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Le grane del Soccorso alpino lombardo

2008. Riccardo Riva è capostazione del Soccorso di Mandello. Giacomo Arrigoni è capostazione di Lecco. Decidono di unire le due stazioni di Mandello e di Lecco e dar vita a un’unica Stazione delle Grigne, dietro presa di posizione del Consiglio di Zona della Delegazione Lariana. Il compianto Daniele Chiappa era stato il promotore di questa operazione, da anni, e riuscì a vederla, poco prima di morire (30 agosto 2008).

Daniele Chiappa aveva posto le basi per una migliore definizione di procedure e tecniche, in accordo con il Sistema Sanitario di Regione Lombardia.

Arrigoni diventa capo-stazione delle Grigne, Riva è il vice.

Giacomo Arrigoni
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Vogliono fare per migliorare. Sanno che la loro Stazione Grigne è la parte forte della XIX Delegazione Lariana, guidata da Gianattilio Gianni Beltrami (lo farà per 23 anni), quella che fa più interventi in un anno. Quindi vogliono premere perché la Delegazione Lariana abbia più peso nel Consiglio del Soccorso lombardo. E vogliono fare in modo di ottenere una migliore gestione del finanziamento pubblico.

Se la Regione Lombardia decide di rifare tutte le giacche dei soccorritori, non è che un presidente regionale o un delegato possono decidere che Montura è la marca giusta. E’ una decisione che deve essere presa più collegialmente con il coinvolgimento dei volontari.

Se la regione Lombardia stanzia 100 e a ottobre si è speso 80, non si deve correre a spendere gli altri 20.

Non si può dire a un fornitore: ho 100 disponibili, fammi un preventivo. Bisogna invece prendere un consulente, che dirà che quel lavoro vale 60, e a quel punto si fanno fare tre preventivi da tre fornitori diversi.

Basta gestione verticistica. E’ vero che ai volontari poco importa, ricevono la giacca a vento e sono contenti così. Ma una tale gestione non può funzionare a lungo. Infatti l’ambiente è diventato facile “preda” delle guide alpine, gli elisoccorritori per eccellenza. Non è stata data ai volontari l’opportunità di diventare tali. Fior di alpinisti preparati sono stati messi in un angolo. Per citarne uno, Enrico Lanfranconi, dopo 30 anni di servizio, si è visto escluso dalla possibilità di fare un corso. C’erano molti ammessi ai corsi, che però poi venivano regolarmente dichiarati non idonei. Il cerchio così si è ristretto, con un notevole risultato per le guide: “se in quella giornata c’era il cliente, questi aveva la precedenza; in mancanza del cliente, si pareggiava con l’elisoccorso”. Il gruppo operativo si è ridotto a sole guide alpine, un cerchio ristretto in cui prendere ogni decisione.

E non stiamo parlando solo della XIX Delegazione Lariana: il problema è comune alle altre delegazioni operative del CNSAS lombardo: V Bresciana, VI Orobica, VII Valtellina – Valchiavenna, XIX Lariana, IX Speleologica.

La sede regionale lombarda del CNSAS è a Pescate, quindi è molto comodo per il presidente Barbisotti e per Beltrami prendere assieme decisioni. Decisioni che venivano poi ufficializzate, ma la procedura non era adeguata a una corretta gestione di danaro pubblico.

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La Delegazione Lariana, quando a capo c’era ancora Daniele Chiappa, aveva costituito la Società Soccorso Lombardia Service S.r.l., un’entità privata collegata: serviva per far transitare i soldi della Regione e pagare gli elisoccorritori. Il problema infatti era la regolarizzazione di questi pagamenti. Essendo richiesta la loro presenza e disponibilità giornaliera era evidente che non potevano farlo per puro volontariato e quindi senza essere pagati nel rispetto della legge vigente. E allora si doveva trovare una formula che consentisse questo pagamento in modo più regolare.

All’inizio non giravano tanti soldi, l’elisoccorso era fatto ancora da una maggior parte di volontari non pagati.
Poi le cose sono cambiate nettamente, e la gestione è mutata, creando parecchi malumori. Si parlava apertamente della mancanza di pezze giustificative e di gestione “allegra”. E’ chiaro che ad alcuni la soluzione piaceva sempre meno.

Beltrami ricorda: “La S.r.l. pagava anche gli istruttori “impegnati in un ciclo di addestramento continuo per tenere aggiornati i tecnici ma anche il personale sanitario del 118 presente sull’elisoccorso. Anche quest’altra attività, molto qualificata, non poteva a sua volta essere svolta a livello di volontariato”.

Ma, agli occhi di molti volontari, non reggeva che Gianni Beltrami, delegato della Delegazione Lariana e volontario della Stazione Grigne potesse essere pienamente sodale con l’amministrazione della Soccorso Lombardia Service S.r.l. Il conflitto d’interesse era evidente, perciò è continuamente attaccato.

L’atmosfera si fa incandescente. Nell’ottobre 2010, durante la giornata di formazione avvenuta al Resegone, un istruttore si accorge che una delle due corde alla quale sono appesi tre volontari è fortemente rovinata, in gergo addolorata. Scoppia un vero e proprio caso, sono chieste giustificazioni in merito e nel frattempo la corda “incriminata” sparisce. Ed è così che 29 uomini del Soccorso Alpino decidono di depositare un esposto in magistratura per furto e sabotaggio. Tra di essi non c’è Beltrami. A quel tempo il responsabile tecnico della Stazione Grigne è Fabio Lenti. Questi viene coperto e sostituito da Giambattista Gianola.

All’inizio del 2011, dopo molti anni di appartenenza alla Stazione delle Grigne, forse proprio per non rispondere a domande cui non può dare risposte, Beltrami decide di trasferirsi nella Stazione della Valsassina.

Tra l’altro, subito dopo il fattaccio delle dimissioni (che vedremo tra poco), torna alla Stazione Grigne e, con la proposta di Giuseppe Rocchi attuale capostazione, le cambia il nome in Stazione di Lecco.

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Lenti era anche responsabile tecnico del CNSAS lombardo, quindi responsabile dei corsi di formazione dei volontari (Corsi di TSA, tecnico soccorso alpino). La sensazione è che a questi corsi si accettavano solo alcuni. E le location erano sempre dove per alcune persone era più conveniente farli. I volontari, magari con un’anzianità di 30 anni, erano esacerbati.

Ma è anche vero che le guide alpine non sono sufficienti, da sole, al fabbisogno di certi weekend o della stagione estiva. I volontari sono dunque ancora necessari.

Ecco dunque il perché otto volontari della Stazione Grigne il 4 marzo 2012 consegnano lettera di dimissioni a Giacomo Arrigoni, presidente della suddetta stazione. Si tratta di Riccardo Riva, Christian Meretto, Valerio Corti, Marco Madama, Vasco Lanfranconi, Giulio Rompani, Mario Barelli e Marco Clozza.

Questi, nella lettera di dimissioni, evidenziano tra le altre cose: “il perdurare di continue prevaricazioni su regole statutarie e su leggi sul volontariato e nuove convenzioni da parte della ‘catena di comando’. Si fanno i nomi di Piergiorgio Baldracco (presidente nazionale), Danilo Barbisotti (responsabile regionale) e Gianni Beltrami. Costoro hanno innescato una vera e propria bomba destinata a scoperchiare il più classico dei vasi di Pandora.

Beltrami dichiara (Lecconotizie.com, 10 marzo 2012): “Sono due anni che ne stiamo discutendo. Gli otto dimissionari hanno una loro visione e una determinata teoria che è diversa da quella che hanno i 250 uomini della delegazione Lariana e i 1100 a livello regionale. Non avendo trovato seguito alle loro aspettative, che sono in netto contrasto con tutto il resto dell’associazione, gli otto volontari in questione hanno deciso di dimettersi e le loro dimissioni sono state accettate. Da parte degli organi istituzionali e dei vari consigli di delegazione nazionali e regionali c’è piena compattezza e riteniamo che quello che i dimissionari sostengono non corrisponda a verità. Dispiace sempre quando si perdono delle persone, ma è altrettanto vero che se non si riesce a trovare sintonia forse è meglio salutarsi”. Poi Beltrami getta acqua sul fuoco: “Quello che è accaduto non è nulla di eclatante. Ci sono già stati dei precedenti, quindi non ne farei un dramma”.

Ma l’acqua sul fuoco si rivela essere altra benzina. I dimissionari contestano che le loro dimissioni ‘siano state accettate‘, sostenendo che in realtà la Stazione delle Grigne ha respinto con una votazione le dimissioni (che poi si sono rivelate irrevocabili).

Emerge pure che, alcuni giorni prima delle dimissioni, ai Volontari della stazione delle Grigne sia pervenuta un’altra lettera di dimissioni, quella del vice di Beltrami (Alessandro Spada, ndr), giunta dopo l’ennesima critica di alcuni che, come riporta la missiva, gli contestavano ‘di non aver fatto nulla per far rispettare statuto e regole dell’associazione, programma di delegazione compreso‘. I volontari dimissionari commentano: “Se per Beltrami, come ha sempre dichiarato ‘quello che è successo non è nulla di eclatante‘, allora a fronte di più raccomandate e messaggi di posta elettronica certificata inviate a tutti gli organi istituzionali interni, sarebbero dovute pervenire altrettante risposte”.

Gianni Beltrami
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Alessandro Spada dichiara a Lecconotizie.com (13 marzo 2012): “E’ vero, ho presentato le mie dimissioni circa tre settimane fa. Poi il Consiglio di zona (Delegato, Vice-delegati e i sette capostazione, ndr) le ha rifiutate confermandomi e rinnovandomi piena fiducia”.

Pochi giorni dopo, altro colpo di scena all’interno della XIX Delegazione del Soccorso Alpino: Giacomo Arrigoni, capo della Stazione Grigne di Lecco, rassegna in modo irrevocabile le dimissioni dal suo incarico.

Due o tre mesi dopo le dimissioni, Riva, Clozza e altri sono chiamati negli uffici della Finanza. I verbali sono depositati dal giudice.

La Guardia di Finanza fa visita alla sede del Soccorso Alpino di Pescate, dove preleva, assieme ad alcuni faldoni, anche dei pc. Due le ipotesi che si fanno sul motivo per cui le Fiamme Gialle si sono mosse: o è stato depositato un esposto in Procura oppure è arrivata direttamente alla Finanza una denuncia, ma l’ipotesi più accreditata sembra essere la prima.

Non è stata una sorpresa il blitz della Finanza, ce lo aspettavamo – commenta senza scomporsi il responsabile della IXX Delegazione Lariana Gianni Beltrami – a seguito delle polemiche che ci sono state davamo per scontato che sarebbero potute arrivare visite di questo tipo, quindi la cosa non ci ha sorpreso e non ci sono problemi di alcun tipo perché è tutto regolare”.

E’ ovvio che si sospetta che sia stato proprio qualcuno degli otto dimissionari a far scattare il blitz. Ma tutti questi smentiscono seccamente. Beltrami: “Non sappiamo ancora nulla su chi possa aver compiuto un’azione simile, ma è evidente che ci sono alcune persone che non vogliono bene al Soccorso…”.

Appare in ogni caso ovvio che a distanza di qualche mese dai bisticci interni la Finanza accenda i riflettori sul CNSAS lombardo, presieduto da Danilo Barbisotti, e sulla Soccorso Lombardia Service S.r.l., di cui amministratore unico è ancora lo stesso Barbisotti.

Barbisotti e tutti i Delegati lombardi del periodo 2008-2010 sono raggiunti da avviso di garanzia. Lecconotizie.com del 1 agosto 2012 ne dà regolare informazione, informando l’opinione pubblica anche delle dimissioni di massa di quasi cinque mesi prima.

Nello stesso momento giunge notizia che la S.r.l. è stata messa in liquidazione. “Sia ben chiaro – precisa Beltrami – che questa decisione è stata presa prima dei controlli della Finanza nella sede di Pescate del CNSAS. Infatti, il suo smantellamento è stato deciso in seguito a uno studio che abbiamo commissionato all’Associazione Biagi, la quale ci ha informati che, essendo quella dell’elisoccorritore una mansione talmente particolare e specializzata, costante, programmata e non saltuaria, può essere pagata direttamente dal Soccorso. E così, siccome mantenere una S.r.l. ha dei costi elevati, abbiamo deciso di chiudere la società”.

Ad agosto 2012 inizia la lunga attesa dei risultati delle indagini delle Fiamme Gialle, mentre il presidente lombardo Barbisotti in una nota stampa fa sapere: “Il Soccorso alpino lombardo ha sempre presentato i bilanci all’assessorato alla Sanità della Regione, che li ha sempre approvati. Ogni singola voce è stata documentata, come avrà modo di verificare la Guardia di Finanza. Le fatture emesse dalla S.r.l. sono il mero costo dell’attività di elisoccorso e della attività dei formatori. La società non ha mai distribuito utili, i membri del Cda non hanno mai ricevuto un emolumento, né un rimborso spese e i bilanci sono sempre stati a disposizione dei soci”.

Danilo Barbisotti (a sinistra) e Alessandro Spada
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La nota continua: “Tutte le figure professionali sono state “pagate” in esecuzione di contratti o lettere di incarico per mansioni realmente svolte. Un’attività di controllo è sempre stata svolta prima di ogni pagamento. Tutti gli obblighi contributivi e assicurativi sono stati assolti e le imposte versate. Il presidente Danilo Barbisotti ha sempre fornito il suo tempo all’organizzazione gratuitamente sacrificando famiglia e lavoro. Esser presidente di una associazione di circa 1000 volontari, che effettua più di 1000 interventi all’anno, non è facile, come pure riuscire a ricoprire questo incarico solo con il proprio tempo libero, non potendolo destinare a svaghi o altre attività”.

Due anni dopo, il 30 giugno 2014, a Barbisotti è comunicato dalla Guardia di Finanza il procedimento a suo carico come presidente della Soccorso Lombardia Service S.r.l., in liquidazione. Girano voci su alcuni particolari delle voci di spesa, famosa quella sui treni di gomme delle auto del soccorso, rinnovati assieme ai treni di altre auto.

Marco Arrigoni, guida alpina e fratello di Giacomo, era assunto dalla delegazione regionale lombarda del CNSAS. Con l’intervento della Finanza, egli ha dovuto dare le dimissioni da volontario per poter tenere il lavoro.

Sembra anche che la fase istruttoria sia già arrivata a 1500 pagine. Nessun comunicato ufficiale è stato mai diramato, nonostante la decisione (verbalizzata) di Consiglio, per informare degli avvisi di garanzia a Barbisotti e ai cinque presidenti di Delegazione. Nessuna spiegazione dei compensi ai volontari sulle piste di sci, nessuna delucidazione sui fidi bancari fino a 250.000 euro.

Dopo 23 anni Gianni Beltrami ha lasciato la XIX  Delegazione Lariana e al suo posto è entrato Antonio Fumagalli, già capostazione del Triangolo Lariano. Il vice delegato è Salvatore Zangari, che succede ad Alessandro Spada, ora vice presidente regionale, che in precedenza aveva ricoperto il ruolo di capostazione per Dongo.
La XIX Delegazione Lariana è ancora parecchio inquieta. Attualmente è costituita dalle stazioni di Dongo (Giorgio Airaldi), Lecco (Giuseppe Rocchi), Lario Occidentale-Ceresio (Lorenzo Peschiera), Pavia oltrepo (Claudio Garlaschelli), Triangolo Lariano (Alberto Redaelli), Valsassina-Valvarrone (Fabio Paruzzi) e Varese (Antonio Bucciol).

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L’impatto dello sci di pista

L’impatto ambientale dello sci di pista: una sintesi (2010)
di Simone Guidetti (nel 2010 tecnico dell’Ufficio Tecnico Ambiente del CAI)

Questa relazione è tratta dagli Atti dell’Aggiornamento Nazionale CAI-TAM 2010, da un convegno (Montagna, neve e sviluppo sostenibile: quali prospettive) che si svolse a Leonessa (RI) dal 17 al 19 settembre 2010. Gli Atti costituiscono il Quaderno TAM n. 5.


Dati socio-economici della regione alpina

Normalmente si pensa che le aree di montagna siano aree depresse economicamente e in fase di spopolamento e la richiesta di contributi pubblici per la realizzazione di determinate opere viene giustificata con la necessità di promuovere lo sviluppo di queste aree.

Tuttavia, da un’analisi socio-economica approfondita, emerge un quadro più complesso e parzialmente in contrasto con questa tesi. Infatti, la regione alpina (così come anche alcune aree appenniniche) è un’area mediamente ricca, con un buon tasso di occupazione e in crescita demografica, anche se con profonde disomogeneità territoriali.

Foto: AP Photo/Diether Endlicher
Course workers carry poles after dismantling the the women's giant slalom course in Park City, Utah Friday, Feb. 22, 2002 at the Salt Lake City Winter Olympics. The women's giant slalom was the final alpine ski event in Park  City at the Salt Lake City Winter Olympics. (AP Photo/Diether Endlicher)

Considerazioni generali sul turismo nelle Alpi
Le Alpi sono una regione a forte vocazione turistica (tra i 60 e gli 80 milioni di turisti all’anno).

Secondo CIPRA, Il turismo alpino estivo realizza mediamente un fatturato complessivo nettamente superiore a quello invernale (anche se, nelle località a forte vocazione sciistica, il fatturato invernale può essere superiore).

In particolare, il turismo invernale legato allo sci è caratterizzato da una forte stagionalità e concentrazione territoriale (turismo intensivo), a differenza del turismo “estivo” che presenta una durata stagionale maggiore ed è maggiormente distribuito sul territorio.

Tutto ciò si traduce in un numero di presenza turistiche estive che è oltre il doppio di quello invernale. L’Alto Adige, che ha adottato un modello di sviluppo turistico di tipo “diffuso” e “per tutte le stagioni” è, non a caso, la provincia a maggiore vocazione turistica delle montagne italiane e presenta un indice annuale di intensità turistica 4 volte superiore a quello della provincia di Sondrio, dove la stagione più turistica è l’inverno, il turismo si concentra in pochi comuni, e dove il modello di sviluppo predilige le seconde case agli esercizi ricettivi.

Le dinamiche del mercato turistico prevedono:
– una domanda turistica sempre più eterogenea (anche nel periodo invernale);
– un aumento del turismo di giornata anziché di più giorni, nella stagione invernale;
– un prolungamento della stagione turistica estiva, anche a parte della primavera e dell’autunno.

Su tali dinamiche in atto, si faranno sentire anche gli effetti dei cambiamenti climatici.

Cambiamenti climatici e strategie di adattamento
Secondo la previsione dei climatologi, la temperatura media annuale nella regione alpina aumenterà maggiormente rispetto alla media globale (che nello scenario intermedio dovrebbe crescere di +2,8 °C nel periodo 2090-2099 rispetto al periodo 1980-1999).
Nella regione alpina si prevede, inoltre, una riduzione della piovosità estiva e un aumento di quella invernale, ma con riduzione delle precipitazioni nevose. L’affidabilità di una stazione sciistica viene misurata tramite un parametro detto LAN = Linea di Affidabilità della Neve (quota con 30 cm di neve per almeno 100 giorni). Il valore di tale parametro aumenta di 150 m per ogni °C.

Per un aumento di temperatura di 2 °C si stima che il numero delle attuali stazioni con copertura nevosa affidabile si ridurrà del 50%, con conseguente perdita di fatturato (fino a -700 milioni di €/anno nel 2030 rispetto al 2006, secondo il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici – CMCC).

