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Storie di Roccamorice

Cerchiamo di affrontare la querelle sulla risistemazione della falesia di Roccamorice con imparzialità e voglia di dar voce a tutte le parti che di solito ci contraddistinguono, anche se il risultato non è garantito.

Leggendo i post sulla pagina fb Arrampicare a Roccamorice e quelli sul profilo fb di Giordano Renzani, il lettore potrà trovare tutti i dettagli.

La Parete dell’Orso di Roccamorice
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Siamo convinti della buona fede del Renzani e dei suoi soci della banda del trapano, Marcello Ferrini e Romano Costantini: questi ragazzi stavano riattrezzando la falesia con soldi raccolti da amici e piccoli sponsor. Di certo però, nello svolgersi dei fatti, sono inciampati in qualche ingenuità che l’ormai ineludibile e “doverosa” pubblicazione immediata su fb di certo drammatizzava.

Marcello Ferrini, Giordano Renzani e Romano Costantini, la Banda del Trapano
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La diffida del Sindaco di Roccamorice, Alessandro D’Ascanio, a continuare i lavori di riattrezzatura è stata letta dal mondo dei social quasi a senso unico: l’interpretazione più diffusa è quella per cui il comune aveva già appaltato anni fa un “lavoro” alla guida alpina locale Giampiero Di Federico. Il lavoro, da quanto si dice e si vede sulle foto pubblicate, è stato fatto male, con materiale scadente ed è costato molto. Risistemare ora la falesia significava ammettere questo fatto e, per evitare problemi, il sindaco ora diffida i volontari. C’è chi aggiunge che, allorché la falesia fosse sistemata dai volontari, non ci sarebbe più necessità di appaltare altri lavori…

Queste però, occorre riconoscere a un esame attento, sono solo illazioni, più o meno credibili. Soprattutto per il semplice fatto che il materiale vecchio e scadente di cui è piena la falesia (e che ci è stato ampiamente documentato) non è stato reperito su alcuno di quei 59 itinerari a suo tempo commissionati a Di Federico nell’ambito di Scuola di Roccia, bensì sugli altri circa 250 aperti in varie epoche più o meno “antiche”.

Aggiungiamo che ci sembra davvero estremo che un sindaco giunga al punto di proibire a un volontario un’azione da tutti giudicata socialmente utile. Avrà avuto certamente delle ragioni che però non vengono esplicate. Dovesse in questi giorni verificarsi un sinistro per motivi di cattiva manutenzione, per lui sarebbero guai seri, dopo una tale diffida.

Vediamo perciò, nel dettaglio, come sono andate le cose, naturalmente dopo aver sentito a filo diretto tutte le parti interessate.

La vicenda
Nel Parco Nazionale della Maiella è il più grande sito di scalata dell’Abruzzo, e uno dei più grandi del Centro Italia. Assai frequentato, ha circa 300 vie di tutte le difficoltà e per tutti gli stili di scalata. La Parete dell’Orso è assai vicina al paese di Roccamorice (PE): da qui l’improprio uso di quest’ultimo nome per designare anche la falesia.
Le stagioni ideali per la sua frequentazione sono primavera e autunno, ma si scala anche nei pomeriggi d’estate e di inverno, se c’è il sole. In un anno, il numero di climber che si avvicenda su queste rocce è abbastanza cospicuo, e in ogni caso significativo per le ridotte possibilità di sviluppo di un centro come Roccamorice.

Il B&B Santo Spirito con lo sfondo della Maiella
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La valorizzazione della Parete dell’Orso a Roccamorice iniziò nel lontano 1984 (ma ancor prima con una isolata via nelle vicinanze dell’Eremo di Santo Spirito, ad opera di Giampiero Di Federico e di Giustino Zuccarini). Dopo le prime vie, dal 1984, la guida alpina Di Federico, assieme al Comune di Roccamorice, ideò un progetto di valorizzazione denominato Scuola di Roccia, accedendo a fondi comunitari.

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Il documentarista Sergio Di Renzo, oltre che autore della guida Arrampicare in Abruzzo, è stato il più attivo realizzatore di vie a Roccamorice, ma nel contempo ha realizzato un filmato, Roccamorice, che ben documenta la zona, le sue valenze culturali e storiche e le sue possibilità sportive.

Nell’ambito di Scuola di Roccia furono realizzate 59 vie sulla parete: assieme a Di Federico collaborarono il già citato Di Renzo, Biase Persico e la guida alpina Roberto Rosica. L’equipe scelse di non usare materiale inox (c’è chi dubita di questi, dicendo di aver visto fix inox spezzarsi di colpo) preferendo invece fix hilti a doppia espansione. Nel progetto rientrava la costruzione di un fabbricato come foresteria, ristorante e ufficio a servizio. Modifiche successive, interne al fabbricato, hanno portato alla realizzazione di un Bed&Breakfast (Santo Spirito B&B) con annesso ristorante (Macchie di Coco), opere di sostegno alla frequentazione della parete dell’Orso e dei sentieri agli eremi celestiniani e alle altre preziose mete della Maiella. La proprietà è comunale: il ristorante è ottimamente gestito dallo chef Pasquale Giardini e dalla consorte, Lucia, mentre il B&B e i 59 itinerari sono gestiti dalla guida alpina Giampiero Di Federico (3406650939), [email protected] www.montabruzzo.it.
Il complesso è raggiungibile (seguendo i cartelli “scuola di roccia”). Da Roccamorice (PE) si sale per 4 km circa; a un bivio si prende per Eremo di Santo Spirito e subito dopo (100 m) si gira a destra per il B&B Santo Spirito e il ristorante Macchie di Coco.

Biase Persico
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Roberto Rosica. Foto: Antonio Sanguigni
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Accanto all’opera di Rosica, Persico e Di Renzo, altri chiodatori aprirono nuovi itinerari, citiamo l’aquilano Alberto Rubini, fino a raggiungere un totale di itinerari che ormai si attesta intorno a 300. Per la maggior parte questi lavori si svolsero alla fine degli anni ’80 e negli anni ’90, senza alcun finanziamento e per la sola buona volontà dei protagonisti, storia del resto assai comune in tutte le falesie di arrampicata. C’era da aspettarsi che le condizioni generali dell’attrezzatura della parete, oggi, siano critiche. Per il tempo passato, ma soprattutto per la qualità del lavoro e del materiale. C’era da aspettarsi la forte necessità di una revisione.

Il 19 marzo 2016 quella che ancora non si chiamava la Banda del Trapano riattrezza la sosta di Atena, richioda Semele (5c), Chi non risica non rosica (6c) e Il gigione (7a). Il 20 marzo è la volta di Icaro (7b).

Il 23 marzo, Giordano presenta su fb una lista di 44 vie sulle quali sono da effettuare lavori urgenti; segue il 2 aprile la rinnovata sosta di Ape Maia e il 14 aprile la richiodatura di Poseidone. Nello stesso tempo i tre si attivano per la ricerca dei finanziamenti necessari, con qualche risultato: il 12 aprile con orgoglio pubblicano quest’immagine, la prima “fornitura”.

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La ricerca che non si conclude positivamente è quella condotta presso il Comune. Il sindaco gli risponde che, per ciò che riguarda la falesia, il referente è Di Federico, in quanto gestore dei famosi 59 itinerari. Verso la scorsa Pasqua, Di Federico è contattato via Messenger dal Renzani. Il dialogo si conclude (e questa per diretta testimonianza di entrambi) con la disponibilità a parlarne. Con una differenza d’interpretazione, però: mentre Di Federico si aspetta che Renzani e soci gli mostrino un disciplinare (cioè un complesso di disposizioni che regolano l’esercizio di un’attività) su cui lavorare assieme, questi pensano più che altro a un via libera, solo verbale ma sufficiente, alle procedure già in atto.

Il 17 aprile 2016 nasce la pagina di comunità FB Arrampicare a Roccamorice (animata chiaramente da Giordano Renzani) : il messaggio rivolto agli eventuali simpatizzanti è: “Aiutaci a risistemare la falesia più grande in Abruzzo. Se ami scalare ma vuoi farlo in sicurezza contribuisci anche tu”.

Il 21 aprile sono pubblicati due brevi video che documentano la situazione agghiacciante di alcuni ancoraggi:
https://www.facebook.com/romano.costantini/videos/10207943470657967/

https://www.facebook.com/romano.costantini/videos/10207943964710318/.

L’attività continua: 5 maggio, Bramhan richiodata; 17 maggio, nuova sosta di Baby (5b); 18 maggio, Betacam (6a), nuova sosta; 18 maggio, Apollo 11 e Bes (7a+), sostituita sosta.

Il 16 maggio, altro preoccupante video, questa volta sulla situazione dei moschettoni di sosta:
https://www.facebook.com/falesiaroccamorice/videos/1060871400638905/.

“Ricordatevi che è una grotta, non un WC” è la raccomandazione di Giordano Renzani, dopo l’operazione di pulizia della falesia
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A questo punto della vicenda si inserisce una notizia che, se in apparenza riguarda altro luogo, in realtà fa precipitare le cose.
Il 26 giugno Leonardo D’amario (con Nando Zanchetta) scrive che “alla falesia delle Gole del Sagittario una “protezione” è venuta via al semplice tendersi della corda tra l’assicurato è l’assicuratore (per fortuna era il primo rinvio)”. Si dà il caso che proprio in quella falesia fosse impegnato in prima persona proprio il Di Federico, il quale prontamente risponde: “la falesia di Anversa (Gole del Sagittario) non è ancora aperta al pubblico. I lavori sono in corso. I fittoni trovati ed estratti e posati sul tavolo sono stati messi nei fori senza alcun collante per verificare la moschettonatura ottimale di alcune vie, in vista di poterle poi fissare con resina. Pertanto si consiglia vivamente di non accedere ancora alla falesia prima del collaudo finale (sarebbe pericoloso). Peraltro c’è la sbarra che indica di non accedere. Pertanto prima di digitare (parlare) si prega di azionale il cervello”.
Renzani ribatte: “Comunque sia mi sembra materiale di pessima qualità, roba da ferramenta”!!!

Il tendicavo della discordia
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Di Federico non si scompone: “Ho sempre ritenuto pericoloso il tanto decantato fix in acciaio inox. Il fittone/tendicavo resinato che uso, a una prova che feci qualche anno si è rotto a una trazione di 4.817 kg. Figurarsi al taglio”.

Interviene Edoardo Fronterotta: “La certificazione “fai da te” non è riconosciuta da nessuno tranne che dall’inventore della cosa… non c’è nessun cartello o segnale che indichi i lavori in corso… la sbarra sta là da sempre e non indica nulla… un semplice cartello “lavori in corso” basterebbe”.

A dispetto di questo screzio, il 1° luglio i tre sono di nuovo operativi e inviano un ringraziamento speciale a Federico Di Felice e al gruppo Notte Fonda di Avezzano per il contributo materiale ed economico. Il 14 luglio Renzani scrive: “Continuate a sostenere il nostro lavoro, lasciate un contributo nei bussolotti dei bar di Roccamorice. Noi ce la metteremo tutta, un ringraziamento speciale a tutti voi!!”. E il 20 luglio, altro grazie di cuore ad Antonio Di Martino per il grande contributo materiale.

Il 19 luglio appare chiaro che qualcosa non sta marciando per il verso giusto. “Qualcuno vuole fermare la nostra messa in sicurezza!!!” è l’allarme. Il sindaco li convoca, loro disertano. D’Ascanio li va a incontrare alla base della falesia, gli ricorda che, al di là un qualunque finanziamento concesso o negato, c’è comunque bisogno di un disciplinare su cui concordare i lavori. In quell’occasione sembra siano volate parole un po’ grosse, non tali da far proseguire civilmente la questione. Da una parte si contesta il formalismo burocratico, dall’altra la “rabbiosa voglia di protagonismo”.

Spit “obsoleto”
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E così, proprio mentre anche la vecchia sosta di Avantino (5b) può andare in pensione, ecco formalizzata la diffida del 29 luglio, già anticipata a voce.

Arrampicare a Roccamorice scrive il 27 luglio: “Oggi il sindaco di Roccamorice ci ha intimato di interrompere la nostra opera di sostituzione delle vecchie protezioni pericolanti. In caso contrario ci denuncerà ai carabinieri. Forse è stata fraintesa la nostra intenzione che non vuole essere quella di sostituirci al Manutentore ufficiale incaricato dal comune, ma semplicemente vogliamo rendere sicure ALCUNE vie su cui arrampichiamo che presentano evidenti problemi dovuti alla vetustà delle protezioni che non sono mai state sostituite da decenni, e cioè da quando furono chiodate dagli originari apritori. Non è nostro compito giudicare il lavoro di manutenzione svolto fin ora né usurpare il ruolo di nessuno, noi vogliamo solo evitare di rischiare gravi infortuni, se non la vita, arrampicando. Voi tutti avete visto, anche grazie alle foto pubblicate su questa pagina, lo stato delle protezioni che abbiamo sostituito, non ci sembra aver commesso alcun reato. Forse il problema è che siamo in Italia, nel paese dove se fai qualcosa senza scopo di lucro, senza chiedere fondi pubblici, ti fai sicuramente qualche nemico pronto a usare tutti i mezzi per fermarti. NOI VOGLIAMO SOLO ARRAMPICARE IN SICUREZZA, CHI CE LO IMPEDIRA’ SI ASSUMERA’ LE SUE RESPONSABILITA’. Il Sindaco di Roccamorice ci ha detto che sono andate da lui decine di persone a lamentarsi della nostra attività, che poi non è assolutamente un’attività sistematica di manutenzione ma solo, ripeto, di sostituzione delle vecchie protezioni marce e ridotte all’osso. A questo punto invitiamo tutte le persone che ci seguono a sostenerci per far capire alle autorità che stiamo agendo solo per la nostra/vostra incolumità. Nel frattempo, per evitare polemiche, abbiamo comunque fatto un lavoro utile per tutti, abbiamo ripulito il sentiero di accesso alla falesia. Se anche questo è vietato, arrestateci”.

Segue una ridda di commenti, ne riportiamo solo alcuni:
Romano Costantini: “Infatti dovevamo chiedere un finanziamento, ungere gli ingranaggi e poi spendere i soldi per cazzi nostri come da anni si è fatto a Roccamorice (falesia). Finanziamenti su finanziamenti presi da un buffone incapace e incompetente che non ha mai fatto un cazzo nella sua vita, se non inculare il prossimo e inventare favolette nascondendosi dietro una patacca, immagino pagata. Manutentore di cosa? Di materiale artigianale? Avesse cambiato mai una sosta o uno spit in 30 anni di onorata carriera trascorsa sotto l’ombrellone al Giallon… Forse meglio così vista la sua esperienza e capacità nel chiodare (falesia Anversa). Purtroppo è vero, siamo in Italia, il paese dei balocchi, dei corrotti, degli incompetenti messi a gestire cose più grandi di loro solo perché si sono comprati una patacca. Ma andate a fanculo pagliacci”.

Simone De Laurentiis: “Quando finirà qualcuno degli acconsezienti di questo soggetto all’ospedale poi se ne renderanno conto di quale buffone gestisce tutto l’impiccio… ma d’altronde lui ha le sue vie chiodate DOC dove portare i clienti… Mi dispiace perché qualcuno ci dovrà andare di mezzo… Poi se partiranno le indagini nessuno più scalerà a Rocca…

Materiale nuovo e vecchio
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Stefano Di Marco: “Vivendo a Roma ho sempre sentito parlare di Roccamorice come un bellissimo posto dove arrampicare ma allo stesso tempo con il rischio concreto di farsi male a causa delle protezioni non a norma e del tutto usurate.
Adesso, che ci sono persone che stanno sistemando finalmente le vie mortali di Rocca, mosse dall’amore e dalla passione verso questa bellissima parete, verso la comunità dei climber, anche amici romani stanno tornando a frequentare la falesia generando cosi esternalità positive per tutto il territorio. Trovo assurdo che le autorità stiano intralciando il duro e faticoso lavoro di riqualifica fatto completamente gratuitamente!
Per una volta, un paese come Roccamorice ha l’opportunità di dimostrare che le cose nel nostro paese possono cambiare se si hanno le idee chiare e la voglia di fare, spero che chi di dovere non si faccia sfuggire questa preziosa occasione.
Forza ragazzi! Sono con voi!!!
P.S. Se esiste un Manutentore “ufficiale” delegato dal Comune di Roccamorice e lo stato della falesia e delle vie è completamente in stato di abbandono (fino a poco fa) come è possibile che il Comune stesso non si senta preso per il culo e non si mobiliti a risolvere questa situazione?
(Qui appare chiaro che nessuno è avvertito del fatto che un vero Manutentore della falesia non esiste, NdR)”.

Una garanzia!
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Marco Costantini: “La legge è chiara… Mi dispiace, ma è così… Sicuramente nessuno mette in dubbio la necessità di intervento e l’opera pia che state facendo… Ma state comunque andando contro la legge e i regolamenti del caso… Spero comunque che si risolva con un po’ di buon senso… A nessuno conviene aprire procedimenti penali… (Logicamente economicamente)”.

Arrampicare a Roccamorice: “Caro Marco, in Italia la legge non è affatto chiara, nel quadro legislativo non esiste la figura di chiodatore, o di chi può chiodare”.

Marco Costantini: “Ma non era meglio andare al comune e chiedere una riqualificazione della parete? Anche con fondi donati dal privato? Se tanto ci sta a cuore sta cosa..Non era meglio seguire una giusta procedura coinvolgendo le amministrazioni di competenza? Bho io sono d’accordissimo sul fatto che Rocca ha gravi disagi.. Ma le cose di iniziativa quando non ci competono portano sempre problemi.. Fare un bel progettino… Magari vi sta sul cazzo sempre il solito “tizio”? Ok nel progetto si fa il nome di qualcun altro...”.

Materiale recuperato da Roccamorice
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Arrampicare a Roccamorice: “Il bello è che ci siamo mossi così, il sindaco era favorevole, anzi disposto anche a darci dei soldi per il materiale. Di colpo questo misterioso retrofront!”.

Mario Bultrini: “La legge ancora non c’e, ma ci stanno lavorando. Si chiama progetto REASTA… Se dovesse passare questa legge, sarebbe la fine della libertà delle attività in montagna, attività da sempre fatte per passione, spirito di avventura e dedizione, senza fini speculativi…”.

Luca Bibez: “Grazie Mario. Ma ne approfitto per ribadire che non me ne frega una mazza se una legge considera un intervento di manutenzione abusivo se cambio una catena o sposto uno spit in una falesia che conosco e frequento. Qualcuno penserà che sono un egoista, io la penserò diversamente e punto. E la prossima volta che chiodo, lo faccio sapere tra 10 anni. Venitemi a censire. Piuttosto pago il canone RAI…”.

Ercole Di Donato: “Tutto o quasi tutto si può fare ma con educazione e rispetto, senza denigrare in modo così astioso e con livore, le persone, tra l’altro senza nominarle…”.

Arrampicare a Roccamorice: “Non sono le polemiche che ci interessano, sono sicuro che quando ne avranno la possibilità gli attori in gioco si chiariranno di persona. RIPETO A NOI NON INTERESSA DENIGRARE NESSUNO. VOGLIAMO SOLO ARRAMPICARE IN SICUREZZA”.

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Leonardo D’amario tenta di fare un po’ d’ordine: “Domande: La falesia e pubblica o privata? C’è un manutentore? Se c’è, fa manutenzione con soldi pubblici o privati? Se sono fondi pubblici, dov’è possibile vedere in modo chiaro e trasparente quanti soldi vengono stanziati per la manutenzione e ovviamente giustificati da fatture di acquisto di materiale certificato? Poi, e si e parlato di legge chiara, si può postare un link con questa legge?”.

Romano Costantini è particolarmente aggressivo nei confronti di Di Federico. Riferisce (senza citare il nome) che, al tempo del primo contatto, le parole di Di Federico furono “fate pure, poi a giorni salgo e ne parliamo”. E aggiunge: “probabilmente avrà capito che con noi non si mangiava e quindi è passato all’attacco. Ma tanto ha già perso prima di cominciare… Poi se le cose stanno così allora i lavori deve farli lui e non fare corsi abusivi da 300 € a botta per insegnare a chiodare per poi far fare il lavoro a ‘sti poveri fessi che lo seguono pure. O passare gruppi di clienti ad amici suoi non “PATACCATI” facendoli pagare per escursioni. Poi siamo noi gli abusivi… Ma chi è il re della valle?”.

Ercole Di Donato: “Scusa Romano Costantini, ma a chi ti riferisci? Abbi il coraggio di dire nome e cognome, oppure telefonare al bersaglio delle tue velenose critiche!”.

Marco Colazilli: “… Se è vero che qualcuno si è lamentato col sindaco è perché è stato sollevato un polverone, sono state offese persone e messo in dubbio professionalità. Sono amico sia del “Manutentore ufficiale” che di alcuni di voi e fa male vedervi scontrare anche perché l’obiettivo di tutti è quello di avere una falesia sicura, perciò siccome la birra a Rocca é buona, andatevene a fa una insieme e seppellite l’ascia di guerra… offro io!”.

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Laura Capone: “… Ragazzi, potete avere tutte le ragioni di questo mondo e lottare per una giusta causa. Ma in quelle poche righe, a mio parere, le avete sciupate tutte, con queste accuse diffamatorie, a prescindere da chi sia il “soggetto” preso a riferimento e dal comportamento avuto da quest’ultimo…”.
Romano Costantini: “Sbaglierò i modi… forse… Ma non accetto minacce da chi non sa o non vuole sapere di cosa si sta parlando. Una legge che fa morire le persone? No grazie! Vi ricordo che la falesia di Roccamorice è stata chiodata da persone non “titolate”. Quindi qui si fa manutenzione “ufficiale” su una falesia abusiva? Ammazza che coerenza!!!!! Ma non fatemi ridere. Purtroppo qui comanda il denaro altro che chiacchiere”.

