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Quale volontariato per il CAI di domani

Tra due giorni si terrà a Firenze il 100° congresso del Club Alpino Italiano. E questa volta il tema è Quale volontariato per il CAI di domani. Qui il programma.

E’ sicuramente un tema di grande attualità e merita un palcoscenico così importante.

Pur essendo molto lodevole e interessante l’iniziativa dei tre forum http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=9 (associato al gruppo di lavoro Volontariato nel CAI di oggi), http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=10 (associato al gruppo di lavoro Volontariato nel CAI di domani) e http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=11 (associato al gruppo di lavoro Associazionismo e Servizi), dall’esterno non sembra che il modo in cui è organizzato il congresso (tavole rotonde preimpostate e relatori già designati) possa favorire un proficuo scambio di idee nuove, che vengano veramente dalla base dei soci: un’orchestra simile sembra più a favore di linee d’indirizzo che i vertici politici del CAI hanno già delineato da tempo e probabilmente hanno in mente di sviluppare nel futuro. In linea con le proposte di modifica alla Legge 266/1991 e alla Legge 74/2001.
Di queste, si ricorda che la prima legge regola il volontariato organizzato e istituisce delle strutture per lo sviluppo e la crescita del volontariato su base regionale (i Centri di Servizio per il Volontariato), che forniscono gratuitamente alle Organizzazioni di Volontariato servizi nel campo della promozione, della consulenza, della formazione, della comunicazione e molti altri; e la seconda elenca le disposizioni per favorire l’attività svolta dal Corpo nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.
Dalle pagine di questo blog auspico che siano tenute in debito conto le istanze della base, quali a esempio quelle espresse in un recente documento elaborato dai Direttori Scuole Alpinismo Lombarde, oppure quelle già esposte in http://www.banff.it/cai-volontariato-in-pericolo/ del 12 agosto 2015.

 

Quale volontariato per il CAI di domani
di Riccardo Innocenti

Il tema del volontariato mi è caro. Mi considero un volontario. Sono socio del CAI da oltre trent’anni e come istruttore d’alpinismo faccio volontariato impartendo da vent’anni lezioni agli allievi dei corsi senza ricevere alcuna retribuzione.

All’interno del CAI tutti dovrebbero essere volontari. Anche coloro che fanno parte del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico. Una sezione nazionale del CAI con ampia autonomia. Ma tutti i volontari del Soccorso Alpino lo sono veramente?

In quest’ultimo anno sono venute alla luce alcune vicende che mi fanno interrogare sul termine volontario e se questo possa essere applicato a tutti i componenti del Soccorso Alpino. E sulle attività che i volontari del Soccorso Alpino fanno o dovrebbero fare.

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Illuminante è stata la storia di un volontario emiliano che è stato cacciato dal soccorso alpino perché si è rifiutato di pulire dalle erbacce un muro stando appeso alle corde. E’ la vicenda di Luca Gardelli (http://www.alessandrogogna.com/2015/06/09/la-delusione-di-luca-gardelli/).

Ho letto con interesse lo scritto di risposta (del 15 giugno 2015) a firma del Presidente del Soccorso Alpino dell’Emilia-Romagna Danilo Righi (http://www.alessandrogogna.com/2015/06/19/risposta-a-luca-gardelli/). Righi fa un ampia dissertazione, scomodando anche la categoria dell’etica, per non chiarire le domande più semplici che ogni lettore si è posto.

E’ legittimo e lecito per il Soccorso Alpino intervenire su richiesta di un Comune per ripulire un muro come una ditta che deve adempiere a un contratto?

E’ giusto espellere dal Soccorso alpino un volontario che non ha adempiuto ciecamente all’ordine impartito e ha sollevato una serie di dubbi e posto domande a cui nessuno ha risposto?

Dato che Righi non risponde io propongo il mio punto di vista.

L’attività che era stata proposta non è di competenza del Soccorso Alpino. Può essere eseguita “ufficialmente” solamente da aziende che hanno le necessarie certificazioni di legge. Infatti non è stata più eseguita e l’Azienda Sanitaria Locale ha dato parere negativo sul fatto che un’attività del genere fosse eseguita nella maniera e nei modi in cui il Soccorso Alpino intendeva compierla.

Gardelli è stato cacciato dal Soccorso Alpino, e la sua cacciata è stata eseguita seguendo scrupolosamente tutta la normativa interna in tema, solamente perché pensando con la sua testa, ed essendo un bravo cittadino, si è rifiutato di fare una cosa illegittima. Benché gli fosse stata ordinata attraverso il sistema gerarchico funzionale (di stampo paramilitare) che è proprio del Soccorso Alpino.

Questa vicenda ci da l’occasione per chiederci una semplice cosa: quali sono le attività del Soccorso Alpino?

Certo non quello di lavorare come una ditta edile su corda per ripulire un muro. Anche se Righi cerca di farci credere che quella è un attività da Soccorso Alpino. Il Soccorso Alpino del CAI dovrebbe essere un’associazione di volontari che salva le persone in Montagna, in Grotta e in tutti gli ambienti ostili. Dovrebbe!

E veniamo a che cosa è il volontariato: il tema del congresso di Firenze del CAI.

Il volontariato è una cosa che si fa gratis, al massimo con un rimborso delle spese vive sostenute. E quando i lettori pensano al volontariato credo che il 99% di loro pensi al volontariato nella stessa maniera.

Invece il Soccorso Alpino ha un enorme disponibilità di fondi:
A livello centrale il CNSAS riceve dal CAI una parte dei fondi pubblici statali. Nel 2013, 1.405.170 Euro di cui 1.255.099 Euro come fondi pubblici e 150.000 Euro come contributo del CAI.

Ognuno dei 21 servizi regionali/provinciali del Soccorso Alpino riceve dalla propria Regione/Provincia fondi di importi diversi. Da qualche decina di migliaia di euro a qualche milione di Euro. Complessivamente le Regioni Italiane erogano ai servizi regionali del CNSAS fondi per oltre 20 milioni di Euro (ho aggregato i dati consultando tutti i bilanci pubblici delle 20 regioni italiane).

I servizi regionali del Soccorso Alpino stipulano dei contratti di servizio con le Aziende Sanitarie Locali per far salire i tecnici di elisoccorso sugli elicotteri del 118, che è il servizio di emergenza sanitaria nazionale. Per ogni contratto ricevono altri fondi per pagare fino a 350 euro al giorno i tecnici di elisoccorso e per pagare i servizi della struttura del soccorso alpino.

Una legge dello Stato, la n. 162 del 18.2.92 e la circolare dell’INPS n. 60 del 04.03.1993 garantiscono ai volontari del Soccorso Alpino un particolare status che li differenzia da tutti i volontari italiani della protezione civile. Se i volontari CNSAS sono lavoratori dipendenti hanno diritto di assentarsi dal lavoro per esercitazioni e soccorsi e il datore di lavoro deve corrispondergli lo stesso lo stipendio che può successivamente farsi rimborsare dall’INPS. Nel 2013 l’INPS ha speso per questi rimborsi 240.103 Euro. Se i volontari CNSAS sono lavoratori autonomi possono chiedere al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale il rimborso per ogni giornata impiegata in esercitazione e soccorsi di 74 Euro al giorno. Nel 2013 il Ministero ha rimborsato 322.540 euro.

Quindi le entrate dirette del Soccorso Alpino sono in totale di oltre 22 milioni di Euro annui. Sono moltissimi soldi per una struttura di volontariato. Non viene data pubblicità ai bilanci, sia del CNSAS centrale che dei servizi regionali, che non sono pubblicati sui siti e non sono sottoposti al controllo del CAI. Il Soccorso Alpino è diventato “un’entità” paragonabile ad una media azienda in cui tutto avviene in maniera autoreferenziale. Non ci sono controlli esterni. Il Soccorso alpino si controlla da solo. Da solo giustifica l’impiego di decine di milioni di euro di fondi pubblici.

Il Nelson Mandela Forum di Firenze, sede del prossimo 100° congresso nazionale del CAI
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Per fare un esempio, si evince dal bilancio del CNSAS 2013 che un gruppo di 37 persone che fanno gli istruttori nelle due scuole nazionali tecniche del CNSAS hanno ricevuto in un anno 254.068,77 Euro a fronte di diarie giornaliere di 366 Euro cadauna e di rimborsi di tutte le spese sostenute per il loro impegno. Compensare con 366 Euro, più il rimborso spese, al giorno dei “volontari” è sicuramente singolare.

Analogamente chi svolge il compito di tecnico di elisoccorso sugli elicotteri dei 118 regionali riceve fino a 350 Euro al giorno.

Il Presidente del Soccorso Alpino Pier Giorgio Baldracco ha affermato che il 5,5% dei 7.000 volontari del Soccorso Alpino riceve una retribuzione. Questa retribuzione quindi riguarda circa 400 persone. E’ corretto chiamare volontario chi riceve una retribuzione?

In questa maniera si è trasformata quella che era una nobilissima attività di volontariato in un attività ottimamente retribuita per un nutrito gruppo di fruitori. Bastano cinque giorni di “servizio volontario” al mese per costituire un vero stipendio. Un’attività del tutto analoga viene svolta dai Vigili del Fuoco con i nuclei Speleo Alpino Fluviale (SAF) che stanno a bordo degli elicotteri dei VVFF, ma per tutto il mese. Ma che non vengono compensati con cifre del genere, bensì con quello di un onesto stipendio di dipendente statale.

In Italia esistono diverse entità pubbliche che si occupano di soccorso alpino:
La Guardia di Finanza opera con il SAGF (Soccorso alpino della Guardia di Finanza) e gli elicotteri del corpo. Fanno parte del SAGF militari specializzati nel soccorso in montagna anche con l’ausilio di unità cinofile per ricerca e valanghe. Vi sono 26 stazioni del SAGF dalle Alpi all’ETNA;

I Vigili del Fuoco operano con i nuclei SAF (Soccorso Alpino e Fluviale) e gli elicotteri del corpo. Gli operatori SAF sono specializzati nelle tecniche di soccorso in montagna e sono capillarmente presenti in tutte le province italiane;

Il Corpo Forestale dello Stato ha istituito il Soccorso Alpino Forestale (SAF) per favorire le operazioni di soccorso in montagna che opera con tre stazioni in Italia e in stretta sinergia con il Centro Operativo Aereomobile del Corpo che mette a disposizione gli elicotteri necessari all’intervento;

L’Esercito Italiano tramite il Comando Truppe Alpine mette a disposizione numerosi nuclei di militari specializzati nel soccorso in montagna e soprattutto nel soccorso sulle piste da sci;

La Polizia di Stato e i Carabinieri hanno personale specializzato nel soccorso sulle piste da sci;

Tutte le Forze Armate italiane (Esercito, Aereonautica, Marina e Carabinieri) mettono a disposizione elicotteri per il trasporto di personale specializzato per effettuare soccorsi in montagna.

Tutti questi enti pubblici hanno soccorritori professionisti che vengono retribuiti allo scopo. Da quando “i volontari” del CAI hanno stipulato convenzioni con le ASL e con i 118 ogni richiesta di soccorso è dirottata sui “volontari” lasciando praticamente disoccupati tutti gli altri. E le convenzioni con le ASL sono profumatamente rimborsate.

E’ compito del Soccorso Alpino fare convenzioni con le ASL? Il Soccorso Alpino è obbligato a fare queste convenzioni? NO! Lo fa liberamente. Proponendosi come interlocutore contrattuale a dei soggetti, le ASL che hanno bisogno di alcuni servizi. Ma facendo così di volontariato non c’è più niente.

IL CNSAS interpreta l’art 80 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 a proprio esclusivo favore. La norma dice che al CNSAS è di norma attribuito il soccorso in montagna, in grotta, in ambienti ostili e impervi e che al CNSAS spetta il coordinamento dei soccorsi in caso di presenza di altri enti o organizzazioni, con esclusione delle grandi emergenze o calamità. Attraverso questa norma il CNSAS (volontari) vorrebbe coordinare tutti i Corpi dello Stato (professionisti) deputati al soccorso. Questa situazione genera una contrapposizione funzionale tra chi il soccorso lo fa di mestiere e per questo è pagato dallo Stato e chi lo fa per volontariato.

Foto: Soccorso Alpino Valdostano
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Il 29 marzo 2015 Giovanni Busato, in passato Vicepresidente del Soccorso Alpino del Veneto, si è espresso, con un commento (ore 16.22) all’articolo http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/, sostenendo che per avere professionalità bisogna pagare i volontari. Ma se li paghiamo che volontari sono??

Lo Stato versa al Soccorso Alpino una somma non irrilevante. Le regioni molto di più! E la Lombardia è tra le prime anche in questo campo!

Leggendo gli atti dei documenti riportati nel sovracitato articolo (http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/), il 30 marzo 2015 un anonimo mi ha inviato una missiva con tradizionale busta spedita via posta ordinaria all’indirizzo del mio legale (che mi rappresenta e tutela in un contenzioso giudiziario con il Soccorso Alpino del Lazio e nazionale) con allegati due verbali secretati del Soccorso Alpino Lombardo.

Già la stampa (e pure la magistratura) si era occupata e si occupa di vicende che riguardano quel consesso. Qui alcuni link:

10 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/terremoto-nel-soccorso-alpino-si-dimettono-8-volontari-54107/

13 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/soccorso-alpino-i-dimissionari-sputano-fuoco-54642/

16 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/soccorso-alpino-altra-bomba-anche-arrigoni-si-e-dimesso-55045/

20 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/montagna/soccorso-alpino-beltrami-i-nodi-sono-arrivati-al-pettine-55613/

Ma ce ne occuperemo anche noi nel prossimo futuro.

Se si ha buona pazienza di leggere i verbali (Allegato1 e Allegato2), e se questi sono autentici e non sono una burla, data la fonte anonima, ci si rende conto di quanto il Soccorso Alpino Lombardo si è dato da fare per prendere i soldi dalla Regione Lombardia, atteso che la legge impedisce di prenderli sic et simpliciter. Serve un altro ente che li prende e poi te li gira. Anche il Soccorso Alpino ha le sue scatole cinesi…

I lettori di questo blog si chiederanno: organizzare scatole cinesi per prendere milioni di euro in fondi pubblici è la vera attività del Soccorso Alpino? E anche questa è un’attività di volontariato?

Probabilmente se lo dovrebbero chiedere anche tutte le migliaia di volontari del soccorso alpino che fanno i volontari senza prendere un euro… Quelli sono veri volontari anche se inquadrati in una struttura che se sollevi la manina e poni qualche domanda scomoda a cui rispondere ha delle bellissime procedure per cacciarti in maniera democratica come è successo a Luca Gardelli. Un cittadino onesto che non voleva fare cose illegittime e ha fatto l’obiettore. L’obiettore del Soccorso Alpino ha un’unica strada davanti… diventare un ex!

