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La momentanea vulnerabilità di Heinz Grill

Nell’uggioso pomeriggio di domenica 17 aprile 2016, a casa di Marco Furlani a Pietramurata (Dro), ci siamo incontrati con Heinz Grill, Sigrid Königseder e Barbara Holzer. L’obiettivo era uno scambio d’idee sulle motivazioni della chiusura del sito www.arrampicata-arco.com voluta dallo stesso Grill e sull’opportunità di stendere un comunicato che potesse funzionare da attestato di stima nei suoi confronti.

Qui di seguito riportiamo in primo luogo l’attestato e, subito dopo, la conversazione che c’è stata tra di noi.

 

Attestato di stima ad Heinz Grill
Il presente testo è l’espressione del pensiero di tutti i presenti ma anche di tanti altri arrampicatori, i nomi di solo alcuni dei quali potete leggere più sotto. E’ il testo di base, quello che spiega in breve la situazione che si è venuta a creare in queste ultime settimane e che ribadisce la nobiltà di un intento sperimentato per anni, quello di coniugare nella valle del Sarca due culture così differenti come quella italiana e quella tedesca.

Il sito www.arrampicata-arco.com è stato chiuso perché l’attuale cattivo stato delle vie aperte da Heinz Grill e dal suo gruppo di amici consiglia di non insistere a presentare vie che non rispondono più a criteri di bellezza e di accettabile sicurezza.

Una causa per la troppa terra sulle vie è certamente data dagli eventi della natura, con troppa umidità (e troppo poca pioggia) che incolla la terra alle pareti invece di pulirle. L’altra causa può essere più soggettiva o più filosoficamente psicologica.

Nessuno di voi ha responsabilità per la chiusura del sito. E’ vero invece che negli ultimi tre anni tante calunnie e maldicenze sul suo conto hanno spinto il nostro stimato amico Heinz Grill a pensare di andarsene dall’Italia. Le calunnie vengono da persone fuori della cerchia degli arrampicatori, ma le vie diventano sporche perché “rispecchiano” la situazione.

Heinz Grill ha ideato e sviluppato le vie, spessissimo primo di cordata, ha lottato con la friabilità e la vegetazione. Il meraviglioso risultato è sotto gli occhi di tutti, le più di cento vie sono attrezzate sufficientemente, alcune sono più sportive, altre più alpinistiche.

Heinz Grill, con la sua presenza in Valle del Sarca, non ha solo creato itinerari che attraggono arrampicatori da tutto il mondo: ha anche combattuto per una causa culturale di altissimo livello, cioè la promozione di una nuova cultura, una sintesi tra riflessività tedesca e creatività artistica italiana. E lo ha fatto in molte maniere diverse, utilizzando idee nuove in architettura, in medicina, in alimentazione e meditazione.

Per noi non è possibile che Heinz Grill diventi una vittima di calunnie e di offese che, ribadiamo, non derivano tanto dagli arrampicatori, bensì da persone che vivono in uno stato morboso di invidia e gelosia. Non vogliamo che Heinz Grill sia separato dalle sue vie, dalle sue opere e dalla grandiosità della sua visione qui in Valle del Sarca.

Come lui, tutti noi desideriamo che ci sia un’atmosfera che rafforzi la gioia di arrampicare e di vivere in questa fortunata Valle della Luce. Contro la sporcizia sulle vie indotta dalle calunnie difendiamo Heinz Grill, che ha creato un’arte particolare di arrampicare e uno stile ben riconoscibile di vita.

Giuliano Bressan, Christian Della Maria, Andrea Farneti, Diego Filippi, Marco Furlani, Roly Galvagni, Maurizio Giordani, Alessandro Gogna, Franz Heiß, Florian Kluckner, Sergio Martini, Stefano Michelazzi, Giuliano Stenghel. E questi solo per INCOMINCIARE. Chiunque può farci pervenire la sua solidarietà o dare eco a questo attestato.

Dopo il bellissimo convegno nella casa di Tenno (17 aprile 2010, argomento: La via è un’opera d’arte), il 6 ottobre 2012 Grill e Kluckner replicano con l’organizzazione a Dro di Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Grill:

La momentanea vulnerabilità di Heinz Grill
Marco Furlani. Non abbiamo capito cosa è successo, ma non ci sembra giusto che tu e il tuo gruppo dobbiate essere attaccati. Vogliamo dunque sapere il perché e riteniamo che avete fatto bene a chiudere il sito, così la gente si sveglia.

Heinz Grill. E’ stata una reazione imprevista la nostra. Quest’anno abbiamo pulito per tre mesi le vie e le vie diventano sempre più sporche. Non possiamo più offrire le vie in questo stato, ci siamo detti con Florian e Franz.

Pietramurata, 17 aprile 2016, casa di Marco Furlani. Da sinistra, Heinz Grill, Sigrid Königseder, Barbara Holzer e Alessandro Gogna. Foto: Marco Furlani
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Alessandro Gogna. Però non capisco perché nel 2012 (per esempio) ritenevate che le vie fossero pulite e invece oggi ritenete che siano sporche.

H.G. Questa è una questione, come dire, filosofica. In 35 anni la mia figura è sempre stata al centro di una lotta contro l’integralismo in ogni campo.
Questo attacco non viene dagli arrampicatori, viene da un altro lato. Viene da gruppi che mi sono sempre stati contro, fondamentalisti e vegani. E’ un anno che non metto piede in alcun negozio di Arco, dove so che girano giudizi sulla mia persona: ecco l’assassino, ecco lo sfruttatore. Voci che si nascondono, ma che non cessano di attaccarmi a tradimento. Voci che stanno incominciando a penetrare subdole anche tra gli arrampicatori.

Anne-Michele Humby, Marco Furlani e Heinz Grill, qualche anno fa
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M.F. Le persone che fanno e che costruiscono saranno sempre bombardate da quelli che non fanno nulla. Questo avviene specialmente in Italia, un paese che si regge su equilibri per i quali sarebbe quasi da vergognarsi di essere italiani. In Italia chi vale viene messo da parte e ai posti di potere ci sono dei burattini.
Io capisco che vi sentiate attaccati… ma è la solitudine dei numeri uno, che devono sempre combattere con quelli che sono indietro.
In più io credo che tu ti stia preoccupando di cose che in realtà non esistono. Le vie non sono pulite? E chi se ne frega se le vie non sono pulite! Non è vero che tu debba accollarti con i tuoi compagni una pulizia globale delle vie. Le vie le abbiamo aperte tutti ma sono rimaste là così. Chi vuole le ripete, chi non vuole non le ripete!

H.G. Quando noi offriamo una via, vorremmo fosse piena di bellezza, non sporca e insicura.

Sigrid Königseder. Sono stata anche io a pulire. Ultimamente abbiamo passato ore e ore a pulire, ed era incredibile. Certi tiri sono più sporchi che nella prima salita! Non si possono offrire vie così, perché si perde la gioia di arrampicare. Io mi sono spaventata.

A.G. Ma da cosa dipende il fatto che siano più sporche di prima?

S.K. Quando ci sono persone che offendono e calunniano un autore, l’atmosfera è così negativa da influenzare anche l’autore stesso, che così vede le proprie creazioni in modo diverso; ma quest’atmosfera è in grado di cambiare anche la materia. Le calunnie attirano lo sporco su una via, e questa è una realtà. Sotto il fango della calunnia, l’autore si ammala, e con lui si ammalano le sue vie. La materia si deteriora. Quando l’atmosfera invece è serena, le vie si “rilassano”.

H.G. Osserviamo queste cose da anni…

S.K. Per esempio quando arrampico con Heinz e siamo in totale accordo, tutto fila liscio. Quando c’è qualche questione, ecco che la corda s’incastra e succedono tanti piccoli fatti che interrompono il flusso regolare. L’assommarsi di dicerie e cattiverie crea una sfera negativa e oscura, può essere anche solo in una stanza. Magari l’avete osservato anche voi. Non siamo fatti di sola materia, queste sono cose sottili ma che esistono, e chi è allenato a vederle le vede.

10 ottobre 2013. Conferenza di Heinz Grill, I valori dell’alpinismo. Merano, Centro per la cultura

H.G. Abbiamo già avuto questo scambio d’idee con Sergio Martini. Cosa è più all’Inizio, la Natura o lo spirito dell’Uomo? E’ la Natura ad aver creato l’Uomo, o è l’Uomo con il suo spirito che ha creato la Natura?

M.F. L’uovo o la gallina? Sì, queste sono cose di filosofia che un ignorante come me non capisce. Io so che se l’uomo riuscisse ad avere un equilibrio perfetto con la Natura avrebbe solo da guadagnarci. Ma so anche che la negatività di un ambiente umano che ci circonda non può essere un’energia che sporca anche le vie. Questo non posso crederlo. Sono un pragmatico e credo a quello che vedo. Le vie secondo me potrebbero essere sporche perché è un lungo periodo che piove poco e non le lava a sufficienza. E ciò che capisco bene è che tu non sei sereno, che non stai bene: e questo ci turba, ci dispiace e ci dà fastidio. Che tu e il tuo gruppo non siate sereni ci turba e ci preoccupa, perché vi vogliamo bene.

A.G. Io posso anche credere che le vie nel 2016 siano più sporche che nel 2012 per i motivi che dite voi. Ciò che circonda la Natura può influenzarla. Il nostro comportamento può influenzarla e cambiarla, le nostre storture, le nostre passioni, negative, positive, anche le discussioni, le invidie. E’ un’ipotesi che posso considerare. Non ci credo più di tanto, ma so che è un’ipotesi che voi avete studiato e verificato: bene, io la rispetto.

M.F. Anzi, è un peccato che noi non riusciamo a capire…!

A.G. Ma rimane il nocciolo: non sono per nulla contento che delle persone che sono venute tanti anni fa in questa Valle e hanno realizzato cose bellissime, siano costrette da non so bene chi, comunque da qualcuno, a non essere sereni, a sentirsi attaccati, bistrattati, traditi. Questo mi dà un fastidio tremendo, ed è per questo motivo che questa mattina vi ho chiamati per parlarne. Saprete di certo che siete l’argomento del giorno…

M.F. Tanti abbiamo incontrato che ci hanno detto: ma voi che lo conoscete, cosa è successo? Noi rispondevamo che le cause della chiusura del sito possono essere tante e presenti da tanto tempo: e alla fine hanno fatto saltare il coperchio della pentola.

H.G. Conosco abbastanza te e Alessandro da pensare che, anche se siamo abituati a trattare in modo diverso gli eventi, di base siamo tutti convinti che, nella discussione tra Natura e Uomo e per ciò che riguarda le vie aperte, nulla prima esisteva perché non c’era l’Idea. Dopo qualcuno vede la linea, ha l’Idea e la realizza. Lascia la sua impronta sulla parete con la sua Idea. Dunque tutto inizia con lo Spirito. Molti pensano che prima ci sia la materia, perché senza materia noi non ci siamo.

A.G. Attenzione, sono due fasi distinte: uno può discutere se è nata prima la materia o prima lo Spirito. Questo si può discutere e l’uomo lo fa da secoli. Ma dire che la materia subisce cambiamenti fisici e strutturali perché è cambiato lo Spirito, questo fa parte di una conoscenza che certamente è su un altro piano.

Di ritorno dalla via nuova sullo Spiz di Lagunaz: Heinz Grill, Franz Heiß, Ettore De Biasio, Florian Kluckner e Martin Heiß. Foto: Ivo Rabanser.
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S.K. Possiamo pensare a un architetto che disegna una costruzione: dipende da lui e dalla sua Idea cosa sarà la realizzazione, bella o brutta, rilassante o invasiva.

A.G. Io non posso accettare così semplicemente, come fate voi, che una costruzione bella diventi improvvisamente brutta solo perché qualcuno attacca e ferisce l’architetto. E che la lotta tra queste forze la si possa vedere fisicamente in cambiamenti che riguardano la costruzione. Questo è un gradino oltre! La gente non è a questo livello di conoscenza e non è obbligata a esserlo!

Heinz Grill, Ivo Rabanser e Stefan Comploi davanti all’Arco del Bersanel
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H.G. E’ un problema che conosciamo bene. Con voi possiamo parlarne, con altri dobbiamo stare più attenti… E’ successo anche con l’argomento “libertà”, sappiamo che la libertà è la conseguenza del nostro agire, non è cosa naturale. Ma c’è anche un altro argomento, quello della cultura. In questa zona abbiamo una cultura poliedrica, dalla coltivazione degli olivi all’apertura di una via. Per me è importante che ci siano diverse possibilità. Qui è il punto d’incontro tra mondo tedesco e italiano. I tedeschi pensano molto, sono tendenzialmente riflessivi; mentre gli italiani hanno il vantaggio del sentimento…

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M.F. … che è un’arma a doppio taglio! Può essere pericolosa! Perché è vero che i romani sono stati a capo del mondo per tanti secoli, è vero che abbiamo avuto il Rinascimento, ma è anche vero che non rispettiamo la legge, anzi non capisco perché ci siano zone in Italia dove la legge è rispettata e altre dove se ne fanno beffe. Ma questo è un altro discorso. Dentro ogni italiano c’è un piccolo genio, ma è un’arma a doppio taglio. Io personalmente preferisco maggiore ordine.

A.G. Ma attenzione, non andiamo fuori tema. Heinz è stato attaccato non solo da italiani, ma anche da tedeschi. Quando era in Austria ha praticamente dovuto andarsene, perché il suo comportamento veniva giudicato senza regola.

H.G. E’ vero, l’attacco di questo periodo non è una novità, è una costante della mia vita. Tra noi c’è stima, questa è la cosa in comune. In un convegno sull’alimentazione e sulla salute ho detto che il mio amico Marco Furlani quando mangia può apprezzare le cose, mentre altri mangiano ma non apprezzano. Questa è una questione d’anima, e la relazione è alla base. Ci sono le componenti chimiche dell’alimentazione, ma nella relazione troviamo la stima per l’altro e dunque anche per il cibo. Ciò che vorrei dire è che qui, in questa valle, io vorrei trovare una buona cultura, fatta dalle componenti più diverse (tedesche e italiane), non troppo caos ma neppure troppo poco.
Quando proposi a Dario Cabas di modificare qualche sua via era perché in questa valle la roccia è preziosa: e le sue vie erano sottoposte a critica perché Dario non le modificava dopo il suo primo passaggio. Quindi non troppo caos, ma anche la libertà, questo era l’esperimento in corso prima della sua morte per malattia.

Nella casa di Tenno, la tavola della sala da pranzo è stata realizzata a forma di sfera. I suoi ripiani sono in interconnessione matematica con la circonferenza della sfera
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S.K. Qui in Italia siete in grado di apprezzare la bellezza, avete un senso estetico fuori del comune. Questo è importante ed è su questo che stavamo lavorando.

M.F. Sì, ma voi avete fatto tutte vie belle!

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S.K. Sarà vero, ma queste vie stanno diventando brutte!

A.G. Abbiamo già detto che rispettiamo questa teoria ma che non la facciamo nostra. Noi vogliamo solo attivarci perché chi fa maldicenza sia alla fine zittito da una maggioranza che invece è con voi. Perché è così!

M.F. Ci hanno detto in tanti: ditegli che siamo contenti e che gli vogliamo bene. Volete dei nomi? Cristian Della Maria, Sergio Martini, Maurizio Giordani, Giuliano Stenghel, Diego Filippi e chi più ne ha ne metta! Tu, Heinz, voli un bel po’ al di sopra delle bassezze umane.

H.G. Ho scritto libri su altri argomenti anche molto provocatori. Alcuni, in Germania, hanno suscitato clamore, ma la discussione è rimasta su un piano di scambio d’idee. Qui ad Arco si è trasceso: assassino, sfruttatore

A.G. Ma perché assassino, sfruttatore, parassita? Chi dice questo? E perché? Io voglio capire, altrimenti non mi alzo da qui…

H.G. Qui ad Arco c’è un gruppo alternativo, vegano. Già da subito era contro di me. Io ho fatto varie conferenze, su temi vari, medicina, pedagogia, nutrizione, architettura. Voi sapete che ho ristrutturato una bella casa antica di Tenno: dicevano che io l’ho fatto perché volevo essere un guru, perché volevo essere il direttore di una mia scuola di pensiero, cosa mai vera in nessun campo dove ho operato e opero, dalla medicina allo yoga, fino all’arrampicata. Da quella casa me ne sono andato tre anni fa, era una preoccupazione troppo grande per me, manutenzione, gestione, soldi. Per loro era il simbolo di una mia ipotetica voglia di essere guru, ma io non ho mai voluto “fondare” assolutamente nulla, né un nuovo gruppo né una nuova religione. Perché ho scritto due libri sui Sacramenti e sui riti, la Chiesa cattolica mi ha scomunicato, Ratzinger in persona ha pensato che ero pericoloso. Conosco questa mia situazione da così tanto tempo che avevo avvisato gli altri di non prendere le mie parti e soprattutto di non voler sfidare nessuno. Conoscevate Monica, la proprietaria della casa di Tenno? Lei lottava. Qualche volta l’ho difesa, qualche volta l’ho criticata. C’è stato chi, dopo che ho perso un amico di montagna, caduto nel gruppo di Sella, a Pranzo ha festeggiato questa tragedia. Poi c’è stato il suicidio di Monica, e anche questo mi è stato attribuito come colpa: perché per loro io volevo la casa, volevo che Monica scomparisse! Invece io ho perso tutto, certo non ero nel testamento, ho perso i 500.000 euro che avevo speso per la ristrutturazione. Dunque, che interesse potevo avere perché lei se ne andasse in quel modo?

A.G. Perché Monica l’ha fatto?

H.G: C’era un problema con i genitori e uno con il marito. Ma c’era un problema anche con me, perché a un certo punto Monica si è affidata a un’altra insegnante spirituale, di Monaco di Baviera. Decisamente si è trovata alle prese con una visione troppo esoterica, troppo per lei. In contrasto evidente con il suo mondo. Quest’insegnante le suggeriva che solo quando si è morti si è veramente liberi. Io dicevo l’opposto, per me è molto chiaro che tutte le forze creative si bloccano con la morte. E di questa lotta è stata Monica a essere la vittima. A Monaco ci sono stati quindici casi di suicidio per via degli insegnamenti di questa signora e io ho delle cause in tribunale proprio perché l’ho denunciata. Un’irresponsabile, una psicopatica pericolosa.

A.G. E perché, per le persone che ti accusano, sei tu il responsabile? Io non capisco…

H.G. Non si può capire, loro cercano degli argomenti, un colpevole. Io dico che erano loro a tramare per impadronirsi della casa di Monica.

A.G. Ma chi sono e dove vivono queste persone?

S.K. Si tratta soprattutto di una donna, una che ha molte conoscenze, molti contatti e vive a Pranzo. Lei e il suo gruppo.

M.F. Ma tu che voli più in alto… non riesci a staccarti, non riesci a non dare peso a queste cose?

H.G. In questo momento è un po’ difficile. In più la zona è piccola… Sento che ora i nemici sono più forti. Io ho aperto delle vie su roccia, delle vie di architettura, qui. E loro cercano argomenti per distruggermi. Dicono che io ho distrutto la Natura. Possiamo, è vero, discutere se sia giusto lasciare tutto selvaggio oppure plasmare e coltivare un po’ il terreno d’arrampicata. Forse abbiamo già aperto molte vie, forse abbiamo alterato troppo: ma quando queste vie mancano, allora manca qualcosa ad Arco. Vuole essere anche una provocazione.

M.F. Ma uno come te non può perdersi in queste dicerie negative!

H.G. Io non voglio entrare in un negozio di Arco per sentir dire sottovoce “è quello… eccolo… lo sfruttatore”.

M.F. Non è vero, non è così. Per uno che pensa e dice questo ci sono decine e decine di altri che la pensano diversamente. Per un albero che cade nella foresta e fa rumore ce ne sono migliaia che crescono in silenzio. Pensi che io sia simpatico a tutti? Figurati, potrei raccontartene…

Barbara Holzer. Quando sono così tanti i serpenti, e così ben nascosti, diventa difficile. Manca la fiducia!

M.F. Però, come voi sentite questa negatività, allora dovete essere in grado di percepire anche la positività… e vi assicuro che questa è tanta! Sono tanti quelli che mi hanno telefonato perché vogliono dirti che ti vogliono bene!

H.G. Questo mi fa piacere, ma in questo momento sono un po’ vulnerabile…

M.F. Stai cedendo al lato oscuro della Forza! Tu non devi cedere, tu sei uno Jedi!

H.G. Giusto, non dobbiamo cedere. Voi volete fare questo attestato di stima nei miei e nei nostri confronti. Noi abbiamo intenzione di aprire un altro sito, non di arrampicata, che abbia come scopo la correzione di questa situazione, in modo assolutamente non polemico. Per due o tre mesi ho pensato che non fosse possibile opporsi, ma ora lo credo possibile, anche grazie a voi. La mia auto-consapevolezza sta aumentando, so che alla fine vincerò. Ma queste calunnie sono troppo sotterranee, è un campo di lotta cui sono abituato ma ogni tanto m’indebolisce. Accetto la critica, ma patisco il tentativo di annientarmi. Nelle mie controversie con la chiesa hanno perfino detto che io abuso dei bambini! Queste sono cose che fanno loro, non certo io che non ho mai avuto alcun bambino iscritto ai miei corsi!
Anche Franz Heiß e Florian Kluckner sono soggetti a questi attacchi. Franz è l’uomo buio che distrugge queste zone… incredibile!

Franz Heiß
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Florian Kluckner
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A.G. Cerco ancora di trovare un nocciolo. Mi ha colpito che tu abbia detto almeno due volte, oggi, che non vai più in alcun negozio di Arco. Ma tu devi andare a testa alta in quei negozi! La roba dovrebbero regalartela, ad Arco. Questo ti diciamo noi. Tu devi andare in giro per Arco a testa alta. Sapendo che ci sono serpenti in giro, ma che alla fine questi serpenti rimangono sottoterra. Se tu ti nascondi emergono un po’, si vivificano con la tua debolezza, come i cani che mordono solo chi ha paura di essere morsicato.

H.G. Questo è vero, certo. Ma la mia natura un po’ ascetica in queste quattro ultime settimane mi ha fatto ritirare, retrocedere. Non mi volete? E allora io mi ritiro nella mia ascesi. Però adesso sto capendo che questo tempo è finito, devo tornare al fronte.
Per due settimane mi sono ritirato a casa mia, a Lundo, perché non volevo litigare…

M.F. Tu non devi litigare con nessuno… tu devi solo andare a testa alta, diritto come sai fare, con il tuo sguardo luminoso. I serpenti ci sono ovunque ma non ti toccano.

H.G. In risposta a una polemica scoppiata su planetmountain, con Ivo Rabanser siamo andati a fare la via nuova sullo Spiz di Lagunaz, nelle Pale di San Lucano… è stata una bella risposta!

M.F. Sì, ma tu devi fare le vie che ti senti di fare, non in risposta a quattro ignoranti. Devi fare quello che ti piace non per polemica. Questi sono vermi, non serpenti. I serpenti hanno la loro dignità (tutti ridono, NdR). I vermi non devono fare paura a un uomo della Luce come te, se no, dove arriviamo?
Allora, vediamo cosa possiamo fare. Alessandro e io vorremmo scrivere un documento, un attestato di stima nei tuoi e vostri confronti, naturalmente se ci dai il permesso. Nel frattempo tu devi attivare la tua sensibilità per recepire tutto ciò che è positivo nei tuoi confronti, non solo la negatività di pochi vermi.
Oggi abbiamo parlato con arrampicatori che vogliono addirittura fare un meeting per dimostrarti il loro affetto, stima e simpatia. I vermi staranno sempre più sottoterra. Dal momento in cui non lo guardiamo e non lo ascoltiamo, il verme è già morto.

H.G. Questo mi aiuta molto, è vero che dopo un po’ di tempo perdiamo la forza di lottare. L’attestato sarebbe un grosso passo avanti. Sarebbe un grande sostegno anche alla mia lotta per unire, in questa valle, le idee alpinistiche con quelle sportive.
Marco, sei veramente la mia avanguardia! Tu sei stato nello Yosemite, poi ci sono andato io e ho fatto le stesse cose tue (ridono tutti, NdR)!

M.F. Spero che questo pomeriggio con queste chiacchiere ti abbiamo aiutato. C’è tanta gente solidale con te… e gente competente, gente come Maurizio Giordani, per dirne uno!

H.G. Mi hai parlato come un padre, oggi!

M.F. Ma attenzione, non dobbiamo guardare solo i qualificati… la platea è molto ampia. La cordata di ragazzi con la quale abbiamo salito oggi la via Linda ci diceva che devi continuare…

A.G. Attenzione, non continuare necessariamente a fare vie o pulire… devi continuare a esserci!

M.F. Intanto che tu rimanga qui con noi…

Giuliano Stenghel e Heinz Grill, trattoria della Lanterna, Arco
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A.G. Poi se vorrai andartene ovviamente lo farai… ma non perché ti abbiano costretto i vermi!

H.G. Due anni che sono a Lundo, pur avendo un appartamento ad Arco dove non metto piede da due anni. Mi sono ritirato, ma ora ho una visione più ampia. Non dobbiamo più difenderci. Qui noi siamo stranieri, necessariamente siamo un po’ prudenti: non conosciamo con esattezza i meccanismi di ciò che ci circonda. Ma è tempo di auto-consapevolezza, ora.

A.G. Torniamo al discorso dell’attestato di stima… voglio fare per un momento l’avvocato del diavolo…

H.G. Deve essere un aiuto non solo per noi o per le vie. Perché, abbiamo davvero un bel tema, la promozione di una cultura condivisa tra tedeschi e italiani. Voi avete grande spirito estetico, sapete cosa è la bellezza e la vivete. Centinaia e centinaia di tedeschi sono venuti in Italia per trovare quell’elemento che manca in Germania, l’elemento artistico. E qui, in Trentino, è il punto d’incontro: qui dobbiamo operare.
Per una cultura poliedrica, che si apra a nuovi orizzonti.

A.G. Direi che su questo siamo tutti d’accordo. Ma dicevo prima dell’eventuale punto debole dell’attestato di stima. Se noi “chiediamo” che la gente e le istituzioni come CAAI e Guide Alpine firmi e sottoscriva questo documento, io ho paura che gente e istituzioni si chiedano: perché ci chiedono di firmare questo attestato? Perché lo hanno scritto? E possono rispondersi da soli: “perché deve essere proprio successo qualcosa di grave”. Dunque, io non lo farei… Ci sto ripensando…

B.H. L’attestato è utile perché promuove quelle idee di cultura che sono proprio quelle odiate dai “vermi”, quelle che in modo assai razzista i vermi vogliono spazzare via.

