Posted on Lascia un commento

L’arena della moltitudine

L’arena della moltitudine (l’impossibile violentato)
(ottobre 1990)

Avevo tre possibilità davanti a me: andare, non andare oppure recarmi al campo base per non impegnarmi più di tanto. Ho scartato subito l’ultima perché contraria al mio modo di vivere le cose.

Andare significava controllare il mio equilibrio di vita, vedere se c’era spazio per un’azione faticosa, lunga, preceduta da un impegno prima della partenza altrettanto coinvolgente. La risposta fu no. Non sono più quello di undici anni fa. Perfino la consapevolezza di aver contribuito anch’io a deturpare quella montagna non mi diede la forza sufficiente per liberarmi delle mie colpe, per alleggerirmi la coscienza ogni volta che si parla di montagne dignitose.
La rinuncia mi è costata, però si è rivelata un grosso investimento di energia.
Ho conosciuto i grandi silenzi e le grandi bolge, montagne temute o solitarie, accanto a pareti che sono arena della moltitudine. Momenti di quiete e momenti di azione. Ho vissuto nella competizione e nella voglia di dimostrare chi ero, mi sono immerso in paci così profonde da non poterne più distinguere le componenti e i ritmi.

K2, 1979
K2 spedizione 1979, da Concordia verso il K2

Sono stato molto fortunato perché le montagne della leggenda, dei grandi esploratori e conquistatori, le montagne da sognare mi sono apparse nel loro grandioso mistero.
Questa fortuna oggi è merce rara, occorre spingersi sempre più lontano, nel regno del poco conosciuto. Ciò che è stato epico ha perso molto mistero. Per ritrovarlo ovunque, i modernissimi dovrebbero non sapere nulla del passato.

Per altri versi la civiltà avanza. Prima la strada della Valle dell’Indo e del Karakorum Pass, poi il collegamento Kathmandu-Lhasa: ora la carrozzabile da Skardu ad Askole. La guerra più alta e più inutile del mondo, il Nepal strozzato dall’India, che a sua volta è un magmatico crogiuolo di tensioni religiose, e il Tibet soffocato dalla Cina. Non possiamo fare nulla per queste grandi ingiustizie, se non osservare, forse pregare.

Sono ben lontano da una serena compassione. Il distacco quieto dall’immagine di un’umanità brulicante non si è compiuto e la mia mente vaga spesso su un’immaginaria cartina geografica, a scala diseguale, a zone più o meno bianche, in un già vissuto misto di spazi e tempi diversi, che in comune hanno solo il mio occasionale ruolo di osservatore, attento e compartecipe. Genti ondeggianti come portassero un carico a spalle, pellegrini alla meta di grotte sacre, borbottii di motori diesel all’affannosa scalata di passi rarefatti, uomini vicini alla vetta ridotti a volontà ansimanti.

Posso riconoscere nel caos di ricordi situazioni e luoghi precisi: spesso mi succede di pescare qualcosa che si rifiuta di essere trascinato a galla.
I ricordi sono fonte di grande energia, a patto che non s’inseguano momenti selezionati: questi non torneranno mai più e accettare questa semplice verità è l’investimento di energia che ci è richiesto. I ricordi vivi non sono quelli che s’affollano, è la folla stessa che è viva, pescarvi dentro per isolarvi il singolo bel momento è dissipatorio.
A 7400 m il campo 3 sbatte al vento, stiamo per andarcene e non torneremo più. Della spedizione italiana al K2 del 1954 avevo visto corde e cartine di cioccolata, oltre a qualche barattolo dall’etichetta così ben conservata che vi si poteva leggere l’ingenuità e la freschezza della pubblicità di quei tempi. Della spedizione giapponese del 1976, gigantesca e tecnologica, abbiamo incontrato tende intere, campi morsi e pressati dal ghiaccio.

La spedizione francese del 1979 alla Magic Line stava seguendo un percorso come se quella via fosse un obiettivo di guerra: e Patrick Cordier mi dava ragione. La nostra piccola spedizione ha lasciato sullo Sperone degli Abruzzi due tende, almeno 6-700 metri di corda e materiale vario per i campi di quota.

Dovevamo ripartire e il mio saccopiuma, bello, iper-tecnico e confortevole giaceva lassù a 7400 m, protetto da un’esile tendina che di lì a poco sarebbe stata spianata, poi ghiacciata, poi confusa con i resti delle altre spedizioni.

Dovevamo ripartire e non badavamo alle nostre tracce, incuranti degli insegnamenti dei pellerossa, di John Muir, di Gary Hemming. Non realizzavamo che gli insegnamenti di Messner, di Cozzolino e di pochi altri sull’assassinio dell’impossibile avevano certo creato un nuovo modo di sentire ma erano ancora troppo legati alla necessità del successo per eliminare non soltanto i mezzi usati ma anche le tracce del nostro passaggio.

Non pensavamo che il nostro comportamento leggero era solo un anello del lungo stupro dell’impossibile, una continuata, ripetitiva volontà di annullamento della montagna-madre. Siamo stati noi i piccoli responsabili di quel processo che ha portato alla grande tragedia del 1986, quando una folla di piccoli uomini ha tentato la rapina del K2. Chi è morto non può dire la sua, non può scrollarsi di dosso questi miei vani giudizi. Chi è vivo, se vuole, può essere testimone di accusa o di difesa di se stesso.

Servirsi delle tende, delle corde, dei sacchipiuma altrui, della pista battuta da altri non è male quando non c’è altra scelta. Può essere negativo se si gioisce di questo insperato vantaggio che la sorte ci dà, come se saltare i preliminari con una donna fosse un merito.

K2,1990
Free K2, 1990, bonifica

Un piccolo generatore di corrente è sufficiente per assicurare la comunicazione telefonica e il fax al campo base. I giornalisti possono seguire quasi in tempo reale la grande avventura. Ma il pubblico è bombardato da notizie in diretta, da sentimenti sbattuti in prima pagina, da emozioni che pretendono di essere così forti da essere sotto vuoto spinto.

Prima le relazioni scritte, poi le fotografie, poi il cinema. Adesso la televisione e il fax. Non c’è più privacy in certi campi base. E ora siamo anche andati a rovistare nelle latrine dei campi base, nelle discariche dei trekking.

I “re dell’avventura” di Jonathan hanno la sfortuna di morire due mesi dopo la trasmissione, mentre si mette in dubbio la parola di Tomo Česen.

Credo che siamo al fondo di ogni sporcizia. Quel luridume che tanto affannosamente condanniamo e cerchiamo di estirpare dai versanti delle nostre montagne non è che lo specchio di un reiterato stupro di cui ogni giorno siamo artefici e testimoni.

La grande energia dei ricordi indistinti, alimentata come un ghiacciaio dalla neve delle piccole cronache e dei grandi sentimenti, è un serbatoio immenso. Il vigore che mettevo nelle mie ascensioni, la voglia di vivere, l’amore che provavo per una montagna più grande di me hanno subito uno spostamento: dalla massa indistinta è nata un’energia che mi spinge, mi fa vivere l’ottimismo delle forze che ancora mi rimangono. Vedere che qualche altro sente come me aggiunge altre forze. Sono contento di osservare che anche altri tendono agli stessi obiettivi, pur con differenti filosofie. È una grande consolazione sperare che presto nascerà qualcosa di nuovo.

Comodità, competizione e spazzatura sono la fine dell’avventura: ma sono forse l’inizio di quella dopo.
(ottobre 1990)

Posted on Lascia un commento

Achille Compagnoni e il suo K2

Achille Compagnoni e il suo K2
Da fine luglio 2014 è aperta presso il Museo delle Guide del Cervino la mostra dedicata ad Achille Compagnoni. Il visitatore viene accompagnato lungo un’intera vita, attraverso immagini, filmati e oggetti, lungo un percorso segnato dal grande evento della conquista del K2.

La mostra ha registrato nel mese di agosto un’ottima affluenza di pubblico. Rimarrà aperta fino al maggio 2015. Due mesi dopo verrà inaugurata la mostra sui 150 anni del Cervino.

Compagnoni_DSC1621

Achille Compagnoni nasce a Santa Caterina di Valfurva (Sondrio) il 26 settembre 1914. Intraprende la carriera militare nel 5º Reggimento alpini, dove rimane per ben diciotto anni. Ancora prima della guerra si distingue nello sci nordico, vincendo anche una coppa Dolomiti e divenendo maestro di sci. La sua attività alpinistica si sviluppa dapprima in Valfurva, poi nella zona del Cervino, ove si trasferisce nel 1934. Diventato guida alpina comincia a svolgere la professione: nella sua vita salirà il Cervino con clienti quasi cento volte. E’ attivo dapprima nell’Ortles-Cevedale, poi sul Monte Rosa e sul Cervino.