Ma è questa la strada che il CAI intende seguire quando parla del volontariato nel futuro?

Perché il CAI non controlla quello che fa il Soccorso Alpino? Perché il Presidente Generale del CAI Umberto Martini non si accorge dei milioni di euro che arrivano nelle mani dei volontari del Soccorso Alpino per fare attività di volontariato? Ma il CAI lo deve controllare il Soccorso Alpino? E se non lo controlla commette una mancanza?

Oppure, è questo che il CAI vuole per il futuro? Il volontariato pagato come in Lombardia o per i 400 operatori del soccorso alpino che, per affermazione diretta del loro Presidente Baldracco, prendono una retribuzione?

Sarebbe bello che le tavole rotonde del 100° congresso del CAI affrontassero questo argomento.

E sarebbe bello sapere che impalcatura contrattuale ha escogitato il Soccorso Alpino lombardo per incassare i fondi pubblici dato che le leggi dello stato non sono state modificate e quei soldi non li potevano incassare direttamente. E chissà come li prendono ora dato che hanno stipulato una nuova convenzione che arriva fino al 2016.

Nel frattempo qualcosa si muove. Nel Lazio, dal 2015, in caso di intervento in ambiente tipicamente montano o impervio, il 118 chiama i Vigili del fuoco (professionisti del soccorso) e non il Soccorso Alpino (volontari del soccorso).

Comunque, per evitare fraintendimenti sui verbali che mi sono arrivati in busta anonima, ho presentato alla competente Procura un’articolata denuncia.

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La bolla dell’eliski

La bolla dell’eliski
di Ivan Borroni, vicepresidente del Comitato Scientifico Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta del Club Alpino Italiano
(questo articolo è apparso nel n. 90 di Alpidoc e lo riproponiamo per gentile concessione)

Dopo una lunga pausa (di riflessione?), le montagne cuneesi tornano oggetto delle “attenzioni” di operatori e imprenditori dello sci (pista ed eliski). Si prospettano iniziative che dovrebbero, come ovvio, rendere danaro sonante agli investitori, ma anche produrre positive ricadute economiche per i territori interessati. Una canzone non nuova, anche se arrangiata in chiave più moderna, una specie di Io, tu e le rose riproposta a ritmo di rap. Alcune amministrazioni comunali, ciò che resta della Provincia e, naturalmente, l’Azienda Turistica Locale del Cuneese (sempre in prima fila nel sostenere e promuovere qualunque forma di turismo, montano e non, motorizzato), con contorno di politici locali di varia appartenenza, stanno esercitando forti pressioni a supporto di queste strategie davvero “innovative”.

Sembrano esser stati rimossi dalla memoria i tanti risultati fallimentari conseguiti dalla politica monocolturale dello sci pervicacemente praticata negli anni Sessanta e Settanta. In quegli anni, comunque più nevosi degli attuali, sulle Alpi Cuneesi e Torinesi fiorirono, con la promessa di mirabolanti risultati, tante piccole stazioni sciistiche (impianti di risalita e annessi scempi edilizi): un po’ di seggiovie e ski-lift (in genere di seconda e terza mano) e qualche “seconda casa” messa su al risparmio non si negavano a nessuno. Poi la crisi. Di buona parte di quelle strutture rimangono solo tristi scheletri abbandonati, alcune altre sopravvivono stentatamente in permanente rianimazione: l’evidenza è sotto gli occhi di chiunque voglia vederla (Viola, Garessio 2000, Bersezio, eccetera). Anche nelle stazioni “importanti” (nel Cuneese sono soltanto un paio, Limone e Artesina/Prato Nevoso) l’indotto sciistico soffre. Basta fare un giro a Limone per vedere gli orribili condomini risalenti al tempo della neve d’oro costellati da una miriade di cartelli “Vendesi”.

Limone Piemonte
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Inevitabile quindi che sul tema della nuova “bolla” sciistica, paradossalmente in fase di rigonfiamento proprio durante uno dei periodi di crisi economica più severi del dopoguerra, si vengano a scontrare due posizioni culturalmente, direi quasi antropologicamente, opposte: su di un fronte quella di coloro che continuano a credere nelle “magnifiche sorti e progressive” di un turismo da parco giochi, globalizzato e consumistico, a elevato impatto ambientale e consumo di territorio; sull’altro fronte quella di coloro che ritengono che il patrimonio più prezioso delle nostre Alpi, da valorizzare anche a livello di proposta turistica, sia quello ambientale e culturale (intendendo questo termine nella sua accezione più ampia). Di questa seconda opzione abbiamo un modello complessivamente virtuoso e vincente in una delle valli cuneesi considerata tra le più derelitte ancora in un recente passato: la Valle Maira.

Gli attuali impianti di Argentera
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Questo splendido distretto turistico, proprio per essere quello che meglio ha conservato la propria naturalità e identità, nel volgere di non molti anni è diventato il più conosciuto della provincia, apprezzato e frequentato a livello internazionale, assieme con le Langhe, pur in assenza di barolo e tartufi. Qui sì che si sono viste positive ricadute economiche sul territorio. Eppure la Valle Maira non ha impianti di risalita, ha una viabilità di altri tempi, ha pochissima edilizia “moderna”, non vi si pratica l’eliski; il motoescursionismo, che era diventato davvero invasivo, è stato ampiamente ridimensionato per la scelta controcorrente (inizialmente non facile) di qualche avveduto e intelligente amministratore, come il giovane sindaco di Canosio, Roberto Colombero.

Ma vediamo un paio di progetti incombenti sull’alta Valle Stura. Siamo solo all’inizio: altri ne seguiranno anche altrove. Progetto Argentera. Un passaggio tratto da Provincialnforma dello scorso 8 giugno 2015 lo descrive; non occorre aggiungere nulla alla testuale citazione per evidenziarne la portata: «La Provincia ha ospitato la presentazione del nuovo progetto di rilancio della stazione sciistica di Argentera… Lo studio, illustrato da Lorenzo Muller della società Chintana, prevede un investimento di 30 milioni per adeguare e aumentare gli impianti e una cifra non ancora quantificata per sistemare le strutture architettoniche degli anni ’70 e ’80. Il progetto, richiesto da alcuni possibili investitori stranieri che puntano su attività di fuoripista ed eliski per una clientela d’élite, prevede un piano di sviluppo che integra gli impianti con nuovi insediamenti turistici. Tra le proposte tre nuove seggiovie con arrivo a quota 2700 metri, insediamenti nella pineta a monte di Bersezio, la riqualificazione della base degli impianti, l’ampliamento dell’area sciabile dei vallonetti di Ferrere e l’area della Conca delle Lose».

Provincialnforma riferisce poi l’intervento dell’assessore al Turismo (ma ci sono ancora gli assessori provinciali?) che afferma: «Questa iniziativa va nella direzione di un turismo a misura d’uomo». Non so che cosa significhi esattamente, perché è evidente che ogni uomo ha la propria misura.

E veniamo al Progetto Vinàdio. Lo scorso anno il Consiglio comunale di Vinàdio ha approvato una richiesta per l’autorizzazione all’esercizio dell’eliski sul proprio territorio secondo un progetto presentato dalla Scuola Italiana Scialpinismo e Arrampicata Guide Alpine Cuneo in partnership con Helimonviso srl.

Secondo tale progetto il territorio comunale di Vinadio viene ripartito in tre settori: 1) Vallone di Riofreddo e Orgials; 2) Valloni Sauma e San Bernolfo (Vallone dei Bagni); 3) Vallone Ischiator. L’attività di eliski potrebbe svolgersi dal 1 dicembre al 31 marzo, con possibile prolungamento del periodo in relazione alle condizioni di innevamento (in pratica si farebbe eliski per oltre cinque mesi, da tutto dicembre almeno a tutto aprile/inizio maggio), per quattro giorni alla settimana (da lunedì a giovedì, dalle 8.30 alle 14.30), con massimi di 12 giorni di attività al mese, 30 voli giornalieri nell’intera area (10 per settore) e presenza in contemporanea di 25 sciatori (5 gruppi).

La Cima sud di Ischiator. Foto: Alefoto.it
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Il WWF, in rappresentanza anche di altre associazioni ambientaliste, ha presentato ricorso alla Regione contro la concessione, con la motivazione che detto progetto, approvato in Comune, è in contrasto con la normativa europea sulle aree protette della Rete Natura 2000. In particolare l’articolo 16, comma 1, lettera C della LR n. 19 del 29/6/08 (applicativa del DPR 357/97, di recepimento delle Direttive comunitarie Habitat e Uccelli) recita: «Nei siti Natura 2000 è fatto divieto di decollo, atterraggio e sorvolo a quote inferiori a 500 metri dal suolo con veicoli a motore per finalità turistico/sportive, salvo diversa prescrizione prevista dal piano di gestione o specifica deroga condizionata dall’espletamento della procedura di incidenza».

Il 16 gennaio 2015 il competente ufficio regionale ha accolto il ricorso presentato dal WWF in quanto il progetto di Helimonviso interessa più aree protette della Rete 2000, ribadendo il divieto di volo su queste aree e intimando alla società proponente di attivare l’iter di valutazione di incidenza previsto dalla legge e inadempiuto. La società ha quindi prodotto un proprio studio di incidenza, ma la Regione lo ha ritenuto “incompleto e del tutto inadeguato”, invitando a eseguirne uno integrativo che analizzi correttamente tutti gli aspetti naturalistici non considerati.

Per il momento la situazione è questa. È il caso di precisare che sull’alta Valle Stura incidono ben tre SIC (Siti di Interesse Comunitario) e una ZPS (Zona Protezione Speciale), in pratica tutte le parti superiori delle valli laterali fanno parte del complesso di aree protette della Rete Natura 2000, quindi, in mancanza dell’espletamento dell’iter di valutazione d’incidenza, non possono essere rilasciate concessioni di volo né, tantomeno, licenze per la realizzazione di infrastrutture (vedi impianti di risalita), il che vale anche per il Progetto Argentera.

Questi fatti dimostrano come l’istituzione della rete comunitaria di aree protette (SIC e ZPS) non sia un inutile orpello burocratico, come molti hanno sostenuto, ma un utile strumento a difesa dell’ambiente, in particolare dove manchino adeguate normative locali regolanti l’attività di eliski, come in Piemonte.

A questo punto aggiungiamo un’altra dolente nota. Nel contesto del Cuneo Montagna Festival si è tenuta una tavola rotonda promossa da Alpidoc: Montagne e motori: gioie o dolori? Nel dibattito la parte del leone l’ha fatta il tema caldo dell’eliski. L’ulteriore dolente nota cui mi riferisco è rappresentata dall’intervento del cuneese assessore regionale alla Montagna, Alberto Valmaggia, che ha stroncato le speranze di diverse associazioni, tra le quali il CAI, che avevano ripetutamente avanzato richieste e petizioni affinché la Regione si decidesse a legiferare in materia.

«Non credo che ci si possa riuscire in questa legislatura – è stata la laconica e deludente comunicazione – e comunque se ne occuperebbe l’assessorato al Turismo, se l’intenzione è quella di equiparare l’eliski agli impianti di risalita». Lo stesso assessore alla Montagna ha pure ricordato che furono già avanzate due proposte di legge in materia, nel 1985 e nel 1992, restate lettera morta. Viene il maligno sospetto che manchi del tutto la volontà politica di risolvere il problema. Attualmente è depositata una proposta del Movimento 5 Stelle di divieto assoluto di esercizio dell’eliski senza se e senza ma, che naturalmente non ha nessuna chance di essere approvata.

In conclusione, vorrei invitare gli amministratori locali della montagna a ben valutare costi (non solo ambientali) e benefici dell’apertura dei loro territori alla pratica dell’eliski, perché correrebbero il rischio di perdere 100 per guadagnare 10. Non c’è dubbio infatti che la maggior parte dei sempre più numerosi frequentatori della montagna invernale con mezzi tradizionali (sci da fondo e alpinismo, racchette da neve) diserterebbe vallate un tempo oasi di tranquillità trasformate in campi di atterraggio e decollo di elicotteri per il sollazzo di una ristretta cerchia di sciatori “d’élite” (?).

A questo proposito ripropongo le frasi conclusive della Mozione per l’esclusione dell’eliski dallo sviluppo turistico piemontese presentata dall’associazione CAI Le Alpi del Sole e approvata dall’Assemblea dei Delegati delle sezioni CAI piemontesi lo scorso 29 marzo 2015: «… vengano monitorate le situazioni in cui le Amministrazioni locali permettono o favoriscono lo sviluppo di un turismo invasivo nei confronti dell’ambiente in modo che le escursioni con le racchette da neve, con gli sci, con la bicicletta, a piedi, le arrampicate e i trekking, organizzate annualmente dalle sezioni del CAI si svolgano lontano da quelle aree compromesse da ogni forma di invasione motorizzata».
Ivan Borroni

 

Sempre nello stesso articolo citato di Alpidoc, ci piace riprendere un box dal titolo Impianti obsoleti: un problema a carico della collettività:
Secondo Mountain Wilderness Francia, gli impianti legati agli sport invernali rappresentano una buona metà delle installazioni obsolete presenti sulle montagne d’Oltralpe, su un totale di più di 3.000 “relitti” censiti a oggi dall’associazione, ma in continuo aumento a causa del regolare abbandono delle installazioni turistiche in quota, spesso opera di pianificatori del territorio affetti da mania di grandezza che non hanno fatto i conti con i cambiamenti climatici. Dal 2001, anno in cui MW ha iniziato l’opera di “pulizia”, grazie a 29 cantieri e 80 giornate di lavoro da parte di 1.300 volontari, circa 350 tonnellate di materiale sono state smantellate e portate a valle. Ne hanno beneficiato in particolare la zone dal Parco del Mercantour, con 172 tonnellate di “rifiuti” evacuati dai settori della Vésubie, della media e alta Tinée, dell’Ubaye e della Roya. Per evitare ulteriori danni, in Francia è stata avanzata una proposta: rilasciare la concessione di nuove autorizzazioni e gli eventuali finanziamenti pubblici solo dietro adeguate garanzie finanziarie in grado di assicurare il ripristino del sito una volta terminato lo sfruttamento degli impianti. E da noi che si fa?
Fonte: www.montagnes-magazine.com/actus-amenagements-abandonnes-doit-nettoyer-montagne

Upega: quel che resta di uno skilift costruito (ahimé, non in materiale biodegradabile…) alla fine degli anni Sessanta. Foto: Enrica Raviola.
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La convivenza con l’orso – 2

La convivenza con l’orso – 2 (2-2)
(continua da La convivenza con l’orso -1)

E’ quasi obbligatoria a questo punto una dichiarazione di Ugo Rossi, presidente della Provincia. L’11 giugno 2015 il Consiglio provinciale è incandescente. L’argomento è l’orso. Dopo l’aggressione a Cadine, diversi consiglieri tornano a contestare il Progetto Life Ursus.
Ecco l’intervento di Rossi:

Ugo Rossi
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«Siamo di fronte ad un episodio molto grave rispetto al quale non è opportuno fare strumentalizzazioni. Per prima cosa ho voluto informare sull’accaduto in base ai rilievi e alle verifiche fatte dalle autorità competenti. Sulla base di queste informazioni il dibattito si è sviluppato e io lo ho ascoltato. Le decisioni che adotteremo saranno basate sullo stesso principio adottato lo scorso anno in agosto quando si verificò l’altra aggressione: di fronte ad un fenomeno che è dentro le logiche naturali si valuta la gravità e prima viene la vita e la sicurezza delle persone e poi viene la conservazione della natura.

