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Le luci del rifugio

Le luci del rifugio
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i Chiara Baù
(già pubblicato il 10 luglio 2016 su Imperial Bulldog)

Il buio totale! Eccomi prigioniera di una dimensione che mai mi era appartenuta.

Ho trascorso mesi sotto i cieli stellati dei rifugi alpini, intere nottate sotto le stelle in mezzo al mare. Qualsiasi condizione atmosferica ci fosse ho sempre trovato una fonte di luce, una stella, il chiarore della nebbia, o della neve. Mai mi ero accorta di tale fortuna, ormai era come fosse qualcosa di scontato, fino all’altra sera, quando improvvisamente mi sono trovata in balia dell’oscurità totale. Complice di ciò? Un evento molto banale… Ero nella mia stanza da letto, a Milano,verso sera.

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Nell’alzare a mano la tapparella, per prendere aria, si è spezzata la corda oramai usurata… è bastato metterci un po’ più di forza e, proprio come la saracinesca di un negozio si è chiuso tutto. Neanche un piccolo spiraglio di luce. La stanza è diventata all’istante una sorta di scatola nera. Una sensazione stranissima e totalmente innaturale.

Ciò che mi ha salvata da quegli istanti di buio totale e chiusura è stato un qualcosa di altrettanto banale. Quand’ero piccola, già avida e desiderosa di vedere le stelle, avevo trovato un fantastica stratagemma per la mia stanza priva di stelle.

Ebbene sì, avevo comprato delle piccole stelline adesive fatte di un particolare materiale luminescente per cui, durante il giorno si caricavano della luce solare per poi diventare luminose di notte… Non crederete al risultato… Incantevole. Il mio soffitto si trasformava immediatamente in una volta planetaria.

Non trascorrendo più tanto tempo a casa avevo dimenticato questa fantastica soluzione. Dopo i primi attimi di buio ho visto la stanza che pian piano si arricchiva come per magia di piccole stelline e quella sensazione di disagio del buio era sparita. Il sogno di una bambina mi aveva salvato dall’oscurità totale. Non solo!!

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Ho appena visto al cinema il film tratto da “Il libro della giungla “ di Rudyard Kipling, e come dimenticare la bellissima canzone The bare necessity (lo stretto indispensabile)? Un’allegra melodia dove vengono decantate le necessità dell’orso Baloo con Mogly!!!! Eccone un breve estratto del testo:

“Lo stretto indispensabile”
Ti bastan poche briciole / Lo stretto indispensabile / E i tuoi malanni puoi dimenticar / In fondo basta il minimo / Sapessi quanto è facile / Trovar quel po’ che occorre per campar! / Mi piace vagare / Ma ovunque io sia / Mi sento di stare / A casa mia! / Ci son lassù le api / Che il loro miele fan per me / Se sotto un sasso poi guarderò / Ci troverò le formiche / Un po’ io me ne mangerò! / Vicino a te quel che ti occorre puoi trovar / Lo puoi trovar / Ti bastan poche briciole / Lo stretto indispensabile / E i tuoi malanni puoi dimenticar / Ti serve solo il minimo / E poi trovarlo è facile / Quel tanto che ti basta per campar…”.

Mi accorsi che le stelle, quelle fatidiche luci, facevano parte di quel “Minimo indispensabile” che aleggiava sopra di me… e di cui avevo bisogno. Mai come in quell’istante di buio totale nella mia stanza mi erano mancate. Mai ne avevo avvertito così ardentemente la presenza.

Se il mio planetario per i primi anni di vita era una stanza con stelline a stickers, ben presto tutto ciò non mi poteva bastare… feci di tutto per dormire mesi e mesi sotto un vero cielo stellato dove anche nel mio caso la costellazione di riferimento non poteva che essere quella dell’orsa maggiore con la stella polare. Presi così a lavorare nei rifugi alpini, scegliendo quelli ubicati il più in alto possibile. Uno dei più affascinanti è senz’altro il rifugio Re Alberto, sotto le Torri del Vajolet, in Trentino, la cui proprietaria e mia grande amica si chiama Valeria.

Il duro lavoro in un rifugio veniva sempre ricompensato dallo show in prima serata che iniziava al tramonto per poi terminare all’alba.

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Una serie di ombre davano vita all’anima delle montagne, specchiandosi l’una sulla parete dell’altra. La dolomia, una roccia sedimentaria apparentemente insignificante, costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un carbonato di doppio calcio e magnesio si tingeva di rosa regalando a noi del rifugio e agli alpinisti uno spettacolo incantevole, un’altra “bare necessity”.

Come poter fare a meno di tutto questo? E in un’epoca come la nostra dove qualsiasi cosa si paga, tutto ciò era gratis.

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Pian piano le ombre si allungavano, lasciando gradualmente avanzare la notte. Luci e ombre giocavano rendendo vivo un ambiente che apparentemente sembrava statico e immobile.

Il biglietto da pagare per tale spettacolo? Tre ore di cammino!!!

E per favore, eliminare il wifi non solo dal telefonino ma dalla testa… collegandosi con ciò che veramente contava in quel momento, dedicando la propria attenzione a quelle luci che misteriosamente ogni sera comparivano apparentemente a pochi metri dalle cime delle montagne, in realtà anni luce. Ricordo che ancora prima di ordinare una birra, sorseggiandola in compagnia delle montagne, molta gente entrava al rifugio e la prima cosa che veniva chiesta era la famigerata “password” del wifi, questa maledetta parola senza la quale sembra che non si vada più da nessuna parte… Dimenticatela e accederete a file ben più ricchi ed entusiasmanti, l’aria libera!

A quella quota non esistono né password, né chiavi delle stanze, spesso l’acqua calda è un optional, spesso addirittura l’acqua non c’è perché capita anche questo nei periodi estivi quando non piove. Tutto è regolato dalla natura e quindi esattamente come su una barca in mezzo al mare bisogna centellinare e risparmiare ogni singola goccia. Mai come lassù si capisce veramente il valore di avere l’acqua!

La sera dopo aver sparecchiato, pulito e rassettato la sala dove gli alpinisti avevano abbondantemente cenato si preparava l’allestimento per le colazioni, ultimo compito del giorno. Quando tutto era debitamente sistemato iniziava lo spettacolo. Finalmente si distoglieva lo sguardo dal libretto delle ordinazioni, tra una minestra di verdure e uno strudel, per essere direzionati verso il cielo dove il menù era assai più vasto, senza nulla togliere alla bellezza e bontà di una polenta coi funghi.

