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Ma quanti sono gli Ottomila?

Ma quanti sono gli Ottomila?
di Giovanni Padovani e Luciano Ratto

 

Ma quanti sono gli ottomila?
di Giovanni Padovani

In principio c’erano i piedi e non i metri. Tale era la misura automaticamente adottata da George Everest quale topografo generale dell’India nella prima metà dell’Ottocento per individuare le montagne più alte del territorio esplorato.

Le sue misurazioni stabilirono in 29.028 piedi l’altezza della montagna più elevata dell’Himalaya, da lui denominata Peak XV, mentre dai nepalesi era chiamata Sagarmatha (Madre degli Oceani) e dai tibetani Chomolungma (Dea Madre del Mondo).

Giovanni Padovani
QuantiOttomila-GiovanniPadovani-immaginepiccola

Le esplorazioni e i rilevamenti di Günther Oskar Dyhrenfurth negli anni Trenta introdussero la misurazione in metri grazie alla quale fu stilata una graduatoria delle montagne superiori agli 8000 metri, conosciute oggi come i 14 Ottomila. Le stesse montagne, allora entrate nell’immaginario collettivo grazie alle prime spedizioni all’Everest e al Nanga Parbat, divennero così terreno di gioco di un alpinismo di forte connotazione nazionalista.

Ben nota è la storia delle prime ascensioni succedutesi dal 1950 al 1964. Nei decenni successivi l’Himalaya e il Karakorum divennero punti di attrazione per nuove ascensioni di grande rilevanza alpinistica, anche su vette minori. Ancora oggi, a cinquant’anni dalla prima salita del 14esimo “ottomila”, il Shisha Pangma, l’interesse mediatico resta concentrato su queste storiche mete.

Una parallela attività esplorativa nell’area dell’Himalaya e del Karakorum confermò quello che del resto era già noto, e cioè che l’universo degli Ottomila doveva considerarsi più ampio e di esso si iniziò a parlare.

In Italia se ne sono occupati Roberto Aruga, Luciano Ratto e Roberto Mantovani. Foto satellitari dimostrano che le 14 montagne conosciute come “Ottomila” presentano diverse elevazioni minori più o meno indipendenti dalle rispettive quote massime. Molte di queste cime sono già state scalate da alpinisti di varie nazionalità senza che a questi exploit sia stato dato particolare rilievo oltre i confini nazionali.

Come comportarsi di fronte alla necessità geografica di quantificare con esattezza l’universo degli Ottomila? Luciano Ratto, che già da presidente del Club4000 si occupò, con successo, dei criteri di individuazione di queste cime nell’arco alpino proposti da Roberto Aruga, suggerì a suo tempo di applicare il medesimo metodo impostato sul concetto di prominenza topografica anche alle cime sopra gli ottomila metri.

Che ne sarà allora della lista storica degli Ottomila? Potrà essere integrata, allargandola oggi da 14 a 20 (considerando il solo criterio di prominenza) oppure a 22 (considerando anche il criterio alpinistico)?

A questo proposito è opportuno richiamare quanto affermato da Roberto Mantovani in un’intervista del 2012: «Non esiste nessuna intenzione di modificare la storia dell’himalaysmo o di sminuire i meriti di quanti, in tempi non sospetti, hanno prima progettato e poi realizzato la scalata dei 14 ottomila, riferendosi a una lista ormai codificata da tempo. E tra l’altro sarebbe oggi addirittura puerile pensare di migliorare i record del recente passato rilanciando la corsa ai “nuovi” ottomila. Anche perché il valore di una performance deve essere valutata con criteri storici, tenendo presente i riferimenti culturali del momento in cui è avvenuta. In altre parole, non si può competere con il passato».

Precisazione, quella di Mantovani, da condividere pienamente.

 

Il progetto 8000
di Luciano Ratto

Questo progetto, portato a termine da Roberto Aruga e dal sottoscritto, e tuttora in stand by presso l’UIAA, vuole risolvere alcuni problemi nati dallo studio approfondito della geografia delle montagne più alte della Terra.

Luciano Ratto
QuantiOttomila-foto-intervista-Ratto-Copia
La cronologia del Progetto 8000 è stata la seguente:
– inizio: febbraio 2011, a seguito di una mia lettera alla Rivista del CAI e a  Lo Scarpone nel giugno 2003;
– fine: novembre 2011;
– maggio 2012: presentazione delle conclusioni all’UIAA tramite Piergiorgio Oliveti, rappresentante del CAI presso questa associazione;
– settembre 2014: sappiamo da Oliveti che il “re degli 8000”, il padreterno Messner, senza motivare minimamente il suo giudizio, ha stoppato il nostro progetto. “Gli 8000 sono 14 e basta”, così ha sentenziato;
– da allora, nonostante il parere positivo espresso dai Paesi in cui ci sono vette di 8000 m il nostro progetto è in stand-by, e non sappiamo perché (!?): il silenzio ufficiale porta solo un clima di “mistero” e “sospetto”.

E’ ovvio che se la nostra lista di 22 ottomila, in sostituzione di quella tradizionale di 14 che (come si può leggere nell’allegato di 21 pagine, Documento definitivo 25.11.2011, tuttora non si sa quali origini precise abbia) fosse approvata, a parte il boom dei media, si creerebbe un trambusto tra gli ottomilisti, nessuno dei quali ha salito questi 22 ottomila e che perciò sarebbero costretti a ricominciare il gioco o lasciare, il che però sul piano alpinistico sarebbe assai intrigante.

Aggiungo che i Paesi in cui si trovano gli 8 ottomila da noi aggiunti, interpellati al riguardo, si sono dichiarati felici dell’aggiunta che gioverebbe a loro sul piano economico ed occupazionale dei portatori.

La mia insistenza nel sostenere questo progetto può sembrare eccessiva, quasi maniacale, ma sia Roberto Aruga che il sottoscritto riteniamo di essere persone serie, semplici appassionati di montagna che non coltivano interessi particolari o immotivate ambizioni. Non inseguiamo certo lo scoop mediatico e la conseguente “gloriuccia da quattro soldi”, ma solo la soddisfazione di metter ordine negli 8000, come abbiamo fatto, 21 anni fa, per i 4000.

A noi, l’atteggiamento pregiudiziale di Messner e dell’UIAA, che non adducono alcuna motivazione plausibile nella loro opposizione alla nuova lista degli 8000, pare oltre che “dittatoriale” anche anacronistica.

Sono cattolico praticante e, come tale, osservo i dogmi che la Chiesa mi propone (ma non mi impone), però questo dogmi, nel terzo millennio, anche per merito di Papa Francesco, sono in discussione proprio nel “Sinodo” di questi giorni. E nel mondo alpinistico invece si dovrebbero consolidare dei dogmi assurdi?

Ci si riempie tanto la bocca di paroloni come “democrazia”, “libertà”, “concertazione”, “confronto”, “ecumenismo”, ecc., ma poi, in pratica, si assiste ancora oggi a imposizioni incomprensibili.

Il versante meridionale del massiccio del Kangchenjunga: da sinistra a destra, West Peak (Yalung Kang) 8505 m, main summit 8586 m, Central Peak 8473 m e South Peak 8476 m
QuantiOttomila-Kangchenjunga_South_Face

Sono il primo a riconoscere che Messner è il più grande alpinista di tutti i tempi e di fronte a lui mi sento un microbo, ma non trovo che questo “mostro sacro” possa avere l’autorità di decidere senza confrontarsi con gli altri.

