Posted on Lascia un commento

Altro che lastre, altro che statue

Il 14 aprile 2016, travolti da duemila tonnellate di marmo in una cava di Colonnata (Carrara), sono morti due operai. Vivo per miracolo è un terzo.
Per i dettagli di questa ennesima tragedia apuanica, si veda l’articolo del corrierefiorentino.

Particolarmente intenso abbiamo trovato il commento dello scrittore e musicista Marco Rovelli, che qui riportiamo (da facebook).

 

Altro che lastre, altro che statue
di Marco Rovelli

Ieri Il Tirreno mi ha chiesto di scrivere un commento sulle due morti in cava. È questo.

La nostra città, in questi giorni, porta il lutto. E non un lutto finto, di prammatica: quelle due morti sono davvero sentite come una lacerazione profonda da questa comunità. Lo si è visto ai funerali, ieri. C’è un radicamento profondo alla terra, da queste parti apuane, e qui terra significa anzitutto montagne. “Lutto” viene dal latino “lugere”, piangere: ecco, quel pianto comune in questi giorni ha fatto tremare questa terra, come ha tremato quando è crollato quel costone della montagna. Ma se le famiglie e gli amici hanno il diritto ai loro tempi per affrontare quel lutto immenso, una comunità ha il compito di non lasciar asciugare quelle lacrime, di non lasciarle assorbire dalla terra e poi continuare come nulla fosse stato.

AltroCheLastre--cava-combo2-U46000298221534DqD-U46030237240921SBG-1224x916@CorriereFiorentino-Web-Firenze-593x443

 

No, dopo il pianto del lutto, occorre guardare, subito, con la necessità dell’urgenza, le cose a occhi bene aperti e asciutti, per comprenderle, e trasformarle. Se guardiamo a occhi bene aperti, ci risulterà ben evidente che non c’è nessun tributo umano che dobbiamo pagare alla montagne, nessun sacrificio umano che dobbiamo offrirle in cambio del prezioso marmo. Se andiamo a ripercorrere le troppe morti in cava che si sono susseguite regolarmente nel corso degli anni, troveremo che quasi mai è questione di “fatalità”, di “tragico incidente” – formule vuote che servono solo a assolvere qualcuno da precise responsabilità materiali, di fatto. Vedremo le responsabilità di questo evento, ci torneremo.

Ma intanto ci tocca, se vogliamo essere all’altezza di un’etica comune, spalancare lo sguardo sul costo spropositato che il “sistema marmo” impone a questa terra. Le montagne vengono spogliate, trafitte, distrutte, così come distrutte sono le vite di Roberto Antonioli Ricci e Federico Benedetti: e tutto questo in cambio di briciole. Briciole in termini di lavoro, briciole in termini di ricchezza. Le Apuane, e la vita di chi ci lavora, sono devastate per le tasche gonfie di pochi. Altro che il marmo di Michelangelo, una delle più odiose frottole che continuano a raccontarci: qui si scava a ritmi inimmaginabili solo trent’anni fa, con un decimo degli occupati, mentre i fatturati delle imprese vanno a gonfie vele, per non dire della maggior parte del marmo che se ne va in polvere, in quel grande business del carbonato di calcio. Altri che lastre, altro che statue. Polvere, come polvere è tornata a essere la vita di Ricci e Benedetti.

Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre
AltroCheLastre--Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre

 

 

Bisogna “fare di più” e “intensificare gli sforzi”, si limita a dire l’Associazione Industriali. Fare cosa? Quali sforzi? Parole vuote che si stendono come una coltre di silenzio non solo sulle morti di quei lavoratori, ma sulle vite di chi resta. Che deve affrontare un lavoro che viene meno, una terra sempre più povera, i fiumi inquinati (e abbiamo un presidente del parco – che dovrebbe difendere l’ambiente! – che nega che lo siano). Del resto, dal 1751 in avanti i padroni delle cave hanno sempre intascato profitti enormi senza restituire quasi nulla al territorio. Il punto è chiedersi se vogliamo andare avanti così. Perché quando domina il profitto di pochi, a rimetterci non è solo la povertà del territorio, ma anche la sicurezza del lavoro. E ci troveremo a piangere ancora.
Nella lingua assira l’espressione “aggrapparsi alle montagne”, ricordava Eliade, significa “morire”. Ecco, sta a tutti noi che quel legame tra montagne e morte venga reciso.

Marco Rovelli
Scrive libri e fa musica. E insegna filosofia e storia nei licei. Ha scritto tre libri di quelli che vengono chiamati “reportage narrativi” (o “narrazioni sociali”), insomma ibridi tra saggio e narrazione, su questioni del “margine” della società, nella convinzione che è dal margine che si vede meglio il centro. Due di essi sono su questioni dell’immigrazione cosiddetta “clandestina”: Lager italiani (Bur, 2006), sull’universo concentrazionario di quelli che oggi si chiamano Cie; e Servi (Feltrinelli, 2009), il racconto di un viaggio che ha fatto nell’Italia sommersa dei clandestini al lavoro, dai campi di pomodori e gli agrumeti del Sud ai cantieri del Nord. Un altro, Lavorare uccide (Bur, 2008), sulle morti sul lavoro. Poi ha scritto un romanzo e altri libri ancora (uno cui è particolarmente legato è Il contro in testa (Laterza, 2012), in cui racconta per storie e immagini l’anima ribelle della sua terra apuana). Musicalmente, invece, sarebbe, propriamente parlando, un cantautore, nel senso che canta canzoni che compone, ma non solo: è molto legato anche al patrimonio del canto sociale e del canto popolare, che entra costantemente nel suo repertorio. Il suo cd solista (oltre a quelli che ha fatto con Les Anarchistes) si chiama libertAria.

AltroCheLastre--MarcoRovelli.246

Posted on Lascia un commento

Lunga vita ai càrpini

Per i suoi cinquanta anni Rolando Larcher fa un grande regalo non solo a se stesso, aprendo una meravigliosa linea sulla parete est del Monte Fibbion 2672 m, ma anche a tutti noi donandoci un racconto che svela l’incredibile storia nascosta dietro al titolo enigmatico assegnato alla via: 50 anni son volati, 25 regalati.

Il nuovo itinerario su questa montagna della parte settentrionale delle Dolomiti di Brenta (gruppo della Campa), aperto e poi liberato ai primi di ottobre del 2015 (215 metri, 8a+ max, 7b obbl.) con Herman Zanetti, Luca Giupponi e Alessandro Larcher, segna infatti non solo la grande attività dell’alpinista trentino giunto sulla soglia del 50° anno di età, ma pure 1/4 di secolo, la metà degli anni compiuti, da un miracoloso volo – lungo quanto gli anni! – che ci fa ancora avere Rolando qui con noi…

In cima al Monte Fibbion, da sinistra: Luca Giupponi, Rolando Larcher e Hermann Zanetti. Foto: Rolando Larcher
LungaVitaCarpini-33-contenti-dopo-una-splendida-giornata

Lunga vita ai càrpini
di Rolando Larcher
(già pubblicato su http://www.montura.it/, per gentile concessione)

Il nome di questa nuova via è un indovinello, scelta insolita e soggettiva, assecondata con grande amicizia dai miei compagni di scalata. Un indovinello facile, scontato e quasi patetico nella prima parte, più impegnativo nella seconda, alla portata di coloro che mi conoscono da tempo. 50 anni è il traguardo raggiunto in questa splendida estate, ma 50 furono anche i metri di volo a terra, fatti 25 anni fa alla Gola di Toblino. I primi 25 vissuti normalmente, i secondi totalmente regalati, dopo esser miracolosamente sopravvissuto. Desideravo soffermarmi su questa ricorrenza e seguendo la mia passione, quale miglior modo se non aprendo e battezzando una via nella parte più recondita e selvaggia del Brenta?

Il Brenta settentrionale ancora una volta ha offerto una splendida e solida parete di calcare, il Fibbion. Uno scudo compatto che si apre in alto in quattro pilastri strapiombanti, scalato solo nel 1993 da Claudio Kerschbaumer e Donata Fiamozzi con la via Supercrack.

Rolando Larcher sull’ultima lunghezza di 50 anni son volati, 25 regalati. Foto: Giampaolo Calzà
LungaVitaCarpini-32757

A metà parete abbiamo trovato la finestra di una grotta e il giorno della rotpunkt, abbiamo provato a esplorarla. Dall’imbocco esce una forte e gelida corrente d’aria, segnale che dev’essere profonda e avere un altra apertura. La stretta grotta, si sviluppa orizzontalmente con i lati estremamente abrasivi e dopo 30 metri, un crollo blocca il passaggio, ma si intuisce che prosegue ancora. Immagino che potrà essere una buona meta per speleologi intraprendenti.