M.F. Attenzione: se noi facciamo silenzio, i vermi prosperano e si agitano…

A.G. Come silenzio, se facciamo l’attestato che silenzio è?

M.F. Ma hai appena detto che ci stai ripensando…

A.G. Ma no, sto ripensando al fatto se sia opportuno o meno CHIEDERE una firma di sottoscrizione! Non deve diventare un referendum, devono essere considerazioni di stima che girano da sole! Ho paura di una RICHIESTA.

M.F. Bello, mi piace! Degno di Alessandro Gogna…

A.G. Nel momento in cui, alla fine del comunicato, noi chiedessimo “volete essere d’accordo con quanto avete appena letto?”, vorrebbe dire che ne abbiamo bisogno. Noi NON ne abbiamo bisogno.

M.F. Giusto! Chi vuole firma, o condivide, passa lo scritto ad altri. Ma senza che glielo chiediamo. Ci vuole solo un pool iniziale di firme.

A.G. Sostanzialmente dev’essere un attestato di solidarietà con chi per anni ha sperimentato in questa valle la coesistenza culturale, ha creato vie, ha promosso convegni in questo senso. Il gruppo vegano e i vermi vari sono stati la miccia, ma non devono diventare un incendio, non dobbiamo dar loro quell’importanza che non hanno. Conosco bene l’aggressività dei vegani, ma noi non abbiamo bisogno di essere convertiti alla loro religione, siamo stufi di gente che vuole convertire, missionaria di improbabili nuove religioni. Uno vuole essere vegano? Lo sia, ma rispetti gli altri!

H.G. Autostima e auto-consapevolezza devono aumentare in generale. Personalmente ho problemi fisici in questo momento, con la mia spalla. Ma non devo mollare…

A.G. Attenzione, Heinz… perché in questo momento il miglior alleato dei vermi puoi essere proprio tu stesso. Nel momento in cui tu dici “le vie sono sporche perché nella loro fisicità possono assumere la negatività di ciò che ci sta circondando ora”, io posso ribatterti la palla e aggiungere: tutto vero, ma allora è anche vero nel momento in cui tu ti senti più debole fisicamente e hai male qui e qui e qui. Il male fa parte della natura umana e non ci possiamo fare nulla. Anche il miglior maestro yoga comincerà ad avere qualche dolore, prima o poi. Quindi, il problema dei dolori che ti affliggono da un paio d’anni non deve toccare quella che è la tua auto-consapevolezza. Non voglio insegnarti nulla, ma posso dire d’esserci passato. Per sei anni ho dovuto assumere una pillola di cortisone al giorno a causa di dolori che nessuno ha ancora adesso capito cosa fossero, ma che un omeopatico mi ha guarito. Mi ha fatto pensare. Cosa è successo in quegli anni? Il più grosso pericolo che correvo era quello di vedere me stesso diminuire la mia auto-stima. La vedevo scendere giorno per giorno: non sono più capace di arrampicare, di scrivere, di amare… scivolavo verso la depressione. Il cortisone toglieva il dolore ma creava tutta una serie d’altri problemi. Io ho avuto la fortuna di non avere “vermi” attorno a me, ma posso pensare che loro davvero spiino ogni tuo momento di debolezza, come i cani che normalmente sono aggressivi solo con chi ne ha paura.

H.G. Lo capisco molto bene… mi sento esattamente in questa situazione… ho i dolori e mi sono sentito debole. Ciò che hai appena detto lo so bene… ma ora in trappola ci sono io!

M.F. Ecco il perché del nome “via della Trappola” (risata generale, NdR)!

H.G. Dunque c’è una nuova malattia, a proposito di vie sporche: la “psicopulizia”!

B.H. Forse dobbiamo trovare un’altra parola… forse “sporco” non è corretto!

M.F. Heinz, potresti portare con te il soffiatore… ma io ti consiglio di non pulire più nulla, magari solo verificare lo stato dei cordini in luogo. Tu hai un po’ viziato gli arrampicatori! E’ tutto perfetto!

A.G. Sai cosa diciamo sotto alle falesie in Piemonte, o Lombardia, o altrove? Ah certo, qui si vede che non è passata la squadra di Heinz Grill! E’ diventato un modo di dire!

M.F. Non devi diventare integralista della pulizia!

H.G. Forse sono un po’ troppo perfezionista… Come Ivo Rabanser è perfezionista sul chiodare, io lo sono sulla linea e sulla pulizia.

B.H. Pensavamo: se la via è in ordine, la stima è assicurata; se la via non è in ordine c’è la calunnia e la maldicenza. Sentirsi come maiali è un attimo! Ma ora forse pensiamo che la stima non dipende solo da quello…

H.G. Io sono tedesco, dunque perfezionista… Per me la qualità di una via deve essere ottima, sia sul piano della bellezza e pulizia che della sicurezza. In altre zone, più selvagge, abbiamo altri criteri. Ho fatto alcune vie davvero raccapriccianti, ma non è solo questione di fare vie difficili. A parte che non avrei più l’età per certe sfide, credo che qui ad Arco la parola d’ordine sia fare vie belle.
Penso che questa conversazione sia stata un grande aiuto. Grazie.

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Marco Furlani:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Raimondo Daldosso:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Alessandro Gogna:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Roberto Jacopelli:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Ivo Rabanser:

 

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Dalle Alpi Marittime alle pareti del mondo

Dalle Marittime alle pareti del mondo
(intervista a Gianni Calcagno)
di Fulvio Scotto (pubblicata sulla rivista Montagne Nostre n°123, O9/1990, Cuneo e in seguito su Annuario del CAAI 2001-2002)

Prefazione di Mauro Penasa
(da Annuario del CAAI 2001-2002)

… Gianni Calcagno è figura fondamentale nello sviluppo di una concezione sempre più avventurosa per l’alpinismo italiano nei venti anni che l’hanno visto attivo sulle pareti del mondo.

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Ho conosciuto Gianni solo di sfuggita, grazie all’amicizia con Ugo Vialardi, uno dei biellesi che lo ha affiancato in più di una salita all’inizio degli anni ‘8O, e comunque solo a Finale Ligure, perché all’epoca quello era il mio filo conduttore. Ricordo però vivamente la sua figura, anche all’aspetto un vero santone, guardato da tutti con il rispetto che si deve a chi è veramente grande… ricordo la sua ironia tagliente e preziosa, uno stimolo per tutti noi giovinastri. Mi rendo anche conto quanto la sua concezione dell’alpinismo, in parte coincidente con quella di Guido Machetto, abbia contribuito a formare la mia idea sulla modalità di approccio alla montagna, al di là di quanto nel mio carattere si sposava naturalmente con la loro filosofia.

Dalle Marittime alle pareti del mondo: la capacità di “vedere” al di là della concezione corrente è un punto fondamentale per lo sviluppo personale e costituisce un importante insegnamento per chi si affaccia all’alpinismo, e ciò ad ogni livello. L’avventura è qui a portata di mano, se la fantasia è pronta a coglierla, se la mente riesce a “vedere” al di là della consuetudine.

Ovviamente tutto ciò ha un prezzo: la passione “alpinismo” richiede grandi sacrifici, dedizione e determinazione. O almeno concentrazione, altrimenti si corrono solo rischi notevoli.

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Altrimenti è meglio lasciare le proprie visioni al “sogno”. Che è comunque un elemento importante della nostra vita.

Gianni Calcagno è un nome che nel contesto alpinistico non ha bisogno di presentazioni. Nato il 6 marzo 1943 a Genova, è scomparso con Roberto Piombo in mezzo a una terribile bufera sullo sperone Cassin al McKinley il 16 maggio 1992.

Aveva iniziato l’attività all’inizio degli anni ‘6O nelle palestre liguri e sulle Alpi Marittime, da dove era poi decollato per le grandi pareti delle Alpi e del Mondo.

Gianni è stato un grande dell’alpinismo, dotato di eccellente tecnica su tutti i terreni, e di una “testa” lucida e determinata. E’ stato quindi un innovatore in grado di indicare con chiarezza la strada a chi gli stava intorno: dalle salite invernali all’arrampicata libera in palestra, dai colatoi di ghiaccio e misto alle spedizioni in alta quota, si è trattato di un personaggio veramente completo, tanto da divenire un modello per l’alpinismo di molti.

Questa intervista, realizzata da Fulvio Scotto nel 199O, riprende le origini del suo alpinismo, ed è una lucida testimonianza di come le grandi imprese debbano essere seminate con cura, e di come ciò possa essere fatto anche sulle rocce di casa… La motivazione dentro di sé è sufficiente a rendere ogni parete la più bella e intrigante del mondo…

E la ricerca della difficoltà è comunque una buona base di formazione…

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Dalle Marittime alle pareti del mondo
(intervista a Gianni Calcagno)
di Fulvio Scotto (pubblicata sulla rivista Montagne Nostre n°123, O9/1990, Cuneo e in seguito su Annuario del CAAI 2001-2002)

Oggi sei un personaggio dell’alpinismo extraeuropeo ai massimi livelli, però vorrei, in questa chiacchierata con i lettori, partire da lontano, dai tuoi primi approcci con le Marittime e parlare soprattutto della tua attività sulle nostre montagne, del Calcagno che si è formato su di esse.
– I primi approcci con l’alpinismo sono dipesi soprattutto da mio fratello Lino, che aveva frequentato un corso di alpinismo e cominciato a fare qualcosina. In quel periodo lavoravo fuori Genova. Quando sono rientrato ho provato ad arrampicane anch’io e ne sono rimasto affascinato. Tra i primi compagni di cordata ricordo i coniugi Gianni e Margherita Pastine e, proprio con loro, nel luglio del ’64, ho tracciato un nuovo itinerario sulla Ovest della Punta Mafalda. Ma il primo contatto con le Marittime è stato nel ’63 sulla via Campia al Corno Stella con i fratelli Eugenio e Gian Luigi Vaccari e la prima via da capocordata, il Promontoire all’Argentera, sempre nel ’63.

In vetta alla Torre Castello (Alpi Cozie, val Maira): da sinistra, Alessandro Gogna, Gian Piero Mottti, Gian Carlo Grassi, Giorgio Volta e Gianni Calcagno dopo le prime ascensioni contemporanee sulla parete est, via dei Genovesi e via dei Torinesi, 17 settembre 1967
In vetta alla Torre Castello (Alpi Cozie, val Maira): A. Gogna, Gian Piero Mottti, Gian Carlo Grassi, Giorgio Volta e Gianni Calcagno dopo 1a ascensione della parete est, via dei Genovesi e via dei Torinesi, 17.9.1967

– Quindi il tuo primo compagno di cordata è stato tuo fratello?
– Sì, certo. Dopo un brevissimo tirocinio su difficoltà modeste, abbiamo iniziato ad arrampicare sul quarto e quinto grado. Scherzosamente avevamo coniato il detto “Chi non si accoppa diventa buono!” e, visto che di accopparci non avevamo alcuna voglia…

– Se ho capito bene, hai iniziato prima ad arrampicare che ad andare in montagna?
– Praticamente sì. Il terreno di gioco preferito erano le palestre genovesi: il Pennone, la Bajarda, il Bric Camulà, la Punta Tuschetti: i posti più assurdi secondo la concezione attuale, i posti dove la roccia è peggiore ma dove si impara ad arrampicare perché o passi decentemente o vieni di sotto.

Gianni Calcagno nella prima invernale della parete nord-est della Grivola, gennaio 1970
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– Hai detto di aver iniziato in Marittime nel ’63…
– Sì. Il ’64 è stato un anno di continue ripetizioni in Marittime. All’inizio non puoi avere che idee confuse sulla tua potenzialità, le idee si schiariscono solo col tempo. Ma ciò che ha guidato il mio alpinismo sin da allora è la convinzione radicata e profonda che prima di affrontare difficoltà di ordine superiore bisogna imparare a muoversi con disinvoltura sulle difficoltà medie e assimilare al massimo l’ambiente.
Quindi, è solo a furia di ripetizioni che avrei potuto migliorare la tecnica e aumentare l’esperienza per andare in montagna a livelli sempre maggiori.
E allora dove vai? Nelle montagne che ti sono più vicine e che conosci maggiormente. Oggi a fare una via su una parete, domani sulla torre vicina, poi una traversata come alla Catena delle Guide, quindi il Corno Stella e così via, sino a fare tutta la cerchia dell’Argentera. Dopo di ciò al Prefouns e al rifugio Questa, quindi al rifugio Zanotti e via dì seguito. Le Alpi Marittime, in quegli anni, le ho battute quasi tutte.

Ho trovato il tuo nome nelle prime pagine del libro di Alessandro Gogna Un alpinismo di ricerca. Tu magazziniere e fattorino, lui studente. A Natale del ’64 annaspavate nella neve per andare a fare una via sulla Est della Cresta Savoia, ma la neve era davvero tanta e finì con un bivacco al Valasco. Cosa sapevate dell’alpinismo, delle sue problematiche e che cosa cercavi nel tuo approccio con la montagna?
– Cosa cercavo? La risposta è estremamente semplice, io andavo in montagna perché mi piaceva. Anche se la cosa oggi fa quasi inorridire: “Ma come, ti piace camminare, faticare, pestare della neve?!?”. Ebbene, a me piaceva, come mi piaceva bivaccare se capitava, e fare delle cose considerate pazze. Allora le Est della Savoia d’inverno rappresentavano un grosso obiettivo e poterlo realizzare per me era il massimo e valeva la pena di buttarcisi a capofitto. Un treno per Savona, un altro per Cuneo, la corriera fino a S. Anna, a piedi a Tetti Gaina e poi, finalmente, nella neve. Erano anni in cui nevicava molto, non come adesso. La scalata era il movente ma la cosa più importante era quella di trascorrere alcuni giorni in montagna con un compagno con le mie stesse affinità. Secondo me un alpinista attuale, dico alpinista e non solo escursionista o arrampicatore, prava le nostre stesse sensazioni, anche se oggi la fantasia ha meno possibilità di spaziare. A quei tempi tutta quanta la montagna era permeata di un alone che noi vedevamo come misterioso, e questo mistero si concretizzava ogni volta nel fascino di una nuova scoperta. Al giorno d’oggi è tutto straconosciuto e il fascino della scoperta, almeno nelle Alpi, è andato a farsi friggere. Lo ritrovi, in alcuni casi, d’inverno sulle montagne dimenticate come sono appunto le Marittime in questa stagione, lo ritrovi anche nelle Apuane, un’altra catena completamente abbandonata quando è sommersa dalla neve.

Cresta integrale di Peuterey, tentativo di 1a inv: Guido Machetto e Gianni Calcagno in un bivacco sulla cresta sud dell’Aiguille Noire, febbraio 1971
Cresta integrale di Peuterey, tent. 1a inv, 02.1971, cr. sud dell'Aig. Noire, Machetto e Calcagno

Dall’estate del ’65 la vostra attività approda a un livello superiore. Ho letto che frequentavi la Grigna. A giugno con Gogna fai la prima dello Sperone di Tablasses e a luglio tre vie nuove e due prime ripetizioni sempre nel Prefouns, salite che vi mettono in evidenza.
– E’ successa una cosa che penso capiti a tutti: a forza di arrampicare si cresce di livello e a forza di ripetere ci si rende conto che esiste ancora molto di nuovo da fare.
Desiderio di mettersi in evidenza? Non credo. La componente maggiore è forse la ricerca di una gratificazione personale. Sicuramente esiste lo spirito di emulazione e anche la carica agonistica data dal vivere in un ambiente alpinistico di rilievo. Tra l’altro, io ritengo positive queste componenti perché aiutano a migliorarsi, e non solo in campo alpinistico.
Ed è proprio lo spirito agonistico che ci spingeva di continuo sui massi e in palestra. Figurati che andavamo ad arrampicare con qualsiasi tempo. Piovesse, nevicasse, facesse un freddo infernale, noi arrampicavamo comunque. Ricordo che in Grigna, quando gli altri rientravano al rifugio perché pioveva, noi potevamo sfoggiare la nostra abilità non sulle vie di artificiale che erano alla portata di tutti, ma su quelle di libera, come la Comici al Nibbio con quel diedrino di sesto all’attacco che con gli scarponi era già un bel problema anche da asciutto.

Questo fa parte di una componente puramente sportiva dell’alpinismo che alcuni, a volte, cercano di negare anche un po’ ipocritamente, ma che esiste in
alpinismo come in ogni altra attività.
– Certo che esiste. Figurati che noi, quando ci sentivamo osservati, non esitavamo a fare le cose più dure e, ragazzi!, i passaggi riuscivano anche meglio!

Cresta integrale di Peuterey, tentativo di 1a inv: Gianni Calcagno nel bivacco sulla cresta sommitale del Pilier d’Angle, febbraio 1971
Sulla cresta sommitale del Pilier d'Angle, G. Calcagno al bivacco - Monte Bianco, tentativo 1a inv della Cresta Integrale diPeuterey, feb. 1971

– In quegli anni quali furono le tue salite più significative in Marittime e fuori?
– Nel ’65 la più grande classica che ho fatto è stata sicuramente la Sud della Noire. Allora si diceva che sulla Sud della Noire ci si laureava grandi alpinisti e per noi, che uscivamo dalle Marittime, quei 1200 metri di difficoltà rappresentavano un bell’ostacolo. Ma l’ostacolo maggiore era la mancanza di tempo. Si partiva da Genova di notte, spesso senza dormire neanche un’ora. Si attaccava, si colpiva, e si ritornava facendo dei viaggi allucinanti. Tutte le più grandi salite di quel periodo le abbiamo fatte così.
Anche se la Sud della Noire aveva rappresentato un salto di qualità come impegno complessivo, tecnicamente in Marittime avevamo fatto cose più difficili, come le prime ripetizioni della via Guderzo alla Punta Maria e alla Punta Giovanna di cui non si sapeva quasi niente. Della Punta Giovanna si conosceva solo un tiro terribile all’attacco ma noi eravamo giovani e forse un po’ presuntuosi per cui pensavamo “Dove Guderzo è passato con le staffe noi passiamo sicuramente in libera”. Figurati la scena: un diedro strapiombante liscio come uno specchio e noi con quegli scarponacci che usavamo allora. Dopo 6~7 metri ero appeso come un salame a costruirmi le staffe con i cordini! Un altro passaggio terribile Guderzo l’aveva superato durante un tentativo allo sperone del Tablasses. Anche in questo caso si tratta di un diedrino spiovente poco sopra l’attacco. La prima ascensione dello sperone l’abbiamo fatta Gogna ed io ma se Guderzo avesse avuto dei compagni della sua forza non avrebbe certamente rinunciato.

Oggi si dice appunto che a Giovanni Guderzo, nel corso della sua attività, sia mancato un compagno di cordata al suo livello.
– Penso proprio di sì. Per fortuna a noi è successa la cosa inversa essendo riusciti a formare un gruppetto di 4/5 persone che arrampicavano a un buon livello tecnico e riuscivano ad alternarsi anche su difficoltà abbastanza forti.

Nel freezer di un’industria del pesce, Gianni Calcagno prova i materiali in vista della spedizione sull’Annapurna, 1973
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Nel maggio del ’66 hai salito il diedro che porta il tuo nome alla Rocca Castello e il 17 settembre 1967 una via nuova, la “Genovesi Est”, sulla parete della Torre Castello. Lo stesso giorno, poco a sinistra di voi, altri due giovani, Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi, aprivano la “Torinesi Est”. Fu un caso o un programma preordinato? Quali erano i vostri rapporti con i torinesi?

– Il diedro sulla Rocca è stato il frutto di un errore. Per i diedri ho sempre avuto un debole e un giorno che ero andato a fare la via Balzola, vedendo da sotto quel diedro rosso stupendo, ho pensato immediatamente che la via non poteva che passare di lì. Nei diedrini mi son sempre trovato a mio agio e più i movimenti sono complessi meglio mi riescono. Fatto il primo passo ho capito di non essere sul quarto ma sul quinto superiore. Ma che importava essere fuori via, era troppo bello per rinunciare! Della Est della Torre si sapeva che era inviolata e sapevamo che anche i torinesi ci stavano pensando. Per combinazione ci siamo trovati in parete lo stesso giorno, noi con un paio d’ore dì vantaggio perché eravamo sempre i soliti nottambuli. In seguito ho avuto qualche contatto con l’ambiente torinese e con Motti ho fatto qualche bella arrampicata anche in Dolomiti senza riuscire però a legare con gli altri.

Gianni Calcagno, Alessandro Gogna e Guido Machetto a una qualche presentazione della spedizione dell’Annapurna 1973
G. Calcagno, A. Gogna, Guido Machetto a una qualche presentazione della spedizione dell'Annapurna 1973

A quell’epoca facevi spesso cordata con Gogna. Chi tirava maggiormente dei due, chi aveva le idee e sceglieva le salite?
– Nell’ambito del nostro gruppo, sulle difficoltà più sostenute, eravamo noi due a fungere da capocordata ma quando arrampicavamo assieme andavamo rigorosamente a tiri alterni. E questa era una regola ferrea. Sandro era quello che s’interessava maggiormente della ricerca dei nuovi problemi e questo per una elementare ragione: io lavoravo, lui era studente, io lavoravo, lui non studiava, io lavoravo come un disperato e lui studiava alpinismo.

Guido Machetto sulla via degli Italiani al Tirich Mir, 1975
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Nell’inverno ’67/68 la vostra prima grossa impresa al Pizzo Badile, la prima invernale alla via Cassin; poi Gogna decide di dedicare la sua vita all’alpinismo a tempo pieno. Perché tu non facesti altrettanto?
– Ho perso mio padre che avevo 13 anni. Pensare di vivere di alpinismo era pura utopia perché, se non portavo a casa lo stipendio, non solo non mangiavo io ma non mangiavano neanche i miei familiari. La mia non è tanto una scelta quanto un obbligo, un obbligo che ha caratterizzato tutta la mia vita. Sandro non aveva altre responsabilità che quelle nei confronti di se stesso e quindi la possibilità di scegliere liberamente.

– Come mai non eri con Gogna allo Scarason? Certamente sapevi di questa parete ancora inscalata. Poteva essere la più difficile tra le tue ascensioni di allora.
– Qualche tempo prima, in Grigna, avevamo conosciuto Paolo Armando e cominciato ad arrampicane assieme. La via del Triangolo Industriale al Nibbio è un esempio. Anche Paolo era studente e quindi abbondava di tempo libero per cui ha cominciato a fare progetti con Sandro. Logicamente, per impegni di lavoro, potevo muovermi solo nei fine settimana e sono rimasto tagliato fuori da parecchi progetti. Per la stessa ragione non ho partecipato alla scalata del Naso di Zmutt al Cervino pur avendo fatto il primo tentativo.

Gianni con la moglie Giovanna nel 1980
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– Negli anni in cui hai frequentato maggiormente le Marittime, in zona operavano i francesi Didier Ughetto e Frank Ruggeri, quindi Michel Dufranc e i cuneesi del gruppo “Cit ma bon”. Li conoscevi?
– Con i cuneesi i contatti erano sporadici, ci si incontrava solo nei rifugi. C’era rispetto reciproco ma non c’erano campioni né dalla nostra né dalla loro parte.
Ughetto e Ruggeri li conoscevamo, eccome! Avevamo ripetuto la loro via sulla Sud del Corno trovando “eterno”. Ricordo ancora con impressione la serie di placche che supera, placche talmente lisce che non riuscivo a capire come ci si potesse stare. I francesi avevano già un’altra mentalità, un diverso modo di allenarsi e delle strutture splendide come il Baoux de St. Jeannet mentre noi ci allenavamo in Baiarda: il confronto non regge assolutamente.

– Dufranc forse è quello che porta le idee più nuove. Parigino, ha arrampicato a Fontainbleau, ha fatto la prima in giornata della Walker, i suoi amici hanno vinto la Ovest del Dru. Lo hai conosciuto?
– No, non l’ho conosciuto. Posso riferirti l’opinione generale sui francesi. Si diceva che fossero delle bestie, che arrampicassero fortissimo, che riuscissero ad aprire delle vie incredibili. Chissà che non usassero già scarpe diverse e sicuramente una tecnica e una mentalità più avanzata. Si capisce che dietro c’era l’abitudine ad andare avanti su terreno sconosciuto e questo, per noi, rappresentava un limite. Le loro vie erano quasi introvabili perché di chiodi non ne lasciavano neanche morti. Trovavi l’attacco a furia di girarci sotto e poi… era come fare una via nuova.

– Negli anni seguenti grosse salite nelle Alpi e, dal ‘75 al Tirich Mir inizia la tua grande avventura extra-europea. Tranne il triste tentativo all’Annapurna del ’73, tutte le altre sono imprese di successo. In questi anni in cui costituivate l’élite alpinistica italiana sei stato amico di Guido Machetto.
– Guido era un alpinista e un uomo eccezionale. E’ stato il fulcro su cui ha ruotato il nostro gruppo tra il ’70 e il ’73. Se non fosse caduto alla Tour Ronde sarebbe stato un punto di riferimento per l’alpinismo italiano per le sue idee decisamente innovatrici.

Gianni nelle Ande, 1980
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– In quei periodo e negli anni successivi cosa hanno rappresentato per te le Alpi Marittime?
– Mah, per parecchi anni le ho decisamente trascurate a favore delle grandi montagne. Le Marittime sono formate da montagne minori sulle quali è difficile fare salite che diano grandi sensazioni, scalate di livello come cercavamo allora.
D’altra parte la tecnica piolet-traction non era ancora nata e le Marittime, nel loro aspetto invernale, quasi sconosciute. Un altro fattore importante è rappresentato dall’arrampicata in falesia, considerate in quel momento come il “nuovo gioco” che cominciava a sottrarre numerose presenze alla montagna. Si parla del ’68 come l’inizio di questa nuova visione dell’alpinismo che considera la scalata come puro divertimento. Questo momento l’ho vissuto anch’io, ma dettato da un’esigenza interiore e non certo dalla moda.

