Posted on Lascia un commento

Messner dice che il suo alpinismo è fallito?

In questi giorni si parla molto dell’intervista rilasciata da Reinhold Messner a La Repubblica il 6 settembre 2014, dal titolo: Reinhold Messner compie 70 anni: ”Il mio alpinismo è fallito”.
Ciò che fa discutere è la sua affermazione che il suo alpinismo è morto, è fallito. Perché oggi non è più seguito dai giovani.

Qui di seguito il breve filmato dell’intervista, da seguire con attenzione:
http://video.repubblica.it/cronaca/reinhold-messner-compie-70-anni-il-mio-alpinismo-e-fallito/176505/175208

Ora posso tentare di riassumere in pochi ed essenziali concetti quello che dice Messner.

Dapprima sembra esaminare il cambiamento tramite la “parcellizzazione” dell’alpinismo, ma invece di fare un’analisi completa delle diverse attività, probabilmente per esigenze di concisione, si limita ad accennare alla parte competitiva nelle sale al coperto, generando però l’impressione nell’ascoltatore che i giovani facciano solo quello.

Poi denuncia la situazione che si è venuta a creare sia sulle Alpi che in Himalaya, dove le grandi vette sono salite con un tale dispendio di uomini, di mezzi e di attrezzatura preventiva da giustificare il nome di “turismo d’alta quota”. Anche qui Messner, e ammettiamo ancora la tirannia del poco tempo, non accenna alle centinaia di “spedizioni” grandi e piccole che ogni anno vengono fatte alle montagne di tutto il mondo senza alcuna possibilità che possano essere confuse con il turismo.

Das Archivbild zeigt den Südtiroler Bergsteiger und Europapolitiker Reinhold Messner im Oktober 2002 auf der Frankfurter Buchmesse. Nach seiner Besteigung des Mount Everest mit Peter Habeler 1978 überkamen ihn keine Glücksgefühle, die kamen erst nach dem Abstieg auf. Foto: Erwin Elsner dpa (zu dpa-KORR.: "'Angst und Zweifel': Messners Gefühle auf dem Everest-Gipfel" vom 02.05.2003)

Subito dopo pone il tema centrale, cioè il fatto che l’alpinismo tradizionale è ormai “marginale” perché lo praticano in “pochi”, sia pure “bravissimi”.

La conclusione, rapida e incisiva, quanto secondo me affrettata e inopportuna, è che il suo alpinismo, dunque quello tradizionale, è fallito, forse già finito con Walter Bonatti.

Quell’alpinismo che prevedeva l’esplorazione e la lotta con mezzi leali nei confronti della grande montagna “non è più seguito dai giovani” (che qui dunque passano da “pochi” a nessuno, tanto per enfatizzare).

Poi afferma correttamente che la sua generazione è stata fortunata, perché ha trovato terreno ancora vergine e perché nutrita culturalmente da una società che dava speranza ai giovani e credeva in loro. Oggi invece la società offre loro solo “un mondo chiuso, sovraffollato, senza occasioni di lavoro e senza possibilità di esprimere la loro personalità” con imprese e fatti.

Personalmente non trovo, come è stato purtroppo scritto, che Messner sottolinei un’eccellenza dell’alpinismo del suo tempo nei confronti di quello dei tempi odierni. No, affatto, anzi loda quei “pochi bravissimi” che lo fanno e lascia sottintendere che, rispetto ai suoi tempi, molti progressi sono stati fatti. Il problema è che Messner alla fine del discorso (e quindi purtroppo anche nel sensazionale titolo, quest’ultimo non di sua responsabilità) nega l’esistenza stessa di un alpinismo tradizionale odierno!

Questa negazione non risponde al vero. Anche i meno informati possono seguire le cronache di ogni giorno, sui portali internet e sulle riviste specializzate: in mancanza di questi, basta solo seguire annualmente il Piolet d’Or, dove perfino quelle imprese alla fine “non nominate” hanno un valore assoluto che trova il suo posto nella scala evolutiva. Figuriamoci le finaliste!

Le imprese di Matteo Della Bordella, Luca Schiera, Ermanno Salvaterra, Rolando Garibotti, Denis Urubko, Hans-Jörg Auer, Ueli Steck, Andy Kirkpatrick, Leo Houlding, Sandy Allan, Rick Allen, solo per citare in ordine confuso e molto ampiamente incompleto i primi nomi che mi vengono in mente, non sono avventure di tardi epigoni imitatori del grande alpinismo passato: sono grandi imprese d’avventura, a un livello tecnico inconcepibile anche solo venti anni fa. Per non parlare delle grandi imprese in campo puramente roccioso, a livello a dir poco eccelso.

L’informazione al riguardo non manca e se la si consulta con occhio attento e imparziale risulta che i praticanti della disciplina “alpinismo tradizionale” non sono affatto pochissimi e in ogni caso non sono inferiori numericamente a trenta o quaranta anni fa.

Mi dispiace per questa disgraziata intervista di Messner, perché alla fine prende quota il fastidioso sospetto che volesse significare un qualcosa tipo “muoia Sansone e tutti i Filistei!”.