Sono anche meravigliato che i soloni dell’UIAA si prostrino ai suoi piedi e accolgano i suoi diktat e i suoi staliniani niet come oro colato. Quando nel 1994 proponemmo all’UIAA l’elenco dei 4000 per ottenerne una certificazione come elenco ufficiale, ottenemmo questa senza alcuna difficoltà e in tempi brevissimi.

Ci era stato suggerito di interpellare chi di 8000 se ne intende, gente tipo Simone Moro, Silvio Gnaro Mondinelli, Nives Meroi, Denis Urubko, ecc., ma non l’abbiamo fatto perché il loro, pur qualificato, parere sarebbe stato inevitabilmente “soggettivo”, mentre noi volevamo basare il nostro progetto su basi oggettive e scientifiche, come dimostra ampiamente il documento definitivo 25.11.2011 di 21 pagine sopra menzionato. Che a questo punto vi invito a leggere.

Mappa degli Ottomila “vecchi” e “nuovi”
Quanti-Ottomila-MAPPA-DEI-14-OTTOMILA-CLASSICI-CON-GLI-8-AGGIUNTIVI

A ciò, per completezza, aggiungo la proiezione automatica delle foto degli Ottomila (attenzione a qualche errore di didascalia).

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K2, dieci anni fa

1954-2004, il CAI dalla conquista alla conoscenza
Quella del 2004 fu un’estate di polemiche al riguardo delle nozze d’oro dell’Italia con il K2, poi la montagna è rimasta sola ad attendere un altro inverno siderale che le avrebbe fatto dimenticare le debolezze umane estive. Possiamo provare a fare un saldo delle operazioni del Cinquantenario, senza pretendere di essere esaustivi e di certo con molta voglia di essere corretti in caso di errore od omissioni non volute.

Portatori baltì sul Baltoro
Portatori baltì nei pressi di Concordia, Ghiacciaio del Baltoro, Karakorum, Pakistan

Il trekking
Per favorire la conoscenza dell’area del Baltoro e del K2, il Club Alpino Italiano aveva promosso, senza fine di lucro, l’organizzazione di un trekking che portasse i soci fino al Circo Concordia (e da lì al Campo Base del K2). Affidata a Trekking International di Beppe Tenti, l’organizzazione di questo colossale programma vide la partecipazione di più di 500 soci del CAI, divisi in 18 gruppi guidati da due guide alpine ciascuno. Il trekking è uno dei più impegnativi al mondo e richiede 25 giorni da Italia a Italia.

Negli intenti celebrativi il CAI voleva avvicinare questa montagna, simbolo della conquista italiana, dando alla gente comune la concreta possibilità di accesso al campo base. Non solo quindi ai trekker sperimentati ma anche a coloro che volevano vivere quell’avventura senza avere grande esperienza.

Contrariamente a tutti gli altri gruppi gestiti da altre agenzie di tutto il mondo (tutte le italiane erano presenti), ogni tappa del percorso vedeva i soci del CAI fermarsi in campi fissi, ivi allocati per tutta l’estate. Questo permise un indiscusso risparmio, una decisa diminuzione delle risorse necessarie ai trasporti (meno viaggi di portatori), una migliore organizzazione logistica per ciò che riguardava la gestione ambientale dei campi stessi e in definitiva un minor impatto.

Il CAI aveva incaricato l’equipe di Montana srl di sorvegliare il buon andamento dei campi dal punto di vista ambientale e il rispetto da parte di tutti del Protocollo ambientale, un documento elaborato prima della partenza e sottoscritto da operatori e trekker.

Rogo di spazzatura a Khuburse, valle del Baltoro , Pakistan


Il progetto ambientale K2
Nella logica di dare particolare risalto alle tematiche ambientali l’organizzazione e la gestione del trekking si servirono di uno specifico Vademecum ambientale. Era infatti ferma convinzione del CAI che le celebrazioni, dal forte contenuto culturale, fossero un’occasione preziosa per riaffermare l’impegno ambientale del Sodalizio. Così, attraverso l’adozione di una buona prassi ambientale in ognuno degli aspetti organizzativi e gestionali, si sarebbe potuto concretare quella filosofia di celebrazione che alla vittoria ormai lontana cinquant’anni voleva sostituire nuove ottiche non più di mera conquista bensì di conoscenza, nel rispetto dell’ambiente e delle popolazioni.

Per alcuni mesi un team di esperti, coordinato da Alberto Ghedina (Osservatorio Tecnico per l’Ambiente), e composto dallo stesso Ghedina, da Riccardo Beltramo (Dipartimento di Scienze Merceologiche dell’Università di Torino), da Alessandro Gogna e Mario Pinoli progettò ogni fase delle attività, dagli approvvigionamenti alla logistica, dalla gestione energetica all’impostazione e rimozione finali dei campi intermedi e del campo principale di Concordia, utilizzando i più evoluti concetti della sostenibilità, dell’eco-efficienza e della gestione ambientale. Elaborò pertanto quello che fu poi battezzato il Protocollo ambientale.

Quel lavoro, preceduto dalla raccolta e dallo studio di dati e logistica locali, oltre che dai contatti con le realtà operanti sul territorio, portò però in prima battuta, per informare il più possibile i partecipanti, alla realizzazione di una brochure informativa che ogni trekker ricevette alla partenza, con note di tipo culturale, ecologico e di comportamento ambientale, per una sensibilizzazione e una corretta visuale sulle problematiche.

A garantire il rispetto del Protocollo ambientale, Montana inviò sul campo tecnici specializzati laureati in discipline tecnico scientifiche (geologia, ingegneria ambientale, scienze ambientali) per l’esecuzione degli audit ambientali mediante checklist di riscontro.

I dati salienti dell’attività di audit ambientale furono i seguenti: 6 auditor ambientali impegnati, di cui 4 geologi, 1 ingegnere ambientale, 1 tecnico scienze ambientali; 4 cicli eseguiti in Baltoro (date: 17 maggio-5 giugno 2004; 13 luglio-3 agosto 2004; 9 agosto-28 agosto 2004; 22 settembre-7 ottobre 2004) per un totale di 80 giornate-presenza sul campo.

Riduzione volumetrica di materiale metallicoBaltoro, Concordia, raccolta e riduzione rifiuti, 2004

Ovviamente si riscontrarono difficoltà al buon funzionamento del protocollo: non tanto per responsabilità dei soci del CAI, assolutamente rispettosi dei luoghi e della gente, quanto per lo staff locale dei campi, più attento al risparmio di kerosene che all’accumulo della spazzatura, a volte un po’ pigro nella pulizia delle toilette, a volte reticente sul dove aveva nascosto le lattine di risulta della conduzione culinaria, a volte del tutto ignorante sulla sistemazione differenziata dei rifiuti.

Ciò che però è da sottolineare fu la buona volontà di alcuni di questi responsabili dei campi, decisamente più preparati di altri. Sperando possa essere stato un  buon esempio per il futuro.

Nella nostra lunga permanenza, soprattutto a Concordia, potemmo osservare il comportamento medio del socio CAI: questi, anche nelle condizioni più disagiate per via della quota e talvolta in condizioni fisiche non sempre ottimali, accanto alla grande volontà di raggiungere la meta (che più del Campo base del K2 era il Memorial alle vittime della montagna) mostrava un’attenzione al comportamento davvero lodevole, anche di fronte ai peggiori esempi forniti da altri nello stesso luogo.

