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Scherzando sul come

Si tratta di una (vecchia) lettera di Carlo Alberto Pinelli indirizzata al CAI e datata 22 novembre 2009. A quel tempo Annibale Salsa era il Presidente Generale del sodalizio.

Scherzando sul come
di Carlo Alberto Pinelli
(pubblicato il 22 novembre 2009 su http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=191)

Chi sceglie il male minore dimentica troppo in fretta che sta scegliendo un male (Hannah Arendt).

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Supponiamo che si introduca in casa tua uno sconosciuto armato di accetta. Supponiamo che costui, spinto da ragioni di interesse, voglia massacrare tua madre con quell’accetta. Sono certo che tu grideresti a squarciagola il tuo “NO!” e lotteresti con tutte le forze per disarmare lo sconosciuto e respingerlo fuori dalla porta di casa. Poi ti precipiteresti a telefonare alla polizia. Giusto? Giusto. Tuttavia se tu fossi un attuale dirigente del Club Alpino Italiano, nella suddetta situazione ti comporteresti in modo piuttosto diverso. Inviteresti il potenziale assassino a sedersi in salotto e gli chiederesti garbatamente: “Come vorrebbe procedere? Perché sa, non approvo l’uso dell’accetta”.

Sto scherzando, naturalmente, fiducioso nel ben noto senso dell’umorismo dell’amico Annibale Salsa. A farmi venire in mente questa scenetta paradossale e irriverente è stata la scoperta dell’ultima trovata escogitata dal sinedrio del CAI centrale per evitare ancora una volta di assumere una posizione netta di fronte alla progressiva (a volte smaccata, a volte strisciante) antropizzazione turistica degli ultimi spazi vergini delle nostre montagne. Nelle Orobie come altrove.

“Noi non siamo i sostenitori del sì o del no, ma del come”, vanno ripetendo ormai in ogni occasione, vittime della loro tradizionale e ossessiva aspirazione a presentarsi sempre e comunque come persone moderate, con i piedi per terra e con la testa sul collo.

Fa addirittura tenerezza questa ricomparsa in salsa verde della insopprimibile vocazione Dorotea dello storico Sodalizio fondato da Quintino Sella. Naturalmente sarebbe da sciocchi demonizzare per principio il ricorso al “come”. Vale a dire la possibile ricerca di un compromesso accettabile. Però una cosa è ridurvisi dopo aver inutilmente sperimentato ogni altra forma di lotta, e tutt’altra cosa è assumerlo aprioristicamente come linea guida generale, quasi fosse un distintivo araldico da esibire con orgoglio per differenziarsi dal volgo becero ed emotivo degli ambientalisti “talebani”.

“L’accetta magari no. È troppo sanguinolenta. Cosa ne direbbe di usare invece una overdose di sonnifero?” Le generazioni dei dirigenti CAI passano ma il ritornello rimane sostanzialmente sempre lo stesso: “Bisogna saper coniugare le ragioni della difesa dell’integrità delle montagne con le legittime aspirazioni delle genti montanare”. Tale proposito (anche se nello Statuto non se ne trova traccia), di per sé non sarebbe privo di una sua parziale giustificazione e risponde alla constatazione che lo scontro frontale molte volte non porta i risultati sperati. Però è troppo facilmente utilizzabile, in chiave demagogica, come alibi per defilarsi dall’obbligo di assumere le proprie prioritarie responsabilità nei confronti dell’ambiente naturale montano. Quelle sì, sancite dallo Statuto! Ammiro davvero la tenacia e la pazienza con cui le commissioni TAM continuano vanamente a suggerire al CAI Centrale di uscire allo scoperto con coraggio, rinunciando ai soliti farisaici “distinguo”.

Per dire chiaro e forte che la montagna è la nostra madre e che di conseguenza non permetteremo a nessuno di metterne a repentaglio la vita. Né con l’accetta, né con il sonnifero. E ringrazio le commissioni TAM perché insistono a coltivare una speranza che un tempo animava anche il mio impegno, ma che poi, nel mio caso, è appassita di fronte al muro di gomma di una associazione patologicamente sospettosa (o paurosa?) di ogni netta presa di posizione. Non vorrei essere frainteso: il CAI ha moltissimi meriti e resta, almeno per me, un ineludibile punto di riferimento sentimentale e tecnico. Però quando si tratta di tutelare i valori di fondo della montagna i suoi massimi dirigenti restano sovente paralizzati dalla co-presenza all’interno dell’associazione di troppe anime discordanti e di troppi contrastanti interessi.

