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L’unico, il vero, il solo fortissimo

Carlo Crovella, Istruttore della Scuola di scialpinismo SUCAI Torino e socio del GISM, ha recentemente elaborato un documento (in formato PDF) intitolato: “L’unico, il vero, il solo fortissimo”, dedicato a Giusto Gervasutti, nell’anniversario dei 70 anni della scomparsa del grande alpinista.

In tale PDF Crovella ha fatto confluire sia gli articoli già da lui pubblicati nel recente passato, sia i suoi scritti derivanti da ricerche su documentazione inedita dello stesso Gervasutti. Il personaggio Gervasutti viene analizzato anche nei risvolti meno noti, come la quotidianità cittadina con i relativi aspetti materiali e psicologici. Il PDF (che contiene, oltre ai testi, anche numerose foto e diversi reperti dello stesso Gervasutti, in gran parte inediti) è stato inserito da Crovella nella sua collana  “Quaderni di Montagna”, che comprende documenti di cultura alpina a distribuzione gratuita.

Per ottenere il PDF su Gervasutti è sufficiente inviare singole mail di richiesta all’indirizzo [email protected], specificando nell’oggetto GERVASUTTI e segnalando nel testo il proprio NOME e COGNOME, seguiti dall’indicazione GOGNA BLOG. L’autore provvederà ad inviare via mail il PDF a fronte di ogni richiesta pervenuta, oltre a rispondere agli eventuali quesiti.

Riportiamo qui di sotto due brani estratti dalla monografia, assai diversi tra loro, ricordando che un terzo brano, L’analisi dell’attività alpinistica “di punta” (1931-‘46), è già stato da noi pubblicato il 25 maggio 2016 con il titolo Giusto Gervasutti a settant’anni dalla scomparsa.

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La spiritualità di Gervasutti
di Carlo Crovella
(da L’unico, il vero, il solo fortissimo)

Se non fosse per la frase conclusiva del suo libro Scalate nelle Alpi (“osa, osa sempre e sarai simile ad un dio!”), negli scritti e negli appunti di Giusto Gervasutti ci si imbatte raramente nel termine “Dio”. Non a caso, nella frase citata, il termine è in minuscolo perché non fa riferimento alla divinità cristiana. Neppure dai suoi amici giungono elementi che illuminano sul tema.

La prima sensazione è quindi di una posizione agnostica, se non addirittura atea, ma non apertamente sbandierata, anche per l’imperante contesto storico-politico, in cui non era facile proclamarsi “non religioso”. La conclusione lascia interdetti, perché l’idea di un uomo con una tale vulcanica propensione all’attivismo stride se viene associata ad una visione che “nega” un’esistenza superiore. Infatti il “ricongiungimento” con tale entità si presenta, in genere, come la causa e l’obiettivo dell’attivismo in terra.

In realtà, analizzando più profondamente i pensieri e gli scritti di Gervasutti, emerge una visione che potremmo definire “panteista”, di immersione nella Natura, di cui le montagne sono ambasciatrici elette: Dio, anziché esser nel Regno dei Cieli, è nelle rocce e nei canaloni, è nei fiorellini di campo, ma è anche nelle più tremende tempeste.

In alcuni pensieri di Giusto, amorevolmente ricostruiti da Andrea Filippi e da lui pubblicati su Scàndere 1952 (Annuario del CAI Torino), si legge questa riflessione di Giusto:
“… Invece ciascuna montagna ha una personalità ben definita che suscita in noi emozioni e sensazioni diverse… Naturalmente la personalità di una montagna non è definita da una sola caratteristica, e cioè dall’esser di ghiaccio o di roccia, di granito o di dolomia, ma da un vasto complesso di tutte quelle caratteristiche speciali che determinano nell’alpinista l’intimo piacere di scalare le montagne e che sono la qualità della roccia e la forma della montagna, la pendenza delle sue pareti di ghiaccio e la sua dislocazione, le altre montagne che la circondano e quindi le sue possibilità panoramiche, e tante altre cose che sarebbe troppo difficile elencare…”

Ma non vi è soltanto passiva compartecipazione dell’uomo, quale umile spettatore della “divina” Natura. Scrive ancora Giusto (sempre su Scàndere ’52, grazie ad Andrea Filippi): “L’uomo ha bisogno di riconoscersi e, per riconoscersi, necessita di un ostacolo da vincere o da abbattere… L’uomo desidera vivere. Ma per poter vivere deve mettersi contro la morte ed uscirne vincitore. Quando addirittura non senta il desiderio di poter morire.”

