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Che prova serve?

Questo articolo è il sedicesimo capitolo di Lhotse South Face-The Wall of Legends di Edward Morgan (Bee Different Books, 7 Honey Lane, Burley, Ringwood, BH24 4EN, United Kingdom, www.fimi.ch – ISBN 978-0-9935148-0-7). Il libro è interamente dedicato a tale leggendaria parete himalayana e ne racconta con distacco britannico, grande competenza e vasta documentazione l’intera storia alpinistica.

Tomislav Tomo Česen partì per il Lhotse a fine marzo del 1990. Lasciò il campo base il 22 aprile e compì la salita velocemente, scalando anche di notte per evitare il rischio di scariche di sassi e ghiaccio. Bivaccò da solo a 7500 e 8200 metri, arrivando in cima il 24 aprile dopo 45 ore dalla partenza e sotto fortissime raffiche di vento. “Il 24 aprile alle 2.20 del pomeriggio la solitaria al Lhotse parete sud era completata – scrisse poi Česen – quando chiamai Jani con il walkie-talkie al campo base, a quanto pare ho detto: ‘Jani, non posso andare più in alto di così. Sono in cima’”. Quindi ridiscese seguendo il percorso della salita. Al suo rientro Česen pubblicò un libro su quella salita: Sam (che significa “Solo”, da cui è tratta la citazione).

Che prova serve?
(la contestata prima ascensione di Tomo Česen della parete sud del Lhotse)
di Edward Morgan
Traduzione © Luca Calvi

La salita sovietica della parete sud era stata un evento spettacolare ed epico, ma alla fin fine era rimasta offuscata dal paragone con la scalata di Česen. I sovietici avevano un team molto grande, usavano corde fisse ed ossigeno e in più avevano passato parecchie settimane sulla parete. Avevano salito una linea più dura di quella di Tomo Česen, ma ne erano venuti fuori per il rotto della cuffia. Pierre Beghin valutò l’ascensione dei sovietici come una delle migliori conquiste dell’alpinismo himalayano fino a quel momento e sottolineò il lavoro di squadra, pregno di altruismo e dedizione, che erano riusciti a dimostrare. Lo stesso, però, ebbe anche a scrivere che “l’alpinismo non è una guerra”, probabilmente volendo con questo dire che erano andati troppo oltre ed avevano sacrificato troppo pur di ottenere lo scopo.

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Una volta tornati a Kathmandu, dopo la spedizione, i sovietici tennero una conferenza stampa. Sergey Bershov sembrò volersi attribuire la prima salita della parete e gettare ombre di dubbio sull’ascensione di Česen dicendo: “per effettuare quell’ascensione in solitaria ci vorrebbe un essere sovrumano”. Beghin, che aveva conosciuto i sovietici alla base della parete ed era presente alla conferenza stampa, prese la parola per dire: “E che mi dite di Česen?”. Bershov rispose che non aveva raggiunto la vetta. “Va bene, e allora quella sua foto del Western Cwm?” – chiese Beghin – “Devi essere arrivato sulla cima della parete per poter guardare in basso verso il Western Cwm”, Bershov replicò che dalla vetta del Lhotse non si vede il Western Cwm. La foto alla quale si riferiva Beghin era comparsa in un articolo della rivista francese di alpinismo Vertical con una didascalia che recitava: “Sulla vetta Tomo ha avuto appena il tempo per fotografare il Western Cwm dell’Everest per comprovare la sua ascensione”. Quando i sovietici palesarono i loro dubbi risultò evidente che questi erano incentrati sulla cresta piena di grandi cornici e lunga 300 metri che separava il punto in cui la via di Česen arrivava sulla cresta principale Nuptse-Lhotse e sulla cima vera e propria. Conoscendo in prima persona il tipo di salita sulla parte superiore del Lhotse, che era difficile e richiedeva parecchio tempo, a Bershov sembrava più plausibile che Česen avesse completato la propria via sulla cresta sommitale per poi tornare indietro senza aver raggiunto la vetta. Bershov fece attenzione a non dire che l’ascensione di Česen non fosse stata vera, ma commentò il tutto con la frase: “Non sto dicendo che non abbia raggiunto la vetta, dico solo che se l’ha fatto è un superuomo”.

Con ciò, però, il seme del dubbio era stato gettato, per quanto forse non volontariamente. Quando Česen ricevette la proposta di nomina a membro del prestigioso club francese di scalatori, il Gruppo di Alta Montagna (GHM), parecchi membri trovarono di che obiettare sulla base del fatto che le sue ascensioni non erano sufficientemente comprovate. Il critico più aspro fu Yvan Ghirardini, un francese di origini italiane cresciuto scalando vicino a Marsiglia. Negli anni ’70 ed ’80 Ghirardini era riuscito a portare a termine alcune belle prime solitarie invernali sulle Alpi, compresa la prima solitaria invernale alla nord delle Grandes Jorasses. In seguito fu poi colui che per primo riuscì a salire tutte e tre le grandi pareti nord delle Alpi in solitaria nello stesso inverno. Aveva fatto parte assieme a Pierre Beghin della grande spedizione francese che non era riuscita a scalare la cresta sud del K2 nel 1979 e anche lui, come Beghin, era arrivato molto in alto sulla montagna per poi rimanere particolarmente deluso dall’esperienza. L’anno successivo aveva organizzato una spedizione in solitaria al Mitre Peak, uno spettacolare seimila vicino al K2. Riuscì nell’impresa e poi andò a tentare la cresta sud del K2 in solitaria, una vetta per la quale non era riuscito ad ottenere il permesso nonostante ci avesse provato. Era riuscito ad utilizzare parte del materiale lasciato dalla spedizione nazionale dell’anno precedente ed era riuscito a fare notevoli progressi prima di dover abbandonare al campo III sotto una tempesta. Due anni dopo andò a tentare un’ascensione anche più ambiziosa, il Pilastro Ovest del Makalu in solitaria invernale. Dopo tre bivacchi riuscì a salire sulla cresta nevosa alla base del pilastro, ma comprese che andare a tentare la parte superiore del pilastro sarebbe stato l’equivalente di un suicidio per la severità delle condizioni invernali, con venti a 150 km/h e temperature che raggiungevano i – 40° e i -50°. Dopo quella sconfitta si ritirò dall’alpinismo ai massimi livelli.

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Ghirardini cominciò ad essere deluso della scena alpinistica europea. All’inizio del 1991 scrisse un articolo per la rivista francese di alpinismo Vertical nel quale accusava Česen di mentire al riguardo di scalate come quelle al Jannu o al Lhotse per ragioni di convenienza materiale. Ghirardini obiettava che durante le sue ascensioni solitarie si portava sempre dietro due macchinette fotografiche nel caso una avesse smesso di funzionare. Dato che Česen era uno scalatore professionista, finanziato e sponsorizzato da riviste e da produttori di materiali, secondo il francese era anche tenuto a fornire prove inconfutabili delle sue ascensioni. Per credere alla sua ascensione del Lhotse, Ghirardini voleva vedere fotografie con Česen chiaramente identificabile fuori dalle difficoltà tra gli ottomila metri e la vetta. Lanciò addirittura l’idea dell’istituzione di una commissione verificatrice che dovesse essere “indipendente dagli sponsor, dalle riviste specializzate e da altri interessi commerciali” e che provvedesse a valutare le dichiarazioni di avvenuta ascensione di una via.

Česen rispose dicendo che Ghirardini si era spinto troppo oltre e che la sua idea di una commissione verificatrice era una assurdità. Dipinse un’immagine di Ghirardini come presidente della commissione che seguiva Česen durante le ascensioni di quest’ultimo. Criticò anche i sovietici, dicendo che non avevano nemmeno la più pallida idea di cosa volesse dire l’alpinismo moderno e che la loro ascensione al Lhotse era stata un passo indietro nella storia dell’alpinismo. In effetti lui criticava il loro stile “pesante”, che contrastava in modo netto con il modo con cui lui aveva effettuato la sua ascensione. Il contrasto tra gli stili è innegabile, ma la critica rivolta agli scalatori sovietici è meno equa e leale. Questi erano riusciti a portare a termine alcune ascensioni fantastiche e quando l’Unione Sovietica cessò di esistere la maggior parte degli alpinisti di punta dimostrò di essere capace altrettanto bene di scalare vie difficili in stile alpino.

Probabilmente l’attacco di Ghirardini risultò meno forte a causa del fatto che non era una persona con cui fosse facile avere a che fare. Michael Kennedy, l’editore della rivista americana Climbing, aveva partecipato ad un trekking sul ghiacciaio del Baltoro nel 1980 durante il quale poté sentire i racconti di come Ghirardini avesse litigato con i suoi portatori, avesse licenziato un ufficiale di collegamento e ne avesse accusato un altro di averci provato con sua moglie. Beghin, che aveva scalato assieme a Ghirardini sul K2 nel 1979, scrisse che in un team formato da vari individualisti Ghirardini era il più individualista di tutti, all’eccesso. Era un vegetariano osservante, accusava i suoi compagni di gruppo di essere dei neo-nazisti quando li vedeva mangiare carne e arrivò a dire che i mattatoi erano peggio dei campi di concentramento. Per Beghin era una persona ambigua, di quelle che riuscivano ad ispirare simpatia e sfiducia allo stesso tempo. Stephen Venables, lo scalatore britannico che aveva fatto alcune ascensioni spettacolari, tra le quali, in particolare, una via nuova sulla parete est dell’Everest portata a termine in solitaria e senza l’ossigeno, disse che gli attacchi di Ghirardini “erano acidi chicchi d’uva di un uomo aspro che non aveva mai raggiunto i gradi più alti”. Per certi versi è ingiusto: Ghirardini di sicuro aveva portato a termine alcune scalate davvero dure e l’ammirazione di Beghin per la sua prestazione durante la spedizione al K2 del 1979 era evidente. Ghirardini, però, non si era accontentato di scalare al massimo livello. No, aveva puntato ad effettuare ascensioni come i suoi tentativi di solitaria al K2 ed al Makalu che andavano orgogliosamente ben al di là di quanto chiunque fosse riuscito a fare all’epoca. Ed aveva fallito. Non è discredito, ma la sola e semplice realtà di qualcuno che aveva alzato lo sguardo più in alto di quanto avesse fatto chiunque altro agli inizi degli anni ’80, che aveva osato sognare e che non era riuscito a raggiungere quegli obbiettivi così ambiziosi.

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I parallelismi con la carriera alpinistica di Česen sono sorprendentemente stretti. Ambedue avevano fatto ascensioni dure in solitaria sulle Alpi, con la trilogia delle pareti nord delle Alpi come punto focale. Ambedue avevano fatto la loro prima esperienza sull’Himalaya con una grande spedizione per poi concentrarsi sulle spedizioni in solitaria. Ambedue avevano tentato alcune ascensioni piuttosto difficili su grandi montagne. Ghirardini era stato respinto dal K2 e dal Makalu durante il suo tentativo invernale al Pilastro Ovest. Anche Česen aveva provato il K2 ed era stato respinto, anche se aveva portato a termine la via fino al punto in cui si riunisce allo sperone degli Abruzzi. Si era poi dedicato ad un programma altrettanto ambizioso sullo Jannu e sul Makalu vantandone il successo. Erano dunque motivate dalla gelosia le denunce di Ghirardini, per il fatto che Česen era riuscito a fare il grande balzo in avanti negli standard di scalata che lui stesso aveva provato ma non era riuscito a fare? È ovviamente possibile, ma dobbiamo comunque riconoscere che anche Ghirardini era uno che aveva provato ad effettuare ascensioni di difficoltà paragonabile a quelle di Česen e che sapeva benissimo cosa volesse dire tentare in solitaria una via estrema in Himalaya. Può davvero essere che la tentazione di inventarsi un’ascensione gli sia passata per la testa nei momenti di disperazione, da solo, al freddo, sul Makalu e che adesso lui pensi che Česen abbia ceduto a quella tentazione alla quale lui aveva saputo resistere? Ci furono alcuni momenti di tensione tra Tomo Česen e il francese. Tre anni prima della sua ascensione al Lhotse aveva partecipato ad una spedizione slovena al Lhotse Shar. Durante l’ascensione avevano condiviso parte della salita con un team francese con i quali poi finirono con l’aver discussioni per questioni relative all’uso delle corde fisse degli sloveni. Ambedue le spedizioni mossero critiche l’una all’altra nei loro resoconti. Ghirardini però era sempre stato un outsider, un cane sciolto rispetto all’alpinismo tradizionale e sembra proprio che la sua indignazione per quella che gli sembrò essere stata una frode da parte di Česen fosse più che altro un parere personale.

Quanto vantato da Česen ricevette sostegno da parte degli alpinisti americani Wally Berg e Scott Fischer. Questi avevano salito il Lhotse lungo la via normale un mese dopo l’ascensione di Česen. Una volta tornati a Kathmandu furono intervistati da Liz Hawley, una corrispondente della Reuters residente in Nepal e che da molti anni fungeva da cronista non ufficiale dell’alpinismo in Nepal. Parlarono con la Hawley dell’area di vetta, compreso della presenza di una vecchia bombola di ossigeno color arancione su una piattaforma appena sotto la vetta. Česen aveva detto di aver visto la stessa bombola. Berg sottolineò anche l’instabilità della piramide nevosa sommitale, che lui e Fischer avevano salita legati, convenendo sul fatto che non avesse alcun senso salire slegati, come nel caso di Česen. Berg non fu in grado di chiarire la controversia relativa al fatto se fosse possibile vedere il Western Cwm dalla vetta perché la cima era avvolta dalle nebbie e l’unica struttura che poterono in qualche modo percepire era il secondo corno, la vetta minore del Lhotse, che si trova dall’altra parte del canalone della parete ovest. Berg sottolineò che da quel punto, che Česen avrebbe dovuto attraversare per raggiungere la vetta, doveva probabilmente esserci una vista chiara verso il basso, sul Western Cwm. In questo modo il mistero della foto che guarda verso il Cwm avrebbe potuto essere risolto dal fatto che era stata scattata lì e non sulla vetta principale. Berg concluse l’intervista convinto del fatto che Česen fosse arrivato allo stesso punto in cui erano arrivati lui e Fischer.