Tra le diverse strategie di “adattamento” per quanto riguarda il turismo invernale, quella più promettente economicamente e più sostenibile dal punto di vista ambientale è senza dubbio la strategia “multifunzionale”.
Le strategie di tipo tecnologica – legata allo sviluppo dell’innevamento artificiale – e adattativa – legata allo spostamento “più in alto” dei comprensori sciistici – sono caratterizzate da alti costi di investimento e di gestione, oltre che da potenziali impatti negativi sull’ambiente di media e alta montagna. Per un approfondimento sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla regione alpina si rimanda al documento Dossier sul Climate Change, fonte www.cai.it.

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Impatto ambientale del turismo intensivo invernale

I fattori di impatto legati al turismo invernale di tipo intensivo sono rappresentati principalmente dalle infrastrutture per lo sci alpino (in senso lato), dal fenomeno delle seconde case, dal traffico indotto. Da queste “pressioni” derivano numerosi impatti ambientali (diretti o indiretti, spesso tra loro interconnessi) che possono essere così distinti:
– danni al paesaggio;
– riduzione e frammentazione delle aree naturali;
– effetti sulla biodiversità;
– inquinamento delle matrici ambientali (aria, acqua, terreno) e consumo di energia;
– perdita di identità culturale.

Alcune stime suggeriscono che lo sviluppo totale delle piste sulle Alpi italiane superi i 4.000 km. È evidente l’effetto sulla percezione del paesaggio di versante sulla continuità dei diversi ambienti (boschi, pascoli, praterie alpine, habitat di alta quota), che si traduce in una frammentazione degli habitat. È importante non
trascurare il fatto che un paesaggio di montagna degradato riduce l’attrattività turistica di un’area, specialmente nel periodo estivo.

Gli effetti sul suolo
vanno dall’erosione al degrado chimico (C organico, N, P, eventuali inquinanti) causato dall’innevamento artificiale e al degrado fisico dovuto alla gestione delle piste (compattazione e riduzione del volume complessivo e della dimensione dei micropori, riduzione dei cementi organici e delle ife fungine → minore humus).

Per ridurre rapidamente i fenomeni erosivi e ottenere il recupero strutturale e funzionale del suolo è necessario intervenire con operazioni di inerbimento selettivo.

Tuttavia, l’innevamento artificiale e le operazioni di compattazione complicano notevolmente le cose e riducono le possibilità di successo delle operazioni di inerbimento. Infatti, la neve artificiale e compattata è più pesante di quella naturale, riduce la capacità di isolamento del suolo, favorisce il congelamento del cotico erboso e degli orizzonti superficiali e può apportare inquinanti (come l’olio lubrificante proveniente dalle macchine usate per produrla) e additivi, utilizzati per favorire il rapido e duraturo congelamento dell’acqua (per la produzione di neve artificiale).

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Gli effetti sulla vegetazione
osservati consistono in riduzione della copertura vegetale e della produttività (capacità di produrre biomassa), nell’alterazione e riduzione della biodiversità (in particolare delle piante con fioritura a inizio stagione) e nel ritardo nello sviluppo della vegetazione (la neve sulle piste rimane fino a stagione avanzata e ritarda l’inizio dell’attività vegetativa).

Anche a distanza di anni e nonostante le operazioni di inerbimento la situazione non migliora. Sembra invece che la quantità di nutrienti (N, P) dovuta all’innevamento artificiale aumenti nel tempo → possibile inquinamento idrico.
Le specie vegetali ad alta quota hanno una bassa capacità di ricolonizzazione dei tracciati delle piste. Le operazioni di inerbimento possono avere effetti indiretti come l’introduzione di specie aliene e portare a ibridazioni con quelle autoctone.

Gli effetti sulla fauna
si manifestano in particolare come riduzione della biodiversità. Nello specifico, per quanto riguarda gli uccelli (maggiormente studiati), sono stati osservati:
– una riduzione degli habitat ed un effetto margine negativo nelle aree boscate a margine delle piste e anche nelle praterie adiacenti (< biodiversità);
– un aumento dei metaboliti dello stress (gallo forcello);
– un minore successo riproduttivo delle specie che nidificano a terra (pernice bianca);
– un pericolo rappresentato dai cavi degli impianti di risalita.

Mancano dati sulle popolazioni di mammiferi e anfibi, oltre che sugli invertebrati. Per quanto riguarda i mammiferi, gli effetti più negativi consistono nella riduzione e frammentazione degli habitat. Nel caso degli anfibi, i serbatoi artificiali per l’innevamento possono costituire delle trappole.
Anche l’inquinamento acustico e luminoso può recare disturbo alla fauna, in considerazione del fatto che spesso l’innevamento e la sistemazione delle piste viene effettuata di notte. Si noti, inoltre, che gli effetti di disturbo legati agli impianti da sci e all’innevamento artificiale andranno ad aggravare la riduzione della bio-diversità già prevista come conseguenza diretta del Climate Change.

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La produzione di neve artificiale comporta alti costi di investimento e manutenzione oltre a un grande consumo di acqua
(circa 4.000 mc/ha di pista) e di energia (circa 25.000 kWh/ha di pista).
Le principali conseguenze indirette della realizzazione di nuovi comprensori sciistici (o dell’ampliamento di quelli esistenti) sono uno sviluppo urbanistico abnorme, a causa della costruzione di seconde case, e l’aumento del traffico.
Lo sviluppo urbanistico può essere, comunque, molto diverso, per molteplici fattori. Si confronti il rapporto abitazioni/abitante nel caso di Sesto Puseria (esempio virtuoso) rispetto al Sestrière.
Si noti, peraltro, come le altre infrastrutture (fognatura, depurazione dei reflui, raccolta dei rifiuti, strade, parcheggi, ecc.) connesse allo sviluppo urbanistico debbano necessariamente essere dimensionate (e non lo sono sempre!) per i brevi periodi di alta stagione turistica.

Economia dello sci?
Oltre agli aspetti ambientali e alla disponibilità delle risorse, la pianificazione territoriale dovrebbe prendere in considerazione anche gli aspetti legati alla redditività degli impianti da sci.

L’innalzamento di temperatura porterà, da una parte, ad aumentare il costo specifico (per mc di neve o per ettaro di pista) di produzione della neve artificiale (legato a un maggior consumo energetico) e, dall’altra, ad aumentare la superficie complessiva da innevare artificialmente (con costo ulteriore), ovvero la produzione di neve artificiale.

Ne deriva una grande incertezza per il settore dello sci: tra le spese di investimento e di esercizio è (e sarà in futuro) in grado di sostenersi da solo?
Le sovvenzioni pubbliche al settore sono un fenomeno tipico italiano, che però si ritrova anche in altri paesi. Ad es. in Austria ogni sciatore viene “sovvenzionato” con 18,75 €/anno solo per gli impianti di innevamento (Cipra). In Italia, oltre alle sovvenzioni, sono previsti anche sussidi statali in caso di annate con poca neve qualora venga dichiarato (come è già successo in passato in alcune regioni) lo “stato di calamità naturale”.
In ogni caso, da una prima analisi, si rileva una mancanza di dati certi e facilmente accessibili sui bilanci delle società/consorzi che gestiscono gli impianti e sull’entità dei finanziamenti pubblici. Un’altra anomalia tutta italiana è costituita dal fatto che spesso le stesse società che realizzano e gestiscono gli impianti sono di proprietà “pubblica” e questo, assieme alle sovvenzioni, rischia di falsare la concorrenza tra diversi comprensori sciistici e di entrare in conflitto con la normativa europea.
La Società Meteorologica Subalpina afferma che è giustificabile un “eventuale mantenimento degli impianti di innevamento programmato, ma soltanto ove questo sia sostenibile economicamente e consenta con investimenti ragionevolmente contenuti di attenuare/risolvere le principali le crisi di innevamento.
Questa situazione potrebbe realizzarsi soltanto oltre i 1800÷2000 m circa, mentre a quote inferiori l’aumento delle temperature potrebbe spesso compromettere la funzionalità degli impianti anche in pieno inverno. Si tenga tuttavia presente che tale soluzione comporta elevati dispendi energetici con ulteriore incremento delle emissioni climalteranti, pertanto la sua espansione deve essere attentamente valutata anche in termini di esternalità negative.

Ove non sostenibile/conveniente il mantenimento degli impianti di innevamento programmato, è necessaria una progressiva conversione delle attività turistiche in vista di nuove condizioni climatiche, slegandosi per quanto possibile dalla «monocultura» dello sci di pista, privilegiando il più possibile approcci di fruizione dell’ambiente invernale non necessariamente innevato in modo ottimale, ma pur sempre ricco di fascino” (estratto da Cambiamenti climatici in Valle d’Aosta, 2006).
Occorre infine considerare che anche a quote elevate e sui ghiacciai, dove evidentemente è minore la superficie disponibile, la realizzazione di nuovi impianti presenta numerose problematiche, tra le quali:
– problemi legati alla sicurezza e a difficoltà ingegneristico-logistiche (con conseguente aumento dei costi);
– grave danno potenziale per ecosistemi molto fragili e vulnerabili ai cambiamenti climatici.

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Posizione e ruolo del CAI

La posizione del Sodalizio sull’argomento è contenuta nel Bidecalogo (oggi sostituito dal Nuovo Bidecalogo, NdR) nella presa di posizione del Club Arc Alpin (approvata dal CC nel 2001). Tuttavia questa posizione non è, purtroppo, da tutti condivisa all’interno del CAI (vedasi il “caso Friuli”).
Gli obiettivi possibili da perseguire in un’ottica di tutela dell’ambiente montano comprendono:
➢ la ratifica dei Protocolli della Convenzione delle Alpi (tra cui quello sul “turismo”);
➢ la promozione di una pianificazione territoriale che tenga conto dei cambiamenti climatici e degli effetti sulla biodiversità (ovvero maggiore tutela per le aree nivali e d’alta quota);
➢ la richiesta di moratoria di nuovi impianti e ampliamenti all’interno delle aree protette e dei siti Natura 2000 (salvo migliorie) e, in ogni caso, al di sotto dei 2.000 m;
➢ l’introduzione di misure di compensazione per le aree non protette, a cominciare dalla dismissione dei vecchi impianti e identificazione e promozione di standard di qualità ambientale per i comprensori sciistici (audit);
➢ la realizzazione di un Osservatorio per una banca dati a livello nazionale-regionale su:
– domanda ed offerta turistica sulla Alpi;
– bilancio dei singoli consorzi che gestiscono i comprensori sciistici;
– catasto (georeferenziato e fotografico) degli impianti obsoleti e di quelli “a rischio”, in virtù della posizione e dei cambiamenti climatici previsti;
➢ la richiesta di eliminazione di tutti i finanziamenti pubblici destinati alla realizzazione di impianti da sci (e cessione della quota di proprietà pubblica nei consorzi) così come eliminazione dei sussidi per annate con poca neve (stato di calamità naturale);
➢ la promozione e incentivazione di forme di turismo estensivo differenziato e meno impattante (anche tramite finanziamento pubblico) oltre che sul turismo estivo (allungamento della stagione).

Alcune delle azioni finalizzate al raggiungimento di tali obiettivi possono essere:
΀ la sensibilizzazione ed informazione ambientale (promozione di “buone pratiche”);
΀ la partecipazione alla pianificazione territoriale (es. VAS → PTR) e alla attività legislativa (es. richieste di revisione del Codice della strada per le motoslitte);
΀ ™il dialogo con amministratori degli enti locali e con i gestori/imprenditori dello sci;
΀ le osservazioni in fase di VIA (es. osservazioni funivia sulla “Cresta Rossa” del Rosa);
΀ l’organizzazione di convegni e predisposizione di strumenti “comunicativi” (conferenze stampa, opuscoli, comunicati, ecc.);
΀ azioni dimostrative e di protesta (es. manifestazione contro le motoslitte allo Spluga);
΀ ricorsi giudiziari (se ci sono i presupposti e lo si ritiene indispensabile).

In ogni caso va considerata la tempistica e l’opportunità di collaborare con le altre Associazioni nazionali e con i comitati locali, per mettere in campo un’attività di “lobby” più incisiva.

Sestrière, 1991: impianti d’innevamento artificiale
Aquila Verde 1991, Sestrières, M. Pinoli

Il turismo sostenibile (buone pratiche)
Alcuni esempi interessanti di sviluppo turistico sostenibile e di successo, al di fuori dei soliti schemi legati esclusivamente allo sci, si possono trovare in alcune aree dell’Alto Adige, nell’Altopiano di Asiago, nelle valli occitane, nella Vallée de la Clarée in Francia, in parte dell’Engadina. Queste zone sono tutte caratterizzate dalla varietà dell’offerta e dalla valorizzazione delle caratteristiche intrinseche del territorio, oltre che da un’attenzione verso forme alternative di mobilità rispetto all’ automobile.
Nella pianificazione turistica del territorio il ruolo di coordinamento e di visione d’insieme delle aree protette (che devono diventare soggetti proattivi e non limitarsi alla sola “protezione”) può risultare determinante ed in ogni caso costituire un valore aggiunto.
È altresì fondamentale il rilancio dell’Agenda 21 come forma di partecipazione propositiva alla pianificazione del territorio, così come altre forme di partecipazione (legge di iniziativa popolare, referendum consultivi, ecc.).

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Diventare tecnico di elisoccorso

Diventare tecnico di elisoccorso
di Fabrizio Pina, Guida alpina Maestro di alpinismo, volontario Tesa (Tecnico soccorso alpino) del CNSAS, dal 2005 presso la Stazione Triangolo lariano, XIX Delegazione

In Europa il servizio di elisoccorso è la punta di diamante del sistema di gestione delle emergenze. L’eliambulanza è un elicottero che contiene presidi medico sanitari gestiti da medico e infermiere. Il pilota e il tecnico di volo sono preposti alle operazioni aeree e infine un tecnico di elisoccorso gestisce la sicurezza a terra dell’equipe sanitaria e partecipa attivamente alle operazioni aeronautiche speciali previste per le operazioni di soccorso.

Fabrizio Pina
DiventareTecnicoElisoccorso-Pina, Fabrizio
In Italia, a seconda delle regioni, il servizio di elisoccorso è differentemente organizzato.

Ci sono situazioni regionali in cui il servizio è in capo a corpi come Vigili del Fuoco. In questo caso tutti i componenti dell’equipe sono inquadrati come dipendenti pubblici.

In molte regioni la sanità struttura direttamente il servizio di elisoccorso: indìce una gara d’appalto riservata alle ditte aeronautiche che forniscono quindi i velivoli e il relativo personale.

E’ il caso della Lombardia: in questo caso pilota e tecnico di volo sono dipendenti della ditta aeronautica che ha vinto l’appalto del servizio di elisoccorso. Medico e infermiere che salgono a bordo sono dipendenti della pubblica sanità, mentre il tecnico di elisoccorso viene fornito dalla “libera associazione nazionale di volontariato senza fini di lucro, sezione nazionale
del Club alpino italiano” denominata CNSAS (Soccorso Alpino), mediante le proprie strutture regionali o provinciali, sulla base di una convenzione con la Pubblica Sanità (art.5bis comma 1b, legge 26/2010).

Chi opera nel Soccorso Alpino è a tutti gli effetti un membro di un’associazione di volontariato riconosciuta dallo Stato Italiano come preposta alla prevenzione e alle operazioni di soccorso in montagna.

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Il tecnico di elisoccorso è un volontario dilettante, dove per volontario si intende colui che fa qualcosa senza percepire in cambio denaro e dilettante sta per “non professionista”. Infatti il TE (Tecnico di Elisoccorso) non è una professione regolamentata in quanto non esiste un albo professionale di riferimento ed allo stesso tempo quando un TE “lavora” per il soccorso alpino in un contesto di equipe di elisoccorso non è inquadrato come dipendente; di fatto però percepisce un compenso relativo alla prestazione effettuata malgrado sia un volontario.

Nonostante vi sia un rapporto subordinato ad un’organizzazione, tipico del lavoro dipendente, il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino non è assunto. Alcuni tecnici fatturano utilizzando un codice iva generico, altri utilizzano contratti CoCoPro oppure fac simile. Di fatto, dell’equipe che lavora sull’eliambulanza, il TE è l’unico a non risultare lavoratore dipendente dell’organizzazione a cui fa riferimento ma bensì risulta un lavoratore autonomo che partecipa ad operazioni aeronautiche speciali che lo espongono ad altissime responsabilità penali e civili nei confronti delle persone con cui interagisce. Si spera che le coperture assicurative che dovrebbero tutelarlo siano adeguate. Si spera…

Il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino è quindi una figura con un piede nel mondo del volontariato ed un piede nel mondo del professionismo.

I tecnici di elisoccorso del Soccorso Alpino hanno di solito un’altra professione e si dedicano a tempo perso (circa due o tre volte al mese) a partecipare a turni di durata giornaliera presso le basi di elisoccorso. A tempo perso quindi intervengono in delicate operazioni aeronautiche che prevedono l’utilizzo di operazioni speciali come sbarco ed imbarco in hovering e verricello. A tempo perso intervengono con l’eliambulanza del servizio sanitario regionale in situazioni di emergenza su terreni alpini quali pareti rocciose, cascate di ghiaccio e ghiacciai per prestare soccorso.

Durante alcuni fine settimana, a tempo perso, partecipano ad addestramenti a volte valutativi.

A tempo perso; poiché ognuno dei TE ha il proprio lavoro: chi idraulico, chi falegname, chi impiegato, chi veterinario e chi Guida alpina dedica una parte del proprio tempo al soccorso e viene così ingaggiato ogni tanto (Tra i 20 e i 30 turni all’anno) a fare il tecnico di elisoccorso.

Come detto precedentemente il Tecnico di Elisoccorso non è una professione in quanto non esiste un albo professionale e non esiste una scuola a libero accesso che formi tecnici di elisoccorso.

Il soccorso alpino forma la propria figura di elisoccorritore e sulla base di convenzioni con le aziende sanitarie regionali lo inserisce nell’equipe di elisoccorso.

Come avviene la formazione del tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino? Il volontario del Soccorso Alpino riceve la formazione che il soccorso alpino impartisce utilizzando i propri istruttori. Partecipa alle operazioni di soccorso a terra in squadra come volontario nella misura in cui è stato formato. Il volontario che intraprende una carriera tecnica nell’associazione parte da “Operatore di Soccorso Alpino OSA” per diventare “Tecnico di Soccorso Alpino TESA” fino a raggiungere la qualifica più alta di “Tecnico di Elisoccorso TE”. Tutti e tre i livelli prevedono periodi di formazione e periodi di esame erogati tramite istruttori del soccorso alpino che sono qualifiche interne all’associazione. Non sono titoli professionali riconosciuti dallo Stato come può invece essere quello di Guida alpina.

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Che poi tanti istruttori siano Guide alpine è vero. Ma il soccorso alpino quando opera in ambito formativo, formalmente non incarica il professionista Guida alpina, ma bensì il volontario Sig. Mario Rossi. Spesso, l’organizzazione non apprezza il fatto che l’istruttore si firmi Guida alpina ma allo stesso tempo trae grandi vantaggi nel momento in cui l’istruttore incaricato alla formazione ed alla redazione dei programmi formativi sia un professionista.

Il vantaggio è duplice: qualità nell’operato ed assunzione delle responsabilità. Di fatto le Guide alpine sono presenti nel soccorso alpino e rivestono un ruolo importante soprattutto al vertice degli organi tecnici come la Scuola Nazionale Tecnici (SNATE) in cui ad oggi sono presenti solo Guide alpine; ma questo titolo formalmente non viene riconosciuto.