Antony Castolo suggerisce ad Arrampicare a Roccamorice la massima trasparenza nella raccolta dei fondi e nel rendiconto delle spese. Arrampicare a Roccamorice in seguito a questa richiesta pubblica un rendiconto aggiornato al 31 luglio.

Il 29 luglio la pagina fb ClimbAdvisor – Climbing in Italy pubblica un appello scherzoso che riportiamo:
Roccamorice: il sindaco ha preso seri provvedimenti contro una banda di ragazzi, che da qualche tempo, armati di trapano, sostituiva le pluridecennali protezioni delle vie con altre nuove di acciaio inox, acquistate con i contributi di alcuni sostenitori. Pare che questi giovanotti abbiano dato fastidio a diverse persone, e che solo dopo una serie di lamentele circostanziate il sindaco abbia loro intimato di interrompere immediatamente la loro opera di riattrezzatura delle vie. Pare, invece, che al sindaco non sia giunta alcuna voce in sostegno di questi tre facinorosi (Giordano Renzani, Romano Costantini, Marcello Ferrini). Ora noi ci rivolgiamo a voi: se scalate a Roccamorice, o intendete andarci a scalare, prima o poi, scrivete al sindaco [email protected], e chiedetegli di provvedere urgentemente alla valutazione dello stato delle protezioni della falesia e ad una eventuale riattrezzatura. Oppure, in alternativa, di affermare che le protezioni che ci sono vanno benissimo così, e prendersi la responsabilità di far scalare la gente in quella falesia. Oppure di chiuderla, dando un colpo mortale all’economia della cittadina. Oppure di trovare una soluzione pacifica, facendo rientrare il lavoro di questi tre simpatici attaccabrighe in una attività istituzionale. Non state a guardare le loro faccette da romanzo criminale: sono dei figli di famiglia, bravi ragazzi. Hanno pure i capelli corti”.

Giampiero Di Federico
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A dispetto di questo appello, sempre il 29 luglio, è diffuso su fb un documento estratto da Undici proposte per Roccamorice, di Giampiero Di Federico, presentato alla cittadinanza il 21 aprile 2013. In quel documento, al punto 7, la guida alpina ricorda l’estrema necessità di provvedere alla manutenzione continua dell’attrezzatura della falesia, di cui tra l’altro prevede uno sviluppo fino a 600 vie. Naturalmente lo scopo del rispolvero di quel documento va nella direzione di dimostrare quanto il Di Federico sia “bifronte”: una rappacificazione e un definitivo chiarimento si allontanano sempre di più.

Sul sito di Nando Zanchetta https://nandozanchetta.com/ il 30 luglio esce il post Carpenteria d’Abruzzo: nuova chiodatura a Roccamorice. Uno scritto che, sia pur con il consueto e graffiante humor surreale, non getta certo acqua sul fuoco.

Continua la discussione su fb:
Lorenzo Di Tullio suggerisce “di segnalare le carenze manutentive con l’elenco delle vie che attualmente hanno una chiodatura fatiscente e fare un bel documento da presentare al comune (via PEC) e pubblicarlo in rete. A quel punto chiedere lumi sulla manutenzione ufficiale… insomma bisogna sollecitare il comune sulla pericolosità di un tot di vie...”.

Gli risponde pessimista Luca Bibez: “Caro Lorenzo, fai un elenco delle carenze, ma a nome di chi, di quale società di consulenza per la gestione pareti? Mi sembra chiaro che qui da un lato c’è la Legge (vedi Kafka), ovvero la burocrazia, la lentezza, l’ottusità, la malafede, l’incompetenza. E dall’altra c’è chi pratica l’attività, ama i luoghi, ama la vita: la propria e quella di chi viene e verrà a Roccamorice. Non vedo punti di incontro”.

Lorenzo Di Tullio: “Fai una segnalazione come una qualsiasi cittadino. Poiché il comune contesta proprio l’attività di chiodatura volontaria continuerà a diffidare tutti gli altri. Se invece si comincia a segnalare che ad esempio su 200 vie presenti una tot % è pericolosa documentandolo con foto o altro, forse qualcuno si pone la domanda sulla sicurezza… E’ comunque una pessima pubblicità!!! Forse la falesia verrà chiusa… può essere solo un bene in quanto ad oggi il Comune non reputa la manutenzione un problema di cui occuparsi o perché qualcuno gli dice che tutto è sicuro…”.

Antonello Di Giovine: “Se veramente e in maniera seria si vuole risolvere il problema, occorre esporre il problema in procura e adesso ancora meglio perché vi è una diffida ufficiale fatta dal sindaco quindi il procuratore al 99,9 % aprirà un indagine preliminare con la certezza che questa volta quelle vie saranno sistemate definitivamente… Se non si ha il coraggio di scrivere con carta bollata si continua a giocare a giro giro tondo. Ripeto: esposto con allegato diffida e un elenco di firme pronte ad assumersi la responsabilità… altrimenti chiacchiere da bar o da fb”.

Nel frattempo coloro che non sono stati diffidati continuano il lavoro: in agosto Romano Costantini richioda Videa (7b+) e Ficobus (6b+), anche se Franco Idea consiglia un po’ più di discrezione, per non rischiare di beccare altre diffide. Gli risponde Renzani: “Tutto vero ma il nostro lavoro va avanti grazie al sostegno di tutti i climber e non solo. Mi sembra giusto far vedere che i loro soldi finiscono in parete. Hanno diffidato me, siamo tante persone… Vediamo se diffidano tutti”.

Altra fornitura per Roccamorice
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Il 29 agosto Arrampicare a Roccamorice scrive: “… il “piano criminoso” di questi giovani non è quello di risistemare le poche vie di Roccamorice che sono loro rimaste da liberare (come farebbe qualsiasi climber di buon senso, ammesso che possa esistere un climber di buon senso), ma di attuare una vera e propria forma di disobbedienza civile. La matrice eversiva di questi gesti appare evidente, in quanto si tratta di una azione “attuata da un singolo individuo o più spesso da un gruppo di persone, che comporta la consapevole violazione di una precisa norma di legge, considerata particolarmente ingiusta, violazione che però si svolge pubblicamente, in modo da rendere evidenti a tutti e immediatamente operative le sanzioni previste dalla legge stessa” [cit. Wikipedia]. L’obiettivo di questa forma di lotta politica è “di evidenziare, mediante la propria disobbedienza, l’ingiustizia, a suo avviso palese, della norma di legge e le conseguenze che essa comporta” [cit. Wikipedia]. Purtroppo pare che esistano ancora giovani che non rinunciano a tenere la schiena dritta e a far valere le loro opinioni, giuste o sbagliate che siano, senza guadagnarci nulla e rischiando addirittura di pagare di persona. Cosa succederà a queste teste calde? Come reagiranno le istituzioni, colpite nella gestione del denaro pubblico, che è uno dei loro punti più nevralgici? Chi mai vorrà difendere questa banda di sovversivi? Ci sarà qualche scocciatore di giornalista che vorrà fare una inchiesta? Ci sarà qualche sciagurato che li difenderà? O questi ragazzi rimarranno soli? Vi terremo informati. Certo che mai ci saremmo aspettati, quando abbiamo fatto questa allegra pagina che doveva dare spunti per gite in montagna o fuori porta, e scalatine tranquille, di dovere raccontare di tali crimini. Eppure questa banda di scapestrati ci ha fatto trovare in mezzo a questa faccenda, e noi abbiamo deciso di non tirarci indietro e di fare la nostra parte. Non saremo scapestrati pure noi, che ci consideriamo tanto savi? Speriamo di no.
Firmato: Romano Costantini Giordano Renzani
”.

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La prova, per favore!

E’ stato o non è stato sulla vetta? Non poche ascensioni e drammi alpinistici rimangono a tutt’oggi grandi questioni di fede di cui si discute ancora molto. La tecnologia moderna potrebbe consentire di produrre una documentazione priva di lacune ed inconfutabile per qualsiasi singolo movimento sulle montagne. Questo servirebbe all’alpinismo?

L’incertezza della riuscita è il sale per la minestra dello sport. Per l’alpinismo ci si deve fare la domanda: “Cosa succede se si documentano ogni passo, ogni metro di dislivello, ogni pausa?”.

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La prova, per favore!
(quanto onesto può essere lo sport di montagna)
di Tom Dauer
(Illustrazioni di Ronja Scheidel)
Traduzione dal tedesco © Luca Calvi
L’articolo originale è stato pubblicato su All Mountain n. 3, 02-2015, per gentile concessione

 

La popolarità, come scrive il pubblicista Georg Frank “è la più irresistibile delle droghe”. Gli alpinisti, per poter arrivare a poterne godere, devono essere in grado di raccontare le proprie gesta. Questa però è un’arte che va ben al di là della produzione di selfies o di raccolte di dati.
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Bloemfontain, Sudafrica, 27 giugno 2010. Nei quarti di finale del campionato del mondo di calcio la Germania sta conducendo contro l’Inghilterra per 2 a 1. Al trentasettesimo minuto di gioco un tiro del centrocampista Frank Lampard va a colpire la traversa. Manuel Neuer si allunga, inutilmente: la palla schizza da sotto la traversa, va a rimbalzare oltre la linea di porta e poi rientra nel campo di gioco. Lampard alza le braccia al cielo, i suoi compagni sono pronti a festeggiare, e invece Jorge Larrionda fa continuare il gioco.

40.500 spettatori allo stadio e milioni di persone davanti agli apparecchi televisivi in tutto il mondo hanno visto distintamente la palla dietro la linea di porta. Solo l’arbitro uruguayano e i suoi assistenti non l’hanno vista. Le proteste della squadra inglese non servono a nulla: vale la decisione presa durante la partita. La squadra tedesca, poi, la vincerà per 4 a 1.

L’errore di valutazione in Sudafrica non è stato il primo e nemmeno l’ultimo a far scaldare gli animi nella comunità calcistica internazionale. Eppure, nonostante le strumentazioni tecniche che potessero ridurre tali errori a singoli e rarissimi episodi fossero già ampiamente presenti, per più di qualche anno non ci fu alcuna reazione. Solo con l’inizio della stagione 2015/2016 nella Bundesliga tedesca è stata introdotta la tecnica denominata “Hawk Eye”. L’”Occhio del Falco” consiste nel posizionamento in ciascuno dei diciotto stadi di sette telecamere fisse per essere in grado di poter stabilire con precisione in casi di dubbio, anche inferiori a un centimetro, se la palla abbia varcato o meno la linea di porta nella sua interezza. L’arbitro riceve quindi un segnale sul proprio cronometro da polso ed a quel punto può in tutta tranquillità e con la coscienza pulita decidere sul gol senza più pericolo di sentirsi definire dai media come il complice ignaro di un delitto.

Molti appassionati di sport sperano ardentemente che questa nuova tecnologia sarà mantenuta come avviene per altre discipline. Per l’hockey su ghiaccio già da tempo le telecamere poste sulla linea di porta e la prova video fingono da valido aiuto per gli arbitri; nel tennis le telecamere arrivano a indicare con una precisione pari a tre millimetri se la palla sia arrivata o meno dietro la linea. D’altra parte, però, non è che il calcio con questo “monitoraggio del gioco” – un osservatore della Süddeutsche Zeitung ci vede qualcosa di positivo – vada a farsi derubare delle sue storie più belle? I gol di Wenbley e la “Mano di Dio” non dovrebbero più esistere con l’avvento dell’Hawk Eye.

Sarebbe un peccato, perché nel profondo del suo cuore il tifoso di calcio è un romantico che si nutre di miti e leggende: ecco, per esempio, proprio del tiro dell’inglese Geoff Hurst che durante la finale del Mondiale del 1966 fu giudicato erroneamente come gol; oppure del gol di mano fatto da Diego Armando Maradona per l’uno a zero con cui si concluse il quarto di finale del mondiale vent’anni dopo. Tutte queste sono storie che si tramandano di generazione in generazione, sulle quali dopo decine di anni tifosi ed esperti stanno ancora a discutere, proprio perché lasciano spazio a più di una sola interpretazione del fatto reale.

Adesso, per quanto riguarda alpinisti e scalatori, va detto che questi non suscitano nemmeno lontanamente nel pubblico lo stesso interesse delle partite di calcio. Eppure i grandi dibattiti degli sport di montagna ruotano attorno allo stesso nucleo, per la precisione su cosa siano la verità e l’agire correttamente. Cesare Maestri, che afferma di essere salito sulla vetta del Cerro Torre nel 1959, non sarebbe altro che il Thomas Helmer degli scalatori, ovvero quel giocatore dell’FC Bayern che nel 1994 segnò al 1 FC Nurnberg il primo “gol fantasma” della Bundesliga, un gol che non era gol!

Dello svizzero Ueli Steck non si sa se sia mai stato un grande goleador o un grande stratega di gioco. In compenso, è uno scalatore ancor più grande che tra l’8 ed il 9 ottobre del 2013, in sole ventotto ore dal suo Campo Base Avanzato a circa 5000 metri di altitudine, è salito e disceso dalla mostruosa parete sud dell’Annapurna 8091 m. Per questa impresa, che fa passare in secondo piano tutto ciò che è stato raccontato sugli Ottomila fino a quel momento, Steck continua a essere celebrato a tutt’oggi. Da tutti, a parte quelli che mettono in dubbio il suo racconto sulla base di alcuni indizi, un gruppo piccolo ma non per questo non rappresentativo di esperti di montagna, attivi o osservatori.

Nella cosiddetta “Arena della Solitudine” (Reinhold Messner) non ci sono arbitri e tanto meno mezzi per il controllo rigoroso dei partecipanti. In compenso le macchie bianche sulla mappa offrono spazio per miti e saghe eroiche. Cosa succede, però, se questi spazi spariscono?
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Il loro dubbio scaturisce dal fatto che Steck non abbia potuto fornire una prova, ottica o di misurazione, del successo avuto dalla sua salita in solitaria. Lui del resto aveva perso la macchinetta fotografica ancora il primo giorno sulla parete, come descritto dallo stesso nel numero 45 della rivista Alpinist. “Stavo fotografando la parete per riuscire a farmi con quella foto una sorta di mappa, quando fui investito da una folata di pulviscolo ghiacciato e mi aggrappai subito alle picche. Uno dei guanti mi cadde, così lasciai andare la macchinetta, che cadde lungo la parete ad ampi balzi”. In una intervista con Andreas Kubin, all’epoca caporedattore della rivista Der Bergsteiger, Steck gli raccontò di non aver pensato di avviare la funzionalità GPS del suo computerino da polso per poter così tracciare l’itinerario da lui seguito: “Sì, in effetti, in retrospettiva, mi sono preoccupato troppo poco delle prove”.

Quando l’alpinista si convertirà a raccogliere una gran quantità di dati, cambierà la qualità dell’esperienza stessa: non solo quella dei protagonisti, anche quella degli affamati di avventura seduti in poltrona. Non ci sarà più fascino nelle storie imbottite di dati.
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La questione è se avesse dovuto farlo e la risposta per il futuro dell’alpinismo (sulle Grandi Montagne) significa molto di più di qualsiasi tentativo di andare a recuperare indizi e prove a favore o contro quanto raccontato da Steck.

In buona sostanza quanto viene rinfacciato a Steck può essere riassunto in due punti: 1) Ueli Steck mente 2) Ha trascurato il proprio dovere di documentare le sue imprese, nonostante sia proprio grazie a questo che si guadagna da vivere.

Per quanto riguarda il punto 1) Steck stesso ha già più volte dichiarato di avere realizzato un sogno alpinistico, di sapere perfettamente cosa sia successo sull’Annapurna e di poterne essere soddisfatto. Non ci si dovrebbe poi spingere oltre, perché con la ricerca della verità si entra in un ambito piuttosto distante e piuttosto confuso. In primis, perché durante la sua salita sulla parete sud dell’Annapurna in solitaria, nessuno per definizione ha accompagnato Steck e quanto da lui raccontato rimane l’unico riferimento diretto disponibile. In secundis, però, anche perché si dovrebbero portare la questione della verità nell’Alpinismo e della sua presentazione a un livello ben differente da quello dei lanci di redazione, degli atleti-modelli, degli articoli pagati, degli scatti inscenati, delle riprese cinematografiche riprodotte a posteriori e di strategie di marketing e di pubblicità sempre più sofisticate.

Evitiamo quindi di andare oltre nella questione della verità o della menzogna pe quanto riguarda Ueli Steck e la sua avventura sull’Annapurna perché è ormai una pura questione di fede.

Il punto 2), invece, merita una trattazione molto attenta. La discussione all’ordine del giorno in questo periodo è come un controllo basato sulla rilevazione di dati relativi alla salita e alla discesa possa andare a modificare l’alpinismo (sulle grandi montagne) e soprattutto la percezione dello stesso. Senza dubbio le funzioni di rilevazione GPS e di localizzazione degli smartphones possono portare un notevole contributo per la sicurezza nei deserti alpini, ma deve allora diventare lecita una domanda: non è che la comunità degli alpinisti andrebbe a farsi un autogol con la richiesta della documentazione priva di macchie bianche delle imprese alpinistiche, in forma di fotografie, di video o di altro?

Lasciamo da parte la prospettiva dei praticanti. Per questi la qualità delle loro imprese non andrebbe a variare di molto: un temporale in quota rimane sempre un pericolo per la vita, un seracco sarà sempre sul punto di cadere, la roccia sarà sempre marcia e la scorta di ossigeno sarà sempre ridotta al lumicino anche se uno potrà sempre essere tracciato col GPS e anche se dovesse poter inviare i propri dati biometrici via etere.

Tutt’altra cosa è quando dal di fuori si va a portare lo sguardo in quel modo di far alpinismo che viene di volta in volta definito “il limite del possibile”. Questo modo di guardare alla questione, che è poi anche il nostro, determina in buona sintesi anche a quale sistema di condizioni accetta di andare soggetto un atleta che viva del suo essere personaggio pubblico. Noi, con il nostro ruolo di consumatori di avventura, ci prendiamo la responsabilità di decidere se quanto avvenuto sulle montagne possa essere compatibile con quanto reso da un insieme di dati e di cifre.

L’alpinismo come alternativa alla quotidianità è da prendere sul serio solo quando non viene fatto per successo, vette o record, ma solo per l’avventura in sé.
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Possiamo però invece dedicarci a un’opera culturale che ci fornisca i più bei racconti di avventura dai tempi dell’Odissea di Omero, dedicati a una persona che va lontana, si sottopone a prove e vince pericoli per poi poter ritornar e in patria acclamato come un eroe. Oppure, come Martin Stern, professore di Sociologia del movimento e dello Sport all’Università di Marburg, possiamo dire: “Il racconto di una scalata vive del fatto che non tutto può essere chiarito senza alcun dubbio. Se ci soffermiamo troppo su dove quando e cosa abbia fatto il protagonista, la narrazione ne patirà. Si andrà a mettere in primo piano qualcosa che in realtà non è significativo per l’azione in sé”.

Se però non dovessero sorgere più miti, se non dovessero fiorire più leggende per chi è seduto al bar o attorno a un falò, se gli eroi dovessero diventare grandissimi raccoglitori di dati e le loro saghe dovessero divenire solo fatti, andremmo tutti a valutare l’alpinismo e gli alpinisti con un altro metro. E, con ciò, alla fin fine anche noi stessi.

L’alternativa alla società digitale, così spesso citata, del “Me ne sto fuori” sarebbe un’alternativa di vita da prendere sul serio solo se non fosse volta al successo, alla vetta e ai record. Si dovrebbe invece rivolgere l’interesse focale al Prima ed al Dopo, al Chi, al Come ed al Dove di un’impresa. “Ueli Steck è arrivato sull’Annapurna”? Chissenefrega! Altre domande, invece, come: “Come ha progettato la sua solitaria? Per qual motivo ha attaccato di nuovo la parete sud, sulla quale durante una spedizione precedente per poco ci lasciava la pelle? Su una montagna sulla quale già aveva provato inutilmente a salvare una vita? Chi è questa persona? Cos’è che lo spinge? A cosa crede e quali sono i suoi sogni?”. Ecco, queste, secondo me, sarebbero le domande giuste.

In conclusione” – scrive il sociologo Stefan Kaufmann nel saggio La tecnologia in montagna: per una strutturazione tecnica del rischio e dell’avventura -, “l’alpinismo è un atto di autonomia, una pratica autodeterminata. Non segue un cronoprogramma determinato e non viene motivato da ricompense estrinseche o da necessità materiali, no, è al di fuori degli schemi consuetudinari sociali”. L’alpinismo consente ai praticanti di dare a se stessi il diritto di definire il tutto sulla base delle loro capacità e di prendersi la responsabilità delle proprie azioni. Adesso si tratta di capire se vogliamo offrire questo dono come sacrificio in nome dell’impegno autoimposto alla raccolta di dati che andrebbero a sminuire, se non l’avventura in sé, di certo il suo significato.

Naturalmente questa scelta di votarsi a raccontare storie non esime l’alpinista, soprattutto quello professionista, dal dovere di riportare la verità o quanto meno la propria verità sulle sue stesse azioni. Questo, però, non tanto per tradizioni o per una morale falsamente intesa che continuano a regnare nel sacro mondo della montagna. Una persona non mente come scalatore non perché stia rispettando un codice comportamentale prestabilito, oppure perché le montagne siano l’Eden della verità e gli alpinisti persone migliori. No, non mente perché è solito non farlo.

Del resto, sarebbe da ingenui credere che le montagne possano restare un’isola incantata nel meraviglioso nuovo mondo dell’informatica. Siamo già di fronte al suo esatto contrario, con i collegamenti online che consentono di inviare in modo continuativo la posizione, la direzione del movimento, la velocità e i dati corporei come il battito cardiaco, il consumo calorico, la temperatura corporea e la saturazione dell’ossigeno. L’invio di informazioni in tempo reale attraverso i network è diventato uso abituale anche tra valli, vette e malghe. Per un atleta professionista sarà dura sottrarsi alla riproducibilità informatica della propria esperienza individuale.