Lo scorso anno, dentro le regole di cui disponiamo, abbiamo applicato lo stesso principio. L’anno scorso io mi sono assunto la responsabilità di prendere provvedimenti che hanno portato poi a reazioni sulle quali non ho sentito molta solidarietà, nemmeno quando la Forestale dello Stato ha minacciato interventi. Quello che noi possiamo fare in relazione alle regole è scritto e ve lo leggo. Nel momento in cui un orso attacca senza essere provocato si possono adottare tre provvedimenti: cattura con rilascio e radiocollaraggio, cattura con captivazione, abbattimento. L’ordinanza dello scorso anno diceva esattamente questo. Io mi sono preso questa responsabilità assieme alla mia giunta l’anno scorso e siamo pronti ad assumerla anche quest’anno. Per assumersi questa responsabilità è necessario però identificare e riconoscere l’esemplare responsabile dell’aggressione. Questo è quello che faremo.

La videoconferenza con Ministero e ISPRA che è in corso in questo momento serve proprio per condividere questa procedura a livello centrale. Però siamo pronti a prenderci responsabilità in via autonoma ma vogliamo evitare che qualche organo centrale, sulla base di informazioni scorrette, possa fare rilievi, come lo scorso anno. Anche questa volta la cattura di un orso ha dei rischi come per l’evento infausto dell’anno scorso. L’altra volta abbiamo assistito ad un mettere in croce persone e istituzioni rispetto a quella decisione. Noi quei rischi ce li prenderemo anche quest’anno. Abbiamo le regole e le abbiamo sempre utilizzate e le utilizzeremo fino in fondo.

Quanto al cambiarle, già lo scorso anno la Provincia di Trento ha formalizzato ciò che ho sentito dire in quest’aula, e che condivido, sulla necessità di modificare alcune regole del progetto Life Ursus. Il progetto del 1993 non prevedeva un numero massimo, noi stiamo chiedendo di definire modalità che vadano oltre a quelle che abbiamo per cercare di modificare ciò che è possibile, compreso la riduzione del numero degli orsi. Le decisioni le abbiamo prese e difese, talvolta un po’ troppo soli».

Qualche giorno dopo si stabilisce, dalle indagini e dai rilievi, che la responsabile dell’aggressione è stata l’orsa di dodici anni KJ2, nata da Kirka e Joze. 

Nel diluvio di dichiarazioni e commenti, non è mancato il fiorire di consigli in caso d’incontro avventuroso con l’orso, in alcuni casi contraddittori.

La Provincia Autonoma di Trento (PAT) con un comunicato sostiene che “in caso di incontro ravvicinato, non bisogna correre o muoversi con concitazione, anzi allontanarsi lentamente”. Sul sito del Parco dello Stelvio è scritto: «Sdraiati a terra e fingiti morto: rimani sdraiato sulla pancia in posizione fetale, con le mani strette attorno alla testa. Uno zaino può proteggere la schiena. Cerca di rimanere più calmo e silenzioso possibile». Anche la Provincia di Bolzano è su questa linea: «Se dovesse verificarsi un attacco di una persona, mettere davanti a se un oggetto, ad esempio il cestino dei funghi o lo zaino. Se questo non dovesse essere d’aiuto, sdraiarsi a terra in posizione fetale proteggendo la testa con le braccia».

Sembrerebbe dunque che bisogna fare rumore prima, per avvisare della propria presenza, ma una volta che ci si trova faccia a faccia con l’orso niente gesti bruschi, niente urla e anzi immobilizzarsi.

Tuttavia altri non sono d’accordo. La Guardia Forestale Nazionale nel proprio vademecum non si sbilancia: «Se si incontra un orso lungo un sentiero, conviene alzare le braccia, fare rumore in modo da allontanare l’animale. Ma se l’incontro è ravvicinato non fare rumore e non alzare le braccia». Insomma, dipende dalla distanza, anche se non viene specificata. Addirittura per il National Geographic «non è una buona idea fingersi morto, si potrebbe attirare la curiosità dell’animale». Il National Geographic, a corredo di un articolo con l’opinione di alcuni esperti del settore, mostra questo video:

La discussione in merito è molto accesa e interessante anche sul gruppo Facebook «Convivere con l’orso sulle Alpi». Qui si ribadisce che gridare e alzare le braccia è sbagliato:
Da quanto abbiamo in mano, a differenza di quello che i media stanno pericolosamente diffondendo (e cioè – ancora una volta! – che di fronte ad un’aggressione da orso ci si salva solo lottando con tutte le forze, e grazie alla prestanza fisica), la reazione della vittima – e del cane, legato a lui – all’apparire dell’orso (“ho fatto come dicono, ho alzato le braccia e ho gridato”) potrebbe, invece, addirittura aver peggiorato la situazione. Una reazione “fight or flight” (lottare o fuggire) in circostanze simili resta comunque del tutto comprensibile e non condannabile: fa parte del nostro istinto reagire così in circostanze pericolose. E’ radicata nel nostro DNA, e nei casi estremi della vita ha da sempre aiutato la nostra, e altre specie, a sopravvivere.
Ma con l’orso non funziona, quando attacca per neutralizzare una presunta minaccia. Corpose moli di dati da tutto il mondo dicono questo.
Mantenere la calma stando fermi e senza gridare può dare risultati sorprendentemente positivi, anche di fronte a un orso apparentemente deciso a farci del male. E in caso di contatto fisico, restare a terra a pancia in giù, senza difendersi attivamente – facendo però tutto il possibile per coprirsi viso, nuca e testa con gli arti superiori! – sono atteggiamenti in qualche modo “contronatura”. Che si riescono a fare solo con un grande autocontrollo, e soprattutto con una preparazione mentale adeguata (vale a dire, provare a immaginare una scena simile, allenare la mente a simili eventi e a come comportarsi di conseguenza); ma hanno aiutato tanta gente, anche in zone del mondo dove gli orsi sono decisamente più aggressivi dei nostri. Difficile da fare, di sicuro: ma grazie a questo ci si può salvare la pelle, o da ferite peggiori, o – come più spesso accade – addirittura uscire indenni e senza nemmeno un graffio dalla contesa… Rimane una considerazione da fare: in Trentino c’è ancora molto da fare nel campo dell’informazione su questi aspetti della convivenza con l’orso. Gli orsi sono cresciuti di numero in fretta ma, a nostro avviso, negli anni non c’è stato un adeguato impegno istituzionale nella preparazione dei residenti alla prevenzione e gestione degli incontri ravvicinati.
Infine: in seguito al grave ferimento, il governatore della Provincia ha firmato l’ordinanza per la rimozione dell’esemplare, una volta conosciuta la sua identità.
Siamo fermamente convinti che la convivenza con l’orso bruno passi anche attraverso queste decisioni; che sicuramente solleveranno ulteriori polemiche, ma sono in linea con i protocolli in vigore e con ogni norma di buon senso.
A maggior ragione in una zona antropizzata come quella alpina, per gli orsi più aggressivi non ci può essere futuro: pena l’incolumità di orsi che passano la vita senza disturbare nessuno, e soprattutto l’incolumità delle persone.
E, per quanto “antropocentrico” possa suonare a qualcuno, la vita e l’incolumità di una persona, per noi, è giusto che valga più della vita di un orso
”.

Un divertente video di Lucio Gardin (www.luciogardin.it) su come comportarsi in un incontro con l’orso

Il progetto Life Ursus
(tratto da http://www.pnab.it/natura-e-territorio/orso/life-ursus.html)

Per cercare di risollevare le sorti dell’ultimo nucleo di orso bruno delle Alpi italiane, nel 1996 ha preso avvio mediante finanziamenti LIFE dell’Unione Europea il Progetto Ursus tutela della popolazione di orso bruno del Brenta, più noto come Life Ursus.

L’intervento di salvaguardia nei confronti del plantigrado – promosso dal Parco Naturale Adamello Brenta e condotto in stretta collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (oggi ISPRA) – si è basato su una attenta fase preparatoria.

In base ad un apposito Studio di fattibilità, la reintroduzione è stata individuata come l’unico metodo in grado di riportare gli orsi sul Brenta: 9 individui (3 maschi e 6 femmine di età compresa tra 3 e 6 anni) sono stati indicati come il contingente minimo per la ricostituzione, nel medio-lungo periodo (20-40 anni), di una popolazione vitale di orsi sulle Alpi Centrali, formata da almeno 40-50 individui. Lo Studio di fattibilità ha inoltre stimato – mediante un’approfondita modellizzazione del territorio comprendente il Trentino occidentale e parte delle province di Bolzano, Brescia, Sondrio e Verona – in più di 1700 kmq le aree idonee alla presenza del plantigrado: superficie giudicata sufficientemente ampia per ospitare la popolazione minima vitale.

Proprio in base all’estensione territoriale dell’area interessata dal progetto ed alla sua complessità, numerosi sono stati i partner che hanno collaborato all’iniziativa. Sono infatti stati formalizzati accordi operativi, oltre che con le quattro province confinanti a quella di Trento, anche con l’Associazione Cacciatori Trentini, che collabora tuttora anche al monitoraggio degli orsi immessi, con il WWF – Trento e con numerosi altri enti, organizzazioni ed associazioni di categoria.

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Dato l’elevato impatto emotivo della specie, la fase preparatoria del progetto ha previsto altresì la realizzazione di un sondaggio di opinione (affidato all’Istituto DOXA di Milano): più di 1500 abitanti dell’area di studio sono stati intervistati telefonicamente per verificare l’attitudine, la percezione nei confronti della specie e la possibile reazione di fronte ai problemi derivanti dalla sua presenza. I risultati sono stati sorprendenti: più del 70% dei residenti interpellati si sono dichiarati a favore del rilascio di orsi nell’area e la percentuale ha raggiunto addirittura l’80% di fronte all’assicurazione che sarebbero state adottate misure di prevenzione dei danni e gestione delle situazioni di emergenza. Questi ultimi provvedimenti sono stati adeguatamente e dettagliatamente pianificati dal Parco nell’ambito delle linee guida che, oltre a definire l’organizzazione generale del progetto, hanno permesso di individuare gli enti e le figure coinvolte a vario titolo, identificando compiti e responsabilità nell’ambito di tutte le attività previste per favorire una positiva realizzazione della reintroduzione.

La fase operativa del progetto ha preso avvio nel 1999, con la liberazione dei primi due esemplari: Masun e Kirka, catturati nelle riserve di caccia della Slovenia meridionale. Tra il 2000 e il 2002 sono stati liberati altri 8 individui, per un totale di 10 complessivi (l’ultima femmina, Maja, è stata liberata per sostituire Irma, morta nel 2001 a causa di una slavina).

Tutti gli orsi rilasciati sono dotati di un radiocollare e di due marche auricolari trasmittenti. Questi dispositivi hanno consentito di monitorare gli spostamenti degli animali per il periodo successivo al rilascio, confermando le previsioni dello Studio di fattibilità e l’ottimo adattamento degli individui reintrodotti al nuovo territorio di vita.

Il progetto, seppure di tipo sperimentale, ha assunto di lì a poco – a seguito della spontanea ricomparsa dell’orso in territorio italiano – una valenza ben più ampia della semplice tutela della popolazione trentina: contribuire al rinsaldamento tra le popolazioni ursine presenti e in espansione sull’Arco Alpino centro-orientale. Il progetto Life Ursus, conclusosi nel dicembre 2004 dopo una seconda fase di finanziamenti europei, ha dato i suoi frutti: grazie ad un rapido accrescimento, il nucleo di orsi che ha l’Adamello Brenta come sua core area è oggi stimato in circa 50 esemplari. Oltre che dall’incremento numerico, il successo dell’operazione di reintroduzione è confermato anche dall’espansione territoriale: la presenza della specie non è infatti più limitata al Trentino occidentale ma comprende aree distanti dal Parco. L’esplorazione del territorio lascia ben sperare per un eventuale futuro ricongiungimento di tutte le popolazioni alpine, anche se il pericolo di estinzione non può ancora dirsi scongiurato.

Per chi desiderasse ulteriori dettagli è qui a disposizione e integrale il Documento del Parco n. 18 – L’impegno del Parco per l’Orso: il progetto Life Ursus.

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Nelle settimane seguenti ai due incidenti, continuano gli interventi scritti su giornali e social. Particolarmente interessante è quello di Giuliano Castellan su L’Adige, 8 agosto 2015:
I trentini hanno iniziato a cambiare il proprio approccio al bosco. Non ci si va più, semplicemente. Non ci si va più con il cuore aperto di chi si sente accolto da un abbraccio balsamico, protettivo e silente. Tutto ciò è diventato sbagliato: almeno per certa comunità «scientifica» che ritiene che i trentini vadano rieducati alla loro secolare cultura del bosco, per il più buffo atteggiamento dell’assessore, che fa mettere cartelli e invita a far rumore nei boschi, restare sui sentieri, coprirsi di campanelli, come appestati d’antan.

Ma tranquillo assessore, ormai perfino gli scout trentini fanno i campi in Sudtirolo, figuriamoci il semplice camminatore. E molti altri ospiti del Trentino se ne andranno altrove. E chissà poi perché tutta questa agitazione da parte dell’assessore «competente» visto che pare non abbia uno iota di competenza, che spetta invece tutta al ministero.

Ministero lontano, forse sorpreso dal successo del progetto: pensa, perfino in Francia è fallito, che rispettosi ‘sti villici trentini, altro che i montagnards francesi. Ma di reagire con un piano alla situazione di oggettivo pericolo, nessuna fretta. Né a sommesso avviso di chi scrive, nessuna voglia. Gli orsi, secondo il ministero, sono pericolosi uno per uno, individualmente presi. Va data la prova circostanziata che quell’orso, che in quel luogo ha aggredito, senza provocazione (concetto che diverrà amplissimo: eri coperto di campanelli sul sentiero e facendo abbastanza rumore, magari idealmente a bordo di un quad?) era per di più «problematico». Noi che dall’orso ci aspettiamo solo che faccia l’orso, ossia oggettivamente pericoloso, siamo totalmente spiazzati. Ma come, non dovevano essere al massimo quaranta? Quanti sono? Non si sa. Non dovevano solo servire a rinsanguare il parco dell’Adamello Brenta? E invece pare normale che passeggino attorno a Zambana e Terlago.

