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Il trono remoto

Il trono remoto

Oggi ci occupiamo di due grandi pareti, davvero grandi, sconosciute ai più.

Sto parlando della Nord del Pizzo di Prata e del versante sud-occidentale del Sasso Manduino. Sono a poca distanza chilometrica uno dall’altro e sono due imponenti perle di bellezza delle Alpi Centrali. Ma mentre il Pizzo di Prata è praticamente invisibile dal fondovalle, al contrario il Sasso Manduino è estremamente presente nell’iconografia dell’alto Lago di Como e del Lago di Novate-Mezzola. Dunque il disinteresse del quale entrambe le montagne sono state circondate non dipende da presunta scarsa visibilità ma dall’estremo isolamento nel quale si ritrovano, a ore e ore da qualunque base di appoggio.

Il Sasso Manduino dal Piano di Spagna
Sasso Manduino dal Lago di Novate Mezzola

Sono state e sono perciò due montagne che hanno costituito il terreno ideale per un alpinismo esplorativo e nello stesso tempo innovativo, teso più a non lasciare traccia sul terreno che a lasciare traccia nella storia.

Storia che comunque esiste eccome, come ci racconta bene Ivan Guerini, autore de Il trono remoto, un e-book appena uscito.

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L’idea dell’e-book è stata, secondo me, ottima. Peccato che, a questo punto, avrei qualche difficoltà ad andarci… ma, finalmente, eccomi servito!

Infatti, era da almeno trentacinque anni che attendevo che Ivan pubblicasse qualcosa su questo terreno meraviglioso. Quando egli stesso mi ha comunicato questa realtà, dandomi un link per visitare una consistente anteprima del libro, mi sono precipitato ad aprirla, leggerla e subito dopo ad acquistare l’e-book, in modo da poterlo valutare e poterne finalmente godere per intero, come si fa con la terra promessa.
La nostra scelta è stata determinata da altre ragioni, inerenti agli editori che danno le responsabilità ai distributori che alla fine comandano gli autori.
Abbiamo pertanto eliminato tutti i problemi in un baleno, lasciando l’eventuale editore in compagnia del distributore, senza più l’autore
!” mi ha scritto Ivan con il suo solito e pungente sarcasmo. Trentacinque anni alla ricerca di un editore che desse carta bianca portano alla ribellione totale… (oh, come lo capisco!).

Non ho trovato eccessivamente consolatorio che, a seguito della mia lamentazione sull’età avanzata e dunque sulle scarse possibilità che io possa ancora fare il camoscio da quelle parti, Ivan mi rispondesse: “Quanto alla difficoltà di andarci, non credo sia un ostacolo da riferire all’età, dal momento che certe montagne hanno proprio la prerogativa di essere schermate e schermanti, proprio perché catartiche in rapporto all’individuo che le sale, unitamente al fatto che non tutti le debbono necessariamente salire”.

Il versante settentrionale del Pizzo di Prata
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Il Trono remoto è dunque un esperimento editoriale felicemente riuscito, cui auguro tutto il successo che merita, perché tra l’altro brilla in un panorama editoriale che più desolante non si potrebbe immaginare.

Le 195 pagine virtuali di questo libro hanno il dono speciale di regalare emozioni, proprio quel genere di emozioni delle quali la maggior parte delle montagne celebri sono oggi abbastanza stitiche: non per colpa delle montagne, ovviamente. Siamo noi che non siamo più capaci di leggere senza desiderare di acquistare e di avere. Se penso a questo, sono felice di non avere concrete prospettive di visita a quei posti… E invece il lettore è libero di farlo, oppure è libero di liberarsi.

Guerini mi confida: “Devi sapere che sto ultimando il rifacimento e-book del Gioco-Arrampicata in Val di Mello, con parecchi temi inediti allora non pubblicati: ovviamente non lo chiamerò più in quel modo. Pur essendo meno austero del Trono remoto, credo di essere riuscito a rendere bene il luogo e l’atmosfera di allora e mi piace come l’ho quasi realizzato”.

Il libro è acquistabile qui (euro 4,95).

Il Pizzo di Prata da Daloo (sopra a Chiavenna). Foto: R. Moiola
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L’Altopiano del Cambiamento

L’Altopiano del Cambiamento
di Ivan Guerini
(tratto dall’Annuario del CAAI, 2007-2008, per gentile concessione)

Sentii parlare dell’idea di “Altopiano” nei primi anni Settanta, al tempo in cui entrai in contatto con il fermento culturale che caratterizzava la Rivista della Montagna e soprattutto grazie alla personalità di Gian Piero Motti.

A quel tempo, Gian Piero auspicava una possibilità di rinnovamento che potesse ossigenare la staticità ideologica dell’alpinismo d’allora, trattando argomenti come la “filosofia d’arrampicata” californiana (intesa come libero arrampicare e vita in parete) e il “Nuovo Mattino” (il nuovo modo di vivere la montagna per noi europei). Ci traduceva fedelmente la filosofia d’arrampicata di quella parte del mondo dove il clima era più mite di quello alpino, che per noi europei poteva diventare un metodo per soffermarci sul significato dello stare in montagna e non soltanto dell’agire in parete: un’opportunità per divenire più flessibili rispetto alla severità dei luoghi. Temi che condussero all’idea di “Altopiano” quale possibilità d’un cambiamento imminente e importante quanto il sorgere di un periodo storico definitivamente diverso dal passato.

Un Altopiano come quello delle Pale era l’unico altopiano concepibile un tempo
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Motti proponeva articoli e letture che davano idea di ciò che accadeva oltre Oceano e, parallelamente, di quanto stava accadendo sulle pareti situate nei luoghi più miti e distanti dalle condizioni disagevoli e severe dell’alta montagna.

Raccontava di un modo diverso d’arrampicarsi che l’ambiente torinese iniziava a praticare sulle sconfinate falesie delle Calanques di Marsiglia, su quelle alte del Vercors, sulle pareti della Valle dell’Orco e delle Valli di Lanzo, sul grande macigno calcareo del Saussois, il Sasso Remenno dei parigini, e persine sulle piccole pareti dei massi di Fontainebleu. Raggiungendo le arse distese orizzontali di quelle scogliere, le foreste che sormontano quei grandi bastioni e gli spiazzi delle sommità granitiche attorno a casa, Gian Piero aveva sperimentato l’effettiva possibilità di vivere diversamente la montagna e così iniziò a delinearsi in lui il concetto d’altopiano. Sulle “sommità pianeggianti” di quelle pareti, laddove la verticalità s’appiattiva d’un botto per trasformarsi bruscamente nell’identica dimensione orizzontale dalla quale alpinisti ed arrampicatori da sempre sfuggono, poiché in essa non trovano pace, a Motti parve concretizzarsi quell’idea.

Un Altopiano non vissuto come un’assenza di vetta ma piuttosto come una vetta estesissima che non invitava subito a scendere, per la complessità del ritorno a valle, e non faceva sentire la necessità di scappare immediatamente qualora le condizioni climatiche fossero mutate. Appariva come un luogo che consentiva di soffermarsi e di spaziare senza sentirsi in balia degli elementi, come spesso accade sulle sommità alpine!

Questo non significa che Motti mirasse a cancellare dall’alpinismo l’idea di arrivare su una vetta per valorizzare i luoghi montani che ne sono privi, pensava invece che, per un certo periodo, fosse necessario prendere le distanze da un modo di praticare l’alpinismo ormai ammalato da atrofia culturale, per poi rapportarsi alla montagna diversamente. Era assolutamente necessario sciogliere quel groppo alla gola, dovuto all’angoscia compressa che sempre gli alpinisti provano quando, pur di “tirare fuori” la salita, agiscono oppressi dal dovere delle decisioni imposte, vivendo un’esperienza semplicemente impegnativa e faticosa in modo interiormente doloroso.

Gian Piero riteneva che il passo successivo sarebbe stato il “far ritorno” alle montagne e alle loro vette, con una mentalità cambiata nel modo di rapportarsi ad esse.

In vetta alla Pietra di Bismantova è un piccolo altopiano. Un luogo da Pace con l’Alpe.
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Qualcosa non quadrava
Pur coinvolto dal fascino di quella tesi, sentivo che in quel discorso qualcosa non quadrava agli occhi della mia irrequietezza giovanile. Mi pareva che si trattasse di un tentativo d’applicare un concetto più estrapolato dalle sue letture, che tanto bene traduceva, piuttosto che dedotto dall’esperienza vissuta: mancava la genuinità che caratterizza ogni scoperta diretta.

Dato che a quel tempo avevo vissuto solo poche esperienze in montagna, mi chiedevo che senso avesse sostituire il valore di una Vetta con quello di un Altopiano e perché mai ci si dovesse sentire più contenti al sommo di un bastione che non al termine angusto di una parete montuosa. Avevo la sensazione che attribuire alle caratteristiche miti d’un altipiano una possibilità di cambiamento non fosse sufficiente a far sì che si arrivasse a vivere la montagna in modo diverso.

Ma ciò che mi lasciò più sconcertato negli anni a venire fu quando constatai che la singolare esperienza dell’Altopiano non era poi così diversa da quella dell’alpinismo da cui ci si voleva in quel momento allontanare.

Vi furono, anche in questa rinnovata visione dell’andare in montagna, protagonisti morti per la causa di una identica battaglia ideologica che schiera da sempre gli eventi prima delle necessità umane. Parlo di eroi come Renato Casarotto, capitani di ventura come Gian Carlo Grassi e martiri come Danilo Galante, quest’ultimo non vinto in battaglia nel tentativo di raggiungere una vetta, né deceduto per la casualità d’un crollo lungo una parete pericolosa, bensì sfinito dal peso di quel “nuovo cammino” sulla sommità d’un mite altopiano… che ci s’illude sia tale, ma che gli elementi della montagna possono trasformare in trappola se non lo si rispetta comunque.

In quel periodo, dalle guglie vertiginose della Grignetta, meta inevitabile dell’alpinismo classico, ero passato ai giardini sommitali dei giganteschi macigni circostanti il Sasso Remenno in Val Masino. E percorrendo alcune delle pareti più ostiche, mi ero accorto che l’austerità, il vuoto e l’impegno che le caratterizzavano non era meno privo delle incognite di percorso d’una cima alpina esposta e affilata. E anche i boschi sommitali dei grandi bastioni della Val di Mello non mi parevano più pacificamente raggiungibili della vetta di un “4000”. Erano soltanto espressioni di fatica, dolore e impegno diversi perché più solari rispetto a quelli glaciali dell’alta montagna.

L’altopiano brasiliano della Diamantina (Chapada Diamantina)
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La trasformazione del piacere e del dolore
Così, la diapositiva con l’espressione stravolta dalla sete che sorprese Alessandro Gogna durante la salita della via Salathé al Capitan, compiuta assieme a Marco Preti e a Franco Perlotto, mi fu rivelatrice di come la condizione vissuta su quella parete, arroventata dal calore del sole, non fosse poi così diversa dalla lotta feroce ingaggiata dai due inglesi che nell’inverno 1976 percorsero, in condizioni proibitive e in assoluta autonomia, la via di Gino Soldà sulla parete nord del Sassolungo, dalla quale uscirono dopo sei giorni, se non ricordo male: “quando il freddo staccava la pelle annerita dei polsi come i polsini di una camicia sporca”. No place for brass monkeys era il titolo dell’articolo che ne raccontava le gesta, e venne proposto e tradotto magistralmente, guarda caso, sempre da Motti.

Essendo gelo e calore opposti elementi naturali che al loro apice provocano analoghe conseguenze (tant’è che il corpo del malcapitato si sfinisce, intirizzito o disidratato), essi portano a considerare il freddo e il tepore come forieri d’esperienze austere o miti, quasi sinonimi di vetta o d’altopiano. Si tratta di elementi naturali con i quali alpinisti e arrampicatori devono inevitabilmente interagire trovando un equilibrio con essi, per trasformare l’esperienza esistenziale da “infernale” a “paradisiaca”, indipendentemente da riferimenti ad aspetti religiosi.

Probabilmente è proprio l’incapacità d’interagire con gli estremi citati che induce a praticare esperienze sospese tra i propri limiti di vedute, trasformando quella che poteva diventare un’esperienza autentica in inferno mite o in paradiso severo, sinonimi di una vita illusoria.

Contemplazione dalla Cedar Mesa (Utah)
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L’altopiano della Vita e dell’Illusione
Proprio perché le motivazioni di quell’idea non sono state sufficientemente chiarite, va ricordato che Motti, nella sua ultima monografia su Caprie, che scrisse poco prima di morire suicida nel giugno 1983, ci rivelò che l’idea dell’altopiano altro non era che la rappresentazione d’una visione della vita tratta dalla filosofia indiana.

Solo facendo soccombere in noi le progressive illusioni – diceva Motti – possiamo approdare a un altopiano esistenziale (rappresentazione orientale del paradiso terrestre) dove scompaiono definitivamente le sofferenze operate dalle illusioni, le stesse che riducono l’esistenza a una vita non vissuta rispetto a quella più autentica che a causa loro non pensiamo sia possibile vivere.

Il suo tentativo, in ogni caso genuino, di divulgare quella teoria incontrò da noi forti resistenze ad essere accettato perché la diversità dei contenuti fu vissuta dagli scettici come un vero e proprio pericolo di soverchiamento dei valori tradizionali e frainteso dai mediocri come una delle tante cocciute prese di posizione teorica dell’intellettuale torinese e pertanto, più che attecchire, alla fine fu considerato erroneamente mera utopia. Così, quell’intento interpretativo di Gian Piero, messaggero della possibilità di un ponte di scambio tra valori e interpretato erroneamente come un ponte di scavalcamento, da allora divenne solo lo spunto per capire come eliminare sempre più le componenti più disagevoli dei territori montuosi per servirsi in modo più agevole della natura verticale, per trasformare gradualmente i lembi della montagna in un “divertimentificio” accessibile, grazie anche alle autorità inclini ad asservire, per interesse, la maggioranza.

Tutto ciò si può riscontrare:
– nei giornalisti che ritengono sia stato lo sport l’attività che ha permesso l’evoluzione dell’arrampicata e dell’alpinismo;
– nei docenti che considerano la natura verticale con raziocinio privo di logica percettiva delle sue componenti;
– negli scrittori di montagna che non scrivono per dire, ma per produrre racconti dove specchiarsi;
– negli editori di guide che vorrebbero trasformare tutti gli angoli verticali d’Italia in manufatti editoriali;
– negli alpinisti che realizzano salite nel mondo non per esprimere, ma per specchiarsi nell’ammirazione degli altri;
– negli arrampicatori che hanno abilmente sfuggito il confronto con se stessi, preferendo ciò che riesce difficile ad altri;
– negli attrezzatori di tracciati geotecnici che considerano la natura verticale un mezzo da trasformare in livelli tecnici di salita.

Inevitabilmente, questi punti di vista illusori portano da possibilità speciali ad ambiti specializzati, da conoscenza della natura a considerazione tecnica, da espressività a ristrettezza creativa, da cultura a vuoto culturale, da maestria effettiva ad apparente maestria, da itinerari tecnici a tracciati geotecnici, imboccando la strada che porta dalla valorizzazione al degrado della natura verticale.

Oggi più che mai mi pare si sia definito un altopiano delle illusioni che risalta con forma decisamente concreta, proprio perché non divide i buoni dai cattivi o i capaci dagli incapaci, ma si rivela nelle idee e nel comportamento di chi si occupa o si muove per le montagne considerandole solo col filtro della propria categoria mentale.