Frasi come quest’ultima hanno alimentato, specie negli anni ’70, l’interpretazione psicologica di Gervasutti come un individuo “nevrotico”, intendendo con tale termine “ossessivamente incentrato su un pensiero fisso”. In effetti Giusto anticipa chiaramente le “nevrosi” dell’alpinismo contemporaneo. Tuttavia più che la morte in quanto tale, a mio parere il suo pensiero fisso è “l’azione esasperata”. Inoltre si può osservare che Giusto, pur senza essere un convinto aderente al regime, si inserisce nel solco dell’ideologia dominante in quel frangente storico. Un’ideologia che, seppur scevra in lui da risvolti politici, fa profondo riferimento alle tematiche del romanticismo tedesco, alla “lotta” titanica con gli elementi naturali, alla necessità di esprimere concretamente la propria “potenza” come fine e viatico stesso dell’esistenza.

Il sottostante pensiero è tratto dalle agendine di Gervasutti (Arch. Filippi): “Tutto deve ridursi all’esplicazione della propria volontà di potenza.”
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Ulteriormente illuminante un altro pensiero, sempre tratto dalle agendine di Giusto (Arch. Filippi): “È l’azione intesa come arte, cioè l’azione inutile soddisfacente soltanto il senso estetico e personale dell’io, anche come potenza. Una potenza senz’atti, senza regni, basata sul campo dello spirito.”

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Però in Gervasutti non vi è soltanto il gusto esagerato per l’azione: infatti fra le pieghe delle sue pagine si trovano anche venature romantiche nel risvolto più emotivo del termine. Scrive Giusto (Scàndere ’52): “La fase preparatoria di una salita è quella del sogno… Poi si parte all’attacco e, dopo dura lotta, si riesce a vincere… Ed io ho sognato, combattuto e vinto… Il sogno si è fatto realtà.”

Completando il cerchio di questa sintetica analisi psicologica di Gervasutti, torna utile un altro suo pensiero (Scàndere ’52): “Avete mai assistito ad un tramonto in una giornata di vento?… Le montagne lontane sembrano avvicinate dalla limpidità dell’atmosfera. Qualche sottile nube allungata raccoglie ancora la luce del sole già scomparso. Il cielo dall’azzurro più cupo diventa quasi verde, rivela profondità impensate che si riflettono nell’animo… E l’animo si scuote e l’uomo vorrebbe innalzarsi simile ad un Dio (una delle pochissime altre citazioni del termine, ndr.). Una fiamma sacra si accende nel petto, vorresti compiere cose mai viste, vorresti rubare la luce del divino artefice e misurarti con Lui… poi, mano a mano che l’oscurità sale dalle valli a sommergere tutto, la tua eccitazione si placa, una profonda melanconia ti invade e rientri in te stesso. Le tue miserie ti affannano, il tuo corpo diventa creta pesante. Una grande pietà per te, per i tuoi simili, per tutto il genere umano che si affanna, combatte, soffre, muore, senza perché.”

Giusto Gervasutti, col suo usuale “cappellaccio”, alla Parete dei Militi, Valle Stretta, 1941 (Arch. Area Documentazione Museo Nazionale della Montagna)
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Ancora una volta il classico schema del romanticismo: 1) sogno di “elevarsi” verso la natura divina; 2) azione per esplicitare la propria potenza; 3) inutilità della lotta e della sofferenza; 4) malinconia per il ritorno alle miserie della quotidianità.

