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Valley Uprising – The Stone Masters

L’America, come noi abbiamo sempre chiamato gli USA, fa parte ormai del nostro immaginario collettivo, una multiforme quantità di immagini, parole e pregiudizi che nel loro insieme dipingono la grande ricchezza di espressione di quel grande paese. L’America è tanto odiata quanto amata, anche se non ci si è mai stati, perché rappresenta ciò che noi vorremmo essere e non vorremmo mai essere.

Ma questo non deve meravigliare se si pensa ai grandi cambiamenti che da anni attraversano la cultura americana e di fronte alle contrapposizioni a volte dolorose che osserviamo da lontano, sottolineate spesso dai paesaggi più antitetici, come i grandi spazi dei deserti assieme al Bronx.

La notte degli Oscar, il consumismo, lo spreco immane di energia planetaria, le teleprediche agli ingenui assieme alla scienza da premi Nobel, alla NASA, al National Geographic. Jack Kerouac, William S. Burroughs e Allen Ginsberg contro l’establishment. Una cultura da fast lane, agitata, un po’ schizoide ma assolutamente viva e geniale, tipica di un paese “che non è per vecchi”.

Anche nella Yosemite Valley, California, sede del parco nazionale più famoso del mondo in mezzo a gigantesche foreste e pareti di granito, è stata giocata una grande partita di rivalità, avventura e ribellione nell’arco della seconda metà del secolo XX. Tutto è iniziato nell’America dei tardi anni ’50, quando i poeti beatnik, dal profondo dei jazz club di San Francisco, davano pesanti scrolloni al conformismo. Nello stesso tempo alcuni giovani barbuti cercavano ostinatamente di togliersi la muffa di dosso nel loro coraggioso viaggio attraverso le montagne della Sierra Nevada.

Warren Harding
ValleyUprising-Harding-184782_29283_LRoyal Robbins
ValleyUprising-RoyalRobbinsWNello spirito di John Muir e Jack Kerouac un gruppo di beatnik disse addio alle convenzioni della buona società per vivere arrampicando su queste straordinarie pareti di granito. E riuscirono nell’impresa incredibile, diventando perciò leggenda, di scalare le pareti di quasi mille metri dello Yosemite. Nei campeggi che si stabilirono nel fondovalle, prese forma uno stile di vita che, molto presto, venne a cozzare con lo spirito conservatore del National Park Service, mentre sulle pareti si sfidavano senza esclusione di colpi intere generazioni di climber.

Valley Uprising è il racconto in film di questa storia affascinante e indimenticabile, di questa fortissima tradizione che vede ancora oggi in Yosemite il cuore di una lotta contro la gravità che dura da oltre 50 anni.

Alla testa di quei cenciosi pionieri erano due grandi rivali: Royal Robbins, imperioso come già il suo nome suggerisce, idolatrava John Muir e paragonava le scalate di questi alle sinfonie di Beethoven; e Warren Harding, un impetuoso operaio di strada, forte bevitore, che si era piazzato in Valle con un codazzo di donne e alcolici. I due avevano ben poco in comune: solo l’ambizione di essere IL re dello Yosemite.

Quando Robbins fece la prima ascensione dell’Half Dome, Harding rispose subito con il suo viaggione di 30 giorni sul Nose del Capitan. Questi sono stati i primi due colpacci in una partita che presto avrebbe spinto di molto avanti i limiti dell’umanamente possibile nel regno della verticale

Ma la rivalità Harding-Robbins è stata solo l’inizio. Nelle decadi seguenti, molti altri giovani avrebbero sputato sulle comodità per darsi interamente alle pareti e compiere imprese sempre più stupefacenti nell’arco della loro vita. Possiamo chiamarli gli Stone Master.

The Stonemasters è lo special edit del film Valley Uprising che il tour italiano del BMFF ha scelto di inserire in programma. Il segmento racconta in particolare gli anni ‘70 a Yosemite e i protagonisti di quell’epoca.

Gli anni ‘60, la cosiddetta “Golden Age”, sono caratterizzati dalla rivalità tra Royal Robbins e Warren Harding che culminò con la controversa scalata della Dawn Wall (su El Capitan) da parte di quest’ultimo. L’impresa, che vide Harding trascorrere quasi un mese in parete, e Robbins cercare successivamente di schiodare la via di Harding, finì in qualche modo per segnare entrambi e segnò la fine di un’epoca.