La Gola di Toblino
SONY DSC

Gola di Toblino, 18 marzo 1990, tardo pomeriggio di un giorno di scalata come tanti. Questo però segnerà la mia esistenza con un prima e un dopo.

Una spensierata giornata d’arrampicata con gli amici sta per concludersi, c’è ancora un po’ di tempo e di energie, Marino Tamanini ne ha abbastanza e con Michele Cagol scaliamo ancora una via.
Il morale è alto, ho recuperato perfettamente la forma fisica dopo l’incidente dell’estate scorsa in Marmolada, sono entusiasta perché riprovando Mojado (capolavoro di Roberto Bassi degli anni ‘80 valutato 8b/8b+) ho capito che potrei riuscire a concatenarlo a breve.
Decidiamo di salire Che Peperino, itinerario di due lunghezze. Michele parte sulla prima, raggiunge la sosta, mi recupera e proseguo sulla seconda, un piacevole 7a.
Arrivo al suo termine, dove trovo una comoda cengia, poco sopra la sosta: un anello di catena ancorato a un leccio. Penso di fare manovra per calarmi, ma Michele cambia idea e decide di scalare anche lui il tiro da secondo; pertanto per far scorrere meglio la corda, allungo la sosta con due rinvii, la inserisco, avverto di bloccarla e mi appendo.

La parete est del Monte Fibbion con il tracciato di 50 anni son volati, 25 regalati. Foto: Rolando Larcher
LungaVitaCarpini-2769

Questo è il preciso momento dove il “prima” si conclude e inizia un “dopo” incerto, molto incerto…
Improvvisamente tutto accelera vertiginosamente: i pensieri, i sentimenti, la pietra che scorre, l’ultimo momento di esistenza.
In un attimo… un’infinità di sentimenti e ragionamenti si avvicendano.
Stupore: per il tradimento della corda, che inspiegabilmente mi abbandona.
Profonda rabbia: non ho capito esattamente la dinamica degli eventi, ma è certo che sto per morire per una mia grave superficialità.
Timore: il ricordo delle botte dell’estate scorsa in Marmolada è ancora limpido, temo il dolore fisico e so che a breve ne arriverà tanto.
Speranza: sono sempre stato pragmatico e l’eventualità di salvarmi dopo 50 metri di volo non l’ho nemmeno considerata. La mia unica speranza è di non sentire troppo male, un colpo secco e via.
Paura: non so se paura è la parola corretta che riassume e concentra tutti questi sentimenti, ma quella elementare, sinonimo di terrore, sinceramente non la provo. Probabilmente perché non ne ho il tempo, forse quello che sento ora è solo angoscia, angoscia di non rivedere più i miei cari e per il dolore che a loro lascerò.
Infine quiete, tanta quiete interiore, rassegnato agli eventi del destino.

Pochi secondi sono trascorsi, una miriade di pensieri si sono avvicendati ed improvvisamente il mio fluttuare incontra il primo ostacolo, bam! Un cespuglio sospeso rallenta il mio precipitare, lo buco e proseguo verso il basso. Immediatamente un altro urto, bram! Sento un fortissimo crepitio di rami spezzati, qualcosa di più solido sta per fermarmi, mi ammortizza miracolosamente, poi un secco crak e riprendo a volare, ma per poco, perché sono oramai a terra e ora posso solo rotolare giù per la scarpata.
Finalmente mi fermo. Incredibile… Sono ancora presente e lucido, sono salvo! Forse.
Non sento alcun dolore, fiumi di adrenalina lo stanno sedando, temo il peggio, ma braccia e gambe sono ancora attaccati!
Barcollando mi alzo in piedi… subito penso a Michele, rimasto lassù, a metà parete sotto shock: gli sono volato accanto per poi scomparire nel bosco. La prima aria che riesco a inspirare, la butto in un urlo, per comunicare a lui e al mondo che sono ancora vivo!

Questa è la cronaca di ciò che accadde quel giorno. Da allora son trascorsi 25 anni e a 50 anni si comincia a riflettere sulla vita vissuta, facendo il punto sulla propria esistenza.
Il nome curioso della via al Fibbion, 50 anni son volati, 25 regalati!, è frutto di queste circostanze, quasi un gioco aritmetico, dove gli anni si confondono con i metri di volo.
C’è stato un prima, fatto di 25 anni spensierati, trascorsi senza quella consapevolezza dell’immenso valore della vita.
Un dopo, totalmente regalato, vissuto ancor più intensamente, soprattutto dal lato interiore. Un regalo inaspettato, prezioso e speciale, che per sempre apprezzerò.

Dopo la caduta, Marino mi raggiunse subito, mi sorresse fino alla macchina e poi corremmo al pronto soccorso, con il timore di qualche emorragia interna.
Michele (la vita poi ci farà ritrovare cognati) riuscì a scendere con una doppia, ma per una settimana ebbe qualche problema per dormire.
Per me le conseguenze fisiche furono incredibilmente lievi, un miracolo nel miracolo. Un’infinità di escoriazioni, tagli e conseguenti punti di sutura, un sacco di botte ed ematomi, una lieve distorsione a un ginocchio, ma nemmeno una frattura! 40 giorni dopo, partecipai a una competizione d’arrampicata di Coppa Italia e arrivai nono.

Le conseguenze psicologiche furono abbastanza lievi e mi fecero ripensare a tanti piccoli fatti, vissuti soprattutto scalando in montagna, dove per un nonnulla, quella semplice inattesa sbandierata, 10 metri sopra la sosta precaria, non degenerasse in tragedia. Sicuramente diventai più cauto in alpinismo, benché l’incidente fosse accaduto in falesia per una mia grave distrazione.
Da quella volta quando scalo, mi capita spesso di provare un improvviso attimo di panico, controllo il nodo, mi quieto e riprendo a divertirmi.
Ultima cosa, l’albero che mi ha salvato era un càrpino nero… lunga vita ai càrpini!

LungaVitaCarpini-S_2

Rolando Larcher
E’ nato a Cles (Trento) il 1 settembre 1965. Passione pura, che brucia dentro. Anzi, di più: «Dopo trent’anni di scalate non posso parlare di sola passione: l’arrampicata è una parte di me». Parola di Rolando Larcher, che dopo settanta vie nuove che hanno fatto la storia dell’arrampicata, conserva l’entusiasmo di un ragazzino. Talento, determinazione, idee chiare e rigore stilistico: ecco gli ingredienti di un fuoriclasse che continua a stupire, che con le sue creazioni è un modello per i giovani. Tutto è cominciato con papà Renato, nel 1981, e tutto continua nella gioia di una famiglia, con la moglie Letizia e i figli Alessandro e Anna.
Tra i capolavori di Rolando Larcher: Mastro Geppetto va nel globo (Brenta, 1994), Mai più così (Madagascar, 1998), Hotel Supramonte (Sardegna, 1999), La vita che verrà (Brenta, 1999), Larcher-Vigiani (Marmolada, 2000), La Svizzera (Wenden, 2006), Osa, ma non troppo (Patagonia, 2007) e AlexAnna (Marmolada, 2008).

Posted on Lascia un commento

Il conto alla guida

Il conto alla guida

Giovanna Mongilardi, guida alpina della Valle d’Aosta, era stata coinvolta il 20 febbraio 2015 in un incidente potenzialmente fatale.

La simpatica professionista è poi recentemente salita alla ribalta nazionale grazie alla partecipazione al programma di Rai 2 Monte Bianco-Sfida verticale, che l’ha vista vincere con il suo compagno di cordata Gianluca Zambrotta.

La Punta di Rabuigne. Foto: www.climbandtrek.it
ContoGuidaMongilardi-al-centro-la-punta-rabuigne

La guida, con il collega Mathieu Vallet, era impegnata con otto (il quotidiano La Stampa dice “dieci”) clienti stranieri nella zona della Punta di Rabuigne (alta Valgrisenche) per una uscita di eliski. Verso le 9.30 si è staccata una valanga che ha travolto la Mongilardi e un cliente.

Il gruppetto di Vallet, in testa, era ormai ben più in basso. Tutto il gruppo era dotato di pala, sonda, apparecchi ARTVA e zaino con airbag. I compagni dunque prontamente iniziavano la ricerca dei due sepolti, mentre veniva chiamato il soccorso.