Nelle località di Juhla, Payu e Urdukas erano stati costruiti negli anni precedenti ed erano gestiti dalla MGPO (Mountains and Glaciers Protection Organization) dei campi con strutture fisse (una casetta per i gestori, docce e toilette, anche per i portatori): questi campi avevano grosso successo e grande utilità. Grazie a loro, l’inquinamento sul percorso era decisamente diminuito, peccato che proprio in quei campi si fossero verificati i più significativi episodi di malfunzionamento, dovuti in buona parte al classico scarica-barile tra MGPO e l’agenzia pakistana che ci dava i servizi.

L’audit riscontrò che praticamente il problema della deforestazione era risolto: tutti i portatori, senza eccezioni, usavano il kerosene per cucinare e per riscaldarsi, non più la legna raccolta a Payu.

Invece rimaneva vivo e dolente il problema delle deiezioni umane, specie quelle incontrollate delle centinaia di portatori: nei momenti di punta e in certi luoghi l’olezzo era insopportabile. La soluzione dovrebbe passare attraverso la progressiva educazione del portatore a servirsi delle toilette a lui dedicate (peraltro presenti nei campi di Juhla, Payu e Urdukas).

Dal Vignes Glacier verso il Baltoro, K2 e Broad Peak
Baltoro, ghiacciaio Vignes con K2 e Broad Peak

La bonifica
Compito del team ambientale del CAI era anche lo svolgimento di eco-interventi nell’area del Baltoro. Il progetto di bonifica prevedeva un risanamento dell’intera valle del Baltoro, fino al Campo Concordia e al Campo Base K2.

Eravamo naturalmente a conoscenza di operazioni analoghe condotte negli ultimi anni ’90 dalle ONG operanti nel Baltoro (il già citato MGPO e soprattutto il Central Asia Institute).

Diretta da Alessandro Gogna, la bonifica della valle del Baltoro e del ghiacciaio ebbe luogo dall’8 luglio al 31 agosto. La scelta di quel periodo fu dovuta all’esigenza di non essere intralciati dalla neve primaverile sul terreno, né da quella sempre possibile in periodo autunnale.

Le località interessate furono Askole, Korophon, Julha, Bardumal, Paju, Liligo, Kuburse, Urdukas, Gore 1 e 2, Concordia, Broad Peak Base Camp e K2 Base Camp.

Facilitata da una spedizione sud coreana che nel frattempo ripuliva il campo base del K2 e lo Sperone Abruzzi (1.500 kg raccolti), l’equipe di Montana si concentrò sui campi tappa, su Concordia e sulle discariche militari presenti a Concordia e a Gore 2, riuscendo a raccogliere 3.011 kg di lattine e altro materiale ferroso. Questi rifiuti furono trasportati ad Askole e qui ceduti all’MGPO che provvide al trasporto a Skardu e alla vendita ai rottamai locali. Il ricavato andò per metà all’MGPO stessa, per metà a iniziative per lo sviluppo della popolazione locale.

La bonifica raccolse anche più di una ventina di kg di batterie usate: queste però furono trasportate in Italia per un corretto smaltimento.

Provvedemmo a bruciare in loco circa 2.100 kg di rifiuti misti di vario genere, compresi anche materiali plastici. Questa scorretta operazione fu ritenuta il male minore, in quanto il trasporto a Skardu avrebbe semplicemente significato lo smaltimento di essi in riva all’Indo, procedimento normale della città di Skardu per liberarsi dei rifiuti quotidiani. Questi vengono normalmente avviati alla discarica a 2 km a nord-ovest della città, in riva al fiume: non viene neppure appiccato il fuoco, si attende solamente la prima piena.

Askole: parte dei rifiuti recuperati
Askole, le lattine raccolte durante la bonifica del Baltoro dell'estate 2004, 3011 kg. , Pakistan

I nostri roghi eliminarono circa 300 kg di carta e cartone, 400 kg di materiale plastico e 1.400 kg di rifiuti “umidi”.

Attività di bonifica e di audit, per via delle buone condizioni atmosferiche, furono fortunosamente condotte anche nella seconda parte del mese di settembre e nella prima parte del mese di ottobre 2004. Ciò allo scopo di seguire anche l’ultimo dei trekking previsti, ormai in stagione abbastanza avanzata. Altri 275 kg di metallo e 14,5 kg di batterie (anche queste portate in Italia) furono così da aggiungere al bilancio totale, più ulteriori 600 kg circa di rifiuti misti bruciati.

postato il 19 luglio 2014

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L’arte del compromesso di George Lowe

Piolet d’Or 2014 a Slawinsky e Welsted + Steck
Per quanto un premio, sia pur planetario come il Piolet d’Or, possa sorrogare nell’immaginario l’essenza dell’alpinismo stesso, per quanto una giuria possa essere imparziale, competente e carismatica, restiamo dell’opinione che una competizione sia per definizione limitata, anzi limitante la grandiosità di ciò che invece annualmente viene prodotto dai giovani (e meno giovani) alpinisti di tutto il mondo.

Ueli Steck intervistato al Piolet d’Or 2014. Foto: Gianluca Maspes
ArteCompromesso-Steck-Ueli-Steck-intervistato-ai-Piolet-d-Or-E-uno-dei-vincitori-delledizione-2014-Photo-Luca-Maspes1Ciò nondimeno ce ne stiamo occupando, perché di certo parlare di Piolet d’Or significa parlare di imprese in territori lontani, a volte su montagne sconosciute, e soprattutto significa parlare di imprese che sono partite e sono state condotte in stile amatoriale. Sì, qualche sponsor, un po’ di collegamento mediatico… ma siamo nei limiti degli addetti ai lavori, o meglio siamo nel campo di quell’inesplorato che non può essere oggetto di film professionali, quelli per intenderci dove la salita viene fatta più per il film che per la salita stessa.Ce ne siamo occupati nei post precedenti a questo perché stimiamo la giuria, perché c’è stato segreto totale sugli orientamenti, alla fine perché anche questo è un gioco.

Quella che era stata salutata come l’impresa dell’anno, sulla quale si è tentato di sollevare qualche dubbio, più che altro allo scopo di fare polemica sulla necessità o meno che lo statuto del Piolet d’Or debba o meno prevedere che gli alpinisti forniscano qualche prova completa (cosa che al momento non è contemplata): ebbene, quella ha vinto. Alla fine la giuria si è trovata d’accordo nello scegliere l’incredibile impresa dello svizzero Ueli Steck all’Annapurna come vincitrice di questi Piolet d’Or 2014. Ma che qualche discussione ci sia stata è evidente, visto che il premio è andato ex-aequo anche alla via sull’inviolato K6 West, aperta dagli americani Raphael Slawinsky e Ian Welsted. Due salite per la verità assai diverse.

Il K6 West. Foto: Gianluca Maspes
ArteCompromesso-K6-Photo-Luca-MaspesSu queste pagine abbiamo dato notizia, speriamo dettagliata, di tutte le imprese nominate, anche quella della menzione speciale. Nonché del Piolet d’Or alla carriera (premio Walter Bonatti) a John Roskelley.Chi volesse, può andare a leggersi (o rileggersi) i post sulle tre salite escluse dal podio più alto:

Marek Holecek e Zdenek Hruby sulla parete nord del Talung (Himalaya);

Simon Anthamatten e i fratelli Matthias e Hansjorg Auer sul Kunyang Chhish East (Karakorum);

Mark Allen e Graham Zimmermann, via nuova sul Mount Laurens (Alaska).