All’inizio degli anni ‘70, una nuova generazione guidata dal “gigante hippie” Jim Bridwell andava emergendo. Ispirandosi ai loro predecessori, ma ben determinati a impossessarsi della loro eredità, i climber degli anni ‘70 si dimostrarono arrampicatori visionari, dotati di grande personalità, che sfruttarono la loro abilità tecnica per salire le grandi pareti senza l’aiuto di mezzi artificiali.

I cambiamenti che vediamo in questi anni percorrere la valle di Yosemite riflettono quelli di un’intera nazione: mentre vacilla sempre più l’idealismo degli anni ‘60, prende vita una nuova era in cui predominano il sesso e le feste più sfrenate, mentre si inasprisce lo scontro con le autorità del parco, e i cosiddetti “Stone Masters” iniziano a guadagnarsi una certa fama in TV negli spot pubblicitari dei rasoi Schick. E poi accade che un aeroplano designato al trasporto droga si schianti nella valle, dando il via a una “corsa al contrabbando” tra i climber, che vivevano normalmente in povertà. Nel frattempo, storie oscure come quella di John Yablonski, arrampicatore di straordinario talento che ingannò la morte più e più volte sulle pareti prima di procurarsela con un fucile, lasciarono chiaramente intendere che non tutte le leggende di Yosemite potevano adattarsi bene alla vita al di fuori dell’arrampicata. Amicizie leggendarie si sgretolarono in banali risse nei parcheggi e la stella di alcuni degli Stone Master finì per consumarsi tra droghe, suicidi e sogni spezzati.

“Valley Uprising è la più grande storia che abbiamo raccontato fino a oggi”, dice uno dei registi Peter Mortimer. “In passato abbiamo raccontato storie di singoli personaggi (ndr: i registi sono gli autori di The Swiss Machine (2010) dedicato a Ueli Steck e Honnold 3.0 (2012) dedicato ad Alex Honnold), ma questo film ci ha permesso di documentare come è nato e si è evoluto uno stile di arrampicata che ha finito col diventare uno stile di vita”.

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Valley uprising – The Stonemasters
(USA, 2014, 30 min)
Regista: Nick Rosen, Peter Mortimer, Josh Lowell
Produttore: Zachary Barr
Casa di produzione: Sender Films

Tommy Caldwell nella preparazione della prima in arrampicata libera della Dawn Wall, El Capitan
Tommy Caldwell and Kevin Jorgeson climb El Capitan in Yosemite National Park, California.  November 2010.Alcuni Stone Master
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Jim Bridwell (Sant’Antonio, 29 luglio 1944)
Per quasi trent’anni Jim “The Bird” Bridwell è stato il più forte climber in America, e tra i migliori del mondo. Le sue capacità coprono tutte le discipline alpinistiche, dall’arrampicata su vie estreme alle cime dell’Himalaya.

Bridwell realizzò più di 100 prime ascensioni nella Yosemite Valley, oltre a compiere la prima ascensione in giornata della via The Nose su El Capitan il 26 maggio 1975 con John Long e Billy Westbay. Fondò il servizio di soccorso, lo Yosemite National Park’s Search and Rescue Team (YOSAR), e guidò molte operazioni di ricerca che divennero esemplari per le operazioni di soccorso in montagna. Fu un promotore del cambiamento nelle tecniche d’arrampicata e un grande innovatore/inventore di attrezzature.

Bridwell ha anche partecipato ad alcune spedizioni che hanno attraversato il Borneo, circumnavigato l’Everest, esplorato il pack e la wilderness della Cina Occidentale. La sua esperienza, unita alle capacità tecniche, l’ha portato a un continuo impegno nell’industria del cinema come consulente ed esperto costruttore di scene acrobatiche.