Il volontario del Soccorso Alpino che desidera diventare tecnico di elisoccorso deve fare domanda alla propria stazione di appartenenza ed alla delegazione. E’ a discrezione del delegato e del capo stazione inviare il candidato alle prove di selezione per accedere al corso Tecnici di elisoccorso.

E’ chiaro che l’accesso al corso sia vagliato da prove tecniche che si basano sul principio di meritocrazia, ma per accedere a queste è necessario avere il parere positivo personale di due soggetti fisici privati il cui ruolo nel Soccorso Alpino è più politico che tecnico. E’ un filtro iniziale che decide sulla base di quanto il volontario partecipi alla vita della stazione. Il problema è che in questi casi anche la simpatia piuttosto che la scomodità di una persona possono influire sul giudizio iniziale: non è possibile provare il contrario.

Se il soccorso alpino fosse un’associazione privata che opera esclusivamente con se stessa non ci sarebbero problemi. Ma in realtà il soccorso alpino è coinvolto in una convenzione con le ASL regionali che vivono sulla base di soldi pubblici. Lo stesso soccorso alpino riceve finanziamenti pubblici per organizzare i suoi corsi tra cui anche quelli di elisoccorritore.

Il giudizio personale di due soggetti privati influenza in maniera imprescindibile la partecipazione ad un corso organizzato con risorse pubbliche per formare volontari retribuiti che a tempo perso vengono inseriti in una equipe di elisoccorso che vive sui soldi del contribuente, cioè le tasse che tutti noi paghiamo. Questa è la risposta italiana in un contesto europeo che si basa sul professionismo nell’elisoccorso.

Se una Guida alpina, unico professionista (Legge n.6/89) a poter accompagnare su terreno alpino con tecniche ed attrezzature alpinistiche, volesse diventare elisoccorritore (mansione retribuita con soldi pubblici) deve passare attraverso il giudizio privato di capo stazione e delegato del Soccorso Alpino.

Quindi il veterinario e l’elettricista, se hanno il benestare di capo stazione e delegato possono accedere alle selezioni per elisoccorritori. La guida alpina certificata dallo Stato italiano ad accompagnare chiunque su qualsiasi terreno che viene ritenuta non idonea da capo stazione e delegato (figure politiche e non tecniche), ovviamente per motivi che esulano dalle capacità tecniche, non passa.

E’ difficile dimostrare che i motivi personali non possano mai influenzare il giudizio di delegato e capo stazione.

Quindi il falegname promosso dal parere positivo del capo stazione e del delegato accede ad una selezione per un corso di circa 15 giorni che lo abilita ad accompagnare medico ed infermiere su terreno alpino con tecniche ed attrezzature alpinistiche… La Guida alpina che ha frequentato un corso riconosciuto dallo stato italiano di 120 giorni distribuiti in 4 anni che lo abilita all’accompagnamento di chiunque, su qualsiasi terreno ed in maniera esclusiva, se viene bloccato dal parere personale di capo stazione e delegato non passa, e non può partecipare alle selezioni e di conseguenza al corso e quindi, in qualità di professionista ad una mansione retribuita con i soldi pubblici versati dai contribuenti, come successo a me ad inizio del 2015 nella Stazione del Triangolo lariano – XIX Delegazione.
Queste sono le mie considerazioni, ormai è tempo che si prenda la strada del riconoscimento della figura professionale di Guida alpina nell’ambito CNSAS, per i miei colleghi Guide che operano all’interno con grande professionalità, che in futuro possano operare con la stessa, ma da professionisti riconosciuti!

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Il Canalone della Morte

Riceviamo da Luciano Ratto, [email protected], il primo alpinista a conquistare tutti i Quattromila delle Alpi e fondatore con Franco Bianco del Club 4000, un documento inerente gli incidenti mortali accaduti sul Grand Couloir du Goûter, sulla normale francese del Bianco, comprensivo delle possibili soluzioni.
Al fondo, come quasi di consueto, abbiamo aggiunto delle considerazioni. Una riflessione del tutto personale che forse si distacca dalla visione corrente.
Luciano Ratto. Archivio Ratto

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Il Canalone della Morte
(La roulette russa sul Monte Bianco)
di Luciano Ratto (agosto 2015). Foto (salvo diversa menzione) della Fondation Petzl

1 – Lo scandalo del Goûter
Paura sul Monte Bianco: valanga sfiora 15 alpinisti nel canalone del Goûter: questo titolo, su La Stampa VdA del 21 agosto 2015, dà notizia dell’ultimo atto di una incredibile commedia che per poco non si è tramutata in tragedia, dopo una penosa altalena di ripetute aperture e chiusure del Refuge du Goûter a seconda delle condizioni del percorso di accesso, e di un discutibile intervento delle autorità francesi che ne hanno “vietato” (sic!) l’accesso.

E così, ancora e sempre, come ogni anno, il canalone del Goûter è comparso alla ribalta. Fino a quando? Fino a quando assisteremo a questo scandaloso spettacolo?

Sorprendente è la conclusione di questo articolo dal quale apprendiamo che il sindaco di Saint-Gervais, signor Jean-Marc Peillex, appena informato dell’accaduto, si è limitato a dire che la situazione è ora nella norma, perché fa abbastanza freddo… e pertanto il Refuge du Goûter rimane aperto e la via è percorribile!…”. Cose da non credere! Ma di quale “norma” parla questo sindaco? Per lui la “norma” è che in quel famigerato canalone si debba continuare inesorabilmente a rischiare la vita?

Solo nel 2014 abbiamo assistito alla folle impresa che ha sfiorato la tragedia di uno pseudo-alpinista americano che ha messo a repentaglio la vita di due suoi figli di 9 e 11 anni durante una salita del Monte Bianco per cercare di conseguire un discutibile record. E, ancora una volta, l’ineffabile sindaco di Saint-Gervais, Jean-Marc Peillex, non nuovo a esternazioni anche esagerate, si dichiarò indignato“, e  affermò che “qualcuno deve dire basta a queste assurdità”, facendo benissimo a denunciare quel padre incosciente e vanaglorioso, ma che avrebbe anche dovuto chiedersi se non si sentiva colpevole pure lui per la mancata soluzione di questo gravissimo problema che si trascina da troppi anni.

CanaloneMorte-600px-Mont_Blanc-Gouter_route-via-normale-francese-fonte-it_wikipediaorgQuesto episodio, al quale i media hanno dato molto risalto (http://www.alessandrogogna.com/2014/07/29/il-guinness-della-stupidita/), si è svolto nel corso della salita al Refuge du Goûter, base di partenza per raggiungere la vetta del Bianco. Questa via è considerata la più agevole dal versante francese e non presenta grandi difficoltà tecniche dal rifugio alla vetta, ma è pericolosissima nel tratto di salita al rifugio perché si deve attraversare un canalone nel quale cadono frequenti frane e slavine. Perciò tra le vie “normali” del Bianco questa è certamente la più rischiosa ma, purtroppo, la più frequentata.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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Su questo canalone, in cui si è verificata la caduta dei due bambini, fortunatamente trattenuti dal corrimano fisso, molto si è scritto in passato; mette conto leggere su una pubblicazione intitolata Le insidie della montagna questa frase: nel canale del Goûter si concentra gran parte degli incidenti più gravi del Monte Bianco, e lo scritto così continua: circa la metà degli incidenti si verifica nei 100 metri dell’attraversamento del canale, ed un terzo sulla cresta, ecc.

L’attraversamento di questo canalone è un assurdo azzardo che si traduce in una vera e propria roulette russa: ecco perché la definizione di “canalone della morte” che gli è stata data.

 

2 – Il Grand Couloir del Goûter
Il Grand Couloir del Goûter, si trova sul versante settentrionale del Monte Bianco, lungo la cosiddetta via “normale” del Monte Bianco (che, a causa di questa situazione, tanto “normale” non è) che si sviluppa sul versante ovest dell’Aiguille du Goûter. Questa via che parte dal Refuge de la Tête Rousse per raggiungere il Refuge du Goûter e di lì il Bianco, è di gran lunga la più frequentata tra le quattro vie del Bianco (tre francesi ed una italiana) e perciò, ogni anno è percorsa da moltissimi alpinisti in salita ed in discesa.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
CanaloneMorte-05

Questo canale ha inizio dalla cresta dell’Aiguille du Goûter, è alto circa 800 m, e bisogna attraversarlo nel suo tratto inferiore su una lunghezza di 70 metri per raggiungere, sul versante sinistro orografico la cresta che conduce al rifugio.

Il problema di questo canale è che la roccia in cui si trova è marcia ed è coperta da pietre e massi instabili di dimensioni anche notevoli pronti a cadere, a volte messi in movimento involontariamente da altri alpinisti impegnati nella fasi di salita o di discesa, e, anche se la sua inclinazione non è accentuata (40/45°), le pietre, rotolando, coinvolgono porzioni sempre maggiori di roccia, provocando vere e proprie frane, causando molto spesso gravi incidenti ai malcapitati alpinisti che lo attraversano.

Per rendere un po’ più sicuro questo canalone, a inizio della stagione estiva, le guide alpine di Saint-Gervais posizionano un cavo teso tra le due sponde, che avrebbe lo scopo di offrire una assicurazione; troppo spesso però gli alpinisti non utilizzano questo mezzo di sicurezza, confidando nella buona sorte…

Assembramento prima della traversata
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3 – Criticità del Couloir del Goûter
La pericolosità di questo canalone fu segnalata fin dai primi salitori del Bianco lungo questa via, nel 1861, eppure, da oltre due secoli, in esso si verificano incidenti che solo da 25 anni (dal 1990) sono stati rilevati. Li si può evidenziare con le seguenti statistiche elaborate dalla Fondation Petzl in collaborazione con la Gendarmerie de Haute Montagne di Chamonix:

tra il 1990 e il 2011 sono stati registrati 291 alpinisti soccorsi in 254 incidenti, che hanno causato 74 morti e 180 feriti: 12 all’anno in media, di cui 4 morti e 8 feriti!

Nonostante le forti variazioni tra gli anni, il numero delle vittime è stabile sul lungo termine con un leggero aumento nell’ultimo decennio. E in tutti gli anni precedenti quante sono state le vittime? Qualcuno ne ha tenuto il tragico conto?

E’ questo un vero e proprio bollettino di guerra.

In quest’anno 2015, proprio mentre sto scrivendo questo documento, da giugno a fine agosto, i morti sono già cinque, per non parlare dei feriti, e la stagione alpinistica non è ancora terminata.

In nessuna località del mondo e in nessun gruppo alpino, compresi i territori degli 8000, si è mai verificato, non occasionalmente, ma sistematicamente, regolarmente, puntualmente ogni anno, una serie di incidenti con morti e feriti come in questi pochi metri di canalone. E ciò, sorprendentemente, sotto gli occhi di tutti, nella massima indifferenza delle autorità amministrative della regione, del mondo della montagna, dell’opinione pubblica e dei media. Ormai queste morti “non fanno più notizia” se non nella cronaca spicciola dei quotidiani locali e perciò sono considerate alla stregua di incidenti stradali di poco conto.

Il canalone in un periodo asciutto
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Senza esagerazioni, è questo uno scandalo che dovrebbe essere denunciato sul piano internazionale con grande evidenza perché non riguarda solo il mondo dell’alpinismo, e che si presta a severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose…

Di fronte a questi dati tragici e terrificanti si rimane allibiti e increduli:
– che la grande Francia, maestra di civiltà, che dispone di risorse e professionalità di alto profilo, sia finora rimasta inerte;
– che in tanti anni le autorità francesi comunali e regionali non siano state capaci di trovare che una soluzione molto precaria, con la posa di un cavo in corrispondenza dell’attraversamento del canale; è questo cavo che ha salvato i due bambini, ma non altri alpinisti;
– che l’opinione pubblica, formata soprattutto dai parenti delle vittime di questo scandalo, non abbia reagito in alcun modo;
– che nessuno (magari il Club Alpino Francese e gli altri club alpini europei ) abbia mai pensato a un’azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo, in appoggio ai familiari delle vittime nei confronti della Municipalità di Saint Gervais, della Prefettura della Regione Rhônes-Alpes, e del Governo francese.

 

4 – Osservazioni di alcuni esperti
Come detto, questo scandalo è noto da molti anni. Già i primi salitori, a metà ‘800, segnalarono la pericolosità della salita su questa via. In diversi libri-guida, monografie sul Bianco, articoli e riviste, si è ripetutamente segnalato il forte rischio; si legga al riguardo:

– nel libro Tutti i 4000: l’aria sottile dell’alta quota (Vivalda Editore), a pagina 50, queste parole: “… Riteniamo che questo sia il percorso più pericoloso e mortale di tutte le Alpi“;

Lucien Devies e Pierre Henry, autori della prestigiosa Guida Vallot dedicata a La chaine du Mont Blanc, vol 1°, del 1973, hanno espresso questo giudizio perentorio: “… C’est un des lieux le plus meurtriers des Alpes, trés frèquenté et abordé par des incompétents, il est facile mais dangereux et exposé. La traversée du couloir est raide et en même temps trés exposée aux chutes de pierres… Techniquement cette voie est facile, mais le danger est grand, meme avec les aménagements récents”. Non occorrono altre parole, salvo l’osservazione che non sono solo gli “incompetenti” a subire il bombardamento ma anche gli esperti, guide comprese.

– Mario Vannuccini, in I 4000 delle Alpi, ha scritto: “L’attraversamento del Gran Couloir è la parte più delicata dell’ascensione al Monte Bianco. Attenzione alle scariche di sassi, molto frequenti e pericolose in questo tratto! Conviene transitarvi il più velocemente possibile e uno alla volta”.

– Martin Moran, in The 4000m Peaks of the Alps, ha annotato: “… Esiste un serio, oggettivo pericolo di caduta massi nell’attraversare il Grand Couloir, dove si sono verificati innumerevoli incidenti”.

– Helmut Dumler e Willi Burkhardt, nel libro Il nuovo quattromila delle Alpi, del 1990, e nel successivo Il grande libro dei quattromila delle Alpi, del 1998, così hanno scritto: “… La massa degli alpinisti che salgono si fermano prima della traversata del couloir attrezzato con le corde. Qui, soprattutto nel pomeriggio, scricchiolano e si staccano le pietre. Sulla successiva costola gli alpinisti che salgono o scendono costituiscono un pericolo costante per gli altri. In alcuni giorni gli elicotteri del servizio di soccorso non si arrestano per un momento. CI SI CHIEDE PERCHE’ NON SIA ANCORA STATO CREATO UN PERCORSO ATTREZZATO SULLA COSTOLA ADIACENTE.

L’attraversamento del canalone
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5 – Scopo del presente documento
A questo punto ritengo necessario precisare che questo problema mi appassiona perché negli anni scorsi sono salito più volte sul Monte Bianco su percorsi diversi, ma, scendendo, ho sempre evitato la via del Goûter di cui conoscevo la pericolosità.

Senonché, in un’occasione in cui io e il mio compagno fummo sorpresi da una forte bufera, fu gioco forza scendere obtorto collo proprio lungo questa via; giunti in vista della famigerata traversata assistemmo, con il cuore in gola, a una tragedia: una enorme frana di grossi massi travolse in pieno un gruppo di tre alpinisti polacchi due dei quali se la cavarono seppur feriti gravemente, mentre il terzo fu investito in pieno e morì dissanguato perché gli era stata quasi strappata una gamba e i soccorsi, per le pessime condizioni meteo, non arrivarono in tempo.

Fu da quel giorno che decisi di battermi per cercare di contribuire, con i miei modesti mezzi, a porre rimedio a questa situazione assurda: scrissi numerose lettere e articoli di tono “forte” che essendo “politicamente scorrette”, perché tiravo in ballo le autorità francesi, pochi giornali e riviste presero in considerazione.

Quest’anno ho dedicato più tempo a documentarmi al riguardo e ho scoperto che a questo angosciante problema hanno dedicato studi seri e approfonditi due importanti istituzioni francesi fondate di recente:

– la Coordination Montagne (www.coordination-montagne.fr/), di Grenoble;
– la Fondation Petzl (www.fondation-petzl.org), di Criolles.

Fonte: Coordination Montagne
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La Coordination Montagne, fondata nel gennaio 2012, raggruppa molte associazioni ed enti che operano nel mondo della montagna, e indirizza la sua attività all’informazione e prevenzione. In tale ambito, nel 2012, in collaborazione con la Fonfazione Petzl, ha pubblicato, in dieci lingue, un utilissimo fascicolo tascabile intitolato La salita del Mont Blanc: un’impresa da alpinisti indirizzato a tutti i candidati al “tetto delle Alpi”: si tratta di un insieme di indicazioni su come prepararsi per affrontare questa salita, come attrezzarsi e informarsi, quali vie seguire, quali pericoli evitare e come agire in caso di incidenti; due intere pagine sono dedicate a come attraversare il canale del Goûter, a beneficio delle migliaia di alpinisti che lo affrontano ogni anno.

Nel mese di maggio 2014 l’Association Chamoniarde di Chamonix e la Coordination Montagne, con il sostegno della Fondation Petzl, hanno aperto il sito www.climbing-mont-blanc.com allo scopo di estendere la campagna di informazioni.

La Fondation Petzl, fondata nel 2006, ha lo scopo di “condividere il successo dell’azienda con l’ambiente con il quale interagisce, e a tal fine si impegna in una riflessione sull’accesso al Monte Bianco, una delle cime più belle e tra le più visitate al mondo il cui accesso impone uno studio su come renderlo più sicuro con una azione preventiva. E’ certo che il rischio zero non esiste in quanto il canalone del Goûter è solo un piccolo tratto del percorso per raggiungere la vetta del Bianco, ma ci si può proporre, con una maggiore informazione, almeno di assicurare una maggiore sicurezza agli alpinisti che lo frequentano”.

Di fronte alla cattiva immagine che questo canalone procura all’alpinismo in generale, la Fondation Petzl vuole perciò risvegliare le coscienze e avviare una riflessione approfondita su cosa si può fare al riguardo, lanciando un messaggio più chiaro sui pericoli che si corrono e offrire un contributo al miglioramento della sicurezza del canalone sulla via normale del Monte Bianco da Saint-Gervais.

Ricordiamo qui che le quattro vie classiche di accesso al Monte Bianco sono: la via di Saint-Gervais passando per il canalone del Goûter, la via dei Grands Mulets, la via dei Trois Mont Blanc da Chamonix, e la via italiana dal rifugio Gonella, denominata via del Papa.

Perciò, dato che le vie normali al Bianco sono frequentate ogni anno da un numero altissimo di persone, stimato in media tra i 35.000 e i 40.000, la Fondation Petzl, nel 2010, ha presentato ai professionisti della montagna delle proposte orientative.

Tutti si sono dichiarati d’accordo circa la necessità di trovare una soluzione per limitare il pericolo nell’attraversamento del canalone, senza pregiudicare il valore del sito e le intrinseche difficoltà del percorso facilitandone l’accesso, seguendo le direttive date dal Presidente della fondazione, Paul Petzl.

Nel corso di questa indispensabile concertazione, le guide alpine hanno presentato delle fotografie attestanti la presenza di massi di grande taglia (fino a 50 tonnellate) sulla sommità del canalone. Questa documentazione ha permesso di precisarne le traiettorie e la loro “energia di caduta”, ponendo in evidenza che una eventuale passerella aerea sospesa a 25 metri di altezza (come si era pensato di attuare) potrebbe essere colpita dal 3% di tali massi e pertanto si dovrebbe posizionarla a 35 metri, il che però sarebbe incompatibile con la preservazione del sito.