Ma sarà sempre possibile distinguere chi sembra avere contenuti da chi effettivamente li ha, come capire le motivazioni di chi tira avanti con automatismo, passando da una ripetizione all’altra, rispetto ai desideri esplorativi scaturiti da una passione conoscitiva: basterà scegliere la via della consapevolezza. Nessun giudizio. Se esiste una verità essa va cercata nella vita stessa, che inevitabilmente serve il conto a ognuno di noi. Non c’è alcun premio o punizione divina che non sia il risultato di tutto ciò che si è costruito o fatto socialmente e da cui non si sfugge perché ciascuno di noi abita senza scampo dentro a se stesso.

A onor del vero, furono proprio le vette di fondovalle e quelle piallate dei dossi d’alta montagna che ho raggiunto camminando e arrampicando nel corso degli anni, ad annullare in me l’idea di liberarmi tramite il concetto di vetta o d’altopiano

Una volta, scendendo dalla sommità d’un masso, così minuscola da non potervi sostare, mi accorsi che le vette più esili e le sommità microscopiche non erano una caratteristica specifica delle montagne più elevate, ma pure dei fondovalle più riposti e meno conosciuti.

E che le falesie più variegate e sconcertanti non erano solo quelle di fondovalle ma anche quelle formate da lontani spalti glaciali, che una volta raggiunti si rivelarono non esser altopiani… E proprio non saprei dirvi se facendo tutto ciò mi fossi divertito o ne avessi sofferto, distratto com’ero dalla meraviglia di veder trasformare di continuo tutto quello che un attimo prima m’appariva assolutamente certo e immodificabile.

Così le masse montuose incorruttibili mi parvero non dissimili da nubi evanescenti… le une e le altre mai uguali a se stesse.

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 2

La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 2 (2-2)
di Ivan Guerini
(da Annuario CAAI 2006, per gentile concessione)

Gli infissi geotecnici e la difficoltà alterata (metà anni Ottanta)
Nel 1985, mi recai per qualche tempo e un po’ prevenuto a ripetere qualche tracciato a spit, giusto per farmi un’idea del tipo di salita. Se è vero che il progresso tecnico rende la vita indiscutibilmente più comoda, questo proprio non si può dirlo dell’arrampicata a spit che, a livello di capacità soggettiva, è oltremodo impegnativa. Si tratta di una tipologia di salita che, per numero di infissi, consente una progressione esaltante come un giro sull’ottovolante, soddisfacente come il sorriso serrato di una felicità costretta, emozionante, rispetto alla libera, quanto può esserlo l’effetto speciale d’un film rispetto a un fatto vero.

Il futuro dell’arrampicata e dell’alpinismo prospettato e realizzato dai tecnocrati
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Dato che i tracciati a spit, al pari dei nuovi itinerari che stavo percorrendo sulle falesie delle Prealpi Lombarde, si svolgevano su roccia, mi venne spontaneo confrontarli: mi domandai cosi «che tipo di difficoltà fosse quella che in mancanza d’infissi non sarebbe magari mai stata salita».

Paragonando le tre forme d’arrampicata praticate negli anni precedenti alla libera esplorativa, avevo considerato che la presenza e la quantità dei mezzi tecnici certamente “indebolivano” la difficoltà, tuttavia nei tracciati a infissi accadeva qualcosa d’ancora più marcato che andava al di là della difficoltà modificata.

La reale differenza non riguardava una presunta slealtà dello spit rispetto alla lealtà del chiodo, proprio perché l’opposta tecnologia di quei mezzi non li rendeva paragonabili. Essa era dovuta all’incidenza che sulla roccia lo spit ha rispetto al chiodo e consisteva nel fatto che chiodi, nut e friend sono mezzi tecnici che si possono inserire soltanto nelle cavità naturali, mentre lo spit è un infisso geotecnico che s’inserisce ovunque.

Questo mi diede la conferma che gli infissi, in rapporto alla roccia, non avevano tanto la funzione di assicurare gli arrampicatori da eventualità incidentali come il rischio di caduta, ma d’eliminare proprio ciò che impedirebbe loro di salire.

Da quella presa di coscienza, scaturì un interrogativo sostanziale: cosa toglieva lo spit alla roccia? Paragonando la diversa incidenza operata dagli itinerari e dai tracciati sulla “compattezza parziale” delle falesie verificai che gli infissi geotecnici trasformavano la difficoltà inalterata in una difficoltà alterata.


Stato di compattezza e natura del difficile (fine anni Ottanta)
Così, dopo due decenni di pareti esplorate, durante i quali gli anni, i mesi, i giorni e le ore erano diventati momenti di pietra percorsi, arriviamo a fine anni Ottanta, punto cruciale e svolta del discorso trattato in queste pagine.

A ben ricordare tutto cominciò nel 1972 quando, ancora adolescente, mi recai a visitare i Calanchi nell’Appennino Tosco-Emiliano assieme a Davide, mio compagno di scuola. Salendo per i loro fianchi cedevoli notai come quel fango compresso fosse costituito in superficie da scaglie cedue essiccate dal calore del sole. Frantumandosi sotto il mio peso, esse accompagnavano ritmicamente i movimenti del corpo impegnato nella salita, come il suono d’un metronomo scandisce quelli d’un danzatore.

Le fragili incrostazioni che si staccavano dalla superficie di quel fango compresso mi fecero notare che la compattezza e la fragilità di quella materia, al pari della sicurezza e dell’insicurezza da esse riflesse nella psiche di chi sale, erano componenti sostanziali di un’unità geologica indivisa come quei gemelli siamesi che non si possono separare. Due anni più tardi, arrampicandomi sulle pareti calcaree inesplorate, alle radici basali delle Grigne, sullo gneiss della Val Pogallo e sul granito a placche particolari dell’ancora misconosciuta Val di Mello, notai che l’inchiodabilità, più che un inconveniente rischioso che limitava la possibilità di progredire, era espressione d’uno stato naturale: la compattezza.

Momento d’arrampicata sulla Falesia (a compattezza parziale) dell’Avorio
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Dopo aver percorso un certo numero di pareti sconosciute caratterizzate da settori compatti, scoprii che la difficoltà non era determinata soltanto dalla grandezza o meno delle prese, dalla fatica e dalla delicatezza del sostenersi, come non era soltanto un livello nella graduatoria della scala dell’impegno, ma era formata da “componenti costitutive” che davano forma alla natura della difficoltà.

Fu un’importante presa di coscienza, che di lì a poco mi portò a considerare le proprietà speciali di quel determinato stato della roccia che, amplificando l’attenzione, attivano una sensibilità d’azione più consapevole, con la quale è necessario interagire per circoscrivere l’attitudine a rischiare.

Cosicché la compattezza divenne per me un “volto materico” dalla “voce retroattiva” che, contraendo le mie emozioni, plasmava la disinvoltura in fluidità della sequenza di posizioni fino ad attivare una sorta d’ingegno intuitivo necessario a procedere quando le possibilità d’assicurazione diventavano sporadiche. Aver compreso tutto questo fu per me più importante di qualsiasi difficoltà che avessi potuto superare.

Da qui la scelta di praticare la libera esplorativa senza mezzi che incidono sulla difficoltà inalterata della roccia: esplorare per approfondire l’interazione tra le tipologie di salita e la natura verticale.

La manipolazione della difficoltà inalterata
A metà del decennio Novanta, dopo aver salito in falesia un numero elevato d’itinerari con protezioni in sedi naturali, e altrettanti tracciati a spit, presi atto che i mezzi geotecnici in generale, come i fittoni (1400), gli infissi a espansione (fine 1930), a pressione (1960), lo spit (1982) e i fix (1990) incidevano sulla natura della difficoltà originata dalla compattezza della roccia e quindi non erano tanto “mezzi protettivi” ma piuttosto veri e propri “strumenti ottenitivi”, impiegati per manipolare la natura della difficoltà inalterata riducendola così ad una difficoltà alterata, a misura dei limiti e delle capacità di ognuno.

A questo punto è opportuno riassumere le trasformazioni operate dai mezzi tecnici e geotecnici d’assicurazione nelle differenti tipologie di salita, rispetto allo stato della roccia che origina la difficoltà:
1 – con percorsi in libera integrale (1900) senza mezzi tecnici si sale una difficoltà intatta;
2 – con itinerari in libera attrezzata (1920) da mezzi tecnici si sale una difficoltà modificata;
3 – con itinerari in libera esplorativa (1970) con mezzi in sedi naturali si sale una difficoltà inalterata;
4 – con tracciati di tecno climb (1982) a infissi geotecnici si sale una difficoltà alterata;
5 – con tracciati d’arrampicata sintetica (1985) si sale una difficoltà artefatta.

Momento d’arrampicata sulla Falesia (a compattezza parziale) di Giazzìma
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Affrontare o confrontarsi con una difficoltà sminuita
Chissà se gli arrampicatori e gli alpinisti si recano davvero in roccia per superare la difficoltà e per conoscere i propri limiti, o piuttosto, e qualche volta ne ho davvero il dubbio, abbiano scelto di adattarli con qualsiasi mezzo alla propria incapacità di superarli.

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di vedere un interessante documentario, in cui un episodio riguardante una studiosa francese di rettili evidenziava bene la differenza tra “affrontare direttamente” o “confrontarsi indirettamente” con la natura.

Mentre camminava lungo una strada in terra battuta d’una regione indiana, si trovò all’improvviso di fronte a un grosso cobra reale, che si sollevò di fronte a lei come un evento inevitabile da affrontare. La ragazza, rimasta tranquilla davanti al minaccioso serpente, prese a dondolare un foulard fino a placarlo, afferrandolo poi al collo con un gesto fulmineo. Questo esempio mi serve ad affermare che la maggioranza degli arrampicatori, quando scala su vie protette a spit è convinta di confrontarsi con un grado di difficoltà “reale”, proprio come quel cobra. Se si esamina però con attenzione la situazione, è evidente che quando gli spit sono “vicini” il confronto è “indiretto”, come se quel cobra fosse al di là d’uno spesso vetro, mentre quando gli spit sono “lontani” il confronto è “diretto” ma “alterato”, perché a quel cobra abbiamo prima tolto il veleno.

Quando si sale un tracciato a spit vicini “preposizionando” i rinvii, oppure a spit lontani “penzolando” da un resinato all’altro per provare i passaggi o proseguendo in continuità fino alla caduta, e infine riuscendo dopo numerosi tentativi, si è praticamente da secondi anche se si scala da primi – si sta salendo in “arrampicata interrotta” o con “resting aereo”. Si è così smantellata progressivamente l’incognita psicofisica, e anche la “difficoltà obbligata” risulta un “limite ristrutturato” a misura dei forti, sopra la difficoltà realmente obbligata della roccia, quella dove magari ci si può assicurare sul VII ma non sul IX.

I casi che ho citato, fanno riflettere sulla differenza che sussiste tra chi in falesia sale facilmente un difficile tracciato a spit che conosce a menadito e chi, magari sempre in falesia, sale itinerari che non conosce con difficoltà molto minori e con punti di protezione che non sa dove, come e quando potrà inserire.

Ancora Monica Mazzucchi in esplorazione sulle falesie
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Per questo, sarebbe corretto definire la “difficoltà lavorata” come “difficoltà sminuita” e chiedersi come sia possibile realizzare una “scala comparata” delle difficoltà (dove il 6b, inteso come grado “sportivo”, dovrebbe corrispondere al VII inteso come grado “alpinistico”, di esplorazione) se – in rapporto allo stato della compattezza che origina la difficoltà – il primo è una “replicazione alterata” del secondo. Da ciò si deduce che né la Scala UIAA né quella francese hanno mai tenuto in considerazione l’importanza sostanziale che ha lo stato naturale della difficoltà.

Ma è pure interessante osservare come la “difficoltà serrata” dei tracciati a infissi ha portato inevitabilmente a considerare “discontinua” la “difficoltà variabile” degli itinerari e quasi dei “sentieri” la “difficoltà sporadica” dei percorsi. Inducendo i praticanti a stimare la natura verticale col “culto della continuità”.

Oggi si afferma che lo spit ha reso tutto più onesto ed evidente rispetto al tempo in cui gli arrampicatori facevano quello che volevano potendo anche barare.

lo non ne sarei così sicuro. Ho invece la sensazione che il fatto d’aver codificato un “confronto mediato” con una “difficoltà sminuita” sia occorso a conferire agli arrampicatori un’illusione di riuscita che rimuove la necessità di affrontare la propria ambiguità: il terrore d’esser smascherati induce poi gli individui a barare per sottrarsi al giudizio storico.

La via del de-grado
Perché voler considerare chi s’arrampica così drasticamente diviso dalla natura della roccia, se su di lei egli si reca proprio per superare i propri limiti? Probabilmente, il “limite di difficoltà” ancora oggi insuperato non si trova sulla roccia ma riguarda i “limiti dei punti di vista”.

I “limiti dei punti di vista” che i tecno climber hanno della roccia, mi hanno sempre lasciato amareggiato per il loro modo di considerarla, sconcertato per la confusione d’idee piene di contraddizioni, e avvilito per le conseguenze che ne derivano.

Ricordo che nel recente passato c’era chi si è domandato perché «si sono accettate senza problemi le corde in nylon, ma la stessa cosa non accade con gli spit?» Ma cosa c’entra il miglioramento del materiale tecnico con l’intervento del materiale su roccia? Sono due cose diverse, perché la prima riguarda effettivamente il progresso tecnico, la seconda “considera tecnicamente” la natura verticale.

Ricordo molti altri che, per descrivere pareti, hanno spesso impiegato la parola “roccia cattiva” per indicarne le caratteristiche d’instabilità. In realtà essi rivelano solo come un punto di vista “esteticamente deformato” da un’idea di fondo di “bello e pulito” inevitabilmente porti a dare un giudizio spregiativo della natura verticale.

Il giorno delle prime ascensioni del Sass Négher (1977)
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Ricordo altri ancora che hanno ritenuto l’attrezzatura di pareti come Sassella, Sirta e Sasso Remenno un modo di salvaguardarle. Eppure quando si attrezza interamente una parete con infissi permanenti e applicazioni di resina non si tutela ma si determina semmai la “certezza di percorrenza”, rivelando come questo modo di “bonificare” sia in realtà una “idea d’epurazione” dalle componenti naturali contrastanti gli obbiettivi di sistemazione.

Come ho già avuto modo di riportare nell’articolo Rispettare gli habitat verticali pubblicato su Lo Scarpone n. 9 (settembre 2006) e nel sito Internet d’arrampicata Lario Climb, il lavoro di disgaggio del Sass Négher è stato ritenuto nientemeno che didattico, con valenze culturali, addirittura di tutela pubblica e ambientale, un elenco di valori esattamente opposto a com’è stata trattata la natura verticale di quella parete. Per via dei rari ancoraggi lasciati come testimonianze storiche di passaggio lungo gli itinerari, si poteva pensare che gli autori di quell’operazione (che hanno comunque lasciato sul campo stick, chiazze di resina e tentativi di foratura) non fossero informati dell’esistenza di quelle vie.