Ma ricordo che le stelle ci rubavano ogni sera almeno venti minuti di totale estraneamento. Ogni sera rimanevamo estasiate perché non ci si abitua mai a tale bellezza.

A 2600 metri, come protetto e custodito dalle Torri del Vajolet, il rifugio Re Alberto è immune dall’inquinamento luminoso e permette di scrutare e ammirare tutte quelle stelle che normalmente in una città si possono vedere solo all’interno di quella cupola meravigliosa che è il planetario.

Così dopo una giornata di lungo lavoro uscivo dal rifugio e mi sentivo un po’ come il piccolo principe nella seguente citazione: “Mi domando”, disse il piccolo principe ”se le stelle brillano perché un giorno ciascuno possa ritrovare la propria” (Piccolo principe: cap. XVII, p. 81).

Tra la Via lattea e le stelle infinite, ogni sera sembrava una sfilata. E che traffico! Tra aerei, luci misteriose, probabili Ufo, satelliti, ci si perdeva in quell’osservazione senza confini.

In tutti i rifugi alpini c’è un’usanza, nonché obbligo, di fare silenzio alle dieci di sera. Molti escursionisti si alzano verso le sei di mattina. Il pericolo dei temporali estivi spinge a iniziare molto presto le escursioni in modo da non incorrere in situazioni veramente pericolose soprattutto a causa dei fulmini.

Così alle dieci di sera si spengono tutte le luci, a parte una, che timidamente dà sempre vita al rifugio. Si tratta di una sorta di piccolo faro, utile agli escursionisti che per un motivo o per l’altro arrivano tardi al rifugio, un punto di riferimento fondamentale nella notte alpina.

Dal tramonto all’alba, oppure in giorni di scarsa visibilità, il gestore del rifugio avrà cura di tenere accesa all’esterno questa luce.

L’ambiente intorno al rifugio sembra inospitale, quasi lunare, motivo per cui le Dolomiti sono denominate “Monti Pallidi”. In realtà ‘e proprio in questo giardino di rocce che si nascondono fiori in grado di sopravvivere alle condizioni più severe e impervie.

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Il re di tutti i fiori presenti tra le rocce è senz’altro il papavero giallo di montagna (Papaver alpinum L. subsp. rhaeticum) che appare come una piccola luce sul ghiaione dato l’intenso colore dei suoi petali. In quota non abbondano gli insetti impollinatori; le piante d’alta montagna si adattano a questa carenza generando fiori particolarmente colorati e quindi visibili con maggiore facilità.

Non è pertanto casuale la vistosità e la grande bellezza cromatica delle corolle floreali delle piante d’altitudine.

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Molti di noi sono estasiati di fronte alla bellezza e all’appariscenza di certe specie, eppure ciò che attrae il nostro occhio è invece fondamentale per la sopravvivenza di molte piante. La vivace colorazione permette in effetti di non sprecare nemmeno un istante nei pochi giorni favorevoli. La stagione estiva in montagna è molto piovosa, occorre quindi sfruttare la presenza degli insetti nei pochi momenti di stabilità atmosferica. Tornando al papavero si tratta di una pianta perenne che presenta fiori gialli singoli con 4 petali settori che formano una corolla tonda. La forza di tale fiore è incredibile se si pensa che deve resistere alle condizioni più estreme della quota e delle radiazioni ultraviolette.

Ma le piante d’alta quota hanno imparato a difendersi e al tempo stesso a sfruttare la radiazione solare. I nocivi raggi ultravioletti sono tanto più penetranti quanto più si sale d’altitudine a causa della rarefazione dell’aria e della carenza d’umidità nei giorni tersi. I fiori hanno imparato a difendersi dalle radiazioni nocive ancora una volta sfruttando colorazioni sgargianti; i pigmenti colorati hanno infatti potere assorbente nei confronti delle radiazioni nocive. Al tempo stesso l’intensa radiazione solare è spesso fondamentale per la riproduzione, permette infatti la produzione di grandi quantità di zuccheri sfruttati dalle piante per generare radici fitte e profonde in grado di garantire un solido ancoraggio e soprattutto un adeguato approvvigionamento d’acqua.

Simile nel fogliame e nel portamento al rosso papavero dei campi, ha però vistosi fiori giallo oro che sbocciano tra luglio e agosto punteggiando di colore soprattutto gli instabili ghiaioni calcarei dove questa specie riesce a insediarsi e prosperare grazie al robusto apparato radicale e alla tolleranza nei confronti di temporanei seppellimenti ad opera del materiale detritico franante verso valle. Notevole è infatti l’estensione delle sue radici, ragione per cui è una pianta che agisce come fissatore nelle zone caratterizzate da detriti mobili.

La presenza di ghiaioni, pietraie e colate detritiche rende assai difficile la presenza di piante per via del continuo rotolamento di pietre o del ruscellamento superficiale delle acque. Le piante rischiano continuamente d’essere sepolte dalle rocce o d’essere trasportate via dal movimento dei detriti. Nonostante ciò alcune specie vegetali definite “glareofite” sono specializzate nel sopravvivere in questi particolari ambienti.

Esistono le cosiddette “glareofite migranti” che si avventurano sui pendii più instabili. L’emissione di getti striscianti in grado di radicare è una garanzia per la pianta: in caso di seppellimento legato allo spostamento dei detriti essa può infatti rigenerarsi a breve distanza (i cosiddetti “occhi dormienti”) dando la sensazione di una migrazione della stessa.

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Altre specie dette “stabilizzatrici” o “glareofite fissanti” come il papavero di montagna presentano un sistema radicale complesso (spesso un robusto rizoma ramificato e flessuoso) in grado di penetrare molto profondamente nel terreno sino ad ancorarsi saldamente al substrato con l’effetto di stabilizzare il pendio vincendo la sollecitazione meccanica determinata dai piccoli ma continui movimenti del pietrame. La pianta è inoltre in grado di ricercare in profondità l’acqua e il nutrimento al contrario assente sulla superficie dei ghiaioni.

E’ affascinante vedere come dei fiori apparentemente fragili abbiano tale forza di vivere e sopravvivere.

Lassù non ci si preoccupa dei crolli della borsa o delle oscillazioni dello spread. L’unico crollo che può destare preoccupazione e interesse è dato dallo sgretolamento di parti di roccia. Di notte spesso sentivo il rumore dei sassi che cadevano. Infatti nelle fessure si infiltra l’acqua e con i cicli di gelo e disgelo si arriva al collasso delle rocce. Ma anche questo fa parte della natura.

