglie milanesi, compresa la mia, per cercare di capire come si vestivano e come parlavano le persone di allora, come si viveva la quotidianità. C’è stato anche un grande lavoro sul modo di muoversi della protagonista, che non è quello di una ragazza di oggi, e cambia nel corso del film».

Ferdinando Cito Filomarino
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Linda Caridi interpreta Antonia Pozzi
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La Milano del periodo fascista è fotografata nei suoi interni signorili, nei parchi pieni di verde, talmente ordinati e puliti da essere quasi opprimenti. Nel film si vede molta Milano, scelta accuratamente negli esterni e negli interni, anche se un film indipendente non poteva permettersi grosse ricostruzioni scenografiche.

In Antonia. hanno grande spazio sia la natura sia la sessualità. «Sono temi che partono dalla poesia di Antonia, che è tattile, corporea. Anche per questo ho scelto come direttore della fotografia il thailandese Sayombhu Mukdeeprom, che nei film di Apichatpong Weerasethakul ha saputo lavorare magistralmente sulla luce naturale». Anche qui Mukdeeprom regala al film “una iconica e materiale ‘secchezza’ visiva, un’asciuttezza di colori duri e cupi, con i volti spesso ripresi in controluce (http://quinlan.it/2015/11/28/antonia/)”.

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Antonia Pozzi viene fuori come una donna sola, mai totalmente compresa anche dai suoi amici intellettuali Remo Cantoni e Dino Formaggio. «Non è successo solo a lei, e non è successo solo allora… Non mi interessava mostrare personaggi fascisti, ma resta il fatto che per la mentalità dell’epoca la donna doveva avere un ruolo preciso, che ad Antonia non interessava. Per questo veniva percepita come “strana”. In ogni caso mi sono attenuto a quanto è documentato dalle lettere. Mi hanno aiutato anche i racconti orali di Onorina Dino, la religiosa che fino a poco tempo fa ha curato l’archivio di Antonia».

In un film sostanzialmente privo di colonna sonora, sorprende l’uso della canzone Va (1976) di Piero Ciampi in una delicata sequenza di masturbazione della protagonista.

Le immagini del video seguente (qui riportato per poter ascoltare la canzone Va) nulla hanno a che fare con il film Antonia.

«Volevo trasmettere qualcosa di non dicibile sull’intimo di Antonia. Ciampi nasce come poeta, e la sua poesia per certi versi è simile a quella di Antonia. Li ho fatti incontrare al di là della distanza cronologica, cercando un’affinità elettiva». Strepitosa, l’interprete Linda Caridi è esordiente: «Era stata appena apprezzata in un monologo teatrale, Blu. Ha superato tutti i provini: era la più affine al personaggio, la più appassionata. Anche quando ha dovuto vincere le vertigini e imparare ad arrampicarsi sulle Grigne, come faceva Antonia. Non ci sono effetti digitali: ma accanto a lei c’era un grande alpinista, Hervé Barmasse, a darle sicurezza».

Già dalle prime scene Antonia Pozzi ci appare desiderosa di esperienze e d’amore, uno spirito libero incatenato dal rigore formale di una famiglia prestigiosa che non ammetteva guizzi di eccentricità.

Puntualmente abbandonata dalle persone con cui cercava di condividere le proprie emozioni, Antonia sembra un fiume in piena che avvolge, e forse sommerge, chi le è vicino, forse troppo intelligente e sensibile per la media delle persone che le stanno intorno, sintonizzate su una frequenza emozionale completamente diversa. E’ la sua disperazione.

Ferdinando Cito Filomarino dirige Linda Caridi
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Antonia vorrebbe fortissimamente vivere, vorrebbe scardinare l’esistere, ma istintivamente e quasi senza intenzione, non sapendo che ogni smottamento d’equilibrio nella società del Ventennio è impossibile. Infatti, anche se non vi sono riferimenti diretti al regime fascista, il regista sembra alludervi con costanza, arrivando a disegnare una sorta di cappa invisibile che irrigidisce l’esistere e che rende, a esempio, inaccettabile il trasporto con cui Antonia bacia appassionatamente una sua amica (http://quinlan.it/2015/11/28/antonia/)”.