– Parlano di te come di una mente fredda, calcolatrice, capace dì puntare all’obiettivo senza tentennamenti.
– Ti dico questo: a me è sempre costato andare in montagna, non me l’ha mai regalato nessuno. Mi è costato parecchio perché ho dovuto rubare tempo a tutte le altre attività della vita, lavoro, famiglia, affetti, e questo perché l’alpinismo mi è sempre piaciuto. Quando progetto una salita in montagna valuto il mio grado di allenamento, le condizioni e lo stato del tempo. In fase di realizzazione se solo esiste una possibilità me la gioco, me la gioco sino in fondo. Se va tutto a bagno per cause di forza maggiore pazienza, ma prima di rinunciare… Quello che non sopporto è la faciloneria nel decidere: io sono severo con me stesso e lo sono altrettanto con gli altri.

Gianni su Ten, Rocca di Corno, Finale Ligure. Anni ’80
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Come giudichi il Calcagno di un tempo e quello di oggi? Cosa è rimasto in te dell’alpinista che correva per il fine settimana a fare le salite in Marittime?
– Mi considero lo stesso alpinista di allora… in evoluzione. L’alpinista attivo è sempre in evoluzione, sia come modo di intendere l’alpinismo che come modo di praticarlo. Credo di non essermi ancora arenato né sul piano fisico o tecnico, né tantomeno come concezione della montagna. Cosa mi è rimasto dell’alpinismo prima maniera? Tutto. Sono ancora quello che si diverte ad andare in montagna, a fare i passaggi, a inebriarsi dell’ambiente, a faticare sotto il peso dello zaino, a partire di notte come allora. E ho continuato a frequentare le Marittime, le Cozie, le Apuane in inverno, quando questi ambienti diventano severi e tosti perché vi si respira più asprezza e isolamento che nei pressi del rifugio Torino.

Ritieni che fare dell’attività su queste montagne abbia ancora un senso nel contesto alpinistico generale? Ritieni che abbia un senso cercare delle nuove realizzazioni?
– Ritengo che in montagna sia logico cercare nuove realizzazioni dappertutto. Per quello che mi riguarda, delle Marittime vedo l’evoluzione in campo invernale per le molte possibilità che offrono. Abbiamo fatto alcune goulotte di 800/1000 metri proprio lo scorso inverno, ascensioni da paragonare alle più belle delle Alpi. Se si ripete un inverno favorevole, ci passo tutte le domeniche, te lo posso garantire. Erano anni che aspettavo le condizioni sulla Nord-est dell’Asta Sottana, e la Ovest del Tablasses in piolet-traction, puoi immaginartela?! Per non parlare dell’Uja del Dragonet, la più difficile e la più bella.
Dell’attività estiva mi lasciano perplesso alcune ragnatele di vie aperte dall’alto, anche se offrono al ripetitore qualche bella arrampicata. Chi va ad aprire una via, dovrebbe aprirla nel vero senso della parola.

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– Quindi sei contrario ad “opere di attrezzatura dall’alto” come è successo al Corno e a Rocca Bianca in Val Varaita?
– Già per le palestre questo stile mi lascia parecchi dubbi. Viviamo in un momento in cui trovare nuovi itinerari logici è sempre più difficile e mi sembra un’assurdità il chiodarli dall’alto togliendo la possibilità di farli con uno stile pulito. Se non si hanno le capacità di chiodare dal basso, lasciamolo fare a chi è in grado di farlo. Il Michel Piola della situazione potrebbe esistere anche da noi.

– Un personaggio della nuova leva alpinistica che ritieni possa rivestire un ruolo di primo piano in Marittime?
– Marco Schenone è uno dei frequentatori di maggior livello delle Marittime con alle spalle un notevole curriculum alpinistico in tutti i gruppi e su tutti i terreni. Tra i liguri, che meglio io conosco, si può considerare uno dei migliori alpinisti emergenti.

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Robert Jasper

Robert Jasper
di Silvia Benetollo (per gentile concessione di altitudini.it)

Robert Jasper (nato il 15 aprile 1968 a Waldshut-Tiengen, Germania) è cresciuto nella Foresta Nera, e ha iniziato giovanissimo a scalare, principalmente nella Schlüchttal e nello Jura. Già a vent’anni aveva portato a casa più di 100 tra le vie considerate tra le più difficili delle Alpi, ma è del 1991 la sua prima grande impresa, quella che lo rende famoso: la scalata, in un solo anno, delle pareti nord dell’Eiger, del Cervino e del Grandes Jorasses.
Predilige le ascensioni in solitaria perché, dice, la solitudine in parete gli permette di scavare dentro se stesso e di conoscersi meglio. Ma le Alpi sono solo il punto di partenza per una serie di notevoli imprese su tutte le montagne del mondo.

Robert Jasper
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In Patagonia, Jasper mette a segno quella che probabilmente è la quarta ascensione del Cerro Standhardt, il più piccolo nel gruppo del Cerro Torre ma che presentava ancora sfide irrisolte; sempre in Patagonia, sale in stile alpino il Cerro Torre per la via Maestri in sole 16 ore e mezza, mentre nel 2005 è la volta del Cerro Murallon, dove aprirà una nuova via, Via col vento, assieme a Stefan Glowacz, che gli vale il Piolet d’Or.
Il Cerro Murallon è una cima remota e difficile, e prima della spedizione di Jasper e Glowacz era stata scalata ufficialmente una sola volta, nel 1984 da una spedizione italiana: infatti, nel 1961 gli alpinisti Jack Ewer ed Eric Shipton erano arrivati alla cresta sommitale pensando di aver raggiunto la cima, ma poiché si trovavano in mezzo a una tempesta, non riuscirono nemmeno a stabilire con certezza dove si trovavano. Anche Jasper e Glowacz non hanno avuto vita facile sul Cerro Murallon. In quei momenti di difficoltà estrema, racconta Jasper, il sentimento che prevale non è l’ammirazione per i luoghi e la natura selvaggia, ma piuttosto l’istinto di sopravvivere. La bellezza del posto e dell’impresa la si vede dopo, quando tutto è concluso e può essere osservato a mente fredda e alla giusta distanza.
Mi ha colpita molto questa affermazione di Jasper, perché mi sono sempre chiesta come vivono e quali sensazioni provano questi atleti che si trovano, per loro scelta, ad affrontare condizioni estreme, spesso ai limiti della sopravvivenza. E mi sono resa conto con stupore che si tratta della stessa sensazione che spesso mi sono trovata a vivere anche io, nel mio piccolissimo, durante certe escursioni in Dolomiti per me lunghe ed estenuanti, che non riuscivo ad apprezzare quando ero immersa fino al collo nella fatica e nelle difficoltà, e che poi invece ho amato tantissimo. Fatte le dovute proporzioni, e considerando sempre le caratteristiche personali di ognuno, sottoposti allo stress e ai pericoli un alpinista estremo e una semplice escursionista vivono sensazioni simili. E questa cosa è stata per me davvero un’epifania.

In Himalaya Jasper ha meno fortuna: pur raggiungendo ottimi risultati, le spedizioni nel Gharwal e sul Nuptse 1 devono essere interrotte a causa del maltempo e del vento forte, lo stesso che nel 1997 si è portato via dalla cima del Nuptse 1 lo sloveno Janez Jeglič.

La famiglia Jasper
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Ma probabilmente è l’Eiger ad attirarlo di più, la montagna che gli offre l’avventura appena fuori della porta di casa e che gli permette di confrontarsi con le grandi spedizioni del passato. Anzi, la famosa Nordwand sembra essere un’ossessione per la famiglia Jasper, dato che anche la moglie Daniela su questa parete ha aperto ben 4 vie. Assieme sull’Eiger Robert e Daniela aprono una delle vie più difficili delle Alpi, Symphonie de Liberté: mille metri di sviluppo, roccia ghiacciata, temperature invernali anche in piena estate, frequenti cadute di massi. Sono proprio queste le peculiarità che fanno della Nordwand una delle pareti più difficili e allo stesso tempo più affascinanti per gli scalatori di tutto il mondo: l’esposizione fa sì che la neve e il ghiaccio siano da mettere in conto anche nei mesi più caldi, salvo poi trasformarsi in cascate nelle ore centrali del giorno, e le frane costituiscono un pericolo costante.

Proprio questi fattori, uniti al maltempo, determinarono il fallimento delle prime spedizioni sull’Eiger. Vale la pena ricordarle. Gli alpinisti Karl Mehringer e Max Sedlmeyer iniziano la scalata l’11 agosto 1934. Durante il primo giorno i due salgono velocemente sulle rocce alla base della Nordwand, ma dopo il primo bivacco il ritmo di salita cala paurosamente, probabilmente per la stanchezza. Le frequenti scariche di massi li costringono a bivaccare nuovamente, ma intanto il tempo peggiora. Una violenta tempesta porta neve e ghiaccio in parete, coprendo di nuvole la sorte dei due alpinisti. Vengono avvistati per l’ultima volta nella mattinata di sabato 14 agosto, dopodiché su di loro cala definitivamente il sipario. I corpi vengono portati giù dalle valanghe, e verranno recuperati molto dopo dalle squadre di ricerca.
La seconda spedizione, nel 1936, non fu molto più fortunata. Era composta da due esperti alpinisti bavaresi, Toni Kurz e Andreas Hinterstoisser, che avevano preparato la salita della Nordwand scalando la parete nord della Cima Grande di Lavaredo, e gli austriaci Willy Angerer e Edi Rainer, molto meno qualificati per affrontare un’impresa del genere. Partirono il 18 luglio, alle 2 del mattino, riuscendo quel giorno a salire un buon tratto. Ma la notte successiva il tempo cambiò repentinamente e di nuovo la nebbia nascose la vista degli alpinisti agli osservatori appostati a Kleine Scheidegg. Passò un’altra notte. Ciò che accadde nel terzo giorno di scalata non è mai stato chiarito: gli alpinisti dapprima avanzarono lentamente, poi si fermarono, e alle 5 del pomeriggio furono visti scendere, portando un ferito. Bivaccarono nuovamente in parete. Il giorno dopo, verso mezzogiorno, un addetto alla ferrovia dello Jungfraujoch si sporse dallo Stollenloch (la finestra di collegamento con la galleria della ferrovia interna all’Eiger), e sentendo che gli alpinisti si stavano avvicinando rientrò per preparare del tè. Due ore dopo, non vedendoli arrivare, andò nuovamente a controllare: questa volta quello che sentì furono grida di sofferenza. Telefonò quindi alla stazione Eigergletscher, dove venne approntata una squadra di soccorso. Gli alpinisti vennero raggiunti il giorno successivo, ma a quel punto l’unico rimasto vivo era Toni Kurz: Rainer era morto assiderato, Hinterstoisser era caduto e Angerer pendeva strangolato dalla corda. Dopo sei ore passate a cercare di liberare le corde per calarsi giù verso i soccorritori, proprio quando era sul punto di compiere un’impresa epica, Toni Kurz reclina la testa, apre le braccia e muore, schiantato dalla fatica.
La parete nord dell’Eiger rimane inviolata fino al 1938, quando due cordate, una tedesca e una austriaca si trovarono in parete e decisero di mettere insieme le forze. Tra loro c’era Heinrich Harrer, divenuto poi noto per le sua permanenza in Tibet.
Da allora la Nordwand è stata scalata numerose volte e diverse sono le vie che conducono alla cima. Una di queste è la cosiddetta Direttissima dei Giapponesi, che sale diritta e senza esitazioni nel settore di centro-destra della parete. Fu aperta con un ultimo attacco di cinque giorni da una spedizione giapponese (Hirofumi Amano, Takio Kato, Yasuo Kato, Susumu Kubo, Satoru Negishi e la dottoressa ventisettenne Michiko Imai, dal 15 luglio al 15 agosto 1969). La salita fu concepita come un test per l’equipaggiamento, in previsione di una spedizione nel Karakorum, e all’epoca fu molto criticata per via dei 1300 metri di corda e dei 250 chiodi a pressione lasciati in parete. La spedizione portò con sé durante la scalata ben 1000 kg di materiale. Tuttavia, la determinazione e l’abnegazione dimostrata dai giapponesi durante la scalata in condizioni avverse suscitò l’ammirazione generale. Tra l’altro, a giudicare dalle foto che si sono scattati in parete, in un bivacco precario e in mezzo alla tormenta, sembra proprio che si siano parecchio divertiti.
Questa è la via che Robert Jasper e l’amico svizzero Roger Schäli hanno deciso di ripetere in libera. Hanno atteso il momento giusto, senza farsi prendere dall’entusiasmo, scegliendo con cura il periodo in cui sono meno frequenti le cadute di massi e più improbabile il maltempo. E in tre giorni hanno portato a termine la loro missione. Dice Robert: “Ho imparato ad aspettare la giornata giusta, il momento giusto, il partner giusto: solo in simili condizioni ed equipaggiati dell’indispensabile, è possibile spostare il limite dal possibile all’impossibile.

Il termine che più spesso Jasper ha utilizzato durante la serata conclusiva di IMS è ‘emotional’. Non c’è dubbio che, nell’attività alpinistica di Jasper non sia solo la prestazione, la performance atletica a essere al centro dell’attenzione; il fattore emotivo ha infatti un ruolo importantissimo. Dopo svariate imprese su montagne extraeuropee, Jasper è convinto che le Alpi possano dare ancora molto in termini di avventura. E stando all’emozione che trasmette al pubblico durante la sua conferenza, non possiamo che essere d’accordo con lui.


La Direttissima dei Giapponesi rotpunkt
a cura della Redazione

La via Direttissima dei Giapponesi supera con una linea pressoché verticale la difficilissima parete (la Rote Fluh) che sovrasta la famosa Fessura difficile dei primi salitori della Nord, per poi continuare sempre dritta fino in cima. La via è stata liberata superando difficoltà in libera fino all’8a all’interno di una vera avventura alpinistica.

Robert Jasper e Roger Schäli
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Un sogno lungo sei anni è finalmente stato coronato dal 28 al 31 agosto 2009: Robert Jasper e Roger Schäli sono riusciti nella rotpunkt dei 1880 m della via. La direttissima, gradata al tempo della prima ascensione del 1969 di VI e A2 (in stile himalayano), ha ora una valutazione 8a, M5, (X- UIAA);

Robert Jasper aveva messo le mani sulla via già nel 1991 ma aveva dovuto ritirarsi per quelle micidiali scariche che hanno reso tragicamente famoso e unico l’Eiger. Mentre dal canto suo Roger Schäli si era legato nel 2003 all’altro asso svizzero, Simon Anthamatten, ma anche loro dopo 1000 metri di parete si erano dovuti arrendere ai pericoli oggettivi. Insomma, l’Eiger richiede sempre la consueta dose di costanza e determinazione…

Il 2009 è stato l’anno giusto, ma non prima però di aver speso un altro paio di tentativi frustrati dalle pessime condizioni meteo. Da considerare anche il pessimo stato dei chiodi a pressione piantati 40 anni prima dai giapponesi. Dal secondo nevaio in su la via è molto esposta a caduta sassi. La qualità della roccia sulla Rote Fluh è buona e ci sono molti vecchi chiodi a pressione, mentre nella sezione alta della via la qualità della roccia non è buona e ci sono poche possibilità di proteggersi. Bisogna mettere le protezioni mobili e attrezzare le soste, tranne su alcune soste nella Rote Fluh che sono state rispittate.

Robert Jasper durtante la prima libera della Direttissima dei Giapponesi all’Eiger. Foto: Franz Walter
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La Direttissima dei Giapponesi in libera
di Robert Jasper
28 agosto 2009. Circa metà delle prese sulla Rote Fluh sono bagnate. Arrampichiamo e lottiamo spingendoci verso l’alto. Due dei tiri più difficili sono parzialmente bagnati e ci vogliono un paio di tentativi per salirli in libera. Con dita bagnate e congelate tengo una piccolissima presa dopo l’altra, le mie scarpette strette scivolano perché non sento più le dita dei piedi. Ciecamente faccio i movimenti che avevo imparato a memoria, senza sentire il mio corpo.

Vado avanti solo grazie alla mente che mi svela riserve d’energia che non conoscevo. Al terzo tentativo riesco finalmente – per un soffio – a liberare il tiro chiave. Ce la possiamo fare! Il giorno successivo il meteo è brutto e trascorriamo il tempo aspettando nella nostra piccola tenda nello Stollenloch. Come dalle previsioni la pressione si alza durante il pomeriggio e il tempo migliora durante la notte. Questa è la nostra chance.

Il 30 agosto partiamo nel cuore della notte, seguendo la luce delle nostre lampadine frontali. Velocemente saliamo il secondo nevaio che è di ghiaccio vivo coperto con detriti e ci immettiamo sull’enorme muro sovrastante che ci incute paura. Ora tutto diventa difficile: ci aspetta il “Pilastro rotto”, con roccia marcia dappertutto con quasi nessuna possibilità di piazzare delle buone protezioni, e con pochi chiodi arrugginiti lasciati dalla spedizione giapponese, per lo più colpiti svariate volte dai sassi.

Il fischio dei sassi che cadono attorno ci riportano a tutte le famose storie dell’Eiger… per noi quest’avventura è quasi eccessiva. Poco prima della Cengia centrale – il nostro terzo bivacco – le scariche si intensificano. Un sasso grande come un pugno centra il mio casco e quasi lo rompe. Per fortuna riesco a stare in piedi e a non cadere. Stanchi piantiamo la tenda. I sassi continuano a cadere durante tutta la notte e più di una volta la nostra tenda viene sfiorata. Tentiamo di riposare i nostri nervi. Un po’ di cibo e da bere, poi dentro i sacchi piuma. Nonostante la tormenta riusciamo a recuperare per il giorno successivo.

Come nei giorni precedenti Roger ed io ci alterniamo per salire da primi, e riusciamo a procedere velocemente. Sul Pilastro Sphinx Roger lotta come un Samurai e chiude il conto con uno dei tiri artificiali di A2, che ora è un difficile 7b.

Dopo alcuni tiri molto alpinistici e dei traversi terribili riusciamo finalmente a raggiungere l’ultimo nevaio. Lì ad attenderci c’è una sorpresa: troviamo un vecchio zaino inglobato nel ghiaccio e, poiché avevamo soltanto due chiodi da ghiaccio, lo utilizziamo per attrezzare una buona sosta. Con tutta probabilità è lo zaino lasciato da Jeff Lowe*.

Salutati dagli ultimi raggi di sole scappiamo dall’infinito buio della parete nord. Ci abbracciamo, sollevati, sulla cima. E’ fatta.

* Nota (da Planetmountain.com): tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 1991 con un incredibile ed estenuante salita durata nove giorni l’americano Jeff Lowe aveva tracciato in solitaria una nuova via sulla parete nord del Eiger. Dopo aver superato difficoltà estreme e al limite delle sue forze un elicottero ha eseguito un audace salvataggio, strappandolo dalla cresta ovest immediatamente sotto la cima dell’Eiger. La via di 60 tiri è gradata VII, 5.10, A5 e questa salita testimonia l’indiscusso talento, abilità e determinazione di Lowe.

La parete nord dell’Eiger con la via Heckmair (1938, fucsia); la Direttissima di John Harlin (1966, rossa); e la Direttissima dei Giapponesi (1969, gialla)
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Flavio Ghio: la filosofia del fachiro

Flavio Ghio: la filosofia del fachiro
di Silvana Rovis (da Le Alpi Venete, primavera-estate 2015, per gentile concessione)

Sono a Trieste. Una città di mare che tiene in buon conto i suoi alpinisti. Alcuni di essi, poi, ha voluto ricordarli intitolando loro una strada, un luogo (piccolo belvedere sulla Napoleonica): Emilio Coniici, Napoleone Cozzi, Julius Kugy, Enzo Cozzolino.

Oggi incontro Flavio Ghio, che di Cozzolino fu compagno di cordata nella memorabile e ormai storica salita della via dei Fachiri, in Scotoni. Incontro inconsueto il mio, anzi no, inconsueta è la narrazione dell’alpinismo da parte del mio interlocutore, che mi parla sì di gradi, di difficoltà, ma il cui approccio alpinistico è più dello spirito, dell’anima anziché del gesto atletico, che c’è, eccome!, sia che si tratti di una sua salita in solitaria di VI, sia che si tratti di una via nuova ed una prima invernale, sempre di VI. Sono timorosa di avventurarmi in una intervista per me decisamente “nuova” ma, poco a poco, mi sembra che tutto rientri in una “normalità” che, oltretutto, mi coinvolge più di quanto prevedessi. Non ci sono esaltazioni, tecnicismi, avventure, ma scoperte, conoscenze in una dimensione dove la centralità di tutto ha un solo nome: montagna, cioè il nucleo, mentre l’alpinismo è solo un mezzo (la scorza come dice Flavio) per arrivare a calarsi nel suo intimo, tra le sue pieghe, sentire il pulsare della vita che in essa si cela. Intervista diversa, ma anche interessante e stimolante, per valutare (o rivalutare) da parte di qualche lettore il proprio modo di praticare l’alpinismo. A fare da filo conduttore c’è quasi sempre Cozzolino, la cui presenza aleggia intorno a noi durante tutto l’incontro, quasi una conversazione a tre. Flavio Ghio, alpinista quanto mai ritroso e silente, mi spiega subito cosa significhi per lui parlare di se stesso: “Dal punto di vista alpinistico, guardandomi dentro, quanto trovo non corrisponde tanto ad un autoritratto, ma è un anelito senza confini precisi. Questo sentimento è sempre rimasto tale, cioè selvaggio, oscuro, per nulla trasparente. In teoria vorrei dargli forma chiara e distinta. Ma mi ritrovo continuamente su sentieri interrotti, vuoi perché proseguire è impossibile vuoi perché a volte trovo cose che non m’interessano. Ma sono anche contento di avere dentro quel senso di vertigine da cui è iniziato tutto. Forse disinnescare quell’originaria vertigine non ha senso. Se nel mio racconto viene sempre fuori Enzo Cozzolino, non è riconoscenza. Ho trovato grazie a lui una parte di montagna che non osavo avvicinare. Per questo lo sento vicinissimo e lontanissimo. Il suo destino, poi, mi ha fatto incontrare un’altra vertigine, profonda quanto la prima. Per cui, a volte, le confondo“.

Flavio Ghio sulla prima traversata della via dei Fachiri (archivio Fam. Cozzolino)
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Triestino, classe 1951, tre anni meno di Enzo. Laurea in Filosofia, e lo si arguisce nell’intera nostra conversazione e ancora di più dalle sue risposte quando gli chiedo di raccontarmi delle vie salite, che sono tante (oltre un centinaio), prevalentemente negli anni ’70: ripetizioni di vie classiche, aperture di vie nuove, solitarie. Meno male che a me aveva detto: “Sì, ho fatto qualcosa…”, solo che – avendo qualche sospetto – ho voluto indagare, scoprendo che invece non era proprio così…

Trenta solitarie, tra cui: la Fessura Buhl a Cima Canali; la diretta Simon-Wiessner alla Pala di San Martino e la Castiglioni al Sass Maor, la Costantini-Ghedina al Pilastro della Tofana di Rozes, vie queste che vanno dal V al VI, che superano i 600 metri di sviluppo. Inoltre gli Strapiombi nord al Campanile di Val Montanaia. Prime invernali tra cui: Canalone ovest alla Punta dei Tre Scarperi con Roberto Ive; la via dei Fachiri alla Cima Scotoni, con Enzo Cozzolino. Ed ancora l’apertura di nuove vie che vanno dal V al VI con compagni vari. Da primo: una via sulla Croda dei Róndoi, con Giorgio Ramani e Renzo Zambonelli; una via sullo Spigolo est del Pianoro dei Tocci, con Piero Mozzi; una sul Pilastro ovest della Cima Fanis di Mezzo con Riccarda de Eccher. A comando alternato: due vie sulla Seconda e sulla Quarta Pala di San Lucano, entrambe con bivacco, con Alessandro Gogna e Giovanni Favetti; la via Bruna sul Piz del Ciaval del Sass dla Crusc con Roberto Giberna.

Tutto ha inizio con Enzo Cozzolino, in Napoleonica, quella strada alla periferia di Prosecco, la palestra di roccia degli alpinisti triestini sul ciglione carsico. L’altra, si capisce, è la Val Rosandra; per i Triestini semplicemente la Valle.

 

In Napoleonica hai incontrato Enzo, in Napoleonica è cominciato il tuo alpinismo.
Un incontro di quelli che segnano per la vita. Avevo appena finito la scuola di roccia. Era il 1968. C’ero andato da solo, avendo inteso che, oltre che in Valle, si poteva andare anche lì, micro luogo particolare, con molte traversate, dove si può arrampicare anche se non hai il compagno. Stavo arrampicando e ad un certo punto ho visto arrivare un tipo. Non c’era gente, quel giorno di giugno. L’ho visto prepararsi in modo curioso. Noi ci vestivamo allora con un abbigliamento standard: calzettoni, braghe alla zuava, scarponi. Lui invece ha indossato dei pantaloni da ciclista, corti, e un paio di scarpe da ginnastica Superga. Dopo di che ha fatto una cosa stranissima, attaccando da una parte, salendo uno strapiombo con tecnica bavarese, passaggio che allora era conosciuto come “la bavarese” (oggi, su questo tratto di 15-20 m, ci sono circa 20 vie a spit); è ridisceso per attraversare

In bici sulla camionale SS 202: Enzo Cozzolino (a sin) con il fratello gemello Gino a dx e un compagno di scuola (archivio Fam. Cozzolino)
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verso destra, fin oltre lo spigolo in fondo, per poi tornare indietro, salendo ora qui ora là… I movimenti che faceva mi colpirono molto anche dal lato estetico; capivo di essere di fronte a qualcosa che va al di là del fatto alpinistico, bello: un’esperienza per me apicale. Mi sono avvicinato, gli ho chiesto qualcosa. Lui mi ha risposto dicendomi che dovevo sgrezzarmi e fare così e così. Si è ripreso la sua moto, una Gilera 125 cross, e se n’è andato. Mentre lo guardavo ho avuto anche una strana percezione: “questo è come una divinità del luogo, però se va fuori da qui è in pericolo”; troppo profondo mi sembrava infatti quel suo legame con la pietra di Prosecco. Lui aveva cominciato ad arrampicare nel 1966 e già nel 1967 aveva fatto delle cose incredibili, tra cui la ripetizione del diedro Philipp alla Punta Tissi e a Natale la prima invernale della via Videsott alla Cima della Busazza (1050 m di sviluppo) con Franco Gherbaz, con due bivacchi in parete; salita che Gherbaz avrebbe voluto fare con Gianni Sferco, l’amico precipitato alcuni anni prima sulla via Castiglioni-Detassis allo Spiz della Lastia, sopra Agordo. Enzo aveva un amore per le invernali; non avrebbe mai mancato a un appuntamento con esse.

