Posted on Lascia un commento

Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes

Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes: tre protagonisti dell’arrampicata inglese a confronto
di Maurizio Oviglia

Nel 2005, grazie al Club Alpino Accademico Italiano, fui invitato a partecipare al meeting della BMC in Galles. Per me fu un’esperienza davvero illuminante, non solo perché ebbi la fortuna di arrampicare nelle più belle falesie del Galles e stringere amicizia con alcuni tra i più forti climber inglesi – oltre che bere una birra con personaggi come Geoff Birtles e Lindsay Griffin (si difendono piuttosto bene anche al pub!) – ma soprattutto perché il mio concetto dell’arrampicata in Inghilterra cambiò radicalmente.

Le copertine delle tre autobiografie in italiano
Oviglia-biografie(foto-copertine)E’ evidente che toccare con mano è molto diverso che farsi un’idea sui “sentito dire” o sulle foto di qualche rivista, questo lo so bene… Piuttosto mi sono reso conto che noi “europei del sud” abbiamo un’idea molto vaga di ciò che è successo (e succede) sulle falesie inglesi, spesso viziata da nazionalismi e luoghi comuni, anche ora che nell’era della comunicazione globale le cose dovrebbero essere più nitide. Ad esempio, avevo sempre sentito dire che in Inghilterra le rocce fossero poche, di altezza insignificante e di bassa qualità. Ebbene, dopo aver arrampicato in Galles ho davvero dovuto ricredermi! Oppure, forse di riflesso al fenomeno dell’Hard Grit, che gli inglesi fossero soliti provare le vie con la corda dall’alto e superarle da capocordata solo una volta sicuri di non cadere. Ho sentito più di un arrampicatore italiano commentare: eh, ma così son capaci tutti! Anche questo è un luogo comune che si è rivelato infondato, considerato che alla prova dei fatti il 90 per cento degli scalatori inglesi scala a vista, per ovvie ragioni leggermente sotto il suo livello massimo. Ma questo non vuol dire che, come spesso succede ai nostri arrampicatori tradizionali, gli inglesi non vadano mai al limite e considerino il volo un’eventualità assolutamente da evitare. Anzi! Ho visto con i miei occhi normali climber della domenica volare dieci metri su uno stopper piazzato nell’ardesia!

La copertina dell libro di Johnny Dawe in lingua originale
Oviglia-johnny_dawesDopo questa prima esperienza mi è rimasta la voglia di saperne di più. Così, alla prima occasione, son tornato in Inghilerra altre due volte, accompagnato dall’inglese naturalizzato sardo, Peter Herold. Con lui siamo stati sul grit del Peak District visitando le falesie più famose, e poi in un viaggio successivo sul calcare di Pembroke. Ho avuto la possibilità di incontrare arrampicatori storici di Sheffield che avevano scalato con talenti quali John Allen, nomi da noi decisamente sconosciuti ma importantissimi nell’evoluzione della scalata libera europea. Guardando con i miei occhi le linee di cui avevo sempre sentito parlare (nei primi anni Ottanta ero uno dei pochi abbonati a Mountain), ho provato un riverenziale timore e ammirazione per le vie di quei tempi, rendendomi davvero conto di quanto fosse avanti l’arrampicata in Inghilterra negli anni ’60, ’70 e ’80. E, soprattutto, di quanto fosse diverso il loro concetto di arrampicata tradizionale rispetto al nostro! Grazie a Peter, riuscimmo persino a contattare Ron Fawcett e Johnny Dawes, che mi concessero un’intervista per l’annuario UP, di cui ai tempi ero capo-redattore. Durante un suo viaggio in Sardegna, poi, ebbi l’onore di conoscere ed arrampicare di persona con Johnny Dawes, che nel frattempo era divenuto per me un vero mito, le cui innovazioni nel campo della tecnica di arrampicata riuscivo a stento a quantificare. Un po’ sovrappeso ed invecchiato, Johnny stava uscendo da un brutto periodo della sua vita. In Inghilterra era appena stata pubblicata la biografia di Jerry Moffatt e anche lui stava quasi pensando di mettersi a scrivere per raccontare la sua incredibile vita… Non sapeva da dove cominciare, e pareva davvero si stesse cimentando con la salita più dura della sua carriera!