Le sue pluridimostrate capacità di analisi storica e la sua esperienza, non inferiori per qualità alle sue personali e stupefacenti grandi avventure in tutto il globo, in questo caso risultano appannate: credo doveroso da parte sua riportarsi al suo normale livello scrivendo di suo pugno una precisazione. Ne ha di certo le possibilità, e forse anche il tempo… a settant’anni non si dovrebbe essere tutti in pensione?

postato l’11 settembre 2014

Posted on Lascia un commento

Intervista ad Adam Ondra

Intervista ad Adam Ondra
di David Pickford
traduzione in italiano dell’intervista apparsa su Climb n. 113 www.climbmagazine.com

Il 21enne Adam Ondra, della Repubblica Ceca, è il più bravo sport climber della storia. Le realizzazioni di questo giovane e modesto di Brno (5 febbraio 1993) sono così tante e così impressionanti da non poter essere incluse in questo articolo (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Adam_Ondra).

Certe salite, comunque, sono eccezionali. Dopo aver fatto il suo primo 8a a nove anni, fece onsight un 8a+ e poi il suo primo 9a a soli dodici anni. Poi nel 2010, durante le vacanze scolastiche, fece in Madagascar Tough enough (370 m, 8b+, in giornata), la prima delle molte salite multipitch che realizzò in seguito.

Più recentemente, Adam ha spinto oltre i limiti dello sport climbing, all’inizio con la sua prima di Change, il primo 9b+ al mondo, in Norvegia nel 2012 e poco dopo con la salita flash di Southern smoke direct (9a) a Red River Gorge, Kentucky, la prima salita flash di questo livello. Nel febbraio 2013 riuscì su La Dura Dura (9b+, Oliana, Spagna), al momento la più difficile sport climb del mondo. Molto recentemente ha fatto il suo primo 9a onsight nei Paesi Baschi. Fino ad adesso Adam ha salito più di 80 vie di 9a e oltre, inclusi tre 9b+. Nel suo carnet sono anche due dei più difficili boulder, Gioia e Terranova.

Studia economia all’università di Brno. In aprile scorso Adam è stato in Gran Bretagna, quindi ho potuto parlare con lui di vita, arrampicata e di tutto ciò che lo interessa: anche di ciò che vorrebbe fare in futuro.

Adam Ondra
Ondra-adam_ondra_arcoHai fatto scalate in tutto il mondo, e adesso sei qui in UK per la terza volta, a scalare su gritstone per la prima volta. Perché ti interessa l’arrampicata britannica?
Primo, perché mi piace conoscere la storia dell’arrampicata, e qui in UK di storia ne avete fatta tanta. Anche perché non penso proprio che le vostre scalate abbiano nulla da invidiare a quelle francesi o spagnole. È differente, l’arrampicata su calcare qui è di un noioso e monotono color grigio, ma i movimenti che richiede sono bellissimi. In più, vengo da un posto con poche zone di arrampicata, perciò dovunque io sia di solito mi piace. Tutto può essere interessante. Arrampicare su roccia perfetta, pulita, a volte può essere noioso. Una volta un amico mi ha chiesto se c’era qualche posto che non mi piaceva. Dovetti ammettere che era difficile trovarne uno.

Nel 2012 hai fatto la seconda salita di Overshadow (9a+), la più difficile sport climb in Gran Bretagna. Mi risulta che ti prese più giorni (7), più di ciò che normalmente impieghi per fare salite di quel livello. Il calcare qui in UK è più impegnativo che, diciamo, in Spagna?
È più impegnativo o, per dirla in altro modo, devi essere un climber migliore. Il beta (cioè le informazioni su una salita) è più difficilmente reperibile, e le vie possono essere più “boulderose”. Per fortuna sono abituato a questa roba, perché anche dalle mie parti è così. E Overshadow è proprio tirata, anche se non è 9b.

Tu stavi provando Hubble a Raven Tor. Una bella via per il suo tempo, vero?
Assolutamente bella, davvero. A parte l’aspetto estetico, i movimenti sono forti… e difficili! Sono sicuro che a quel tempo fosse IL problema, sia di boulder che arrampicata. Se consideri Hubble un 8b+ boulder, Ben Moon era proprio avanti. L’ho provata in tutto tre volte. La prima dopo la World Cup di Sheffield, stavo provando Mutation (9a), ma non ce l’ho fatta su Hubble. Ci ho riprovato nel 2011, ma ero un po’ stanco e dovevo prendere l’aereo quel giorno. E, l’ultima volta, sono caduto tre volte proprio alla fine, davvero frustrante. Avevo la scusa di aver dormito poco dopo una giornata faticosa. Sono riuscito a consolidare bene la prima parte, poi però cadevo. Frustrante, ma questo non m’impedisce di dire che Hubble potrebbe essere 9a.

Come hai trovato le vie di gritstone in UK?
Bello ed elegante. Somigliano all’arenaria ceca come stile di arrampicata, sebbene in dimensione un po’ inferiore. Non ho salito nulla di super terrificante. Mi è stato detto che materiale prendere e mdove piazzarlo. Avevo poca esperienza trad, perciò quello mi ha aiutato di sicuro. Alla fine ero abbastanza rilassato, eccetto per Messiah (E6/7), dove ho lottato un bel po’ per proteggermi. La più bella è stata Master’s Edge.

Adam Ondra quindici minuti prima di chiudere onsight Golden Ticket a Red River Gorge, Kentucky
Ondra-GoldenTicket,15 m prima-Adam_RRGIo ho scalato a Teplice in Repubblica Ceca qualche anno fa e mi sono stupito di quanto siano impressionanti le salite. Mi colprono le somiglianze con la scalata in UK. Pensi che l’essere nato in quell’ambiente ti abbia aiutato?
Sono cresciuto in quella parte del mio paese dove ci sono falesie di calcare simili a quelle britanniche, ben chiodate. Quel calcare liscio, a zero aderenza, mi ha insegnato molto perché, se padroneggi quella roba, tutto ti sembra più facile. Ma naturalmente ho scalato tanto sull’arenaria ceca, e lì ho imparato a padroneggiare la paura.