Le provviste al rifugio vengono portate inizialmente dall’elicottero, ma sarà poi la teleferica a fare il grosso del lavoro, così quasi ogni giorno, tempo permettendo, da valle viene caricato il pane fresco e tutto l’occorrente per preparare piatti deliziosi per chi riesce ad arrivare al rifugio. E gustare qualcosa di goloso e succulento dopo ore e ore di cammino come dice una nota pubblicità “Non ha prezzo” .

A volte durante le ore di pausa osservavo le persone durante la salita al rifugio quasi incredule nel vedere come le provviste venissero portate su da una sorta di carrucola.

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Ho letto che in alcuni hotel in Giappone le receptionist e molte persone dello staff alberghiero sono state sostituite da robot. Per fortuna questo nei rifugi alpini non succederà mai, perché lassù tutto è un po’ come una volta, si vive di quel calore umano che mai alcuna macchina potrà sostituire. La fatica, la complicità, la comprensione e la tanta pazienza sono gli ingredienti dell’ambiente del rifugio. Ma è soprattutto la semplicità che rende questo ambiente unico nel suo genere.

Quindi se siete nel vero spirito del rifugio non chiedete di fare una doccia, se proprio non vi è indispensabile, a quella quota non serve perché l’aria è talmente pulita che non si sentono gli odori. Non chiedete una stanza singola perché nei rifugi esistono le camerate dove si condivide tutto.

Chiara Baù e Valeria Pallotta
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Perché niente ha senso in un rifugio se non viene condiviso.

Tante ore insieme, una moltitudine di persone, una mole enorme di lavoro, almeno quando c’è bel tempo. A volte si prega che piova per avere un po’ di respiro e leggere qualche libro di fianco alla stufa…

Lo staff si compone, nel caso del rifugio Re Alberto, di un mix di laureate, chi in scienze naturali, chi in lingue… e ogni giorno c’è qualcosa da imparare. Dai fulmini, dai colori delle nuvole che sfrecciano durante i temporali sopra il rifugio, da un soccorso improvviso di persone colpite da un fulmine durante qualche ascensione sulle Torri del Vajolet, vere padrone del rifugio. Si sbucciano le patate e si immergono i piedi nel piccolo laghetto adiacente, e si accolgono al rifugio persone provenienti da tutto il mondo.

La cosa più bella? Sarà banale, ma ricordo che augurare la buonanotte agli escursionisti la sera era un rituale per me significativo ed emozionante.

Tempo di andare a dormire… domani prevedono bel tempo. Tempo di riposare per essere pronti a vedere una nuova alba e soprattutto a scaricare la teleferica e dare pane fresco agli escursionisti. La sera nuove luci al rifugio.

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Le cattedrali nel deserto

Le cattedrali nel deserto

Questa valle (la Valgrisenche) è come quella di Rhêmes lunga e stretta, di­retta da sud a nord ma con andamento alquanto sinuoso, e soprattutto di aspetto severo, finanche orrido, selvaggio, squallido. Nella parte inferiore, fin sopra il paese che ha pure nome Valgrisenche, è tutta a balzi, dirupi e forre, e poco appare di spazio coltivato, onde il viaggiatore ne riporta un’impressio­ne di tristezza cui non vale a dissipare qualche istante di più placido e sereno oriz­zonte. Nella parte superiore è un continuo succedersi di picchi e costiere, di ghiacci e morene, e le cui falde si disputano lo spazio i pascoli, le frane e i burroni ro­vinosi (C. Ratti – F. Casanova, Guida illustrata della Valle d’Aosta, Casanova, Torino, 1888)”.

Così la descrizione dei primi viaggiatori figurava una valle a­spra e severa, che le rovine del Castello di Montmayeur anche al­lora contribuivano ad incupire.

Eppure, grazie alla facilità di passaggio offerta dal Col du Mont, la valle era abitata già due secoli prima di Cristo: i Ceu­troni infatti, provenienti dalla Taren­taise, ne avevano occupato la parte alta e si erano stabiliti a Fornet.

Il rifugio Mario Bezzi
Accompagnatore Media Montagna Collegio delle Guide della Lombardia

Il canonico Pierre-Joseph Béthaz scrisse di un’usanza che sconfi­na con la leg­genda: siccome in valle non v’erano chiese, gli abi­tanti di Valgrisenche salivano fino al Col du Mont e là pregavano in unione con i fedeli di Villaroger in Val di Tigne. All’inizio della Messa una bandiera era issata sul campanile, ben visibi­le dal valico: poi, al termine della cerimonia, era ammainata. E an­cor oggi quel luogo vicino al Col du Mont si chiama Plateau de l’Eglise.

In seguito, sempre a causa dell’importanza strategica, tra il 1792 e il 1800, la valle fu teatro di guerra, con grandi devasta­zioni al territorio e danni enormi per gli abitanti.

Oggi l’impressione di cupa wilderness e di sanguinosi accadimenti del passato si è attenuata: belle montagne, bei boschi, prati e villaggi non la differen­ziano da altre valli dalle vicende più fortunate.

Ma al di là dell’aspetto superficiale, a un viaggiatore attento e sensibile, alcuni fatti macroscopici e molti piccoli particola­ri confermano il disagio antico.

Marco Milani, Popi Miotti ed io giungiamo alla fine di aprile 1994 a Bonne, l’ultimo dei paesini della valle. Si sente nell’aria una prima impressione strana, di ostracismo, quasi che il fatto di non appartenere al Parco Nazionale del Gran Paradiso ponesse la valle su un piano inferiore ad altre, per esempio alla vicina Val di Rhêmes.

La mancanza di impianti di risalita, a parte le inoffensive piste di Bénevy, impe­disce il confronto con la vicina Valle di La Thui­le: e non sono certo i brevi anelli di sci di fondo (Chez Carral) a far recuperare il distacco.

Ecco allora che si può creare negli abitanti un complesso di in­feriorità, una sensazione di abbandono e di esclusione che non è difficile da percepire.

Molto al di sopra di Bonne, buona base per la salita alla Testa del Rutor, c’era fino a qualche anno fa il rifugio Clea Scavarda: è bruciato, e di conseguenza nessuno è salito più al Rutor dalla Val­grisenche fino a che al suo posto non è stato costruito (nel 2005) il rifugio degli Angeli del Morion. Questa località è una delle preferite dell’eliski: coloro che da quelle parti si fanno depositare dall’elicottero scendono veloci e a Bonne si fermano qual­che mi­nuto al bar prima che il taxi o gli amici li riportino a valle. L’eliski non è mai stato fonte di vero reddito per i valligiani.