Johnny Dawes oggi (Foto: Maurizio Oviglia)Oviglia-dawes-fotoOviglia
Purtroppo la mia vita quotidiana è diventata così frenetica, divisa tra roccia e monitor, da non trovare più il tempo di leggere i libri “di carta” come un tempo. Non ho mai avuto l’abitudine di “divorare” un libro dietro l’altro, mi piace leggere lentamente, fermandomi a riflettere e metabolizzando le parole poco a poco. In poche parole, a me un libro dura mesi, se non anni! Tuttavia, appena ho saputo che la casa editrice Versante Sud aveva tradotto in italiano le biografie dei tre personaggi chiave dell’arrampicata inglese degli anni ’70/’80, le ho subito acquistate. Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes erano finalmente nello scaffale della mia libreria, anche se dovevo ancora leggerli! Per fortuna ci sono le spedizioni extraeuropee: qui trovo l’ideale momento di stacco che mi permette di concedermi alla lettura, e i tre volumi mi hanno dunque accompagnato nei miei viaggi: Moffatt in Patagonia, Fawcett in Venezuela e Johnny Dawes in Nepal…

Jerry Moffatt oggi e ieri
Oviglia-Jerry_MoffatQuando ho chiuso l’ultimo dei tre libri, ho sentito la necessità di scrivere una recensione classica, evidenziandone pregi e difetti. Ma ero lontano da casa, e non ho potuto farlo subito, dunque sono stato costretto ad aspettare… A freddo, nuovamente davanti al monitor, oggi mi mancano le parole. Preferirei forse che queste mie righe fossero un invito a conoscere una parte della storia dell’arrampicata poco nota, perché conoscerla in un’attività che non è solo sportiva come la nostra, è importante. Da questo punto di vista ho trovato illuminanti le parole di Dawes: “Sul continente i chiodi a espansione venivano usati liberamente, ma in Gran Bretagna i pigri e gli svitati che vivevano del sussidio di disoccupazione erano abbastanza numerosi da far nascere una fusione del nuovo atletismo con l’edonismo vecchio stile. Una specie di età del rock ‘n roll, con tutta la sua anima”. Oppure, in un altro passo del libro, che non riesco più a ritrovare per citarlo nelle esatte parole di Dawes, che la storia dell’arrampicata inglese era una delle tante, comunque una storia importante, e che pertanto meritava di essere raccontata.

Voglio comunque spendere due parole sui tre libri, tre biografie così simili ma allo stesso tempo così diverse. Tre personaggi che hanno vissuto la stessa storia, grosso modo negli stessi anni, da protagonisti, amici e nemici allo stesso tempo, spesso divisi e combattuti tra competizione, ambizione e amicizia.

Ron Fawcett nella prima salita on sight di Master’s Edge (courtesy Fawcett)
Oviglia-RonFawcett-prima salita(on sight)diMaster's Edge(courtesyFawcett)Il libro più motivante è stato per me quello di Jerry, veramente travolgente. Era dai tempi di Reinhard Karl che non rimanevo così coinvolto in un libro di arrampicata! Quando lo chiudi senti veramente crescere in te la voglia di partire, ma non verso le falesie inglesi, ma piuttosto in direzione di qualunque cosa ti porti verso i tuoi personali limiti! Jerry è stata veramente una star dell’arrampicata mondiale, ma non esattamente allo stesso modo in cui Edlinger lo è stato per i francesi!

Il libro di Ron sul profilo della narrazione è invece decisamente meno accattivante, ma racconta con rigore storico il suo percorso di uomo e di climber, dagli umili inizi osteggiati dalla famiglia alla vergogna dei furti smascherati, sino al riscatto e alle luci della ribalta: il primo arrampicatore sponsorizzato del mondo! E’ un libro che tutti gli appassionati di storia dell’arrampicata moderna dovrebbero avere in libreria! Interessantissimi sono poi gli intrecci tra la storia inglese e quella californiana: è davvero un peccato che John Bachar non abbia avuto il tempo di tenere una penna in mano!

