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Vita da climber – 2

Vita da Climber – 2 (2-2)
di Jim Donini
Autobiografia apparsa su Alpinist N° 2 – marzo 2003
(traduzione di Mauro Penasa su Annuario CAAI, 2009)

La prima ascesa della Torre Egger fu per me una vera rivelazione ma significò anche disillusione.

Scopersi l’importanza che riveste una squadra forte e determinata. Mi resi però anche conto che l’ambizione sfrenata poteva arrivare a modificare la verità. Le immagini del Cerro Torre, probabilmente la cima più impressionante della terra, e il racconto della sua prima ascensione mi avevano chiamato in Patagonia. Nel ‘72, un articolo apparso sulla rivista Mountain screditò il racconto della scalata di Maestri. Ken Wilson, l’autore dell’articolo, sosteneva che Maestri ed Egger non potevano avere avuto successo, per numerose ragioni. Il livello dell’arrampicata nel 1959 non era sufficiente per quelle difficoltà, inoltre le avverse condizioni atmosferiche e il tempo speso sulla via potevano solo aver causato il fallimento dell’impresa. Ero dell’idea che bisognasse credere alle parole di uno scalatore, specialmente se aveva la formidabile reputazione di uno come Maestri. Ma dopo aver salito la loro linea al Colle della Conquista, fui costretto a formarmi un’opinione differente. I segni del loro passaggio punteggiavano i primi 300 metri della via. Chiodi, tratti di corda marcia e qualche occasionale chiodo a pressione testimoniavano il loro passaggio. Tutto ciò terminava d’improvviso su una piccola cengia ghiacciata, dove trovammo un deposito di materiale d’arrampicata. Eravamo ancora 450 metri sotto il colle. Vista da questo punto la rimanente scalata verso il colle sembrava divisa in due sezioni: 350 metri di arrampicata appoggiata ed apparentemente facile portavano ad un traverso di un centinaio di metri verso destra che poteva solo consistere in artificiale difficile su roccia verticale e liscia. In effetti anche Maestri descrisse la scalata in questo modo. Ciò che invece trovammo salendo fu alquanto differente. La parte che sembrava più facile si rivelò molto impegnativa, mentre il traverso era in realtà una scalata moderata su una cengia inclinata non visibile da sotto. Questi fatti, combinati con la completa assenza di segni di passaggio negli ultimi 450 metri del tratto che porta al Colle della Conquista, mi indussero a concludere che il racconto di Maestri era inventato.

John Bragg in alto sulla Torre Egger. Sotto di lui si nota la rampa per raggiungere il Colle della Conquista che Cesare Maestri aveva descritto come “artificiale dura”, in realtà la parte più facile dell’intera salita. Foto: Jim Donini.
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La forza di un buon team viene da una esplicita fiducia nella volontà di successo dei compagni e nella loro capacità di giudizio. Jay e John rispondevano a questi requisiti. Peraltro il fato non volle più farci arrampicare insieme come una sola squadra. La successiva stagione patagonica mi trovò a casa ad assistere alla nascita di mia figlia Sage, mentre a John e Jay si unì Dave Carman nella prima salita in stile alpino del Cerro Torre. Jay scomparve a Indian Creek, verso la metà degli anni ’80, quando una sosta su singolo chiodo a pressione cedette. Mi è stato chiesto spesso se la morte di amici in incidenti di scalata abbia mai messo in dubbio la mia scelta di rischiare la pelle in attività alpinistiche. Di tutti gli arrampicatori che ho conosciuto in queste quattro decadi, ne posso contare almeno quaranta che non sono più con noi. Ho sentito la tristezza della loro dipartita, in special modo per le loro famiglie, ma essi sono morti inseguendo i loro sogni. Non ho mai avuto dubbi sulla mia scelta di vivere inseguendo i miei.

Nell’autunno del 1978 ricevetti una telefonata da George Lowe che mi invitava ad accompagnarlo, insieme al cugino Jeff e a Michael Kennedy, in un tentativo all’inviolata cresta nord del Latok I, nel Karakorum. Accettai, colpito e anche un po’ intimorito. Non avevo mai arrampicato con nessuno di loro ad eccezione di un veloce incontro con Jeff mentre insegnava ghiaccio a istruttori del soccorso. Le loro recenti scalate in Alaska e Canada li collocavano ai vertici dell’alpinismo americano, e il successo in Patagonia aveva aumentato il mio desiderio di cimentarmi con la scalata difficile ad alta quota. Il Latok I era ancora inviolato e il ghiacciaio Choktoi Glacier sul suo lato nord non era più stato visitato dai tempi della storica traversata del Karakorum da parte di Eric Shipton e Bill Tilman, nel 1939. Proibitivi e remoti, gli oltre 2500 metri di dislivello della sua cresta nord erano una sfida senza precedenti nell’alpinismo himalayano. La spedizione racchiudeva tutte le caratteristiche ormai importanti per me: arrampicata esplorativa, tecnicamente difficile, con compagni forti e complementari.