Nel 1953 il suo curriculum alpinistico è tale da guadagnargli la convocazione del professor Ardito Desio per far parte della spedizione italiana che nel 1954 avrebbe tentato la salita al K2, la seconda montagna più alta del mondo. E’ a Cervinia che avviene l’incontro con Desio e, fra i due, si stabilisce presto un rapporto di stima e amicizia. Superate le selezioni preliminari, Compagnoni assieme agli altri membri parte per il Karakorum, ove ha funzione di braccio destro e assistente del capo spedizione Desio. Nel corso dell’azione si distingue come uno dei leader del gruppo e tra i più resistenti, tanto che Desio lo sceglie infine per tentare l’assalto finale alla vetta.

Compagnoni_DSC1635

Il 31 luglio 1954 Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, di undici anni più giovane di lui, sono i primi due uomini nella storia a vincere la vetta del K2.

Mentre riprende il panorama con una piccola cinepresa, perde la manopola di piumino e in un attimo si ritrova con le dita bluastre. Al ritorno dal Pakistan, i congelamenti causati dal freddo degli 8611 metri comportano severi limiti alla sua successiva carriera alpinistica, la quale sarà necessariamente poco più che modesta. Una difficile operazione chirurgica, seguita da un lungo ricovero, evita il peggio, consentendogli di poter proseguire nel suo mestiere di guida alpina e maestro di sci. Compie numerose ascensioni sulle vette circostanti e sul Cervino, ma deve dividere questo lavoro con la gestione dell’albergo di sua proprietà a Cervinia, la sua fonte principale di guadagno.

L’impresa frutta a Compagnoni una medaglia d’oro al valore civile con la seguente motivazione: «Tempra eccezionale di alpinista, dopo aver profuso, durante la spedizione italiana al Karakorum-K2 nel 1954, le sue forze nella durissima scalata dello sperone Abruzzi del K2, e predisposto l’attacco finale, si slanciava con mirabile ardimento e sprezzo del pericolo, alla conquista della vetta inviolata. Superati i rischi e sacrifici di ogni sorta, pur avendo esaurito le riserve di ossigeno, traeva ancora dalle altissime qualità del suo forte animo l’energia sufficiente per giungere a piantare sulla seconda cima del mondo il tricolore d’Italia. Luminoso esempio delle più alte virtù di nostra gente. Karakorum – K2, 1954 – 10 marzo 1955».

E nel cinquantenario della vittoria (2004) a Compagnoni sarà assegnata la nomina a cavaliere di Gran Croce.

Compagnoni_DSC1631
Negli anni successivi al K2 ha un contenzioso con il Club Alpino Italiano in merito alla proprietà delle riprese effettuate in vetta al K2 e successivamente utilizzate per il film Italia K2, documentario ufficiale della spedizione; ciò non gli impedisce di essere molto attivo nel propagandare il film stesso presso le scuole pubbliche e presso le sezioni del CAI.

Ma non è questa l’unica spiacevole vicenda a seguito della grande vittoria. Come molti sanno, per più di mezzo secolo Compagnoni è protagonista di un’aspra polemica con Walter Bonatti per le versioni differenti delle ultime giornate che portarono Compagnoni e Lacedelli in cima al K2. I fatti riguardanti le ultime ore prima dell’attacco alla vetta, così come sono raccontati nel libro ufficiale della spedizione, e come pure nel libro di Achille Compagnoni, sono contestati da Bonatti e da una buona parte della comunità alpinistica mondiale. Purtroppo la figura di Compagnoni non riesce a non essere un po’ offuscata, anche se la versione del diretto interessato è per tutto il tempo sempre la medesima, senza la più piccola contraddizione: secondo questa, il campo 9 non è stato deliberatamente allestito in luogo diverso dal previsto, l’ossigeno terminò prima di raggiungere la vetta e Bonatti, dopo aver portato fino a 8100 metri le bombole destinate a Compagnoni e Lacedelli, avrebbe sbagliato a non scendere, scegliendo di bivaccare con il portatore Amir Mahdi a quella quota e a temperature impossibili.

Achille Compagnoni negli anni ’50 e ’60 è un vero personaggio, famoso ben al di là del ristretto ambito alpinistico. Nel 1959 interpreta il ruolo del cappellano militare nel film di Mario Monicelli La grande guerra. L’anno successivo ha di nuovo un cameo nel film di Luigi Comencini Tutti a casa, dove interpreta un partigiano.

Dopo la salita francese dell’Annapurna nel 1950 e quella inglese dell’Everest tre anni dopo, la vittoria italiana sul K2 appartiene comunque ancora all’epoca di un himalaysmo eroico, un tempo in cui poco si sapeva della fisiologia dell’uomo alle alte quote e muoversi lassù aveva le stesse incognite d’una spedizione sulla luna. Il K2 è tuttora una delle montagne più temibili, lo sarebbe anche avesse qualche migliaio di metri in meno. Le periodiche carneficine di cui questa montagna è stata teatro (1986, 2008) sono ulteriore dimostrazione della grandezza dell’impresa italiana.
Compagnoni ha raccontato la sua impresa in due libri: Uomini sul K2, Veronelli Editore, Milano, 1958 e K2: conquista italiana tra storia e memoria, Bolis, Azzano San Paolo (BG), 2004.

Per Reinhold Messner la scalata al K2 di Compagnoni e Lacedelli fu “uno degli ultimi atti dell’alpinismo eroico”.

Compagnoni muore la notte del 13 maggio 2009 all’ospedale di Aosta, dopo un ricovero di alcuni giorni.

postato il 1° ottobre 2014

Posted on Lascia un commento

Il 50° del K2

Sì, avete capito bene: 50°, non 60°. Questo è un mio scritto dell’ottobre 2004, a volte godo a essere in ritardo.

Dopo un’estate di notizie e di polemiche al riguardo delle nozze d’oro dell’Italia con il K2, finalmente la montagna è rimasta sola ad attendere quell’inverno siderale che le e ci farà dimenticare le debolezze umane estive. A distanza quindi di qualche settimana, possiamo provare a fare un saldo delle operazioni, senza pretendere di essere esaustivi e di certo con tanta voglia di essere corretti in caso di errore. Anch’io sono andato quest’anno sul Baltoro, anch’io posso quindi raccontare e magari aggiungere i miei commenti a quanto è successo.

I risultati alpinistici
In questa sede ci limiteremo a parlare dei successi delle spedizioni alpinistiche sul versante sud-est e dell’insuccesso sul versante nord.

“K2 2004 – 50 anni dopo” è il nome della spedizione voluta ed organizzata dal Comitato Ev-K²-CNR, leggi dal vulcanico Agostino Da Polenza. “K2 – 1954-2004” è il nome della spedizione degli Scoiattoli di Cortina.

Karl Unterkircher
K2-karlDopo tre anni, durante i quali nessun alpinista era riuscito a raggiungere la cima della montagna (l’ultimo era stato lo spagnolo José Antonio Garcés, giunto in vetta il 22 luglio del 2001 per la via dello Sperone Abruzzi), la stagione 2004 ha visto ben 52 salite (tutte per lo Sperone Abruzzi, ad eccezione di tre, un alpinista per la Magic Line e due per lo Sperone Česen). Un record assoluto: mai ve ne sono state così tante nella stessa stagione e in tutti i 50 anni di storia alpinistica del K2 si contavano fino a giugno 2004 solo 198 salite.

È record anche per il numero di scalatori italiani giunti in vetta nel 2004: 11 in totale, cinque della spedizione “K2 2004 – 50 anni dopo” (tutti in vetta senza l’utilizzo di bombole di ossigeno) e 6 della spedizione degli Scoiattoli di Cortina (tutti in vetta con uso di bombole di ossigeno). Silvio Mondinelli e Karl Unterkircher sono stati i primi italiani a calcare la cima del K2 dopo Hans Kammerlander (salito il 22 luglio del 2001). Karl Unterkircher era reduce dalla salita in maggio dell’Everest.

E tutto questo nell’anno che, fino agli ultimi giorni del mese di luglio, sembrava destinato a veder fallire “l’assedio” alla montagna, anch’esso contraddistinto da altri numeri da record: 11 spedizioni e circa 200 tende ai campi base solo sul versante pakistano.

Assieme a Mondinelli e Unterkircher, nello stesso giorno 26 luglio 2004, giungono in vetta gli italiani Walter Nones, Michele Compagnoni e Ugo Giacomelli, nonché la basca Edurne Pasaban e i suoi connazionali Juan Eusebio Oiarzabal, Juan Vallejo e Mikel Zabalza. La Pasaban è dunque l’unica donna vivente ad aver salito il K2, mentre per Oiarzabal si tratta del 21° Ottomila! Entrambi però pagano caro questo successo, smarrendosi durante la discesa, salvati poi dai nostri e trasportati d’urgenza in patria con gravi congelamenti.