Hai cominciato a scalare con i genitori, entrambi esperti climber. Quanto è stata importante la loro influenza mentre eri piccolo e crescevi?
Sono sempre stato individualista. Volevo fare quello che volevo fare, odiavo che mi dicessero cosa dovevo fare. I miei sono sempre stati un grande supporto, ma non sono mai stati i miei allenatori. Da loro comunque ho imparato un mucchio, specialmente lo stile dell’essere un climber.

A che punto hai cominciato a scalare seriamente fuori?
Ho cominciato proprio da piccolo, in molti posti, ma seriamente direi a sei anni.

Ti ricordi una via in particolare dei tuoi primi tempi?
Ricordo bene una delle prime vie che ho fato da primo. Era un 6b, avevo sette anni, e per la mia altezza c’era qualche run-out. Un adulto si aggancia prima del passaggio, un bambino no. Prima l’ho fatta in top rope, convinsi i miei che non sarei caduto, e a quel punto la feci.

Adam Ondra sale a vista Il Domani (9a), Paesi Baschi
Ondra-IlDomani-238983Quali pensi siano le cinque salite più importanti dell’arrampicata sportiva?
Wall Street nel Frankenjura (il primo 8c al mondo), Hubble a Raven Tor (il primo 8c+), Action Directe nel Frankenjura (il primo 9a), Biographie a Céüse (il primo 9a+, da lui salito in seguito all’intervista, agosto 2014, NdT) e Jumbo Love a Clark Mountain (il primo 9b).

Nell’ultimo anno e mezzo, tu hai stabilito il primo 8b+ al mondo con Change in Norvegia, poi con La Dura Dura in Spagna, dello stesso grado ma anche più dura. Entrambe le salite ti hanno preso settimane di sforzi. Quanto lontano pensi di poterti ancora spingere?
Con il livello cui sono ora, non penso di poter progredire ancora molto. Penso di poter fare dei 9b+ più velocemente… magari riuscire su un 9c.

Cosa ti soddisfa di più, una durissima RP o una durissima onsight?
È differente. Una RP potrebbe dare maggiore profondità di emozione, dato che ci metti del tuo per tanto tempo. Una onsight può anche esserci per coincidenza, e allora la soddisfazione può essere intensa, ma di breve durata. Però se raggiungi un obiettivo come ho fatto con Il Domani (un 9a in Spagna), che avevo in testa da tanto tempo, allora cambia tutto, l’emozione è simile a quella della RP.

Qual è il segreto per fare RP dure, se ne puoi riferire uno?
Sta tutto nel convincerti che la via è possibile. Però dev’esserci qualche ragione oggettiva per fartelo credere. Prova a trovarla. Oppure allenati di più e torna dopo.

Nel 2012 hai salito Gioia di Christian Core (8c+), in Italia, uno dei più duri problemi boulder al mondo. Pensi di poter progredire ancora in quel campo?
Penso di poter fare qualcosa di più nel boulder, magari non in termini di grado, ma più difficile comunque. Lavorare su una via dura di arrampicata sportiva mi motiva di più, in questo momento. È più facile da graduare, normalmente è una linea più ispirante ed è meno dipendente dalle condizioni e dalla pelle delle dita.

Adam Ondra sale su Change (9b+), Norvegia
Ondra-adam-ondra-change-9b
Per la tua età, sei uno tra quelli che ha girato di più al mondo. Puoi spiegare perché viaggiare in posti sempre nuovi e con differenti stili sia così importante nella vita di un arrampicatore?
L’arrampicata è una parte importante di vita. Nella vita ordinaria ci sono parecchi aspetti che possono diventare routine. Ma visitare nuovi paesi e arrampicare su rocce nuove mi allontana dalla routine. Conosco la roccia, divento migliore, conosco nuova gente, il loro paese e il loro diverso modo di pensare. Questo mi piace molto.

Qual è il paese più interessante dove sei stato?
Non saprei dire, ma potrei dire che mi sono trovato molto bene in Norvegia. È come se nell’aria ci fosse qualcosa di differente, una specie di senso di pace. E c’è ancora così tanto da esplorare…

Come riesci a destreggiarti tra studio e arrampicata?
Mi concentro sui miei studi e ho bisogno di allenarmi. E siccome studio a Brno, sto a casa. E se sono a casa cos’altro posso fare se non allenarmi? Talvolta è davvero duro fare entrambe le cose. Il mio recupero potrebbe essere più veloce se non dovessi studiare fino a tardi la sera. E poi per me è anche importante avere distrazioni, non si può pensare a scalare 24 ore su 24 per tutta la settimana.

Adam Ondra riesce su La Dura Dura (9b+), Oliana, Spagna
Ondra-LaDuraDura-16100Quali scalatori, del passato o del presente, ti hanno ispirato di più e perché?
Wolfgang Güllich. Ho a casa il libro di Heinz Zak Rock Stars: the world’s best free climbers, dove si possono leggere i profili dei migliori sport climber della storia. Ed è lui a colpirmi di più, perché è stato il capofila di tutti per più di dieci anni, eppure era un tipo modesto con opinioni che condivido appieno. È un grande modello per me, un esempio di opinion former.