Per qualcuno dei grandi protagonisti, però, forse, varrebbe davvero la pena di esimersi coscientemente al rilevamento del proprio corpo. Se tutti quelli che girano per le montagne in un modo o nell’altro riportano il proprio andar per monti in forma di dati, a quel punto sarà proprio colui che lascerà qualche lacuna a diventare colui che davvero merita di essere seguito. Un vuoto nel flusso di dati è come un campo non compilato in un curriculum vitae, è quello che richiama a sé l’attenzione.

Uno scalatore che scriva le proprie storie in tempi di dispositivi GPS, Smartwatch, registratori di dati e microchip per le SIM sarebbe una vera attrazione per pubblico, media e sponsor. Questo sempre nella misura in cui viva davvero un’avventura… E la sappia raccontare.

Nota della Redazione di All Mountain:
“Questione di opinioni
Qual è il valore di una documentazione priva di lacune se la stessa viene controllata solo dal Protagonista e non da un’istanza neutrale? Ha forse senso mettersi a confrontare le imprese alpinistiche? (Vedi
All Mountain, n. 2, Il prezzo è giusto, articolo sul tema dei premi nel mondo dell’alpinismo). Dovrebbero esserci regole severe per gli alpinisti che si guadagnano da vivere con prime ascensioni, record di velocità e collezioni di vette tipo le “Seven Summits”? Da ultimo, le vette falsamente conquistate per l’alpinismo professionale non sono solo una questione di etica, no, si tratta di una truffa anche dal punto di vista giuridico. La questione se le imprese alpinistiche debbano essere documentate procura ferventi discussioni anche all’interno della redazione di All Mountain. Il punto di vista personale di Tom Dauer apre una nuova interessante prospettiva sulla questione ed è questo lo scopo di All Mountain, ovvero spingere a riflettere, lanciare discussioni e offrire una piattaforma per un ampio ventaglio di opinioni”.

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Tom Dauer
È nato nel 1969 ed è cresciuto tra Monaco di Baviera e Città del Messico. Ha cominciato a scalare all’età di 11 anni assicurato dal padre con una corda in vita e da allora ha praticato diverse forme di alpinismo. Ha studiato Scienze politiche e Lettere e ha intrapreso la carriera di giornalista frequentando la Deutsche Journalistenschule di Monaco di Baviera. Da tempo osserva la passione per la montagna e ne scrive. Oggi è redattore di Berge, una delle più importanti riviste di alpinismo, scrive per la Frankfurter Allgemeine Zeitung e per la Zeit e collabora come regista con la televisione bavarese. Il suo film sulla discesa libera più emozionante, Streif – One Hell of a Ride, ha fatto il giro del mondo. Ma Dauer è anche un frequentatore abituale delle montagne della Patagonia. Fino ad oggi è stato varie volte al Cerro Torre, al Fitz Roy e al Cerro Dos Cumbres, e ha partecipato a un tentativo di prima al Domo Blanco. Due suoi libri sono stati tradotti in italiano, Reinhard Karl, senza compromessi (Versante Sud) di Nel 2008 ha pubblicato con Corbaccio Cerro Torre, mito della Patagonia (Corbaccio, 2008). Gli piace portare suo figlio di 9 anni ad arrampicare, ma facendogli sicurezza come si deve. Per maggiori informazioni: www.beschreiber.de/tom-dauer.

Cima o no, successo o insuccesso, a stabilire i principi per la preparazione delle relazioni non è un codice comportamentale alpinistico, bensì una massima ben conosciuta dell’agire.
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Comunicare una “nuova” cultura della montagna

Comunicare una “nuova” cultura della montagna
tra carta stampata, comunità digitali e social media
con il significativo contributo di Mountcity.it

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Tra carta stampata, comunità digitali e social media
Stiamo assistendo da qualche tempo a una lotta, silenziosa quanto dura, tra chi vuole informare sulle questioni di montagna. Sinteticamente, ci sono due fazioni: coloro che privilegiano l’attualità della notizia in tempo reale e coloro che invece preferiscono un’informazione più meditata, magari più approfondita. Le due fazioni hanno anche punte più radicali, secondo le quali la comunicazione deve essere “libera” oppure espressa con la somministrazione smorzata e più consona alle tradizionali vie ufficiali. Le due parti “radicali” spesso si dipingono, reciprocamente, come il fuoco che tutto divora e distrugge e come l’acqua che tutto spegne e annega.

In questo sentiero di guerra si è organizzato al Palamonti di Bergamo, il 14 maggio 2016, un convegno a carattere nazionale dal titolo Comunicare una “nuova” cultura della montagna, tra carta stampata, comunità digitali e social media.

Ci fa piacere osservare quel “nuova” tra virgolette: probabilmente sta davvero a significare che se ne avverte l’esigenza a tutti i livelli. Però, mancano nel titolo sia una descrizione concisa di cosa gli organizzatori ritengano “vecchio”, sia un accenno a cosa si ritenga “nuovo”.

L’accenno mancante nel titolo era stato fatto qualche settimana fa da Paolo Valoti (vedi http://www.alessandrogogna.com/2016/04/01/torti-vs-valoti/), attuale candidato alla Presidenza generale del CAI (in competizione con Vincenzo Torti):
Oggi purtroppo etica e informazione non sempre camminano di pari passo, e lo dimostrano i titoli sensazionali di alcuni quotidiani e servizi televisivi, ma anche social media, che non rispettano i diritti dei minori, della privacy istituzionale o personale, o i doveri di correttezza, fedeltà e riservatezza, alla ricerca di presunti scoop…
È un problema che non riguarda più solo l’informazione giornalistica in senso stretto, ma interessa e coinvolge in modo pervasivo l’intera società e tutti i suoi attori principali, compreso il Club Alpino Italiano in tutta la sua ricca e complessa articolazione nazionale, regionale e territoriale.
Oggi sono richieste nuove responsabilità e sensibilità per ogni giornalista o addetto alla cultura e comunicazione, che deve essere figura aperta e flessibile, in grado di unire conoscenze e competenze, imparzialità e rigore”.

Tutto ciò sembra ampiamente condivisibile. Ma attenzione: è giusto rispettare la privacy istituzionale quando si tratta di un ente pubblico? E’ giusto tacere? E se parliamo della privacy personale: è giusto tacere, quando l’argomento di cui stiamo scrivendo è stato ampiamente già reso pubblico (per legge) dall’Albo pretorio? E’ giusto che certe questioni possano essere tranquillamente accantonate (insabbiate?) confidando che dopo un certo numero preciso di giorni gli atti resi noti nell’Albo pretorio possono essere rimossi? Possibile che ogni volta che si dà notizia di qualcosa che non appare nelle memorie istituzionali si sgridi la presunta “ricerca dello scoop”?

Valoti continua: “Niente da eccepire riguardo alla legittimità degli strumenti e ai modi di ciascuno per comunicare e condividere propri pensieri e immagini con il mondo intero, sono però perplesso circa un uso intensivo o eccessivo dei social media che rischiano di trasformare la comunicazione in una sorta di piazza degli insulti o dettata dal click impulsivo sopra una tastiera”.

Quest’affermazione sembrerebbe una condanna senza molto appello ai nuovi canali d’informazione, quelli che tanta più presa hanno sulla gente quanto diventa ogni giorno più difficile vendere carta stampata. Ma l’affermazione è per fortuna disdetta dallo stesso autore quando subito dopo dice: “Vorrei dire che oggi possiamo e dobbiamo strutturarci e aggiornare i canali informativi e comunicativi, cogliendo quello che la multimedialità e tecnologia ci offre: a fianco della classica carta stampata e i siti internet, dovremo migliorare e potenziare sempre di più strumenti come facebook, twitter e instagram, affinché siano sempre più fonte di notizie utili, di buona divulgazione e di formazione, e anche di sana critica costruttiva.


Il web per una “nuova” cultura della montagna

Tra queste affermazioni, al lettore rimane qualche dubbio: è il CAI favorevole o no al potenziamento dei social? E se sì, è il CAI favorevole anche all’iniziativa privata in questo campo o desidera invece gestire in proprio tutta l’informazione di montagna?

Si sa che, parlando di controllo, questo è indubbiamente più facile con giornali e riviste. I blog e le conversazioni su facebook sfuggono più facilmente ai rituali del controllo, anzi a volte ne sono del tutto esenti.

Ha fatto molta strada negli ultimi tempi la montagna sul web: diversi siti sono eroicamente nati, altri mostrano segni di abbandono o sono addirittura scomparsi. Mentre avanza la banda larga, la montagna è oggi frequentata sul web anche attraverso la fitta rete dei social network. I blog in questione sono in larghissima parte autofinanziati, e perciò indipendenti, immuni da censure esterne. Rappresentano nella loro complessità elementi trainanti ormai ineludibili per la cultura e l’economia delle nostre montagne.

Sarebbe stato dunque giusto che si fossero riuniti attorno a un tavolo (per la prima volta?) rappresentanti dei principali blog di montagna, ma anche dei portali d’informazione ad essa relativi, per scambiarsi opinioni ed esperienze con i rappresentanti della carta stampata e per individuare all’occorrenza obiettivi comuni da raggiungere. Per questo motivo si è guardato con interesse ma anche con perplessità all’iniziativa del Palamonti di Bergamo che annunciava un convegno a carattere nazionale con quel titolo: Comunicare una “nuova” cultura della montagna, tra carta stampata, comunità digitali e social media. Un impegno notevole da parte del CAI se per “nuova cultura” si intende quell’ansia di rinnovamento che Elio Vittorini nel 1945 auspicava nelle pagine del Politecnico. In realtà il compito del CAI dovrebbe andare ben oltre, dovendosi occupare – compito ingrato – di “alfabetizzare” gli italiani perlopiù ignari dell’esistenza delle montagne sul loro territorio decisamente montano.

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Il convegno al Palamonti
E veniamo dunque al convegno nazionale appena terminato. Ha realmente informato e discusso sul tema in agenda, quel “tra carta stampata, comunità digitali e social media” che figura nel sottotitolo?

Qualche perplessità su come è stato impostato il dibattito al Palamonti ci sia concessa. Anche l’osservatore meno attento ha notato che dei 18 relatori, tutti stimati professionisti o comunque noti addetti ai lavori, solo uno (Michele Di Cesare) era etichettato come “coordinatore editoriale di un sito web (www.allrunning.it)”. In più, se si digita in questi giorni l’indirizzo di questo sito appare la scritta “under construction”.

Ma allora che dialogo poteva esserci tra i diciassette esperti della carta stampata e l’uno? Quale completezza d’informazione può essersi ottenuta?

Secondo la maggior parte di coloro che sono intervenuti, un primo obiettivo il convegno lo ha ottenuto. L’aver messo dietro a un tavolo tutti quegli operatori che in questo momento gestiscono la comunicazione ufficiale del CAI (e soprattutto delle sue Sezioni) è stato certamente positivo, tanto da augurarsi che l’esperienza venga ripetuta ogni anno. Che i responsabili dei vari bollettini sezionali abbiano potuto esprimere la loro passione e naturalmente anche le loro difficoltà, altrettanto. Come pure il fatto che siano stati espressi i più differenti punti di vista sul digitale e sul social. Ma, sempre secondo gli stessi relatori, l’assenza di una regia, la sovrabbondanza di interventi, l’impossibilità (per via di tempi sforati) di qualunque dialogo e l’assenza dei grandi protagonisti del digitale ne ha fatto anche un’occasione mancata.

Nella prima sezione del convegno, dove si è parlato degli strumenti che abbiamo a disposizione per la comunicazione, molto apprezzato è stato l’intervento di Paolo Pardini, direttore del TGR Lombardia, che lamentando bonariamente che dal titolo fosse stata esclusa la televisione, ha comunque insistito perché la montagna venga il più possibile “raccontata”, se non si vuole che i media s’interessino a lei solo in caso di tragedie. Più dotto e mirante alla cultura in generale è stato il presidente regionale dei giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta. La relazione di Michele Di Cesare è stata invece incentrata sulla potenza che ha oggi il mezzo digitale, fornendo con chiarezza numeri e potenzialità impressionanti. Purtroppo era assente Laura Guardini del Corriere della Sera.

Nella seconda sezione, mirata a ciò che la comunicazione del CAI sta facendo e a ciò che potrebbe fare, è emersa la netta opinione che solo con la carta stampata si può ottenere il livello culturale che il CAI può e deve fornire. Quindi solo dopo il filtro degli approfondimenti e rinunciando all’attualità in tempo reale. Non si può correre il rischio della deriva della rapidità, inaccettabile per le inevitabili distorsioni della verità. Di questa opinione si sono dichiarati quasi tutti i relatori, Iglis Baldi de Il Cusna (CAI Reggio Emilia), Mirco Gasparetto di Le Alpi VeneteFulvio Marko Mosetti di Alpinismo goriziano. Più radicale l’intervento di Maria Carla Failo, del Bollettino della SAT (Trento), che ha rifiutato ogni possibile compromesso con il mondo del digitale. Secondo Giuliana Tonut invece (Alpinismo triestino, XXX Ottobre Trieste) i media tradizionali e i nuovi – social e web in generale – possono e debbono integrarsi nella comunicazione tout court e anche in quella del CAI. Più in particolare, Nanni Villani di Alpidoc, illustrando l’attività doppia che la sua rivista sta conducendo, ha sostenuto la necessità che i mezzi di comunicazione digitale debbano essere affidati a giovani, che per definizione posseggono la struttura mentale dei tempi odierni. Questo affidamento dev’essere fatto promuovendolo e sostenendolo, quindi credendoci fino in fondo e avendo e dando fiducia che solo così si possa riconquistare l’interesse perduto delle generazioni più lontane dagli anni “anta”. Anche Marco Decaroli, della Rivista della Sezione Ligure, si è dichiarato favorevole all’interazione con i social e con il digitale, a patto che non si ceda al cosiddetto “potere dell’algoritmo” in base al quale le scelte editoriali non sono più conseguenti al libero arbitrio della redazione ma seguono il pericolosissimo sentiero della ricerca del maggior numero di clic.

Una particolare lode va ai due rappresentanti del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, Alessio Fabbricatore e Walter Milan. Quest’ultimo ha in particolare presentato l’apertura del CNSAS a una comunicazione “social” e con un rapporto diretto con il cittadino. Hanno rifatto il sito internet e aperto una pagina pubblica su facebook, Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, e stanno lavorando perché i contenuti della loro rivista cartacea siano disponibili sul web e possano essere letti e condivisi online. Insomma, vogliono portare sotto gli occhi della gente quello che il soccorso fa sulle montagne e nelle viscere della terra.


Panorama web
Il panorama del web nel settore montagna è ben ricco e variegato. Lo dimostra la selezione che qui pubblichiamo (limitata alla lingua italiana e a quei siti che vadano oltre l’informazione aziendale), effettuata sulla base di una ricerca di www.mountcity.it: nell’insieme una serie di voci importanti e qualificate con le quali chi voleva ipotizzare una “nuova” cultura della montagna non poteva che cercare di dialogare. A questi vanno aggiunti i siti del CAI (http://www.cai.it, http://www.caimateriali.org/homepage.html, http://www.cnsasa.it/home/home.asp, http://www.cnsas.it/) e delle sue Sezioni, come pure quelli dedicati al meteo in montagna, alle webcam e all’attrezzatura per alpinismo.

ALPINIA NET
http://www.alpinia.net/
Il portale viene considerato il punto di riferimento web dell’editoria di montagna in Italia, con più di 1.850 libri di montagna recensiti e oltre 350 editori di montagna che collaborano. Ogni mese viene nominato “Il libro imperdibile del mese” e, tra questi, ogni anno “Il libro imperdibile dell’anno”. Viene rilasciata una Newsletter mensile con circa 14.000 iscritti.

ALTITUDINI
http://altitudini.it
Nel vasto spazio virtuale dedicato alle terre alte, questo sito si è affacciato nel 2013 come “un luogo d’incontro, scambio di opinioni e punti di vista, crocevia di persone che in quota vivono quotidianamente o passano parte del loro tempo”. Nato come blog della rivista Le Dolomiti Bellunesi (primo passo editoriale verso internet e ponte fra la montagna “di carta” e la montagna “social”), si è trasformato sotto la guida di Teddy Soppelsa in un blog-magazine dedicato alle attività outdoor, alla vita e alla cultura in montagna, “dove le Dolomiti sono le coordinate centrali di un arco alpino che si estende oltre i confini geografici, per potersi confrontare anche con le vette di altri continenti”. In questi anni di attività “Altitudini” ha anche organizzato tre concorsi nazionali di scrittura su web denominati “Blogger Contest” con la partecipazione di decine di concorrenti molto qualificati.

ARCOWALL
http://www.arcowall.com/
Le falesie di Arco e della Valle del Sarca.

ARRAMPICATA-ARCO
http://www.arrampicata-arco.com/
Sito di eccezionale interesse sull’arrampicata in Valle del Sarca e non solo. Attualmente chiuso per via di alcuni problemi, non si dispera di farlo riaprire al più presto.

BANFFITALIA
http://www.banff.it
Sito dell’edizione italiana del Banff Film Festival World Tour, con molte sezioni dedicate all’informazione.

CAMOSCI BIANCHI
https://camoscibianchi.wordpress.com/about/
E’ un blog di discussione sulla montagna, escursionismo, cultura e tradizioni alpine. Con la speranza (e l’augurio!) che possa divenire un luogo d’incontro virtuale in cui scambiarsi idee, consigli e affrontare argomenti utilizzando le tecnologie moderne a sostegno della cultura e della tradizione. L’utilizzo del materiale è libero con le…dovute maniere.

DISLIVELLI
http://www.dislivelli.eu/blog/
E’ il sito ufficiale dell’Associazione Dislivelli nata nella primavera 2009 a Torino, dall’incontro di ricercatori universitari e giornalisti specializzati nel campo delle Alpi e della montagna, allo scopo di favorire l’incontro e la collaborazione di competenze multidisciplinari diverse nell’attività di studio, documentazione e ricerca, ma anche di formazione e informazione sulle terre alte. Al sito è collegato “Torino e le Alpi” (http://www.torinoelealpi.it/) un programma della Compagnia di San Paolo declinato in maniera interdisciplinare e applicato alle montagne piemontesi, valdostane e liguri con l’identificazione di interventi e obiettivi concreti. Un bando ad hoc mira a raccogliere ricerche e studi di fattibilità su modelli operativi innovativi, buone pratiche di gestione e pianificazione territoriale.

DISCOVERY ALPS
http://www.discoveryalps.it
E’ definito “il portale delle Alpi” e vanta una lunga presenza sul web che risale al 2011. Aggiornato quotidianamente con un’esauriente newsletter, è stato fondato ed è esemplarmente coordinato e implementato da Luca Lorenzini, classe 1973, direttore responsabile, insieme con diversi validi collaboratori tra i quali l’ex campionessa Beba Schranz e Oriana Pecchio, medico di montagna, alpinista e valorosa giornalista. Il sito può considerarsi specchio delle passioni di Lorenzini, che vive in Valtellina: tratta fotografia, neve, montagne, ciaspole, trekking, cultura delle Alpi, …e sapori! E’ stato recentemente rinnovato con una grafica aggressiva e originale.

FALESIA
https://www.falesia.it/
Arrampicata sportiva in tutta Italia.

FONDAZIONE MONTAGNA SICURA
http://www.fondazionemontagnasicura.org/
La Fondazione ha come missione il consolidamento e lo sviluppo di una cultura della sicurezza in montagna, congrua con le specificità del territorio della montagna in generale e dell’arco alpino in particolare e attenta alle esigenze delle popolazioni, dei turisti che frequentano questi territori, degli specialisti, delle amministrazioni locali e di enti e organismi diversi.

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GOGNA BLOG
http://www.gognablog.com/
Nato nel dicembre 2013, è gestito dall’alpinista e scrittore Alessandro Gogna, garante di Mountain Wilderness di cui è tra i fondatori, il sito offre quotidianamente importanti ed esclusivi contributi sull’alpinismo e l’ambiente. Di quando in quando fa capolino il Gogna giovane delle prime esperienze attraverso una rilettura dei suoi diari, altre volte Alessandro ci offre godibilissimi sprazzi della sua vita avventurosa.

GULLIVER
http://www.gulliver.it/home/
Sito che propone un aggiornatissimo database sulle salite di escursionismo, alpinismo e arrampicata dell’area nord-occidentale dell’Italia, con interessanti commenti da parte dei ripetitori.

INTRAIGIARUN
http://www.intraigiarun.it/
La redazione ha il compito di occuparsi della scelta dei “racconti di alpinismo e non solo da pubblicare”, della ricerca delle notizie, delle “spigolature”, delle “curiosità” e della preparazione dei profili autore. La redazione cura anche l’aspetto estetico del sito, ovvero l’impaginazione dei racconti, la scelta dei colori, dei font e delle immagini. Il materiale preparato, di norma una volta alla settimana, viene fornito ai webmaster per la pubblicazione sul sito. Il lavoro principale e continuativo di redazione viene svolto da Gabriele Villa. Se desiderate contattare la redazione per inviare un racconto, un commento o qualsiasi altro suggerimento riguardo al sito potete inviare una e-mail all’indirizzo: [email protected]

MILANO IN VETTA
http://www.milanoinvetta.it
In questo portale “di chi ama la montagna” l’elemento forse più utile e stimolante è l’esauriente calendario degli eventi in Lombardia. Corsi di alpinismo ed escursionismo, mostre, incontri, rassegne sono elencati con i relativi link alle fonti: tra queste il Cai, Trekking Italia, Sentierando e altre organizzazioni che fanno di Milano una…mountcity in piena regola. Accuratamente descritti sono i fotoitinerari, interessante l’iniziativa “Hai un racconto nel cassetto?”, una rubrica aperta ai contributi di chi ha descritto un’escursione, una gita, un viaggio, un’impresa in montagna. Inviare il proprio racconto (da una a tre pagine di testo) a: [email protected]

MONTAGNA TV
http://www.montagna.tv/cms/
Numerose e di prima mano sono le “notizie della montagna in tempo reale” anche accompagnate da filmati originali, con particolare riguardo per exploit nell’aria sottile degli ottomila. La redazione raccoglie e pubblica notizie da varie fonti, anche di agenzia, e brillanti inchieste giornalistiche La testata vive sotto l’egida dell’associazione “Ev-K2-CNR”, ente privato autonomo senza scopo di lucro, ed è registrata anche presso il Tribunale di Milano vantando una lunga tradizione nella comunicazione attraverso il web. Recentemente la rivista “Meridiani Montagne” si è ritagliata uno spazio per la promozione dei suoi fascicoli.