Il giorno dopo, 27 luglio, ancora tempo splendido, salgono lo spagnolo Vicente Lagunilla e il colombiano Fernando Gonzàlez, assieme ai nostri Scoiattoli, Mario Dibona, Renato Sottsass, Marco Da Pozzo e Renzo Benedetti e assieme ai due sherpa Mingma e Thilen, a sette tibetani, ai due pakistani Nisar Hussain e Muhammad Hussain e a tre giapponesi. Il giorno dopo, 28, ultimo di bel tempo, è la volta del basco Iñaki Otxoa De Olza, poi il rumeno Horia Colibasanu, lo spagnolo Carlos Soria (che a 65 anni suonati diventa il più anziano salitore del K2), e ancora gli Scoiattoli Mario Lacedelli e Luciano Zardini accompagnati da altri cinque sherpa, dagli svizzeri Michel André Wirth, Cederic Hählen, Johannes Blaser e dal pakistano Muhammad Sanap Akam.

Ecco alcuni dei commenti a caldo degli Scoiattoli: Marco Da Pozzo: “La vetta del K2 non mi ha dato la possibilità per godere di tanta bellezza: la discesa era già nei miei pensieri“. Mario Dibona: “Il primo pensiero è andato al pericoloso e delicato ritorno lungo la cresta finale“. Renato Sottsass: “Splendeva il sole, il vento era debole, l’ora di arrivo in vetta era ideale, ero con i miei compagni, un pensiero a Marina: un sogno realizzato!“. Mario Lacedelli: “L’arrivo in vetta: un sogno incredibile, ma anche i sogni diventano realtà“. Luciano Zardini: “Solo ora che ho calpestato gli 8611 metri della vetta, comprendo l’impresa di Lino“.

Quattro alpinisti della spedizione giapponese di Kondo Kazuyoshi, Yano Toshiaki, Seino Yoshiki, Mochizuki Yasuhiko e Kawashima Takashi, con gli sherpa Phura Chhere e Tika Ram Gurung raggiungono la vetta del K2 il 7 agosto, tutti con uso di ossigeno meno uno.

Silvio “Gnaro” Mondinelli
K2-MondinelliIl 16 agosto 2004 alle 24,00, Jordi Corominas, della spedizione catalana “Tarragona Magic Line Expedition 2004”, ha raggiunto (senza ossigeno) la vetta del K2 per la Magic Line, realizzando così la prima ripetizione della via sulla cresta SSW, itinerario aperto nel 1986 dallo slovacco Peter Božik e dai polacchi Przemyslaw Piasecki e Wojciech Wróz (morto in discesa) e considerato il più difficile e impegnativo della grande montagna.
Ma, come molte altre volte sul K2, anche questo successo è stato segnato da una tragedia: Manel de la Matta, che insieme a Oscar Cadiach aveva abbandonato la salita a 8300 m, è morto lungo la discesa. I due erano scesi fino al Campo 1, installato sopra il Colle Negrotto, quando Manuel de la Matta si è sentito male. A nulla è valso il soccorso prestato dal suo compagno Oscar Cadiach, né è stato possibile, causa il maltempo, che fossero raggiunti dai soccorsi partiti dal Campo Base. Gli altri membri della spedizione erano Jordi Tosas e Valen Giró.

Quella della spedizione catalana è sicuramente una delle più importanti realizzazioni della stagione himalayana 2004, sicuramente la più importante del 50° anniversario della prima salita sulla seconda cima della terra. Jordi Corominas e i suoi compagni hanno raggiunto il loro sogno, un sogno per il quale hanno lottato duramente per quasi tre mesi. L’hanno raggiunto pagando il prezzo più alto: la morte di uno di loro.
Nel frattempo anche altri due giapponesi della spedizione Dosanko diretta da Masahide Matsumoto, il 16 agosto raggiungono la vetta, lungo lo Sperone Česen: i due passano la notte in discesa al Campo 4, assieme al catalano Corominas reduce dalla Magic Line.

Questi giapponesi cercano, senza trovarli, i corpi di un kazako e di un iraniano dispersi da più di una settimana.

Il versante nord invece ha visto – invece – la presenza di due sole spedizioni: quella coreana, conclusasi tragicamente con la morte di 3 alpinisti, e quella italiana di “K2 2004 – 50 anni dopo”, lungo la via dello Spigolo Nord, fallita dopo numerosi tentativi di salita a causa della presenza di neve eccessiva. Nives Meroi, Romano Benet, Luca Vuerich e gli altri compagni meritavano certo di più. A fine stagione 2004 la via da nord risulta non più salita dall’ormai lontano 1996, anno in cui si registrò l’ascensione di una spedizione internazionale, guidata da Krzysztof Wielicki, che giunse sulla vetta assieme ai due connazionali Piotr Pustelnik e Ryszard Pawlowski, due alpinisti russi Sergei Penzov e Igor Benkin, lo statunitense Carlos Buhler e agli italiani Marco Bianchi e Christian Kuntner.

Jordi Corominas
K2-jordicbn1-620x413Le polemiche
Alcune polemiche, non certo spente dai giornalisti presenti al campo base e neppure da quelli in Italia, hanno ravvivato la nostra estate di spettatori.
Le dispute hanno fatto proprie tutte le questioni relative all’attrezzatura preventiva e alla commercializzazione di grandi montagne come l’Everest e il K2 (tanto che si è parlato di everestizzazione del K2). C’è chi è disposto a giocarsi il successo e la reputazione andando a sfidare una grande montagna senza portatori d’alta quota e senza ossigeno, c’è invece chi la pensa diversamente. C’è chi si appoggia ai migliori alpinisti presenti sulla piazza, chi invece ad un esperto svizzero di alpinismo extraeuropeo commerciale.

D’altra parte è anche vero che, se corde fisse sono poste sulla montagna, tutti poi le usano… e non si può certo parlare di stile alpino per nessuno. A volte ci si chiede a vicenda dei favori, tipo quello di usare per una notte una tenda, o di essere ospitati.

Poi c’è chi organizza una spedizione colossale, con un budget davvero faraonico, e c’è chi s’accontenta di qualche sponsor ed è costretto a chiedere ai partecipanti una consistente quota in euro.

Se poi aggiungiamo la sparizione misteriosa di una tenda con tutto il contenuto, beh, allora abbiamo proprio tutti gli ingredienti per scrivere un’altro best seller tipo Aria Sottile, anche senza così tanti morti.

Ciò che poi alla fine rimane sono solo le ascensioni effettive, oppure gli eroici salvataggi (che anche quest’anno non sono mancati), oppure le per ora quasi dimenticate tragedie (si sa in totale di sei morti, ma poco di più).

Il Museo degli Italiani
Il 31 luglio è stato inaugurato a Skardu il Museo degli Italiani per le popolazioni del Baltoro e del Pakistan. Rolly Marchi è stato l’ideatore del progetto, mentre a Silvio Calvi si deve ideazione e costruzione della struttura.
La struttura è in avanzata fase di costruzione ed all’interno è stata allestita la mostra fotografica dedicata ai cento anni di esplorazione italiana sul Baltoro, curata dallo stesso Calvi. Il museo ha già trovato un suo speciale ingresso: uno splendido portone di legno scolpito nel tipico stile locale.
Farid Khan, la massima autorità istituzionale della regione di Skardu, ha definito la costruzione del museo “Un importante passo avanti nel consolidamento dell’amicizia fra il popolo pakistano e quello italiano”.

Il mini-inceneritore
La spedizione K2 2004 ha installato nel suo campo base, a 4965 m, un mini-inceneritore. Questo risponde alla necessità di diminuire il più possibile volume e peso dei rifiuti da portare a valle tramite l’incenerimento di carta, cartone, legno. Consiste in una camera di combustione (della misura di 60x60x60 cm), con griglia e cassetto di raccolta della cenere, un comignolo (2 metri di altezza), dotato a mezza altezza di un filtro adibito ad intercettare le scorie maggiori e di una bocca di aspirazione per riportare il flusso caldo di fumi puliti alla camera di combustione perché la temperatura in essa resti alta. Due saracinesche regolabili consentono di calibrare il riutilizzo di questi fumi caldi o di quelli freddi, aspirati invece direttamente dall’esterno, a seconda della temperatura che si desidera avere per la fiamma di combustione.
Il mini-inceneritore pesa complessivamente 45 kg e per facilitarne il trasporto è stato progettato leggero e soprattutto smontabile. Le diverse componenti possono infatti unirsi a formare un cubo di dimensioni ridotte. Il costo complessivo dell’inceneritore è stato di circa 700 euro, un costo accessibile a tutte le spedizioni, che possono così limitare il proprio impatto sull’ambiente.

K2, Magic Line, seconda ascensione (Catalani)
K2, Magic Line, 2a ascensione (Catalani)1954-2004, dalla conquista alla conoscenza
Affidata a Trekking International di Beppe Tenti, l’organizzazione di questo colossale programma ha visto la partecipazione di più di 500 soci del CAI, divisi in 18 gruppi guidati da due guide alpine ciascuno. Il trekking è risaputo essere uno dei più impegnativi al mondo e ha richiesto ad ogni gruppo 25 giorni da Italia a Italia.

