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Silenzi d’inverno

E’ di recentissima pubblicazione il bel libretto (60 pagine) di Luca Serenthà, Silenzi in Montagna, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2015.
Di lettura facile e breve, evidenzia i contenuti del silenzio in montagna, inteso come bene particolare, da apprezzare: indirizzato soprattutto ai ragazzi e a coloro che, pur sognandola, sono un po’ a digiuno di montagna.

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Numero 21 della collana Accademia del Silenzio, ISBN: 9788857529479, il libro è costruito sull’artificio letterario del dialogo di tre personaggi che, pur trovandosi a livelli diversi della ricerca e pur partendo da esperienze di vita diverse, incrociano i loro percorsi in un rifugio, “luogo che non è solo la cornice dei loro discorsi, ma suggeritore silenzioso dei loro pensieri“.

L’autore, nella prefazione, si augura: “La speranza è che anche il quarto interlocutore muto, il lettore, abbia voglia, dopo la breve pausa, di riprendere la traccia alla ricerca del proprio silenzio“.

Questi i capitoli in cui si divide il libro: dopo la prefazione dell’autore si susseguono Ritorno in montagna, Il silenzio e la storia delle Alpi, Silenzio ascoltato e raccontato, Il silenzio degli alpinisti, Silenzi d’inverno, Un silenzio per il futuro, Appendice.

Per concessione dell’editore e dell’autore, riproduciamo qui il capitolo

Silenzi d’inverno
di Luca Serenthà

La penombra della sera stava ormai avvolgendo il rifugio: le giornate corte di fine estate facevano sempre più guadagnare terreno alla notte. Inoltre, senza che nessuno ci avesse badato, dei grossi nuvoloni, avevano dapprima scavalcato le creste nascondendole e poi riempito il cielo. Il torrentello continuava a gorgogliare, sempre uguale e sempre rinnovandosi, prendendo la rincorsa verso la valle, indifferente al passare delle ore e al fatto che non ci fosse più nessuno ad ascoltarlo. Solo il vento con qualche soffio più forte, insinuandosi in tutti gli interstizi come solo lui li sa scovare, segnalava la sua presenza con sinistri fischi udibili dall’interno del rifugio dove si stava svolgendo una rilassata conversazione attorno al tavolo della cena.

Stava parlando Camilla: «Se penso alla primavera, mi viene in mente un tripudio di suoni: credo che in assoluto sia la stagione più sonora. Se non l’hai mai ascoltata è inimmaginabile la musica che può produrre la neve quando inizia a sciogliersi insinuandosi e sgocciolando tra i sassi oppure scorrendo sulla prima terra fradicia che esce allo scoperto: è come se tutto si fosse trasformato in un grande xilofono che fa da colonna sonora al risveglio delia montagna dal torpore invernale. Però, sebbene ogni stagione penso abbia qualcosa di bello, se devo dire qual è la mia preferita è senz’altro l’inverno».

«Come mai?» chiese Andrea.

«So che il silenzio bianco dell’inverno ha significato a volte paura e isolamento, ma salire ad un alpeggio dopo una nevicata e soffermarsi ad ascoltare i suoni attutiti mi rilassa, mi ridà la mia giusta dimensione. Lo scricchiolio dei passi sulla superficie gelata, un tonfo di un bel cumulo di neve caduto da un ramo stanco di portarne il peso, l’abbaiare lontano di un cane in paese o quello vicino d’un camoscio che non riesci a scorgere, l’improvviso frullio d’ali di un gallo forcello che decolla dalla sua nicchia nella neve: il tutto sprofondato in un magico silenzio d’ovatta».

SilenziInverno«Non per nulla – intervenne Oreste – Dante nella Divina Commedia per dare il senso di qualcosa che avviene nella calma e nel più assoluto silenzio, usa proprio questa immagine: “un cader lento […] come di neve in alpe senza vento (Inferno XIV, 28-30)”. A dire il vero però non sempre i rumori invernali sono così rassicuranti e rilassanti. Quando stai spingendo in salita le tue pelli di foca nella neve fresca e al fruscio prodotto dagli sci che creano una nuova traccia, si sovrappone un breve rumore di sordo sprofondamento del manto che si è assestato sotto il tuo peso, per un attimo trattieni il respiro, e se la valanga non parte, inizi a chiederti cosa è meglio fare. Saper ascoltare la neve e la montagna a volte è vitale: può risultare davvero fatale tapparsi le orecchie con il cerume dell’adrenalina e dell’emozione a tutti i costi».

«Ma che bell’immagine!».

«Scusa Camilla, ma è proprio così…».

«E tu l’hai mai sentita da vicino una valanga?» chiese Andrea ad Oreste.

«Eccome, purtroppo sì! Per mia fortuna, però, non ne sono mai rimasto direttamente coinvolto… è un gran spavento! Chiaramente dipende dalle dimensioni e dalla tipologia, ma quando mi sono trovato nelle vicinanze di una grossa valanga a lastroni… d’improvviso si sente un gran botto e poi con un boato prolungato tutto precipita a valle, un vento frusta ogni cosa nelle vicinanze finché torna il silenzio, un silenzio pesante. Le fatalità per carità possono sempre capitare, ma quante volte ascoltando quei piccoli avvertimenti che la montagna sussurra a chi li vuol cogliere si sarebbero potuti evitare incidenti mortali».