Prima è estratto l’uomo, poi la donna. “Sono riusciti a tirarci fuori in quattro minuti” racconta la Mongilardi. In quindici minuti arriva anche l’elicottero, in tempo per constatare che tutti erano in salvo e senza nulla di rotto.

Giovanna Mongilardi: “Io ho detto che stavo bene, che non c’era bisogno di portarmi in pronto soccorso. La dottoressa che era a bordo non è neanche scesa a visitarmi, avrei potuto essere sotto choc e svenire un secondo dopo: ero appena stata estratta da una valanga”.

Subito dopo l’elicottero ritorna alla base e gli sciatori raggiungono il fondovalle. Qualche mese dopo la Mongilardi riceve a casa una lettera dell’Usl. Si parla di «intervento inappropriato a mezzo elicottero» ed è indicata la cifra da pagare, 1.750 euro.

C’è un errore, si sono sicuramente sbagliati” pensa Mongilardi che subito chiede spiegazioni a soccorso alpino e Usl.

 

La valutazione di eventuale inappropriatezza è normalmente fatta dal personale medico a bordo dell’elicottero, ma in questo caso non si capisce come la dottoressa, neppure scesa dal mezzo, abbia potuto giudicare.

Mi sa che la dottoressa – è ancora Giovanna Mongilardi a parlare – non ha neanche capito chi fossi tra quelli sulla neve e neppure chi di noi fosse finito sotto alla valanga”.

Giovanna Mongilardi in arrampicata. Foto: Luis Vevella
ContoGuidaMongilardi-mongilardi_giovanna_b
E’ vero che la Mongilardi non ha riportato ferite, ma il giorno successivo è comunque andata dal medico per un controllo e le è stata assegnata una cura di antibiotici e per una settimana non è riuscita a parlare.

Anche Vallet concorda: “È un paradosso. Forse il problema è che siamo stati troppo bravi, li abbiamo tirati fuori troppo in fretta…”.

Mongilardi: “Questa è una procedura di soccorso, se qualcuno viene travolto chiami i soccorsi, come fai a multare una guida per una cosa del genere? All’altro ragazzo travolto, poi, non chiedono nulla. Curioso”.

La guida valdostana ha in seguito cercato di spiegare la situazione mille volte, ma non c’è stato nulla da fare. Per il soccorso e per la Usl quella chiamata per due persone travolte da valanga ha costituito un «intervento inappropriato». Ovvio che la Mongilardi abbia affidato tutto a un avvocato, perché segua la pratica. La cifra da pagare sarà anche importante, ma ancor più lo è la questione di principio. Non interessa neppure sapere se vi era o no una copertura assicurativa.

Da quando in buona parte delle regioni alpine si richiede alle persone soccorse una compartecipazione alle spese per gli interventi è diventata fondamentale la valutazione che ne fa l’equipe di soccorso.

Al di là di ogni considerazione sull’opportunità o meno del soccorso alpino a pagamento, occorre fare molta attenzione, perché in alcuni casi regionali la legge definisce “intervento inappropriato” quello che si è eseguito in seguito a una chiamata di soccorso senza feriti e senza ricoveri in ospedale. A nostro parere un’equipe responsabile dovrebbe però essere in grado di dare un giudizio giusto anche in difetto di una norma corretta.

Giovanna Mongilardi
ContoGuidaMongilardi-1445335753335mongilardi

Personalmente ritengo la richiesta economica dell’Usl un vero e proprio sopruso.

Se in un sinistro in montagna è presente una Guida Alpina, direi che PER DEFINIZIONE non si può parlare di incompetenza e imprudenza. Dunque qualunque richiesta economica è infondata. Giovanna deve essere difesa da tutta la categoria e non solo.
Ed è irrilevante se c’è l’assicurazione o no: perché in questo caso, sembra davvero che l’unica colpa di Giovanna Mongilardi sia stata quella di… non essersi fatta male!
Posted on Lascia un commento

Avventure alla Pria Grande – 1

Avventure alla Pria Grande – 1 (1-2)
(dal mio diario)

Consultiamo la guida di Euro Montagna in biblioteca, senza prendere appunti.

1 novembre 1962, Ognissanti. Alberto Martinelli e io andiamo di pomeriggio a Genova-Bolzaneto. Prendiamo per il Santuario della Guardia e, muniti di cartina militare IGM, arriviamo quasi a Geo. Chiediamo a un signore anziano informazioni sulla strada per la Pietragrande (pria grande in genovese); ci risponde di prendere la stradina dopo il negozio di commestibili e salire fino a un canaletto d’irrigazione. Da lì in mezz’ora dovremmo arrivare.

Arrivati a sinistra del torrente, in corrispondenza di qualche casa, chiediamo a un altro.
– Veramente io non ci sono mai stato, ma dovrebbe essere per di qua. Ci vorrà un’ora…

Lo ringraziamo ma cominciamo a preoccuparci. Per l’altro era mezz’ora, questo parla di un’ora. Comunque proseguiamo, arriviamo ad altre case, poi a un casolare pieno di cani da caccia che ci abbaiano furiosamente. Il tempo minaccia. Prendiamo un sentierino accanto al canalino d’irrigazione e dopo due minuti incontriamo due boscaioli.
– Sciäa me scüse, va ben pe a Pria Grande? – parlo in genovese sperando di aver migliore comprensione.
– Scì.
– Quantu tempu ghe véu?
– Dexe minûti.
– Grazie.

Belli contenti ci avviamo per il sentierino pianeggiante e tortuoso, spesso a picco sul vallone sottostante. Ora però pioviggina. Andiamo avanti ugualmente, passiamo una piccola frana, un avvallamento e arriviamo ad altre case. Vediamo un vecchietto.
– Quantu tempu ghe véu pe a Pria Grande?
– Dexe minûti.

Ma ormai non stiamo neppure più a badare come ciascuno dà i suoi numeri, perché comincia a piovere a dirotto. E’ la ritirata!
Pietragrande1Tre giorni dopo, il 4 novembre, torniamo alla carica. Per sbaglio scendiamo dal tram a Morigallo, ma si rivela meglio così. Siamo già nei pressi delle raffinerie Garrone, perciò più vicini a Geo. Ripetiamo in velocità il percorso dell’altro giorno e, dopo i cani e l’avvallamento, arriviamo alle case del punto massimo raggiunto. In effetti eravamo vicini e dopo poco ci troviamo di fronte all’enorme blocco di diabase. Il nostro tentativo sulla via normale (spigolo sud-ovest, IV-, itinerario 13a) vede i soliti tentennamenti, insicurezze, errori. E più incerti siamo, più vorremmo tentare di mettere chiodi… Alberto va a finire troppo a destra e io, che intanto ero stato in vetta, devo scendere per aiutarlo. Ritorniamo in cima assieme, poi lui scende a corda doppia mentre io sono costretto a farlo in arrampicata vista la perdurante escoriazione sulla spalla che mi ero procurato al Campaniletto di Sestri. Giunto al punto più difficile esito un attimo, ma alla fine riesco a scendere ancora un po’ e saltare a terra.

Pietragrande1-disegno0001

A questo punto ci rivolgiamo alla paretina ovest (13gI). Non siamo al corrente che è di ben V grado… schiodato, per di più. Assicurato dall’alto da Alberto salgo piantando due chiodi e mettendo altrettante staffe. Poi qualcosa mi dice che questa è una pratica da abbandonare. Basta mettere chiodi e staffare dove non è previsto! D’ora in poi seguirò scrupolosamente quello che dice la guida: Alberto invece se ne frega, mettere chiodi gli piace!

Pietragrande1-disegno0002

Comunque non mi sento di proseguire e scendo, per poi risalire ad assicurare Alberto. Lui riesce a piantare un altro chiodo più alto, ma poi annotta e desistiamo. Resta però da schiodare! Togliamo i primi due, lasciamo quello messo da Alberto. E anche quello messo in cima per fare corda doppia sulla liscia e repulsiva parete nord. Ce ne andiamo nel buio pesto, un po’ pericoloso.