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Qualcuno ha tentato di spacciare questa pluralità di punti di vista come una “ricchezza”. Ma le vere ricchezze non portano alla stagnazione! Se fossi ancora il presidente della TAM a questo punto chiederei formalmente al Consiglio Centrale, quale premessa a qualsiasi forma di collaborazione, di accettare e fare propri i seguenti cinque punti:

  1. Lo sviluppo dello sci di pista e le attività turistiche ad esso collegate hanno rappresentato oggettivamente la più estesa e radicale manomissione dell’ambiente montano mai intrapresa dall’uomo; e hanno arrecato un gravissimo pregiudizio alla vocazione formativa dell’Alpe, così come era stata ipotizzata dai padri fondatori del Club Alpino.
  2. Ciò non di meno è indubbio che tali manomissioni hanno causato un miglioramento anche notevole del tenore di vita di un certo numero di comunità valligiane. Questo risultato va considerato di per se stesso positivo, anche se ad esso si sono accompagnati spesso, oltre alla rozza antropizzazione degli spazi naturali, la perdita della identità delle popolazioni coinvolte e la loro abdicazione dalle più valide radici culturali e sociali, degradate a livello di un folklore superficiale, opportunistico e senza anima. Luci e ombre di un capitolo positivo che ormai dovrebbe comunque essere considerato concluso. E assolutamente non riproponibile.
  3. Se da un lato è giusto che una grande associazione come il CAI non volga programmaticamente le spalle alle aspirazioni a sempre maggiori livelli di benessere materiale delle popolazioni montanare, dall’altro sarebbe improprio e fuorviante porre tale problema sullo stesso piano delle vocazioni prioritarie di carattere culturale ed etico sancite dallo Statuto. Tanto più che, per fortuna, nella assoluta maggioranza dei casi stiamo parlando di comunità tutt’altro che indigenti e dunque non bisognose di una mobilitazione esterna di carattere umanitario.
  4. In sintesi: l’invasione dello sci di pista con le sue impattanti infrastrutture ha da tempo ormai superato di molto la capacità di carico delle montagne italiane, imponendosi come una monocoltura infestante che di fatto restringe sempre più la possibilità di fruire degli spazi montani vergini in forme rispettose e di goderne l’incontaminata bellezza, inoltrandovisi “in punta di piedi”. Ricordiamolo: basta il cavo quasi invisibile di una funivia per contaminare una vetta (vale a dire una meta ideale, intrisa di simboli vitali), trasformandola in un banale belvedere.
  5. La conclusione non può essere che una: è necessario opporsi con decisione a qualsiasi ulteriore progetto volto ad ampliare i cosiddetti “domaines skiables”. Le nostre montagne ne sono già troppo saturate e stravolte. Davvero, oggi non c’è più spazio per il “come”! Il saggio avvocato Giuseppe Ceriana, illustre socio del CAI di Torino, purtroppo da tempo scomparso, amava ripetere: “Il nostro compito è quello di difendere le montagne. I montanari odierni sanno difendere da soli – e fin troppo bene – i propri interessi”.

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Una voce in disaccordo

Una voce in disaccordo
(le mie ragioni per non essere d’accordo con Gogna & C., in ordine sparso su Eliski, Reality, Funivia Skyway)
di Roberto Rossi (dal suo sito http://www.mountain-passion.com/)

Nell’ultimo mese sono usciti alcuni articoli sul Gogna Blog che, a mio avviso, meritano un approfondimento e delle riflessioni serie e coscienziose, senza che finiscano in “caciara” nel giro di pochi commenti e relativi commenti ai commenti, come avviene sui social.

