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Lo scippo dell’Alta Via dei Monti Liguri

Lo scippo dell’Alta Via dei Monti Liguri

Tutto è cominciato con una malinconica e stringata notizia apparsa già a metà febbraio sul sito dell’Associazione Alta Via dei Monti Liguri: “Siamo spiacenti di comunicarvi che a partire dal 1 marzo 2016 cesseranno i servizi finora garantiti dall’Associazione Alta Via dei Monti Liguri per mancanza di finanziamenti da parte della Regione Liguria: distribuzione della cartografia, informazioni sul percorso e sulle strutture ricettive, aggiornamento del portale Alta Via, monitoraggio e manutenzione del percorso. Nella sezione Ospitalità–strutture ricettive viene sospeso il servizio di richiesta disponibilità a partire dal 25 febbraio p.v. Il portale con i suoi contenuti, le webcam e le immagini sarà visibile al pubblico fino al 4 aprile 2016, poi sarà disattivato. Grazie per averci seguito in tutti questi anni”.

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Il grido d’allarme, lanciato dal sito ufficiale, scatena in pochi giorni una bufera su facebook, tra meraviglia, curiosità e indignazione: “La Regione, per la prima volta, non ci ha dato nessuna risposta sui finanziamenti per il 2016” si lamenta l’Associazione. Non può essere che la manutenzione e valorizzazione del sentiero di collegamento tra Sarzana e Ventimiglia siano improvvisamente interrotte! Non appena la notizia si è diffusa, gli appassionati e non solo si sono chiesti quale sarebbe stato il futuro del percorso, che è uno dei più noti e apprezzati, e più in generale se tale scelta fosse quella più corretta in un’ottica di promozione delle risorse turistiche “non balneari” della Liguria.

L’Alta via, un percorso unico
442 chilometri di sentieri e mulattiere, percorribili tutto l’anno, che collegano le estremità della riviera ligure da Ventimiglia a Ceparana, dalla provincia di Imperia alla provincia della Spezia. Un viaggio tra costa ed entroterra, tra Alpi e Appennini, tra mare e cielo, lungo praterie erbose che scendono raramente sotto i mille metri di quota, in un ambiente aspro e dolce allo stesso tempo dove le strade carrabili, spesso, non sono mai arrivate.

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L’Alta Via dei Monti Liguri è un unicum anche perché si adatta a tanti tipi di turismo: per coloro che vogliono scoprire gli angoli più reconditi dell’entroterra ligure, per chi è in cerca d’avventura, per chi vuole passare un tranquillo weekend a contatto con la natura o per la famiglia in gita domenicale. Il segnavia – la bandierina bianco/rossa con la scritta “AV” al centro – individua e caratterizza il tracciato, disegnando una grande strada verde dove crinali soleggiati si alternano a boschi ombrosi e, talvolta, nebbie orografiche creano forme e atmosfere surreali, un percorso unico da cui, nelle giornate più gloriose, è possibile ammirare, nello stesso momento, la Corsica, il Monviso e il Massiccio del Monte Rosa.

L’Associazione AVML
L’Associazione Alta Via dei Monti Liguri nasce nel 1994, i suoi soci fondatori e attuali sono: CAI Regione Liguria, FIE (Federazione Italiana Escursionisti) e Unioncamere Liguria.
L’idea della costituzione dell’Associazione nasce dall’esigenza della Regione Liguria di creare uno strumento operativo alla legge regionale del 25 gennaio 1993, legge che si propone la promozione e la fruizione dei sentieri che percorrono l’Alta Via dei Monti Liguri.
Scopo dell’Associazione è la promozione, manutenzione e sviluppo del percorso Alta Via dei Monti Liguri.

Lo scippo
Ma ecco che il 1° marzo 2016 l’assessore allo Sviluppo dell’entroterra Stefano Mai risponde che i fondi ci sono e che la prossima settimana verrà presentata una delibera in giunta, con una dotazione di 100 mila euro, ma la gestione passerà al CAI Regione Liguria: «Il Club Alpino Italiano si occuperà di gestire l’attività di manutenzione e valorizzazione dei percorsi escursionistici che attraversano i parchi regionali delle Alpi Liguri e di tutte le località interessanti dal punto di vista naturalistico-ambientale. In passato non si è provveduto a una adeguata promozione, da oggi si passerà attraverso una nuova gestione e l’implementazione di un settore che fino a oggi non disponeva di adeguate risorse umane».

In effetti nel complesso bilancio della Regione Liguria c’è un capitolo (il 2513) dedicato proprio ai contributi per l’attuazione del programma regionale per l’Alta via dei Monti Liguri, contenuto all’interno dell’unità previsionale di base Investimenti nei parchi e nelle aree protette. Il soggetto attuatore era esplicitamente indicato: l’Associazione Alta via dei Monti Liguri.

Invece, secondo la delibera, da ora sarà il CAI a farlo. E Mai aggiunge: “Contiamo di recuperare anche nuovi fondi europei per puntare in modo deciso alla valorizzazione del territorio”.

Il giorno dopo 2 marzo è proprio il presidente dell’Associazione Alta Via dei Monti Liguri, Franco Zunino, a intervenire: “Dunque i fondi (almeno parte di quelli necessari) ci sono e il nuovo gestore anche. Ma difficilmente questo sarà sufficiente a portare avanti il lavoro così come si è fatto negli ultimi vent’anni”.

Zunino, tra l’altro ex assessore regionale, non raccoglie la provocazione di Mai che puntava il dito sull’operato ventennale dell’Associazione, bensì spiega con un certo scetticismo: “La nostra associazione è composta dal CAI Regione Liguria, dalla FIE e da Unioncamere e dal 1993 si occupa di gestire l’Alta Via. Una legge regionale di quell’anno (la numero 5 del 1993, appunto) stabilisce che è compito unicamente nostro occuparci della valorizzazione e della cura del percorso, che tenendo conto anche dei sentieri secondari ha un’estensione di circa mille chilometri. Dal 1993 la Regione ha stanziato alla nostra associazione circa 200 mila euro l’anno di finanziamenti per coprire le spese necessarie a svolgere questi compiti. Da cinque anni a questa parte la cifra si è praticamente dimezzata”.

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E continua: “Nonostante questo taglio, noi siamo comunque riusciti a portare avanti la nostra attività con successo. Dei fondi a nostra disposizione, circa 60 mila euro venivano utilizzati per la pulizia del sentieri, al sistemazione delle bacheche informative e la manutenzione dei pittogrammi con cui gli escursionisti si orientavano lungo il percorso. Altri 25 mila euro, invece, permettevano di coprire le spese per due dipendenti part-time che si occupavano rispettivamente di monitorare in loco lo stato dei sentieri e di mandare avanti l’ufficio di segreteria ospitato all’interno dei locali messi a disposizione dalla camera di commercio di Genova in via Garibaldi, di gestire il sito e la pagina Facebook e il sistema di prenotazione nelle strutture ricettive lungo l’Alta Via.

Ora, senza i fondi regionali, queste attività si sono del tutto interrotte. Da ieri le nostre due dipendenti sono a casa e l’attività di segreteria si è praticamente interrotta. Non possiamo più rispondere alle mail o agli Sms che riceviamo, abbiamo disdetto il servizio di webcam presenti sull’itinerario e dal 4 aprile disattiveremo il sito. Tanti continuano a scriverci chiedendo informazioni, ma io da solo non sono in grado di fare tutto il lavoro. Io e gli altri membri dell’associazione, infatti, abbiamo sempre prestato la nostra opera a livello di volontariato e senza percepire emolumenti di alcun genere”.

Franco Zunino
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Poi Zunino avverte: “I 100 mila euro stanziati per il CAI di cui parla l’assessore Mai non andranno a finanziare esclusivamente la gestione dell’Alta Via, ma quella di tutti i sentieri della nostra regione che sono affidati al CAI. La loro estensione è di 4 mila chilometri, quindi ben quattro volte superiore alla lunghezza della sola Alta Via. E’ evidente che la cifra non sarà sufficiente.
Anche il CAI è un’associazione che si fonda sul volontariato. In questo ambito è senza dubbio la realtà più importante, ma nonostante questo difficilmente potrà portare avanti l’attività di manutenzione e di segreteria che la nostra Associazione ha portato avanti in tutti questi anni.
Come non bastasse, la legge regionale numero 5 del 1993 stabilisce che la manutenzione del sentiero spetta esclusivamente alla nostra Associazione. Facciamo tutti gli scongiuri del caso, ma in caso di disgrazia sarebbe la nostra associazione a rispondere di eventuali questioni legali. Tra l’altro a causa della mancanza di fondi abbiamo anche dovuto disdire l’assicurazione che ci tutelava, quindi in questo momento siamo del tutto scoperti”.

E Zunino non ha certo torto quando sottolinea che “l’affidamento diretto al CAI senza un bando pubblico potrebbe portare qualche realtà simile a presentare ricorso e a chiedere che la gestione dell’Alta Via sia affidata tramite una gara a cui possano partecipare anche gruppi diversi. Perché l’affidamento al CAI Regione Liguria sia legittimo, quindi, occorre modificare la legge regionale”.

Infine Zunino conclude: “La cura dell’Alta Via può essere anche affidata ad un altro gestore, ma l’importante è che non si creino vuoti (così come sta avvenendo ora). Per questo chiediamo alla Regione di poterci sedere intorno a un tavolo e di decidere tutti insieme il modo migliore per raggiungere questo obiettivo. A luglio avevo chiesto un incontro all’assessore regionale Giacomo Giampedrone, ma finora nessuno ci ha ricevuto. A novembre Stefano Mai ci aveva detto che ci saremmo incontrati a dicembre, ma anche questo non è avvenuto. Noi vogliamo salvaguardare l’Alta Via dei Monti Liguri, che rappresenta un tesoro e una risorsa unica per la nostra regione”.

I veri risvolti
Poche ore più tardi però si cominciano a vedere i veri risvolti di questa operazione.

La comunicazione e la promozione del sentiero Alta Via dei Monti Liguria sarà curata da Agenzia In Liguria – afferma Carlo Fidanza neo commissario straordinario dell’Ente di promozione turistica – siamo nelle fasi conclusive dello sviluppo di un nuovo sito dedicato alla vacanza attiva in Liguria. Tutti i dati, testi, foto e tracce GPS delle 43 tappe dell’Alta Via sono stati salvati e saranno inseriti nel nuovo portale dedicato agli itinerari di mountain bike e trekking”.

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L’Agenzia In Liguria, di concerto con il settore Turismo della Regione Liguria, sta lavorando al progetto da un anno ormai per promuovere il turismo sportivo all’aria aperta nell’ambito di finanziamenti dei progetti di eccellenza. Il nuovo sito sarà promosso sui mercati internazionali nelle prossime settimane per potenziare l’offerta turistica ligure e lanciare il forte il messaggio nei mesi primaverili per destagionalizzare i flussi.Londra, Parigi, Amsterdam, Monaco di Baviera, Stoccolma e Copenaghen saranno le sedi delle presentazioni alla stampa e ai tour operator internazionali del nuovo sito Be Active, on line dal 23 marzo. Soprattutto i mercati nord-europei sono molto sensibili alle proposte di vacanza sportiva nella natura in qualsiasi periodo dell’anno e non solamente in estate. Il progetto aiuterà a spingere un turismo green e sostenibile, parole chiave delle azioni di promozione dell’Agenzia In Liguria per il prossimo triennio.

L’Agenzia In Liguria fa anche notare che Alta Via Stage Race, gara di mountain bike, e la nuova Epic Trail, competizione di trail running (gestite da associazioni locali), sono gli esempi evidenti delle potenzialità del percorso.

Dobbiamo proseguire nel solco di questa strategia che porta turisti e appassionati a vivere la natura in modo attivo e sano, creando indotto nell’entroterra ligure”, sottolinea Fidanza.

Senza ancora nulla sapere al riguardo dell’Agenzia In Liguria, pochi minuti dopo www.savonanews.it/ parla apertamente di “colpo basso”: “La politica serpeggia tra i monti liguri, che di tutto hanno bisogno fuorché della parzialità. Un conto è lo spoils system (una pratica giusta anche per evitare incollature alle poltrone), altra faccenda invece è sottrarre finanziamenti a un’associazione per rimpiazzarla in base alla “prossimità” di bandiera. La giunta regionale di Giovanni Toti ha interrotto le palanche all’Associazione Alta Via dei Monti Liguri, sostituendone le funzioni con il CAI.

Edoardo Rixi
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L’associazione AVML, dall’attività ultradecennale, è presieduta da Franco Zunino (Rifondazione, ex assessore all’ambiente con Burlando), mentre Edoardo Rixi, attuale assessore allo sviluppo economico e climber in forma (oltre che istruttore alpinista), è un rappresentante del CAI. La logica la capiscono anche i più sprovveduti frequentatori di Facebook.
Alla fine per la Regione l’esborso sarà sempre lo stesso: circa 100 mila euro. L’impegno richiesto è sempre uguale: cura della rete escursionistica, manutenzione del territorio, protezione dei parchi e delle aree di interesse naturalistico.
Un atto opinabile da parte dell’esecutivo regionale, perorato dall’assessore all’entroterra Stefano Mai (collega di Carroccio di Rixi). Ci si può discutere sopra. Ma, se dettato da valide ragioni di opportunità (che non sono state divulgate), assolutamente legittimo e nelle facoltà della giunta. Bisognerà capire se il Club Alpino Italiano, con la sua storia ed esperienza gloriosa, ottimo nell’organizzare passeggiate e scarpinate, sarà anche in grado di svolgere il compito cruciale: quello della promozione dell’Alta Via”.