Vive a Palm Desert, non lontano da Los Angeles in California. Di recente è stata fondata l’associazione Help Jim Bridwell, per aiutare l’alpinista trovatosi in cattive condizioni di salute (a causa di un incidente) ed economiche.
Fonte: http://www.versantesud.it/shop/the-bird/

Dale Bard
ValleyUprising-Dale Bard in Zion
Dale Bard è stato un punto di riferimento per l’arrampicata in Yosemite negli anni ‘70; si è dedicato al free climbing, all’arrampicata in fessura e alle big wall. Dale ha avuto un ruolo di grande importanza nell’apertura della via del Nose, dedicando a quest’impresa moltissimo tempo. Dale Bard era famoso anche per il suo stile di vita estremamente frugale. Viveva in un furgone e si nutriva prevalentemente di patate e burro d’arachidi a quel tempo e Climbing Magazine lo definì il perfetto rappresentate di quello stile di vita detto “dirtbag” che si andava delineando. Con le sue prime salite su Bushido sull’Half Dome e Sea of Dreams e Sunkist sul Capitan, il nome di Dale Bard è entrato di diritto nella storia dell’arrampicata.

Nel gennaio 1976 con Nadim Melkonian intraprese un percorso scialpinistico lungo il John Muir Trail decisamente avventuroso: il loro piano di effettuare una traversata veloce confidando nel bel tempo si scontrò con condizioni climatiche avverse e le previste tre settimane di viaggio diventarono quasi il doppio, tra tempeste, valanghe e scarsità di viveri.
Fonte: http://www.cs.colorado.edu/~jrblack/famous.html

Lynn Hill (Detroit, 1 marzo 1961)
Lynn Hill è famosa in tutto il mondo per la sua prima ascensione in libera e in giornata del Nose su El Capitan nella valle di Yosemite.

Lynn Hill racconta così il suo arrivo a Yosemite: “Avevo solo 17 anni allora, arrivavo da un sobborgo di Orange County, in California. Avevo imparato ad arrampicare pochi anni prima insieme a mia sorella, al suo ragazzo e a mio fratello, ma sapevo molto poco della storia dell’arrampicata. Fu solo con John Long che conobbi personaggi come Mari Gingery, Mike Lechlinski, Dean Fidelman, John Yablonsky e John Bachar, quelli che io considero i veri StoneMaster. Il nostro stile di free climbing era basato su un codice di regole non scritte, che rispettava la purezza della roccia e del nostro stile di salita. Puntavamo ad affidarci il meno possibile sull’attrezzatura e cercavamo le vie più belle e più difficili. Arrampicare ci permetteva di fuggire le trappole del materialismo e da tutte le sovrastrutture artificiali della società moderna. Quegli anni tra il 1978 e il 1982 furono tra i più belli della mia vita!”
Fonte: http://lynnhillclimbing.com/?page_id=662

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Flash di alpinismo 8

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 08 (8-13)
di Massimo Bursi

Avventura
Non è un’avventura finché qualcosa non va storto (Yvon Chouinard).

Il termine avventura deriva dal participio futuro del verbo latino “advenire” e si potrebbe tradurre con ciò che accadrà e per traslato avvenimento singolare o straordinario, ma anche impresa rischiosa e affascinante.
L’avventura è un viaggio dal quale potresti non tornare e se ritornerai certamente non sarai la stessa persona.
L’avventura è un concetto abusato.
L’avventura è un ingrediente che va venduto all’interno di un viaggio.
L’avventura è un concetto che piace, che tutti vogliono raccontare, ma che pochi vogliono vivere.

Paradossalmente si cerca di ammazzare l’avventura o almeno di contenerla in limiti commercialmente ed umanamente accettabili, ma proprio per il suo significato più antico e autentico, ciò che accadrà, non si può legarlo alla prevedibilità o alla previsione.
Il quarantenne che vedi arrampicare non vuole vivere l’avventura: lui vuole solo salire quella via per arricchire il proprio curriculum.
Il ragazzetto che sale sicuro non cerca l’avventura, ma cerca solo la prestazione che quella parete e quella via può garantirgli.

Le avventure sono appannaggio di pochi superstiti sognatori che spesso prendono batoste in giro per il mondo e che non cercano né il successo, né il consenso, cercano qualcosa di primitivo e di ancestrale che sanno di non poter trovare in città.
L’avventura vuole sempre una certa dose di incertezza, di rischio e di aleatorietà.
L’avventura non si compra; nell’avventura ci si casca volontariamente o involontariamente.
L’avventura si annida nei giovani incoscienti. L’avventura si annida in chi non ha oramai più nulla da perdere.