Adam Ondra a Raven Tor

Data la vostra collaborazione per fare La Dura Dura, tu e Chris Sharma siete ovviamente molto amici. Cosa ti colpisce di più di lui?
La sua motivazione a cercare cose sempre nuove. Chris ha fatto tanto di nuovo in giro per il mondo, cose che hanno stupito. È uno che ha dato molto agli altri.

Tu hai scalato parecchie vie lunghe chiodate sportive, come a esempio la salita in giornata di Tough Enough (8b+) in Madagascar. Pensi di continuare a fare cose di questo genere?
Sì, è una cosa che mi piace molto, fare molte lunghezze dure in un’unica soluzione. Specialmente l’idea di aprire una difficile salita multipitch, in buono stile, dal basso, proprio come ci ha insegnato Beat Kammerlander nel Rätikon. Usare spit dove si è costretti, il meno possibile. Questa è la vera arrampicata onsight, dove non sai affatto se la via è scalabile oppure no. Devi solo andare e provare. Ma io non posso dividermi troppo. Ora sono concentrato sull’arrampicata sportiva, e le grandi vie sulle big wall mi aspetteranno un po’.

Avresti avuto forti possibilità di fare onsight molte se non tutte tra le vie in libera di El Capitan. Ti interessa il big wall trad climbing in posti come lo Yosemite?
Onestamente mi vergogno un po’ di non esserci mai stato. Naturalmente è in programma.

A lungo periodo, pensi che il trad ti interesserà quanto l’arrampicata sportiva o il bouldering?
I monotiri trad non mi interessano un gran che, ma in montagna è diverso, lì sì che m’interessa, perché è lì che il trad viene spontaneo. Se possibile, mettere roba naturale, se no spittare.

Il filmato di La Dura Dura

Cosa hai in programma per quest’anno?
Competizioni, quelle di Coppa del Mondo, e il Campionato del Mondo a settembre.

Fai un periodo di riposo completo durante l’anno?
Sì, tre settimane a dicembre. Bisogna farlo, se vuoi essere al top della forma.

Se non in viaggio, e quindi a casa, quanti giorni di arrampicata faresti alla settimana?
Di solito cinque giorni, ma se in allenamento duro anche tutti e sette. Dipende dalla fase del training.

Ti piace scalare indoor e quindi durante il vero e proprio training, come è per molti scalatori di punta, oppure lo vedi esclusivamente un mezzo per allenarti alle imprese outdoor?
Sì, mi piace. Talvolta occorre spingere molto, a volte invece non sei nell’ordine delle idee perché sei un po’ stanco. Ma se le endorfine lavorano bene, e quindi sto bene, allora mi piace.

C’è per te un secondo sport oltre a quello di arrampicare?
Lo snoboard.

Qual è in Europa la tua area preferita per arrampicare?
Quella dove non sono ancora stato.

Qual è la via più bella che hai mai fatto?
Potrebbe essere Speed nel Voralpsee, una parete incredibile, leggermente strapiombante, in Svizzera: 8c+. Se la vedi, è difficile immaginare qualcosa di più perfetto.

Se tu potessi arrampicare solo in un posto per il resto della tua vita, quale sarebbe?
Spagna. Non perché è necessariamente il posto migliore per arrampicare, ma perché c’è tempo stabile e grande potenziale.

A vista su Il Domani

Al di fuori dell’arrampicata cosa t’interessa di più?
Mi piace molto mangiare bene, provare nuove cucine. Se ho un po’ di tempo libero, mi piace fare ricerche sui vari cibi e su come questi possono influire sul corpo, magari provare nuove ricette. Mi piace anche leggere, imparare nuove lingue e passar del tempo con la mia ragazza.

Qual è il tuo libro preferito?
Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond (un affascinante saggio sul perché le popolazioni euroasiatiche sopravvissero e dominarono sulle altre). È una lettura elettrizzante, che ti fa capire un sacco di cose di questo mondo.

Da poco hai fatto una grande onsight su Il Domani, un superbo 9a della Baltzola Cave dei Paesi Baschi. Sebbene tu avessi già fatto flash vie di 9a o anche di più, è la tua vera prima onsight a questo livello. Puoi dirmi qualcosa a riguardo di questo passaggio fondamentale nella tua carriera?
Cominciai a pensarci tre anni fa, subito dopo aver fatto il mio primo 8c+ in Etxauri. Però decisi di aspettare a provarla. Non ci sono molte vie in giro, a quel livello, che sono possibili onsight. E a ogni via che tu tenti quando non sei ancora pronto, diventa sempre più difficile trovarne un’altra… Finalmente ci andai l’anno scorso a maggio, ma sfortunatamente avevo solo un giorno, e le condizioni non erano proprio perfette. Era un grosso dilemma: ero pronto, visto che avevo provato a vista Palestina (9a) a Cuenca e c’ero andato molto vicino a chiuderla, ma i local mi sconsigliavano di provare quel giorno lì, con quelle condizioni. Presi la decisione giusta: non era la giornata.