Il contributo della Fondation Petzl si è perciò orientato inizialmente verso lo studio di una galleria di diametro limitato (2 metri) percorribile a piedi e adattabile al terreno. Altre iniziative sono state considerate: ricerca di un itinerario alternativo più sicuro, miglioramento dell’informazione sul rischio di questa via, migliore conoscenza delle altre vie, ecc.

Questo famigerato canalone è da tempo riconosciuto come pericoloso, tanto che a volte è stato chiamato il “braccio della morte” per il conto altissimo che presenta agli alpinisti che vogliono raggiungere la cima del Bianco lungo questa via.
L’elevata esposizione ai crolli su questo passaggio lo rende particolarmente pericoloso in piena stagione estiva, perché viene travolto da frane frequenti, il che è stato confermato da due studi commissionati dalla Fondation Petzl denominati “accidentologia” e “caduta di massi”:

– “accidentologia”: la gendarmeria di alta montagna di Chamonix e la Fondation Petzl hanno studiato le operazioni di soccorso organizzate tra il 1990 e il 2011 al fine di meglio conoscere la realtà degli incidenti avvenuti nel percorso tra i due rifugi, le varie circostanze e le vittime. Si è accertato che la metà circa degli incidenti ha avuto luogo durante la sola traversata, che è stato definito un vero “punto nero” della salita al Bianco.

– “caduta di massi”: nell’estate del 2011, dal 20 giugno al 18 settembre, una società di ingegneria geotecnica, ha condotto uno studio statistico sulle frane per identificare i fattori che possono aggravare o ridurre il rischio. Durante questo periodo di osservazioni i tecnici hanno trascorso 42 giorni sul campo, e hanno fatto moltissime osservazioni sui 754 eventi provocati da “massi cadenti” allo scopo di:
– in primo luogo specificare il pericolo rappresentato dalle rocce e massi che cadono;
– in secondo luogo studiare i rischi associati in funzione dell’affollamento del sito;
– e infine individuare quali soluzioni potrebbero ridurre o eliminare il pericolo.

Impressionanti sono le molte fotografie e i filmati registrati proprio nel momento del verificarsi delle frane durante questa “campagna”.

Il versante dell’Aiguille du Goûter in un periodo di secca
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Inoltre sono state osservate 363 persone in situazioni difficili, vale a dire persone che erano nel canalone quando si è verificata una frana e che avrebbero potuto essere o sono state colpite dai massi. Con poche eccezioni, questo numero è direttamente correlato al numero di frane osservate. Si è verificato inoltre che:

le cadute di massi possono verificarsi in qualsiasi momento del giorno o della stagione, ma si sono osservate forti variazioni legate alle condizioni meteorologiche;

– i momenti più pericolosi sono nelle ore più soleggiate della giornata e della stagione, con temperature positive e aria secca (umidità <50%). Tali periodi generalmente corrispondono alle più alte presenze di alpinisti nel canalone.

In base alle rilevazioni effettuate nell’estate del 2011, il numero dei passaggi annuali in questo canale è stato stimato in media tra i 17.000 e i 17.500, di cui 7.300 – 7.500 in salita e 9.700 – 10.000 in discesa.

Estrapolando la percentuale media registrata durante il periodo di osservazione, si può stimare per l’intera stagione che circa un migliaio di persone abbiano dovuto affrontare massi in caduta nella traversata del canalone.

 

6 – Soluzioni possibili
Su come risolvere il difficile problema di mettere in sicurezza la salita al Refuge du Goûter sono state studiate molte misure, misure che però devono mirare a rendere il percorso più sicuro ma – come già detto – in nessun caso a renderlo più facile tecnicamente così da indurre in errore i candidati sul minor impegno fisico e mentale che richiede l’insieme della salita al Monte Bianco lungo questa via.

La priorità dovrebbe essere data alla informazione e alla prevenzione. Occorre perciò:

Sul piano della prevenzione:
– diffondere le informazioni già disponibili (bollettini meteo, guide turistiche, opuscoli informativi,ecc), indicazioni delle guide alpine, dei responsabili del soccorso, dei gestori dei rifugi;
– considerare un nuovo percorso più sicuro;
– predisporre dei ripari e rinforzare i cavi lungo la traversata.

Sul piano tecnico si sono esercitati in molti, compreso l’autore di questo documento, ad avanzare proposte. Ecco qualche possibile soluzione prospettata da diversi autori:
1 – “blindare” almeno la parte alta del canalone con versamento, tramite elicotteri, di centinaia di metri cubi di cemento a pronta presa che “saldino” le pietre sul terreno;
2 – montare barriere di protezione in ferro e/o cemento armato, su più punti del canalone; queste due prime soluzioni sono difficilmente realizzabili per il pericolo conseguente al dover operare “dentro” il canalone stesso. Inoltre sarebbero poco accettabili sul piano del rispetto ambientale;
3 – stendere un ponte tibetano sopra il canalone (1a ipotesi Petzl): praticabile, magari montandone due in parallelo onde evitare intasamenti tra cordate in salita e discesa; il costo è accettabile e il tempo di realizzazione è breve. La Petzl stessa però la valuta impraticabile perché si è calcolato che, per essere al di fuori della traiettoria dei massi e delle pietre più grandi, questa passerella aerea dovrebbe essere alta più di 35 m da terra, cosa impossibile da realizzare in quel sito;
4 – scavare una galleria sotto il passaggio chiave (2a ipotesi Petzl, su suggerimento delle guide di Saint-Gervais): si è pensato a un tubo in acciaio di due metri di diametro percorribile a piedi e adattato all’ambiente. E’ questo un progetto molto impegnativo, rischioso, molto costoso, con tempi lunghi di attuazione, ma che avrebbe il vantaggio di uno scarso impatto sull’ambiente. Su questa ipotesi di soluzione si è però scatenato un acceso dibattito sul web;
5 – attrezzare una via sulla costola destra orografica del canalone (1a ipotesi Ratto): era questa la proposta di Dumler e Burkhardt, citata anche nel presente documento, e che peraltro è suggerita come “variante 192” anche dalla Guida Vallot, a pagina 111: questa variante si presenta nel suo insieme, secondo la Vallot, della stessa difficoltà (PD) della solita via, ma è assolutamente sicura e porta sulla cresta Payot all’altezza dei Rochers Rouges da cui facilmente si raggiunge il Refuge du Goûter. Alpinisticamente – a mio avviso – parrebbe perfino più interessante dell’attuale. Questa nuova via potrebbe essere messa in sicurezza, su indicazione delle Guide Alpine di Saint-Gervais con impiego di imprese locali, con un’ottica – oserei dire – da “modello ferrata”, attrezzandola perciò con cavi, fittoni, corde, scale, protezioni varie. Ritengo che potrebbe essere realizzata in poco tempo (qualche mese di lavoro) e con spesa contenuta. Comunque tra tutte le soluzioni ipotizzabili sarebbe senza dubbio la meno costosa e la meno impattante sull’ambiente naturale. Inoltre importa osservare cha sarebbe in linea con i principi orientativi dettati da Paul Petzl, Presidente della Fondation Petzl;
6 – impiantare un’ovovia (2a ipotesi Ratto): con stazione di partenza alla Tête Rousse, e stazione di arrivo sulla cresta nei pressi del Refuge du Goûter. Inutile dire che questa soluzione sarebbe la più radicale e la più costosa come impianto e come manutenzione e richiederebbe alcuni anni per essere realizzata, ma non è scartabile a priori impugnando motivi di rispetto ambientale perché qualunque soluzione venga adottata sarà inevitabilmente sempre, in qualche misura, a scapito dell’ambiente.

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7 – Conclusione e piano operativo
A parte le considerazioni sopra esposte, ritengo che, vista l’importanza e la delicatezza dell’opera, sarebbe opportuno (a prescindere dalle soluzioni sopra finora ipotizzate) lanciare un bando di concorso, rivolto a studi di progettazione e a imprese di costruzione di tutta Europa, per vagliare la validità di quanto prospettato e per risolvere tecnicamente il problema della sicurezza eventualmente con nuove soluzioni sperimentate in situazioni analoghe.

Per i finanziamenti, vista l’internazionalità degli alpinisti che fruiranno di questa nuova sistemazione del percorso al Bianco, si potrebbe fare ricorso a fondi dell’Unione Europea.

A questo punto è opportuno sottolineare che obiettivo prioritario nella decisione di risolvere, una volta per tutte, questo annoso problema non è il costo della soluzione che sarà adottata ma la salvaguardia delle vite umane; è questo un imperativo categorico cui tutto deve essere subordinato: salvare una sola vita giustifica qualunque spesa che si debba sostenere e anche che si chiuda un occhio, una tantum, se, per motivi di necessità, si dovesse provocare qualche ferita all’ambiente.

Se un rimprovero si può, anzi si deve fare, agli amici francesi è quello di essere arrivati al terzo millennio senza aver ancora risolto un problema noto da almeno due secoli.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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In occasione della costruzione del nuovo avveniristico, ipertecnologico Refuge du Goûter, peraltro costosissimo (7 milioni di euro?), con una modesta frazione di questo importo si sarebbe potuto mettere in sicurezza il percorso di salita e discesa al rifugio stesso.

Ora non si deve più perdere altro tempo: occorre chiedere alle autorità competenti (Sindaco e Prefetto) di procedere in questo modo:
– da subito porre delle barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi;
– provvedere a un accurato e approfondito primo “disgaggio” del percorso sulla destra orografica del vallone (variante 192 della Vallot), fin sulla Cresta Payot;
– attrezzare velocemente questa via e metterla in sicurezza con cavi, corde, scale, nicchie e ripari, e con adeguati segnavia;
– provvedere a dare comunicazione di queste decisioni a tutto il mondo alpinistico con adeguati mezzi informativi.

 

Considerazioni
di Alessandro Gogna
Il saggio di Luciano Ratto tocca punti di indiscutibile interesse. Accanto all’urgenza di ripensare la totalità della salita di questa via “normale”, si pongono questioni di ordine etico e libertario, oltre che ambientale. Con la consapevolezza che finora nessuno dei numerosi articoli apparsi sul web a questo proposito (il documento di Ratto è stato diffuso a fine settembre 2015) ha affrontato la questione in questi termini. Tutti si sono limitati a sollecitare le soluzioni, sgomenti di fronte alla gravità dei fatti.

Che il Canalone della Morte sia uno dei posti al mondo più soggetti a incidente è fuori discussione: ma la causa di ciò risiede soprattutto nell’altissimo tasso di frequenza, ultimamente aumentato vieppiù con la costruzione del nuovo Refuge du Goûter. La “normalità” che cita il sindaco di Saint-Gervaise fa riferimento al fatto che in quel periodo le temperature erano mediamente fredde, dunque la pericolosità del canalone non era ai livelli massimi. Il sindaco ha fatto un inopportuno ragionamento statistico, concludendo che la via può rimanere “aperta” quando il pericolo è, per dire, 50 e deve essere chiusa quando è 100. Tutto ciò è ridicolo, le condizioni sulla montagna variano di minuto in minuto. Divieti e permessi rischiano d’essere obsoleti in un battito di ciglia. E io rimango della mia opinione, per fortuna condivisa non da pochi, che non ci dovrebbero mai essere divieti, come pure non dovrebbero esserci mai i tanto ventilati e mai attuati “numeri chiusi”. Ripeteremo alla nausea che ciascun alpinista o pseudo-alpinista deve imparare ad assumersi la piena responsabilità delle sue azioni. E che, se al posto del divieto, ci fosse un avviso tipo la “bandiera rossa” delle spiagge, ci sarebbe di sicuro una maggior crescita di responsabilità, anche in individui stupidamente refrattari o poco esperti.

Mi rifiuto di pensare che le autorità amministrative della regione o l’opinione pubblica siano indifferenti, penso invece con forza che l’esitazione di esse sia più che altro dovuta alla sensazione d’impotenza che ha una qualunque amministrazione di fronte a fenomeni, come quello dell’alpinismo, che sfuggono a regolare qualificazione. Soggetti molto di più alla decisione dei singoli e molto di meno alle regole, anche quelle del buon senso. Non confondiamo l’indifferenza presupposta col “non fare notizia” con l’esitazione di fronte al dibattito che ciascuno vive dentro di sé. La tragedia del “non fare notizia” è comune a migliaia di altri fenomeni planetari: ma io ritengo che la notizia debba essere comunque data, non solo quando il padrone morde il suo cane, ma anche quando, più normalmente, il cane morde il suo padrone. Davvero sono responsabili i giornalisti e gli amministratori che, per motivi anche bassamente opportunistici, non danno il giusto rilievo alle tragedie del Canalone della Morte? O non è più giusto pensare sempre che l’alpinista, e solo lui, è il vero responsabile? Davvero è così moralmente obbligatorio “mettere in sicurezza” quel canalone snaturandolo quindi in modo radicale? Davvero pensiamo che sia più etico dare la possibilità di una salita più sicura a chiunque piuttosto che richiedergli una maggiore esperienza? Davvero pensiamo che la salita al Monte Bianco sia una cosa così importante?

Gli altri non hanno il diritto di impedire l’azione dell’alpinista, possono solo consigliarlo ed eventualmente soccorrerlo. E anche quando gli facilitano la strada con corde fisse o quant’altro cadono nell’errore di favorirgli la convinzione che in fin dei conti tutto sia stato messo in sicurezza.

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La guida alpina Alberto Bianchi ha giustamente segnalato sul sito facebook dell’Osservatorio della Libertà in montagna (29 settembre 2015) l’esistenza di questo genere di cartellonistica di tempi ormai lontani, commentando: “Questo è un cartello per la sicurezza sul lavoro del tempo andato; oggi si predica l’esatto opposto! Sostituendo “la macchina” con “il terreno” l’avvertimento calzerebbe a pennello anche a chi vuole muoversi libero in montagna; ma anche in questo campo oggi si afferma la filosofia opposta“.

Per queste considerazioni rifuggo dalle invocate “severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose”. Come rifuggo da ogni tipo di “azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo”.

Divieti, responsabilità e certificazioni di sicurezza vanno a braccetto con l’aumento esponenziale delle cause legali, con l’intrusione sempre maggiore del diritto e delle assicurazioni in un mondo che vorremmo più “nostro”, più alpinistico.

Sono invece pienamente d’accordo nel condannare la scelta di ricostruire in modo avveniristico e spettacolare il Refuge du Goûter senza prendere neppure in considerazione i problemi che una maggiore frequenza di accesso ha portato e porterà, con l’inevitabile crescita del tasso di gravi incidenti. Non si è fatto nulla né per “mettere in sicurezza” né per dissuadere senza divieti. Il rifugio è stato costruito, ha comportato costi spaventosi e… lo show must go on!

Piano piano arrivo anche io a ciò che secondo me occorrerebbe fare in concreto.
Nessun divieto, nessun numero chiuso. Dimentichiamo soluzioni sciocche o improponibili come ovovia, ponte tibetano, tunnel sotterraneo. Dimentichiamo le “barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi“.

Si deve invece scoraggiare nel modo più incisivo possibile la frequentazione di quella via “normale”: con video, cartelli e agitando ogni possibile spettro di paura e di morte. Aumentando le tariffe del trenino, dell’accompagnamento guida e dei pernottamenti in rifugio. Sì alla revisione dei corrimano e degli ancoraggi, ma no al disgaggio (che per me è come mettersi a scopare il mare).

Infine, sì alla costruzione di una via ferrata che salga sullo sperone di sinistra, parallelo al canalone. Detto da me, contrario a ogni genere di via ferrata… Ma quando ci vuole ci vuole. E in ogni caso non parlare mai di “piena sicurezza” della variante.

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Patentino e guida alpina obbligatori in Abruzzo

Patentino e guida alpina obbligatori in Abruzzo?

Il 6 novembre 2015, con l’articolo http://www.alessandrogogna.com/2015/11/06/abruzzo-soccorso-alpino-a-pagamento-ed-rc-obbligatoria/, davamo notizia di una proposta di legge regionale abruzzese che prevede, come già in altre regioni, il soccorso alpino a pagamento e la RC obbligatoria per gli alpinisti e scialpinisti.

L’articolo ha destato un grosso interesse, vista la mPateria assai scottante. Lo dimostrano i 56 commenti che ha prodotto (senza contare alcuni che sono stati cancellati per contenuti troppo sanguigni e offensivi): c’è da osservare però che, accanto a considerazioni costruttive, ci si è spesso contorti in più o meno validi attacchi, in più o meno giustificate difese, più personali che altro.
E’ interessante indagare un poco sulla genesi di questa idea.

Paolo De Luca
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Il maestro di sci Paolo De Luca racconta: “A marzo 2015, una domenica mi sono permesso di telefonare a casa del Consigliere Regionale Luciano Monticelli. Io non conoscevo Monticelli, che è stato Sindaco del Comune di Pineto (TE) per due mandati; lo vedevo in Tv e lo leggevo sui giornali. Mi sono presentato e gli ho detto che avevo a cuore questo argomento. Lui ha capito al volo l’importanza di cosa gli stavo proponendo tanto da fissare un appuntamento presso il suo ufficio in Regione all’Aquila. Io sono subito andato da lui e la mia proposta è stata presa seriamente in considerazione da subito. Ad aprile e maggio 2015 abbiamo fatto due riunioni al palazzo dell’Emiciclo. Come risultato la regione Abruzzo ha ritenuto opportuno modificare l’art. 99 della Legge Regione Abruzzo 8 marzo 2005 n. 24, permettendo, nello specifico ambito invernale (sci fuori pista), la libera frequentazione della montagna in ogni condizione, ponendo però obbligatoria, si badi bene, la dotazione individuale per l’autosoccorso (ARTVA, pala e sonda). In questo lavoro sono stato da subito appoggiato dal collega Loreto Bartolomei e successivamente anche dalla Guida Alpina Giampiero Di Federico. E a breve verrà promulgata la legge sul soccorso alpino a pagamento”

Paolo De Luca è anche autore della pubblicazione Incidenti in montagna e soccorso a pagamento.

Su Mountlive.com, con pubblicazione del 16 ottobre 2015, il presidente regionale del CNSAS, Giulio Giampietro ha esposto la posizione ufficiale del CNSAS Abruzzo. In sintesi “No al soccorso a pagamento in Abruzzo… Alla luce di una analisi attenta della situazione regionale e dei dati statistici ad essa connessi, il CNSAS Abruzzo ritiene che sia più opportuno incentivare un’opera di sensibilizzazione alla sicurezza in montagna, piuttosto che procedere alla stesura frettolosa di una normativa che, benché valida per alcune realtà regionali, sia del tutto estranea alla realtà abruzzese”.

Giampietro sostiene che occorre considerare “le cause che determinano l’incidente e la conseguente richiesta di soccorso, sul diritto civile, ma anche morale di essere soccorsi. Un esempio? Ai familiari di un ipotetico sventurato, deceduto in montagna per propria incompetenza, imperizia, incoscienza, inadeguatezza dell’attrezzatura utilizzata o, peggio, perché vittima di reale fatalità, verrà comunque recapitata una fattura per il recupero della salma?”.