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Non tutti, però, erano così sicuri e convinti. Reinhold Messner fece notare che c’erano state parecchie ascensioni del Lhotse e Česen avrebbe potuto facilmente venire a conoscenza di alcuni fatti basilari relativi alla vetta parlando con qualcuno. Messner, all’inizio, era stato un accanito sostenitore di Česen, che vedeva come un visionario che voleva fare un balzo in avanti negli standard e nello stile dell’alpinismo himalayano in un modo per molti versi simile a quello che lui stesso aveva fatto quindici anni prima. Propose il nome di Česen per il premio Leone delle Nevi da 10.000 dollari che lui stesso aveva istituito per le grandi imprese alpinistiche. Nel suo libro del 1991 Free spirit (edizione inglese) dedicò un capitolo agli exploit di Česen e spiegò come lui stesso vedesse la sua ascensione alla parete sud come uno dei pochissimi momenti di svolta nella storia dell’alpinismo. Nel 1992 Česen tenne una conferenza a Vienna durante la quale mostrò diapositive e le riprese fatte da Ravnihar sull’ascensione. Fu quella la prima volta in cui Messner e Česen si incontrarono e le cose non si misero bene per lo sloveno. Messner trovò che nei racconti di Česen ci fossero alcune incongruenze. Questi aveva parlato di tempeste, ma le diapositive e le riprese di Ravnihar mostravano solo tempo perfetto. Per Messner inoltre, era difficile credere che Česen non avesse fatto uso di assicurazione sulla parte superiore della parete. “Da tutte le sue risposte avevo la sensazione che ci fosse qualcosa che non andava” – disse Messner che ritirò la sua nomination di Česen per il premio Leone delle Nevi. Data la reputazione di Messner per l’alpinismo mondiale, questo fu un brutto colpo per la credibilità di Česen.

Česen si trovò di fronte un altro oppositore quando Viki Groselj, un membro della spedizione alla parete sud del Lhotse nel 1981, si trovò per caso tra le mani una copia dell’articolo che Česen aveva scritto tre anni prima per la rivista francese Vertical. Groselj era rimasto molto sorpreso dal fatto che l’articolo fosse corredato di fotografia, il tutto quando in Slovenia pressoché tutti avevano capito che durante l’ascensione lì non avesse scattato nessuna foto. Česen, in interviste rilasciate alla stampa locale, aveva detto perfino che “le mie sole prove sono le mie parole”. Groselj rimase ancor più stupefatto quando si rese conto che due di quelle foto erano state scattate da lui. Una era una foto presa da sopra gli ottomila metri durante il tentativo alla parete sud del 1981. L’altra, che mostrava la vista in basso verso il Western Cwm, era stata in realtà scattata da Groselj dall’altro versante della montagna e ad una certa distanza al di sotto della vetta durante la sua salita lungo la via normale della parete ovest nel 1989. Venne fuori che Česen era andato a far visita a Cveta, la moglie di Groselj, mentre il marito era fuori in spedizione, e le aveva chiesto di prestargli alcune diapositive per illustrare la via al Lhotse ad uno dei suoi sponsor. Dato che era un amico di famiglia, Cveta aveva permesso a Česen di portarsi via le diapositive senza fare troppe domande.

Groselj, che prima vedeva Česen come la stella dell’alpinismo mondiale, iniziò allora ad avere dubbi. C’era una terza foto, apparentemente scattata attorno ai 7500 metri che, sebbene non fosse delle sue, per Groselj era stata scattata da un altro dei membri della spedizione del 1981. La foto mostrava cornici con una struttura piuttosto simile a quelle che comparivano nelle sue foto. Gli sembrava piuttosto improbabile che quelle formazioni nevose avessero lo stesso aspetto di nove anni prima. Messo a confronto con Groselj, Česen ammise di aver preso a prestito le foto e di averle usate, ma negò di aver mai affermato che fossero sue, dicendo che il caos era derivato dai redattori di Vertical, che avevano indicato per errore che erano state scattate da Česen. Alle domande di Groselj relative al perché non avesse avesse segnalato l’errore subito dopo la pubblicazione delle foto, Česen diede qualche risposta che comunque non convinse Groselj. Questi cercò di sollevare dubbi tramite il suo club alpino in Slovenia, ma fu scoraggiato dal renderlo di pubblico dominio. Sembrava troppo pericoloso per la reputazione dell’alpinismo sloveno. Nonostante le pressioni Groselj decise di rendere pubbliche le sue denunce. Česen allora rilasciò una dichiarazione pubblica e apparve alla TV slovena per dire che lui non aveva fotografie della vetta, che mai aveva affermato di averne e che non c’era nulla di sospetto nell’aver fatto uso delle foto di Groselj. Nonostante ciò la gente iniziò a notare che il racconto sembrava non essere coerente con alcuni commenti che lui stesso aveva fatto nel 1991 per difendersi dai dubbi del team sovietico. In alcune interviste si riferiva alla foto di vetta (ovvero quella scattata da Groselj) dicendo “molti hanno visto questa fotografia. Non presenta alcun problema ed è a disposizione di tutti coloro che la vorranno esaminare”.

Tomo Česen. Foto: Manca Cujez
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Sfortunatamente alcune delle azioni di Česen sembravano avere il solo effetto di aumentare lo scetticismo attorno all’ascensione. Per esempio, diede l’impressione di cambiare il suo racconto durante la controversia relativa alle fotografie, che continuava a protrarsi. C’erano stati pochi dubbi sulla salita di Česen al K2 o sulla sua solitaria al Broad Peak, ma nessuna sulla salita al Yalungkang. E’ quindi uno che ha dato prova della sua capacità come alpinista himalayano di massimo livello. La questione quindi è: è riuscito ad ergersi con la testa e le spalle al di sopra del punto più alto, come si dovrebbe fare per poter dire di aver scalato le vie da lui dichiarate sul Jannu e sul Lhotse? Greg Child, lo scalatore australiano autore di alcune pregevoli ascensioni in Himalaya, ha scritto un articolo in cui presenta i fatti relativi alle dichiarazioni di Česen ed alle dispute che hanno fatto seguito. La posizione di Child è che è difficile tanto confermare quanto confutare le dichiarazioni di Česen.

A difesa di Česen ci fu una forte reazione da alcune parti della comunità alpinistica slovena. Dušica Kunaver, la vedova di Aleš Kunaver, il leader della spedizione del 1981 poi morto in un incidente di elicottero nel 1984, fu particolarmente attiva in questo dibattito in favore di Česen. In Slovenia la controversia sfociò in uno scambio di lettere sulla rivista alpinistica locale tra Dušica Kunaver e Viki Groselj.

Facendo considerazioni sulla credibilità o meno delle dichiarazioni di Česen è stato fatto notare che altre spedizioni “leggere” sulla parete, come quelle di Christophe Profit, Vincent Fine, Pierre Beghin e Michel Fauquet sono arrivate piuttosto in alto. Ciò, tuttavia, non dimostra altro che il fatto che non c’è alcuna ragione al mondo per cui un alpinista con le capacità di Česen non dovrebbe essere in grado di raggiungere la parte superiore della parete. Altrettanto rilevante è il fatto che alcuni scalatori davvero forti con credenziali eccellenti, come Krzysztof Wielicki, Jerzy Kukuczka, Nejc Zaplotnik, Andrej Stremfelj e Artur Hajzer siano arrivati a quel punto in stile da spedizione senza poi riuscire a portare a termine la via. Come ha detto Wielicki: “Il vero problema della parete sud del Lhotse è al di sopra degli 8000 metri”. A parte Česen, nessuno di quelli che ha attaccato la parete in stile davvero leggero ha mai raggiunto questa altitudine.

All’inizio la maggior parte degli scalatori di punta sembrò credere alle affermazioni di Česen, poi, però, molti hanno iniziato ad avere seri dubbi. La brevità dei suoi racconti sull’ascensione è un motivo di sconcerto. Pochissimo tempo dopo l’ascensione pubblicò resoconti in molte riviste d’alpinismo importanti, tra i quali  Mountain Magazine, Himalayan Journal e American Alpine Journal. Tutti questi resoconti sono però piuttosto simili e tutti brevi. Il giorno della vetta, che dovrebbe essere il momento apicale per una delle imprese più grandi in assoluto per la storia dell’alpinismo, viene risolto in un paio di paragrafi. Solo quattro righe descrivono i sessanta metri di passaggio chiave a 8200 metri d’altitudine. Sopra questo punto, nonostante lo scrittore stesso racconti dell’esistenza di un tratto ancora piuttosto lungo, c’è solo una breve descrizione della rimanente parte di scalata. Il terreno è descritto in modo alquanto vago. Ovviamente la mancanza di alcuni dettagli non sta necessariamente a significare che l’ascensione non abbia avuto luogo, ma si potrebbe andare a porre la domanda per quale motivo Česen non abbia fornito descrizioni più dettagliate dell’ascensione, vista l’assenza di prove fotografiche. In seguito è stato pubblicato un libro che è apparso in alcune lingue, tra le quali lo sloveno e l’italiano (Solo, Dall’Oglio, 1991), ma non in inglese. Si potrebbe pensare che un libro avrebbe potuto offrire a Česen l’occasione di andare a precisare al meglio i suoi resoconti, ma in realtà i nuovi dettagli, se ci sono stati, sono stati davvero pochissimi. Per esempio, nel libro, la descrizione del tratto che dalla fine del passo chiave va fino alla vetta viene risolta in circa 120 parole nella versione italiana del libro ed un resoconto all’incirca della stessa lunghezza è quello che risulta dal suo articolo per l’American Alpine Journal. E’ certo che gli stili di scrittura variano da scrittore a scrittore, ma questo è insolitamente succinto per la parte fondamentale di una ascensione così importante. Per contrasto, descrive la giornata dell’arrivo in vetta sullo Yalungkang nello stesso libro con dettagli ben maggiori.

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A sconcertare è forse anche la velocità con cui Česen è riuscito a salire l’ultima sezione. Pare che Česen abbia lasciato il suo bivacco a 8200 metri alle 5 di mattina. Da lì dev’essere salito, mettendoci all’incirca un’oretta, fino al tratto chiave, per passare il quale gli ci sono volute circa tre orette. Una volta risolta questa parte gli rimanevano da passare circa 150-200 metri di dislivello per uno sviluppo in lunghezza di circa 500 metri. Per passare quel tratto gli ci sono dunque volute circa 5 ore. Magari può anche sembrare non troppo veloce, ma va ricordato che il team di Misha Turkevich ha passato un sacco di tempo provando a salire la parte superiore del pilastro centrale da un punto molto più vicino alla vetta, eppure nonostante tutto ciò non è riuscito ad arrivare in vetta. Česen disse a Greg Child di aver traversato la cresta sul suo versante sud per restare riparato dal vento. Child fa notare che tutta la sua esperienza alpinistica, che è considerevole, gli ha insegnato ad evitare di salire al di sotto di cornici sul lato sottovento di una cresta. Queste aree sono soggette a rischio di valanghe provocate dal vento oppure di neve inconsistente profonda. Queste ultime condizioni sono esattamente quelle trovate da un team giapponese all’uscita dalla parete, anche se, dichiaratamente, in un’altra stagione. La ripidezza e la difficoltà di quel terreno risulta evidente dalle loro foto e la cresta prevede il superamento di numerosi saliscendi e di un pilastro roccioso (il secondo corno del Lhotse). Va ricordato che questo era un terreno simile a quello sul quale Vanja Matijevec e Franček Knez ebbero momenti di disperazione all’uscita dalla parete nel 1981. Questa parte del resoconto può essere vista come carente in credibilità e se abbia traversato o meno la cresta è esattamente quanto Bershov aveva contestato dell’ascensione di Česen.

Ma allora cos’è realmente successo? Ci sono quattro scenari principali: il primo, ovviamente, è che lui abbia fatto esattamente quello che dice di aver fatto e che quindi con ciò abbia compiuto la più grande ascensione di sempre e sia stato poi crudelmente giudicato male dai cacadubbi. L’unica critica per Česen sarebbe quella per aver fatto un resoconto dell’ascensione senza la quantità sufficiente di informazioni a sostegno. Il secondo è che l’ascensione sia stata una gran truffa premeditata. Come dice Greg Child vorrebbe dire che è partito ed è andato a nascondersi dietro ad una roccia per alcuni giorni, dopodiché se ne è tornato annunciando di aver fatto l’ascensione. Alcune persone sono arrivate alla conclusione che quanto è accaduto è stato esattamente questo. “Sappiamo tutti cos’è avvenuto sul Lhotse” – disse Viki Groselj al giornalista americano Ed Webster – “ma nessun ne vuol più parlare. Sappiamo tutti che ha imbrogliato. Aveva un piano premeditato per fregare il mondo. Me ne dispiace, perché il mio più grande desiderio è che gli sloveni riescano a salire quella parete”.

Ma davvero qualcuno andrebbe a commettere quella truffa premeditata, soprattutto uno che è riuscito a fare ascensioni come quella sua allo Yalungkang? Se la truffa fosse stata deliberata e premeditata, non si sarebbe dato la pena di costruirsi una storia migliore, più robusta e coerente? Se il tutto fosse stato solo una frode, non si sarebbe trovato semplicemente una scusa per non aver fatto le foto invece di andare a farsele prestare per poi cercare di spacciarle per sue, ovvero un qualcosa di piuttosto rischioso se avesse avuto la coscienza sporca?

La parete sud del Lhotse. La foto è tratta da 8000 metri di vita, di Simone Moro
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La terza possibilità è più intrigante ed è quella che Česen sia salito fino a molto in alto ma non fino alla cima. Supponiamo che Česen sia arrivato molto in alto sulla parete, forse addirittura fino alla cresta sommitale, come suggerito da Bershov. Se fosse riuscito a fare questo l’ascensione rimarrebbe una delle più grandi mai effettuate in Himalaya indipendentemente dall’avere raggiunto o meno la vetta. Se desse un resoconto convincente di questo tipo di ascensione la gente potrebbe accettarlo e lui potrebbe magari riuscire a salvarsi la reputazione tra i dubbiosi. Ovviamente non avrebbe alcun senso per lui “ammettere” di essere arrivato in alto e poi di essere tornato indietro se fosse in effetti arrivato davvero sulla vetta. Il quarto scenario è una variante del terzo nel quale sulla parete viene fatto un timido tentativo. Per uno scalatore delle capacità di Česen di certo sarebbe possibile scalare la parte bassa in solitaria alla stessa velocità in cui sono riusciti a passare prima Marc Batard e Christophe Profit. Poi, magari, in uno dei tratti difficili a metà altezza o proprio nel tratto chiave che aveva fermato il primo tentativo alla vetta nel 1981, ha deciso che era troppo rischioso ed ha fatto dietro-front. Forse ha capito, come aveva fatto Ghirardini prima di lui, di aver raggiunto il proprio limite, ma semplicemente non lo ha voluto ammettere.