Pietragrande1-disegno0003

Il 10 novembre 1962 torno alla Pietragrande con Marco Ghiglione. Ormai conosco il tragitto a memoria, ci mettiamo solo 25 minuti dalla fermata dell’autobus “C”. Ha piovuto recentemente, la roccia è umida. Io ho un paio di scarponcini, lui le scarpe da tennis (come del resto avevo io la volta scorsa). Scivola, cade due volte. Lo aiuto. Poi vado in cima a sistemare la corda sul cippo e quando mi volto per scendere ad aiutarlo, mi accorgo che è lì accanto a me: è a piedi nudi, con le scarpe in bocca! La mia spalla è guarita, così finalmente posso scendere in doppia a ovest. Altra cosa: dobbiamo togliere i chiodi lasciati la volta scorsa. Solo quello sulla Ovest mi fa penare, devo addirittura fare un piccolo pendolo per raggiungerlo! Ora voglio fare la 13b, sulla parete sud-est. Lui mi assicura dall’alto. La parete è caratterizzata da un pilastrino appena staccato, con la punta a circa due terzi della parete: il “Colonnino”. Ho difficoltà a fare in modo che la corda mi sia proprio in verticale. dalla cima del Colonnino inizia il vero difficile… però c’è un chiodo. Senza pensare alla grande stupidaggine che sto facendo ci metto il moschettone e la corda. Quando mi alzo per superare il muretto finale (IV) la corda fa fatica a seguirmi. Lo credo! Fa un angolo a 360° e Marco invece che recuperarmi mi deve dare corda, come fossi da primo. La stessa idiozia l’ho fatta a Pietralunga, ma ora credo questa sarà l’ultima volta. Insomma, sono incrodato. Dico a Marco di aiutarmi, quello si mette a scendere sulla corda singola, mi oltrepassa, stacca quel maledetto moschettone, si tira sulla corda come Tarzan e si rimette in posizione per farmi salire.

Pietragrande1-0001

L’8 dicembre torno alla Pietragrande con Alberto. Alle 15.25 siamo operativi alla base del roccione. Voglio rifare il 13b e ancora con la corda dall’alto. Alberto sale in cima per assicurarmi. Raggiungo velocemente la sommità del Colonnino.

– Alberto, sposta la corda!
Silenzio. Io devo andare a destra e nessuno risponde. Allora urlo e, tanto per cambiare, litighiamo. Arrampico rabbioso su quel IV grado e giunto in cima mi sfogo urlando. Ora tocca a lui scendere e provare. Ma naturalmente sbaglia e sale per il 13bI, che è di V grado. Cosicché deve tornare a terra e chiede corda. Io gliela do prontamente, così può scendere, attaccare nel punto giusto e raggiungermi. Sempre con la corda dall’alto ci facciamo entrambi la variante 13aI.

Ora però viene il bello, perché abbiamo intenzione di salire sul più alto spigolo nord-est (13d), esteticamente assai bello, dato di IV+ e V-.

Pietragrande1-0002

Sulla sommità, in corrispondenza dello spigolo, c’è un grosso macigno, attorno al quale faccio un bulino con la corda. Dopo di che mi metto dentro l’anello del nodo, in modo che se lui cade io non cado e lo posso tenere meglio (un’autoassicurazione davvero basic, NdR). Gli urlo che sono pronto, anche se non lo posso vedere. Lo sento salire, piano e imprecando, poi lo vedo quasi vicino a me, su una placchetta liscia. E’ felice e mi decanta la via, dicendo che non ha mai fatto nulla di più bello, ecc. Tocca a me, anche se l’oscurità sta arrivando. Arrivo quasi al primo chiodo, ma poi mi faccio calare.

Pietragrande1-0003

Alberto impietosamente comincia a sfottermi, poi però mi faccio mostrare dove è passato. E’ passato sulla destra, evitando i pezzi più difficili! Mi riprometto per la prossima volta di fare anche io così almeno non sfotterà più. La discesa per il sentiero al buio è come al solito disperata.

Il giorno dopo, ancora alle 15.25 in punto, siamo ancora là a insistere. Con la corda dall’alto riscatto il mio onore messo a dura prova ieri sera. Io vorrei che ci dedicassimo a ripetere come si deve il 13 d, Alberto invece vuole salire la parete nord, che la guida descrive come muro di VI-A1 e alto ben 14 metri. Come se non bastasse non vuole salire canonicamente sul 13e, dove si vede qualche chiodo arrugginito: vuole fare una via nuova, sulla parete nord ma abbastanza vicino allo spigolo nord-est. E la vuole salire in artificiale, come naturalmente si richiede sul sesto grado (le idee sull’artificiale e sulla libera erano poche ma confuse, NdR). Tenta di scendere su una corda sola, poi sente male alla spalla e ritorna verso di me a fatica. Un cacciatore passa di lì e ci osserva.

Alberto scende arrampicando per la via normale, io intanto rimango in cima a gelare. Poi finalmente parte, assicurato da me. Lo sento chiodare come un dannato, imprecando. Ormai è quasi buio e gli urlo ripetutamente di scendere.

– Scendi!
– Taci, scemo, e lasciami schiodare!
Questo in sintesi il dialogo.

Sono un ghiacciolo, nella mia tuta di cotone. Finalmente mi dice di aver finito e di scendere pure. Mi precipito in basso e lo raggiungo, sotto alla parete nord. Due chiodi sono rimasti infissi. Mi arrampico per levare almeno il primo, all’altro penseremo la prossima volta. Ora è proprio buio pesto.

Pietragrande1-0006

Il 23 dicembre 1962 siamo ancora, alla solita ora (15.30), alla base della Pietragrande. Sorpresa: troviamo gente. E’ la prima volta che incontriamo qualcuno qui. Non socializziamo. Salgo per la via normale e vado a legare la corda al masso, poi butto giù l’altro capo. Accanto a me altre tre corde sono ancorate.

Recupero Alberto che comincia a chiodare, questa volta attrezzato pure di una staffa a quattro gradini di metallo. Mentre comincio già a battere i denti, ecco che arriva da me il tizio che il 21 ottobre al Masso del Ferrante ci aveva insegnato la corda doppia. Dopo i saluti, gli dico: – Chissà quanti errori sto facendo, eh?
E lui: – No, errori no!
Poi scende a recuperare una staffa che aveva lasciato lì al mattino. Fa un freddo cane, in fondo a questa valletta umida.

Dopo un po’ Alberto esce dalla Nord sulla Est e quindi mi raggiunge raggiante. Entrambi scendiamo per la normale, ma ci ritroviamo in attesa che uno scenda a stento. A terra, corriamo alla base della parete nord: Alberto mi mostra il suo itinerario. Mentre lui torna su ad assicurarmi, io mi lego e mi armo di martello per poter schiodare. Ci sono cinque chiodi, e agli ultimi tre è appesa una staffa per ciascuno. Senta togliere i primi due, agguanto la prima staffa ma sento che non sono in forma. Scendo, afflitto e scoraggiato.
– Non ce la faccio, Alberto!
Allora lui mi butta giù la corda e scende per la normale. Poi si lega e io rimango in basso ad assicurarlo. Salendo leva tutti i chiodi in modo magistrale e io sono pieno di ammirazione per lui. Speriamo che un altro giorno anche io possa fare la stessa cosa (Naturalmente nessuno dei due si rendeva conto che, se il primo di cordata toglieva i chiodi mentre saliva, rimaneva col peso sempre su quello dopo, correndo il rischio dunque di cadere senza scampo alla prima fuoriuscita, NdR). Nel buio totale cerchiamo di raggiungere gli scalatori che erano con noi ed erano partiti prima. Senza riuscirci.

Pietragrande1-0004

Seguendo un itinerario di accesso diverso (finalmente abbiamo letto bene la guida), molto meno pericoloso e più breve, il 24 aprile 1963 mi ritrovo alla Pietragrande con Marco Ghiglione. E’ la prima volta che vedo questo grande masso con il cielo sereno e una temperatura accettabile. Salgo per la via normale e butto la corda sul versante ovest. Oggi vogliamo esercitarci con i nodi prussik. Così saliamo e scendiamo entrambi mentre arriva un amico di Marco, Ennio Remondino. Nl frattempo Marco riesce a sbucciarsi la spalla scendendo a corda doppia… Sulla parete ovest c’era un conto in sospeso, l’itinerario 13gI, tentato con Alberto il 4 novembre scorso usando senza pietà staffe eccetera. Ora invece voglio fare le cose in regola, per questo V grado. Attacco bene e vado slegato fino allo strapiombo con relativa facilità. Qui ci sono ottimi appigli per le mani, ma i piedi fluttuano. Cerco di piantare un chiodo, visto che quello che la guida dice d’esserci, non c’è. Però, per quanto cerchi affannosamente una fessuretta, non ne trovo. Ora sono affaticato, perciò appoggio lì il chiodo, scendo un po’ e poi faccio un salto di due metri fino a terra. Riposo. Intanto Marco ed Ennio tentano, senza convinzione. Poi ritento ancora io ma sono troppo stanco. Ennio se ne va. Noi andiamo allo spigolo nord-est per fare il 13d, già fatto da Alberto e da me assicurati dall’alto e con variante più facile. Oggi invece voglio seguire il vero itinerario e con assicurazione dal basso. Raggiungo il primo chiodo dal quale pende un cordino. Ma io non mi fido e il moschettone lo passo nell’anello. Poi però sono bloccato, e mi sembra per tre ragioni. Primo, le difficoltà: non ci sono appigli per le mani. Secondo, mi ricordo male quanto letto in biblioteca sulla guida al riguardo della posizione del secondo chiodo. Terzo, occorre spostarsi leggermente sulla parete nord, ed io invece sto provando diritto. Troppi pensieri! Sono qui, più che altro tenuto di peso da Marco, ma non riesco a far nulla. Sudo, mi agito, poi comincia a piovere. Quando smette, attacca il mio compagno, munito delle mie scarpe “a carro armato”. Ma è un tentativo condannato in partenza. Allora mangiamo pane e formaggio, facciamo delle foto. Poi io ritento, ma non c’è nulla da fare. Almeno vedessi il secondo chiodo!