Contrariamente a tutti gli altri gruppi in mano ad altre agenzie (tutte le italiane erano ben presenti quest’anno), ogni tappa del percorso vedeva i soci del CAI fermarsi in campi fissi, ivi allocati per tutta l’estate. Questo ha permesso un indiscusso risparmio, una decisa diminuzione delle risorse necessarie ai trasporti (meno viaggi di portatori) e infine una migliore organizzazione logistica per ciò che riguarda la gestione ambientale dei campi stessi.

L’equipe di Montana è stata incaricata di sorvegliare il buon andamento dei campi dal punto di vista ambientale e il rispetto da parte di tutti del Protocollo ambientale, un documento elaborato prima della partenza e sottoscritto da operatori e trekker.

Si sono ovviamente riscontrate difficoltà al buon funzionamento del protocollo: non tanto da parte dei soci del CAI, assolutamente rispettosi dei luoghi e della gente, quanto da parte dello staff locale dei campi, più attento al risparmio di kerosene che all’accumulo della spazzatura, a volte un po’ pigro nella pulizia delle toilette, a volte reticente sul dove aveva sistemato le lattine di risulta della conduzione culinaria. Ciò che però è da sottolineare è la buona volontà di alcuni di questi responsabili dei campi, decisamente più preparati di altri. Speriamo che in futuro possano continuare a dare il buon esempio.

Nelle località di Juhla, Payu e Urdukas sono stati costruiti negli anni scorsi e sono gestiti dalla MGPO (Mountains and Glaciers Protection Organization) dei campi con strutture fisse (una casetta per i gestori, docce e toilette, anche per i portatori): questi campi hanno un grosso successo e una grande utilità: grazie a loro, l’inquinamento sul percorso è decisamente diminuito.

L’equipe di Montana ha anche riscontrato che praticamente il problema della deforestazione è risolto: ormai tutti i portatori, senza eccezioni, usano il kerosene per cucinare e per riscaldarsi, non più la legna raccolta a Payu.

Invece rimane vivo e dolente il problema delle deiezioni umane, specie quelle incontrollate delle centinaia di portatori: nei momenti di punta e in certi luoghi l’olezzo era insopportabile. La soluzione passerà qui attraverso la progressiva educazione del portatore a servirsi delle toilettes a lui dedicate (peraltro presenti nei campi di Juhla, Payu e Urdukas).

K2, Magic Line, 2a ascensione (Catalani): Oscar Cadiach e Jordi Corominas a 6900 m, campo 2
K2, Magic Line, 2a ascensione (Catalani), Oscar Cadiach e Jordi Corominas a 6900 m, campo 2
La bonifica
Diretta da Alessandro Gogna, la bonifica della valle del Baltoro e del ghiacciaio ha avuto luogo dall’8 luglio all’8 settembre.

Facilitata da una spedizione sud-coreana che ha ripulito il campo base del K2 e lo Sperone Abruzzi (1.500 kg raccolti), l’equipe di Montana si è concentrata sui campi tappa, su Concordia e sulle discariche militari presenti a Concordia e a Gore 2, riuscendo a raccogliere 3.011 kg di lattine e altro materiale ferroso. Questi rifiuti sono stati trasportati ad Askole e qui ceduti all’MGPO che ha provveduto al trasporto a Skardu e alla vendita ai rottamai locali. Il ricavato andrà per metà all’MGPO stessa, per metà a iniziative per lo sviluppo della popolazione locale.

La bonifica ha anche raccolto più di una ventina di kg di batterie usate, queste però sono state trasportate in Italia per un corretto smaltimento.

Si deve anche rilevare che Montana ha provveduto a bruciare in loco più di 2.000 kg di rifiuti di vario genere, compresi anche materiali plastici. Questa scorretta operazione è stata ritenuta il male minore, in quanto il trasporto a Skardu avrebbe semplicemente significato lo smaltimento di essi in riva all’Indo, procedimento normale della città di Skardu per liberarsi dei rifiuti quotidiani. Questi vengono portati nella discarica a 2 km a nordovest della città, in riva al fiume: non viene neppure appiccato il fuoco, si attende solamente la prima piena…

postato il 5 agosto 2014

Posted on Lascia un commento

K2: dalle nozze d’oro a quelle di diamante

Quanta conoscenza dopo sessant’anni?
Feste, compleanni e ricorrenze in genere fanno sempre parlare di sé, nel bene e nel male.
C’è chi vede nel Natale una provvidenziale interruzione del lavoro o dello studio, chi invece sbuffando vi riconosce un’odiosa costrizione allo shopping forzato per ottemperare freneticamente e all’ultimo momento all’usanza dello scambio dei doni: non è la maggioranza quella che nel Natale vede in primis la festa religiosa, quindi la nascita di Gesù e l’inizio della lieta novella che tanto ha permeato la nostra civiltà.

Un compleanno è l’occasione di una chiassosa festa a sorpresa tra amici, oppure una festa comandata con regali obbligatori, quasi mai un giorno di lieto raccoglimento in cui l’interessato si soffermi a riflettere sul significato del suo anno in più.

E le ricorrenze? Beh, quelle seguono regole solo apparentemente matematiche, perché in realtà chi pensa a una ricorrenza spesso lo fa anche per creare l’evento, specie in tempi come questi in cui si sente la loro penuria. Rispetto al momento di creatività che ebbe luogo per esempio sessanta anni fa, il momento di celebrazione brilla solo di luce riflessa se non è accompagnato da una solida riflessione su ciò che nel frattempo è cambiato.

Il K2 dal Campo Base
K2, dal Campo Base sul Ghiacciaio Godwin-Austen GlacierMa se è un po’ tipico del nostro tempo confondere luce propria con luce riflessa, tanto per dare ragione a qualcuno che disse che si innalzano i monumenti solo per dimenticare più in fretta, ciò non vuol dire che una ricorrenza non possa davvero essere importante.

Il 2004 è stato l’anno del cinquantenario della conquista italiana del K2 e, per le ragioni sopraddette, alcuni osservarono le iniziative con viva perplessità. Le vedevano più o meno commerciali, s’infastivano per la magniloquenza, criticavano il progetto di spargere sul Baltoro e sui fianchi della montagna imponenti numeri di visitatori e di alpinisti. Un simile modo di pensare poteva solo far concludere che la miglior cosa per il K2 sarebbe stato il lasciarlo solo e in pace per un anno!

Altri invece, per qualche recondito motivo, si lasciarono prendere dall’eccitazione del momento e si unirono in coro glorifico: purtroppo nei discorsi e nei comunicati stampa non ci fu vera e propria sostanza, e non poteva certo essere la forma retorica a poterla fornire. Il vuoto d’idee fasciato di retorica è vuoto ancora più desolato, dove le idee di 50 anni prima echeggiavano in un cacofonico e ripetitivo rimbalzo senza senso.

Dunque il CAI ci pensò. Erano passati 50 anni da quando il K2 era stato salito la prima volta da due uomini, quindi dalla spedizione e dunque dal sodalizio intero. Quello storico evento fu tra i più importanti dell’intero cammino del CAI, sicuramente quello più noto all’estero. Giustamente fu osservato che l’Italia, dopo il ventennio e la triste guerra civile a conclusione, con la conquista del K2 aveva riconquistato non solo la simpatia del mondo ma l’autostima degli italiani stessi: era stato cioè il momento culminante di un grande processo di ricostruzione civile, economica e morale.

50 anni dopo (e, oggi, a maggior ragione 60) non sarebbe stata proponibile la medesima filosofia, ribadire conquista ed eroismo non avrebbe costituito più ricetta valida per i nostri mali odierni. La gloria non fu sufficiente neppure per sopire alcune polemiche il cui eco sinistro si ode ancora, per stemperare i toni di un mistero che a giusto titolo fa parte del codice etico della zona della morte, un codice che chi è stato là dovrebbe riconoscere come diverso, se possibile ancora più fluttuante e contraddittorio di quello che già difficoltosamente riusciamo a osservare in pianura.

Dunque il CAI ci pensò e propose “Dalla conquista alla conoscenza”, un motto semplice ma assai incisivo, per significare che il cinquantenario era sì l’occasione per visitare una regione così cara a noi italiani ma era pure obbligo morale di sapere, di conoscere, dunque di amare.

Nell’implicita accettazione che solo con quel nuovo atteggiamento nei confronti della montagna, del Baltoro, delle sue genti e in definitiva di noi stessi, il Cinquantenario potesse avere senso e brillare di luce propria, le iniziative che il CAI e gli italiani promossero per il 2004 nel bacino del Baltoro avrebbero dovuto essere giudicate in base ai risultati, ma non per quante centinaia di persone avrebbero raggiunto il Campo Base o per quante decine di alpinisti avrebbero salito la cima.

La sfida si giocava su quanta “conoscenza” avremmo riportato indietro. Tanto più pallido fosse stato il ricordo di gloria, tanto colori più vivi avrebbe avuto la nostra esperienza collettiva.