E quando allora hai deciso che era quella giusta?
Quest’anno, il mio obiettivo sono le competizioni. Il motivo per cui Patxi Usobiaga è diventato il mio coach. È un eccellente scalatore e ne sa parecchio di allenamento, ho molta fiducia in lui. Mi ero preparato forte e Il Domani sembrava un test perfetto per le competizioni. Così andammo. Il Domani è del tutto speciale per Patxi, dato che è stato lui a chiodarla e a farla.
Avevo una settimana a disposizione, così ho potuto scegliere le migliori condizioni per il mio tentativo. Secondo le previsioni meteo, il terzo giorno della settimana sembrava quello giusto. Il primo giorno della settimana presi confidenza infilando due 8c a Ramales. Dopo un riposo al secondo giorno, andammo al grottone il terzo. Mi sentivo sereno e pronto. Eccetto l’ultima parte sui tufa (concrezioni e stalattiti, NdT), la via sembrava perfetta e c’era una leggera brezza. Però, dieci minuti prima di iniziare, cominciai a sentirmi nervoso: una sensazione che scomparve non appena attaccai.
Sul passaggio cruciale ero al limite, ma scalavo ancora bene. Quasi alla fine, c’era la possibilità di un kneebar (opposizione tra piede e ginocchio), ma ero troppo eccitato per riposarmi le braccia. E mi stavo stancando. Alla fine, dopo aver esitato un momento, decisi di continuare con gli ultimi movimenti duri. L’aggancio in catena è stato una forte emozione. Certamente la mia onsight più dura, e uno dei miei più bei successi.

Che cosa ti porteresti di godurioso su un’isola deserta?
Magnesite. Per sognare di arrampicare con le mani asciutte.

postato l’8 settembre 2014

Posted on Lascia un commento

Una cassetta per l’estate

Da un’intervista radiofonica che mi fecero nel 1995.

– Buongiorno a tutti e ben tornati a Cassetta per l’Estate, oggi dedicata alle montagne. In studio quest’oggi è Alessandro Gogna, alpinista, ciao, ben arrivato. Tu hai molto da raccontarci!

– Beh, potrei partire da lontano, da quando ero bambino. Ho 49 anni, molti li ho passati in montagna. Ho molto da raccontare, anche a me stesso, non solo agli ascoltatori.

– Esiste un diaframma da superare quando dalla semplice gioia di salire si passa al confronto con la montagna? Una scalata è cosa ben diversa da una gita.

– Ho superato un primo diaframma casual­mente davanti a una grande manifesto, di quelli un tempo dipinti ed esposti nei paesini ad illustrazione dei sentieri. Quella mat­tina, a otto anni, ho avuto un’illuminazione, era ciò che avrei fatto per tutta la vita. Cioè camminare, camminare. Per scalare c’è un altro diaframma da superare, come hai detto. Ma prima devi capire che hai bisogno della natura, non di confrontarti; soprat­tutto vuoi vivere in quel mondo.

– Hai usato la parola illumina­zione, che è quasi un’espressione da parabola biblica. Volevo chiederti se esiste una specie di religione della grande montagna, un rapporto quasi ancestrale con la vetta, i grandi silenzi e le profondità.

– Sì, credo di essere uno dei più coinvolti in questa religione. Altri vanno e fanno cose notevoli dal punto di vista sportivo e dell’avventura, ma non sono malati di religione. Per loro è uno sport, una competizione: non hanno bisogno della mistica di un tempio.

– Qual è stata la tua prima grande emozione?

– Quando ero bambino trascinavo il papà e la mamma, li portavo io. Dove? Sulle montagne della Valsugana, alle malghe, per vedere co­me facevano il formaggio, il latte… e comprare il burro che co­stava meno ed era più buono. Nel 1958/59 non c’era voglia di cam­minare, per un bambino non era facile. Devo rifarmi ad allora per avere le più grandi emozioni. Quando entravo in quei locali che sapevano di latte per me era una festa: ero disposto a camminare ore e ore, meglio se era più lontano.

– Eppu­re le grandi vette dell’Himalaya son quasi inodori, insapori. C’è il cielo, l’aria, la neve, non c’è la vita.

– È il diaframma che dicevi tu. Subentra la voglia di fare anche per gli altri. Questo toglie quell’odore, quella sensazione. Aggiunge altro, perché l’avventura ha un suo sapore. Ma non sono mai stato drogato di avventura. È il qualco­sa in più che mi è servito, mi ha dato soddisfazioni, ma sempre in via secondaria.

– Quando si parla di montagna si parla di gran­di sogni, di ambizioni: a volte sono anche grandi rischi…

– Il rischio è parte essenziale dell’alpinismo e della montagna. Lo sanno i montanari che non fanno alpinismo, lo sa il cacciatore di camosci, il contrabbandiere e lo sappiamo anche noi alpinisti. Il modo migliore per correre meno rischi è l’agire sempre pienamente in equilibrio con se stessi. La montagna non perdona i disequili­brati. Seduti in città ci si può tranquillamente concentrare su altro, in montagna bisogna esserci fino in fondo: quello è lo specchio del tuo equilibrio, per vivere fino in fondo quello che si sta facendo. L’hai scelto, non torni indietro. Se torni è per motivi contingenti, non perché dentro di te c’è qualcosa che ti spinge avanti e indietro. Tanto più se lo fai per professione. Per professione montagna non intendo solo guida alpina. Io scri­vo, fotografo, edito. Un professionista deve avere ancora più e­quilibrio, per trasmettere quel tanto che si può a coloro che in montagna non sono mai stati e che hanno bisogno di un qualcosa di più spazioso nella vita quotidiana. Un sogno ci dev’essere per tutti.