Giusto conclude così i suoi pensieri: “E vorresti restare lassù contento che i fiorellini di rupe ti circondino a festa in primavera e le tormente ti vengano a salutare d’inverno.”

La montagna assume il ruolo privilegiato di intima compenetrazione fra uomo e Natura. Perdersi nella Natura (attraverso l’andar in montagna) diventa quindi perdersi nell’infinito e nel divino, cioè perdersi nell’infinita natura del divino: romantico e panteista, ecco com’era Gervasutti.

Giusto Gervasutti giovanissimo (Arch. Filippi)
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Due annotazioni complementari: come già rilevato (E. Camanni – D. Ribola – P. Spirito, La Stagione degli Eroi, pag. 130, Collana I Licheni, Vivalda Editori, Torino, 1994), Giusto era un creativo e ciò, psicanaliticamente, viene collegato a problematiche con la figura materna. Può anche essere che l’enorme importanza, agli occhi di Giusto, della “sfida” (alpinistica, ma non solo) sia un modo per dimostrare sistematicamente di essere ad un’altezza tale da meritare l’approvazione e l’amore materno. Infine, amici di origine friulana mi hanno segnalato che l’ “eclettisimo” e la “vulcanicità” sono caratteristiche endemiche della loro etnia, che spesso ha una ricorrente spinta interiore al “cambiamento”, come fosse un cambiamento fine a se stesso: anche l’arrivo di Giusto a Torino, senza una esplicitata motivazione, potrebbe rientrare in questo filone, destinato poi a ripresentarsi, accentuandosi, negli anni successivi (nei più svariati frangenti dell’esistenza, dall’ambito professionale alla montagna, alle frequentazioni personali).

Gervasutti e le donne
di Carlo Crovella
(da L’unico, il vero, il solo fortissimo)
L’aura di mistero che avvolge la vita di Gervasutti, s’infittisce ancor di più sul tema “donne”. Poco o nulla si sa e pochissimo trapela dai resoconti dei suoi amici e compagni di cordata, come se tutti costoro volessero mantenere un rigoroso “rispetto” della privacy di Giusto. Il principale accenno è quello riportato da Renato Chabod che ha raccontato il gelido atteggiamento di Giusto nei confronti della gentildonna straniera salita (a piedi!) al Rifugio Torino per incontrarlo (estate del ’34). La sconsolata fuggì, “disperata e offesa”.

Sempre dalla fonte Chabod si sa che, nelle loro confidenze fra amici, lui aveva chiesto a Giusto se gli fosse capitato di pensare al matrimonio, magari impreziosito da un erede: pare che la risposta di Gervasutti sia stata più o meno del tipo: “…Sì, prima o poi non lo escludo, ma ora sono concentrato sull’attività alpinistica e ci penserò solo quando il fisico mi costringerà, in montagna, a più miti obiettivi.”

L’episodio della straniera “rifiutata” e la generale omertà sul tema “donne”, hanno innescato la leggenda di un Gervasutti misogeno, cioè di un eroe concentrato solo sull’azione alpinistica, talmente preso dalla sua passione da risultare incapace di viverne altre. Forse, un po’ malignamente, si è spesso sottinteso un uomo un po’ impacciato nel trattare con le signore, proprio perché abituato solo ai rudi appicchi delle pareti.

In realtà traspare fra le righe di alcuni suoi coetanei (Chabod, ma anche Massimo Mila) che non solo Gervasutti aveva una intensa vita sociale cittadina, poiché appunto frequentava i salotti torinesi, ma che in tali contesti flirtava amabilmente con le signore, sapendo destreggiarsi in quelle conversazioni con la stessa padronanza che lo caratterizzava sul VI grado.

Non c’è da stupirsi: era un bellissimo uomo, affascinante, colto, aggraziato e circondato dall’aura dell’eroe.

Antonella Filippi riporta che il padre Andrea raccontava che quando Gervasutti entrava in un qualsiasi rifugio, a maggior ragione se reduce da qualche “impresa”, tutte le donne si giravano a guardarlo estasiate.