Greg Crouch, quasi in vetta, nella prima ascensione della Torrecita Tito Carrasco (Crouch-Donini, 1999), Ande argentine. Foto: Jim Donini.
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Nove giorni di avvicinamento ci portarono ai 4500 metri del meraviglioso circo incastonato alla base delle pareti nord del Latok I e dell’Ogre. Dopo alcuni giorni passati ad acclimatarci e a osservare il percorso, partimmo a mezzanotte, con due settimane di provviste, lungo un colatoio di ghiaccio che era il nostro accesso alla cresta nord. Il canale portava a una fascia di 250 metri di meraviglioso granito, risplendente sotto un cielo blu cobalto. Ma la fortuna non durò: sei giorni di tempesta ci costrinsero a un soggiorno forzato, ovviamente a mezza razione. I nostri carichi erano pesanti e, avendo a disposizione sei corde, arrampicavamo in stile “capsula”: i due davanti aprivano la via mentre gli altri seguivano, trasportando il materiale. Le cenge erano rare e per cinque giorni di fila fummo costretti a bivaccare su piccoli ripiani in piena parete. Il punto psicologicamente più difficile furono 250 metri di pericoloso traverso sotto cornici instabili. L’arrampicata non presentava alcuna sezione oltre le nostre possibilità, ma la combinazione di dura sostenuta scalata in altitudine e forzata carenza di cibo pretese il suo prezzo. Dopo 17 giorni di continui sforzi raggiungemmo una piattaforma di neve sotto l’ultimo ostacolo tecnico, una fascia di roccia di una sessantina di metri. Al di sopra restavano 120 metri di terreno moderato per raggiungere la cresta sommitale. Sebbene fossimo esausti, quasi senza cibo e ormai del tutto privi di caffè, sentivamo di avere ancora abbastanza energie per terminare la salita. Jeff e io iniziammo a scavare una truna nella neve mentre Michael e George fissavano le corde sulla parete finale. Passata la notte nella grotta di neve, il mattino avremmo risalito la fissa e raggiunto in breve la cima, per tornare a dormire nella truna. L’alba ci trovò avvolti dalla bufera, con Jeff semi-cosciente per la ricaduta di un’infezione virale contratta in precedenza a Skardu. Dopo due giorni di attesa, con razioni ridotte a una coppia di fette di salame al giorno, ci svegliammo con un tempo appena migliore e un Jeff che sembrava un po’ più in forze. Mettendo da parte ogni cautela e facemmo un ultimo tentativo verso la cima. Cento metri più in alto i sintomi di Jeff tornarono a manifestarsi mentre la tempesta rinnovava i suoi assalti, trasformando il nostro tentativo finale alla cima in una lotta per la sopravvivenza.

Donini e Crouch a Indian Creek, Utah, aprile 2000. Il sofà di solito stava nel camion di Crouch, una specie di seconda casa per lui e sua moglie DeAnne. Foto: Deanne Musolf Crouch.
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Di ritorno alla grotta di neve, lo scambio di idee sulla nostra situazione fu occasione di un po’ di humour, indispensabile per alleggerire una situazione disperata. Stavamo affrontando una tempesta violenta, eravamo ormai sfiniti, senza cibo, con poco combustibile, un Jeff fuori servizio e 2500 metri di parete verticale da scendere. Nonostante ciò fummo tutti d’accordo, le cose avrebbero potuto andar peggio: ad esempio se avessimo avuto un lavoro di ufficio. Passammo una giornata in attesa di un miglioramento della situazione, che non arrivò. A quel punto riducemmo il carico di Jeff e iniziammo comunque la nostra prima doppia nel vuoto. Quella notte, seduto su un piccolo gradino, con i piedi a penzoloni sull’abisso tra i rivoli di polvere ghiacciata che continuamente la parete si scrollava di dosso, guardai verso Jeff, sempre più silenzioso, scuotendo la testa, col timore che il mattino successivo ci saremmo trovati di fronte a un corpo senza vita. Svegliandomi il giorno dopo, nella tempesta senza tregua, sentii invece il calore del sorriso di Jeff. “Ciao”, disse, “oggi mi sento molto meglio”. Tre giorni dopo facevamo l’ultima doppia, in uno splendido sole. Trascinammo i nostri corpi svuotati lungo le due miglia di ghiacciaio pianeggiante fino al campo base, dove ritrovammo il nostro cuoco. Con le lacrime agli occhi disse che ci pensava tutti morti, ma non poté esimersi dallo sgridarci: eravamo in ritardo di 15 giorni. Il Latok I fu uno spartiacque per ciascuno di noi. Per la prima volta una scalata di quel livello veniva tentata in uno stile diverso da quello tipico delle spedizioni. Nessuna linea di corde fisse ci univa al campo base, non c’erano rifornimenti, né truppe fresche da gettare nella mischia. Avremmo raggiunto la cima tutti insieme, o nessuno di noi ci sarebbe riuscito, non c’era alcuna gerarchia. Eravamo stati una vera squadra e fummo lì lì per farcela. Nonostante ciò raccontammo la nostra salita per quello che era stata: una magnifica sconfitta, 85 tiri di grande arrampicata privi di una cima. Se la torre Egger fu la rivelazione per me, il Latok I fu il mio calvario. Imparai che si può ritornare dalla morte. Mi resi anche conto dell’importanza che riveste per me l’intero processo della scalata. La soluzione dei problemi che via via si presentano e il movimento atletico della salita, erano allora, e rimangono per me tutt’oggi, la vera motivazione, piuttosto che il successo della conquista di una cima. Altri scalatori che conosco, buoni scalatori che però preferivano aver fatto una salita all’azione effettiva di farla, si sono rivolti verso altre sfide: lo rimango, dopo 40 anni, completamente preso dalla ricerca maniacale della mia passione.

Donini sta uscendo dalla via Bourbon Bottle (VI 5.10+ A3, 1200 m, Crouch-Donini, 1999) sulla parete sud del Mount Bradley, Alaska. Foto: Greg Crouch.
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Il miglior modo di ricordare i 25 anni passati dalla salita del Latok è attraverso le persone notevoli che hanno condiviso le mie avventure.

Questa è anche la loro storia. La mia prima salita in Alaska con Jack Tackle risale al 1985, con la nostra epica scalata della Diamond Arête sulla parete est del Mount Hunter, durata 10 giorni. Il nostro pilota aveva sentenziato che il piccolo ghiacciaio su cui ci aveva depositato, uno alla volta, non aveva pista a sufficienza per decollare con il carico di una persona. Non avevamo scelta: dovevamo scalare l’Hunter e scendere dall’altra parte verso il ramo ovest del Kahiltna. Sui primi 500 metri di via, la scalata mista tecnicamente molto difficile, e una memorabile caduta del primo, mantennero alto il nostro livello di adrenalina. Non si sa ancora chi dei due abbia lasciato cadere una delle due corde in alto sulla via, ma ricordo la stretta allo stomaco nel vederla sfilare giù per il pendio.