Oggi è la ricorrenza dei sessanta anni. Oltre ad Ardito Desio, oggi siamo rimasti senza Achille Compagnoni, Lino Lacedelli, Walter Bonatti. Sarebbe stato bello avere la sensazione di una crescita culturale, sessant’anni è un’età cospicua… Invece, come ha dimostrato questa primavera il tragico incidente dei sedici sherpa morti sull’Ice Fall dell’Everest, l’atteggiamento generale verso la montagna non è mutato, non abbiamo ancora perso il gusto della conquista a tutti i costi. Se non ci possiamo permettere quella vera, ci accontentiamo di quella finta, di quella rimasticata, di quella comprata. Siamo sempre i soliti colonialisti indefessi, ma adesso la conquista l’acquistiamo al supermercato oppure la sottoponiamo al lifting, la travestiamo sui marciapiede dei viali.

postato il 31 luglio 2014

Posted on Lascia un commento

K2, dieci anni fa

1954-2004, il CAI dalla conquista alla conoscenza
Quella del 2004 fu un’estate di polemiche al riguardo delle nozze d’oro dell’Italia con il K2, poi la montagna è rimasta sola ad attendere un altro inverno siderale che le avrebbe fatto dimenticare le debolezze umane estive. Possiamo provare a fare un saldo delle operazioni del Cinquantenario, senza pretendere di essere esaustivi e di certo con molta voglia di essere corretti in caso di errore od omissioni non volute.

Portatori baltì sul Baltoro
Portatori baltì nei pressi di Concordia, Ghiacciaio del Baltoro, Karakorum, Pakistan

Il trekking
Per favorire la conoscenza dell’area del Baltoro e del K2, il Club Alpino Italiano aveva promosso, senza fine di lucro, l’organizzazione di un trekking che portasse i soci fino al Circo Concordia (e da lì al Campo Base del K2). Affidata a Trekking International di Beppe Tenti, l’organizzazione di questo colossale programma vide la partecipazione di più di 500 soci del CAI, divisi in 18 gruppi guidati da due guide alpine ciascuno. Il trekking è uno dei più impegnativi al mondo e richiede 25 giorni da Italia a Italia.

Negli intenti celebrativi il CAI voleva avvicinare questa montagna, simbolo della conquista italiana, dando alla gente comune la concreta possibilità di accesso al campo base. Non solo quindi ai trekker sperimentati ma anche a coloro che volevano vivere quell’avventura senza avere grande esperienza.

Contrariamente a tutti gli altri gruppi gestiti da altre agenzie di tutto il mondo (tutte le italiane erano presenti), ogni tappa del percorso vedeva i soci del CAI fermarsi in campi fissi, ivi allocati per tutta l’estate. Questo permise un indiscusso risparmio, una decisa diminuzione delle risorse necessarie ai trasporti (meno viaggi di portatori), una migliore organizzazione logistica per ciò che riguardava la gestione ambientale dei campi stessi e in definitiva un minor impatto.

Il CAI aveva incaricato l’equipe di Montana srl di sorvegliare il buon andamento dei campi dal punto di vista ambientale e il rispetto da parte di tutti del Protocollo ambientale, un documento elaborato prima della partenza e sottoscritto da operatori e trekker.

Rogo di spazzatura a Khuburse, valle del Baltoro , Pakistan


Il progetto ambientale K2
Nella logica di dare particolare risalto alle tematiche ambientali l’organizzazione e la gestione del trekking si servirono di uno specifico Vademecum ambientale. Era infatti ferma convinzione del CAI che le celebrazioni, dal forte contenuto culturale, fossero un’occasione preziosa per riaffermare l’impegno ambientale del Sodalizio. Così, attraverso l’adozione di una buona prassi ambientale in ognuno degli aspetti organizzativi e gestionali, si sarebbe potuto concretare quella filosofia di celebrazione che alla vittoria ormai lontana cinquant’anni voleva sostituire nuove ottiche non più di mera conquista bensì di conoscenza, nel rispetto dell’ambiente e delle popolazioni.

Per alcuni mesi un team di esperti, coordinato da Alberto Ghedina (Osservatorio Tecnico per l’Ambiente), e composto dallo stesso Ghedina, da Riccardo Beltramo (Dipartimento di Scienze Merceologiche dell’Università di Torino), da Alessandro Gogna e Mario Pinoli progettò ogni fase delle attività, dagli approvvigionamenti alla logistica, dalla gestione energetica all’impostazione e rimozione finali dei campi intermedi e del campo principale di Concordia, utilizzando i più evoluti concetti della sostenibilità, dell’eco-efficienza e della gestione ambientale. Elaborò pertanto quello che fu poi battezzato il Protocollo ambientale.

Quel lavoro, preceduto dalla raccolta e dallo studio di dati e logistica locali, oltre che dai contatti con le realtà operanti sul territorio, portò però in prima battuta, per informare il più possibile i partecipanti, alla realizzazione di una brochure informativa che ogni trekker ricevette alla partenza, con note di tipo culturale, ecologico e di comportamento ambientale, per una sensibilizzazione e una corretta visuale sulle problematiche.

A garantire il rispetto del Protocollo ambientale, Montana inviò sul campo tecnici specializzati laureati in discipline tecnico scientifiche (geologia, ingegneria ambientale, scienze ambientali) per l’esecuzione degli audit ambientali mediante checklist di riscontro.

I dati salienti dell’attività di audit ambientale furono i seguenti: 6 auditor ambientali impegnati, di cui 4 geologi, 1 ingegnere ambientale, 1 tecnico scienze ambientali; 4 cicli eseguiti in Baltoro (date: 17 maggio-5 giugno 2004; 13 luglio-3 agosto 2004; 9 agosto-28 agosto 2004; 22 settembre-7 ottobre 2004) per un totale di 80 giornate-presenza sul campo.

Riduzione volumetrica di materiale metallicoBaltoro, Concordia, raccolta e riduzione rifiuti, 2004

Ovviamente si riscontrarono difficoltà al buon funzionamento del protocollo: non tanto per responsabilità dei soci del CAI, assolutamente rispettosi dei luoghi e della gente, quanto per lo staff locale dei campi, più attento al risparmio di kerosene che all’accumulo della spazzatura, a volte un po’ pigro nella pulizia delle toilette, a volte reticente sul dove aveva nascosto le lattine di risulta della conduzione culinaria, a volte del tutto ignorante sulla sistemazione differenziata dei rifiuti.

Ciò che però è da sottolineare fu la buona volontà di alcuni di questi responsabili dei campi, decisamente più preparati di altri. Sperando possa essere stato un  buon esempio per il futuro.

Nella nostra lunga permanenza, soprattutto a Concordia, potemmo osservare il comportamento medio del socio CAI: questi, anche nelle condizioni più disagiate per via della quota e talvolta in condizioni fisiche non sempre ottimali, accanto alla grande volontà di raggiungere la meta (che più del Campo base del K2 era il Memorial alle vittime della montagna) mostrava un’attenzione al comportamento davvero lodevole, anche di fronte ai peggiori esempi forniti da altri nello stesso luogo.

Nelle località di Juhla, Payu e Urdukas erano stati costruiti negli anni precedenti ed erano gestiti dalla MGPO (Mountains and Glaciers Protection Organization) dei campi con strutture fisse (una casetta per i gestori, docce e toilette, anche per i portatori): questi campi avevano grosso successo e grande utilità. Grazie a loro, l’inquinamento sul percorso era decisamente diminuito, peccato che proprio in quei campi si fossero verificati i più significativi episodi di malfunzionamento, dovuti in buona parte al classico scarica-barile tra MGPO e l’agenzia pakistana che ci dava i servizi.

L’audit riscontrò che praticamente il problema della deforestazione era risolto: tutti i portatori, senza eccezioni, usavano il kerosene per cucinare e per riscaldarsi, non più la legna raccolta a Payu.

Invece rimaneva vivo e dolente il problema delle deiezioni umane, specie quelle incontrollate delle centinaia di portatori: nei momenti di punta e in certi luoghi l’olezzo era insopportabile. La soluzione dovrebbe passare attraverso la progressiva educazione del portatore a servirsi delle toilette a lui dedicate (peraltro presenti nei campi di Juhla, Payu e Urdukas).

Dal Vignes Glacier verso il Baltoro, K2 e Broad Peak
Baltoro, ghiacciaio Vignes con K2 e Broad Peak

La bonifica
Compito del team ambientale del CAI era anche lo svolgimento di eco-interventi nell’area del Baltoro. Il progetto di bonifica prevedeva un risanamento dell’intera valle del Baltoro, fino al Campo Concordia e al Campo Base K2.

Eravamo naturalmente a conoscenza di operazioni analoghe condotte negli ultimi anni ’90 dalle ONG operanti nel Baltoro (il già citato MGPO e soprattutto il Central Asia Institute).