L’orso problematico, per me, è quello lì, che se ne sta fuori dagli stretti limiti di un parco naturale, e che lì deve stare calibrando il numero di esemplari che quel ridotto territorio può sopportare. Il resto è violenza fatta a comunità di insediamento diffuso che subiscono danni. «Tanto li rimborsano» mi pare una risposta cinica, di chi disprezza il lavoro degli altri. Perché a chi lavora in montagna, o semplicemente ci vive, si deve rendere la vita ancor più dura? E perché andare a respirare un po’ d’aria fuori dal bailamme e della camera a gas della Val d’Adige è diventato angoscioso? Invece che rispondere seriamente alle ragioni che presidiano questa gratuita violenza dell’immettere animali pericolosi in boschi vicinali ormai a ridosso di zone densissimamente abitate, alcuni, anche sull’Adige, hanno evocato il concetto di «buffo».

Ossia, invece di spiegare, ricorrono come sofisti greci all’arte della persuasione di chi si sente superiore, portatore di una civiltà più evoluta, cittadina, meglio, transatlantica. Quella certa cultura cui non va mai niente bene dell’America, quando si tratta dell’orso e della sua gestione nel parco dello Yellowstone diventa acritica e entusiasta. Senza un grammo di discernimento sulle altrove ben rimarcate differenze culturali (e dico io, semplicemente di densità abitativa). Non lasciamoci turlupinare. L’orso in Trentino non potrà mai essere trattato come l’orso in Canada o in America, ma neppure come l’orso marsicano. A meno di non ridefinire tutta la cultura materiale e antropologica del Trentino.

Il risultato sarebbe tracciare anche qui quella terribile cesura tra natura e aree abitate che ho potuto percepire percorrendo l’appennino, in particolare tra alto Lazio e Abruzzo. Lì ho intuito cosa i romani intendessero per timore panico, ossia la paura degli spazi silvestri: sì, di un bosco! In Trentino, un mondo di malghe, masi, una fitta rete di sentieri e alpeggi, agritur e rifugi, su fino alla croce di vetta non può essere distrutto da un’ideologia pro orso invasiva e irrispettosa. Serve subito una norma di attuazione che ci restituisca la saggia amministrazione del nostro Trentino”.

Castellan cita il paragone tra le due convivenze, quella con l’orso alpino e quella con l’orso appenninico (marsicano). Ed è così che ci siamo incuriositi, e siamo andati a informarci su quanto succede in Abruzzo.

Chi volesse avere maggiori ragguagli sulle differenze tra orso alpino e orso appenninico può consultare http://www. parchionline. it/orso-bruno-in-italia. htm: non si direbbe però che le differenze fisiche vadano molto oltre le dimensioni che gli esemplari possono raggiungere.

Nel frattempo, in questo periodo di più o meno ingiustificati allarmismi e palesi strumentalizzazioni che vedono in Italia l’orso e la fauna selvatica maggiore al centro di nauseanti campagne mediatiche di demonizzazione, fa piacere riscontrare una intelligente iniziativa editoriale curata dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con la collaborazione dell’Associazione Teriologica Italiana (ATIt).

Si tratta di un opuscolo di 25 pagine (Edizioni Il Centro) che spiega, con l’aiuto di immagini e simpatiche illustrazioni, le principali caratteristiche, abitudini e problematiche legate alla presenza dell’orso bruno marsicano sul territorio montano abruzzese.

Un opuscolo per informare e promuovere il rispetto per questa specie, nell’ottica di una convivenza possibile quanto necessaria. Per fugare paure ingiustificate e isterismi collettivi in una terra che da sempre convive con i grandi predatori e può e deve considerarli parte del proprio patrimonio naturale e culturale.

Ne consigliamo la lettura, soprattutto perché aiuta a stabilire un differente approccio globale al problema, lontani dalle polemiche trentine.

Eccolo, in versione integrale:
E’ pericoloso l’orso bruno marsicano?

Anche dopo questa lettura permangono mille dubbi, tanto che più di prima ci sembra che siano in pochi ad affrontare il problema in un’ottica davvero globale. Tra questi è di certo Barbara Chiarenzi, le cui note conclusive, apparentemente pessimiste, dovrebbero spronarci a lavorare tutti in quella direzione.

L’intervento (18 marzo 2015) di Barbara Chiarenzi Daniza, a sipario chiuso, a commento dell’uccisione di Daniza, si concludeva con queste amare parole:
A fronte del fatto che esiste un habitat naturale in grado di sostenere una popolazione alpina di orso, non vedo infatti al momento un habitat sociale che sia disposto ad accettarne i rischi che vadano un po’ oltre la tolleranza nei confronti di qualche pecora mangiata e alcuni apiario rovesciati.
La nostra società, a tutti i livelli, è in questo momento disponibile a una fruizione solo mediata, magari solo informatica, certamente non diretta, di certi fenomeni naturali. Siamo interessati agli animali selvaggi, ma che essi se ne stiano buoni buoni in un habitat che non dev’essere il nostro. L’orso Yoghi ha permeato di sé un’intera generazione e ci piace vedere l’orso con questo filtro. In effetti non siamo disponibili al rischio di un incontro, a parte chi con telefonino schierato non sa neppure a che rischio si sta esponendo.
L’amministrazione non vede di buon occhio fenomeni che non siano riconducibili a una qualunque responsabilità: e in definitiva anche noi siamo stati trasformati.
Di questa immensa trasformazione culturale e sociale, sicuritaria, garantista all’eccesso per tutte le responsabilità e in fuga da ogni imprevisto, la conservazione dell’orso in Italia dovrà tener conto, se vorrà avere un futuro”
.

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La convivenza con l’orso – 1

La convivenza con l’orso – 1 (1-2)

L’aggressione dell’orsa Daniza che Daniele Maturi, 38 anni, ha subìto nel 2014 nei boschi di Pinzolo ha costituito per mesi un caso mediatico e ancora oggi, specie dopo l’uccisione dell’animale, è ancora ben lungi dall’essere stata dimenticata.

Prima pagina per l’incidente del 2014 (Daniza)
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Anche se la presenza degli orsi è accertata in altre zone, come l’Alto Adige, ma anche il Bresciano (Val Camònica, Valle Sabbia, Valle Trompia e Alto Garda) e il Veronese (Monte Baldo), la Provincia Autonoma di Trento aveva avviato nel 2013, in collaborazione con il MUSE Museo delle Scienze, un progetto di stima del numero di individui presenti, svolto attraverso fasi di raccolta di campioni organici (ciuffi di pelo, feci e tessuti), monitoraggio dei grattatoi (piante utilizzate per grattarsi sulle quali gli orsi marcano la loro presenza lasciando sulla corteccia il proprio odore e del pelo), e poi ancora controllo visivo e monitoraggio radiotelemetrico e satellitare.

Il rapporto più recente riferito alla situazione esistente alla fine del 2014 indica un numero minimo di animali pari a 41, dei quali 22 di sesso maschile, 17 femmine e 2 di sesso indeterminato. Di questi 20 sono adulti, 14 giovani e 7 cuccioli. Molto probabilmente i monitoraggi effettuati non hanno consentito di rilevare la totalità degli animali che compongono la popolazione attuale, stimati da un minimo di 41 fino a un massimo di 51 esemplari.

Dall’uccisione di Daniza in poi ci sono stati almeno altri due episodi cruenti, incontri che potevano potenzialmente essere assai più tragici di quanto sono stati: tali comunque da tener viva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, anche tramite acuti da isteria collettiva.

Protagonisti involontari Marco Zadra e Wladimir Molinari.

Il 29 maggio 2015 scorso Marco Zadra, 42 anni, di Villazzano, ha avuto un drammatico incontro ravvicinato con l’orso, sul sentiero che da Zambana Vecchia sale al Cason, verso Fai della Paganella.

«Tendenzialmente sono uno sportivo. Finito il mio lavoro spesso vado a correre nei boschi che attorniano Trento. Quest’anno era la prima volta che andavo in val Manara, sopra Zambana. Parto quindi con la macchina attorno alle 19.30, lascio l’utilitaria a Zambana Vecchia e inizio a camminare per un sentiero piuttosto ripido. Nel ridiscendere, superato il Cason, una struttura usata dai zambanoti per uso ricreativo, a solo un chilometro dall’abitato e a circa 500 metri di quota, me lo sono trovato di fronte. Erano circa le 20.15: io scendevo di corsa, lui ansimando stava salendo. Un attimo e ci siamo trovati uno di fronte all’altro.

La prima cosa è stata lo stupore, poi razionalizzando sono riuscito a diventare freddo come un ghiacciolo. Era una situazione di stallo. L’orso era piuttosto agitato, ma non è scappato; io ho iniziato ad indietreggiare piano piano, mentre l’animale, prendendo coraggio, è partito alla carica. Consideri che ha una testa grande quanto un televisore e due zampe enormi.

Ho iniziato a correre, scivolando e cadendo sulla ghiaia, con lui dietro. In quel momento mi sono visto morto, preso alle giugulari e sbranato. Nonostante il terrore, che lo ricordo come un sentimento lucidissimo, mi rialzo rivolto verso l’orso, ormai accanto a me: cerco di spaventarlo urlando, riparandomi il viso con le braccia. A questo punto, dopo avere ricevuto una zampata sull’avambraccio destro, mi sono letteralmente buttato a capofitto nella scarpata procurandomi una semilussazione alla spalla sinistra, ematomi ed escoriazioni ovunque. Credo di essermi salvato perché mi sono sempre divertito a percorrere i “giaroni” a balzi. Nel frattempo l’orso mi ha inseguito per altri duecento metri grugnendo e ansimando giù per la scarpata. Sentivo proprio il suo fiato sul collo. Per frenare la discesa mi afferravo a tutto ciò che poteva salvarmi, esattamente come Tarzan.

Il terrore non era finito perché temevo che mi prendesse di schiena, squarciandomela in due. Finito al limitare di una forra ho preso tutto il coraggio che avevo in corpo e ho dato contro all’orso, urlandogli tutta la mia contrarietà ad essere inseguito ed ho pensato ”mia figlia non può perdere suo padre in questo modo assurdo, no, no di sicuro”. L’orso mi ha osservato, quasi fossi un matto, poi ha deviato continuando a non perdermi di vista. Mi sono comunque buttato nella forra, rischiando di ammazzarmi.

Anche qui mi è andata di lusso. Intanto il sangue colava dalla ferita. Ho attraversato il torrentello superando la forra muschiosa e friabile, interponendo una valle fra me e l’orso, dirigendomi verso Zambana Vecchia. Avevo i polmoni in gola e l’adrenalina a litri. Arrivo alla confluenza della val Manara sopra la chiesa di Zambana Vecchia, con ancora la paura di rincontrarlo. Ho raccolto così due sassoni, facendo questo ultimo pezzo di bosco labirintico, guardingo ed utilizzando le ultime energie. Come sono arrivato sul prato della chiesa, ho realizzato che potevo considerarmi salvo e soprattutto miracolato».

Allorché il Zadra riceve la visita dell’assessore provinciale all’Agricoltura Michele Dallapiccola è sì favorevolmente colpito dal turbamento dimostratogli dal politico, ma nello stesso tempo teme di essere futuro bersaglio di aggressioni mediatiche tipo quelle capitate a Daniele Maturi (caso Daniza)che dopo aver combattuto corpo a corpo con un’orsa si è dovuto pure difendere da accuse infamanti da parte degli uomini… robe da pazzi!”.

ConvivenzaOrso-1-cuccioliorsoZadra non ha tutti i torti a temere lo scompiglio nella sua privacy. E’ pur vero che il comunicato della Provincia (nr. 1290 del 30/05) non cita il suo nome, ma alla fine il nome salterà fuori.

Il comunicato recita: “Un «falso attacco» di un orso, probabilmente spaventato e insicuro: è questa l’ipotesi che per il Servizio Foreste e fauna della Provincia spiega l’episodio accaduto ieri sera sopra Zambana Vecchia e che ha visto suo malgrado protagonista un uomo che, verso le ore 20, stava scendendo di corsa lungo il sentiero che percorre la val Manara, sopra il paese, e che si è imbattuto in un orso che stava risalendo lo stesso tracciato.

L’incontro è avvenuto quando i due si trovavano ormai a pochissimi metri di distanza, con forte sorpresa per entrambi. Dopo qualche secondo l’uomo ha cominciato a indietreggiare, dapprima lentamente poi di corsa vedendo l’orso che, altrettanto velocemente proseguiva nella sua direzione. A quel punto l’uomo è inciampato, cadendo per un attimo a terra, con l’orso sempre a ridosso e con atteggiamento aggressivo. La sua fuga è proseguita subito verso il ripido pendio sottostante, fuori sentiero, lungo il quale l’uomo ha corso nel folto della vegetazione, cadendo ancora alcune volte e procurandosi escoriazioni in diverse parti del corpo. L’orso, stando alla testimonianza dell’uomo, avrebbe continuato a seguirlo a distanza ravvicinata, fino a che, dopo una serie di urla dello spaventato escursionista, si è defilato nel bosco scomparendo alla vista. A quel punto l’uomo ha constatato di avere un taglio all’avambraccio destro, una ferita che l’uomo ritiene sia stata causata da una zampata dell’orso, inferta quando si trovava a terra in occasione della sua caduta sul sentiero.
Rientrato a Zambana Vecchia, l’uomo è stato accompagnato al pronto soccorso da alcuni parenti da lui chiamati sul posto. Lì la ferita all’avambraccio è stata curata con cinque punti di sutura e otto giorni di prognosi, con immediata dimissione. Come di prassi il diretto interessato è stato subito sentito dagli uomini del Servizio Foreste e Fauna, assieme anche all’assessore Michele Dallapiccola che ha voluto sincerarsi di persona delle condizioni dell’uomo e dello svolgimento dei fatti. Inoltre stato disposto un immediato sopralluogo nell’area da parte del personale forestale accompagnato dalle unità cinofile addestrate per la gestione dell’orso.
L’identità dell’animale protagonista dell’incontro ravvicinato potrà ora eventualmente essere accertata mediante campioni biologici rinvenuti in loco. Il Servizio Foreste e Fauna conferma per altro di non essere a conoscenza di atteggiamenti problematici riferibili ad alcuno degli esemplari di orso attualmente presenti in Trentino”
.

In questo comunicato si nota una ragguardevole intenzionalità nello sminuire il racconto di Zadra, che diventa quasi una difesa dell’orso quando cerca di far apparire le ferite dell’uomo più conseguenti alle sue cadute che a una reale aggressione fisica.