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Il continuo cattivo tempo e condizioni di freddo stranamente intenso mi fecero apprezzare meglio la tenacia di Jack e le sue infinite risorse. Jack stava cercando di sfruttare il suo saccopiuma per questa ultima avventura, ma il sacco non ne voleva più sapere, e il blocco di ghiaccio che iniziò a formarsi al suo interno fu il segnale della resa. L’ingegnoso Jack risolse il problema scaldando una bottiglia d’acqua che poteva mettere tra le gambe. Nonostante dovesse ripetere l’operazione ogni due ore egli continuò così. Scendendo dalla cima slegati nella nebbia più fitta, eravamo beatamente inconsci dell’immensa esposizione sotto di noi. Alla fine raggiungemmo una parete che richiese trenta doppie con la nostra sola corda. Jack, che era stato a un pelo dall’essere strappato dal pendio da una valanga mentre si staccava dalla corda, fu quasi tramortito da un pezzo di ghiaccio deviato sulla sua testa dal mio naso. Poche doppie più in basso i sensi di Jack ritornarono ad apprezzare appieno la bella prospettiva di fronte a noi: 45 metri di rocce strapiombanti ci separavano dalla salvezza sul ghiacciaio Kahiltna, ma la doppia era impossibile, dovevamo ancorare il capo della corda. Riuscimmo a salvarne 5 metri, appena sufficiente per le tre miglia di percorso sul ghiacciaio, per il meritato ritorno alla civiltà.

In più di venti anni Jack e io abbiamo scalato insieme in posti remoti come il Tibet, ma il nostro terreno d’elezione è rimasto l’Alaska, dove abbiamo fatto delle importanti prime, come il Cobra Pillar al Mount Barrille e Viper al Mount Foraker, ma uno dei più vivi ricordi è il nostro tentativo su Infinite Spur al Mount Foraker nel 1988. Fummo colti da una bufera a circa un terzo di via, e riuscimmo a bivaccare solo su di una stretta crestina di neve. Jack ha l’abitudine di ibernarsi durante protratti periodi di brutto tempo ma, dopo quattro giorni nella nostra precaria posizione, cominciò seriamente a preoccuparsi, perché qualunque tentativo di alleggerimento corporale avrebbe potuto concludersi con un disastro. Si trattò comunque di una normale tempesta delle montagne dell’Alaska, che ci costrinse alla ritirata.

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Il nostro fallimento sulla via aperta dai miei compagni del Latok, George Lowe e Michael Kennedy, consolidò la mia abitudine di fare solo prime salite. È molto meno imbarazzante fallire dove nessuno è mai stato prima.

Jack è diventato un buon amico e ci consultiamo spesso, con l’aiuto del caro Jack Daniels, sui nostri legami in qualche modo sempre più intrecciati. Apparteniamo entrambi al club “la terza volta è fascino”: i due matrimoni di Jack lo hanno portato dalla sua affascinante fidanzata attuale, Pat, mentre il mio terzo matrimonio con Angela è stato per me una rivelazione.

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Il dicembre 1995 mi rivide in Patagonia, dopo un’assenza di 15 anni. Il mio compagno mi aveva abbandonato all’ultimo, per presenziare al suo divorzio, così reclutai un giovane scalatore tedesco, Stephan Hiermaier, che avevo incontrato mentre arrampicavo vicino a Bishop. Stephan non aveva mai preso in mano una picca, ma lo convinsi che la sua bravura a scalare fessure (poco comune tra gli europei) era tutto quanto gli servisse per avere successo in un ambiente più alpinistico. Non sapeva ancora che la sua prima salita alpinistica sarebbe stata sul Cerro Torre. La stagione di arrampicata 1995-96 fu in Patagonia fu una delle peggiori a mia memoria. Durante i 62 giorni che passammo là, il tratto più lungo di bel tempo continuato fu di 36 ore.

lo e Stephan facemmo dieci tentativi alla via del Compressore al Torre, nei brevi momenti di tempo promettente, solo per essere ogni volta spazzati via dalla Escoba de Dios.

Durante le giornate senza fine di cattivo tempo diventammo amici di Greg Crouch che con Alan Hall stava tentando il Torre da un mese prima di noi con gli stessi disastrosi risultati. Dividemmo un rifugio nella foresta e innumerevoli pasti a base di agnello e patate all’aglio, innaffiati di vino rosso argentino a buon mercato.

All’inizio di gennaio, Alan dovette rientrare a casa, e noi, assieme a Greg, lanciammo un ultimo assalto al Cerro Torre. La ragione prevalse, 50 metri sotto la cima, quando la ruggente tempesta ci costrinse a ripiegare. Con gli occhi spalancati dalla paura, Stephan cercò timidamente informazioni sulla nostra situazione. “La sopravvivenza non è assicurata”, fu la mia risposta priva di tatto, e Stephan si preparò alla fine. La discesa successiva nel buio della notte, assordati dal vento e soffocati dalla neve, fu una delle più strazianti della mia vita. Quando finalmente riuscimmo a raggiungere la salvezza, erano passate 53 ore insonni dalla nostra partenza dal campo base, a quel tempo un’ora per ogni anno della mia vita. Stephan ritornò in Germania, riservandosi il diritto di scelta su quando e dove ripetere una seconda esperienza alpina, Greg riuscì invece a rimanere in Patagonia più a lungo, e alla fine raggiunse la cima del Torre con Charlie Fowler in una giornata così bella che i due decisero di passare la notte sulla cima. Quando Greg tornò negli Stati Uniti diventammo compagni di camera a Boulder. Il legame creatosi tra noi sopravvive nonostante le sue reprimevoli preferenze per la National League di Baseball.