Di più non si sa: ci sono state donne davvero importanti nella vita di Giusto?

Renzo Stradella, che partecipò al funerale di Gervasutti, ricorda che in quella occasione era presente anche una giovane donna in lacrime, disperata. Ma Renzo non l’aveva mai vista e, soprattutto, non la rivide più, per cui non si riesce a risalire all’identità.

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Nell’Archivio Filippi vi è un foglio, dai bordi strappati, dove Giusto ha riportato le attività giornaliere di un periodo di circa 5 settimane di vacanza o, quanto meno, di interruzione professionale. La prima settimana termina con il giorno 30: non può che trattarsi di un periodo o di fine giugno-luglio o di fine aprile-maggio o di fine settembre-ottobre. Il tipo di attività dovrebbe invece escludere l’ipotesi fine novembre-dicembre. Per identificare l’anno, ricostruendo le combinazioni con i rispettivi giorni della settimana, si giunge a queste conclusioni. Fine giugno-luglio: 1931, 1936, 1942. Fine aprile-maggio: 1935, 1940, 1946. Fine settembre-ottobre: 1941. Del terzetto di annate estive, escludiamo il ’36 (il 23-24 luglio, Giusto era sulla Nord-ovest dell’Ailefroide) ed anche il ’42 (Giusto si dirige verso la Est delle Jorasses ad inizio agosto, ma “di ritorno dalle Dolomiti”). Resta quindi il 1931: risulta che Giusto sia partito con Lupotto per Chamonix (Aiguille Verte-Grépon-Dru), “dopo un lungo allenamento primaverile domenicale nelle prealpi e nelle Valli di Lanzo”: non sembra coincidere “perfettamente”. Potrebbe allora trattarsi di un periodo di fine aprile-maggio: Gervasutti ha alternato singole gite, a questo punto sciistiche (Orsiera, Punta Maria, Punta Gnifetti), con piccole villeggiature (Val d’Aosta, Champorcher). In alcune altre giornate, si presume cittadine, si trova scritto “corse dei cavalli” (?!). Infine altre giornate sono trascorse in piscina. Accanto a queste due attività, è spesso riportata l’annotazione “Gabetti”. Normalmente un uomo tende ad utilizzare il cognome per indicare un altro soggetto di genere maschile. Ma intriga l’idea che possa trattarsi, invece, di una Signorina Gabetti, nuotatrice e appassionata di ippica! Allo stato attuale non si sa di più.

Fra le foto di Gervasutti, conservate da Andrea Filippi, si trovano spesso immagini invernali con gli sci. A volte le fotografie riprendono graziose fanciulle, spesso in gruppetti di due o tre. Ma in alcuni casi vi è una sola protagonista, con un graziosissimo visino che sembra una fragola.

Il mistero permane, anzi si infittisce.

Infine fra le carte di Giusto ci si imbatte nel testo di una poesia, intitolata Febbre.

È dattiloscritta, il che non permette di “spacciarla” tout-court come opera originale elaborata dalla stesso Giusto: potrebbe essere un appunto, forse un ricordo, un regalo simbolico… Oppure semplicemente un testo ripreso da qualche fonte… Certo è una poesia profondamente intrisa di sensualità, con un taglio dannunziano (anche se la fattura si rivela artigianale) e tutto ciò colpisce, specie se la si confronta con l’immagine iconoclasta del “Gervasutti sestogradista che vive solo per le Montagne”! Il tutto inserito nel contesto degli anni ’30!

Poco importa, per noi, che la poesia sia stata scritta di pugno da Giusto o ripresa da altre fonti: il fatto che tale poesia si trovi fra le sue carte induce a pensare che, psicologicamente, fosse un qualcosa di “suo”. Si presenta quindi come la punta di un iceberg… purtroppo non si riesce a scoprire di più circa il mistero sottostante.