Il bacino di Beauregard
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Oltre a tutto ciò, la grande diga del bacino di Beauregard incom­be al di sopra: riusciamo a salire in auto i tornanti che portano al ciglio.

Il ciclopico sbarramento fu costruito nel 1952-53. Una volta col­mato, il bacino sommerse cinque villaggi, il più importante dei quali era proprio Fornet, con il suo aguzzo campanile. Dopo un breve periodo di utilizzo dei 70 milioni di me­tri cubi d’acqua, l’invaso venne notevolmente ridotto (due terzi in meno), a causa dei pericoli che la permeabilità del terreno creava. Ma intanto gli abi­tanti di questa parte alta della vallata erano stati co­stretti a emigrare, molti lontano. Al danno enorme si aggiunse la beffa terribile di rivedere, dopo solo pochi anni, riemergere buona parte delle case che avevano dovuto essere sa­crificate.

In salita dal rifugio Bezzi al Mont Vaudet, 27 aprile 1994. Foto: Marco Milani.
A. Gogna e G. Miotti in salita dal rifugio Bezzi al Mont Vaudet in vetta al Mont Joly, 27.04.1994, Valgrisenche, Valle d'Aosta

Sulla riva sinistra del lago, lungo e stretto e in questa stagio­ne praticamente asciutto e ghiacciato, corre in piano una strada carrozzabile ingombra di neve. Calzati gli sci, la percorriamo interamente fino al fondo del bacino, sette chilo­metri dopo.

I ruderi di Fornet sono la testimonianza di quanta stupidità e approssimazione abbiano governato in passato, una conferma lì da vedere di quanto siano pro­fonde le radici del dissennato sfrutta­mento del territorio che imperversa ancor oggi. Fornet è una pa­gina di dolore, ma soprattutto di vergogna. Questa è la prima cattedrale nel deserto, cioè un’opera gigante­sca quanto inutile, che mai servirà da luogo di culto e di reli­gione semplicemente perché nel deserto non v’è alcuna folla di fedeli.

Il crepuscolo ci sorprende giusto a Usellières, quando finalmente e pian piano cominciamo a salire per inoltrarci nella valle sem­pre più stretta dai fianchi ripidissimi. La notte arriva in bre­ve, continuiamo alla luce delle pile frontali, cia­scuno col suo ritmo, in pratica da soli. La luna deve ancora apparire, se ne intravvede il chiarore solo oltre la sommità dei versanti della valle, bastioni che ostruiscono ogni tentativo di sguardo lonta­no.

A ogni balza nevosa del fondo valle si spera di scoprire più chiarore, quan­do improvvisamente i riflessi di una luce gialla­stra appaiono sul versante orien­tale. Quella non è la luna, quel­le sono le luci del rifugio.

Il rifugio Mario Bezzi ci accoglie dunque con un accecante faro giallo tanto potente quanto inutile, anche se ci permette di spe­gnere le nostre pile.

Ci accorgiamo che il rifugio è stato di recente ampliato, prati­camente rifatto. L’architettura è di buon gusto, certi particola­ri sono assai piacevoli. Ma ciò che sorprende sono le dimensioni. In tutto siamo sette sciatori, oltre ai custodi che gentilmente ci accolgono nonostante l’ora tarda e ci servono la cena. Ma sala da pranzo, corridoi e più di tutto le numerose stanze testimonia­no una mania di grandezza con pochi paragoni.

Di primavera non credo siano molti a salire con le pelli di foca fin quassù, forse il lungo e noioso bacino di Beauregard non in­vita. In estate, quando si può arrivare in auto a Uselliéres, folle di gitanti si spingono a gite in giornata fino al rifugio, senza però fermarsi a dormire.

Fulcanelli
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A noi sembra la seconda cattedrale nel deserto. Questa è una val­le che ci offre grandi spunti di meditazione, perché accanto a un deserto Plateau de l’Eglise, che ancor oggi comunica fede e spirito, convivono almeno due orgogliose cat­tedrali senza miste­ri, a riprova evidente che “la Natura non apre a tutti, indistin­tamente, la porta del santuario (Fulcanelli)”. Nel gennaio 2012 il rifugio Bezzi è stato colpito e assai danneggiata da una valanga.

È inutile dilungarsi sul significato del termine “cattedrali nel deserto”; in Italia ben lo conosciamo, avendo un’esperienza che va da Gioia Tauro alle Alpi. Inutili colate di cemento, edifici sovradimensionati e superflui costellano il nostro paese arrivando persino nelle valli più remote. Non siamo favorevoli a questi e­sempi di modernità, eppure in Valgrisenche il rifugio Bezzi, che appartiene a quelle deprecate opere, ci è sembrato speciale.

A volte infatti le cattedrali nel deserto sono lì perché il pel­legrino vi giunga con stenti e fatiche trovandovi insieme pace di corpo e di spirito, al termine di un lungo cammino di penitenza.

E come fu lunga quella sera! Interminabile la strada che costeg­gia il lago arti­ficiale, in parte innevata e in parte no, così ogni tanto eravamo costretti a to­gliere e poi rimettere gli sci. Poi la strada sembrava salire, ma era un’illusione: ogni metro di dislivello si guadagnava a prezzo di numerose falcate in falso piano. Del rifugio nessuna traccia; te lo aspettavi oltre il go­mito che la valle compie più avanti e invece mai niente.

Il ritmo di camminata, la solitudine dei luoghi, il fruscio degli sci sulla neve dura e il peso degli zaini cominciavano a entrar­ti nella mente e ti sembrava di esse­re condannato a viaggiare per l’eternità. Poi infine, quasi castello disincantato, oltre un gobbone ecco il rifugio, grande, brillante, profumato di cibo e di legno: mai “cattedrale nel deserto” ci parve più tollerabile.

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L’ignoto

L’ignoto
di Federico Gardoni
(già pubblicato su http://spazivuoti.altervista.org/ il 15 marzo 2016)

“Il sentimento più forte e più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto (Howard Phillips Lovecraft)”.

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Mamma che incubo stanotte! Penso mentre spingo uno sci davanti all’altro. Una vita relegata tra l’interno di un’azienda a girare chiavi inglesi come nel film di Charlie Chaplin, un magazzino a contare scatole, infine dietro ad una scrivania di uno sterile ufficio, aspettando il weekend da trascorrere a fare compere dentro ad un capannone allestito solo diversamente da quello dove trascorro il resto della settimana, pranzando poi seduto comodamente con il telecomando della tv sulla mano destra e la forchetta sulla sinistra. Poi improvvisamente “il troppo tardi” arrivò e mi ritrovo rincoglionito davanti al video, mugugnando contro i vari governi che si succedettero e per una pensione che mai verrà, con la pelle avvizzita e biancastra ricotta dalla languida luce dei neon, mentre fuori non mi accorgevo nemmeno se c’era il sole o pioveva… Che incubo terribile.