E sui social s’incrociano le ipotesi:
Che sia un favore della giunta a Rixi?”;
Ma guarda, il CAI di Rixi sostituisce un’associazione il cui presidente è l’ex assessore regionale all’ambiente Franco Zunino, di Rifondazione Comunista”.

Sempre nella stessa giornata, il 2 marzo 2016, Andrea Melis, portavoce del MoVimento 5 Stelle, deposita un’interrogazione. Riassumendola, Melis dice:
“La scelta di Mai è poco opportuna, vista anche la posizione del suo collega di partito e di Giunta, Edoardo Rixi, che del Club Alpino Italiano è socio storico e aiuto-istruttore”;
”Quali, e quanto importanti, ragioni hanno spinto Mai a silurare un’associazione, prevista per legge, e che sin qui non aveva dato prova di inefficienza, né di cattiva gestione o sperpero di denaro pubblico. Se l’assessore è a conoscenza di prove che testimoniano il contrario, lo dica pubblicamente e oggettivamente”;
“Di sicuro resta un problema di metodo, perché nulla abbiamo avverso al CAI che anzi rappresenta un tassello fondamentale nella salvaguardia e fruizione delle zone montane. Se però la Giunta ha davvero intenzione di procedere con questo avvicendamento, come appare chiaro da tutte le dichiarazioni, non se la può cavare con una semplice delibera, che come MoVimento 5 Stelle siamo pronti a impugnare, ma dovrà necessariamente procedere a una modifica della legge 5 del gennaio 1993, che prevede espressamente l’affidamento della tutela dell’Alta Via all’associazione omonima”.

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Il presidente del CAI Regione Liguria Gianni Carravieri prova a fare chiarezza. Dopo aver riconosciuto che l’Associazione Alta Via Monti Liguri (AVML) è una piccola ma efficiente realtà finanziata fino a ieri dalla Regione Liguria, Carravieri precisa che attualmente nell’associazione vi sono un presidente di nomina regionale, cinque consiglieri (di cui due CAI), un tesoriere (CAI), un revisore (CAI), due dipendenti part time. “Da circa due anni l’AVML non godeva più, nonostante l’impegno costante nella promozione, gestione e manutenzione di circa 800 km di sentieri di cresta e di collegamento, dei pieni consensi della giunta regionale – continua Carravieri – fino ad arrivare al mancato rinnovo dei finanziamenti.
Da più di un anno tra Regione e CAI era allo studio una bozza di convenzione CAI / Regione Liguria che prevedeva per il CAI Liguria (affiancato dalla FIE Regionale) un servizio consulenza alla Regione su tutta la sentieristica regionale (la cosiddetta REL, Rete escursionistica ligure, 3500 km di sentieri della carta inventario inclusi i sentieri dell’AVML, quelli dei Parchi, dei Comuni e delle Province). Ora questa convenzione, già pensata insieme alla precedente Giunta, sembra essere arrivata alla fase finale di approvazione, ma questo evento non si è ancora verificato. E’ stato facile per alcune testate giornalistiche collegare i due fatti sopra menzionati. In effetti il CAI non intende sostituirsi tout court all’Associazione AVML (di cui tra l’altro fa parte)…
Nella ristrutturazione in atto della sentieristica regionale la Regione Liguria può sicuramente contare sull’apporto e la consulenza del CAI affiancato dalla FIE (che opera da tempo in due province liguri), ma deve preliminarmente costituire al suo interno una unità strutturata con esperti di sentieri, di cartografia, di promotion, di amministrazione con i quali CAI e FIE sono pronti a collaborare…”.

Considerazioni
Secondo il nostro punto di vista, tutta l’autoritaria operazione trova ragion d’essere nell’affidamento all’Agenzia In Liguria (l’unità strutturata di cui parla Carravieri) della promozione dell’Alta Via. Questo è il vero motivo per cui si è praticamente licenziata l’Associazione e per cui ci si servirà dell’utile paravento di CAI e FIE.

Ennesimo episodio di come il volontariato sia sostituito dal (solo in apparenza) più efficiente marketing; di come i veri valori su cui si fonda la cultura della montagna e della sua conoscenza possano essere stravolti da chi li tratterà come prodotto. Il vero scippo non è quello che il CAI ha fatto o non ha fatto ai danni dell’Associazione, bensì la sostituzione della mentalità “aziendale” al volontariato iniziale. Per convincersene, basta visitare il sito di In Liguria.
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Illegittimità dell’Intesa del Parco nazionale dello Stelvio

Carlo Alberto Graziani (Roma, 29 marzo 1943) è stato eletto alle elezioni europee del 1984 nelle liste del PCI. È stato membro della Commissione per la protezione dell’ambiente, la sanità pubblica e la tutela dei consumatori, della Commissione per le petizioni, della Delegazione per le relazioni con Svezia, Finlandia, Islanda e il Consiglio nordico, della Delegazione per le relazioni con i paesi dell’Asia del Sud. Civilista, allievo di Michele Giorgianni, è stato ordinario di Istituzioni di Diritto Privato presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Siena fino al 2013.

Su questo Blog (4 maggio 2015) abbiamo già trattato l’argomento della recentissima Intesa del Parco Nazionale dello Stelvio; ora, in questo saggio, Graziani prende posizione, analizzandone i contenuti e la forma. Per maggiori dettagli si rimanda alla versione integrale del documento pdf.

Carlo Alberto Graziani
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Profili di illegittimità dell’Intesa concernente il Parco nazionale dello Stelvio
di Carlo Alberto Graziani

L’Intesa concernente il Parco nazionale dello Stelvio tra il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (di seguito Ministero dell’Ambiente), la Regione Lombardia e le Province autonome di Trento e Bolzano, è stata sottoscritta in Roma l’11 febbraio 2015. La stessa è stata approvata all’unanimità dalla Commissione dei Dodici il 25 marzo successivo.

L’Intesa prevede che l’attuale Consorzio del Parco sia soppresso. Stabilisce inoltre l’istituzione di un apposito Comitato di coordinamento e di indirizzo che assicuri “la configurazione unitaria del Parco”, esercitando le funzioni di “raccordo istituzionale” tra le Province, la Regione, il Ministero dell’Ambiente e i Comuni in collegamento con le associazioni di protezione ambientale e con l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e per la Ricerca Ambientale). Suoi compiti sono la definizione delle linee guida per il piano e il regolamento del Parco e la formulazione di proposte comuni per la ricerca scientifica, la conservazione, l’educazione, la didattica, le pubblicazioni, il potenziamento delle iniziative con la rete internazionale dei parchi e la promozione del turismo sostenibile.

La gestione del Parco Nazionale dello Stelvio è trasferita alle Province autonome di Trento e di Bolzano e alla Regione Lombardia ed è da queste esercitata per le parti di rispettiva competenza territoriale, anche per il tramite di appositi enti.

Il piano e il regolamento del Parco sono predisposti e approvati da ciascuna Provincia autonoma e dalla Regione Lombardia in conformità alle linee guida e agli indirizzi del Comitato di coordinamento e di indirizzo, previo parere vincolante del Ministero dell’Ambiente. Questo vale anche per le proposte di modifica della perimetrazione del Parco.

Gli oneri finanziari relativi alla gestione, compresi quelli per il funzionamento del Comitato di coordinamento e di indirizzo, sono assunti in capo alle Province autonome, anche con riferimento al territorio della Regione Lombardia o in alternativa sono assunti dalla provincia di Trento.

I dipendenti del Consorzio saranno inquadrati nei ruoli delle Province autonome e della Regione Lombardia; così pure le attrezzature e i beni strumentali verranno allo stesso modo riattribuiti.

La sorveglianza è esercitata per la parte lombarda dal Corpo forestale dello Stato, e per la parte delle Province dai rispettivi Corpi forestali.

L’Intesa dovrà essere recepita nell’ordinamento delle Province mediante le norme di attuazione dello Statuto per il Trentino-Alto Adige (art. 3, dpr 279/1974) e nell’ordinamento della Regione mediante apposita legge regionale (artt. 1, comma 2) e produrrà effetti dal momento dell’entrata in vigore dell’ultimo atto di recepimento (art. 9).

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La natura nazionale del Parco dello Stelvio
L’Intesa non prevede la soppressione del Parco nazionale – solo una legge statale potrebbe farlo – ma anzi ne conferma espressamente la natura nazionale: in altri termini a seguito dell’approvazione dell’Intesa il Parco continua a essere unitario e nazionale, anche se le funzioni di gestione e di tutela vengono attribuite alle Province e alla Regione.

Proprio perché non viene soppresso, il Parco nazionale persiste come persona giuridicamente rilevante, soggetto cioè dotato di capacità giuridica, quindi deve potersi avvalere di organi adeguati per esercitare sia i poteri che ancora gli spettano sia i nuovi poteri (di indirizzo e coordinamento, di controllo, di sostituzione) che gli derivano proprio dal fatto che le funzioni di gestione e di tutela sono state trasferite alle Province e alla Regione.

Per la legge quadro sulle aree protette (legge 394/1991), che continua a rappresentare il riferimento fondamentale, è d’obbligo che il Ministero venga messo concretamente in condizione di vigilare e di controllare (attraverso l’invio degli atti, le ispezioni, ecc.) se e come il Parco, in tutto il suo territorio, venga gestito e tutelato e in particolare se la gestione si svolga in armonia con la normativa statale ed europea.

Profili di illegittimità dell’Intesa: il Comitato di coordinamento e di indirizzo
La persistenza della natura nazionale del Parco dello Stelvio dunque pone un grave problema: come il Parco può assumersi certe responsabilità, come in altri termini può operare come parco nazionale?

Il problema investe il Comitato di coordinamento e di indirizzo che, per come è stato previsto, non appare dotato di soggettività e non sembra neppure che possa essere considerato organo del Parco-persona giuridica: è semplicemente un organo di “raccordo istituzionale”. E i comitati di “raccordo istituzionale” non sono in grado di svolgere attività che producano effetti giuridici direttamente nei confronti dei terzi.

La natura di quest’organo costituisce la principale e più grave stortura perché priva il Parco-persona del potere di operare giuridicamente e perciò della possibilità di svolgere il ruolo di parco nazionale che gli compete. In altri termini l’Intesa contiene al suo interno questa contraddizione: da un lato conferma la persistenza del Parco-persona, dall’altro gli impedisce qualsiasi operatività.

E’ una contraddizione che inficia gravemente l’impianto generale e renderebbe evidente l’irragionevolezza del decreto legislativo qualora venisse approvato, con l’inevitabile conseguenza della sua illegittimità costituzionale. Come infatti la Corte costituzionale ha più volte affermato, l’intrinseca irragionevolezza rende illegittimo un atto legislativo.

Vi sono poi altri aspetti che contribuiscono ulteriormente a minare la legittimità del Comitato. Innanzi tutto lo squilibrio della composizione con la netta prevalenza dei rappresentanti locali. Poi, con riferimento ai compiti attribuiti al Comitato, il regolamento contiene una grave lacuna che riguarda il Comitato è di coordinamento e di indirizzo: i compiti previsti dal regolamento sono soltanto di indirizzo. La mancanza di un coordinamento in una situazione così complessa va segnalata perché è di particolare gravità. Come sarà possibile, ad esempio, coordinare gli interventi in caso di un finanziamento attribuito al Parco nazionale? E soprattutto come sarà possibile, nella prospettiva che si sta annunciando dell’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato nell’Arma dei Carabinieri, coordinare la sorveglianza in assenza di un’unica direzione?

Infine non è previsto alcun criterio per l’assegnazione delle risorse finanziarie per i compiti che il Comitato deve svolgere, che perciò è rimessa alla più lata discrezionalità delle Province: non si comprende pertanto come il Comitato possa svolgere il suo ruolo, sia pure solo di indirizzo, in materie complesse e di così alta specializzazione senza risorse certe, senza personale, senza esperti di cui potersi avvalere, con riunioni che, in mancanza di compensi di alcun genere che vengono espressamente esclusi, si svolgeranno solo ogni due mesi, come è prescritto, e per di più prevalentemente in videoconferenza.

In conclusione appare evidente l’illegittimità dell’Intesa perché priva il Parco nazionale dello Stelvio, che è istituzione dotata di soggettività giuridica, di esprimere tale soggettività e gli impedisce perciò di operare in quanto soggetto unitario titolare di poteri e di doveri.