Greg Child ha segnalato un certo numero di elementi di che non collimano del tutto nel racconto di Česen. C’è anche da chiedere per qual motivo Česen sia sceso dalla parete sud invece di scendere lungo la via normale del Lhotse. Per i sovietici scendere dalla stessa via era una scelta ovvia, visto che avevano una serie continua di corde fisse e di campi fino ad un paio di centinaia di metri dalla vetta. Česen, invece, non ne aveva mai piazzate e si era trovato a dover scendere l’intera parete con pochissimo materiale in loco. Per uno scalatore come Česen scendere lungo la via normale sarebbe stato piuttosto semplice. In quello stesso periodo erano presenti parecchie grandi spedizioni alla via del Colle Sud all’Everest (compreso un team americano che un paio di settimane più tardi andò a scalare il Lhotse) e così in caso di necessità avrebbe potuto avere aiuto. Avrebbe inoltre potuto perdere rapidamente quota ed allontanarsi dal vento del canalone della parete ovest piuttosto che dover riattraversare l’esposta cresta sommitale. Ma allora, perché non ha attraversato la montagna e non è sceso dalla via più semplice? Questo non avrebbe ridotto in nessun modo il valore della sua ascensione. Parecchi degli alpinisti che avevano tentato la parete sud in stile leggero avevano in mente questo piano, e tra questi ricordiamo Nicolas Jaeger, Fine e Fauquet, Batard, Kukuczka, Hajzer e Wielicki.

Yvan Ghirardini
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Durante le ricerche per questo libro ho parlato con molti di quelli che sono stati sulla parete. Alcuni di loro sono piuttosto scettici rispetto alle affermazioni di Česen. Ma ben pochi sono disposti a dir chiaro e tondo che Česen ha mentito sulla sua ascensione. Nonostante lo scetticismo di molti non sono del parere che si debba dire che Česen non abbia completato al sua ascensione. Mark Twight, che ad un certo punto stava pensando ad un tentativo alla parete sud del Lhotse, ha chiosato una analisi delle affermazioni di Česen dicendo che sentiva che doveva essere fornita una quantità di prove sostanziali ben maggiore per poter arrivare a confutare le parole di un alpinista. Cita un altro brillante scalatore sloveno, dicendo che “quando gli alpinisti rendono pubbliche le loro ascensioni ci crediamo basandoci sulla fiducia e sul rispetto. Io credo a Česen, ma non ho nessuna prova al riguardo e non voglio convincere nessuno”. E’ vero che a lui mancano prove concrete di ciò che ha fatto, ma ai suoi detrattori mancano prove concrete che non l’abbia fatto. Vladimir Karataev ha computo la prima o la seconda ascensione della parete sud del Lhotse a seconda del fatto se vogliamo credere o meno alle affermazioni di Česen. E Karataev ha pagato molto cara la sua vittoria con la perdita delle ultime falangi di tutte le dita e con parecchi anni di riabilitazione. Si potrebbe arrivare a pensare che lui sia uno propenso a dubitare dell’ascensione di Česen, ma nel 2008, quado gli fu chiesto se credesse all’ascensione di Česen rispose: Perché non credergli? Forse ce l’avrei fatta anch’io a salirla in solitaria!”.

Col passar del tempo la controversia su Česen ha perso di vigore ma non è per nulla finita nel dimenticatoio. L’alpinismo dovrebbe essere un’onorevole ricerca e sarebbe bello poter credere ad una persona basandoci semplicemente sulle sue parole. Questo però non sarà mai abbastanza per tutti e salvo il caso in cui riesca a produrre qualche nuova prova eccezionale in suo favore, Česen avrà sempre contro i soliti scettici, ma anche chi vorrà concedergli il beneficio del dubbio. Per gli amanti dei dati storici dobbiamo aggiungere che il duo ucraino (Karataev-Bershow) dev’essere considerato la prima cordata ad aver effettuato la salita confermata della parete.

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I sogni di Uma Devi

I sogni di Uma Devi
di Giuseppe Cederna
(storia di un viaggio e degli amici che accudirono la morte)

Il 30 gennaio 2016 alle ore 21.30 Giuseppe Cederna presenta Una Cosa Giusta alle Sorgenti del Gange a Milano, Frigoriferi Milanesi, via Piranesi 10. Seguirà la proiezione in anteprima del video I sogni di Uma Devi, l’ incontro con la comunità femminile del villaggio di Bhangeli-Himalaya, girato nel settembre 2015.

Nei villaggi isolati dell’alta valle del Gange, tra le montagne tra le più belle del mondo, si muore ancora di parto. Un gruppo di donne di Barsu, un villaggio arrampicato a 2000 metri di altezza, ha deciso di occuparsene di persona. Con il progetto di formazione e assistenza sanitaria UnaCosaGiustaGianpieroBianchiOnlus noi possiamo aiutarle.

Giuseppe Cederna su un treno indiano
SogniUmaDevi-Treni indiani Sil
A Barsu la prima volta, ci arrivammo di notte, sotto una trapunta ghiacciata di stelle. Nei giorni seguenti i figli di Dashrath Singh, il pastore, ci portarono ad acclimatarci sugli alti pascoli, oltre le foreste di rododendri e di querce spinose dell’Himalaya. Era il novembre del 1999. Cominciava così il nostro viaggio alle sorgenti e alle confluenze della Madre di tutti i fiumi. Incontri d’alta quota, acque sacre e orme dei pellegrini: un viaggio straordinario che ci avrebbe insegnato ad accogliere e accompagnare la tragica scomparsa di un’amica sulle montagne del Kosovo. Tornammo a Barsu sei anni dopo. Un altro dolore, un altro pellegrinaggio: il nostro amico Gianpiero ci aveva lasciato da pochi mesi e noi avevamo deciso di ritornare con lui tra le balene bianche dell’Himalaya.

Dashrath e suo figlio Ravi ci accolsero di nuovo nella loro casa e una sera ci parlarono della precaria situazione sanitaria di Barsu e dei villaggi dell’alta valle del Gange. Erano le donne e i bambini a pagarne il prezzo più alto. “Le donne lavorano con ogni tempo, anche quando sono malate o incinte” ci raccontò Ravi “ spesso fino agli ultimi giorni di gravidanza.”

Con le donne di Barsu
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Nei villaggi si partorisce in casa, l’ospedale è lontano e un’emergenza spesso si trasformava in tragedia. Forse, insieme, potevamo fare qualcosa. Qualcosa che ricordasse il nostro amico Gianpiero nei luoghi dov’era stato felice.

Ravi si consultò con le comunità femminili dei villaggi, e dopo nove mesi ci scrisse.

Formazione. Questo era quello di cui le ragazze avevano bisogno. Il potere della conoscenza: seminari a Barsu e mesi di pratica in ospedale nei reparti di ostetricia e ginecologia.

Nacque così il progetto UnaCosaGiustaGianpieroBianchiOnlus.

Uma Devi
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Dal 2010, Rangeena e Vijendri, le prime operatrici sanitarie di UnaCosaGiusta, assistono le donne in gravidanza e i bambini di una decina di villaggi isolati tra le montagne: igiene, alimentazione, educazione sessuale, cura e rispetto del proprio corpo.

Torniamo a Barsu quasi ogni anno e gli effetti di questa piccola azione gettata nel mondo ogni volta ci sorprendono. Pochi mesi fa le donne di Bhangeli, un villaggio a tre ore di cammino da Barsu, ci hanno parlato dei loro sogni: imparare qualcosa di nuovo. Un lavoro, un’attività, una piccola impresa. “Vorremmo essere più indipendenti e sentirci fiere di noi stesse” ha detto Uma Devi, una robusta contadina di 44 anni dalla faccia rotonda come una mela “questo è oggi il mio piccolo sogno.

Era la prima volta che sentivo questa parola tra le ripide pietre di un villaggio himalayano. Mi è sembrato che qualcuno mi abbracciasse. Che il nostro amico Gianpiero fosse veramente tornato lassù, tra le forti e coraggiose contadine dell’Himalaya, ad aspettare l’inverno dei fuochi accesi e delle storie che non finiscono mai.

Himalaya indiano
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Giuseppe Cederna
Figlio del giornalista, ambientalista e politico italiano Antonio Cederna e nipote della scrittrice e giornalista Camilla Cederna, Giuseppe Cederna esordisce come attore nel 1982 con Cercasi Gesù di Luigi Comencini.

Tra le sue interpretazioni più note vi è la parte del soldato Antonio Farina, follemente innamorato di una prostituta (famosa la battuta “Io sono puttana… può interessare?“) che poi sposerà, nel film Mediterraneo (1991). Sempre diretto da Gabriele Salvatores, aveva interpretato il ruolo di uno degli amici trentenni nel cult-movie Marrakech Express (1989). Interpreta poi altri ruoli in film di Marco Bellocchio, Silvio Soldini, Carlo Lizzani, Mario Monicelli, Lina Wertmüller, Ettore Scola, Renzo Martinelli e altri ancora.

I protagonisti di Mediterraneo. Da sinistra: Claudio Bigagli (tenente Raffaele Montini), Claudio Bisio (Corrado Noventa), Ugo Conti (addetto radio Luciano Colasanti), Diego Abatantuono (sergente Nicola Lorusso), Giuseppe Cederna (attendente Antonio Farina) e Gigio Alberti (Eliseo Strazzabosco)
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E’ autore di tre libri, Il grande viaggio (Feltrinelli, 2004), Ticino. Le voci del fiume, storie d’acqua e di terra (Excelsior, 1881) e Piano americano (Feltrinelli, 2011). All’attività cinematografica e letteraria affianca quella teatrale.e televisiva.

Non si viveva poi così bene in Italia?
Non ci hanno lasciato cambiare niente. E allora… E allora gli ho detto.. Avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice. Cosi gli ho detto.. e sono venuto qui (il soldato Antonio Farina, interpretato da Giuseppe Cederna, in Mediterraneo)”.

“Abbiamo una nuova responsabilità, perché non è forse il fatto stesso di prendersi a cuore la sorte di ciò che ci sta intorno a lasciarcene intuire la musica segreta? E così, ogni volta che qualcosa ci sta veramente a cuore, vibriamo noi stessi di bellezza e musica (Sherwood Anderson)“.

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Ma quanti sono gli Ottomila?

Ma quanti sono gli Ottomila?
di Giovanni Padovani e Luciano Ratto

 

Ma quanti sono gli ottomila?
di Giovanni Padovani

In principio c’erano i piedi e non i metri. Tale era la misura automaticamente adottata da George Everest quale topografo generale dell’India nella prima metà dell’Ottocento per individuare le montagne più alte del territorio esplorato.

Le sue misurazioni stabilirono in 29.028 piedi l’altezza della montagna più elevata dell’Himalaya, da lui denominata Peak XV, mentre dai nepalesi era chiamata Sagarmatha (Madre degli Oceani) e dai tibetani Chomolungma (Dea Madre del Mondo).

Giovanni Padovani
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Le esplorazioni e i rilevamenti di Günther Oskar Dyhrenfurth negli anni Trenta introdussero la misurazione in metri grazie alla quale fu stilata una graduatoria delle montagne superiori agli 8000 metri, conosciute oggi come i 14 Ottomila. Le stesse montagne, allora entrate nell’immaginario collettivo grazie alle prime spedizioni all’Everest e al Nanga Parbat, divennero così terreno di gioco di un alpinismo di forte connotazione nazionalista.

Ben nota è la storia delle prime ascensioni succedutesi dal 1950 al 1964. Nei decenni successivi l’Himalaya e il Karakorum divennero punti di attrazione per nuove ascensioni di grande rilevanza alpinistica, anche su vette minori. Ancora oggi, a cinquant’anni dalla prima salita del 14esimo “ottomila”, il Shisha Pangma, l’interesse mediatico resta concentrato su queste storiche mete.

Una parallela attività esplorativa nell’area dell’Himalaya e del Karakorum confermò quello che del resto era già noto, e cioè che l’universo degli Ottomila doveva considerarsi più ampio e di esso si iniziò a parlare.

In Italia se ne sono occupati Roberto Aruga, Luciano Ratto e Roberto Mantovani. Foto satellitari dimostrano che le 14 montagne conosciute come “Ottomila” presentano diverse elevazioni minori più o meno indipendenti dalle rispettive quote massime. Molte di queste cime sono già state scalate da alpinisti di varie nazionalità senza che a questi exploit sia stato dato particolare rilievo oltre i confini nazionali.

Come comportarsi di fronte alla necessità geografica di quantificare con esattezza l’universo degli Ottomila? Luciano Ratto, che già da presidente del Club4000 si occupò, con successo, dei criteri di individuazione di queste cime nell’arco alpino proposti da Roberto Aruga, suggerì a suo tempo di applicare il medesimo metodo impostato sul concetto di prominenza topografica anche alle cime sopra gli ottomila metri.

Che ne sarà allora della lista storica degli Ottomila? Potrà essere integrata, allargandola oggi da 14 a 20 (considerando il solo criterio di prominenza) oppure a 22 (considerando anche il criterio alpinistico)?

A questo proposito è opportuno richiamare quanto affermato da Roberto Mantovani in un’intervista del 2012: «Non esiste nessuna intenzione di modificare la storia dell’himalaysmo o di sminuire i meriti di quanti, in tempi non sospetti, hanno prima progettato e poi realizzato la scalata dei 14 ottomila, riferendosi a una lista ormai codificata da tempo. E tra l’altro sarebbe oggi addirittura puerile pensare di migliorare i record del recente passato rilanciando la corsa ai “nuovi” ottomila. Anche perché il valore di una performance deve essere valutata con criteri storici, tenendo presente i riferimenti culturali del momento in cui è avvenuta. In altre parole, non si può competere con il passato».

Precisazione, quella di Mantovani, da condividere pienamente.

 

Il progetto 8000
di Luciano Ratto

Questo progetto, portato a termine da Roberto Aruga e dal sottoscritto, e tuttora in stand by presso l’UIAA, vuole risolvere alcuni problemi nati dallo studio approfondito della geografia delle montagne più alte della Terra.

