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Una leggenda dolomitica

Una leggenda dolomitica
(prima ascensione di Fontana dell’oblio alla parete ovest della Pala della Ghiaccia, Stefano Michelazzi, Ivo Rabanser e Stefan Comploi, 24 giugno 2007)
di Stefano Michelazzi
Questo diario di prima ascensione fa parte di un libro che Stefano Michelazzi vorrebbe prima o poi pubblicare. Sulla sua vita agitata e cristallina, che tutte le sue nuove vie rispecchiano.

“Come son cambiate le abitudini dell’andare in montagna, e come siam cambiati noi”.
E’ una considerazione che mi viene alla mente, mentre tra una chiacchiera e l’altra camminiamo di gran lena lungo il sentiero. Ormai son più di vent’anni che facciamo questo “gioco” e non è solo il connotato dell’età che ci vede diversi.

Ivo Rabanser nella prima parte di Fontana dell’Oblio
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L’arroganza giovanile ha lasciato il posto alla compostezza adulta e i segni dell’esperienza si notano dentro lo zaino, nell’equipaggiamento ben sistemato, quasi catalogato, nella cura dei dettagli che ora rendono più mirate e meno goliardiche le nostre uscite, anche se la voglia di ridere e divertirsi è rimasta sempre la stessa.

Un grido secco e la brusca frenata di Ivo mi riporta alla dimensione presente. Non si può certo dire che il mio amico sia un tipo facile ad impressionarsi, e chi si è legato alla sua corda conosce bene la freddezza che lo contraddistingue nelle difficoltà, ma davanti ad un viperone che sarà lungo almeno un metro, sfido chiunque a non allarmarsi.

E’ proprio nel punto più stretto e infido del sentiero, una traccia stretta, scavata nella franetta discendente dalla parete sovrastante, che si verifica il nostro imprevisto incontro.

Con la lentezza esasperante, comune a questi rettili, il nostro casuale compagno di viaggio cambia itinerario infilandosi tra le erbe alte e scompare alla nostra vista.

Riprendiamo perciò, allegramente, il cammino che ci sta portando alla base della nostra parete.

L’inverno scorso fu proprio Ivo a propormi di tentare una via che salisse direttamente il grande, stupendo muro grigio della Pala della Ghiaccia 2423 m, quella parete dolomitica esposta a ovest, nascosta tra le balze dei Dirupi del Larséc, nota tra gli alpinisti per la bellissima realizzazione che portò a termine la cordata di Tita Weiss, Gino Battisti e Dante Colli nel lontano 14 settembre 1980.

Un’intelligente traversata caratterizza la prima parte di questa salita, che dal diedro d’attacco centrale permette di spostarsi sulla sinistra della parete evitando gli strapiombanti muri centrali e creando così quel capolavoro di alpinismo classico, quale, risulta questa via.

I disgaggi di Stefan Comploi
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In effetti la linea centrale, la “goccia d’acqua”, risulta ancora violabile e vista con una concezione moderna di forzatura delle difficoltà appare una gran bella sfida.

Siccome quel “marpione” del mio socio sa bene come prendermi per la gola, quando si tratta di chicche come questa, la mia reazione poté essere soltanto positiva.

Stamani, a ingrossare le file degli “assaltatori” c’è anche Stefan, ormai storico compagno di cordata di Ivo, condivisore di innumerevoli salite.

Stefan è un tipo riservato, ci siamo conosciuti già qualche tempo fa ma finora non c’era mai stata l’occasione di arrampicare assieme.

Ogni tanto dice qualche parola, ma siamo soprattutto io ed Ivo a mantenere attiva la conversazione, discutendo di storia dell’alpinismo, di grandi salite, di piccole miserie umane racchiuse negli aneddoti, dei quali il mio amico sembra avere un archivio inesauribile; di donne, argomento che nei discorsi della gente di montagna è un vero e proprio “must”.

Se è vero che tre è il numero perfetto siamo a cavallo! Arriviamo all’attacco della parete strasudati, visto anche il passo non proprio da gita che abbiamo tenuto.

Ora però le chiacchiere si spengono e iniziano i discorsi di valutazione della situazione.

Parte Ivo, che si merita giustamente l’onore di gustarsi il primo tiro, vista la paternità di questa idea. Lo guardiamo attenti mentre sale, metro dopo metro, la lavagna grigia.