Da sin: Roberto Priolo, Luciano Corsi, Enzo Cozzolino (archivio Fam. Cozzolino)
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A questo incontro ne sono seguiti degli altri?
Certo. Frequentando gli stessi ambienti, si ha modo di incontrarsi. Un giorno in Val Rosandra ero con altri amici e lui ci ha chiesto di arrampicare. Sono andato io e abbiamo fatto le vie più difficili, veramente dure: è stato il mio battesimo di roccia. Poi, con lui, sono andato in Valle altre volte: non portavamo più la corda. Eravamo una cordata “senza corda”. Ci si trovava anche a casa sua con altri amici, per parlare di montagna mentre andava la musica dei Pink Floyd, di Emerson, Lake & Palmer, dei Jethro Tull. Era un modo di stare assieme, con la montagna e le nostre passioni. Il tempo scorreva veloce perché profumava di futuro.

Fino alla salita della via dei Fachiri sulla parete sud-ovest della Cima Scotoni, con bivacco, un’impresa straordinaria in pieno inverno, nel gennaio 1972, una pietra miliare nell’alpinismo per lo stile e l’etica con cui la via fu aperta.

Il diciassettenne Flavio Ghio in cima alla Punta Frida, dopo la via Comici (corso roccia 1968, foto P.G. Marassi)
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L’idea dei Fachiri nasce in autunno inoltrato. Le vie da fare Enzo le partoriva per suo conto. Un giorno mi disse: “verresti quest’inverno a fare una via nuova sulla Scotoni?”. La Scotoni? per me era un mito, il paradiso terrestre. Se poi mi diceva di fare questa parete in libera, voleva dire che si poteva fare, che potevo farlo anch’io, creando così per me quel ponte che mi mancava. Il suo sogno era aprire una nuova via su di una parete dalla roccia talmente compatta da non consentire nessun tipo di chiodatura, la parete perfetta. Cominciarono così intensi allenamenti in Val Rosandra. Il 13 gennaio partiamo da Trieste. Arriviamo al Passo Falzarego verso sera, carichiamo gli zaini sulla funivia che va al Lagazuoi. Per essere veloci e leggeri ci mettiamo dentro pochi chiodi, qualche cordino, dei cunei di legno, il fornelletto e pochi viveri, e per quest’ultimo fatto decidiamo che avremmo chiamato la via “dei Fachiri”. Il giorno dopo con gli sci ci portiamo alla base della parete. Risaliamo le prime rocce ancora innevate e poi finalmente posso togliermi gli scarponi e calzare le scarpe da ginnastica. Inizio con un tiro. Vorrei mettere un chiodo ma non mi riesce e proseguo. Enzo mi raggiunge e riparte. Arriva in cima a un pulpito, che chiameremo Pulpito del Fachiro. Poi obliquiamo per delle rocce fino a uno strapiombo giallo. A questo punto Enzo decide di attraversare verso il centro della parete. C’è una piccola cengia che diventa cornice. La segue, mi sorride e poi sale verso l’alto. Sono solo in terrazzino, le corde dondolano nel vuoto, Enzo mi chiede di legare lo zaino. Lo lego e poi mi giro dall’altra parte per non vederlo risucchiato nel vuoto. Resta ora a me constatare quanto sia duro questo tratto (circa 40 metri, dove tornare indietro sarebbe stato difficile. Quelli che l’hanno fatto hanno patito le pene dell’inferno. Vedo che adesso attraversano più sotto). Dicevo: obliquiamo due lunghezze di corda sin sotto la parete gialla. Enzo parte, mette alcuni chiodi. La roccia non è buona e fa sicurezza in una nicchia. Lo raggiungo. La nicchia è proteggibile solo con due cunei di legno.

Flavio Ghio anni ’70 (arch. Riccarda de Eccher)
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Enzo riparte in silenzio sulla roccia rossa. Sale alcuni metri e poi mette un chiodo. Attraversa in obliquo fino alla lingua di rocce nere. Le raggiunge e sparisce. Io so che due cunei di legno non possono tenere una caduta. Ad un certo punto, arrivato ad un terrazzino, mi chiama. Parto, il chiodo esce ed io volo: non sarò io quello che farà il VII. Quando arrivo sul terrazzino ormai comincia a fare buio. Velocemente prepariamo un bivacco e anche una bevanda calda. Mi tiro giù il passamontagna, chiudo gli occhi e anche se è il mio primo bivacco mi addormento perché sono molto stanco. Il mattino riprendiamo la salita. Fa freddo. Con due lunghezze di corda giungiamo in cengia e lì sappiamo che l’impresa è ormai compiuta. A quel punto attraversiamo una ventina di metri e raggiungiamo una rampa, la seguiamo e poi imbocchiamo un camino che scende dalla cima. Lo risaliamo e a un certo punto questo diventa canale. Si comincia a vedere la neve e capisco che siamo arrivati. La cima, una sosta, la più meritata per questa salita. Poi scendiamo. Più in alto possono salire solo i pensieri.

La via l’abbiamo aperta con uno stile da pionieri, non da modernisti. Abbiamo piantato 12 chiodi, lasciati lì, meno uno che m’è venuto via. La gioia per questa via è stata grande, aumentata dalla consapevolezza di aver tracciato una linea di salita di massima difficoltà in piena coerenza con quelle che erano le idee di Enzo in fatto di alpinismo, superando in libera passaggi di VI/VI+. Enzo: indifferente all’altezza, sembrava non cercare l’appiglio, sembrava crearlo lui stesso con i suoi movimenti man mano che saliva. Inimitabile.

Hai detto che non facevi altri sport, a differenza di Enzo, però in qualche modo ti allenavi?
Sono un pelandrone: l’allenamento asciutto, diciamo non in situazione, non faceva per me. Qualche corsa, qualche dieta, per poi passare sicuri dove altri hanno il respiro affannato e le mani tremanti.

Flavio Ghio in traversata sulla via Micheluzzi al Piz Ciavazes
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E anche il tuo modo di fare alpinismo esce un po’ (solo un po’?) dagli schemi tradizionali, quelli almeno più praticati, specie oggigiorno…
Per me, più che la difficoltà delle vie conta il modo, che si esprime soprattutto con le solitarie. C’è qualcosa a monte: esiste la montagna e poi l’alpinismo. L’alpinismo è la cosa più vicina alla montagna, la scorza, il guscio, però non è la montagna. Per fortuna che esiste, e così ci permette di conoscere e la montagna e quello che le sta dentro, il nucleo. Fu mio nonno a insegnarmi a “guardare” le montagne, un’esperienza che si perde nell’infanzia: le montagne erano quelle che si vedono da Trieste nelle giornate di bora: il Carso, le Dolomiti. A casa, poi, sbirciavo e leggevo libri per scoprire anche chi c’era andato “dentro”; come la storia di Georg Winkler sulle Torri del Vajolet con quel colore rosa, che mi sembrava la luna, lui che andava da solo… Alle superiori un compagno mi portò in Valle e mentre lui saliva con un altro, legati, dapprima li ho guardati ma poi son salito anch’io, da solo, slegato: una via di III con strapiombo. Eravamo alle Rane.

La solitaria in libera è il modo ideale. Son cose difficili queste e ancor più difficile mi sembrava che ci potessi arrivare anch’io. Ed è a questo punto che c’è l’incontro con Enzo: sono andato dietro a lui su vie difficili, e ho capito essere quello l’alpinismo più vicino anche alla mia indole.

Flavio Ghio in arrampicata, negli anni ’70: riconoscibili le sue “Superga ” (arch. Riccarda de Eccher)
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Precauzioni nelle solitarie?
All’inizio ci si porta la corda perché non si sa mai, ma poi non l’ho adoperata né più portata. Se vado in solitaria devo andare in libera, non devo scimmiottare qualcosa con i rinvii. Si entra in una tale simbiosi con la roccia, con la parete: faccio una salita e arrivo ad un canale (ho fatto anche cose semplici in solitaria) e mi fermo e sono solo; vedo la vasca scavata dall’acqua, un po’ di muschio, che sembra siano là ad aspettarmi; non sono lì per caso e non è un caso che io sia finito qui; è una vita che si scambia reciprocamente, io con i miei pensieri questi con la loro presenza, però mi stanno facendo festa, e io sono contento di questa cosa…

 

Likoff (festa in grotta): con Enzo Cozzolino, Adelchi Casale prepara il Gran Pampel mentre gli astanti cantano “Odino, Odino, no stame mandar piova, manda vino”. In basso a ds, Tiziana Weiss (foto Adelchi Casale)
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La scelta delle vie come avveniva?
Diciamo due cose. Una cosa è una parete vergine, dove si può andare da una parte piuttosto che dall’altra (questo per un paio di vie che ho aperto). Altra cosa è essere su una via già aperta, dove non si ha bisogno di niente, né di relazioni né di altro: vai, perché se chi l’ha aperta è andato per il logico tu trovi il logico. Enzo non leggeva le relazioni, andava. Di solitarie ne ho fatte una trentina (pareti anche notevoli: oltre 500 m di sviluppo). Ero un po’ iconoclasta in quei momenti, nel senso che non volevo conservare memoria di quanto facevo. In questo contatto che si realizza c’è sempre qualcosa di intimo. Quando fai le solitarie entri in un’altra dimensione (per come l’intendo io)… Perché bisogna con la testa essere già in cima prima di affrontare la parete. A quel punto se già ci sei sopra hai una parete amica, ed eviti così di aderire alla procedura per arrivarci. Si ha l’istantaneità, e l’istante non ha tempo, non è né presente né passato né futuro: un’altra dimensione insomma, non analizzabile a pezzi.

Via nuova sulla Croda dei Ròndoi: Flavio Ghio (a sin) con Renzo Zambonelli (foto Giorgio Ramani)
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Mi piacerebbe ampliare il discorso su alcune di queste tue salite (tutte vie nuove), a cominciare dalla Croda dei Ròndoi, nel 1974, con Ramani e Zambonelli.
La via sulla Croda dei Ròndoi è in linea con alcuni pensieri che avevo in mente, e che si rifacevano allo stile della mia ricerca di vie nuove: la cima non era alla moda; la parete non era intasata da vie; la struttura (un diedro) invitava a salire. Mi sembrava arrampicabile in libera (non si faceva uso di nut e friend). Volevo offrire agli amici la soddisfazione di salire per una via nuova. Il clima doveva essere quello di una via classica di cui si è perduta la relazione.

Tra i tuoi compagni di cordata anche Riccarda de Eccher.
Con Riccarda ho fatto una via che credevo nuova in Giulie, quel diedro in Cima Alta di Riobianco che poi è risultata non esserlo (ma prima femminile sì). Infatti Buscaini ci ha fatto poi sapere di uno sloveno che l’aveva già salita; e poi un’altra via nuova, e prima femminile, sulla Cima Fanis di Mezzo, dove non abbiamo piantato alcun chiodo (eravamo legati ma non era il caso di mettere chiodi). Ricordando quest’ultima via mi trovo a pensare: se improvvisamente questo equilibrio si spezza, e l’aria intorno diventa la mia angoscia? Molte salite nascono dalla composizione di due forze: timore e desiderio. A volte, e non per nostra volontà, riusciamo a collocarci nel punto dove si toccano. Lì, soggiornare e guardarci. Mi vedo salire piano, pronto a rifare i medesimi movimenti in senso contrario, in qualsiasi momento. Dice Eraclito, e sembra di sentire Paul Preuss: “La strada all’in su e all’in giù è una sola e la medesima“.

Flavio Ghio in vetta a Cima Scotoni, dopo l’apertura della via dei Fachiri (Archivio Fam. Cozzolino)
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Ed ancora quelle due vie sulla Seconda e Quarta Pala di San Lucano, con Favetti e Gogna, dove avete bivaccato.
Due salite individuate da Gogna. Si apre il libro della Natura e si trovano due grandi pareti ancora libere da vie. Si dorme in un tabià e si guarda stupiti il volo senza rumore di una nottola. La notte successiva si bivacca sotto le stelle. Un alpinismo alla Kugy o alla Dougan, che dalle Giulie attraversa incredulo la Valle di San Lucano.

Flavio Ghio sulla via dei Fachiri, alla seconda cengia (archivio Fam. Cozzolino)
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Kugy sì, sappiamo chi è, ma Dougan…
Vladimir Dougan (1891-1955), un alpinista dimenticato dalla grande quantità di triestini, figuriamoci fuori. Con Antonio Marussi pubblicò nel 1932 una guida sul Gruppo del Montasio. Alpinisticamente nasce sotto l’ala di Julius Kugy, con cui fa delle salite e Kugy nei suoi libri lo incensa apertamente. Quello che si intuisce guardando le sue vie, che per la maggior parte non sono ripetute, è che sono state aperte seguendo la linea del monte. Era riconosciuto che nessuno fosse in grado di individuarne la linea ideale come Dougan: una vera dote. Facendo un parallelismo, anche Enzo supera Comici, di cui è considerato l’erede naturale, dal punto di vista del grado, pur conservandone lo spirito di lettura del monte e usando attrezzi non dissimili da quelli usati da Comici. Troppo facile superarlo grazie a una cassetta degli attrezzi più ricca.

Enzo Cozzolino sul secondo traverso della via dei Fachiri (Archivio Fam. Cozzolino)
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E anche tu hai seguito la filosofia di Cozzolino…
Secondo Cozzolino, infatti, anche se il primo impulso davanti a un tratto di roccia apparentemente insuperabile in arrampicata libera sarebbe quello di chiodare, cadrebbe – cedendo a questo impulso – uno degli elementi essenziali che costituiscono il pilastro, il vero fascino dell’arrampicata: l’enigma del passaggio e la sua eventuale soluzione in base a un ragionamento e a un’intuizione, sfruttando cioè razionalmente gli appigli più o meno marcati che la parete stessa offre per essere salita.

Questo era anche un cozzare contro i compagni di cordata, che pure le marce per arrampicare con lui le avevano. Un chiodo in più – per Cozzolino – significava

Riccarda de Eccher, compagna di cordata di Ghio (anni ‘70, archivio Riccarda de Eccher)
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rovinare tutto. Evidentemente a questi compagni mancava lo spirito di Enzo, quel quid cioè che ha in più colui che fa la storia. Infatti quando Enzo apre la via nuova sulla Busazza con Adelchi Casale, a un certo punto fa una considerazione: “Adesso tenteremo di uscire da questa via senza bivacco così come hanno

Tiziana Weiss in cordata con Enzo Cozzolino sul Crinale di Val Rosandra (archivio Fam. Cozzolino)
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aperto la via più in là Gilberti e Castiglioni” (usando 10 chiodi). Loro ne hanno usati e lasciati 8 più 2 cunei. Enzo vuole uscire in giornata: è il suo modello ideale del VI, con un bivacco se si vuole. Non si può fare una via in 10 ore dove normalmente se ne impiegano 5: evidentemente non si è fatta quella via, ma un’altra

Enzo Cozzolino (a sin) con Luciano Corsi, dopo l’apertura di una nuova via sulla Punta Chiggiato in Antelao (archivio Fam. Cozzolino)
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roba. Egli non solo rifiuta l’uso sistematico del chiodo come metodo di progressione, ma anche come assicurazione. Un’altra cosa da puntualizzare: sulle vie nuove si possono piantare fino a un massimo di 10 chiodi, qualsiasi sia la via; se ne pianto di più non vale, e bisogna anche salirla in giornata. E una ripetizione

Enzo Cozzolino (a ds) con Luciano Corsi in cima alla Torre Fanis, dopo la prima invernale della via Castiglioni (archivio Fam. Cozzolino)
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ha valore se la si fa con i chiodi che già si trovano; di nuovi Enzo non ne metteva. C’è una certa affinità con quanto faceva Messner quando ripeteva le vie di Aste (e fu uno dei primi a ripeterle), e sappiamo pure che Aste schiodava le sue vie, itinerari in cui si trovano dei passaggi incredibili. Scorrendo l’attività di Enzo,

Enzo Cozzolino (a ds) posa con Luciano Corsi presso Capanna Trieste, prima di partire per la sua prima solitaria di VI grado: via Tissi alla Torre Venezia (archivio Fam. Cozzolino)
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si nota che le vie ripetute sono davvero poche; a lui non interessavano, ne apriva invece una vicino. Ad esempio, la “Comici” alla Grande non voleva farla. Non gli interessava che l’avesse aperta Comici, perché non aggiungeva niente al suo alpinismo. Non era da lui seguire i canoni comuni. Se possiamo, diciamo che Enzo è l’etica, mentre Comici è l’estetica: basta guardare lo Spigolo Giallo, non si può non riconoscerglielo.

Enzo Cozzolino in solitaria, ripreso all’attacco della Torre Venezia (archivio Fam. Cozzolino)
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Enzo Cozzolino è scomparso nel 1972. Hai aspettato 40 anni ma alla fine, nel 2012, gli hai dedicato un film: Fachiri, echi verticali.
La storia per il film nasce perché “un’amicizia rimane impegnativa anche quando l’amico scompare”. Tanto per Enzo, come fu per Comici, il filmato non rende. Si intuisce che è agile. Non c’è però il senso della fluidità mentre sale i Falchi di Spiro: l’unico filmato, in bianco e nero, che abbiamo trovato. Per il resto assieme al regista Giorgio Gregorio, che è anche direttore della Scuola “Emilio Comici” della SAG (Società Alpina delle Giulie), siamo andati fin sotto la Scotoni e la Torre di Babele. Gino Cozzolino, suo fratello gemello, ci ha consegnato alcune delle diapositive che Enzo teneva dentro una valigetta metallica. A Enzo infatti interessava documentare quanto aveva fatto.

Seconda Pala di San Lucano: Flavio Ghio a poche lunghezze dalla vetta dopo la 1a ascensione della parete est (8 aprile 1974)
Seconda Pala di San Lucano,Flavio Ghio a poche lunghezze dalla vetta, 1a ascensione parete E

Fatale la Torre di Babele.
Enzo era a Moena, alla Scuola Alpina della Polizia di Stato: in montagna, tra le montagne, avrebbe avuto tante possibilità. In una lettera (diretta forse a un amico, non spedita perché non ne ha avuto il tempo), scriveva: “Qua sono in un Paradiso terrestre, non pensavo ci fosse un posto così bello: arrampico ogni giorno. È troppo bello. Penso che non durerà…“. Non durò, infatti. Voleva aprire una nuova via sulla Torre Trieste, in Civetta. In attesa dell’autorizzazione da parte del Comando Centrale, per allenarsi arrampicava intanto con Mario Zandonella, anche lui alla Scuola Alpina. Durante una salita della via Friederichsen-Giordani alla Torre di Babele in Civetta, in uscita, a soli venti metri dalla cima, dove c’è il passaggio più difficile della via, Enzo cadde. Arrampicavano in solitaria, non legati in cordata, non assicurati, distanti qualche metro uno dall’altro: ognuno arbitro della propria vita. Era il 18 luglio 1972 ed Enzo aveva 23 anni. Mario morirà esattamente tre anni dopo, in Pelmo, anche lui ventitreenne.

Hai continuato ad arrampicare, e con te anche Tiziana Weiss; entrambi avete avuto un legame privilegiato con Enzo.
Ci ho messo molto per pacificarmi per questa perdita. Non mi sono fermato, tutt’altro. Era tanto grande la trasmissione dell’arrampicata che lui ancora mi dava, che quella di fermarmi era l’ultima roba a venirmi in testa. Pensa che con Tiziana cercavamo addirittura di ricordarlo il più possibile, quando arrampicavamo in Valle o anche su una via, come per esempio sulla Torre del Camp, in Moiazza: non volevamo che il dolore ci bloccasse, anche se mi ero imposto che mai avrei dato il nome di Enzo a una via che avessimo aperto. Mai, proprio io che valgo quello che valgo… E prima di scrivere qualcosa su Enzo ci ho messo parecchio, non mi era facile. Con lui in montagna ho fatto quella via, la più emblematica del suo alpinismo. Ma non è solo la montagna, Enzo mi ha permesso di conoscermi. A qualcuno aveva detto: “quando vedo Flavio me par di vederme mi de muleto“. Nelle mie difficoltà vedeva le sue per trovare la strada.

Flavio Ghio sulla Quarta Pala di San Lucano, prima ascensione della parete sud, 14-15 aprile 1974
Flavio Ghio su 4a pala di san lucano, parete sud

Prima di lasciarci parlami anche degli altri tuoi compagni, di altre tue vie …
Ricordo Aldo Anghileri, uno dei nomi sacri dell’alpinismo lecchese, padre degli sfortunati Marco e Giorgio. Con lui, Gogna e Pierre Biedermann siamo andati in Corna di Medale, sopra Lecco, una bella parete (7b+). Aldo era un tipo incredibile: facciamo la “Gogna-Cerruti”, torniamo giù, andiamo al Rifugio e lui va a ordinare da bere perché eravamo tutti e quattro assetati. Esce con quattro bicchieroni di vino e aranciata con sopra un grosso gelato alla panna: “trovato solo questo per raffreddare il vino…!“.
Le mie vie? Più che dei passaggi, vorrei dire delle sensazioni che ancora adesso, ad anni di distanza, affiorano. Sulla via nuova al Pianoro dei Tocci ero con Piero Mozzi: “Sul filo dello spigolo. Non so dove potrei passare. Allungando lo sguardo, la parete sembra un grande arabesco che scende dalla volta turchese. Salgo dove gli ornamenti sono più serrati“. Mentre alla Solleder del Sass Maor: “Una voce mi chiama dall’alto. Sono attratto da quel girare per la parete. I colori, poi, hanno il fascino delle antiche pitture rupestri. Un desiderio di slegarsi e salire in libera mi pulsa dentro. Il rispetto del compagno mi trattiene. Ma il cuore sanguina“. E sulla solitaria della Castiglioni: “Dopo una rampa la parete s’impenna. È bello lasciare la rampa per entrare in una verticalità architettonicamente sublime“.
Sull’altra solitaria allo Spigolo del Velo: “In cima, un improvviso dolore porta via la gioia di un’arrampicata solitaria. Enzo non può vivere questa gioia. Un mare di dolore galleggia nell’aria. Decido di scendere. Lo farò per lui, anche se non servirà a nulla. Scendendo scopro che lo Spigolo del Velo è un sentiero che si snoda tra pareti verticali. Riesco ad arrampicare sempre sul suo filo. Non perché lo voglio ma perché viene così“. E alla Punta Frida: “Sono le cinque del pomeriggio. Scarpe da ginnastica, jeans, cordino e due coppie di moschettoni. Mi sto dirigendo verso la “Delvecchio” alla Punta Frida. A Forcella Lavaredo incontro una ragazza di Trieste con i suoi genitori. Li conosco appena. Ci scambiamo solo un cenno, come prima di sparire dietro l’angolo di un marciapiede. La mia utopia? Che l’arrampicare diventi una serena quotidianità“.

Forcella del Lago: Flavio Ghio, oggi
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Quotidianità… Sembra che per Flavio arrampicare sia proprio così: una serena quotidianità. Fatta eccezione per la via dei Fachiri, le sue risposte non hanno mai fatto cenno a dati tecnici, difficoltà delle vie salite. Mi ha risposto con aforismi, una sintesi di sensazioni, pensieri di chi in via più che guardare all’attrezzatura e ai passaggi, dialoga con la parete, la montagna, il “nucleo”. Mi congedo da Flavio e vado sul Molo Audace sostando accanto alla Rosa dei Venti, per vedere il Carso, che si allunga sulla penisola istriana. Le Dolomiti, invece, sono oggi nascoste da una leggera foschia: ma tornerò e ci sarà un po’ di bora che mi permetterà di ammirarle anche da Trieste.

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A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrei Trakovkij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrei Tarkovsky [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://www.banff.it/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://www.banff.it/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://www.banff.it/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)

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La pervicace ricerca del destino – parte 2

La pervicace ricerca del destino – parte 2 (2-2)
c
onversazione con Alessandro Gogna (Milano, 14 luglio 2015)
di Giorgio Robino

PARTE 2 (l’azione interiore)
L’Amicizia, il Mistero, il Destino: Gian Piero Motti, Renato Casarotto, Gianni Calcagno

Con Gian Piero Motti eravate amici?
Sì, certo. Non è che lo vedessi tutti i giorni, ma è stato un compagno di molte avventure.

Ti riporto uno stralcio di testo tratto dal libro di Enrico Camanni, “Gian Piero Motti. I falliti ed altri scritti”, Incontro con Carlo Mauri, pagina 294:
«A tutta prima potrebbe sembrare che Mauri abbia rinnegato la sua esperienza alpinistica, o per lo meno la consideri in luce negativa.
“No, affatto, considero ogni esperienza valida di per se stessa e sopratutto cerco di inquadrarla storicamente nel periodo che ho vissuto. E’ una esperienza che è stata fondamentale nella mia vita, utile anche in seguito come metro di paragone e confronto. Io non so se questo alpinismo di tipo occidentale avrà vita lunga: certo mi pare un po’ stanco, esaurito. Mi sembra che certe realizzazioni – ascensioni invernali, “solitarie”, spedizioni extraeuropee – ormai siano un po’ scontate e non esprimano nulla di nuovo, se non una più profonda insoddisfazione da parte degli alpinisti. Io invece penso ad un giorno in cui si guarderanno ancora le montagne dal basso, sorridendo e con un po’ di curiosità: come di fronte ad una rovina archeologica, si dirà che un giorno quelle creste, quelle pareti erano scalate da uomini che si arrampicavano su con corde e chiodi per giorni e giorni. O forse si andrà ancora in montagna, con lo stesso spirito con cui si va al cinema o a teatro…”.
Ancora una volta riaffiora il sospetto dell’utopia della fine della competizione uomo-uomo. Allora gli dico: “Ma un mondo così anch’io lo sogno, solo che non è più il mondo, perché è semplicemente la fine dell’uomo e quindi anche la fine di un mondo. Indubbiamente sarebbe un bel salto dialettico…”.
Forse non ci siamo ben capiti, e Carlo si arrabbia un po’. Si stropiccia la barba rossa e gli occhi azzurri sembrano bucare con il loro sguardo, mi accusa a viva voce di essere un egoista, un individualista, di non credere nella lotta collettiva».

Gian Piero Motti
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Alessandro, sei a conoscenza di questa conversazione? Perché Gian Piero Motti lamenta l’incomprensione? Sai cosa c’era “dietro”?

Ti dico subito che su quell’incontro non so niente, perciò non vorrei parlarne.