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La mia collaborazione con Malcolm Daly va ben al di là della nostra salita della Thunder Mountain e del periodo in cui lavorai come rappresentante per la sua ditta, la Trango. Porto anche il ricordo indelebile della punta dei suoi ramponi che mi bucarono il fianco durante uno di quei momenti che ti cambiano la vita. Malcom volò proprio all’ultimo movimento della sua prima via in Alaska, e si trattò di un volo di 60 metri. Avevamo trovato una bella linea di ghiaccio sulla Thunder Mountain e deciso di scalarla come allenamento per il nostro vero obiettivo, il vicino Mount Hunter. A una sezione iniziale piuttosto semplice seguì una deviazione di sette lunghezze per evitare un tratto di misto marcio e strapiombante. Gli ultimi tiri contenevano il miglior ghiaccio alpino che abbia trovato in vita mia, e ricordo Malcolm urlare entusiasta “Non posso credere che sto scalando questo in Alaska!” mentre saliva in scioltezza un tiro che non era meno di un grado 6.

Improvvisamente, impressa nella mia retina, ecco l’immagine delle corde gemelle serpeggiare nell’aria e quella di una massa gialla che puntava dritta su di me, poi il colpo e la successiva ondata di nausea. Ci vollero minuti per ristabilirmi e vedere Malcom appeso al capo della corda, molto sotto di me… passò un tempo interminabile, ma alla fine egli si scosse… “Sono volato? Ero da primo?”…

Le conseguenze della caduta erano però serie e muoversi gli causava troppo dolore per poterlo calare. Così mi precipitai giù dalla parete in cerca di aiuto. Nei 750 metri di discesa sacrificai tutto il materiale per attrezzare doppie, e arrampicai slegato sull’ultimo tratto. Malcom mi osservò scendere con cautela il canale d’approccio, invece di scivolarci giù a rompicollo, e questa fu l’ultima cosa che vide quel giorno. Nei due giorni successivi avrebbe dovuto trovar da solo il modo di passare il tempo, che sarebbe per lui diventato lentissimo. Liberarsi della polvere gelata che gli scivolava continuamente addosso dall’alto gli diede “qualcosa da fare”, e quando i medici gli chiesero dove provasse più dolore, Malcom dovette indicare le spalle, che aveva roteato tutta la notte per stare un po’ al caldo. Malcolm soffrì di gravi lesioni a entrambe le gambe e il suo piede destro fu amputato nel giugno 2001. Nonostante ciò scaliamo ancora insieme e io invidio la sua nuova abilità di adattare il piede di gomma alle dimensioni della fessura. Ma più di questo ammiro il suo incrollabile buon umore alla faccia della chirurgia, del dolore e dell’incertezza del futuro.

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Tom Engelbach, il mio ultimo convertito alla scalata in Alaska, mi ha catapultato nell’era tecnologica. Abbiamo scoperto i vantaggi del satellitare verso la fine del nostro viaggio del 2002 nel Kichatnas, quando riuscimmo ad avere risposta a una delle domande importanti della vita chiamando il nostro barista favorito, Scooter, direttamente sul lavoro a “The Toad”, un ottimo locale di Boulder. Le nostre conoscenze di montagna ora includono la vitale informazione che, con un quarto di tequila e due notti da passare, la razione è di due sorsi per persona a notte.

29 ottobre 2002. I miei bagagli sono fatti, la lista del materiale è controllata, questa mattina ho parlato con John Bragg, a casa sua nel New Hampshire. Siamo ritornati in Alaska due anni fa, 24 anni dopo la nostra salita alla Torre Egger. In Alaska abbiamo organizzato il nostro ritorno in Patagonia. John e io stiamo andando in una regione remota e virtualmente inesplorata. Mi piace l’idea di arrampicare con un compagno che conosco e di cui mi fido. Nella nostra tenda commenteremo il giorno di scalata appena concluso, ci racconteremo storie di montagna e di altri eventi della nostra vita. Alcune di queste storie potrebbero persino essere vere.

La vita mi ha messo di fronte a dure prove: la morte di mio fratello gemello per un tumore al cervello nel 1992, la lenta disintegrazione del mio secondo matrimonio, e la morte di Ross Johnson dopo 37 anni di amicizia. Più terribile di tutto è stata la scomparsa di mio figlio Montana, che aveva solo 20 anni. Di fronte a questo, arrampicare è stato per me puro piacere.

Le mie motivazioni rimangono ancor oggi immutate: l’esplorazione di rocce mai scalate, la sensazione fisica delle mie mani e piedi che lavorano per contrastare la gravità, per risolvere le sfide che il mondo verticale mi pone davanti.

Le cellule del mio corpo hanno ormai iniziato a degenerare ma, per quanto grigio e avvizzito, io rimarrò sempre un incorreggibile alpinista.
Per maggiori informazioni su Jim Donini (in inglese): https://en.wikipedia.org/wiki/Jim_Donini.

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Vita da climber – 1

Vita da Climber – 1 (1-2)
di Jim Donini
Autobiografia apparsa su Alpinist N° 2 – marzo 2003
(traduzione di Mauro Penasa su Annuario CAAI, 2009)

 

Quando nell’ottobre 2008 ho conosciuto Jim Donini, avevo già idea, per quanto vaga, di trovarmi davanti a un grande dell’alpinismo… i miei ricordi di letture giovanili me lo facevano però immaginare piuttosto anziano e, ad essere sinceri, Jim non riesce a nascondere la sua età anagrafica. Ciò che mi ha invece davvero colto di sorpresa è stata la sua energia, prorompente e inesauribile, ancora capace di schiantare la resistenza di intere schiere di alpinisti. Certo Jim giocava in casa, e non è cosa da poco, ma è altrettanto vero che il suo corpo asciutto e nodoso pareva inarrestabile nel suo progredire verso l’alto. Nonostante i suoi 65 anni, Jim sembra un ragazzino, per il lampo malizioso dei suoi occhi, per la sua voglia inesauribile di azione e avventura, per la sua immutata classe alpinistica…