Questo non per curiosità pruriginosa, ma per completezza di conoscenza del grande personaggio. Di lui sappiamo come arrampicava, quanto si allenava, quali progetti alpinistici aleggiavano nella sua testa. Sappiamo anche che, in pubblico, era sereno d’animo e tendenzialmente ottimista (anche se profondamente malinconico in privato), che non aveva remore a partecipare, in rifugio, alle tavolate con gli allievi della Scuola Boccalatte ed anche con gli adolescenti della G.I.L..

La misteriosa sciatrice dal viso che ricorda una fragolina. Foto: Giusto Gervasutti (Arch. Filippi)
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Gita sciistica in piacevole compagnia (Arch. Filippi)
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Sono stato a lungo incerto se riportare questo testo, così “personale”, perché avevo l’impressione di violare una stanza segreta. Ma alla fine è pravalsa l’idea che per conoscere completamente il personaggio anche i risvolti meno alpinistici possono rivelarsi determinanti. Nonostante questi squarci di luce, resta un mistero davvero fitto sulle sue pulsioni più profonde, sui sentimenti e sulle passioni più “umane”.

Gervasutti eroe e grande alpinista era però anche un uomo. Probabilmente è anche in questo mistero che affondano le radici del mito che circonda Giusto Gervasutti. Un mito inossidabile a settant’anni di distanza.

Febbre
Vieni. Stanotte voglio, nel delirio
d’un rimanente anelito d’amor,
fra le tue braccia spegnere il martirio
del crocifisso palpitare del cor.
Non temer. Io saprò nell’incarnato
del corpo tuo, concupiscente stelo
pervaso d’un profumo di peccato,
le molli spire attorciliar d’un velo.
E sentirsi così, sogno d’un’ora
felicità d’un attimo che langue
nella divina musica sonora
dello scrosciante spasimo del sangue.
Oh come allora, Donna, ridarelli,
gli occhi tuoi neri sotto le palpebre
nella cornice aerata di capelli,
fiammeggeranno accesi dalla FEBBRE !!!
Mentre, dischiuso calice d’un fiore,
la bocca tua scarlatta che mi bacia,
verserebbe di novello un grato odore
di verbena, di mammola e d’acacia.

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Il famigerato Colletto Verde di Clavière

Il famigerato Colletto Verde di Clavière
Il famigerato Colletto Verde di Clavière, in alta Valsusa, ha colpito ancora.

Era a sciare sulle montagne che conosceva bene Tommaso Martinolich, un ragazzo di Chieri (TO) che a 14 anni è morto il 4 gennaio 2015 dopo una rovinosa caduta.

La pista numero “100” parte dal Colletto Verde, che segna il confine tra Italia e Francia: da quota 2600 metri permette il rientro nell’area sciistica di Clavière-Monti della Luna per gli sciatori che arrivano dal versante francese di Montgenèvre. E proprio in quel giorno la pista era stata riaperta. Negli anni scorsi su questa pista “nera”, o meglio negli immediati dintorni, sono purtroppo successi altri incidenti mortali. Ma questa volta non si tratta della solita valanga provocata.

Tommaso Martinolich
Quattordicenne-113030597-343d3271-98a5-4ec9-b5eb-63b0b5382757Il tratto iniziale è privo di vegetazione, data la quota elevata: solo rocce fuori dal tracciato nel primo tratto particolarmente ripido e impegnativo, adatto agli sciatori esperti. Chi non se la sente di affrontarlo, può aggirare il ripido grazie a un passaggio alternativo e iniziare la discesa alcune centinaia di metri più in basso percorrendo così una pista “rossa”, la “100 bis” che in seguito si ricongiunge alla «pista nera» quando questa si fa più dolce in vista di alcune casermette abbandonate poco prima della capanna Gimond.

Proprio quest’estate la società Vialattea che gestisce gli impianti del comprensorio sciistico aveva portato alcune modifiche al tracciato originario della pista, proprio per aumentare la sicurezza di quel tratto di discesa lungo quasi 3 km che porta gli sciatori alla partenza della seggiovia Gimont. Una discesa che non viene quasi mai battuta perché i gatti delle nevi faticano ad arrampicarsi su quelle pendenze. Ma che tuttavia viene ben delimitata con una serie di paletti, proprio per evitare che gli sportivi escano inavvertitamente fuori dal tracciato.