Forse Carlo Mauri stava proiettando i suoi contenuti su Gian Piero, scusa il discorso psicologico. Ai tempi c’era sempre un gran parlare del collettivo… allora c’era questa mania, di Mauri, di molti, anche mia, di pretendere che l’alpinismo avesse una sua validità in quanto forza collettiva… bisognava credere in questo valore ideale condiviso tra tante persone e tramite questo migliorare l’umanità, noi stessi…

Qual è il problema? E’ che Gian Piero è arrivato ben prima di altri a capire che tutte queste cose sono cazzate! Mauri accusa Motti, ma il mondo era ed è così soprattutto per chi sta accusando: l’egoismo, il non credere nella collettività, l’individualismo, sono esattamente le caratteristiche di ogni alpinista… A volte accusare un altro è proprio perché non si capisce che siamo noi stessi i primi a essere coinvolti… se a me dà fastidio l’azione di un altro dovrei domandarmi: ma perché mi sto incazzando? La risposta è: perché ho dei contenuti dentro di me che sono uguali a quelli che io sto vedendo nell’altro e questi contenuti mi danno fastidio perché li ho dentro; è un transfer (Freud, Jung, ecc.), non è che stiamo parlando di chissà che cosa. E’ la proiezione psicologica di contenuti: io vedo in altri quello che ho dentro di me e se non voglio riconoscerlo, lo riconosco negli altri, perciò mi dà fastidio. Mauri c’è cascato in pieno! Chi più individualista di lui?! E non è che lo dico per un giudizio negativo, tutt’altro! Per me gli individualisti sono persone eccezionali, però ripeto, della vicenda non so nient’altro che il passo che hai riportato.

Che Gian Piero fosse ben oltre l’alpinismo lo si comprende bene anche da come egli ricorda uno degli ultimi scambi avuti con Guido Rossa: “Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi con quegli occhi che ti scavano dentro e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi nobili e positivi”.

Ti leggo un altro passo, sempre dal libro di Enrico Camanni, “Gian Piero Motti. I falliti ed altri scritti”, Lettera a Ugo Manera, pagina 318:
«Così nel giugno del ’75 dovetti tacere in silenzio e subire con tanta amarezza insinuazioni, calunnie, cattiverie di ogni sorta. E poi via di seguito. Mi consola una cosa: che quando un giorno apparirà la verità (ed apparirà) sarà la sua forza a tappare la bocca a tutti. […] Il tuo amico (qui Motti parla di se stesso) è’ sempre stato perfettamente lucido e cosciente. Il tuo amico era impegnato in una impresa al di là del credibile, al di là dei sogni, al di là della fantasia stessa. Il tuo amico in questa impresa ha dato tutto se stesso, tutte le sue energie, anche la sua vita. Per chi? Perché? Un giorno certamente lo saprai. Ma durante tutti questi anni, sovente come Ulisse sbattuto per i mari, in mezzo ad avventure terrificanti, dove si affrontano mostri, streghe, uomini e dei, il tuo amico pensava alla sua pietrosa Itaca, a quei giorni passati sulle grandi pareti. Ma dimmi, sono forse ancora così come noi le vedevamo? Certo le montagne sì, sono immutabili nel tempo. Ma a me pare che gli uomini siano cambiati. […]
Si è frainteso tutto. Non si è capito che la montagna resta sempre la montagna. È l’uomo che deve mutare” ».

E riporto un altro stralcio estratto dal testo di Carlo Caccia, “Visionario dell’eterno ritorno” [http://www.intraisass.it/ritratto02.htm]:
«Per il “Principe” esisteva perfetta coincidenza tra il trovarsi sulla Nord-ovest del Civetta o su una solare placca granitica a pochi metri da terra. Scendere per poi risalire, lasciare il mondo di cristallo dell’alta quota per tornarvi con uno sguardo nuovo: ecco l’essenza del “Nuovo Mattino” che, nelle intenzioni di Motti, non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere se non in funzione delle “Antiche Sere”, ossia del grande ritorno che ricorda quello di Ulisse ad Itaca. Anche se, come spiega perplesso Alessandro Gogna, “Le ‘Antiche Sere’ sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile”».

Cosa significa: “Le ‘Antiche Sere’ sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile”?
Questa è poesia, quindi la forma più estrema della realtà… e ti stai addentrando in un campo… pericoloso.

Ti confermo che sono stato un carissimo amico di Gian Piero, ci siamo frequentati dal 1967 fino a quando è morto. Ho assistito a tutta la sua evoluzione, fin da quando scrisse l’articolo “I Falliti” fino agli ultimi articoli… “Arrampicare a Caprie”, “Zero the hero”, ecc., cioè tutte le cose belle di Gian Piero… io l’ho seguita tutta l’evoluzione, con telefonate chilometriche di ore e ore in teleselezione, le chiacchierate di persona a Torino. E questo è il quadro in cui si svolge la vicissitudine con lui.

A un certo punto Gian Piero ha preso una sua strada, che era quella della ricerca e introspezione, un individualismo spinto al limite proprio, sul significato dell’uomo su questa terra, sfruttando molto le sue visioni oniriche, soprattutto alla mattina… quando era a casa non si alzava mai prima delle 9 perché quella è l’ora migliore per i sogni…

Tu mi guardi come un pazzo Giorgio, ma è così: queste cose o le credi perché le hai vissute o non le credi perché non le hai vissute, la cosa è molto chiara.

Allora lui aveva spinto la propria ricerca interiore a livelli “interstellari”… io non riuscivo a seguirlo, un po’ perché non volevo, un po’ perché non c’ero portato, un po’ perché forse il mio destino era diverso… però ti assicuro che quando lui parlava era una magia, lui non parlava in pubblico, parlava tra amici come stiamo parlando noi due… rapidamente in poche battute ti portava in un mondo del quale capisci non puoi fare a meno… che vedi non dico con invidia, ma con ammirazione.

Ma lui lo ha sempre detto: questo mio cammino mi porterà alla morte, la morte fisica, perché questo è il mio “destino”… una specie di Gesù Cristo, senza la pretesa di esserlo. Molto laico. La matematica certezza che questo cammino sarebbe finito solo così. Questa cosa è nata nel 1975 ed è durata 8 anni quando poi si è tolto la vita, al secondo o terzo tentativo… prima si era fermato perché la “voce” gli diceva che non era ancora il momento… lo so, siamo a livelli di racconti quasi paranormali… quasi incredibili!

Non voglio addentrarmi più di tanto in questo perché c’è un regola, Giorgio, per cui in questo mondo non puoi entrare solo perché qualcuno ti fa entrare, devi entrare volendoci entrare ed è estremamente pericoloso non solo ascoltare queste cose ma anche dirle! Scusa se sono ermetico.

Il motivo per cui quello che si scrive su Gian Piero è incomprensibile è proprio questo: volutamente c’è una censura precisa che impone a chi legge di conservare la curiosità senza che la curiosità possa essere soddisfatta a meno che non sia lui a volerlo, a proseguire il percorso.

I boschi di Breno (Val di Lanzo) in cui Gian Piero Motti “scomparve” per qualche giorno
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E tu hai fatto questo percorso?
L’ho fatto a modo mio nel senso che dal 1975 fino ad oggi, e sono passati 40 anni, non mi è mai passato per la testa che il mio cammino mi avrebbe portato al suicidio, mai! Perché il mio cammino è diverso. Indubbiamente meno estremo del suo, questo è certo. Io non avuto sogni così “costrittivi” di comando al quale devi obbedire.

Quindi più tranquillamente io mi auguro di morire nel mio letto, come tutti… ma nello stesso tempo la sua avventura ha cambiato la vita a tante persone, da quando nel giugno 1975 si è ritirato in un bosco in Val di Lanzo e per tre giorni è stato là senza che nessuno sapesse dove cazzo fosse… e nemmeno lui sapeva dove cazzo era! E’ partito per la tangente e si è risvegliato dopo un bel po’.

“Un giorno la verità si saprà”… No, saremo morti tutti prima, questa verità sarà all’apocalisse… cioè non credo che Gian Piero volesse dire, rivolto ad Ugo Manera: “un giorno anche tu Ugo Manera, saprai…”. Manera e noi tutti faremo a tempo a morire prima, perché questo sta succedendo… perché i tempi di realizzazione di questi disegni sono tempi “interstellari” e non hanno nulla a che fare con la nostra vita biologica!

Noi siamo delle “ombre”, come diceva Platone, del resto.

La materia… la materia che compone la nostra vita, quello che noi vediamo, tocchiamo, ecc. in realtà è la proiezione quasi filmica di una realtà che invece è spirituale e che sta da un’altra parte. Platone l’aveva chiamata “teoria delle ombre”, noi siamo cioè delle ombre di qualche cosa che esiste altrove, mentre l’ombra in realtà non esiste. Toglieva valore alla materia e lo dava invece allo spirito.

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Gian Piero diceva che è così: c’è una realtà precisa che viene proiettata come fosse un film e noi siamo delle inconsapevoli ombre e ci muoviamo in una superficie bidimensionale quando invece le dimensioni sono ben più di due, ci muoviamo e ci agitiamo al massimo come i topi nella gabbia, questa è la nostra condizione… poi ogni tanto qualche informazione arriva extra, passando dai buchi delle serrature, che sono i sogni, che sono le intuizioni.

Quella frase lì, “un giorno anche tu Ugo Manera, saprai” è troppo ottimistica.

Ugo non vedrà, Alessandro non vedrà.

Quindi Gian Piero non si riferisce alla sua morte fisica?
No. Lui si riferisce alla realtà che ci sta proiettando tutti, sullo “schermo”. Lui sta dicendo che un giorno le immagini riconosceranno di essere proiettate.

Tutto questo ha a che fare con uno dei cinque libri al mondo che salverei: “Risposta a Giobbe” di Carl Gustav Jung [https://it.wikipedia.org/wiki/Risposta_a_Giobbe]. Libro epocale, una roba che apre la mente in maniera incredibile.

Giobbe si fa delle domande sul perché Dio lo tortura e lo massacra in questo modo. Pur essendo lui un uomo di fede, glie ne fa passare davvero tante. Il “libro di Giobbe”, quello della Bibbia [https://it.wikipedia.org/wiki/Libro_di_Giobbe], è molto, molto bello.

“Risposta a Giobbe” è da leggere avendo letto prima il libro della Bibbia, che peraltro si legge velocemente… per modo di dire, perché ogni versetto ha la sua importanza.

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E Risposta a Giobbe è la visione che Jung ha di questo fenomeno, che poi è l’uomo. Alla fine del libro si dimostra che Dio ha bisogno dell’uomo almeno quanto l’uomo ha bisogno di Dio…

Per fare cosa? Per auto-riconoscersi! Perché Dio non si auto-riconosce.

E lo sta facendo solo grazie al nostro lavoro e la nostra sofferenza qui in terra. E’ come se l’entità che ci proietta sul muro, avesse bisogno di vederci per capire che cosa è.

Capisci che è la stessa cosa che sta dicendo Motti? Questa è la sostanza.

Motti era un tramite tra un mondo e l’altro. Qualcosa che noi non possiamo quasi immaginare. Deve essere stato così grandioso da rinunciare a tante cose… poi lui era uno che non aveva bisogno nemmeno di lavorare, si godeva la vita, non era un eremita, se c’era da trombare, trombava! Ma rispetto a “questa” cosa, tutto il resto non aveva importanza. Diceva: perché ti sbatti, fai…? tanto non è questo che conta…

Io riconoscevo l’energia necessaria per stare dietro a questo mondo: d’altronde sapevo che il mio destino era un altro. Lui non ti chiedeva niente, di essere suo allievo o altre cazzate del genere… questi discorsi li faceva con pochi, massimo quattro o cinque persone.

Ed ora ti sto facendo un magrissimo riassunto sempre per il motivo che non voglio andare oltre un determinato livello, perché può essere molto pericoloso, per me soprattutto, non tanto per te che ascolti. Abbi pazienza, ma così stanno le cose.

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Sulla morte poi evidentemente… a quelli che mi domandano: “Ma perché su Renato Casarotto hai scritto determinate cose?” ma ragazzi… ogni tanto qualcosa passa… e la morte di Casarotto è esemplare, veramente esemplare! Ma io non voglio andare oltre quello che ho scritto, perché è già troppo! Lo potrei fare solo con l’ansietà di apparire una specie di guru che ne sa più degli altri… cosa che veramente è lontana dalla mie intenzioni: io non voglio apparire come qualcuno che ne sa più degli altri, vorrei saperne più degli altri e basta!

Forse l’avevi già detto nel tuo libro “La parete”. Ti leggo uno stralcio tratto da un articolo di Marco Bellini, recensione al libro [http://www.intraisass.it/recstor1.htm]:
«Nel mio libro precedente
Un alpinismo di ricerca concludevo le mie teorie con le due fatidiche parole a stampatello: rivoluzione totale. […] In seguito non potei più evitare di pormi lo domanda: quale rivoluzione totale? L’idealismo mi spingeva a credere che dopo la rivoluzione toccasse a noi ricostruire […]. L’Annapurna e i suoi seracchi m’insegnarono che non toccava a me ricostruire un bel niente. Ciò sarebbe stato solo un atto di orgoglio. L’unico atto che mi si richiedeva era il continuare l’esplorazione di me stesso senza pretesa di successo».

Mi sembra, Alessandro, che tu abbia detto già lì quello che è tutt’ora la tua via. E’ così?
Assolutamente sì, uguale! Ma c’è un distinguo sull’ultima parola, la parola “successo” che può essere in due modi: successo perché sei riuscito nel tuo intento (la pretesa di successo), di fare una esplorazione raggiungendo delle conclusioni che ti soddisfano, oppure si può parlare di successo in termini sociali.

Però quella frase lì: “senza pretesa di successo” è riferita ad entrambi i successi: quello sociale e quello personale, perché io non so se avrò successo in questa impresa, ma questa è la mia strada.

Il blog è una manifestazione di questo.

Lorenzo Massarotto bivacca in una caverna
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Ti leggo un passaggio estratto da un tuo articolo pubblicato appunto su Gogna Blog il 25 aprile 2014, [http://www.banff.it/gian-piero-motti-la-contemplazione-del-mistero/]:
“La svolta ci fu nel giugno 1975, quando ebbe, ricercata e voluta fortemente, un’esperienza visionaria nella sua amata Val Grande (Lanzo). Dopo di allora, dapprima tutti gli amici, ma poi anche gli estranei, sentirono che quell’uomo aveva «visto» di più degli altri, e quindi che «sapeva» di più. È naturale che altri ancora, refrattari, sviluppassero per Gian Piero una vera e propria insofferenza.
[…]
Piuttosto, gli piaceva non dire tutto, lasciare quelle curiosità che così abilmente seminava. Infatti i suoi scritti dicono di lui molto più di quanto sembra a prima vista. I piani su cui scriveva erano SEMPRE due. Era responsabilità soprattutto del lettore se molto rimaneva nascosto. Semplicemente perché qualcuno non «vedeva». Ciò non toglie che molte cose non abbia mai avuto il coraggio di scriverle e se le sia tenute per sé. Al massimo si lasciava andare a qualche lungo discorso con amici, cui rovesciava nel profondo dell’anima sogni che ti rivoltavano come un calzino.
[…]
Lo scritto più rivelante da questo punto di vista è
Le antiche sere, ossia la sintesi felice. Motti, ad un certo punto, si è trovato di fronte a qualcosa di irraggiungibile. Forse le Antiche sere sono una contemplazione dell’irraggiungibile, l’annullamento dell’Io di fronte alla grandezza del Mistero. Nella nostalgia del tempo in cui, vivere nel Mistero, era la normalità.
La nostra intera vita dovrebbe essere permeata dalla contemplazione del Mistero: e per questo insegnamento non finirò mai di ringraziare il mio più grande Maestro: Gian Piero Motti.”

Questo “mistero” è quello indicibile di cui mi hai parlato prima?
Ci sono sempre due livelli: faccio riferimento sia al mistero della proiezione di cui ti ho accennato prima (il mondo, la proiezione…), sia ad un livello più vicino, di mistero più raggiungibile, in senso più generale, che chiunque può vivere.

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Di misteri ne abbiamo tanti e non c’è bisogno di andare nel “cosmo”, basta guardarsi un attimo intorno: il mistero di come la formica riesca a fare quello che fa… ci sono milioni di misteri!

La contemplazione del mistero è una attività, un esercizio che il positivismo ha cercato di eliminare senza per fortuna riuscirci. E’ stata quella forza (per carità, che ben venga, non sto demonizzando) che ha spinto l’uomo a farsi domande e darsi delle risposte con la “scienza”, Ma questo è l’ “anti-mistero”! Invece l’uomo ha bisogno del mistero! Della fede, della religione, perché sono mistero.

Quindi la contemplazione del mistero, nel nostro piccolo, senza andare a toccare il grande mistero di Motti, è quella. Abbiamo bisogno dei nostri misteri, di cui per altro siamo invasi: c’è già il mistero della nostra vita, della nostra nascita. Nessuno ha mai provato niente, su dove andremo, cosa faremo, da dove veniamo. Boh, mistero!

“Contemplare” significa mettersi lì e vivere serenamente, pacificamente questa condizione che è salubre ed assolutamente quasi necessaria all’organismo, alla psiche.

Affinché non si impazzisca?
Sì. Le “antiche sere” sono un po’ questo. Sono irraggiungibili. Intanto le sere sono passate, sennò non le chiameresti sere, è vero che stasera ci sarà una altra sera e domani sera ce ne sarà un’altra ancora. Non ci sono più ma evidentemente le abbiamo vissute. Ma allora è un ricordo?

No. E’ qualcosa di più che un ricordo anche perché la frase è detta in antitesi al “Nuovo Mattino”. Quindi credo che la definizione di “contemplazione dell’irraggiungibile” e quindi del mistero sia la definizione più esatta di quello che voleva dire lui. Ma… “senza pretesa di successo”.

Sai, Giorgio, qui siamo in un campo molto minato, molto minato.
Pervicace2-1515500015La forza psichica è quella che abbiamo sondato di meno e misurato di meno. Perché non è razionale, non è scientifica, non è qualcosa che puoi ricondurre alla ragione. E’ qualcosa che si impone e basta. E’ un mondo che soltanto alcuni, chiamiamoli “eletti”, hanno avuto modo di provare e qualcuno ci ha lasciato anche le penne, tipo Gian Piero.

Del resto, la morte di un individuo è nulla in confronto a quello di cui stiamo parlando.

La morte è un “passaggio”?
Sì… Vediamo le cose il meno egoisticamente possibile: il nostro egoismo ci dice che dobbiamo continuare a vivere finché possiamo, ma poi nel 2100 saremo tutti morti, no? Tu, io…

E nel momento in cui moriremo non avrà alcuna importanza se il tuo amico Gian Piero Motti è morto prima di te. Non so se rendo l’idea.

Se la sua vita è durata meno della mia, in fin dei conti non avrà importanza! Perché l’importanza c’è per chi vive, non per chi muore.

Quindi cambieremo tutti idea. Questo è tragicamente chiaro! Cambieremo tutti idea.

Egoisticamente ci dispiacerà morire, certo. Specie se te ne accorgi. C’è gente che muore nel sonno… bene.

Perché parli di “terreno minato” da cui stare alla larga?
Perché c’è un’energia dentro di noi che siamo certi di non poter controllare.

Non puoi avere la pretesa di controllare questa energia, quindi la devi trattare con molta circospezione. E’ come mettere le dita dentro una presa di corrente a 220 Volt. L’elettricista ha un mestiere che gli permette di averci a che fare senza avere danni, ma un non elettricista può rimanerci secco. E’ solo un esempio.

Con questa energia di cui stiamo parlando il rischio c’è.

Io lo sento dentro di me, sento quando può esserci trasmissione. Se con te sono reticente… non che io sappia chissà che cosa di più, è nella “intensità” che sono reticente… perché sento che non potrei essere diversamente. Con un’altra persona non mi passerebbe nemmeno una parola, sarebbe dare perle ai porci, di più, sarebbe mettere semi nell’acqua, perché i semi vanno messi nella terra.

L’energia è senza controllo. Non è il bene! E’ costruttiva e distruttiva. E’ tutto. E’ Shiva.

E’ Dio Brado, proprio quel Dio che ha bisogno di Giobbe per riconoscersi e Giobbe deve stare molto attento, molto attento… Il Libro di Giobbe racconta una grande tragedia finita abbastanza bene…

Perché Gian Piero parla di “dei” e di “mostri”, quando scrive a Ugo Manera? Perché c’è la grandissima balla del Cattolicesimo che dice che Dio è “Bene”!

Dio è Bene un accidente di niente perché se fosse così tanto Bene non ci sarebbe tutto il casino che c’è qui. Non è Bene per nulla! E’ qualcosa di orribilmente potente che noi ogni tanto intendiamo come Bene. Perché la maggior parte delle volte viviamo solo tragedie e basta e la tragedia stessa di essere uomini, di nascere e morire.

Gian Piero ha fatto un “patto” con l’energia? O ne è stato risucchiato?
Questa è una domanda molto valida. Quanto è stato risucchiato o quanto poteva padroneggiarla? Mah… sai, c’è la parola “martirio” che può salvare in questa vicenda…

Il martirio di Guido Rossa
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La parola “martirio” pare cristiana, o islamica di questi tempi…
Sì. E’ una persona che va alla morte convinta che la sua morte sia nulla di fronte alla grandiosità di quello in cui lui è immerso in quel momento, vedi per esempio quando il Cristianesimo doveva affermarsi rispetto ai pagani, agli imperatori e ai leoni che ti mangiavano…

Quando uno è convinto, quello è un martire vero… e allora come possiamo stabilire se è l’energia che lo ha divorato o se invece è stato proprio lui ad abbracciare l’energia, nella convinzione che quella fosse la strada giusta?

Noi la risposta non la possiamo dare.

Lessi qualcosa sullo sciamanesimo tolteco, a proposito di “libertà”, e sulla via degli sciamani, i “guerrieri dello spirito”, che sostenevano di controllare l’energia arrivando a una “liberazione totale”, senza esserne “mangiati e basta”… Ha a che fare tutto questo con quel mondo di Gian Piero?
Sì, ha a che fare. Credo che l’uomo sia sempre stato a contatto, tramite questi personaggi, con l’“iper-potere assoluto”, il Mistero! Perché qualcosa filtra e la luce passa sotto le porte… ciò che è curioso è come questo possa facilmente mescolarsi con l’ignobile tentativo di sfruttamento di questa tendenza umana… ma non è proprio il caso di Gian Piero.

Renato Casarotto
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Vuoi dirmi qualcosa di Renato Casarotto?
Quello che ho detto, ho detto! Ho detto fin troppo, mi ci ha trascinato Alberto Peruffo e ne ho scritto anche quest’anno nel blog. Sono stati tre i post su Casarotto: Ricordo di Renato Casatotto [http://www.banff.it/ricordo-di-renato-casarotto/], Renato Casarotto l’insubordinato p. 1 [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/] e Renato Casarotto l’insubordinato p. 2 [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/].

E lì siamo vicini, siamo al limite.

Certo, mi ha fatto piacere che Alberto, a sua volta investigatore del mistero e della grandiosità di Renato, alla fine mi abbia ringraziato e detto che ci saremmo risentiti… prima era proprio curioso, poi qualcosa deve essere passato attraverso le fessure e attraverso di lui, perché non l’ho più sentito…

Da qualche parte lessi che Lorenzo Massarotto nelle sue solitarie aveva un “amico silenzioso” con cui parlava ed era un lettore di Castaneda. Lo hai mica conosciuto personalmente? In qualche modo la sua vicissitudine umana è simile a quella di Renato Casarotto?
L’ho incontrato di striscio, quando ancora non era il “grande” che sarebbe poi diventato. Nel 1979 venne una volta a casa mia, a Milano, con Toio De Savorgnani. Stavano partendo per la spedizione al Manaslu volevano qualche “consiglio”. In seguito, la sua riservatezza, sia in montagna che nella vita, ha un po’ impedito a tutti coloro che s’interessavano alle sue imprese di saperne di più. Figuriamoci cercare di sapere qualcosa di più su di lui!

Lorenzo Massarotto
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Come ho già detto in un mio post (http://www.banff.it/le-vie-e-la-via-del-mass/), le idee e le imprese di Lorenzo Massarotto nascevano e si realizzavano senza una pianificazione del proprio successo, senza pensare a un domani più bello di oggi: esattamente quando ogni giornata è così ugualmente serena che potrebbe essere la tua ultima. In pari con l’anima.

Quanto alla domanda se la sua vicissitudine umana sia o non sia simile a quella di Casarotto, posso solo dire che purtroppo la morte accomuna tutte le vicissitudini.

Ti leggo un passaggio, tratto dal libro di Piero Tarallo, Gianni Calcagno, pag. 154 (1994):
«“Mi sento sempre più solo”, ha confidato Alessandro Gogna in una intervista rilasciata a Sandro Filippini della
Gazzetta dello Sport, il 19 maggio 1992, subito dopo aver saputo della scomparsa del compagno di tante scalate.
[…] Totale, semplice pura la loro passione giovanile per la montagna. Passione che li ha uniti, ma anche divisi. […] Non lo vedevo più tutti i giorni, ma per me Gianni era rimasto ugualmente un punto di riferimento, una sicurezza. Pensavo spesso: “C’è Gianni”. Ed era bello avere questa certezza. Ora devo riorganizzare queste mie sicurezze. Sono molto più solo con me stesso.
E’ difficile trovare solamente con le proprie forze l’equilibrio interiore necessario. Sapere distinguere tra il vero equilibrio e quello falso: questo è il passaggio che porta alle disgrazie. Quell’equilibrio per lui evidentemente era svanito e non se ne era accorto».

Gianni Calcagno all’Annapurna
Annapurna 1973: G. Calcagno

Che successe a Gianni Calcagno?
Siamo ai livelli di Casarotto. Siamo lì, al limite di quello che si può dire. Purtroppo è una questione di “equilibrio”, un equilibrio che a volte si sa che c’è e a volte non si capisce che non c’è più.

Tu, forse hai “deciso” di stare sotto la “crepaccia terminale”, cioè di non superare la linea di equilibrio?
Io questa linea la supero tutte le volte che parlo con gente come te! Il momento pericoloso è questo! Non quando sei sotto una crepaccia terminale! E’ quando hai a che fare con la “forza”… poi la crepaccia può essere occasione di morte, o di un incidente in cui puoi sopravvivere o non sopravvivere… ma il momento in cui si decide tutto è nella tua testa, prima, non dopo!