MOUNTAIN BLOG
http://www.mountainblog.it
“The outdoor lifestile journal” viene definito questo sito che ha mosso i primi passi attraverso una partnership editoriale con la sede centrale del Club Alpino Italiano. Oggi viene definito un blog magazine indipendente che ha come obiettivo la comunicazione integrale della montagna. “Comunicazione integrale perché coinvolge un pubblico di utenti il più ampio possibile, dagli esperti appassionati delle discipline più estreme, ai semplici amanti delle camminate nella natura e di uno stile di vita outdoor”.

MOUNTAIN WILDERNESS
http://www.mountainwilderness.it/
Pubblica le ultime news di Mountain Wilderness Italia, movimento ambientalista nato nel 1987 per rispondere con efficacia e tempestività alla pressante domanda di aiuto che le montagne sembrano rivolgere a tutti coloro che le amano davvero. Periodicamente MW pubblica anche un esauriente notiziario diretto da Luigi Casanova.

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MOUNTCITY
www.mountcity.it
Nato nel 2013, il sito si propone di contribuire a costruire in città un’immagine delle Alpi che superi lo stereotipo della montagna parco-giochi. Dialoga volentieri con le commissioni culturali della Sezione di Milano del Cai e della Società Escursionisti Milanesi. Come da progetto, il principale bacino d’utenza riguarda la “capitale morale” seguita da Torino e Roma. La newsletter è supportata da Focus Himalaya Travel. Mostrando una particolare vocazione al sociale, MountCity è partner del Premio Meroni della SEM e del progetto pilota “Quartieri in quota” inserito nel più grande progetto dei “Quartieri tranquilli” coordinato da Lina Sotis. E’ anche partner del Brescia Winter Film (BWF). Recentemente ha fatto pate della cordata che ha organizzato la settimana “Mountcity. Montagne a Milano”. La tutela dell’ambiente è il tema più frequentato. Recentemente ha inserito l’area “Quassù”, incontri nelle terre alte a cura di Laura Guardini.

MOUNT LIVE
http://www.mountlive.com
E’ considerato un “quotidiano telematico” registrato al Registro Stampa del Tribunale con un direttore (Fabio Zampetti), una redazione e un editore. Viene aggiornato quotidianamente e l’idea di base è realizzare un prodotto che giunga a tutti coloro che vivono di montagna, quindi “non ad uso esclusivo del mondo sportivo”. Ciò lo si può evincere dalle tante categorie di news presenti sul portale. Frequenti le interviste e interessanti le rubriche gestite da appassionati ed esperti di settore.

ON-ICE
http://on-ice.it
Portale italiano molto carino, con numerose relazioni e proposte.

OROBIE
http://www.orobie.it
Va di pari passo con la bella rivista mensile diretta da Pino Capellini, offrendo un ventaglio importante di aggiornamenti e di rubriche che ne fanno una realtà autonoma, anche con denunce di emergenze ambientali nelle valli bergamasche. Offre la possibilità di caricare le proprie foto.

ORSU
http://www.orsu.it/
Si presenta come un portale di proposte escursionistiche nelle montagne di Lombardia con dettagliate schede tecniche. Si possono trovare spunti per escursioni di uno o più giorni o anche per trekking, idee per l’estate ma anche per divertenti ciaspolate. Sono presenti più di 50 itinerari escursionistici, cui sono associate fotografie per un totale di più di 1800 scatti a cura di Giorgio Orsucci, eccellente fotografo oltre che blogger di classe.

OUTDOOR MAGAZINE
http://www.outdoormag.it
Nato nel 2006, il periodico mensile viene inviato in abbonamento postale gratuito a più di 7.000 operatori del mercato: aziende, distributori, agenti rappresentanti, rivenditori specializzati e non, catene, scuole, guide alpine, atleti e associazioni. Nel sito si legge che “dà voce a tutti i protagonisti ma senza rinunciare a fare informazione in modo incisivo, incalzante e diretto, attraverso inchieste, approfondimenti, interviste, analisi e argomentazioni d’interesse per operatori della rivendita, della distribuzione e dell’industria”. A quanto inoltre si apprende, dal 2009 Outdoor Magazine “presidia” anche il mercato americano, dove attraverso DNF Media è presente con la pubblicazione Outdoor Magazine USA (www.odrmag.com).

PLANET MOUNTAIN
http://www.planetmountain.com/home.html
E’ il più completo dei siti dedicati principalmente all’alpinismo e all’arrampicata. “The Mountain on line since 1996” viene orgogliosamente annunciato nella home page che impone subito la scelta tra la versione italiana e quella in inglese. Nel 2016 si annuncia quindi il ventennale del sito. Di particolare interesse la rassegna di prodotti, sempre aggiornata, e quella riservata ai video.

PLAYALPINISMO
www.playalpinismo.com
La Gazzetta dello Sport ha opportunamente varato di recente questo nuovo canale video on demand. Agli appassionati, è stato proposto per iniziare un cartellone di 140 film “che verrà continuamente arricchito con i migliori titoli italiani e internazionali”. Il tutto alla cifra lancio di 9,90 € al mese.

QUARTOGRADO
http://www.quartogrado.com/
Il sito quartogrado.com si presenta come un portale d’accesso a relazioni, foto e altro materiale per gli appassionati di scalata in montagna – ormai integrato in una “rete” con i siti gemelli (vedi sotto), ed allo stesso tempo anche come vera e propria integrazione e supporto alla ormai “collana” di guide che sono state pubblicate dalla casa editrice Idea Montagna.

RAMPEGONI
http://www.rampegoni.it/falesie.htm
Raccolta di falesie nel Triveneto.

RIFUGI E BIVACCHI
http://www.rifugi-bivacchi.com/
Il progetto è nato agli inizi del nuovo millennio da un’idea di Giuseppe Popi Miotti. Nel tempo, e grazie anche al conseguimento di due finanziamenti Interreg Italia-Svizzera, il sito è cresciuto e ha migliorato le sue caratteristiche. Attualmente, oltre a Miotti, il team di gestione del sito è composto, da: Ivano Gianoli, presente fin dalle origini del progetto nella veste di grafico; Gianluca Ioli, progettazione e programmazione portale (webmaster); Valentina d’Angella e Silvia Miotti, pubblicità e marketing. Con i suoi 2.943 Rifugi e Bivacchi censiti oggi è il sito internet che contiene il più completo database dei rifugi e dei bivacchi delle Alpi italiane, francesi, svizzere, austriache, slovene a cui si sono aggiunti ora gli Appennini e le Isole. Le circa 400 schede schede delle Alpi centrali sono già ora consultabili in 4 lingue: italiano, inglese, francese e tedesco.

RURALPINI
http://www.ruralpini.it/
Si propone di rilanciare l’alpeggio facendo coincidere gli obiettivi dell’allevamento di montagna e del turismo. Curatore è Michele Corti ([email protected]), ideatore del Festival del pastoralismo, milanese con secolari radici nel mondo degli allevatori/casari e degli agricoltori. Corti è docente presso l’Università degli Studi di Milano dove insegna Zootecnia di montagna.

SALI IN VETTA
www.saliinvetta.com
Il portale è nato dalla passione di due amici per la montagna il 28 marzo 2011 con lo scopo “di aiutare le persone a praticare e conoscere gli sport alpini: sci, mtb, trekking, telemark, ecc”. Particolarmente accurate le informazioni per organizzare al meglio una vacanza in montagna e gli aggiornamenti sulle condizioni della neve. Nella sezione “Dormi qua, mangi là” vengono recensiti hotel e i ristoranti. Numerose le webcam in ogni versante delle Alpi per fornire in tempo reale un’idea della situazione meteorologica e delle condizioni meteo.

SASS BALOSS
http://www.sassbaloss.com/
Dalla loro presentazione: “I Sass Balòss sono in realtà quattro persone normali che un bel giorno hanno deciso di riconoscersi in un gruppo per due passioni che li accomunano quotidianamente: la passione per la montagna e quella per Davide Van De Sfroos. Nelle pagine seguenti potrete scoprire chi sono e cosa fanno, con la certezza che non ritornerete su questa pagina perché sconvolti dalla lettura. Ma non importa… a questo punto potreste risultare contagiati e inguaribili”.

SCIVOLARE
http://www.scivolare.it/
Lo sci al di là delle piste.

SCOOP NEVE & VALANGHE
http://www.scoop.it/t/nevevalanghe
Offre quotidianamente “notizie e novità dal mondo della neve e della montagna”. E’ un “suddito” della prestigiosa testata “Neve&Valanghe” dell’Associazione Italiana Neve e Valanghe (Aineva) e ha la prerogativa (e il pregio) di rilanciare le notizie più interessanti catturate, dopo una corretta autorizzazione, nei siti di montagna più importanti e anche nelle pagine web dei quotidiani locali. Un tripudio di link, ma organizzato in modo intelligente.

SKIALPER
http://www.skialper.it/
La testata cartacea è diffusa in edicola. Esce cinque volte nella stagione invernale, da novembre ad aprile. Collaboratori sono Filippo Barazzuol, Leonardo Bizzaro, Francesco Brollo, Renato Cresta, Giorgio Daidola, Marco De Gasperi, Danilo Noro, Omar Oprandi, Luca Parisse, Alessandro Pilloni, Emilio Previtali, Alo Belluscio, Damiano Levati, Luca Parisse, Federico Ravassard. La commissione tecnica è formata da Sergio Benzio, Alessandro Da Ponte, Nicola Giovanelli, Eros Grazioli, Massimo Massarini, Denis Trento, Massimo Tresoldi. Direttore responsabile è Davide Marta ([email protected]), vicedirettore Claudio Primavesi ([email protected]), segretaria di redazione Elena Volpe ([email protected]). Per chi volesse acquistare la rivista è scaricabile la app per smartphone o tablet.

SWEET MOUNTAINS
www.sweetmountains.it
www.facebook.com/sweetmountains
Il progetto di “Dislivelli” riguarda una selezione di località alpine del settore occidentale “non griffate” dove trascorrere vacanze in pace con se stessi e l’ambiente. Nel 2015 è stata raddoppiata la rete dei luoghi coprendo quasi completamente le Alpi piemontesi e valdostane. Il sito è stato rinnovato in profondità e si merita una visita.

TORINO E LE ALPI
http://www.torinoelealpi.it
E’ un sito che “conosce, racconta e vive la montagna”, vetrina d’iniziative legate al territorio. Bandi per progetti culturali, norme per accedere ai fondi UE e quant’altro fanno di questo portale patrocinato dalla Compagnia San Paolo un utile strumento anche per chi opera in montagna e per la montagna.

TREKKING ITALIA
http://www.trekkingitalia.org
Numerose le proposte di questa associazione senza scopo di lucro iscritta nel Registro Nazionale delle Associazioni di Promozione Sociale. Dal 1985 si impegna per avvicinare, conoscere, rispettare e difendere la natura, rivalutando quelle capacità  di percezione e di relazione dell’uomo che le abitudini di vita moderne hanno assopito. Digitando la parola chiave è possibile scoprire la destinazione per la prossima avventura…

TREKKING & OUTDOOR
http://www.trekking.it
“Vivere, scoprire, viaggiare” è l’invito di questo sito collegato al mensile cartaceo che vanta un’esemplare anzianità di servizio offrendo itinerari, reportage, news di prima qualità insieme con una particolare attenzione per le risorse ambientali e culturali in Italia e altrove nel mondo.

VIE FERRATE
http://www.vieferrate.it/
Il sito più aggiornato sulle vie ferrate e sulle novità attinenti.

VIE NORMALI
www.vienormali.it/
Vuole essere un portale di riferimento per gli appassionati di montagna, escursionismo e alpinismo, in cui trovare informazioni dettagliate sulle vie normali di salita alle cime italiane ed estere dell’arco alpino, degli Appennini e delle isole. Si possono trovare schede tecniche e relazioni di salita a centinaia di cime italiane e dell’arco alpino. In ogni scheda sono riportati i dati relativi alla salita: quota, versante, dislivello di salita e totale, ore di salita e totali, grado di difficoltà, attrezzatura necessaria, descrizione dettagliata del percorso di salita, immagini ed altre notizie utili.

VIE STORICHE
www.viestoriche.net
Oggi più che mai occorre coltivare la memoria e condividere i saperi. Ne sono convinti Rosalba Franchi e Dario Monti, marito e moglie, che da diversi anni si prendono cura del sito, nato all’inizio per documentare gli antichi percorsi di pellegrinaggio medioevali. “Siamo partiti da Santiago de Compostela”, raccontano Rosalba e Dario, “per approfondire i diversi percorsi francesi e la Francigena in Italia. Ci siamo quindi occupati di vie storiche e passi attraverso le Alpi. Intanto è cresciuto anche l’interesse per i Sacri Monti e alcuni racconti di viaggio. Ora, in particolare, ci stiamo dedicando alle vie d’acqua e a Expo che, concludendo il suo ciclo, è entrata nella storia con il suo storico Decumano”. Il sito è facile da consultare, il flusso delle informazioni scorre piacevolmente senza indulgere in ricercatezze accademiche. Un bel colpo d’occhio su queste vie storiche di ieri, oggi e domani.

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Ancora sulla via ferrata di Giorré

Qui di seguito gli aggiornamenti nella vicenda della via ferrata di Giorré. Per una cronistoria completa leggi http://www.alessandrogogna.com/2015/09/22/ancora-colpevoli-silenzi-sulla-ferrata-di-giorre/.

Il percorso della via ferrata di Giorré (in comune di Cargeghe, Sassari) interseca nidi e siti di specie dell’avifauna protette e l’area risulta, nel Piano di Assetto Idrogeologico (PAI), come un area a pericolosità e rischio molto elevato da frana. Inoltre, essendo alcuni ancoraggi arrugginiti alla base o mobili, Mountain Wilderness ha da tempo ipotizzato che ci sia un rischio di pubblica incolumità e che i lavori siano stati realizzati dai progettisti e realizzatori senza le prescritte autorizzazioni oppure non a regola d’arte.

Via ferrata di Giorré: la zona di passaggio tra la prima e la seconda falesia. Foto: http://www.ferratagiorre.it/
AncoraSullaViaFerrataGiorre-Giorre-home1

Dopo le prime segnalazioni, il 17 novembre 2014  Mountain Wilderness onlus ha effettuato, presso la Procura della Repubblica e presso il Comando Carabinieri Tutela per l’Ambiente, denuncia  avente come oggetto il percorso turistico-alpinistico Via Ferrata Giorrè.

Primo a rispondere è stato l’Assessorato alla Difesa all’Ambiente che ha confermato il livello di pericolosità del PAI sollecitando il Servizio di tutela paesaggistica delle Province Sassari e Olbia-Tempio, e chiedendo delle prescrizioni e divieti sulla frequentazione per evitare il disturbo dell’avifauna. Prescrizioni e divieti che dovrebbero coprire parte del periodo invernale, la primavera e parte dell’estate ma che il Comune non ha mai attuato.

Nel frattempo il percorso è stato chiuso il 9 settembre 2015 con un’ordinanza prudenziale a causa di un masso pericolante. Il sito www.ferratagiorre.it dà attualmente notizia della chiusura temporanea “in via prudenziale”.

In data 28 dicembre 2015 l’Assessorato regionale degli enti locali, finanze e urbanistica (più precisamente la Direzione Generale della Pianificazione Urbanistica Territoriale e della Vigilanza Edilizia) risponde invitando il Comune di Cargeghe a trasmettere “apposita relazione nella quale si dimostri la coerenza dei titoli abilitativi relativi al progetto in questione con il piano di assetto idrogeologico (PAI). Nel caso si tratti di opera comunale rientrante nella fattispecie di cui all’art. 7, 1 comma, lett. C, DPR n. 380/2001 il Comune è tenuto a comunicare le indagini geologiche e geotecniche in forza delle quali si è addivenuti alla validazione del progetto”.

Il 5 gennaio 2016, la Direzione Generale del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale comunica allo stesso comune che per parte sua “concorrerà nelle attività di verifica del rispetto delle disposizioni previste nell’Ordinanza Sindacale n. 35/2015 del Comune di Cargeghe”.

Il 17 marzo 2016, la Direzione Generale del Servizio Territoriale Opere Idrauliche di Sassari dichiara di non essere competente su ciò che invece è materia relativa all’amministrazione comunale, cioè l’ammissibilità degli interventi e la necessità di relazione di eventuali studi di compatibilità. Per ciò che riguarda invece l’autorizzazione preventiva, di cui all’articolo 61 del DPR 380, non risulta nel suo archivio alcun documento riguardante il progetto originario.

Il 4 aprile 2016, il Servizio difesa del suolo, assetto idrogeologico e gestione del rischio alluvioni comunica che “considerato che a questo Servizio non risulta alcuna richiesta di approvazione di uno studio di compatibilità relativo all’intervento in questione, di cui all’art. 23 delle Norme Tecniche di Attuazione del PAI, si invita codesto Comune a relazionare relativamente alla data di realizzazione, all’ubicazione e alle caratteristiche dell’intervento in questione e alle caratteristiche geologiche, geomorfologiche e geotecniche del versante da esso interessato. Si invita, altresì, codesto Comune a dare indicazioni rispetto alle modalità di intervento che si ritiene opportuno mettere in atto per risolvere l’oggettiva situazione di rischio da frana che caratterizza la situazione sulla quale insiste l’intervento in questione”.

 

Un passaggio sulla via ferrata. Foto: http://www.ferratagiorre.it/
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Considerazioni
Sono dunque mesi che il Comune di Cargeghe non risponde ai solleciti degli enti che richiedono la presentazione di un progetto della via ferrata; il comune nicchia ormai da oltre un anno non inviandolo. Dovrebbe essere ormai chiaro che hanno realizzato una via ferrata in un luogo cartografato non solo come a pericolo di frana molto elevato ma anche a rischio di frana molto elevato. In località come queste le norme tecniche dicono in maniera chiara che è possibile realizzare solo opere mobili e provvisorie. E una via ferrata non è né mobile né provvisoria.

In ogni caso le risposte insistono che le opere permesse richiedono la presentazione alla Regione di una relazione di un geologo e un ingegnere geotecnico. Questa relazione non è mai esistita, e ora c’è pericolo che venga presentata, in barba ad ogni divieto, dopo anni.

Speriamo non si cerchi di fare una specie di condono per coprire gli sbagli di tanti.

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C’era una volta… il Salto delle Streghe

C’era una volta… il Salto delle Streghe
di Giuliano Stenghel (Sten)

 

Il Salto delle Streghe, spettacolo della natura e, con le sue vie, ardita proposta alpinistica sul lago, ora purtroppo non esiste più: è stato annichilito, cancellato dalle mani dell’uomo. Infatti, su una delle pareti più belle del lago di Garda, dove nidificavano gabbiani e altre specie, qualcuno ha deciso di investire centinaia di migliaia di euro (speriamo non pubblici) per dapprima fare un disgaggio e, in seguito, per avvolgerlo interamente con delle reti, piastre, fittoni. Per fare un esempio: chiudete gli occhi e provate a figurarvi una parete come la Roda di Vaèl improvvisamente invasa di cavi. Immaginate le vie cancellate, la stessa storia alpinistica, il disastro ecologico e turistico e ancora molto molto di più. È una tristezza: nel mio cuore ci sono tanta amarezza e anche tanta malinconia.
Allora mi viene spontaneo chiedermi il perché, capire se tutto ciò era proprio necessario.

Il Salto delle Streghe come era prima della copertura a rete, con i tracciati delle vie di Stenghel. La numero 1 è la Via Anurb, la cui parte inferiore è parzialmente crollata e poi demolita con l’esplosivo; tra 1 e 2=Via Grido degli Ultimi (G. Stenghel, Mariano Rizzi, Franco Nicolini, 12 novembre 2000); 2=Via Magic Line (G. Stenghel, Walter Vidi, maggio 1982); 3=Via Grido della Farfalla (G. Stenghel, Andrea Andreotti, Marco Pegoretti); 4=Via dei Fratelli (G. Stenghel, Alessandro Baldessarini, M. Rizzi, 6 maggio 1997); 5=Via Serenella (G. Stenghel, M. Rizzi, Luca Campagna, 12 settembre 1992); 6=Via del Gabbiano Jonathan (G. Stenghel, A. Andreotti, 13 ottobre 1982
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Una via nuova: legare il proprio nome alla parete, per me rappresenta una gioia unica, impagabile. Non sali solo per il puro piacere di scalare, ma per esprimere la tua fantasia, per vincere! Penso sia la stessa sensazione dell’artista nel creare la sua opera, penso ci voglia la stessa concentrazione e stato d’animo.