Recentemente però, sulla Scogliera di Plasmateria, che cade a picco sulle acque del lago di Lecco accanto alla Punta di Morcate (dov’era già stata resinata e ri-nominata la difficile Casalingofrenìa) sono stati attrezzati a infissi tutti gli itinerari saliti assieme a M. Garavaglia nel luglio 1987 (ne cito cinque: il Diedro No-Gara, Tegulaitìs, Estasi Scultorea, Tarcisio Fazzini, Clessidrathlon), nonostante la presenza evidente di qualche chiodo e di diversi anelli di corda sulle clessidre. In questo caso proprio non si può affermare che gli itinerari non erano visibili.

Tutto ciò dimostra l’incapacità, da parte degli attrezzatori, di considerare la “valenza culturale” degli itinerari storici pre-esistenti e soprattutto quella riguardante la natura verticale delle falesie.

Inevitabilmente penso alle considerazioni di Gian Piero Motti nella sua ultima monografia su Caprie, nel periodo precedente al suo suicidio, che mi parvero naufragare nella disperazione, in balìa dell’impossibilità d’approdare dai “flutti della storia” alla “terra ferma del mondo naturale”. Punto di partenza e arrivo dell’attività, delle vicende e della vita stessa.

Valorizzare evitando di degradare
Perché mai gli infissi geotecnici dovrebbero essere considerati strumenti così negativi? Ho l’impressione che molti arrampicatori non si rendano ancora conto di ciò che ha comportato la loro applicazione dilagante.

Basta analizzare per sommi capi la storia dell’arrampicata per accorgersi che il passaggio intercorso da alpinismo tradizionale (1900) e arrampicata libera (1920) ad alpinismo attrezzato (1982) e arrampicata sportiva (1985) ha condotto a quella tipologia di salita, praticata di rado a partire dai primi anni Novanta, che si serve di tacche scavate, asperità resinate, sassi (e più raramente prese sintetiche) applicati sulla roccia e che per questo può essere considerata arrampicata de-gradata.

Prospettive per il futuro delle pareti di fondovalle e media montagna?
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Ai fautori dello spit questo mezzo è apparso una possibilità efficace per realizzare una “sicurezza assoluta” che avrebbe definitivamente sconfitto la “possibilità di rischiare” in modo da permettere all’arrampicata di compiere uno “scatto evolutivo” rispetto al “progresso sulle difficoltà”.

Tuttavia non si è tenuto conto che l’impiego codificato e poi sempre più diffuso dello spit avrebbe attivato un processo incidentale caratterizzato da ripercussioni relazionali e conseguenze ambientali tali da causare una regressione culturale in rapporto alla natura verticale.

A partire dall’utilizzo dello spit, molti si sono sentiti coinvolti, provocati o in dovere di dire la loro, ognuno con le proprie convinzioni, col proprio livello di chiarezza, giustificandone in genere l’impiego indiscriminato. Come ho già detto, questo ha portato a sostituire nella mentalità della maggioranza degli arrampicatori l’idea di “scoprire per valorizzare” con l’idea di “attrezzare per affermarsi”.

Il fatto di utilizzare la medesima tipologia di attrezzatura su rocce differenti ha poi un effetto omologante sulle caratteristiche della geodiversità che di conseguenza elimina, nella percezione degli arrampicatori, la funzione specifica che i litotipi hanno in rapporto al salire, inducendoli ad agire pensando il meno possibile e trasportando il degrado culturale in quello ambientale.

Indipendentemente da quanto possano essere informati coloro che attrezzano falesie con l’impiego di mezzi che incidono sulle componenti naturali della roccia, essi hanno comunque sviluppato una mentalità che li porta a non considerare saliti o salibili determinati settori. Ecco perché, pur trovando tracce di passaggio, in tanti casi hanno dimostrato di non avere un approccio corretto con i percorsi e gli itinerari realizzati in precedenza.

Ci si deve rendere conto che una grande parete alpina non vale di più di 10, 100, 1000 piccole falesie, poiché queste ultime sono caratterizzate da un ecosistema più delicato, dove sussistono caratteristiche geomorfologiche più deteriorabili, oltre al fatto che vi stazionano specie animali e vegetali che in ambienti glaciali non ci sono.

Se è vero che gli addetti ai lavori considerano la roccia e gli itinerari pre-esistenti uno strumento del loro mestiere, non dovrebbero comunque intervenire con una tipologia di sistemazione a impatto sui micro habitat verticali, poiché questi non appartengono al loro modo di ragionare ma a tutti.

Certe falesie vanno frequentate sporadicamente e in punta di piedi, nel rispetto della specificità delle loro caratteristiche e componenti, ricordando sempre che il mondo è grande e non va chiuso in una visione ristretta, in quanto ogni sua parte è collegata alle altre e, per essere preservata, richiede lungimiranza da parte di ciascuno di noi.

Il fatto che in montagna ognuno abbia la libertà di prodursi come meglio crede è legittimo, questo però non presuppone il diritto di “fare quello che ci pare”.

Se è vero però che ripristinare ciò che di un luogo va perduto, come vecchi sentieri o alpeggi in rovina, in giusta misura e non dovunque, può far parte di un discorso di salvaguardia del patrimonio storico e ambientale, riflettendo sul significato autentico della “valorizzazione” ci si accorge che non si può farlo smantellando, estirpando, diserbando e resinando senza ritegno le componenti costitutive della natura verticale. Proprio per questo è necessario fornire esempi di relazione formativa per valorizzare evitando di degradare.

La via del de-grado pienamente realizzata sul Muro della Perla e su quaranta dei numerosi itinerari precedentemente saliti lungo i settori della Falesia di Fiumelatte
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Un’attività esplorativa come testimonianza propositiva
Perché mai, per quasi quarant’anni, ho mantenuto il riserbo sulla gran parte di zone che ho esplorato? Se ne fossi stato geloso, a fine anni Settanta non avrei mai evidenziato la particolarità della Val di Mello, né mai avrei rivelato vent’anni dopo l’esplorazione avvenuta sugli speroni della Val Pogallo e le pareti montuose dell’alta Val Grande.

Scorcio sulla Falesia dell’Avorio, dove negli anni ’80 furono saliti in libera esplorativa (con mezzi tecnici d’assicurazione in sedi naturali) numerosi itinerari (113 fondamentali) da 30 a 350 m dal V al IX
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Dopo il decennio Ottanta pubblicai alcune monografie esplorative (Dalla parte delle pareti, Sasso di Dascio, Cima delle Dune) sulle pagine della Rivista della Montagna, rivolte principalmente alla conoscenza e alla frequentazione consapevole della natura verticale, probabilmente le prime a essere concepite in quel senso, dato che il parere degli ambientalisti mi pareva più concentrato sulla tutela dell’avifauna che in loro nidifica che alle componenti specifiche della roccia. La ragione per cui non scrissi più nulla in seguito è dovuta al fatto che nel periodo in cui terminavo d’esplorare quelle zone, stava decollando la tecno climb a infissi che comportava un evidente impatto tecnologico sulla roccia. Come esploratore dell’ingente quantità di strutture esistenti mi sentivo responsabile della loro divulgazione perché l’affollamento invasivo le avrebbe certamente alterate fino a trasformarle da ecosistemi verticali a “parco giochi”.

Per il fatto che il Gioco Arrampicata della Val di Mello era stato interpretato come un modo per “Prendersi Gioco della Roccia”, considerai che i tempi non erano maturi e ritenni che fosse più importante continuare ad esplorare, anziché opporre alla “ideologia del trapano” contenuti che sarebbero stati certamente considerati polemici e prettamente introspettivi.

Sulla sommità del Pilastro d’Argento pensai…
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Le Zone No spit
Nel 1999, in occasione della pubblicazione del libro sulla Val Grande e Val Pogallo, ho proposto per quelle zone il logo Zone No Spit, un concetto di salvaguardia della consapevolezza per l’identità geostorica dell’ecosistema verticale, affinché questo non sia più vissuto col punto di vista tipico di un “ottica museale” ma percepito per le qualità delle sue componenti costitutive.

Pertanto, se in questi anni sono stati attrezzati sulle falesie di Lombardia un’ingente quantità di tracciati di tecno climb a infissi geotecnici dalle difficoltà alterate, allora è necessario preservare anche la testimonianza storica delle centinaia tra falesie, rupi e speroni da me esplorati nelle Prealpi e nelle Alpi Lombarde, in compagnia d’amici dal 1977 al 1997, con itinerari compiuti in libera esplorativa (con mezzi tecnici di protezione in sedi naturali) senza aver inciso sullo stato di compattezza delle difficoltà inalterate dal IV al IX.

Ricordo ancora ciò che pensai il giorno in cui raggiunsi la sommità del Pilastro d’Argento, una gigantesca stele che svetta come una lapide opaca in uno dei luoghi più remoti delle Alpi Retiche, parete di montagna che aveva le medesime caratteristiche delle fiancate di fondovalle: un conto è servirsi della roccia per ottenere risultati, cosa ben diversa è servirsi dell’arrampicata per conoscere la natura verticale e se stessi tramite lei.

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 1

NaturaVerticale-1-Grande 1999Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale, realizzato assieme al grafico Marco Agnelli in occasione del primo libro che scrisse sulla Val Grande. Quell’abbinamento permise al novello marchio di essere “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti allora impercorse di quello che può essere considerato il Parco Nazionale più selvaggio d’Europa.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che provochi un sommovimento di coscienza al riguardo della Natura verticale.

La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 1 (1-2)
di Ivan Guerini
(da Annuario CAAI 2006, per gentile concessione)

Allo stato di compattezza, origine geologica del difficile

Allacciate le cinture!
L’intento di questa mia analisi è di trattare il rapporto tra le tipologie di salita e la natura della roccia che origina la difficoltà, considerando anche l’impatto dovuto ai differenti mezzi tecnici impiegati per assicurarsi. Si tratta di argomenti che mi stanno molto a cuore, poiché la messa a fuoco del loro significato mi ha permesso di diventare più consapevole nel mio agire sulle pareti e ritengo sia giunto il momento di esporli nella loro essenza e interezza.

Pur arrampicando come tanti nei luoghi più conosciuti e avendo salito itinerari significativi nelle Alpi, in me prevalse fin da subito la curiosità d’esplorare le pareti sconosciute. Pertanto praticai soprattutto la libera esplorativa con assicurazioni in sedi naturali, un’attività conoscitiva unificante ed extra ordinaria, dal momento che permetteva di muoversi in montagna, in falesia e sui massi nella maniera più essenziale possibile. E soprattutto a contatto diretto con la vera essenza della natura verticale.

I quasi quarant’anni trascorsi a contatto con la roccia mi hanno permesso di scoprire che essa non è soltanto quella superficie immobile o cedevole, facile o difficile, piacevole o repulsiva che tutti conosciamo, ma è materia formata da componenti che possono suscitare emozioni che intervengono sulle azioni.

Monica Mazzucchi
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Il fatto di non aver vissuto le pareti salite come “specchi delle mie brame” che riflettessero soprattutto le mie capacità, mi ha portato a considerare che le motivazioni rette da fini agonistici e antagonistici, ai quali troppo facilmente ci si adegua, non risultano essere le uniche o le più adatte per affrontare le montagne consapevolmente se davvero s’intende intraprendere un modo rinnovato di rapportarsi alla roccia e al modo di percorrerla. Rivolgo questa mia analisi soprattutto a coloro che non considerano importante ciò che contraddistingue i percorsi (da interpretare per mancanza di riferimenti tecnici), dagli itinerari (da identificare per sporadicità degli stessi) o piuttosto tracciati (da eseguire in relazione ad infissi costanti), che ritengono la difficoltà un valore indipendente dalla presenza dell’attrezzatura, o che addirittura reputano le rocce delle falesie e delle pareti dei semplici mezzi in funzione all’arrampicata e all’alpinismo di prestigio. A mio avviso proprio il fatto d’averle considerate “mezzi” è stato un limite cruciale che ha allontanato dalla possibilità di praticare un cammino conoscitivo in rapporto alla roccia, tramite le tipologie di salita.

Se avrete la pazienza di leggere queste pagine, noterete che il tono perentorio di talune affermazioni non è una presa di posizione in difesa d’una propria etica, ma serve a rimarcare le sfumature che temevo potessero non esser considerate a sufficienza. I protagonisti inerenti ai fatti sono stati citati di rado perché avrebbero distolto l’attenzione dal senso delle vicissitudini che mi premeva evidenziare. Non vi nascondo che la fatica a procedere “percorrendo” questo scritto, dove gli avvenimenti analizzati derivano sempre dalle attività praticate, mi ha richiesto una concentrazione pari a quella d’affrontare una difficile parete impercorsa, salita da solo e senza materiale. Infatti, se dovessi dire quali sono stati i passaggi “più difficili” incontrati, non esiterei a identificarli con la messa a fuoco dei differenti punti di vista della natura verticale, certamente più impegnativa di certe lunghezze di corda che mi è capitato di salire.

Nel periodo in cui ho assemblato questi argomenti si sono succedute giornate invernali di bel tempo, durante le quali l’arrampicata non mi è però mancata, per il fatto che il “desiderio di salire” si è spostato sulla necessità avvincente di “provare a spiegare” considerazioni che in prima battuta difficilmente risultavano lineari.

Questo lavoro poteva risultarmi gravoso per il fatto che non mi riesce facile scrivere… A dissolvere questo ostacolo ci pensarono i due gatti che vivono con noi, sonnecchiando al silenzioso passare delle ore, sognando al trasformarsi dei concetti, miagolando alle riflessioni centrate, sussultando alle difficoltà di comprensione, per poi stirarsi soddisfatti al dissolversi dei dubbi. Scrutato dagli occhi fissi di quelle due enigmatiche civette quasi come un’alchimista d’oggi assorto davanti alla “sfera di cristallo” del computer, mi ritrovai a tritare nel crogiolo del pensiero la sostanza dei fatti filtrandoli in concetti per trasformarli in parole, fino ad affacciarmi sul senso compiuto della natura verticale che da ragazzo avevo intravisto, ma che non avevo la capacità di spiegare.

La libera integrale e la difficoltà intatta (primi del Novecento)
Per comprendere le vicissitudini della storia dell’arrampicata è necessario considerare brevemente le motivazioni che l’hanno caratterizzata.

Da sempre si dibatte sul torto o la ragione di questa o quell’etica, sulla “purezza della libera rispetto all’impurità dell’artificiale”, su quali siano i mezzi tecnici “leciti” e quali invece quelli “illeciti”, sul valore di una “difficoltà mai definita”, in funzione di un’auspicabile “onestà d’esecuzione” delle salite. Disquisizioni che, nel loro ripetersi senza mai soluzione, hanno concorso a schierare il fronte della conservazione dei “valori tradizionali” contro quello della loro “moderna trasgressione”, determinando un contrasto ideologico che ha decentrato l’attenzione dei praticanti dall’essenza del teatro di cui stavano parlando, fino ad allontanarli del tutto dalla possibilità di considerare la reale entità della natura verticale.

1975 – Mario Villa sale in libera integrale, nello stile “primi del ‘900”, lo spigolo sud della Torre Portorella (150m, VII-)
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Il meccanismo storico dei dissidi e dei contrasti è lo stesso che possiamo riscontrare nella storia dell’arte, dove vi sono movimenti nascenti che ritenendosi “innovativi” tendono a soverchiare culturalmente quelli precedenti a loro.

Va però sottolineato come nell’arte moderna sia evidente la distinzione tra i contenuti figurativi delle «opere artistiche», quotate cifre esorbitanti per il loro inestimabile valore, e le varie «performance concettuali» che dal punto di vista dei “contenuti figurativi” non sono facilmente comprensibili, proprio perché le performance, più che “opere”, sono vere e proprie “operazioni” di mercato.