Luciano Ratto
QuantiOttomila-foto-intervista-Ratto-Copia
La cronologia del Progetto 8000 è stata la seguente:
– inizio: febbraio 2011, a seguito di una mia lettera alla Rivista del CAI e a  Lo Scarpone nel giugno 2003;
– fine: novembre 2011;
– maggio 2012: presentazione delle conclusioni all’UIAA tramite Piergiorgio Oliveti, rappresentante del CAI presso questa associazione;
– settembre 2014: sappiamo da Oliveti che il “re degli 8000”, il padreterno Messner, senza motivare minimamente il suo giudizio, ha stoppato il nostro progetto. “Gli 8000 sono 14 e basta”, così ha sentenziato;
– da allora, nonostante il parere positivo espresso dai Paesi in cui ci sono vette di 8000 m il nostro progetto è in stand-by, e non sappiamo perché (!?): il silenzio ufficiale porta solo un clima di “mistero” e “sospetto”.

E’ ovvio che se la nostra lista di 22 ottomila, in sostituzione di quella tradizionale di 14 che (come si può leggere nell’allegato di 21 pagine, Documento definitivo 25.11.2011, tuttora non si sa quali origini precise abbia) fosse approvata, a parte il boom dei media, si creerebbe un trambusto tra gli ottomilisti, nessuno dei quali ha salito questi 22 ottomila e che perciò sarebbero costretti a ricominciare il gioco o lasciare, il che però sul piano alpinistico sarebbe assai intrigante.

Aggiungo che i Paesi in cui si trovano gli 8 ottomila da noi aggiunti, interpellati al riguardo, si sono dichiarati felici dell’aggiunta che gioverebbe a loro sul piano economico ed occupazionale dei portatori.

La mia insistenza nel sostenere questo progetto può sembrare eccessiva, quasi maniacale, ma sia Roberto Aruga che il sottoscritto riteniamo di essere persone serie, semplici appassionati di montagna che non coltivano interessi particolari o immotivate ambizioni. Non inseguiamo certo lo scoop mediatico e la conseguente “gloriuccia da quattro soldi”, ma solo la soddisfazione di metter ordine negli 8000, come abbiamo fatto, 21 anni fa, per i 4000.

A noi, l’atteggiamento pregiudiziale di Messner e dell’UIAA, che non adducono alcuna motivazione plausibile nella loro opposizione alla nuova lista degli 8000, pare oltre che “dittatoriale” anche anacronistica.

Sono cattolico praticante e, come tale, osservo i dogmi che la Chiesa mi propone (ma non mi impone), però questo dogmi, nel terzo millennio, anche per merito di Papa Francesco, sono in discussione proprio nel “Sinodo” di questi giorni. E nel mondo alpinistico invece si dovrebbero consolidare dei dogmi assurdi?

Ci si riempie tanto la bocca di paroloni come “democrazia”, “libertà”, “concertazione”, “confronto”, “ecumenismo”, ecc., ma poi, in pratica, si assiste ancora oggi a imposizioni incomprensibili.

Il versante meridionale del massiccio del Kangchenjunga: da sinistra a destra, West Peak (Yalung Kang) 8505 m, main summit 8586 m, Central Peak 8473 m e South Peak 8476 m
QuantiOttomila-Kangchenjunga_South_Face

Sono il primo a riconoscere che Messner è il più grande alpinista di tutti i tempi e di fronte a lui mi sento un microbo, ma non trovo che questo “mostro sacro” possa avere l’autorità di decidere senza confrontarsi con gli altri.

Sono anche meravigliato che i soloni dell’UIAA si prostrino ai suoi piedi e accolgano i suoi diktat e i suoi staliniani niet come oro colato. Quando nel 1994 proponemmo all’UIAA l’elenco dei 4000 per ottenerne una certificazione come elenco ufficiale, ottenemmo questa senza alcuna difficoltà e in tempi brevissimi.

Ci era stato suggerito di interpellare chi di 8000 se ne intende, gente tipo Simone Moro, Silvio Gnaro Mondinelli, Nives Meroi, Denis Urubko, ecc., ma non l’abbiamo fatto perché il loro, pur qualificato, parere sarebbe stato inevitabilmente “soggettivo”, mentre noi volevamo basare il nostro progetto su basi oggettive e scientifiche, come dimostra ampiamente il documento definitivo 25.11.2011 di 21 pagine sopra menzionato. Che a questo punto vi invito a leggere.

Mappa degli Ottomila “vecchi” e “nuovi”
Quanti-Ottomila-MAPPA-DEI-14-OTTOMILA-CLASSICI-CON-GLI-8-AGGIUNTIVI

A ciò, per completezza, aggiungo la proiezione automatica delle foto degli Ottomila (attenzione a qualche errore di didascalia).

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In scacco, l’Everest interrotto

In scacco, l’Everest interrotto
di Tashi Sherpa
tradotto da Alpinist n. 47, per gentile concessione di www.Alpinist.com

All’alba di una giornata di primavera sedici scalatori sono morti sulla Khumbu Icefall dell’Everest. In alto, un seracco gigante era collassato dalla Spalla Ovest, causando una valanga che ha travolto e trascinato tutto ciò che incontrava. Rallentati dai carichi pesanti, avanzando precari tra crepacci e torrioni di ghiaccio, gli uomini non avevano alcuna possibilità di scamparla. In pochi secondi, i corpi di tredici sherpa e di tre altri nepalesi giacevano sotto una colossale massa di detriti di ghiaccio, assieme all’armamentario. È stata la peggiore giornata della storia della montagna.

Il versante nepalese dell’Everest con la via di salita. Al centro della foto e in basso è l’Icefall
L'itinerario di salita all'Everest dal versante nepalese.

I sopravvissuti erano paralizzati dallo shock e dal dolore. Qualcuno era arrabbiato con le autorità delle quali già s’immaginavano le dichiarazioni irrispettose delle loro perdite. Alla fine, tutti gli sherpa fecero i bagagli e se ne andarono. Molti non avevano il coraggio di insistere in un anno così nero (Lo Nag).

L’approssimativo percorso del crollo di seracchi dalla Spalla Ovest dell’EverestTashi02-a06-00002

Maggio racchiude la breve possibilità di salire in cima. Subito dopo arrivano le pesanti piogge del monsone. Già le nubi arrivavano e si concentravano, infauste, creando i primi cicloni sul subcontinente himalayano. Giunge notizia di elicotteri che portano al Campo 2 due clienti “indipendenti”, uno dei quali è anche andato in vetta. A prescindere se quest’azione è da considerare irriverente e fuori dal codice alpinistico, rimane il fatto che il perseguimento individuale di gloria spesso scavalca brutalmente la ragione e il rispetto.

I riflessi del teatro crudele di questa stagione hanno scosso profondamente la percezione di ciò che una volta consideravamo un’attività onorevole. Tra rabbia e paura, i vulnerabili hanno trovato nuova voce. C’è unanime condanna del modo in cui le spedizioni commerciali hanno ignorato il valore di un coefficiente così importante in ogni tentativo: quello dato dai lavoratori delle montagne. I francesi hanno un termine, enfants perdus, per i soldati che vengono assegnati ai posti più pericolosi. Questo termine è perfetto per coloro che, coraggiosamente, sono morti questa primavera e sono ancora lassù sepolti nel ghiaccio.

La nostra coscienza collettiva indietreggia di fronte all’idea del ricavo economico o della vanagloria che hanno precedenza sulla vita umana. Ogni primavera all’Everest sherpa capaci e altri lavoratori fronteggiano la prima minaccia della montagna sull’Icefall, con carichi pesanti si trascinano in posti da brivido, piazzando scale e corde tra torri in bilico nei momenti più freddi della giornata, perciò i meno pericolosi, in un freddo siderale. Dov’è la moralità in questo matrimonio di profitto e prezzo, in uno spietato mercato che riserva così poco a coloro che rischiano di più? Come abbiamo potuto permettere per così tanto tempo questa situazione?

Sono più triste che furioso, ma sono convinto che non possiamo far finta di niente di fronte a queste lezioni. Continuare così il prossimo anno e gli anni successivi sarebbe un tormento per chi invece ha a cuore le vittime e la loro memoria. Sull’Everest e su tutte le altre montagne dell’Himalaya non sarà mai più così.

La valanga che si è abbattuta sull’Icefall il 18 aprile 2014
Tashi03-a06-00003Ora siamo a metà maggio, nella quarta delle sette settimane dello Shabden. Questo è un tempo assai impegnativo per i monasteri, dato che i monaci vanno di casa in casa a officiare il rito del passaggio. I suoni gutturali delle preghiere, il clarinetto requiem del Geling e ilo sordo battere dei tamburi del Nga orchestrano l’antico rituale di morte. Ciascuna famiglia in lutto deve essere presente alla cerimonia prpiziatoria per sette settimane. Lo chiamiamo Shipchu Shey gur, i quarantanove giorni di preghiera e di rinnovo.

I riflessi ambrati delle lampade a burro s’irraggiano sul ritratto del defunto. Nell’acre fumo del ginepro che brucia, i parenti cercano consolazione negli dei onnipresenti, ma spesso la trovano di più tra loro. Io non sono con loro adesso, ma so cosa succede in una casa in cui si è verificata una perdita insostituibile. Il quarantanovesimo giorno, dopo le offerte votive, a un’ora precisa, daranno l’addio definitivo al beneamato congiunto. Da quel momento il dolore, fino a ora così manifesto e udibile, sarà muto, privato. Qualcuno chiede se è stato dato da mangiare ai monaci, se è stato servito il tè agli ospiti, se c’è ancora abbastanza burro per le lampade. Vicini e parenti sono lì, un anziano dispensa qualche saggio consiglio. Tra i gemiti e i singhiozzi delle donne, si rollano i bead di thaynga nella continua invocazione om mane padme hum.

Ora il mondo è più cosciente di cosa siamo.
Un minimo di verità è finalmente apparsa. Ora non siamo più portatori o fantocci, né ci viene più attribuita la metafora del “sì, sahib-no, sahib”. Delle specie di Venerdì della montagna. I più sanno che siamo una comunità etnica di persone che una volta erano contadini, allevatori di yak o commercianti. Sei secoli fa, si dice, lasciammo il Tibet e ci stabilimmo nelle più remote montagne del Nepal nord-orientale. Grazie al nostro adattamento alla vita in quota capimmo la cultura dell’Everest e di quelli che vi cercavano gloria, nel bene e nel male, nel giubilo di una vetta o nella tragedia di un incidente.

Un sopravvissuto viene recuperato e soccorso in mezzo all’Icefall
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Il mio cognome è un diritto accidentale di nascita. Non ho mai scalato alcuna grande cima.

In più, ho sempre lottato contro i vecchi stereotipi sulla mia gente. Siamo quelle perdute tribù tibetane che valicarono i passi più pericolosi tanto tempo fa? O quei martiri che si prodigano e si sacrificano per i loro clienti? Per tanto tempo i racconti di chi era stato qui contribuirono ad alimentare un’immagine utopistica del nobile montanaro. Non posso negare che a volte mi fa piacere sentire quanto eravamo considerati eroi invitti e senza macchia.

Ma non ne posso più di subire domande ingenue come quella “Oddio, dove hai imparato un inglese così fluente?”. Molti di noi sono scalatori o guide di trekking. Ma gli altri hanno le teahouse, hanno soldi in banca, sono scrittori, piloti, maestri, dottori e imprenditori. Devo appoggiarmi al mio senso dell’umorismo quando qualche non-sherpa dubita che io possa intraprendere qualcosa anche senza l’aiuto di qualche guru occidentale. Dobbiamo essere sempre visti come gli eterni secondi, con ai piedi i ramponi e sulla schiena un carico?

Nella storia abbiamo dato spazio agli altri, ma questo non vuole dire che non abbiamo dignità. In Touching my father’s soul l’autore Jamling Tenzing Norgay (assieme al co-autore Broughton Coburn) tratteggia scene eloquenti della spedizione del 1953 cui suo padre partecipò. Quando il team arrivò a Kathmandu, un ufficiale invitò i partecipanti occidentali a stare all’ambasciata britannica, e gli sherpa furono mandati a dormire in un garage senza servizi igienici. Al mattino, il capo spedizione biasimò gli sherpa per aver urinato fuori. Non sembrava proprio al comando di dover riservare ai loro partner un trattamento, se non paritetico, almeno decente. È evidente che il giudizio generale sugli sherpa li vedeva più che altro come animali da soma.

L’abituale fila di scalatori che si avviano al Colle Sud per scalare l’Everest
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È stato scritto molto sulle liti infami tra europei e sherpa, la scorsa primavera del 2013 all’Everest. Come spesso succede nell’iperbole internet, le voci che hanno parlato più forte sono state quelle poi credute. E improvvisamente il piedistallo su cui i Mikaru (gli occidentali) avevano messo gli sherpa cominciò a vacillare. Prendere a pugni e a calci qualcuno è un atto che ripugna a tutti i buddisti, ma né la violenza né la non-violenza sono attributi che appartengono a una sola cultura religiosa o nazionale. Non sono sicuro che uno stimato cittadino occidentale l’avrebbe presa bene, fossi io entrato nel suo cortile e avessi accusato i suoi genitori di qualche depravazione sessuale. Solo parecchi mesi dopo, passata l’ira e lo scalpore, uno di noi fornì una versione sherpa dei fatti.

Non chiediamo di essere trattati come cavalieri senza macchia, perciò non è giusto, all’occasione, condannarci perché non ci comportiamo secondo stereotipi costruiti da voi.

Come bambino degli anni ’50, ho una visione piuttosto completa di quella che alcuni vedono come l’età d’oro dell’alpinismo himalayano. Osservai gli ultimi sprazzi di luce dell’impero britannico che davano luogo a una nuova sensibilità nelle comunità di scalatori sherpa dell’India post-coloniale. Nel 1954 fu fondato a Darjeeling l’Himalayan Mountaineering Institute. Il direttore operativo e la maggior parte degli istruttori era sherpa. Passai notti intere ad ascoltare storie che mai sarebbero state pubblicate. I nostri vecchi non avevano scritto alcun libro, ma i racconti che i miei zii facevano ai miei cugini e a me mi sono ancora oggi chiari come i colori seppia del loro album di foto.

È stato 61 anni fa che una personalità carismatica dal semplice nome di Tenzing Sherpa e un neozelandese di nome Edmund Hillary fecero la prima ascensione dell’Everest. Nella foto di vetta, l’eroe sherpa è simbolicamente stagliato nel cielo, con la sua maschera, trionfante sulla cima del Chomolungma, la più sacra delle montagne. Fu in quell’istante che si creò l’icona dello sherpa nel mondo.