Ron Fawcett negli anni ’80
Oviglia-CaveRoute_web
Ron Fawcett oggi
Oviglia-JC-9971Com’era prevedibile la biografia di Johnny è risultata la più complessa e imprevedibile ma, almeno per quanto mi riguarda, di gran lunga la più affascinante! Nonostante alcune traduzioni decisamente improbabili, a cominciare dal titolo (l’originale Full of myself è bellissimo e poteva a mio avviso rimanere non tradotto), diversi passi del libro risultano davvero geniali! Quando abbiamo intervistato Johnny per Up, Peter mi diceva che era veramente difficile seguirlo nei suoi ragionamenti! Tra un’elucubrazione e l’altra, si esibiva in uno dei suoi classici numeri: stare in equilibrio su un battiscopa di 1 cm aprendo le anche, con la faccia schiacciata sul muro… Ma a parte una vita decisamente “spericolata” (rimangono memorabili alcune descrizioni mozzafiato di tentativi al limite e cadute al suolo), è buffo scoprire che nel 1981 la via più dura del mondo si trovava forse sul muro di una casa, ovviamente senza protezioni… L’arrampicata è davvero un caleidoscopio che in ogni epoca offre incredibili sorprese. Le biografie come queste gettano spesso una luce diversa sulla storia e finiscono per mettere in discussione quanto acquisito, in un ambiente spesso ancora dominato dalla retorica dell’Alpe nonostante le nostre “rivoluzioni” culturali degli anni Settanta. E allora grazie a Jerry, Ron e Johnny per aver trovato la forza di raccontarci la loro incredibile vita!

 

Posted on Lascia un commento

Flash di alpinismo 9

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 09 (9-13)
di Massimo Bursi

Aria fresca e rock music
La gita finisce solo quando si entra in casa.

Il ritorno a casa è l’ultimo vero passaggio della via.
Non è la cima il vero obiettivo.
Terminata la via, c’è la discesa che può essere insidiosa. Spesso ci si rilassa e quindi nella discesa si corrono molti pericoli.
Terminata la discesa, un altro passo importante è ritrovare le chiavi della macchina: passaggio facile ma non scontato.
Infine c’è il ritorno in macchina, lungo o corto, di giorno o di notte, ma spesso stravolti dalla stanchezza, dal sonno, dalla fame; a tutto questo si aggiungano i discorsi sconclusionati con il tuo amico ed i progetti di nuove vie, discorsi fatti tanto per rimanere svegli.
Chi non si è ritrovato, almeno una volta, a guidare in autostrada con le palpebre che si stanno chiudendo mentre tutti i compagni in macchina dormivano tranquillamente?

Aria fresca, finestrino aperto e martellante musica rock ti aiutano ad arrivare a casa.

Stefan Glowacz ed il suo furgone per vivere, dormire ed allenarsi. Alex Honnold ha deciso di vivere in un furgone per poter essere libero di spostarsi e vivere liberamente le aree dove poter scalare.
Flash 262Ma dove credi di andare?
Uno dei regali che mi venne fatto dai miei genitori nel giorno di un compleanno fu un altimetro. Era molto bello e preciso ma con un difetto; misurava fino a 4000 metri. Allora non pensavo ancora all’Himalaya e ai suoi Ottomila, ma certamente era già ben vivo in me il desiderio di scalare almeno il Monte Bianco. Il mio altimetro poteva andare bene in Dolomiti, non sulla più alta cima delle Alpi. Timidamente feci osservare a mio padre e a mia madre che l’altimetro arrivava “solo” fino a 4000 metri.
“Figurati, perché? Dove credi di andare?” fu la loro sorpresa risposta (Marco Bianchi, salitore di sette ottomila metri).

I figli, con la loro testolina, spesso sono più lungimiranti dei genitori. I figli spesso sono più ambiziosi dei genitori. I figli spesso coltivano sogni che i genitori neanche possono pensare.
Le rivoluzioni vengono fatte dai giovani e mai dai vecchi. I giovani cambiano il mondo.
I nuovi gradi di arrampicata, le novità vengono portate dai giovani.
E’ fondamentale che i meno-giovani non frenino mai le ambizioni dei ragazzi.
E’ fondamentale che i meno-giovani imparino dai ragazzi.

Quando regali un chiodo da roccia ad un figlio, non puoi mai sapere su quale parete verrà piantato.

Questo giovanissimo ragazzo diciassettenne ancora imberbe e con ancora lo sguardo da bambino sta apprestandosi ad aprire un itinerario leggendario che farà storia per molti anni: Jindrich Sustr e la via del Pesce. Alcuni genitori a quell’età reputano i propri figli ancora immaturi.
Flash 264Dentro la natura
Camminare per me significa entrare nella natura. Ed è per questo che cammino lentamente, non corro quasi mai (Reinhold Messner).

Forse il fine ultimo di tutto questo nostro scappare nella natura è proprio quello di gustarsi una stellata all’aperto o quello di camminare in silenzio nel bosco e sentire le foglie scricchiolare sotto i piedi.