Una definizione di valori in tal senso dovrebbe valere anche per l’alpinismo, dove però non furono mai fatte distinzioni sostanziali che rammentassero come l’arrampicata su roccia sia soprattutto un’attività in stretta relazione con una natura verticale. In conseguenza di ciò, l’invenzione dei mezzi geotecnici (o protezioni fisse a pressione o espansione), ha contribuito sempre più a far considerare come opere ciò che invece sono performance.

Dallo stratagemma protettivo dei mezzi tecnici, all’espediente ottenitivo degli infissi geotecnici
Chi ha provato a salire in cordata, senza mezzi tecnici d’assicurazione un percorso non conosciuto lungo un’alta parete verticale, come succedeva agli albori dell’arrampicata, sa bene che la “corda libera” in caso di caduta difficilmente funge da punto d’assicurazione. Tuttavia, ciò che d’importante rivela la libera integrale è che senza chiodi sulla roccia la difficoltà che si supera resta intatta.

Quando la “necessità di superare” le difficoltà delle pareti spinse ad affrontarne di maggiori, si escogitò lo stratagemma che permise di continuare comunque a procedere: furono inventati i primi mezzi tecnici definiti chiodi. Così ai “percorsi” senza impiego di mezzi tecnici in libera integrale praticati fino a quel momento, s’aggiunsero gli “itinerari” in libera attrezzata con mezzi tecnici che si utilizzavano come punti d’assicurazione e, non escluso, d’aiuto.

Se è vero che in un primo momento il loro impiego serviva a proteggere l’incapacità dei salitori dalle difficoltà opposte dalla natura verticale vissuta come “nemica”, in seguito vi fu chi considerò come “vero nemico” la “difficoltà d’assicurarsi”. Fu quest’idea che, dallo stratagemma dei mezzi tecnici come i chiodi, portò a escogitare l’espediente degli infissi geotecnici a espansione, derivanti dagli antichi fittoni.

Vi chiederete perché ho definito “stratagemmi” i mezzi tecnici ed “espedienti” gli infissi geotecnici. Per spiegarmi meglio, un conto è migliorare la funzione dei mezzi d’assicurazione per non rischiare, altra cosa è ritenere rischiosi i passaggi della roccia che ostacolano l’incapacità di salita, arrestando la possibilità di realizzare.

Distillare le idee e le motivazioni delle differenti tipologie di salita mi ha permesso di comprendere più a fondo la situazione attuale. Se l’idea della libera integrale era di «salire solo dov’era naturalmente possibile» e quella della libera attrezzata e dell’artificiale di «salire o progredire anche dov’era possibile solo tecnicamente», con l’arrampicata a spit l’obiettivo diviene «salire dove non era naturalmente possibile».

Ciò significa che gli effettivi requisiti di salita furono per la libera integrale = «lo ho bisogno della difficoltà intatta della roccia», per la libera attrezzata = «lo ho bisogno di mezzi tecnici per modificarla», per l’artificiale = «lo ho bisogno solo di mezzi tecnici» e per l’arrampicata a spit = «lo ho bisogno di difficoltà alterate».

Da ciò si deduce che l’arrampicatore non ha mai avuto realmente interesse per la roccia e la difficoltà da essa originata, ma si è soprattutto concentrato a realizzare tipologie di salita che gli permettessero di confrontarsi con difficoltà manipolate, da adattare al livello delle proprie incapacità. Pertanto la roccia non è mai stata considerata per quello che davvero è, ma più che altro come un “campo di battaglia” per punti vista contrastanti.

La libera attrezzata e la difficoltà modificata (fine anni Sessanta)
Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni Sessanta, si era soliti parlare di roccia ed avere scambi d’opinioni fra arrampicatori, discutendo dei “gradi di difficoltà” o degli “itinerari più impegnativi” del momento. Si trattava d’una tendenza che non riguardava necessariamente i capaci o gli esperti ma gli alpinisti in genere, che si dividevano sostanzialmente in due fazioni, i “liberisti” e gli “artificialisti”, poiché in genere si discuteva del numero di chiodi utilizzati per assicurarsi o per progredire.

Il fatto che dalla corrente degli artificialisti si sia staccata quella dei tracciatori di direttissime a espansione, realizzate per trasgredire all’etica ferrea dei liberisti, fece sì che, per reazione, tra gli arrampicatori liberi più forti di allora ci fosse la tendenza a non utilizzare, o talvolta addirittura a eliminare, i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie sulle salite più impegnative.

Reinhold Messner, nella sua attività giovanile sulle pareti delle Dolomiti, utilizzava un numero ridottissimo di chiodi, per tutelare gli itinerari estremi del passato e quelli nuovi da lui saliti. Le sue coerenti motivazioni, che si presume partissero da considerazioni derivanti dalla pratica e non da contorte elucubrazioni, furono espresse in un suo articolo, diventato una pietra miliare nella storia dell’alpinismo, intitolato L’assassinio dell’impossibile. Quel suo punto di vista inflessibile, scatenò il disappunto dei maître à penser di casa nostra i quali presero le difese di un alpinismo più attrezzato che consentisse di salire anche a coloro che non ne erano all’altezza e, dal pulpito elevato della loro supponenza, tacciarono il forte tirolese nientemeno che di “superomismo”!

Successivamente al fermento di quel periodo, come tanti giovani d’allora, anch’io fui incuriosito dalla possibilità d’affrontare difficoltà su roccia sempre maggiori. Per farlo abbandonai la libera e l’artificiale convenzionali praticando una libera a “protezioni ridotte” lungo gli itinerari ben chiodati, e una libera attrezzata senza tirare i chiodi che venivano utilizzati di solito per progredire in artificiale. Tuttavia, il fatto che la difficoltà superata con quelle due tipologie di salita fosse in ogni caso attrezzata, mi fece capire che si trattava di difficoltà modificata.

1980 – Sulla via Direttissima ai Denti della Vecchia: libera a protezioni ridotte
Denti della Vecchia (Canton Ticino, Svizzera), I. Guerini su via Direttissima

La libera esplorativa e la difficoltà inalterata (primi anni Settanta)
Nella prima metà degli anni Settanta, la necessità di salire pareti impercorse, m’indusse a praticare la libera esplorativa con “protezioni in sedi naturali” e pertanto passò in secondo piano la ripetizione costante d’itinerari.

Certamente, il fatto d’averla praticata come attività principale anche lungo pareti non particolarmente difficili, in un periodo in cui contavano soprattutto le ripetizioni degli itinerari più prestigiosi o impegnativi, poteva far pensare che fossi un individuo in rotta con l’idea di confrontarsi con le salite storiche più impegnative.

1984 – Libera attrezzata: M. Mazzucchi e C. Curatolo sulla Paolo VI al Sasso d’Introbio
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In realtà, le ragioni che mi spinsero a praticare la libera esplorativa, sia in falesia sia in montagna, non si rifacevano né all’idea “purista” della libera integrale praticata da Paul Preuss o Angelo Dibona nei primi del Novecento, né tantomeno all’idea di limitare rischiosamente i punti d’assicurazione quale ostentazione d’una capacità acquisita. Esse dipendevano invece da un impulso conoscitivo verso la natura verticale più che dal confronto con la difficoltà in se e per sé.

1983 – Beppe Villa mi osserva sulla via Bonatti ai Magnaghi
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Praticandola mi accorsi che si trattava di un tipo di salita assai più impegnativo perché all’impegno fisico s’aggiungeva la fatica di doversi assicurare e a quello psichico il timore di cadere che deteriorava la resistenza nervosa. Ma soprattutto s’interagiva col mondo sconosciuto che inizia una volta valicata la frontiera dei riferimenti prevedibili.

Il fatto di piazzare mezzi tecnici d’assicurazione sulla roccia impercorsa, amplificava di molto la fatica della difficoltà da superare. Ciò mi fece considerare che esisteva una difficoltà più impegnativa di quella che abbiamo visto modificata dall’attrezzatura e pertanto mi domandai come avrei potuto definirla.

Considerando quei settori di roccia dove non ci si poteva assicurare ma dopo qualche tentennamento si riusciva a salire in libera lo stesso, constatai che la difficoltà superata, pur non intatta come quella della libera integrale d’inizio secolo era di fatto una difficoltà inalterata e si sapeva di che livello era solo dopo averla salita.

La libera esplorativa metteva in luce che si poteva salire la difficoltà inalterata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi era contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” a tutti i costi di essere all’altezza. Viceversa ci si poteva trovare coinvolti nella sfida tra i “propri limiti” e la “possibilità d’affermarsi” sull’orlo spiovente della “necessità di rischiare”.

Sulla roccia s’incontra il rischio che s’incontra in ogni momento della vita: per rischiare un po’ meno è necessario non rinunciare a prestare costante attenzione, lo rammenta persino il cibo che può andare di traverso a tavola quando si è sovrappensiero.

Dallo spit all’onda d’urto della tecno (primi anni Ottanta)
Nei primi anni Ottanta, sulla scena storica dell’alpinismo e dell’arrampicata comparve lo spit, già utilizzato nel campo della speleologia. Questo altro non era che un antico fittone perfezionato, introdotto quando prese corpo la convinzione che, per continuare a progredire sulle difficoltà della roccia, era necessario inventare un mezzo che consentisse di proteggersi “da meglio a sempre”.

Si trattava d’un marchingegno che consentiva di praticare una tipologia di salita definitivamente disancorata dall’idea d’esplorazione che, da quel momento, fu considerata un’attività più rischiosa che difficile.

L’arrampicata a spit, che imponeva tassativamente di non attaccarsi agli infissi, fu chiamata “free climbing”, e ciò erroneamente, visto che quel concetto di provenienza nord americana in realtà era inteso soprattutto come “libera arrampicata” e non come attività di salita che risultava in pratica vincolata alla presenza costante di protezioni, per lo più fisse, o soltanto fisse, come è poi diventata da noi.

Libera esplorativa sulle pareti alpine delle Alpi Retiche: Torre Meridionale del Cameraccio, parete ovest (700 m, Vl+)
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In seguito, per codificarne la funzione alla luce delle prime competizioni ufficiali, fu chiamata “arrampicata sportiva” e di lì a qualche tempo si trasferì sul “sintetico”, una ricostruzione artefatta della struttura del conglomerato, terreno più adatto a gareggiare a tutti i livelli e a mettere con le spalle al muro i limiti fisici effettivi d’ognuno, stressando sempre più i requisiti singoli di forza e resistenza.

Quando si affermò l’abitudine di realizzare tracciati a infissi permanenti, al concetto di “itinerario esplorato” si affiancò quello di “tracciato costruito”. Da quel momento la falesia non è più considerata una bancata di roccia quale realmente è, ma piuttosto una mera “superficie attrezzata”, al punto che oggi la maggioranza degli arrampicatori distingue una “falesia” da una “parete alpina” solo per il modo in cui esse sono attrezzate, molto sicure a spit, o più precarie a chiodi. Vorrei infatti precisare che la distinzione tra le falesie e le pareti montuose non sta solo nella distanza da valle (dato che nelle Alpi ve ne sono alcune che richiedono avvicinamenti di qualche ora), non è dovuta alla loro grandezza (basti pensare alle bastionate del Resegone, del Daìn e del Croz dell’Altissimo che collocate in territori decisamente miti, potrebbero essere considerate medie, grandi e immani falesie), e nemmeno dipende dalla tipologia d’attrezzatura utilizzata, come dimostrano le salite delle tre bastionate sopracitate, percorse praticamente in libera dai tre valenti arrampicatori Walter Bonatti, Bruno Detassis e Matteo Armani, a partire dal 1930, e che hanno anticipato di qualche decennio la concezione dell’arrampicata in luoghi miti, mitizzata negli anni Settanta sul modello yosemitico, identificato in Europa con le fiancate del Verdon e del Vercors.

La reale distinzione tra le falesie e le pareti montuose è dovuta alle loro caratteristiche naturali: l’orogenesi che le ha formate, lo stato della materia che le costituisce, il territorio più o meno glaciale in cui sono situate. Il fatto che la salita dei tracciati a spit fosse “reale” soprattutto per via dei mezzi impiegati, ma “irreale” se priva di questi rispetto alla natura verticale, di primo acchito mi fece paragonare la tecnologia di questo tipo di salita alla realtà virtuale.

Di lì a poco però, considerai che quel giudizio valeva solo per quell’istante storico, poiché l’avvento della biotecnologia rendeva il raffronto con la realtà virtuale inesatto a definire il valore dell’arrampicata a spit, che era soprattutto una tipologia di salita geotecnologica derivata dalla fusione tra l’etica della libera attrezzata e i mezzi di progressione dell’artificiale a espansione.

Perché mai l’arrampicata a spit ha attecchito così tanto nella mentalità degli arrampicatori? Credo perché ai giovani inesperti è proposta come l’approccio più diffuso, o unico, per iniziare, per gli adulti esperti è un mezzo per rimettersi in forma o per migliorarla e, volendo ironizzare un po’, per gli anziani, che in pensione da tempo arrampicano ancor più dei professionisti, è un modo per mantenersi allenati e passare del tempo con giovani meno in forma di loro!

Libera esplorativa sulle pareti alpine dell’arcata Orobica: Variante delle risonanze occulte al pilastro sud del Pinnacolo di Maslana (VII)
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Dal tempo della prima utilizzazione dello spit si definirono nei praticanti quattro diversi modi di pensare; i tecno-etici che non utilizzano spit sulle vie del passato, ma solo sulle pareti che a detta loro rappresentano il futuro; i tecno-selettivi che mettono gli spit dal basso e a distanza sempre maggiore; i tecno-conformisti che non attrezzano, ma si servono dei tracciati a spit per allenarsi; e i tecno-indifferenti che considerano itinerari e tracciati solo due modi di salire compatibili. Per poter inserire questa nuova tipologia di salita nel contesto delle precedenti, fu confezionata rapidamente un’etica con le opinioni dei praticanti, che aveva come comune denominatore dei vari punti di vista una considerazione della “roccia come mezzo” in funzione all’arrampicata, contribuendo a potenziare quel vuoto culturale che oggi, consapevolmente o meno, avvertono in tanti sotto forma di mancanza di contenuti.

Va detto che all’inizio gli attrezzatori a spit incontrarono soltanto la disapprovazione, reattiva ma debole, di coloro che fecero qualche febbrile tentativo di marchiare eticamente i territori d’azione che sentivano propri, senza però indicare direzioni alternative. Questo fece sì che non si attivasse alcun processo di bilanciamento culturale.

Fu così che, dalle ceneri dei primi infissi rudimentali decollò la tecno climb, tipologia di salita per la quale era giustificato l’impiego massiccio dello spit, che ha portato a sostituire il concetto di “scoprire per valorizzare” con quello di “attrezzare per affermarsi” e di conseguenza ad agire considerando sempre meno la natura verticale.

1987 – M. Garavaglia su uno strapiombo a spit
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I limiti di una pianificazione costrittiva
Ciò che mi sconcertò maggiormente in quel periodo fu che, in rapporto alla natura verticale, il “percorso da trovare” venne prima trasformato dall’impiego dei mezzi tecnici in “itinerario da ubicare”, e con lo spit fu definitivamente modificato in “tracciato da eseguire”. Questa evoluzione (in realtà involutiva) rivelava la necessità di avere costantemente dei riferimenti guida, scanditi e progressivi… ma per andare dove?