Tenzing era indomabilmente avvenente, aveva tentato sette volte le barriere eccelse della montagna. Un leader naturale, esigeva rispetto da coloro che si affidavano ai suoi servizi e da coloro che ne seguivano il predicato. Egli fu sempre sincero, talvolta a dispetto dei suoi “padroni” britannici. Aveva una personalità ben più grande della sua vita e un sorriso così spontaneo da incantare testate e personalità di tutto il mondo. Ho letto e riletto la sua autobiografia e naturalmente mi vantavo in modo egoistico dell’amicizia tra le nostre famiglie. Nel karma post-bellico di un mondo disperato, Mr. Tenzing era il meraviglioso eroe dei fumetti. Era esclusivamente nostro, e lo contrapponevamo ai supereroi di carta o di celluloide.

La sempre più abituale ressa di alpinisti sull’Hillary’s Step, apoche decine di metri dalla vetta dell’Everest
FILE TO GO WITH Nepal-Everest-environment-climbing, FOCUS by Deepesh Shrestha (FILES) In this May 19, 2009 file photograph, unidentified mountaineers walk past the Hillary Step while pushing for the summit of Mount Everest as they climb the south face from Nepal. A group of top Nepalese climbers is planning a high-risk expedition to clean up Everest, saying decades of mountaineering have taken their toll on the world's highest peak.  "Everest is losing her beauty," seven times Everest summitteer Namgyal Sherpa, 30, told AFP. "The top of the mountain is now littered with oxygen bottles, old prayer flags, ropes, and old tents. At least two dead bodies have been lying there for years now." AFP PHOTO/COURTESY OF PEMBA DORJE SHERPA (Photo credit should read STR/AFP/Getty Images)

M’interessai e seppi tutto anche dei miei altri zii, le Tigri delle Nevi, figure che nei libri degli scalatori stranieri davano sempre prova di “forza, quieto carattere e impeccabile sincerità”, “intelligenza arguta”, “tremenda tenacia” e “grande tecnica di scalata”. Per qualche autore tutto ciò era forse abbastanza , esprimere la loro gratitudine citando e menzionando onorevolmente quei “tizi meravigliosi”, quando in realtà il legame che si era creato tra di loro dipendeva esclusivamente dalle situazioni estreme in cui si erano trovati. Per Ang Tharkay e i suoi coetanei, comunque, non era così importante cosa veniva scritto. La loro propria conoscenza del contributo che avevano dato li inorgogliva. Le figure meno visibili della narrativa himalayana si erano scoperti uguali ai protagonisti, anche se i nomi di questi uomini leggendari (Da Namgyal, Gyalzen Mikchen, Ngawang Gombu) sono sembrano oscuri come monete rare.

Hillary fu quello che io mi rifiutai di accettare per lungo tempo, questo spilungone che torreggiava su chiunque, anche su Tenzing. Sapevo poco dell’influenza che Hillary avrebbe avuto sulla valle del Khumbu. La scuoladal tetto di lamiera che lui riuscì a mettere insieme a Khumjung avrebbe aiutato centinaia di bambini sherpa ad avere un’educazione e ad allargare gli occhi per guardare il mondo. Ma quando lui si fermò davanti a casa nostra per un tè, lo evitai. Era troppo per uno scolaro di otto anni. Il meglio che potei fare in seguito per rimediare alla mia timidezza fu di scrivere un tributo a questo kiwi che era diventato uno dei più grandi sherpa.

Negli anni ’70 e ’80 gli scalatori occidentali proseguirono nello spirito esplorativo e tradizionale, cercando appassionatamente vie nuove sull’Everest, facendo scalate invernali e in stile alpino. Come leggende cresciute rapidamente, molti nepalesi erano interessati ai racconti di Chris Bonington e Pertemba Sherpa al riguardo della prima ascensione della parete sud-ovest o della salita solitaria di Reinhold Messner da nord. Se c’era una qualche spavalderia in quelle imprese, di certo era meritata, non erano tanti quelli che facevano cose del genere.

Gli anni ’80 furono anche l’inizio dell’era dei Super Sherpa, che continuò anche la decade dopo. In Nepal, le notizie della sera tenevano conti di chi era salito e quante volte. C’era un bel po’ di gente che gareggiava amichevolmente a suon di numeri sul Sagarmatha. Ang Rita, Sundare, Babu Chhiri e quell’ometto di Apa, ciascuno faceva sempre meglio dell’altro. Gli si faceva gran festa sul momento poi nelle racconti di qualcun altro gli si dava uno spazio marginale. Forse non eravamo capaci di metterci in mostra. Sebbene il senso dell’avventura rimanesse intatto c’era la sensazione generalizzata che, ad ogni conquista in più, la regale corona di neve della vetta perdesse sempre di più fascino.

La vetta più sognata del mondo
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E poi arrivò il diluvio. Qualcuno sembrava aver scoperto un filone nascosto di cacciatori di trofei con tanto danaro a disposizione. Fu lì che gli scalatori divennero consulenti di avventura e vendettero il sogno Everest. L’avvicendarsi delle spedizioni portò persone di mondo in cerca di gloria, ricconi in pensione, magnati del software e rampolli di nobile schiatta: era permesso a tutti di compiacere l’alpinista che era in loro sulla vetta più alta del mondo. Il Campo Base dell’Everest divenne raduno chiassoso di spedizioni d’alto profilo con clienti adeguati, morbosamente curiosi delle altezze. Non è richiesta esperienza precedente, solo un po’ di allenamento alla quota, porta la tua carta di credito e noi faremo il resto. Abbiamo i migliori scalatori del mondo che si prendono cura di te. Il richiamo della montagna si prestava all’incanto del commercio, e in un attimo quelli del business seppero cosa chiedere ai clienti e cosa spartire con i partner nepalesi.

Gli scalatori sherpa, quelli che avrebbero dovuto “prendersi cura”, stavano a guardare stupiti. E, secondo l’usanza buddista dell’accettazione di ciò che la vita dà, si organizzarono tra di loro, contenti di aver più lavoro per la stagione. Pochi si chiesero che cosa avrebbe comportato il “noleggio” di gente meno avvantaggiata in uno dei lavori più pericolosi del mondo.

Perché, mi chiedo, e non sono il solo, c’è voluta una tragedia così grande come questa per riesaminare il nostro comportamento? Dal 1922 al 2013, 252 nepalesi sono morti in spedizione. Non malediciamo nessuno per i movimenti delle montagne o per ciò che succede naturalmente su di esse: questo è il rischio inerente all’avventura. Ma non è necessario alcun complesso algoritmo per essere d’accordo sull’incongruenza amorale di un sistema di valori che riserva compensi così bassi ai lavoratori con i rischi più alti. Quelli che sono morti il mese scorso avevano un’assicurazione di 10.000 dollari (un milione di rupie). Oggi, i funerali di medio livello costano più della metà di quella somma. Un normale cliente alla fine paga più di 65.000 dollari per il privilegio dell’Everest, e il governo nepalese rastrella milioni di dollari con i permessi: ma pochi finora hanno provato a sostenere con misure consapevoli, efficienti e durevoli gli interessi dei lavoratori delle spedizioni e delle loro famiglie. La pratica di chiedere molto e pagare poco, l’approccio permissivo al business della scalata sono alla radice di questa situazione.

In un recente articolo del Wall Street Journal, il proprietario di un’agenzia straniera di scalate ha affermato che i salari degli sherpa li rendono multimilionari nel nostro paese. La maggior parte delle guide sherpa guadagna in media tra i 2.500 e i 6.000 dollari a stagione. Le guide occidentali ci ricavano il quadruplo, se non di più. Ma se uno sherpa guadagna una media di 5.000 dollari nel giro di dodici mesi, vuole dire che ne guadagna 420 al mese. L’affitto per un modesto appartamento a due letti nel suburbio di Kathmandu ne richiede 150. Mandare un figlio a una scuola decente costa 150 dollari al mese: per cibo, trasporti e servizi ne rimangono dunque solo 120, e c’è tutta la famiglia che ne ha bisogno! C’è un arcaico elemento di imperialismo nel pensare che ogni protesta sherpa equivalga all’uccisione della gallina d’oro, come se fosse insito il nostro dovere di essere sempre grati al nostro datore di lavoro per la generosità di darcelo e di mai chiedere qualcosa di più equo.

Il delegato governativo nepalese è al campo base dell’Everest per convincere gli sherpa a non interrompere la stagione. Non ci è riuscito.
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Tutti quelli cui tutto ciò importa cercano risposte e soluzioni valide, non balsami lenitivi. Nella buona volontà dell’immediato post-tragedia, la raccolta frettolosa di offerte alle famiglie colpite non ha fatto che scontrarsi con il nostro dolore pieno di sensi di colpa. Questa generosità nobile è commisurata con un senso profondo di giustizia e compassione. Sono contento che i bambini e i familiari delle vittime abbiamo questo concreto sostegno. Non lenisce la loro pena immensa, ma alleggerirà l’incertezza del loro futuro.

Già, e il futuro?

La sfida imminente è che noi riusciamo a tenere ben alti i decibel del rumore che facciamo sulle nostre questioni e che non ci facciamo mettere sotto dai vari interessi economici e politici. Non è nostro obiettivo avere la condanna di qualcuno. Ciò che vogliamo è fare un po’ di chiarezza nella confusione caotica, trovare soluzioni fuori della retorica e del casino. Attraverso la raccolta dei dati, la ricerca e l’analisi, dobbiamo fare un audit pubblico su ciò che l’industria della scalata è diventata.

Primo, dobbiamo avere una visione chiara di ciò che vogliano sia l’Everest oggi e domani. Il saccheggio del monte deve terminare subito. Questa montagna delle montagne è un prezioso simbolo di grandezza per tutti i nepalesi. Ma dare il permesso indiscriminato praticamente a chiunque abbia il desiderio di comprare un biglietto per la cima non fa che dissacrare l’altare. Ci sono troppa folla e rifiuti sui suoi versanti. Coloro che vogliono provarci per avere il permesso devono fornire adeguata prova di essere stati all’altezza su altre montagne. Al governo direi: alza il fee d’ingresso, assicura adeguata ed equa distribuzione dei guadagni e smettila di ascoltare quei profittatori che vogliono solo un’autostrada per i propri lauti guadagni.

In un’editoriale di Republica Pema Sherpa ha espresso uno dei più immediati bisogni: dare una propria voce ai lavoratori di spedizione, “una forte rappresentanza in Kathmandu per riuscire ad avere condizioni per un lavoro più sicuro, vita adeguata, assicurazione medica e opportunità d’istruzione tecnica… queste rappresentanze dovrebbero essere del tutto autonome dalle agenzie nazionali ed estere di turismo montano e trekking”. Lei ha ripetuto la domanda delle guide locali per fare sì che i contributi ai bambini che hanno perso i genitori vengano direttamente dagli incassi per i permessi. E ha anche precisato il diritto degli sherpa di dar voce alle loro opinioni su tutte le questioni che la comunità deve affrontare. Stando ai fatti e seminando solo verità troveremo certamente risposte.

La figlia di Ang Kaji Sherpa, una delle vittime del 18 aprile, sviene durante la cerimonia funebre celebrata a Syambhunath, Kathmandu
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In memoria dei nostri sedici martiri che morirono nell’aprile 2014 e per le migliaia di lavoratori di spedizione che si troveranno ad assumere rischi in Himalaya, non possiamo stare in silenzio.

L’estate sta andando, ma oggi soffia freddino dalla montagna. Il freddo che sentiamo non viene dai blocchi di ghiaccio dell’Icefall ma dalla desolazione delle famiglie che hanno perso per sempre mariti, padri, fratelli. Come buddista, prego che il prossimo regno gli porti più fortuna, e come sherpa chiedo alla Dea Madre del Chomolungma di essere comprensiva e di perdonare.

Om mane padme hum

postato il 21 settembre 2014

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L’Annapurna (1971-2001)

Sono passati quasi quarantuno anni, di undici che eravamo siamo rimasti in cinque e non ci vediamo né sentiamo mai: i nostri destini hanno voluto così, sembra che alla tragedia si sia aggiunta la beffa dell’inutilità di quell’appuntamento così lontano, tra le nevi e i ghiacci dell’Annapurna. Per anni la figura di Leo Cerruti ha visitato leggera i miei sogni notturni: vagava triste, non sapevamo quello che gli era successo; lo vedevo cambiato, e io mi domandavo, prima di svegliarmi, che cosa avesse di così diverso da prima. Entrambi avevamo cancellato il fatto crudo della sua morte e nel sogno tutto il nostro agire sembrava avere un difetto di senso. Poi, con gli occhi sbarrati nel buio, mi domandavo ogni volta con il cuore in gola come avevamo potuto non capire, non vedere che la catastrofe stava arrivando. Ma con quali mezzi potevamo? A cosa pensavamo, in quei giorni di assedio? Ci è mai passato per la mente che la lista di quei cinque nomi di giapponesi e sherpa scolpiti nella pietra al campo base poteva essere allungata con i nostri? Per poter partire ci eravamo serviti di denaro non nostro, così ognuno di noi pensava, con diversa intensità, di dover qualcosa a quelli che erano rimasti a casa e che erano con noi con lo spirito. Questo però è solo il motivo delle feroci incomprensioni che ci furono tra noi dopo la valanga, non il motivo della morte di Leo Cerruti e Miller Rava. Più volte ho analizzato il mio diario, per scoprire un errore tecnico a nostro carico.

Annapurna, campo 2, 1973. Miller Rava e Leo Cerruti con uno sherpa
Annapurna, spedizione italiana 1973, campo 2: da sinistra, uno sherpa, Miller Rava e Leo Cerruti, qualche giorno prima della tragedia.
I motivi della tragedia non sono tecnici: semplicemente siamo andati a finire in uno dei posti più pericolosi della terra senza saperlo fino in fondo e ne abbiamo fatto le spese. E le liti e le divisioni che sono seguite sono state l’orazione funebre peggiore che potessimo fare, spia del fatto che anche noi sopravvissuti non eravamo in pieno equilibrio con noi stessi. E quando, dopo anni, ci siamo stretti le mani con un sorriso nulla era più come prima.