Pietragrande1-0005

E arriviamo così alla settima visita alla Pietragrande: una gita che non dimenticherò mai.
E’ il 15 giugno 1963. Con Alberto abbiamo intenzione di fare la parete sud-est della Pietragrande per la via a destra del Colonnino, it. 13bVI. E’ di VI grado e richiede l’uso di mezzi artificiali per tutta la salita, di una decina di metri. Seguono 5-6 metri di IV. Raggiunto il roccione alla solita ora (15.25). Dietro mia istruzione, lui si lega con i due capi dell’unica corda che abbiamo. L’inizio è duro. La salita è lenta per il continuo armeggiare con le staffe, i chiodi e il martello. Dapprima è proprio impacciato, poi prosegue più spedito mentre io lo sostengo sui chiodi. Un indefinibile orgasmo ci prende tutti e due, questa verticalità impressionante ci prende entrambi, ci ubriaca. E ci fa commettere errori. Nemmeno io me ne rendo conto, però di mano in mano che lui procede leva la corda dai moschettoni a lui sottostanti, lasciandola solo nell’ultimo chiodo. Mi domando cosa si è legato a fare con due corde… Poi accade l’inevitabile. L’ultimo chiodo si stacca e Alberto cade giù senza che io possa fare nulla per trattenerlo. Cade su un macigno vicino a me, poi rotola un po’ e si ferma sul sentiero. Sono inorridito. Temo il peggio e, tremando, mi avvicino a lui per vedere se almeno la testa è salva: e lo è per fortuna. Lui comincia a lamentarsi, anzi a urlare di terrore. Ha certamente un piede rotto. Si è rotto il malleolo, diranno poi in ospedale.

In giro non c’è nessuno, siamo soli. Provo a chiamare aiuto: niente! Metto un fazzoletto bagnato sul suo piede, poi, cercando di tranquillizzarlo, vado a chiamare una barella. Percorro a rotta di collo il sentiero per Geo, ma mi fermo alla prima casetta: ci sono due donne e le prego di salire su per tenere un po’ di compagnia ad Alberto e prestargli le prime cure. Poi riprendo a correre. A Geo vado a chiamare la “Croce”, ma l’autoambulanza è in un paese vicino. Per telefono però riusciamo a informarli della necessità d’aiuto alla Pietragrande. Poi telefono ai genitori di Alberto, non dicendo però che è caduto dalla roccia. In seguito riusciremo a mantenere questo segreto, sostenendo che è rotolato giù da un sentiero.

Mi metto in attesa, in preda a un nervosismo indicibile. Poi, non potendo più resistere, salgo di nuovo alla Pietragrande, di corsa. Incontro quelle donne che mi ridanno i miei vestiti, la macchina fotografica, lo zaino. Le ringrazio di fretta e furia, poi continuo a salire. Mi riprendo il materiale tecnico, perché Alberto è già stato portato via. Sulla famigerata paretina lasciamo sei o sette chiodi e quasi altrettanti moschettoni. Il resto riesco a riprenderlo. Giunto a casa riesco a nascondere tutto. In seguito riesco ad andare in ospedale a trovarlo. Ne avrà per due mesi costretto a letto, poi ancora con la gamba ingessata per un bel po’. L’estate è rovinata. In più ha quattro materie da dare a ottobre e chissà come farà. Io sono come paralizzato. Per un po’ dubito della mia passione. Sono disgustato, angosciato. E rimarrò così parecchi giorni. Il giorno dopo mi ritrovo con papà e mamma in una gita a funghi, immaginate il mio stato!

Posted on Lascia un commento

Tre imputati per la morte di Tito Claudio Traversa

Tre imputati per la morte di Tito Claudio Traversa

Il 5 luglio 2013 la notizia della morte di Tito Traversa colpì molto la comunità degli arrampicatori e l’opinione pubblica. Il giovanissimo dodicenne di Ivrea, il più promettente della sua generazione, era stato vittima di un incidente il 3 luglio mentre scalava nell’ambito di un’attività organizzata assieme ad altri ragazzi e ragazze nella zona di Orpierre (Provenza, Francia).

Dopo un volo di venti metri fino al suolo, Tito è stato portato all’ospedale in coma. Il decesso è avvenuto due giorni dopo.

Tito Claudio Traversa su Sarsifal (8b+), Tetto di Sarre, Valle d’Aosta
TreImputati-TitoTraversa suSarsifal_8b+TettoSarre
Poche settimane dopo, in agosto, si apriva un’inchiesta in Italia. La Procura della Repubblica di Torino, dopo la denuncia di Giovanni Traversa, il padre del ragazzo, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo per appurare ogni tipo di responsabilità in questo caso.

L’unico interesse del padre di Tito è che si restituisca verità al dramma che li ha travolti – aveva riferito l’avvocato Paolo Chicco, che rappresenta Giovanni Traversa, all’agenzia Ansa – Da troppe parti sono stati espressi giudizi improvvisati e disinformati. Abbiamo assoluta fiducia nel lavoro che il procuratore e i suoi esperti stanno svolgendo e siamo certi che riusciranno a fare piena luce su quanto e successo e sulle rispettive responsabilità”.

Il Procuratore Raffaele Guariniello, talvolta accusato di protagonismo e ora dimissionario per il dopo Natale 2015, è sempre stato particolarmente attento alla tematica dell’infortunistica del lavoro (basti ricordare la vicenda dei sette operai deceduti per il rogo alla ThyssenKrupp), ma anche si è distinto nelle indagini per il doping nel calcio. Sulle pagine di questo nostro Blog è stato destinatario di una lettera aperta, cui peraltro egli non diede mai risposta.

Tito Claudio Traversa su Nuovi Aromi. Foto: T&GPhoto
TreImputati-TitoTraversa-suNuoviAromi(T&GPhoto)
Guariniello inizialmente indagò cinque persone per omicidio colposo: il titolare dell’azienda produttrice dei rinvii causa della caduta fatale, il titolare del negozio nel quale questi erano stati comprati, il responsabile del club che aveva organizzato l’escursione a Orpierre e i due istruttori che accompagnavano i ragazzi. Inoltre coinvolse nell’accusa anche una sesta persona, parente della ragazzina che prestò il materiale a Tito, supposta di aver mal montato i rinvii.

Vale la pena ricordare che l’incidente si è prodotto per un errore iniziale, l’erroneo montaggio dei rinvii. Tito Claudio Traversa, dopo aver salito con successo la lunghezza di corda, stava effettuando la manovra per essere calato. Secondo le testimonianze, si è visto subito dopo che otto dei dodici rinvii da lui utilizzati presentavano il moschettone destinato ad accogliere la corda fissato alla fettuccia del rinvio solo tramite l’anellino di gomma antigiro. Dopo essersi slegato per la manovra e nel mettere il suo peso su uno di questi rinvii, la gommina si ruppe: Tito è precipitato per 20 metri (Nota successiva della Redazione, 1 gennaio 2016: da testimonianze posteriori a questo scritto è apparso chiaro, grazie ad alcuni commenti a questo post, che la causa della caduta è invece da attribuire all’aver messo il proprio peso sull’ultimo rinvio, o coppia di rinvii, in sosta; al cedimento di questo/i è seguito il tragico cedimento degli ultimi rinvii posti da Tito sul tiro. E’ da osservare che, quando si vuole essere calati, la manovra corretta prevede di passare la propria corda nel moschettone a ghiera della sosta o, in mancanza di questo, in un moschettone a ghiera portato su appositamente).