Il Piz dla Vugia nella foschia

CassettaEstate-PizdlaVugia

– L’ora di canzoni che avete ascoltato finora è stata sele­zionata da Alessandro Gogna. Con lui abbiamo parlato di montagne, di vette, di arrampicate, ma quello che abbiamo sentito finora è grande rock, rock di più di una generazione. Sembra difficile as­sociare il rock alle montagne. Forse la montagna è grande silen­zio…

– Ho visto qualcuno ascoltare musica camminando o anche correndo: è quasi di moda fare questo sport in montagna con pan­taloncini corti, canottiera, scarpe ginniche e il walkman. Non danno fastidio a nessuno.

– Lontano dalle montagne, di rock ne hai ascoltato?

– Mi è più facile ascoltare musica scrivendo.

– Scrivi libri per tutti quelli che amano la montagna?

– In passato ho scritto due libri autobiografici per riferire le mie esperienze alpinistiche. Oggi però racconto altro. Vorrei riuscire con pic­coli mezzi di scrittore a far sognare dei lettori. Non so se riu­scirò, ma questo è lo scopo di una collana che ho messo in can­tiere: otto volumi sulle Alpi, in otto anni.

– Parlaci di questo vostro progetto editoriale.

– Si chiama Grandi Spazi delle Alpi. Ciascun volume ha 30 capitoli per illustrare altrettante zone con testo e foto panoramiche. L’itinerario non è raggiungere una cima o un rifugio, ma il punto di visione panoramica. Una cosa nuova, esaltante, faticosa. Ognuno dei 240 itinerari ci costa un impegno tremendo. Il nostro peggior nemico non è il cattivo tempo: peggio è la foschia che, anche in alta montagna, è sempre più frequente. La foschia c’è sempre stata… ma ora imperversa. Nel testo cerco di condensare i miei anni di montagna, un lungo viaggio tra so­gno e realtà. Ricordo il giudizio di uno di Lotta Continua, “ma tu sei in fuga dalla realtà”. Al tempo, mi aveva quasi convinto.

– Si può fuggire dalla realtà, è più difficile fuggire da se stes­si. Con le poche distrazioni che offre la montagna ci ritroviamo sempre con noi stessi…

– Certo, e poi è questione anche di de­stino. Siamo qui, non in Bosnia: questo è destino. Perché “fuga”? Dovremmo andare tutti là? La realtà è questa. Ognuno ha la sua realtà, se ha delle cose da dire o da fare per gli altri, dica e faccia: se no, stia zitto. Io sento che ho da dire e se qualcuno mi chiede, parlo.

– Potremmo andare oltre, ma dobbiamo congedarci. L’augurio è che gli ascoltatori si avvicinino alle montagne con questa musica scelta da Alessandro Gogna e poi usino i suoi libri per salirle. Ti volevo chiedere ancora: ti è rimasto un sogno nel cuore, un rammarico, un rimorso, qualcosa che vorresti ancora fa­re?

– No.

– Hai fatto tutto quello che volevi?

– No, ma non ho mai rimpianto né errori né quello che non ho potuto fare: ho sempre rimpiazzato con altri i sogni non realizzati. Meglio non avere fissazioni. – E noi non ci fisseremo nemmeno su questo, dobbiamo passare la linea. Ringraziamo Alessandro Gogna e gli auguriamo buon lavoro…

– … e poca foschia!

– Certo, questo prima di tutto! Ci risentiamo domani alle 14, ancora con Cassetta per l’Estate!

Nella foschia: Cima dei Preti e Monte Duranno. In primo piano Sassolungo di Cibiana e Sfornioi
. Foto: “madflyhalf”
CassettaEstate-P7250127
postato il 2 giugno 2014

Posted on Lascia un commento

La montagna per gli altri

L’incontro dopo tanti anni con Salvatore Gargioni, le domande e le risposte, sono stati un grande ritorno alle atmosfere magiche delle mie prime gite davvero alpinistiche. Gelas, Clapier, Maledia sono montagne delle Alpi Marittime che mi videro salire felice con i miei nuovi amici.

È stata un’intervista che mi ha riportato indietro nel tempo, ma non so dire se per merito dell’argomento o dell’intervistatore. Per certi versi la Sottosezione del CAI di Bolzaneto, della quale ora Gargioni è presidente, è stata un po’ la madrina della mia passione per l’alpinismo. Euro Montagna, con la sua guidina delle arrampicate in provincia di Genova, mi aveva aperto un mondo. Di lui sapevo tutto e naturalmente sapevo tutto anche dei suoi compagni di Bolzaneto, da Nicolino Campora a Giorgio Noli fino al Gabbe, cioè a Salvatore Gargioni, appunto.

SG. Cosa ricordi dei corsi di alpinismo, non in senso aneddotico o nostalgico legato alla giovinezza o agli amici, ma in senso critico ed alla luce delle tue esperienze? La gestione, l’utilità in relazione agli incidenti in montagna, o l’immagine e la funzione del CAI?