Annapurna (1971-2001)
Dal lontano 1970 a oggi l’Annapurna non ha mai smesso di attirare gli alpinisti, come tutte le altre grandi montagne di 8000 metri. È difficile in poco spazio riassumere la storia di più di trent’anni, cercando nel contempo di essere oggettivi, di andare nel profondo delle cose e di non limitarsi alle tragedie ed ai successi.

Accanto alla grande impresa di Dougal Haston e Don Whillans sulla parete sud (27 maggio), sempre nel 1970 è da registrare la seconda ascensione della vetta (20 maggio), grazie alla spedizione dell’esercito britannico che, dopo un primo tentativo su uno sperone NE (la futura via degli Olandesi), segue con qualche variante la via dei primi salitori francesi, Maurice Herzog e Louis Lachenal.

Il pericolosissimo campo 2 del versante nord dell’Annapurna. Foto: Luca Vuerich
Salita alla via normale dell'Annapurna, da nord. Campo 2
Nella primavera 1973, una spedizione giapponese ritenta la via dei Francesi a N: purtroppo, anche dopo aver rinunciato, un’enorme valanga caduta dalla Falce uccide 4 giapponesi ed uno sherpa. Stessa sorte capita alla spedizione italiana guidata da Guido Machetto nell’autunno 1973. Questa porta avanti un coraggioso tentativo sull’elegante e assai più difficile sperone NW; viene evitata la prima parte dello sperone, la famosa cresta “a cavolfiori”, salendo dal campo 2 dei francesi in obliquo a destra per raggiungere lo sperone. A 7050 m vi è un temporaneo arresto per il brutto tempo, poi una terribile valanga, caduta la notte del 26 settembre dalla Falce, travolge l’intero Campo 2 e le vite di Miller Rava e Leo Cerruti.

Nella primavera 1974 la pericolosità della via dei Francesi, e soprattutto la zona del suo campo 2, è purtroppo ben nota: così una spedizione spagnola fa la scelta intelligente di salire il più sicuro sperone N della Cima E (8047 m), ancora inviolata: alle 9 di sera del 29 aprile, José Manuel Anglada, Emilio Civís e Jorge Pons raggiungono la vetta, aprendo così la via degli Spagnoli sul versante settentrionale.

Nella primavera del 1975 vi è il primo tentativo di salire l’Annapurna lungo il magnifico e possente itinerario che comprende la vetta dell’Annapurna Fang (ancora inviolata): la spedizione austriaca, condotta da Gerd Gantner, fallisce dopo che una valanga uccide Ernst Schwarzenländer.

Tocca agli olandesi nell’autunno 1977 migliorare la sicurezza della via dei Francesi. Essi infatti salgono uno sperone di neve e ghiaccio tecnicamente più difficile a sinistra, fuori portata delle devastazioni della Falce, ricongiungendosi con l’itinerario originale solo dopo la sezione pericolosa. Raggiungono la vetta Mathieu van Rijswick e lo sherpa Sonam, il 13 ottobre. La via degli Olandesi è perciò molto più sicura, anche se il Campo 2 continua ad essere lo stesso.

Maurice Herzog a 5400 m sull’Annapurna (1950)
Maurice Herzog a 5400 m sull'Annapurna, 1950
Primavera 1978. Una spedizione austriaca diretta da Ernst Gritzner fallisce la ripetizione della via dei Francesi. Nell’autunno, ecco la grande novità della spedizione femminile a un Ottomila. Le americane dirette da Arlene Blum riescono a ripetere la via degli Olandesi: quinta ascensione della vetta, da parte di Vera Komarkova e Irene Miller, con gli sherpa Chewang Rinzing e Mingma Tsering, il 15 ottobre. La morte di Vera Watson e Alison Chadwick-Onyszkiewicz appanna la bellezza di questa vittoria.

Nella primavera 1979, una spedizione francese tenta la prima discesa con gli sci e sale sulla via dei Francesi: il 30 aprile, senza ossigeno, Yves Morin e Henry Sigayret raggiungono la vetta. Morin scende in sci fino al Campo VI, poi muore il giorno dopo in un inesplicabile incidente; nello stesso momento, una spedizione giapponese diretta da Hironobu Yagi, sale la via degli Olandesi (Seizo Tanaka e lo sherpa Pemba, 8 maggio) che, a questo punto, si avvia a diventare la vera via normale alla vetta. Autunno 1979: altro tentativo di ripetizione della via degli Olandesi da parte di una spedizione americana diretta da Robert Wilson.

Primavera 1980. Altro tentativo di discesa con gli sci da parte di una spedizione tedesca diretta da Gustav Harder. La vetta è raggiunta due volte per la via degli Olandesi, ma è impossibile scendere con gli sci. Nello stesso tempo gli austriaci di Sepp Mayerl salgono la più alta cima ancora inviolata del Nepal, l’Annapurna Fang 7647 m, situato sulla cresta SW dell’Annapurna (17 maggio, lo stesso Mayerl, Hermann Neumair e lo sherpa Ang Chopal). Nell’autunno dello stesso anno, un’altra spedizione tedesca riesce a salire da N l’inviolata Cima Centrale 8064 m: Ludwig Greissl (capospedizione), Udo Böning e Heinz Oberrauch, 3 ottobre. Ma in discesa i primi due sono costretti a bivaccare, riportando gravi congelamenti, mentre Winfried Trinkle, nel tentativo di portare soccorso, scivola e trova la morte.

Nel gennaio e febbraio 1981 il giapponese Naoe Shakashita tenta con due sherpa la salita invernale della via dei Francesi: rinuncia al campo 3 per le condizioni proibitive del tempo.

In primavera gli svedesi, diretti da Tommy Sandberg, conducono un serio tentativo alla cresta E. Salito da S il Glacier Dome, lasciano da parte la vetta del Roc Noir. Il 15 maggio Lars Cronlund e Göran Lindblad attaccano la cresta, lunga 4 km, ma devono rinunciare a 200 m dal pendio finale.

Mick Burke sul tratto terminale della parete sud dell’Annapurna, 1970
Mick Burke sul tratto terminale della parete sud dell'Annapurna, 1970

Invece il 1981 è l’anno della parete S. In primavera, i polacchi diretti da Ryszard Szafirski, salgono una via nuova, paragonabile per difficoltà e ripidezza alla parete N del Cervino, con l’uso di 3.300 metri di corde fisse ma senza ossigeno né sherpa. Ci vogliono tre settimane di duro lavoro solo per il tratto tra il campo 2 e il 3. Il 21 maggio Maciej Berbera e Boguslaw Probulski sistemano la loro tendina (campo 5) a 7750 m e lì sono bloccati per 40 ore da una tempesta. Il 23 maggio alle undici ripartono, superano una barriera rocciosa di 130 metri di V grado e alle 17.30 raggiungono la vetta della Cima Centrale 8064 m. In autunno i giapponesi riescono nell’apertura di un altro itinerario, tra la via dei Polacchi e la via dei Britannici, questa volta diretto alla vetta principale: che è raggiunta il 29 ottobre da Yukihiro Yanagisawa e Hiroshi Aota. Due giorni dopo, nel tentativo di raggiungere a sua volta la cima, Yasuji Kato precipita e muore. Sempre nella stagione post-monsonica vi è un’altra tragedia sul versante nord, quasi un doppione di quella italiana del 1973: nel tentativo di salire ancora lo sperone NW, sono travolti da una valanga gigantesca i francesi André Durieux e Yves Favre, assieme agli sherpa Pemba Tsering e Ang Nima.

1982. Il 4 maggio, nell’ambito di una spedizione diretta da Hans Schell e seguendo la via degli Spagnoli alla Cima E, Wastl Worgötter (austriaco) e gli svizzeri Werner Bürkli e Thomas Hägler con lo sherpa Dawa Tenzing riescono a traversare per una rampa fino alla vetta principale: in discesa Bürkli soccombe per collasso e un portatore, Shanti Rai, muore il 12 maggio recuperando i materiali del campo 3. Contemporaneamente, una spedizione tedesca, diretta da Siegfried Siebauer, tenta lo stesso obiettivo, ma nessuno dei membri raggiunge la cima. Nell’autunno, tre forti alpinisti tentano uno sperone a destra della via dei Polacchi sulla parete S. La spedizione è leggerissima (solo 29 portatori): il progetto è di salire alla Cima E e di scendere sul versante N. Dopo un periodo di acclimatazione, che sfibra John Porter, finalmente il 13 ottobre Alex MacIntyre e René Ghilini partono. Nel pomeriggio del 15 sono a metà parete, il 16 sono sotto una parete rocciosa ma, nonostante ripetuti tentativi, non passano. Il 17 abbandonano ma, nella discesa, MacIntyre è colpito da un sasso in testa e muore sul colpo, precipitando lungo la parete. Ghilini scende da solo, trova il corpo del compagno e lo seppellisce al meglio. La morte di Alex MacIntyre, avvenuta nello stesso anno di Boardman e di Tasker, è una tragedia che dà un duro colpo all’himalaysmo leggero e allo stile alpino. E il 18 ottobre, sulla via degli Olandesi, muoiono anche i giapponesi Susumu Akimatsu e Miko Ono.

Autunno 1983. Una spedizione yugoslava diretta da Andrej Štemfelj tenta una via nuova sulla parete S, tra le vie degli Britannici e dei Giapponesi. Nello stesso tempo, sulla via degli Olandesi, la spedizione sud-coreana di An Chang-Yeul subisce al famigerato campo 2 la perdita per valanga di Chung Yang-keun e dei due portatori Malla Magar e Tikaram Magar (24 settembre). Gli italiani di Paolo Panzeri compiono il terzo tentativo allo sperone NW, senza riuscire a raggiungere il punto massimo del 1973 e del 1981. I forti venti impediscono poi ai giapponesi di Tadao Sugimoto di proseguire oltre i 6800 m (19 dicembre) un tentativo invernale.

1984. Nella primavera, dalla Miristi Khola vi è un tentativo francese (Henri Sigayret) sullo sperone WSW del Nameless Peak, una cima tra l’Annapurna e l’Annapurna Fang. Il punto massimo (7200 m) è raggiunto il 23 aprile, ma il 21 una valanga aveva portato via nella loro tenda al campo 3 Patrick Taglianut e Philippe Dumas. Scoperta la tragedia, la spedizione è abbandonata.

Dougal Haston sulla parete sud dell’Annapurna, 1970
Dougal Haston sulla parete sud dell'Annapurna, 1970

Nell’autunno 1984, due grandi conquiste. I due catalani Enric Lucas e Nil Bohigas vogliono riprendere l’idea di Alex MacIntyre, senza però scendere a N. Ma la grande novità del progetto sta nel non prevedere l’uso di corde fisse né di campi pre-sistemati. Lo stile alpino, quello vero, fa la sua comparsa su una grande parete himalayana, sui quasi 2300 m di appicco della parete S dell’Annapurna. Il 27 settembre i due partono con zaini da 22 kg, autosufficienti per una settimana; sostano qualche ora alla base della parete (5800 m) e ripartono alle 22, scalando poi per 19 ore consecutive fino a 7100 m. Lo scopo, raggiunto, era di evitare nella parte più pericolosa, fatale a MacIntyre, le ore calde del giorno. La parete è ripida come la N delle Droites e i due salgono di conserva. Soltanto a 6800, con una deviazione a sinistra e ormai alle prime luci, si tolgono dalla linea del fuoco dei sassi. Il 29, a 7150 m, si trovano nello stesso luogo dove Ghilini e MacIntyre, per mancanza di materiale adatto, si erano ritirati. Lucas e Bohigas, dopo vari tentativi, riescono a superare la breve ma difficile parete rocciosa (V+ e A2) e bivaccano subito sopra, a 7200 m. Il 30 settembre e 1 ottobre risalgono la gigantesca e ripida parete nevosa, sempre in obliquo a sinistra, fino a raggiungere a 7650 m lo sperone della via dei Polacchi. Impiegano tutta la giornata del 2 per salire (V e V+) un’altra parete rocciosa fino a 7800 m. Il tempo è ancora bello, e il giorno dopo i due possono stringersi la mano sulla vetta della Cima Centrale 8064 m. Sono le 12.30, la cordata si ferma in cima ben 90 minuti! Poi scendono e tornano al bivacco di 7800 m. L’ottavo giorno scendono a doppie lungo la via dei Polacchi, fino alla conclusione.

Quasi contemporaneamente, una spedizione svizzera diretta da Frank Tschirky tenta l’inviolata cresta E della Cima E, con il segreto intento però di superare tutta la cresta di 7,5 km sopra i 7300 m fino alla vetta principale e da lì scendere sul versante N. Il 22 ottobre Erhard Loretan e Norbert Joos, partiti dai 6500 m del campo 2, oltrepassano il campo 3 a 6900 m e raggiungono assieme a Bruno Durrer e Ůli Bühler la vetta del Roc Noir; questi ultimi rinunciano, Loretan e Joos proseguono bivaccando poi in un igloo già costruito le settimane precedenti. Il 23 partono alle 5.30 con zaini da 15 kg e raggiungono in sole 8 ore e mezza la vetta dell’Annapurna E (8047 m). Qui senza neppure una parola tra loro, proseguono, decidendo così di fare la traversata della montagna. Continuano fino al colle tra la Est e la Centrale e bivaccano in un altro igloo a 8020 m, con vento fortissimo. Il giorno dopo ripartono, superano la cima Centrale alle 10 e raggiungono la cima principale a 8091 m alle 13.30. Armati solo di una corda da 50 m, di un chiodo da ghiaccio e di una fotografia, scendono con un altro bivacco la via degli Olandesi sul versante N fino a bivaccare ancora a 5000 m, essere sfiorati da una gigantesca valanga e raggiungere il 26 ottobre il campo base settentrionale. Soltanto il 4 novembre, a Kathmandu, possono ricongiungersi con i compagni. Loretan dirà in seguito che mai si era sentito così lontano dai vivi e vicino ai morti.

L’impresa dei catalani è davvero esaltante e porta ancora più avanti, a otto anni dalla parete W del Changabang, lo stile alpino in Himalaya. Il giudizio degli alpinisti su questo punto è concorde e l’impresa è alla stessa altezza di quella dei norvegesi (stesso anno) al Great Trango nel Karakorum. Grandi pareti e grandi difficoltà tecniche. Quella di Loretan e Joos è una performance ciclopica, una cavalcata su difficoltà inferiori, dove però velocità e precisione nei tempi sono portate al limite massimo.