Si intuisce, anche dalle poche parole che scambia, mentre continua la sua ascesa, che l’arrampicata è bella ma impegnativa.

D’un tratto sparisce, nascosto da una costola che ci impedisce la visuale e possiamo intuire le sue mosse solo osservando i metri di corda che ci sfilano nelle mani mentre lo assicuriamo.

Michelazzi e Comploi in sosta
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Dopo 50 metri il suo fischio ci rassicura. Ha piazzato una buona sosta ed è pronto a farci salire, fino alla prima tappa di questa nuova avventura.

Ci prepariamo a raggiungerlo.

Le placche si dimostrano subito splendide, ma come avevamo compreso, difficili.

L’aderenza la fa da padrona.

L’arrampicata, però, fatta di movimenti ben calibrati, che rendono il gesto estetico, ci fa godere di questi primi passi sulla parete ed alza il livello di eccitazione, nell’attesa di quello che ci aspetta più avanti.

Un diedro delicato, che Stefan, disgaggiatore nato, ripulirà al suo passaggio, porta nell’unico punto dove la nostra salita incontrerà la Weiss-Battisti-Colli, la traversata.

Un muro su belle prese ci porta poi al terrazzino della sosta. E l’ouverture è creata! Adesso tocca a me.

La fessura che ci sovrasta si dimostra subito “cattiva”, liscia e poco proteggibile a causa della sua conformazione, e lo strapiombo che la interrompe a due terzi d’altezza mi obbliga a una resa diplomatica.

Infliggo colpi rapidi e decisi sul perforatore, e lentamente creo il foro che mi permetterà di piazzare lo spit, il tassello ad espansione, che spinto poi di forza all’interno del foro stesso creerà un corpo unico con la roccia e quindi un ancoraggio altamente resistente.

Così facendo, potrò affrontare lo strapiombo che non permette di proteggersi con i metodi tradizionali, prevenendo gli eventuali imprevisti che potrebbero ostacolare il mio procedere.

Ancora uno spostamento delicato ed è fatta. Sono su di un bel terrazzino dove posso sistemare un’ottima sosta e recuperare i miei compagni che mi raggiungono entusiasti.

Riparto.

Michelazzi e Comploi in parete
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Sul tecnico muro successivo, decideremo di usare ancora due volte un tassello a espansione, per dare ai ripetitori la sicurezza necessaria a compiere una bella salita, senza patemi d’animo per l’incolumità personale.

Forare la roccia a mano è un lavoro faticoso e spesso, quasi interminabile nei tempi.

Si è fatto tardi e decidiamo di interrompere qui la nostra giornata, per avere il tempo necessario di ritirarci con tranquillità.

Discendere a corda una parete è un’operazione che comporta tempi lunghi e richiede molta attenzione nelle manovre, pur utilizzando gli ancoraggi che abbiamo attrezzato per le soste, i quali ci faciliteranno il compito.

Abbiamo raggiunto e assaggiato i muri centrali e, grazie all’instancabile opera di Stefan, ripulito la nostra linea dai massi instabili che in alcuni punti potevano rendere pericolosa la salita.

Ce ne torniamo a valle soddisfatti, non prima però, di aver fatto rotolare un bel po’ di massi giù per il ghiaione.

Tre bambini che giocano a rimpiattino? Beh, in fondo per definire la figura del “puer”, insita nell’animo degli alpinisti si sono versati fiumi d’inchiostro, vogliamo che siano stati inutili? Fa un freddo cane! Ha piovuto fino a poco fa e la voglia di andare latita un po’.

Poi però ci tiriamo l’un l’altro e alla fine siamo di nuovo qui sotto il nostro muro.

Siamo un terzetto ben affiatato non c’è che dire, anche la riservatezza iniziale di Stefan ormai è un ricordo, e il piacere di sentirsi quassù, insieme a chi ha la tua stessa passione e ne condivide gioie e dolori è qualcosa che riesce difficile da spiegare, ma ti riempie l’anima.

Tra una chiacchiera e l’altra, e qualche presa in giro all’indirizzo del primo di cordata di turno, che impegnato nella salita non può far altro che subire le canzonature degli altri due, raggiungiamo il punto più alto della volta scorsa.