La cronaca
E’ stata la scarsità d’innevamento a tradire Tommaso che, conoscendo bene quella pista, durante la discesa si è allontanato dal percorso tracciato e ha superato i paletti per avventurarsi in qualche salto fuori pista. Ma proprio durante un salto è atterrato in modo scomposto, battendo violentemente la testa contro una roccia che affiorava dal manto nevoso. È questa la prima ricostruzione fatta dai poliziotti del commissariato di Bardonecchia, che indagano sulla vicenda.
L’incidente è avvenuto verso le 15, sotto gli occhi dei genitori e di altri familiari. È possibile che la neve ghiacciata gli abbia fatto prendere velocità e perdere il controllo degli sci, che sono andati distrutti nell’urto. Indossava il casco, ma questo non è servito a salvargli la vita. Ha battuto la faccia e torto il collo. Sono stati proprio i familiari i primi a soccorrerlo e a dare l’allarme al 118, mentre sul luogo dell’incidente arrivavano anche gli addetti delle piste. Tommaso era incosciente ma respirava ancora quando l’elicottero del 118, che era fermo a Torino, si è levato in volo. Ma in quota c’era molto vento, vento contrario, che ha rallentato il viaggio. Mentre sulla pista si attendevano i soccorsi, il ragazzo ha avuto un arresto cardio-respiratorio. Nel gruppo c’era una dottoressa, che lo ha ventilato e massaggiato per tutto il tempo, finché i sanitari non lo hanno intubato e caricato sull’elisoccorso. Ma le condizioni dell’adolescente erano disperate. Troppo lontano l’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, l’elicottero lo ha portato alla più vicina struttura, l’Ospedale Agnelli di Pinerolo, dove i medici del pronto soccorso hanno fatto di tutto per stabilizzare i parametri vitali. Ma il filo di speranza cui tutti erano appesi si è spezzato un paio d’ore dopo.

Il Colletto Verde di Clavière
Quattordicenne-DOSCTUYA4120-krRB-U10401281334606eh-700x394@LaStampa.itL’indagine
Il fascicolo sulla morte di Tommaso, che abitava a Chieri e frequentava l’istituto alberghiero Colombatto di Torino, è stato aperto dal pm di Torino Raffaele Guariniello, che valuterà se vi siano responsabilità nell’accaduto.

Guariniello ha inviato la Polizia giudiziaria della Procura di Torino sulle piste da sci di Clavière per un sopralluogo. A quello che verrà riportato dai poliziotti, si aggiungeranno le testimonianze dei parenti di Tommaso, presenti al fatto.

Il fascicolo per il momento non contiene nomi di indagati, né reati. Il pm vuole fare chiarezza su quanto accaduto, vuole capire se la pericolosità del canalone in cui si è consumato il dramma, di fianco alla pista “100” del Colletto Verde, era ben segnalata. Nel caso di “segnalazione insufficiente”, i responsabili degli impianti sciistici potrebbero dover rispondere di omicidio colposo per la morte del ragazzo.

I commenti
Vittorio Salusso, direttore tecnico della Sestrières Spa, esclude che il fondo fosse in brutte condizioni: «Le piste “100” e “100 bis” erano state bene tracciate e battute. In quota la neve in pista è ancora molto buona e abbondante». Nessun pericolo, quindi? «No, le condizioni erano perfette e anche la giornata era buona, solo il vento poteva dare fastidio, ma all’ora della tragedia c’erano un bel sole e un’ottima visibilità».

Quali sono, allora, le cause della sciagura? Qualcuno si sbilancia: «Molti ragazzi per esibirsi abbandonano la pista per andare a cercarsi qualche salto a pochi metri del tracciato. Una pratica vietata ma spesso usuale, che questa volta purtroppo è finita in tragedia».