Tanto è bastato per scatenare internet e togliere pace a Zadra e famiglia.

«Sì, è stato anche quel comunicato stampa della Provincia non veritiero, pieno di omissioni, allusioni e imprecisioni, a scatenare la solita aggressività mediatica. E qui ci vorrebbe un trattato di antroposociologia per capire questi fenomeni di aggressione da parte dei social ad una preda prescelta. E se qualcuno mi potesse spiegare come sia possibile che ciò accada impunemente, gliene sarei grato» è il commento di Zadra.

Un divertente fotomontaggio con l’orso e il cartello di avvertimento
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È evidente che dopo quanto accaduto con Daniza qualsiasi episodio di aggressione ai danni dell’uomo crei una certa tensione ai piani alti della Provincia. Dal canto suo Dallapiccola insiste sul falso attacco, per lui questo è un caso “classico”: “I falsi attacchi sono un fatto ordinario, ce ne sono almeno due o tre all’anno”. E raccomanda: «Non andate nei boschi di sera in maniera silenziosa. Meglio andare con un campanellino o una radio e preferibilmente in compagnia in modo che l’orso ci senta e abbia il tempo di allontanarsi».

Filippo Degasperi, consigliere provinciale trentino del Movimento 5 Stelle, si preoccupa per le potenziali conseguenze di quanto accaduto a Zambana:
«Speriamo stavolta non si scatenino le stesse reazioni stizzite e isteriche avvenute per Daniza, e che si facciano approfondite verifiche perché non sarebbe accettabile agire ancora con la faciloneria ed il dilettantismo dimostrato nel caso precedente… se così fosse le conseguenze per l’immagine del Trentino sarebbero ancora una volta pesantissime, come dimostrano le ben 79 ore di servizi televisivi andati in onda contro la nostra Provincia a seguito dell’uccisione dell’orsa Daniza… Alla luce dei fatti viene da chiedersi se il progetto Life Ursus non sia basato completamente sul caso. Pare non si sappia quanti siano i plantigradi, dove siano, cosa facciano. Eppure dopo quello che è successo l’estate scorsa era stata messa in piedi una task force affinché situazioni simili a quella di Daniza non avessero più a ripetersi, ma se questi sono i risultati, evidentemente qualcosa ancora non funziona».

Maurizio Fugatti, segretario della Lega Nord Trentino Alto Adige-Sudtirolo, dichiara:
Se dovesse essere confermata l’aggressione dell’orso a un uomo nei boschi sopra Zambana sarebbe un episodio inquietante per cui saranno necessarie delle risposte, a cominciare dalla reale situazione del progetto Life Ursus in Trentino. Abbiamo infatti l’impressione che questo programma sia sfuggito di mano alla provincia di Trento e che il numero di orsi presenti sul territorio sia ben maggiore dei dati ufficiali. Sicuramente, se l’episodio verrà confermato, la notizia che un uomo è stato aggredito da un orso non avrà un impatto positivo sulla immagine turistica del Trentino. Poi magari ci racconteranno, come già avvenuto l’estate scorsa dopo l’aggressione nei boschi della Val Rendena, che la colpa è degli escursionisti che si recano nei boschi. La Lega Nord fin dall’inizio diversi anni fa ha espresso la propria contrarietà al progetto Life Ursus, e a questo punto chiediamo al presidente Ugo Rossi di fare chiarezza sulla vicenda di oggi e di spiegare se ritiene opportuno che il progetto debba andare avanti in Trentino”.

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Anche il comunicato della LAC (Lega abolizione caccia) Trentino Alto Adige/Sudtirol getta benzina sul fuoco: «Esprimiamo massima solidarietà alla persona ferita, vittima della carenza di informazioni: non era formato/informato su come è corretto muoversi in aree frequentate da orsi e non sapeva come regolarsi in caso di incontro, infatti ha, purtroppo, commesso molti errori… Fin dal primo anno abbiamo invitato l’amministrazione provinciale di Trento a rivendicare l’orgoglio del buon lavoro svolto e a intensificare l’opera di formazione/informazione rivolta a popolazione residente e turisti. Questa attività di divulgazione scientifica sarebbe dovuta partire già da molti anni; oggi avremmo una generazione di giovani, e di conseguenza le loro famiglie, già formate e sensibilizzate alla tutela attiva di ambiente e animali. Così non è stato, ed è urgente recuperare il tempo perduto… Da cinque anni raccontiamo come per evitare scontri basta provocare del rumore procedendo nei boschi frequentati da orsi. In Canada o Alaska, dove si possono incontrare orsi di ben altra stazza dei nostri, vengono venduti dei sonagli, detti ‘Bear Bell’, da assicurare agli zaini o al polso. Un mazzo di chiavi, un ciondolo, qualcosa che produce rumore camminando e così l’orso sente il rumore e sta alla larga… Fischiare, gridare, parlare o cantare mentre si cammina sono modi per allertarli della propria presenza anche in quelle zone dove non c’è visibilità o dove il rumore dell’acqua corrente potrebbe coprire quello dei passi. L’orso cambierà strada pur di evitare gli umani. Gli orsi sono molto meno interessati a noi di quanto noi a loro. I cani vanno lasciati a casa o tenuti al guinzaglio, i cibi rinchiusi in contenitori ermetici. Esistono regole semplici da osservare“.

Anche l’ENPA (Ente Nazionale per la Protezione Animali) dice la sua e rincara la dose:
«Allo stato attuale, come emerge anche dalla ricostruzione fatta dalla Provincia di Trento, non c’è alcun elemento che colleghi il ferimento di un escursionista, avvenuto in Trentino, all’aggressione di un orso. Nessun elemento tranne le dichiarazioni rese alla stampa dall’uomo stesso, unico e solo testimone del fatto, visto che il plantigrado in questione, ammesso sia mai stato sul posto, non è in grado di replicare alle accuse… La ricostruzione dell’episodio fatta dall’escursionista risulta essere nebulosa e contraddittoria, ma, soprattutto, le ferite che sarebbero state causate al plantigrado risultano ben poco compatibili con quelle dell’artiglio di un orso, produttivo conseguenze ben più gravi di cinque punti di sutura. Sembra quasi che l’allarme orso sia diventato un nuovo tipo di “tormentone estivo”».

«Nessuno, con l’obiettivo di ottenere facili consensi, strumentalizzi questa nuova situazione per fomentare falsi allarmi e per fare del terrorismo psicologico contro i cittadini e contro gli animali – aggiunge la presidente nazionale dell’ENPA, Carla Rocchima, soprattutto, nessuno sia tentato di seguire l’esperienza del passato: milioni di cittadini italiani non sono in alcun modo disposti a tollerare un nuovo caso Daniza. Noi faremo di tutto perché ciò non accada».

Sui giornali e soprattutto sui social la battaglia infuria. E, ad attizzare ulteriormente il rogo, ecco il secondo incidente.

Il 9 giugno 2015 Wladimir Molinari, 45 anni, è aggredito da un orso a Cadine. Ecco la sua testimonianza: «Essere qui a raccontare quello che mi è successo è un vero e proprio miracolo. Come ha fatto male a me può fare male a chiunque altro. Non esiste essere sbranati da un orso, la gente ha diritto ad andare tranquilla nel bosco». Wladimir Molinari è nel suo letto d’ospedale al Santa Chiara, dopo aver subito una lunga e delicata operazione.

Testa, braccia, costole sono completamente fasciate. Però non perde la lucidità e racconta: «Quell’orso voleva uccidermi, voleva mangiarmi. Io ero nel bosco quando ho sentito dei rumori alle mie spalle: mi sono girato e a circa dieci metri ho visto l’animale. Ho alzato le braccia al cielo e urlato con tutto il fiato che avevo in gola, ma non è servito e l’orso mi ha attaccato». A quel punto Wladimir, dopo aver subito un primo morso e alcune zampate, si lancia letteralmente giù dal bosco. Il suo cane prova a difenderlo, ma ha la peggio. «Se sono vivo è un miracolo. Non dimenticherò mai quegli occhi neri, voleva mangiarmi».

(continua)

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I documentati dubbi di Riccardo Innocenti

In attesa della prossima riunione del CC (Comitato Centrale di Indirizzo e Controllo del CAI) prevista per domani 28 marzo, Riccardo Innocenti ha spedito una seconda lettera a tutti gli interessati “al fine di permettere una migliore analisi della vicenda” che lo vede coinvolto. La lettera contiene le stesse domande (che il lettore già conosce, post del 17 marzo 2015), ma in più fa ordine nell’ingente numero di allegati e allarga la vicenda ad altre inquietanti situazioni.

Lettera di Riccardo Innocenti
Fiano Romano, 25 marzo 2015

Ai Signori Consiglieri Centrali del Club Alpino Italiano: Angelo Schena, Antonio Montani, Eugenio Di Marzio, Franca Guerra, Francesco Romussi, Gabriella Ceccherelli, Giancarlo Nardi, Gianni Zapparoli, Giorgio Brotto, Giovanni Polloniato, Lorella Franceschini, Luca Frezzini, Manlio Pellizon, Mario Vaccarella, Paolo Valoti, Riccardo Giuliani, Umberto Pallavicino, Walter Brambilla;
Ai Signori Presidenti dei Gruppi Regionali;
Ai Signori Presidenti di Sezione del Gruppo Regionale Lazio e ai Componenti del CDR Lazio;
Al Presidente della CNSASA: Antonio Radice
Ai componenti delle Scuole Centrali della CNSASA
Al Direttore Generale del CAI: Andreina Maggiore

e p.c.
Al Signor Presidente Generale del CAI: Umberto Martini;
Ai componenti del CDC;
A tutti coloro che possono esser interessati alle vicende narrate.


Oggetto: Veri volontari e professionisti travestiti da volontari. E’ questo il CAI nel 2015? Un problema etico, politico e giudiziario

Buongiorno,
in data 17 marzo 2015 ho ricevuto una cordiale mail da parte di Antonio Montani, nella veste di coordinatore del Comitato Centrale di Indirizzo e Controllo del CAI, che mi ha comunicato che “ pur non essendo per ora entrati nel merito della questione, abbiamo previsto uno specifico punto all’ordine del giorno della prossima riunione del CC che si terrà il 28/3, per analizzare quanto da lei comunicatoci”.

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Successivamente mi è stato riferito che la lettera, con i suoi allegati, che vi avevo inoltrato il 12 marzo 2015 è stata veicolata su numerosi social network, organi di stampa ed autorevoli blog (cfr.http://www.alessandrogogna.com/2015/03/19/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/).

Sui richiamati mezzi di comunicazione sono state riportate in data 19 marzo 2015 una lettera del Presidente Generale del CAI  e una lettera del Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS.

Preso atto di quanto avvenuto, e dei numerosi commenti apparsi sui richiamati social media, nonché della discussione sviluppata sulla pagina Facebook, mi pare doveroso porvi a conoscenza di tutti gli elementi in mio possesso nell’imminenza della riunione del 28 marzo p.v. al fine di permettervi di analizzare al meglio la questione in discorso.

Faccio riferimento alla richiamata lettera del Presidente Generale del CAI (-Lettera-PG-del-19-marzo-2015) (NdR: da noi pubblicata il 18 marzo 2015) per meglio precisare la mia posizione dopo essere entrare nel merito delle due differenti questioni che vi ho segnalato:

A) La lunga e tortuosa vicenda legale interna ed esterna che mi ha coinvolto con il Soccorso Alpino.
B) L’opportunità politica e la sussistenza dei requisiti legali per retribuire in maniera “professionale” alcuni “volontari” del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico.

Questione A)
Leggendo la lettera del Presidente Generale deduco che la tracotanza burocratica che lo scritto emana non fa altro che evadere la richiesta di semplici spiegazioni per trincerarsi dietro alla convinzione di aver operato nella maniera migliore possibile, rinviando il tutto alle determinazioni che la magistratura civile e penale vorrà dare alle vicende.

Quando mi sono rivolto ai vertici del CAI chiedevo un giudizio politico e morale sulla vicenda che sottoponevo loro. Non angustiosi giri di parole per non dire nulla. Al Presidente Generale del CAI posso solo tributare un rispetto formale per l’incarico che ricopre. Il Presidente Generale soffre probabilmente di amnesia, spero temporanea, perché nella richiamata lettera vengo sempre definito il socio – e penso che dovrei essere io “quel socio” che viene richiamato in premessa – ma soprattutto perché si è scordato di inviarmi la lettera che ha inviato tempestivamente ai media. Eppure dovrebbe ben conoscere almeno la mia mail.

La rendicontazione finanziaria del Servizio Regionale del Lazio del Soccorso Alpino non mi convinceva. Ho chiesto spiegazioni ai responsabili di quel Servizio e non le ho avute.

Ho chiesto spiegazioni al CNSAS nazionale. Ho avute spiegazioni superficiali e con riscontri non verificabili. Con un tempismo degno di una finale olimpica dei 100 metri sono stato espulso dal Soccorso Alpino. Ho continuato a chiedere spiegazioni al CNSAS nazionale e mi è stato risposto che in quanto espulso non mi era dovuto nulla. Ho chiesto un accesso agli atti per vedere i documenti del Servizio Regionale Lazio e mi è stato risposto che la legge 241/90 non viene applicata dal Soccorso Alpino (Allegato n 3).

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Ho presentato a febbraio 2013 due esposti al CDC (4-Allegato n 4 Allegato n 5). Dopo quattro mesi il CDC ha definito la questione emettendo la delibera n. 62. (Allegato n 6). Vi invito caldamente a leggerla! Un vero esempio di cerchiobottismo in cui tutti i problemi posti sul tavolo vengono sistematicamente evasi. Nessuno me l’ha mai trasmessa. Solo dopo un altro mese il Presidente generale mi comunica, con solo tre laconiche righe (Allegato n 7), che i miei esposti di 83 pagine sono stati archiviati. La mia richiesta espressa di essere ascoltato completamente disattesa.

Ho richiesto l’accesso agli atti al Direttore Generale del CAI che con tempestiva solerzia mi metteva a disposizione quanto dovuto. Dall’esame delle memorie dei soci Massimo Mari e Corrado Pesci (Allegato n 8e Allegato n 9) ho constatato elementi nuovi e gravi tanto da proporre (ottobre 2013) un ricorso al CDC sull’archiviazione dei precedenti esposti (Allegato n 10) .

Quanto trovato nelle memorie di Mari e Pesci era di una tale gravità da tornare presso la Guardia di Finanza di Roma per integrare le denunce e gli esposti che avevo già presentato appena entrato in possesso dei documenti avuti tramite un accesso gli atti presso la Regione Lazio. In questo frangente ho querelato il socio Mario Passacantilli (Allegato n 11 e Allegato n 11-bis).