Solitudini tardo autunnali nei Lagorai
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Guardo verso l’alto, il cielo, contrariamente a quanto annunciato, si apre in un azzurro bellissimo interrotto da nuvoloni neri come pece. La salita si fa più intensa, il battito cardiaco accelera. Certo che se non ci fosse l’ignoto la mia vita sarebbe veramente banale, forse come quella del sogno stesso, ripetitiva, fatta di attese – cosa stiamo aspettando? Che sia troppo tardi, Madame – nel tran tran della quotidianità.

Invece io voglio giocarmela diversamente, non voglio essere come dei quarantenni che sembra abbiano finito l’essenza della loro vita e trascorrono le ore con il bicchiere in mano fuori dal bar più in della città a parlare di auto, stupidaggini e donne…

No man’s land 7b – Buoux
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Sull’onda di questi pensieri mi accorgo che sto praticamente correndo, manca una ultima erta e sono arrivato. Caspita! il rumore del lastrone che ho sotto ai piedi non mi piace proprio, è meglio se devio un po’ più in là, confido che la neve sia migliore….. ma del resto l’ancestrale paura dell’ignoto è vista da una parte come un freno inibitore e dall’altra attrae, dato che chi si è spinto alle frontiere estreme delle cose note ha fatto fare passi da gigante all’umanità: penso alle grandi scoperte della chimica, della fisica, della medicina, alla scoperta dell’America o della spiegazione dello spazio, le innovazioni dell’elettronica o l’arte ma anche lo sport. E Felix Baumgartner e Patrick de Gaillardon e Manolo…

Scintillio dopo una nevicata nel Vallone del Sasso Rosso – Lagorai
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Acc…! Una lastra di ghiaccio! E non ho nemmeno i rampanti, provo a togliere gli sci, li metto in spalla e salgo per le roccette finali con i ramponi. Bellissimo: sono le 9 del mattino, doveva esserci bufera e invece splende il sole e il paesaggio è fantastico… L’ignoto, per chi fa alpinismo, è la ricerca dei propri confini fisici e mentali, è l’essenza stessa dell’alpinismo in senso stretto, mentre in senso assoluto è inscindibile dal rispetto dell’ambiente e di quelle regole non scritte che dovrebbero accompagnarci sempre… Occhio alla cornice che se metto un piede lì va a finire male, ancora pochi passi e sono in vetta…

Alessio in sosta durante la prima ripetizione di Giallomania in Val Gadena
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Quante volte si polemizza spit si spit no, spit vicino spit lontano scavo si scavo no! Dovremmo imparare dalla nostra storia, rispettare il passato e lasciare spazio a chi viene dopo, senza essere talebani oltranzisti e nemmeno iper-permissivi: se in apertura hanno usato tre spit, si richioda così, se poi uno si caga in braghe semplicemente ripete un’altra via. Se una zona di arrampicata è stata chiodata solo dal basso con cliff e trapano quello è lo standard della zona, se ci sono solo chiodi allora sarà quello lo standard… Ecco ora la cima è calcata, l’orizzonte si apre dinnanzi, grandi nuvoloni neri avanzano, ma ho giusto il tempo di gustare questa meraviglia, sgranocchiare, in compagnia di un solitario gracco, due noccioline seduto su un sasso incrostato di ghiaccio.

Pale di San Martino
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Tolgo le pelli e mi preparo a scendere, ma afferro al volo, nei meandri del mio cervello, un racconto di Roland Mittersteiner… “Volevo aprire una via a destra di Specchio di Sarah, su parete strapiombante. Sono partito e dopo tre metri ho visto che non si poteva mettere niente; non sapevo cosa fare, andare avanti o scendere? Ho visto più su un grande buco e ho pensato ci fosse la possibilità di mettere una protezione. Così ho proseguito e, arrivato al buco, a cinque metri, mi sono accorto che non si poteva chiodare: scendere era difficile… Ho visto un altro buco più su. Di nuovo la stessa roba, quasi tutti i chiodi mi sono scappati giù: din, din… Se avessi avuto uno spit, l’avrei potuto mettere! Dopo un bel po’ sono riuscito a mettere un chiodo in un buco svasato, ci ho passato la corda e sono sceso in arrampicata. Alla base ho tirato la corda e mi è arrivato in mano il chiodo… Aprire una via così è un piccolo problema! Mi sono anche costruito un friend gigante per quel buco, ma non sono più tornato…”. Grazie Roland per aver lasciato spazio ignoto alle generazioni future…

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Inizio ad improntare curve stupende su un pendio disegnato per sciare, i primi fiocchi di neve turbinano attorno, e capisco che è ora di non indugiare oltre. Oggi la mia voglia di ignoto è sopita, anche per questa volta posso tornare nella poltrona dell’ufficio, un po’ più bruciato dal sole, programmo già di iniziare ad allenarmi seriamente su roccia e mi faccio una fragorosa risata ripensando all’incubo di stanotte, prima che un pensiero mi renda vigile: ma se il 90 per cento delle persone che mi circondano vive o spera di vivere come nel mio sogno, non è che sono io che sbaglio qualcosa? Un altro bel pendio, ancora due curve tra quegli alberi laggiù e poi via veloce ad infilare quel vallone ancora vergine…

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Jean Afanassieff fumava le Gitanes blue

Jean Afanassieff fumava le Gitanes blu
di Emilio Previtali (da http://emilioprevitali.blogspot.it/, 17 gennaio 2015)

Jean Afanassieff aveva un nome che sembrava finto. Leggerlo e ricordarlo esattamente quel nome, scriverlo correttamente, era già un impresa. Una avventura. Era più facile ricordarsi dei suoi capelli lunghissimi, castani, lisci.

