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La montagna non perdona se la scambi per luna park

Nell’articolo seguente è un curioso misto di verità e banalità (uffa, questi infradito), ma quello che mi colpisce di più è che sia proprio Filippo Facci a censurare, con la sua peraltro assai divertente scrittura, le questioni daparco giochi.

Sul Reality Monte Bianco, di cui il Facci è stato partecipante (e quasi vincitore), sono state scritte e dette parecchie cose, ma per me il dato assolutamente più negativo è proprio quello “culturale“, l’avere proposto cioè a un pubblico vasto (comprensivo di non avveduti) l’idea che la montagna è interessante solo se vi si vince qualcosa e il suggerimento che degli incapaci in montagna (per definizione) possano cionondimeno competere, con la scusa che sono accompagnati da esperti. In quel programma la colpa difficilmente scusabile è stata anche delle Guide Alpine, perché accettando quel lavoro hanno contribuito a proporre tale cultura: per giunta inutilmente (si poteva escogitare altro) e violando la loro stessa (da sempre predicata) natura e funzione di tutori della prudenza (ora si dice: sicurezza) e dei veri valori dell’alpinismo.

In sostanza, proprio il Reality Monte Bianco è stato grande esempio di come la montagna si possa facilmente ridurre a parco-giochi.

 

La montagna non perdona se la scambi per luna park
di Filippo Facci
(pubblicato su Libero il 30 agosto 2016)

All’apparenza è una strage. Sulle Alpi ci vanno gli alpinisti ma anche i deficienti e i pazzi, dunque generalizzare è impossibile: questo andrebbe a detrimento dei bravi e dei preparati che pure calcolano ogni rischio (e tuttavia muoiono lo stesso, talvolta) mentre eleverebbe al grado di alpinisti anche gli sconsiderati che nessun monito potrebbe fermare, nessuna campagna informativa potrebbe persuadere: la vita è loro e la deficienza pure, inutile accanirsi. Poi, a far casino, ci sono stati i tre base-jumper italiani morti in una settimana (gente che sale le cime, si butta con una tuta alare e poi apre un paracadute) che ha fatto chiedere se il base-jumping fosse improvvisamente divenuto uno sport popolarissimo o se i base-jumper fossero giusto tre, e ora riposino in pace grazie al volo definitivo (Filippo Facci si riferisce a Uli Emanuele, Alexander Polli e Armin Schmieder, effettivamente morti nel giro di nove giorni, NdR). Insomma, un po’ di confusione è lecita, ed è sufficiente a far chiedere a qualcuno: tutto bene, lassù? Ma che vi mettono nei grappini?

Filippo Facci
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All’apparenza, anche in questi giorni, è una strage, Ieri altri tre morti in montagna. Già a metà agosto, sulle Alpi, erano già morti più di trenta alpinisti. I tre di ieri sono precipitati sul gruppo del Rosa dopo che il giorno prima ne erano precipitati altri tre, sempre sul Rosa. Qualcuno è caduto per quattrocento metri dal Pòlluce 4092 m e altri per ottocento dal Càstore, forse per il cedimento di una balconcino di neve (cornice) dal quale guardavano il panorama. Da quanto capito, erano tutti capaci e attrezzati e legati in cordata: se l’è cavata solo uno che era stato male e aveva chiamato l’elicottero da Zermatt, in Svizzera, lasciando soli i due compagni che poi sono morti. A memoria, poi, ricordiamo due inglesi sciammannati sul Cervino, una coppia tedesca, una guida alpina morta sul Monte Bianco (durante una bellissima giornata in cui c’era anche lo scrivente) e un altro sul Gran Combin in Svizzera. Poi un distillatore torinese caduto in un crepaccio sul Rosa, tre ancora sul Bianco per il crollo di alcuni seracchi (sono delle torri o pinnacoli di ghiaccio che si formano tra i ghiacciai) e poi un francese ucciso da una scarica di sassi sul Monviso. Senza contare i numerosi quasi-morti e gli incidenti sfiorati di cui non veniamo a sapere nulla. Sentite questa: il 22 agosto scorso, sotto la Capanna Carrel del Cervino, una cordata di alpinisti ha incontrato un 67enne che aveva incredibilmente trascorso la notte in parete (a 3800 metti di quota) perché il suo compagno l’aveva lasciato lì; il suo amico, cioè, era salito poco sopra alla Capanna e non aveva detto niente a nessuno, tantomeno alle guide presenti al rifugio: pensava che l’amico in qualche modo se la sarebbe cavata. Alla faccia della cordata. È rimasto vivo – portato giù in elicottero – solo perché aveva di che coprirsi e perché il tempo è rimasto stabile.