Ho atteso ben sette mesi che il CDC si esprimesse sul mio ricorso. Il Presidente generale del CAI filosofeggia sul significato di atarassia. In effetti sembrerebbe più adatto il termine immobilismo cronico. Ho dovuto inviare una raccomandata di sollecito per chiedere una pronuncia che mi era dovuta (Allegato n 12). Non ho mai avuto la pretesa di avere le risposte che mi piacevano. Ho la pretesa e il sacrosanto diritto di avere una risposta. Non di avere il nulla.

Qualcuno malpensante potrebbe pensare che non rispondere sia un tentativo di insabbiamento. Io lo ritengo semplicemente un inadempimento della funzione. E chi non adempie le funzioni che ha assunto non è atarassico è semplicemente inadeguato a quel ruolo.

Soccorso alpino a Mallnitz, Austria

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Finalmente mi è arrivata la risposta del CDC cui ho chiesto di essere sentito. Una nuova archiviazione. Ho scritto ai Probiviri del Gruppo Regionale Lazio contro la seconda archiviazione del CDC (Allegato n 13) chiedendo espressamente di essere ascoltato. Ad un esposto di 160 pagine mi è stato risposto con 6 (sei di numero) righe che consideravono il mio ricorso inammissibile, e quindi archiviato. Ovviamente nessuno mi ha ascoltato.

Ho scritto un ricorso al Collegio Nazionale dei Probiviri (Allegato n 14) aggiungendo una memoria (Allegato n 15) e finalmente ho trovato qualcuno disposto ad ascoltarmi nell’udienza del 31 gennaio 2015.

Vi è già nota la sentenza. Il mio ricorso è stato accolto.

Avete tutti i documenti in allegato. Chi ha la pazienza di leggere potrà capire perché chiedevo delle risposte. Perché esigevo delle risposte. Risposte che non ho avute.

Perché una moltitudine di organi del CAI non mi ha risposto? Perché tutti si sono sempre rifiutati di ascoltarmi? Perché il principio basilare del contraddittorio – garantito anche dall’art. 111 della Costituzione – è sempre stato disatteso? Lo stesso giudice Enrico Cavalieri, estensore della sentenza del Collegio Nazionale dei Probiviri, ha rimarcato che alle numerose domande che avevo rivolto agli organi deputati le risposte sono state poche ed incomplete.

 

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Alcune delle domande che ponevo ve le riassumo direttamente.

  • E’ normale che Corrado Pesci sia stato eletto Vice Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS quando era iscritto al CAI da meno di tre anni e quando il Regolamento CNSAS ne prevede almeno cinque? E’ normale che Corrado Pesci sia stato eletto Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS quando era iscritto al CAI da quattro anni quando il Regolamento CNSAS ne prevede almeno cinque? La data dell’iscrizione è un dato di fatto. Non è interpretabile. Mai avuto risposta!
  • E’ normale che Massimo Mari, come Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS stipuli una convenzione con l’ARES 118 del Lazio per mettere i tecnici del Soccorso Alpino sugli elicotteri dell’elisoccorso regionale e contemporaneamente venga assunto come dipendente della società Elitaliana che ha in appalto proprio il servizio dell’Elisoccorso da parte dell’ARES 118 del Lazio? Non ci sono regole che impediscono questo lampante conflitto d’interessi? Mai avuta risposta!
  • E’ normale che l’allora Direttore dell’ARES 118 del Lazio Livio De Angelis, mentre Massimo Mari diventava dipendente dell’Elitaliana spa, diventasse volontario effettivo del Servizio Regionale Lazio del CNSAS senza mai essere stato iscritto al CAI? Mai avuto risposta!
  • E’ normale che il dipendente Fabio Bazzani dell’ARES 118 del Lazio dal 26 settembre 2010 abbia in uso esclusivo una moto intestata al Servizio Regionale Lazio del CNSAS che si fa carico di tutte le spese, come assicurazione e bollo, in base a un presunto comodato gratuito mai registrato al P.R.A? E’ normale che Fabio Bazzani sia volontario effettivo del Servizio Regionale Lazio del CNSAS dal 2010 ma si sia iscritto al CAI solamente a metà del 2013? Mai avuto risposta!
  • E’ normale che il CDC, a fronte di una mia richiesta economica di rimborso spese sostenute, accolga la versione di Mario Passacantilli che sostiene senza alcuna ricevuta di avermi corrisposto in contanti la cifra di 1.104,06 euro? A corroborare questa versione Passacantilli esibisce un estratto conto bancario in cui sono presenti cinque prelievi dal Bancomat per 250 euro ciascuno. Questa è la prova che Passacantilli ha preso i soldi dal Bancomat. Non che me li abbia dati. Per questa dichiarazione è stato querelato. Mai avuto risposta!
  • E’ normale che Corrado Pesci, Presidente del Servizio Regionale Lazio, inviti tutti i volontari del CNSAS a presenziare ad un evento elettorale a favore del candidato Francesco Carducci assicurando che “potete chiedere il rimborso per lo spostamento”? Il CDC lo considera normale.
  • E’ normale inserire nei giustificativi presentati alla Regione Lazio, a fronte dei contributi pubblici erogati, dei rimborsi spesa con firme false o intestati a soggetti estranei al Soccorso Alpino? Il CDC lo considera normale.
  • E’ normale aspettare da anni 2.769,38 euro a fronte di spese anticipate per conto del Soccorso Alpino e per attività fatte nell’esclusivo interesse del Soccorso Alpino e non ricevere nulla? O meglio quasi nulla perché il 2 febbraio 2015 mi sono stati bonificati ben 126,60 euro. Il CDC lo considera normale.
  • E’ normale appurare tramite un accesso agli atti presso la Regione Lazio che il Servizio Regionale Lazio del CNSAS a fronte dell’obbligo (artt. 3 e 3bis della legge Regione Lazio n. 29/93) di presentare i bilanci presso per gli anni 2007, 2008, 2009, 2010 e 2011 abbia prodotto solo il bilancio 2009 e quello del 2010, anche se solo in forma elettronica? Il CDC lo considera normale.

Tutte le domande che ho posto sono puntuali e corredate in maniera documentale. A precise domande nessuna risposta o risposte evasive e incongrue con le domande poste. Solo il Consiglio Nazionale dei Probiviri ha analiticamente risposto al mio ricorso con argomentazioni razionali e comprensibili in merito a quanto di sua competenza.

Soccorso alpino in Austria

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Quando si dipanò la vicenda di Massimo Doglioni, che lo ricordo è stato il Presidente dell’OTTO Veneto Friuli Venezia Giulia sempre afferente alla CNSASA (NdR: Commissione Nazionale Scuole Alpinismo e Scialpinismo del CAI) nonché Consigliere Centrale del CAI, rimasi prima allibito e poi disgustato da quello che emergeva dai documenti ufficiali che a mano a mano venivano pubblicati che ad ogni buon conto vi allego in ordine cronologico (Allegato n 16). Considerai il provvedimento di radiazione del 12 luglio 2012 a firma del Presidente Generale del CAI la giusta risposta ai fatti che erano emersi. Quando vidi lo stesso Presidente Generale annullare dopo due settimane il provvedimento che aveva emesso perche lui, cioè il CAI, non avevano fatto quel che dovevano nell’iter procedurale pensai veramente che “Scherzi a parte” avrebbe avuto materiale per un buon sketch. E a distanza di tre anni non ho ancora capito se Doglioni oltre ad essere decaduto da Consigliere Centrale sia stato radiato anche dal CAI e/o denunciato alla Magistratura. E i soldi della vicenda che fine hanno fatto?

Quella di Doglioni e la mia vicenda una cosa comune ce l’hanno. Si sono ingarbugliate nelle pastoie burocratiche del CAI. Un CAI che non riesce a dare risposte politiche chiare e precise. Che tiene le cose in sospeso per anni; forse aspettando che la polvere del tempo copra tutto.

Qualcuno mi ha definito autore di atti persecutori e di liti temerarie per aver osato affrontare le decisione del Soccorso Alpino. Quando questa vicenda è venuta alla luce ho scoperto che non sono solo in questo ruolo. E’ bene che conosciate il caso dell’ex volontario del Soccorso Alpino Luca Gardelli. Gardelli è un ingegnere che ha giustamente obiettato che tra i compiti del Soccorso alpino non c’è l’attività di lavori su funi per pulire un canale, pur se la richiesta è stata fatta dal Comune del luogo. A fronte di questa sua obiezione, corredata anche da un conforme parere dell’ASL competente, Gardelli viene espulso dal Soccorso Alpino e il Presidente Baldracco brilla nella durezza espositiva della lettera del 7 novembre 2014 in cui afferma perentorio ” che, valuteremo con il nostro ufficio legale, anche ogni azione nelle sedi giudiziarie competenti, a tutela del CNSAS, vulnerato dalla Sua condotta”. Vi invito a leggere tutti i documenti ordinati in ordine cronologico sulla vicenda di Gardelli (Allegato n. 17) per comprendere quale è l’atteggiamento ricorrente da parte del CNSAS per chi osa, solo osa, sollevare una questione. Un esempio limpido di democrazia dialettica di cui il CAI dovrebbe essere orgoglioso. D’altronde se nel Regolamento del CNSAS compare l’art. 12) sull’inidoneità attitudinale che recita “ l’inidoneità attitudinale si verifica allorquando il socio, pur essendo in possesso di adeguati requisiti tecnici, con la sua condotta non abbia più i requisiti per cooperare in sicurezza e serenità con la struttura di sua pertinenza, ovvero, qualora lo stesso si ponga in conflitto di interessi con il CNSAS, a seguito della sua appartenenza ad altra struttura pubblica o privata operante nel settore del soccorso in ambiente impervio” ogni qual volta qualcuno si azzarda a dire, scrivere e forse solo pensare qualcosa che urti la serenità della struttura di sua pertinenza rischia l’esclusione. Io e Gardelli ora lo sappiamo. E quanti altri come noi? Potremo aprire un’associazione espulsi dal CNSAS per mettere a confronto le varie fattispecie di espulsioni e capire cosa significhi essere “in serenità con la struttura”. Io pensavo di essere in democrazia e di poter esprimere un mio pensiero, evidentemente nel CNSAS i pensieri si possono esprimere solo in serenità. Infatti il detto “stai sereno” che recentemente è venuto di moda probabilmente affonda le sue ragioni semantiche nell’art. 12 del Regolamento CNSAS. Stai “sereno”, se no ti espello! Valutate voi la democraticità di questa norma. Ma valutatela con serenità!

In coda alla prima vicenda segnalata al Consiglio Centrale va riservato un cenno alla lettera del Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS (Allegato n 18). Ho rivolto accuse precise e documentate non ai volontari del CNSAS ma ad alcune persone ben identificate per i comportamenti tenuti. Io non falsifico la mia firma per ottenere dei contributi dalla Regione Lazio. Qualcuno lo ha fatto. Anche Pesci si produce in uno straccio delle vesti per il solo fatto che qualcuno abbia potuto dubitare che ci sia qualcosa di non corretto nell’operato del CNSAS. Vi faccio notare che tutte le verifiche che sono state fatte finora sono tutte autoreferenziali, il CNSAS che controlla se stesso. Io con calma aspetto gli esiti dei procedimenti giudiziari civili e penali. Ho capito che il CAI e il CNSAS, fino ad ora, non sono in grado di dare risposte chiare e semplici a domande chiare e semplici. Dal mio punto di vista mi ritengo vittima della macchina del fango che Pesci richiama. Io sono stato espulso pretestuosamente dal CNSAS. Io ho subito un danno reputazionale. Ne chiederò conto al momento debito.

Invece della macchina del fango ci dovrebbe essere la macchina della verità. Pesci dovrebbe spiegare prima di tutto a me e poi al CAI perché il Servizio Regionale Lazio del CNSAS ha presentato alla Regione dei moduli rimborsi spesa con la mia firma falsa? Qual è il motivo?

Analoghe spiegazioni, sui fatti che ho denunciato, hanno dovuto darle molti volontari del Servizio Regionale Lazio del CNSAS che in questi giorni sono stati sentiti dalla Guardia di Finanza di Roma su delega della Procura.

Soccorso alpino in Austria

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Questione B)

Nell’esposto presentato a ottobre del 2013 al CDC (Allegato n 10) e nel successivo sollecito dell’aprile 2014 (Allegato n. 12) chiedevo espressamente conto al CDC della legittimità di retribuire alcuni volontari del CNSAS. Mai avuta alcuna riposta.

Nella lettera del 19 marzo 2015 il Presidente Generale (Allegato n 1) quando tocca l’argomento elude scientificamente il problema. Non ho mai messo in discussione i benefici che le Leggi dello Stato assicurano a chi, facendo parte del CNSAS, si assenta dal lavoro sia dipendente che autonomo.

Chiedo se sia politicamente corretto, dal punto di vista del CAI, e legalmente conforme usare soldi pubblici di finanziamenti statali, regionali e provinciali per offrire delle retribuzioni a volontari del CNSAS.

Un inaspettato aiuto ad avere una risposta mi arriva dal Presidente del CNSAS Baldracco che è autore di un pertinente editoriale apparso (NdR: da noi pubblicato ieri) sull’organo di stampa del Soccorso Alpino nel novembre 2014 che vi invito a leggere attentamente (Allegato n 19). Baldracco afferma che il 5,5% del personale del CNSAS viene retribuito. Che la decisione è stata democraticamente presa dalle assemblee del CNSAS. Siccome il 5,5% sembra un numero piccolo non dovremo scandalizzarci del fatto che alcuni tecnici e dirigenti del CNSAS (non so se anche Baldracco sia tra questi) ricevono una retribuzione. Se i percettori rimanessero gli stessi basterebbe aumentare il numero dei volontari non retribuiti per far sì che il rapporto la percentuale dei “retribuiti” fosse apparentemente più bassa.

Non c’è più da domandarsi se sia vero che questa aliquota del 5,5% di volontari del CNSAS – ma non so quanto sia opportuna la dizione volontari – riceva dei soldi. Li riceve. Lo dice Baldracco.

Politicamente è legittimo che li ricevano? Questa è una domanda cui deve rispondere il CAI.

Giuridicamente è legittimo? Secondo Baldracco sì. Io ho fondati dubbi in proposito.

Non c’è una legge che lo autorizzi espressamente. Sostenere che non c’è nessuna legge che lo vieti non significa che sia un comportamento corretto da praticare. Non è questo il luogo per complicati pareri giuridici e non vorrei assimilarmi a Baldracco e ai raffinati ragionamenti giuridici che ha svolto nel suo editoriale in cui io mi sono un poco perso. D’altronde Baldracco ha già sostenuto nel 2008 in un altro editoriale, insieme all’Avv. Giorgio Bisagna, alcune riflessioni sul volontariato (Allegato n 20) che instradano gli eventi degli anni successivi.