Il freddo è intenso, siamo partiti tardissimo e bisogna cercare di accelerare i tempi per portare a casa un risultato anche oggi. Anche perché sappiamo già che, viste le condizioni, non arriveremo molto in alto.

Concludo la lunghezza di corda che mi porta ad un gradino molto comodo.

Il tiro mi ha impegnato parecchio, non solo per quanto riguarda la difficoltà tecnica, ma perché proteggersi adeguatamente, evitando la possibilità di un volo, che risulterebbe in questo caso altamente traumatico, è risultato quasi impossibile.

La parete ovest della Pala della Ghiaccia con il tracciato di Fontana dell’Oblio
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A volte capita di far appello a tutta la concentrazione possibile, a tutte le risorse derivanti dall’esperienza e fare il passo che, sai, potrebbe metterti in condizioni spiacevoli, ma l’alpinismo esplorativo è anche questo.

I miei compagni d’avventura nel risalire, esentati dal rischio del volo, grazie alla corda che ne protegge l’incolumità dall’alto, sistemano la chiodatura rendendo i passaggi sicuri per la nostra prossima visita e per i futuri ripetitori.

Prepariamo il materiale nei sacchetti che lasciamo qui in parete, appesi alla roccia, rendendoci più agevole il prossimo “attacco”.

Stiamo scivolando lungo le corde che ci riporteranno a terra, quando Ivo comincia il racconto della leggenda che caratterizza la base di questa parete.

Il racconto di una sorgente che dà l’oblio e fa dimenticare tutto.

Ma, dice la leggenda, nemmeno il bere a questa fontana potrà cancellare l’amore.

Una bella e romantica fiaba delle Dolomiti, che alimentava le fantasie dei bambini di un tempo, quando seduti davanti al fuoco scoppiettante, unico punto di ristoro della casa nelle gelide sere d’inverno, ascoltavano i racconti di fate, maghi e principesse.

La fantasia volava alta, la televisione allora non aveva ancora inaridito i sogni dell’uomo.

E non vola alta la fantasia dell’alpinista, che è capace di immaginare sugli ostili muri di una montagna la linea che lo vedrà danzare gioioso sull’orlo dell’abisso? Quale altro nome potrebbe essere migliore, per identificare la linea razionale che questi sogni hanno prodotto? E’ deciso! Sarà il nome delle nostre fatiche su questo mare di roccia.

Siamo in quattro oggi, Chiara si è unita al gruppo e ci accompagnerà fino all’attacco, poi ci aspetterà su in alto, al passo, dove la cresta che rappresenta la discesa dalla cima si unisce ai verdissimi prati sottostanti.

Lungo il percorso incontriamo due alpinisti che conosciamo e che vogliono tentare la Weiss-Battisti-Colli.

Le chiacchiere a questo punto assumono quasi i toni del cicaleccio di un mercato.

E’ una bella giornata, calda e solare, di quelle che ti mettono addosso la voglia di arrampicare.

Mentre Chiara si allontana lungo il sentiero che risale al passo e la coppia di amici, che hanno ingrossato il gruppo durante l’avvicinamento, si perde nei suoi “riti preparatori”, cominciamo la risalita della nostra via.

I tiri di corda si susseguono veloci.

I passaggi sono memorizzati nelle nostre menti ed ognuno di noi sa esattamente come muoversi. Questo almeno fino a dove lasciammo il materiale l’ultima volta.

Ora alzarsi da questa cornice sospesa nel vuoto, significa ancora una volta, salire verso l’ignoto.

Gli strapiombi che ho sopra la testa, e che si avvicinano passo dopo passo, mettono soggezione.

Lo sguardo scruta verso l’alto alla ricerca del punto più debole.

Un passaggio ostico, un dito infilato in un buchetto quasi invisibile, mi dà l’accesso ad una bella fessura che taglia orizzontalmente per qualche metro, e sembra permetta di raggiungere l’isola di pace in mezzo al caos degli strapiombi.

Guardo in su ed in giù, considero i possibili effetti di una caduta da questo punto e decido che forse sarebbe meglio proteggere questo tratto ancora una volta “violando” la roccia.

Forse, vincere le nostre paure forzando artificialmente la parete, non è “cavalleresco”, ma la voglia di procedere oltre, di scoprire cosa c’è aldilà, mantenendo però almeno uno spiraglio aperto, nella porta che divide la vita dalla morte, sono convinto giustifichi ampiamente scelte di questo tipo.