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Ecco, non è che in montagna sia esplosa un’epidemia di deficienza: è tutto ordinario e terribilmente normale, con la differenza che siamo molto più informati di prima. Sicuramente la deficienza ha sempre nuovi strumenti per spiccare: i bollettini meteo, per esempio, rispetto a un tempo sono divenuti molto più affidabili, perlomeno entro le 24-48 ore: non guardarli significa non avere alibi. Molti, poi, hanno scambiato il soccorso alpino per un taxi volante che ti venga a prendere quando sei stanco o ti fa male la caviglietta, motivo per cui le Regioni si stanno decidendo a far pagare (salati) i soccorsi non strettamente necessari: un po’ come il codice bianco al pronto soccorso. Va messo in conto che a un coefficiente fisiologico di deficienti si costruiscono spesso dei ponti d’oro: la fiammante e Iper-modema Skyway del Monte Bianco – che porta a 3500 metri frotte di turisti che spesso fanno ore di fila – ha prodotto anche un disperante fenomeno di autentici incoscienti che si avventurano sul ghiacciaio del Gigante in infradito, valicano i cancelli, portano i bambini a caso nella neve: non sapendo, colpevolmente, che la morte in un improvviso crepaccio è tra le più orribili e terribilmente frequenti. L’altro giorno una guida alpina valdostana di Sarre, Gianluca Ippolito, ha filmato una famigliola che saltava un pericoloso crepaccio in jeans e scarponcini: ma pare che i candidati suicidi, quel giorno, fossero almeno una cinquantina. Tutta gente che di cartelli e avvertimenti se ne frega e basta: il personale della funivia li avverte mentre salgono, glielo ripete alla stazione intermedia e ancora una volta all’arrivo. Non serve.

Anche tra i cosiddetti alpinisti, magari equipaggiati come per una spedizione sul McKinley, i geni non mancano: una decina di giorni fa il mitico rifugio Torino (Monte Bianco) è andato ai pazzi perché ha dovuto assistere feriti, dispersi e ritardatari che si erano avventurati senza consapevolezza, preparazione, capacità o allenamento: per poi magari pretendere che la funivia funzionasse anche oltre l’orario di chiusura. Gente che scambia la montagna per un parco giochi, per una palestra a cielo aperto, che scambia i rifugi per hotel stellati o per centri di pronto soccorso. Ah, una volta era diverso. O, forse, era diversamente uguale.

Alcune pillole (box nell’articolo di Facci)
630: è il numero dei soccorsi effettuati dal CNSAS, il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, dall’inizio del mese di agosto fino a poco dopo Ferragosto di quest’anno. Un dato, fanno sapere, in linea con il 2015 quando, a fine mese, gli interventi sono stati 1238, e con il 2014, quando ne sono stati registrati 1299.
1400: è il numero degli uomini del soccorso alpino impegnati nelle operazioni. I dati ufficiali parlano di quaranta interventi al giorno, con una impennata nel periodo a cavallo di Ferragosto.
650: dallo scorso maggio a oggi l’elicottero del CNSAS si è alzato in volo 650 volte. 3.000, invece, le ore/uomo per i tecnici del soccorso alpino, che in questi giorni è impegnato anche nelle aree colpite dal sisma.

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Gli incidenti da eliski

Grazie a una ricerca di Enrico Matteo, siamo in grado di produrre un elenco (molto probabilmente incompleto) degli incidenti avvenuti durante la pratica dell’eliski sulle Alpi italiane negli ultimi quattro anni.

Riportiamo questo elenco a scopo informativo ed è lungi da noi il secondo fine di una petizione per il divieto di eliski in base alla sua pericolosità. Sarebbe darsi la zappa sui piedi, favorire un precedente per poter vietare scialpinismo e altre attività alpinistiche. No, grazie: non ci interessa quanto l’eliski sia pericoloso. L’eliski andrebbe invece vietato per le ragioni ambientali ed etiche che abbiamo sempre sostenuto. Che bastano e avanzano. Ma meglio ancora sarebbe se l’eliski non fosse più praticato per diretta volontà degli appassionati di neve fresca.

11 febbraio 2012: scendendo dal bivacco del Col Clapis 2851 m lungo la valle Longia (in Val Susa) muore l’ingegnere danese Bo Overgaard che aveva scelto il servizio di eliski della società italo-francese «Pure Ski».

Era stato trasportato con l’eliski assieme a tre gruppi di sciatori e altrettante guide alpine. Il bollettino valanghe dell’Arpa indicava un pericolo 3 su 5, «marcato», anche a causa del forte vento.

Verso le 11.40 è scattato l’allarme ed è intervenuto il Soccorso alpino con l’unità cinofila e l’elicottero. La vittima (44 anni) stava scendendo in coda a un gruppo formato da due maestri di sci francesi e altri due turisti danesi lungo un canalone, quando all’improvviso si è staccato un cumulo di neve che lo ha travolto: gli altri, molto più avanti, sono rimasti illesi. Accortisi della tragedia, sono tornati sul posto provando a scavare nella neve, per tirare fuori il corpo. È stato il pilota dell’eliski a dare l’allarme, vedendo dall’alto la valanga staccarsi dalla montagna, su un fronte di 60 metri: il giovane danese è morto sul colpo. Nel pomeriggio i carabinieri di Sestriere hanno interrogato gli altri sciatori e il francese Erik Carquillat, responsabile della Pure Ski Company& Helicoptere Service, società con sede legale in Francia e basi a Sestrière e Sauze d’Oulx.