Dopo aver arrampicato con lui alcuni giorni, mi sono fatto un’idea di Jim del tutto aderente alla biografia qui tradotta: si tratta di una persona che ha vissuto per la montagna, che alla montagna ha dato tanto ma che da questa ha preso una sicurezza di sé da cui diffonde un fascino non comune. La sua prosa ironica e disincantata, tipica degli scalatori anglosassoni del suo tempo, racconta le salite per quello che sono, momenti di totale coinvolgimento che solo incidentalmente terminano o meno su una cima. Gli amici di Jim sembrano tutti allineati con questo ritratto, in un modo di porsi che trovo onesto e immediato, a cui sono molto affezionato. Nella mia vita ho incontrato quasi tutti i protagonisti principali di questo racconto, anche se molti solo di recente grazie al meeting ad Indian Creek. Non dovete quindi stupirvi se tratto l’argomento con una delicatezza particolare, anche se in fondo tutti noi riconosciamo nel racconto di Jim la nostra passione (Mauro Penasa, 2008).

James Ugo e William Bruno Donini (Jim è più vecchio di 20′). I gemelli sono nati il 23 luglio 1943.
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Era destino che facessi l’alpinista. Cresciuto a Filadelfia, figlio di un professore di storia, nella mia gioventù ho consumato libri di esplorazione, rammaricandomi in generale di essere nato nel XX secolo. Ricordo la delusione che provai quando nel 1953, bimbo di appena dieci anni, lessi che Tenzing e Hillary avevano scalato l’Everest. Probabilmente sentivo già allora che cime, creste e torri inviolate delle montagne remote del mondo sarebbero state la lavagna su cui scrivere la mia vita.

Introdurre le mani in una fessura mai toccata, affondare le punte frontali nel ghiaccio rilucente che non ha mai sentito il morso dell’acciaio, dormire su una cengia che ha solo sopportato il peso della neve e la pressione del vento: queste sono le cose che mi danno motivazione, ancora oggi, per superare il modo di pensare comune, per accettare il dolore, per prepararmi alla prossima avventura in qualche remoto angolo del pianeta.

“Cut Bank 30 miglia” recitava il cartello stradale crivellato di colpi… A 22 ore d’auto da Minneapolis, non sapevo bene se maledire la mia testa dolorante per la sbornia che pian piano stava passando o piuttosto l’ondata di caldo da record che attanagliava le pianure del Montana in quel tardo giorno d’agosto del 1966. lo e il mio compagno Ross Johnson, da poco liberi dagli impegni del servizio militare passato nei corpi speciali, eravamo sulla strada per le montagne rocciose, verso il nostro primo incontro con pendii non percorsi da carrozzabili. Improvvisamente i picchi innevati del Glacier National Park comparvero ai nostri occhi. In una sorta di improvvisa illuminazione mi resi conto che volevo diventare uno scalatore. A Jasper, Alberta, entrammo nel nostro primo negozio di alpinismo: un’ora dopo eravamo armati di corda, alcuni chiodi, scarponi, ramponi, picche e una copia della guida Freedom of the hills. A 23 anni la mia vita aveva appena preso un’irreversibile cambio di direzione. Per fortuna un temporale, in anticipo sulla stagione, mise fine alla nostra prima scalata, un folle tentativo al Mount Robson, prima che arrivassimo abbastanza in alto per finire davvero nei guai. Ma il seme ormai era stato gettato e, ascoltati alcuni saggi consigli da una guida locale, buttammo l’occhio sui Tetons.

I miei primi passi nel mondo dell’arrampicata tecnica su roccia furono sulla Durrance Ridge al Simmetry Spire. George McKeel, uno scalatore molto più esperto di me, mi introdusse alla scalata, slegato al mio fianco, su questa via di 10 tiri che arriva al 5.6. Ero già entrato a far parte del club della “beata incoscienza”.

Mentre eravamo nei Teton, io e Ross ci facemmo amici con alcuni scalatori di Boulder. Bob Polling e soci ci riempirono la testa di storie di roccia perfetta e ragazze accoglienti che ci attendevano in Colorado. L’agosto del ’67 ci trovò così alla base della Bastille Crack, nel famoso Eldorado Canyon di Boulder. Un’occhiata alla fessura fu sufficiente per convincerci alla ritirata strategica al riparo di un vicino bar, per organizzare un po’ di incoraggiamento fluido. Rassicurati dall’alcol riprovammo, e se da un lato Ross scoprì di non essere immune da attacchi di acrofobia, la Bastille fu la mia prima occasione di sperimentare la tenuta della corda: e con il nostro magro set di arrampicata, il detto “il primo non deve mai cadere” aveva davvero senso.

L’estate successiva mi riuscì di convincere Ross a seguire il solo corso di arrampicata cui ebbi occasione di partecipare. Accompagnammo alcuni ranger e guide d’arrampicata del Gran Teton National Park al primo seminario di scalata su ghiaccio che Yvon Chouinard abbia tenuto. Yvon era appena tornato da un viaggio in Austria, Francia e Scozia, e stava distillando l’essenza delle diverse tecniche per rivoluzionare seriamente l’arrampicata su ghiaccio. Soli apprendisti nel gruppo, Ross ed io non avevamo nozioni preconcette su come scalare il ghiaccio, così riuscimmo ad assorbire il suo messaggio come vere spugne e a metterlo in pratica solo due giorni più tardi sul Black Ice Couloir, una salita al Gran Teton con una minacciosa reputazione. “Non può essere tanto difficile” fu il nostro pensiero prevalente – e davvero non lo fu. Dopo questo successo ci trovammo di colpo immersi nel severo mondo dell’arrampicata su ghiaccio: il Ben Nevis nelle Highlands scozzesi. Le sue pareti erano state teatro dell’apertura di alcune delle vie più difficili di questa neonata disciplina della scalata. Al pub “The Jacobite” a Fort William, Wee Norrie Muir e Big lan Nicholson ci presero sotto la loro ala. Superammo la prima prova dimostrando una buona attitudine al consumo notturno di scotch. Presto ci meritammo così di accompagnare questi stagionati e duri “locals” su The Smear, un moderato terzo grado scozzese. Se ci fossimo dimostrati davvero promettenti ci saremmo guadagnati il diritto di seguirli il veekend successivo su un quarto grado conosciuto come Italian Climb.