Il film brilla per rigore di messa in scena, struttura narrativa, desiderio di non fare il cinemino all’italiana, ma di sentirsi parte di un cinema d’arte maggiore, portoghese, thailandese o milanese che sia… E’ notevole anche la scelta di non declamare i versi della poetessa come momenti alti… (Marco Giusti per Dagospia)”.

Le montagne della Grigna dove Antonia è ripresa a salire e scalare con Hervé barmasse sono nude, austere, per lo più circondate di nebbia. C’è un senso di vuoto che richiama il vagare della protagonista nei meandri della sua mente.

Non si capisce perché festival come Venezia e come Cannes non si siano accorti di un film che è assolutamente fuori dalla norma all’interno della situazione italiana. E’ passato un po’ sotto silenzio anche nel corso della 33esima edizione del Torino Film Festival (peraltro non in concorso).

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Scheda del film
titolo originale: Antonia.
regia di: Ferdinando Cito Filomarino
cast: Linda Caridi, Filippo Dini, Federica Fracassi, Alessio Praticò, Perla Ambrosini, Maurizio Fanin, Hervé Barmasse, Luca Lo Monaco, Francesco Meli, Alberto Burgio
sceneggiatura: Carlo Salsa, Ferdinando Cito Filomarino
fotografia: Sayombhu Mudkeeprom
montaggio: Walter Fasano
scenografia: Bruno Duarte
costumi: Ursula Patzak
produttore: Luca Guadagnino e Marco Morabito
produzione: Frenesy, Rai Cinema, con il contributo del MiBACT, Faliro House, in associazione con BNL Gruppo BNP Paribas, con il sostegno di Regione Lombardia, Lombardia Film Commission
vendite estere: Curator Films [US]
paese: Italia/Grecia
anno: 2015
durata: 96′
formato: 35mm/DCP – colore

Premi e festival
Göteborg Film Festival 2016: Italy in focus
Beirut International Film Festival 2015: Panorama
Filmmaker International Film Festival 2015: Film di Chiusura
Haifa International Film Festival 2015: Panorama
50° Karlovy Vary International Film Festival 2015: Competition – Menzione Speciale della Giuria, 4 luglio 2015
Torino Film Festival 2015: Festa Mobile

Alcune Poesie
Naufraghi
Naufraghi sugli scogli,
ognuno narra
a sé solo – la storia
di una dolce casa
perduta,
sé solo ascolta
parlare forte
sul deserto pianto
del mare –

Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi.
(19 dicembre 1933)

Distacco dalle montagne
Questa è la prova
che voi mi benedite –
montagne –

se nell’ora del distacco
la vostra chiesa m’accoglie
con la sua bianchezza di sole
e abbraccia forte la mia
malinconia
col canto
delle campane di mezzogiorno –

Nella piccola piazza
una donna ridente
vende le prugne rosse e gialle
per la mia ardente
sete –

sul gradino di pietra
della fontana
luccica la lama
di una piccozza –

l’acqua diaccia gela
il riso in bocca
a un fanciullo –
stampa lo stesso riso
sulla mia bocca –

Questa è la vostra
benedizione –
montagne
(Valtournanche, 30 luglio 1933 e Pasturo, 23 agosto 1933)

Emilio Comici in una foto di Antonia Pozzi
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Per Emilio Comici
Si spalancano laghi di stupore
a sera nei tuoi occhi
fra lumi e suoni:

s’aprono lenti fiori di follia
sull’acqua dell’anima, a specchio
della gran cima coronata di nuvole…

Il tuo sangue che sogna le pietre
è nella stanza
un favoloso silenzio.
(Misurina, 7 agosto 1938)

 

 

La roccia
Trine di betulla
nella valle
i pensieri –
ma ieri
quando soli erravamo
sulla nuda montagna –
il taglio
delle rupi più eccelse
era il disegno
della mia forza – in cielo.
E non parlare di rovina
tu cuore –
fin che uno spigolo nero a strapiombo
spacchi l’azzurro
e una corda s’annodi all’anima
bianca
come le ossa del falco
che sul torrione più alto
regalmente ha voluto
morire.
(8 settembre 1933)

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Le montagne
Occupano come immense donne
la sera:
sul petto raccolte le mani di pietra
fissan sbocchi di strade, tacendo
l’infinita speranza di un ritorno.