Loreto Bartolomei
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Ad attizzare vieppiù la polemica, ecco la notizia che il 6 novembre 2015 è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte il testo della deliberazione sull’aggiornamento delle tariffe per l’utilizzo dell’elisoccorso e/o delle squadre a terra del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese in zone impervie.
Gli interventi dell’elisoccorso del 118 e delle Squadre a Terra del Soccorso Alpino non saranno più gratuiti per tutti ma prevedranno, a partire dal 1 gennaio 2016, una compartecipazione delle spese da parte della persona soccorsa in caso di «intervento immotivato, inappropriato, o generato da comportamento imprudente».
Come prosegue il testo firmato dagli Assessori Antonio Saitta e Alberto Valmaggia, le operazioni di soccorso saranno addebitate interamente «per le chiamate totalmente immotivate» e «per le chiamate immotivate che generano l’attivazione di ricerca di persone disperse a causa di un comportamento non responsabile».
In un caso, invece, i costi delle operazioni vengono addebitati in parte (fino a un massimo di 1000 €) all’individuo soccorso se causati «da utilizzo di dotazione tecnica non adeguata rispetto a qualsiasi attività ludico ricreativa e sportiva intrapresa, ovvero dalla scelta di percorsi, o gradi di difficoltà non adeguati al livello di capacità, o dal mancato rispetto di indicazioni di percorso, divieti o limitazioni».
Naturalmente la compartecipazione ai costi del soccorso non si applica in caso di interventi giustificati da motivazioni sanitarie ovvero quando il paziente viene ricoverato in ospedale o in Osservazione Breve Intensiva.
L’aggiornamento delle tariffe relative alle operazioni di elisoccorso prevedono
– un diritto fisso di chiamata di 120 €
– un costo al minuto di volo di 120 €
Relativamente all’attivazione delle Squadre a Terra del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, le tariffe prevedono
– un diritto fisso di chiamata per ciascuna squadra di 120 €
– un costo per ogni ora aggiuntiva, oltre la prima, di operazione per ogni squadra di 50 €
Il Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese sottolinea che non percepirà alcun rimborso proveniente da tali compartecipazioni, anche se le operazioni saranno svolte interamente dal proprio personale, poiché la sua attività è già supportata dalla Regione Piemonte ai sensi della legge regionale 67/1980.

Il presidente del SASP (Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese), Aldo Galliano, commenta che «la delibera introdotta dagli Assessori Saitta e Valmaggia ha, dal punto di vista della nostra organizzazione, un elevato valore etico poiché pone maggiori responsabilità su coloro che si avventurano su terreno impervio senza la dovuta preparazione oppure attivano la complessa macchina dei soccorsi in maniera immotivata. Riteniamo corretto che certi interventi, sempre assai costosi, non siano a carico della collettività bensì vedano una compartecipazione economica da parte di coloro che vengono soccorsi”.

L’idea di De Luca e Bartolomei è ulteriormente discussa il 20 ottobre 2015 nel palazzo dell’Emiciclo all’Aquila, sede del Consiglio Regionale della Regione Abruzzo. Sono presenti ai lavori i consiglieri Pierpaolo Pietrucci e Luciano Monticelli. Oltre a Paolo De Luca in rappresentanza del Collegio Regionale Maestri di Sci Abruzzo, ci sono i rappresentanti di CNSAS Abruzzo, SAGF (Soccorso Alpino Guardia di Finanza), SAF (Vigili del Fuoco), Polizia di Stato, CAI Abruzzo, ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili, ???), 118 Abruzzo e Collegio Regionale Guide Alpine Abruzzo.

20 ottobre 2015, palazzo dell’Emiciclo all’Aquila. Al centro, da sinistra: Pierpaolo Pietrucci, Luciano Monticelli e Paolo De Luca
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In questa riunione devono essere stati discussi altri temi, oltre al pagamento del soccorso e all’obbligatorietà di un’assicurazione RC. Infatti, in seguito, Loreto Bartolomei scrive: “In Abruzzo ci sarà prossimamente una legge ancora più completa delle altre regioni. Ci sarà l’obbligo di una polizza assicurativa RC per chi intende fare lo sport dell’arrampicare, usando attrezzature per farlo tipo: corde, chiodi, ramponi, scalette, ecc, come pure chi vuole sciare fuoripista. Una polizza valida anche per i danni che con quelle attività il praticante può arrecare a se stesso.
Chi ne è sprovvisto sarà sanzionato, ma non chi ama passeggiare sui sentieri delle nostre montagne.
E, sopra un certo grado di difficoltà, sarà fatto obbligo dell’accompagnamento di una guida alpina. Saranno indetti dei corsi per una prima preparazione alla frequentazione della montagna in sicurezza, per sé e verso gli altri, con esame finale di idoneità, con sensibilizzazione anche nelle scuole per i giovani studenti… Ricordo a tal proposito che in Abruzzo chi vuole recarsi a cercare funghi deve aver frequentato un corso per conoscerli e poterli raccogliere.
Infine saranno utilizzati reparti dei Vigili del Fuoco per l’elisoccorso, in quanto hanno più volte dichiarato la loro disponibilità a farlo e a terra le squadre del Soccorso Alpino delle varie forze di Polizia, Forestale e Carabinieri (
Il CNSAS non è citato, NdR). Si sta per avverare un sogno, quello di vedere meno elicotteri sorvolare le nostre montagne per il recupero di infortunati e/o di “gitanti fuoriporta”, ma soprattutto meno sperpero di denaro pubblico…”.

Queste affermazioni suscitano un grande vespaio. L’opinione degli appassionati sul soccorso a parziale o totale pagamento è assai divisa, ma in ogni caso se ne può parlare. Anche sull’assicurazione si può discutere, almeno sulla RC (assolutamente meno chiara è la questione su una specie di “casco” individuale).
Siamo invece al limite dell’assurdo quando si accenna agli esamini di idoneità per non parlare della pratica dell’alpinismo con guida alpina obbligatoria.

Daniele Caielli osserva per primo che non si capisce in base a quali leggi nel campo delle attività ludico-sportive-escursioniste queste misure possano essere adottate. Aggiunge: “Quindi per ora sarà in vigore la massima arbitrarietà, terreno propizio a una valanga di ricorsi giuridici. Attenti quindi voi trail runner che andate in montagna con le scarpe basse…”.

Giovanni Busato aggiunge che “se da un lato occorre preservare il libero arbitrio soprattutto in montagna, dall’altra l’imporre per legge un comportamento comporta creare false aspettative o false sicurezze…
La polemica sull’Artva, obbligatorio o meno, è illuminante quando si scopre che una bella fetta di chi lo indossa in realtà non sa come usarlo, o non legge i bollettini valanghe… La stipula di una assicurazione deve essere una libera scelta soprattutto consapevole, frutto di un percorso culturale: altrimenti rimane solamente un fatto formale anzi, magari una scusa per sottovalutare i rischi…, “tanto ho l’ARTVA e, comunque, sono assicurato!!!!!!!!”.

Daniele Piccini afferma che, in questo moderno medioevo della montagna, i pubblici amministratori vorrebbero risolvere il problema delle proprie responsabilità cogliendo una proposta a dir poco approssimativa per varare una legge che fa soltanto comodo ad alcuni: “Il fatto della sicurezza sembra l’ultima preoccupazione del legislatore anche se viene riportata come primaria. Le tesi a sostegno sia del pagamento del soccorso che dell’obbligo (su certi terreni) di ingaggiare una guida alpina o magari un accompagnatore di media montagna portando ad esempio casi limite riscontrabili in qualsiasi attività (chi va a 200 km all’ora con la moto e si schianta deve pagare il soccorso?) sono irricevibili. A chi sostiene che solo a Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale dello Stato e Vigili del Fuoco si debba assegnare il compito del soccorso in montagna, pur nel rispetto dello loro professionalità, voglio ricordare che per tale compito sono formati e giustamente pagati dalla comunità. Non vedo citato in Soccorso Alpino e Speleologico ugualmente professionale ma formato da volontari”.

Fulvio Turvani
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Molto attivo è Fulvio Turvani che in più interventi argomenta: “Sono contrario prima di tutto come soccorritore.
La prima conseguenza di queste leggi è mettere in difficoltà noi. Succederà, succede, che qualcuno per timore di dover pagare tarderà a chiamare i soccorsi. Un soccorso banale alle 15, diventa critico a fine giornata. Il recupero di qualcuno perso su un prato o una cresta, è più facile dello stesso qualcuno che dopo aver provato a scendere, senza sapere dove, si è infilato in un canale o perso nel bosco. Prima o poi qualcuno per non aver chiamato, perché si è perso sano e aveva paura di pagare, lo ritroveremo morto.
Sempre da soccorritore mi chiedo perché chi va in montagna deve pagare, e tutti gli altri no. Gli automobilisti indisciplinati, i fungaioli imprudenti, il ciclista distratto e quello che da 15 anni si rifiuta di ascoltare i consigli del medico…
Perché chi decide di passare la domenica in montagna e sbaglia sì, e chi decide invece di passarla in autostrada e sbaglia no?
… Per un intervento in Grigna, ne faccio 20 su strada. Ma nessuno dice di far pagare l’elicottero a chi correva troppo in auto, a chi non rispetta le distanze di sicurezza, a chi non si assicura di avere le luci dell’auto a posto prima di mettersi per strada.
Ma guai se due ragazzi son saliti in Rosalba con i jeans.
… Solitamente la giustificazione è che gli alpinisti “vanno a cercarsela”… Dicono che i soccorsi costano. Ma sono sicuro che se andiamo a vedere i bilanci delle regioni, o anche solo quelli nel mio caso dell’elisoccorso, si scoprirebbe che i costi per gli interventi che riguardano gli alpinisti sono una frazione di un costo decisamente superiore. Se poi allarghiamo l’orizzonte e guardiamo il costo sociale, ci si rende conto che l’alpinista sprovveduto/diseducato/incosciente, ha un costo sociale ben inferiore a quello del generico cittadino sprovveduto/diseducato/incosciente.
Quindi la domanda torna ad essere “perché gli alpinisti si e tutto il resto dell’umanità no?”.
… In ogni caso chi fa queste proposte si assume la responsabilità di uccidere uno degli ultimi spazi di libertà individuale, di solidarietà tra persone con idee diverse ma consapevoli di dividere un sentimento, chiamiamolo passione, comune.
Ribadisco ancora una volta che son certo che l’aspetto economico vero sia marginale. Per quanto un intervento in montagna sia singolarmente più complicato e costoso di uno in autostrada (ma mica sempre… quanto costa alla comunità la chiusura di un’autostrada per una o due ore?)
”.

In vetta al Gran Sasso d’Italia 2912 m: non proprio in infradito, ma quasi
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Loreto Bartolomei
 cerca di riassumere la situazione, almeno dal suo punto di vista: “Chi frequenta la montagna camminando sui sentieri segnati nulla deve pagare se per caso subisce un incidente: se però andando in ospedale il codice sarà verde, e quindi non viene ricoverato, non subisce medicazioni e torna a casa, oppure addirittura nel caso che il “soccorso” venga portato a valle alla propria autovettura, in questi casi il “furbo” paga il soccorso per intero. Se invece è soccorso un alpinista, dotato dell’attrezzatura necessaria e se l’infortunio avviene per fatalità, insomma quando non poteva onestamente essere previsto: se il “soccorso” è ferito e al pronto soccorso viene medicato, ha dei giorni di ricovero o di convalescenza, nulla deve per il servizio. Se invece l’evacuato viene sorpreso con attrezzatura inadatta, o se andando in ospedale gli viene assegnato codice verde, e quindi non viene medicato, ricoverato, allora deve pagare per intero il soccorso…

L’accompagnamento da parte della guida alpina sarà obbligatorio a partire da un certo grado di difficoltà dell’arrampicata, questo sarà stabilito dal collegio delle guide. Essendo le operazioni di soccorso effettuate da personale (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forestale, Vigili del Fuoco) con ruolo di Polizia Giudiziaria, saranno loro a certificare con un rapporto l’accaduto. Insomma, il tempo dei “furbetti” con infradito che una volta stanchi si fanno riaccompagnare in macchina a valle aggratis, e finito.

Le guide alpine Marcello Cominetti e Stefano Michelazzi intervengono anche più di una volta per ribadire non solo quanto sono contrari all’obbligo di accompagnamento di guida alpina ma anche quanto si augurano che i colleghi si esprimano al più presto al riguardo.

Alberto Benassi prova a concludere amareggiato: “Visto che le montagne non sono di proprietà dei vari Loreto di turno, ma sono di tutti; visto che la libertà di andare in montagna è sacra come è sacra la libertà di andarci in base al proprio stile e capacità. Se passerà questa legge dell’obbligo della guida e dell’obbligo del soccorso a pagamento solo per gli alpinisti, propongo una manifestazione di protesta da fare ad esempio a Prati di Tivo”.

Considerazioni
Paolo De Luca e Loreto Bartolomei hanno fatto per primi una proposta in regione Abruzzo per risolvere un problema decisamente scottante. Di questo dobbiamo dare loro atto, considerando per esempio che una delle prime conseguenze è stata l’abolizione dei divieti sul fuoripista.

Riteniamo però, come già asserito sopra, che mentre sia tutto discutibile e perfettibile, è da respingere qualunque tentativo di rendere obbligatorio un patentino e tanto meno l’accompagnamento di una guida alpina.

 

 

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Il PD per l’eliski in Piemonte

Il PD per l’eliski in Piemonte

Sul sito del Partito Democratico del Consiglio Regionale del Piemonte il 29 settembre 2015 è stata pubblicata una mozione di Silvana Accossato (prima firmataria) sulla disciplina della pratica dell’eliski in Piemonte (http://gruppopd.cr.piemonte.it/web/2015/09/29/eliski/).

Invito il lettore ad andare a leggere qui il breve ma intenso testo integrale della mozione. In assenza di questo sforzo, ecco alcune considerazioni in merito. L’obiettivo è di parlarne in modo critico e, se possibile, di stroncare in partenza questo subdolo tipo di spinta alla regolamentazione.

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Il documento, firmato da Silvana Accossato (prima firmataria), Allemano, Appiano, Baricco, Caputo, Ferrentino, Ottria e Ravetti, è lungo 47 righe: di queste, ben 44 sono dedicate ai vari premesso che, considerato che, constatato che e rilevato che e solo 3 all’impegno che la Giunta Regionale del Piemonte dovrebbe approvare.

Le premesse, considerazioni e constatazioni sono un buon elenco di quale sia la situazione in alcune regioni italiane e all’estero: elenco che, da solo, basterebbe a bocciare la proposta di regolamentazione e promuovere il divieto assoluto della pratica dell’eliski.

A dispetto di ciò, tra le contraddizioni e nonsenso più notevoli:

– Per espressa ammissione del documento stesso, in tutti gli altri Paesi alpini tale attività è stata vietata o comunque regolamentata in modo rigoroso. Lo stesso documento però dice che le società estere di elicotteri sono attratte dal territorio piemontese per il motivo che su questo non v’è normativa specifica (che strano, avrei detto che le società straniere, che non possono operare nei loro territori, sono attirate più che altro dal fatto che in Piemonte, previo accordo in sordina con un Comune, si può fare quello che si vuole…).

– Il documento cita il forte impatto in termini di inquinamento acustico, osserva il possibile distacco di valanghe causato dai rotori o dall’azione degli sciatori depositati su pendii in quota, prende atto che chi pratica eliski non ha la possibilità di testare le condizioni della neve durante la salita, è d’accordo sul disturbo della fauna alpina in un periodo dell’anno, quello invernale o di inizio primavera, in cui certe specie sono già messe a dura prova dai rigori del clima; ma, dopo tutte queste belle ammissioni, sancisce che l’elicottero risulta comunque essere il mezzo di trasporto più adatto all’ambiente alpino ed è insostituibile nel campo della sicurezza e della logistica delle strutture di accoglienza in quota (chi ha mai detto il contrario?) e infine “accoglie” quella fascia di utenza che si rivolge a questo mezzo per praticare lo sci alpino, specie in zone dove per raggiungere i pendii occorre compiere lunghi spostamenti orizzontali o ai margini di grandi comprensori sciabili (!!!).

E poi arriviamo alla contraddizione: l’attività dell’eliski è da considerare praticabile soltanto in alcuni, ben determinati ambienti e contesti, a condizione che non impatti con l’ambiente naturale, la conservazione della fauna, della flora e del loro habitat, nonché con le attività che si svolgono ordinariamente in montagna e che venga circoscritta a determinati periodi programmati con specifiche modalità definite da un’apposita commissione di esperti.

– Notiamo il vago accenno alle attività che si svolgono regolarmente in montagna. Cosa intende qui il documento? Si riferisce ai normali scialpinisti o a chi? Perché, se si riferisce a loro, non prende anche atto che molti di questi potrebbero non frequentare più quelle zone, con danno all’economia locale? Perché non si vede che un eventuale e striminzito vantaggio economico derivante da un flusso elituristico sarebbe ampiamente nullificato dalla diserzione del normale scialpinismo?

– Il documento a un certo punto deve stringere, deve cioè portare logicamente alla conclusione, quella di andare a discutere per una regolamentazione. Per dimostrarne la necessità, si punta sul fatto che tale fenomeno, se non adeguatamente normato, può portare ad un uso incontrollato e pericoloso del mezzo, o al proliferare di norme localistiche che hanno sia scarsa efficacia che ragione d’essere, stanti le caratteristiche dell’elicottero che in quanto mezzo aereo consente di valicare facilmente i confini amministrativi. Perché, dopo tutte le premesse, non si accetta semplicemente che l’eliski è pernicioso per tutti i motivi elencati? Perché non si accenna neppure a quanto esiguo potrebbe essere il cosiddetto vantaggio economico, anzi alla perdita che risulterebbe al confronto con le minori presenze scialpinistiche? Quali interessi non detti o non espressi muovono questa decisione di regolamentare che, agli occhi di qualunque benpensante, non è altro che l’anticamera della liberalizzazione?

– Alla fine la mozione, nell’impegno, spinge la Regione Piemonte ad avviare in tempi rapidi un’apposita iniziativa legislativa per la disciplina dell’eliski con gli obiettivi di contenere il fenomeno, ridurre l’impatto che ne deriva e definire adeguati standard di sicurezza. Un perfetto e sintetico elenco di tutte le contraddizioni sopra riferite.

– Ho lasciato per ultima la raccomandazione che tale attività vada svolta sempre con il coinvolgimento di guide alpine in grado di valutare la stabilità del manto nevoso e di garantire, di conseguenza, l’esercizio in sicurezza dell’attività sportiva. Il motivo di questo mio spostamento di posizione è semplice: la norma, se approvata, andrebbe contro qualunque pensiero e pratica di libertà. La guida alpina Michele Comi così si è espresso: “Le contraddizioni del documento sono imbarazzanti… ma le parole utilizzate nell’ultimo punto, dove si citano le guide quali “garanti” della sicurezza, sono completamente inappropriate e fuorvianti”.

Qui di seguito tre documenti, spediti alla Regione Piemonte, per indirizzare il consiglio regionale a una legislazione ben diversa da quella voluta dal PD:

DOCUMENTO CIPRA

DOCUMENTO MOUNTAIN WILDERNESS

DOCUMENTO PRO NATURA

 

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L’energia eolica e il paesaggio massacrato

L’energia eolica e il paesaggio massacrato
di Carlo Alberto Pinelli

Con questo mio testo intendo affrontare l’argomento delle energie rinnovabili prodotte dal vento, prendendo come punto di partenza – e anche come stella polare – la mia esperienza personale; una esperienza in cui credo si riflettano – al dilà delle diversissime articolazioni individuali – le esperienze e i vissuti di tutti coloro per i quali il paesaggio non è soltanto qualcosa che si può ammirare affacciandosi da un belvedere ben protetto, magari raggiunto con una funivia, o fermando per qualche frettoloso minuto la propria auto ai margini del guard-rail di una strada carrozzabile.