Jim Donini sulla cresta nord del Latok I, in alto duemila metri sopra l’attacco (1978)
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Quell’inverno Big lan era fissato con il Ben Nevis e con la famosa via conosciuta come Point Five Gully che, assieme all’altro testpiece di grado 5, Zero Gully, costituiva il massimo per i sogni dei ghiacciatori scozzesi. Sfortunatamente le vie andarono in condizione a metà settimana, quando lan e amici dovevano lavorare. Ross e io, liberi da queste preoccupazioni, ci infilammo i maglioni di lana, afferrammo le nostre piccozze da 70 cm, dritte e senza laccioli, e partimmo per dare un’occhiata a Point Five Gully, ma una volta là non potemmo resistere alla sfida. Dal vasto plateau sommitale del Ben Nevis ci precipitammo giù per raggiungere “The Jacobite” prima della chiusura, ancora vestiti da arrampicata. Big lan chiese che cosa avevamo fatto. “Un nome con qualcosa di decimale?” Ross nicchiò maliziosamente mentre la mandibola di Big lan rotolava sul pavimento. Point Five Gully fu l’inizio della mia carriera alpinistica, ma anche il canto del cigno per Ross. Si rese conto che c’erano nella vita altre cose oltre ad arrampicare. La mia prima moglie, che da troppo tempo doveva sopportarmi, si trovò d’accordo con lui, tanto che finirono per lo sposarsi. Ross e io rimanemmo amici fino alla sua morte, avvenuta pochi anni fa.

L’American Alpine Journal del ’68 si occupò di scalate in Yosemite. Completamente affascinato da ogni parola riportata, elevai subito Chuck Pratt e Royal Robbins al rango di divinità, feci i bagagli e partii per la terra promessa. Ed eccomi al Camp 4 nei tardi anni ’60: anarchia sociale, sentori di benzoino, cibo rubacchiato nelle caffetterie, fessure lisce, ragazze di Berkeley, peyote – ricordi così netti che posso ancor oggi sentire odori, sapori e magia di quel momento.

Ciò che faceva della Valle una cosa tanto diversa, in quei giorni, era la gente. C’era Marc Clemens, il maestro delle fessure larghe, che passava i suoi inverni cavalcando le onde sulla spiaggia settentrionale di Oahu, e Barry Bates, un sosia di Tom Cruise il cui stile pulito e le vie eleganti erano una continua ispirazione, mentre Steve Wunsch, appena uscito dal college di Princeton, doveva confrontarsi con l’ardente e determinato Jim Bridwell, proveniente dall’area di San Francisco. Sebbene est e ovest formassero campi separati mi muovevo agevolmente tra i due e mi trovai in fretta immerso nelle sabbie mobili dell’anticultura del Camp 4. In qualche modo trovai persino il tempo di scalare, specialmente in fessura, tanto da vedermi impegnato in un run out di 12 metri durante la prima salita di Overhang Overpass (5.12!!!). Ero stato respinto nei miei precedenti attacchi da una strapiombante sezione sottile, ma il lavoro di potenziamento delle mie dita si dimostrò efficace e passai velocemente il punto critico, solo per trovarmi davanti una fessura di dita del tutto fuori misura, una maledetta “rattly fingers” dai bordi lisci e paralleli. In quei giorni, prima dell’avvento delle camme, queste situazioni richiedevano decisioni di polso: dovevo saltare giù, limitando la caduta a un minimo, o piuttosto continuare, sperando di trovare un posto per piazzare un nut prima che le mie forze e la mia mente cedessero? Un altro tratto distintivo della mia personalità venne così cementato quel giorno: nel dubbio, provaci.

Il sergente Donini, Forze speciali mediche, Fort Bragg, North Carolina, 1962
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Incontrai Rab Carrington in Valle nell’autunno del ‘72. Mi piacque il suo humour inglese e ammirai da subito il suo stile veloce ed efficace. Il compagno di Rab, Alan Rouse, era in ospedale in attesa di rientrare in Inghilterra dopo essersi rotto la gamba durante una difficile arrampicata artificiale sull’Half Dome, ma Rab era ancora determinato ad ottenere il massimo dall’esperienza unica che Yosemite poteva offrire in quanto ad arrampicata in fessura. Con non poca perfidia lo portai subito al testpiece Stepping Out, arrampicata che sapevo una gran novità per le sue conoscenze. Rispolverando ogni trucco del suo pur voluminoso repertorio di tecniche di scalata, nessuna delle quali era fatta per questa fessura larga e aggettante, Rab salì con le unghie e i denti fino a 5 metri dalla mia sosta, finché non udii un alterato “ahi, Jimmy, nessuna presa” mentre volava nel vuoto (sarei poi stato ripagato in pieno per la mia malignità in un successivo viaggio in Inghilterra).