Ti accorgi allora che i gradi e le salite competitive più o meno difficili sono un’infrastruttura, un di più che rischia di allontanarti dalla vera natura.

Quando ti senti così scappa dai centri di arrampicata in plastica, fuggi dalle altre persone.

Nella vita mi è capitato di dover ritrovare la natura ed il senso profondo di me stesso e della mia vita e per fare questo ho dovuto fare il silenzio dentro di me: camminare da solo nella natura per ore ed ore fino a stordirmi per sentire altre voci e mettere a tacere la mia coscienza sempre vigile e allerta.

Riprenditi i tuoi spazi ed i tuoi tempi, prendi un paio di scarponi ed un vecchio zaino e cammina fino a notte e poi continua a camminare ancora per trovare nella natura il tuo vero io.

A volte è necessario scappare su qualche montagna solitaria per ritrovare se stessi in un rapporto con la vera natura selvaggia e solitaria. Nell’immagine Lorenzo Massarotto su qualche gendarme dolomitico “minore”.
Flash 266Stile
La prima cosa che si deve curare nell’arrampicamento è lo stile, perché, come in tutti gli sport, lo stile dà maggior rendimento con un minor spreco di energie. A questo si può giungere soltanto quando si proceda sulla roccia con disinvoltura e pienamente sicuri di sé (Emilio Comici).

Emilio Comici, alpinista degli anni trenta, è stato uno scalatore fortemente innovativo ma ancora più moderne sono le sue idee di arrampicata. Emilio Comici ha introdotto, nel concetto dello stile di arrampicata, il concetto di efficienza.

Se arrampichi meglio, risparmi energie e puoi spingere il tuo limite più in là.

Sono idee molto moderne riprese da tanti fuoriclasse che hanno capito che è importante allenarsi, ma lo è ancor di più arrampicarsi con stile e con la giusta tecnica che ti fa risparmiare forze e, si sa, la forza in arrampicata non è mai troppa.

Conviene investire più tempo nello stile di arrampicata che nell’allenamento poiché lo stile farà per sempre parte del tuo bagaglio di alpinista.

Cerca che il tuo stile di arrampicata sia quello di una macchina 4×4 che sa adattarsi al tipo di terreno – non essere uno scalatore a trazione anteriore che arrampica sugli strapiombi solo a forza di braccia – non essere uno scalatore a trazione posteriore che arrampica solo di gambe sui diedri ad appigli svasati o su placche appoggiate.

Emilio Comici in una delle sue tante pose plastiche: braccia tese per fare meno fatica, bacino in fuori, controllo perfetto dell’utilizzo dei piedi ed infine scarpette al posto dei rigidi scarponi.

Flash 268Denaro inutile
Non puoi comprarti un settimo grado (Rob Robinson).

Ci sono cose nella vita che non puoi comperare, la soddisfazione di una bella scalata e la paura di una placca senza chiodi: sono sensazioni che non hanno prezzo.

Puoi comperarti la miglior attrezzatura, puoi assicurarti i servigi della miglior guida della valle, ma quando sei sul passaggio sei solo tu, te stesso, nudo.

A nulla valgono le tue carte di credito e il poco o tanto che possiedi.

Lo sport estremo e le difficoltà creano la vera democrazia, il merito vince sul bene materiale.

E’ una delle rare situazioni in cui i soldi non fanno la differenza.

In più quando sei su una lunghezza particolarmente impegnativa e ti accorgi che stai perdendo la preziosa macchina fotografica, lì per lì la cosa non ti disturba poiché è un aggeggio voluttuario che non ti serve per progredire sulla parete: le cose materiali perdono di significato.

Non puoi comperarti la felicità.

Igor Koller e compagni accampati alla base della Marmolada durante una delle loro tante campagne estive prima che diventassero famosi e fossero ricoperti di attrezzatura ed abbigliamenti delle famose case produttrici occidentali.
La mancanza di denaro non ha impedito loro di lasciare un segno indelebile sulle Dolomiti.
Flash 270Opere d’arte?
Saper ideare la via più logica ed elegante per attingere una vetta disdegnando il versante più comodo e facile, e percorrere questa via in uno sforzo cosciente di tutti i nervi, di tutti i tendini, disperatamente tesi per vincere l’attrazione del vuoto e il risucchio della vertigine, è una vera e qualche volta stupenda opera d’arte: vale a dire il prodotto dello spirito e dell’estetica, che scolpito sulla muraglia rocciosa durerà eternamente, finché le montagne avran vita (Emilio Comici).