Negli anni ’80 avere i capelli lunghi per essere un climber o un alpinista — un certo tipo di climber e di alpinista — era indispensabile o almeno così mi pareva. Io negli anni ’80 ho avuto tra i tredici e i ventitré anni, gli anni più belli della vita, quelli in cui diventi quello che poi sarai per sempre. Edlinger aveva i capelli lunghi. Berhault aveva i capelli lunghi. Reinhold Messner aveva i capelli lunghi e ce li avevano i britannici Doug Scott, Chris Bonington, Peter Boardman. Jean-Marc Boivin, il mio idolo assoluto, aveva i capelli lunghi. Tutti quelli cui avrei voluto somigliare avevano i capelli lunghi e un po’ in disordine. Allora anche io mi ero fatto crescere i capelli lunghi. Compatibilmente con mia madre, li tenevo abbastanza in disordine.

afanassieff-krDH-U10401448444947twH-700x394@LaStampa.itJean Afanassieff però era diverso. Intanto aveva dei capelli lunghissimi, più lunghi di tutti gli altri, quasi da donna, curati e poi aveva quel nome che sembrava finto. Afanassieff. Sembrava che nello scriverlo ci fosse stato un refuso o un errore, nessuno sembrava ricordarlo davvero quel nome, ma io avevo imparato a riconoscerlo sulle riviste di alpinismo e a tenerlo a mente. Era così affascinante quel rincorrersi di consonanti e di vocali. A-fana-ssieff, in fondo non era difficile da memorizzare. Sapevo che quando mi imbattevo in quel nome ci sarebbe sempre stata sempre la certezza di venire a sapere qualcosa di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario dal punto di vista alpinistico.

Jean Afanassieff si è fatto conoscere con una serie lunghissima di salite solitarie in velocità nel massiccio del Monte Bianco, salite che poi nel tempo, seguendo le sue tracce, sarei andato a vedere o a ripetere così come si va a visitare un tempio, un luogo in cui si sente la necessità di essere mettendosi al cospetto di qualcun altro, alla ricerca di se stessi. L’intero inverno del 1977 Afanassieff lo trascorse sciando a Bugaboos, in Canada (un altro luogo che in seguito sarei andato a conoscere) e nel 1978 fu il primo francese in vetta all’Everest, in autunno, insieme a Nicolas Jaeger e Kurt Diemberger. La sua fu la 72esima salita della montagna.

Nicolas Jaeger fu un’altro personaggio fondamentale nel mio diventare uomo. Alpinista e fisiologo contribuì in modo determinante a conoscere i meccanismi dell’adattamento dell’essere umano all’alta quota, trascorse sessanta giorni a 6768 metri in vetta all’Huascaran, tempo in cui scrisse un libro che si intitola Carnet de solitude, “Solitudine” nell’edizione italiana. Bellissimo. Giunto in vetta all’Everest Jaeger si accese e fumò una Gitane, una delle stesse sigarette che fumava anche Edlinger. Se mai avessi iniziato a fumare un giorno, avrei fumato delle Gitanes, ma non divaghiamo adesso.

Afassanieff: assieme alla prima salita francese dell’Everest compì nello stesso giorno anche la prima discesa di un 8000 con gli sci, partendo da quota 8300. Un exploit assoluto, non soltanto per l’epoca. Infischiandosene delle collezioni di 8000, Afassanieff tornò in seguito altre tre volte all’Everest, per il versante nord. Nel 1979 fu escluso dalla spedizione nazionale alla Magic Line del K2. Accadde per via di alcune dichiarazioni scomode dopo la spedizione nazionale dell’anno prima e per via del suo carattere piuttosto naïf, Afassanieff non mandava certo a dire quello che pensava. Restare escluso da una spedizione perché hai detto quello che pensi. Dire quello che pensi sempre, anche se non conviene. Anche se ti tagliano fuori. A me sembrava grandioso, anzi è grandioso, lo penso tuttora. Una cosa di cui andare orgogliosi, non è importante se nel frattempo ti perdi qualcosa.

In seguito Afassanieff sarebbe diventato un documentarista o, come si dice oggi, un filmmaker. Uno che si prende cura di raccogliere e di raccontare delle storie. “Certi mi considerano un alpinista, certi un regista, mi rendo conto di essere un personaggio complicato, difficile da inquadrare. Io sono stato alpinista e sciatore in una vita precedente e oggi, nella mia nuova vita, anche se ancora pratico l’arrampicata e lo sci per piacere personale, mi considero un autore. Il mio mestiere e la mia passione è quella di raccontare delle storie attraverso i miei film”.

Jean Afassanieff se n’è andato qualche giorno fa, a 61 anni per un male incurabile. Non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona ma la sua storia, la sua vita, mi hanno sempre ispirato. Se penso a uno cui avrei voluto assomigliare, uno che mi ha fatto sognare, uno di cui vorrei ricalcare la traccia (parlo come alpinista e come sciatore ma anche come autore e come appassionato di storie da raccontare), penso a lui, a Jean Afanassieff. Buon viaggio, Maestro. Adieu.

Per più ampia documentazione su Jean Afanassieff vedi wikipedia (in francese).

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La Patagonia è…

Appena rientrato da un lungo viaggio di 70 giorni in terra australe, Francesco Franz Salvaterra (di Tione) ha messo su carta le sue prime impressioni. E, come dice Marcello Cominetti, “è riuscito a condensare in poche righe la vera essenza di un viaggio in quei posti…”.

Nonostante i suoi 25 anni, Franz si può considerare un veterano di quei posti. Oltre ad avere salito molte cime, aperto vie non facili e bazzicato posti insoliti, Franz ha saputo spingersi a piedi dove di solito gli alpinisti non vanno, vivendo una Patagonia che più autentica non si può.

Francesco Franz Salvaterra
SalvaterraFRisale al 2011 la prima esperienza di Franz, quando gli amici Massimo Faletti (di Povo) e Hans Martin Götz (di Arco) lo invitano a salire il Fitz Roy per una via poco ripetuta. La spedizione ha successo, ma in discesa un sasso ha colpito alla spalla Faletti. I tre riescono a scendere, 13 ore per arrivare a El Chaltèn: ed è Franz a caricarsi dello zaino e dell’equipaggiamento del compagno ferito.

Nel 2013 Franz va con Ermanno Salvaterra, Tomas Franchini e Paolo Grisa a tentare la parete ovest del Cerro Egger, inviolata. Il gruppo progredisce ben alto in parete, poi è costretto al ritorno.

La stessa formazione (con la sostituzione di Nicola Binelli a Paolo Grisa) ritenta nel 2014 la Ovest del Cerro Egger. Il tentativo viene interrotto a causa della pericolosità dell’itinerario, sottoposto alle continue scariche del fungo di ghiaccio che copre la vetta. Scherzando il “vecchio” “Erman” sostiene che se fosse stato per lui sarebbe andato avanti, tanto la sua vita l’ha già vissuta: ma i compagni (tutti ben più giovani) non erano tanto d’accordo…
Io, Tomas e Nicola ci siamo lanciati sul vergine primo pilastro del Domo Blanco – racconta Francesco Salvaterra su Facebook il 6 ottobre 2015 – è stata una giornata stupenda di puro “andinismo free style” per tutto il giorno ci siamo ingaggiati su stupende e difficili fessure di ottimo granito collegate da piccanti sezioni di misto dove abbiamo scalato con un po’ tutti gli abbinamenti: scarponi-piccozze, ramponi-mani, scarpette e piccozze, ecc. in libera e A0 spinti perchè mancano le staffe. Purtroppo abbiamo un po’ sottovalutato le difficoltà, siamo partiti tardi e con pochi friend, la vetta era vicina ma ci si prospettavano delle dure fessure off-with e con le ultime luci abbiamo deciso di scendere. Io devo tornare ma Nicola e Tomas certamente finiranno l’opera portando in vetta i Rampegaroi!”.