Oltre all’acceso dibattito sulle prove da fornire, quest’anno la giuria ha avuto a che fare con l’eredità lasciata dall’anno precedente 2013, quando si è ritenuto opportuno premiare ex-aequo tutte le salite nominate, cioè cinque. Cinque imprese a pari merito è difficilmente credibile… Da più parti si chiedeva (sponsor, opinione pubblica, ecc.) che non si ripetesse quello che molti avevano considerato un errore. In più c’era anche la considerazione che molti non vedevano di buon occhio dare per favorito il solitario Ueli Steck, come se il premio dovesse essere esclusivo appannaggio di qualche cordata.

La premiazione: da sinistra, Ueli Steck, Ian Welsted e Raphael Slawinsky
ArteCompromesso-steck-welsted-e-slawinsky_foto-lanzeni

Leggiamo le motivazioni:
“Dopo aver raggiunto la crepaccia terminale Ueli Steck ha dovuto accettare il fatto che il suo compagno riteneva la salita troppo rischiosa. Scalando la parete da solo, Ueli si è esposto lui stesso moltissimo. Nonostante non sapesse cosa lo aspettasse oltre i 6500 metri di quota, è riuscito a completare la via iniziata da Pierre Béghin e Jean-Christophe Lafaille nel 1992. La nuova via scalata in solitaria, in un velocissimo stile alpino sembra aprire a una nuova dimensione dell’alpinismo in alta quota… Raphael Slawinsky e Ian Welsted hanno affrontato una scalata molto difficile tecnicamente con alte difficoltà su ghiaccio e misto e superando passaggi strapiombanti. Al quarto giorno hanno capito di non poter continuare in cresta e sono tornati indietro spostandosi sul versante opposto della montagna e trovando un’altra possibilità per continuare fino alla cima. La loro spedizione è inoltre stata un bellissimo esempio di attenzione per la popolazione locale. Dopo aver saputo del massacro al Nanga Parbat, hanno deciso di restare, perché sarebbe un disastro per la popolazione pakistana perdere l’entrata economica proveniente dal turismo. Ian e Raphael anzi, vogliono incoraggiare altri alpinisti a non fare di tutta un’erba un fascio del Pakistan”.

Secondo la giuria dunque le due salite sono lo specchio dell’alpinismo di oggi:
“Le due salite che abbiamo scelto rappresentano i due estremi nella gestione del rischio. Raphael Slawinsky e Ian Welsted hanno pianificato attentamente la loro salita al K6 West, calcolando bene il tempo in modo da avere le migliori condizioni in parete (partendo prima dell’arrivo del bel tempo, con neve fresca per ridurre il pericolo di scariche di sassi e le difficoltà della scalata), e hanno pianificato i giorni in modo da poter riposare abbastanza ai bivacchi per mantenersi in forza. Al contrario con la salita in solitaria della parete sud dell’Annapurna Ueli Steck ha accettato un grande rischio. Per 28 ore è rimasto completamente concentrato, sapendo che un passo falso lo avrebbe portato alla morte. Ueli stesso ha detto di aver scalato al limite delle possibilità”.

George Lowe

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Per la cronaca citiamo comunque il parere del presidente di giuria, George Lowe, che ha esplicitamente dichiarato che, fosse stato per lui, avrebbe dato la vittoria a tutti.
“Personalmente avrei preferito dare il premio a tutte e cinque le nomination, ma la decisione della giuria è stato un democratico compromesso”.

La giuria 2014: Lim Sung Muk, Karin Steinbach, Denis Urubko, Catherine Destivelle, Erri De Luca, George Lowe e la presentatrice Kay Rush
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Per notizie sulla giuria 2014

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La salita visionaria di Kurtyka e Schauer sul G IV

Vicino alla morte, vicino al piacere
di Robert Schauer

C’è qualcosa che affascina nel forzare i limiti: scoprire chi sei e di che cosa sei capace ai margini estremi dell’esistenza. Molti alpinisti dicono di avere sperimentato fenomeni di ampliamento della coscienza trovandosi in pericolo di morte. Uscire vivi da esperienze come queste è quasi una forma di piacere. Questa alterazione della coscienza ottenuta con metodi assolutamente naturali può essere davvero esaltante. Ti senti irresistibilmente spinto ad arrampicare ancora, magari in condizioni ancora più proibitive.

Una volta ho vissuto un’esperienza simile, ho messo piede nel regno della morte e ne sono tornato indietro; è accaduto nel Karakorum nel 1985, durante una spedizione con Wojciech “Vojtek” Kurtyka. Il nostro obiettivo era la parete ovest del Gasherbrum IV, quasi 3000 metri di altezza. Tutti i precedenti tentativi di scalare il “Muro lucente” erano falliti a causa delle difficoltà tecniche, della quota e dell’imperversante cattivo tempo.

La parete ovest del Gasherbrum IV con il tracciato della via Kurtyka-Schauer (1985)

SalitaVisionaria-gasherbrum4-schauer-kurtykaCapimmo subito che, senza portatori, la nostra unica possibilità era scalare la parete in un solo assalto, anziché salire, poi ridiscendere e poi salire ancora, piantando chiodi e mettendo corde fisse, come si fa normalmente su montagne di quelle dimensioni. Per uscirne vivi dovemmo chiamare a raccolta ogni briciola della nostra volontà e della nostra abilità. La prima metà del percorso richiese molto più tempo del previsto; il risultato fu che restammo senza cibo e combustibile. Tuttavia la vetta sembrava ancora alla nostra portata, finché i piani non vennero mandati  definitivamente all’aria da una violenta tempesta. Esausti, ci scavammo una buca nella neve, a 7700 metri, e restammo piantati lì per due giorni. Trascorremmo 72 ore mangiando e bevendo pochissimo, e tali privazioni ci resero anche insensibili al freddo.

In quello stato di apatia era necessario un grande sforzo per distinguere i problemi reali dai fantasmi dell’immaginazione. Mi convinsi che la cordata era composta da tre persone, e che la causa della nostra lentezza era stata proprio quel terzo alpinista inesistente. Credevo anche che ci impedisse di dormire: ci tormentava scrollando il telo da bivacco, ci ostacolava in ogni operazione.

Con la tempesta di neve cominciarono a cadere valanghe a intervalli regolari. Rannicchiati nella nostra buca non avevamo nulla da temere; le valanghe passavano innocue sui nostri piedi. Ma io avevo la sensazione che il terzo alpinista cercasse di buttarmi fuori. In realtà ero schiacciato tra Vojtek e la massa di neve che si ammucchiava sulla buca. La sensazione di claustrofobia mi faceva impazzire e volevo scappare. All’improvviso mi librai come un gracchio. Percepivo tutte le sensazioni del volo in maniera estremamente intensa: il vento in faccia, il freddo pungente, l’assenza di peso. Potevo guardare giù e vedermi imbozzolato nel sacco a pelo, minuscolo puntino sulla parete gigantesca. Com’era stupido rimanere laggiù, pesanti e goffi, quando in cielo si poteva andare in tutte le direzioni.

Ero euforico, non avevo nessuna voglia di tornare nel mio sacco a pelo gelido in quell’orribile buca. Allo stesso tempo ero cosciente della necessità di scendere dalla montagna sano e salvo. Ne avevamo parlato a lungo, tormentandoci in cerca di una soluzione. Se la tempesta fosse durata giorni, qualsiasi movimento avrebbe provocato una valanga mortale. E quanto potevamo resistere senza cibo né acqua? A quelle quote il corpo ha bisogno di 5 o 6 litri al giorno per contrastare la disidratazione e preservare il buon funzionamento degli organi. Mi sentivo così debole che il minimo gesto richiedeva tutta la mia forza di volontà. Vojtek  se ne uscì con l’idea di calarsi giù. Un piano suicida, con sei chiodi e due corde in tutto. Non saremmo mai riusciti ad arrivare in fondo, senza contare il pericolo delle valanghe. Mi accorsi che il mio compagno stava perdendo il senso della realtà; proprio lui, sempre così pragmatico. Pur malconcio come me, aveva continuato a parlare della possibilità di raggiungere la vetta, un obiettivo ormai molto distante dai miei pensieri. Sapevamo che proseguire significava dover trovare una via alternativa per la discesa, con tutta una serie di incognite.