Cerchi l’avventura? Arrampica senza la relazione topo-guida.

Joe Tasker e Peter Boardman, due scalatori inglesi amanti dell’avventura. Purtroppo la loro avventura si è conclusa sulla cresta nord dell’Everest. Gli inglesi sono stati e sono tuttora maestri di avventure.
Flash 141Esperti
Gli esperti muoiono sotto le valanghe, perché le valanghe non sanno che sei esperto (Andrè Roch).

Sono abbastanza vecchio di alpinismo per sapere che tutta l’esperienza e conoscenza non potranno mai garantire la tua vita.
Quello che ti serve per diventare vecchio è anche una sana e buona dose di fortuna – spesso chiamata fattore C.
Non conosco nessuno che non abbia usufruito del fattore C in situazioni potenzialmente pericolose.

Puoi controllare meticolosamente ogni volta il tuo nodo all’imbragatura e devi farlo, ma non ti preoccupare ti capiterà almeno una volta un nodo fatto male o una banale disattenzione nelle delicate manovre di corda.
Ti dici di stare attento e controllare l’operato del tuo compagno e che il tuo compagno a sua volta controlli le tue azioni – double check si chiama questa operazione preventiva – eppure il pericolo è sempre lì, in agguato.

Quando ti rilassi un attimo, ti senti in bocca il sapore amaro del pericolo.

Tu non vorresti mai leggere questa pagina né avere coscienza di quanti alpinisti famosi ed esperti sono morti in banali incidenti.

Eppure è bene sapere che l’attività che stai facendo è sempre pericolosa.
Sebbene il paragone non regga, ti dici che succedono più incidenti in automobile, ma ciò non toglie che l’alpinismo sia sempre intrinsecamente pericoloso.

Ricordati che il fatto che tu sia bravo non significa che tu sia meno esposto al pericolo.

Patrick Edlinger mentre studia attentamente una via. La preparazione meticolosa dell’itinerario aiuta a contenere il fattore rischio. Contenere si, annullare mai!
Flash 142Perfezione e confusione
Quello che abbiamo è la perfezione dei mezzi e la confusione degli obiettivi (Albert Einstein).

Io penso che questa frase calzi esattamente alla condizione dell’arrampicata di questi giorni dove vige parecchia confusione.

Il successo e’ diventato più importante della correttezza. La difficoltà tecnica ha maggior importanza rispetto all’avventura audace. I grandi personaggi mentono o dicono le mezze verità per non rovinarsi l’immagine personale o il proprio tornaconto economico alimentato dagli sponsor. E’ difficile discutere di etica tradizionale con chi e’ abituato soltanto a muoversi fra gli spit, scalare il decimo grado e a percepire uno stipendio di parecchi milioni, mentre tu a malapena riesci a racimolare il denaro per far benzina e tornare a casa.

… così diceva Jim Bridwell, icona dell’alpinismo americano, che era stato negli anni settanta così innovatore e in rottura con l’alpinismo tradizionale e che poi negli anni 2000 è stato superato, in tutto, dai moderni climber, che portano un nuovo mondo in cui lui stesso non si ritrova più.

La nuova generazione di arrampicatori, figli della plastica, con gli sponsor fanno i soldi e i tipi come Bridwell, legati al loro vecchio mondo di scalata, fatica a tornare a casa poiché la benzina costa e non interessano più a nessuno sponsor.

La realtà è che ci sono tanti differenti alpinismi e modi di arrampicare. Le classificazioni che gli esperti tentano di fare sono fredde ed incomplete. Chi ama la roccia, ama passare da una specializzazione all’altra senza troppi problemi. Le classificazioni sono fatte per essere abbattute.

Regna la confusione poiché i grandi sanno mescolare la verità e vendere bene la propria merce al miglior sponsor offerente. Non tutti, ma alcuni si. Altri si sono stufati di questo mercato e fanno grandi imprese e grandi avventure senza dire nulla a nessuno.