Assieme ad altri profili di illegittimità, sui quali in questa versione breve sorvolo, vi è infine il problema del finanziamento pubblico del Parco che, secondo l’Intesa, è a carico delle sole Province autonome. Questa previsione pone un duplice problema: un problema politico – se si vuole di stile – perché appare come il frutto di trattative non ben definite; ma anche un complesso problema di legittimità perché per un verso pone il territorio lombardo del Parco in soggezione nei confronti delle Province finanziatrici, ma soprattutto manifesta, con il pretesto del risparmio della spesa pubblica, una rinunzia dello Stato a interessarsi di un Parco nazionale (uno dei più importanti parchi nazionali italiani) e nello stesso tempo un’evidente disparità nei confronti degli altri parchi nazionali che godono del finanziamento statale che è anche garanzia di imparzialità.

I versanti settentrionali del Gran Zebrù e dell’Ortles, Parco nazionale dello Stelvio
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Conclusione
L’irragionevolezza del decreto legislativo in corso di emanazione, al pari di qualsiasi atto legislativo, si traduce in illegittimità costituzionale.

Da un decreto legislativo siffatto il Parco nazionale dello Stelvio uscirebbe profondamente ridimensionato proprio perché la qualifica formale di parco nazionale non corrisponderebbe più alla sostanza.

Inoltre l’Italia sarebbe esposta a gravi responsabilità di diritto internazionale in quanto l’assetto organizzativo prefigurato nell’Intesa rischierebbe di precludere l’effettivo rispetto degli obblighi che discendono da numerose convenzioni internazionali e comunque impedirebbe al Parco di agire unitariamente nei rapporti internazionali volti alla cooperazione in materia di protezione ambientale.

In caso di emanazione del decreto legislativo la sua illegittimità costituzionale potrà – e dovrà – essere fatta valere dal giudice chiamato a decidere su una controversia che riguardi un aspetto dell’Intesa.

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Le tariffe del Soccorso Alpino in Lombardia

Il 20 novembre 2015 è stato approvato in Regione Lombardia il DGR n. X/4340 (successivamente pubblicato nel BURL il 25 novembre 2015): si tratta del Piano Tariffario in applicazione della legge regionale 17 marzo 2015 n. 5, Disposizioni in materia di interventi di soccorso alpino e speleologico in zone impervie, recupero e salvataggio di persone infortunate o in situazioni di emergenza.

Chi vuole visionare il documento in versione integrale lo trova qui.

Saltando i richiami, le prese d’atto e le acquisizioni di parere favorevole, noi ci limitiamo a riportare il contenuto dell’Allegato A, intitolato: Piano Tafiffario in applicazione della legge regionale 17 marzo 2015 n. 5, Disposizioni in materia di interventi di soccorso alpino e speleologico in zone impervie, recupero e salvataggio di persone infortunate o in situazioni di emergenza.

“Di seguito si riporta la definizione delle quote di compartecipazione alla spesa a carico dell’utente trasportato per interventi di soccorso e di elisoccorso in ambiente impervio o ostile, comprensivi di recupero e trasporto, nei casi in cui non sussista la necessità di accertamento diagnostico o di prestazioni sanitarie presso un Pronto Soccorso.

Quota di compartecipazione alla spesa
La quota di compartecipazione alla spesa, tenuto conto della normativa regionale, è così definita:

– Mezzo di soccorso di Base (ambulanza di tipo A con soccorritori certificati di cui un autista) Euro 56,00

– Mezzo di soccorso Intermedio (infermiere e autista/soccorritori certificati) Euro 70,00

– Mezzo di Soccorso Avanzato (ambulanza di tipo A con autista/soccorritore certificato, medico e infermiere Euro 115,00

– Squadra a terra del CNSAS Euro 95,00

– Elisoccorso (equipaggio di volo, medico, infermiere e tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino) Euro 1.500,00

TariffeSoccorsoAlpinoLombardia-AREU


Ulteriori indicazioni:
1) Quota massima esigibile Euro 780,00 per evento.

2) La quota oraria di compartecipazione a carico dell’utente viene parametrata ai minuti di effettivo impegno della risorsa così come rendicontato dalla Sala Operativa Regionale Emergenza Urgenza (SOREU) che gestisce l’evento.

3) Riduzione del 30% a favore dei residenti in Lombardia (sui singoli costi orari e sulla quota massima esigibile).

4) Incremento del 30% in caso di comportamento imprudente (sui singoli costi orari e sulla quota massima esigibile).

Note:

  • La compartecipazione alla spesa è esigibile quando la richiesta di soccorso proviene dall’utente o è riconducibile allo stesso.
  • La verifica della sussistenza delle condizioni che prevedono la partecipazione alla spesa da parte della persona soccorsa spettano alla competente Sala Operativa Regionale Emergenza Urgenza in coordinamento, se intervenuto, con il medico dell’equipe di soccorso sanitario.
  • La definizione di comportamento imprudente è a carico del CNSAS e viene effettuata secondo parametri definiti da CNSAS e comunicati ad AREU.
  • Nei casi in cui l’intervento venga effettuato dal solo personale CNSAS (senza coinvolgimento di personale sanitario) nulla è dovuto allo stesso in quanto tale attività è già finanziata dalla Regione Lombardia tramite apposita convenzione tra AREU e CNSAS.
  • La quota è relativa al singolo trasporto e non al numero delle persone trasportate.
  • Il calcolo dei tempi che determinano la quota esigibile parte dal momento dell’attivazione della risorsa da impiegare.
  • Nel caso in cui il costo imputabile risultasse complessivamente inferiore ai Euro 50 non si procederà all’addebito dell’importo.
  • La gestione amministrativa della pratica (fatturazione, incasso, …) è in carico alla Azienda Ospedaliera sede della SOREU che ha gestito l’evento.
  • Gli introiti derivanti dall’applicazione della norma sono a beneficio della Regione.
  • In caso di compartecipazione alla spesa da parte dell’utente di altra regione l’importo per la compensazione della mobilità addebitato alla Azienda Sanitaria/Regione di residenza viene ridotto di una cifra pari all’importo versato dall’utente”.
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La tabella dei conti del CNSAS

La tabella dei conti del CNSAS
di Riccardo Innocenti assieme ad Alessandro Gogna

Leggiamo nella sezione Pubblicazioni, sottosezione Trasparenza e Bilanci del sito del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) una lettera del presidente Pier Giorgio Baldracco con la quale si dà notizia della pubblicazione del bilancio 2014. Un lettera che pare rispondere all’onda dello scontento che attraversa buona parte del mondo del soccorso alpino volontario. Si tratta per ora di brusii e bisbigli che seguono alcune pubbliche prese di posizione (ma anche qualche indagine in corso dell’autorità giudiziaria) riguardanti non certo la qualità tecnica della macchina organizzativa, o tanto meno l’efficienza e i risultati, bensì alcuni episodi di gestione “personalistica”, in taluni casi anche “autoritaria”.

Il nostro blog non è certo estraneo a questo fermento. Vedansi:
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/17/il-soccorso-alpino-ha-unaltra-faccia/ (17.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/19/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/ (19 marzo 2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/26/la-banale-irrequietezza-di-un-inattuale-purismo/  (26.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/  (27.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/06/09/la-delusione-di-luca-gardelli/  (9.06.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/06/19/risposta-a-luca-gardelli/  (19.06.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/10/29/quale-volontariato-per-il-cai-di-domani/  (29.10.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/11/30/diventare-tecnico-di-elisoccorso/  (30.11.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/12/14/le-grane-del-soccorso-alpino-lombardo/  (14.12.2015)

Leggiamo ora attentamente la comunicazione del presidente del CNSAS che trovate in originale a questo link:
http://www.cnsas.it-content/uploads/2015/11/BIL_CEE_2014.pdf

 

Premessa al bilancio consuntivo 2014 del CNSAS
di Pier Giorgio Baldracco
Con questo primo passo (il neretto è nostro, NdR), il CNSAS Nazionale, allo scopo di garantire la massima trasparenza amministrativa e gestionale interna, ancorché secondo prassi consolidata questo da sempre avvenga, ha deciso di dare pubblicazione del proprio bilancio consuntivo direttamente sul sito pubblico e in ottemperanza alla 4°direttiva CEE.

Ricordando in premessa che già allo stesso viene data ampia pubblicità, non fosse per il fatto che viene formalmente approvato dall’Assemblea Nazionale attualmente composta dai rappresentanti delle 20 regioni Italiane dei rispettivi Servizi Regionali/Provinciali e da 4 rappresentanti del Club Alpino Italiano, rammentiamo, anche, che nessun obbligo di legge corre rispetto al fatto di darne pubblica evidenza.

TabellaCostiCNSAS-bar


Abbiamo deciso di effettuare tale iniziativa per il fatto di aver recentemente assunto la personalità giuridica, per singole richieste pervenute da parte di alcuni nostri soci ed, indubbiamente, anche per le indirette pressioni che talvolta qua e là si scorgono nell’etere. Infine, ma è stato il nostro volere primario, lo abbiamo fatto ritenendo che un’Associazione che riceve finanziamenti pubblici detenga un dovere certamente maggiore di altri soggetti di dare contezza di dove queste risorse vengano impegnate e con quale efficacia rispetto alla delicata mission istituzionale che dobbiamo saper correttamente interpretare nel primario interesse dell’utente.

Se questo è il Bilancio come CNSAS Nazionale, corre l’obbligo anche ricordare, che come Direzione del CNSAS abbiamo provveduto a fare una precisa ricognizione rispetto alle risorse ordinarie a vario titolo trasferite da Enti ed Amministrazioni Pubbliche ai vari livelli regionali del CNSAS.

Ebbene la cifra mediata sullo storico dei bilanci/rendicontazioni ha generato un valore pari a 14,9 milioni di euro (comprensivi degli stanziamenti statali 2014 per il CNSAS Nazionale) su base annuale. Molto lontana, dunque, dai 43 milioni vagheggiati nell’etere in un’occasione o dai 22 in un’altra circostanza, sempre nell’etere. Ancora più lontani dai 300/350 milioni di euro comparsi addirittura su qualche blog di sfaccendati Archimede incapaci, parimenti, di accertare il proprio costo rapportandolo magari ad altri modelli organizzativi europei.

Cifre del tutto ed evidentemente provocatorie come è diversamente emerso invece, dalle cifre certificate, quindi reali che sopra abbiamo riportato con attenzione.

Ben vengano, dunque, questi input poiché ci danno, da una parte, la concreta opportunità per dimostrare quanto realmente costiamo rispetto alla pluralità dei servizi resi, dall’altra di verificare e paragonare quanto costano altri servizi (diversi dal CNSAS), davvero lontani da costi standard accettabili in un paese che ama troppo spesso definirsi normale.

Passiamo ora a offrire un altro strumento di analisi che non può che legarsi a quanto sopra riferito.

Cucciolo di Bloodhound
TabellaCostiCNSAS-cucciolo2

Facciamo allora solo due conti, affermando che se tutte le Stazioni del CNSAS in Italia dovessero essere forniti di tutti gli automezzi necessari per non impiegare il più delle volte quelli dei volontari…, se a tutto il personale CNSAS dovessero essere forniti tutti dispostivi di protezione individuale e l’attrezzatura diversa necessaria all’attività ed il più delle volte acquistata dai singoli volontari… e ristorate tutte le spese vive direttamente sostenute dagli stessi (soprattutto nelle regioni meno istituzionalizzate) per attività di soccorso e per le varie attività formative, si perverrebbe ad una cifra stimata per larghissimo difetto di oltre 12,5 milioni di euro per il solo CNSAS Nazionale Mi pare ancora più chiaro ora… quanto “non” costi il CNSAS.

Ecco questi sono i numeri e questi sarebbero i cosi detti costi standard del CNSAS Nazionale: era ora di dirlo senza alcun tentennamento… Se passiamo, invece, a verificare altri numeri che pochi ricordano, cioè l’apporto del CNSAS offerto all’utenza per compiti e doveri di legge e per le proprie finalità d’istituto, possiamo rappresentare come la nostra organizzazione abbia offerto al nostro territorio, alle sue comunità ed all’utenza turistica un valore di n. 31.527 interventi di soccorso per n. 33.343 persone soccorse e con l’impiego di n. 149.414 volontari impiegati (dati 2008/12). Più vicini a noi, nell’ultimo biennio sono sati effettuati n. 14.251 interventi di soccorso per n. 13.874 persone soccorse con l’impego di n. 46.831 volontari.

Valori questi che crediamo diano la cifra di cosa sia e faccia il CNSAS e di cosa siano e facciano quei Volontari. Certo …anche di quanto costano.

 

Il documento prosegue con l’esposizione del Bilancio al 31 dicembre 2014 (Documento 1).

Considerazioni sulla premessa
Il Presidente ricorda che al bilancio consuntivo viene data “ampia pubblicità” ma non ci fornisce alcun esempio di questa. Anzi, la motiva sostenendo apertamente che la “pubblicità” è data dall’approvazione formale in ambito di Assemblea Nazionale. Ma da chi è composta l’Assemblea Nazionale? Dai rappresentanti delle 20 regioni italiane dei rispettivi Servizi Regionali/Provinciali e da 4 rappresentanti del Club Alpino Italiano!

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A nostro avviso il fatto che l’Assemblea Nazionale approvi il bilancio annuale è un’autocertificazione. Essendo poi il CNSAS una sezione del CAI, il fatto che siano presenti quattro rappresentanti del CAI (nominati con mandato triennale dal Comitato Centrale di Indirizzo e di Controllo del CAI) non aggiunge nulla alla credibilità e non collabora per nulla alla gestione corretta.