Secondo Carquillat, «Il livello 3 nel bollettino valanghe non è rischioso. Ho ho valutato che la giornata non fosse pericolosa, si è trattata di una tragica fatalità. È stato un incidente di sci, non c’entra l’eliski. Già c’è poca libertà nel praticare questo sport, se mettiamo ancora una legge apposita, diventa tutto un divieto».

Eliski in Valle di Susa
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24 aprile 2012
: Sette sciatori, accompagnati da una guida alpina della società che gestisce l’eliski in Valgrisenche (Val d’Aosta), vengono travolti da una valanga staccatasi appena partiti dalla Becca di Tos 3304 m. Uno sciatore tedesco, Joachim Dangel, di 39 anni, muore. Nei giorni precedenti erano caduti 40 cm di neve fresca. L’incidente è avvenuto alle 10.20: quando la valanga si è staccata e ha travolto il gruppo, gli altri sciatori sono riusciti a salvarsi azionando gli zaini dotati di airbag e con molta fortuna se la sono cavata. Alla vittima questa operazione non è riuscita.

Sul posto sono intervenuti gli uomini del Soccorso alpino valdostano e della Guardia di finanza che hanno recuperato il gruppo e il cadavere del tedesco.

6 febbraio 2014: incidente mortale nel vallone di Cheneil in Valtournenche, una grande valanga provocata da una discesa di eliski travolge la guida alpina Simona Hosquet e due clienti. La valanga, con un fronte di duecento metri, ha spazzato gli sciatori per cinquecento metri uccidendo la guida alpina. L’inchiesta ha stabilito che la causa dell’evento è stata provocata dall’intensa e ripetuta attività (45 passaggi) degli sciatori che fino alla tarda mattinata del giorno dell’incidente furono portati sulla cresta in elicottero e condotti a valle dalle guide alpine, nonostante il rischio valanghe diramato dal bollettino regionale valanghe fosse, per quel giorno, di grado 3, marcato su un massimo di 5. Nonostante le condizioni ambientali palesemente riconoscibili (pendio molto ripido e presenza di “cornici” di neve, indice di pericolo latente) l’attività degli sciatori è tuttavia proseguita fino al momento del distacco della valanga.

Questa travolge ben sette persone: tre tecnici dell’ufficio valanghe regionale che erano precedentemente saliti dal basso e, al momento del travolgimento, erano fermi senza sci e stavano eseguendo delle misure nivologiche e quattro freerider che, precedentemente saliti in elicottero, stavano scendendo il pendio. Il travolgimento ha portato al seppellimento di due persone, ritrovate dai compagni e dagli altri freerider presenti in zona: Giuseppe Antonello, miracolosamente illeso (durata del seppellimento tra 10 e 15 minuti) e la guida Hosquet, purtroppo deceduta. L’Antonello ha la qualifica di Avalanches forecaster presso la Fondazione Montagna Sicura di Courmayeur.

Eliski in Valgrisenche
IncidentiEliski-EliskiValgrisenche-25090

 

 

20 gennaio 2015: Valle dal Monte (Livigno), una valanga, con un fronte di circa 200 metri, investe quattro sciatori stranieri che, accompagnati da una guida alpina del posto, Matteo Galli, stavano praticando l’eliski dopo le abbondanti precipitazioni nevose dei giorni precedenti. Il ferito più grave, lo svizzero Christoph Lorenz, 34 anni, muore il giorno seguente in ospedale.

8 febbraio 2015: un elicottero della Pellissier Helicopter, impegnato in operazioni di eliski, precipita in Valgrisenche (Valle Aosta). Dopo l’incidente all’elicottero, sul quale è stata aperta un’inchiesta sia da parte della Procura di Aosta, sia da parte della “Agenzia nazionale per la sicurezza del volo”, nella zona si è verificata una valanga, che ha travolto due sciatori, tirati fuori dalla neve da compagni e guide: secondo la “Pellissier helicopter” la slavina sarebbe caduta prima dell’incidente, mentre per il “Soccorso alpino” valdostano, l’evento è «quasi contemporaneo» e sarebbe «correlato all’incidente con l’elicottero».

19 febbraio 2015, ancora Valgrisenche, una delle mete più ambite per l’eliski. Le guide alpine Giovanna Mongilardi e Mathieu Vallet sono con 10 clienti. La Mongilardi viene travolta insieme a un cliente. Il gruppo è composto da dieci sciatori e da due guide alpine. I due sono salvati. Nella zona Valgrisenche il bollettino indicava pericolo 3, marcato, su una scala fino a 5.

27 marzo 2015: tragedia sul monte Terra Nera in Val Susa. Un’imponente valanga travolge e uccide un turista francese e la guida alpina Luca Prochet, impegnati in una discesa di eliski organizzato da «Pure Ski». La slavina è stata causata dalle condizioni meteo sfavorevoli per una sciata fuoripista. «C’era un livello di allarme 3, aveva nevicato nei giorni scorsi e probabilmente si erano formati due strati per nulla compatti», spiegano i soccorritori.