Gli unici protagonisti dello stile alpino a essere sfortunati quell’autunno sono gli svizzeri Pierre-Alain Steiner e Jean Troillet: il loro tentativo sull’inviolata parete WNW dell’Annapurna si spinge ben in alto, ma deve arrestarsi per l’incipiente brutto tempo a 7600 m sulla spalla dello sperone NW (ancora inviolato fino a quel momento). Una caduta di Steiner di 200 m durante la discesa si risolve senza gravi conseguenze.

Reinhold Messner durante la prima ascensione della parete nord-ovest dell’Annapurna (1985)
Reinhold Messner surante la prima ascensione della parete nord ovest dell'Annapurna

Nell’inverno, tre tentativi. Uno alla parete S (i giapponesi di Kuniaki Yagihara) si arresta a 7200 m sulla via dei Britannici. Sul versante N gli altri due, quello dei coreani di An Chang-Yeul e dei due francesi Bernard Muller e Laurence de la Ferrière. Il 13 dicembre i francesi rinunciano, mentre i coreani proclamano un successo che per molte buone ragioni gli viene negato.

Il 24 aprile 1985 Reinhold Messner e Hans Kammerlander, dopo 5 giorni di salita, riescono a salire l’ancora inviolata parete WNW per un itinerario diverso (a destra) del tentato itinerario Troillet-Steiner del 1984. Nell’autunno segnaliamo un altro tentativo giapponese (Jun Yasamura) sulla via degli Olandesi, e gli stessi Troillet e Steiner sul loro tentativo 1984 alla parete WNW, senza successo. E così pure il 23 febbraio 1986 fallisce un tentativo di prima invernale della parete S per la via dei Polacchi da parte di una spedizione bulgara (Boian Atanasov), che ritenta poi ancora nell’aprile 1986.

1986. Altro tentativo italiano allo sperone NW (Giacomo Stefani) in primavera, poi la salita di Fausto De Stefani, Almo Giambisi e Sergio Martini per la via dei Francesi (21 settembre). I francesi di Jérôme Greggory assediano lo sperone NW, con il conforto del primo salitore dell’Annapurna Maurice Herzog che giunge a piedi fino al plateau del campo 2. Purtroppo la morte di Benoît Grison interrompe il tentativo. Henry Sigayret ritenta ancora sul Nameless Peak, sempre sullo sperone WSW, sempre dalla Miristi Khola ma più a sinistra della volta precedente. Lo sperone è quello a destra della parete WNW, quindi a destra della via Messner. Ancora i francesi di Marc Batard cercano di salire la cresta E per un itinerario ancora più integrale, in partenza dal Fluted Peak: ma si fermano il 7 novembre al Glacier Dome.

Il 3 febbraio 1987 Jerzy Kukuczka, con Artur Hajzer, compie la prima invernale dell’Annapurna, per la via dei Francesi, con ciò salendo il suo 14° Ottomila, pochi mesi dopo Messner. Nella primavera seguente e sempre sul versante N i neozelandesi di Robert Hall non vanno oltre i 5600 m, e così pure gli spagnoli di Juan Maldonado, dopo la morte di Andrés Ferrer. Una spedizione spagnola (Josep Marìa Maixe) riesce in autunno a mandare in vetta 5 persone sempre dal versante N, mentre ancora gli spagnoli Juan Carlos Gómez e Francisco José Pérez con lo sherpa Kaji l’11 ottobre concludono la salita della via degli Olandesi in stile alpino. I due giapponesi Yoshitomi Okura e Masaaki Kukushima non riescono a salire in dicembre per il versante N e così pure i franco-canadesi di James Cunningham sulla cresta E. Il 20 dicembre 1987 invece, i giapponesi Noboru Yamada, Yasuhira Saito, Teruo Saegusa e Toshiyuki Kobayashi riescono a raggiungere la vetta dopo aver salito in prima invernale la via dei Britannici. La grande impresa è funestata in discesa dalle cadute mortali di Kobayashi e Saito. La stessa via è ripetuta la primavera seguente da Soro Dorotei, Josef Rakoncaj (ceco), Steve Boyer, Benoît Chamoux e Nicolas Campredon. In autunno, una spedizione internazionale, grazie a Kukuczka e Hajzer, riesce a salire la parete S dell’Annapurna per il cosiddetto Far East Rib, l’ultimo sperone a destra, prima del Roc Noir. L’equadoregno Ramiro Navarrete cade per la rottura di una cornice.

Pierre Béghin durante la marcia di avvicinamento alla parete sud dell’Annapurna (1992)
Annapurna-3pierre-beghin-en-marche-dapproche-himalayenne2La storia di morte non si ferma. Sempre nell’autunno 1988, il versante N dell’Annapurna falcia i giapponesi Akihiko Mori e Tsuyoshi Ono con lo sherpa Ang Dawa. Altro caduto, il ceco Jiŕí Pelikan, nella prima ripetizione della via Messner (2 ottobre, vetta per Jindrich Martis e Josef Nezerka).

Gli spagnoli di Joaquín Colorado compiono la 21ma ascensione dell’Annapurna, per la via degli Olandesi (3 ottobre, Pablo Aldai e Juan Fernando Azcona), mentre gli spagnoli di Manuel González non superano i 7700 m. In dicembre, i bulgari (diretti da Metodi Savov) tentano ancora la parete S.

1989. In aprile, un poco convinto tentativo di Marc Batard sulla parete S si ferma a 5800 m, mentre Reinhard Patscheider subisce vari incidenti nel tentativo di fare la prima solitaria della parete WNW. Sul versante N, ancora in primavera si registra il tentativo degli austriaci di Peter Wörgötter e in autunno quello dei bulgari di Todor Grigorov e Ivan Vylchev. In questa spedizione, il 28 ottobre Ognian Stoykov, Liudmil Yanakiev e Petr Panayotov lasciano indietro Milan Metkov e raggiungono la vetta, ma in discesa Stoykov e Metkov precipitano nella bufera senza più essere ritrovati. Nell’inverno 1989-90, i coreani di Jang Bong-Wan tentano il versante N, mentre i bulgari (Metodi Savov) tentano per la terza volta la prima invernale della via dei Polacchi.

1990. In primavera, l’Annapurna vede una delle prime spedizioni commerciali, diretta da Mal Duff, tentare la via degli Olandesi senza successo. In autunno, sulla parete S, tentano i coreani di Chun Doo-Sung e gli spagnoli di Javier Bermejo. Sempre in autunno l’italiano Giancarlo Gazzola sostiene d’aver raggiunto la vetta il 25 ottobre, in un tentativo del tutto solitario dal campo 1 in poi. Egli non aveva comunque il permesso, perciò la salita sarebbe comunque illegale. Nell’inverno, gli yugoslavi di Darko Berljak tentano la via degli Olandesi, mentre 5 americani tentano la via dei Britannici sulla S.

1991. In primavera: tentativi da nord degli austriaci (Arthur Haid) e dei tedeschi (Ralf Dujmovits). Nell’autunno altra grave tragedia, sempre a N: assieme a 10 americani (Matt Culberson), una spedizione coreana (Ko Yong-Chul) tenta la via degli Olandesi: muoiono, travolti da una valanga al campo 4, due coreani, Lee Sang-Gu e Lee Seok-Jee, e i 4 sherpa Dawa Sange, Norbu Jangbu, Lhakpa Tendi e Tenzing. Si registrano anche i tentativi degli spagnoli (Albino Quinteiro) e dei giapponesi (Masaru Otani), ma solo la spedizione russa di Alexander Glushkovski riesce a mandare in vetta Sergei Arsentiev e Nikolai Cherny il 24 ottobre. Nel contempo gli austriaci di Hubert Fritzenwallner tentano lo sperone NW (solo fino a 6120 m). Dal 28 ottobre al 31, Slavc Svetičič tenta la parete WNW: sale fino a 6000 m la via Messner, poi per un itinerario diretto e autonomo, a destra del tentativo svizzero del 1984. Svetičič raggiunge a 7800 m lo sperone NW al di sopra del grande risalto, poi è costretto a traversare sul versante N fino a raggiungere la via dei Francesi e da lì scendere con qualche congelamento alle dita dei piedi.

Nel contempo, sulla parete S, mentre i russi di Vassili Senatorov tentano di ripetere la mai ripresa via dei Giapponesi, due spedizioni internazionali dirette dai polacchi Mieczyslaw Jarosz e Krzysztof Wielicki vogliono salire la via dei Britannici. Il belga Gabriel Denamur e il polacco Kasimierz Stępień fanno parte della prima. Il 20 ottobre Denamur parte da solo per la vetta, ma da quel momento non se ne saprà più nulla. Alle 12 parte anche Stępień, ma il giorno dopo riscende dopo aver bivaccato a 7700 m, incontrando Wielicki che a sua volta sta tentando la vetta. Questi segue delle orme che vanno alla cima, vede ancora orme che scendono a N, dove però operano altre spedizioni. Non si saprà mai cosa è successo a Denamur. Wielicki (al suo ottavo Ottomila) e Bogdan Stefko giungono in vetta il 21 ottobre. Il giorno dopo è la volta di Ryszard Pawlowski, Rüdiger Schleypen e Wanda Rutkiewicz (anche lei al suo ottavo Ottomila); e il 23 di Ingrid Baeyens (terzo Ottomila), Mariusz Sprutta e il portoghese Gonçalo Velez.

1992. È l’anno della tragedia di Pierre Béghin. In autunno, gli sloveni di Tone Škarja stanno tentando la via dei Britannici sulla parete S; nel contempo Béghin e Jean-Christophe Lafaille tentano una difficile via nuova tra la via dei Britannici e quella dei Giapponesi. L’8 ottobre salgono, prevalentemente di notte, fino a 6500 m. Il 9 salgono a 7000 (sempre di notte), mentre il 10 affrontano una fascia verticale, tecnicamente assai difficile, nelle ore diurne. Giungono a 7300, bivaccando su una parete di ghiaccio a 70°. L’11 giungono a 7500 m prima di decidere di scendere per il brutto tempo. A 7200 m, l’ancoraggio sul quale stava scendendo Béghin cede. Lafaille vede il suo compagno precipitare assieme alla corda e a tutto l’equipaggiamento tecnico. Dopo essersi ripreso, Lafaille scende slegato su pendio fino a 80° fino al bivacco di 7000 m. Solo il 13 mattina riprende a scendere, con un cordino da 20 m ritrovato là. Come ancoraggi è ridotto ad usare i picchetti della tenda. Avvicinandosi a stento ad una tenda che avevano lasciato, e mentre scendeva su una corda fissa, una scarica gli rompe il braccio destro. È solo nella giornata del 15 che l’odissea finisce al campo base degli sloveni.

1993. Una spedizione tibetano/cinese, diretta da Samdrup, nell’ambito del programma di salire tutti gli Ottomila in dieci anni, sale in primavera sia l’Annapurna che il Dhaulagiri. Il 26 aprile Tshering Dorjee, Ren Na, Pemba Tashi e Akebu salgono da N in vetta all’Annapurna. Nell’autunno, sul versante N, falliscono i catalani di Oleguer Suñe e ancora i catalani di Sebastiá Massague. I due fortissimi sloveni Slavko Svetičič e Franček Knez tentano di portare a termine l’incompleta ascensione di Béghin e Lafaille. Alla fine di settembre Knez si ammala, così Svetičič decide di provare solo, ma il 7 ottobre è travolto per 500 m da una valanga. Viene salvato e, contrariamente a quanto sembrava, non sarà necessario operarlo alla spina dorsale.

1994. Ennesimo tentativo giapponese (Ichiro Hosoda) sul versante N in autunno. Sulla parete S, è ripetuta dai coreani di Park Ju-Hwan la via dei Britannici (10 ottobre, lo stesso Ju-Hwan con gli sherpa Dawa Sherpa, Dawa Tamang e Mingma Tamang). Nel contempo Catherine Destivelle ed Eric Decamp provano una via nuova a sinistra della via incompleta di Lafaille-Béghin. Nell’inverno, a dicembre, i coreani di Kim Teuk-Hee, respinti da una valanga che li aveva travolti, rinunciano sul versante N. Nel ritorno dal campo base, Jun Suk-Byun scivola sul sentiero ghiacciato e precipita a morte.

1995. Il 29 aprile, alle 8.25, i fratelli sloveni Andrej e Davorin Karnicar sono in vetta all’Annapurna, salito da N. Dopo un’ora di sosta, calzano gli sci e scendono fino a 4500 m, arrivando poi al campo base alle 18.00. Intanto il messicano Carlos Carsolio aggiunge l’Annapurna alla lista dei suoi Ottomila. Nello stesso anno Jean-Christophe Lafaille prova a salire in solitaria la via dei Britannici, ma a 7600 m è costretto a rinunciare per la neve troppo abbondante.

1996. In primavera, i russi di S. Efimov, tentano di raddrizzare la via dei Britannici, ma non riescono. Il 3 maggio lo svizzero André Georges, autore di tante solitarie nelle Alpi tra cui il Naso di Zmutt, parte alle 17, sale per tutta la notte e alle 12 è in vetta al Dhaulagiri. Il 14 maggio riparte dal campo base N e dopo 22 ore si ritrova in vetta all’Annapurna. È la prima solitaria.

Il versante nord dell’Annapurna
Annapurna, spedizione italiana 1973, panoramica sul versante N, sperone NW e versante WNWIl 20 ottobre gli ucraini Sergei Bershov, Igor Svergun e Sergei Kovalov raggiungono la vetta dopo aver ripetuto la via dei Britannici (spedizione diretta da Mstislav Gorbenko). Ancora in autunno, i polacchi di Michal Kochanczyk, riescono nella prima ascensione dello sperone NW, riuscendo tra l’altro ad evitare, con la salita integrale della cresta “a cavolfiori”, il famigerato campo 2. Andrzej Marciniak (che sale alla vetta il 20 ottobre con l’ucraino Vladyslav Terzyul) sostiene che l’itinerario, specialmente per il risalto roccioso a 7400 m, è assai più difficile della cresta W dell’Everest.

1997. Simone Moro e Anatoli Boukreev (uno dei protagonisti dell’odissea dell’Everest del 1996), date le condizioni di neve proibitive, decidono di salire ad un colle tra l’Annapurna Fang e l’Annapurna II: il progetto è di salire al Fang e da lì la lunga cresta fino alla vetta dell’Annapurna I. Il 25 dicembre stanno salendo verso la cresta, Moro è in testa a 6250 m e sta attrezzando quel poco che rimane per raggiungerla. Boukreev segue, assieme all’operatore Dimitri Sobolev. Improvvisamente una scarica si avventa su di loro, una vera e propria valanga travolge Moro e lo fa risvegliare mezzo seppellito nella neve a 5500 m, dopo un volo di 750 m. Sulle punte delle dita si può vedere l’osso, e non ci vede da un occhio. Nessuna traccia dei due compagni. A Moro non rimane che scendere 1400 m fino al campo base, dove è soccorso dall’unica persona presente, il cuoco. Il 26 un elicottero lo riporta a Kathmandu.