Mute in grembo maturano figli
all’assente. (Lo chiamaron vele
laggiù – o battaglie. Indi azzurra e rossa
parve loro la terra). Ora a un franare
di passi sulle ghiaie
grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo
batte in un sussulto le sue ciglia bianche.

Madri. E s’erigon nella fronte, scostano
dai vasti occhi i rami delle stelle:
se all’orlo estremo dell’attesa
nasca un’aurora

e al brullo ventre fiorisca rosai.
(Pasturo, 9 settembre 1937)

Antonia-logo

 

Nevai
Io fui nel giorno alto che vive
oltre gli abeti,
io camminai su campi e monti
di luce –
Traversai laghi morti – ed un segreto
canto mi sussurravano le onde
prigioniere –
passai su bianche rive, chiamando
a nome le genziane
sopite –
Io sognai nella neve di un’immensa
città di fiori
sepolta –
io fui sui monti
come un irto fiore –
e guardavo le rocce,
gli alti scogli
per i mari del vento –
e cantavo fra me di una remota
estate, che coi suoi amari
rododendri
m’avvampava nel sangue –
(1° febbraio 1934)

Piero Ciampi
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Va, di Piero Ciampi
Il suo corpo in ogni cuore, sembra un coltello.
Lei apre senza pietà altre ferite oltre la mia
e va
con il suo corpo lungo la strada ed il cemento,
è un teatro per le sue gambe
sempre pronte ad una danza.
Se ritardi, così viene l’attesa,
la mia unica arma è un lungo silenzio.
Io tra milioni di sguardi
che si inseguono in terra
ho scelto proprio il tuo
ed ora tra miliardi di vite
mi divido con te.
Se perdi la pazienza
grazie a un sorriso ritorni mia,
poi apri la tua mano
in un disegno sovrumano.
La tua anima sta giocando in giardino,
mi nascondo e la scruto
ma il tuo corpo dov’è?
Noi per nutrire l’amore
ci sfidiamo a duello,
sarà sempre così.
Ma amore, non esiste un nemico
più bello di te.

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La storia del Cervino – parte 6

La storia del Cervino – parte 6 (6-6)

Dopo un tentativo del 18 e 19 luglio 1989 con François Martigny, il 9 agosto 1992 Patrick Gabarrou, questa volta con Lionel Daudet, termina Aux amis disparus, a destra della Piola-Steiner. Si tratta di una grande via che risolve il settore destro del Naso di Zmutt nel punto più breve e strapiombante.

Il 19 luglio 1992, Hans Kammerlander e Diego Wellig, vorrebbero chiudere un’epoca salendo e scendendo in 23 ore e mezza le quattro creste classiche del Cervino. La loro fatica è ammirevole, ma non desta particolare emozione.

Hans Kammerlander (a sinistra) e Diego Wellig di notte nel loro concatenamento. Foto: Dario Ferro
Hans Kammerlander e Diego Wellig in salita notturna durante il concatenamento al Cervino
Che invece è suscitata dalla francese Catherine Destivelle quando questa decide di ripetere il grande exploit di Walter Bonatti nelle stesse condizioni e a distanza di quasi trent’anni: da sola e d’inverno. L’impresa le riesce dal 10 al 13 marzo 1994 e di questa parlerà tutto il mondo.

L’arrivo in vetta di Catherine Destivelle
Arrivo in vetta di Catherine Destivelle, 10 marzo 1994, da p. 183 di Whymper, Carrel & Co.

La nuova mania della velocità produce un ulteriore record il 17 agosto 1995, quando il valdostano Bruno Brunod abbassa notevolmente il record di Bertoglio di salita e discesa dal Cervino: 3 ore e 14 minuti, sempre per la cresta del Leone.

Bruno BrunodBruno Brunod detiene il record di salita e discesa del Cervino, da Cervinia a Cervinia per la cresta del Leone, in 3 ore e 14 minuti (17 agosto 1995). Il precedente record era di Valerio Bertoglio (4 h e 16', 10 agosto 1990). ARCHIVIO IN ROSSO.
Il 14 agosto 2000 il figlio di Marco Barmasse, Hervé, sale con Patrick Poletto lo scudo di roccia tra la cresta De Amicis e la via Casarotto-Grassi. La via viene battezzata Per Nio, massimo VI+. Questa è solo la prima di una serie di esplorazioni che compirà Hervé Barmasse sul suo Cervino.