SalitaVisionaria-Kurtyka

Comunque eravamo condannati ad aspettare, sia per la nostra debolezza sia per la tempesta. A certe quote non c’è modo di recuperare le energie perse, per quanto uno si riposi. Oltre i 6000 metri il corpo non fa che indebolirsi, si nutre delle sue riserve di grasso, inizia a digerire se stesso. Secondo gli scienziati questo processo scatena in noi una serie di sensazioni molto piacevoli. Senz’altro, in quella attesa forzata, l’istinto di sopravvivenza faceva sì che i pensieri si concentrassero su determinati temi. Dopo aver abbandonato le sembianze del corvo, mi ritrovai nel mezzo di una calca di persone; da tutta questa gente s’irradiava un confortevole senso di calore e sicurezza. Vidi segnali stradali e luci che mi indicavano la direzione da seguire. Poi mi trovai in un supermercato: mi rimpinzavo di salcicce buonissime e altre squisitezze, come in un film accelerato. Tutte queste immagini non facevano che alimentare la mia inquietante sensazione di benessere. Mi sembrava di non avere nulla da temere. Come mai non venivo colto dal panico neppure negli sporadici lampi di lucidità? Forse quell’euforia interiore era un modo per infondermi energia, per convincermi che stavo facendo la cosa giusta, per generare attività e movimento. Prima di allora non avrei mai creduto possibile un fenomeno simile, ma adesso sono convinto del contrario. Da dove veniva quell’energia, dato che nel mio corpo ne restava così poca? Sapevo che altri alpinisti avevano vissuto esperienze simili. Hermann Buhl aveva scalato il Nanga Parbat in solitaria in una specie di trance. A 8000 metri aveva avuto l’impressione di camminare attraverso un frutteto in fiore, e si era convinto che ci fosse un altro alpinista con lui. Di esempi del genere ce ne sono molti. L’incubo durò due giorni. Quando il sole tornò finalmente a scaldare la parete, ci vollero ore prima che il tepore penetrasse anche nei nostri corpi intirizziti. Lottammo per sfuggire alle creazioni del nostro mondo onirico. Era difficile prendere decisioni e agire finché realtà e fantasia si confondevano.

Wojciech Kurtyka sulla parete ovest del Gasherbrum IV

SalitaVisionaria-Kurtyka-Gasherbrum

Mi riempii la bocca di neve. Avevo la gola infiammata da giorni. Avrei dovuto bere di più prima. Cercare di rimediare adesso era come versare una goccia d’acqua su una pietra rovente. Lentamente i nostri corpi riacquistarono la capacità di muoversi. Era chiaro a entrambi che l’unica possibilità di salvezza era continuare a salire. Avremmo dovuto farci strada verso la vetta nella neve alta fino alle cosce. Nonostante la pendenza moderata, procedevamo lenti come lumache. Nel tardo pomeriggio uscimmo finalmente dalla parete. Una piccola breccia nella cresta indicava la via di discesa. Non ci fu bisogno di parole. Non avevamo nessuna voglia di fare qualche metro in più fino in cima.

Trovai a naso l’unica discesa possibile tra alte balze di roccia e barriere di ghiaccio. Su quella parete quasi verticale, di una levigatezza disperante, la nostra strada sembrava costellata come per magia di appigli sicuri. Le discese in doppia diventavano sempre più pericolose, ma io continuavo a pensare che non ci fosse nulla da temere. Dopo un’altra notte, un altro giorno e un’altra notte di fatica, mettemmo piede sulla superficie piatta del ghiacciaio. Mi sembrava di fluttuare a mezzo metro da terra. La realtà era diventata irreale. Ci vollero giorni prima che le sensazioni e i pensieri tornassero alla normalità, e in un certo senso non mi dispiacque quello stato di “assenza”.

Quella scalata mi aveva suscitato una marea di emozioni e intuizioni. Sapevo già che quando si sopravvive a situazioni estreme come quella, viene il desiderio di ripetere l’esperienza. Dopo l’avventura sul “Muro lucente” avevo pensato di abbandonare l’alpinismo a quei livelli. Ma gli orrori svaniscono. Arriva qualche cosa di nuovo ad attivare la nostra attenzione. Non si finisce mai.

Robert Schauer
K2 1979, Campo Base, Robert Schauer

Tratto da: Atlante dell’alpinismo, De Agostini e da  http://ivoferrari.blogspot.it/2014/02/visionari-sul-gasherbrum-iv.html (link non reperibile causa successiva cancellazione del blog di Ivo Ferrari, NdR).

Tra i “viaggi” alpinistici e mentali  che più hanno colpito la mia lettura, sicuramente questo racconto è ai primi posti: una via senza Cima, aperta in stile formidabile, due Uomini  sperduti  con la loro capacità, due “visionari” … Un lungo passo tra i passi lenti dell’alta quota (Ivo Ferrari).

Un’impresa che ha fatto sognare, alla pari di poche altre: mi vengono in mente il Tirich Mir di Machetto e Calcagno, il Changabang di Tasker e Boardman, l’Annapurna parete sud di Bohigas e Lucas, il Nanga Parbat per il Rupal di House e Anderson… (Alessandro Gogna).

Biografie di Wojciech Kurtyka e Robert Schauer da:
http://en.wikipedia.org/wiki/Wojciech_Kurtyka (in inglese)
http://de.wikipedia.org/wiki/Robert_Schauer (in tedesco)

postato il 18 marzo 2014

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Prima ascensione di un Settemila del Karakorum

Il Kunyang Chhish East 7400 m, inviolata cima del Karakorum (gruppo Hispar Muztagh) è stato salito per la parete sud-ovest.
La cima principale (7852 m) è la 21a montagna del mondo: fu salita per la prima volta dai polacchi di Andrzej Zawada nel 1971. E, a dispetto di alcuni tentativi, la cima orientale aveva resistito fino all’estate 2013. Il tentativo più spinto era stato quello dei due americani Steve House e Vince Anderson nel 2006. Sfortunatamente, a soli 300 m dalla cima, avevano dovuto ripiegare respinti da un muro verticale di roccia. La parete sud-ovest, di 2700 m, è stata a lungo considerata uno degli ultimi grandi problemi. L’impresa ha guadagnato la nomination al Piolet d’Or 2014.

Matthias Auer incomincia a scalare nel giorno della vetta

PrimaAscensioneSettemila-Auer-matthias-starting-to-climb-on-the-summit-day

Kunyang Chhish East: prima ascensione
di Hansjörg Auer

Stavamo camminando lungo la morena dell’Hispar Glacier quando vedemmo per la prima volta la nostra meta. Su un verde ripiano a Dachigam, da dove si vede il Pumari Chhish Glacier fluire proveniente dalla base del Kunyang Chhish, sussurrai al mio compagno svizzero Simon Anthamatten: – Da non crederci… una vera mostruosità!