Con il fido compagno di corda Mariano e con Luca, abbiamo deciso di provare la gialla e strapiombante parete del Salto delle Streghe a Campione. Una grande sfida con me stesso. Stiamo tentando una via estremamente difficile: un grande problema alpinistico, l’ultimo rimasto sulla parete. Questa via ha per me un forte significato: il ritorno al grande alpinismo. Ho 38 anni, non ho la forza e forse nemmeno il coraggio di un tempo e per di più mi sento uno straccio; ho però l’esperienza di oltre vent’anni di alpinismo estremo, con molte vie nuove, un carattere forte, ma soprattutto un Angelo grande, e con il suo aiuto riuscirò a scalare questa montagna.
“Siamo al terzo tentativo e ogni volta le difficoltà sono strenue. Devo salire su rocce spesso friabili, con un chiodo tra i denti per piantarlo di corsa magari appeso sulle dita di una sola mano. E’ uno sforzo notevole che richiede tanta esperienza e coraggio. Sono al limite, tuttavia non voglio desistere e questa via porterà il nome di Serenella”.
Oggi, mentre i miei compagni stavano salendo verso di me al punto di sosta, guardando in basso vedevo i tetti delle grandi vecchie case e della fabbrica. Nella piazza c’erano degli amici che mi chiamavano e gli abitanti del paese col naso all’insù. Avevo la sensazione di arrampicare per loro. Campione è un paese che è stato costruito per la fabbrica, tanto che se questa muore (come è morta), sembra che tutto lì debba finire. Ma la gente vive ancora ed ama quella fetta di terra. Credo che nelle difficoltà le menzogne e le ipocrisie non esistono. Così come quando si tenta una via nuova: ci vuole coraggio, lealtà, bisogna esprimere tutta la forza fisica e mentale e la nostra via può diventare un’opera d’arte, un capolavoro d’estetica. È il risultato di una forza misteriosa che è in noi alpinisti e che ci permette di andare oltre i nostri limiti, è un dono di Dio e dell’amore per quello che facciamo! Per la prima volta mi trovavo nuovamente oltre il sesto grado dopo la battaglia contro il cancro di mia moglie e tutto sembrava un sogno, una grande sfida o un incubo
(dal mio libro-diario: Voglio una vetta dove ascoltare il mio Dio, 15 ottobre 1991 ore 22,56).

26 novembre 2015, prima esplosione controllata per alleggerire la parte rimasta in posto del grande pilastro chiamato “il Mammellone”
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Quando negli anni Ottanta avevo scalato con Walter Vidi la prima via sulla parete, mi ero preso a cuore la situazione di Campione e dei suoi abitanti: “Non è giusto che se una fabbrica muore, tutto il paese debba morire”. Ritenevo cosa buona l’idea di rilanciare il paese puntando sulla ristrutturazione, sulla realizzazione di un porto turistico, sul riattamento della zona della vecchia fabbrica, ma evitando di ergere nuove e moderne costruzioni come lo stesso mega parcheggio e l’università della vela, in una aerea che mi limito a definire “poco adatta”. Infatti, le cose non sono andate come in molti speravano perché il borgo di Campione è stato posto quasi interamente sotto sequestro dalla magistratura bresciana: ne è uscito un paese irriconoscibile e pieno di brutture edilizie. Il sogno di trasformare il vecchio centro operaio in un esclusivo villaggio turistico, di fare di uno degli angoli più suggestivi del Garda una nuova Montecarlo si è dimostrato sproporzionato. Si è voluto ostentare esageratamente le proprie capacità, forze o possibilità economiche, insomma un qualcosa di megalomane: un resort a cinque stelle pubblicizzato dappertutto e a tutt’oggi rimasto un cantiere abbandonato, un desolante insieme di cemento destinato a marcire. A Campione si sono susseguite molte imprese, l’ultima la CoopSette, che gestiva il cantiere, è naufragata con il rinvio a giudizio dei vertici del colosso edile, indagati nell’indagine per abusi edilizi. Sono seguiti altri imputati ex-amministratori del comune di Tremosine e i provvedimenti messi a cantiere sono stati dichiarati “illegittimi”. Le accuse vanno da lottizzazione abusiva all’abuso di ufficio. Vorrei rendere noto che l’intera area è sottoposta a vincolo paesaggistico e si trova su una zona protetta e adiacente a due aree d’interesse comunitario: il Monte Cas-Cima di Corlor e il Parco Naturale Alto Garda Bresciano.

Tuttavia ciò che grida vendetta sono le costruzioni proprio ai piedi della parete come, in particolare, il grande parcheggio e l’università della vela. Non sono un esperto in materia, ma forse là sotto era meglio non fabbricare! Infatti, magari per puro caso e, nonostante il disgaggio dell’intera parete, è franato l’enorme pilastro della via Anurb: lo stesso che avevo scalato tanto tempo fa e dove sono state girate alcune scene alpinistiche del cortometraggio della RAI Il Salto delle Streghe e del quale, con Franco Nicolini, ero protagonista. Un crollo di 15 mila metri cubi ha sovrastato e distrutto una parte del parcheggio sottostante, fortunatamente di notte e nella stagione non turistica, altrimenti sarebbe stata una strage.

Probabilmente serviva una strategia migliore: fare qualcosa prima per evitare il danno poi o, meglio, non fare cose che avrebbero potuto provocare un’alterazione dell’ambiente, magari con un disastro naturale. E’ lecito chiedersi se l’interesse personale contribuisca veramente al bene comune o porti a una catastrofe, ma la storia italiana spesso c’insegna il contrario: tutti conosciamo i disastri ecologici e ambientali nel nostro paese, per lo più come conseguenza di opere di escavazione.

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Volevo quella via per dedicarla a Serenella, consapevole che lassù avrei dovuto dare tutto, rischiare, e non poco… Tutti sfuggiamo la morte, eppure è la conseguenza della vita. Ogni giorno muore qualcuno anche se sembra impossibile che possa accadere a me. Tuttavia il mio essere alpinista mi porta a convivere con la morte, una coscienza che spesso mi fa riflettere sull’importanza della vita stessa. Cerco di capire, di dare un senso alla mia esistenza attraverso l’amore impetuoso che ho per la montagna e per l’arrampicata, ciononostante, nel profondo di me stesso, sento che l’alpinismo non sarà più lo scopo unico della mia vita, bensì una tappa importante per capire, per leggermi dentro, per fortificarmi. So benissimo cosa devo ai monti, tuttavia comincio a rendermi conto che, servendosi della mia passione, Dio sta compiendo il suo disegno nella mia vita e provo dentro un’impressione di sconfinata libertà.

Il rumore del vento era interrotto dal suono forte provocato dal martello nel vano tentativo di conficcare un chiodo in una placca strapiombante e senza fessure. In basso, i ragazzi giocavano, piccoli piccoli, con le loro vele sul lago, dondolando allegramente, trasportati dalle onde, come in una danza. Non immaginavo dolore nella loro vita, forse nemmeno un pensiero oscuro o una piccola sofferenza nei loro cuori. Stavo arrampicando sopra le loro teste, consapevole che per alcuni anni avevo dimenticato l’aspetto della felicità! E riflettevo che la vita è stata dura con me. Ero tutto proteso verso l’alto, eppure sentivo dolore alle gambe e ai piedi che non riuscivo a poggiare sulle minuscole asperità della roccia. “Luca, mi raccomando, tieni bene perché questo chiodo è insicuro!”, furono le mie ultime parole prima di trasformarmi in un gabbiano senza ali. “Porca miseria! Lo sapevo che il chiodo non avrebbe tenuto!”. Ho riprovato ad arrampicare ma il piede mi faceva terribilmente male e inoltre le mani si aprivano per lo sforzo. Un gabbiano mi è passato accanto e con un battito d’ali è volato oltre la cima del monte. Soltanto più tardi e con i piedi per terra, il mio sguardo si è portato sulla strapiombante parete e, osservando il volo leggero ed armonico di altri gabbiani, ho pensato a quanto sarebbe bello volare, ma poi mi sono detto che sarebbe anche un peccato, perché non sarei un alpinista con l’immensa gioia e soddisfazione della cima (dal mio libro diario: Voglio una vetta dove ascoltare il mio Dio).

 

CeraUnaVolta-Campione-25-nov-052“Morale della favola”: la decisione recente d’imbrigliare tutta la parete nel nome della sicurezza, con il magnifico Salto delle Streghe coperto interamente dalle reti metalliche. Non è stata risparmiata nemmeno la statua della Madonna poggiata sotto la cima.

Ci si poteva sottrarre dal deturpare, sfigurare, devastare, con tutte le conseguenze sull’ambiente – ora il gabbiano reale del Garda non credo potrà nidificare sulle reti – una delle più belle e grandi falesie del lago? Era possibile scongiurare la fine dell’alpinismo a Campione? A oggi, nella situazione in cui si trova il paesino e la gente, la mia risposta è incerta e dubbiosa. Ma di una cosa sono assolutamente sicuro: non si doveva arrivare a tutto ciò.

Alessandro Gogna, con il suo blog, mi dà l’opportunità di raccontarmi, di esprimere le mie perplessità, la mia profonda amarezza e delusione per ciò che è accaduto. Sento in me qualcosa che vibra intensamente, la voglia di evitare che, nel nome del business, vengano fatte altre brutture e profanazioni all’ambiente come è stato fatto, a mio giudizio, a Campione del Garda.

Gli effetti della frana del 19 novembre 2014 e delle successive esplosioni
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In Italia esistono migliaia di borghi, paesi e città situate a ridosso di grotte naturali aperte su pareti rocciose che rendono i luoghi, già di per se stessi, unici e di rara bellezza; e credo sia impossibile e comunque molto dispendioso e dannoso per l’ambiente eliminarne i pericoli di crolli avvolgendole di una ragnatela di goffe reti di ferro: ne andrebbe anche dello stesso bilancio – già duramente provato – dello Stato. Mi viene spontaneo un ragionamento: ai piedi delle montagne, in particolare dove possono esserci rischi di frane, forse sarebbe meglio creare un’area di sicurezza e non costruirci. Ci tengo a sottolineare che i miei sono soltanto leciti interrogativi di cittadino e di alpinista che sulle rocce del Salto delle Streghe ha lasciato una parte della sua vita. Mi dispiace constatare come quello che avrebbe dovuto essere un centro unico per la vela e magari anche per l’alpinismo a bassa quota, con la bella spiaggia sul lago in un ambiente naturale di rara bellezza, si trovi oggi in una situazione ingarbugliata: Campione è diventata una comunità isolata e impaurita, devastata dalla cementificazione, da una ristrutturazione fallimentare e incompleta, ma soprattutto minacciata dalla fragilità della montagna che la sovrasta. Il tutto grazie alla speculazione edilizia e forse anche, permettetemelo, al malaffare. Chissà se, in un futuro, ci sarà un dissequestro del villaggio e molte strutture migliorate, tuttavia il Salto delle Streghe non potrà mai più essere scalato, non sarà mai più il regno indiscusso del gabbiano reale del Garda e tantomeno lo spettacolo della natura che mi ha fatto sognare prima, e realizzare poi, le vie più difficili della mia carriera alpinistica. Con una metafora: “Molti alpinisti non potranno toccare il cielo con un dito” al raggiungimento della radura erbosa sovrastante. Un vero peccato!

Concludendo: non voglio solo puntare il dito, ma offrire degli spunti di riflessione, auspicando una maggiore sensibilità per quanto è accaduto. Non voglio esser citato come parte del muro contro muro, ma di una testimonianza che possa essere, nel futuro, costruttiva per tutti. Sì, perché l’ambiente è patrimonio comune dell’intera umanità e responsabilità di ognuno di noi; bisognerebbe scavalcare interessi specifici a favore di interessi collettivi compresa la natura: una natura abitata, tra le tante specie, anche dall’uomo. Mi piacerebbe pensare a riprogettare un mondo basato su valori dove l’ambiente conta. Sono delle considerazioni e delle domande che credo di potermi porre, per tutto ciò che ho dato e vissuto sulle rocce del Salto delle Streghe: per i miei compagni di corda, tra i quali il fortissimo e indimenticabile Andrea Andreotti di cui voglio onorare la memoria. E, come me, credo che molte altre persone, nonostante tutto, amino quella lingua di terra sovrastata da maestose sculture di roccia non per schiacciarla, ma per proteggerla.

Lettera aperta della gente di Campione al sindaco, alla pm Silvia Bonardi, alla Regione, alla Provincia e alla Comunità Montana e «a chiunque possa aiutarci», 25 novembre 2014

«Per la prima volta dopo tanti anni sentiamo l’Amministrazione vicina a noi, vicina ai suoi cittadini, grazie di tutto. Noi abitanti di Campione ci uniamo alle parole dette dal sindaco: “Non lasciateci soli!”.

Vi chiediamo di mettervi una mano sul cuore, leggere questa lettera, capire e aiutarci! Siamo al limite della sopportazione psichica ed economica.

È da troppo tempo che subiamo forti disagi nella nostra frazione, da quando CoopSette ha comprato parte di Campione. Parte sì, non tutto! Perché noi residenti abbiamo la nostra parte. Il Comune di Tremosine ha le sue parti. Ed è ora che quelle parti vadano rispettate.

Per la ristrutturazione della nostra frazione abbiamo dovuto subire disagio dopo disagio. Sono 10 anni che sopportiamo demolizioni, scavi, martelli pneumatici, via vai di camion e betoniere, polvere. Chiusure di gallerie, disservizi di ogni genere. Sono apparse persino le zanzare (mai avute a Campione) create dai pozzi nel cantiere a sud. Quattordici anni di disagi e la CoopSette non è nemmeno a metà dell’opera. E chissà se e quando finiranno, vista la situazione economica.

E che cosa abbiamo ottenuto in cambio? Abbiamo perso aree verdi. Ci siamo visti chiudere le nostre strade e togliere l’uso dei nostri parcheggi pertinenziali (sicuri). In cambio di un autosilo: “il posto più sicuro di Campione”, aveva detto il nostro ex-sindaco Ardigò. Un autosilo però sfondato dal crollo del “mammellone”. E ora dove parcheggiamo? E dove andranno a parcheggiare i pochi turisti rimasti fedeli al nostro borgo?

Abbiamo subito un blitz di 60 uomini della Finanza che hanno sequestrato il paese in piena stagione. Dissequestro, risequestro. Chiuso l’autosilo, il parcheggio camper, il cantiere nautico Paghera, turisti scappati, economia crollata.

E adesso pure il cedimento del mammellone. Noi residenti abbiamo espresso più volte le nostre preoccupazioni, mai nessuno ci ha ascoltato. Va ricordato che nel 1969 alcune case di residenti ed attività furono chiuse per pericolo di caduta massi in quell’area di Campione. Ma per far costruire la CoopSette l’area è stata “pulita e messa in sicurezza”… Noi siamo stati costretti a parcheggiare nell’autosilo, che ora è crollato sopra le nostre macchine.

Abbiamo preso paura? Sì, tanta.

C’è chi dorme in tuta, pronto per scappare. C’è invece chi non vuole più dormire o vivere a Campione. C’è chi è fortunato e durante il giorno va a scuola o al lavoro fuori Campione, e ha un po’ di distrazione. Ma c’è anche chi lavora qui, chi ha comprato la sua casa qui, chi ha la sua attività qui e nonostante tutte le difficoltà subite in tanti anni ha sempre cercato di offrire al meglio il proprio servizio. Dal 2006, da quando è arrivata CoopSette con il suo cantiere, le attività hanno subito un tracollo. Le attività storiche di Campione sono sull’orlo del fallimento.

Non ne possiamo più!

E ora dobbiamo pure vivere nell’angoscia. Viene giù? Come? Quando? Non possiamo vivere così. Se deve cadere ancora una porzione di montagna, fatela cadere. Rischiamo che magari questa volta arrivino dei soldi per pulire e ritornare alla normalità. E un altro pezzo cade quando ormai è stato pulito tutto? Ricominciamo da capo? Crollo, richiesta per fondi, pulizia? E fino a quando andrà avanti questa storia?

Non ne possiamo più! Per favore, aiutateci ad andare avanti. Aiutate il nostro sindaco, il Comune, noi residenti e fateci continuare a vivere e proseguire la nostra vita».
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Le indagini sulla via ferrata del Cabirol (Capo Caccia)

Aperte le indagini a Capo Caccia, Alghero (SS), sulla Via Ferrata del Cabirol

Le associazioni ambientaliste  Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus e Mountain Wilderness Italia hanno richiesto delucidazioni in merito alla realizzazione della Via Ferrata del Cabirol e di alcuni itinerari di arrampicata sportiva presenti all’interno del Parco Regionale di Porto Conte. Tale decisione è scaturita dopo avere appreso che l’area presenta il massimo livello di pericolosità di frana e che la costruzione della via ferrata, che attraversa un’area protetta, è avvenuta su iniziativa privata.

Alla richiesta di informazioni agli enti preposti, tra cui la Commissione Europea e il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, le due associazioni fanno seguire una richiesta di eventuale adozione di provvedimenti finalizzati alla salvaguardia dell’incolumità dei frequentatori e dei valori ambientali e paesaggistici.

Siamo preoccupati non solo per la salvaguardia delle specie ma anche per l’incolumità delle persone” sottolinea Mountain Wilderness “ci siamo chiesti come fosse possibile progettare questi percorsi in un’area indicata come a rischio molto elevato di frana e ci allerta il fatto che ancoraggi come quelli utilizzati sul posto siano stati causa di incidenti, non solo in Sardegna”.

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Secondo la documentazione raccolta dalle associazioni l’area occupata dagli itinerari è classificata nel contesto di Natura 2000 come Sito di Interesse Comunitario e Zona di Protezione Speciale e ciò prevede una serie di tutele, in particolare per quanto riguarda le piante e gli animali.

Alcuni degli uccelli più rari d’Europa come Grifoni, Falchi pellegrini e l’Uccello delle Tempeste, sono di casa a Capo Caccia e vengono indicati dalla Comunità Europea come “specie prioritarie” in quanto rare o a rischio di estinzione.

Difficili da raggiungere, le pareti sono scelte per nidificare proprio per la loro inaccessibilità e la loro frequentazione da parte dell’uomo può portare all’abbandono dei piccoli e alla creazione di nidi altrove.

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La frequentazione dei percorsi attrezzati, da gennaio/febbraio fino all’estate, disturba il periodo di riproduzione delle specie.

Per queste ragioni il Ministero all’Ambiente indica le attività sportive legate alle pareti come una potenziale minaccia per l’avifauna selvatica mentre il Club Alpino Italiano ha deciso dal 1990 di non acconsentire alla costruzione di nuove vie ferrate. Vedi Approfondimento Normativo.

Alle volte ci viene da pensare che un’attività che si svolge in ambiente sia un’attività che lo vive con rispetto“ continua Mountain Wilderness “ma questo è vero solo quando chi la pratica adatta le proprie azioni alle esigenze della Natura e non viceversa. Solamente allora possiamo parlare di sport sostenibili.

Mountain Wilderness incoraggia la frequentazione dell’ambiente solo quando questo non venga considerato una palestra o un parco giochi. E’ favorevole a una valorizzazione del territorio che sia davvero rispettosa delle normative ambientali e della sicurezza, privilegiando perciò itinerari che per loro caratteristica non si adeguino alle esigenze sportive, lasciando così intatta l’essenza naturale del luogo.

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Ricostruzione dei fatti
Sulla base di una prima ricerca su internet è facile individuare l’itinerario su www.ferratacabirol.it. Nel sito è indicato che la via ferrata è stata costruita (Storia di un apertura) su iniziativa privata.

E’ possibile inoltre osservare che gli interventi di chiodatura e modifica del percorso sono stati incrementati nel corso degli anni.

In Manutenzione della Via Ferrata, viene indicato che gli ancoraggi sono di acciaio inox, talvolta AISI316 e talvolta AISI304 (sono note in bibliografia rotture di ancoraggi di quest’ultima tipologia in prossimità di ambiente marino).

12 settembre 2009, viene accompagnata l’equipe di Linea Blu lungo la Via Ferrata https://vimeo.com/6545896.

3 ottobre 2014, il Comune di Alghero aggiudica i lavori di mitigazione del pericolo di frana a causa della segnalazione di blocchi pericolanti, (aggiudicazione n.758 del 3-10-2014) nel tratto di costa compreso tra la Scala del Cabirol e il Semaforo.

13 marzo 2015 viene fatto precipitare un grande blocco di roccia che è risultato proprio sopra il tracciato della la Via Ferrata. Quanti altri blocchi come questo ci saranno lungo il percorso? Di chi potrebbero essere le responsabilità in caso di incidente?

Il 21 novembre 2015 (http://video.gelocal.it/lanuovasardegna/locale/capo-caccia-il-gigante-di-roccia-precipita-in-mare/40012/40110) un gruppo di equilibristi buca con il trapano le rocce della parete appoggiata (in cui sono presenti anche decine di ancoraggi di arrampicata sportiva) per inserire alcuni ancoraggi per tendere una corda. L’inserimento degli ancoraggi è avvenuto senza autorizzazione del Parco e senza avere effettuato una eventuale Valutazione di Incidenza Ambientale. I turisti vengono denunciati dal Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale.

23 novembre 2015: le associazioni LIPU e WWF emanano un comunicato stampa (http://www.algheroeco.com/slackline-capo-caccia-wwf-e-lipu-daccordo-con-la-denuncia/) in cui approvano l’operato del CFV.

Le associazioni asseriscono nell’articolo che “Le associazioni ambientaliste WWF e Lipu ricordano che l’area interessata dalla perfomance di slackline è un’area particolarmente protetta inserita nel Sito di Interesse Comunitario e Zona di Protezione Speciale per la presenza di flora endemica e la nidificazione di uccelli rari o a rischio di estinzione come l’uccello delle tempeste, le berte maggiori, il gabbiano corso e il falco pellegrino.”