La parete nord-est del Pizzo Badile, d’inverno: la montagna per gli altri
Pizzo Badile, parete NE, via Cassin, 1a ascensione invernale , (foto Dante Taldo)La mia convivenza con i corsi e le scuole di alpinismo è stata assai breve. E non per litigio con qualcuno, come spesso succede, bensì per il dubbio di reale utilità al singolo.
In effetti la frequentazione come allievo del corso 1964 della Sezione Ligure mi è stata assai utile: ho imparato la prudenza, ho conosciuto amici che difficilmente avrei potuto conoscere altrimenti. Però poi le cose sono rapidamente cambiate. Oggi ci si iscrive ai corsi nella convinzione di poter facilmente apprendere tutto, saltando ogni gavetta. Già nel 1967 la mia anarchia latente aveva capito che una passione, per esplodere, deve avere ostacoli, non facilitazioni. Non voglio discutere l’utilità sociale dei corsi: la comunità sicuramente ne trae vantaggio. Ma il singolo, per imparare e per vivere a fondo la sua passione, deve avere bastoni tra le ruote. Solo se un padre ti impedisce di andare in montagna, solo se ti iscrivi al corso con i tuoi propri risparmi e solo se non pensi che ogni cosa ti sia dovuta, hai speranza che un corso sia veramente utile. In più oggi i corsi in genere predicano la montagna sicura. Questo deresponsabilizza la gente in maniera tale che nessuno saprà mai tirarsi fuori d’impaccio da solo, tutti credono che il soccorso alpino ti salvi dovunque, e la fantasia creativa in tutto ciò è zero.
Così io prediligo, ricerco ed alla fine anche frequento di più la roccia non così sana, i posti “brutti” ed erbosi e la montagna scartata dai più, proprio per il rifiuto che ho sempre provato, profondo e radicato, per le convinzioni correnti che si debba salire solo su roccia buona e ben protetta. Sono convinto che la sicurezza sia soprattutto dentro di noi e che ciò che può esserci fuori di noi sia sicurezza apparente, stampella per chi non sa o non vuole camminare con le sue gambe. E questo discorso è valido per le salite estreme come per i sentieri più frequentati o per le ferrate più maniacali. Voglio poter conservare la libertà di perdermi in un bosco o in un altopiano, perché credo che sia questa la vera esperienza che cerchiamo. Vorrei fare un corso io, per insegnare come sia più bello salire a piedi su una via normale, ma senza ometti, vernice o altra segnaletica piuttosto che salire come scimmie su fittoni o scalette di ferro, dove si fa una gran fatica ma s’impiega nessuna fantasia, dove si crede di fare chissà che cosa ma si perde tutto ciò che la montagna vera può farci vivere. L’alpinismo come il tennis, segnalato, regolamentato, insegnato, e però solo fintamente addomesticato, è il più grande pericolo in cui un giovane possa cascare.

SG. Quando hai capito che avresti potuto diventare un protagonista e quando hai di conseguenza deciso di dedicarti completamente alla montagna?

Ho capito soprattutto che avrei voluto dedicarmi totalmente alla Montagna, non tanto che avrei potuto diventare un cosiddetto protagonista. E questo è successo, ovviamente, subito dopo la nostra prima invernale della via Cassin al Pizzo Badile.

SG. Per quanto tempo sei rimasto “a cavallo della tigre” e quando pensi di essere sceso? Passando, per esempio, al professionismo?

La mia permanenza ai vertici dell’alpinismo internazionale è durata assai poco. Gli anni che vanno dal 1967 al 1974 sono sicuramente i più “bollenti”. Il professionismo non c’entra. Già dal 1968 feci la scelta di lasciare casa mia e di vivere da solo mantenendomi in un’altra città. E per vivere ho sempre fatto conferenze e ho scritto di montagna. Ho fatto anche il rappresentante di articoli da montagna. Da allora non è cambiato nulla, continuo a scrivere, edito libri, faccio serate e vendo fotografie. Certo, sono anche guida alpina, ma non esercito nella maniera classica. Il mio lavoro, e spero di farlo sempre al meglio, è quello di parlare di montagna, scrivere e fotografare, in modo che altri possano vivere le cose che io ho avuto la fortuna di provare.
I vertici dell’alpinismo sono scomodi e pericolosi. Chi non è in grado di capirlo in tempo, prima o poi rischia di lasciarci veramente le penne. Quando comprendi che hai dato già il tuo massimo, hai tre possibilità: a) smettere definitivamente e tanti saluti alla montagna che hai usato per farti bello; b) continuare a dare il tuo massimo e quindi mettersi nella condizione di non fare più le cose estreme con lo stesso equilibrio di prima, con il rischio di vivere sempre più situazioni pericolose e foriere di incidenti più o meno gravi, “avvertimenti” per la successiva batosta finale; c) accettare come grande, bello e per “unica cosa che conta” il tuo amore per la montagna, rinunciando quindi all’alpinismo “per gli altri” e continuare la tua attività con entusiasmo, senza mai desiderare d’essere altrove, quando ogni giornata è così ugualmente importante che potrebbe essere la tua ultima.

SG. La trasformazione dell’alpinismo e del CAI portano ad un vicolo cieco. È la morte della montagna?