Ciarlatani e “puri” vanno a braccetto nel mondo iper-mediatico e globalizzato dell’arrampicata.

Se non frequenti il circo mondiale dell’arrampicata ma solo una piccola falesia periferica, guardati comunque sempre dalla confusione dei ciarlatani.

Jim Bridwell è rimasto il rappresentante della beat generation americana degli anni sessanta. Hippy, individualista, figlio dei fiori, fortissimo scalatore, audace avventuriero col physique du role, ha rappresentato, nell’immaginario collettivo del piccolo mondo alpinistico, la rivoluzionaria alternativa e un modello a cui ispirarsi. Sono passati anni e lui è rimasto così, romantico sognatore e cavaliere solitario del granito yosemitico.
Jim Bridwell è come Mike Jagger dei Rolling Stones: una leggenda vivente ed intramontabile, un dinosauro sopravvissuto a diverse ere.

Flash 143Equilibrio
Strike your balance, ovverossia trova il tuo equilibrio.

Ci vuole sempre il giusto equilibrio.

Quando sei sulla placca, devi dosare la forza e spostare braccia e gambe con attenzione per mantenere il giusto equilibrio.

Quando prepari lo zaino per una lunga salita, con equilibrio, selezioni cosa portare con te e cosa lasciare in rifugio: ti serve equilibrio per portarti le cose che possono servirti, ma devi stare attento a non avere uno zaino troppo pesante.

Nella vita devi dosare con equilibrio i momenti di arrampicata con gli altri momenti della vita.

L’equilibrio è fondamentale se oltre ad arrampicare avrai una famiglia con cui costruire una vita. L’equilibrio ti consentirà di vivere a lungo.

Ci saranno anche pazzi momenti della tua vita dove vivrai senza equilibrio, completamente sbilanciato nella dimensione verticale. Momenti brevi o lunghi, pieni di slanci adrenalinici, completamente squilibrati dove potrai provare l’ebbrezza del pericolo e delle avventure.

Eppure anche in questi momenti squilibrati dovrai trovare il labile e delicato momento di equilibrio fra la vita sulla cengia e l’affascinante vuoto mortale.

Ci vuole equilibrio anche nei momenti più intensi a cavallo del vuoto.

Fisico, psicologico o psichico, l’equilibrio accompagna sempre l’esistenza dello scalatore nelle diverse fasi della vita.

Durante una scalata di più giorni, spesso chiamata pomposamente big-wall, un momento delicato è costituito dal bivacco dove ogni cosa ed ogni componente della cordata deve trovare il proprio equilibrio. Una precarietà in sicuro equilibrio.
Flash 144Inquietudine
L’alpinista è un inquieto inguaribile: si continua a salire e non si raggiunge mai la meta. Forse è anche questo che affascina: si è alla ricerca di qualcosa che non si trova mai (Hermann Buhl).

Chiunque abbia frequentato uno scalatore conosce bene l’insana inquietudine che attanaglia lo scalatore tipo. Uno non può essere un po’ scalatore. L’arrampicata è una idea fissa: qualcosa che coinvolge totalmente, appassionatamente. E’ difficile essere un po’ arrampicatori.

Spesso poi lo scalatore ha una grande meta da raggiungere: una montagna – simbolica, una cima – simbolica, una parete – simbolica.

Ci vogliono anni per accorgersi ed imparare che la meta non la raggiungerai mai. Ci vogliono diverse esperienze di vita in diversi campi per comprendere che le pareti che volevi salire servivano solo per nascondere la tua inquietudine.

Quando percepisci questo, ti senti maturo.

Dopo un po’ ti accorgerai che la meta, la cima, la montagna o la parete da raggiungere sono solamente dentro di te.

Pendio sottostante alla cima dell’Everest nel maggio 2012: una fila impressionante di alpinisti attende, spera e sogna di calcare la cima della montagna più alta del mondo.
Riusciranno a placare la propria inquietudine? Almeno per qualche mese.

Everest climbers 2012Vertigine positiva
La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare (Lorenzo Jovanotti).

I vostri amici che non arrampicano vi guardano con ammirazione e dicono che loro non potrebbero mai arrampicare perché soffrono di vertigini.
Tutti quelli che non arrampicano sembrano soffrire di vertigini.
La vertigine nel nostro immaginario va associata alla paura, alla mancanza di stabilità.