A lungo si è discusso se l’atto di apertura di una via sia paragonabile ad un’opera d’arte, allo scolpire un blocco di pietra per trarne una scultura oppure alla creazione di un quadro.

No, io non penso che aprire una via sia paragonabile allo sforzo creativo di fare un’opera d’arte, in fin dei conti aprire una via è scoprire un modo intelligente, facile, difficile o geniale o maledettamente stupido e faticoso di passare sulla parete.

La via, con le sue fessure, le sue caratteristiche placche o appigli nascosti, c’era già ed era stata creata da Dio o dal caso o dalle forze caotiche della natura in un lontano Big-Bang, ma sicuramente non da noi che passavamo guardinghi in apertura.

Chi apre una via, altro non fa che visualizzare e percorrere un itinerario che già esisteva.

Comici, scalatore amante del bello ed innamorato dell’estetica la pensava diversamente.

Se frequenterai le falesie ti accorgerai che ci sono pochi veri artisti, tanti artigiani e tanti nerboruti atleti.

Oggi aprire una nuova via è molto spesso un lavoro artigianale sottoposto al giudizio critico di tutti i ripetitori che vogliono tanti chiodi o pochi chiodi, vogliono certezze ed in generale riflettono tutti l’ansia e l’insicurezza dei tempi in cui viviamo. Il creatore ispirato dell’opera d’arte a cui faceva riferimento Emilio Comici sembra davvero distante.
Flash 272A memoria
Visitiamo la palestra di roccia ai Gaillands.
Un ragazzo arrampica usando i nut, Claudio scherza: “Questo e’ barare!”.
Il ragazzo replica: “Perché? Sei della polizia?”. Poi rifà la via senza i nut. “Allora? E’ barare questo?”.
“No” sfotte Claudio, “questo e’ conoscere a memoria” (Anna Lauwaert, a proposito di Claudio Barbier).

Arrampicare a memoria è esattamente l’opposto che arrampicare a vista. A vista ti muovi guardingo sulla roccia poiché non sai cosa ti aspetta quando alzi un braccio e cerchi sempre di prevenire il passaggio. A vista ti muovi con circospezione e il tuo cervello produce adrenalina in quantità.

Quando invece sei un cosiddetto local e ti muovi nella tua falesia di casa conoscendo esattamente il passaggio e sai che il tuo cervello si aspetta esattamente certe sensazioni, anche estreme, che nascono dal piacere, o dall’ansietà, di conoscere in anticipo il passaggio che ti aspetta, allora è sicuramente un altro arrampicare: non meno bello, non meno piacevole, ma certo più scontato.

A volte ti servono le sensazioni scatenate dall’arrampicata a vista ed altre volte ti serve riposare con un’arrampicata conosciuta.

Cristophe Profit arrampica a memoria e senza corda sulla Diretta Americana al Petit Dru. Spesso le solitarie riportate dai mass-media sono vie provate e riprovate diverse volte fino a conoscere a memoria i passaggi chiave al fine di contenerne il rischio. Ciò non toglie che siano imprese veramente estreme.
Flash 274Barare
Un otomila con ozigeno è come ciro d’Italia con motocicletta (frase apocrifa attribuita ad Hans Kammerlander).

Sia che si arrampichi su roccia che si salga su una parete himalayana o su una cascata di ghiaccio è sempre possibile trovare delle scorciatoie per arrivare in cima o per migliorare le proprie prestazioni.

Recentemente ho visto un ragazzo con una specie di canna da pesca allungabile a cui era agganciata corda e rinvio per raggiungere un chiodo distante ben tre o quattro metri: un aggeggetto professionale chiamato “il furbo” o “il bastardo”.

Anni fa si usava un rinvio con un’anima in fil di ferro per raggiungere il chiodo irraggiungibile.

Il concetto è sempre quello, arrivare là dove non potresti: usare gli spit per ammorbidire un tratto per te impossibile, usare l’ossigeno per spostare in su il tuo limite, usare le staffe o un semplice cordino per passare laddove non riusciresti.

Non c’è nulla di male nell’usare queste perverse attrezzature tecniche, l’importante è di essere consapevoli di quello che si sta utilizzando, di non montarsi la testa e di ricordarsi di portarle sempre con sè nello zaino.

Se arrampichi senza corda non puoi barare né a te stesso né agli altri. Lorenzo Massarotto senza corda sul diedro Casarotto allo Spiz de Lagunaz sulle Pale di San Lucano nel 1982.