Erano le dimensioni che mi sconvolgevano. Il grande anfiteatro, formato dalla cima principale con la Est e la Sud, era una delle formazioni più selvagge che avessi mai visto. Poi andammo verso il campo base, e improvvisamente Simon si fermò ancora: le nuvole si stavano diradando e potevano così vedere l’intera parete sud-ovest fino alla cima piramidale della nostra montagna. Ci guardammo, dopo aver realizzato che da Dachigam avevamo visto solo metà della parete.

La spedizione non cominciò come previsto. Risolti i problemi per il permesso, che ci ritardarono qualche giorno, e dopo aver ricevuto una telefonata da Berna di Simon che mi diceva di aver finalmente avuto il visto, cinque minuti dopo ero stato chiamato da Matthias, mio fratello: stave andando all’ospedale perché si era fatto male al pollice.
Dopo quella notizia, avevo un po’ di confusione in testa. Seduto, cercavo di calmarmi. Avevamo investito nel progetto, tempo, studi, allenamento. Sembrava che le cose volessero andare a modo loro, cos’ Simon e io decidemmo di andare comunque all’avventura.

Venti giorni dopo stavamo partendo per il nostro primo tentativo alla parete sud-ovest: era il 25 giugno, ci eravamo acclimatati, lentamente facendo l’abitudine alla quota, scalando su qualche cresta e paretine vicino al campo base, poi salendo la vetta dell’Ice Cake Peak 6400 m e dormendo in cima. Scesi al campo base ci restammo solo il giorno necessario per preparare gli zaini per il primo tentativo al KC East.

Nel frattempo Matthias era arrivato. Ma, sia per la ferita, sia per l’assenza di acclimatazione, dovette rimanere al campo. Neppura sull’Ice Cake Peak era potuto venire: e questo gli aveva dato fastidio, ma con il Kunyang Chhish non si poteva scherzare.

Hansjoerg Auer in testa su terreno misto a 6500 m

PrimaAscensioneSettemila-Auer-hansjörg-leading-mixed-terrain-at-6500m

Simon e io ci sentivamo forti. Al terzo giorno, quando il tempo stava cambiando e il vento era sempre più violento, arrivammo a un posto da bivacco a circa 7000 m. Erano solo le due del pomeriggio ma non si poteva andare Avanti. Eravamo molto esposti alle intemperie, non dimenticherò mai quella notte passata a temere di essere portati via nel buio del Karakorum.
Il mattino dopo era anche peggio. La neve riusciva a passare anche attraverso la cerniera della tenda. Di solito riesco abbastanza a dominare le mie emozioni nelle situazioni dure. Ma ecco che alle 8 capii che dovevamo reagire, altrimenti la montagna avrebbe preso il sopravvento. Disfacemmo il campo e lottammo nella discesa fino alla base. Dopo 14 ore, Matthias era contento di rivederci e di poterci aiutare con i carichi, lieto anche di non essere più incazzato.

Simon Anthamatten

PrimaAscensioneSettemila-anthamatten_simon

Quattro giorni dopo eravamo di nuovo sulla via, ma le molte valanghe e le tonnellate di neve fresca ci costrinsero a una ritirata a soli 5600 m. Avevamo anticipato troppo la finestra di bel tempo, fu un errore e lo stavamo pagando, perché la montagna qui non perdona nulla.
Arrabbiati ritornammo al campo base. Sebbene avessimo ancora tre settimane, era chiaro che ci rimaneva più solo una chance: due tentativi non sono acqua fresca. Ci riposammo un giorno, cercammo di dormire il più possibile, ma poi dovevamo ripartire. Senza altra scelta.

Hansjoerg Auer

PrimaAscensioneSettemila-Auer_hansjörgL’acclimatamento di Matthias non era allo stesso livello nostro. Era stato da solo fino a 5500 m, ma questo non è abbstanza per il KC East. Avrebbe dovuto almeno salire sull’Ice Cake Peak. Andò assieme a Simon, in una botta da due giorni, mentre io facevo riposo al campo base, al Massimo giocando con I massi.
Nei dieci giorni seguenti non ci fu molto da fare. Brutto tempo, venti fortissimi sulla cima e neve fresca fino al campo base ci stavano incastrando. Non vedevamo l’ora, l’essere stati così vicino alle ultime cornice della vetta ci faceva letteralmente friggere.

La sera del 13 luglio, Karl Gabl, il nostro meteorologo in Austria, ci diede una previsione favorevole. Non la finestra perfetta, ma almeno condizioni accettabili e notti fredde e serene. Ora anche Matthias era della partita. Il 14 luglio, alle 4 di mattina, partimmo in tre. I primi due giorni andarono lisci. Dopo uno spettacolare bivacco su un fungo di neve scalammo senza problemi fino a 6600 m, alla fine del secondo giorno.
Solo il vento che si alzava e gli spindrift delle ultime lunghezze miste ci avevano dato un po’ di fastidio. La notte fu abbastanza dura, la neve tendeva a coprire e schiacciare la tenda. Il mattino dopo era freddo e grigio.
Tentammo di proseguire ma non era possibile. Trovammo un piccolo crepaccio dopo 200 m, un piccolo tunnel conduceva all’interno: un rifugio perfetto, senza vento e senza spindrift, cosa che ci permise di aspettare lì due giorni il bel tempo.

Matthias Auer

PrimaAscensioneSettemila-Auer_matthiasAlla mattina del 18 luglio il vento si era calmato e il cielo si era rasserenato. Sembrava davvero l’ultima chance. Alle 6, quando spuntò il sole, partimmo. Il terreno che ci attendeva, di misto, era impegnativo: le dita delle mani e dei piedi diventavano sempre più fredde e la lunga traversata sulla cresta, tutta di ghiaccio, ci stava sfinendo. A 7000 m sostammo un poco, prima della cresta finale. Il primo gradino, per raggiungere la cresta finale, si rivelò non così difficile come lo aveva descritto Steve House. Traversammo proprio sul filo e arrivammo a terreno più facile. Le condizioni stavano peggiorando ma sapevamo che ci mancava molto poco.

Sempre più lenti, traversammo verso il punto più alto e alle 12.30 non potevano crederci, ma eravamo in cima. Con le lacrime agli occhi ci abbracciammo, sotto c’erano le nuvole di un mare che lasciave emergere solo le vette più alte del Karakorum. Il Kunyang Chhish East non è più inviolato!

Postato il 17 marzo 2014

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Le sei nomination del Piolet d’Or

La Giuria della 22a edizione del Piolet d’Or ha avuto il difficile compito di scegliere quelle ascensioni del 2013 che stabiliscono lo stato dell’arte dell’alpinismo d’oggi.

La qualità e la varietà delle imprese del 2013 sono state eccezionali, con un aumento di salite innovative e creative in tutte le catene montuose del mondo, incluse quelle della vecchia Europa. Dappertutto è in crescita quella forma di alpinismo che rispetta la montagna, limita la tecnologia ed è caratterizzata da una forte componente etico-sportiva.

Fare una scelta non è mai facile: il lavoro della Giuria è stato rimarchevole, e si è concluso isolando quattro ascensioni in Himalaya/Karakorum e una in Alaska (che esprime bene la vitalità delle salite non propriamente d’alta quota). La Giuria ha anche nominato un’impresa per la Menzione Speciale, considerate il grande spirit d’equipe che ha reso possibile il successo.

Dunque sei delle 76 ascensioni presentate al comitato tecnico sono nominate per il vaglio finale di Courmayeur e Chamonix, dal 26 al 29 marzo 2014.