Ho la pretesa di interpretare i sentimenti e le convinzioni di quella non marginale minoranza di abitanti del Pianeta che non si riconosce nella mentalità di chi riduce il paesaggio ad una gigantesca diapositiva a colori, collocata prudentemente sullo sfondo e destinata a suscitare di conseguenza solo effimere fibrillazioni estetiche. Il senso del paesaggio, per me e per tanti nostri simili, non si esaurisce nella scenografia del panorama, per quanto suggestiva essa possa apparire. Io appartengo alla schiera di quelli che i guard-rail li scavalcano, non soltanto metaforicamente e che la sera, quando si voltano a osservare un panorama, ripercorrono con lo sguardo e col cuore un paesaggio nel quale sono stati immersi per tutta la giornata e di cui conoscono ogni piega e ogni sfumatura, per averle interiorizzate, passo dopo passo, quinta dopo quinta, dislivello dopo dislivello.

Insomma uno sguardo partecipe, familiare, affettuoso come quello che si riserva a un amico, o al focolare della propria dimora materna.

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Chi mi conosce immagina che i paesaggi ai quali istintivamente sto facendo riferimento siano principalmente quelli – immensi e selvaggi – che si possono ammirare dalla vetta di una montagna raggiunta dopo ore o settimane di sforzi, anche affrontando seri pericoli; paesaggi che rientrano nella categoria estetica ed etica del sublime di matrice romantica; e questo è in parte vero, non posso né voglio negarlo.

Però le immagini che si affacciano in questo momento alla mia mente appartengono a paesaggi diversi: dolci profili di colline coltivate, boschi, vigneti, pascoli, campi di grano: una natura profondamente intrisa di vicende umane e da queste minuziosamente rimodellata attraverso il paziente e saggio lavoro dei secoli. Paesaggi “non-eroici” che hanno accompagnato e sorretto emotivamente il cammino della vita di tanti di noi, dall’infanzia ad oggi e che vorremmo vedere ancora in grado di illuminare con la loro serena, sfaccettata (e mai totalmente prevedibile) armonia le esistenze dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Ho ceduto alla tentazione di questa premessa semi-autobiografica solo per introdurre in maniera non arida e non freddamente scolastica la prima parte del mio intervento; quella che tratta del significato – o meglio, dei significati – che il termine “Paesaggio” è chiamato a coprire. In coda il lettore potrà trovare una scheda esauriente relativa alla attuale situazione degli aerogeneratori in Italia. Meno drammatica, tutto sommato, di quella che si sarebbe potuto prevedere.

Già gli antichi romani dividevano il territorio fisico in due ambiti distinti: l’Ager, ordinato, organizzato e tranquillizzante regno dell’agricoltura da un lato; e dall’altro, in netta contrapposizione, il Saltus, ossia il mondo dei pascoli alpestri, dei boschi primigeni, degli incolti, delle forre, dei ghiaioni rocciosi che salgono verso le creste delle montagne, dei ghiacciai: luoghi impervi, non ancora del tutto assoggettati (pascoli e boschi) o non assoggettabili in alcun modo (loci horridi) alle esigenze materiali dell’uomo. Questi ultimi erano visti con sospetto e inquietudine, a volte addirittura con repulsione, a volte con quel timore reverenziale che si accompagna alle ierofanie del sacro. Ma in ogni caso erano luoghi collocati all’esterno, o ai margini estremi dell’oikos rasserenante, addomesticato dalle attività umane. Bisognerà attendere l’illuminismo e poi il romanticismo per assistere all’ingresso del Saltus entro l’orizzonte praticabile della cultura occidentale, anche nei suoi aspetti estremi, i più disarmonici e pittoreschi.

L’argomento odierno, legato come è al problema dell’invasione degli aerogeneratori per la produzione di energia dal vento, mi suggerisce di non affrontare il tema, di per sé affascinante (e a me particolarmente caro) del paesaggio “sublime”: quel radicale rovesciamento di prospettiva culturale che porterà, tra l’altro, alla invenzione dell’alta montagna e all’alpinismo. Gli impianti eolici minacciano le dorsali appenniniche e le colline dell’Italia centro-meridionale e insulare. Luoghi naturali tutt’altro che selvaggi. Perciò il perno del mio intervento riguarderà l’Ager: i luoghi della vita.

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Cominciamo allora col collocare nella giusta prospettiva e nei giusti rapporti reciproci i termini “panorama” e “paesaggio”; termini che spesso nell’uso corrente vengono intesi a torto come sinonimi. Entrambi sono i precipitati di una evoluzione storica dello sguardo; perché, senza dubbio alcuno, negli spazi naturali ciascuno di noi vede solo cosa ha imparato a vedere; vale a dire cosa la sua cultura di appartenenza gli suggerisce di vedere. Però poi il primo – il panorama – fa riferimento esclusivamente alla dimensione estetico/scenografica della percezione e possiede una preminente ambizione spettacolare. Potremmo anche dire che rappresenta la cornice esteriore in cui si iscrive la forma del paesaggio.

Il paesaggio invece è molto di più. Anche nei suoi riguardi sarebbe futile negare l’importanza cruciale della qualità estetica. Tuttavia tale qualità non può essere scissa, “come una efflorescenza senza radici”, dall’identità culturale dei luoghi. Una identità che si è venuta formando nel tempo, attraverso la lenta sedimentazione di memorie, saperi, attività pratiche e simboliche. Il paesaggio è, in una parola, natura che si è fatta storia. Occorre insomma una mediazione simbolica, non priva di sottili connotazioni etiche, per far sì che un contesto naturale assurga al valore di paesaggio.

Il filosofo Joachim Ritter, una ventina di anni fa, scriveva a questo proposito che “il paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la contempla con sentimento”. Questa ultima annotazione – con sentimento – è insieme particolarmente significativa e incompleta. Significativa: perché suggerisce che l’ordito etico su cui si radica il valore estetico del paesaggio è direttamente proporzionale alla intensità dell’investimento affettivo compiuto dal soggetto osservante. Incompleta perché sembra suggerire che sia sufficiente la contemplazione passiva a propiziare quel necessario investimento affettivo. Invece non è così. Il paesaggio non si può metabolizzare fino in fondo, cioè non può divenire carne della nostra carne, solo “sedendo e mirando”. Esso deve rappresentare il momento di sistemazione e di sintesi di un percorso concreto, fatto di mille diverse sollecitazioni emotive, intellettuali, fisiche. Un percorso che coinvolge e mette alla prova l’intero individuo, dagli occhi alle piante dei piedi.

Ma a chi appartengono i paesaggi? Dal momento che la loro forma, così come è giunta fino a noi, è il risultato di una millenaria interazione tra gli antichi abitanti e l’aspetto naturale del luogo, da molte parti si è sostenuto che il diritto – per lo meno morale – di deciderne le trasformazioni appartenga esclusivamente agli eredi diretti: cioè a coloro che vi sono nati o attualmente vi vivono e lavorano. Però questa conclusione è solo in parte condivisibile. Si è spesso sentito parlare dei montanari o dei contadini come “gelosi custodi del loro patrimonio naturale”. Sono frasi che possiedono un suono accattivante, ma che troppo spesso, purtroppo, trovano scarse corrispondenze nella realtà.

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La svendita delle proprie radici culturali – e del paesaggio in cui quelle radici affondano e trovano alimento – compiuta da tante comunità rurali, ha naturalmente molte giustificazioni sui versanti delle convenienze economiche, degli stili di vita, dell’aspirazione al benessere, della psicologia; e, ancora prima, di una storia pesantemente segnata da un lungo destino di subalternità nei confronti dei modelli provenienti dai ceti dominanti. Si tratta di giustificazioni serie che ci vietano di pronunciare alla leggera giudizi supponenti.

Tuttavia resta vero che spesso l’apprezzamento per il valore culturale ed estetico del paesaggio fa difetto in chi ha con quel particolare paesaggio una quotidiana dimestichezza. Abbiamo a che fare qui con quella che è stata descritta come “ la sindrome del sagrestano”. La costante, ripetitiva contiguità di questo personaggio con gli aspetti più prosaici della gestione della chiesa in cui lavora, in molti casi finisce col renderlo insensibile alle suggestioni mistiche che il luogo sacro continua a suscitare invece negli altri fedeli. Sembra dunque che non abbiano poi tutti i torti coloro i quali sostengono che il paesaggio è opera dello sguardo di chi va verso di esso e vi si inoltra provenendo da altrove.

Sia quel che sia, ogni posizione esasperatamente localistica ci riporta molto indietro nel tempo. Nel Medioevo e nel Rinascimento gli abitanti del quartiere Labicano, contiguo al Colosseo, avevano il diritto esclusivo di utilizzare l’antico anfiteatro come una cava di pietra. Oggi se gli abitanti di quello stesso quartiere invocassero un analogo diritto per trasformare – faccio un esempio – il Colosseo in un grande silos multipiano per parcheggiare le loro ingombranti automobili, tutti i cittadini del pianeta avrebbero il diritto di ribellarsi e di intervenire per bloccare lo scempio. Il Colosseo è un bene universale, sottratto alle immediate convenienze di chi è nato nei suoi dintorni.

E allora? Allora è ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità “universale” che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte. Se queste rappresentano la testimonianza preziosa della creatività umana, quelli – i paesaggi – della nostra creatività sono i necessari presupposti. Ciò non equivale naturalmente a privare le popolazioni locali di ogni diritto decisionale. Significa semplicemente armonizzare quel diritto con gli eguali diritti e con gli interessi diffusi di una più vasta comunità.

Speculare alla “sindrome del sagrestano” è poi la cosiddetta “sindrome di Bali”. Ne sono contagiate quelle comunità che per catturare l’interesse dei turisti in cerca di sensazioni “esotiche”, mantengono artificialmente in vita abitudini, rituali e paesaggi, che non rispondono più alle loro reali esigenze, non derivano da un sincero bisogno identitario, ma sono solo vuote crisalidi folkloristiche. Non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo: noi non siamo favorevoli a un simile tipo di museificazione superficiale delle tradizioni culturali e del paesaggio in cui esse si collocano. Diffidiamo di queste mummificazioni di basso conio che si avvicinano pericolosamente ai parchi tematici in stile disneyano. Il paesaggio è e deve restare una realtà viva e in divenire.

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Ma attenzione: questa consapevolezza non può giustificare la supina accettazione di manomissioni e abusi, anche se a compierli sono le comunità del posto, accecate dal fascino mistificatorio di modelli urbani. Al contrario, quella medesima consapevolezza deve assumere per noi il ruolo di una arma efficace, da utilizzare contro ogni tentativo di designificazione e appiattimento delle specificità paesaggistiche. I luoghi possono certamente evolvere lentamente, lungo archi temporali molto lunghi; ma non debbono trasformarsi, da un giorno all’altro, in non-luoghi privi di anima e orfani di senso.

Questo è esattamente il rischio che sta correndo la campagna italiana a causa dell’invasione delle gigantesche pale eoliche.

Non mancano, anche nel mondo degli ambientalisti, coloro che sostengono che gli aerogeneratori sono oggetti belli, dai quali il paesaggio verrebbe “arricchito”. Ho il sospetto che dietro a una simile avventata affermazione – anche qualora venisse fatta in perfetta buona fede – si celi un equivoco psicologico. Siccome le pale eoliche dovrebbero produrre energia pulita e rinnovabile, vengono sentite dai loro sostenitori come un qualcosa di totalmente e apoditticamente positivo; e quel loro giudizio (o pregiudizio?) finisce col travalicare i propri confini per invadere anche, indebitamente, la dimensione estetica. A incrinare la credibilità di tali affermazioni basterebbe però la constatazione che i loro stessi autori raccomandano poi di non invadere con gli impianti eolici i paesaggi di maggior pregio. Alla faccia del preteso arricchimento.

Rende sgomenti constatare come intere associazioni che si erano battute al nostro fianco contro nuovi tracciati autostradali, linee ferroviarie superflue, elettrodotti trasfrontalieri, porti turistici, cementificazioni edilizie; e lo avevano fatto motivate da inequivoche considerazioni di tutela della qualità dell’ambiente naturale, ora assistano plaudenti a un massacro del paesaggio italiano certamente assai più barbarico per estensione e gravità di tutto quanto si era visto fin’ora. Per poter far digerire ai loro associati un simile voltafaccia sono costretti a sostenere che gli aerogeneratori sono belli. Francamente il tentativo fa un po’ pena.

Comunque il punto è un altro. Non importa se gli impianti eolici sono belli od orrendi. Ciascuno può pensare (o fingere di pensare) quello che vuole. Il problema è che gli aerogeneratori industriali sono troppi e troppo ingombranti. Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con migliaia di manufatti rotanti, alti più o meno come la Mole Antonelliana di Torino, equivale a una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’armonica percezione.

Ciò equivale a una irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi tradizionali; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive. Una drammatica perdita di identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: non-luoghi indistinguibili gli uni dagli altri.

Stiamo assistendo, insomma, all’ultimo atto della conquista “coloniale” del mondo rurale da parte delle logiche e degli interessi nati nelle metropoli. Del resto una configurazione unitaria dello spazio fisico fa parte dei segni distintivi di ogni regime autoritario e di ogni ambizione imperiale. Il “leccamano contento” delle genti locali, anche dove ciò si sta verificando, nulla toglie a questa triste verità e non ci porta davvero verso orizzonti più democratici e partecipativi.

Gli aerogeneratori, almeno qui da noi (ma credo anche in altri paesi), rappresentano gli stendardi di una avida e strisciante dittatura globalizzatrice, ammantata di pseudo-giustificazioni ecologiche. Il professor James Lovelock, famoso maître à penser dell’ambientalismo britannico, in un articolo comparso sul Guardian di qualche anno fa ha parlato di “fascismo eolico”. La definizione, anche se volutamente provocatoria e paradossale, coglie un aspetto non secondario del problema con cui oggi dobbiamo confrontarci.

Spero che questo mio intervento, per quanto necessariamente sintetico, sia stato sufficiente a dimostrare che la nostra ferma opposizione all’invasione sregolata degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani.

Va aggiunto che la manomissione del paesaggio collinare italiano ha portato e può portare solo irrisori vantaggi in termini di produzione energetica. L’Italia non è un paese sufficientemente ventoso. La scandalosa sproporzione tra costi (paesaggistici, ambientali, ecologici) e benefici è francamente inaccettabile. Gli interessi in gioco sono ben altri e in essi si è infiltrata alla grande la criminalità organizzata.

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Situazione eolico
(ottobre 2015)
A testimonianza della tesi (sostenuta dagli ambientalisti che criticano il ricorso indiscriminato alla produzione di energia dal vento) secondo cui in Italia l’eolico non sarebbe in grado di esistere senza sussidi pubblici perpetui, le installazioni di impianti eolico-industriali sono crollate in Italia dopo il Decreto Ministeriale del 6/7/2012 (Ministro dello Sviluppo Economico Passera del Governo Monti), che fissava un tetto massimo di incentivazione per il raggiungimento degli obiettivi al 2020 e con esso il contingentamento annuale dei nuovi impianti da incentivare, da assegnare attraverso un meccanismo di aste competitive per gli impianti di potenza superiore ai 5 MW.

L’ultimo rapporto statistico ufficiale del GSE (Gestore Servizi Energetici), pubblicato solo il 17 marzo 2015, riferisce che in Italia alla fine del 2013 (ripetiamo: 2013) risultavano 1.386 impianti eolici per una potenza complessiva di 8.561 MW che hanno prodotto, nel 2013, 14.897 GWh di energia elettrica; la maggior parte di essi, circa il 74%, è di piccole dimensioni con potenza inferiore a 1 MW. La maggior parte della produzione (e del danno paesaggistico) deriva però proprio dagli impianti più grandi. Il numero totale delle pale non viene riportato nel rapporto. Gli eolici parlano di 6.300, ma probabilmente si è già superata quota 7.000.

Le regioni a maggiore concentrazione di potenza eolica sono la Puglia (2.265 MW), la Sicilia (1.750 MW) e la Campania (1.229 MW). Però negli ultimissimi anni (per l’intervento dei Governatori stessi, diventati avversi all’eolico dopo i tanti danni manifestatisi) in Sicilia e Campania non viene installato più niente per quello che riguarda il grande eolico (anche in Sardegna è così), e poco (in senso relativo rispetto al passato) in Puglia. Le nuove frontiere per gli speculatori, come si evince anche dai progetti che partecipano alle aste, sembrano essere la Calabria e (soprattutto) la Basilicata. Altri guadagni arriveranno alla lobby dell’eolico dal piano di ammodernamento degli aerogeneratori attivi, molti dei quali ormai hanno compiuto i loro ciclo vitale.

Nel 2013 (sebbene nei primi mesi vigesse ancora il vecchio e più prodigo sistema dei certificati verdi) sono stati installati “solo” 441 MW di nuovo eolico (+5,4%), in gran parte da attribuire a impianti di grandi dimensioni (contro i 1.183 MW di nuovo eolico nel 2012: un calo impressionante).

Ma i vantaggi (per noi) del DM 6/7/2012 non sono derivati solo dalla fissazione di contingenti massimi.

Il rapporto attività 2014 del GSE, pubblicato il mese scorso, informa che lo scorso anno la produzione eolica è solo lievemente aumentata a 15.178 GWh (+1,8%). Attendiamo il rapporto statistico ufficiale GSE per conoscere esattamente quanto potenziale è stato installato nel 2014. I dati statistici Terna (non omogenei rispetto ai dati GSE) riportano per il 2014 una potenza efficiente netta dell’eolico pari a 8.682 MW. I produttori di eolico lamentano che la potenza installata nell’intero 2014 è crollata ad appena 107 MW. In teoria si sarebbero dovuti installare, in base ai contingenti assegnati, 560 MW. Questa enorme differenza lascia intuire che le nuove regole di controllo previste dal DM 6/7/2012 abbiano fatto emergere molte situazioni ostative (amministrative, finanziarie, eccetera) per la realizzazione degli impianti eolici che con il regime precedente venivano trascurate. In appena due anni, con le nuove regole per l’incentivazione, l’installato si sarebbe dunque ridotto a meno del 10% di quanto installato nel 2012! Si ha l’impressione (ma qui mancano i dati che nessuno possiede) che i nuovi progetti presentati alle pubbliche amministrazioni per le autorizzazioni lo scorso anno siano diminuiti in misura persino maggiore. Adesso è esplosa la febbre del “mini” eolico (ancora incentivato come in passato). Queste “piccole” pale, rappresentano (anche dal punto di vista delle infrastrutture accessorie) un problema analogo a quello degli impianti FV in collina e perciò di un ordine decisamente inferiore a quello delle megapale. Il problema dell’eolico appare quindi diventato residuale (in senso relativo), anche se, considerati gli sfregi già arrecati nel decennio precedente, ogni nuovo impianto costruito produce un danno marginale ogni volta maggiore. Tutto bene, quindi, ( si fa per dire!) ma questo non deve ingannare, perché il disastro è incombente per il prossimo futuro.

Il totale degli incentivi erogati in un anno all’eolico, secondo il contatore del GSE (e quindi solo per gli impianti di maggiori dimensioni), si aggira attorno al miliardo e mezzo. Nonostante la diminuzione dell’incentivo, il costo del MWh eolico prodotto dagli impianti vincitori delle nuove aste rimane mediamente superiore al doppio del prezzo di mercato dell’energia elettrica.

Va peraltro considerato che a questo miliardo e mezzo si dovrebbero aggiungere le spese – che nessuno mai menziona ma che sono ingentissime (legate alla intermittenza della produzione, propria dell’eolico e del fotovoltaico) – per il dispacciamento dell’energia (si tratta di extra costi nell’ordine di miliardi di euro all’anno) e per le nuove reti rese necessarie per supportarla (gli investimenti della Terna per i prossimi anni si avvicinano al miliardo all’anno, anche se, in questo caso, si tratta di una tantum). Il problema maggiore delle nuove reti (mi riferisco in particolare alle grandi dorsali da 380 mila volt con tralicci alti 85 metri), sarà, da noi come in Germania, l’impatto sul paesaggio e sulla salute (vedi ultimo post sul sito RRC). Calcolando anche questi costi aggiuntivi, dividendoli per le MWh di energia intermittente (che ne sono la causa) prodotta e sommandoli al costo dell’energia e agli incentivi, la spesa effettiva per ogni MWh eolico esploderebbe a livelli insostenibili.