«Già…» stava assentendo Andrea, quando Oreste riprese con voce più infervorata: «… e mi chiedo, come possano ascoltare qualcosa quelli che scendono con il rumore dell’elicottero per un pendio che non hanno salito!».

«Ecco la tirata sull’eliski» puntualizzò Camilla.

«No, tranquilla, mi fermo subito, ma mi chiedo perché se a qualcuno non piace il silenzio deve privarne anche tutti gli altri, animali compresi che sono atterriti da quel fragore… che si ficchi in testa un paio di cuffie e lasci in pace il mondo! E non mi si venga a raccontare (Oreste iniziò a gesticolare alzando e facendo roteare in aria il dito indice) la frottola dell’economia, del turismo, eccetera: perché se io fossi un turista che cerca il piacere della montagna invernale, non andrei più laddove continua a passarmi sopra l’elicottero!».

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Piacevolmente divertita dal siparietto, Camilla sottolineò sottovoce rivolgendosi ad Andrea: «Questa faccenda dell’eliski lo manda proprio su tutte le furie».

«È che da ogni cosa si vuole togliere la fatica e lasciare solo velocità e adrenalina – continuò noncurante Oreste – ecco sì, solo questo conta! E il piacere di una silenziosa e lenta risalita? E questo vale anche per quelli che salgono sempre con il cronometro in mano… se non stai facendo una gara, perché devi correre? Credo che ci sia un profondo legame tra lentezza e silenzio. Prova a muoverti senza far rumore velocemente: è impossibile. E se anche ci provi sei talmente concentrato a non far rumore che non puoi accorgerti di cosa c’è nel silenzio attorno. Ancora una volta forse si ha paura: lentezza e silenzio ci portano ad abbandonare quel terreno superficiale così rassicurante. Per vivere la montagna, e per far sì che abbia un futuro, più che mai trovo indispensabile prendere come regola quel motto coniato da Alexander Langer (in opposizione a quello olimpico ciecamente e quotidianamente seguito dalla nostra civiltà citius, altius, fortius): lentius, profundius, suavius, più lento, più profondo, più dolce (A. Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo, 1996, p. 146). Non vi sembra che anche una proposta di turismo più dolce e lento aiuterebbe ad entrare in profondità nei silenzi della montagna?».

«Sì – commentò Andrea – ma la maggior parte delle persone che pensa alla montagna con la neve credo che abbia in mente le piste da sci, che non sono proprio luoghi silenziosi, no?».

«Beh, devo dire – fece Camilla – che sciare in pista è sicuramente divertente, a me piace molto anche quello… si deve ammettere però che puntare tutto solo sullo sci, convogliando masse di turisti in montagna, solo in limitati periodi e sostenendo solo quel tipo di attività, rischia di essere un vicolo cieco. Il senso del limite è sempre stato la guida di chi ha vissuto nelle valli alpine e forse con la prolificazione di impianti il limite si è un po’ passato. Un giorno si creeranno altre piste indoor come quella di Dubai con neve finta e chalet-ristoro con la musica a tutto volume, si offriranno pacchetti vantaggiosi per fare vacanze esotiche senza rinunciare allo sci, e i turisti abbandoneranno le nostre montagne: se gli è stato proposto solo ciò che è riproducibile altrove perché dovrebbero restare?».

Dopo qualche attimo di riflessione riprese la parola Oreste: «I rumori sono sempre riproducibili, mentre quel silenzio che ti racconta l’ambiente in cui ti trovi è un esperienza che rimane sempre unica e profonda».

Un improvviso chiarore attirò l’attenzione di tutti verso la finestra: un rombo spiegò subito quel bagliore. Immersi nella conversazione non avevano fatto caso alle prime gocce di pioggia che avevano iniziato a cadere. Ora il picchiettare della pioggia si faceva più intenso e colpiva anche i vetri del rifugio esposti contro vento e a breve si aggiunsero alle percussioni piccoli chicchi di grandine che rimbalzavano sulle pietre attorno e sulle lamiere del tetto. Per un breve tratto il frastuono fu tale che conversare divenne faticoso cosicché i tre colsero l’occasione per alzarsi e sparecchiare.

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Il mistero dei ricordi

Le Alpi Marittime sono un’emozione di ricordi che s’affacciano tutte le volte che a mente mi raffiguro quell’angolo di carta geografica, il posto di tanti desideri. Montagne misteriose come i ricordi da troppo tempo sopiti o come cose troppo a lungo vagheggiate. Il compagno che era con me la prima volta non c’è più, perduto nelle nevi lontane del McKinley.

La neve era stata la costante di quella nostra impresa, alla fine un incubo. Era il Natale 1964, con Gianni Calcagno salivo lentamente le nevi sulla strada che dalle Terme di Valdieri conduce al Pian del Valasco. Gli zaini carichi anche dell’inutile ci schiacciavano sugli sci, c’ingobbivano tutte le volte che alzavamo lo sguardo per vedere quanto mancava.