L’inossidabile Patrick Gabarrou non è ancora pago di avventure sul Naso di Zmutt. Salendo Aux amis disparus aveva notato una linea possibile subito a sinistra, elegante, estrema. E così ritorna con Cesare Ravaschietto e dal 31 luglio al 2 agosto 2001 apre Free Tibet, altro capolavoro che attende ripetizioni. Ma la parete ha ancora spazio per un’altra grande linea, quella scelta dai tedeschi Robert Jasper e Rainer Treppte: dal 22 al 26 agosto 2001 riescono su Freedom, a sinistra della Diretta Piola-Steiner e a destra della Gogna-Cerruti.

Gabarrou e Ravaschietto tornano al Cervino ancora una volta: ma sul versante meridionale, dove scovano una linea di arrampicata sul Picco Muzio, a sinistra del Pilier dei Fiori e a destra della via di Knez (I tre moschettieri). L’indeterminazione di quest’ultima potrebbe far pensare a qualche sovrapposizione. In ogni caso Padre Pio prega per tutti (15 e 16 agosto 2002) ha l’aria d’essere una possibile via gettonata in futuro.

Massimo Farina
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Hervé Barmasse, il 4 ottobre 2002, firma la prima solitaria (e 3a ascensione) della via Casarotto-Grassi al Pic Tyndall. Poi il 19 marzo 2004 con Massimo Farina ripete Padre Pio prega per tutti in prima invernale. L’anno dopo, 25 ottobre 2005, è ancora da solo sulla via Deffeyes della parete sud (1a solitaria). Il 6 aprile 2007 è da solo sulla via del padre (Barmasse-Cazzanelli-De Tuoni) sulla parete sud.

Sulla Sébastien Gay Memorial Route
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Il fenomeno Ueli Steck il 14 marzo 2006 sale da solo sulla Bonatti in 25 ore. Questo è uno dei primi exploit cui ci abituerà lo svizzero. Per esempio quello del 13 gennaio 2009, quando sale la via Schmid in un’ora e 56 minuti! E’ curioso osservare che Steck, giunto all’altezza della non distante Spalla, ha traversato rapidamente fino alla cresta dell’Hörnli per liberarsi dello zaino che avrebbe poi recuperato in discesa. Tornato indietro con il solo apparecchio fotografico, ha poi continuato per la via Schmid fino alla vetta. Questo gli è certamente costato qualche minuto in più, oltre a qualche polemica su una manovra che invece, secondo me, era perfettamente lecita.

I fratelli svizzeri Samuel e Simon Anthamatten nella primavera 2008 salgono una via nuova sull’estrema sinistra del Naso di Zmutt, a sinistra anche della Gogna-Cerruti e con uscita a sinistra della variante dei Giapponesi.

La grinta di Jean Troillet impegnato nella prima ascensione della Sébastien Gay Memorial Route
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Il forte himalayista svizzero Jean Troillet (10 Ottomila al suo attivo), assieme ai francesi Martial Dumas e Jean-Yves Fredriksen, dal 17 al 19 giugno 2009 apre una nuova via sulla parete nord del Cervino, a sinistra della Bonatti e a destra della via dei fratelli Schmid. Il 61enne alpinista francese aveva iniziato la via tre anni fa con Sébastien Gay, ma all’epoca i due erano stati costretti a tornare indietro per le cattive condizioni della parete. Purtroppo poche settimane più tardi Gay è morto in un tragico incidente di speedflying, e ora l’indistruttibile Troillet è tornato in parete per concludere il progetto per dedicarlo proprio al compagno scomparso: Sébastien Gay Memorial Route.