Il fatto di realizzare una “difficoltà obbligata” (dalla distanza degli infissi) sopra la “difficoltà naturale” (opposta dalla roccia) è tipico di un punto di vista che ha frainteso il concetto di “costruire” con quello di “creare”, come fosse giostrato da un’idea d’onnipotenza ri-costruttiva della natura. Più che un punto di vista “illuminante” e innovativo, mi pareva un’idea dai contenuti simili a fievoli “lumini” nella camera mortuaria del pensiero “illuminista”.

Il fatto che in un tracciato a spit la difficoltà sia confezionata dal ragionamento selettivo di taluni, è la dimostrazione che si tratta di un’arrampicata vincolante, più che intransigente, per il fatto che il “volere” è costantemente trasformato in “dovere” e pertanto si rivela all’opposto d’ogni “realizzazione espressiva”.

Quell’idea che ammaliava con l’allettante prospettiva di un’arrampicata e un alpinismo da adattare a tutti, e quindi “attrezzati” ma non certo “sicuri”, non mi pareva innovativa per il fatto che era molto simile alla proposta d’un vecchio motto d’inizio secolo (primi del Novecento) riveduto e corretto: le “Alpi al Popolo”, che al tempo occorse per incentivare gli iscritti delle sezioni a recarsi, oggi diremmo “riversarsi in massa”, sulle nostre montagne. Sostenere che sulla natura verticale una “attrezzatura stabile” corrisponda a una “sicurezza effettiva” sembra il sogno di un’ideologia che prospetta un futuro di possibilità “a senso unico” e “uguali per tutti”, e che confonde una pretestuosa “libertà d’azione” con un “andar per monti” apparentemente non-costrittivo.

Era un modo di trattare le montagne e le pareti che non condividevo poiché, più che tener conto della storia in relazione alla natura, considerava la natura verticale in funzione a una omologante pianificazione della geodiversità, e cioè un qualcosa da rendere sempre più accessibile secondo dettami prettamente teorici, e in definitiva da snaturare.

(continua)

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Dalla parte delle pareti

Sul blog ilgiardinetto47.it il 30 ottobre 2014, a firma di Roberto Robi Colombo, esce un post assai interessante che riporta in formato pdf un articolo di Ivan Guerini apparso nel novembre 1990 sulla Rivista della Montagna. L’autore del post commenta:

Nel lontano – oramai – novembre 1990 un tale Ivan Guerini scriveva sulla Rivista della Montagna (la prima rivista laica – cioè non CAI –  di alpinismo e dintorni) un articolo dal titolo Dalla parte delle pareti.
Ivan Guerini è in realtà molto più famoso per altre cose che non per questo scritto: la scoperta della Val di Mello, l’VIII fatto con le Superga risuolate in Aerlite, l’attività esplorativa nel Lecchese, nell’alto Lario e in Val Grande. Un grande personaggio fuori dagli schemi, involontario protagonista del logo Mello’s che ha sempre vissuto l’alpinismo e l’arrampicata in modo mistico e non sportivo.
Per questo rilancia nel 1990, nel pieno boom dell’arrampicata sportiva, un approccio più “naturale” e più “leggero”. Leggetevi il suo articolo e capirete.
Ma la cosa più interessante per i curiosi frequentatori del Giardinetto sono gli schizzi allegati all’articolo: ci riportano una zona del Lecchese pre-spit, con vie e nomi scomparsi o caduti in disuso.
Ecco quindi un bel quiz: come si chiamano ora le strutture citate? E che fine hanno fatto le vie salite da Ivan & C.?“.

Ci siamo ricordati anche noi di quel bell’articolo apparso ormai 25 anni fa. Abbiamo creduto opportuno riportare, qui, le riproduzioni dei disegni originali di Ivan Guerini che corredavano l’articolo. Auguro a chi vorrà rintracciare i suoi itinerari “buona caccia”!

Disegno 1
Disegno 2
Disegno 3
Disegno 4
Disegno 5

Ivan Guerini
DallaPartedellePareti-1

Dalla parte delle pareti
(Pradello, Giazzima, l’Avorio)
di Ivan Guerini
(da Rivista della Montagna, novembre 1990)

Inconsueto per i tempi. È la prima impressione che un articolo di questo genere può suscitare. Quella di uno scritto tipico di una mentalità ormai superata, lontana cioè dal modo di pensare e di agire che ora va per la maggiore. Ma bisogna che ci capiamo: essere fuori dalla mentalità attuale non vuol dire aver perso il contatto con la realtà, può invece significare guardare l’attualità dal di fuori. La maggioranza di chi arrampica ora non si accorge di quanto succede al di là del suo modo di fare, perché è in costante adorazione verso ciò che fa. Pensa di essere al centro del mondo, ma è semplicemente al centro dell’attenzione (che non è la stessa cosa…). Qualche esempio? Se ne potrebbero fare molti, ma preferisco parlare di un gruppo di pareti che mi stanno particolarmente a cuore; anche perché stavolta ho scelto di sbilanciarmi in prima persona, altrimenti l’argomento di questo articolo sarebbe un discorso soprattutto teorico.

 

Le pareti di cui parlo sorgono presso il Lago di Lecco, qualche chilometro dopo la città. Si tratta di un piccolo universo roccioso dove una certa mentalità, sbragata nel modo di fare, si è completamente disinteressata di tutto ciò che su quelle pareti è avvenuto e avviene, magari con meno frequenza di un tempo. Ebbene, questo modo di intendere le cose non si è fermato ad una semplice prevaricazione del passato: ha pure tolto di mezzo parte della natura che su quelle rocce viveva prima che arrivassero le vie a spit. E ha sovvertito un equilibrio che invece era stato rispettato dalle vie precedenti. Forse qualcuno si chiederà perché mi sono deciso a parlarne solo ora. C’è un motivo preciso.

Oggi, se tu non racconti ciò che fai, pubblicandolo immediatamente, pare che tu non faccia niente. E se poi decidi di startene in silenzio per qualche anno, sembra che tu non arrampichi più! Ma se uno non pubblica, magari una ragione c’è. Oggi viviamo in un’epoca in cui il valore degli avvenimenti viene letteralmente masticato dalla necessità di dover pubblicare velocemente. Eppure c’è un momento per pubblicare e ce n’è un altro in cui è necessario avere il coraggio di non pubblicare. Perché arriverebbe assai poco a destinazione.

La pagina di apertura dell’articolo sulla Rivista della Montagna
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Cancellare le testimonianze
Con la scusa di praticare dell’arrampicata sportiva, e non dell’arrampicata tradizionale, qualcuno pensa di poter fare sulla roccia tutto quello che gli pare. Ad esempio, togliere i pochi chiodi normali e sostituirli con gli spit. Il motivo? Perché non sono sicuri, perché non si sa chi li ha messi, come mai sono lì… Se invece i chiodi vengono lasciati in posto, allora si sale, si attraversa, si tagliano con molte vie “nuove” i pochi metri di parete, isolando il valore di quei pochi chiodi normali. Al punto che i vecchi “ferri” paiono ormai solo dei pedoni circondati da un traffico caotico e luccicante. In questo modo, prima si confondono i tracciati, poi vengono dimenticate le vie originali della parete. Infine, sopra quelli che già esistevano, vengono aperti altri itinerari!

Il risultato? Si elimina dello spazio (che naturalmente non sarebbe scalabile), per riempirlo con la paura di rimanere indietro. Più o meno come se si andasse sulla Cima Grande di Lavaredo a togliere i chiodi di Comici, senza nemmeno chiedersi perché sono lì e si richiodasse la sua via chiamandola, che so, Pesche all’olio di oliva. Magari salendo a un metro di distanza dal percorso originale e intersecandolo quando conviene. Oppure come se si spittasse la Cassin al Badile con la scusa che i chiodi sono vecchi e vanno sostituiti, e si ribattezzasse la via originale Gli idioti del 2000. Che bravura! Cancellando le testimonianze del passato (tanto il passato remoto quanto gli avvenimenti più recenti, di ieri), si potranno finalmente cambiare anche i nomi delle vie che già erano state “battezzate”. E per “finalmente” intendo: “chi se ne frega se qualcuno le ha già fatte, adesso ci siamo qui noi”. Il fatto che spesso si sia arrivati a spittare sopra e lungo vie già esistenti, non dimostra soltanto che la mentalità generale di chi arrampica secondo questi canoni non riesce a distinguere niente al di là di ciò che fa. Piuttosto, rende evidente come la specializzazione limiti il giro d’orizzonte. E non mi riferisco tanto alla capacità di “tirarsi su” sulla roccia, quanto piuttosto alla capacità di comprendere il valore complessivo della parete che si sta salendo.

In conflitto con il passato più recente
Ma non è tutto qui. Chi arriva a spittare dove qualcuno è già salito utilizzando i chiodi normali, in fondo non ammette che nel passato più recente certe difficoltà siano state salite in arrampicata libera naturale. Sicuramente, sotto sotto è convinto che questo debba ancora avvenire… Vorrebbe che all’arrampicata libera naturale sulle alte difficoltà ci si arrivasse con l’arrampicata a spit, e che il merito di questa evoluzione appartenesse solo allo spit. Invece, tale evoluzione è già avvenuta negli anni passati, e non è stato certo grazie allo spit. Effettivamente, per chi ha una mentalità competitiva, sarà dura accettare il fatto che l’avanzamento delle difficoltà sulle pareti calcaree del Lago di Lecco non è avvenuto con quel tipo di arrampicata libera che si serve di mezzi di protezione innaturali. Qui, infatti, l’evoluzione ha avuto luogo semplicemente grazie all’esplorazione di pareti sconosciute per mezzo di un’arrampicata libera naturale, nel completo rispetto della natura rocciosa. In altre parole, la roccia inchiodabile è rimasta tale. In effetti, sulle pareti di Pradello, su quelle di Giazzima e soprattutto sulla lunga e scomoda Cornice dell’Avorio sono state aperte numerose vie con passaggi dal VII+ al X-. Il tutto a partire dal 1979, ben prima che lo “spit climbing” piombasse su quelle stesse pareti per andare a caccia di difficoltà. Da quel momento le pareti di cui parliamo sono state salite e frequentate, e per molto tempo nessuno ha cercato di “sistemarle” a misura d’uomo. Da parte mia, da quando ho cominciato ad arrampicare, ho cercato di non intervenire mai sulla natura delle difficoltà esistenti in parete. Né nei centri di fondovalle né in montagna. Ho chiodato solo dove i chiodi entravano naturalmente, e sono salito solo dove ero in grado di farlo con i miei mezzi. Senza la presunzione di separare il grado della difficoltà dalla natura che lo forma. Perché sentivo che un mio intervento in questo senso avrebbe alterato l’ordine naturale della parete. In altre parole, avrebbe inquinato il difficile. E già che ci siamo, vorrei precisare che questa lunga premessa non costituisce una requisitoria contro gli spit. Mi interessa invece mettere in risalto come una certa mentalità diventa “a spit” anche nel modo di fare: maniacale, territoriale e aggressiva. Questo, almeno, a giudicare da quanto è successo alle pareti in questione. E in definitiva il vero problema non è dato dal fatto che lo “spit climbing” limiti i suoi praticanti ad un’arrampicata incompleta rispetto ad una libera autentica. Il problema, ben più grave, è che lo spit separa l’uomo dalla natura della difficoltà. Nel senso che lascia la difficoltà, ma elimina le sue componenti naturali…

Sotto le pareti dell’Avorio
E che dire di quel sentierino che corre sotto le pareti dell’Avorio, costruito abbattendo piante, rimuovendo sassi e spuntoni per trasformarli in comodi gradini? Tanto più che per 12 anni la gente ci è sempre andata lo stesso, anche senza sentiero, ma soprattutto lasciando le cose com’erano. Si tratta di un sentierino che, in un posto molto più piccolo di una “grande foresta”, ha in proporzione gli stessi effetti devastanti di una grande arteria di traffico. Un sentierino fatto solo per arrivare comodi agli spit senza strapparsi i vestiti, quando il bello di quel posto era tornare a casa, la sera, con i segni di “forti” esperienze sulle mani; e quegli strappi sui vestiti erano i ricordi di giornate complete, vissute appieno…

Alle pareti di Pradello
E la sommità della Torre del Garofano? Era costituita da un fiore calcareo, con schegge di petali e foglie di spuntoni… Oggi non è più com’era, in gran parte è stata distrutta. Petali e foglie sono stati buttati giù a viva forza da chi sa stare in mezzo alla natura solo piegandola alla sua ristrettezza di idee. Lassù ormai sono rimasti solo massi sconnessi e gettati nel vuoto da chi è assetato di posti nuovi. Non per conoscerne il valore, ma piuttosto per renderli luoghi da divulgare in modo da sentirsi qualcuno!

Paolo Orsenigo si stacca da terra con tenacia da lottatore per andare a conoscere le Promesse del Sole al Sipario delle Statue
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La morte dello Spalto del Messia Verde a Giazzima
Mi son sentito preso a calci nei sentimenti. Era come se le testimonianze della mia passione di un tempo fossero state violentate davanti a me… Gelosia dei posti? Balle! Pare che un certo modo di fare si diverta a umiliare la natura solo per l’invidia di essere stato preceduto.

Hanno fatto a pezzi la natura che da sempre viveva su quelle pareti. Le avevo salite anni prima, quelle rocce, lasciandole esattamente com’erano. Mi sarebbe piaciuto che fossero rimaste tali. È stata una violenza tremenda, quella di rovinarle, come se ti avessero sgozzato il gatto o avvelenato il cane per farti un dispetto. Ci sono certi luoghi, nel mondo, dove qualcuno sa trovare la propria felicità. Al contrario di tanti altri che masticano continuamente posti, macinano decine di vie senza sosta perché, per loro, in definitiva un posto vale l’altro. E così si rovina, si spacca, si distrugge. Cosa si dovrebbe dire a chi ha segato un albero decennale per sostituirlo con una catena di calata a soli 10 metri da terra? Quello era l’unico albero nato e cresciuto al centro di una parete che portava il suo nome: lo Spalto del Messia Verde. Un albero che in primavera sprigionava una chioma verdissima e faceva indiscutibilmente parte dell’ambiente. Oltretutto era inutile tagliarlo, perché permetteva anche per sostare. E di lì si scendeva pure in doppia, accarezzati dalle sue frasche quando c’era la brezza pomeridiana…

Una descrizione romantica? Niente affatto, sono parole vere, reali quanto la sua distruzione.

A qualcuno, discorsi di questo genere potranno sembrare disquisizioni idealiste che non stanno con i piedi per terra. Per me, invece, è idealista e fuori dalla realtà chi tratta le pareti senza rispetto. Senza accorgersi, o facendo finta di non accorgersi, di come le rovina, nel tentativo limitato e infantile di trasformare la roccia a sua misura. Intanto la parete cambierà nome, si chiamerà Spalto del Messia decapitato, e la via Le Catene dell’uomo alla natura.