Gennaio 2016. In occasione di una ripetizione della Via Ferrata da parte di membri della Mountain Wilderness viene osservata una coppia di Falco pellegrino in prossimità della parete della ferrata e osservati alcuni dettagli tecnici come la tipologia di materiale diverso utilizzato e i diametri del cavo di acciaio (linea vita) di dimensioni diverse. Nasce il dubbio che l’itinerario sia stato omologato.
Sia lungo il percorso, nei ripiani in parete, della Via Ferrata che poco prima di raggiungerne l’attacco, sono stati osservati degli itinerari di arrampicata sportiva che prevedono decine e decine di ancoraggi e alcuni attacchi con catene (http://www.corradoconca.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20:qatsi&catid=2& Itemid=101&lang=it).

In questa fase il Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus (GRIG) e MW aspettano che gli enti dicano come è la situazione dal loro punto di vista (esiste un progetto depositato e approvato? Esiste una valutazione di incidenza ambientale approvata? Esiste l’autorizzazione della comunità europea, del parco e del comune?). Dopo queste risposte si potrà ricorrere a denuncia circostanziata.
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Sito di importanza comunitaria – SIC “Capo Caccia (con le Isole Foradada e Piana) e Punta del Giglio”IndaginiViaFerrataCabirol-itb010042_a4-vert

Zona di protezione speciale – Z.P.S. “Capo Caccia”. Foto Benthos, C.B., S.D., archivio GrIG.IndaginiViaFerrataCairol-zps-itb013044-capo-caccia

 

Link correlati:
Rischio di frana sulla Via Ferrata del Cabirol
http://notizie.alguer.it/n?id=46370

Drammatica caduta del blocco di roccia pericolante sulla Via Ferrata del Cabirol, il video
http://video.gelocal.it/lanuovasardegna/locale/capo-caccia-il-gigante-di-roccia-precipita-in-mare/40012/40110

Buca le falesie del Parco Regionale di Porto Conte. Slackliner denunciato!
http://www.algheroeco.com/slackline-capo-caccia-wwf-e-lipu-daccordo-con-la-denuncia/
http://lanuovasardegna.gelocal.it/alghero/cronaca/2015/11/21/news/alghero-buca-le-falesie-di-capo-caccia-per-fissare-la-fune-equilibrista-denunciato-1.12484270?refresh_ce oppure file in pdf.

Alleghiamo anche i segg. documenti:
Legge Regionale 26 febbraio 1999, n. 4
Istituzione del Parco naturale regionale “Porto Conte”.
(Documento del 16/10/2012 11.22.25, autore: Regione Autonoma della Sardegna);
Statuto del Parco
Statuto adottato con Delibera del Consiglio Comunale di Alghero N° 21 del 5.5.2000, resa esecutiva dal Provvedimento del CO.RE.CO. N° 1769/021 del 21.6.2000, e approvato con Delibera della Giunta Regionale N° 40/46 del 12.10.00, resa esecutiva dalla Determinazione del Direttore Generale dell´Assessorato Difesa Ambiente N° 3065/V del 6.12.00 Modificato con deliberazione del Consiglio Comunale n.8 del 13.01.2015
(Documento dell’11/05/2016 12.54.22, autore: Azienda Speciale Parco di Porto Conte);
Disciplinare delle guide del Parco
Disciplinare della attività della “Guida ed educatore ambientale del Parco Naturale Regionale di Porto Conte e della foresta demaniale di Porto Conte”
(Documento del 16/10/2012 11.22.52, autore: Azienda Speciale Parco di Porto Conte).

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Sui monti per scelta

Un fenomeno che per il momento non è segnato da grandi numeri. Ma nelle valli alpine italiane pare che negli ultimi anni la tendenza al ripopolamento si sia consolidata. Grazie soprattutto all’insediamento di nuovi abitanti che hanno deciso di trasferirsi in montagna o di ripercorrere in direzione opposta i passi dei propri familiari. Chi sono, e che cosa cercano?

Mucca a Malga Fiorentina

 

Qualcosa si muove anche sul fronte delle Amministrazioni. E’ di questo febbraio 2016 la notizia (pubblicata da Mountcity.it il 18 febbraio 2016) che “L’ERSAF, Ente regionale per i servizi all’agricoltura e foreste, concede 33 alpeggi collocati all’interno delle 20 foreste di Lombardia gestite per conto della Regione secondo quanto previsto dalla delibera n. 174 Aggiornamento dei criteri e delle modalità per la concessione delle malghe e degli alpeggi di proprietà di Regione Lombardia per l’esercizio delle attività di alpeggi approvata dal Consiglio d’amministrazione di ERSAF il 27 novembre 2015. Ai vincitori del bando viene concessa l’area e la struttura annessa per le attività silvo-pastorali. Gli alpeggi si trovano su tutto il territorio lombardo; in particolare due sono in provincia di Sondrio nella Foresta regionale Val Masino; uno è in provincia di Bergamo, nel territorio del comune di Mezzoldo (Foresta Azzaredo Casù) e gli altri sei in provincia di Brescia – cinque nella Foresta ValGrigna, nei comuni di Esine, Berzo, Bienno e Bovegno; uno in comune di Bagolino (Foresta Valle Vaia) e due nella Foresta Gardesana occidentale, nei comuni di Gargnano e di Tremosine. Una significativa novità riguarda i giovani agricoltori (18-30 anni alla data di inizio concessione) per i quali, limitatamente al primo triennio, in relazione all’onerosità degli impegni gestionali, è prevista una sensibile riduzione del canone di affitto. Si tratta di un incentivo forte e concreto ai giovani per lavorare e vivere in montagna, condizione essenziale perché la montagna continui a vivere.
Un’altra opportunità per chi ha meno di 35 anni ed è appassionato di Alpi riguarda la prima edizione di ReStartAlp: un campus residenziale gratuito per giovani aspiranti imprenditori sulle Alpi. Con questa iniziativa, Fondazione Edoardo Garrone e Fondazione Cariplo offrono la concreta opportunità di avviare la propria impresa nelle filiere produttive tipiche del territorio Alpino.Il campus si svolge a Premia (VCO) dal 20 giugno al 30 settembre 2016. L’offerta formativa, gratuita e di alta qualità, si compone di lezioni in aula, laboratori di creazione d’impresa, attività di mentorship, testimonianze e un’escursione di studio. Al termine del percorso formativo, sono previsti incentivi per le migliori start-up, inoltre Fondazione Edoardo Garrone mette in palio premi per un totale di 60.000 euro“.

Sui monti per scelta
I nuovi abitanti delle Alpi
di Maurizio Dematteis
(pubblicato su Alpidoc n° 83-84, aprile 2012)

«Trent’anni fa se ne andavano tutti dalle nostre valli alpine. E restava il “mondo dei vinti”. Case disabitate, terreni incolti e abbandono. Ma noi non volevamo accettarlo. Abbiamo fatto una scelta dura, in controtendenza, con momenti difficili. Ma oggi non siamo più in pochi. E per quanto mi riguarda penso rifarei la stessa cosa».

Aldo Macario, allevatore di pecore e capre con azienda a Chiusa Pesio e alpeggio in Valle Gesso. Foto Nanni Villani.
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Aldo Macario, oggi titolare insieme con la moglie Marilena Giorgis di un’azienda agricola di produzione formaggi con sede a Chiusa Pesio, racconta quella scelta coraggiosa. «Era la fine degli anni Settanta» ricorda Marilena «e Aldo voleva fare una comune con i suoi amici. Una cooperativa con pecore, formaggi e telai. Io li ho raggiunti perché ero appena andata via di casa. Avevo finito il liceo classico e mi ero iscritta a medicina. Ma ho subito capito che quell’ambiente non faceva per me».

A trent’anni di distanza Marilena e Aldo sono rimasti fedeli alla scelta iniziale. Gli amici si sono pian piano “sfilati” perché, ricorda Aldo, «nel frattempo chi è entrato in posta chi in ferrovia. E finiti gli anni Settanta nessuno voleva più fare la cooperativa». Oggi, con i tre figli, allevano 240 pecore, di cui 120 da mungere due volte al giorno, 50 capre, e fanno i formaggi. Hanno una cascina con stalla e caseificio di proprietà a Chiusa Pesio e vanno ogni anno in alpeggio alla Vagliotta, in Valle Gesso.

Timido ripopolamento
La famiglia Macario fa parte delle avanguardie di quel movimento definito da studiosi come Romita e Nùnez (2009) i “nuovi abitanti” delle Alpi, cioè soggetti che scelgono di vivere in modo permanente in un’area rurale cercando una migliore qualità della vita. Un fenomeno nato alla fine degli anni Settanta, in contemporanea alla crescita del movimento hippie, che negli anni Ottanta assume una prospettiva diversa, diventando «una delle tendenze socio-culturali più caratteristiche della postmodernità, fenomeno legato alla crisi dell’urbanesimo occidentale, reazione al degrado ecologico e sociale della città moderna» (Salsa, 2007). E proprio grazie a questi fenomeni, nelle valli alpine del Nord-ovest italiano, e in specifico in quelle cuneesi, pesantemente interessate in passato dal declino demografico, si stanno oggi registrando interessanti cambiamenti. Laddove tra il 1981 e il 2000, come fotografava una delle carte proposte da Werner Batzing (Le Alpi. Una regione unica all’interno dell’Europa, Bollati Boringhieri, 2005), la tendenza allo spopolamento cominciata cento anni prima, seppur attenuandosi, persisteva, tra il 2001 e il 2010 la situazione è poi mutata, come si vede dalla carta realizzata da Alberto Di Gioia, dell’associazione “Dislivelli”. Oggi ci troviamo infatti di fronte a un’inversione di tendenza e generalizzando possiamo dire che lo spopolamento viene sostituito da un “timido ripopolamento” dei territori alpini nel Nord-ovest italiano.

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«Esiste un fenomeno di “nuovi abitanti” della montagna» si legge nella presentazione del volume curato da Giuseppe Dematteis, Montanari per scelta, (Franco Angeli-Dislivelli, 2011) «capace in certe situazioni di rallentare, compensare o addirittura invertire le dinamiche di spopolamento. E’ vero che in Piemonte, se si escludono certi sbocchi vallivi, i numeri sono per ora piccoli (specie se paragonati a quelli delle vicine Alpi francesi), tuttavia è tale da far prevedere una loro crescita nei prossimi anni, specie se sarà accompagnata da interventi che rendano le condizioni di contesto della montagna paragonabili a quelle del resto del territorio regionale».

Una tendenza in rapida espansione, pare. Ma chi sono oggi questi nuovi abitanti? Che cosa cercano nelle valli alpine cuneesi? E soprattutto, quali sono i cambiamenti che possono apportare a una realtà socioeconomica da anni in sofferenza?

Marta Canuto e Giorgio Alifredi, produttori di formaggi di capra in Valle Maira. Foto: Archivio Alpidoc.
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Capre e formaggi
I nuovi abitanti oggi sono persone come Marta Canuto e Giorgio Alifredi, con i loro cinque figli. Marta e Giorgio hanno lasciato Torino nel 1991, con la precisa idea di andare a vivere in montagna. Marta si era appena laureata in medicina, Giorgio, con una laurea in filosofia, aveva un impiego precario come traduttore di testi dal russo. Si sono trasferiti nel piccolo comune di San Damiano Macra, in Valle Maira. «Lavorando con il computer, potevo farlo tranquillamente anche in montagna» ricorda Giorgio. «Poi pian piano ho smesso e ho cominciato a tenere l’orto, le patate, a fare legna con l’idea un giorno di creare un’azienda agricola».

Nel 1998 la famiglia Alifredi lascia il centro di San Damiano per trasferirsi in borgata Poggio, a pochi chilometri di distanza. E finalmente il sogno di Giorgio si realizza: nasce l’azienda agricola Lo Puy, con un centinaio di capre e un caseificio per produrre formaggi. «A me era sempre piaciuta la pastorizia» racconta Giorgio «e mi piacevano i formaggi di capra francesi. Ci siamo orientati sulle capre perché sono gli animali più accessibili dal punto di vista economico e perché è l’unica bestia che può essere tenuta qui al Podio. Il giudizio all’inizio era che fossi un tipo stravagante o un pazzo mantenuto dalla moglie. Perché le capre sono sempre state considerate gli animali dei poveri, e poi noi arrivavamo dove tutti gli altri avevano mollato, e che cosa credevamo di fare? Oggi alcuni ci ammirano, altri continuano a guardarci con perplessità, altri ancora credono che campiamo di contributi, che in realtà non esistono». Una scelta di vita importante per un dottore in filosofia, abituato a svolgere un lavoro di tipo intellettuale. Perché scegliere le bestie vuoi dire «una sorta di prigione voluta, tutti i giorni della settimana, 365 giorni all’anno. Si crea un legame con le bestie anche più forte che con la famiglia».

Nel frattempo Marta ha continuato a fare il medico fino a settembre del 2004. «Allora avevo già quattro figli e facevo molta fatica a occuparmi anche dei miei pazienti» ricorda. «Un giorno ho pensato: i miei pazienti tutto sommato un altro dottore lo trovano, i miei figli un’altra mamma no. Per cui ho mollato. All’inizio il mio stipendio era fondamentale, ma dal 2003 abbiamo iniziato a ottenere un ritorno significativo dalla vendita dei nostri formaggi. Per cui oggi lavoro anch’io nell’azienda agricola: mi occupo delle vendite, gestione clienti, trasporto formaggi e seguo un po’ il caseificio».

L’azienda agricola Lo Puy è una realtà avviata, pluripremiata, che dà lavoro a due famiglie nella borgata Podio. Le tome di capra sono conosciute e apprezzate non solo localmente, tanto che alcuni distributori acquistano il formaggio del Podio per rivenderlo in negozi di Cuneo, Saluzzo, o per spedirlo addirittura nella City di Londra insieme con altri prodotti alimentari d’eccellenza piemontesi. E per cercare di condividere e trasmettere le esperienze vissute, oggi Giorgio è presidente della neonata associazione “Alte Terre”, una realtà culturale che lavora per rimettere l’uomo “al centro” delle politiche per la montagna. Perché oggi «la crisi che stiamo vivendo non è una crisi contingente» ha spiegato il segretario dell’associazione Mariano Allocco, in occasione della presentazione di “Alte Terre” a San Damiano nel luglio dell’anno scorso «non è come le due degli anni Venti del secolo scorso: questa è la prima crisi strutturale della modernità, non sappiamo dove ci condurrà, ma dobbiamo essere coscienti che saranno messi in discussione dei fondamentali dell’attuale civiltà e qui le alte terre possono dare un loro contributo».

Adriana Bruno e Cristian Unia: vivono a Baracco, in Valle Ellero. Foto: Maurizio Dematteis.
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I pendolari
Talvolta i nuovi abitanti delle valli cuneesi sono giovani coppie che decidono volontariamente di rimanere o di trasferirsi in comuni alpini, anche se svolgono lavori non direttamente legati alla realtà locale, come nel caso di Cristian Unia e Adriana Bruno. Tutt’altro che hippy, per età anagrafica e interessi, i due giovani hanno deciso di prendere la residenza a borgata Baracco di Roccaforte Mondovi, in Valle Ellero, a 840 metri sul livello del mare. «Ci siamo stabiliti a Baracco perché mio marito è di qui» racconta Adriana. «Ma all’inizio avrei voluto mettere le ruote alla casa e spostarla giù a valle, a Roccaforte, dove sono nata e vissuta. Poi poco alla volta mi sono ambientata, e ora non andrei più via». Il marito Cristian in realtà spiega di non aver mai avuto intenzione di scendere a valle. «Anche se a volte penso a quando saremo vecchi, alla paura di non riuscire più a farcela. Poi però mi dico: qui campano tutti fino a novant’anni e non è mai morto nessuno perché non aveva il negozio o la fermata del pullman sotto casa. E poi sono stato chiaro fin dall’inizio con mia moglie: in città mai». Cristian ha cominciato a lavorare come muratore a tredici anni, con un artigiano di Norea. «Una decina di anni fa mi sono messo in proprio e faccio carpenteria e manutenzione. Lavoro ne abbiamo tanto, e fino a oggi ho sempre lavorato senza mai uscire dai confini del comune di Roccaforte». Adriana invece è impiegata in una ditta di Mondovi che vende pavimenti in legno: «Mi occupo della gestione delle vendite per il Nord Italia e la mattina per arrivare in ufficio ci metto appena una ventina di minuti. Siamo vicini e ben collegati». Baracco ha sedici residenti nel nucleo principale, altri quattro nelle case intorno e un certo numero di villeggianti, soprattutto liguri e monregalesi, che trascorrono lunghi periodi di vacanza durante le stagioni estive, primaverili e autunnali. D’estate la borgata arriva a ospitare più di cento persone. Va detto che la famiglia Unia non è l’unica coppia giovane a viverci tutto l’anno.

Gli innovatori
A Tetti Chiappello di Robilante, in Val Vermenagna, a metà degli anni Ottanta Sandro Giordano lascia la fabbrica per tornare all’attività agricola in montagna. Il percorso inverso di molti suoi antenati che lasciarono le case per scendere a valle. «Nel 1984 mio marito non sopportava più il lavoro in fabbrica» racconta la moglie Anna Viale. «Abbiamo detto basta, cambiamo vita. E abbiamo deciso di metterci a coltivare fragole. Ma siccome né io né mio marito sapevamo nulla di campagna, ci siamo rivolti al Centro Sperimentale Orticolo di Boves». Comincia cosi l’impresa dei due coniugi, che dopo più di vent’anni di attività, con l’aiuto dei loro tre figli, sono diventati un punto di riferimento nella coltivazione delle fragole nel Cuneese. Anna, nativa di frazione Sant’Anna di Limone, in alta valle, faceva la barista presso gli impianti nelle stagioni invernali. Sandro, originario di Tetti Chiappello, dopo aver studiato presso una scuola professionale come meccanico si era trasferito a lavorare in una fabbrica del fondovalle. «Ho provato a coltivare un terreno per un anno insieme a mio cugino» ricorda Sandro «e la cosa non mi è dispiaciuta. Così abbiamo deciso di cominciare l’attività, puntando sulla fragola perché anche se si hanno a disposizione solo piccoli appezzamenti, assicura comunque un reddito soddisfacente». E poco per volta hanno aumentato il numero di campi coltivati, ristrutturato la vecchia casa di famiglia di Sandro e costruito un nuovo magazzino. Contribuendo ad arrestare il trend negativo che vedeva spopolarsi la piccola borgata. «C’è stato un momento» sottolinea Anna «in cui non c’era più nessuno che risiedesse a Tetti Chiappello». Ma da quando i Giordano sono tornati, altre famiglie, con figli, hanno seguito le loro tracce.

«Nel 1994 l’alluvione ci ha portato via quasi tutte le piantine di fragole» ricorda Sandro.«In quel momento abbiamo seriamente pensato di smettere. Poi ci è venuto ancora una volta in aiuto il Centro Sperimentale Orticolo di Boves, che ci ha consigliato di piantare le fragole rifiorenti e abbiamo superato il difficile momento». Si tratta di un tipo di pianta di fragola che può produrre anche fuori dal periodo canonico, e che ha permesso all’azienda familiare di non perdere l’intera stagione.

Sandro Giordano e Anna Viale coltivano fragole sopra Robilante, in Valle Vermenagna. Foto: Maurizio Dematteis.
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«La coltivazione delle fragole è una vera e propria passione» conclude Anna. «Ci permette di lavorate insieme e di goderci i nostri figli. Quando erano piccoli ce li portavamo sempre dietro, nei campi come al mercato. Ogni tanto ci penso, e mi rendo conto di aver allevato bene i miei figli. Se lavorassi per esempio in un negozio non potrei vederli tutti i giorni a pranzo. Inoltre gli anni in cui tutto fila per il verso gusto è anche un lavoro in cui si guadagna bene. In fondo siamo partiti senza nulla e adesso, pur non essendo ricchi, la casa e il magazzino li abbiamo messi a posto. Non ci manca niente».

Nuove comunità
I cambiamenti apportati dai nuovi abitanti, talvolta, non sono certo di poco conto. Comuni in crisi da anni, che hanno visto morire lentamente le loro realtà socio-economiche e demografiche, si trovano di colpo a dover affrontare problemi opposti come nuove attività economiche da supportare e nuovi nati da gestire. È il caso del piccolo Comune di Ostana, in Valle Po, situato a 1500 metri sul livello del mare, proprio di fronte al Monviso. A fine Ottocento aveva oltre 1400 residenti, dediti ad attività agricole, zootecniche e artigiane. Investito dal «terremoto dell’industrializzazione» che negli anni Sessanta ha causato «l’esodo che si è trasformato in valanga», per usare le parole di Nuto Revelli (Il mondo dei vinti, Einaudi, 1977), nel 1985 contava solo più cinque persone anziane.

«Abbiamo fatto una lista civica forte e abbiamo vinto le elezioni comunali» spiega il sindaco Giacomo Lombardo. «La domanda che ci siamo posti è stata: quale futuro per un paese come Ostana?» Lombardo racconta del lento lavoro messo in campo per invertire la tendenza dello spopolamento nel suo comune. Che nel 2011 sfonda quota novanta residenti. Di cui sei bambini, a dare un messaggio di speranza per il futuro. «Partivamo da un patrimonio importante», spiega «l’integrità del comune dal punto di vista ambientale e architettonico. E abbiamo deciso di lavorare su quello. È stato un lavoro lungo, ma oggi la gente ci crede. Prima si portavano gli avanzi dell’edilizia cittadina, perché quello che non serviva più giù poteva essere utilizzato qui. Ora se qualcuno lavora male, se non si rispettano gli equilibri architettonici e ambientali la gente viene a lamentarsi in comune».