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Quest’anno è in corso il tentativo (malamente tenuto celato al pubblico e da noi più volte denunciato) di ridurre proprio questi costi di dispacciamento dell’energia elettrica prodotta dalle FER non programmabili mantenendo a riserva quote enormi di acqua nelle grandi dighe, al punto di ridurre di un quarto (ed oltre!) la produzione idroelettrica nazionale (che l’anno scorso ha fornito da sola metà dell’energia elettrica da FER), già depotenziata per la mancata manutenzione degli impianti. Si raggiunge così il perverso obiettivo di rinunciare ad energia pulita, poco costosa, non incentivata e proveniente da impianti già esistenti per costruire nei prossimi anni altri impianti eolici costosissimi, ubiqui, impattanti e che forniscono energia non programmabile.

Il citato rapporto attività GSE informa che nel 2014 la produzione elettrica totale da FER è salita a 120.679 GWh, che permette di raggiungere un rapporto tra produzione da FER elettriche e consumo interno lordo pari al 37,5%. Il costo totale per questi incentivi alle FER elettriche supererà quest’anno (anche senza considerare i maggiori extra costi per la fine del sistema dei CV) i 12,5 miliardi e la parte del leone la farà, come al solito, il fotovoltaico (6,7 miliardi).

Tutti gli obiettivi per il 2020 di produzione di energia elettrica da FER (non solo quelli vincolanti per l’Europa, ma anche quelli della Strategia Energetica Nazionale (SEN)) erano dunque già stati raggiunti nel corso del 2014. Però la riduzione della produzione da idroelettrico quest’anno allontanerà questi obiettivi e sarà una scusa per fare accettare le spese per i nuovi incentivi che sono implicite nel nuovo DM del MISE attualmente in Conferenza Stato Regioni. Secondo il testo di questo nuovo decreto sono previste aste per 400 MW all’anno da installare sia nel 2016 che nel 2017 (sempre ammesso che non si raggiunga il tetto – a cui siamo vicinissimi – dei 5,8 miliardi del contatore delle FER non FV). Si tratterebbe comunque di un contingente inferiore ai 500 MW annui previsti dalle aste degli ultimi 3 anni. Quindi, se ultimamente veniva installato pochissimo, a maggior ragione nei prossimi due anni ne verrà installato (verosimilmente) ancora meno. Si avranno perciò ulteriori sacrifici territoriali, ma nessuna grande catastrofe.

Il vero, grande problema saranno gli obiettivi che verranno decisi dalla UE – e poi dall’Italia dove opera la lobby eolica più potente e meglio remunerata d’Europa – dopo gli esiti della Conferenza di Parigi in dicembre. Se, come è lecito temere, verranno fissati obiettivi inverosimili (e vincolanti) per il 2030, si tornerà alla drammatica situazione pre-2012 o anche peggio, con inevitabili stanziamenti di nuovi fondi e aumento dei contingenti da assegnare, ma soprattutto con l’inevitabile riduzione dei vincoli ambientali e paesaggistici per permettere di installare il grande eolico (che è la FER meno costosa) ovunque al fine di conseguire questi obiettivi.

Disastro inevitabile, quindi? Non proprio. Già adesso, gli extra costi e le inefficienze sistemiche delle FER elettriche intermittenti producono danni in tutta Europa. Tutto questo contribuisce in particolare al crollo della produzione manifatturiera continentale a vantaggio soprattutto della concorrenza extra UE. Il sistema economico europeo (e con esso l’idea bislacca di farlo funzionare con l’energia dei mulini a vento giganti) potrebbe collassare alla prima crisi di una certa consistenza. Ma prima ancora potrebbe verificarsi il temuto incidente di rete, cagionato da un eccesso di potenziale elettrico non programmabile e dall’insufficienza delle riserve disponibili per tamponarlo, teoricamente in grado di generare un grande black out continentale.

In attesa dell’inevitabile realizzarsi delle contraddizioni interne a questo nuovo sistema energetico europeo, dobbiamo però continuare a resistere per evitare danni irreversibili al nostro territorio.

Facciamo infine notare che tutta l’enfasi isterica che sta dietro alla corsa alla riduzione dei gas serra, sta creando le condizioni per un enorme rilancio dei progetti di nuovi impianti nucleari (che non alterano il clima). Ha già cominciato, in Europa, la Gran Bretagna, e ora gli Stati Uniti e la Cina utilizzano questo argomento per fare mandare giù all’opinione pubblica interna e internazionale i loro programmi (davvero ciclopico quello cinese) di nuove centrali atomiche. Così facendo, sarà inevitabile che anche in Italia si ritorni presto al programma nucleare pre-Fukushima. E persino oltre, perché no, se lo fanno tutti nel resto del mondo?

Se esiste una soluzione essa passa attraverso il risparmio energetico, la razionalizzazione, l’ottimizzazione. Solo quando questi tre passaggi cruciali verranno presi in seria considerazione, si potrà affrontare con serenità il contributo delle fonti rinnovabili, alle quali, in linea di principio, siamo di certo tutti favorevoli. Consapevoli però che non c’è un unico colpevole per i cambiamenti climatici in atto.

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Abruzzo: Soccorso Alpino a pagamento ed RC obbligatoria

Abruzzo: Soccorso Alpino a pagamento ed RC obbligatoria

Se causato da imperizia o equipaggiamento inidoneo, anche in Abruzzo si pagherà il soccorso in montagna. E’ notizia di metà settembre 2015.

Con una modifica alla legge regionale 24 del 2005, il legislatore abruzzese consente il fuoripista sempre e comunque, anche in caso di alto rischio valanghe e perfino in zone dove le slavine eventualmente staccate incombano sulle piste a valle, purché si sia in possesso dell’attrezzatura di soccorso e di una apposita polizza.

E’ vero che la macchina dei soccorsi che si mette in moto in casi di emergenza è fatta di personale specializzato e mezzi equipaggiati, e il tutto ha costi spesso non trascurabili. Ma la preoccupazione di alcuni è che ci sia il rischio che l’obbligatorietà comporti una lievitazione dei costi delle polizze RC, oggi molto contenuti.

Luigi Faccia, direttore della scuola di sci Assergi-Gran Sasso commenta: “Tutto quel che liberalizza e apre nuovi mercati è positivo“.

Agostino Cittadini
AbruzzoSoccorsoAlpinoObbligatorio-agostinoCittadini

Sul versante delle guide alpine, che rivendicano anche la paternità del provvedimento, Agostino Cittadini, presidente delle guide d’Abruzzo, dice: “Con le dovute precauzioni, quindi con l’equipaggiamento di rito, come l’ARTVA, quella dei fuoripista è una libertà di cui l’escursionista gode in molte zone, anche in molte regioni alpine… L’aggiunta della responsabilità civile deve aprire la strada al soccorso a pagamento, come già avviene sulle Alpi o in Svizzera… Paghiamo già la sanità, ma quando il soccorso è dovuto a imperizia e non è di tipo sanitario il discorso è diverso… Oggi si consiglia di farsi la tessera al CAI proprio perché include una assicurazione, tra l’altro di carattere europeo“.

Anche Pierpaolo Pietrucci, consigliere regionale del Pd e firmatario della proposta di modifica legislativa, è sicuro della bontà del provvedimento perché “se vuoi andare sulla Direttissima del Gran Sasso con le infradito, allora paghi“.

Ferdinando Lattanzi di Abruzzo Mountains Wild, quanto è favorevole al pagamento di un soccorso per imperizia, altrettanto è scettico sull’obbligatorietà dell’assicurazione:

L’assicurazione di Responsabilità Civile per il fuoripista, che non serve a pagare il soccorso bensì gli eventuali danni provocati a terzi, costituisce una limitazione alla libera circolazione delle persone all’interno del territorio nazionale.

Posso capire che nell’ambito stradale, dove la probabilità di incidente e di danno a terzi può essere alta, devi premunire gli automobilisti obbligandoli ad assicurarsi, ma il free ride è una pratica che tendenzialmente fanno persone esperte. Qual è il principiante che si avventura nello scialpinismo? Se si fa una statistica, a essere soccorsi sono essenzialmente gli escursionisti della domenica sulla Direttissima…

Non so di nessuna regione dove esiste una cosa del genere. In Francia ci sono cartelli che ti avvisano che è a tuo rischio e pericolo. Non si può costringere chi va a farsi una passeggiata fino al Sassone o a Monte Cristo (brevissime gite, citate da Lattanzi proprio per la loro semplicità e popolarità, NdR) a stipulare un’assicurazione.

Ferdinando Lattanzi
AbruzzoSoccorsoAlpinoObbligatorio-ferdinandoLattanzi

Sulle nostre montagne e soprattutto sulla Vetta Occidentale di Corno Grande circolano più sprovveduti d’estate che d’inverno, stagione in cui chi si avventura in montagna un minimo di preparazione ce l’ha. A dimostrazione di ciò basterebbe contare il numero di soccorsi nelle stagioni, uno sprovveduto che in estate fa rotolare un sasso sulla Direttissima alla Cima Occidentale di Corno Grande può provocare danni gravissimi visto l’enorme afflusso di persone su quella via, ma non è obbligato ad assicurarsi.
Mi sembra che il motivo che ha ispirato i politici a proporre questa norma sia stato soprattutto quello di evitare tutte le polemiche sorte intorno ai divieti dello scorso inverno e lavarsi le mani dicendo in pratica andate dove vi pare, provocate le valanghe che vi pare, non ci interessa se moriranno delle persone, l’essenziale è che siete assicurati per cui noi non siamo tenuti a vigilare affinché gli incidenti non avvengano.
Spero che il Governo impugni questa norma, come è capitato anche ad altre leggi regionali dell’Abruzzo: sarebbe comunque il caso di raccogliere le firme per una petizione contro questa proposta di legge che, se approvata, costituirebbe uno sciagurato precedente.
Mi piacerebbe sapere in quale altra Regione vige l’obbligo di assicurazione visto che una mia ricerca in tal senso non ha dato nessun risultato
”.

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I confini del Monte Bianco

I confini del Monte Bianco

La recente inaugurazione della nuova Skyway, il faraonico complesso funiviario che collega Courmayeur-Entrèves con la punta Helbronner del Monte Bianco, ha fatto riemergere polemiche antiche sull’interpretazione politica e cartografica del confine di Stato Italia/Francia.

Laura e Giorgio Aliprandi da anni si battono per una giusta spartizione della vetta del Monte Bianco. Foto: Serafin/MountCity
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Nel 1796, cioè all’armistizio di Cherasco dopo la prima campagna napoleonica in Italia, la Repubblica francese ai tempi del Direttorio e il Regno Sardo, retto da Vittorio Amedeo III, definirono i confini tra Piemonte e Francia. Per la prima volta, come ricordano i cartografi milanesi Laura e Giorgio Aliprandi, si stabilisce un confine «basato sul concetto strategico della “crête militaire”». Una linea di demarcazione militare che seguiva le parti «più avanzate dalla parte del Piemonte», come è scritto nel documento che sanciva la fine delle ostilità. Decisione che sarà ribadita lo stesso anno nel Trattato di Parigi, molto oneroso e umiliante per il Regno Sardo.

Quella linea di «cresta militare» scendeva sul versante oggi italiano con una sorta di orecchia, cento metri più in basso rispetto ai 4808,73 metri della vetta del Bianco (ultima misura ufficiale, settembre 2015). Anche in corrispondenza del Dome du Goûter era presente un’altra orecchia, come pure in corrispondenza del Colle del Gigante.

Le aree verdi sono le tre “orecchie” del trattato del 1796
ConfiniMonteBianco
Ma il confine in seguito è stato portato sullo spartiacque, quindi anche in vetta al Bianco, attraverso un altro trattato, quello di
Torino del 24 marzo 1860, che sancisce l’annessione della Savoia alla Francia. Fino ad allora il Monte Bianco, Piemonte, Valle d’Aosta e Savoia facevano parte dello stesso regno.

Più precisamente sui confini sono stilati una serie di atti bilaterali che trovano conclusione con il verbale di delimitazione del 26 settembre 1862.

Questo verbale del 1862 da parte francese è stato cancellato perché è sparito materialmente dai loro archivi, mentre nell’Archivio di Stato di Torino ne è invece conservata regolare copia. Esiste però un altro documento, che è anche negli archivi di Parigi, ma che non viene considerato dai francesi: la lettera che Napoleone III scrisse al conte Francesco Arese il 3 maggio del 1860. Il conte Arese aveva scritto all’imperatore dei francesi su incarico di Cavour che stava preparando il trattato di annessione della Savoia alla Francia. Erano trattative segrete. Nel documento del 1860 non si parla di Monte Bianco ma di catena delle Alpi e il termine strategico di «cresta militare» del 1796 non è più preso in considerazione. In quella lettera Napoleone III precisa che il «limite è quello amministrativo di oggi», cioè lo spartiacque come risulta da due cartografie del Regno Sardo del 1823 e del 1845.

In effetti dei confini stabiliti nel 1862 non v’è traccia su tutte le carte transalpine ufficiali posteriori. Perché nel 1865 i cartografi francesi unilateralmente decisono in modo diverso. Sempre i coniugi Aliprandi riportano di come «il capitano J.J. Mieulet dello Stato maggiore francese riportasse un’enclave in territorio italiano, la sommità del Bianco divenisse francese e il confine venisse spostato a sud». Gli atti catastali riportano questa cartografia del 1865, che resta in vigore anche oggi, tant’è che è seguita anche da Google Map.

I coniugi Aliprandi, pur non avendo trovato prove in documenti, ipotizzano che i confini furono «merce di scambio». Nel Trattato di Pace del 1947 non si parla di Monte Bianco. Gli Aliprandi: «Ci sarebbe stata questa intesa, l’Italia non avrebbe rivendicato la cima del Bianco e in cambio la Francia avrebbe acconsentito a guardare con occhio benevolo alcuni problemi confinari ratificati nel 1947».

L’enclave A/B subito a sud della vetta del Monte Bianco come tracciata dal maggiore Mieulet
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Nella storia entra anche Papa Wojtyla e la sua intenzione di benedire l’Europa dal colle del Gigante in occasione dell’Angelus durante la visita ufficiale del 1986. Allora i rapporti fra i due versanti del Bianco erano improntati alla collaborazione, c’era ancora lo sci estivo e le piste erano in Francia, oltre il colle del Gigante. L’idea del Papa «sul confine», anzi oltre, consigliò una riunione ad Aosta cui, oltre al presidente regionale Augusto Rollandin, parteciparono anche il prefetto dell’Alta Savoia e il comandante della Gendarmerie.

Una frase infelice di una funzionaria regionale valdostana irrigidì i francesi. Prefetto e comandante dei gendarmi avevano ricordato come l’Angelus del Papa, Capo di Stato oltre che pontefice, si sarebbe svolto in territorio francese, quindi avrebbe dovuto provvedere la Francia. La frase «c’est une chose valdôtaine, c’est à nous de la faire», scatenò l’ira dei francesi. Non solo, ma la successiva richiesta di extraterritorialità avanzata per sostenere una logistica tutta valdostana finì per chiudere la questione. E l’Angelus del Papa, con la benedizione all’Europa, venne dirottato sulla vetta tutta italiana del Mont Chétif, con una preparazione piuttosto complessa per garantire la sicurezza di volo degli elicotteri. Fu allestita una piattaforma per poter consentire l’atterraggio. La questione confini fu sempre tenuta in grande considerazione anche per le successive visite di Giovanni Paolo II e le sue meditazioni sul ghiacciaio del Bianco.

Papa Giovanni Paolo II al Colle del Gigante
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Soltanto nel 1996, con le interrogazioni a Roma del deputato valdostano Luciano Caveri e all’europarlamento, l’Italia ha rivendicato il confine del 1862. Ma dopo un iniziale interesse, e dopo l’inutile assemblea europea (Nicolò Rinaldi) del 1999, le diplomazie si sono arenate.

Il caso riesplode in occasione dell’inaugurazione di Skyway. Matteo Renzi, di fronte a quattro tende piazzate al Colle del Gigante in occasione del reality che verrà girato in estate, esclama scherzando «Non abbiamo invaso la Francia». I francesi, poco inclini all’umorismo, ribattono subito che «Ici c’est a nous, c’est la France».

Proprio la difficile situazione del Mediterraneo, aggiunta all’invidia transalpina per la nuova funivia “gioiello” sul versante italiano, ha tenuto distante nel giorno dell’inaugurazione ufficiale tutte le autorità francesi, dal prefetto della Savoia fino al sindaco di Chamonix. Non c’era neppure un rappresentante della società funiviaria chamoniarda.

Nel 2014 i confini avavano dato grattacapi al colle del Piccolo San Bernardo, qualche chilometro dal Bianco: «I francesi con una ruspa – ricorda una guida – hanno spostato il cippo di confine di 150 metri. Come è ovvio che sia è subito tornato al suo posto». In fondo in quella landa dove sono passati eserciti e pellegrini fin da tempi remoti ci sono ancora oggi pascoli brucati da bestiame di allevatori italiani in territorio francese. Ma sui ghiacciai del Bianco la questione appare più spinosa. E seguendo una logica incomprensibile, se non per l’orgoglio di potersi assicurare l’intera vetta della montagna simbolo del continente, e in barba al trattato del 1862, i francesi continuano a ritenere loro qualche ettaro di troppo, abbandonando la naturale linea dello spartiacque.

La questione potrebbe essere risolta a livello politico e diplomatico. Della vicenda, con l’intervento della guardia di finanza di Entrèves, se ne stanno occupando il comando generale e l’IGM, l’Istituto geografico militare.

Il Colle del Gigante visto da punta Helbronner
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Dal punto di vista dei tecnici, sia i geografi militari francesi in via ufficiosa, sia i professori universitari che si sono occupati della questione sono d’accordo con i confini delineati dal trattato del 1862, quelli che seguono lo spartiacque e che quindi passano sulla vetta del Bianco e non cento metri verso sud. Proprio su quel trattato si sono addirittura basate le misurazioni di una specifica commissione italo-francese per segnare il confine all’interno del tunnel del Bianco.

L’insistenza dei francesi fin dall’inizio dell’estate 2015 sulla proprietà del ghiacciaio del Gigante, oltre a rilanciare il tema della supremazia sul massiccio, apre un problema pratico sulla gestione del territorio. Problemi di diritto, di responsabilità e di doveri di osservanza delle leggi. Nelle zone contese ci sono attività umane legate al turismo, la funivia del Monte Bianco e i rifugi.

Roberto Francesconi, amministratore delegato di Skyway, punta il dito su questioni più materiali: «Senza avvertirci hanno aumentato da 27 a 39 euro il costo del biglietto andata e ritorno da Punta Helbronner all’Aiguille du Midi, mentre l’hanno tenuto invariato per chi parte dalla Francia, cioè dall’Aiguille du Midi».

L’ultimo atto «di arroganza», sono sempre parole di Francesconi, è accaduto il 4 settembre 2015: due guide alpine inviate dal sindaco di Chamonix Eric Fournier hanno «morsettato» il cancello che dalla terrazza di punta Helbronner conduce al ghiacciaio del Gigante. Questo per impedire a tutti, sia agli alpinisti che ai turisti più sprovveduti in infradito, di accedere al ghiacciaio, proprio per il problema di responsabilità penali e civili qualora vi accadessero incidenti.