Inoltre, a dispetto delle prime testimonianze che dicevano il contrario, Tito era salito senza usare il casco: particolare certo non irrilevante per l’esito della caduta.

La settimana scorsa Guariniello ha dato per concluse le indagini preliminari, rinviando a giudizio non cinque bensì solo tre delle persone inizialmente indagate. Questi sono Luca Giammarco, legale rappresentante della Bside organizzatrice dell’attività sportiva; l’istruttore Nicola Galizia; Carlo Paglioli, rappresentante legale di Aludesign, l’azienda produttrice dei rinvii, accusato di non aver allegato al materiale in vendita adeguate istruzione per un uso corretto.

Errore fatale: la fettuccia del rinvio collegata a quel moschettone in cui passerà la corda solo grazie alla gomma antigiro (che sopporta al massimo 15 kg)
TreImputati-cintatito

 

 

Posted on Lascia un commento

Caduta in crepaccio allo Strahlhorn

Roland e Benjamin Spilthooren, d’Aix-les-Bains, sono padre e figlio. Assieme ad altri due amici, Francis e Isabelle, il 24 maggio 2015 hanno salito con gli sci uno dei più bei Quattromila del Vallese, lo Strahlhorn 4190 m.

In un particolare punto della discesa, con neve più gelata, Francis va avanti alla ricerca di una linea migliore, mentre gli altri lo guardano. Senza ovviamente staccarsi di molto dalla linea di salita. Lo seguono Isabelle e Roland e, cinque secondi dopo, anche Benjamin, ultimo. Proprio quando questi riparte, d’improvviso il vuoto gli si apre sotto ai piedi (sono le 11.41). La videocamera dell’uomo era in posizione “on”, così da riprendere l’incidente, la caduta e i tentativi di non precipitare ulteriormente nella voragine.

All’inizio la cosa non gli sembra grave, uno sci si è incastrato e Benjamin rimane ancora in bilico. Poi, dopo un movimento per disincagliarsi, è la caduta. Atterra su una specie di ponte di neve molle che attutisce il volo, poi scivola su una specie di toboga di ghiaccio, per un totale di 7-8 metri. Ora è sospeso in posizione veramente precaria sul nero vuoto di un baratro. Cerca di piazzare una vite da ghiaccio per ancorarsi e ci riesce. Nello stesso tempo urla con voce strozzata per chiamare soccorso.

Dopo 17 minuti si ferma lì un gruppetto, una guida svizzera appronta una carrucola di recupero, la manovra si svolge regolarmente, uno sci è perduto.

Dallo svolgimento delle scene sembra quasi che i compagni di Benjamin non si siano accorti della sua scomparsa. Il padre ha spiegato che si è accorto della mancanza del figlio 40 secondi dopo essersi mosso sulle tracce di Francis, quindi ben più in basso. C’è una gobba di neve che impedisce di vedere, tutti pensano che Benjamin abbia avuto un qualche problema agli sci e sia momentaneamente fermo.

Arriva però un altro sciatore, il gruppo gli domanda se ha visto qualcuno al di sopra, quello nega… Allora cominciano ad aver paura e rimettono su le pelli. Arriva un altro sciatore e anche quello conferma di non aver visto nessuno. Poi finalmente vedono del movimento in un punto, si capisce che c’è qualcuno in un crepaccio. Roland chiama il soccorso (sono le 11.53).

Si viene a sapere poi, ricostruendo i tempi con l’aiuto della telecamera, che il primo contatto tra infortunato e guida svizzera è alle 11.58. L’uscita dal crepaccio è alle 12.11, l’elicottero lo porta via (incolume) alle 12.30.

Dice Benjamin: “Beh, il bilancio è positivo, dal momento che ne sono uscito sano e salvo. Di fronte alla necessità mi sembra di aver applicato, anche se magari non alla perfezione, gesti e misure elementari. Penso che tutti si siano comportati come si deve e abbiano avuto un ruolo, gestendo correttamente la vicenda. Analizzando un po’, quando si è a più di 3000 metri di altezza, se sei in fondo a un crepaccio è molto stancante urlare per avere aiuto… penso che in futuro andrò in giro con un fischietto! Bisogna avere equipaggiamento in buono stato e saperlo usare: è essenziale. Una vite da ghiaccio, magari anche due. Una o due fettucce, dei moschettoni per fare degli autobloccanti. E naturalmente l’imbragatura. Anche la piccozza ho usato, e meno male che era una piccozza da ghiaccio”.

Strahlhorn 2

Posted on Lascia un commento

Il famigerato Colletto Verde di Clavière

Il famigerato Colletto Verde di Clavière
Il famigerato Colletto Verde di Clavière, in alta Valsusa, ha colpito ancora.

Era a sciare sulle montagne che conosceva bene Tommaso Martinolich, un ragazzo di Chieri (TO) che a 14 anni è morto il 4 gennaio 2015 dopo una rovinosa caduta.

La pista numero “100” parte dal Colletto Verde, che segna il confine tra Italia e Francia: da quota 2600 metri permette il rientro nell’area sciistica di Clavière-Monti della Luna per gli sciatori che arrivano dal versante francese di Montgenèvre. E proprio in quel giorno la pista era stata riaperta. Negli anni scorsi su questa pista “nera”, o meglio negli immediati dintorni, sono purtroppo successi altri incidenti mortali. Ma questa volta non si tratta della solita valanga provocata.

Tommaso Martinolich
Quattordicenne-113030597-343d3271-98a5-4ec9-b5eb-63b0b5382757Il tratto iniziale è privo di vegetazione, data la quota elevata: solo rocce fuori dal tracciato nel primo tratto particolarmente ripido e impegnativo, adatto agli sciatori esperti. Chi non se la sente di affrontarlo, può aggirare il ripido grazie a un passaggio alternativo e iniziare la discesa alcune centinaia di metri più in basso percorrendo così una pista “rossa”, la “100 bis” che in seguito si ricongiunge alla «pista nera» quando questa si fa più dolce in vista di alcune casermette abbandonate poco prima della capanna Gimond.

Proprio quest’estate la società Vialattea che gestisce gli impianti del comprensorio sciistico aveva portato alcune modifiche al tracciato originario della pista, proprio per aumentare la sicurezza di quel tratto di discesa lungo quasi 3 km che porta gli sciatori alla partenza della seggiovia Gimont. Una discesa che non viene quasi mai battuta perché i gatti delle nevi faticano ad arrampicarsi su quelle pendenze. Ma che tuttavia viene ben delimitata con una serie di paletti, proprio per evitare che gli sportivi escano inavvertitamente fuori dal tracciato.

La cronaca
E’ stata la scarsità d’innevamento a tradire Tommaso che, conoscendo bene quella pista, durante la discesa si è allontanato dal percorso tracciato e ha superato i paletti per avventurarsi in qualche salto fuori pista. Ma proprio durante un salto è atterrato in modo scomposto, battendo violentemente la testa contro una roccia che affiorava dal manto nevoso. È questa la prima ricostruzione fatta dai poliziotti del commissariato di Bardonecchia, che indagano sulla vicenda.
L’incidente è avvenuto verso le 15, sotto gli occhi dei genitori e di altri familiari. È possibile che la neve ghiacciata gli abbia fatto prendere velocità e perdere il controllo degli sci, che sono andati distrutti nell’urto. Indossava il casco, ma questo non è servito a salvargli la vita. Ha battuto la faccia e torto il collo. Sono stati proprio i familiari i primi a soccorrerlo e a dare l’allarme al 118, mentre sul luogo dell’incidente arrivavano anche gli addetti delle piste. Tommaso era incosciente ma respirava ancora quando l’elicottero del 118, che era fermo a Torino, si è levato in volo. Ma in quota c’era molto vento, vento contrario, che ha rallentato il viaggio. Mentre sulla pista si attendevano i soccorsi, il ragazzo ha avuto un arresto cardio-respiratorio. Nel gruppo c’era una dottoressa, che lo ha ventilato e massaggiato per tutto il tempo, finché i sanitari non lo hanno intubato e caricato sull’elisoccorso. Ma le condizioni dell’adolescente erano disperate. Troppo lontano l’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, l’elicottero lo ha portato alla più vicina struttura, l’Ospedale Agnelli di Pinerolo, dove i medici del pronto soccorso hanno fatto di tutto per stabilizzare i parametri vitali. Ma il filo di speranza cui tutti erano appesi si è spezzato un paio d’ore dopo.