Mi immagino già la risposta: «Ma dai, in fondo una pianta è solo una pianta!». È vero, com’è altrettanto vero che, in casi come questi, la faccia di uno spit climber è qualcosa di talmente inutile da non servire nemmeno come concime per riportare in vita quella pianta, ridotta a un oggetto rinsecchito. E adesso si dovrebbe usare quel ceppo avvizzito come legna da ardere? Oppure comportarsi con quel ceppo sporco e umido come con una prostituta che viene tolta di mezzo e buttata in un fosso perché intralciava gli interessi di…? Già, in fondo quella era solo una pianta, ma quante piante in tanti posti hanno fatto la stessa fine? Avete mai provato a pensarci? Spezzare un ramo perché sei costretto a passare di lì è comprensibile, può anche capitare. Ma perché mai dovrebbero avere ragione quelli che segano le piante per sostituirle con una più comoda catena di calata? Perché dovrebbero avere più ragione quelli che strappano edere e arbusti e non si accorgono dei nidi momentaneamente abbandonati e radono al suolo ogni forma di vita che ostacola e intralcia le loro realizzazioni?

Avete mai osservato da vicino gli autori di così grandi gesta? Sono figure tristi e meschine, dalle facce piatte e dallo sguardo inespressivo che si accende solo quando arriva qualcuno in grado di salire senza sbagliare un gesto. Figure che hanno bisogno di vestirsi in modo molto colorato proprio per nascondere lo sterminato grigiore del loro modo di vivere…

Che ne sanno loro cosa significhi arrampicare realmente in libera, se continuano a ridurre così ogni falesia su cui puntano lo sguardo? Trasformano l’arrampicata libera in mezzo alla natura in una libera prigioniera delle loro realizzazioni. Al punto che si potrebbe quasi dire: finta libera per una finta libertà. Un merito, però, questo modo di fare ce l’ha senz’altro. Quello di essere riuscito a trasportare in montagna tutto ciò che in città invade il loro modo di pensare. Ha trasformato momenti unici, vissuti in mezzo alla natura, in una domenica di sole vista attraverso i vetri di casa. In breve, la quiete che è sempre esistita su certe pareti ha preso le sembianze di un bar, con gente che fa il tifo e spegne le cicche nei buchi della roccia, che rumoreggia e sghignazza, anziché gridare di gioia. Gente che ha La Gazzetta dello Sport e le cronache della “libera” al posto del cervello. Ed è un peccato, perché si potrebbe lo stesso arrampicare sul difficile, anche sul X grado, senza imboccare necessariamente quella strada. La storia e l’esperienza, oltretutto, lo dimostrano. Su queste pareti, per anni, si è andati avanti lo stesso.

Monica Mazzucchi si allunga sulle onde tenui di un calcare con prese obbligatorie, distanti e sfavorevoli da raggiungere
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Dalla parte della roccia
Non vi nascondo che a un certo punto avrei voluto muovermi, contrattaccare. Ma dentro di me qualcosa di indefinibile mi ha fermato. Una forza molto grande che, vista dal di fuori, ti fa sembrare un perdente solo perché non reagisci nei tempi dettati dalle stupidaggini degli altri. In fondo, reagire agli altri significa uscire da te stesso per avere un contatto con quei signori; se lo fai, però, vuol dire che in un certo senso assomigli a chi ti sta intorno, che hai qualcosa in comune con loro.

lo non mi sentivo uguale a chi agiva in quel modo. Così ho continuato a fare esattamente quello che stavo facendo, senza deviare minimamente dalla mia strada.

Ora che i fuochi di provocazione di una guerra dalle mani pulite, inventata da altri, dentro di me si sono placati; adesso che nel mio orizzonte interiore il dispiacere è diventato chiarezza, posso provare un’esperienza per me del tutto nuova. Quella di dar vita – se sarà il caso – ad un’intelligenza cieca, ben più convinta e testarda di qualsiasi ostacolo perché non ha nulla da perdere. Ma questo non significa togliere gli spit per ripicca. Implica il fatto di possedere una ragione per toglierli assai più valida di chi li pianta. Adesso che ho esaurito i miei desideri esplorando una vasta zona di pareti mai scalate (e ciò anni prima che quelle rocce potessero essere scovate e spittate), ho finalmente il tempo di provare anch’io ad essere un bulldozer. Una macchina che, invece di eliminare la natura delle pareti, distrugge ciò che permette la loro rovina; che al posto di trapanare schioda; che non ragiona e stacca spit; che non si pone tanti problemi e toglie catene; che se ne frega e cancella scritte, rimette a posto i detriti, appoggia dov’erano in precedenza le edere ormai morte, rimette in piedi i cespugli strappati, riporta dov’erano gli alberi ormai segati… Una macchina programmata per ragionare al contrario di quella mentalità “semplice” che ha riempito le pareti di roba complicata: viti, bulloni, piattine e catene. Bello, vero, vivere quello che prova una parete quando è trapanata; vedere distrutto un lungo lavoro di trapano in poco tempo…?

Cosa si prova quando ci si sente maltrattati allo stesso modo in cui viene ridotta la natura di tante pareti, debole e umiliata?

Io tengo di più alle montagne che all’alpinismo, più alla roccia che agli arrampicatori. Sto dalla parte delle pareti, e non con quanti rovinano la loro natura con la scusa di valorizzarle, solo per vedere il proprio nome in uno squallido trafiletto sulle pagine di una rivista. Da sempre alpinismo e arrampicata hanno fatto di tutto pur di porsi davanti alla roccia e di mettere i piedi in testa alle montagne, per apparire più importanti e sempre un po’ più alti. Anche se siamo in piena era della presunzione egocentrica, non va mai dimenticato che senza montagne noi non potremmo andare su nessuna vetta. Dunque, non ha nessun senso sentirsi più importanti della pietra. E, se è vero che noi abbiamo un bramoso desiderio della roccia, è altrettanto vero che la roccia non ha mai avuto bisogno che l’uomo ansimi e si agiti su di essa. Converrebbe abbassare la cresta, ma non per sembrare dei falsi modesti che nascondono l’arrivismo. Per diventare realmente più umili. In caso contrario si perde sempre più la possibilità di avere un rapporto con ciò che è realmente la roccia.

E se è vero che in tanti posti gli spit sono sicuramente in eccesso, è altrettanto vero che in moltissimi altri luoghi i chiodi a pressione non dovranno mai comparire. Ne va di mezzo l’integrità naturale delle pareti.

E poi chi ha detto che si possono piantare quei tondini di ferro dovunque? E con che diritto? Perché mai dovrebbero avere più ragione mille fautori dello spit piuttosto che un arrampicatore solo, convinto che i chiodi a pressione non debbano essere usati in certi luoghi? Luoghi, oltretutto, sui quali chi scrive può senz’altro dire la sua opinione, visto che in tredici anni di arrampicata vi ha aperto un numero vie più che considerevole: 110 sulla Cornice dell’Avorio e 30 sulle pareti di Giazzima e Pradello. E questi numeri non li sottolineo per vanagloria, ma solo come riferimento per chi capisce unicamente il linguaggio delle cifre. Né vorrei che i contenuti di questo scritto venissero interpretati come le farneticazioni di un dittatore, cosa che da sempre succede non appena qualcuno dichiara pubblicamente di pensarla in modo diverso dalla mentalità corrente.

È probabile che quello che sto scrivendo giunga a destinazione in ritardo, quando un certo modo di fare ha ormai dilagato a dismisura. Ma, l’ho già detto, per me è sempre stato più importante agire per andare verso la comprensione delle montagne, che non reagire sulle pareti al modo di fare degli altri. Proverò a spiegarmi meglio. È abbastanza evidente che, se tu arrampichi per allevare il tuo amor proprio o, ancor peggio, per potenziare il tuo risentimento, anche se stai arrampicando non vivi più nessun rapporto con la roccia. La verità è che hai sostituito la roccia con i tuoi nemici. Sinceramente non ho scritto questo articolo per avere “alleati” che la pensino come me. Altrimenti avrei arrampicato per dare di me una nuova immagine, ancora da sfruttare, quella dell”‘arrampicatore ecologico”. Che è una forma di arrampicatore sociale dipinto di verde. Detto più semplicemente, un climber che usa la difesa delle pareti per edulcorare e arricchire la propria immagine.

Monica Mazzucchi
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No, io l’ho sempre pensata in questo modo. E se 15 anni fa non usavo i chiodi a pressione per progredire in artificiale, così ora non uso gli spit per arrampicare in libera (ma la cosa è ben diversa dal non usarli per partito preso, come fa chi vuole distinguersi a tutti i costi…). Quest’ultima distinzione potrà sembrare polemica; in realtà è necessaria per evidenziare delle differenze fondamentali che sembrano non esserci. Però in giro c’è un sacco di gente che critica l’uso dello spit in montagna e però lo utilizza in falesia per allenarsi a non usarli sulle grandi pareti. Invece, tutte le vie aperte in questi anni a Pradello, a Giazzima e all’Avorio sono state portate a termine senza un allenamento parallelo su vie spittate. Questo per dire che, nella mia storia personale, su certe vie, le alte difficoltà sono state superate naturalmente, senza che fossero prima sperimentate in modo innaturale da una parte e poi tirate fuori per forza dall’altra. In fondo sono sempre stato convinto che la cosa più importante sia la singola forza della coscienza di ognuno. Se veramente si vuole che il rapporto con la montagna migliori (e non solo dal punto di vista della qualità delle fotografie e dei metodi di allenamento), e che proceda insieme alla natura, ognuno, anche il più inutile e dimenticato degli individui deve tirar fuori tutta la poca luce che è convinto di avere.

Ero, sono, sarò
Adesso che l’articolo sta per terminare, mi vedo di fronte il sorrisetto di compatimento di chi si sente forte perché è convinto di avere in mano il presente pensando al futuro. Qualcuno potrà anche pensare che di gente che la pensa come me, per fortuna, ormai ce n’è poca. Può darsi. Ma il fatto che da molti anni, da prima ancora che comparisse lo spit, io abbia sempre agito così, e continui pensarla in questo modo, soprattutto ora, dovrebbe far riflettere.

Tuttavia, potrebbe verificarsi che, invece di scomparire, questo modo diverso di essere riesca a vivere ancora quel tanto che basta per arrampicare sulla tomba dello spit, intesa come lapide di un certo modo di trattare la roccia.

Monica Mazzucchi su Il Nube, il Verde, l’Insetto alla Parete della Fiaba di Primavera
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Ivan Guerini
Ben noto a quanti, alpinisti e arrampicatori, fecero attività negli anni del Nuovo Mattino e fino alla fine del XX secolo, Ivan Guerini è certamente conosciuto solo in parte dalle ultime generazioni: taluni in senso mitico, altri come fonte inesauribile di idee da seguire o da utilizzare malamente forse per la stima che nutrono, più o meno sinceramente, nei confronti della sua inossidabile e per certi versi inimitabile coerenza. Tuttavia assai poco si sa della ragion d’essere di tale saldezza etica.

Da sempre ha privilegiato l’arrampicata libera esplorativa con protezioni in sedi naturali che, per stile, continuità e contenuti è assai diversa da quella praticata dai più, forti compresi.

Questo gli ha consentito di interagire sempre più con la Natura Verticale, tant’è che è stato il primo a pensare di definire la roccia in tal modo.

Il fatto che da quasi 50 anni (!) non abbia mai smesso di praticarla, gli ha permesso di arrivare a curiose considerazioni mai riscontrate negli scritti passati e presenti che abbiamo avuto modo di leggere.

Nel 1999 ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale, realizzato assieme al grafico editing Marco Agnelli in occasione del primo libro che scrisse sulla Val Grande. Quell’abbinamento pernise al novello marchio di essere “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti allora impercorse di quello che può essere considerato il Parco Nazionale più selvaggio d’Europa.

Nessuno aveva mai concepito di destinare tutta la sua attività esplorativa alla preservazione della Natura Verticale, e Guerini lo ha fatto arrampicando esclusivamente con lo stile sopra citato e con la creazione di questo logo.

DallaPartePareti-Grande 1999
Ha deciso di utilizzarlo per tutte le numerosissime pareti alpine e prealpine che ha esplorato a partire dal 1977, comprese le Falesie di Giazzìma, Pradello, Avorio e Fiumelatte, con i loro itinerari ancora oggi in gran parte irripetuti, che sono da considerare a quanto  risulta come le prime grandi falesie No-Spit nella storia dell’arrampicata europea.

L’iniziativa fu apprezzata nel 2003 da Alberto Peruffo di Intraisass che gli chiese di poter applicare quel logo al gruppo dolomitico del Colbricòn; e nel 2004 anche i Valmadreresi più eclettici lo fecero su Vertice per quanto concerne le zone dei Corni di Canzo che prima definivano, con la loro proverbiale frugalità, semplicisticamente “riserve”. Altri ancora, in tacito accordo con l’ideatore, lo utilizzarono in ulteriori zone alpine. Chiaramente riportandone  la fonte.

Essendo ben consci di quanti convegni, dibattiti, esternazioni e prese di posizioni individuali per la tutela della roccia in questi ultimi decenni si siano succeduti, più o meno tutti caduti purtroppo nel nulla, ci sembra giusto certificare questo suo articolo con tale logo.

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Flash di alpinismo 10

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 10 (10-13)
di Massimo Bursi

Corde
Sua madre mi raccontò la storia dell’ultima corda nuova. Come al solito, Claudio le aveva chiesto un “sussidio straordinario” per comperare una corda nuova.
“Ancora una corda nuova!”
“Una corda costa meno di un funerale”.
“Sì, ma un funerale si paga una volta sola” (Anna Lauwaert a proposito di Claudio Barbier).

Ogni scalatore ha la cantina occupata da innumerevoli corde da roccia: quelle buone e quelle andate, colpite da scariche di sassi, “ramponate”, rovinate dagli spigoli taglienti della roccia o semplicemente troppo usate per essere ancora abbastanza resistenti.

Non c’è una regola fissa, un modo sicuro o un metodo scientifico per capire se una corda sia da buttare o meno, subentra piuttosto quel sentimento di sfiducia che ti porta a lasciare, un bel giorno, la tua corda in cantina e rimpiazzarla con un’altra nuova.

Le corde si ammucchiano laggiù, silenziose testimoni di questa passione!

Ogni tanto ci vorrebbe una bella sveglia rock per prendere le vecchie corde e stenderle, in maniera statica, dalla base fino in cima al Campanile Basso e poi portarci tutti gli amici!

Non si sa mai come impiegare le corde da roccia oramai vecchie. Ecco un modo originale di riciclarle: un originale ed indistruttibile zerbino di casa!
Flash 282

Cerro Torre free!
Che cretini siamo stati!
Quando ci regalarono le corde pensammo bene di farcele dare tutte di colore diverso. Così dopo aver sottoposto la corda rossa da nove a sforzi e sollecitazioni di ogni tipo, durante la prima salita, ce la ritrovammo ben rovinata per le successive riprese senza poterla cambiare per esigenze di copione.
Fa così la comparsa il mitico nastro adesivo che tappa spellature e nasconde il bianco nylon dell’anima della corda.
Fidando in quella corda come in Belzebù cominciai la seconda salita del Cerro Torre (Fulvio Mariani – a proposito del film Cumbre girato sul Cerro Torre con Marco Pedrini).

Marco Pedrini nel 1985, effettua la prima ripetizione in solitaria della famosa via del compressore aperta da Cesare Maestri al Cerro Torre, e subito dopo ripete, ben due volte, scanzonato, lo stesso itinerario con Fulvio Mariani per girare lo storico film Cumbre.

Questa è stata la prima e vera salita in libera del Torre, poiché Pedrini e Mariani erano liberi dentro e potevano permettersi di ironizzare sul compressore e su tutte le manfrine di prove e controprove in cui era ed è tuttora prigioniero il Cerro Torre, Cesare Maestri e tutti gli alpinisti invischiati in una polemica senza fine.