La prima sezione della nuova linea di 500-600m s’infila con un tracciato diretto tra la storica via dei fratelli Franz e Toni Schmid e la grande via aperta da Bonatti in solitaria nell’inverno del 1965. Dopo i primi 400 m di difficile terreno verticale al limite dello strapiombante, la nuova via raggiunge la via dei fratelli Schmid per poi ripiegare a sinistra verso la cresta.
La via inizia molto ripidamente” – spiega Troillet – i primi 400 m sono quasi strapiombanti. Bisogna vedere il lato positivo: questo ci ha permesso di proteggerci dalle scariche di sassi. Abbiamo bivaccato in parete su un’amaca. Poi, come si fa sull’Eiger (per le difficili vie moderne della Rote Fluh, NdR), non c’è bisogno di raggiungere la cima quando si inaugura una via nuova. E così abbiamo tagliato sulla Spalla. Il grado di questa via? Abo. Che sta per abominevole“.

Il problema di questo nuovo itinerario è che di certo va a sovrapporsi, in gran parte almeno, alla vecchia via dei Cecoslovacchi di Destra, neppure nominata da Troillet.

Patrice Glairon-Rappaz. Foto: Paulo Robach
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Dal 19 al 22 gennaio 2010, con quattro bivacchi, i francesi Patrice Glairon-Rappaz e Cédric Périllat hanno messo a segno la prima ripetizione (nonché prima salita integrale e prima invernale) di Aux amis disparus (1200 m, VII, A3), la via aperta nel 1992, nel settore più strapiombante del Naso di Zmutt, da Partrick Gabarrou e Lionel Daudet.

Patrice Glairon-Rappaz mette a segno questo colpo dopo epiche salite invernali come la Serge Gousseault sulla Nord delle Grandes Jorasses (13-18 gennaio 2000, con Stéphane Benoîst), la Superintegrale di Peutérey (19-28 febbraio 2003, con Benoîst e Patrick Pessi) e la Directe de l’Amitié ancora sulla Nord delle Grandes Jorasses (31 gennaio-6 febbraio 2006, con Benoîst e Paulo Robach). La salita è stata favorita dalla roccia pulita ma ostacolata dal grande freddo e dal vento. Per niente banale anche il finale dell’avventura: un’intera giornata per tornare a valle lungo la cresta dell’Hörnli. «Questa via – ha commentato Glairon-Rappaz – oltre al fatto di svolgersi su una delle più emblematiche e meravigliose montagne delle Alpi, racchiude tutte le specialità dell’alpinismo, restando un punto di riferimento sia per le difficoltà sia per l’impegno complessivo».

Gli stessi, l’anno dopo, dall’8 all’11 marzo, fanno la seconda invernale (e prima invernale in stile alpino) della Gogna-Cerruti al Naso di Zmutt.

Il 13 marzo 2010 Marco ed Hervé Barmasse hanno aperto una nuova difficile via sulla parete sud del Cervino, 1220 metri che risolvono uno dei “problemi” della grande parete della “Becca” già tentato da molte cordate. Questa via segue una linea naturale, quella di un couloir che solca e divide in due la parete sud del Cervino e che termina all’Enjambée, a 200 m dalla vetta per una lunghezza complessiva di 1220 m. “E’ una linea già tentata da mio padre 24 anni fa – racconta Hervé – e da altre cordate negli anni successivi. Giancarlo Grassi sulla rivista Lo Scarpone aveva descritto questa via come una delle ultime grandi salite delle Alpi, il suo sogno nel cassetto. Non mi dilungo sui gradi M, anche perché le valutazioni dipendono spesso dalle condizioni nelle quali si affronta una via. Credo che sia molto difficile, con protezioni molto distanti – 4 ogni 60 m in alcuni tiri – resa ancor più dura dalla qualità della roccia, che preferisco definire “di difficile interpretazione” per non dire “non buona”, e poi anche se di couloir si tratta, di ghiaccio non ne abbiamo quasi mai trovato”.

Il 9 aprile 2011, dopo 4 giorni in parete e 3 bivacchi, Hervé Barmasse ha raggiunto la cima del Picco Muzio aprendo una nuova via lungo i 700 m del grande pilastro della parete sud, una bellissima piramide che, se si sa ben guardare, si staglia prepotentemente nella fantastica giungla di roccia della parete sud del Cervino. E’ la prima tappa di una trilogia di esplorazioni sulle Alpi che vedrà Barmasse anche sul Monte Bianco e sul Monte Rosa.