Il Colletto Verde di Clavière
Quattordicenne-DOSCTUYA4120-krRB-U10401281334606eh-700x394@LaStampa.itL’indagine
Il fascicolo sulla morte di Tommaso, che abitava a Chieri e frequentava l’istituto alberghiero Colombatto di Torino, è stato aperto dal pm di Torino Raffaele Guariniello, che valuterà se vi siano responsabilità nell’accaduto.

Guariniello ha inviato la Polizia giudiziaria della Procura di Torino sulle piste da sci di Clavière per un sopralluogo. A quello che verrà riportato dai poliziotti, si aggiungeranno le testimonianze dei parenti di Tommaso, presenti al fatto.

Il fascicolo per il momento non contiene nomi di indagati, né reati. Il pm vuole fare chiarezza su quanto accaduto, vuole capire se la pericolosità del canalone in cui si è consumato il dramma, di fianco alla pista “100” del Colletto Verde, era ben segnalata. Nel caso di “segnalazione insufficiente”, i responsabili degli impianti sciistici potrebbero dover rispondere di omicidio colposo per la morte del ragazzo.

I commenti
Vittorio Salusso, direttore tecnico della Sestrières Spa, esclude che il fondo fosse in brutte condizioni: «Le piste “100” e “100 bis” erano state bene tracciate e battute. In quota la neve in pista è ancora molto buona e abbondante». Nessun pericolo, quindi? «No, le condizioni erano perfette e anche la giornata era buona, solo il vento poteva dare fastidio, ma all’ora della tragedia c’erano un bel sole e un’ottima visibilità».

Quali sono, allora, le cause della sciagura? Qualcuno si sbilancia: «Molti ragazzi per esibirsi abbandonano la pista per andare a cercarsi qualche salto a pochi metri del tracciato. Una pratica vietata ma spesso usuale, che questa volta purtroppo è finita in tragedia».

Il pm Guariniello, con la consueta sollecitudine, ha aperto l’inchiesta e ne seguiremo gli sviluppi. Naturalmente, di fronte alla tragedia e ancora “a caldo”, è difficile fare commenti di ogni genere, ma una prima annotazione occorre pur farla: segnalazioni sufficienti o meno, risulta difficile ritenere che i gestori della pista debbano essere incriminati. Lo sci è uno sport abbastanza pericoloso. Se si va fuori pista lo è anche di più. È solo questo che bisogna sapere, e non è riempiendo le stazioni turistiche di cartelli che si eviteranno altre disgrazie.

Per fare un esempio, in Italia qualunque postazione panoramica è dotata di balaustra protettiva, più o meno solida e invasiva: ma non risulta che in Islanda, dove questo non succede affatto, la percentuale di incidenti sia superiore alla nostra.

Posted on Lascia un commento

La tragedia sfiorata del Monte La Nuda

L’incidente sul Monte La Nuda del gennaio 2013
di Carlo Zanantoni

Siamo ancora in estate, sia pure alla fine: l’Osservatorio della Libertà e il Gognablog, contrariamente alle usanze, riprendono già ora a occuparsi di eliski ma anche ovviamente di sci fuoripista. Prepariamoci a ulteriori lotte previste per l’inverno prossimo tramite le esperienze precedenti. Vogliamo farlo riassumendovi una vicenda quasi esemplare che fortunatamente non ha visto vittime. Stiamo parlando del Monte La Nuda, nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.

La guida alpina Massimo Ruffini assieme a due maestri di sci, facendo fuori pista nel comprensorio sciistico del Cerreto, provoca e stacca una valanga dalla quale solo lui viene travolto e sepolto. Dopo circa un paio di ore viene ritrovato dalle squadre di soccorso ed estratto ancora in vita.

I Carabinieri di Castelnovo ne’ Monti intervenuti sul luogo sporgono denuncia a suo carico alla Procura di Reggio Emilia per valanga colposa (atto dovuto in base all’attuale legislazione). Mentre il Corpo Forestale dello Stato (stazione di Busana) sanziona amministrativamente tutti e tre per non essere stati in possesso di ARTVA, sonda e pala. Successivamente la Procura archivia il caso e il Sindaco del comune di Collagna di cui il Cerreto fa parte, fa annullare la sanzione amministrativa del CFS.

Estratto da tre articoli apparsi sulla rivista online Redacon tra il 16 e il 19 gennaio 2013  (qui sono leggibili anche i commenti del pubblico).

16 gennaio 2013
Tre scialpinisti travolti da valanga su La Nuda. Tutti salvi!

Nel pomeriggio di oggi tre scialpinisti impegnati a salire su La Nuda a monte delle piste di Cerreto Laghi, sono stati investiti da una slavina.
Tra loro Massimo Ruffini, esperto alpinista che ha partecipato a spedizioni extraeuropee.
Tutti e tre sono stati salvati dall’intervento congiunto di Soccorso alpino con i cani da valanga, Vigili del fuoco e tutto il resto della complessa macchina del soccorso in montagna.
L’ultimo salvataggio è avvenuto poco prima del buio mentre sulla zona imperversava la bufera di neve.

Vetta del Monte La Nuda 1893 m
LaNuda-1280px-Monte_LaNudaNota dal Parco nazionale
Il direttore del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano interviene sull’incidente sci-alpinistico di Cerreto Laghi, ringraziando il CTA del Parco ed elogiando pubblicamente l’agente Jacopo Colombini, comandante della stazione di Ligonchio, che con la sua sonda per valanghe ha subito individuato l’alpinista sepolto nella neve. «Si è trattato di un intervento tempestivo e decisivo. Ci vuole fortuna, in questi casi, ma anche capacità. E il nostro CTA, grazie alla passione e alle competenze specifiche del dott. Crescenzi, che ha diretto il Meteomont Emilia-Romagna, ne ha. Noi diffondiamo i primi rudimenti di conoscenze antivalanga anche ai ragazzi che partecipano a Neve natura. L’agente Jacopo Colombini merita almeno il nostro sentito e pubblico riconoscimento» dice Vignali. «È necessario che le informazioni sul rischio valanghe vengano consultate, ma anche rispettate e che venga assolutamente utilizzata l’ARTVA, fuori dalle piste si vada, sì, ma non da soli, in gruppo a debita distanza e meglio ancora con chi ha esperienza». L’agente forestale del CTA, Colombini – interpellato – ringrazia e minimizza: «È stata fortuna… subito, al terzo tentativo, ho sentito qualcosa. Abbiamo scavato, io e il maresciallo dei carabinieri di Collagna Federico Aschettino, poi tutti gli altri. È andata bene… dopo un’ora… è stato quasi un miracolo».

Nota dal gestore degli impianti
«In qualità di direttore di Stazione, io, Marco Giannarelli, della Park Hotel Srl, società che gestisce gli impianti, tengo a precisare che, in merito alla slavina provocata dai tre scialpinisti in data 16.1.2013 a Cerreto Laghi, l’evento è accaduto fuori dall’orario di apertura delle seggiovie e fuori dalle piste del comprensorio sciistico. Appena ho ricevuto la telefonata di SOS da uno dei tre scialpinisti coinvolti ho dato subito comando ai miei dipendenti di recarsi sul posto assieme ad alcuni maestri di sci e alcuni operatori del luogo. Subito sono state messe in funzione le due seggiovie per far raggiungere il luogo dell’accaduto nel minor tempo possibile oltre alla continua movimentazione di due mezzi battipista in aiuto alle operazioni. I primi soccorritori a raggiungere il luogo sono stati i carabinieri di Collagna e il Corpo forestale presente in stazione. Lo sciatore rimasto sepolto dalla slavina è stato ritrovato e salvato da queste persone; solo in un secondo momento sono sopraggiunti altri corpi di soccorso che, nel momento in cui il giovane veniva caricato sull’autoambulanza, erano pronti per partire alla volta del luogo dell’accaduto. Il merito della buona riuscita delle operazioni è da dare alla collaborazione dei dipendenti della società, dei maestri di sci, dei Carabinieri e del Corpo forestale».

Impianti sciistici del Monte La NudaLaNuda-2963517 gennaio 2013
Abbiamo sfiorato la tragedia
«Abbiamo sfiorato la tragedia – scrive Paolo Bargiacchi, sindaco di Collagna – quando dopo oltre un’ora e mezza di angoscia vera è pervenuta la notizia del ritrovamento di Massimo Ruffini vivo e vegeto, tutta la collettività di Collagna e non solo, ha tirato un forte sospiro di sollievo.