Grazie all’apporto del Politecnico di Torino, e di altri professionisti profondi conoscitori della realtà alpina, Ostana ha cambiato faccia: un ingresso del paese ridisegnato con materiali a basso impatto architettonico, un rifugio-albergo comunale utilizzato come centro di aggregazione, un agriturismo, una palestra di roccia, due centraline idroelettriche sulle captazioni dell’acquedotto e tanto altro ancora. Una trasformazione realizzata anche grazie all’aiuto di alcune famiglie di nuovi residenti. Un progetto lungimirante partito dal recupero fisico che oggi comincia ad attrarre sempre più persone disposte a spendersi all’interno della comunità: come Roberto, che con moglie e due figli è salito da Revello per piantare quattromila metri quadrati di patate e per aprire un agriturismo. O gli informatici che parteciperanno al recupero di una borgata di Ostana per poi trasferire in quel comune la loro attività. O ancora Giorgio Diritti e Fredo Valla, che con la collaborazione di OffiCine di Milano e Aranciafilm di Bologna, a Ostana hanno organizzato una scuola di cinema. Tante iniziative differenti che hanno concorso a realizzare la rinascita del tessuto socio-economico-culturale di Ostana, vero laboratorio d’innovazione nelle Alpi Occidentali italiane.

Chen Rongyong, diciannovenne cinese che gestisce con la famiglia un laboratorio tessile in Val Pellice. Foto: Maurizio Dematteis.
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Da molto lontano
Un altro fenomeno in forte ascesa tra i nuovi abitanti delle valli cuneesi, come nel resto delle valli alpine italiane, è l’arrivo di persone provenienti da Paesi Orientali, dall’Africa, dal Sud America, dall’Est Europa, impiegati soprattutto in servizi alla persona, nella ristorazione, nell’edilizia, ma anche nel turismo, nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’indotto lattiero-caseario. Intere famiglie trasferite in piccoli comuni di montagna, attirate da affitti più bassi e da un tipo di vita probabilmente più vicino a quello dei paesi di provenienza, nuove identità frutto della mediazione tra cultura d’origine e del luogo eletto a dimora.

Come nel caso della comunità cinese di Barge e Bagnolo Piemonte, dove su una popolazione complessiva di 12.700 abitanti, secondo i dati ufficiali vivono oltre 800 persone di origine cinese. Senza tener conto di pendolari e clandestini.

Persone come il giovane Chen Rongyong, diciannove anni, originario del villaggio di Yuhu, nei pressi di Wenzhou, provincia dello Zijang, che oggi lavora dalle dodici alle quindici ore al giorno nel laboratorio tessile di famiglia, in Val Pellice. Il padre è arrivato a Barge con il fratello maggiore Rongqian nel 1998 per lavorare in una cava di pietra. Dopo tre anni è arrivata la mamma, poi la sorella maggiore e infine, nel 2003, Rongyong. «Sono contento della scelta che ho fatto» spiega il ragazzo. «Qui ho trovato buoni amici, e penso che rimarrò a vivere in Italia».

Anche a Garessio, in Valle Tanaro, a partire dalla metà degli anni Novanta è fortemente cresciuto il numero di stranieri che vivono stabilmente in paese. Sono quasi trecento, su un totale di residenti che non tocca le 3.500 unità.

Particolarmente forte è la comunità moldava, costituita in maggioranza da donne impiegate nei servizi alla persona.

Il Rifugio Galaberna a Ostana. Il piccolo centro dell’alta valle Po è diventato il simbolo della riscossa della montagna. Foto: Nanni Villani.
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Fedora Cristiescu, moldava di Leova, racconta la sua storia insieme con l’amica connazionale Maria Roman. «Sono arrivata a Garessio quattro anni fa» spiega «per cercare lavoro. Da noi non manca, ma è pagato pochissimo. Una volta la Moldavia era un paese prospero, vendeva frutta, verdura e vino a tutta la Russia. Oggi invece non rimane che emigrare». Fedora assiste un’anziana di Garessio e ha sposato un italiano. Anche Maria Roman fa la badante: «Ero maestra d’asilo, con casa e terreno di proprietà. Ho dovuto lasciare tutto e sono venuta via perché non riuscivamo più a vivere». Tra i moldavi residenti a Garessio ci sono alcune famiglie con bambini, poi ci sono donne sole che lavorano con gli anziani. «Metà di loro vengono dalla nostra città, Leova» continua Maria. «Con il passaparola. Se vengo a conoscenza che c’è bisogno di una badante telefono immediatamente a casa». Oggi addirittura, una volta ogni tre mesi, un pullman parte dalla piazza centrale del paese, destinazione Leova, carico di ogni sorta di masserizie.

E ancora: a Robilante vive una consistente comunità tunisina, oltre una quarantina di persone su un totale di 162 stranieri, e una popolazione di poco più di 2.000 residenti. «Sono arrivato in Italia, a Cuneo, dalla Tunisia, nell’aprile del 2005» spiega Hassine Walide, giovane tunisino di poco più di trent’anni «perché ho sposato una ragazza italiana, di Boves. Vivo a Robilante e lavoro in una fabbrica che produce vetri per le auto, la Saint Gobain. Sono venuto a Robilante perché qui vivono molti miei connazionali, che mi hanno aiutato a trovare casa e a integrarmi».

Maurizio Dematteis
Giornalista, ricercatore e videomaker, Maurizio Dematteis si occupa di temi sociali e ambientali legati ai territori alpini. Direttore responsabile della rivista web Dislivelli.eu, ha recentemente pubblicato Abbiamo fatto un sogno. 14 coppie raccontano il loro sogno di abitare la montagna e Mamma li turchi. Le comunità straniere si raccontano, sui nuovi abitanti della montagna.

Un anziano con la gerla piena di letame. Foto: Nanni Villani.
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Le bombole d’ossigeno sono doping?

Le bombole d’ossigeno sono doping?
di Carlo Alberto Pinelli

 

Questo è argomento di carattere apparentemente solo alpinistico, sia a motivo delle ricadute ambientali che i comportamenti di cui si discute hanno avuto e continuano ad avere sull’integrità degli ambienti himalayani, sia perché sin dall’inizio Mountain Wilderness ha compreso e interiorizzato i legami che uniscono, in una complessa rete di rapporti espliciti o sotterranei, la tutela “ecologica” e paesaggistica dell’ambiente montano alla qualità delle esperienze esistenziali che in quei luoghi “alti e incontaminati” possono essere sperimentate.

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Proprio da tali relazioni deriva il peculiare carattere “umanistico” che contraddistingue Mountain Wilderness. Gli interrogativi sulla liceità dell’uso delle bombole d’ossigeno in alta quota si sono riaffacciati alla ribalta e pretendono ormai spiegazioni non reticenti, sull’onda di quanto sta accadendo lungo la via normale alla vetta dell’Everest, degradata a penoso trampolino per l’affermazione di ambizioni personali che ben poco hanno in comune con i valori e le competenze del vero alpinismo. Personalmente sono convinto da sempre che l’utilizzazione dell’ossigeno equivalga a una droga dopante, anche se solo in senso lato. Con buona pace di Hillary e Tenzing (di fronte ai quali comunque mi levo il cappello) reputo che i primi autentici salitori dell’Everest siano stati coloro che ne hanno saputo raggiungere la vetta lottando lealmente contro l’ipossia. Il dibattito che Mountain Wilderness intende rilanciare non dovrebbe tuttavia restringersi entro confini accademici, ma sfociare in qualche proposta concreta, in grado di costringere i club alpini, l’UIAA che li riassume, i governi delle nazioni himalayane a prendere le distanze da una pratica così ambigua e sleale. Utopia? Chi può dirlo senza averci provato? Forse oggi i tempi sono maturi per proporre un simile salto di qualità.

Swiss National TV: Expedition to Mount Everest
Swiss National TV: Expedition to Mount Everest

Il primo provvedimento che dovrebbe essere preso (e ne parla Renato Moro) in fondo non è troppo difficile: la compilazione di un elenco con due categorie di “vincitori”: quelli che sono saliti con le bombole e quelli che ci sono riusciti senza usarle. Basterebbe l’esistenza di un simile doppio binario e la sua capillare diffusione a far abbassare la cresta alle centinaia di vanitosi sprovveduti che si affannano a salire in fila indiana, come un esercito di processionarie, lungo il rosario di corde fisse piazzate dalla base della montagna alla vetta da legioni di sherpa. Su questo tema abbiamo raccolto i pareri di un primo gruppo di personaggi che direttamente o indirettamente ne hanno conosciuto a fondo le implicazioni: Renato Moro (ex-presidente della commissione spedizioni extraeuropee dell’UIAA), Maurizio Giordani (guida alpina, esperto di Himalaya e garante internazionale di Mountain Wilderness), Paulo Grobel (guida alpina francese e organizzatore di viaggi in Himalaya), Paolo Cerretelli (una della massime autorità mondiali nel campo della ricerca medica e fisiologica in alta quota) e Alberto Rampini (Presidente del Club Alpino Accademico Italiano).

Qui sotto i loro pareri. Ci auguriamo che altri seguiranno.

Bombole abbandonate al Colle Sud dell’Everest
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Renato Moro
In merito al problema dell’uso dell’ossigeno in alta quota riassumo quanto è stato fatto (o meglio, non fatto) dalla Commissione Spedizioni extra-europee dell’UIAA quando ne ero Presidente.
Avevo proposto di formare un ristretto gruppo di esperti che dopo aver analizzato il problema nei suoi aspetti giuridici, etici, sportivi elaborasse un documento da sottoporre al consiglio centrale dell’UIAA. Contemporaneamente avevo analizzato il lato medico- sportivo con alcune federazioni e i giudizi in merito erano chiari. L’ossigeno è doping.
Con mio disappunto la proposta venne bocciata con voto contrario anche della commissione medica dell’UIAA. In seguito proposi di istituire un elenco speciale di ascensioni agli Ottomila realizzate con certezza senza l’utilizzazione delle bombole in qualsiasi fase della scalata. Mi sembrava logico fare due classifiche delle ascensioni “con e senza”, dando alle seconde il giusto valore. Tale metodo avrebbe dovuto essere adottato anche nel conferimento di contributi o onorificenze. Non ho vinto neanche su questo fronte. Da ciò è derivata la mia decisione di dimettermi dalla Commissione, la quale in seguito è stata soppressa. Come si vede, una nuova iniziativa non riuscirebbe a cavare un ragno dal buco, perché troppo forti sono le pressioni sui decisori dell’UIAA delle agenzie che organizzano spedizioni commerciali; dietro alle quali ci sono gli stessi governi delle nazioni himalayane, le lobbies dei portatori d’alta quota e la pressione di tanti alpinisti che desiderano aggiungere ai loro palmares anche l’Everest o il K2, ma non sarebbero in grado di scalare quelle vette prestigiose senza l’aiuto dopante dell’ossigeno.
E’ un mondo che non mi appartiene più. Forse sono vecchio. Di certo sono disilluso.

Maurizio Giordani
Per etica e coerenza sono stato sempre contrario all’uso dell’ossigeno in quota e mai l’ho portato nelle mie spedizioni (piuttosto non salgo e torno indietro) ma credo, dato che il 90% di chi sale in alto lo usa… sia abbastanza problematico il suo bando…

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Paulo Grobel
Aprire un dibattito sull’utilizzo dell’ossigeno in Himalaya? Semplicemente, a mio avviso, non c’è motivo di rivangare un simile argomento. La cosa infatti è assodata: le bombole d’ossigeno sono una droga dopante. Cioè un indebito elemento esterno che aumenta le prestazioni in quota. Punto e basta.

Purtroppo la grande maggioranza degli alpinisti che affronta l’Everest continua a utilizzare l’ossigeno; e oggi questa pratica si sta diffondendo anche sui “piccoli” 8000.

Per quale ragione un “desiderio di Everest” dovrebbe giustificare l’uso di qualsiasi mezzo per raggiungere la meta? Allora, a questo punto, paradossalmente, perché non utilizzare l’elicottero per evitare i rischi della prima seraccata, sopra il campo base del versante nepalese?

Che cosa spinge gli alpinisti, desiderosi di confrontarsi con le più alte vette della terra, a rifiutare di vivere pienamente ciò che costituisce la specificità della grande altitudine e il suo principale interesse: l’ipossia e i suoi pericoli? Certamente è lecito porci delle domande sul significato reale e sulla reale nobiltà delle realizzazioni di questi veri o presunti alpinisti… Ma alla fine dei conti quelli sono fatti loro. Che facciano e dicano dunque quello che vogliono, da Pierre Mazeaud a Luc Jourjon. Del resto l’uso dell’ossigeno non è che la parte visibile dell’iceberg dell’eccesso dei mezzi utilizzati indebitamente. Penso che l’abuso sistematico delle corde fisse e la negazione della nozione della salita in cordata veicolino un messaggio ancora più deleterio. C’è un immenso rischio di vedere propagarsi e rendere sistematiche queste forme di ascensione devianti, dall’Island Peak all’Everest passando per l’Ama Dablam.

Dunque porsi il problema della liceità dell’ossigeno equivale a mettere in discussione la quasi totalità dei mezzi utilizzati dagli alpinisti per realizzare un’ascensione “ alla moda”. E stimola a riflettere sulla recente evoluzione (involuzione?) dell’alpinismo sulle più alte montagne della terra. Le previsioni non sono certo tranquillizzanti. Temo che l’avvenire non ci riservi sorprese positive, sull’Everest o altrove.

Anche lasciando da parte le questioni etiche e filosofiche sono convinto che l’utilizzo dell’ossigeno sia oggettivamente pericoloso.

Esso permette a chi se ne serve di ritrovarsi un bel momento in un luogo dove non potrebbe e non dovrebbe trovarsi. Se qualcosa nell’erogatore va storto o la bombola si svuota strada facendo, costui è perduto. Letteralmente perduto. In qualità di guida di alta montagna ritengo che sia una situazione molto complicata da gestire. Aiutare qualcuno ad andare più su di quanto sarebbe capace comporta l’accettazione di un rischio supplementare. La stessa guida potrebbe trovarsi in serie difficoltà nella gestione di un cliente sprovvisto di risorse psico-fisiche sufficienti (vedi gli incidenti al Manaslu con un cliente e al Makalu con un nepalese, le circostanze dei quali non sono state analizzate a dovere per trarne insegnamenti).

Inoltre mi piace molto la nozione di condivisione e di apprendistato che esiste nell’alpinismo. Raggiungere una certa sobrietà nell’uso dei mezzi tecnici in Himalaya necessita un apprendistato che ha alla radice la reale volontà di mettere in gioco tutte le proprie risorse naturali, spesso al prezzo della riuscita. Senza aggiungere che questo approccio “by fair means” presuppone una catena organizzativa, relazionale e decisionale impeccabile. Per concludere non assumerò mai ossigeno e non lo faranno neppure i miei compagni di cordata. E non andrò mai sull’Everest… malgrado un forte “desiderio di Everest”.

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Paolo Cerretelli
Non è doping, perché l’ossigeno non è una sostanza particolare, è nell’aria. Ma certamente se le regole della prestazione prescrivono la salita senza ossigeno, usarlo è sbagliato. Dico che non è una droga perché non potenzia la persona, la riporta solo alle sue condizioni normali. E’ lo stato di ipossia ad essere anormale. Il doping è un concetto che a mio parere qui non si applica. L’importante è che tutte situazioni vadano dichiarate per fare i giusti paragoni: se uno non lo fa è un truffatore.

Alberto Rampini
Contrariamente a quanto da molti sostenuto, ritengo che l’utilizzo dell’ossigeno nella pratica dell’alpinismo non possa definirsi “doping” per due ordini di motivi.

Primo, perché doping nel linguaggio comune fa riferimento a una attività sportiva agonistica o comunque strettamente prestazionale che è (o dovrebbe essere) del tutto estranea al mondo dell’alpinismo. E se non lo fosse, a mio avviso saremmo in presenza di un’attività sportiva che comunque con l’alpinismo ha ben poco a che vedere.

Secondo, perché il doping agisce rafforzando e amplificando artificialmente le facoltà mentali e/o fisiche dell’atleta, in modo tale da consentirgli di esprimere risultati altrimenti impossibili, mentre l’utilizzo dell’ossigeno, al di là di perseguire lo stesso risultato finale, non opera un innalzamento artificioso delle facoltà dell’individuo ma opera uno scardinamento di alcune delle fondamentali regole naturali che governano il pianeta, abbassando artificiosamente la quota delle montagne.

Considerando che il fattore quota è sempre uno degli elementi che contribuiscono a definire i parametri di difficoltà e impegno di una salita, e quindi dell’intima soddisfazione e appagamento che ne derivano, è evidente che riducendo questa componente viene a essere stravolto il senso complessivo e unico dell’esperienza che si va a vivere.

Non si può parlare quindi di doping. Ma di truffa, sì. Truffa nei confronti della storia dell’alpinismo, che si cerca di forzare nelle sue tappe evolutive naturali, e truffa anche nei confronti di se stessi, originando un insanabile dissidio tra l’essere e il voler essere.

E ci limitiamo a quanto sopra, dando per scontato che tutti onestamente dichiarino le caratteristiche e il perimetro sull’impresa effettuata, perché diversamente entreremmo nel campo del dolo.

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E’ pur vero, si potrà obiettare, che l’utilizzo dell’ossigeno affonda le sue radici già nei primordi dell’esperienza alpinistica alle quote superiori. Nelle prime spedizioni strutturate e significative all’Everest, quasi un secolo fa, la pratica era accettata, ma, si badi bene, come una presunta necessità, ritenendosi, per mancanza di sperimentazione, che alle quote massime la sopravvivenza dell’uomo non fosse altrimenti possibile.

Già allora, tuttavia, nonostante questa convinzione, i protagonisti più sensibili intuivano che l’uomo poteva e doveva fare di più per rapportarsi anche all’alpinismo di quota “by fair means”, così come si era fatto, tranne qualche eccezione, nella conquista delle vette alpine.

Noel Odell, riferendosi al tentativo Mallory, che seguì dall’ultimo campo, a proposito dell’uso dell’ossigeno scriveva: ”Credo che la sua importanza sia stata esagerata e un alpinista, purché sappia acclimatarsi… può benissimo farne a meno… anzi l’uso abbondante dell’ossigeno è fonte di pericolo, perché impedisce l’acclimatamento… ho la ferma convinzione che sia possibile scalare l’Everest e arrivare in vetta senza l’ausilio dell’ossigeno”. E siamo nel 1924.

Riconosciuta la storicità dell’utilizzo dell’ossigeno, potrebbe apparire contradditorio auspicarne finalmente l’abbandono totale e senza compromessi.

Ma così non è.

La storia dell’alpinismo, nelle sue varie epoche e nelle sue varie espressioni, ci insegna che gli elementi che più allontanano la pratica alpinistica da un rapporto diretto e naturale dell’uomo con la montagna sono destinati a essere riassorbiti, anche se purtroppo l’andamento ciclico di queste situazioni crea inevitabili tensioni e contraddizioni.

La crescente sensibilizzazione sul fenomeno genera perlomeno interrogativi di massa e di conseguenza un minor apprezzamento generalizzato per il fenomeno, il che porterà con ogni probabilità a un calo progressivo della domanda e quindi dell’offerta, soprattutto da parte degli organizzatori delle spedizioni commerciali.

A oggi comunque, al di là delle considerazioni già accennate in merito al rispetto per la naturale evoluzione della storia e per il significato etico del rapporto del singolo con la montagna, occorre anche prendere atto dell’aspetto legato all’inquinamento che la pratica produce, sia quanto a garbage sia quanto semplicemente a sovraccarico ambientale.

L’alpinismo “di massa”, al pari dell’arrampicata “di massa”, produce impatti significativi, spesso inopportuni e irreversibili, sull’ambiente naturale ed è evidente che in questo senso l’utilizzo dell’ossigeno incrementa una frequentazione abnorme, rispetto alle caratteristiche ambientali specifiche, e di conseguenza non di rado poco consapevole.

Ne derivano insistenza di sovraccarico in aree limitate e ben definite, con conseguente inquinamento ambientale in senso stretto.

Ma preoccupa anche il correlato inquinamento culturale, in grado di danneggiare l’immagine dell’alpinismo come vorremmo che fosse. E questo vale non solo per l’ossigeno ma anche per i portatori. E i due discorsi si intrecciano.

Per me sono problemi innanzitutto di carattere etico e storico, per altri magari di valore prestazionale.

Detto questo, a condizione che venga rispettato l’ambiente e gli altri, ognuno è libero di concepire e praticare un alpinismo diverso. Ma con onestà e consapevolezza del valore del proprio agire.

 

Aggiungiamo, in pillole, alcuni pareri:
Silvio Gnaro Mondinelli: i professionisti non lo usano.
Gerlinde Kaltenbrunner: con le bombole è doping.
Marco Prezelj: è come suonare in playback.
Hans Kammerlander: l’ossigeno oggi è doping.
Karl Unterkircher: e i matti saremmo noi?
Reinhold Messner: non è doping, ma facilita molto
Soro Dorotei: l’ossigeno è un trucco pericoloso.
Annalisa Cogo: è un problema etico.
Claudio Marconi (CNR): vietarlo, come l’emotrasfusione.
Giancelso Agazzi: prima di tutto la sicurezza.
Simone Moro: l’ho usato, ma lo condanno.
Mario Panzeri: usarlo è una vergogna.
Nives Meroi: è un’offesa alla montagna.
Mario Merelli: no ai portatori d’alta quota.
Sergio Martini: è una scelta personale.
Fausto De Stefani: siamo alla pazzia pura.
Alex Busca: è doping, fa andare più forte.
Mario Vielmo: no alla vetta a tutti i costi.
Elizabeth Hawley: è giusto distinguere.

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Torti vs Valoti

Torti vs Valoti
Tempo di elezioni anche in ambito CAI. A maggio 2016 sarà eletto il nuovo Presidente Generale del CAI.

Ho rivolto ai due candidati, Vincenzo Torti e Paolo Valoti, tre domande su temi che ci stanno particolarmente a cuore (tutte comunque inserite nella stessa problematica).

“… Fermo restando che siete liberi di non rispondere a queste domande dirette, dentro di me ho la convinzione che mi accontenterete… In caso positivo, vi prego di non superare le 3000 battute totali (le tre risposte assieme). Vi ringrazio in anticipo dell’attenzione e un caro saluto a entrambi“.