Oltre, sapendo che il ritorno non è più impossibile, salgo più leggero.

L’oasi che si intuiva c’è, e per qualche metro l’arrampicata diventa meno difficoltosa. Ma ora rimane la prova più difficile, aggredire direttamente lo strapiombo.

Salgo con circospezione, tastando gli appigli per saggiarne con le punte delle dita la consistenza, la capacità a farmi salire senza di colpo schizzare verso il vuoto, con me dietro.

Una placca liscia blocca la mia avanzata.

La parete ovest della Pala della Ghiaccia con il tracciato della via Weiss-Battisti-Colli (da Dirupi di Larséc, di Dante Colli e Gino Battisti)
LeggendaDolomitica-Weiss-Battisti.Colli

Tasto un po’ ovunque alla ricerca di qualche asperità che mi dia la possibilità di progredire o almeno di agganciare un cliff, quei gancetti “magici” che molte volte riescono a “salvarti il culo” nelle situazioni più impegnative.

Una listella di roccia quasi impercettibile diventa quindi la sede “ideale” del magico gancio.

Non mi ci posso appendere del tutto, l’impressione è che se mi ci appendo di peso schizza via tutto. Allora, mentre con una mano mantengo la posizione e l’equilibrio, aiutato dal gancio che scarica parte del mio peso, con l’altra provo a piantare un chiodo.

Una fessurina quasi ridicola accetta per qualche centimetro che il chiodo si faccia largo al suo interno ma poi il suono tinnulo che già faceva presagire ad un chiodo buono si interrompe, sostituito da quello monotono della fessura cieca… fine corsa.

Meglio che niente, penso, ora posso almeno scaricare il peso dal cliff, che in ogni caso risultava ben peggiore del chiodo, nel suo ruolo di “protettore”.

Poco più su una svasatura nella roccia liscia fa intuire la presenza di un possibile appiglio. Con molta cautela alzo i piedi e infilo le dita nella svasatura… Se avessi infilato le dita nel culo di una gallina, aldilà degli schiamazzi che avrebbe provocato da parte del povero volatile, credo che l’effetto non sarebbe stato molto diverso… è piena di fango! In quella posizione precaria, ormai alto sopra l’ultimo chiodo buono, provo a inserire un chiodo dentro la svasatura. Anche questo s’infila più o meno con le stesse modalità di quello precedente.

A questo punto s’impone una decisione: salire comunque o forare. Ivo e Stefan mi incitano da sotto e le loro urla di incoraggiamento mi danno la carica… vado! Una serie di passi calibrati sulla placca liscia mi permettono di raggiungere uno spigoletto sulla destra, che ospita una bella fessura dove posso finalmente piazzare una buona protezione… tiro un po’ il fiato.

Ancora una serie di passaggi non banali e finalmente lancio un urlo liberatorio…: – SOSTA!

I miei compagni risalgono decisi verso di me, e mentre Ivo sistema un po’ la chiodatura, Stefan al solito ripulisce i passaggi da tutto quello che appare non perfettamente solido… è veramente instancabile.

Ora posso un po’ riposare la mente, tocca a Ivo forzare le placche che ci sovrastano e ci permetteranno di raggiungere gli strapiombi finali.

Lo guardiamo traversare poi salire poi riattraversare. Sempre con un ritmo lento, alla ricerca dei passaggi più abbordabili in un mare di placche lisce.

Scompare per breve dietro uno spigolo poi lo vediamo di nuovo, più in alto.

Rabanser, Compli e Michelazzi poco sotto la vetta con lo spumante di Chiara
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Serpeggiando sugli specchi alla fine raggiunge un buon posto di sosta, una nicchietta che sarà l’ultimo trampolino per lanciarci all’attacco finale.

Un capolavoro d’intuito, penso, mentre risalgo la lunghezza. La via di salita da sotto non appare chiara e bisogna indovinare i punti migliori, consci anche del fatto che la compattezza di queste placche non permette di proteggersi con molti chiodi, anzi.

La fortuna però ci assiste e lungo il tiro più di qualche “clessidra”, quelle formazioni rocciose che nella figura assomigliano appunto al sabbioso segnatempo, ha permesso al mio amico di pararsi le parti basse rischiando il meno possibile.

Riparte.