Il cantautore Lorenzo Jovanotti rovescia il concetto di paura associato alla vertigine e associa alla vertigine un concetto più positivo: la voglia di volare.
Chi non ha mai provato l’esperienza di sognare di volare? Chi non si è svegliato con la sensazione adrenalinica di aver provato a volare, almeno in sogno?
E’ una sensazione di vertigine positiva.

A volte in parete bisogna auto-convincersi che la vertigine è una bella sensazione di leggerezza e non è un peso interiore, un fardello che si somma allo zaino.

In parete i pensieri, negativi o positivi, giocano un ruolo chiave nel vivere la tua esperienza di scalate.

E’ insita in te la capacità di trasformare le insidie dei pensieri negativi in positività che ti aiutano a salire.

Quando in parete provi la sensazione sgradevole di vuoto sotto i piedi, pensa positivo, pensa al volo, ma non volare!

Kurt Albert in arrampicata nel vuoto mentre il suo amico Wolfgang Gullich, al sole, si gode il piacere di ascoltare musica.
Flash 146Piedi per terra
Chi ha detto che nella vita bisogna tenere i piedi per terra?

Il ragazzino che sull’orlo del tetto rimane appeso solo con le mani per sfidare la regola dei genitori che stare sospesi nel vuoto è sempre pericoloso.

Il cinquantenne che si ostina ad andare ad arrampicare sebbene gli amici continuino a chiedergli “ ma come, non hai ancora smesso?”

Arrampicare non è solo sfidare il vuoto, ma andare contro la mentalità ottusa e castrante di questa società che ti impone anche come impegnare il tuo tempo libero.

Allora viva la ribellione del ragazzo che scappa sulle pareti per sfuggire alle regole opprimenti dei genitori e dalla mediocrità della società… e magari si ascolta la hit dei Rolling Stones – it’s only rock’n’roll (but I like it)!

Cerchiamo di aiutare i ragazzi stimolandoli su nuove sfide, non blocchiamoli a terra!

Tenere i piedi per terra non è sempre un valore.

Patrick Berhault è stato il primo a specializzarsi nel superamento in piena arrampicata libera dei tetti che fino allora erano semplicemente impossibili o meglio non ancora possibili. Oggi questa sua lezione è stata ampiamente metabolizzata e gran parte delle scalate estreme sono in strapiombo.
Flash 147Ipocriti e buffoni!
In questa compagnia di ipocriti e di buffoni io non posso più stare. Non farò più niente in montagna che possa rendere onore al Club Alpino dal quale mi allontano disgustata per una ingiustizia commessa col rifiutarmi un’onorificenza (Mary Varale).

Così scriveva nel 1935 Mary Varale al presidente del CAI di Belluno.
Mary Varale era una donna decisamente controcorrente, valida scalatrice appartenente all’elite del periodo d’oro del sesto grado.
Scalatrice che si legò sia con Emilio Comici che con Riccardo Cassin, mettendo in contatto l’ambiente degli scalatori dolomitici con gli scalatori della Grigna.
Scalatrice che si è formata nelle Calanques per poi dare il meglio di sé stessa sulle Dolomiti, dove ricordiamo il suo Spigolo Giallo in Lavaredo aperto assieme a Renato Zanutti ed Emilio Comici. Ci piace immaginare che Emilio Comici le avesse lasciato il comando della cordata su questo splendido itinerario.
Eppure il fatto di essere donna non poteva essere accettato dalla mentalità dominante del CAI sempre troppo legato al potere politico imperante fascista, al mito del superuomo che s’identifica con il maschio.

Così forte fu la delusione per il mancato riconoscimento per la sua ultima salita sul Cimone della Pala assieme ad Alvise Andrich e Furio Bianchet, che scrisse questa lettera di dimissioni indirizzata al CAI di Belluno, da cui è stato tratto il pezzo iniziale. Infine, sdegnata, smise di arrampicare. Il suo mondo di sogni era andato in frantumi.

Se oggi molte ragazze arrampicano lo si deve anche alla tenacia, alla determinazione delle pioniere quali Mary Varale che hanno sfidato i pregiudizi e le costrizioni sociali dell’epoca.