I volontari del CNSAS sono circa 7.000. Baldracco afferma che il 5,5% riceve una retribuzione. Sono quasi 400 persone. Ecco chi sono i professionisti travestiti da volontari.

Durante la mia permanenza all’interno del CNSAS ho conosciuto molti Istruttori nazionali tecnici della SNATE e della SNAFOR che sono venuti a fare formazione e ad esaminarmi. Tutti tecnicamente molto preparati. Ma ero convinto che fossero dei volontari. Sapevo che erano Guide Alpine e quindi ero convinto che grazie alla legge 18.2.92 n. 162 e alla circolare dell’INPS n. 60 del 04.03.1993 potevano fare domanda di rimborso al Ministero del lavoro e della Previdenza Sociale secondo quanto previsto dall’art 3 del Decreto 24.03.1994 n. 379 e chiedere per ogni giornata di impegno quale volontario del Soccorso Alpino la cifra di 74 euro al giorno (Allegato n 23).

Ora scopro che non sono dei volontari, ma dei professionisti retribuiti con 366 euro al giorno dietro presentazione di fattura. Si vede che i 74 euro erano giudicati insoddisfacenti.

Ero riconoscente che questi istruttori impiegassero il loro tempo per fare formazione e fossero comunque ristorati come volontari con 74 euro al giorno. Ora che scopro che questa non era la verità, sento tradito quel vincolo associativo che reputavo mi unisse a loro. Io ero un volontario, loro no. E per me c’è una bella differenza di prospettiva.

Ma gli Istruttori della SNATE e della SNAFOR sono meno di 40. Chi sono tutti gli altri che ricevono una retribuzione dal CNSAS?

Vorrei sapere chi sono e quanto ciascuno riceve. Lo vorrei sapere come socio CAI e come cittadino, perché quei soldi vengono da fondi pubblici.

E vorrei anche sapere se qualcuno di questi professionisti travestiti da volontari oltre a ricevere dietro fattura una retribuzione abbia poi chiesto anche l’indennità di 74 euro al giorno.

Spero che dal CAI arrivino le risposte. Perché oltre al CAI potrò chiedere, se è legittimo quello che avviene, solo alla magistratura contabile e a quella ordinaria.

E mi sono accorto di non essere il solo a porsi dei dubbi.

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Il Consigliere Provinciale Claudio Civettini della Provincia Autonoma di Trento chiede nell’interrogazione n. 1252 del 29 gennaio 2015 (Allegato n 21) come vengono usati i 1.540.000 euro che il Trentino stanzia a fronte del Servizio Provinciale del CNSAS.

Il Sindacato Autonomo dei Vigili del Fuoco CONAPO chiede conto, al sottosegretario di Stato del Ministero dell’Interno con lettera 29/15 del 16 febbraio 2015 (Allegato n 22) della legittimità dei 750.000 euro che la Regione Umbria ha stanziato per il Servizio Regionale Umbro del CNSAS.

A cosa servono i circa 10 milioni di euro che pervengono al CNSAS centrale a ai suoi Servizi Regionali e Provinciali? Servono a retribuire qualcuno? A quei 5,5% “volontari” del CNSAS quante risorse vanno?

Il Presidente Generale giustifica questo stato dei fatti. Giustifica il fatto che il 5,5% dei componenti del CNSAS sia remunerato. Lo giustifica politicamente? Lo giustifica legalmente?

Soccorso alpino nella Lesachtal, Austria

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Nel frattempo mi sono stupito del clamore suscitato dalla vicenda. Ho ricevuto numerose richieste di chiarimenti e di documenti da parte di giornalisti che stanno guardando con interesse a questo caso e all’uso dei fondi pubblici che il CAI fa. Sono sicuro che percepiate quanto sia importante dare all’opinione pubblica, tramite la stampa e i media, un’articolata spiegazione insieme alla necessità di rendere conto in maniera chiara e trasparente dei fondi pubblici di cui il CAI e il CNSAS sono destinatari per evitare, come un giornalista mi ha suggerito, di creare un caso “Montagne pulite” dove l’aggettivo non ha che vedere con l’aspetto ecologico ma con la più nota vicenda di “Mani pulite”.

Infine, per quanto riguarda il primo capoverso della lettera del Presidente Generale (Allegato n 1) non corrisponde al vero che mi sia mai lamentato per la mancata nomina nell’organico della Scuola Centrale di Alpinismo. Non mi sono mai lamentato con nessuno e non ho mai presentato alcun reclamo formale.

Dal 2000 ininterrottamente, nella veste di Istruttore Nazionale di Alpinismo, ho fatto parte della Scuola Centrale di Alpinismo. Le mie capacità tecniche, didattiche e morali sono state sempre valutate idonee da tre differenti Direttori della Scuola e da tre differenti Commissioni Nazionali che hanno sempre proposto il mio nome per la permanenza nell’organico della Scuola Centrale di Alpinismo. Fino al 2013 quando il Consiglio Centrale dell’epoca non ratificò per la prima volta la mia permanenza.

All’interno del sodalizio rivesto la carica di Presidente della Commissione Interregionale Scuole di Alpinismo, Scialpinismo, Sciescursionismo e Arrampicata Libera dell’area Centro Meridione ed Isole che è uno degli OTTO (NdR: Organi Tecnici Territoriali Operativi del CAI) che afferisce alla Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo, Scialpinismo, Sciescursionismo e Arrampicata Libera. In questa veste l’8 dicembre 2011 inviai al Presidente Generale e al CDC del CAI una lettera (Allegato n 2) in cui si contestava in maniera vibrata il progetto di riordino degli OTCO (NdR: Organi Tecnici Centrali Operativi del CAI) e i compiti che si volevano affidare all’UNICAI (NdR: Unità formativa di base del Club Alpino Italiano). Fu l’inizio di un animato confronto – tra CNSASA e vertici del CAI – che portò una moltitudine di istruttori che fanno capo alla CNSASA al congresso straordinario di Soave del 17 novembre 2012 in cui difesi pubblicamente le tesi in cui credevo e, insieme all’impagabile Avv. Giancarlo Del Zotto, presentai una serie di mozioni che vennero acclamate dall’intera assise con un consenso del 99%. Il progetto di riordino degli OTCO si bloccò e l’UNICAI rimase una struttura priva di contenuti salienti. La mia esposizione pubblica non venne gradita dai vertici del CAI e in stretta relazione a quello che successe nelle vicende che culminarono nella riunione di Soave quando venne il momento di rinnovare le cariche delle Scuole Centrali non ricevetti il gradimento politico del Consiglio Centrale che avrebbe dovuto ratificare il mio nome. Mi ritrovai in buona compagnia perché anche quel galantuomo di Maurizio Dalla Libera che come Presidente della CNSASA si batté in prima linea contro il progetto di riordino della CNSASA e UNICAI si ritrovò fuori della rosa degli appartenenti alla Scuola Centrale di Scialpinismo, a cui aveva dedicato più di vent’anni di vita.

Ben conscio di quali sono le regole e della possibilità di una censura di tipo politico che il CC può effettuare sui nomi che compongono l’organico delle Scuole Centrali presi atto del veto posto e non mi lamentai allora né tanto meno ora nella precedente lettera che vi inviai. Ho la consapevolezza che sia il Direttore della Scuola Centrale e la CNSASA hanno continuato a proporre il mio nome per entrare formalmente in organico e questo mi basta per comprendere la considerazione che hanno avuto nei miei confronti e nel mio operato. Battersi contro il progetto OTCO/UNICAI valeva bene la possibilità di venire giudicato politicamente incompatibile e quindi epurato.

Comunque mi auguro che il CC riveda la sua posizione sulla richiesta che ha fatto la CNSASA di includermi trai componenti della Scuola Centrale di Alpinismo e che l’alternarsi di nuovi membri in seno all’organo porti a diverse determinazioni.

Faccio l’Istruttore del CAI da più di 25 anni. Da dieci sono il Direttore di una Scuola. Ho fatto parte a lungo della Scuola Centrale di Alpinismo e so che nelle Scuole centrali del CAI ci sono fior fiore di alpinisti, di Accademici e Guide Alpine. Mai nessuno di questi ha mai chiesto un euro per il loro impegno da volontari. Come nessuno degli oltre 7.000 Istruttori del CAI percepisce un compenso, in stretta ottemperanza alle disposizione della  legge 2 gennaio 1989, n. 6.

E so bene che se 400 persone ricevono dal CNSAS una qualche retribuzione, gli altri 6.600 soci sono veri volontari che si sacrificano con abnegazione e non chiedono nulla.

Lo Statuto del CAI recita al primo comma dell’art.16: “Il CC esercita funzioni di indirizzo politico-istituzionale e ne controlla i risultati”. Mi auguro che esercitiate pienamente la vostra prerogativa entrando nella problematica delle questioni che vi ho prospettato.

Nel rimanere a vostra completa disposizione per ogni chiarimento e per fornirvi ogni ulteriore documento che possiate ritenere utile vi porgo i miei più cordiali saluti.

Riccardo Innocenti

 

NdR.
Oltre a ciò che avete appena finito di leggere, possiamo aggiungere altra carne al fuoco. La vicenda è stata in questi giorni ripresa da Lecconotizie.com. Veniamo informati che la vicenda (Innocenti) è “Un vero e proprio tsunami… che in quel di Lecco ha richiamato alla memoria le vicissitudini che, nell’agosto del 2012, travolsero il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico Lombardo con la Finanza che fece visita alla sede di via Roma a Pescate.
Una vicenda preceduta, pochi mesi prima, dalle dimissioni (poi respinte) del vice-delegato Alessandro Spada  (oggi vice presidente del SASL – Servizio Regionale Lombardo del CNSAS) e, a seguire, da una sorta di “fuggi fuggi” con 8 volontari che rassegnarono le dimissioni perché in forte polemica con i vertici della delegazione e non solo, allora guidata da Gianattilio Beltrami. Gli otto motivarono la decisione dal “perdurare – come riportato nella loro lettera – di continue prevaricazioni di regole statutarie, leggi sul volontariato e nuove convenzioni da parte della ‘catena di comando  (vedi articolo 1  – vedi articolo 2).
A questi otto, si aggiunse, due giorni dopo, il dimissionario Giacomo Arrigoni a quel tempo Capo Stazione Le Grigne di Lecco (vedi articolo 3). Beltrami commentò i fatti sostenendo che i nodi “erano arrivati al pettine” (vedi intervista del 20 marzo 2012). Mentre, sulla visita della Finanza presso al sede di Pescate al momento non si hanno ancora responsi“.

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La banale irrequietezza di un inattuale purismo

 NdR: Questo editoriale è antecedente alla tematica esplosa in questi giorni in seguito alle domande poste al CAI e al CNSAS da Riccardo Innocenti. Anche se la data (novembre 2014) sottende che in questo scritto Baldracco avesse ben presente il contenzioso con Innocenti, non ci si può aspettare egli risponda in questa sede alle sue precise domande. Inoltre: il presidente nazionale CNSAS parla di “anonimi”, ma di certo non si riferisce a Innocenti.
Comunque riteniamo questo editoriale corposamente esplicativo del punto di vista ufficiale, pertanto lo riproduciamo integralmente.


Editoriale di Pier Giorgio Baldracco
(dall’organo ufficiale del CNSAS, Soccorso Alpino e Speleologico, novembre 2014)

Ci troviamo oggi a tematizzare (portare a tema, cioè ad analizzare in forma estesa ed intensa) un problema che pensavamo essere stato definitivamente assimilato, quindi da tempo anche digerito. Un problema soprattutto compreso con un percorso razionale reale (quello fatto almeno da metà degli anni ‘8O ad oggi) e con una riflessione matura che, con evidenza in qualche sparuta sensibilità, non c’è stata.

Pier Giorgio Baldracco, presidente nazionale CNSAS

BaldraccoCi riferiamo a quella corrente, per fortuna del servizio che eroghiamo oltremodo modesta nei numeri (crediamo una decina di persone in tutto), che ritiene che nel 2014 il personale del CNSAS dovrebbe essere composto collusivamente da personale volontario, cioè senza che vi siano, come avviene da almeno 25 anni nella realtà più istituzionalizzate, figure indennizzate di sorta.

Su questa prospettiva, invero assai tardiva nei tempi in cui si è manifestata, crediamo, anzi siamo convinti, che si possa ancora discutere in modo aperto senza alcun problema o infingimento. Siamo qua apposta per aprire discussioni e non già per inibirle.

C’è però un problema sostanziale e, per certi versi, metodologico: manca, infatti, l’interlocutore di queste tesi, il soggetto cioè che con la propria sensibilità e convinzione e, soprattutto, con la propria etica e moralità determini la propria presenza… con una firma, con un volto, con un nome e cognome, insomma con un gesto per dire ci sono…!

Troppo comodo, infatti, propugnare queste tesi, come è recentemente avvenuto, nascondendosi dietro lo strisciante anonimato di chi non ama per l’appunto firmarsi, di chi non ritiene corretto avvalersi degli strumenti statutariamente previsti ed utilizzabili nelle var¡e Assemblee per illustrare il proprio pensiero, ma – lo ripetiamo – preferisce omettere la propria firma, quindi la propria verità, o almeno, quelle che potrebbero essere le proprie ragioni.

Senza timore, un po’ di storia non proprio recente: passato remoto per alcuni, prossimo per altri, sul tema delle figure indennizzate all’interno del CNSAS.

Con l’evoluzione dei servizi di elisoccorso e con i processi di istituzionalizzazione del CNSAS avvenuti a partire da metà anni ‘80 si sono velocemente modificati alcuni tratti della nostra organizzazione che, diversamente, non sarebbe stata in grado di affrontare le complesse problematiche e le autentiche sfide che in quegli anni si andavano delineando.

Sfide per lo più vinte con la tenacia e la determinazione di chi ha interpretato la lungimiranza di una visione moderna, di chi ha realizzato azioni concrete in grado di generare positività eccezionali per i servizi correlati all’urgenza ed emergenza medica e che ora diamo con troppa semplicità per scontale.

Obiettivi che hanno impegnato duramente la nostra organizzazione sia nei rapporti esterni sia in quelli interni e che, alla fine, hanno garantito, per dirla in estrema sintesi, una contrazione degli indici di mortalità e degli esiti invalidanti in migliaia di missioni per altrettanti incidenti e conseguenti infortuni. Questo crediamo sia un valore primario, non sindacabile con i “se” o con i “ma”, soprattutto se questi sono espressioni postume ed anonime.

Ciò è avvenuto nella Val d’Aosta, nel Trentino-Alto Adige e nel Bellunese, poi in Piemonte e Lombardia, dove per primi, a metà degli anni ’80 (trent’anni fa, dunque) sono sorti e si sono consolidati i moderni servizi di elisoccorso, poi mutuati in buona parte del territorio nazionale.