Marco Pedrini aveva quell’irruenza spensierata e quell’entusiasmo contagioso che lo ha portato a fare alpinismo con il sorriso sulle labbra e senza star troppo su a pensarci e magari prendendosi anche qualche rischio in più. E il “Crosta” si prendeva tanti rischi.

Marco Pedrini ricorda una rockstar che vive fino in fondo la sua vita di eccessi consumandosi come una stella in cielo. Marco Pedrini è un punk rock gioioso che vive suicidandosi piano a piano. La musica dei Clash mi accompagna in questo parallelismo.

Su un prepotente sfondo di musica rock dei Black Sabbath, rivedo l’immagine di un Pedrini, ironico, che a cavalcioni sul compressore, come fosse una moto, si prende gioco dell’intero mondo alpinistico!

Marco Pedrini impegnato sulla sua nuova via Panoramix sul Gran Capucin al Monte Bianco.Flash 284Granitica certezza
Domanda – Ha dei programmi per il futuro?
Risposta – A ottantacinque anni non faccio programmi particolari, ma continuerò a scalare (Riccardo Cassin).

Riccardo Cassin è sempre stato molto deciso sugli obiettivi da intraprendere e scalare ha sempre fatto parte dei suoi programmi.

Basti pensare che Cassin partì nel 1938 da Lecco per risolvere uno dei problemi ancora irrisolti delle Alpi: la parete nord delle Grandes Jorasses, portando con sé solo una cartolina della montagna per potersi orientare.

La ripetizione, alla veneranda età di 78 anni, della sua Cassin alla parete nord-est del Badile conferma la sua estrema caparbietà nel voler continuare ad arrampicare e se c’è la passione non c’è limite all’età.

Non è inusuale che arrivino in falesia una cordata di vecchietti che sicuramente hanno passato i sessant’anni. A loro non interessa assolutamente nulla del grado e non si fanno problemi a tirare i chiodi, ma sono sicuramente i tipi più simpatici della falesia e quelli che sembrano divertirsi di più.

Sapere di poter arrampicare ancora per tanti anni ti infonde una grande sicurezza.

Riccardo Cassin in arrampicata, cinquant’anni dopo, sulla sua via al Pizzo Badile all’età di 78 anni.

Flash 286

Geotecnia a infissi distanziati
L’arrampicata geotecnica ad “infissi distanziati” per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali” è la testimonianza di un’antietica paradossale per il fatto che non è possibile realizzare una difficoltà obbligata se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale.
Si può solo inventare una difficoltà alterata che, disancorata con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.
L’arrampicata geotecnica ad infissi distanziati a cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge ad obbedire ciecamente alle conseguenze.
Dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica (Ivan Guerini).

Chiaro, no? Sebbene nessuno sia mai riuscito a capire fino in fondo la scrittura esoterica e dai toni ispirati di Ivan Guerini, lui ogni tanto riesce a sintetizzare il suo pensiero con buffe espressioni che colpiscono la fantasia.

Ad esempio il fatto di utilizzare spit sulle vie viene da lui chiamata “arrampicata geotecnica ad infissi distanziati”.

Ivan Guerini ha il limite, o il pregio, dipende, di essere rimasto fisso ed ancorato a valori, etiche ed esperienze di quando nacque l’arrampicata libera in Val di Mello. Da qui il suo radicato rifiuto dell’uso dello spit.

La sua vera genialità è nel coniare queste espressioni comico dispregiative dal suono vagamente scientifico.

Ivan Guerini dopo aver escogitato il gioco-arrampicata, ha inventato il gioco-linguaggio.

Tu a che gioco giochi?

Esiste ad Ajaccio in Corsica un museo di nut, friend ed altre attrezzature alternative ai chiodi, creato da Stephane Pennequin, un appassionato di attrezzatura alpinistica recente ma soprattutto passata.
Insomma c’è ancora qualcuno che professa un futuro alpinistico alternativo alla “geotecnica ad infissi distanziati”.
Flash 288

Onestà
Mi rendo conto di vivere in una realtà separata dove sono i fatti a contare e non le parole, dove la vetta ha ancora un senso, dove l’onestà verso la montagna deve comunque prevalere, dove l’arrampicamento non deve essere inteso restrittivamente, né come uno sport, né come un fatto spirituale, ma come uno splendido connubio di mille componenti, che si possono semplicemente sintetizzare in una sola parola: alpinismo (Lorenzo Massarotto).

Lorenzo Massarotto parlava poco, scriveva nulla e faceva parlare poco di sè ma praticava molto un alpinismo onesto e fatto per se stesso e non per gli altri.

Il fatto di scalare per il proprio piacere ed interesse personale mettendo al bando la naturale vanità e voglia di mettersi al centro della scena, porta ad un’attività autentica ed onesta.

Per mettere in pratica queste parole ci vogliono parecchi anni di maturità.

Inoltre bisogna fuggire dalla tentazione di trasformare l’alpinismo cioè la passione in un lavoro poiché, così facendo, bisogna guadagnare denari e se i denari sono pochi ogni mezzo è lecito per cercare di guadagnare di più.

Insomma l’onestà alpinistica molte volte passa dalla purezza e dalla povertà.

Mi piace ricordare Lorenzo Massarotto che partiva dal paese di Cittadella per scalare le pareti del Civetta su un vecchio motorino Ciao ma assolutamente libero da tutto, da tutti e da tutti i condizionamenti.

L’estrema onestà è il vero prezzo della libertà.

Renato Casarotto durante la sua salita invernale al Pelmo. Sebbene Casarotto fosse stato criticato per le sue presunte scarse capacità alpinistiche – era lento – lui è sempre andato avanti per la sua strada praticando un’attività ad altissimo livello e in maniera assolutamente modesta ed onesta.
Flash 290Compagni di cordata
Ricordati sempre che in montagna si va col passo del più debole (Proverbio anonimo).

Tante tragedie sono successe in montagna poiché in cordata c’era un elemento più debole degli altri e questo ha rallentato la cordata, indotto al bivacco e fatto sorprendere la cordata da una furibonda tempesta. Spesso la bufera porta la morte dopo penosi bivacchi.

Da quando è iniziato l’alpinismo fino ad oggi, questo copione si è ripetuto innumerevoli volte, causando tragedie che hanno sempre colpito l’immaginario collettivo.

Da queste tragedie sono nati reportage, film, libri e rievocazioni.

Quindi una cordata equilibrata è sempre una buona azione preventiva, purtroppo succede sempre che qualcuno voglia fare un salto in avanti e finisca con il legarsi con una persona maledettamente più forte di lui.

Oppure succede che il nostro eroe non ha compagni e così accetta di legarsi con un pivello da tirare su come fosse un sacco di patate pur di portarsi a casa l’obiettivo ed aggiungere una riga al proprio curriculum.

Non c’è miglior fortuna per uno scalatore che trovare il compagno di cordata “giusto”.

Leonardo Di Marino, Heinz Mariacher, Maurizio Zanolla, Luisa Iovane e Roberto Bassi, un gruppo di amici fuoriclasse e compagni di cordata, qui fotografati in Verdon. Nel loro caso, l’unione di queste personalità, ha dato origine ad un gruppo creativo che per qualche anno ha dettato legge sulle Dolomiti e sulle falesie del Nord-est.
Flash 292
Settimo grado
Nelle Alpi il settimo grado va ricercato su grandi pareti e in prime salite. Su vie addomesticate e ripetute migliaia di volte è facile che si generino dei risultati eccezionali ma mancano la scoperta e l’avventura. Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima. Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro (Lorenzo Massarotto).

Ci sono settimi gradi democratici, per tutti, ed altri invece molto severi, quasi aristocratici, circondati da tramandate leggende quali quelli di Massarotto.

I pionieri del settimo grado hanno saputo per primi andare oltre la barriera della sicurezza per fare un salto “quantico” in avanti.

Ci sono stati momenti quali la fine degli anni settanta, in cui convivevano non, sempre pacificamente, alpinisti classici da V grado ed AO con giovani leoni che proponevano il VII grado.

Alla Pietra di Bismantova c’era una storia, sconosciuta e naturalmente non degna di entrare nel libro della storia con la S maiuscola, ma che mi ha affascinato.

Si narra infatti della cordata di Gabriele Villa e di Emiliano Levati: sono due ragazzi, divisi da pochi anni di età, ma rappresentano il vecchio ed il nuovo che si confrontano e si mescolano fra loro.

Levati sale in libera ed apre i primi settimi gradi della Pietra mentre Villa incredulo segue con gli scarponi rigidi e con le regolari staffe arrancando dietro al veloce free-climber.

Nella storia ci sono periodi in cui arrivano forti cambiamenti ed improvvise discontinuità con il passato. Cerca di coglierli al volo e viverli da protagonista.

E’ il 1981 e siamo alla Pietra di Bismantova dove Gabriele Villa ed Emiliano Levati si stanno riposando dopo una giornata di arrampicata. Sul bagnasciuga del cambiamento abbigliamento californiano freak ed abbigliamento classico da alpinista in palestra si mescolano senza problemi.
Flash 294
Ghiaioni di sesto grado
Oggi i classici sesti gradi delle Dolomiti sono per noi dei “ghiaioni”, in confronto alle difficilissime vie in palestra. Allora non ci andiamo, perché è noioso. Rifacendo quelle vie le braccia e le dita si addormenterebbero completamente. Sarebbe una giornata persa per l’allenamento (Heinz Mariacher e Luisa Iovane).

Davvero una classica via di sesto grado delle Dolomiti ti rattrappisce le braccia e le dita?

E’ proprio così vero che per fare gli altissimi gradi delle falesie bisogna trascurare gli itinerari alpinistici che portano via tempo e giorni all’allenamento estremo?

Al di là dell’atteggiamento spocchioso e superiore dei due fuoriclasse dei gradi estremi, c’è molto del vero in quel che affermano.

Da quando i due fecero quell’esternazione ad oggi la situazione è perfino peggiorata poiché le difficoltà in falesia si sono evolute e specializzate sugli strapiombi allontanandosi ancora di più dalla classica arrampicata dolomitica di placca verticale.

L’arrampicata verticale è diventata terribilmente démodé e non fa più notizia.

A te cosa importa? Dove ti diverti di più? Segui la tua passione ed il tuo divertimento e non il tornaconto in termini di piano di allenamento.

Heinz Mariacher impegnato su un fotogenico passaggio della via Tom Tom club alla Spiaggia delle Lucertole sul lago di Garda. All’inizio degli anni ottanta, Heinz Mariacher, Luisa Iovane, Roberto Bassi, Bruno Pederiva e Maurizio Zanolla lasciarono momentaneamente le Dolomiti per spingere le difficoltà estreme sulle placche di calcare della Valle del Sarca. Il Nuovo Mattino si stava trasformando in arrampicata sportiva.
Flash 296Insofferenti!
La gente inizia ad arrampicare perché soffre le regole e i regolamenti, e Dio benedica queste persone (John Gill).

Poche, pochissime o forse nessuna persona di quelle con le quali sono solito arrampicare ama regole e regolamenti.

In molti abbiamo scelto di arrampicare poiché siamo insofferenti ed anarchici verso tutte le regole!

Si, ci tocca vivere in una società civile e sottostare ad un codice di comportamento, ma per fortuna possiamo ancora andare ad arrampicare e fuggire da ogni costrizione e forma di controllo.

Di solito guardiamo con compassione i cosiddetti barbacai: cioè quegli arrampicatori, solitamente ricoperti da distintivi, riconducibili al CAI, probabilmente sono più impegnati e meritevoli di noi, ma noi dalla nostra parte abbiamo il vento della libertà ed il fatto di non dover rendere conto a nessuno.

Questo ci dà una forza incredibile!

Nell’arrampicata come nella vita cerca sempre di non farti ingabbiare!

 Luggi Rieser, dotato scalatore austriaco ora noto con il nome di Pram Darshano, è stato un esempio di come rompere le regole del gioco per ricrearne di nuove.
Flash 298Sii individualista
Guardati dal potere d’attrazione delle tendenze attuali. Esci e prova qualcosa di nuovo: sii individualista e cerca nell’arrampicata la tua via (John Gill).

Il bello dell’arrampicata è che ciascuno può e deve trovare la propria via. Chi fa le gare, chi si allena per la falesia, chi si allena per la montagna, chi alterna alpinismo e sci-alpinismo, chi d’estate scappa in Himalaya, chi d’estate scappa al mare a Kalymnos, chi scala solo strapiombi e chi invece ama le placche d’aderenza.

L’importante è che ciascuno possa trovare la propria strada da portare avanti con determinazione.

Non è uno sport dove il cronometro detta le regole, qui le regole te le imposti tu! Qui gli obiettivi te li dai tu!

Per questo il popolo degli scalatori è un popolo individualista e che rifugge ogni regola ed ogni gerarchia. Il gruppo o l’associazione alpinistica da forza al singolo individuo ma al tempo stesso ne smussa i caratteri individuali! Il CAI inquadra, addormenta la coscienza critica, facilita le relazioni tra gli individui, ma alla fine ingabbia e castra la creatività dello scalatore.

Oggi questo tipo di associazioni servono poco, forse la loro funzione originaria si è esaurita, sono lente a capire dove si muove l’alpinismo e, in poche parole, appaiono moribonde.

Sii individualista!

John Gill, scalatore boulder americano degli anni cinquanta, maestro autodidatta di arrampicata e maestro di ginnastica in una sua celebre esibizione. La vecchia Europa era lontana anni luce da questo approccio!      Flash 300

CONTINUA

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Flash di alpinismo 7

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 07 (7-13)
di Massimo Bursi

Ego
Certo, sono uno stronzo egocentrico, ma avere un ossessione non è una cosa facile da condividere con qualcuno (Marc Twight).

Cosa c’è di peggio del carattere di un alpinista?
E’ noto che gli scalatori sono esseri bugiardi ed inaffidabili, pur di andare ad arrampicare si inventano qualsiasi bugia con il proprio partner, lasciano i propri bambini parcheggiati in campeggio per qualche ora, sperando che tutto fili senza intoppi e gli arrampicatori non facciano ritorno a notte.
Si potrebbe spiegare questo concetto con una uguaglianza: scalatore uguale essere egocentrico, focalizzato solo sui suoi obiettivi e sul proprio noioso curriculum di vie.

Questa definizione è un dato di fatto: basta salire un sabato sera in un qualsiasi rifugio delle Alpi ed ascoltare le conversazioni di questi intraprendenti uomini delle arrampicate: io, io, io, io…

I protagonisti della sfida alla montagna potrebbero avere un piccolo problema fisico, che ne so… un taglietto al dito o un dolore alla spalla che sta rovinando la stagione, ma che non li fermerà, anzi sono disposti ad andare da qualsiasi specialista e spendere una fortuna pur di avere il fisico perfetto.
Sono tutti ossessionati.
Tutti hanno almeno una via che avrebbero voluto fare e che per una qualsiasi ragione non hanno mai fatto e si trasforma in ossessione.
Ad esempio, la mia ossessione si chiama diedro Philipp-Flamm al Civetta: quel fine settimana che dovevo andare a farlo c’era un banale impegno. Purtroppo ho perso l’occasione per sempre! Ora tutti a casa mia conoscono la mia ossessione.

Un compagno di vita scalatore, è il peggior errore che una donna possa commettere.