Il pm Guariniello, con la consueta sollecitudine, ha aperto l’inchiesta e ne seguiremo gli sviluppi. Naturalmente, di fronte alla tragedia e ancora “a caldo”, è difficile fare commenti di ogni genere, ma una prima annotazione occorre pur farla: segnalazioni sufficienti o meno, risulta difficile ritenere che i gestori della pista debbano essere incriminati. Lo sci è uno sport abbastanza pericoloso. Se si va fuori pista lo è anche di più. È solo questo che bisogna sapere, e non è riempiendo le stazioni turistiche di cartelli che si eviteranno altre disgrazie.

Per fare un esempio, in Italia qualunque postazione panoramica è dotata di balaustra protettiva, più o meno solida e invasiva: ma non risulta che in Islanda, dove questo non succede affatto, la percentuale di incidenti sia superiore alla nostra.

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In rosso le funivie pubbliche

Spending review, in rosso anche le funivie pubbliche
di Luigi Franco (tratto da www.ilfattoquotidiano.it, 5 settembre 2014)

Nella lista delle partecipate stilata dal commissario Carlo Cottarelli ci sono oltre 60 aziende che gestiscono impianti di risalita, da Trento Funivie a Skiarea Valchiavenna e Monterosa spa. Le perdite complessive superano i 16 milioni di euro. Secondo l’esperto pesano i costi degli impianti d’innevamento artificiale e la decadenza complessiva del modello, che ormai si regge solo grazie ai clienti stranieri.

FunivieinRosso-piste-da-sci1266709859“Il modello del turismo invernale va rivisto, altrimenti si rischia di buttare via altri soldi pubblici”. È netto Giorgio Daidola, docente di Economia e gestione delle imprese turistiche all’università degli Studi di Trento nonché maestro di sci. Per niente stupito che nella lista delle partecipate pubbliche stilata dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli siano finite oltre 60 aziende di gestione di impianti di risalita, gran parte delle quali in rosso. In base ai dati pubblicati sul sito revisionedellaspesa.gov.it, riferiti al 2012, le perdite complessive, sottratti gli utili delle poche società in attivo, superano i 16 milioni di euro. Solo per fare qualche esempio Skiarea Valchiavenna, che in Lombardia gestisce gli impianti del comprensorio di Madesimo, ha registrato un risultato negativo di 1,1 milioni nel 2012 e di 760mila euro nel 2013, Trento Funivie ha perso 1,2 milioni nel 2012 e 480mila euro nel 2013 per portare gli sciatori sul Monte Bondone mentre per la società del comprensorio valdostano di Gressoney-Champoluc, Monterosa spa, il rosso è stato di 1,3 milioni nel 2012 e di 2,1 nel 2013. Numeri che forse colpiscono chi per uno skipass sborsa ogni volta anche fino a 40-50 euro, ma non gli esperti del settore.

“Gli impianti di risalita molto spesso non danno utili”, spiega Daidola, “ma permettono a tutto l’indotto di vivere. In passato alcuni gestori di funivie e seggiovie chiedevano un canone agli alberghi della zona”. Non mancano certo alcuni casi fortunati di stazioni in utile, come per esempio gli impianti dell’Alta Badia, nelle Dolomiti, che portano gli sciatori in cima alla famosa pista Gran Risa. Buoni risultati che valgono per tutto il Dolomiti Superski, il grande comprensorio che si sviluppa tra Alto Adige, Trentino e Veneto. Più spesso, però, “gli impianti hanno perdite fisse, in molti casi ripianate dagli enti pubblici azionisti non si sa bene perché”.