Il progetto (oltre alla assoluta verticalità e l’accentuata zona strapiombante finale) aveva un grande punto di domanda: la non proprio buona qualità della roccia che contraddistingue il Cervino. Ergo la sua inaffidabilità. Oltre a questo c’era da aggiungere l’avvicinamento: quei 400 m dell’erto canale di neve (esposto a tutte le scariche di massi del mondo) che porta alla base del pilastro.
Quel 9 aprile, in vetta al Picco Muzio, Hervé ha trovato ad attenderlo quello che lui definisce “il mio maestro”, suo padre. Con lui poi ha affrontato la discesa e l’ultimo bivacco. Non ce l’aveva proprio fatta Marco Barmasse ad aspettare a casa. Non ce l’aveva fatta a pensare a tutto quello che cadeva, o poteva cadere, sulla testa del figlio… in effetti quel pilastro di 700 m fa veramente impressione, e non solo per la roccia marcia.

Ancora nel 2011 registriamo due nuovi record di velocità: il primo sulla cresta dell’Hörnli, da Zermatt a Zermatt (Andreas Steindl, 2 ore e 57 minuti, 23 agosto) e il secondo, incredibile, sulla via Bonatti (Patrick Aufdenblatten e Michael Lerjen-Demjen, 7 ore e 14 minuti, il 27 settembre).

Ancora nel 2011, il 4 ottobre, Robert Jasper e Roger Schaeli in 16 ore e mezza, hanno compiuto la 2a ascensione e 1a RP della Sébastien Gay Memorial Route, (1000 m, F5/A2, 90°), sulla parete nord. Jasper ha così completato il suo progetto di realizzare delle prime salite in libera su tutte e tre le grandi Nord delle Alpi: Eiger, Cervino e Grandes Jorasses. Nel 2003 con Markus Stofer, era stata la volta di No Siesta sulle Grandes Jorasses (M8) e nel 2010, con Schaeli, aveva salito sulla Nord dell’Eiger la Harlin Direttissima con uscita sulla Heckmair (1880 m, M8). Jasper e Schaeli hanno salito i primi difficili 400 metri della Sébastien Gay (con una valutazione di M8), poi hanno continuato per la Schmid  e sono usciti sulla più difficile via di Michal Pitelka (via dei Cecoslovacchi di Sinistra). A metà della via hanno trovato attaccata a un chiodo una cassettina di legno. Successivamente hanno scoperto che si trattava delle ceneri di Sébastien Gay, portate sulla via dal team dei primi apritori dell’itinerario a lui dedicato.

L’arrivo in vetta di Kilian Jornet Burgada
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L’estate del 2013 è caratterizzata dall’exploit di Kilian Jornet Burgada che sale da Cervinia il Cervino e ritorna in sole 2 h, 52’ e 02”. La rilevanza mediatica di questo evento è stata quasi esagerata. Segno che sempre meno si apprezza la fantasia e sempre più si applaude il mero exploit atletico.

Ancora Hervé Barmasse il 13 marzo 2014 concatena d’inverno le quattro creste del Cervino.

Nel frattempo la nostra montagna è teatro di altre imprese. Dopo le ripetute discese (da parte di Toni Valeruz e Jean-Marc Boivin) della parete est (partendo dalla cengia sotto alla Testa), ecco il 17 aprile 2014 la discesa del Canalone Penhall sulla Ovest: Davide Capozzi, Julien Herry e Francesco Civa Dano (i primi due in snowboard, il terzo in sci). Come pure (7 giugno 2014) il promo volo dalla vetta con tuta alare (Géraldine Fasnacht e Julien Meyer).

E siamo così al 2015: il 22 aprile la guida svizzera Dani Arnold abbassa di 10’ il record sulla Schmid: 1h 46’.

Dani Arnold. Foto: Visualimpact.ch/Christian Gisi
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Secondo voi la storia è finita? Oggi ricorre il 150° anno dalla salita di Whymper e compagni. Ma sul Cervino la storia non finirà mai…

Alcune tabelle:
Cronistoria del Cervino (1857-2015)
Cronologia della via Schmid (fino al 3 luglio 1962)
Cronologia delle prime 6 ascensioni invernali della via Schmid
Cronologia delle prime ripetizioni della via Bonatti
Cronologia via Gogna-Cerruti (1969-2014)

Dani Arnold abbassa il record di Steck sulla Nord del Cervino. Foto: Visualimpact.ch/Christian Gisi
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