Sempre nell’ottica di un dignitoso controllo della contabilità del CNSAS, andiamo a vedere chi predispone i bilanci annuali preventivi e consuntivi. Lo Statuto recita che la predisposizione del Bilancio preventivo e consuntivo, nonché il controllo delle spese previste dal bilancio, spetti al Consiglio Nazionale del CNSAS.

Detto Consiglio Nazionale “è costituito dal Presidente nazionale, da due Vice presidenti nazionali e da sei Consiglieri, nominati dall’Assemblea Nazionale, di cui tre al proprio interno, uno su proposta del Coordinamento speleologico e due eletti su una lista di almeno cinque soci proposti dal Presidente Nazionale, secondo quanto definito dal Regolamento generale del CNSAS”.

Di fronte a una tale composizione del Consiglio dobbiamo concludere che, nell’ambito del CNSAS, l’autoreferenziazione delle doppie cariche è davvero la regola.

Cane da macerie a Onna (AQ). Foto: ANSA/SCHIAZZA/DRN
200904006 - ONNA - L'AQUILA - DIS - TERREMOTO: L'AQUILA; AD ONNA ALMENO 24 VITTIME. Soccorritori al lavoro con i cani specializzati nella ricerca di persone sotto le macerie, questo pomeriggio a Onna (L'Aquila). Ventiquattro bare di legno allineate in un campo: questa l'immagine che si e' presentata a quanti si sono avvicinati questo pomeriggio ad Onna, piccolo centro in provincia dell'Aquila dove secondo i sopravvissuti nelle vie principali non esiste piu' un edificio in piedi. Sotto le macerie si cercano numerosi altri dispersi. ANSA/SCHIAZZA/DRN
L’ultima parte della premessa è dedicata a quanto “non costi” il CNSAS. Baldracco fa un conto tutto suo. Dice: “Se a tutto il personale CNSAS dovessero essere forniti tutti dispostivi di protezione individuale e l’attrezzatura diversa necessaria all’attività ed il più delle volte acquistata dai singoli volontari… e ristorate tutte le spese vive direttamente sostenute dagli stessi (soprattutto nelle regioni meno istituzionalizzate) per attività di soccorso e per le varie attività formative, si perverrebbe ad una cifra stimata per larghissimo difetto di oltre 12,5 milioni di euro per il solo CNSAS Nazionale”.

Ammessa e non concessa la veridicità e la coerenza di quest’affermazione, allora noi ci permettiamo scherzosamente (ma non troppo) di andare oltre nell’assurdo e aggiungiamo: visto che, secondo lo stesso Baldracco, il bilancio del Nazionale sta alla somma dei regionali/provinciali (prendendo per buona la somma di 14,9 milioni indicata dallo stesso Presidente) come 1 sta a 4,25, allora si arriverebbe a realizzare che, se il “non costo” del nazionale è di oltre 12,5 milioni (per largissimo difetto), il “non costo” dell’insieme regionali/provinciali sarebbe la bellezza di oltre 53,125 milioni (per larghissimo difetto). Per un totale di oltre 65,625 milioni di euro!

Se questo è un modo per giudicare la generosità dei volontari siamo davvero sbigottiti, anche se nessuno in effetti ne ha mai dubitato.

Se invece, e sempre per scherzo, il CNSAS dovesse essere messo in vendita, sappiate che il valore globale sarebbe di oltre 81,525 milioni (sempre per larghissimo difetto)!

Considerazioni sul Bilancio del CNSAS Centrale
Il CNSAS è un’associazione ed è una sezione nazionale del CAI. A livello centrale ha da poco acquisito la personalità giuridica. Sul territorio opera attraverso i Servizi Regionali o Provinciali (Trentino e Alto Adige). Tutti questi Servizi hanno una loro autonomia associativa. Alcuni hanno personalità giuridica, altri no. Tutti hanno i loro “Bilanci”.

Diciamolo subito. IL CNSAS e i suoi Servizi Regionali e Provinciali non hanno l’obbligo giuridico di fare un Bilancio. Tanto meno di farlo seguendo la IV direttiva CEE che viene citata come ottemperata da Baldracco.

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Peraltro la IV Direttiva CEE, datata 1978, è stata recepita (insieme alla VII Direttiva) con il Decreto Legislativo 9 Aprile 1991, n. 127, modificando l’intero assetto normativo contenuto nel Codice Civile in materia di bilancio di esercizio delle società per azioni.

Ma il CNSAS non è una società, quindi con il bilancio targato IV direttiva CEE non c’entra nulla. Accorgersi ora di dover pubblicare un bilancio targato IV direttiva farebbe pensare che ci si è accorti in ritardo di circa 25 anni di fare una cosa che non è mai stata fatta.

Ma su questo il CNSAS ha ragione. Non lo doveva fare in questi anni e non lo deve fare ora.

Infatti il CNSAS ha sempre prodotto fino ad ora un Rendiconto. E’ quello che viene portato negli organi dell’Associazione. Ed è quello che viene approvato. E’ sempre quello che viene fatto vedere ai rappresentanti che il CAI nomina nell’Assemblea Nazionale del CNSAS per controllare quello che il CNSAS fa. Questi rendiconti non hanno mai avuto una libera diffusione. Se la pubblicazione del Bilancio 2014 è stata il “primo passo“, possiamo prevedere che il secondo sia la pubblicazione del Rendiconto?

Siccome il 95% dei soldi rendicontati è denaro pubblico parrebbe cosa buona e giusta dare massima trasparenza all’uso che se ne fa. Trasparenza: parola magica che, se non si riempie di contenuti, è alquanto vaga.

La notizia buona è che per la prima volta sul sito del CNSAS si parla di trasparenza. E si pubblicano dei dati. Quella cattiva è che quei dati – così come sono stati aggregati e pubblicati – non dicono nulla. Anzi… omettono tanto.

Baldracco nella sua lettera già alla prima riga fa riferimento alla trasparenza. Certo il bilancio dovrebbe essere trasparente: rappresenta il fondamentale documento informativo sulla dinamica “aziendale” e ha rilevanza soprattutto ai fini esterni. Ma se non si è obbligati a presentarlo, se lo si fa si dovrebbe seguire almeno quella rappresentazione veritiera e corretta che tende a esprimere il concetto indicato nella IV direttiva come “quadro fedele”: traduzione dell’espressione inglese del true and fair view.

Invece quello che il CNSAS rende pubblico, cioè accessibile a tutti tramite internet, è un documento redatto in forma abbreviata in cui si capisce veramente poco. Anche un addetto ai lavori non capisce un granché. Sembra che si sia scelto di pubblicare qualcosa solo per tacitare i molti che chiedevano trasparenza.

Ma se si ha già un Rendiconto approvato dagli organi competenti perché non pubblicarlo? Magari perché il Rendiconto dà più informazioni di quelle del Bilancio redatto in forma abbreviata secondo la IV direttiva CEE.

E siccome il CNSAS non lo pubblica, lo pubblichiamo noi (grazie a qualche informatore di buona volontà).

Ecco qui il Rendiconto approvato del 2014 (Documento 2).

Bloodhound
internet - bloodhound -
Chiariamo subito che il Rendiconto segue la logica del Cash Flow, mentre il Bilancio quello della competenza economica. Per collegare le cose tra di loro ci vorrebbe tutta la contabilità analitica e il piano dei conti. Ma in mancanza di queste due cose fondamentali vediamo cosa emerge da un confronto tra i due documenti facendoci una domanda semplice.

Come spende i soldi pubblici il CNSAS Centrale?

Iniziamo con il dire che il CNSAS Centrale nel 2014 ha incassato 2.439.939,00 euro di fondi pubblici.

Per salari e stipendi ha speso 250.437 euro; 852.096,51 euro se ne sono andati in assicurazioni varie. Per il programma informatico di anagrafica dei volontari Arogis ha speso 32.061,73 euro. Per pubblicare le notizie del CNSAS, anche sul giornalino Il Soccorritore, sono andati via 34.542,12 euro. I circa 30 istruttori della Scuola nazionale tecnici alpini hanno speso, da soli, 231.308,45 euro.

Il Coordinamento speleo e la Scuola nazionale tecnici speleo hanno speso insieme 134.355,58 euro.

Gli Istruttori della Scuola Forre hanno speso solo 19.399,70 euro.

Bloodhound
TabellaCostiCNSAS-CaniMolecolariSerramazzoni-1
I cani molecolari, quei bei esemplari di Bloodhound (anche chiamato Chien de St. Hubert), che fanno tanta bella presenza in televisione, sono costati in tutto 27.845,19 euro. I cani da macerie solamente 7.856,63 euro.

I viaggi dei componenti della direzione e del consiglio hanno avuto spese per 48.269,17 euro. I viaggi dei componenti dell’assemblea sono costati solo 23.259,43 euro.

Le autovetture che compongono la flotta del CNSAS solo per assicurazione, bollo e manutenzione sono costate 35.902,57 euro. La gestione della Skoda “presidenziale”, incluso il carburante, 4.647,09 euro.

Apprendiamo pure che il CNSAS, oltre ai 2.439.939,00 euro di fondi pubblici, riceve dalla Protezione Civile circa 600.000 euro per il triennio 2014–2016, a condizione che li spenda tutti in progetti fatti con la Protezione Civile. Cosa che nel 2014 è stata fatta spendendo 92.540,83 euro.

La Protezione civile ha anche finanziato nel 2014 un piano di formazione secondo il Dpr 194/2001. In questa maniera sono arrivati altri 115.554,23 euro.

Nel Bilancio 2014 è riportato alla voce “Totale valore della produzione” la bella cifra di 3.737.818 euro. Insomma a livello centrale il CNSAS, nel 2014, ha introiti per quasi 4 milioni di euro.

Chi è curioso può confrontare il Rendiconto del CNSAS del 2014 (Documento 2) con il Rendiconto del 2013 (Documento 3). Così può rendersi conto come variano le spese su due documenti omogenei.

Nel 2013 la Direzione e il Consiglio avevano viaggiato di più: 62.201,68 euro. Le assicurazioni erano costate molto di meno: solo 331.843,01 euro. La Scuola nazionale tecnici alpini ha speso praticamente la stessa cifra anche nel 2014: 231.472,59 euro. Mentre il Coordinamento speleo e la Scuola nazionale tecnici speleo hanno speso insieme molto di meno: 104.774,25 euro. Certo anche i cani molecolari non hanno scherzato con 57.974,03 euro mentre i cani da macerie hanno avuto spese solo per 354,60 euro. Le spese per i materiali nel 2013 sono state di ben 204.336,40 euro.

La Protezione civile nel 2013 ha finito di erogare tutti i 600.000 euro previsti per il biennio 2012/2013 mentre il CAI Centrale ha contribuito con ben 150.000 euro al progetto dell’App GeoResQ.

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Dal confronto dei rendiconti del 2014 e 2013 ci si rende conto che il CNSAS aveva in mente di comprarsi una sede di una certa importanza, visto che nel 2013 aveva accantonato per l’acquisto dell’immobile 370.000 euro in un fondo apposito. Anche se ospitato nella sede del CAI Centrale a Milano, praticamente gratis, il CNSAS ambiva ad avere una sede di rappresentanza di esclusiva proprietà. Sempre da acquistare con i fondi pubblici. Un progetto che si è arenato e cui sembra si sia rinunciato nel 2014. Infatti il fondo viene ridotto a 100.000 euro, con cui a Milano si compra ben poco, e i 270.000 euro vengono spostati al fondo di riserva ordinario. Preoccupazioni per il futuro ci devono essere se nel fondo rischi futuri vengono messi 500.000 euro.

Insomma, dal Rendiconto ci si fa un’idea più chiara delle spese. Ma per essere trasparenti ci vuole il piano dei conti e la contabilità analitica. Facciamo un esempio: gli istruttori della SNATE sono una trentina. 230.000 euro all’anno diviso trenta fa 7.700 euro. Ma qui siamo al concetto della media del pollo di Trilussa. Se io mi mangio un pollo e tu nulla, in media ognuno di noi ha mangiato mezzo pollo.

Con la contabilità analitica si può vedere che Tizio ha incassato 30.000 euro di rimborsi all’anno mentre Caio solo 500 euro.

Questa è la trasparenza vera. Quella sostanziale. Non basta parlare di trasparenza per assolverla. Bisogna praticarla con i dati più dettagliati possibile.

Comunque rimane il dato di fatto che invece di pubblicare il Rendiconto del 2014, che ha una serie di voci abbastanza chiare, in nome della trasparenza si è pubblicato un Bilancio, redatto in forma abbreviata conforme a una direttiva CEE che il CNSAS non deve applicare, in cui si dice il meno di nulla e si continua a non capire come il CNSAS spende i soldi. Questo è l’attuale concetto di trasparenza del CNSAS.

Considerazioni sui bilanci dei CNSAS regionali/provinciali
Per ora abbiamo parlato solo del CNSAS Centrale; ma gli altri Servizi regionali e provinciali che rendiconti/bilanci hanno? Baldracco nella sua lettera parla di “una cifra mediata sullo storico dei bilanci/rendicontazioni” che ha generato un valore di 14,9 milioni di euro su base annuale. Se togliamo i quasi 4 milioni di euro degli stanziamenti statali del CNSAS centrale si deduce che i servizi regionali e provinciali incassano almeno altri 11 milioni di euro.