Nil Bohigas nella prima ascensione della via dei Catalani alla parete sud Annapurna, tratto chiave della fascia rocciosa (1984)
Nil Bohigas nella prima ascensione via dei Catalani parete sud Annapurna, tratto chiave della fascia rocciosa
1999. Il basco Juanito Oyarzabal completa la sua collezione di Ottomila con l’Annapurna. Un uomo scrupoloso a tal punto da aver salito nel 1998 una seconda volta il Dhaulagiri, perché nella prima non aveva raggiunto la vetta vera e propria. Giunge in vetta il 29 aprile con due compagni, dopo aver salito un nuovo percorso a N, molto più a sinistra della via degli Olandesi (via degli Spagnoli?).

2000. Dopo 4 tentativi di spedizioni diverse in primavera, in autunno i francesi diretti da Nicolas Terray (figlio di Lionel) tentano di salire alla vetta nel 50° della prima salita, seguendo un itinerario più a E della via degli Spagnoli (lo stesso dei baschi del 1999?), nell’intenzione di trovare una via normale all’Annapurna che eviti gli enormi rischi della Falce. Christophe Profit e lo sherpa Dorje bivaccano a 7400 m, ma il forte vento li costringe alla ritirata. Tre alpinisti non identificati (forse francesi) salgono senza permesso il versante S per una via che giunge alla cresta sommitale in un punto circa 1 km a W del Roc Noir. Scendono poi sul versante N, senza raggiungere alcuna vetta.

Nel 2001 tutto rimane fermo: sembra che una certa stanchezza abbia finalmente preso il sopravvento sull’ansia di salire un Ottomila a qualunque costo. L’Annapurna non è più così nell’agenda delle spedizioni di tutto il mondo. O almeno non più la via normale, la più omicida di tutte.

postato l’8 agosto 2014

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Annapurna: la storica salita di Ueli Steck

Qualche anno fa Ueli Steck aveva detto: “Tutto ciò che posso immaginare è possibile”. Il 10 ottobre 2013  fece storia dell’alpinismo salendo da solo e in 28 ore la Sud dell’Annapurna. Quello che aveva immaginato era diventato realtà, un’impresa straordinaria. Un’impresa che gli è valsa la nomination al Piolet d’Or 2014.

Come ti è venuta l’idea di quest’ascensione?
Era un mio progetto da tempo. Pierre Beghin e Jean-Christophe Lafaille l’avevano ideate e tentata nel 1992, io ci avevo messo le mani sopra nel 2007, poi nel 2008, e questa volta ce l’ho fatta! Era un mio vecchio sogno aprire una via nuova su un Ottomila. Per questo tentativo ero con il mio amico Don Bowie. Lui è davvero fantastico, simpatico, ci troviamo bene assieme. Per me questo è molto importante, stare bene assieme. Anche Dan e Janine Patitucci sono cari amici.
Non avevo intenzione di portare con me un fotografo, ma loro sono a tal punto miei amici… che sono diventati parte del team. Bowie ha portato il suo cameraman, Jonah Matthewson. E meno male che non volevo fare troppa pubblicità… volevo solo scalare!

Ueli Steck
AnnapurnalaStorica-Steck,Ueli
Se il piano non era di salire da solo, come si è evoluta la decisione finale di fare così?
La parete presenta qualche tratto tecnico, ma non estremo. Comunque, Don trovò la cosa difficile, anche perché aveva una gran paura dei sassi e delle slavine. Insomma non è entrato nello spirito giusto. Perciò, correttamente, decise di fermarsi e di riscendere alla crepaccia terminale. Mi ci volle un bel po’ di volontà per decidere di continuare. Ero del tutto sicuro delle buone condizioni, infatti lo erano. Penso che la cosa più difficile fu proprio prendere quella decisione, non c’ero preparato.
Non appena cominciai a salire, mi regolai sulla “modalità” solitaria, e l’ascensione diventò presto una delle mie più grandi esperienze.
Per quella spedizione avevo deciso di non fare troppa comunicazione, il che vuol dire niente blog: ero davvero concentrato solo sulla salita, e quando salivo ero ancora più concentrato, non avevo altro pensiero. Ho passato 28 ore nel mio mondo, senza pensare al passato o al futuro. Sapevo che se intervenivano problemi erano solo miei, ma questo facilita: se sono da solo, è tutto più semplice. Più grande è l’avventura, più semplice è!

Ueli Steck in allenamento sulla via di approccio all’Annapurna

AnnapurnalaStorica-steck,Ueli-allenamentoCosa sentivi durante la salita?
La scalata procedeva bene. Non ero stanco e non mi sono mai sentito al di sotto tecnicamente, è così che mi piace. Mentre salivo mi rassicurava sapere che potevo allo stesso modo scendere. Se quando sali senti che puoi anche scendere, allora anche una solitaria diventa piacevole. Quest’esperienza mi appartiene per intero. E’ difficile da spiegare, ma fu personale e potente. Ciò che devo fronteggiare ora è il pericolo di farci l’abitudine, di desiderare di essere solo per avere quell’esperienza lì.
So bene quanto siano pericolose le salite in questo stile, meglio non farci l’abitudine!

Come ti prepari fisicamente per un progetto come questo?
Normalmente seguo un programma di allenamento molto rigoroso. Questa è la chiave. Mi hanno detto che non sembravo molto stanco dopo quelle 28 ore. Era vero! Ero stanco, ma non esausto, e questo lo devo al mio allenamento. In estate avevo corso la 50 km Eiger Ultra Trail e sul traguardo sorridevo, stanco ma non sfinito. Qui è stato lo stesso. Il mio programma di training ha varie fasi, alterna riposi a corse intensive: questo si è rivelato davvero utile.

Ueli Steck verso la base della parete sud dell’Annapurna

AnnapurnalaStorica-PioletdOrSudAnnapurnaQuali sono i tuoi progetti, ora?
Difficile da dire. Negli ultimi due anni sono stato davvero monotematico, ora mi piacerebbe essere più aperto, fare ciò che veramente più mi piace. E in questo momento l’arrampicata su roccia…

Ueli Steck, nato il 4 ottobre 1976 a Langnau nell’Emmental svizzero, è uno dei migliori alpinisti estremi del mondo. Già a 17 anni supera difficoltà di arrampicata di IX grado. A diciotto anni scala la parete nord dell’Eiger e quindi, nel massiccio del Monte Bianco, il famoso pilastro Bonatti. Nel 2008 Steck riceve il riconoscimento Eiger Award per le sue imprese alpinistiche, nel 2009 il Piolet d’Or, l’«Oscar dell’alpinismo», e nel 2010 la prima edizione del Karl Unterkircher Award per alpinisti di comprovata eccezionalità.
Per notizie più dettagliate vedi www.uelisteck.ch e http://it.wikipedia.org/wiki/Ueli_Steck.

La parte sud dell’Annapurna con l’itinerario di Ueli Steck, intitolato a Beghin e Lafaille. Foto: Corrado Gontier

La parete sud dell'Annapurna all'alba

Ueli Steck è il protagonista del film vincitore del premio Best Film – Mountain Culture del Banff Film Festival del 2013: la ricostruzione di un evento drammatico che ha sconvolto il mondo dell’alpinismo e non solo, quando nella primavera 2013, al campo 2 del Monte Everest, Simone Moro, Ueli Steck e Jonathan Griffith sono stati vittima di un’aggressione da parte di un gruppo di Sherpa. Il film cerca di fare luce su che cosa successe in alta quota in quei drammatici istanti grazie anche al contributo di filmati girati dagli smartphone dei presenti sul posto.

Il film fa parte della programmazione del Banff Mountain Film Festival World Tour, proprio in questi giorni in buona parte delle città italiane.

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postato l’11 marzo 2014

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Holecek e Hruby, parete nord del Talung in stile alpino

Holecek e Hruby sulla parete nord del Talung in stile alpino
Il grande alpinista ceco Marek Holecek, assieme a Zdenek Hruby, ha compiuto in stile alpino la prima ascensione della difficile parete nord del Talung 7349 m, una montagna salita ben poche volte sita sul confine Nepal-Sikkim, subito a sud del Kangchenjunga. L’impresa è stata nominata al Piolet d’Or 2014.

La parete ovest del Talung. L’aguzzo pilastro NNW scende sullo Yalung Glacier diretto dalla vetta e la via ceca sale appena alla sua sinistra.

Talung,pareteWSul lato nord del Talung ci sono due speroni, entrambi alti poco meno di 2000 metri: il pilastro NNW e alla sua destra il meno elegante (e anche meno definito) sperone NW. Sono facilmente visibili da chi sale al Kangchenjunga per la via normale.

Nell’autunno 2004 Holecek e Tomas Rinn, membri di una spedizione ceca condotta da Martin Otta, avevano tentato il pilastro, salendo per una serie di ripide scanalature sul fianco destro fino a circa 5800 metri.
Era estremamente freddo e Holecek, in attesa su una sosta nel vuoto mentre Rinn lottava su un tiro difficile, proprio sotto alla cengia dove programmavano di bivaccare, ebbe un principio di congelamento alle dita dei piedi. Il giorno dopo i due scesero.

Holecek voleva tornare nel 2008, aveva compreso quella salita in una sua tripletta di pareti nord. Ma, dopo il successo delle prime due (in Afghanistan e Pakistan), dovette rinunciare per mancanza di fondi.

Nel maggio 2013 la cordata di Holecek e Hruby raggiunse il campo base nella Yalung Valley e fece acclimatamento scalando fino a 6700 metri sulla parete ovest. Trovarono neve profonda, a volte fino ai fianchi. Al contrario, ebbero la sorpresa di scoprire che il pilastro NNW era sgombro di neve, del tutto roccioso nella sua parte bassa, senza alcuna somiglianza con le condizioni del 2004.
Decisero di provare a sinistra, su una parete minacciata da una larga seraccata. Dopo un tentativo, partirono decisi il 15 scalando una parete di ghiaccio fino al bivacco a 5900 m. Il giorno dopo bivaccarono a 6300 m, dopo aver trovato un incavo naturale in un seracco.
Il terzo giorno scalarono per 15 ore sulla rocciosa parete terminale, per bivaccare a 6700 m. Poi, nel quarto giorno, furono impegnati da una serie di canali ghiacciati, fino a bivaccare a 7000 m.

Holecek sul ghiaccio della parte bassa, sulla parete nord del Talung. Foto: Zdenek Hruby.

Talung, sezione bassaIl giorno dopo, prima un pendio di ghiaccio, poi un diedro chiave di volta della fascia rocciosa terminale, permisero di raggiungere la vetta. Era circa mezzogiorno e subito dopo si ritrovarono avvolti nelle nuvole.
Seguì la difficile discesa per la parete ovest, in una visibilità nulla. Dopo un bivacco a 6600 m, giunsero al campo base il 20.
Holecek e Hruby hanno battezzato la via Thumba Party, dalla classica bevanda alcolica Nepalese fatta con il miglio fermentato, un liquore che “rende il viaggiare ancora più allegri”. Le difficoltà furono giudicate di WI6 e M6+, su una lunghezza di via di circa 2500 m.
Questa fu la quarta salita della montagna, sebbene la storia di questa risalga a quasi 100 anni fa, quando Raeburn e Crawford nel 1920 la scoprirono, venendo dal Sikkim.

Il Talung fu quasi salito da John Kempe e Gilmour Lewis nel 1953, poi tentato ancora da Kempe durante la spedizione di ricognizione al Kangchenjunga, nel 1954.
Nel 1955, anche McKinnon and Mather, della Charles Evans’s British Kangchenjunga expedition, non ebbero successo, e così pure per una spedizione giapponese nel 1963.
La prima salita fu merito di una spedizione tedesca nel 1964: Franz Lindner (austriaco) e Tenzing Nanda Sherpa raggiunsero la vetta, salendo il fianco sud-ovest fino alla parte superiore del versante ovest e poi alla vetta.
In un tentativo precedente Lindner aveva raggiunto il colle sulla cresta di collegamento con il Kabru,  da lì era arrivato fino ai 7180 m della vetta sud.
Una seconda salita non si ebbe fino al 1991. Gli sloveni Marko Prezelj e Andrej Stremfelj salirono la parete WNW con solo un bivacco: fu il solo Prezelj a raggiungere la vetta in un vento fortissimo, mentre Stremfelj aspettava 50 m sotto.
Questi due fecero solo un bivacco e usarono il Talung per acclimatarsi prima del loro storico tentativo di salire in stile alpino la cresta sud-ovest del Kangchenjunga South.
I giapponesi tentarono di ripetere la via degli Sloveni nel 2002, lo stesso anno in cui la spedizione ceca di Martin Otta fece un tentativo alla montagna: Alena Cepelkova e Petr Kolouch tentarono il pilastro NNW. Salirono per circa 500 m, fino a quota 5900, ma poi rinunciarono per la troppa neve fresca.
Altri scalatori del team provarono una via nuova sul lato sinistro della parete WNW, non oltre i 6600 m, mentre il resto della spedizione seguì con qualche variante la via degli Sloveni del 1991. Giunse in cima Petr Kolouch (terza ascensione).

Il pilastro NNW era l’oggetto del desiderio di James Clapham, Gavin Pike e Dave Searle nel novembre 2012. I tre, dopo aver riscontrato che il ritiro dello Yalung Glacier aveva un ritmo allarmante, e dopo aver fatto acclimatamento fino a 6400 m sulla via originale della parete SW, arrivarono alla base del pilastro e si accorsero che c’erano sessanta metri di roccia nuda in più, verticale o strapiombante. Decisero così di optare per il pilastro NW, meno impegnativo: ma i venti forti e le basse temperature non gli diedero alcuna speranza.

Sul nevaio sommitale del Talung, a 7100 m, con vista sul Sikkim. La cresta che si vede è quella di collegamento con il Kangchenjunga South. Foto: Marek Holecek.

Talung, verso la vettaNotizie raccolte da Lindsay Griffin

Postato il 4 marzo 2014