La premessa, dovuta, è che tutti noi Alpinisti, Guide, frequentatori di Montagna, amanti della natura, dei suoi spazi e della sua grandiosità siamo degli ambientalisti; tutti siamo contro il super consumismo, contro l’inquinamento, contro le funivie, contro l’eliski… ma poi c’è una cosa che si chiama “vita di tutti i giorni”.

Roberto Rossi
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1) Eliski. Mi sono arrabbiato molto con te, Alessandro, per il modo con il quale hai espresso la tua opinione contro l’eliski attaccando la posizione dichiarata dal Presidente delle Guide Alpine Italiane Cesare Cesa Bianchi. L’ho definita una meschinità e lo ribadisco.
Ribadisco il fatto che siamo tutti contro l’eliski, ma è molto facile attaccare tale attività, soprattutto per uno con la tua influenza e il tuo carisma senza entrare realmente nel merito…

Ecco qui alcune riflessioni.
In Valle d’Aosta l’eliski è regolamentato da una legge regionale che ne fissa periodo-orari-punti d’atterraggio. In Valgrisenche, il “Canada italiano”, lavorano circa sei-otto Guide per parecchie giornate; lavorano due alberghi con personale che fa la stagione, lavorano i bar e gli esercizi commerciali. Lavorano i piloti e i tecnici. Tutte persone che hanno famiglia, figli e una vita. Idem nelle altre valli. Ben inteso poi che ci sono tante altre attività che le Guide svolgono in inverno; dallo scialpinismo al fuoripista passando per le cascate di ghiaccio e le ciaspolate.

Le ditte di elicotteri si aggiudicano l’appalto per l’eliski nelle differenti valli fornendo al Comune di riferimento una cospicua cifra (migliaia di Euro) o l’equivalente in ore di volo.
Soldi e tempo che vengono reinvestiti sul territorio; in Valgrisenche ad esempio, tutte le falesie (nuove e risistemazione) vengono finanziate con i soldi provenienti dall’eliski; i comuni mettono a disposizione ore-volo per la pulizia e la manutenzione dei bivacchi; o per la sostituzione delle corde fisse sul Cervino, ad esempio. Il Comune di Valtournenche ha stanziato quest’anno 45.000 Euro per l’attività Io in Montagna con le Guide del Cervino, in cui bambini di età compresa dai 6 ai 14 andavano in giro con le Guide ad arrampicare, su ghiacciaio, su vie ferrate, a dormire nei rifugi, a conoscere il proprio territorio, avvicinandosi in maniera consapevole al meraviglioso mondo della Montagna.

In virtù delle cose da me elencate ti inviterei quindi a una riflessione profonda e ad andarci molto cauto nell’essere contro l’eliski in maniera così feroce. Io, pur essendolo in linea di massima, non me la sentirei proprio.

Infine, caro Alessandro, ti ho anche accusato di poca coerenza; deriva dal fatto che se sei contro l’uso degli elicotteri, non presenti un alpinista come Hervé Barmasse durante una serata a Milano o a Cervinia per i 150 anni del Cervino con grandi pacche sulle spalle, tarallucci e vino; perché Hervé, durante l’apertura delle sue improbabili vie sul Cervino, è stato spesso seguito da elicotteri per reportage fotografici. Ma si sa, io sono polemico ed estremista, e purtroppo ho anche tanta memoria!

Ma non è finita! L’attività in questione è paragonabile anche a quella dei gommoni o delle barche che accompagnano i turisti nelle varie calette tra Cala Gonone e Goloritzé, in Sardegna, ad esempio; calette che possono essere raggiunte anche dall’interno, camminando qualche oretta. Attività, però, che fa vivere la gente del posto e che non ho mai sentito criticare aspramente.

Milano Montagna, ottobre 2014: Hervé Barmasse presentato da Alessandro Gogna alla Statale
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2) Reality Monte Bianco. Avendoci partecipato credo di poter dire la mia con cognizione di causa.
Sarà un reality, o meglio un “adventure game”; quindi, per definizione, non una trasmissione a carattere prettamente culturale! Altrimenti sarebbe stato un documentario stile Quark. Non nascondo inoltre che, personalmente, ho tentennato molto prima di firmare il contratto, chiedendo garanzie alla produzione circa la serietà del programma e sui messaggi da esso proposti (garanzie che magari verranno disattese); durante lo svolgimento dello stesso ho criticato aspramente molte delle scelte degli autori e dei produttori, scelte che mi hanno creato imbarazzo personale e di cui probabilmente non andrò particolarmente fiero (ma che non posso qui elencare perchè sotto contratto fino al 31/01/2016).