Ma di questi soldi, della loro ripartizione e di come vengono spesi, si brancola veramente nel buio. Trasparenza zero.

Ai servizi regionali e provinciali i finanziamenti arrivano principalmente in due maniere:

  1. Contributi diretti dalla Regione o Provincia.
  2. Corrispettivi da parte della ASL o dei 118 Regionali per i servizi del personale impiegato nell’elisoccorso.

Ci saremmo aspettati di trovare una tabellina con le 20 regioni italiane e a fianco di ciascuna le due colonne. Una con gli importi dei contributi 1) e una con quelli 2). A questi importi si dovrebbero aggiungere i contributi più diversi: donazioni, corrispettivi per servizi resi, vendita di gadget e spille, ecc.

Niente di niente. Eppure questa è la trasparenza evocata dal presidente Baldracco. Siccome Baldracco non ha steso la tabellina, proviamo a farlo noi.

Modellino di auto del Soccorso Alpino
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Cominciamo prendendo a esempio la Lombardia.

Dal rendiconto CNSAS del 2014 veniamo a sapere che c’è un rendiconto extracontabile che riguarda il Servizio regionale CNSAS Lombardia e l’AREU Lombardia. L’AREU Lombardia è un’Azienda Sanitaria che dal 2008 ha il compito di promuovere l’evoluzione del sistema di emergenza e urgenza sanitaria territoriale.

Dal Bilancio dell’AREU 2014 (Documento 4) sappiamo che il CNSAS Lombardia ha preso dall’AREU Lombardia 3.600.000,00 euro ( vedi pagg. 2, 193 e 300).

Perché nel rendiconto del CNSAS nazionale ne sono rendicontati solo 1.017.134,06 (vedi terzultima pagina del Documento 2)? Di cui ben 720.471,81 euro sono i soldi andati ai tecnici di elisoccorso per le turnazioni che hanno effettuato.

La vicenda della Lombardia è singolare. Basta pensare che fino a poco tempo fa c’era una società, una SRL, che in nome del Soccorso Alpino faceva contratti con l’AREU e quindi incassava i corrispettivi contrattuali. Poi qualcuno ha pensato che non era una cosa che andava bene. Ma siccome il Servizio regionale lombardo del CNSAS non può prendere direttamente i contributi dall’AREU per un servizio di fatto contrattuale, il contratto lo fa il CNSAS Nazionale, che incassa il danaro per rigirarlo a quello lombardo. Non a caso la Guardia di Finanza sta indagando da tempo su queste vicende.

Ricapitoliamo: in Lombardia l’ASL dà al CNSAS 3.600.000 euro. La Regione dà un suo contributo diretto per attrezzature e altro di 1.200.000 euro. Ci sono poi altre entrate minori. In tutto parliamo di quasi cinque milioni di euro.

E in tutte le altre regioni italiane cosa succede?

L’unica regione che non dà finanziamenti al Servizio regionale del CNSAS è la Calabria.

Cane da macerie
TabellaCostiCNSAS-image
Tutte le altre versano cifre variabili. Alcune regioni sono veramente trasparenti, come il Piemonte che non ha problemi a pubblicare (Documento 5) che il finanziamento regionale è di 550.000,00 euro l’anno. Ci sono anche servizi regionali del CNSAS particolarmente fortunati, come quello del Veneto che oltre a incassare contributi annui tra i 400.000 e i 650.000 euro ha avuto la fortuna di avere, nel 2015, altri 200.000 euro per acquistare la sede di proprietà.

Insomma i canali di finanziamento sono tanti. Anche i prenditori (tranne i soccorritori calabresi) sono tanti.

Chi rendiconta il flusso di tutti questi soldi? Certamente non la trasparenza mostrata da Baldracco. Per non parlare dei servizi regionali che, sui loro siti, non accennano minimamente al bilancio e ai soldi che entrano.

Poi, una volta entrati i soldi, si spendono. E qui sarebbe veramente utile capire come si spendono. A chi vanno? Quale è l’entità dei rimborsi spesa? Se è normale considerare rimborsi spesa cifre di 300 euro giornaliere come diaria, perché alcuni hanno decine di rimborsi spesa e altri nulla? Chi sono i volontari rimborsati e chi i volontari veramente gratuiti?

Conclusione
Nella tabella che segue (Documento 6) sono riportati i dati che si possono desumere da atti pubblici, bilanci, e notizie di stampa. Il lavoro di raccolta dati, possiamo garantirvi, è stato estremamente difficile. Abbiamo dunque una visione parziale, perciò la tabella qui proposta non pretende di essere la verità finale ma solo uno strumento per avere, prima o poi, una lucida visione dei conti. Quindi una tabella cui non dovremmo provvedere noi ma che dovrebbe essere stilata dallo stesso CNSAS. Nell’ottica di questa verità necessariamente approssimata abbiamo inserito, in mancanza sporadica di dati relativi al 2014, alcuni dati pertinenti al 2013 o 2015.

TabellaContiCNSAS-definitiva

Come si può vedere, molte caselle, anche di regioni importanti, sono purtroppo vuote. Per esse non esiste alcuna pubblicazione reperibile pubblicamente. E’ vero che avremmo potuto riempirle con dati ufficiosi in nostro possesso o reperibili per vie traverse, ma non lo abbiamo fatto.

Da notare anche che talune Regioni (la Lombardia, per esempio) danno in più un loro contributo diretto per attrezzature e altro. Ci sono poi altre entrate minori. Che non abbiamo introdotto in tabella.

Con i dati a nostra disposizione (ma per varie ragioni non pubblicabili) utili a integrare la presente e incompleta tabella possiamo tranquillamente affermare che i ricavi totali del CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) raggiungano quell’importo di 22 milioni di cui in altro post di questo Gognablog si parlava e che lo stesso Baldracco cita.

In nome della trasparenza, questa tabella dovrebbe essere integrata (e, dove necessario, corretta) dallo stesso CNSAS Nazionale, con il livello di dettaglio maggiore possibile.

Alla fine, ci sono tre semplici domande:

1) Quanti soldi prende tutto il CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) a qualsiasi titolo ogni anno?

2) Quanti soldi spende tutto il CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) a qualsiasi titolo ogni anno?

3) Come vengono distribuiti i soldi spesi?

Quando il CNSAS risponderà a queste domande con conti chiari e dati da cui si evincano i finanziatori e i prenditori, allora potremo iniziare a parlare di trasparenza.

Aggiungiamo che pure il CAI, e non solo qualche socio o privato cittadino, dovrebbe esigere che a queste domande vengano date risposte esaurienti.

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La speculazione territoriale più estesa dopo quella edilizia degli anni ’60

Il foggiano Enzo Cripezzi, responsabile LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) per Basilicata e Puglia, ha il discutibile privilegio di vivere sull’epicentro del terremoto delle rinnovabili elettriche italiane, che hanno rapidamente sfigurato la sua terra. Cripezzi in questi anni è stato il riferimento per tutto quello che riguarda l’eolico per il Meridione e quindi, generalizzando un po’, per l’Italia intera, visto che gli impianti eolici sono diffusi soprattutto dal Molise in giù, isole comprese, con forti concentrazioni in alcune zone di Sicilia, Sardegna, Puglia, Basilicata e Campania, in particolare in Irpinia. Proprio per questo lo ha intervistato Virginiano Spiniello de “Il Ciriaco“, un web magazine di notizie di Avellino e provincia, incuriosito perchè per anni si era sentito raccontare che l’unica alternativa al petrolio era l’energia green e quindi l’eolico selvaggio andava tollerato come il male minore. Ora però, quando in Irpinia il danno dell’eolico selvaggio è già stato fatto e si rischia di aggravarlo ulteriormente, fioccano permessi petroliferi offshore e onshore, grazie al Decreto Sblocca Italia, di cui ben quattro proprio tra Irpinia e Sannio. La Rete della Resistenza sui Crinali propone, a seguire, la parte di interesse nazionale di quell’articolo-intervista, la cui analitica lucidità è un monito anche per le altre regioni italiane (finora) risparmiate dall’eolico ubiquo e onnipotente.

La speculazione territoriale più estesa dopo quella edilizia degli anni ’60
di Enzo Cripezzi (ripreso da https://reteresistenzacrinali.wordpress.com/ su pubblicazione del 26/11/2015)

L’eolico selvaggio nasce grazie a un peccato originale: la programmazione di incentivi spropositati prima ancora di qualsivoglia informazione, confronto, regole o pianificazione. Tutto ciò è stato impedito e ostacolato nel tempo grazie all’auto-alimentazione della lobby eolica, che ha “reinvestito” quote degli enormi profitti derivati dagli incentivi in azioni di condizionamento delle istituzioni, trasformando quella che era una opzione di energia pulita – ma con tutti i limiti di produzione e di sostenibilità da valutare – in una colossale speculazione territoriale, la più estesa dopo quella edilizia degli anni ’60. Inoltre, di fronte alla mancanza di regole, si è proceduto all’emanazione di norme quadro nazionali strumentalmente tardive – solo nel 2010 – e per di più con ulteriori, ampi margini di deregolamentazione del settore, arrivando a consolidare l’attribuzione di “pubblica utilità” per i progetti autorizzati a dei privati, con la possibilità di contemplare procedure di esproprio tipiche, appunto, delle opere pubbliche. Paradossalmente ciò ha comportato il condizionamento al contrario delle regole urbanistiche: ad esempio, l’aborto di vincoli e pianificazione o perfino di aree protette, i parchi veri, per fare posto ai parchi finti, quelli eolici, disseminati nel Mezzogiorno.

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Anche i Piani paesaggistici sono rimasti in ostaggio e malgrado i danni già prodotti su vasta scala, la lobby continua a invocare altri sussidi che si tradurrebbero in un nuovo disastro con altre centinaia e centinaia di macchine eoliche.

Un processo ingovernato e riferito a null’altro che non alla libera iniziativa di “prenditori” che per quasi un quindicennio hanno presentato progetti a raffica ingolfando gli uffici competenti, del tutto inadeguati e incapaci, e con la perenne minaccia del ricorso al TAR in caso di rigetto. Come se non bastasse hanno poi inventato il mini eolico – che in realtà tanto “mini” non è – con la possibilità di realizzare macchine eoliche singole di qualche centinaio di KW e fino a 1 MW (macchine prossime ai 100 metri di altezza complessiva) con semplice Dichiarazione di Inizio Attività (oggi PAS, Procedura Abilitativa Semplificata). Questa è un’ulteriore sciagura, con lo strumentale spacchettamento di potenze sottratte alla pur blanda verifica ambientale precedente e alle convenzioni con i Comuni. In sostanza, invece di realizzare 2 macchine da 2,5 MW, con qualche prestanome ne realizzi 5 da 1 MW o 10 da 0,5 MW.

La prima vittima della frenesia eolica nelle regioni meridionali è stata la trasparenza dei procedimenti, con tutto quello che ne consegue per la valutazione di progetti lucrosissimi e privi di rischio di impresa che valgono milioni di euro all’anno. In tutto il Mezzogiorno e nelle isole sono nate improvvisamente come funghi centinaia di srl, spesso con sedi legali estere, per mimetizzarsi con opacità negli intrecci societari. Perfino le mafie hanno avuto partita facile nel business eolico privo di regole, in contesti territoriali dove per altri lavori irrisori si applicano formule di controllo ben più rigide. Le conseguenze sono quelle che la LIPU e altre associazioni o comitati sensibili alle sorti del territorio denunciano da anni. Ecosistemi agricoli e pastorali umiliati e trasformati in piantagioni di acciaio con la frammentazione del territorio a cui hanno contribuito anche le cosiddette opere accessorie: elettrodotti, piste, stazioni elettriche e relativo degrado territoriale. Mega elettrodotti, come il Bisaccia-Deliceto, sono stati proposti o realizzati nel tentativo di compensare una produzione elettrica imprevedibile, e quindi di scarsa qualità, allocata in aree prima ben conservate, con una magliatura elettrica quasi inesistente e per giunta distante dai centri di domanda energetica.

Come è adesso e come era prima
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La biodiversità è stata duramente colpita addirittura nei suoi santuari: popolazioni di nibbio reale sono state azzerate, progetti eolici vergognosamente proposti o realizzati a ridosso di importanti siti di nidificazione di cicogna nera, aquila reale, falco lanario e altre specie rare senza contare le conseguenze su vasta scala per uccelli migratori, pipistrelli e altre specie tipiche dei sistemi pastorali. Si assiste cosi alla follia tutta italica: grazie all’eolico, ad Aquilonia (il cui nome è già un programma) scompare un sito di svernamento di nibbi reali più importanti d’Italia che contava un centinaio di esemplari. E invece, mentre in Irpinia come in Basilicata si distruggono le roccaforti di nidificazione di questa specie, in Toscana e nelle Marche, si cerca di salvarle con la reintroduzione di esemplari e con programmi di promozione turistica legati ad animali simbolo di grande bellezza.