Fournier si dice «disinteressato a problemi di invidia commerciale o di confine».

E’ curioso che lo stesso sindaco di Chamonix abbia ammesso, parlando con il maresciallo della Finanza Delfino Viglione, di aver sbarrato l’accesso al ghiacciaio invadendo la proprietà italiana. Quest’ammissione spiega anche perché abbia mandato due guide per lo “sporco lavoro” e non i gendarmi, sicuramente più compromettenti da un punto di vista formale.

Fabrizia Derriard
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Altro paradosso era che perfino gli stessi uomini del soccorso alpino e della Finanza dovessero scavalcare quella barriera di ferraglia al rientro dalle missioni di salvataggio. Il sindaco di Courmayeur, Fabrizia Derriard, ha parlato con Fournier: «Capisco la sua apprensione per eventuali responsabilità, ma questo è un atto senza senso. Gli ho chiesto di rimuovere i morsetti».

Il maresciallo Viglione ha scritto alla Procura di Aosta, oltre che al Comune di Courmayeur, al suo comando e all’Istituto geografico militare.

Augusto Rollandin, presidente della Regione autonoma Valle d’Aosta (sì, proprio lui, era presidente ANCHE nel 1986), chiede in una lettera inviata a Matteo Renzi un intervento del governo italiano:
La questione del confine di Stato sul Monte Bianco, che certamente ha risvolti di più alto livello e di natura internazionale, ha comunque ricadute immediate e conseguenze altrettanto importanti e impattanti in termini di certezza del diritto applicabile nella quotidianità: sia per le attività anche commerciali che si svolgono in quelle aree, quali la funivia Skyway Monte Bianco e l’adiacente rifugio Torino, sia per l’individuazione delle autorità competenti e delle eventuali responsabilità per situazioni inerenti a tale ambito territoriali”.

L’11 settembre 2015 qualcuno ha deciso di prendere a piccozzate e a spinte la barriera di ferro, ha divelto i morsetti, abbattuto cancelli, transenne, cartelli. Sfasciato tutto. Le funivie e il Comune di Courmayeur hanno ricostruito il cancello, con possibilità però di passare.

Fabio Volo al rifugio Torino
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Sabato 26 settembre 2015 la querelle sul confine tra Italia e Francia sul Monte Bianco sbarca su Raitre. A Che fuori tempo che fa, Fabio Fazio intervista i cartografi e studiosi milanesi Laura e Giorgio Aliprandi. In collegamento dal rifugio Torino c’è anche, in veste di inviato speciale notturno, Fabio Volo che però con la sua esibizione freddolosa non riesce a far sorridere nessuno. Insomma, si è parlato confusamente della vicenda, senza nascondere l’intento satireggiante della regia che evidentemente non poteva (e non doveva) prendere sul serio problemi di questo tipo.

Qualche giorno dopo sull’ingarbugliato argomento cerca di fare chiarezza il Consiglio direttivo nazionale di Mountain Wilderness con un comunicato che qui pubblichiamo nella sua integrità.

 

Che cosa si nasconde sotto quel polverone
di Mountain Wilderness

La discussione sui confini tra Italia e Francia, di cui ha molto confusamente trattato anche una recente puntata di “Che fuori tempo che fa”, spinge Mountain Wilderness Italia a esporre all’opinione pubblica interessata qualche essenziale chiarimento. Innanzitutto, e non a caso, l’argomento è stato sollevato in relazione ai possibili abusi perpetrati dall’ammodernamento faraonico della funivia che da Entrèves raggiunge la Punta Helbronner.

Tale vetta minore si trova, sì, nel massiccio del Monte Bianco, ma non ha niente in comune con la vetta vera e propria del Monte Bianco stesso, dalla quale dista circa dieci ore di scalata, con un dislivello di mille e quattrocento metri circa. Per comprendere di cosa si stia parlando bisogna tenere a mente questa precisazione essenziale.

La sensazione è che tutto questo polverone sia stato sollevato appositamente dalle autorità della valle d’Aosta per confondere le acque, evitando di farsi trovare con le dita sporche di marmellata. Se è vero che la Francia rivendica (a torto, su dubbie testimonianze storiche) la proprietà esclusiva della vetta massima del Monte Bianco e traccia – in quel punto limitato – i confini al di là dello spartiacque naturale, è altrettanto vero che detti confini passano, come è logico, proprio sullo spartiacque, lungo tutto il resto del massiccio, Colle del Gigante e punta Helbronner inclusi. E ciò con l’accordo dell’Italia, confermato nel dopoguerra.

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Non si capisce con quale logica la Valle d’Aosta, azionista della funivia, possa rivendicare il criterio dello spartiacque per quel che riguarda la massima vetta, sostenendo contestualmente che al Colle del Gigante invece i confini – chissà perché – dovrebbero unire il Grand Flambeaux alle Aiguilles Marbrées, lungo un pendio glaciale che scende verso la valle di Chamonix.

Per chi non conosce la zona, si tratta di luoghi ben lontani dallo spartiacque. E’ evidente che tale forzatura viene avanzata, spudoratamente, solo per rivendicare la possibile appartenenza della punta Helbronner interamente all’Italia e cavarsi così dai pasticci.

Perché invece i “pasticci” ci sono, eccome! Senza aver ottenuto i necessari permessi dalla sola autorità che avrebbe avuto il diritto di concederli, vale a dire il Ministero dell’Ecologia, lo Sviluppo sostenibile e l’Energia (perché sul versante francese l’intero massiccio del Monte Bianco è un “site classé”, sottratto alla giurisdizione del comune di Chamonix), non solo la metà francese della vetta della Punta Helbronner è stata modificata radicalmente per ospitare una parte del nuovo, avveniristico e arrogante edificio, ma gli stessi pendii orientali francesi che sostengono in direzione sud la cresta spartiacque sono stati gravemente manomessi per creare una spianata, lunga quasi cento metri e un tempo del tutto inesistente.

Si tratta, per chi ha seguito gli ultimi sviluppi della vicenda, proprio di quella spianata abusiva, percorsa oggi in lungo e in largo da folle di turisti non attrezzati, il cui accesso il sindaco di Chamonix ha pensato bene di chiudere con un cancelletto, onde evitare di venire coinvolto negli effetti giuridici di qualche incidente.

Sull’intera vicenda Mountain Wilderness Italia ha inviato un esposto alle autorità francesi (Procura di Bonneville e Prefettura di Annecy) e ne attende una risposta. Va segnalato che l’irregolarità del procedimento era già stata denunciata più di un anno fa alla Procura di Aosta, ma senza esito.
Il Consiglio direttivo nazionale di Mountain Wilderness Italia
Ultim’ora
Ai primi di ottobre 2015 a Roma vi è l’interrogazione parlamentare dei senatori Aldo Di Biagio e Alberto Lanièce, per l’individuazione di un oggetto istituzionale per arbitrare la querelle del confine fra Italia e Francia sul Monte Bianco. La loro proposta riguardava, in particolare, una gestione diplomatica tra Italia e Francia per avviare una gestione super partes della questione.

Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, nella persona del sottosegretario Benedetto Della Vedova, ha recepito le loro istanze il 22 ottobre 2015. “Il Governo italiano è pronto ad intervenire di fronte ad ulteriori episodi di messa in discussione dei confini italo-francesi sul Monte Bianco… Il tracciato del confine fra Francia e Italia nell’area del Monte Bianco è definito dal Trattato fra Regno di Sardegna e Impero francese relativo alla cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia e dalla convenzione di delimitazione tra Sardegna e Francia in esecuzione del trattato del 1860, basato sul criterio dello spartiacque”.

Per maggiori dettagli sull’annosa questione dei confini del Monte Bianco vedi anche:
https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_frontiera_sul_Monte_Bianco

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La marméttola

La marméttola

Il marmo è una delle risorse principali per Massa Carrara, ma anche un fattore di forte inquinamento (oltre che di danno paesaggistico e ambientale). Lo scarto di lavorazione del marmo riversato fino agli anni Ottanta nei corsi d’acqua ha fatto già sparire ogni forma di vita nel fiume Frigido, che nasce nelle montagne di Massa e scorre giù verso il mare. Stesso dicasi per il Carrione, altro corso d’acqua delle Alpi Apuane, che nasce sopra Carrara, e poi sfocia a mare dopo aver attraversato decine di cave.

Inutile dire che l’acqua vicino alle cave sia molto inquinata. I geologi sostengono che per estrarre il marmo viene utilizzato il filo diamantato che per ogni 100 metri quadrati di taglio disperde nell’ambiente 56 grammi di legante metallico. Il quale contiene a sua volta cobalto, nichel, rame, stagno, ferro e wolframio, che si mescolano inevitabilmente alla marméttola, che finisce poi nei corsi d’acqua.

Il Comune di Massa a metà anni ’90 ha già speso circa 5 miliardi delle vecchie lire per ripulire l’alveo del fiume dalla marméttola. Oggi la situazione è assai più grave, una specie di Ilva di Taranto.

Cave di Marmo del bacino di Torano (Carrara)
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La marméttola
(Il Ministero dell’Ambiente contro la marméttola)
di Stefano Deliperi (Gruppo d’Intervento Giuridico onlus)

L’intervento del Ministero dell’Ambiente
Il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare – Direzione generale per la Protezione della Natura e del Mare ha chiesto (nota prot. n. 16603 del 27 agosto 2015)  alla Regione Toscana (D.G. Politiche Ambientali, Energia e Cambiamenti Climatici), alle Province di Lucca e di Massa-Carrara, al Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, all’ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana) di intervenire – per gli ambiti di rispettiva competenza – contro “la situazione di inquinamento dei Fiumi Frigido e Carrione, generato dalla presenza di ‘marméttola’, quale prodotto residuo delle attività estrattive delle diverse cave site nelle Alpi Apuane”, ricordando che “eventuali interferenze sullo stato di conservazione dei… siti Natura 2000 risulterebbero… consequenziali ai fenomeni di inquinamento… descritti” in quanto “è stato verificato… che i bacini idrografici che convogliano le acque rispettivamente nel Frigido e nel Carrione sono interessati dalla presenza di diversi siti della rete Natura 2000”.
Il Ministero dell’Ambiente chiede anche l’adozione dei necessari provvedimenti di bonifica ambientale, “stante che la questione interessa la verifica degli obiettivi qualitativi previsti dalla Direttiva ‘Acque’ 2000/60/CE”.
Il Ministero dell’Ambiente chiarisce alle amministrazioni regionali e locali coinvolte che quanto richiesto risulta “importante anche al fine di evitare un nuovo pre-contenzioso comunitario, ovvero la chiusura negativa del CHAP(2012)2233 – Cave di marmo attive nel Parco regionale delle Alpi Apuane (Toscana), già avviato nell’ambito dell’EU Pilot 6730/14/ENVI”.
Sono, infatti, già aperte procedure di indagine da parte della Commissione europea per la cattiva attuazione della normativa comunitaria sulla salvaguardia degli habitat (direttiva n. 92/43/CEE), anche a causa delle attività estrattive sulle Alpi Apuane.
Il Ministero dell’Ambiente, infine, segnala al “collega” Ministero per i Beni e Attività Culturali l’inquinamento da marméttola per ogni opportuna valutazione in ordine alla pianificazione paesaggistica e le attività estrattive.

Torrente apuanico pieno di marméttola
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L’azione legale ecologista
Il Ministero dell’Ambiente ha risposto rapidamente alla richiesta di informazioni ambientali e adozione degli opportuni provvedimenti inoltrata (20 agosto 2015) dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus riguardo i continui eventi di inquinamento ambientale altamente pregiudizievoli per la salvaguardia dei fiumi Carrione e Frigido e gli habitat naturali connessi derivanti dalla marméttola (marmo finemente tritato scaricato negli impluvi e corsi d’acqua) causata dall’attività estrattiva sulle Alpi Apuane.
Interessati il Ministero dell’ambiente, la Regione Toscana, il Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, i nuclei investigativi di Massa e di Lucca del Corpo forestale dello Stato, i Carabinieri del NOE di Firenze, nonché le Procure della Repubblica presso i Tribunali di Massa e di Lucca e le Istituzioni comunitarie (Commissione europea e Commissione “petizioni” del Parlamento europeo).
Al centro dell’azione legale ecologista sono i pesanti effetti dell’inquinamento da marméttola sui corsi d’acqua (i Fiumi Frigido e Carrione) interessati dagli scarichi derivanti dall’attività cavatoria.

Il report dell’ARPAT sull’inquinamento da marméttola
Ne riferisce ampiamente e approfonditamente la newsletter dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT) n. 168 del 13 agosto 2015 con il report sulle “Alpi Apuane e marméttola”.
L’ARPAT descrive puntualmente quanto accaduto negli ultimi decenni: nella parte alta dei bacini imbriferi dei Fiumi Carrione e Frigido sussistono perlomeno 178 cave, di cui più di 118 attive.
A partire dagli anni ’70 del secolo scorso i ravaneti, accumulo di sassi sui pendii costituiti dagli scarti derivanti dal taglio del marmo a fini commerciali, adibiti a sede stradale, sono stati irrorati dalla marméttola, marmo finemente tritato scaricato negli impluvi e corsi d’acqua. La marméttola, secondo quanto asserito dall’ARPAT, è “fortemente inquinante”, contaminata “da oli e grassi… e da metalli”. “La marméttola, per l’ecosistema, è inquinante per l’azione meccanica: riempie gli interstizi e impermeabilizza le superfici, perciò elimina gli habitat di molte specie animali e vegetali, modifica i naturali processi di alimentazione della falda, rende più rapido lo scorrimento superficiale delle acque (in pratica è come se il fondo del fiume fosse cementato), infiltrata nel reticolo carsico modifica i percorsi delle acque sotterranee e può esser causa del disseccamento di alcune sorgenti e/o del loro intorbidamento”.
Non meno gravi le conseguenze sul litorale: se è vero che “il tratto di mare prospiciente la foce del torrente Carrione è da considerarsi non balneabile perché il torrente sfocia in zona portuale”, le “Foci del Torrente Frigido e del Fosso Brugiano sono soggette a divieto permanente di balneazione… per motivi igienico-sanitari” perché “l’ambiente risulta ‘molto inquinato o comunque molto alterato’”.

Marméttola a lato torrente soldificata
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Le conseguenze in sede europea
Nel 2014 la Commissione europea – Direzione generale “Ambiente” ha reso noto di aver aperto la procedura di indagine EU Pilot 6730/14/ENVI “diretta ad accertare se esista in Italia una prassi di sistematica violazione dell’articolo 6 della direttiva Habitat a causa di svariate attività e progetti realizzati in assenza di adeguata procedura di valutazione di incidenza ambientale (V.INC.A.) in aree rientranti in siti di importanza comunitaria (SIC) e zone di protezione speciale (ZPS) componenti la Rete Natura 2000, individuati rispettivamente in base alla direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli Habitat naturali e semi-naturali, la fauna, la flora e la direttiva n. 09/147/CE sulla tutela dell’avifauna selvatica.
Recentemente la Commissione europea – Direzione generale “Ambiente” ha chiesto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche Europee – Struttura di Missione per le Procedure di Infrazione nuove informazioni complementari, segnalando ulteriori contestazioni e indicazioni di attuazione (nota Pres. Cons. Ministri prot. n. DPE3253 del 27 marzo 2015).
Il rischio è sempre più l’apertura di una procedura giudiziaria per violazione della normativa comunitaria sulla salvaguardia degli Habitat naturali e semi-naturali, la fauna, la flora (direttiva n. 92/43/CEE) e, in conseguenza di eventuale sentenza di condanna da parte della Corte di Giustizia europea, di una pesante sanzione pecuniaria a carico dell’Italia (e per essa alle amministrazioni pubbliche che hanno causato le violazioni), grazie soprattutto a omissioni o pressapochismo in materia di tutela ambientale, nonostante le tante istanze ecologiste.
La procedura di infrazione prosegue e si è arricchita di ulteriori violazioni.

Marmettola-foto Cuffaro-image

 

Che cosa accade in questi casi?
Se non viene rispettata la normativa comunitaria, la Commissione europea – su ricorso o d’ufficio – avvia una procedura di infrazione (art. 258 Trattato U.E. versione unificata): se lo Stato membro non si adegua ai “pareri motivati” comunitari, la Commissione può inoltrare ricorso alla Corte di Giustizia europea, che, in caso di violazioni del diritto comunitario, dispone sentenza di condanna con una sanzione pecuniaria (oltre alle spese del procedimento) commisurata alla gravità della violazione e al periodo di durata.
Attualmente sono ben 92 le procedure di infrazione aperte contro l’Italia dalla Commissione europea. Di queste addirittura 18 (circa un quinto) riguardano materie ambientali.
Si ricorda che le sanzioni pecuniarie conseguenti a una condanna al termine di una procedura di infrazione sono state fissate recentemente dalla Commissione europea con la Comunicazione Commissione SEC 2005 (1658): la sanzione minima per l’Italia è stata determinata in 9.920.000 euro, mentre la penalità di mora può oscillare tra 22.000 e 700.000 euro per ogni giorno di ritardo nel pagamento, in base alla gravità dell’infrazione. Fino a qualche anno fa le sentenze della Corte di Giustizia europea avevano solo valore dichiarativo, cioè contenevano l’affermazione dell’avvenuta violazione della normativa comunitaria da parte dello Stato membro, senza ulteriori conseguenze. Ora non più. L’esecuzione delle sentenze della Corte di Giustizia per gli aspetti pecuniari avviene molto rapidamente: la Commissione europea decurta direttamente i trasferimenti finanziari dovuti allo Stato membro condannato: in Italia gli effetti della sanzione pecuniaria vengono scaricati sull’Ente pubblico territoriale o altra amministrazione pubblica responsabile dell’illecito comunitario (art. 16 bis della legge n. 11/2005 e s.m.i.).
Ovviamente gli amministratori e/o funzionari pubblici che hanno compiuto gli atti che hanno sostanziato l’illecito comunitario ne possono rispondere in sede di danno erariale.

Bidone abbandonato e marméttola a lato fiume
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I procedimenti penali già aperti
Nel maggio 2015 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Massa ha aperto un procedimento penale relativo all’inquinamento ambientale determinato proprio dagli scarti delle lavorazioni estrattive. Fra le ipotesi di indagine ci sarebbe anche l’eventuale sussistenza di un nesso di causalità con l’alluvione che ha colpito la zona di Carrara nell’autunno 2014 (Nel febbraio 2015 la Direzione distrettuale antimafia di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio di numerose persone accusate dello smaltimento illecito di ben 70 mila tonnellate di marméttola nelle province di La Spezia e Pisa).

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ritiene che si debba fare la massima chiarezza su tali fenomeni di inquinamento ambientale e si debbano porre in essere politiche più determinate ed efficaci per la salvaguardia dei rilevanti valori ecologici, naturalistici e paesaggistici delle Apuane.
Inoltre, Bruxelles è molto più vicina di quanto possiamo pensare.
Il Governo Renzi, le Giunte regionali, gli Enti locali lo capiranno in tempo?

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Addendum (a cura della Redazione)
E’ del 27 settembre 2015 la notizia che, se ci saranno rinvii a giudizio per la vicenda della marmettola nei rii, il Consorzio di Bonifica 1 Toscana Nord si costituirà parte civile nei relativi procedimenti giudiziari, nei confronti di chi ha provocato lo sversamento di materiale dentro gli alvei dei corsi d’acqua: “Perché deve valere il principio secondo cui chi inquina paga”. Ad annunciarlo è il presidente del Consorzio, Ismaele Ridolfi.