Diretta da Alessandro Gogna, la bonifica della valle del Baltoro e del ghiacciaio ebbe luogo dall’8 luglio al 31 agosto. La scelta di quel periodo fu dovuta all’esigenza di non essere intralciati dalla neve primaverile sul terreno, né da quella sempre possibile in periodo autunnale.

Le località interessate furono Askole, Korophon, Julha, Bardumal, Paju, Liligo, Kuburse, Urdukas, Gore 1 e 2, Concordia, Broad Peak Base Camp e K2 Base Camp.

Facilitata da una spedizione sud coreana che nel frattempo ripuliva il campo base del K2 e lo Sperone Abruzzi (1.500 kg raccolti), l’equipe di Montana si concentrò sui campi tappa, su Concordia e sulle discariche militari presenti a Concordia e a Gore 2, riuscendo a raccogliere 3.011 kg di lattine e altro materiale ferroso. Questi rifiuti furono trasportati ad Askole e qui ceduti all’MGPO che provvide al trasporto a Skardu e alla vendita ai rottamai locali. Il ricavato andò per metà all’MGPO stessa, per metà a iniziative per lo sviluppo della popolazione locale.

La bonifica raccolse anche più di una ventina di kg di batterie usate: queste però furono trasportate in Italia per un corretto smaltimento.

Provvedemmo a bruciare in loco circa 2.100 kg di rifiuti misti di vario genere, compresi anche materiali plastici. Questa scorretta operazione fu ritenuta il male minore, in quanto il trasporto a Skardu avrebbe semplicemente significato lo smaltimento di essi in riva all’Indo, procedimento normale della città di Skardu per liberarsi dei rifiuti quotidiani. Questi vengono normalmente avviati alla discarica a 2 km a nord-ovest della città, in riva al fiume: non viene neppure appiccato il fuoco, si attende solamente la prima piena.

Askole: parte dei rifiuti recuperati
Askole, le lattine raccolte durante la bonifica del Baltoro dell'estate 2004, 3011 kg. , Pakistan

I nostri roghi eliminarono circa 300 kg di carta e cartone, 400 kg di materiale plastico e 1.400 kg di rifiuti “umidi”.

Attività di bonifica e di audit, per via delle buone condizioni atmosferiche, furono fortunosamente condotte anche nella seconda parte del mese di settembre e nella prima parte del mese di ottobre 2004. Ciò allo scopo di seguire anche l’ultimo dei trekking previsti, ormai in stagione abbastanza avanzata. Altri 275 kg di metallo e 14,5 kg di batterie (anche queste portate in Italia) furono così da aggiungere al bilancio totale, più ulteriori 600 kg circa di rifiuti misti bruciati.

postato il 19 luglio 2014

Posted on Lascia un commento

Al ritorno dal K2, tutti d’accordo. Secondo Ugo Angelino

Sul K2 nel ’54 niente liti, tutti d’amore e d’accordo. Parola di Ugo Angelino
di Roberto Serafin

Il presente post è ripreso da MountCity (Sul K2 nel ’54 niente liti, tutti d’amore e d’accordo. Parola di Ugo Angelino, 28.05.2014)

Mezzo secolo di polemiche, liti, querele, recriminazioni, insinuazioni. E un libro, K2. Una storia finita (Priuli&Verlucca), che cinquant’anni dopo dovrebbe avere messo i cuori in pace ma lo ha fatto solo in parte. E un altro libro, Il caso K2 (Baldini&Castoldi), che viceversa persevera nel denunciare le presunte malefatte compiute nel corso della vittoriosa spedizione alla “montagna degli italiani” (1954). Di anni ne sono passati sessanta e adesso Mirella Tenderini, nelle pagine del suo libro appena uscito Tutti gli uomini del K2 (Corbaccio, 2014), tenta di gettare una nuova e positiva luce su un’impresa che, in una fase delicata della nostra storia, ha anche contribuito a infondere una rinnovata fiducia negli italici destini.

AngelinoUgo-9788863807301_tutti_gli_uomini_del_k2Il libro, da poco sugli scaffali, è stato presentato il 1° maggio al TrentoFilmfestival. Brava Mirella, e che adesso gli eroi del K2, dopo essere emersi ancora una volta dal pantano, possano riposare in pace.

Sulla nave che riportava in patria i membri della spedizione”, è la rasserenante ricostruzione della Tenderini, tra i più attenti, puntuali indagatori della storia dell’alpinismo in ogni sua recondita piega, “regnava un’atmosfera di euforia e grande cameratismo. Sulla nave c’erano anche gli uomini di una spedizione tedesca che faceva ritorno dal Karakorum e Ugo Angelino racconta il loro stupore nel vedere gli italiani così festosamente in armonia dopo una lunga spedizione. ‘Noi non ci rivolgiamo più nemmeno la parola…’, gli disse uno di loro. Tra gli uomini del K2 invece l’intesa era perfetta. Festeggiavano il coronamento delle loro fatiche tra compagni, da amici. Del resto le prove al Monte Rosa e al Cervino prima della partenza non erano state solo tecniche ma anche di affiatamento. Non per niente venivano continuamente cambiati i compagni di cordata; era necessario che tutti si trovassero d’accordo con tutti”.

Riproduco questo breve testo per gentile concessione dell’editore Corbaccio. Niente che già non sia stato scritto. Ma chi è quell’Angelino che viene citato dalla Tenderini? Commerciante di Biella da tempo in pensione, è una persona amabile e discreta che non si è mai immischiata nelle polemiche di questa storia infinita, e si spera finita una volta per sempre.

Oggi Angelino e il bolzanino Erich Abram, tra i protagonisti dell’alpinismo dolomitico e audace aviatore, sono gli unici superstiti della storica spedizione guidata da Ardito Desio e hanno simpaticamente aderito a tenere a battesimo a Trento il libro della Tenderini. Entrambi, per mia esperienza diretta, sono persone di ottimo carattere, prove viventi che in tutto questo tempo il K2 non è stato soltanto fonte di liti da condominio.

Ugo Angelino nel 1954. Foto: Mario Fantin
AngelinoUgodaFantinNon a caso ogni anno i reduci, Angelino e Abram compresi, si sono ritrovati per un rituale banchetto, come succede tra compagni di scuola: tutti tranne uno, Bonatti, che avrà avuto le sue ragioni per evitare questi rituali dove si chiacchiera e si spettegola.

Al brindisi si univa anche il grande Riccardo Cassin che si è sempre ritenuto ingiustamente escluso dalla spedizione e si è preso la sua rivincita mandando quattro anni dopo Bonatti e Mauri in vetta al fino allora invitto Gasherbrum IV.

Ma sì, ci voleva la Tenderini per uscire da questa palude, con il distacco, la competenza, il puntiglio e la classe che la distinguono. La sua ricostruzione del “caso K2”, in un libro che ripercorre le tante epopee legate alla più difficile delle montagne himalayane, è esemplare per equilibrio e capacità d’immedesimarsi nei protagonisti e nelle loro pulsioni. E sempre misurando le parole, sempre giovandosi di una documentazione ineccepibile.

La contestata relazione della salita in vetta di Compagnoni e Lacedelli riportata nella relazione del capospedizione Desio? Forse un po’ troppo frettolosa, spiega bonariamente la Tenderini. Bonatti che contraddice nel suo libro Le mie montagne la versione di Compagnoni e Lacedelli? Quasi tutti avevano letto sette anni prima il libro di Desio e a nessuno sarebbe venuto in mente di fare un confronto. E invece…

E ancora: Desio non fece nulla per difendere Bonatti dalle accuse che gli vennero mosse in seguito? Ci sono troppe cose da capire in questa intricata vicenda prima di addebitare tutte le colpe all’uno o all’altro. E la diplomatica indifferenza delle autorità (del CAI)? Una macchia che (ma questo la Tenderini non lo dice) i soloni del Club alpino hanno tardivamente cercato di cancellare senza riuscirvi del tutto, contendendosi penosamente i meriti delle analisi riparatorie affidate a tre cosiddetti “saggi”.

Ma come mai Bonatti, dopo avere pubblicamente ammesso che nel quarantennale dell’impresa il CAI ha fatto tutto il necessario per riconoscere e ufficializzare la sua versione (“confesso che ormai non credevo più di veder riconosciuto il vero”), rilanciò nelle librerie con Il caso K2 poi ribattezzato K2 la verità il tormentone delle accuse? La Tenderini, nell’evidente impossibilità di metterci una pezza, si limita a osservare che l’indimenticabile Walter in quella circostanza operò “in seguito a chissà quali riflessioni o istigazioni”.

Ugo Angelino in tempi recenti. Foto: Roberto Serafin
angelinougoA scanso di equivoci, nel distribuire equamente meriti e demeriti, la saggia Mirella – che con gli alpinisti ha grande familiarità avendo avuto quale marito Luciano Tenderini, alpinista eccelso, guida alpina e grande conoscitore dell’ambiente alpinistico – pone in risalto come la competizione abbia sempre caratterizzato l’alpinismo fin dalle sue origini. Con tutti i veleni che ciò comporta. “E benché gli alpinisti sostengano”, spiega Mirella nel suo appassionante libro su tutti gli uomini del K2, “che il loro non è uno sport ma qualcosa di diverso e di più nobile”. Tie’!