Facemmo un po’ di prime salite insieme, in particolare Leanic Meanic, una fessura continua e rude che aveva respinto alcuni dei pezzi grossi della Valle. Quando Rab ritornò in Inghilterra, la mia connessione con quella nazione di esploratori era cosa fatta. I “Brit” vanno dappertutto, disposti a soffrire ogni tipo di privazione pur di sfuggire l’atroce cibo e il clima miserabile del loro paese, e ciò avrebbe segnato la mia carriera. La primavera successiva Pete Minks arrivò in Yosemite e su raccomandazione di Rab subito mi cercò. Un inglese pallido e muscolare, Pete pensava di essere la reincarnazione di Don Whillans, al punto di parlare di se stesso come di un idraulico disoccupato. La sua solitaria senza corda dello sperone Walker era un richiamo a Whillans nella sua arditezza. È difficile dire quale fosse la sua caratteristica distintiva: forse la cicatrice dove il suo orecchio, staccato a morsi in una rissa con le guide di Chamonix, era stato ricucito, forse la sua lingua dalle lunghe nervature che amava mostrare e a cui diceva dovesse il successo con le donne. Fui naturalmente attratto dal suo carattere diretto e impetuoso, per cui subito facemmo coppia. La nostra collaborazione culminò in primavera con una veloce salita al Nose. Un anno dopo ricevetti una lettera da Rab che chiedeva se avrei considerato l’eventualità di accompagnare una spedizione inglese composta da lui stesso, Minks, Alan Rouse, Mick Geddes e John Barker in Patagonia per tentare l’inviolato pilastro est del Fitz Roy. “Dannazione, sì” fu la mia risposta. La mia attrazione verso l’esplorazione di nuove vie in luoghi remoti stava venendo alla luce. Il viaggio, complicato da mancanza di fondi, scarsa pianificazione e vera sfortuna, fu in retrospettiva, una delle più selvagge e stravaganti avventure della mia vita. Minks che danza nudo sul bancone del bar a un party dell’associazione studentesca a Miami, una copia del New York Times in fiamme tenuta saldamente tra le chiappe; disgustose zampe e becchi di gallina galleggianti in una leggera brodaglia al banco di un lercio ristorante ad un remoto bus stop nella giungla colombiana; l’interminabile notte sotto una coperta di giornali sulle panchine del parco in una fredda e nebbiosa Lima; il tanfo potente dei piedi di Mick Geddes, a coprire persino l’odore di maiali e capre in un bus affollato di campesinos sull’altipiano boliviano… Questi sono alcuni dei ricordi di quel viaggio epico che finì per fortuna dopo tre lunghe settimane a Buenos Aires.

Gruppo del Cerro Torre. 1) il conclamato itinerario del 1959 Egger-Maestri; 2) la linea di salita della Torre Egger (VI, 5.9, A4, 1350 m Bragg-Donini-Wilson, 1975). Il Colle della Conquista separa le due vette; x) quota massima di ritrovamento di segni di scalata da parte di Maestri ed Egger. Foto:Greg Crouch.
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Il primo tentativo di alpinismo estremo non fece che risvegliare il mio appetito per le surreali torri di granito della Patagonia. Nell’estate del 1973 trovai un redditizio impiego presso l’Exum Guide Service, nel Grand Teton National Park, Wyoming, dove ebbi occasione di subissare i miei compagni Steve Wunsch e John Bragg di storie esagerate sul mio tentativo abortito di raggiungere la Patagonia. Una notte, dopo un’eccessiva quantità di Jack Daniels, riuscii a convincere Steve e John che noi avevamo le capacità e la testa per affrontare quelle torri viste solo in fotografia. In autunno Steve decise che il denaro risparmiato sarebbe stato speso meglio in una chitarra nuova, ma John, meno incline alla musica, si unì al mio volo verso sud, determinato almeno a vedere quelle torri mitiche. La mia prima visione del massiccio Fitz Roy-Torre resterà per sempre impressa nella mia mente. Rilucenti guglie di monolitico granito coronate di ghiaccio sorgevano come miraggi dalle ondulate steppe patagoniche. Sebbene sia non credente, sentii che qualche energia suprema doveva aver messo mano alla creazione di questa unica contrapposizione di ghiaccio e roccia, foresta e deserto. Seppi in quel momento che sarei tornato spesso in questa aspra terra battuta dal vento. Nel ‘73 il massiccio era ancora un posto davvero selvaggio. Il villaggio di El Chalten non esisteva, e le corriere giornaliere da Rio Gallegos erano lontane anni nel futuro. L’accesso era difficile e ogni rifornimento inaffidabile.

Il leone Donini si riposa in orizzontale dopo aver salito il Cerro Pollone, Patagonia. Foto: Greg Crouch.
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Un umido giorno di dicembre vide John e me sulla riva settentrionale di un rio Fitz Roy gonfio per le piogge, a scaricare il pick-up arrugginito che ci aveva portati da Rio Gallegos. Nebbie agitate oscuravano i picchi leggendari che eravamo venuti a scalare. Per tre settimane esplorammo la ricca vita animale della foresta circostante con rare occasionali immagini delle torri. Rimasi incantato dal picchio di Magellano, dai condor che volteggiavano sopra di noi, dagli iceberg che si staccavano dal ghiacciaio patagonico nel lago Viedma. Durante una puntata verso il Torre, notai una volpe sul ghiacciaio che mi incuriosì per il suo concentrato affaccendarsi su un terreno di solito poco remunerativo. Da più vicino la ragione divenne chiara, in forma di tibia umana, ormai spolpata ma ancora infilata saldamente nello scarpone. Sparsi intorno si trovavano altri oggetti: il manico rotto di una piccozza e alcuni brandelli di corda testimoniavano della provenienza del reperto.

Donini da secondo su un traverso del Cobra Pillar (VI 5.10+ A3, 1000 m, Donini-Tackle, 1991), Mount Barrille, Alaska. Foto: Jack Tackle.
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In 16 anni il solo scalatore scomparso in questa remota regione era il temerario austriaco Toni Egger, travolto da una valanga di ghiaccio mentre tentava la prima salita del Cerro Torre con Cesare Maestri. John ed io decidemmo di seppellire i resti nel ghiacciaio del Torre, sentendo che l’eterno riposo di uno scalatore dovesse proprio trovarsi in un posto così. La stampa austriaca ci criticò nettamente: la loro sensibilità cattolica avrebbe preferito il recupero e la tumulazione in un mausoleo dopo le cerimonie del caso.