Infine Francesco Salvaterra, il 14 dicembre 2015, assieme a Marcello Cominetti e Massimo Lucco, raggiunge la vetta del Cerro Torre per la via dei Ragni.
Cominetti è una delle Guide Alpine più preparate sulla Patagonia, ed è la prima Guida Alpina Italiana (e la terza al mondo) a scalare questa iconica montagna insieme a un cliente, Massimo.

 

La Patagonia è…
di Francesco Franz Salvaterra
Questo scritto è apparso il 10 febbraio 2015 su http://marcellocominetti.blogspot.it/

Cosa è per me la Patagonia?
Quando si torna a casa, alle domande “Com’è andata?”, ”Cos’hai fatto?”, la risposta potrebbe essere: cime scalate, posti visitati, fatti. La Patagonia che ho conosciuto questa volta e negli ultimi cinque anni per me però non è questo, o perlomeno non solo. Quando domandi al turista di dieci giorni cosa ha fatto in Patagonia dice: “Sono andato a El Calafate a vedere il Perito Moreno, a El Chaltèn e a Ushuahia, molto bello ma non capisco come mai dicono che in Patagonia faccia sempre brutto tempo”. “Vedere” però non è “vivere” un luogo, per viverlo ci vuole calma e tempo, giornate dove “non si fa niente”. Leggete Idle days in Patagonia di William Henry Hudson per credere di più.

Per me La Patagonia è una mezcla di emozioni e sensazioni sulla pelle, di vento che ti abbatte nel fisico e nel morale. La Patagonia sono le intere giornate passate al riparo del rifugio Piedra del Fraile o chiusi nel sacco a pelo, in tenda, facendo gli “hombre larva” mentre fuori imperversa la tempesta e la pioggia scende (o sale?!) orizzontale. Durante le quali si conversa, si legge, ci si perde nei propri pensieri o semplicemente non si fa nulla.

La Patagonia è un ritorno all’essenzialità, è lasciare a casa più cose possibili, costretti dal fatto che bisogna portarsi tutto sulle spalle. Per una volta è vincere contro questo fottuto consumismo che ci bombarda la mente di necessità inesistenti, di bisogni artificiali, mentre alla fine quello che veramente ti serve nello zaino è solo un po’ di cibo, una giacca e un sacco a pelo, e dopo un paio di zaini mal calcolati si impara a lasciare a casa anche il terrore di ogni guida alpina che lavora con i trekking: lo stramaledetto“beauty”.

Ai piedi della loro via al Domo Blanco, Tomas Franchini, Nicola Binelli e Francesco Salvaterra
SalvaterraF-original_photo_17149La Patagonia sono i pomeriggi di riposo o attesa passati seduti sulle sedie di legno dell’ostello Rancho Grande, scambiandosi opinioni sulla qualità del lato B delle signorine che varcano la porta d’entrata.

La Patagonia è l’adrenalina che sale dandoti forza e concentrazione mentre scali un tiro di misto difficile, con le piccozze che grattano frenetiche a trovare qualcosa di solido su cui agganciarsi. Dove l’ultima protezione comincia ad allontanarsi e sai che se ti fai male non puoi chiamare il 118, dove tu e il tuo compagno (che a volte hai conosciuto due giorni prima) siete soli e, se te la sei portata, ti domandi se la radio funzionerà.

La Patagonia sono i bivacchi sotto le stelle con la giacca infilata nella custodia del sacco a pelo come cuscino, tra il russare altalenante dei tuoi compagni e il fragore occasionale di un seracco che rovina giù per qualche canalone. Sono le buste di comida disidratata che, nonostante la scritta, hanno tutte lo stesso sapore, in relazione alla fame, generalmente squisito.

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La Patagonia è la felicità e soddisfazione di calcare con i piedi il punto più alto di una montagna o la frustrazione mista al senso di sollievo che ti pervade quando invece decidi che è meglio scendere, quando getti la spugna per paura, e quando, il giorno dopo, ti ritrovi al sicuro con i piedi sotto la tavola di un bar e ti domandi se sei sceso perché andava fatto o perché sei un cagasotto, però di fatto, se puoi domandartelo è perché sei ancora vivo.

La Patagonia sono le amicizie strette con personaggi di tutti i tipi e nazionalità, dove la novità e intensità delle emozioni vissute assieme fanno in modo che queste amicizie durino più di quanto si possa immaginare. E’ conversazioni in stentato inglese o castigliano maccheronico che costringono a strizzarsi il cervello, a mettersi in gioco.

14 dicembre 2015, Francesco Salvaterra è con Marcello Cominetti e Massimo Lucco in vetta al Cerro Torre
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La Patagonia è il senso della “tierras de olvido” vissuto tra le estancias abbandonate a picco sul lago O’Higgins.

Soprattutto la Patagonia è camminare e camminare, in salita e discesa, in piano per chilometri, con lo zaino sempre pesante per tanto che ci si impegni a portare meno dello stretto indispensabile. E’ tornare in paese talmente stanco e prosciugato che ti dici “mai più”, ma già sotto il getto della doccia ti ritrovi a pensare a un nuovo progetto.

La Patagonia è la soddisfazione di permettere ad altri di vivere il fascino di luoghi che da soli non potrebbero raggiungere, è essere il primo della fila e decidere se risalire quella morena o stare nella valle, se accamparsi dietro quel precario muretto a secco o se camminare ancora tre ore per trovare un riparo migliore, se fare una doppia su quei due nut vecchiotti o cercare qualcosa di meglio. E anche se non è facile da capire (per me è difficile) a volte la Patagonia è mettere da parte la foga e le ambizioni e “lasciare che le cose accadano”, un po’ come lasciarsi portare dalla corrente limitandosi a dirigere la canoa senza remare come matti, tanto poco importa quale riva si va a lambire.