Vai sempre controcorrente, sfida i pregiudizi e rompi sempre i vincoli asfissianti della tua epoca!

Mary Varale era così e così ci piace ricordarla: con un distinto giubbetto rosso, un foulard in testa, una sigaretta accesa sempre in mano e lo sguardo trasognato rivolto alla prossima scalata.
Flash 148Crescere
Raggiungere la cima è facoltativo, tornare indietro è obbligatorio (Ed Viesturs).

Ed Viesturs è un forte scalatore himalayano e gli scalatori himalayani giocano con il rischio assai più degli alpinisti sulle montagne di casa.

In Himalaya bisogna pianificare con attenzione quando andare avanti o quando tornare indietro. Bisogna valutare le proprie condizioni fisiche e quelle del compagno. Il meteo, la tenuta della neve, la lontananza dalla vetta e i vari, diversi pericoli oggettivi sono alcuni degli elementi del rischio complessivo.

Anche se non andiamo in Himalaya ma “solo” sulle Alpi, ritroviamo esattamente questi elementi di rischio, sia pure in quantità minore. Anche qui, in caso di intoppi, dobbiamo scegliere cosa fare.

La regola è sempre quella: cerchiamo di tornare indietro prima che sia troppo tardi.

La rinuncia, il fatto di tornare indietro a volte ti costa più motivazione che non l’andare avanti che è una decisone sempre scontata.

Se ci sono delle complicazioni, è sempre difficile a spiegare ad un ragazzo che conviene tornare indietro anche se non si è finita la via.

Quando il ragazzo decide, di propria volontà, di tornare indietro, allora sta diventando un uomo.

Heinz Mariacher durante l’apertura di una via o di un tentativo di via su placche a sinistra della via del Pesce in Marmolada. Non sappiamo se questo itinerario sia poi mai stato terminato.
Per aprire itinerari estremi, Heinz Mariacher aveva escogitato la tecnica dei tentativi ripetuti dove si spezzava l’unità temporale dell’azione e la si sostituiva con una serie di puntate in cui si spostava il limite verso l’alto di 40, 80, 100 metri per volta per privilegiare lo stile assolutamente pulito. La rinuncia è diventata parte integrante dell’avventura alpinistica.

Flash 149Commiserazione
Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini, che penano rinchiusi nel recinto sociale che sono riusciti a costruirsi contro il libero cielo e che non sanno e non sentono ciò che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro. Oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà. Domani sarò un gran signore che comanderà alla vita e alla morte, alle stelle e agli elementi
(Giusto Gervasutti).

Ci sarà anche del vero in quello che scrive Giusto Gervasutti, ma questo sentimento snobistico e di superiorità nei confronti di tutti gli uomini normali è veramente odioso.

Solo perché non arrampicano non significa certo che vivano chiusi in un recinto sociale.

Tutte queste idee che hanno sostenuto il mito del superuomo e condotto all’affermazione dell’ideologia nazista e fascista, hanno contribuito a frenare l’alpinismo europeo, sclerotizzarlo e chiuderlo in una isolata torre d’avorio autoreferenziale. Ciò ha dato origine al club elitario degli Accademici del CAI e finché noi ci arroccavamo in questi circoli, oltreoceano se ne fregavano di tutte queste divisioni e cominciavano a spingere l’arrampicata veramente verso l’alto.

Ci vorrà la spallata del Nuovo Mattino a portare un po’ d’aria fresca in questa autoesaltazione.

Io commisero Giusto Gervasutti!

Royal Robbins, scalatore americano degli anni sessanta, contribuì ad innalzare il livello dell’arrampicata in Yosemite e poi di conseguenza nel mondo. Mentre gli altri scalatori americani erano dei parassiti sociali freak e figli dei fiori, Royal Robbins aveva uno stile di vita molto più regolare. E’ interessante notare come già cinquant’anni fa l’abbigliamento fosse molto diverso dall’abbigliamento usato sulle Alpi nei medesimi anni. Dai suoi scritti traspare un approccio all’arrampicata e alla vita totalmente diverso da quello professato da Gervasutti.
Flash 150

CONTINUA

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