John Bragg, Jim Donini e Jay Wilson al campo base in Patagonia (canasta e whiskey), nel 1975. Foto: John Bragg.
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Poiché il camion della posta che avrebbe dovuto rifornirci ritardava in modo preoccupante, ci incamminammo per il trekking di 90 miglia fino a Tres Lagos, dove avremmo trovato del cibo.

Dopo 20 miglia scoprimmo la ragione del nostro isolamento: lo sterrato era sommerso dall’acqua di fusione primaverile. Cento metri oltre, all’altro lato del tratto inondato, scorgemmo i due occupanti di un pulmino VW che cercavano di costruire un passaggio sopraelevato. Con il nostro aiuto, i due scalatori inglesi Ben Campbell-Kelly e Brian Wyville, freschi della prima in stile alpino del Trollweggen in Norvegia, riuscirono a traghettare il veicolo prima di sera. Un’ora più tardi, dopo breve riunione strategica, quattro ragazzi, ora divenuti una eterogenea squadra, ritornavano alle montagne sul furgone infangato ma funzionante. Il tempo era stato splendente per tre giorni e sapevo che non c’era tempo da perdere. Due giorni dopo eravamo alla base dell’inviolato Cerro Standhardt, la meno minacciosa delle tre torri. La notte ci vide aggrovigliati in una tenda Whillans precariamente adagiata su una cengia di neve. All’epoca questa scatola era la miglior opzione in quanto a riparo da spedizione. Ne avevamo portata una dagli States e ora era montata sotto un enorme camino intasato di lame di basalto, la via apparentemente più semplice verso la cima. Il mattino dopo la sfortuna colpì: il nostro unico fornellino si rifiutò di partire. Non potevamo farne a meno più in alto, così iniziammo l’amara ritirata in una giornata di tempo ancora perfetto, giù fino al campo base. Dopo 36 ore, con un nuovo fornello, eravamo di nuovo al punto massimo, proprio nel momento in cui le leggere volute di alti cirri iniziavano a comparire da ovest. Trecento metri di arrampicata molto più dura del previsto – leggete pure disperata – ci dovevano portare su una cengia, in alto sulla parete. Pochi metri sopra il vento ululava, spazzando la cresta terminale, a segnare il temine definitivo di ogni efficiente comunicazione.

Jim Donini con la figlia Sage, circa al tempo del Latok I. Archivio: Betty Donini.
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Passammo la notte più sotto, nella tenda Whillans, apprensivamente attenti al suo progressivo disintegrarsi sotto i colpi della crescente tempesta. Il mattino seguente, mentre preparavamo le doppie, tagliai gli ormeggi al nostro rifugio. Posso ancora vedere i brandelli dei suoi resti mentre spariscono nella nebbia trascinati dalla bufera.

Benvenuti in Patagonia! Argomenti trattati? Primo: fortuna – senza dubbio, se il fornello non si fosse rotto, ci saremmo ritrovati sulla cima di una torre fino ad allora vergine, in una meravigliosa e tiepida giornata di sole. Secondo: dolore – inizia quando finisce la fortuna e arriva il vento, conosciuto qui come la “Escoba de Dios”, a dar del suo meglio per scaraventarvi in un universo parallelo. Terzo: talento – la più importante scoperta fu di possedere il dono indispensabile a ogni vero alpinista: grazie a dio ho una memoria davvero corta. Tornai in Patagonia l’anno successivo.

Jeff Lowe sta raggiungendo il luogo del più alto bivacco sul Latok I, a circa 7000 metri. Il tempo volse al brutto in poco tempo e il team fu intrappolato là in una buca di neve per cinque giorni. Jeff Lowe si ammalò gravemente.  Foto: Jim Donini.
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Nel dicembre 1975, Jay Wilson si unì a me e a John. Un neofita del grande alpinismo, Jay non aveva la nostra esperienza ma possedeva una capacità atletica superiore ed un carattere socievole e instancabile che ne faceva un partner insostituibile. Eravamo di ritorno, alla ricerca di un boccone più grosso. Il macabro ritrovamento delle spoglie di Egger l’anno precedente aveva spostato la nostra attenzione verso la torre inviolata e imponente a lui dedicata. Ora, con Jay, il nostro piano era seguire la via Egger-Maestri per 750 metri fino al colle che separa il Cerro Torre dalla Torre Egger e di proseguire fino alla cima lungo i successivi 400 metri di liscio granito incrostato di ghiaccio. La nostra linea di salita era costellata da una minacciosa serie di pericoli oggettivi. Passammo intere ore fatalmente inermi sotto gli enormi funghi di ghiaccio che rivestivano le cime del Torre e della Egger, mentre fissavamo le corde verso il Colle della Conquista, così battezzato da Maestri. Il tiro in artificiale subito sopra il colle, strapiombante e marcio, sorpassò tutto ciò che avessi mai incontrato in Yosemite, con la differenza che le conseguenze di una caduta sarebbero state terribilmente più serie. Come da copione la tempesta soffiava sempre più intensa mentre ci avvicinavamo alla cima, ma noi eravamo troppo impegnati per dare alla cosa tutta la considerazione che questa meritava, e poi avevamo una missione da compiere. Dopo tre mesi di faticosa preparazione, rischiosa arrampicata, estenuante attesa nelle settimane di tempesta, la nostra tanto castigata squadra si fece finalmente strada attraverso il fungo di ghiaccio della cima, per raggiungere uno dei luoghi più inaccessibili del mondo.

Georg Lowe (seduto), Donini e Jeff Lowe si stanno “caricando” per i 2500 metri della cresta nord del LatoK I  7145 m (Karakorum, Pakistan). La linea rossa mostra il tracciato e il punto più alto raggiunto. A dispetto di numerosi altri tentativi negli anni seguenti, nessuno è mai salito così alto. Foto: Michael Kennedy.
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Jeff Lowe, Michael Kennedy e George Lowe ricavano cenge da bivacco al decimo giorno di salita sul Latok I. Due ore per scavarle, ma non grandi a sufficienza per poter piazzare le tendine. Foto: Jim Donini.
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(continua)