Sicuramente mi dimenticherò qualcuno ma vorrei ringraziare i tanti amici che mi hanno aiutato e con cui ho passato dei bei momenti, quindi grazie a:
Marcello Cominetti, per primo, perché ha creduto in me insegnandomi “l’arte” e pagandomi bene, e perché è simpatico. A Ines perché è una ragazza speciale e starle vicino mi fa star bene. A Guido che con la sua intelligenza mi ricorda che sono un ignorante, e perché non mi scorderò mai più la crema da sole. Ad Ajelen, a Tommy che è più argentino che italiano. A Papà per questo ritorno alle prime avventure, a Fabio per la serenità contagiosa. A Giovanna, Sandro, Andrea e Francesco per la bella esperienza sullo Hielo. A Max perché è un duro (non raccontare in giro la storia della headwall). Ad Arnaud Clavel e Luigi, a Rolo Garibotti e Doerte per la disponibilità e affidabilità. Ad Alejandra, Nicole, e Nuria. Ad Alessandro Bau e Claudia (complimenti per il loro roadtrip), a Doriano, Ivan e Manuel. A Tommy, Silvestro, Gianni, Aldo e Alejandra. Ad Adelicio Lagos, ultimo pioniere dell’estancia Cerro Colorado. A Carolina e alla “comision de rescate” di cui per fortuna non ho avuto bisogno, al personale dell’ hostel Rancho Grande, a Josè e Paci, a Natalia, a Markus, a Milena perché è bellissima, a Vincente, a Julian Casanova e Raphael per le doppie, a Sasha, Ignacio e il piccolo Firmin, i gentilissimi gestori del Rifugio Piedra del Fraile. A Sara e le sue compagne Veneziane.

Ai miei sponsor: Ferrino, Zamberlan, Climbing Tecnology e Lizard che vestendomi dalla testa ai piedi mi sollevano dal terribile onere di andare a fare shopping.

“Gracias a todos, nos vemos pronto!”

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La montagna secondo me

La montagna, secondo me
di Gabriele Ferreri (già pubblicato da Duma c’anduma)

La montagna insegna a vivere: questa frase l’ho udita spesso, ma… non è vera. C’è gente che frequenta i monti da una vita e non ha imparato un tubo! La montagna al massimo regala emozioni a chi è sensibile ed educato (Mauro Corona).

Come non essere affascinato dalle imprese alpinistiche di uomini straordinari come il Duca degli Abruzzi, Riccardo Cassin, Emilio Comici o il più noto Walter Bonatti? Come non dar seguito all’irrefrenabile voglia di correre come il giovane campione di skyrunning Kilian Jornet?

Da sempre l’uomo ha dovuto assecondare i propri impulsi e le proprie tensioni interne spingendosi a compiere, nel corso del tempo, imprese a dir poco epiche ma basate su una visione puramente antropocentrica e concentrata sulle difficoltà alpinistiche e sulle cime da raggiungere. Così, nell’essere più che altro follemente affascinati e desiderosi di emulare questi grandi personaggi, ci siamo forse dimenticati la montagna, quella vera. Ci siamo dimenticati che cosa significa essere “uomini di montagna”.

Vista dalla Guglia Rossa. Foto di Attilio Pregnolato (The World’s Paths – www.theworldspaths.com)
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Io l’ho capito leggendo la prefazione del libro Il respiro della montagna di Ugo Scortegagna. Se da un lato dobbiamo recuperare la naturalità della montagna “come elemento di valore primario assoluto”, dall’altro dobbiamo prendere il distacco da quella visione del tutto personale ed egoistica di essa.

Riconoscere la naturalità della montagna come elemento di valore primario assoluto (Ugo Scortegagna).

Riconoscere la naturalità della montagna significa parlare di “montagna vivente” e “delle sue delicate e stupefacenti meraviglie“. Significa conoscere l’ambiente nel quale ci muoviamo e le sue molteplici, spesso minuscole, interazioni. Significa parlare di “interiorizzazione di valori di bellezza e di spiritualità“. Amare la montagna, davvero, significa conoscere e saper riconoscere i “padroni autentici” delle terre alte e non considerarsi il soggetto esclusivo quanto parte, infinitesimale, della montagna vivente. Significa smettere di volerla conquistare per farsi conquistare da essa. Significa non parlare di “mie montagne” ma di “nostre esperienze”.

Non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze. Sulle montagne possono salirci molti altri, ma nessuno potrà mai invadere le esperienze che sono e rimangono nostre (Walter Bonatti).

Lungo la Vi Mertchenda da Mezzenile a Ceres
AlpinismoSecondoMe 01

Poi mi si è rivelato il bosco con i suoi odori e ho scoperto il piacere di non dover per forza andare in alto per raggiungere una cima e di vivere, piuttosto, la bassa montagna. Ora, per tutte le cose che si possono osservare, impiego un tempo smisurato per percorrere anche solo cento metri. Mi meraviglio del verde del muschio e desidero, toccandolo, sentire i polpastrelli delle dita umidi di acqua. Osservo il tappeto di foglie sulle quali cammino e riconosco (non sempre, ahimè) le “colonne del cielo” che abitano il bosco. Chiedo al pastore, piuttosto che guardare la cartina o il più tecnologico GPS. E sentendomi rispondere che lì, sul quel sentiero, le mucche al pascolo hanno pulito la strada e ci si può di nuovo passare, penso che anche gli animali da lavoro e gli animali domestici delle nostre comunità montane sono parte integrante della fauna alpina.

Se impareremo non solo a conoscere ed amare ma prima di tutto a capire, svilupperemo quell’intelligenza naturalistica, a volte innata, che ci consente di entrare in connessione profonda con l’ambiente che ci circonda. E nel contatto profondo con la montagna, non potremmo fare altro che sentirci come viandanti di passaggio, ospiti di questa grande e meravigliosa bellezza.

Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo (Tiziano Terzani).

Tutto è sacro, perché tutto vive. Ciò che è dotato di vita, fosse anche l’aria che respiriamo o l’acqua che scorre sulla terra, è percepibile come dono divino. È una sensazione che ha accompagnato gli uomini per millenni in passato e a cui non siamo più abituati, ma non è qualcosa di cui non siamo più capaci. Con un approccio più integrato allo spirito della vita, la natura rivela la propria connessione al divino, si dota di una luce più intensa, e consente all’uomo di considerare se stesso, il proprio corpo e ogni sua funzione, come un’espressione diretta dell’onda vitale dell’Essere, il grande mistero della nostra provenienza e del nostro fine ultimo, la sublime incognita dell’esistenza (Anonimo).

Pettirosso (Erithacus rubecula) al Lago di Braies
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