Certe cose sono chiare: ora che io mi senta sempre più solo è una cosa emozionale, vera, perché se tu sei stato amico di una certa persona… “C’è Gianni!”. Perché ti guardi intorno e vedi che è morto questo e quell’altro… e dici: io ho cominciato con Gianni, e Gianni c’è!

Ed ha fatto un sacco di cose che io non ho fatto, quindi mi completa in qualche modo, o io completo lui… vedevo in lui un completamento, non dico che fossimo quasi la stessa cosa, non sono così rincoglionito, ma è una sensazione, una emozione che tu provi!

Come adesso, che c’è mia moglie! Le voglio bene, lei c’è! Altro che sentirmi più solo…! Non parliamo di cose così strane, no?

Dopo, sull’equilibrio, lì andiamo nel campo minato, non si può dare alcuna spiegazione, solo ricordare a colui che legge che è in un campo di dimensioni più ampie di quelle del semplicemente umano. E’ un campo metafisico certamente, pericoloso, che ti mette in contatto con forze ed energie che tu non puoi controllare, assolutamente!

Vatti a leggere attentamente quello che ho scritto su Casarotto, perché lì veramente c’è il mio pensiero, “quasi preciso”, specialmente il passo che riguarda la sua solitaria alla cresta del McKinley, che poi lì c’è il “tentativo” di morte subito dopo, nel crepaccio, episodio rispetto al quale quello fatale di un anno dopo sul K2 è quasi la replica. Questo è agghiacciante, se ci pensi! Lo dico. Però bisogna farci caso, perché è quasi detto con non-chalance.

L’equilibrio interiore è la capacità, o conscia o inconscia (perché potrebbe essere un po’ l’una e un po’ l’altra cosa) di fronteggiare le grandi forze sconosciute del tuo inconscio e dell’inconscio collettivo in cui siamo tutti immersi.

La maggior parte dei “sereni”, quelli che non hanno problemi, ha un equilibrio quasi innato, istintuale: e vive felice; altri lo cercano più volutamente, con contrasti e mettendosi nei pericoli, perché c’è il rischio che il mostro ti mangi. E’ un mostro!

E la “diplomazia interiore” tra ciò che noi riusciamo a comprendere con il nostro intelletto (la nostra parte razionale e cosciente) e la parte incosciente, è una diplomazia difficilissima… le trattative tra Grecia e Unione Europea sono niente in confronto! Anche la parte inconscia è lì a riscuotere crediti!

E’ difficilissimo l’equilibrio ed è un attimo che salti qualche fosso e “caghi fuori dal bulacco”, come dicono a Genova. E’ un attimo, ed è per questo che dico che è estremamente pericoloso. Perché potresti lasciarti prendere, potresti inflazionarti da solo, dare troppa importanza al tuo “io cosciente” che crede di avere raggiunto chissà quali mete di dominio su di sé.

Senza pretese di successo?
Senza pretese di successo! La traduzione è che il nostro io non deve minimamente mai pensare di essere superiore al tutto quello che lo circonda.

Vuol dire umiltà. Vuol dire limite! Come ho già detto, no-limit è una bestemmia. Purtroppo la maggior parte della gente non lo comprende.

Mi è chiaro che non è chiaro…
E’ chiaro che non è chiaro, giusto! Ma c’è un quadro, che può essere terrificante e nello stesso tempo così soddisfacente da essere auto-bastante, totalizzante, perché non c’è bisogno d’altro. “Tutto il resto non conta”. Però poi ti accorgi che questa frase è una grandissima stronzata, è solo un pensiero… perché alla fine tutto si traduce negli “atti” che fai!

Le azioni umane quotidiane?
Uno non può, nel suo proprio quotidiano, dire: faccio qualunque cagata perché tante le cose importanti sono quelle là e le so! Le so un cazzo! Perché sapere non significa niente. Quello che è importante è che tu le faccia, e non solo saltuariamente, bensì sempre, nelle cose che sei chiamato a fare, dal cagare tutti i giorni al mangiare, dal volere bene ai tuoi figli e ai tuoi cari al dovere del lavoro. Le tue azioni devono essere precisamente inquadrate in questo modo di vita, che prevede anche la superficialità.

Non fai niente senza la “superficialità”, quel moto di non-importanza!

Un gesto d’amore è qualcosa che fai perché lo senti. Chi lo riceve è contento e la cosa muore lì, ma questa azione rinfocola un amore, continua a costruire qualcosa che emozionalmente è importante. Tu hai bisogno delle tue emozioni, la tua compagna ha bisogno delle sue emozioni. Ed entrambi abbiamo bisogno di dare.

E quindi dobbiamo vivere così: se mi metto a pretendere che tra di noi tutto è già stato detto e fatto e che quindi io possa negarle una carezza (o una sicurezza), è finita, non va più bene.

Ecco perché dico che nelle tue azioni di tutti i giorni si deve rispecchiare questo mondo, deve essere quasi cristallino, anche se a volte ombroso, e l’ombra c’è proprio quando viene detto che il mistero è importante.

Nel momento in cui tu difendi il mistero, passi al “nemico”! Non so se ti rendi conto? Passi al nemico letteralmente! Perché il mondo visibile che ti sta circondando è nemico del mistero. Chi vuole il mistero, chi lo ama? Dimmelo! Nessuno!

Nemmeno le religioni?
Intanto la religione fa un grosso errore perché si basa sul mistero per darti una “verità” che è così, punto e basta. Cioè tu devi avere fede e vedrai che sarai ricompensato. Ma che cazzo mi dici? Io devo avere fede in quello che mi racconti tu e quattro libri detti Antico e Nuovo Testamento? Devo avere fede in questo? Sono strumenti che io leggerò, magari anche con avidità… ma non chiedermi la fede cieca in una verità “rivelata”.

Ma non può essere considerata la religione come un “difesa” del mistero?
Può esserlo, ma nel momento in cui una religione pretende che “quel” mistero sia verità, allora diventa una difesa del mistero tramite una verità affermata. Che mistero è più nell’“ipse dixit”?

Ecchecazzo! No! Io voglio invece indagare cosa c’è dietro ‘sta roba, a quel punto contemplando il mistero, perché se io so che quella lì non è la verità, allora il mistero c’è ancora e riesco a contemplarlo.

Nell’indagine del mistero, alla fine, senza pretesa di successo, c’è la contemplazione di esso!

Gian Piero ha “preteso” quel successo?
So solo che di fronte all’accettazione della propria morte, tutto passa in secondo piano, cioè cambia il piano: non puoi più affibbiare i tuoi coefficienti di ragionamento e di emozione a una persona e a un individuo che hanno cambiato determinate regole.

Se tu giochi a scacchi e il tuo compagno gioca con altre regole, beh, il gioco non è più possibile. E’ un altro gioco e non riesco più ad applicare la formula “ha sbagliato/non ha sbagliato”, non ci riesco perché siamo su un altro piano. Io accetto che ci possa essere un piano diverso, nel quale io non mi sono mai addentrato né voglio farlo.

Nelle lunghe telefonate parlavate di queste cose?
Dopo il 1975, nelle lunghe telefonate parlavamo proprio di questo. Prima si parlava solo di vie.

E’ stata una grande esperienza. Tra l’altro, dopo che lui è morto, “confesso” (posso usare questa parola: confesso!) che mi sarebbe piaciuto, nel periodo in cui iniziavo a fare l’editore, prendere i suoi scritti e farne un libro (esattamente come è stato fatto un bel po’ di anni dopo da altri, con il titolo “I Falliti”, un bel titolo di merda), perché talmente grande era l’emozione per quanto successo, che mi sembrava dignitoso raccogliere gli scritti e proporli…

Ma non mi è stato possibile per motivi che a raccontarli non ci si crede. E che non voglio raccontare! Perché metterei in cattiva luce delle persone e questo non è giusto, questo non è giusto! Ma li so bene i motivi, piccole miseriette.

Oggi sono contentissimo che non sia successo e che quindi il libro lo abbiano fatto altri, meno coinvolti di me: mi sarei messo in una situazione allucinante di pericolo, perciò sono stato salvato!

Le miseriuccie… perché dare importanza alla superficialità? Perché, porca puttana, a volte ti salva! Piccole cattiverie di una persona nei tuoi confronti ti salvano! Allora rivalutiamole queste cattiverie!

E’ una lotta senza quartiere… Per esempio l’eliski: ti dicevo “ci si incista”… ma ora capisci di più il significato della parola “incistarsi”?

Ci si incista su una cosa di questo genere perché non si prendano in considerazione tanti altri problemi. C’è un doppio piano: un piano più forte.

Ci si incista perché ti rendi conto che è su queste piccole miserie che vale la pena di combattere. Ti ho fatto l’esempio di ‘sti qui che credevo mi avessero fatto del male impedendomi di realizzare quel libro… invece, a distanza di qualche anno, ho capito che mi hanno fatto del gran bene, non del male e li ringrazio ancora oggi!

Certo involontariamente, ma che importanza ha se considero che la parte involontaria e quella volontaria fanno parte di un unico essere?

Quello che ti ha pestato il piede e ti dice che non l’ha fatto apposta: va bene, non l’ha fatto apposta, ma qualcosa che glielo ha fatto fare c’è. Io non credo al caso. Dopodiché non è che l’ammazzi perché ti ha pestato un piede, e se pestarti il piede significa salvarti, benissimo!

Ma perché chiami Gian Piero proprio: “Maestro”?
Ma perché, porca miseria, io ero un “baluba totale” di questo genere di cose, uno che brancicava nel buio… perché è pur vero che io avevo cominciato il mio processo di individuazione, per citare Jung (ma si può chiamare in tanti altri modi), ma ero ancora alle prime scaramucce…

Sì, ciascuno lo inizia quando nasce, ma il momento in cui tu riconosci che lo stai facendo è una situazione particolare. Finché lo fai senza accorgertene e fai la tua vita, va bene. Ti stai modificando pian piano ma non lo sai. Nel momento in cui cominci a saperlo, e sai che stai cercando di dare una direzione capendo cosa hai dentro, è lì che comincia il processo di individuazione.

Questo è successo dentro di me, guarda caso nel 1975. Eravamo coetanei con Gian Piero (lui era del 6 agosto e io del 29 luglio).

Il glorioso pullmino verde con il quale Ornella e io compimmo il viaggio in Oriente 1974-1975. Qui nella Khagan Valley (Pakistan)
1975.01 Khagan Valley 001, pullmino verde

Nel 1975, per un motivo contingente, ero reduce da una sbandata amorosa con una francese che aveva portato il mio matrimonio con Ornella a condizioni disastrose di casino totale… con Ornella avevamo deciso di partire e fare un viaggio in Asia, lasciando 50 lire sul conto corrente. Il viaggio iniziò nel novembre ‘74 e tornammo nel settembre ‘75, dunque quasi un anno. La “scomparsa” di Motti è esattamente del 21 giugno 1975 e io ero in Ladack… l’ho saputa solo quando sono tornato.

Il processo di individuazione mio è incominciato in un momento preciso: durante il viaggio di ritorno, con il furgone, Ornella ed io eravamo in Grecia. Nei pressi di Salonicco, molto stanchi, ci fermammo per dormire vicino al mare e mi venne una terribile diarrea. Sono andato in mare ed ho cagato in acqua! La diarrea è importante perché ti libera! E’ mancanza di controllo… il controllo delle feci non c’è più, stai perdendo controllo su qualcosa in termini psicologici.

Appena tornato a Milano, dopo un anno di furgone e di 8000 (ero stato sul Lhotse), lì a casa ho capito che avrei dovuto intraprendere una certa strada, che è quella dell’introspezione e ho iniziato a leggere una quantità spaventosa di libri.

In quel momento ho rivisto, credo a novembre, Gian Piero ed è lì che ho avuto da lui determinati input. Le due strade si sono incrociate e abbiamo capito entrambi che il mondo che avevamo condiviso, quello di prima, quello alpinistico, dell’andare in montagna, era un mondo non morto, non da seppellire, ma che andava letteralmente in secondo piano! Per lui, ma anche per me.

Da allora non ho più fatto queste grandi cose, sì ho fatto qualcosina, ma non stiamo parlando delle grandi imprese degli anni prima: la solitaria alla Walker, il Naso di Zmutt… e avrei potuto farne anche altre perché la forza ce l’avevo, ma non avevo volontà di passare un certo limite!

Ho riconosciuto un limite ed ho preferito andare in un’altra direzione, questo assieme a lui, e siccome lui aveva avuto quell’esperienza del 21 giugno 1975, da lui ricercata peraltro e comandata quasi dalle sue voci del mattino, capisci che tutto questo mi metteva nella posizione di “allievo” puro e semplice. Ecco perché lo chiamo “maestro”… perché lo è! Non è che sto esagerando! Anche se lui probabilmente si incazzerebbe…

Ma non che lui ti abbia indicato una strada precisa da seguire, giusto?
Beh, certe affermazioni le faceva, per carità! Ma era anche uno che ti stava a sentire. Gli raccontavo di quello che facevo, della cagata in mare, dei libri che leggevo, del mio rapporto con Ornella, tutto un insieme di cose che faceva parte del bagaglio di due amici che parlano.

Ma in tutto questo pian pianino si è affermato lui e lo riconosco con la massima umiltà: aveva fatto delle esperienze più forti delle mie, più intense, più paurose, più tutto. Non mi ha mai detto “bisogna” fare così! Non è che facesse il maestro, nessuno ha mai supposto questo. E’ che si imponeva a tal punto… in un consesso di persone magari diceva mezza parola e basta, e tutti quanti lì come pecore ad ascoltare, poi c’erano quelli che lo odiavano, ma la maggior parte era affascinata, senza che lui lo volesse, perché doveva stare attento a esercitare in pubblico determinati suoi fascini, perché non andava bene…

Ricordo per esempio che c’era più trasmissione per telefono che non a voce; per telefono si lasciava andare di più. Chiudevo la telefonata intontito… mentre nell’incontro faccia a faccia era più leggero. Magari di persona, o con altre persone, non si entrava eccessivamente in profondità… ma invece la telefonata tra noi due era micidiale!

Sai quante volte ho detto: mi piacerebbe fare quello che fa lui, ma per fortuna non l’ho fatto, non era la mia strada!

La mia strada era altra: la mia strada è stata quella di fare due figlie con la seconda moglie e poi prendere anche una terza moglie. Questa era la mia strada, e ognuno la giudichi come vuole.

In una vecchia intervista di Filippo Zolezzi, disponibile sul web (ma non so di che anno) [http://www.alpinia.net/editoria/interviste/int_008gogna.php], dicevi che avevi un sogno nel cassetto; cos’è questo sogno cui accennavi?
Il “sogno nel cassetto” è sempre quello: è vivere la propria vita seguendo quello che è già scritto. Fare in modo che la tua vita coincida con ciò che è stato scritto. E’ chiaro?

No…
Sì… perché il libero arbitrio c’è quando c’è un limite o più limiti, chiamiamoli “paletti”. Tu scegli e scegliendo determini la tua libertà. Questa è la libertà dell’adulto. Quella dell’infante è il fare il cazzo che vuole, ma quella non è vera libertà!

Ma la tua libertà, di adulto, ha bisogno, per essere tale, di paletti. Allora quale può essere il paletto più grosso? Il paletto più grosso è accettare che esista un “destino”. Ma questo destino è “variabile”: è qualcosa che tu effettivamente puoi cambiare, quindi libertà!

La vera libertà consiste nel fare esattamente quello per cui tu sei stato destinato, sapendo che puoi fare altro.

Quindi l’abilità di riconoscere ciò che è il tuo destino, la capacità, la voglia anche di farlo, non l’acquiescenza al come va va, ma la voglia di fare esattamente quello che tu sei stato chiamato a fare.

Carl Gustav Jung
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Questo mi è difficile da capire, perché sembrerebbe una contraddizione in termini!

No, no! Perché tu sei libero di non farlo e diciamolo pure, non è che ci si riesca così facilmente. E’ una impresa disperata! E’ disperato riconoscere quello che sei portato a fare, e poi farlo davvero… può essere fastidioso, può essere brutto, può implicare la tua morte… questo è successo a Gian Piero.

Questa è secondo me la funzione dell’individuo sulla terra, perché è evidente che il contadino vietnamita nella sua risaia è chiamato a fare al mondo delle cose abbastanza diverse da quelle che sono chiamato fare io piuttosto che tu o l’esquimese, o la signora Merkel! Ci sono dei destini, cazzo, dai!

Già come nasci, vuol dire determinare il 99% della tua vita. Nel momento in cui nasci in un certo posto da certi genitori. E’ vero o non è vero?

Non è che uno che nasce nelle risaie o nel deserto ha le stesse possibilità di uno che nasce a Milano o a Londra… Non è così, non mi possono dire questo.

Allora significa che c’è una prima bozza di destino: tu sei stato chiamato a fare questo: sei nato là con questi genitori, con questa educazione. Questo è da accettare, porca puttana! Non è vero che siamo tutti uguali. Siamo uguali fisicamente, questo sì, non c’è differenza tra uomo nero e uomo bianco. Ma se nasci in una squallida periferia in Nigeria, o nel Biafra o nella guerra del Darfur, se nasci lì, sei condannato a sopravvivere o morire dopo pochi giorni di fame! Non vogliamo parlare di destino, qui? Quindi è da scemi dire che il destino non esiste! Non è vero che il destino non esiste e quindi non è vero che possiamo fare il cazzo che vogliamo purché che lo vogliamo.

C’è un destino e l’abilità consiste nel fare esattamente quello che lui vuole. Questa è l’unica libertà che ti è concessa. A tue spese e a tuo pericolo e nella pressoché totale incertezza sull’avere successo.

Ma allora qual è la differenza tra la ricerca disperata e pervicace del proprio destino e il non fare un cazzo, ovvero il vivere superficialmente, senza farsi domande?
Io ti potrei dire che la differenza non la so! Perché sono preso a tal punto nell’altra via, che mi riesce quasi impossibile che ci sia gente che questa via non la cerchi… però sono abbastanza integro da riconoscere che hai ragione, c’è un sacco di gente che vive così… e, a ‘sto punto, non mi rimane altro da dire che per loro è abbastanza facile seguire il loro destino. Se il loro destino è quello di non avere alcun tipo di curiosità… ebbene, lo stanno facendo! E io devo tenerne conto, perché come ho detto prima, i superficiali, chi non guarda al mistero… io li devo rispettare come tutti gli altri, perché se io non lo facessi, mi metterei in una posizione di superiorità che non mi compete, che mi esalterebbe e che m’inflazionerebbe pericolosamente.

La conversazione si deve interrompere qui, e forse manca una ultima domanda conclusiva, ma anzi no, l’incontro si chiude forse nel modo più significativo, il più bello: appena chiudiamo il registratore entra a casa di Alessandro sua figlia Elena (non si vedono da un po’ di tempo), e si abbracciano a lungo. Forse l’abbraccio è il destino!

Elena, circa dieci anni fa
Elena a casa di Simone

Li lascio subito soli, e tornando in auto verso Genova, mi vergogno un po’: per essere stato inadeguato, non avendo seguito nemmeno la traccia delle domande che mi ero preparato, dimenticandomi di chiedere di Messner, e di questo e di quell’altro, e dell’Arte, dell’Amore, della Natura… e mi sento davvero ignorante sugli argomenti filosofici trattati. Che velleitario sono!

E quando ha detto Perché Dio non si auto-riconosce!”… Io non sono certo un teologo… ma la frase mi spiazza forse più di tutta la sua spiegazione sulla “energia”, che invece in parte “capisco”.

L’auto-riconoscersi… questo sì che è complicato al cubo! Avrà fatto riferimento al testo di Jung, ma mica ce la si può cavare con l’intuizione inconsapevole!

Ma poi in fondo credo mi abbia detto già molto, e lui direbbe: anche troppo!

La temperatura esterna a Milano è 40 gradi, ma quella interna dentro di me è stranamente fresca. E se la ricerca del destino è una impresa disperata… mi pare di essere ora quasi leggero.

Libri citati
La Sacra Bibbia, Il Libro di Giobbe, circa 575 a.C.
Platone, Repubblica, Libro VII, Il mito della caverna, circa 360 a.C.
Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe, 1952
Alessandro Gogna, Un alpinismo di ricerca, 1975
Alessandro Gogna, La parete, 1981
Gian Piero Motti, I falliti e altri scritti, a cura di Enrico Camanni, 1983-2000
Renato Casarotto, Oltre i venti del Nord, 1986
Carlos Castaneda, L’isola del Tonal, 1974
Pietro Tarallo, Gianni Calcagno, 1993

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La pervicace ricerca del destino – parte 1

La pervicace ricerca del destino – parte 1 (1-2)
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onversazione con Alessandro Gogna (Milano, 14 luglio 2015)
di Giorgio Robino

Perché ancora un’intervista ad Alessandro Gogna? Quest’uomo ha fatto così tanto e ci ha comunicato così tanto, come forse pochi altri alpinisti, pochi altri intellettuali, in questi nostri tempi decadenti.

Ma da qualche anno, leggendo gli articoli quotidiani del suo Gogna Blog, ed anche rileggendo bene alcuni passaggi in suoi vecchi libri, compaiono qua e là alcune tematiche di ampio respiro, quasi estranee alla solita dialettica alpinistica; compaiono ricorrenti parole come Natura, Amore, Libertà, Arte, Mistero. Ho la sensazione che tutto il suo dire sia una maledetta metafora, tra materia e spirito.

Traspare l’elaborazione di una visione filosofica, ma ho come la sensazione che, malgrado le innumerevoli interviste e le sue numerose partecipazioni a convegni, malgrado l’impegno trasparente delle lotte ambientalistiche, ci sia nei suoi articoli ancora qualcosa di detto e non-detto, un pensiero ancora non chiaro a me. Per questo azzardo proponendogli questa intervista.

Il risultato è forse più sorprendente del previsto ed il lettore è invitato ad auto-assicurarsi con una sosta fatta a modo, perché poi i tiri intellettuali sotto sono belli esposti.

Bisogna legarsi, come Ulisse. Buona lettura.

Giorgio Robino
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PARTE 1 (l’azione sociale)
Le Guide Alpine, il Club Alpino Italiano, Mountain Wilderness, l’Osservatorio delle libertà, il Gogna Blog

Il mese scorso, giugno 2015, sei stato eletto nel Consiglio Direttivo 2015-2018 del Collegio Nazionale Guide Alpine [http://www.guidealpine.it/elezioni-del-consiglio-direttivo-2015-risultati.html]. Mi racconti della tua esperienza come Guida Alpina?
Ho fatto il corso di Aspirante Guida nel 1979/1980, poi nel 1983 ho fatto il Corso Guida e sono stato bocciato nello scialpinismo; avevo profonde incomprensioni con il direttore di allora, Gigi Mario, un monaco buddista zen… L’ambiente non mi piaceva. Così non ho insistito!

Dodici anni dopo nel 1995 ero in una situazione tra coloro che stanno sospesi, perché ero Aspirante Guida ma non ero iscritto all’albo. C’era una ristrutturazione burocratica a livello regionale. Quindi hanno fatto una specie di sanatoria e in Lombardia, con un corso di tre giorni… sono passato, fine (mentre ora fai una cinquantina di giorni per diventare Aspirante e altrettanti per diventare Guida). Allora c’erano 30/35 persone nelle mie stesse condizioni, abbiamo avuto la stessa fortuna! Dunque sono Guida Alpina dal 1995. Ogni 3 anni faccio un regolare aggiornamento, e il prossimo sarà nel 2016.

Gigi Mario (Engaku Taino)
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Avevi idea di fare la Guida Alpina come lavoro?
No, non ho mai avuto l’idea di praticare, nemmeno nel 1979, in cui uno poteva crederci… sapevo che non era la mia vita, però mi piaceva l’idea di diventare guida proprio perché pensavo che il mondo delle guide fosse più “vicino” all’evoluzione di quello dell’accademico del CAI (ero accademico dal 1972, ma diventando Aspirante guida Alpina, venni messo fuori). Vedevo il CAAI un po’ troppo paludato, in realtà i decenni posteriori mi hanno dato torto.

Ho voluto fare il corso perché credevo che le guide avessero più responsabilità, nel mondo dell’alpinismo, nel senso che intanto erano sicuramente più preparate degli accademici, non che gli accademici non siano preparati, però le guide sono in montagna tutti i giorni, portano la gente in giro, hanno delle responsabilità e sono in continuo contatto con il mondo alpino. Poi forse avevo una visione un po’ romantica, come Popi [http://www.banff.it/giuseppe-miotti-rinuncia-al-titolo-di-guida-alpina/], per cui volevo aiutare le guide alpine, che dovevano tirarsi fuori da un certo tipo di limbo!

Una volta erano quelli con la barba e la pipa… (e le guide erano “del CAI”!). Ma, negli anni ’80, cosa erano le Guide Alpine?

Negli anni successivi al 1995 ti sei candidato come rappresentante nel collegio nazionale delle Guide Alpine?
No, quest’anno è stata la prima volta. Non lo ho fatto prima un po’ per ritrosia, un po’ per non avere troppi impegni; adesso posso perché faccio meno cose essendo più anziano, vado meno in giro, ho l’impegno forte del blog, ma ora ci sta, mentre dieci anni fa non ce la avrei fatta per mancanza di tempo.

Poi c’era questa sensazione di non essere come loro. Loro fanno il mestiere quotidianamente, io no. Questo mi ha un po’ frenato, in passato.

Ora però vedendo quanto sia sentita questa storia della ri-valorizzazione della Guida Alpina, il fatto di essere dentro e interessarmi di questi temi mi ha convinto: cominciamo a entrare e “rompere i coglioni”, sulla questione dell’eliski, della comunicazione, di tutte le cose di cui abbiamo dibattuto per anni! L’ambiente è mediamente ostile, non dico che tutti sono ostili, c’è una buona parte che dice che ho ragione. E’ però una fazione nascosta…

Se ti racconto come è andata l’elezione, c’è da ridere: non si era mai visto che si venisse a creare un “partito”: c’erano 18 candidati per 15 da eleggere, ma potevi votarne solo 9. Questo da regolamento, ok.

Ma 11 di questi 18 (me escluso, io ero nei rimanenti 7) si sono riuniti in un partito e hanno fatto un unico programma elettorale. Nelle varie schede di ciascuno andavi a leggere il programma elettorale e vedevi che era uguale identico, dalla prima parola all’ultima. L’aveva scritto Cesare Cesa Bianchi e undici guide l’hanno preso per buono. Uguale, fotocopiato! Non è che sia illegale… ma così è un “partito”!