Questo percorso che ha creato ex-novo una particolare tipologia del soccorso medicalizzato estremamente avanzato e specializzato, modello che ora altri cercano di scimmiottare (ma è altra storia questa), congiuntamente al legame che è andato per forza di cose consolidandosi con il Servizio sanitario nazionale, ha generato la necessità di qualificare con sempre maggiore attenzione le nostre risorse immateriali (gli uomini).

Gioco forza il CNSAS, per evitare quella sindrome tutta italiana che crea ovunque figure tuttologhe, alla prova dei fatti invece modeste espressioni di efficacia e sicurezza, è stato costretto, da una parte a contenere fortemente i numeri per offrire un rapporto presenze(turni)/interventi estremamente elevato (equivale, lo si voglia o no, ad innalzare i parametri della sicurezza e della qualità), dall’altra, a fare dei percorsi formativi, ora peraltro obbligatori per legge, un irrinunciabile obiettivo di qualità, forse il più importante.

La stessa dinamica, occorsa per fare nomi e cognomi ai Tecnici di elisoccorso e alle Unità cinofile turniste presso le basi di elisoccorso, è avvenuta anche per le figure preposte alla formazione e via via ad altri soggetti che, per i riconoscimenti di legge attribuiti nel medio periodo al CNSAS e per le caratteristiche estremamente tecniche delle stesse, vengono indennizzate.

Questa accertata evoluzione (innegabile sia stata tale) che è andata profilandosi con varie modalità e che, alle volte, è anche sfociata in momenti di autentica, forte dialettica (non è un problema ricordarlo, quindi ammetterlo…, ma siamo sempre negli anni ’80 inizio anni ’90), è stata resa ufficiale con alcuni passaggi salienti che forse sono stati già dimenticati o volutamente misconosciuti.

Le tappe di quei passaggi, alcune delle quali precorse a livello di singoli Servizi regionali e provinciali con assoluta liceità, sono state oggetto di profonde ed approfondite discussioni che hanno riconosciuto in modo netto e chiaro l’evoluzione che il CNSAS stava velocemente affrontando e l’indirizzo che il CNSAS avrebbe assunto con la determinazione necessaria negli anni futuri.

Solo per portare un esempio, a Castelnuovo ne’ Monti (RE), nel 1997, durante il Congresso nazionale dei quadri del CNSAS cui spettavano poteri di indirizzo sulla attività dell’organizzazione, si deliberò che “Il CNSAS perseguiva l’obiettivo di adeguare l’organizzazione dell’attività di soccorso anche al Servizio di urgenza ed emergenza medica del SSN, uniformando la formazione dei propri quadri tecnici alle normative che disciplinano il volo SAR” e che “l’attività del CNSAS (…) viene svolta preferibilmente attraverso convenzioni stipulate con enti pubblici”. Principi strategici e operativi/organizzativi che di fatto hanno riconosciuto, sancendolo, quanto stava avvenendo con importanti eccellenze sul territorio e che stava garantendo un soccorso sempre più qualificato nel primario interesse dell’utenza e non già del tecnico di turno.

Guido Bertolaso e Pier Giorgio Baldracco

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Quegli stessi principi furono integralmente recepiti di lì a pochi anni nella nuova legge sulla disciplina del Soccorso alpino, approvata in via definitiva dal Senato della Repubblica in data 8 marzo 2001, che sarebbe poi la Legge n. 74/01.

Proprio con l’approvazione della Legge n. 74/01 sono stati consolidati principi giuridici già di fatto operativi sin dal 1963 all’atto del licenziamento del primo provvedimento (Legge n. 91/63), quindi rivisitate ed ampliate profondamente funzioni e responsabilità del CNSAS. Ripetiamo funzioni, ma soprattutto responsabilità, nell’erogazione di un pubblico servizio a tutti gli effetti di legge.

Infatti, le puntuali attribuzioni previste dalla 74, sia all’art. 1 sia e soprattutto all’art 2, comma 2, hanno imposto e ancora impongono una struttura che sappia effettivamente garantire ciò che lo stesso Stato ha disposto che il CNSAS debba fare, tra l’altro in alcuni scenari in forma esclusiva, e i vari processi formativi sottesi a questi obblighi. Proprio questi doveri, che devono poi anche tramutarsi in una assunzione di responsabilità assoluta, non permettono più di scherzare con gli atti e con la storia.

Al riguardo dell’iter legislativo della 74, preme tra l’altro ricordare come il testo proposto nel 2000 dallo stesso CNSAS dopo diversificati vagli assembleari fosse addirittura più spinto di quello poi licenziato (PDL – Conte, Castelli, Giaretta, Zilio e Dondeynaz al Senato e Detomas, Brugger, Zeller, Widmann e Olivieri alla Camera al quale si rimanda).

Altro fattore che dovrebbe fare riflettere con autenticità senza nascondere la testa nello zaino è una serie di dati inconfutabili. L’attività di soccorso, cioè le missioni di soccorso, sono aumentate del 63.17% e l’impiego del personale CNSAS del 58,11% (raffronto 1993-2002 e 2003-2012), mentre quella formativa, ancorché di computo complesso, si attesta su un aumento stimato del + 44/48% rispetto ad un dato medio degli anni ’80 e ‘90. Numeri che paiono di per sé dei valori, senza necessità dunque di ulteriori commenti.

Pensare di comprimere questi parametri, cioè il nostro diffuso e costante impegno, è per sua stessa natura impensabile. Gli uni non dipendono da noi (l’attività di soccorso), gli altri (l’attività formativa), sì, ma è innegabile che depotenziare o addirittura annullare il ruolo delle varie Scuole così come oggi consolidate per erogare formazione quali-quantitativamente avanzata è operazione piuttosto miope. Istruttori che sono tali cinque o sei volte all’anno, ci sia permesso di dirlo, non possono essere considerati tali. Omettere la filiera della certificazione garantita dalle Scuole e prevista dal richiamato disposto normativo è azione oltre che impossibile, anche assai banale.

Oltre a questi aspetti sostanziali e, quindi, confutabili solo facendo i cattivi maestri, aspetti che fanno comunque comprendere con estrema facilità come oggi sia impensabile non indennizzare talune delle figure appartenenti alle Scuole nazionali/regionali, vi sono degli altri fattori sui quali varrebbe la pena effettuare una pur veloce riflessione e che verificano l’assoluta legittimità del percorso.

Riprendiamo allora alcuni pensieri di carattere giuridico, profondi, quindi non superficiali. Il primo è il fatto che le specialità legislative ascritte al CNSAS (disposizioni cosiddette speciali) determinano la compatibilità della corresponsione ai soci di indennizzi e compensi per attività estremamente qualificate e specifiche anche in regime di Legge n. 266/91. Il secondo, conseguente, è che in ogni caso Statuto (e Regolamento) a livello locale devono espressamente prevedere questa fattispecie, dando precisa attuazione anche all’art. 54 dello Statuto del CNSAS nazionale come dopo illustrato.

Va da sé che non si comprenderebbe come mai anche il legislatore, prima nel 2000 con il licenziamento della Legge n. 383/00 e poi il Governo nel 2012, con specifica Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri, abbia voluto affermare il principio secondo il quale in alcune Associazioni vi possono essere soci che per qualificate (quantificate) e riconosciute specialità (tra l’altro previste per legge in alcuni casi), possono essere indennizzati.

Queste salienti caratteristiche del variegato settore del volontariato trovano puntuale corrispondenza in altre esemplari analisi note e che svuotano gli argomenti dei nostri latori anonimi.

Come andavamo poco sopra dicendo, proprio in queste settimane il Governo sta mettendo mano alla doverosa riforma del cosiddetto Terzo settore, dopo che dalla legge quadro del 1991 (Legge n. 266 per intendersi) più nulla era stato realizzato per riordinare un comparto della società assai delicato e che rimane in alcune realtà italiane la colonna vertebrale di taluni servizi socio sanitari. Ad eccezione del D.Lgs n. 460/97, infatti, e della Legge n. 383 prima richiamata, nulla è stato teorizzato in termini di reale rivisitazione della disciplina di riferimento né tanto meno ovviamente licenziato.

Ciò si auspica possa essere, già a breve, all’attenzione del Parlamento per fare definitiva e reale chiarezza su cosa possa chiamarsi davvero Terzo settore/No profit e cosa non possa chiamarsi tale, cioè non lo sia affatto. Percorso virtuoso per smascherare quelle forme truffaldine, giusto per usare un eufemismo, in cui il profit appare evidente anche ad occhi poco esperti, ma al contempo percorso per esaltare quelle forme che garantiscono ancora al nostro Paese di definirsi tale.

Tornando al nostro ragionamento, ci sentiamo di affermare con estrema tranquillità d’animo che menare scandalo nel 2014 rispetto al fatto che alcune figure (circa il 5.5% o dell’intera struttura del CNSAS) abbiano una qualche forma di indennità, cioè con una trentina di anni di ritardo rispetto a quando poteva essere fatto con assoluta legittimità (n.b.: a metà dunque della sessantennale storia del CNSAS…), appare una battaglia ipocrita e senza ombra di dubbio subdola se esplicitata nella forma dell’anonimato. Là ove questa forma meschina è da sempre propria del cattivo maestro che insinua il dubbio nascondendo lo sguardo e non già di chi manifesta le proprie idee, idee magari forti quanto convinte e conferite nelle sedi opportune, che sono poi quelle assembleari dove la democrazia è per fortuna ancora del tutto garantita.

Il problema, come la stragrande maggioranza, anzi la quasi totalità dei lettori avrà compreso, non è allora riconoscere (nda: dopo oltre 25 che riconoscere poi sarebbe?) che qualche socio del CNSAS nelle forme già descritte possa ricevere un’indennità, ma far caso mai sì che questo avvenga con estrema trasparenza: in poche parole con il dovuto rigore, tanto più trattandosi di risorse di pubblica provenienza. Lo stesso rigore che deve essere garantito tanto nei processi interni al CNSAS (previsione delle modifiche Statutarie e Regolamentari necessarie, attuazione delle Delibere e gli atti correlati conseguenti, ecc.), quanto in quelli in applicazione del vigente ordinamento nel settore del diritto del lavoro (per quanto questo sia in magmatico movimento) e in quello fiscale.

Il CNSAS, anche a livello nazionale, dopo che in molti Servizi regionali e provinciali era già stato fatto, ha voluto, fortemente voluto, togliere il velo (invero assai leggero) e prevedere all’interno del proprio Regolamento generale nel modo più trasparente possibile il fatto che “con apposito Regolamento approvato dall’Assemblea nazionale si definisce la possibilità di attribuire, per le attività svolte dai responsabili di struttura e per quelle qualificanti e specializzanti la funzione del CNSAS, una indennità sostitutiva, qualora alle stesse non siano applicabili i benefici della Legge L. 162/92 o del D.P.R. n. 194/01 (art. 54)“.

Ciò è avvenuto nel massimo di severità procedurale ed è soprattutto avvenuto con passaggi di carattere istituzionale (le Assemblee) unanimi nell’accogliere le tesi proposte, farle proprie e renderle operative.

Negare il principio di rappresentanza secondo il quale si è articolato questo ultra ventennale percorso fa torto alla dignità di quelle cariche democraticamente elette che governano i processi decisionali del CNSAS ed equivale a collocarsi fuori dalla storia. Anzi, equivale a collocarsi con la schiena rivolta ad un futuro già invece presente nello scorrere incessante di ogni missione di soccorso. Volenti o nolenti così stanno le cose.

Pier Giorgio Baldracco firma un accordo con l’Aeronautica Militare (2009)

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Noi crediamo, e diversamente non saremo qui ad interpretare con la fatica di ogni giorno, con la responsabilità di sempre e con la continuità richiesta, che spetti al CNSAS darsi regole chiare e per questo non interpretabili, far sì che queste vengano applicate – come abbiamo detto – con severità ed andare, comunque, avanti perché altre sono le sfide vere che ci attendono. Le sfide future e non quelle passate, perché tali non sarebbero neppure.

Tutto il resto, spiace dirlo, è malsana attività di retroguardia, banale irrequietezza di chi interpreta un inattuale ed improponibile purismo, sbagliando però proprio e paradossalmente nel manifestare una purezza che non trova alcuna applicazione proprio perché non c’è. Il vigliacco anonimo è di per sé un impuro.

Con quest’ultimo sassolino tolto dagli scarponi che ancora sappiamo calzare, ora però decisamente più comodi, crediamo di aver messo un punto importante ad un pensiero che forse non sarebbe dovuto neppure essere proposto, ma che abbiamo lo stesso voluto avanzare a tutti voi proprio in ragione del percorso sino ad ora effettuato e che non deve trovare ombra alcuna.

Ciò con buona pace anche dei tanti amici del CNSAS nascosti nei vari social network che ogni tanto buttano là sindacalizzate provocazioni quali, ad esempio, “ma secondo voi un tecnico di elisoccorso del soccorso alpino lavora gratis e, poi, può prendere soldi?”.

Diamo una sola, esemplare, risposta ai latranti provocatori: “Sì, se è stato previsto da uno Statuto, da un Regolamento generale e da un Regolamento di attuazione, dall’applicazione dell’ordinamento vigente in campo del diritto del lavoro e dalle vigenti normative e disposizioni nel settore fiscale, oltre dalla assoluta particolarità della legislazione di riferimento del CNSAS“. Aggiungiamo che “se questa attività è riconosciuta sin dal 1963 da Leggi dello Stato italiano, tutto ciò non è solo legittimo, ma anche doveroso nelle forme e nei controlli riferiti“.

Ora andiamo oltre, perché altri, come detto, sono i problemi veri da affrontare. La formazione di qualità del nostro personale che sta abbracciando uno spettro sempre più ampio, l’organizzazione e gestione della nostra struttura che sta diventando sempre più impegnativa, l’attività di soccorso reale sempre più marcata, l’informazione e la prevenzione… i soliti temi se vogliamo… che seppur più complessi da affrontare, non hanno però ancora fatto cambiare la nostra storia appassionata per la montagna e per chi la frequenta, che non hanno fatto ancora mutare il nostro autentico approccio alla solidarietà e alle forme in cui questa si manifesta.

Siamo ancora qui infatti, dopo 60 anni, a cercare di migliorare giorno dopo giorno, senza timore di farlo, a testa alta, con i nostri limiti, ma anche con la nostra voglia di spostare gli ostacoli oltre le miserie che in questo spazio abbiamo voluto in una certa maniera raccontare.

Questa forza ci è data dalla trasparenza che abbiamo voluto proporre ieri e che anche domani sapremo usare nei passaggi più difficili che attendono ogni grande ed importante organizzazione, quindi anche il CNSAS.