Quanto al citato Ugo Angelino, un piacevolissimo ricordo lega chi scrive a quest’uomo dall’aria mite che se ne stava in disparte nel 2011 ai funerali di Walter. Nel 1998 accompagnai in auto Cassin e la gentile Irma, sua moglie, a Pinzolo, nel Trentino, dove partecipammo alla consegna della Targa d’argento della solidarietà alpina della cui giuria faccio parte da tempo immemorabile.

Ci fermammo su una piazzola per ammirare il gruppo del Brenta e a quel punto un’altra macchina si arrestò e ne scesero Angelino con sua moglie. Fu tutto un confabulare tra vecchi amici. Baci e abbracci si sprecarono. Immortalai l’incontro e spedii le foto a Riccardo il quale a sua volta ne fece delle copie per Ugo. “Sono belle, rappresentano un buon ricordo”, mi scrisse Angelino ringraziandomi.

A quel punto mi resi conto di quanta armonia regnasse, a dispetto di tante scalate cartacee compiute sulle vette della vanità, tra le brave persone che hanno partecipato alla conquista della “montagna degli italiani”.

Mirella Tenderini opera da anni in editoria, ha fondato e diretto la prima agenzia letteraria internazionale per il libro d’arte e ha diretto in passato una collana di libri di viaggio ed esplorazione. Scrive per riviste italiane e straniere, traduce da quattro lingue ed è autrice di libri pubblicati anche all’estero, tra i quali Gary Hemming: una storia degli anni Sessanta; Le nevi dell’Equatore: Kilimanjaro, Kenya, Ruwenzori; La lunga notte di Shackleton; Gauguin e Tahiti: Storia diuna passione e, editi da Corbaccio, Vita di un esploratore gentiluomo. Il duca degli Abruzzi e Tutti gli uomini del K2. Molti di questi sono stati tradotti e pubblicati in tutto il mondo. Per i suoi libri è stata più volte vincitrice di premi letterari prestigiosi.

Mirella Tenderini
Angelinougo-Tenderini-fotoFabrizioSuerra

postato il 7 luglio 2014

Posted on Lascia un commento

Ricordo di Renato Casarotto

Ottobre 1978, Alagna Valsesia: comincio a conoscere più da vicino Renato, in occasione delle preselezioni al corso aspiranti guida. In seguito, metà dicembre, ci ritrovammo in riunione con Messner per programmare la Magic Line al K2. Lì scoprii che anche Renato aveva paura di non superare la parte di corso relativa allo scialpinismo: in effetti le nostre tecniche di discesa erano ab­bastanza approssimative… Decidemmo di allenarci assieme, per non sfigurare. Andammo così a Courmayeur qualche giorno a farci sgrezzare da Renzino Cosson e poi anche in Valle Stura di Demonte da un comune amico maestro di sci. Facemmo dei bellissimi fuori pista nella neve fresca e nello stesso tempo ci esercitavamo a stare insieme, perché pensavamo che al K2 così tutto sarebbe sta­to più facile. Gli ultimi ritocchi alla preparazione e all’equi­paggiamento ce li demmo a Champoluc, in occasione delle ultime gite prima del corso di Bormio.

Renato Casarotto al corso Guide, aprile 1979

1979.04 CorsoguidaRCasarottoUna volta giunti là ebbi l’im­pressione che tutti pensassero a Casarotto come il primo della classe. Lui non faceva niente per esserlo, conscio com’era dei suoi limiti in quella specialità. Eppure l’impressione era quel­la. Sembrava che Renato dividesse la vita in momenti normali (che gli interessavano poco) e in momenti veri: sciare bene per lui faceva parte dei primi. Ma quando si trattava di bivaccare fuori in un igloo e poi di battere pista in salita sulla neve fresca e con gli sci sulle spalle, Renato si trasformava completamente e tutti avevamo chiara idea del perché gli riuscisse così bene fare le grandi imprese. Chi è un po’ invidioso, chi vorrebbe ma non può, travisa facilmente la discrezione naturale e la grande tena­cia, pensando che siano superbia ed eccessiva ambizione. Così tutti lo rispettavano, ma pochi capivano come Renato realmente fosse.

Parlando con Messner prima di partire per la spedizione avevo a­vuto l’impressione che anche Reinhold fosse tentato di attribuire a Renato una parte di questi aspetti negativi di carattere. Sem­brava quasi che ne cercasse conferma da me, che lo conoscevo me­glio e che avrei fatto vita comune con lui per quasi tre mesi. Il rispetto che avevamo entrambi per l’imponente quanto cristallina attività alpinistica di Renato ci impedì di parlarne chiaramente subito: e così al primo confronto importante le cose non si mise­ro bene. Ancora scossi per la morte di un portatore, il 13 giugno 1979 ci trovammo nella tenda mensa del campo base a discutere per la prima volta se era il caso di insistere con il progetto Magic Line. Nella sostanza ci trovammo d’accordo, e qui non è il caso di ricordarne le ragioni, di abbandonare quell’idea e di concentrarci sulla salita in stile semi-alpino dello Sperone A­bruzzi. Tutti d’accordo, meno Renato. Alla spedizione interessava il successo quasi sicuro, a Renato premeva il confronto con una grande idea, con una grande montagna molto più forte di noi. Sa­peva anche lui di non avere ancora quell’esperienza himalayana per poter essere certo dei suoi sentimenti, ma se fosse stato per lui bisognava partire a testa bassa per la Magic Line.

Da quel momento iniziò il graduale autoestraneamento dai nuovi o­biettivi della spedizione. Partecipò ai lavori, ma poi si dovette arrendere alla mancanza di motivazione interiore. Ricordo come dal campo II guardava con intensità quello che poi nel 1983 sa­rebbe diventato il suo sperone all’Anticima nord del Broad Peak. Sognava ad occhi aperti una salita solitaria, senza nessuno con cui dover prendere delle decisioni in comune. Questo me lo con­fidò in una notte di bufera, ma io l’avevo già capito. I rapporti tra Reinhold e Renato si diradarono, anche se la cosa lì per là passò quasi inosservata a causa di altri problemi più gravi tra Messner e Schauer. Eppure al campo base la convivenza proseguiva serena, il disaccordo non degenerò mai. Nei giorni di brutto tem­po Renato si preoccupava molto del suo essere in ordine, soprat­tutto curava i suoi capelli, terrorizzato com’era di essere sulla via di perderli.

Renato Casarotto

casarotto--330x185Al ritorno dal Pakistan, poche settimane dopo, ero con lui nella stessa stanza dell’Hotel Bagni di Màsino, per il corso di ghiaccio e misto. Mi disse di volere a tutti i costi tornare al K2 per fare la Magic Line da solo ma mi pregò di non dirlo a nessuno. Era chiaro che aveva riflettuto a lungo e che non condivideva minimamente le motivazioni alpinistiche di una qualunque spedizione a più elementi. Reinhold invece mi mostrò in seguito dei ritagli di giornale di provincia in cui, secondo il giornalista, Renato dava tutta la colpa a Messner per il mancato successo alla Magic Line del K2. Ero amareggiato, e sapevo che come al solito ba­sta dare alla stampa un mignolo perché ti prendano tutto il braccio.

K2 Messner Expedition, 1979

Casarotto-original_photo_11897Un mo­mento molto bello vissuto ancora assieme fu la salita della plac­ca di Nuova Dimensione in Val di Mello. Allora quella salita di pura aderenza su placca liscia di granito, senza alcuna protezio­ne valida per il capocordata e con soste dubbie, era considerata una realizzazione nuova e provocatoria dei Sassisti. Renato se la cavò egregiamente, ma non fu una passeggiata. Ricordo come, a dieci metri da me che lo “assicuravo”, si dondolava sulle suole lisce delle EB, senza decidersi a fare l’ulteriore passo. E la mangiata di mirtilli che ci facemmo dopo Luna Nascente chiude le immagini serene: dopo non ebbi più modo di seguirlo così da vici­no nei suoi grandi exploit verso il tragico epilogo del suo de­stino.

Gian Carlo Grassi, Renato Casarotto e Gianni Comino al rifugio Monzino

Casarotto-Grassi-casarotto-comino

Per informazioni su Renato Casarotto: http://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Casarotto

postato il 26 maggio

 

Posted on Lascia un commento

K2: la terribile estate del 1986

Questo è l’anno più tragico nella storia del K2, forse il più tragico in assoluto. Un grande affollamento di alpinisti, stili e intenzioni diversi costringe tutti ad un maggiore egoismo e ad una maggiore quanto sconsiderata ossessione per la vetta. Laddove prima era una sacrosanta paura della montagna, ora, complice la quantità di corde fisse e di tende, regna una mal riposto ottimismo.