La parete nord-ovest del K6 West 7040 m con l’itinerario dei canadesi Raphael Slawinski e Ian Welsted

LeseiNomination-PareteNW-K6 West-1Le sei ascensioni sono:
Talung 7439 m (Nepal)
Marek Holecek e Zdenek Hruby hanno completato la prima ascensione della parete nord del Talung, una cima posta a sud del Kangchenjunga. La parete, oggetto in precedenza di altri tentativi, presenta una sfida di 2000 metri di appicco verticale. A dispetto di considerevoli difficoltà, la cordata ceca è giunta in vetta in cinque giorni, con un finale di tempo brutto. La discesa per parete ovest ha richiesto un altro giorno. In seguito purtroppo, d’agosto, Hruby è morto                                                                                                            al Gasherbrum I.

Kunyang Chhish East 7400 m (Pakistan)
Il Kunyang Chhish ha ancora cime inviolate e la cima Est era stata tentata alter volte. Dopo due tentativi interrotti da bufere, Simon Anthamatten (Svizzera) e Hansjörg e Matthias Auer (Austria) sono riusciti sui 2700 metri della parete sud-ovest in sei giorni, due dei quali bloccati a 6700 m da tempo orribile. La cresta finale ha un’architettura spettacolare di grandi cornici “barocche”.

K6 West 7040 m (Pakistan)
Anche questa montagna è stata meta di tentative precedent. I canadesi Raphael Slawinski e Ian Welsted dapprima hanno dovuto salire lungo una seraccata pericolosa e complessa per raggiungere alla fine la base di una linea elegante di ghiaccio e misto sulla parete nord-ovest. Risalita questa hanno avuto accesso alla parte superiore della cresta ovest. La cordata ha impiegato cinque giorni per arrivare in cima e superare i 2700 metri di dislivello tra il campo base e la vetta. Altro giorno per la discesa lungo la stessa via.

Annapurna 1 8091 m (Nepal)
La parete sud dell’Annapurna è stata banco di prova nell’evoluzione dell’alpinismo himalayano. La prima in stile alpino fu effettuata dai catalani Nil Bohigas ed Enric Lucas nel 1984. Nel 1992 Pierre Béghin e Jean-Christophe Lafaille provarono una via sulla destra del pilastro Britannico (1970), raggiungendo i 7300 m. Durante la ritirata nella bufera, Béghin precipitò e morì. Ueli Steck (Svizzera) ha completato questa via di 2700 metri in un unico push di 28 ore andata e ritorno (8-9 ottobre 2013), partendo da un campo base avanzato e arrampicando sia in salita che in discesa per evitare forti venti diurni.

Mount Laurens 3052 m (Alaska)
Questo isolato gigante ghiacciato è situate sul Lacuna Glacier, a sud del Mount Foraker. Mark Allen (USA) e Graham Zimmerman (USA/Nuova Zelanda) hanno impiegato due giorni per arrivare alla base della montagna dal punto in cui erano stati lasciati dall’aereo. Quindi sono riusciti nella prima ascensione dello sperone nord-est e cresta nord. Dopo due bivacchi hanno raggiunto la vetta (seconda salita) lottando in una scalata poco proteggibile tra gigantesche cornici. La salita ha richiesto, assieme alla discesa per la parete est, un totale di 67 ore, dal 20 al 22 maggio 2013.

Annapurna 1 8091 m (Nepal) Menzione Speciale
Dal 16 al 24 ottobre 2013 i francesi Stéphane Benoist e Yannick Graziani hanno pur’essi salitola parete sud, seguendo con qualche variante l’itinerario di Steck. La discesa si è rivelata bestiale, con Stéphane colpito da infezione polmonare. La Giuria ha scelto questa impresa per sottolineare quanto conti l’unione della cordata.

Le spedizioni sono state valutate secondo i criteri della Carta dei Piolets d’Or, ovvero eleganza dello stile, spirito di esplorazione, impegno e autonomia, alto livello tecnico, pertinenza dell’itinerario tenuto conto dei pericoli oggettivi, economia dei mezzi, trasparenza nei mezzi utilizzati, rispetto degli uomini, dei compagni di cordata, delle persone facenti parte di altre cordate, dei portatori, dell’ambiente e delle generazioni future di alpinisti.

Il Piolet d’Or alla carriera sarà invece assegnato all’alpinista statunitense John Roskelley, classe 1948, autore di grandi imprese negli anni ’70 e ’80 sul Nanda Devi, sulla Grande Torre di Trango, sul K2, sul Makalu, solo per citare le più conosciute.

GIURIA 2014

LeSeiNomination-Lowe,GeorgeGeorge Lowe (USA), presidente, è nato nel 1944. A 18 anni comincia ad arrampicare in California, con una carriera alpinistica di oltre 40 anni. La sua salita più famosa è il suo tentativo del 1978 sulla cresta nord del Latok 1 7145 m, in Pakistan, assieme al cugino Jeff Lowe, Jim Donini e Michael Kennedy, che si dovete arrestare a soli 150 metri dalla vetta. Quell’impresa non è mai stata eguagliata e la cresta è ancora oggi inviolata. Dalla lunga lista dei suoi successi, ecco la salita in un giorno (con Alex Lowe, 1991) del Nose (El Capitan, Yosemite) oppure il Grand Teton in 1980 con suo padre, George Jr, e suo figlio, George IV. Lowe, fisico, ha aperto anche nuove vie in Alaska, tra le altre sul Mount Hunter e sul Mount Foraker.

 

LeSeiNomination-DeLuca,ErriSe Erri de Luca (Italia) è universalmente conosciuto come scrittore, molti si sorprenderanno a sapere della sua passione per l’alpinismo e per l’arrampicata, discipline in cui ha raggiunto ottimi livelli. Nel 2002 fu il primo cinquantenne a scalare una lunghezza di 8b. Ha svolto attività in Dolomiti e ha viaggiato in Himalaya. Spesso il mondo delle montagne s’incrocia con quello dei suoi racconti, particolarmente nel caso di Sulle tracce di Nives e Il peso della farfalla. Attento lettore della Bibbia, questo è l’uomo che, negli anni ’70, seguendo i suoi ideali decise di fare l’operaio edile e di imparare ebraico e yiddish, per poter studiare meglio le Sacre Scritture. Spirito appassionato, virtuoso della pagina, pensatore al di fuori degli schemi e bravo arrampicatore, Erri de Luca è stato anche membro della giuria del Cannes Film Festival.

LeSeiNomination-Destivelle

Catherine Destivelle (Francia) dimostrò di avere grande talent già molto giovane. Negli anni ’80 la vediamo primeggiare sui gradi più alti, sul podio in varie competizioni, prima di darsi all’alpinismo, e con uguale successo. Ha salito da sola una via nuova sulla parete ovest del Dru nel 1991. Negli inverni sucessivi affrontò le tre grandi pareti nord delle Alpi (Eiger, Grandes Jorasses terminando con la via Bonatti al Cervino). In Karakorum salì in libera la via degli Yugoslavi alla Great Trango Tower (con Jeff Lowe) e la parete sud dello Shishapangma (con Erik Decamp). Star dell’alpinismo, Catherine Destivelle è ora mamma, pubblicista, fa conferenze e trova ancora il tempo di scalare.