In pochi ma difficili metri raggiunge l’orlo dello strapiombo. Ora il difficile diventa veramente riuscire a proteggersi, la roccia non accetta granché e Ivo martella di qua e di là cercando la fatidica fessurina che ci verrà in aiuto.

Un chiodo sembra sicuro.

Un piccolo friend proprio sul bordo e Ivo passa oltre… Ora non lo vediamo più rimane nascosto dalla fascia di strapiombi.

La successiva parete lo impegnerà per molto tempo, le caratteristiche sono le stesse del tiro precedente: pochi chiodi e passaggi belli impegnativi, ma almeno la qualità della roccia continua a essere ottima.

Assieme a Stefan, appesi ai chiodi, su questa terrazza sospesa sopra 300 metri di vuoto, facciamo qualche chiacchiera, senza mai distogliere lo sguardo dalla corda che ogni tanto scivola verso l’alto, poi, nell’aria si leva il fischio di Ivo.

E’ il segnale, ci siamo! Togliamo i nostri “ancoraggi” e partiamo, sapendo che ormai è fatta.

Procediamo decisi ma godendoci ancora gli ultimi metri di questa stupenda parete.

In cima l’amico ci attende sorridente. Ci scambiamo i complimenti per la bella realizzazione che abbiamo appena compiuto e ci sdraiamo sul piccolo tappetino erboso che offre questa minuscola vetta, chiacchierando allegramente e guardandoci attorno osservando cime e pareti che ci circondano e ci fanno sentire a casa, nel nostro mondo.

Raccogliamo le corde e sistemiamo il materiale negli zaini.

Scendiamo la crestina che ci collega all’altopiano erboso dei Dirupi del Larséc e su di una selletta una simpatica sorpresa: Chiara che ci ha raggiunti tira fuori dallo zaino una bottiglia di spumante… meglio di così per festeggiare… Qualche foto ancora per immortalare questi attimi e poi via lungo il sentiero che ci riporterà dapprima alla macchina e poi verso le rispettive case, ripassando però, ancora una volta alla base di questo muro grigio, questa parete che ci ha fatto sognare prima e realizzare il sogno poi, quasi a porgere le nostre congratulazioni anche a lei.

E’ quasi un atto dovuto.

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Per una principessa

 

Per una Principessa
di Ivo Rabanser
Prima ascensione sulla parete nord-est della Torre Lisa sul Sassolungo

Ero preso dal lavoro di compilazione della guida del Sassolungo, che sarebbe stata edita dal CAI-TCI. Poiché in ritardo con la consegna del manoscritto, mi toccava sacrificare diverse giornate estive di un propizio cielo blu cobalto per concludere questo impegno. Dapprima mi ero trascinato in un’esuberante attività ed era mancato il tempo, successivamente cedetti alla pigrizia quando invece mi sarebbe stato possibile lavorare. Era insomma una giusta punizione e ora dovevo recuperare il tempo perso.

La Torre Lisa
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIn particolare mi mancano ancora un bel po’ di fotografie. Decisi così di impiegare un fine settimana per catturare immagini da inserire nel volume.

Con le telecabine ero salito alla Forcella del Sassolungo e mi fermai brevemente al Demetz per salutare Franz e Stefania che allora gestivano il rifugio. Era proprio una splendida giornata. Il cielo blu cobalto iridava una luce ideale per modellare con efficacia la plastica delle pareti che dovevo ritrarre. Tuttavia mi rammarico di quel mio ruolo, relegato a fare foto invece di grattare dolomia verticale. Quell’estate si è già rilevata buona. Con compagni diversi ci erano già riuscite sei prime ascensioni. Ed eravamo soltanto a fine luglio.

Discesi il primo ripido tratto del Vallone del Sassolungo, poi deviai verso sinistra inoltrandomi nella suggestiva conca che un tempo conteneva un piccolo ghiacciaio. Adesso i residui del ghiaccio si potevano notare soltanto nelle alte terminazioni dell’insenatura.

Mi ero discosto di poco dal sentiero affollato, eppure ciò era bastato per isolarmi dal chiasso delle persone. Era proprio un posto suggestivo. Mi sentivo come in una grandiosa arena, circondato da alte e selvagge pareti rocciose.