Le aree archeologiche o storiche e i piccoli centri urbani con i loro paesaggi rurali vengono profanati e assediati perdendo il loro contesto identitario trasformato in accozzaglia di macchine industriali. Il celebrato paesaggio italiano e quello del centro sud in particolare, primario bene collettivo e valore inalienabile, che nessun cinese avrebbe mai potuto comprare o copiare, spazzato via e ridotto meschinamente a mero contenitore di speculazioni a vantaggio dei soliti noti. Fiumi di denaro hanno in gran parte favorito “investitori” e brevetti esteri, anche cinesi, con buona pace della vera green economy fatta di piccoli artigiani o agricoltori ormai al collasso. Perfino sul piano sociale, le vulnerabili democrazie dei piccoli centri rurali sono state soggiogate e condizionate dall’abbaglio di royalties che poi si sono tradotte in briciole e, con la normativa odierna, azzerate.

Infine, l’analisi energetica è impietosa: malgrado il tappezzare di eolico ovunque, a costi altissimi, il contributo di questa fonte non arriva nemmeno al 5% del fabbisogno elettrico. Ma se lo andiamo a rapportare all’intero fabbisogno energetico (comprensivo di trasporti, riscaldamento, eccetera) l’eolico consegue un misero 1,4%! E questo pur in presenza di una situazione favorevole di depressione della domanda energetica e quindi di maggiore penetrazione delle rinnovabili nel mix complessivo. Valeva la pena una riflessione preventiva prima di devastare molte delle aree più delicate e preziose del Paese? E ancor più oggi, alla luce di questo scandalo, perché si vuole silenziosamente continuare a foraggiare questa immane speculazione e devastare quello che rimane di un bene cosi prezioso?

Dopo l’era dei Certificati Verdi della durata di 15 anni, nel 2012 il Governo Monti aveva cambiato il sistema di sussidi alle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche – eolico, biomasse, solare termodinamico e mini idro, che pure sta sfasciando tanti corsi d’acqua – introducendo le aste annuali per i tre anni successivi, onde accedere a sussidi di durata addirittura ventennale, quindi con una base suscettibile di possibile riduzione in base alle offerte delle società partecipanti sulla scorta dei progetti candidati già autorizzati. Con lo scorso anno, l’ultimo previsto, tale processo sembrava ormai chiuso, sia per l’esaurimento delle risorse programmate, per altro in periodo di crisi, che per il caotico superamento degli obiettivi comunitari di contributo rinnovabile elettrico al 2020 già nel 2012, con 8 anni di anticipo. Infatti era previsto il 17% di rinnovabile nel sistema energetico, con il 26% nel solo comparto elettrico. Non è un caso che, proprio per giustificare il superamento di tale obiettivo comunitario, l’Italia ha fatto finta di dotarsi di una cosiddetta “strategia energetica nazionale” con il semplice intento di fornire un assist giustificativo ed elevare, di propria sponte, tale soglia al 36-38% che però è stato anch’esso superato per mera inerzia nel caos energetico, per la crisi che si riverbera sui consumi e per la fuga all’estero di produzioni energivore. Lo scorso anno tutte le rinnovabili elettriche hanno contribuito per oltre il 37% ma grazie soprattutto ai grandi bacini idroelettrici, che da un secolo caratterizzano l’Italia e che da tempi immemorabili non sono più sussidiati. Nel 2014 il sistema idroelettrico, nonostante la trascuratezza della sua manutenzione, ha contribuito – da solo – a metà di questa produzione nazionale da FER. E, scandalosamente ma silenziosamente, non è parimenti un caso che quest’anno, in presenza di bacini idroelettrici pieni, si stia tenendo la produzione da tale fonte con il “freno a mano tirato” a un meno 20%, in nome di una prontezza di intervento per compensare le erratiche produzioni eoliche ma, di fatto, mantenendo una soglia di rinnovabile più bassa a giustificazione di altro eolico!

Non ci sarebbe più territorio da perdere. Intanto, però, è stato approvato il Decreto Ministeriale per nuovi incentivi alle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche, da assegnare in larga parte ai grandi impianti eolici. Provocatoriamente, di fronte a questa truffa legalizzata, i soldi dovrebbero essere impegnati per smantellarle, le torri eoliche.

Ora invece il nuovo Decreto è stato impacchettato dal Governo ed è pronto per sovvenzionare ulteriori nuovi impianti, soprattutto eolici ma anche biomasse ed altro con ulteriori due aste annuali. Il Decreto Ministeriale Rinnovabili è stato invocato dall’ANEV – associazione di categoria che incredibilmente fu riconosciuta anche come associazione ambientalista – e predisposto da quella politica ormai genuflessa a tali istanze, allo scopo di riaprire i cordoni della borsa per i sussidi a nuovi impianti industriali rinnovabili.

Non rimaneva che l’ultimo passaggio, l’approvazione in Conferenza Stato Regioni, dove i rappresentanti delle Regioni, soprattutto quelle più martoriate e che rischiano di subire ulteriori aggressioni, avrebbero dovuto respingerlo senza appello, se davvero avessero avuto a cuore la propria terra, magari invocando un dirottamento di quelle risorse verso opzioni non impattanti, ad esempio nel trasporto pubblico. Invece, il 5 novembre scorso il provvedimento ha avuto l’ok delle Regioni e la moltitudine di impianti eolici, grandi e meno grandi, già autorizzati – o che, non a caso, hanno intrapreso i procedimenti autorizzativi farsa – continueranno a seppellire i nostri territori e ad arricchire i notabili di sempre, mentre le stesse Regioni continueranno a versare lacrime di coccodrillo. Ci sono solo blande speranze che in sede comunitaria, dove è richiesta una approvazione, vengano mossi dei rilievi per la palese violazione della legislazione comunitaria sugli aiuti alle imprese o che i tempi dilatati favoriscano l’esaurimento delle risorse residue.

Oggi in Italia sono disseminati oltre 9.000 MW, ma non si riescono a conteggiare le potenze installate con impianti “singoli” da 1 MW o meno. Questa potenza di targa è installata con un numero di macchine anch’esso scandalosamente occulto, ma sono stimabili circa 7000 macchine. Infatti l’anagrafe degli impianti rinnovabili, in primis eolico e fotovoltaico, da sempre invocata dalla LIPU, è rimasta lettera morta e non è un caso: nella mancanza di informazioni e nell’occulto si possono perpetrare meglio le peggiori nefandezze. Con una anagrafe di tali impianti si permetterebbe anche un controllo sociale di tali insediamenti da parte della popolazione che, con qualche semplice click al computer, potrebbe accedere a informazioni relative a una centrale energetica e alla coerenza tra ciò che vede realizzato e ciò che è stato autorizzato e da chi! Questo è doppiamente valido in un periodo in cui le istituzioni preposte al governo e controllo del territorio arretrano sempre di più afflitte da tagli di risorse. Una cosa è certa: il dato, qualunque esso sia, sarà destinato a peggiorare con il nuovo Decreto Ministeriale. Sarebbe possibile ricostruire una banale situazione di ciò che è stato autorizzato o di ciò che è in procinto di esserlo, andando a verificare le istanze presentate in tal senso o le autorizzazioni rilasciate tramite il BURC o semplicemente tramite gli archivi delle istanze regionali; ma chi farebbe questo lavoro? E come potrebbero essere ricercati gli impianti autorizzati con semplice DIA dalla miriade di Comuni? Ci vorrebbero degli obblighi normativi che però nessuno vuole emanare, perfino per una necessità cosi oggettiva.

Impianti eolici nell’Appennino Tosco-Emiliano
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Bisogna poi essere consapevoli che le rinnovabili odierne hanno grandi limiti, in termini di capacità produttiva e di qualità (continuità e programmabilità) della stessa. Non prendere atto di ciò significa solo sprecare preziose risorse nel tentativo di “fare qualcosa” che però si rivela scarsamente incisivo nella lotta ai gas climalteranti. Appare utile in proposito volgere uno sguardo alla decantata Germania, Paese paragonabile all’Italia per estensione e popolazione e per di più con effetti della crisi meno evidenti, anche sulla domanda energetica, e quindi con relative conseguenze sulla penetrazione delle rinnovabili nei bilanci energetici. La “ventosa” Germania, dopo aver saturato il territorio con oltre 23.000 mega pale ovunque per una capacità di oltre 31.000 MW, consegue con il solo eolico un apporto rinnovabile modesto: 7,7% del contributo elettrico, pari all’1,8% sul fabbisogno energetico totale. Per il suo fabbisogno energetico complessivo (elettrico, trasporti, riscaldamento) la nazione tedesca si basa per oltre il 90% su fossile e nucleare.

Proprio perché le rinnovabili oggi si caratterizzano per una bassa densità produttiva, che va compensata con ampi spazi, e per immaturità tecnologica, bisogna puntare su alcuni principi:

– privilegiare solo quelle fonti che riescono ad associarsi allo sfruttamento di territori già compromessi e urbanizzati;

– puntare non solo sulla produzione ma anche e soprattutto su efficientamento in settori trascurati e dall’alto valore aggiunto per l’economia del Paese (ad esempio pompe di calore in cui la tecnologia italiana è leader) e per gli interessi sociali (trasporto pubblico, trasporto merci via mare, eccetera);

– valorizzare la ricerca con un approccio multidisciplinare, che non contempli solo aspetti energetici ma anche aspetti sociali, ambientali, territoriali.

Sul primo punto faccio notare che dall’indagine dell’urbanista Berdini emergono 750.000 ettari di superfici urbanizzate con il consumo di suolo, solo dal 1995 al 2005, senza nemmeno considerare gli altri decenni di urbanizzazioni e scempi urbanistici. Per contro, in Italia, con il “tutto e subito” invocato da una parte dell’ambientalismo, sono stati insediati quasi 18.000 MW di fotovoltaico in gran parte su suoli agropastorali. Si tenga conto che mediamente 1 MW di potenza da fotovoltaico occupa 2 ettari di superficie. Per avere una cognizione dei numeri in gioco, pur in via assolutamente teorica, con la resa odierna e tutti i limiti finanziari e di intermittenza, in evoluzione, per ottenere il 100% di apporto elettrico dal fotovoltaico (solo del comparto elettrico), sarebbero necessari circa 250.000 MW pari a 500.000 ettari. Insomma, basterebbe sacrificare l’equivalente del Molise o poco più e il gioco sarebbe fatto, oppure cercare spazio in quei 750.000 ettari già compromessi senza oltraggiare i suoli agricoli.

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L’Hotel Pequeno e i ruderi della sua seggiovia

Occorre far notare che Lecconotizie.com è una vera e propria miniera di chicche ambientali (e non solo). Questa volta sono incappato in Pequeno-Masone, la “Consonno” della Valsàssina, un articolo di Giacomo Perucchini del 20 luglio 2014 (vedi http://www.lecconotizie.com/cronaca/pequeno-masone-la-consonno-della-Valsàssina-183114/)

Anzitutto occorre spiegare il perché del titolo. Che c’entra Consonno? Per capire questo vedi Consonno: il fascino di un paese fantasma. L’articolo è stato scritto prima che il cosiddetto impianto della Nuova Orscellera fosse costruito e ultimato (inizio stagione invernale 2014-15).

La vecchia seggiovia Barzio-Piani di Bobbio (Hotel Pequeno)
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Pequeno-Masone, la “Consonno” della Valsàssina
di Giacomo Perucchini
(da Lecconotizie.com del 20 luglio 2014)


In questi giorni hanno preso il via i lavori di costruzione della nuova seggiovia all’Orscellera, ma in pochi sanno che nei boschi sotto lo Zucco Orscellera sono ancora presenti gli impianti originali con la prima seggiovia che saliva da Barzio a Bobbio, un misto tra degrado e un vero e proprio “museo di archeologia sciistica” a cielo aperto.

Sicuramente molti valsassinesi sono a conoscenza di questa vicenda e anzi avrebbero innumerevoli aneddoti da raccontare, ma a beneficio di chi non conoscesse questi luoghi, cerchiamo di ricostruire la storia dalle origini anche grazie ai post degli utenti sul forum di Funivie.org (http://www.funiforum.org/funiforum/showthread.php?t=3767) ed alle ricostruzioni di alcuni valsassinesi interpellati.

La vecchia seggiovia che saliva ai Piani di Bobbio partiva da circa 200 metri dalla piazza di Barzio, precisamente in località Cà Sana, saliva oltre la località Masone dove c’era una stazione intermedia di scambio (i ruderi ancora esistono) poi proseguiva fino a Bobbio vicino all’Hotel Pequeno, che è quell’edificio che ancora oggi si vede arrivando da Lecco. Da lì si percorrevano circa 200 metri a piedi aggirando l’hotel e si raggiungeva la partenza di un’altra seggiovia che portava in vetta allo Zucco Orscellera.

Ruderi della vecchia seggiovia Barzio-Piani di Bobbio (Hotel Pequeno). Foto: Giacomo Perucchini
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Dopo alcuni incidenti (sul primo troncone erano anche morte delle persone a seguito di un arresto dell’impianto: i freni automatici non avrebbero tenuto e i seggiolini hanno iniziato a ruotare al contrario sbalzando la gente contro il muro nella stazione di partenza) e numerose valanghe cadute dall’Orscellera sul versante sud, si è deciso intorno al 1960 di chiudere tali impianti e di spostare la salita ai Piani nella conca dove sorge l’attuale ovovia. E così anche l’Hotel Pequeno è andato in rovina. Nulla però è mai stato smantellato e tutto è andato lentamente in rovina e preda del tempo e dei vandali.