Ma ecco i paladini della Montagna (Mountain Wilderness, CAI, ecc.) intervenire ergendosi a oracoli e parlando di etica della Montagna, di rispetto per i sentimenti di chi ha fatto, sulle Montagne incontaminate, investimenti affettivi e morali, ecc.

Ma anche se avessimo fatto a gara a chi riusciva a resistere di più nudo sotto la neve o a chi fosse riuscito a pisciare più lontano da una cima… che problema c’è? Di quale cultura e rispetto della Montagna state parlando?

E’ forse cultura quella del CAI in cui un ragazzino appena ventenne (forte arrampicatore di falesia) viene promosso ad aiuto istruttore senza nessuna esperienza di vie in Montagna e, lasciato in balia della stessa, combina un pasticcio durante una corda doppia e causa un incidente (fortunatamente non gravissimo) alla sua “allieva”?

E’ forse cultura di Montagna quella in cui, durante un corso d’alpinismo, tre cordate si trovano in fila indiana sulla Nord del Gran Paradiso, la prima scivola, investendo la seconda che si ferma grazie alla vite da ghiaccio messa dalla terza cordata, formando un estetico grappolo nel bel mezzo di uno scivolo bianco?

E’ forse cultura di Montagna andare sul Breithorn con il casco e i nodi a palla (che poi non sono nodi a palla ma semplici asole…)?
Sono forse cultura di Montagna le gare di scialpinismo dove noi Guide spesso attrezziamo i percorsi scalinando e mettendo corde fisse (con l’aiuto degli elicotteri, ovvio!) oppure i trail che tanto vanno di moda oggigiorno?

Lodovico Marchisio, presidente della Commissione TAM Piemonte e Valle d’Aosta, parla di rispetto dell’ambiente Montano; forse dimentica che sua figlia Stella, campionessa di boulder, ha passato gran parte della sua vita a spazzolare via muschi e licheni dai massi per poi poter arrampicarci sopra; chissà se ha causato più danno lei all’ecosistema distruggendo licheni la cui crescita è spesso di 1mm/anno oppure il sottoscritto a lavarsi in un torrente (senza shampoo, bien sur!) durante un reality! Oppure se il Professor Lovari, ordinario di Scienze Ambientali e Fauna all’Università di Siena (e con il quale iniziai la tesi di laurea) ha infastidito di più i camosci e gli stambecchi che ha seguito, radio-collarandoli, nella sua lunga carriera, piuttosto che le Guide che fanno eliski! (Lovari è uno dei firmatari del documento di Mountain Wilderness contro Skyway e Reality).

Questi esempi beceri e stupidi, che ho volutamente portato per abbassarmi al livello delle vostre critiche, vogliono solamente essere da monito su come sia estremamente facile alzare il ditino e puntarlo contro chicchessia (lungi da me criticare e scagliare la prima pietra); ce n’è per tutti, sempre e comunque.

Ora cerchiamo di vedere le cose positive di questo reality. Per la prima volta non si parla di tragedie ma si vive la montagna in maniera leggera. Sicuramente stupida ma leggera. Magari molta gente, vedendo le immagini mozzafiato che verranno riprodotte, verrà incuriosita dalla Montagna; magari se ne appassionerà; forse inizierà a frequentarla, avendo voglia di conoscerla e scoprirla, con un atteggiamento rispettoso. Magari si iscriverà ad un corso CAI, magari ingaggerà una Guida Alpina per una via ferrata o una semplice passeggiata su ghiacciaio. Nel giro di pochi anni magari diventerà un alpinista provetto. Probabilmente comprerà dell’attrezzatura specifica. Di sicuro acquisterà prodotti tipici… Tutto questo è uguale a turismo ecosostenibile. Starà a noi indirizzarlo nel rispetto dell’ambiente montano e delle sue tradizioni. Vi ricordo che quando Luna Rossa vinceva le gare, tutti in Italia erano diventati velisti… ma nessuno si è mai perso per mare o ha iniziato ad inquinarlo in maniera sistematica!