Flash 276

Dio denaro
Gente come Jerry Moffatt, che alla fine degli anni Settanta viveva per mesi in una stamberga nelle zone di arrampicata, ora sfreccia in Porsche fino alla base delle falesie (Heinz Zak).

All’inizio ci si era illusi che un’attività estrema da individui ai margini della società quale l’arrampicata, grazie ai mass-media, al boom del free-climbing e alle nascenti gare d’arrampicata, potesse diventare uno sport di massa. Gli sponsor mettevano ingenti finanziamenti per fare si che gli hippy parassiti altresì chiamati climber potessero vivere agiatamente senza far nulla.

Nessuna illusione fu più falsa di questa.

Ci furono pochissimi pionieri che riuscirono a vivere ingegnosamente di arrampicata come Jerry Moffatt, Wolfgang Guellich, Patrick Edlinger, ma tutti gli altri dovettero industriarsi ad arrotondare la propria attività preferita con lavoretti ai margini: chi disegna nuove scarpette d’arrampicata come Heinz Mariacher, chi lavora come disgaggiatore per mettere in sicurezza le strade ed i più hanno trovato lavoro come guida o come istruttori indoor nei capannoni d’arrampicata.

Così rimanendo in Inghilterra assistiamo ad un fortunatissimo Jerry Moffatt che, nato negli anni giusti, riesce a fare fortuna anche economica, mentre Ron Fawcett, di qualche anno più vecchio, vive continuamente con l’incubo economico ed è stato costretto a compiere furtarelli per soppravvivere.

Se vuoi continuare a divertirti separa il denaro dall’arrampicata.

Una pubblicità della fine anni settata relativa alle prime scarpette di arrampicata de La Sportiva, un modello che precedeva le mitiche Mariacher. Si noti l’abbinamento vincente con la Formula 1 anche se non ci capisce perché la macchina debba essere verticale! Interessanti e soprattutto utili sono anche gli schizzi su come utilizzare le scarpette, visto che si passava dagli scarponi ad una calzatura più morbida.
Flash 278Un appiglio per amico
Quando guardi in su sembra di vedere appigli dappertutto, poi ti concentri. Allora scopri che quelli veri, quelli su cui vai avanti, sono soltanto due o tre. Gli appigli sono come gli uomini. Quel che ti sembra di vedere è sempre tanta gente, ma se ti concentri scopri quei pochi con cui entri davvero in rapporto (Andrea Gobetti, a proposito di Manolo).

Non c’è dubbio che a volte per passare su una parete ti servono due o tre appigli giusti ed è fantastico scoprire che gli appigli effettivamente ci sono, anche quando pensavi di essere oramai approdato su un tratto assolutamente liscio! Gli appigli risolutori e chiave sono pochi, ma è proprio grazie a questi che passi.

A volte ho le visioni e scopro appigli risolutori su falesie che conosco da trentanni e mi chiedo stupito come mai mi sia accorto solo oggi che grazie a quest’appiglio riesco a risolvere il passaggio.

Per me la vera prova dell’esistenza di Dio è quando trovo una fantastica sequenza di appigli su una parete laddove oramai mi vedevo sconfitto!

Un appiglio è una certezza nella fragile vita dello scalatore.

Mago Manolo impegnato su una placca verticale estremamente difficile. E’ questa la sua specialità su cui non molla malgrado abbia superato i 50 anni.
Flash 280

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/09/flash-di-alpinismo-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/08/08/flash-di-alpinismo-2/

http://www.alessandrogogna.com/2014/08/16/flash-di-alpinismo-3/

http://www.alessandrogogna.com/2014/08/31/flash-di-alpinismo-4/

http://www.alessandrogogna.com/2014/09/13/flash-di-alpinismo-5/

http://www.alessandrogogna.com/2014/09/29/flash-di-alpinismo-6/

http://www.alessandrogogna.com/2014/10/26/flash-di-alpinismo-7/

http://www.alessandrogogna.com/2014/10/31/flash-di-alpinismo-8/

http://www.alessandrogogna.com/2014/11/30/flash-di-alpinismo-10/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/13/flash-di-alpinismo-11/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/31/flash-di-alpinismo-12

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/14/flash-di-alpinismo-13/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/31/flash-di-alpinismo-biografie-1/

http://www.alessandrogogna.com/2015/02/14/flash-di-alpinismo-biografie-2/