Ancor oggi i ruderi dell’Hotel Pequeno sono ben visibili da valle: è infatti quella grande struttura bianca posta sul rilievo a picco su Barzio, impossibile non notarla, tant’è che tanti turisti appena giunti in paese identificano erroneamente l’ex Hotel Pequeno come parte delle attuali strutture ricettive.

Per gli escursionisti che oggigiorno transitano in zona grazie alle ottime paline segnaletiche, la sensazione è spettrale: scendendo da Bobbio a Barzio lungo il ripido sentiero sembra di entrare in una sorta di viaggio nel tempo: si incontrano dapprima i resti dell’Hotel, con ancora gli arredi originali distrutti. All’interno e all’esterno segni di grande desolazione e raid notturni, con calcinacci, tavolini, sedie e suppellettili ovunque. Al piano superiore stessa desolazione; mentre una parte delle cantine e del tetto dell’hotel è utilizzata per antenne radio, con cavi volanti non proprio sicuri. Tutta la zona senza segnalazione o recinzione alcuna.

L’arrivo della vecchia seggiovia nei pressi dell’Hotel Pequeno. Foto: Giacomo Perucchini
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Scendendo più a valle, a Masone, si trova la stazione intermedia della seggiovia con le strutture in cemento armato e i piloni quasi inglobati dalla vegetazione rigogliosa. Qua e là qualche fune e qualche parte meccanica arrugginita fa bella mostra di sé. Infine, proprio nella parte bassa della montagna, la sensazione più surreale: poco sopra il cimitero di Barzio si trovano infatti le testimonianze più numerose della seggiovia che fu, con tralicci e motori semisepolti nel bosco di Barzio tra ville abbandonate e stradine curate con fiori e siepi e i pali arrugginiti mimetizzati tra i tronchi di pino.

Il 18 maggio 2014, l’associazione Le Contrade di Barzio ha promosso in zona la prima gara di corsa in montagna, la Pequeno su e gio (http://www.contradebarzio.org/Staffetta.htm) che ha portato tantissima gente in zona facendo riscoprire la bellezza e la storia di questi boschi dimenticati ai più.

La Comunità Montana, inizialmente da noi interpellata in merito ad eventuali progetti di recupero per questa zona, ha affermato nella persona del presidente Alberto Denti che la responsabilità delle concessioni funiviarie e quindi dei lavori di ripristino successivi a smantellamenti è dei Comuni.

Il Comune di Barzio dunque tramite il sindaco Andrea Ferrari ha fatto sapere che il Pequeno è di proprietà di una società con sede a Milano e che da parte della proprietà non sono mai arrivati progetti o richieste per interventi di sistemazione. Il comune ha in corso, ed è in fase di conclusione, la pratica per l’emissione di un’ordinanza di messa in sicurezza del fabbricato.

La facciata dell’Hotel Pequeno e un particolare al suo interno. Foto: Giacomo Perucchini
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Ma quanti sono gli Ottomila?

Ma quanti sono gli Ottomila?
di Giovanni Padovani e Luciano Ratto

 

Ma quanti sono gli ottomila?
di Giovanni Padovani

In principio c’erano i piedi e non i metri. Tale era la misura automaticamente adottata da George Everest quale topografo generale dell’India nella prima metà dell’Ottocento per individuare le montagne più alte del territorio esplorato.

Le sue misurazioni stabilirono in 29.028 piedi l’altezza della montagna più elevata dell’Himalaya, da lui denominata Peak XV, mentre dai nepalesi era chiamata Sagarmatha (Madre degli Oceani) e dai tibetani Chomolungma (Dea Madre del Mondo).

Giovanni Padovani
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Le esplorazioni e i rilevamenti di Günther Oskar Dyhrenfurth negli anni Trenta introdussero la misurazione in metri grazie alla quale fu stilata una graduatoria delle montagne superiori agli 8000 metri, conosciute oggi come i 14 Ottomila. Le stesse montagne, allora entrate nell’immaginario collettivo grazie alle prime spedizioni all’Everest e al Nanga Parbat, divennero così terreno di gioco di un alpinismo di forte connotazione nazionalista.

Ben nota è la storia delle prime ascensioni succedutesi dal 1950 al 1964. Nei decenni successivi l’Himalaya e il Karakorum divennero punti di attrazione per nuove ascensioni di grande rilevanza alpinistica, anche su vette minori. Ancora oggi, a cinquant’anni dalla prima salita del 14esimo “ottomila”, il Shisha Pangma, l’interesse mediatico resta concentrato su queste storiche mete.

Una parallela attività esplorativa nell’area dell’Himalaya e del Karakorum confermò quello che del resto era già noto, e cioè che l’universo degli Ottomila doveva considerarsi più ampio e di esso si iniziò a parlare.

In Italia se ne sono occupati Roberto Aruga, Luciano Ratto e Roberto Mantovani. Foto satellitari dimostrano che le 14 montagne conosciute come “Ottomila” presentano diverse elevazioni minori più o meno indipendenti dalle rispettive quote massime. Molte di queste cime sono già state scalate da alpinisti di varie nazionalità senza che a questi exploit sia stato dato particolare rilievo oltre i confini nazionali.

Come comportarsi di fronte alla necessità geografica di quantificare con esattezza l’universo degli Ottomila? Luciano Ratto, che già da presidente del Club4000 si occupò, con successo, dei criteri di individuazione di queste cime nell’arco alpino proposti da Roberto Aruga, suggerì a suo tempo di applicare il medesimo metodo impostato sul concetto di prominenza topografica anche alle cime sopra gli ottomila metri.

Che ne sarà allora della lista storica degli Ottomila? Potrà essere integrata, allargandola oggi da 14 a 20 (considerando il solo criterio di prominenza) oppure a 22 (considerando anche il criterio alpinistico)?

A questo proposito è opportuno richiamare quanto affermato da Roberto Mantovani in un’intervista del 2012: «Non esiste nessuna intenzione di modificare la storia dell’himalaysmo o di sminuire i meriti di quanti, in tempi non sospetti, hanno prima progettato e poi realizzato la scalata dei 14 ottomila, riferendosi a una lista ormai codificata da tempo. E tra l’altro sarebbe oggi addirittura puerile pensare di migliorare i record del recente passato rilanciando la corsa ai “nuovi” ottomila. Anche perché il valore di una performance deve essere valutata con criteri storici, tenendo presente i riferimenti culturali del momento in cui è avvenuta. In altre parole, non si può competere con il passato».

Precisazione, quella di Mantovani, da condividere pienamente.

 

Il progetto 8000
di Luciano Ratto

Questo progetto, portato a termine da Roberto Aruga e dal sottoscritto, e tuttora in stand by presso l’UIAA, vuole risolvere alcuni problemi nati dallo studio approfondito della geografia delle montagne più alte della Terra.

Luciano Ratto
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La cronologia del Progetto 8000 è stata la seguente:
– inizio: febbraio 2011, a seguito di una mia lettera alla Rivista del CAI e a  Lo Scarpone nel giugno 2003;
– fine: novembre 2011;
– maggio 2012: presentazione delle conclusioni all’UIAA tramite Piergiorgio Oliveti, rappresentante del CAI presso questa associazione;
– settembre 2014: sappiamo da Oliveti che il “re degli 8000”, il padreterno Messner, senza motivare minimamente il suo giudizio, ha stoppato il nostro progetto. “Gli 8000 sono 14 e basta”, così ha sentenziato;
– da allora, nonostante il parere positivo espresso dai Paesi in cui ci sono vette di 8000 m il nostro progetto è in stand-by, e non sappiamo perché (!?): il silenzio ufficiale porta solo un clima di “mistero” e “sospetto”.

E’ ovvio che se la nostra lista di 22 ottomila, in sostituzione di quella tradizionale di 14 che (come si può leggere nell’allegato di 21 pagine, Documento definitivo 25.11.2011, tuttora non si sa quali origini precise abbia) fosse approvata, a parte il boom dei media, si creerebbe un trambusto tra gli ottomilisti, nessuno dei quali ha salito questi 22 ottomila e che perciò sarebbero costretti a ricominciare il gioco o lasciare, il che però sul piano alpinistico sarebbe assai intrigante.

Aggiungo che i Paesi in cui si trovano gli 8 ottomila da noi aggiunti, interpellati al riguardo, si sono dichiarati felici dell’aggiunta che gioverebbe a loro sul piano economico ed occupazionale dei portatori.

La mia insistenza nel sostenere questo progetto può sembrare eccessiva, quasi maniacale, ma sia Roberto Aruga che il sottoscritto riteniamo di essere persone serie, semplici appassionati di montagna che non coltivano interessi particolari o immotivate ambizioni. Non inseguiamo certo lo scoop mediatico e la conseguente “gloriuccia da quattro soldi”, ma solo la soddisfazione di metter ordine negli 8000, come abbiamo fatto, 21 anni fa, per i 4000.

A noi, l’atteggiamento pregiudiziale di Messner e dell’UIAA, che non adducono alcuna motivazione plausibile nella loro opposizione alla nuova lista degli 8000, pare oltre che “dittatoriale” anche anacronistica.

Sono cattolico praticante e, come tale, osservo i dogmi che la Chiesa mi propone (ma non mi impone), però questo dogmi, nel terzo millennio, anche per merito di Papa Francesco, sono in discussione proprio nel “Sinodo” di questi giorni. E nel mondo alpinistico invece si dovrebbero consolidare dei dogmi assurdi?

Ci si riempie tanto la bocca di paroloni come “democrazia”, “libertà”, “concertazione”, “confronto”, “ecumenismo”, ecc., ma poi, in pratica, si assiste ancora oggi a imposizioni incomprensibili.

Il versante meridionale del massiccio del Kangchenjunga: da sinistra a destra, West Peak (Yalung Kang) 8505 m, main summit 8586 m, Central Peak 8473 m e South Peak 8476 m
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Sono il primo a riconoscere che Messner è il più grande alpinista di tutti i tempi e di fronte a lui mi sento un microbo, ma non trovo che questo “mostro sacro” possa avere l’autorità di decidere senza confrontarsi con gli altri.

Sono anche meravigliato che i soloni dell’UIAA si prostrino ai suoi piedi e accolgano i suoi diktat e i suoi staliniani niet come oro colato. Quando nel 1994 proponemmo all’UIAA l’elenco dei 4000 per ottenerne una certificazione come elenco ufficiale, ottenemmo questa senza alcuna difficoltà e in tempi brevissimi.

Ci era stato suggerito di interpellare chi di 8000 se ne intende, gente tipo Simone Moro, Silvio Gnaro Mondinelli, Nives Meroi, Denis Urubko, ecc., ma non l’abbiamo fatto perché il loro, pur qualificato, parere sarebbe stato inevitabilmente “soggettivo”, mentre noi volevamo basare il nostro progetto su basi oggettive e scientifiche, come dimostra ampiamente il documento definitivo 25.11.2011 di 21 pagine sopra menzionato. Che a questo punto vi invito a leggere.

Mappa degli Ottomila “vecchi” e “nuovi”
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A ciò, per completezza, aggiungo la proiezione automatica delle foto degli Ottomila (attenzione a qualche errore di didascalia).

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Consonno: il fascino di un paese fantasma

Consonno: il fascino di un paese fantasma
(da borgo antico a paese fantasma, passando per la Las Vegas della Brianza)


Consonno è una frazione del comune di Olginate (Lecco), sita sul Monte di Brianza, di cui resta solo la chiesetta di San Maurizio, con l’annessa casa del cappellano e il cimitero. Un eccentrico industriale brianzolo, il conte Mario Bagno, nel 1962 volle trasformare questo antico borgo, immerso nel verde di prati e colline, nella mecca brianzola del gioco d’azzardo. Aveva acquistato il tutto per 22 milioni e mezzo di lire.

La sessantina di abitanti rimasti post-spopolamento (nel 1881 ne erano stati censiti quasi trecento) fu in qualche modo sfrattata, i pochi edifici furono abbattuti, compresi il comune, l’osteria e l’unica bottega del paese: per far largo alle slot machine.

Il progetto prevedeva la costruzione di edifici dalle forme più strambe, una galleria commerciale arabeggiante con minareto, una pagoda cinese, un castello medievale, una balera (dove qualcuno è riuscito ad andare a ballare per un po’), fontane multipiano e un hotel di lusso. Doveva esserci addirittura un circuito automobilistico. Venne addirittura spianata la collina di fronte al paese per migliorare la vista panoramica verso il Resegone.

L’imprenditore però non aveva fatto i conti con la natura che, nel 1976, con una frana isolò Consonno dal resto del mondo. Per decadi è stato un vero villaggio fantasma.

La facciata della vecchia canonica del paese, risparmiata dal conte Mario Bagno
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Dal 29 giugno al 1º luglio 2007 alcune centinaia di persone parteciparono al rave party Summer Alliance organizzato illegalmente proprio all’interno delle strutture di Consonno, distruggendo l’Hotel Plaza. Gli edifici sono stati interamente recintati dopo la devastazione subita durante quella festa selvaggia.