Non ragioni più con la tua testa. Avevo sempre visto le guide come un insieme di persone estremamente individualiste, teste dure… invece no! Ecco che le 11 persone sono state elette tutte e qualche altro è passato… io sono passato terzultimo su 15: avevo 156 voti su poco più di 500, cioè più di un quinto di voti. Devo dire che mi fa piacere… Risultati dello scrutinio: [https://votazioni.guidealpine.it/site/app/#/candidates].

Tra gli eletti leggo che c’è anche Ermanno Salvaterra, ne sono felice perché sono sicuro che anche lui è sicuramente d’accordo con le nostre lotte ambientali (per certo è contro l’eliski!) e mi dispiace invece che non sia stato eletto Stefano Michelazzi (Un futuro diverso per le guide alpine [http://www.alessandrogogna.com/2015/06/17/un-futuro-diverso-per-le-guide-alpine/], Un buon programma elettorale [http://www.alessandrogogna.com/2015/04/14/un-buon-programma-elettorale/]). Qual è il tuo intento all’interno del collegio?
Io voglio semplicemente, da persona di buon senso, che la guida si liberi da questa visione, che si è anche auto-imposta, di “manager della montagna”.

Ermanno Salvaterra. Foto: Agh da girovagandoinmontagna.it
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Se vogliamo dire che ha la autorità di farlo, benissimo! In effetti nell’insieme è sicuramente il più preparato, su questo nessuno discute! Ma anzitutto deve accettare che nelle espressioni dell’accompagnamento in montagna di più basso grado ci siano anche altre figure, e questo in parte è stato fatto con la figura dell’accompagnatore di media montagna. Però ci sono regioni che non hanno questa figura e che ne hanno altre, ed è un casino, lì effettivamente bisogna mettere un po’ di ordine. Poi c’è il torrentismo dove ognuno fa il cazzo che vuole, poi c’è un abusivismo dilagante e ci sono gli istruttori del CAI che fanno casino anche loro… E questo riassetto è il compito di Cesa Bianchi, compito difficile che gli auguro di svolgere al meglio.

Invece, rispetto alla questione ambientale, manca una posizione chiara: la parola “ambiente” non è mai pronunciata, mai scritta nel manifesto elettorale di Cesa Bianchi!

A me invece interessa che la figura della guida, tramite un diverso approccio nei confronti dell’ambiente, sia recepita dal pubblico diversamente da come è recepita ora!

Per il resto… cosa vuoi, gli aspetti tecnici, la card europea da ottenere, il rinnovamento del nostro regolamento, i consigli disciplinari, la lotta all’abusivismo… sono compiti da svolgere e obiettivi da raggiungere, di certo anche difficili. Farò del mio meglio per appoggiare le risoluzioni più sensate. C’è il discorso degli albergatori che in Trentino possono accompagnare i clienti in giro. Queste sono cose da rivedere senz’altro! Non lo accettiamo come guide! E’ importante che ci facciamo sentire, è importante una comunicazione adeguata.

Queste sono cose che Cesa Bianchi e il suo vice (di recente nominato) Davide Anchieri sanno certamente fare… altrimenti non avremmo (e non avrei) votato Cesare! Va bene che era l’unico candidato… ma avrei potuto consegnare scheda bianca. E’ un peccato che non abbia pronunciato la parola “ambiente” nel suo programma. Per lui l’eliski va bene, gli impianti nuovi vanno bene… va tutto bene…

Sono lì per quello. Il resto è roba che sanno fare meglio di me, per non parlare dei materiali e delle tecniche. Io sono anziano, e lì c’è gente preparatissima! Vorrei discuterne solo a livello di comunicazione. Perché solo lì sono più preparato di loro.

Sono nel collegio per le lotte ambientali di cui scrivo da anni, per esempio per la questione l’eliski, ultimo ma non ultimo dei problemi. Vorrei che il collegio alzasse la testa e dicesse con orgoglio che le guide non hanno bisogno dell’eliski.

E’ una domanda retorica, ma te la faccio lo stesso: perché proprio la lotta contro l’eliski? Credo tu abbia detto in passato: “Anche fosse l’ultima delle battaglie, la dobbiamo fare!”. Perché?
Perché ci si “incista” su determinati punti simbolici, sapendo perfettamente che ci sono molti altre questioni rilevanti, il famoso “benaltrismo” non è che c’è a caso… è chiaro che ci sono altri punti, magari più importanti} anche stando solo in montagna. Se poi andiamo in pianura, nelle città, abbiamo dei problemi giganteschi, planetari!!

Però noi siamo qua a difendere una parte di questo mondo, che è la montagna, il mondo alpino, il mondo della quota, e qui capita di incistarsi su un punto preciso, come nelle guerre: in una guerra il fronte può essere di 700 km, ma poi la battaglia viene fatta in un punto preciso, magari quella di Waterloo; l’eliski è Waterloo! Ed occorre vincerla questa battaglia, non si può perderla!

E’ una roba che non può succedere domani o dopodomani, però è un punto nevralgico sul quale bisogna insistere, insistere e insistere… pur sapendo perfettamente che ci sono altri punti e ce ne sono tanti: le ferrate, le funivie, gli impianti sciistici, il tanto odiato traffico dei SUV (ma non sono solo i SUV che inquinano), ecc. Chi più ne ha più ne metta… questo lo sappiamo, ma ci sono punti simbolici in cui si sta combattendo la guerra!

Quale può essere la via di uscita? La via è quella dei francesi: vietare tutto [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/31/le-ragioni-del-no-eliski-non-sono-quelle-della-sicurezza/]: anzi, l’eliski deve essere una attività “non contemplata”, per cui chi la fa è fuori legge. Punto.

Non è soltanto una questione di ambiente, lo sappiamo e lo abbiamo detto ampiamente! E’ una questione di formazione e di cultura!

E questo il punto chiave che pochi sono in grado di comprendere… occorre che ci poniamo un limite, hai presente la pubblicità dell’Adidas: “live without limits”?

Perché il limite è essenziale per la libertà!

Senza il limite, che tu stesso ti poni, non c’è libertà, non è che la libertà sia fare il cazzo che vuoi! La libertà è agire nel rispetto dei propri limiti, quindi scegliendo quello che puoi fare. Perché fare il cazzo che ti pare è la libertà dei bambini, non è la libertà degli adulti, siamo nell’infanzia dove non c’è coscienza, non c’è responsabilità soprattutto. Invece il limite è la condizione “sine qua non” della libertà.

La lotta è questa.

Quindi il discorso culturale sull’eliski va a pennello: poniamoci questo limite, non facciamo volare apparecchi, né d’estate né d’inverno, per portare su gente, perché questo è aggressione all’ambiente prima di tutto ma, secondariamente e non meno importante, è una educazione sbagliata di approccio all’ambiente.

Nel lungo termine il limite però non deve essere il divieto; il mondo che vorrei è un mondo senza divieti, e questo mi rendo conto che ora è utopia, ma vorrei un mondo in cui i limiti ce li creiamo noi stessi, senza che ci vengano “imposti”: comprendiamo da soli che certe cose non vanno bene, e agiamo di conseguenza.

La nostra missione è questa: siamo noi, quelli che credono in questi valori, che dobbiamo “insegnare” il limite! Se l’insegnamento deve passare dal divieto, usiamo anche il divieto, ma mi auguro che prima o poi il divieto non sia più necessario.

Tra l’altro la maggior parte della gente neanche ci penserebbe all’eliski, se questo non venisse proposto e promosso. I “clienti” che lo fanno sono completamente “incoscienti”. Da un lato ci sono i turisti ricchi, per esempio il russo che arriva l’amante e legge in albergo ‘sta roba dell’eliski… “Vengo anch’io!”. “Sì, tu sì”. Poveri di spirito che con i soldi pensano di fare tutto, però se non gli fosse offerto, non ci penserebbero: o starebbero a letto con l’amante, oppure andrebbero a giocare a golf, oppure a cricket…

E a riguardo di quelle persone (anche locali) che si fanno portare in rifugio a fare la mangiata (ci sono casi innumerevoli)… ma la mangiata la puoi fare molto meglio se ci vai con le tue gambe, con gli sci, con le ciaspole, comunque con le tue gambe, e se vai a fare una mangiata in rifugio in elicottero, o con il gatto delle nevi o la motoslitta, sei un poveretto!

E così la montagna diventa un “non-luogo”, come tanti altri.

Rispetto al gruppo facebook “No Eliski Sulle Dolomiti” [https://www.facebook.com/noeliskisulledolomiti] che creai con amici e alla tua lotta continua sul Gogna Blog [http://www.banff.it/?s=eliski], e in generale rispetto alla necessità di un maggiore rispetto ambientale, ho la percezione che noi siamo una minoranza nella popolazione che frequenta la montagna.
Quale può essere una azione sociale per divulgare maggiormente la cultura ambientale?
Il Club Alpino Italiano potrebbe essere questo veicolo culturale?

Il CAI?! Ma tu le conosci le vicende del CAI Veneto, {proprio in relazione all’eliski} [http://www.banff.it/il-cai-veneto-dovrebbe-sconfessare-il-comune-di-calalzo/]? Non c’è speranza con certi dirigenti. La conosci la vicenda Doglioni [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/12/lamara-vicenda-doglioni-parte-1/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/13/lamara-vicenda-doglioni-parte-2/]?

La verità vera è che ci sono alcune sacche di malaffare all’interno del CAI.

Tu sei accademico del CAI?
Sì, sono accademico; il 10 ottobre 2014, nella riunione a Caprino Veronese, è stato votato che chi da accademico fosse diventato guida alpina possa essere riammesso come accademico: e io ho appena ricevuto la lettera ufficiale di riammissione.

C’è modo all’interno del CAI di fare valere quello che è scritto all’interno dello stesso Bidecalogo?
Sì, certo uno può lottare su questo, è una delle armi che abbiamo a disposizione! Il Bidecalogo [http://www.banff.it/?s=bidecalogo], malgrado i suoi piccoli difetti, nel complesso va bene! Si potrebbe migliorarlo (in alcuni punti tanto), ma può essere un buon punto di partenza.

Peccato che tutti ci si sciacquino con il Bidecalogo, prima di tutto certe sezioni del CAI, ma anche a livello di CAI centrale! C’è uno scollamento pauroso tra CAI centrale e le sezioni. E spesso c’è scollamento tra CAI centrale e le diverse commissioni (a loro volta suddivise in regionali).

Il CAI Centrale ha tentato negli anni scorsi di fare anche un po’ con il pugno di ferro, di metter insieme ‘ste cose, non riuscendoci; c’è stata la famosa assemblea di Soave [http://www.loscarpone.cai.it/news/items/il-convegno-di-soave-di-che-cosa-si-e-discusso.html], in cui venne fuori di tutto e il tentativo unificatore (peraltro mal condotto) naufragò.

C’è uno scollamento enorme, al punto in cui nello stesso Bidecalogo si dice: “Noi, CAI, siamo contrari alle competizioni”… bene, giusto! Poi dice “siamo consapevoli che molte sezioni organizzano eventi competitivi, per tradizione, ecc., e che non possiamo proibirli! Lo sconsigliamo ma siamo consapevoli che ci sono”.

Annibale Salsa
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Così vedi che c’è uno scollegamento tra il Bidecalogo e quello che è la pratica reale delle sezioni del CAI, che sono molto, molto autonome. In più aggiungi i gruppi regionali, pensa al CAI Veneto… non sono io a dire che lì c’è un andazzo quasi “mafioso”… però se c’è deve venire fuori! Un ente pubblico non può coprire nulla!

Per tornare alla tua domanda: sì, si può iniziare dal CAI e dal Bidecalogo!

Forse, un domani il CAI avesse ancora una presidenza come quella di Annibale Salsa, una persona degna… ma anche lui è stato sei anni presidente… non so quanto gli abbiano lasciato in effetti affrontare i problemi. Occorrono nuovi nomi, nuove volontà. In questo momento la guerra non può essere vinta e ci si dovrebbe limitare ad essere maggiormente preparati, con una base più forte dell’attuale.

Io li sto punzecchiando dal punto di vista delle scuole, del soccorso, ho riferito dello scandalo di Giuseppe Broggi [http://www.alessandrogogna.com/2015/06/22/la-vicenda-broggi/] a Bolzano! Poi c’è Claudio Sartori, ingegnere, l’uomo che s’interessa dei 25 rifugi “ereditati” dalla guerra ’15-’18. E’ dell’8 luglio scorso l’accordo con la Provincia, proprietaria dei 25 rifugi, in base al quale CAI Alto Adige e AVS (Alpenverein Südtirol, il gruppo delle sezioni sudtirolesi di lingua tedesca) avranno la gestione. Ci sarà collaborazione o lotta? Speriamo che i 3,2 milioni di euro previsti per manutenzione e risanamento vengano spesi bene! Ora Sartori è anche presidente del CAI Alto Adige al posto di Broggi: e in un passato recentissimo lo stesso Sartori è stato anche il curatore tecnico, direttore dei lavori del famoso smantellamento del rifugio-albergo del passo Sella, di proprietà del CAI Bolzano, per la costruzione di un resort [http://www.banff.it/passo-sella-un-monumento-allanalfabetismo-paesaggistico/]. L’alberghetto per anni era stato lasciato andare… c’era già il disegno di smantellarlo per fare il resort?

Claudio Sartori (Presidente CAI Alto Adige) e Georg Simeoni (Presidente AVS), 8 luglio 2015
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Un resort! Non più un rifugio! Il resort del passo Sella oggi è realtà. La proprietà è rimasta al CAI Bolzano ma per decine di anni la gestione è e sarà di chi ha costruito e messo i quattrini… A Sartori l’Alto Adige (il quotidiano) ha fatto una domanda: “Ma lei non si è sentito in conflitto di interesse?”. La risposta sostanzialmente è stata: “Ma se lo sanno tutti, che conflitto di interesse è?”!

Finché nel CAI ci sono certi “amministratori grigi”, dirigenti cui della montagna interessa solo la parte “edificabile”, la nostra lotta lì dentro può essere solo perdente in partenza.

Ma bisogna andare avanti denunciando, denunciando e denunciando!

E’ uno scandalo che dopo aver acquisito prove inoppugnabili contro di lui, uno come Doglioni il CAI non lo denunci nemmeno! Il CAI è un ente pubblico e deve denunciare eventuali illeciti! E non l’ha fatto.

Tutto questo è molto grave!

La grandissima maggioranza di coloro che hanno posizioni dirigenziali nel CAI sono di certo persone degne, ma forse in qualche caso non sono adeguate; per esempio, Salsa è sicuramente una persona degna, ma non è bastato. Ci vogliono persone “adeguate”, cioè “sgamate”, che sanno cosa succede e intendono provvedere! Il rischio numero uno della persona degna è quello di tacere e di essere suo malgrado compartecipe dell’illecito.

E oggi non si può più dire “non lo sapevo, chi poteva immaginarlo…”, perché altrimenti si sarà anche degni, ma un po’ troppo ingenui! La situazione è estremamente grave sotto tutti i punti di vista.

Luca Gardelli
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Io non mi perdo d’animo perché so che c’è un sacco di gente che vuole combattere e migliorare, ma a combattere siamo una minoranza. Poi c’è un altro sacco di gente che oscilla, che non vuole crederci, ma che in qualche maniera potrebbe essere anche coinvolta nella ribellione… il “volontariato” non si spinge oltre un certo punto?

Pensa alla vicenda di Luca Gardelli [http://www.alessandrogogna.com/?s=gardelli]: il CNSAS è ora in gruppo di operai non pagato che va a pulire i muri?! Questa è veramente grossa! Questo volontario del soccorso alpino è stato “cacciato”, ma allora?

Anche Riccardo Innocenti è stato espulso ([http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/21/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/26/la-banale-irrequietezza-di-un-inattuale-purismo/]). Vuoi che te la dice tutta? Se io fossi in loro, lì per lì potrebbe darmi fastidio di essere cacciato… ma alla fine dovrei esserne contento!

Perché è importante non far parte di un gruppo del genere, e poter dire: “Se un giorno sarete presi con le mani nel sacco, e prima o poi accadrà, io ne sono fuori!”.

Riccardo Innocenti
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Bisogna fare in modo che questi disastri vengano alla luce.

Quindi, se nella posizione direttiva del CAI ci sono persone che insabbiano… allora è per questo motivo che in questo momento il CAI è una macchina ferma, che non parte! E non decolla perché qualcuno ha il freno a mano tirato! Bisogna eliminare certi personaggi, facendo una guerra a ognuno, e fare spazio a una nuova generazione {dirigenziale} più pulita… perché questa è “CAI-opoli”!

C’è stata tangentopoli e ci sarà CAI-opoli!

Tu sei stato uno dei fondatori del movimento Mountain Wilderness. Cosa succede oggi in quella associazione? Quali sono risultati ad oggi raggiunti? Hai mai partecipato ai movimenti ambientalistici dei partiti politici e cosa fa la politica rispetto all’ambientalismo?
Nel novembre 1987 c’è stata la fondazione di Mountain Wilderness International, sponsor la fondazione Sella: a Biella c’era gente da tutto il mondo, e abbiamo redatto le tesi di Biella, creato uno statuto e fondato questa associazione, con 21 garanti internazionali [http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=424]. Per un anno c’è stata la sola associazione internazionale, poi sono nate le associazioni nazionali: la francese e poi l’italiana nell’88, poi tante altre.

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Credo ancora di fare, nel 2015, una lotta ambientalistica e nel blog do ampio spazio alle tematiche che sono care a Mountain Wilderness.

E’ vero che sono ancora garante dell’associazione internazionale e sono sempre stato riconfermato nelle elezioni che avvengono ogni qualche anno, ma dal 1992, per motivi di “bassa bega” ho perso fiducia nell’associazionismo e ho giurato di non fare mai più parte di nessuna associazione (concetto generale) perché le teste di cazzo per un anno o due ti lodano, poi purtroppo ti invidiano, ti usano, e francamente dopo qualche mese di sordido assillo ho detto basta e ho dato le dimissioni da segretario di Mountain Wilderness Italia. E’ stata una vicenda antipatica, personale, nella quale mi sono sentito umiliato e quindi ho chiuso. Sono rimasto garante della associazione internazionale.

Sui contenuti senz’altro la lotta di MW è giusta, poi sui sistemi si può discutere… ma preferisco affiancare la mia azione senza guardare quella degli altri: sono “libero battitore” e non giudico, l’associazionismo non mi interessa. Negli anni ‘90 sì che era forte! Il WWF aveva 500.000 soci. Oggi se li sognano.

L’uomo è ancora imperfetto per associarsi per qualche motivo ideale. Sono scettico.

Poi, non ho mai fatto parte di associazioni ambientali di tipo politico come per esempio Lega Ambiente, che era legata alla sinistra. Ora non conosco nemmeno più gli attuali dirigenti. Non mi piaceva il modo in cui lavoravano che era troppo politicizzato.

Alex Langer
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E quanto ai Verdi: ho partecipato con entusiasmo alla rifondazione dei Verdi. Dopo la morte di Alexander Langer nel 1995 c’è stato un momento di grande disorganizzazione. Era la fine del 1999, andai all’assemblea a Città di Castello. In un clima di grande ottimismo fu eletta una gran degna persona, Grazia Francescato, già presidente del WWF: fu un vero plebiscito. Tutti contenti, ma dopo sei mesi sono ricominciati i loro casini interni, per poi andare a finire con gente come Alfonso Pecoraro Scanio… e poi basta!

Anche qui in regione Lombardia c’era gente che qualche idea ce l’aveva… ma poi alla fine la logica della poltrona ti adegua, spettatore battuto, alla greppia generale.

Ed il lavoro con l’Osservatorio delle libertà? Lo segui tu il sito web [http://osservatorioliberta.it/]?
Sì. Io sono portavoce, nominato, ma di fatto l’osservatorio “non esiste”! Le persone cui può importare qualcosa sono pochissime. Io ho denunciato il fatto che l’osservatorio deve nascere veramente, con il coinvolgimento di avvocati e giudici, ed in parte ci sono riuscito, ma la partecipazione è talmente rarefatta che occorre ammettere, con deprimente sincerità, che l’osservatorio non esiste.

Carlo Zanantoni
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La causa è in parte il fatto che non abbiamo voluto essere servi del CAI, non abbiamo voluto essere né commissione, né gruppo di lavoro, né “niente”, abbiamo chiesto l’appoggio del CAI senza essere istituzionalmente nulla, ma così diventa difficile che il CAI possa darti una mano. Magari il prossimo anno potremo andare a parlare con il nuovo presidente, ora sarebbe tempo perso.

Carlo Bonardi
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Attualmente nell’osservatorio ci sono: l’amico Alberto Rampini, presidente attuale dell’Accademico che ha sostituito Giacomo Stefani, e poi ci sono il buon Carlo Zanantoni e l’avvocato Carlo Bonardi, accademico, entrambi hanno dato molto all’osservatorio della libertà. Poi ci sono un po’ di avvocati e due giudici che collaborano saltuariamente.

Vorrei ora tener duro per un anno e poi andare a parlare seriamente con il nuovo presidente del CAI, che non so chi sarà; se fosse Vincenzo Torti, persona eccezionale, anche lui avvocato, allora sarebbe perfetto! Perché è il presidente che orienta… e se il presidente è orientato in altra direzione… allora non succede nulla! Vorrei qui precisare che non incolpo Umberto Martini, perché di fatto noi dell’Osservatorio non siamo stati precisi con lui… non volevamo essere commissione, non volevamo essere questo e quello… Martini è stato fin troppo accondiscendente!

Alberto Rampini
Vetta della Torre di Pietramurata. Foto di Alberto Rampini, 7.10.2012. A. Rampini, M. Furlani, A. Gogna. S. Michelazzi, A. Calamai

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Il Gogna blog [http://www.alessandrogogna.com/category/posts/]: com’è che hai maturato l’idea di realizzare un blog rispetto a quello che facevi prima, come editore, come autore di libri? Il blog è preambolo di un ulteriore progetto futuro? E qual è la tua idea di comunicazione attraverso internet e i social network?
Partiamo dal libro come espressione di produzione intellettuale non superficiale. Prendiamo un libro di contenuti, un saggio: in genere c’è spazio per non essere superficiali!

Nella mia vita sono sempre stato contrario alla superficialità, e questo deriva dalla mia formazione, dal mio carattere, dal mio segno zodiacale… sono sempre stato un introverso, un introspettivo, che trovava modo di esprimersi praticamente solo attraverso un’espressione comunicativa: il libro!

Non che non fossi in grado di scrivere un articolo, ma il libro è quello che mi faceva gioire. L’articolo l’ho scrivevo un po’ per commissione, o per soldi. Ma lì la mia introversione non mi permetteva di esprimermi, mentre in un libro ciò era possibile.

Questa tendenza si è modificata nel tempo, fa parte del processo di “individuazione” psicologica di qualunque persona; in parte “volevo” questo e nella ricerca della felicità c’era da fare il “passaggio”: riuscire ad accettare che l’uomo possa essere anche “superficiale” e, anzi, che a volte lo debba essere.

Cosa intendi quando dici: “essere anche superficiale”?
Accettare di essere “superficiale” significa dare il passaporto di ufficialità, di benevolenza, e di benvenuto anche, a tutte quelle manifestazioni che nella vita ci sono. Non mi erano estranee, ma io le tenevo nel limbo: il divertimento, l’essere “leggero”, fare un “ceto” (gossip)… cosa che odiavo in passato, il parlare dietro le persone!

Ora sono più aperto. Ed in questo processo, che è durato decenni, ovviamente il libro ha continuato ad essere importante, per esempio quando ho scritto la collana de “I grandi spazi delle Alpi” [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/19/i-grandi-spazi-delle-alpi/], ma anche dopo, quando mi sono occupato di Severino Casara [http://www.priulieverlucca.it/catalogo/scheda/La-verit-obliqua-di-Severino-Casara/97], o quando ho messo mano alla “Pietra dei Sogni”.

Il libro è rimasto, come impegno e come momento di maggior gioia di produzione, ma nello stesso tempo mi aprivo anche ad altre forme di comunicazione. Per esempio, quando ho redatto il numero speciale di Alp sul Cervino, collaborando con la redazione. Questa cosa mi è piaciuta, poi cosa è successo? il libro, le riviste, la stampa cartacea… è crollato tutto il mondo editoriale!

Fino a metà degli anni 2000 ero contrario ai social network, anzi, ero assolutamente contrario, nel modo più totale, ritenendolo il massimo della superficialità! Vade retro!

Poi ho avuto l’occasione di pensare a un blog per banff.it, il Gogna Blog [http://www.alessandrogogna.com/category/posts/]! Io non sopportavo i blog, i forum, i “Fuorivia”, ecc., poi mi si è presentata l’occasione nel 2013 di fare davvero un blog io stesso: e allora ho cambiato idea; in seguito ho capito che per diffondere maggiormente i contenuti del blog occorreva usare anche Facebook (dall’agosto del 2014), riconoscendo che quel mezzo ha i suoi i limiti di qualità, ma dal punto di vista della diffusione è imbattibile.

La mia formazione di “librifero” (creatore di libri), mi ha condizionato… e non voglio dare la dose informativa quotidiana come fanno la maggior parte dei siti, tutto in una paginetta con due foto. No. Non voglio fare questo!

Ogni giorno voglio pubblicare un contenuto “non-superficiale”! Io non ho budget da rispettare, capi che controllano il mio lavoro, sono assolutamente libero! Dunque il blog è uno strumento nel quale credo molto, e l’utilizzo di facebook è utilitaristico, mi serve per avere il polso della situazione, dove è semplice vedere le interazioni, piuttosto che utilizzare Google Analytics.

Cosa farò da grande con il Blog?

Vorrei che i lettori aumentassero e vorrei che diventasse un punto di riferimento. Se un giorno avrò una redazione (non lo voglio, ma non lo escludo), magari si potrebbe fare anche un lavoro di cronaca quotidiana ed allora sì, potrebbe esserci una concorrenza con planetmountain e montagna.tv, ma al momento non se ne parla.

Certo, vorrei raggiungere il più grande numero di lettori e queste sono ambizioni di qualunque blogger… ma su una cosa ribadisco una diversità: la mia cultura è diversa, ho accettato questo nuovo modo, forse superficiale, di comunicazione (ora che la carta è finita) dalla quale siamo subissati (internet). Ma il prossimo passo è che la comunicazione sia di qualità e per questo occorre proporre dei contenuti che non siano superficiali.