Una spedizione americana diretta da John Smolich ha come obiettivo la cresta SSW. Il gruppo, composto da Brian Hukari, Kerry Ryan, Steve Boyer, Andy Politz, Jon Sassler, Murray Rice e Alan Pennington. Il tentativo viene abbandonato in seguito alla morte di Smolich e Pennington il 21 giugno, travolti da una valanga nel canale nel canale che dà accesso alla Sella Negrotto.

Wanda Rutkiewicz e Liliane Barrard (in bianco)  
TerribileEstate-BarrardLlilian
Liliane Barrard
TerribileEstate-Barrard184Nella spedizione franco-polacca diretta da Maurice Barrard lungo lo sperone Abruzzi, il 23 giugno, dopo un bivacco a 8350 m, giunge in vetta Wanda Rutkiewicz, poi Liliane e Maurice Barrard con Michel Parmentier. Durante la discesa, i coniugi Barrard scompaiono nella bufera. Nello stesso giorno erano illegalmente saliti in cima anche i baschi Mari Abrego e Josema Casimiro, aggregati alla spedizione italo-basca di Renato Casarotto, che raggiungono il CB solo il 27 assieme a Rutkiewicz e Parmentier. Il vicentino Casarotto è accompagnato dalla moglie Goretta, ma svolge il suo progredire sulla cresta SSW da solo.
Al terzo tentativo giunge il 15 luglio fino a 8300 m, poi decide di scendere per il brutto tempo in arrivo. Il 16, ormai alla base della parete, cade in un profondo crepaccio e muore dopo lenta agonia.

La spedizione italiana Quota 8000 diretta da Agostino Da Polenza, dopo un tentativo sulla cresta SSW assieme agli americani, si dedica ad una rapida salita al Broad Peak in tre gruppi separati (Marino Giacometti, Martino Moretti e Soro Dorotei, poi Benoît Chamoux in 24 ore da CB a CB, infine Josef Rakoncaj); quindi il gruppo ripiega sullo sperone Abruzzi. Il 5 luglio, dopo due bivacchi a 6700 m e 7800 m, quasi in stile alpino arrivano in cima Gianni Calcagno, Tullio Vidoni, Dorotei, Moretti, Rakoncaj (partiti dal CB il 3 luglio); poco dopo vi giunge Chamoux (partito il 4 e quindi con un tempo di salita di neppure 32 ore dalla partenza). Ai primati occorre anche aggiungere che Dorotei, Moretti, Chamoux e Rakoncaj sono i primi a raggiungere la vetta del K2 dopo un altro Ottomila salito poco prima, e che Rakoncaj è il primo uomo ad aver salito il K2 due volte.

Il K2 da sud

K2, Pakistan, dal Campo Base verso il K2

Una spedizione internazionale, semi-commerciale, diretta da Karl Herrligkofer al Broad Peak e al K2, permette il 5 luglio agli svizzeri Rolf Zemp e Beda Fuster di giungere in vetta per lo sperone Abruzzi (senza autorizzazione per quella via). Mentre l’8 luglio tocca ai polacchi Jerzy Kukuczka e Tadeusz Piotrowski aprire una spaventosa via nuova sul versante S, per la nervatura centrale e per un canalone sinuoso (Hockey Stick); non conoscono la discesa, bivaccano in una buca di neve a 8350 m. Il giorno dopo scendono solo 400 m e, dopo un altro bivacco, il 10 luglio, più o meno nel luogo dove morì Art Gilkey, Piotrowski precipita, cade di peso su Kukuczka che non riesce a trattenerlo e sparisce nel baratro. Kukuczka riesce a sopravvivere grazie alle tende dei coreani. Infatti da tempo la pesante spedizione sudcoreana (19 membri) diretta da Kim Byong Joon operava lungo lo sperone Abruzzi. Il 3 agosto, dopo una orribile notte al C4, superaffollato da 10 alpinisti ammassati in tre tendine, partono solo in tre: sono Jang Bong Wan, Kim Chang­ Son e Jang Byong Ho e arriveranno in vetta. Il C4 degli austriaci era stato distrutto da una valanga, ecco il perché di quella situazione. E di loro nessuno aveva voluto scendere al C3, così i sette avevano rimandato al giorno dopo: una decisione non saggia e al tempo stesso fatale.

Julie Tullis
TerribileEstate-Tullis

Intanto la spedizione polacca diretta da Janusz Majer è decisa a farla finita con la Magic Line. La squadra è composta da Anna Czerwińska, Krystyna Palmowska, Dobrosława Miodowicz-Wolf, Petr Božik (slovacco), Krzysztof Lang, Przemysław Piasecki e Wojciech Wróz. Il 3 agosto, dopo un bivacco a 8000 m e uno a 8400 m, sono in cima Wróz, Piasecki e Božik. Wróz precipita nella notte, nel corso della discesa per la via normale. Gli altri continuano la discesa con due coreani (Byong Ho si ferma a bivaccare a 8300 m) peggiorando perciò la situazione al C4, dove si trovano ancora Alfred Imitzer, Willi Bauer e Hannes Wieser della spedizione austriaca capeggiata da Imitzer stesso. Gli altri membri, Michael Messner, Manfred Ehrengruber, Siegfried Wasserbauer e Helmut Steinmassel non sono presenti. Anche loro alla seconda notte al C4 sono Kurt Diemberger e Julie Tullis, partecipanti alla spedizione Quota 8000, nonché il britannico Alan Rouse, reduce da un tentativo sulla cresta NW, e Dobrosława Miodowicz-Wolf (della spedizione di Majer alla Magic Line). In totale sono 11 persone: Rouse passa la notte in un buco di neve, sacrificandosi per i due polacchi). Il 4 agosto i coreani e i reduci della Magic Line continuano la loro discesa; Wieser non parte e verso l’alto invece vanno Rouse, Miodowicz-Wolf, Imitzer, Bauer, Diemberger e Tullis. A 8500 m Diemberger assiste ad una Miodowicz-Wolf sfinita: solo Rouse, che ora sta scendendo, riesce a convincerla ad abbandonare. Ma dopo il raggiungimento della vetta, in questo incubo finale di un’estate tremenda e nella bufera di più giorni che colpisce i sette sfortunati al C4, altre vite dovranno chiudersi: la Tullis muore di sfinimento al C4, nella notte tra il 7 e l’8. Rouse, Imitzer e Wieser si spengono il 10 agosto; nella bufera Diemberger, Bauer e la Miodowicz-Wolf iniziano una tremenda discesa che si concluderà solo con la morte della donna (affettuosamente da tutti chiamata Mrówka, la “formichina”) tra il C3 e il C2 e con il definitivo arrivo al CB dei due austriaci il 12 agosto, colpiti da gravi congelamenti. Messner, Piasecki e Božik salgono alla ricerca di Mrówka senza trovarne traccia (il corpo fu trovato solo l’anno dopo, ancorato alle corde fisse).

Dobrosława Miodowicz-Wolf
TerribileEstate-dobroslawa-miodowicz-wolf-2

Completa la lista dei 13 morti l’incidente occorso il 4 agosto al sirdar della spedizione sudcoreana, Mohammad Alì, che muore colpito da una scarica di sassi nei pressi del C1.

Anna Czerwińska, testimone di quegli eventi, nel suo libro così giudica: «per me, nel 1986 al K2, fummo grandi come atleti ed avemmo successi incredibili: ma come comunità alpinistica fu una disfatta».

Sulla cresta NW si era diretta in precedenza la spedizione britannica diretta da Alan Rouse. Membri: John Barry, Alan e Adrian Burgess, Phil Burke, Brian Hall, John Porter e Dave Wilkinson, più Jim Curran (cineoperatore), Bev Holt (medico) e Jim Hargreaves (BC manager). Seguono il tentativo polacco del 1982 arrivando non oltre i 7450 m.

Nell’ambito di una spedizione jugoslava diretta da Viktor Grošelj al Broad Peak e al Gasherbrum II, Tomo Česen, in solitaria, sale nella notte tra il 3 e il 4 agosto la pluritentata nervatura destra del versante S (sperone SSE), raggiungendo la Spalla dello sperone Abruzzi, con difficoltà di VI- e pendii a 75°. Dopo 100 m di prosecuzione per la via normale, rinuncia e scende per lo sperone Abruzzi assieme ai coreani e ai polacchi vincitori.

Nel frattempo sul versante cinese opera una forte spedizione americana diretta da Lance S. Owens. L’obiettivo è la cresta N. Gli alpinisti sono George e Alex Lowe, David Cheesmond, Gregg Cron, Steven Swenson, Catherine Freer e Choc Quinn. Il 3 agosto i due Lowe e Swenson raggiungono il C4, ma il mattino dopo George Lowe è bloccato da un edema. Riesce a scendere al C3 dove trova l’ossigeno. I due rimasti raggiungono quota 8100 m, ma sono costretti alla ritirata dalla neve profonda.

Postato il 9 marzo 2014