Curiosa immagine di Claudio Barbier in Belgio a Freyr. Claudio Barbier è stata una personalità controversa e molto egocentrica del panorama alpinistico europeo degli anni sessanta: totalmente centrato su se stesso e sul suo gesto arrampicatorio, formidabile ripetitore, non riuscì ad affermarsi come scalatore che abbia aperto nuovi itinerari.
Leggendo i suoi scritti si ha l’impressione di una personalità romantica ma disturbata.
Flash-130

Il parco giochi
Le Alpi nel cuore dell’Europa rappresentano un’oasi di contraddizione che si contrappone allo scarso fascino delle città opulente riproponendo le cose grandi: la fatica ed il pericolo (Eugene Guido Lammer).

Lammer ripropone il tema della fatica e del pericolo come la benzina dell’alpinista. Quello che uccide non è il pericolo, ma la vita piatta ed opulenta della pianura.
Gli scalatori fuggono dalla pianura; in montagna hanno paura della verticalità e non vedono l’ora di finire la propria salita per tornare in pianura e mescolarsi con gli uomini di pianura.
Gli scalatori, come gli uomini in generale, sono un insieme caotico di contraddizioni e le vicine Alpi non ci aiutano a scioglierle.

Ora le Alpi sono un grande parco giochi: d’estate fai alcuni tiri di corda e poi torni in corda doppia, d’inverno ti puoi divertire sulle cascate di ghiaccio o a scendere con lo snowboard. Ed ogni giorno migliaia di persone partono con i propri scarponcini da trekking d’estate o con le racchette da neve in inverno, per ritagliarsi la propria avventura.
Un’avventura con tanti pericoli o con pericoli controllati, ma sempre un’avventura in un grande parco giochi.

L’uomo ha sempre bisogno di un parco giochi. L’uomo pensa di esplorare spazi sterminati, ma quando dall’aereo vedi le cordate muoversi come formichine sulle creste, da una parte all’altra delle Alpi, allora capisci che il grande orizzonte e che l’ignoto sono semplicemente quello che il tuo sguardo non riesce a vedere.
Ognuno si ritagli il proprio parco giochi: un masso per il boulderista, una falesia per il falesista, una parete per lo scalatore, una valle per chi cammina, un’intera montagna per chi chiamano alpinista.

Alla fine sono tutti bambini che giocano al parco giochi.

L’ultimo, alla sera, chiuda il cancello!

Sull’Half Dome in Yosemite si trova questa particolare e stretta cengia chiamata del ringraziamento divino (Thanksgiving God). Pascal Etienne, ripreso in questa immagine, non sembra convinto del gioco che sta facendo.
Flash-129Allenamento inglese
Il miglior allenamento era andare al pub, bere 3 birre e parlare di arrampicata (Ron Fawcett).

Ron Fawcett, assieme a Pete Livesey, alla fine degli anni ’70, ha rivoluzionato il mondo dell’arrampicata inglese ed europea, introducendo il concetto di allenamento specifico ed intensivo per l’arrampicata.
Ron Fawcett, affermava che non poteva arrampicarsi sulle Alpi poiché se incappava in una perturbazione non poteva stare bloccato per il cattivo tempo per due o tre giorni, senza arrampicare, rischiando quindi di perdere la forma fisica.
Row Fawcett arrampicava in continuazione e quando arrivava in falesia arrampicava in cordata o da solo, dalla mattina fino a sera compiendo decine e decine di vie estreme in solitaria.
In un’epoca in cui gli scalatori si confrontavano ancora sulle grandi pareti, lui preferiva giocare sulle pericolose falesie inglesi o scendere in Verdon, al sud della Francia, per percorrere splendidi itinerari di calcare perfetto.
Eppure l’allenamento migliore avveniva al pub!

Se sei un forte scalatore, non prenderti troppo sul serio!

Ron Fawcett in arrampicata in Verdon. Alla fine degli anni Settanta l’arrampicata inglese era sicuramente avanti rispetto all’arrampicata del resto dell’Europa.
Flash-128A vista
Anche per quest’anno questa via l’ho fatta “a vista” (riferita da Emanuele Kinobi Pellizzari).

Chi va ad arrampicare spesso mitizza i grandi scalatori, le loro imprese e le loro gesta.
Ecco quindi una scalata a vista: ti avvicini alla parete, la vedi e la scali pulito, senza toccare i chiodi e senza altri sotterfugi: così nasce un’impresa da rivista.
Purtroppo per il concetto stesso di arrampicata a vista, tu non puoi ripetere serialmente una scalata a vista” sulla stessa parete più volte: è una contraddizione tautologica.
Quindi se tu vai sempre ad arrampicare nella stessa falesia e conosci i passaggi chiave a memoria non puoi più parlare di arrampicata a vista.

Proviamo ad allargare un po’ il concetto di arrampicata con stile: sei riuscito ad arrampicare bene? Hai fatto il passaggio con stile? Sei passato anche quest’anno a vista? E sia così!
Io rivendico il diritto che queste definizioni, quali l’arrampicata a vista, valgano non solo per i grandi, ma possano essere estese ed allargate anche per i peones dell’arrampicata che devono potersi divertire con queste definizioni che suonano così bene quando arrivi al bar a ordinare la birra.
Al diavolo le definizioni che vogliono porre ordine a questa caotica matassa di idee che c’è intorno all’anarcoide mondo dell’arrampicata.

Viva l’arrampicata a vista con cadenza annuale ed ogni volta che tu lo desideri.

Ivan Guerini in dialogo con una farfalla. Pochi capiscono quello che Ivan Guerini diceva e scriveva, ma il messaggio che ne derivava era che l’arrampicata era qualcosa di grande, di bello e di complesso da non potersi ridurre in un insieme di regole e definizioni. Il periodo libertario durò poco e tutto si ridusse a codificare un insieme di regole per uno nuovo sport fisico.
Flash-127La scomparsa del mito
C’è una luce buia sul ghiacciaio (ignoto ammiratore di Hermann Buhl riferendosi ai fulmini durante una notte di temporale).

L’alpinismo ha alimentato la lettura dei grandi volumi classici dell’alpinismo o i best-seller di montagna hanno creato nuovi alpinisti?
Quanti ragazzini hanno letto questi libri di salite epiche o di vite al limite di grandi alpinisti?
Quanti lettori di Hermann Buhl si sono lanciati su qualche via solo per ripetere le sua gesta. Quanti hanno letto o sognato sui volumi di Walter Bonatti?
Questo periodo è finito.
Per fortuna!

Internet ha seppellito tutto questa pseudo-letteratura.
Oggi l’informazione viaggia in rete e il ragazzino brufoloso, che ti ripete la via che tu cerchi di salire, ha studiato il video su YouTube e conosce i trick del passaggio.
Tu con le tue conoscenze pseudo-letterarie dei tempi eroici ti senti superato. Tu rimani a terra terrificato dai ricordi di terribili descrizioni di passaggi magari sotto una tempesta. Tu hai i miti in testa che ti spaventano.

Intanto gli altri si muovono veloci senza gli spettri del passato.
Tu guardi al passato e loro guardano al futuro.
Anche loro hanno i loro miti, ma sono più leggeri, non sono codificati su libri polverosi, sono agili e mutevoli come il web.
Internet ha ucciso le riviste di montagna.
Internet ucciderà anche i libri di montagna?
Internet ucciderà anche il mito alpinistico?

Se la citazione iniziale non ti dice nulla, hai già la risposta al quesito di cui sopra.

Sostituiamo i miti del passato con nuovi miti. Ad esempio Andy Holzer scalatore austriaco cieco dalla nascita, lui è un vero esempio di tenacia, perseveranza, passione ed entusiasmo. Lui arrampica dove la media degli scalatori fatica!
Flash-126Mani
Meglio un grande appiglio in una piccola mano che un piccolo appiglio in una grande mano (Claudio Barbier).

Il segreto dello scalatore sta anche nelle sue mani. In ogni caso le mani subiscono le conseguenze di anni di scalate.
La prima cosa da fare quando si entra in un rifugio è quella di osservare le mani di questi avventori.
Raramente ci si sbaglia poiché come si dice le mani tradiscono il mestiere.
Le mani tradiscono gli anni di attività, l’allenamento, le ore di freddo in parete e le lunghe sessioni alla trave.
L’uomo comune o della strada è sempre meravigliato che “noi si arrampichi” a mani nude e senza guanti. Chissà perché arrampicare a mani nude è considerata una cosa così strana. A volte mi chiedono se uso le ventose o i rampini.

A tutti sarà capitato la sensazione di abbandono quando si arrampica in inverno e le mani si congelano: sebbene tu veda gli appigli grandi e facili, le mani non ubbidiscono ai comandi del cervello e si muovono e prendono gli appigli in maniera meccanica, senza avere la giusta sensibilità. In questo modo si perde fiducia, magari non si cade, ma ci si deve fermare.

Un’altra orrenda sensazione è quando senti che le mani si aprono e non fanno più presa sulla parete rocciosa. Alla fine di un lungo tiro continuo senti che le forze vengono meno e con il fiatone, cerchi di accelerare, poichè sai che è solo questione di tempo prima di cadere.

Le mani racchiudono i segreti di uno scalatore.

Le mani di uno scalatore, specie dopo una salita in fessura granitica, sono particolarmente provate. Bende e nastri di cerotto sono usate per proteggerle dalle rocce più taglienti ma spesso i risultati non sono soddisfacenti.
Flash-125La filosofia del guerriero
La paura è il primo nemico naturale che il guerriero deve superare lungo la strada verso la conoscenza (Carlos Castaneda).

Non permettere che i draghi della tua mente abbiano il soppravvento e ti spaventino. Arrampica sempre concentrato e motivato, ma con la mente leggera. Non è facile.
Lo scalatore può essere paragonato ad un guerriero che prepara le sue armi, studia l’avversario e il terreno di battaglia e solo alla fine scende in campo, mettendo in gioco tutto sé stesso.
Non è facile diventare guerriero delle rocce ed agire con freddezza: ma questo è il segreto degli scalatori che riescono a compiere molte scalate vicino al proprio massimale.
Seguire il percorso di apprendimento del guerriero ed aumentare la propria consapevolezza è un’arte che nessuno ti insegna.
Il guerriero deve aumentare la propria forza: la capacità di agire, di impiegare energia in situazioni inaspettate e ancora fiducia, coraggio, mettersi alla prova, affrontare il rischio.
Non significa allenarsi di più; significa preparare la propria mente e condizionare il proprio subconscio, la parte nascosta della mente, per l’azione della scalata.
Gli insegnamenti del viaggio del guerriero – l’apprendimento –  di Don Juan Matus, sciamano indiano Yaqui, a Carlos Castaneda, antropologo misterioso, sono forse una chiave misteriosa per prepararsi all’azione.
Arno Ilgner ha applicato la lezione di Castaneda all’arrampicata, creando di fatto un metodo da lui chiamato rock warrior’s way.

Se vuoi migliorare, devi necessariamente intraprendere la via dell’apprendimento della mente.

Alex Honnold sulla famosa cengia chiamata Thanks giving God dell’Half Dome. E’ in solitaria e senza corda. Alex Honnold è noto per le sue scalate estreme solitarie. Lui è sicuramente un guerriero delle rocce. Lui sicuramente arrampica bene, ma a differenza di altri fuoriclasse, riesce ad arrampicare bene anche senza corda poiché riesce ad aumentare la propria concentrazione all’azione quando gli serve.
Flash-124

Compartimenti stagni
Mi piace arrampicare per piacere, ma non mi piace farlo per denaro. E’ lo stesso approccio che uso nel sesso.

Tanti scalatori si chiedono perché non trasformare la propria passione in un lavoro: chi vorrebbe lavorare in un negozio di attrezzatura alpinistica, chi fare la guida e chi in un centro di arrampicata indoor.
In realtà queste sono solo scorciatoie per cercare di risolvere un problema temporaneo: trovare un lavoro.
Ben presto si delineano nuovi ostacoli: cresce il senso di frustrazione, s’insidia la noia della ripetitività quotidiana, cosicchè lo scalatore guerriero si ripresenterà con tutto il suo carico d’insofferenza.
La soluzione migliore è svolgere un qualsiasi lavoro, possibilmente che ti dia soddisfazione, lavorando non troppo e guadagnando non poco, per poi potersi dedicare all’arrampicata.
Il vero rischio è quello di non eccellere né nel lavoro, né nell’arrampicata.  

Non compiere l’errore di trasformare il tuo piacere in un dovere.

Vito Plumari, il “vecchiaccio”, impegnato nel bouldering al Camp 4 in Yosemite. Un personaggio particolare, il “Don Juan” dell’arrampicata, parafrasando un famoso personaggio di Carlos Castaneda. Per lui, Pierluigi Bini e gli altri amici della casa cantoniera del Sella tra i quali Luisa Iovane ed Heinz Mariacher l’arrampicata era puro ed assoluto piacere.

Flash-123Arrampicata ribelle
L’arrampicata è una espressione individuale e che non è sopportabile da coloro che si ritengono portavoce dell’etica (Warren Harding).

Questa frase di Warren Harding, scalatore pioniere dello Yosemite Valley, ci dà l’idea dirompente dell’anarchia in cui può, anzi deve, sfociare l’alpinismo.
Noi non vogliamo regole almeno nell’arrampicata, anche l’idea stessa di un’etica ci disturba e toglie spontaneità al nostro gioco.
L’arrampicata, come la musica rock, è nata come espressione libera del corpo e della mente, è un modo estremo di sublimare le difficoltà della vita.
Cerchiamo di non imbrigliare l’arrampicata con regole, etiche, classifiche, imposizioni. Quando si cerca di imporre tutto questo, il movimento è nella fase decadente, mentre nella parabola ascendente la creatività è sufficiente per alimentare la passione.
Arrampicata significa salire liberamente la roccia.
Le regole sono in più, sono sovrastrutture dell’uomo.

Arrampica ascoltando la canzone Musica Ribelle di Eugenio Finardi: nulla sarà più come prima!

Warren Harding all’uscita, in solitaria, di Dawn Wall al Capitan nel 1970. Personaggio controverso dell’arrampicata, grande amante della bottiglia, ma convinto assertore della massima libertà anarchica della dimensione dell’arrampicata. Warren Harding è stato il primo salitore del Capitan nel 1958.
Flash-122Divertimento
Il più grande alpinista è quello che si diverte di più (Alex Lowe).

“Dai che non siamo qui per divertirci” tipica frase spesso udita in falesia, dove si alternano un capocordata troppo inutilmente preso dal proprio ruolo ed un secondo di cordata rilassato, che pensa solo a divertirsi. In fin dei conti chi ha ragione?
Perché non divertirsi sempre e comunque?
L’alpinismo non è una fede, né un lavoro.
Il grande alpinista cerca di divertirsi sempre e comunque.
Con questo spirito potrai accettare di dormire in rifugi puzzolenti e di svegliarti alla mattina presto per raggiungere una parete su cui divertirsi.
Purtroppo abbiamo dovuto aspettare che qualche americano ce lo insegnasse, perché noi europei ci siamo invaghiti di un concetto di alpinismo di conquista, di sofferenza e di machismo.
E’ fondamentale che un americano come Alex Lowe ci ricordi che dobbiamo anche divertirci.

Vai in rifugio e chiedi chi sia il più grande alpinista. Ti accorgerai che il divertimento non è contemplato.

Divertimento è anche camminare su una fettuccia tesa (slackline) sopra un laghetto con lo sfondo del Cervino come sta facendo Heinz Zak.
Flash-121

continua

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