(continua)

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Giuseppe Alippi, il Det -1

Giuseppe Alippi, il Det -1
di Edoardo Falletta e di Redazione Gogna Blog

Giuseppe Alippi è un uomo in bilico. Det, com’è meglio conosciuto in Grigna, vive infatti sul ripido filo di cresta che divide due mondi: quello dell’agricoltura e quello del grande alpinismo. Questi due aspetti, seppur a prima vista possono apparire distanti, nella persona del Det si congiungono trovando sintesi ed equilibrio. Giuseppe Alippi, classe 1934 vive fuori dal tempo comunemente inteso e come ogni uomo appartenente a un mondo lontano, sfugge ai criteri delle logiche razionali. Quando gli domando se oggi, a 81 anni, si sente più alpinista o più agricoltore mi risponde: “Io mi sento più contadino perché sono nato con le mani nella terra e tutto il resto è stato un piacevole diversivo”.

Giuseppe Det Alippi
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Dopo un’incidente sugli sci che gli provoca la frattura di una gamba, all’età di 24 anni la prospettiva con la quale il Det guarda le montagne cambia radicalmente. I ripidi pendii coperti di neve si tramutano in erte pareti di roccia. Ai piedi non sono più necessari due veloci legni ma lucidi scarponi di cuoio. Forse è proprio il duro lavoro nei campi che tempra le membra del Det rendendolo adatto a compiere con estrema facilità quei gesti che nell’alpinismo sono consueti. Inoltre, la sua passione per la caccia alle coturnici, che per farsi stanare nei luoghi più aridi della montagna fanno sì che anche il cacciatore debba essere un po’ alpinista, facilita il giovane ad approcciarsi alle grandi scalate.

Trasportato con la leggerezza del polline sulle ali delle api, il Det nel corso della sua vita ha viaggiato in lungo e in largo. Nel 1960 diventa guida alpina e grazie a questo mestiere ha la possibilità di esplorare latitudini lontane che altrimenti gli sarebbero precluse.

In Patagonia, dove il Det lascia un pezzo di cuore, torna per ben 15 volte. Tre delle quali per navigare su un canotto gli imponenti fiumi che riversano le acque schiumose nei mari ai confini del mondo. Ridendo il Det mi confessa che quando una persona fa troppo fatica ad andare in alto sceglie saggiamente di andare in basso. E lui, come scelta orizzontale decide di navigare i grandi fiumi della Patagonia. “Perché le grandi avventure non sono solo quelle alpinistiche, l’importante è avere lo spirito e la voglia di saperle creare”.

Giuseppe Det Alippi
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La Patagonia, ha esercitato tutto il suo fascino primordiale agendo come una calamita sul Det. In quella terra selvatica sferzata da venti costanti si è fuori dal mondo e non ci si può permettere il lusso di sbagliare perché anche il più piccolo errore potrebbe essere l’ultimo. In un ambiente così ostile, la parola “avventura” è permeata di tante e profonde connotazioni. L’impresa rischiosa e attraente, piena di fascino per ciò che vi è in essa d’ignoto o d’inaspettato non risiede esclusivamente negli aspetti alpinistici ma al contrario, coinvolge tutte quelle attività che della scalata sono accessorie e ne costituiscono i presupposti. La mancanza di strade o di piste battute e la quasi inesistenza di ponti rendono oltremodo complicato procedere rapidi. “Per salire il Cerro Campana sono andato in Patagonia quattro volte. La prima nel 1992 e sono riuscito ad arrivare sulla vetta nel 2005. Due tentativi sono sfumati senza neanche avere avuto la possibilità di accedere alla parete”.

Anche l’Himalaya gioca un ruolo importante nella vita del Det che nel 1975 è chiamato a prendere parte alla spedizione organizzata dal CAI Centrale che si pone l’ambizioso obiettivo di salire la parete sud del Lhotse. Riccardo Cassin che è a capo della spedizione sceglie la linea nuova per la quale l’uomo non è ancora passato. La spedizione tuttavia fallisce a causa del maltempo. “Di fronte alla natura himalayana, imponente e maestosa, le imprese degli uomini devono essere assecondate da un clima favorevole se non vogliono fallire tragicamente. Quando il meteo è diventato avverso, ci trovavamo a una quota di 7600 metri e dovevamo ancora scalarne 900 per raggiungere la cima, con un lungo tratto orizzontale. Su questi grandi altipiani, le capacità degli uomini arrivano fino ad un certo punto poi sono superflue e se si vuole salvare la vita bisogna essere capaci di rinunciare per avere la possibilità di tornare nuovamente. L’uomo non ha il diritto di uccidersi per il capriccio di conquistare una montagna”.

Reinhold Messner, anch’esso membro della spedizione scrive: “Io il Det l’ho conosciuto sul Lhotse. Era magro, aveva la pelle delle mani rugosa come la corteccia di un larice e camminava agile e veloce come un camoscio”.
(Edoardo Falletta)

 

 

Per il Det ci sono due tipi di clienti: con quelli veri si va sulla Segantini, al massimo la traversata dei Magnaghi. Anche Annibale Zucchi ha sempre detto «a portare in giro i clienti ti puoi scordare di arrampicare».

La parete sud della Torre Costanza (Grigna Meridionale)
Grigna Meridionale, 12.12.2004, T. Costanza

 

Det invece si è procurato quattro-cinque clienti ben diversi (nel frattempo continuava a lavorare nel settore dell’acqua frizzante e come agricoltore, rinunciando alla caccia, per questioni di tempo). Uno di questi è l’ingegnere Antonio Guffanti (con cui ha salito una difficilissima via nuova sulla Torre Costanza il 28 giugno 1970 e un’altra al Col Alton, 2882 m (Col Turond), nel gruppo di Sella, dove in cordata era anche Luciano Ploner, 30 giugno 1973); un altro è Carlo Buzzi (Nord Est del Pizzo Badile, Sud della Aiguille Noire de Péuterey, Graffer al Campanile Basso, pilastro dei Francesi al Crozzon di Brenta). Con Buzzi, Det compie anche un magnifico giro per i ghiacciai della Patagonia (e per lui era la prima volta).

Ai primi tempi,quando sale la Nord-est del Pizzo Badile, parte da Ardenno arrivando al rifugio Sciora in piena notte dopo sette ore di marcia forsennata. La domenica prima tra sbrendoli di nebbia l’aveva vista dal Pizzo Cengalo (salito con Casimiro Ferrari per lo Spigolo Vinci). Al rifugio trova Dino Piazza con altri e il giorno dopo sale la parete schiodando da primo ben 57 chiodi.

Racconta Det che da giovane teneva il materiale da montagna ai Resinelli, di nascosto da suo padre: una volta sente Messa, parte per i Resinelli, sale in vetta alla Grignetta con Pino De Col, scendono per il Canalino Federazione, corrono verso la Oppio al Sasso Cavallo: ma, passando sotto il Sasso dei Carbonari, indugiano a raccogliere una settantina di lumache e così arrivano alle 11 all’attacco, senza peraltro trovarlo.

Sulla parete del Forcellino, ben visibile dal lago di Lecco ma quasi irraggiungibile, non c’era alcuna via: mentre sono 400 metri di parete. Det, con Gigi Alippi, vi pone rimedio nel 1960 aprendo un itinerario estremo di grandissima classe, con due bivacchi, in un ambiente che non ha nulla della Grignetta ed è assimilabile alle più selvagge pareti delle Dolomiti Bellunesi, ripetuto ad oggi solo due volte (da Panzeri e Riva prima, poi da Beppe Dallona e C.). Molti anni dopo, il 25 e 26 aprile 1975, Sergio Panzeri e Giancarlo Riva aprono un secondo itinerario sulla stessa parete, autonomo solo in parte (le prime lunghezze sono sicuramente in comune) che talvolta genera confusione. La via Panzeri-Riva viene ripresa più spesso, sì da far cadere ingiustamente nell’oblio la via del Det.

La parete sud-est del Sasso Cavallo (Grigna Settentrionale)
Grigna, il Sasso Cavallo dal motoaliante

Sul Sasso Cavallo sono ben due gli itinerari estremi che apre. La più soddisfacente è la via dei Corvi (chiamata poi via del Det), tratti in artificiale con uscite in libera davvero impegnativi, dove tanti erano tornati indietro (vedi p. 000), 500 m, VI+ e A3. La via della Luna, è un gradino inferiore anche se c’è un grande traverso (aperta con Benigno Balatti il 6 e 7 febbraio 1982, dopo precedenti tentativi, 480 m, VI+ e A3).

L’8 e 9 agosto 1972 con Angelo Pinciroli, Livio Stuffer e Carlo Troyer apre una via nuova sulla parete sud-sud ovest della Punta Margherita delle Grandes Jorasses, 600 metri, 60 chiodi, VI e A1: vengono criticati perché Stuffer e Ploner hanno usato l’elicottero per arrivare all’attacco.

Dal 3 al 5 agosto 1976, Det sale l’inviolata parete nord-ovest della Sfinge 2802 m, vicino al Pizzo Ligoncio. Suoi compagni sono Luciano Gilardoni, Marino Lafranconi e Riccardo. Snider, si tratta di 350 metri di via autonoma, di estreme difficoltà, sui quali Det usa 90 chiodi, di cui 11 a pressione. La via è dedicata a Pietro Gilardoni (Via del Peder) che aveva tentato in precedenza la via e ne era tornato per non aver voluto usare i chiodi a pressione. Ma a parte questo particolare, la via fu ed è ancor oggi una delle massime realizzazione nel gruppo del Masino.

Nel 1961, mentre Casimiro Ferrari e Mario Conti sono in ospedale per un grave incidente in Grigna, Det Alippi con Pierlorenzo Canéla Acquistapace e Giuseppe Lafranconi porta a termine la prima invernale della via Couzy alla Nord della Cima Ovest di Lavaredo. Quest’impresa è una pietra miliare della storia dell’alpinismo invernale. Compiuta dal 6 all’11 marzo 1961, su quella che allora era considerata la via in artificiale più difficile al mondo.

Riguardo alla via Couzy, qualche retroscena simpatico lo racconta Giuseppe Lafranconi: «La via l’aveva tentata Roberto Sorgato, ma si era ritirato. Beh, saputa la notizia, un venerdì sera, in “cinque e tre otto” ci siamo messi d’accordo. Siam partiti la mattina prestissimo perché non ci vedesse nessuno, visto che avevo detto ai miei che andavo al mare. Loro non approvavano per niente che io andassi in montagna. Eravamo in quattro su due moto, con mio cugino Andrea come uomo per il campo base. Verso Vicenza ci fermiamo a far benzina. Ci raggiunge la polizia: “Siete in contravvenzione, siete passati col rosso”. A casa non dovevano sapere, quindi niente verbale. Abbiamo “patteggiato” dodicimila lire, ma siamo rimasti al verde. Arrivati al rifugio Auronzo alle due di notte, entriamo da una finestra. Alla mattina spieghiamo al custode le nostre intenzioni e partiamo all’attacco. Avevamo uno spago che calavamo a mio cugino. Al secondo bivacco, con lo spago, è arrivata la notizia che la radio aveva dato l’annuncio che eravamo in parete. Mio cugino un po’ lavava piatti, un po’ contrattava le notizie coi giornalisti per assicurarci i soldi per il ritorno. Intanto noi, in parete, nei momenti di sconforto, ci ripetevamo la storia delle dodicimila lire. Quando siamo usciti dall’ultimo tetto, dopo il terzo bivacco, abbiamo buttato di sotto staffe e chiodi e via, il più svelti possibile, comunque al rifugio siamo arrivati la sera col buio. Sotto quel tetto ho fatto un volo bestiale: gli altri erano sopra, è uscito un chiodo e sullo strappo altri cinque o sei. Mi son trovato a penzolare nel vuoto sotto il tetto. Ho gridato: “Tiratemi su che qui non posso far niente”. Tornato a casa ne ho sentite una “fiacca”. Ma ormai era fatta» (A. Benini, Ragni di Lecco, Vivalda Editori, Torino 1996).

La parete del Forcellino (Grigna Meridionale)
Parete del Forcellino , Grigna

Dopo tanti viaggi e spedizioni, oggi Det sentenzia: «La Patagonia ti permette, da vecchio, di godere dell’ambiente. In Himalaya questo non è possibile».

Sul Cerro Piergiorgio, parete nord-ovest, nel 1994 ha totalizzato 28 bivacchi per un dislivello di 350 metri: senza riuscire a completare la parete. È lì che pronunciò la famosa frase «Te se stuferet ben de fa brut», detto al brutto tempo…

Nel 1990-1991 ha salito il Cerro Don Bosco, 900 metri di dislivello, con tratti di ghiaccio a 90°, di fronte al Grand Murallon, con suo cognato Benigno Balatti e Luciano Spadaccini. A due tiri dalla vetta bivaccano nella bufera più scatenata, in cima non vedono nulla, in discesa ha paura di incappare nella crepaccia che aveva osservato dal basso: salvo poi, ancora più in basso, rilassarsi e cadere ben due volte nei crepacci.

Più recentemente, a settant’anni anni, ha condotto tre clienti sul Cerro San Lorenzo: lui era senza imbragatura, per risparmiare sul peso.

Il Det in arrampicata
"Dett" Alippi in arrampicata. Da rivista Grigne-33-9,8x6,7

 

Antonio Guffanti, classe 1921, il cliente preferito di Det, racconta di aver cominciato ad arrampicare a quarantadue anni sulla via dei Camini alla prima Torre del Sella con Luciano Ploner. Conosce Det a metà degli anni Sessanta. Queste due figure diventeranno per lui importantissime: ricorda che quando li ha fatti conoscere, Det aveva un gran maglione che gli arrivava alle ginocchia e si sono dati subito del tu. Era un rapporto cliente-guida del tutto particolare, con profonda stima reciproca e amicizia. Lui magari gli comprava delle scarpe, e non c’erano tariffe precise. «Vedendo Det arrampicare sul Col Turond, Ploner mi chiese all’orecchio: “ma in Grignetta arrampicano tutti così?”. Det, dal canto suo, era l’unico convinto ad uscire fuori in giornata. Una volta ai primi di giugno eravamo a metà spigolo Vallepiana sul Torrione Clerici. Giungemmo ugualmente in vetta ma poi fu necessario scendere a corda doppia fino ai prati innevati, dove continuammo a ruzzolare e scivolare fino al Sentiero dei Morti. Abbiamo anche fatto una bella prima ripetizione, la via dei Ragni alla Mongolfiera», racconta Guffanti.

Sulla Ruchin al Torrione Fiorelli, parete est-sud-est, Guffanti ricorda di avere visto Det in difficoltà, e parecchio anche. Anche sulla Comici allo Zucco di Campelli con qualche esitazione ha tirato diritto dopo un chiodo di Comici, rotto per il volo con esito mortale di un poveretto qualche tempo prima.

La via sulla Torre Costanza non riescono a farla in giornata. Ploner ne fa la prima ripetizione con Silvio Riz. Il commento di Luciano a Gigi Alippi è: «Mi sembra un po’ matto Det ad aver portato l’Antonio su di lì».
(redazione Gogna Blog)

(continua)

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Le opinioni del presidente Cesa Bianchi

Le opinioni del presidente Cesa Bianchi

Cesare Cesa Bianchi è stato appena rieletto (all’unanimità) per il triennio 2015-2018 presidente del Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane (CONAGAI). In effetti il consiglio, riunitosi a Milano il 29 giugno 2015, ha ritenuto valido il suo operato nel triennio precedente e gli ha rinnovato la fiducia.

Mount Live ha pubblicato il 9 luglio 2015, e a firma di Fabio Zampetti, un’intervista a Cesa Bianchi leggendo la quale non si può non intervenire per puntualizzare alcune opinioni del presidente. L’intervista è tutta imperniata sulle priorità e sui temi di stretta attualità inerenti la montagna, e ad essa rimandiamo per potersi fare un’opinione “con il testo davanti”.

Giudichiamo assai positivo l’impegno per un riordino delle figure professionali della montagna e per l’ottenimento della “card europea delle guide”. Altrettanto valida è la volontà di contrastare la licenza agli albergatori per l’accompagnamento dei turisti in montagna (vedi la recente legge del Trentino). Questi sono tre temi “forti” citati nell’intervista, anche se il compito e il programma di Cesa Bianchi sono certamente più ampi e impegnativi.

Cesare Cesa Bianchi
OpinioniPresidente-Cesare-Cesa-Bianchi
Ma, nella stessa intervista, ci sono altre due domande. E qui le sue risposte suscitano forti perplessità.

La prima riguarda l’eliski, la seconda il progetto per la realizzazione di un maxi-comprensorio sciistico tra Monte Rosa e Cervino tramite la temuta giunzione del Vallone delle Cime Bianche.

Sul primo punto il presidente risponde di “essere favorevole all’eliski nell’ambito di una regolamentazione rispettosa dell’ambiente e delle persone che vivono in quegli ambienti“. Paventando che la cessazione dell’eliski potrebbe danneggiare luoghi come per esempio la Valgrisenche (in cui a suo dire la pratica ha determinato negli anni un discreto indotto), Cesa Bianchi fa distinguo tra proibizione e regolamentazione. Lui stesso fa riferimento alle regolamentazioni dei paesi transalpini: e allora perché questi propongono solamente e sempre di più l’eliski sui monti italiani? La realtà è che, nell’assenza di regolamentazione totale, non solo noi permettiamo l’eliski, ma pure lo svendiamo!

Quanto al collegamento delle Cime Bianche, Cesa Bianchi risponde che “il collegamento ci può stare, è un progetto grandioso, verso cui non ho particolari preclusioni, purché sia costruito nel maggiore rispetto possibile“. Continua suggerendo che, magari, sarebbe assai più importante rivolgere le nostre ansie ambientaliste alla costruzione di tunnel, tipo quelli del Lötschberg o del San Gottardo. Stupisce che il presidente caldeggi un progetto che porterà alla rovina definitiva un ambiente unico e già abbondantemente provato.

In più, nel rispetto più totale delle opinioni del presidente, va detto che:

– anche se lui si è sempre espresso (nell’intervista) in prima persona singolare, non ha mai detto che quelle sono le sue opinioni. Tacere questo significa lasciar pensare che le sue siano le tesi delle guide alpine italiane. E certamente non è così. Non esiste alcun mandato collegiale su questi argomenti. Il presidente non può parlare su questi scottanti argomenti come se parlasse a nome di tutti.

– in entrambe le risposte fa cenno al “massimo rispetto possibile”. Possibile che il presidente non sappia che la frase non significa nulla? Che la usano anche i politici e gli amministratori della peggior specie? Possibile che una persona della sua intelligenza e preparazione (e anche della sua sensibilità) non sia in grado, in tema di ambiente, di formulare qualcosa di più preciso e meno scontato? E che non lo ponga automaticamente in posizione sospetta di acquiescenza ai poteri e al business?

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Dieci domande a Francesco Salvaterra

Dieci domande a Francesco Franz Salvaterra
di Giacomo Rovida

1) Ciao Franz, domande classiche, chi sei? Quanti anni hai? Dove vivi?
Ciao, mi chiamo Francesco Salvaterra, avrò 26 anni tra pochi giorni e vivo a Tione, ai piedi della Presanella e delle Dolomiti di Brenta.

Franz Salvaterra in apertura sulla Pedra Longa, Sardegna. Foto: A. Bella
Salvaterra--In apertura sulla Piedra Longa, Sardegna (foto A. Bella)

2) Hai scelto da giovanissimo di svolgere la professione di guida alpina, rimpiangi questa scelta? In termini schietti, riesci a campare di questa professione?
Parlavo proprio pochi giorni fa con un’amica del fatto che se domani potessi svegliarmi e scegliere “cosa essere” nella vita risponderei la Guida Alpina, quindi mi ritengo molto fortunato. Ad essere onesto non avevo idea di come sarebbe andata quando meno di un anno fa ho finito i corsi e aperto partita iva, in realtà le cose vanno bene, bisogna darsi un po’ da fare ma il lavoro si trova.

Salvaterra in vetta alla Punta Cusidore con Ines Lemos, Sardegna
Salvaterra--In vetta alla Punta Cusidore con Ines Lemos, Sardegna.

3) Sei stato la prima guida (insieme a Marcello Cominetti) a portare un cliente in cima al Cerro Torre, che esperienza è stata?? Da dove è nata quest’idea?
Per tutti e tre è stata un’esperienza indimenticabile. Massimo Lucco ha realizzato un suo sogno e per me e Marcello è stata una bella soddisfazione. La via dei Ragni al Cerro Torre potrebbe essere eletta la via di ghiaccio più bella del mondo, per una guida farla professionalmente è un po’ come per un restauratore d’arte mettere mano alla cappella Sistina.

Salvaterra con Marcello Cominetti in apertura su Tepui Galvanico, Monte Santu, Sardegna
Salvaterra--Con Marcello Cominetti in apertura su -Tepui Galvanico- monte Santu, Sardegna. (foto F.Salvaterra-)

4) Una volta parlando, dopo la salita sulla Nord del Cervino hai detto di preferire le “ravanate” fatte in casa, qual è il rapporto con le tue montagne? Perché le trovi più “divertenti” di tante pareti “famose”?
Le pareti famose sono generalmente affollate di chiodi, di cordate e racconti di lotta con l’Alpe. Generalmente se lo meritano nel senso che sono bei posti però ci sono montagne, come la zona della Presanella, che invece hanno da offrire terreno inesplorato e isolamento. La cosa bella è variare.

Prima di un bivacco sul monte Ginnirco durante Selvaggio Blu. Foto: A. Zanchi
Salvaterra--Bivacco sul monte Ginnirco durante Selvaggio Blu. (foto A.Zanchi)

5) Hai aperto moltissime vie su pareti nuove o inesplorate, qual è la molla che ti porta a voler aprire una via?
Aprire una via nuova è qualcosa di completamente diverso dal ripeterne una precedente, a volte più che degli arrampicatori ci si sente degli esploratori. Salire nuovi percorsi su una montagna per come sono fatto io condensa quello che più apprezzo dell’andare per monti: bellezza dei luoghi, incertezza del risultato, emozioni condivise con chi è legato all’altro capo della corda, libertà di scelta, un pizzico di rischio. Una clinica di avventura.

Alessio Tait, Franz Salvaterra e Paolo Baroldi in vetta al Monte Bianco di Presanella dopo la prima salita di Il Male di vivere
Salvaterra--Alessio Tait, Franz e Paolo Baroldi in vetta al monte Bianco di Presanella dopo la prima salita di -il male di vivere-.
6) La Patagonia è un posto per te speciale, tanto da passarci molti mesi, cosa ti ha colpito di questa terra fantastica?
Come ha scritto Silvia Metzeltin la Patagonia è un posto per viaggiatori e sognatori: nel senso che le montagne più che altro le sogni e solo ogni tanto, se sei determinato e hai fortuna, riesci a salirci. E’ un condensatore di emozioni: se fa freddo lo senti nelle ossa, se tira il vento non stai in piedi, le montagne sono belle di una bellezza struggente e anche le ragazze fanno l’amore con un’energia differente. E’ un posto “puro”, dove non ci sono mezze misure.

Max Faletti prepara il bivacco sulla via Afanassief al Fitz Roy
Salvaterra--Max Faletti prepara il bivacco sulla Afanassief al Fitz Roy (foto F.Salvaterra-)

7) Durante l’apertura di una via come decidi lo stile con il quale ti muoverai?
Lo stile lo scelgo in base alla linea della via e all’esperienza che ricerco. In apertura ho usato di tutto: chiodi, protezioni clean, spit, e fino a poco tempo fa, tubi dell’acqua. Esiste una grande differenza tra il salire un itinerario pensando a chi verrà dopo, oppure compiere una prima salita e tanti saluti. Penso di aver aperto vie in entrambe le situazioni. L’etica migliore (che ci tengo a specificare non è sempre quella che ho adottato) è scegliere una linea e salirla in stile alpino, ossia senza spit, in una single push senza tentativi precedenti, possibilmente in arrampicata libera e usando meno chiodi possibile che però, se usati, vanno lasciati. Questo secondo me è lo stile che regala un’esperienza più vivida ed emozionante agli apritori.

Verso il passo Marconi durante la Vuelta allo Hielo. Foto: Marcello Cominetti
Salvaterra--Verso il passo Marconi durante la -vuelta allo Hielo (foto M.Cominetti)

8) Ritornando alla Patagonia con i fratelli Franchini e con Ermanno Salvaterra hai tentato di salire l’inviolata Ovest della Egger. Nonostante i fallimenti come sono stati i tentativi? Pensi di ritornare?
Il fallimento non lo considero una cosa grave; in Patagonia ho all’attivo molte più ritirate che salite fino in vetta, ed è interessante considerare che ho ricordi più forti proprio degli insuccessi. Il progetto sulla Egger è stato un’esperienza stupenda, difficile. Una volta abbiamo passato tre giorni di fila chiusi in portaledge, appesi a un solo spit da 8 mm nel mezzo di una tormenta. Immaginatevi che dramma andare in bagno. So che Ermanno vuole tornare, sono convinto che ce la farà ma io personalmente non ho la motivazione per passare il terzo autunno di fila sulla Egger. Il Salvaterra più duro della Patagonia è certamente Erman!

Franz Salvaterra sulla via Hruska, Corvara. Foto: Marcello Cominetti
Salvaterra--Sulla via Hruska, Corvara. (foto M.Cominetti)

9) Durante quelle spedizioni hai aperto anche nuove vie, ci sono ancora pareti “libere” in Patagonia?
La Patagonia è gigante e certamente ci sono molte montagne e pareti vergini. Se però si considera la zona del Cerro Torre e Fitz Roy invece il discorso cambia. Le montagne sono tutto sommato poche e famose in tutto il mondo, c’è di certo la possibilità di aprire delle belle vie nuove ma tutte le pareti più importanti sono state salite.

Salvaterra in verticale sulla vetta del Cerro Torre, Patagonia, 2014. Foto: Massimo Max Lucco.
Salvaterra--Verticale sul Cerro Torre, Patagonia 2014. Hendstanding on the top of Cerro Torre. (f. Max Lucco)

10) Che programmi hai per il futuro?
La mia priorità al momento è dedicarmi al mestiere di Guida cercando di fare esperienza e di farlo anche in montagne o paesi che non conosco. Al contempo restano i progetti di nuove vie da concludere o iniziare, questo autunno penso che ci scappi una piccola spedizione e a dicembre tornerò un mese in Patagonia a fare la guida con Marcello. Ci sarebbe anche una ragazza a Buenos Aeres che penso mi voglia ancora ospitare… dopotutto le montagne non sono sempre al primo posto!