Sapevamo per la verità dell’esperienza di Ruffini che si è cimentato con successo in grandi imprese di alpinismo, così come sapevamo che i suoi due compagni, per fortuna non travolti, avrebbero utilizzato tutta la loro tecnica alpinistica e le loro specifiche conoscenze per agevolare le ricerche: ma il tempo scorreva lento e foriero di pensieri sempre più dubbiosi, sempre meno ottimistici.

È andata bene e ce ne rallegriamo prima di tutto con “Ruffo” che ha saputo mantenersi freddo e ragionante in una situazione pressoché disperata ricavandosi una nicchia di respirazione che ne ha consentito la sopravvivenza; ma i rallegramenti vanno estesi anche ai due compagni senza il cui intervento puntuale, tempestivo, appropriato, non avremmo conseguito il risultato.

Ma un bravo di cuore va rivolto anche alla complessa macchina dei soccorritori, tutti, nessuno escluso, Carabinieri, Forestale, Soccorso Alpino, Scuole e maestri di sci del Cerreto, Croce Rossa e Croce Verde, 118 di Reggio Soccorso, Vigili del Fuoco e Comune, con il supporto disponibile e determinante del Gestore della Stazione, che si sono mobilitati e prodigati fino all’incredibile e che con noi hanno poi gioito per l’esito felice.

Ma ci rallegriamo anche perché in questa nostra montagna, che per fortuna non è mai stata teatro di tragedie e coinvolgimenti degli appassionati escursionisti d’estate o d’inverno, l’episodio non ci ha trovato impreparati o scoperti: tutte le unità di soccorso si sono attivate in tempo più che ragionevole, attese le condizioni meteo e stradali e hanno svolto il loro compito in modo più che egregio.

Ma la montagna rimane la montagna con tutto il suo fascino e i suoi pericoli palesi e occulti.

Un’ordinanza del Sindaco di Collagna, reiterata ogni anno, offre numerose e precise indicazioni sulle attrezzature necessarie e sui comportamenti da tenere quando si affrontano le difficili prove cui Ruffini e compagni sono ormai avvezzi.

Esiste e lo ricordiamo per chiunque altro fosse interessato a questo tipo di escursione, un apposito sito che segnala il pericolo e sconsiglia le escursioni in certi giorni e in certe condizioni meteorologiche.

Ci auguriamo che tutti gli appassionati della montagna, oltre che rispettare e raccogliere le indicazioni dell’Ordinanza Sindacale oggi più che mai attuale, attingano dal sito le informazioni necessarie e si attengano alle segnalazioni dei livelli di pericolo per consentire a loro e a noi di godere, senza danni e senza patemi d’animo, le splendide sensazioni che la nostra bellissima montagna è in grado di dare».

19 gennaio 2013
La valanga della Nuda è stata causata dalla condotta colposa di uno degli scialpinisti

Novità sul caso dei giorni scorsi della valanga della Nuda. A conclusione delle indagini, infatti, per i Carabinieri di Castelnuovo ne’ Monti essa sarebbe stata causata dalla condotta colposa di uno scialpinista. Scatta quindi l’accusa di procurata valanga e denuncia alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia per il 28enne reggiano che, travolto dalla massa nevosa, è poi stato fortunatamente tratto in salvo dai soccorritori.

Secondo la ricostruzione dei militari, l’uomo, insieme ad altri due escursionisti, aveva risalito il versante con attrezzature da scialpinismo, raggiungendo quota 1870 m. Una volta in cima è iniziata la discesa fuori pista che ha causato il distacco da un versante della valanga che lo ha poi travolto. Quindi l’allarme ai soccorsi dato dagli stessi due amici con l’odierno indagato che veniva localizzato sotto circa un metro e mezzo di neve e tratto in salvo.

E quindi le indagini, che hanno portato a quanto sopra. Da registrare che la fattispecie di reato contestata al 28enne prevede una pena sino a 12 anni se la valanga è causata con dolo, mentre nel caso specifico, qualora l’interessato dovesse essere riconosciuto colpevole, il rischio è una condanna sino ad un massimo di 5 anni trattandosi di evento verificatosi per colpa.

Nota a Redacon del 17 febbraio 2013 (NON PUBBLICATA)
di Carlo Zanantoni [email protected]

Cortese Redazione di Redacon,
Vi sottopongo alcune riflessioni che l’articolo mi suggerisce; con grande ritardo, un mese, che però forse è tollerabile, dato che non commento i fatti, ma soltanto vi sottopongo qualche riflessione sulle reazioni dei vostri lettori. Per non destare sorpresa dico subito che appartengo all’Osservatorio per la Libertà in Montagna, riconosciuto dal Club Alpino nello scorso Ottobre 2012. Esso è per ora costituito da un Comitato di una dozzina di persone, appassionati di montagna, che si stanno attivando per costruire una rete di corrispondenti sul territorio nazionale. Scopo dell’Osservatorio è opporsi a eccessi nel limitare acriticamente la libertà di accesso ai terreni di alpinismo e la libertà di rischiare. Tentativi in questo senso avvengono sempre più di frequente, da parte di autorità locali, legislatori, mezzi di comunicazione; una tendenza tipica delle società avanzate in cui la popolazione, ormai lontana da pericoli ed eventi luttuosi più frequenti ai tempi dei nostri nonni, è ormai ossessionata della ricerca della sicurezza. In Francia prima che in Italia si è sviluppata l’opposizione alla tendenza verso questa “société sécuritaire”, sicché là è nato un Osservatorio per la difesa della libertà in alpinismo. Il pubblico è pronto ad ammirare le grandi imprese di un Messner, ma non capisce il desiderio di libertà e di avventura, essenza dell’alpinismo, che anima i comuni scalatori, non ha idea della sensazione di vivere in una diversa dimensione quando ci si avventura con gli sci nei grandi silenzi delle montagne innevate.

È così che nel pubblico nascono reazioni che l’Osservatorio cercherà di dimostrare eccessive o ingiustificate; nostro essenziale compito è, nelle fasi iniziali della nostra attività, quello di capire e far capire: conoscere le reazioni del pubblico e far comprendere il nostro punto di vista. Compito che spero – e qui parlo a titolo personale – potrà estendersi col tempo ad altri aspetti della libertà nella nostra vita sociale.

Carlo Zanantoni
LaNuda-maxresdefaultCito, per spiegarmi, alcune delle reazioni del pubblico che deduco dal vostro articolo:

1) Non usiamo Massimo Ruffini come capro espiatorio per muovere lamentele contro uno sport che infastidisce la comunità;
2) Alla comunità non va bene che muoiano persone per questa passione “incontrollabile” per la montagna… mettendo a rischio non solo la propria vita ma anche quella di altri. Se è così “incontrollabile”… qualcun altro ci riproverà e allora servono divieti tassativi.
3) Un disinformato: io gli farei pagare il soccorso… il fuoripista è proibito
4) Tu rischi e io pago? Uno della mia famiglia non sarebbe andato lassù.
5) Sono felice che non sia successo niente di grave, meno che la comunità debba pagare i costi del soccorso.

Sono reazioni tipiche dell’uomo della strada: antipatia per questa gente che fa cose strane; giudizio moralmente negativo su chi va incontro a rischi; questi sconsiderati fanno pagare alla società i costi della loro assurda passione; costringono i membri del soccorso alpino a rischiare la pelle per salvarli.

Commento brevemente: i “costi sociali” di queste “follie” sono una cosa trascurabile se confrontati con quelli di altre libertà di cui godiamo, come fumare, alimentaci eccessivamente, andare in moto o in bici, sciare in pista. Certo, in una società illiberale, com’era l’URSS, bastò qualche riflessione sui costi sociali dell’alpinismo per proibire l’accesso ai terreni dell’alpinismo per chi non fosse fornito di speciali tesserini, di cui godevano in particolare quelli che con le loro imprese tenevano alto il nome dell’Unione Sovietica. È questa la direzione in cui ci si augura di andare?

Un’ultima osservazione a proposito del Soccorso Alpino: un appassionato di alpinismo non cesserebbe certo di praticarlo se il Soccorso venisse abolito. Provate a proporlo, e vedrete la reazione di quelli del Soccorso Alpino: sono anch’essi alpinisti e sono orgogliosi di praticarlo per coerenza e spirito di solidarietà.

Spero di avere dato un contributo utile alla discussione, e sarò lieto di ricevere critiche, anche molto dure.

postato il 29 ottobre 2014