Tirai fuori l’apparecchiatura fotografica e inquadrai la parete del Campanile di Venere. Girandomi, quasi d’improvviso, notai la parete giallastra alle mie spalle. Era una torre dalla caratteristica sommità squadrata. Tante volte l’avevo guardata, ma mai prima di allora veramente osservata.

Dallo zainetto recuperai prontamente il binocolo e misi a fuoco. Attraverso le lenti scrutai minuziosamente quella parete di verticale dolomia gialla, cercando di coglierne tutti i segreti. Mi prese un’ondata d’euforia. Inaspettatamente avevo intravisto una possibilità di tracciare una via nuova e per di più su una parete ancora inviolata. L’ottica del binocolo ingrandì il problema, permettendo d’ipotizzare una linea su quella trama di rocce verticali.

Che bel gioco quello di accostare passaggio dopo passaggio nella composizione di un itinerario di salita. Nello studio di un nuovo itinerario stabilisco preventivamente soltanto grosso modo il percorso da seguire, come in un progetto di massima. I passaggi nel dettaglio vanno scoperti una volta impegnati in parete. Queste prime ascensioni non sono certo necessarie, però sono possibili, come del resto avviene per tutte le attività creative. Pensai alle parole di Mummery: «Il vero alpinista è chi tenta nuove ascensioni. Non importa se vi riesce o no; egli ricava il suo piacere dalla fantasia o dal gioco della lotta».

Avevo come una musica all’orecchio, come un bambino che scopre un gioco che lo coinvolge. Trascorsi il resto della giornata fotografando le varie pareti del Sassolungo. In un solo giorno scattai oltre quattro rullini di diapositive.

Sulla Torre Lisa
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl 2 agosto 1998 attaccammo la parete. Avevo coinvolto Stefan Comploi in questo progetto, che come d’abitudine si era subito dimostrato entusiasta e ansioso di mettere le mani sulle rocce. Era una domenica e le condizioni del tempo poco propizie. Ugualmente decidiamo di provare. Traversando i pendii detritici verso l’attacco mi fermavo ogni volta che il respiro si faceva affannoso per scrutare la parete.

Dopo un breve zoccolo di erti gradini, la roccia s’inarca ripida sopra di noi. Per placche compatte ci alzammo verso sinistra, dove un diedro rovescio indicava la linea da seguire. Con quella lunghezza raggiungemmo una piccola cengia, dove iniziava il settore giallo della parete. Sulla sinistra intravvedevo la possibilità di continuare. Un muro di roccia verticale, striato da una colata nera, lasciava sperare in una prosecuzione.

Sulla Torre Lisa
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Gli appigli si presentavano ruvidi sotto le dita, ma sufficienti per innalzarsi. Su una placca traversai poi verso destra, fermandomi per piantare un chiodo. L’operazione mi sfibrò oltremodo le braccia, poiché dovetti spessorare il foro nella roccia con zeppe di legno duro prima di infiggere a chiodo a colpi di martello. Ero soddisfatto del lavoro. Ora si trattava d’arrivare alla sovrastante grande lama di roccia, dall’aspetto un po’ malaticcio. La caricai delicatamente, facendo cadere nel vuoto alcune lastre instabili. Che i sassi sparissero nell’abisso, sibilando diversi metri al di là della sosta dove Stefan mi guardava divertito, palesava il fatto che la parete strapiombava e non solo in senso metaforico. Ero ansioso di vedere se quella riga più chiara, che nello studio preliminare della parete avevo adocchiato, fosse come speravo la soluzione del problema che avrebbe permesso di raggiungere lo spigolo terminale. Sì… Con un urlo di gioia comunicai all’amico la lieve notizia! Una provvidenziale rampetta si insinuava fra gli strapiombi e ci avrebbe permesso un’agevole continuazione.

Stefan iniziò a traversare su queste rocce concave verso destra, ripulendo gli appigli e gli appoggi mobili. L’arrampicata si svolse in massima esposizione. Superando un ultimo strapiombo raggiunse lo spigolo illuminato dal sole. Di ottimo umore salimmo le ultime balze rocciose verso la cima.

Desideravo intitolare questo monolite inaccesso al nome di mia figlia Lisa. E Stefan si disse generosamente d’accordo. Alla mia piccola Principessa, che in quel tempo indicava con il dito il Sassolungo dicendo: «montagna di mio papà».

Stefan Comploi e Ivo Rabanser (a ds) in vetta all’inviolata Torre Lisa
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