Roberto Rossi
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3) Skyway, la nuova Funivia di Punta Helbronner, Monte Bianco.
Su questo argomento valgono molte delle considerazioni fatte per il Reality, a cui ne aggiungo altre…

La vecchia funivia era da sostituire, erano oramai scaduti i termini. E’ stata realizzata un’opera grandiosa per la costruzione e all’interno della quale lavorano molte persone, cosa non da poco in questo periodo di crisi. Probabilmente porterà gente e quindi turismo. Chissenefrega se in infradito. Valgono tutte le considerazioni che ho scritto sopra per il reality, non voglio ripetermi.

La Svizzera è il paese che fa i maggiori scempi in Montagna; cime smantellate, ghiacciai modificati, treni che attraversano montagne…. Eppure è portata ad esempio per la bellezza dei suoi paesaggi, per la pulizia, per l’ordine. E’ all’avanguardia per il Turismo e le sue strutture. Possibile che noi in Italia, con le bellezze paesaggistiche che abbiamo (le più belle al mondo), non vogliamo cercare di seguire lo stesso esempio, magari con il nuovo collegamento Cervinia-Ayas che creerebbe il più grande comprensorio sciistico al mondo (e posti di lavoro!)? E magari facendo poi diventare una realtà come Cervinia totalmente pedonale, come fatto a Zermatt… chi lo sa!

A mente fredda e avendoci riflettuto molto, mi stupisce il fatto che tu, Alessandro, voglia proporre all’interno della categoria delle Guide Alpine due referendum circa eliski e collegamento Cervinia-Ayas; mi sembra totalmente fuori luogo! Immagina un po’ se la stessa cosa, (il referendum per il collegamento) venisse proposta all’interno dell’ordine dei Geologi, ad esempio. Che ridere! All’interno del consiglio direttivo del CONAGAI si discuteranno problematiche relative alla professione delle Guide Alpine come ad esempio stipula di assicurazioni, lotta all’abusivismo, nuove figure professionali, aggiornamenti, testi tecnici, comunicazione, esenzione IVA, equiparazione professioni a livello europeo… Ed è per questo che ti ho chiesto (in maniera provocatoria) perché ti sei candidato al Direttivo pur non facendo la Guida! Perché in quella sede si affronteranno questi temi e non quelli legati a una nuova funivia o a un collegamento; argomento su cui ognuno di noi avrà una sua precisa e ben definita idea, espressione del proprio modo di pensare, della propria cultura e del proprio libero arbitrio.

Rispettare l’ambiente non vuol dire non costruire, non evolvere, non ammodernare e/o ingrandire. Vuol dire farlo con un senso logico e di rispetto. E’ un dovere che abbiamo verso noi e verso le generazioni future. Vuol dire anche pensare a creare posti di lavoro e a incrementare un lavoro pulito e consapevole. Vuol dire combattere quotidianamente gli sprechi, non cambiare ogni tre giorni il cellulare, spegnere la luce quando si esce, privilegiare un’auto che consuma poco rispetto a un suv da 180 cavalli, combattere la TAV perché lì sì che c’è vera speculazione… e via discorrendo… Sobrietà, che non è austerità, per citare Mujica.

Caro Alessandro, cari vertici del CAI, cara MW, voi guardate al “macro” ma avete perso di vista il “micro”, il quotidiano; la vostra generazioni di sessanta e settantenni è stata la generazione (magari non voi direttamente, ma la vostra epoca) della Milano da bere, delle speculazioni edilizie, del super consumismo, del grande nero, del “tutti in pensione con 20 anni di contributi”. In una parola siete stati la generazione che ha reso necessaria la cultura del superfluo. Questa è stata la vostra grande responsabilità e colpa. Ed è per questo che io, da voi, non accetto sermoni né prediche; consigli sì, tutti quelli che volete. Ma senza il ditino alzato.