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Domande:
1. Il CAI ha recentemente fatto un appello sul suo organo d’informazione affinché il socio, se ha lamentele, proteste o suggerimenti, non li faccia via rete o stampa bensì scriva direttamente al CAI per avere risposta. Cosa ne pensate di questo invito? Necessario, giusto, inopportuno, velleitario?

2. Il socio Luca Gardelli ha recentemente inviato il 2 febbraio una PEC (qui allegata) al presidente Umberto Martini, senza aver a oggi ricevuto alcuna risposta. Perché, 60 giorni dopo a oggi, nessun cenno è pervenuto al Gardelli? Quanto ritenete giusto o inevitabile che un socio (per una vicenda, come certo sapete, ormai pluriennale) debba aspettare tempi geologici per una missiva di risposta qualunque e nel fare ciò sia pure indirettamente invitato a non approfittare dei ben più veloci mezzi del web?

3. Diciassette firmatari di due raccomandate, una al presidente Umberto Martini e l’altra al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, spedite il 2 ottobre 2015, non hanno ancora oggi ricevuto alcuna risposta. E sono passati sei mesi esatti. L’argomento delle due raccomandate è la presa di posizione del CAI nei confronti di quei presidenti di Sezione che non rispettano il Nuovo Bidecalogo. Vedete a questo proposito:
http://www.alessandrogogna.com/2015/10/02/quanto-il-cai-e-contrario-alleliski/
http://www.alessandrogogna.com/2016/01/18/la-non-risposta-del-cai/
Cosa ne pensate?  E soprattutto, come intendete procedere in caso di vostra elezione?

Risposte di Vincenzo Torti:
1) Ho letto quanto apparso su Lo Scarpone e sul sito del CAI con cui “Il Sodalizio” invitava tutti i Soci a non utilizzare blog esterni e ad indirizzare, invece, le proprie opinioni o critiche attraverso “canali interni”.

Ad essere sinceri ho trovato la cosa anomala perché, in tanti anni operativi in ambito CAI, non mi era mai capitato di confrontarmi con un documento privo di paternità e di riferibilità e, ancora, perché quel “Sodalizio” da cui l’invito sembra provenire non dovrebbe essere altro rispetto ai Soci, bensì l’insieme dei Soci stessi.

Ho, quindi, voluto considerarlo come un’occasione di riflessione su un tema tanto attuale, quanto delicato.

Vincenzo Torti
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La comunicazione di una grande Associazione come il Club Alpino Italiano non può non ispirarsi a valori quali la trasparenza e la coerenza, evitando il sempre presente pericolo dell’autoreferenzialità: a tal fine temi di sicura rilevanza associativa non possono, come purtroppo è accaduto, trovare spazio, puntuale documentazione e commenti su siti esterni e non trovarne altrettanto nella comunicazione interna, con il risultato di essere affidati ai “si dice” o alle chiacchiere di corridoio, con scarsa, quando non distorta, informazione ai singoli Soci e l’impossibilità per gli stessi di formarsi un’autonoma opinione.

Si tratta, quindi, di fare in modo che anche in ambito CAI le criticità associative, sgradite forse, ma ineludibili, trovino uno spazio gestito con correttezza e rispetto ma, anche, con la dovuta oggettività e tempestività.

Anche l’invito ad indirizzarsi alla Sede Centrale, alla Presidenza, alla Direzione e alle istituzioni territoriali, di per sé assolutamente condivisibile, impone alcune riflessioni, se è vero che il recente Congresso di Firenze ha evidenziato, tra le maggiori criticità, proprio quella della difficoltà di rapporto tra il Centro, il Territorio ed i Soci.

Si dovrà, quindi, intervenire prima su tale problematica, per evitare, poi, che contatti, sollecitazioni o critiche non arrivino a destinazione o rimangano senza risposta.

2) In tutti gli incontri di presentazione della mia candidatura, in sede di Assemblee dei Delegati, ho indicato come obiettivo prioritario “il CAI delle risposte”, per cui non posso che rammaricarmi della circostanza che viene riferita.

Ritengo che un Socio, a prescindere dalla domanda formulata, debba ottenere un riscontro, eventualmente anche negativo, ed in tempi ragionevoli.

3) Ho preso visione del contenuto delle due raccomandate e, per ragioni evidenti, non sono in grado di indicare i motivi per cui il Presidente Generale Martini non abbia ritenuto di rispondere.

Posso, però, chiarire che la mancata risposta da parte del Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte ha una motivazione giuridica, in quanto tale Organo non è investito della potestà disciplinare che, di contro e ove ne sussistessero i presupposti, sarebbe stata del Consiglio Direttivo Regionale.

Personalmente ho espresso in più occasioni quella che ritengo essere la posizione del CAI rispetto all’eliski, forte non solo del Bidecalogo approvato in occasione del 150° di fondazione, ma anche dell’editoriale a firma del Presidente Generale Martini su Montagne 360° .

Sono, però, del tutto consapevole della criticità del tema e delle problematiche che ne sono scaturite, non solo con riferimento ad alcune Sezioni territoriali, ma anche rispetto alla AGAI, nostra Sezione Nazionale, cui aderisce la quasi totalità delle Guide Alpine e, forse, anche quelle che intendono praticare o praticano l’eliski.

Credo che, in ogni caso, la coerenza debba prevalere, non tanto in una prospettiva sanzionatoria, quanto, piuttosto, nel ricondurre la nostra appartenenza ad una Associazione, quale è il Club Alpino Italiano, alla sua fonte, vale a dire ad una libera manifestazione di volontà e di scelta, espressione di un diritto costituzionalmente sancito dall’art. 2.

Il che significa che qualora le scelte individuali, nel tempo, venissero a confliggere con quelle della Associazione, costituitesi ed espresse nei modi statutariamente previsti, le sopravvenute divergenze dovrebbero coerentemente suggerire le dimissioni da Socio o il non rinnovo del rapporto associativo.

A tal proposito mi piace ricordare che un libro di Cesare Rimini, noto avvocato matrimonialista, titolava “Lasciamoci così, senza rancore”: ora, se ciò è possibile dopo un matrimonio, non vedo perché non dovrebbe esserlo anche, e maggiormente, in un contesto associativo, senza dover invocare lo spettro di sanzioni disciplinari o che altro.

Si tratterebbe solo di coerenza, valore che considero un riferimento prioritario in ogni caso e, in particolare, nel CAI che, se pure è Ente Pubblico non economico nella sua Sede Centrale, non deve mai dimenticare o tralasciare di essere, di pensare e di agire come “Libera Associazione”, come ricorda l’art. 1 del suo Statuto.

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Risposta di Paolo Valoti:
Vorrei approfittare delle domande postemi per cercare di condividere con voi la mia opinione sulla libertà di pensiero e di stampa, che sono un imprescindibile principio costituzionale ma che non devono però dare luogo solo a “parole in libertà” in ogni contesto, in ogni tempo e in ogni luogo.

A partire dalla consapevolezza che una parola o espressione può avere una molteplicità di significati e di interpretazioni, accresciuti dagli intenti di chi le manifesta, penso che la libertà di parola e di cronaca deve essere sempre legata ai valori di etica, gratuità e trasparenza, come quelli praticati nella comune passione per la montagna oppure ricercati nella libertà di montagna tra i “pilastri del cielo” e il bisogno di infinito, che ben conosci con la tua lunga esperienza alpinistica e militanza disinteressata per la montagna.

Oggi purtroppo etica e informazione non sempre però camminano di pari passo, e lo dimostrano i titoli sensazionali di alcuni quotidiani e servizi televisivi, ma anche social media, che non rispettano i diritti dei minori, della privacy istituzionale o personale, o i doveri di correttezza, fedeltà e riservatezza, alla ricerca di presunti scoop.

È un problema che non riguarda più solo l’informazione giornalistica in senso stretto, ma interessa e coinvolge in modo pervasivo l’intera società e tutti i suoi attori principali, compreso il Club Alpino Italiano in tutta la sua ricca e complessa articolazione nazionale, regionale e territoriale.

La crisi dell’editoria e dei media unita allo sviluppo dei social ha cambiato le modalità e i canali attraverso cui viaggiano la comunicazione e l’informazione.

Oggi sono richieste nuove responsabilità e sensibilità per ogni giornalista o addetto alla cultura e comunicazione, che deve essere figura aperta e flessibile, in grado di unire conoscenze e competenze, imparzialità e rigore.

Niente da eccepire riguardo alla legittimità degli strumenti e ai modi di ciascuno per comunicare e condividere propri pensieri e immagini con il mondo intero, sono però perplesso circa un uso intensivo o eccessivo dei social media che rischiano di trasformare la comunicazione in una sorta di piazza degli insulti o dettata dal click impulsivo sopra una tastiera.

Nei diversi scenari su cui si muove oggi la comunicazione globale, anche un’associazione come il nostro Club Alpino Italiano deve adeguarsi, o meglio, deve “sapersi adeguare”: cioè, deve farlo senza perdere comunque di vista i principi etici e sociali e le ragioni della nostra missione e del nostro ruolo nella società e senza snaturare la nostra identità e appartenenza di gente per la montagna.

Vorrei dire che oggi possiamo e dobbiamo strutturarci e aggiornare i canali informativi e comunicativi, cogliendo quello che la multimedialità e tecnologia ci offre: a fianco della classica carta stampata e i siti internet, dovremo migliorare e potenziare sempre di più strumenti come facebook, twitter e instagram, affinché siano sempre più fonte di notizie utili, di buona divulgazione e di formazione, e anche di sana critica costruttiva.

Ma se cambiano le modalità e gli strumenti della comunicazione (lo stesso Governo non a caso sta predisponendo un pacchetto di nuovi provvedimenti di riforma dell’editoria, in questi giorni all’attenzione del Senato), non cambiano le regole etiche e deontologiche a cui chi fa informazione deve attenersi.

L’Ordine Nazionale dei Giornalisti ha approvato a fine gennaio il Testo Unico della Deontologia Giornalistica, che raccoglie e riassume ben 13 carte e 2 codici deontologici del mondo dell’informazione, proprio con l’intento di porre maggiore attenzione sulla responsabilità sociale di chi oggi fa informazione: regole che investono non solo la carta stampata, la radio e la tv, ma anche i canali di informazione social.

Non è solo una questione di rispetto della legge ma è anche e per prima cosa una questione di ruolo, di coerenza e di un modo di essere dentro la società.

Noi siamo il Club Alpino Italiano, un’associazione che crede con profondità e fermezza nei valori della montagna e nel rispetto non solo della Natura, con codici di autodisciplina e autoregolamentazione come il nuovo Bidecalogo, ma anche e innanzitutto delle persone, noi vogliamo e abbiamo l’aspirazione di poter contribuire a una società migliore, e per primi dobbiamo cercare di dare il buon esempio.

Paolo Valoti
TortiVsValoti-Valoti

 

Avvertiamo forte le responsabilità che ci vengono attribuite non solo nelle attività sociali, culturali e di solidarietà che il pilastro fondamentale del volontariato dei nostri Soci offrono ogni giorno nelle Sezioni e Sottosezioni, negli Organi Territoriali e Centrali e per le nostre comunità, ma anche nelle attività di comunicazione e informazione che ci competono, e che devono assumere per noi una valenza culturale e formativa, oserei dire una forma talvolta anche di contro-cultura, aperta per tutti.

Ecco allora che anche la nostra comunicazione associativa non può e non deve essere frutto di affermazioni individualistiche e di convinzioni strumentali e personalistiche, ma deve sempre essere frutto di un ascolto e confronto democratico tra di noi, di un sentire comune condiviso dei Soci e aperti alla ricerca della convivenza e coesione migliore possibile.

Una prima forma di comunicazione nasce nelle nostre sedi sociali che possono diventare case delle culture per le genti e i monti d’Italia, del confronto e del dialogo sereno, dell’accoglienza e dell’aggregazione con al centro quel necessario rapporto di fiducia reciproca, partecipativa e inclusiva che deve innervare e nutrire tutta la vita associativa, dagli Appennini alle Alpi.

Nell’opportunità di questa intervista e delle domande specifiche spero di avere dato alcuni spunti di risposta per il primo tema, mentre per le altre domande non ritengo di avere né competenza né conoscenza adeguate per entrare nel merito, anche perché per alcuni temi ci sono obblighi di riservatezza dei documenti e di rispetto dei ruoli e di norme.

Per concludere, dobbiamo informare e comunicare in tempi rapidi, utilizzare il maggior numero di strumenti possibili, farlo sempre con senso di responsabilità e etica, e la coscienza che i valori e le parole sono come dei semi da disseminare nei campi fertili o incolti del Sodalizio e della società: “Noi dobbiamo essere come le piante che affidano al vento milioni di semi, con la certezza che almeno alcuni di questi germineranno” (Mario Calvino, agronomo, padre di Italo).

Riuscirci può essere difficile ma non impossibile, basta continuare a essere noi stessi senza tradire la nostra vocazione e la nostra missione per comunicare e condividere con tutti, ma proprio tutti, una cultura unificante, nel vero rispetto reciproco.

È la sola garanzia per il procedere della Cordata e per il Club Alpino Italiano di oggi e di domani, a partire dal territorio, dalle Sezioni e Sottosezioni, ai Gruppi Regionali ai massimi vertici nazionali, tutti insieme affiatati e uniti nei principi comuni di verità, lealtà e franchezza, e con la collaborazione e concretezza di ogni persona, giovane, donna e uomo, dentro il nostro Sodalizio e oltre.

Per maggiori dettagli sulle due candidature, vedi Il Cusna 4-2015, rivista del CAI Reggio Emilia.

Curriculum vitae di Vincenzo Torti

Curriculum vitae di Paolo Valoti

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Rapporto Montagne Italia

La Fondazione Montagne Italia ha presentato nel giugno 2015 il Rapporto Montagne Italia, un corposo documento di 328 pagine che fotografa la montagna italiana.

Un attento lavoro di analisi, quantitativa e qualitativa sulla montagna e sul suo legame con le aree urbane italiane, che arriva a nove anni dal precedente studio di questo tipo realizzato dal Censis.

La versione integrale del Rapporto Montagne Italia è disponibile in rete (ma per poter scaricare è necessario compilare un modulo e spuntare l’autorizzazione al trattamento dei propri dati (privacy): http://www.unimontagna.it/rapporto-montagne-italia-il-volume-scaricabile-pdf-sul-sito-uncem%E2%80%8F/;

oppure è disponibile qui:
parte Uno-pagg. 001-081,
parte Due-pagg. 082-138,
parte Tre-pagg. 139-248,
parte Quattro-pagg. 249-330.

Secondo il documento, in moltissimi Comuni montani oggi si sperimentano politiche di integrazione e un nuovo welfare di comunità. La montagna conosciuta come luogo dal quale emigrare, che fino agli anni Novanta ha perso, sia sugli Appennini che sulle Alpi, decine di migliaia di abitanti, oggi diventa territorio che torna a crescere, con un aumento della popolazione dopo lunghi e non uniformi periodi di declino. La montagna mostra una capacità diversa di accogliere e ospitare i nuovi flussi di migrazione di lungo raggio, sino a fare degli stranieri una componente rilevante delle forze di lavoro.

Presentazione del rapporto
RapportoMontagneItalia.FotoMBussone

Lo riconosce l’on. Enrico Borghi, presidente della fondazione: “Scopriamo che il trend demografico comunque non è negativo perché ci sono decine di immigrati che vengono integrati per iniziativa delle amministrazioni e dei welfare di comunità locali. Oggi nelle aree montane e rurali c’è un’evidente capacità di integrazione. Su questo le montagne possono insegnare qualcosa al resto del territorio nazionale”.

È una delle immagini positive e inattese che emergono dal Rapporto Montagne Italia. Nuovo welfare, ma anche nuova economia e apertura al terziario e all’innovazione. Non senza la necessità di una maggiore coesione tra i Comuni, moltissimi con meno di mille abitanti, capaci insieme di superare la delicata fase di riorganizzazione istituzionale che ha prima visto l’evoluzione delle Comunità montane e poi una soppressione delle Province, entrambe erogatori di servizi e luoghi istituzionali capaci di mediare il dialogo delle aree montane e rurali con le zone metropolitane e urbane.

I deficit più forti rilevati dal Rapporto sono quelli relativi ai servizi, come emerso anche dalle interviste a oltre 400 Sindaci di 80 Province di venti Regioni, oltre che dalle interviste di esperti. “La montagna è accogliente, ma ha un deficit grave sull’accessibilità ai servizi – ha ribadito Ugo Baldini, architetto del Caire – Sulla banda larga ad esempio siamo in clamoroso ritardo. Ma oggi vediamo una montagna che si riproduce. In alcuni casi i dati sono molto rilevanti al nord. Il sud perde ancora molti giovani. E la popolazione diventa più anziana, al sud. Mentre al nord, grazie all’immigrazione, la popolazione diventa più giovane. Un’inversione di tendenza pesante”.

Sui temi economici è l’agricoltura a destare maggiore interesse. Vi è un dato incisivo: “Nel 1961, le aziende agricole coprivano il 93% del livello nazionale, con cura di pascoli, coltivi e boschi – ha sottolineato Baldini – Oggi quella percentuale è scesa al 56%. Un terzo dei territori italiani è senza cura. Pensiamo a cosa vuol dire questo sul piano turistico e sulla prevenzione del dissesto idrogeologico. Servono interventi e precise politiche attive che il Rapporto invita ad attivare”.

I Comuni Montani giocano (a sorpresa) la carta del terziario
di Gianni Trovati (dal Sole 24 Ore del 15 giugno 2015)

Il digital divide, inteso come scarsa presenza della banda lar­ga tra la popolazione, riguarda il 46,8% degli abitanti nei Comuni montani, contro il 35,6% che si registra nella media nazionale. Nemmeno in termini di infrastrutture “fisiche” il quadro mi­gliora molto: in nove Comuni montani su dieci il panorama delle scuole è incompleto, con il risultato che in più di un terzo dei Comuni montani quasi la metà degli studenti è costretta al pen­dolarismo scolastico.

Peccato, però, che in più della metà dei Comuni montani, soprattutto al Nord, la popolazione è cresciuta negli ultimi dieci anni, l’immi­grazione spinge questa dinami­ca al punto che in un Comune montano su tre più del 10% degli abitanti sono stranieri, e che quindi cresce la domanda di servizi materiali e digitali anche per sostenere un’economia che punta sempre più sul terziario.

RapportoMontagneItalia

Corrono lungo queste con­traddizioni le 328 pagine di anali­si e tabelle del nuovo Rapporto sulla montagna, che la Fonda­zione dell’Unione nazionale dei Comuni montani ha ultimato e presentato il 17 giugno 2015 alla Camera dei Deputati

Il gap infrastrutturale che caratterizza i 4.200 Comuni italia­ni classificati come montani, che amministrano il 58,2% del terri­torio nazionale e contano 14,3 milioni di abitanti (il 24% degli italiani), è un dato storico. Il pro­blema è legato al fatto che il gap rispetto al resto del territorio cresce, anche per una serie di scelte politiche ed economiche che rischiano di bloccare le possibilità di sviluppo di questi ter­ritori, sempre più legate al settore dei servizi.

Il lungo contenzioso con Po­ste, che prevede di dimezzare la corrispondenza in 4.721 piccoli Comuni considerati “periferi­ci” e che secondo il vicemini­stro Enrico Costa rischia di esporre l’Italia a una procedura di infrazione Ue, è solo l’ultima di una serie di “razionalizzazio­ni” che hanno visto la montagna come luogo da abbandonare più che da sviluppare. I “buchi” nel sistema scolastico, ricordati sopra, si sono allargati con la ri­forma avviata nel 2008 per ri­durre i costi tagliando il numero delle sedi.

Oggi il problema si allarga alle strade, la cui manutenzione è in corso di abbandono da parte del­le Province. A dirlo sono gli stes­si sindaci dei Comuni montani, interpellati dal Rapporto in un censimento ad ampio raggio delle loro opinioni su problemi e opportunità del territorio che amministrano. Alla voce «rifor­ma delle Province», il 75,5% dei sindaci dice di preoccuparsi del­le ricadute sulla viabilità e le reti di mobilità, mentre solo un sin­daco su tre lamenta un problema di riduzione della rappresentanza politica.

Anche in questo caso, i colpi portati da una riforma che rima­ne invischiata fra resistenze ter­ritoriali e difficoltà di applica­zione nazionali rischiano di af­fondare una situazione già com­promessa. Alla richiesta di dare un voto “scolastico” (da 1 a 10) al­la condizione di infrastrutture e servizi sul territorio, gli amministratori dei Comuni di monta­gna affibbiano in media un «4,8» ai collegamenti stradali, e un vo­to analogo («4,9») ai trasporti pubblici, in particolare su gom­ma. Proprio questi ultimi avreb­bero dovuto sostituire in molti Comuni i servizi ferroviari, che sono stati oggetto di una profon­da “razionalizzazione” negli ul­timi anni e infatti ottengono dai sindaci il voto peggiore, «3».

Sono questi, spiega il Rapporto, gli ostacoli allo sviluppo di un territorio che però rimane ricco di potenzialità legate sia alla dif­fusione dell’economia dei servi­zi (nel 40% dei sistemi locali il peso del terziario è superiore al 71,7% del valore aggiunto totale che rappresenta la media nazio­nale) sia alla tenuta dell’agricol­tura, che in montagna perde me­no superfici che in pianura.

«Questi numeri – riflette Enri­co Borghi, presidente della Fon­dazione Montagne Italia e presidente dell’Intergruppo parlamentare per lo sviluppo della montagna – evidenziano la funzione strate­gica di uno spazio che troppo spesso sfugge alla politica nazionale. La montagna è fatta anche di distretti produttivi che innovano e competono sul piano in­ternazionale, e hanno bisogno di servizi adeguati”.