La Cresta Savoia, da ovest
MisterodeiRicordi-13050325Per me allora era tutto mistero, la novità di quei ripidi versanti stracarichi di neve mi faceva sentire così piccolo che era solo per fedeltà al progetto e rispetto per l’amico che non proposi di tornare indietro.

Per fortuna il mistero è ancora di casa sulla montagna, in modo speciale d’inverno. Le tracce di animali, piccole orme nella neve, dise­gnano itinerari misteriosi per chi è solo di pas­saggio e non ha le misure di questo territo­rio. Avevo visto vette tra­montare ed albeggiare attorno a me con forme e colori così belli da essere istantanei, profili di pensieri così attraenti da vi­vere solo un attimo prima di essere sostituiti da al­tra poesia. Lassù però le cime non le vedevo ancora, le indovinavo al di sopra di pendii scintillanti nel biancore luminoso del mezzodì.

Nello scialpinismo praticato come mezzo di avvicinamento ogni conquista è rimandata al giorno dopo: invece lassù, oltre l’infinito Pian del Valasco, ogni metro ripido verso il Rifugio Questa era una piccola conquista. In realtà ogni vittoria sarebbe stata solo di noi stessi: quando la conquista è dell’inutile, si può anche dire che non c’è nulla da conquistare. Ogni metro vinto andava a naufragare nell’oceano del mistero: la sali­ta e la discesa di una montagna sono una traccia nell’atmosfera interlocutoria di un foglio bianco su cui può essere scritta qualunque cosa. Ci domandavamo perché non avessimo neppure ancora aperto il quaderno. E quando si vive e si respira il mi­stero, ecco che crolla nella neve il far­dello dell’inutile, nell’indefinibile so­spen­sione tra terra e cielo, nel zig-zag che si rita­glia a sghimbescio per evitare un pendio troppo ripido.

Gianni Calcagno al Pizzo Badile, dicembre 1967
Gianni Calcagno al Pizzo Badile, fine 1967Se ci si volta, si vede la scia creata dal nostro passaggio. Evane­scente, labile, senza vigore, come una creazione di oggi ci sem­bra senza futuro alcuno; per­ché forse le tracce nella neve dure­ranno lo spazio di un giorno. Ma chi calza gli sci in luoghi selvaggi e si confronta con la solitudine delle proprie creazioni ripercorre l’incessante azione vitale della salita cui segue sempre una discesa.

Il cielo si velava veloce; alle tre del pomeriggio eravamo ancora lontani dal rifugio. Cominciò a nevicare, una neve così umida che gli sci prima sfondavano, poi rimanevano incollati in profondità. Ci dichiarammo vinti e ci pareva impossibile non riuscire a scendere se non con uno sforzo immane. Alle otto di sera ricavammo una truna al Pian del Valasco, sotto al muretto della strada, ed il giorno dopo lo impiegammo tutto per raggiungere il primo centro abitato, S. Anna di Valdieri, ancora alle sette di sera. Direi incredibile, se non lo ricordassi così bene.

Il rifugio Questa
MisterodeiRicordi-20120709000502Dopo quest’inizio avventuroso e senza risultati se non quello di aver riportata a casa la pelle, le cose migliorarono. Le uscite compiute in seguito, rubando posti a sedere nelle auto degli amici e soprattutto tempo che avrebbe dovuto essere dedicato allo studio per gli esami di maturità, ebbero successi misurabili. Dopo lo storico e vincente confronto con gli esaminatori statali mi ritrovai a fine luglio 1965 con Gianni e Lino Calcagno ed un altro amico, Bernardo De Bernardinis, ancora al Rifugio Questa. Nella settimana in programma erano in lista almeno il doppio di salite possibili. Forse eravamo in anticipo sui tempi dei concatenamenti. Una sera litigai ferocemente con Lino per divergenze sulle mete del giorno dopo; invano Nello cercò di mettere diplomazia nello scontro mentre Gianni tendeva a rimanere neutrale. Il mattino dopo ero così arrabbiato che decisi di andare a scalare da solo e con la foga tipica dell’inferocito andai fin sotto alla parete est della Punta Maria della Cresta Savoia. Qui attaccai la via di Giovanni Guderzo, di cui non si aveva alcuna relazione se non i racconti epici di Pippo Abbiati, malcapitato compagno del suo capocordata. Portai alla fine il progetto e, sceso per la via normale, incontrai i tre amici che avevano salito la Est della Punta Jolanda. Ci legammo insieme, in un ritrovato accordo, per scalare la Ovest della Punta Umberto nel pomeriggio.

La Cresta Savoia da est
Il versante orientale della cresta Savoia, Alpi Marittime, gruppo del PrefounsA fine settembre trascorsi un’altra splendida settimana al Rifugio Zanotti, con Giuseppe Grisoni. Rastrellammo tre o quattro delle vie nuove possibili sulle cime più belle della zona, come il Becco Alto d’Ischiator, la Testa del Vallone o il Monte Tenibres. Senza una lira in tasca, quindi con poco mangiare, badando bene a non pagare neppure un pernottamento.

postato il 12 aprile 2014