La parete nord-est del Piz Martel (Val Cama, Mesolcina): la montagna per noi stessi
Parete nord est del Piz Martel (Val Cama), MesolcinaLa trasformazione dell’alpinismo e del CAI sono il prodotto dell’aver noi tentato di trasmettere la libertà agli altri come se questi non fossero in grado di cercarsela da soli. Deresponsabilizzando gli altri ci siamo messi in un vicolo cieco. Da questo si può uscire solo facendo marcia indietro. Perciò non parlo e non mi sento di parlare di morte della montagna o dell’alpinismo, perché credo che la via di ritirata sia ancora aperta per una buona maggioranza di gente. La strada passa per la delegittimazione delle istituzioni che molti hanno in testa oltre che in tessera. Essere iscritti a qualche associazione perché ci piace e ci crediamo, è utile; essere iscritti perché è “utile” o perché “si deve”, sa tanto di sindacato e quindi di mondo del lavoro. Al lavoro, dunque! E chi vivrà vedrà.

postato l’11 maggio 2014

Posted on Lascia un commento

Quando scalo sono felice fisicamente

Erri De Luca: «Nella scalata ho scoperto una felicità fisica»
Intervista a Erri De Luca da parte di Patricia Jolly (www.lemonde.fr, 28.03.2014)

Prolifico autore tradotto in trenta lingue, Erri De Luca, 63 anni, è conosciuto per la sua opera che s’ispira alla sua infanzia napoletana in una famiglia borghese rovinata dalla guerra. La sua passione per la scalata, meno famosa, è comunque ben presente nei suoi romanzi. Specialmente in Sulla traccia di Nives (Milano, Mondadori, 2005), conversazione con Nives Meroi in una tenda al campo base del Dhaulagiri sulla durezza della vita in quota, ma anche in Il peso della farfalla (Milano, Feltrinelli, 2009.), dove racconta una ruvida storia in parallelo tra un bracconiere e un camoscio. O ancora in Il torto del soldato (Milano, Feltrinelli, 2012), ambientato nelle Dolomiti.

Cosa ti ispira il fatto di far parte dei sei membri della giuria del 22° Piolet d’Or, l’Oscar dell’alpinismo mondiale?
Sono stato invitato per il 2013, ma non ero disponibile. Quest’anno ho avuto una certa curiosità, per avere una misura dello stato e della nobiltà dell’alpinismo, ma non sono così sicuro d’essere proprio al mio posto. Troppo poca esperienza in materia, anche se mi tengo al corrente tramite un sito internet specializzato.

QuandoScalo-DeLuca-erri1

Ma tu sei comunque uno scalatore… e non da poco…
Ho cominciato a forza di guardare le Dolomiti. Ho avuto voglia di toccarle con mani e piedi. Essere napoletano non era una ragione sufficiente per non voler esplorare l’altra estremità del mio paese. Ho cominciato da solo, poi mi sono iscritto a un corso per imparare le manovre di corda. Scrivo con facilità, ma la letteratura serve a tener compagnia alla gente: nella scalata ho scoperto una felicità fisica e la prova che l’età non era ancora un ostacolo. A forza di lavoro e di allenamento, sono riuscito a fare in Dolomiti una via di alto livello. Avevo 52 anni.

Sei stato membro della giuria del Festival di Cannes qualche anno fa: si può confrontare con l’essere al Piolet d’Or?
Valutare dei film non è altro che stabilire una scala di gusti. Al Piolet d’Or la giuria deve fare una scelta tra degli estremisti del vuoto che si confrontano con i loro limiti senza mai smettere di spingerli oltre. E’ un’altra responsabilità. Trattarli come semplici atleti sarebbe riduttivo. L’alpinista che cade spesso perde la vita. Quelli che come me non si fidano dell’acqua, in tutte le sue forme, anche neve e ghiaccio, e hanno bisogno di un contatto ben più sicuro con la pietra, di solito cadono al massimo fino al capo della corda.

Il tuo libro Sulla traccia di Nives comunque prova che in qualche modo sei affascinato da quel genere di acqua…
Nives Meroi e suo marito Romano Bennet sono degli amici di viaggio. Ero curioso di avvicinarmi a una cima di ottomila metri. L’ho fatto con loro, ma la voglia non l’ho più. Vedo la montagna come un luogo in cui l’uomo è ospite non invitato. Quelle cime himalayane non dovrebbero tentare un uomo più di una o due volte nella vita, altrimenti diventa un vizio. Il desiderio di tornare sempre da quelle parti è una forma di persecuzione che uno s’infligge da solo.

Erri De Luca su Viaggio = infinito, 8b+, Grotta dell’Arenauta (Sperlonga). Foto: Fabiano Ventura
QuandoScalo-DeLuca-climbing6364

I nominati al Piolet d’Or presentano la loro spedizione con un supporto audiovisivo: la maestosità delle immagini della montagna può soverchiare il puro e semplice racconto della loro ascensione?
Immagini ben messe in scena o documenti fotografici sono solo un complemento. Possono essere magari più efficaci per qualcuno, ma io, in quanto scrittore, sono ben più sensibile alle parole e alla voce di chi racconta. Ciò che importa veramente è la relazione fornita dagli autori di una salita. Comunque questa relazione dev’essere sobria: i più verbosi e chiacchieroni raramente sono quelli al livello tecnico più alto.

Erri De Luca e Mauro Corona
QuandoScalo-DeLuca-Corona-20140227_erri_de_luca_e_mauro_corona

I concorsi del Piolet d’Or tentano di far evolvere la loro formula e la base etica. Al momento non esigono prove sostanziali della riuscita di una cima e si basano solo sulla parola degli alpinisti…
Le prove sostanziali non sono necessarie, perché le bugie hanno le gambe corte. Non vanno mai lontano nella vita. Al contrario, si dovrebbe prevedere una menzione speciale per i grandi tentativi. Perché, se il successo di un’ascensione non è solo il raggiungere la vetta, la vittoria suppone per lo più alcuni tentativi mancati e ritirate che non si dovrebbero mai dimenticare.

Per biografia e opere di Erri De Luca

postato il 7 aprile 2014