Dietro le perdite anche i costi per la neve artificiale
Le perdite, secondo il docente, sono causate soprattutto dall’evoluzione che il turismo sciistico ha avuto negli anni: “Un’evoluzione demenziale. Si è creato il bisogno di sciare anche quando non c’è neve, in tutto il periodo da dicembre a marzo. E gli impianti di innevamento artificiale incidono sui costi anche per il 40%”. Cosa che ha innescato un circolo vizioso, secondo il ragionamento di Daidola: l’aumento dei costi fissi è stato in parte trasferito sul prezzo degli skipass, cosa che ha contribuito a diminuire il numero degli sciatori. Risultato, un ulteriore incremento delle perdite. Queste, come detto, vengono ripianate dal pubblico, che interviene anche per finanziare la costruzione degli impianti e l’innevamento artificiale attraverso società che tra gli azionisti hanno gli enti locali. Così tra i soci di Skiarea Valchiavenna ci sono la comunità montana della valle, il comune di Madesimo e la provincia di Sondrio, l’azionista principale di Monterosa spa è la finanziaria regionale Finaosta mentre Trento funivie spa è partecipata dal Comune e dall’agenzia provinciale Trentino sviluppo.

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Crisi generalizzata per il turismo invernale
Succede così dappertutto? “In altri paesi”, risponde Daidola, “ci sono casi di stazioni in cui si è sviluppato un modello di tipo ‘corporate’: una stessa società gestisce sia gli impianti di risalita che le strutture ricettive. I primi sono in perdita, mentre le seconde guadagnano. Tale modello da noi non ha avuto fortuna”. “In Italia l’intervento del pubblico c’è sempre stato. E ora c’è ancora più di prima, perché sono aumentati gli investimenti necessari per la costruzione degli impianti, i costi di gestione e i costi per l’innevamento artificiale”. Per quanto sia difficile generalizzare, secondo Daidola l’intervento pubblico spesso è da censurare: “L’unica argomentazione per giustificarlo, usata da chi è a favore, è che così si consente lo sviluppo di un’economia che nella zona va a vantaggio di tutti”. Un’argomentazione che per il docente permetterebbe però di giustificare qualsiasi tipo di investimento. “La verità è che si è sviluppato un turismo invernale che non ha più alcuno sbocco, non ha futuro. In seguito alla diminuzione dei flussi, tutto il turismo invernale è in crisi, non solo le aziende che gestiscono gli impianti. In Val di Fassa e a Madonna di Campiglio, che sono il cuore del Trentino, il tasso di occupazione delle camere durante l’anno ormai è del 30-35% e buona parte degli alberghi è in perdita”.

Un modello da ripensare. E senza soldi pubblici
Motivo della crisi? “Lo sci moderno è arrivato a un epilogo”, risponde Daidola. “Siamo di fronte a un prodotto che si è sviluppato nella seconda metà del secolo scorso, ha avuto la sua fase di maturità e oggi è in decadenza. Lo dimostra il fatto che l’età media degli sciatori italiani è aumentata e i giovani sono poco attratti dallo sci di discesa per gli alti costi ma anche perché la sciata su neve artificiale è meno appagante. Il turismo invernale ormai si regge sui clienti stranieri e la lotta è per accaparrarsi i flussi provenienti da paesi come Russia e Polonia, dove il turismo invernale di massa è considerato ancora una novità”. La soluzione per il professore è una: “Va rivisto il modello del turismo invernale, che deve tornare a essere meno legato alla tecnologia, con costi meno esorbitanti, più sostenibile e più rispettoso dell’ambiente. Se non si capisce questo, tutti i soldi pubblici investiti sono mal spesi”. L’intervento pubblico, aggiunge Daidola, dovrebbe essere ridotto. “E bisogna smettere di costruire impianti nuovi”. In Trentino, solo per fare un esempio, sono stati fatti nell’ultimo periodo diversi investimenti sugli impianti a bassa quota, come Folgarìa: “Una scelta che si scontra con l’aumento delle temperature, follia pura”. Il rischio, per il docente, è quello di ripetere gli errori fatti con Monte Bondone oltre dieci anni fa: “Si è voluto portare questa stazione sopra a Trento al rango delle grandi stazioni delle Dolomiti, con la costruzione di alberghi e strutture. Ma il risultato è stato un flop, sarebbe stato meglio rendersi conto che il Bondone doveva rimanere semplicemente la stazione della città di Trento. Invece si sono buttati via un mare di soldi pubblici e privati”.

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postato il 6 novembre 2014