L’Associazione Amici di Consonno, costituita nel giugno 2007, che raggruppa gli ex consonnesi e i loro discendenti, ha ottenuto in comodato dalla proprietà, tramite il Comune, la ex tavola calda, detta anche “Il Ristorantino”. Tale immobile è stato ristrutturato e adibito a sede del Bar La Spinada, inaugurato nel maggio 2012. Il bar è stato allestito con gli arredi e un bancone bar d’epoca, ed è aperto dal lunedì di Pasqua al mese di ottobre di ogni anno, alla domenica dalle 10 alle 19, ed è gestito dai volontari dell’Associazione. La medesima Associazione organizza ogni anno a Consonno delle feste tradizionali quali la “Pasquetta a Consonno”, il lunedì di Pasqua, la “Sagra di San Maurizio”, dedicata al patrono di Consonno, a settembre, e la birollata, la castagnata, nel mese di ottobre.

Il Piano di Governo del Territorio approvato nell’aprile 2008 dal Consiglio comunale di Olginate prevede la riqualificazione della frazione ed il recupero del dissesto idrogeologico e ambientale tramite la demolizione degli edifici abbandonati. Ma questo progetto non sarà di facile realizzazione, in quanto proposte concrete in tal senso non sono state presentate. Inoltre la zona è ancora una proprietà privata: gli attuali soci della medesima Immobiliare Consonno Brianza sono infatti gli eredi del conte Mario Bagno. Nell’ottobre 2010 la nuova strada di collegamento con Olginate, realizzata come detto da Mario Bagno e interrotta dalla frana del 1976, è stata riasfaltata e resa di nuovo percorribile, ma una sbarra all’inizio di essa ne impedisce l’accesso agli autoveicoli non autorizzati.

Il Minareto troneggia ancora oggi sul paese fantasma
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Nel corso del 2014 hanno ricevuto l’annuncio di sfratto gli ultimi quattro abitanti a causa della messa in vendita del paese da parte dei proprietari, l’Immobiliare Consonno Brianza S.a.s. Le strade comunali di Consonno sono percorribili a piedi, mentre alle auto è stato precluso l’accesso tramite due sbarre poste all’inizio del paese, la prima sulla strada che lo collega a Olginate e la seconda sulla strada che lo collega a Galbiate. Le sbarre sono aperte solo durante gli orari di apertura del cimitero.

Attraverso un annuncio immobiliare online del 23 agosto 2014 gli eredi del conte Mario Bagno hanno dato mandato al gruppo immobiliare Zandonà di Milano di vendere tutto il paese: il complesso viene valutato 12 milioni di euro. Il 12 settembre si è interessato all’acquisto, tra gli altri, il cantante e presentatore televisivo milanese Francesco Facchinetti (in arte DJ Francesco). Ma nessuna proposta concreta è ancora arrivata ai proprietari. Il 10 novembre 2014 il prefetto di Lecco, Antonia Bellomo, dopo un sopralluogo assieme al sindaco di Olginate Rocco Briganti, ha richiesto la demolizione delle rovine degli edifici i cui lavori saranno a carico degli eredi di Mario Bagno.

A dispetto della presenza del Bar la Spinada, l’atmosfera è surreale, le strane costruzioni e la vegetazione spontanea invadono gli edifici mai completati e gli archi arrugginiti e decadenti. Se siete appassionati di archeologia industriale o turistica potete andare a visitarla. E se ne avete la possibilità, potete anche acquistarla. Per “soli” 12 milioni di euro.

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La generosa Regione Valle d’Aosta

L’11 settembre 2015 l’ANSA diramava questa notizia:

La nuova funivia Skyway del Monte Bianco sarà la location della puntata in onda il 15 ottobre di X-Factor, il talent show targato Sky. Prenderà il via invece il 16 novembre (diventato poi il 9 novembre, NdR) su Rai2 il programma Monte Bianco, in cui otto (in realtà sette, NdR) personaggi noti si sfideranno in prove di abilità nel cuore delle Alpi. Saranno accompagnati da guide alpine, “la cui professionalità sarà valorizzata e avvicinerà il mondo della montagna al grande pubblico”, ha detto l’assessore al Turismo Aurelio Marguerettaz.
Oggi la Giunta regionale ha approvato gli impegni di spesa per i due programmi di prima serata. Lo show di Sky (investimento di 34.000 euro) “attira l’attenzione dei più giovani e, fenomeno sempre più in crescita, sta diventando un programma che appassiona tutta la famiglia”, ha sottolineato Marguerettaz. Durante la puntata (un milione di spettatori in media, oltre due nella finale e 4% di share) saranno previsti “momenti di promozione di tutto il territorio valdostano”.
Stessa modalità per far conoscere l’offerta turistica regionale all’interno del programma
Monte Bianco (spesa in base allo share, 125.000 euro al massimo), che “può rappresentare per la Valle d’Aosta un’opportunità di carattere strategico per promuovere il nostro turismo invernale e, al contempo, l’immagine in generale del territorio regionale”.
Venuto a conoscenza del generoso contributo regionale valdostano al reality, il 17 novembre 2015 il senatore Maurizio Rossi firma un’interrogazione sul reality Monte Bianco e sulle produzioni che si sono avvalse di contributi pubblici. Eccone il testo:

Gianluca Zambrotta e la guida alpina Giovanna Mongilardi, la cordata “rossa” che ha vinto il reality Monte Bianco
GenerosaRegioneValled'Aosta-gianlucazambrotta-giovannaMongilardi
Interrogazione al Presidente e al Direttore Generale della Rai
di Maurizio Rossi (senatore)

Premesso che:
– a maggio 2016 scadrà la concessione per la gestione del servizio pubblico ad oggi affidato alla Rai;
– a giudizio dell’interrogante, la Rai dovrebbe, per il futuro, stabilire criteri nuovi per le produzioni dei propri programmi, specie nell’eventualità in cui la loro realizzazione sia affidata a società esterne;
– sulla seconda rete sta andando in onda un nuovo reality che si svolge sul Monte Bianco;

si chiede di sapere:
– se tale reality sia prodotto direttamente dalla Rai ovvero da un produttore esterno;
– qualora si tratti di una produzione diretta, se la Rai abbia richiesto contributi alla Regione Valle d’Aosta o ai Comuni interessati, in denaro oppure in service, ospitalità alberghiere o altra forma;
– ove, invece, il reality sia stato realizzato da un produttore esterno, se quest’ultimo abbia avanzato alla Regione Valle d’Aosta o ai Comuni interessati le richieste di cui al punto precedente, al fine di ambientare le proprie produzioni nei relativi territori di riferimento;
– se risulti ai vertici aziendali che la Rai tramite i suoi funzionari, ovvero i produttori esterni che collaborano con essa, rivolgano agli enti locali interessati altri tipi di richieste suscettibili di avere una valutazione economica;
– l’elenco di tutte le eventuali produzioni, e relativa valorizzazione, che abbiano usufruito di sponsorizzazioni e contributi pubblici (che è come fosse un ulteriore canone per i cittadini) da parte di enti nazionali, regionali, comunali e, più in generale, da qualsiasi soggetto a partecipazione pubblica, anche sotto forma di ospitalità alberghiere e servizi;
– se non si ritenga opportuno regolare con grande attenzione i contratti con i produttori esterni, inserendo specifiche clausole che regolamentino sia eventuali richieste di contributo ad enti, sia richieste di ospitalità o di pubblicità di prodotto che potrebbero apparire come subliminali.

La risposta della Rai è rapida ed emblematica. Chi volesse dilettarsi nella lettura  la trova qui. Noi ci limitiamo a riportare l’ammissione degli accordi intercorsi con la regione Valle d’Aosta:

E’ stata inoltre stipulata una convenzione tra Rai Com (società’ interamente controllata da Rai e mandataria esclusiva di quest’ultima per la conclusione di accordi e convenzioni con le Pubbliche Amministrazioni) e la Regione Valle d’Aosta, al fine di promuovere i flussi turistici, il territorio e l’immagine della Regione attraverso una serie di iniziative di comunicazione istituzionale da inserire nell’ambito del programma. A fronte di tale comunicazione la Regione Valle d’Aosta ha riconosciuto a Rai (per il tramite di Rai Com) un corrispettivo in denaro; tale valore viene inserito nell’Aggregato B del bilancio predisposto secondo gli schemi della contabilità separata”.

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Tre imputati per la morte di Tito Claudio Traversa

Tre imputati per la morte di Tito Claudio Traversa

Il 5 luglio 2013 la notizia della morte di Tito Traversa colpì molto la comunità degli arrampicatori e l’opinione pubblica. Il giovanissimo dodicenne di Ivrea, il più promettente della sua generazione, era stato vittima di un incidente il 3 luglio mentre scalava nell’ambito di un’attività organizzata assieme ad altri ragazzi e ragazze nella zona di Orpierre (Provenza, Francia).

Dopo un volo di venti metri fino al suolo, Tito è stato portato all’ospedale in coma. Il decesso è avvenuto due giorni dopo.

Tito Claudio Traversa su Sarsifal (8b+), Tetto di Sarre, Valle d’Aosta
TreImputati-TitoTraversa suSarsifal_8b+TettoSarre
Poche settimane dopo, in agosto, si apriva un’inchiesta in Italia. La Procura della Repubblica di Torino, dopo la denuncia di Giovanni Traversa, il padre del ragazzo, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo per appurare ogni tipo di responsabilità in questo caso.

L’unico interesse del padre di Tito è che si restituisca verità al dramma che li ha travolti – aveva riferito l’avvocato Paolo Chicco, che rappresenta Giovanni Traversa, all’agenzia Ansa – Da troppe parti sono stati espressi giudizi improvvisati e disinformati. Abbiamo assoluta fiducia nel lavoro che il procuratore e i suoi esperti stanno svolgendo e siamo certi che riusciranno a fare piena luce su quanto e successo e sulle rispettive responsabilità”.

Il Procuratore Raffaele Guariniello, talvolta accusato di protagonismo e ora dimissionario per il dopo Natale 2015, è sempre stato particolarmente attento alla tematica dell’infortunistica del lavoro (basti ricordare la vicenda dei sette operai deceduti per il rogo alla ThyssenKrupp), ma anche si è distinto nelle indagini per il doping nel calcio. Sulle pagine di questo nostro Blog è stato destinatario di una lettera aperta, cui peraltro egli non diede mai risposta.

Tito Claudio Traversa su Nuovi Aromi. Foto: T&GPhoto
TreImputati-TitoTraversa-suNuoviAromi(T&GPhoto)
Guariniello inizialmente indagò cinque persone per omicidio colposo: il titolare dell’azienda produttrice dei rinvii causa della caduta fatale, il titolare del negozio nel quale questi erano stati comprati, il responsabile del club che aveva organizzato l’escursione a Orpierre e i due istruttori che accompagnavano i ragazzi. Inoltre coinvolse nell’accusa anche una sesta persona, parente della ragazzina che prestò il materiale a Tito, supposta di aver mal montato i rinvii.

Vale la pena ricordare che l’incidente si è prodotto per un errore iniziale, l’erroneo montaggio dei rinvii. Tito Claudio Traversa, dopo aver salito con successo la lunghezza di corda, stava effettuando la manovra per essere calato. Secondo le testimonianze, si è visto subito dopo che otto dei dodici rinvii da lui utilizzati presentavano il moschettone destinato ad accogliere la corda fissato alla fettuccia del rinvio solo tramite l’anellino di gomma antigiro. Dopo essersi slegato per la manovra e nel mettere il suo peso su uno di questi rinvii, la gommina si ruppe: Tito è precipitato per 20 metri (Nota successiva della Redazione, 1 gennaio 2016: da testimonianze posteriori a questo scritto è apparso chiaro, grazie ad alcuni commenti a questo post, che la causa della caduta è invece da attribuire all’aver messo il proprio peso sull’ultimo rinvio, o coppia di rinvii, in sosta; al cedimento di questo/i è seguito il tragico cedimento degli ultimi rinvii posti da Tito sul tiro. E’ da osservare che, quando si vuole essere calati, la manovra corretta prevede di passare la propria corda nel moschettone a ghiera della sosta o, in mancanza di questo, in un moschettone a ghiera portato su appositamente).

Inoltre, a dispetto delle prime testimonianze che dicevano il contrario, Tito era salito senza usare il casco: particolare certo non irrilevante per l’esito della caduta.

La settimana scorsa Guariniello ha dato per concluse le indagini preliminari, rinviando a giudizio non cinque bensì solo tre delle persone inizialmente indagate. Questi sono Luca Giammarco, legale rappresentante della Bside organizzatrice dell’attività sportiva; l’istruttore Nicola Galizia; Carlo Paglioli, rappresentante legale di Aludesign, l’azienda produttrice dei rinvii, accusato di non aver allegato al materiale in vendita adeguate istruzione per un uso corretto.

Errore fatale: la fettuccia del rinvio collegata a quel moschettone in cui passerà la corda solo grazie alla gomma antigiro (che sopporta al massimo 15 kg)
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