LeSeiNomination-Urubko,Denis

Denis Urubko (Russia) è nato nel 1973 nel Caucaso. Ha scalato tutti e 14 gli Ottomila senza ossigeno, ma sono state alcune imprese da lui effettuate in stile alpino (come ad esempio il Broad Peak con Serguey Samoilov, 2005, o il Manaslu, ancora con Samoilov, 2006, oppure il Cho Oyu, con Boris Dedeshko, 2009) che gli hanno tributato onore e fama. La salita sul Cho Oyo, davvero estrema, gli fu premiata con il Piolet d’Or del 2010. Denis è un habitué della cerimonia del Piolets d’Or: nel 2012 fu nominato per la sua prima ascensione al Peak Pobeda, con Genadi Durov. Urubko ha al suo attivo anche due Ottomila in prima ascensione invernale, il Makalu e il Gasherbrum 2, entrambi con Simone Moro.

 

LeSeiNomination-Lim,Sung Muk

Lim Sung Muk (Korea), 45 anni, vive a Seoul, dove lavora per la rivista Men and Mountains. Ha realizzato diverse salite in Pakistan, tre le quali le nuove vie sul Brakk Zang (Nagma glacier), sul Khache Brangse 5560 m e sul Ghonboro 5500 m, nella Arandu valley. Ha salito anche lo Shikari 5928 m e il Mustum 5620 m, nella regione dell’Hindu Raj. Nel 2003 ha aperto una via nuova sulla Great Trango Tower; e l’anno seguente riuscì nella salita della parete sud del magnifico Mount Siguniang, in Cina; nel 2009 scalò l’Hunza Peak, in Pakistan. Ammette di avere un debole per le montagne del Tibet orientale. Per la cronaca, le montagne coprono il 70% del territorio coreano e là l’alpinismo conta milioni di appassionati.

 

 

LeSeiNomination-Steinbach,KarinKarin Steinbach (Germania), originaria di Monaco di Baviera, vive a St. Gallen, in Svizzera, dove lavora come giornalista free lance, scrittrice e conferenziere. Si occupa di alpinismo e di ambiente montano. Ha scritto le biografie di Peter Habeler (1a ascensione dell’Everest senza ossigeno, con Reinhold Messner, 1978), di Ines Papert, Norbert Joos e Gerlinde Kaltenbrunner. Karin ha anche collaborato con Alex Huber e Ueli Steck, ed è autrice di un libro sull’alpinismo femminile, Erste am Seil, scritto assieme a Caroline Fink. Scia e arrampica, le sue favorite sole le salite classiche come la cresta Mittelegi all’Eiger o il Weisshorn.

postato il 2 marzo 2014

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Basta bonifiche in alta montagna?

8 tonnellate di rifiuti tra Broad Peak e Baltoro. Maurizio Gallo: è ora di cambiare!
Notizie tratte da http://www3.montagna.tv/cms/?p=54985 e da http://www.montagna.tv/cms/?p=35230

Con l’ultima spedizione di Keep Karakorum Clean (estate 2013) sono state raccolte e avviate a differenziazione e smaltimento ben 8 tonnellate di spazzatura. Nessuna novità rispetto agli anni scorsi, trekker e alpinisti continuano infatti tranquillamente a insozzare con il loro passaggio sia i ghiacciai che le montagne.

Raccolta rifiuti di Free K2 (1990) sullo Sperone degli Abruzzi al K2Free K2, 1990 , bonifica, corde recuperate in attesa di essere rimosse dal Campo Base del K2

Il responsabile di Keep Karakorum Clean, la guida alpina Maurizio Gallo, nel 2010 aveva condotto Keep Baltoro Clean e Keep K2 Clean, organizzate entrambe dal Comitato EvK2Cnr, con il risultato di eliminare oltre 13 tonnellate di spazzatura.

A questo punto leggiamo con piacere che lo stesso Gallo comincia a chiedersi che senso abbia inseguire con tanta abnegazione e puntiglio l’insensibilità ambientale dei frequentatori. Che senso ha spingersi ai campi alti del Gasherbrum II, del Broad Peak, del K2 stesso per ripulirli?

Occorre precisare che l’usanza di ripulire luoghi così lontani (grandiosi ma ecologicamente deboli) risale a Free K2 (organizzata nel 1990 da Mountain Wilderness): e occorre anche ricordare che la prima spedizione di questo genere a occuparsi pure dei campi tappa e dei villaggi è stata quella del Club Alpino Italiano nel 2004, da me condotta. Nel 2003 erano state installate le prime toilet a Juhla, Paju, Urdukas.

Ci fa dunque piacere leggere che “dal 2005 a oggi qualcosa è cambiato e migliorato, soprattutto da parte degli abitanti del posto che stanno sviluppando una vera (e fondamentale) sensibilità al problema”.

Baltoro, ghiacciaio Vignes con K2 e Broad Peak

Gallo, nel 2011, aveva pubblicato dopo la sua lunga esperienza una serie di norme comportamentali di indubbio valore (anche se a oggi ancora inefficaci, a suo stesso dire):

Fare un check dei viveri prima della partenza, eliminando imballaggi inutili.
Predisporre la raccolta differenziata durante il trekking. Ciò significa bruciare la carta, raccogliere plastica e lattine e prevedere bidoni per il trasporto dei rifiuti fino alla fine del trekking, anche se significa pagare dei portatori dedicati.
Controllare regolarmente lo staff cucina per verificare la gestione i rifiuti.
Pianificare la salita con precisione, cercando di portare in quota solo il materiale indispensabile. Riportare in basso, di volta in volta, ogni rifiuto e ogni materiale non utilizzato, anche le tende eventualmente rotte. Se non si è in grado di farlo da soli, prevedere dei portatori d’alta quota per il recupero materiale lungo la via di salita a spedizione finita, anche se ciò implica un costo aggiuntivo.
Lasciare il campo base per ultimi, dopo aver verificato che tutti i rifiuti sono stati portati via.
Raccogliere eventuali rifiuti lasciati da altri lungo il cammino e portarli a valle.
Riconoscere che il rispetto dell’ambiente è un obiettivo di pari importanza all’acclimatazione e alla vetta.
Controllare periodicamente la raccolta differenziata dei rifiuti, essere disposti a spendere tempo e soldi per la pulizia delle montagne e soprattutto aver presente che rispettarle è importante tanto quanto scalarle. Questo, in sintesi, il “decalogo” di regole che ogni spedizione alpinistica dovrebbe rispettare, in qualsiasi luogo remoto si rechi.

Ma oggi Gallo, che stima che dal 2005 in poi siano state raccolte almeno 40 tonnellate di immondizia, con rabbia scrive “E’ ora di finirla, né io, né i pakistani che da ormai 8 anni se ne stanno occupando, possiamo continuare a cercare di tamponare una situazione insostenibile”.

Ghiacciaio del Baltoro, nei pressi di Concordia, bonifica

Riduzione volumetrica rifiuti (2004)

Nel mio libro Rifiuti Verticali, dopo la lunga storia della mia personale esperienza, concludevo un po’ pessimisticamente (2012):

“Il sentimento individuale è l’unica forza umana veramente creativa, dunque in grado di contrastare la ripetitività compulsiva e la noia coatta di individui che vorrebbero cancellare del tutto il sentimento in ossequio al pensiero. La prima cosa che ci si dovrebbe domandare, a un certo punto della propria vita, è: – Quanta spazzatura è in me?
Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, sporca già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale”.

So che il problema della gestione della pulizia nel parco del Karakorum è attualmente seguito dal SEED – Social, Economic and Environmental Development – un progetto promosso dal Comitato EvK2Cnr e dalla Karakorum International University e realizzato nel quadro dell’accordo della conversione del debito per lo sviluppo tra Italia e Pakistan. So che si vagheggia di multe assai salate, come pure so (ma ora sembra lo sappia anche Gallo) che tuttavia sarebbe ingenuo pensare che un sistema di multe possa bastare da solo, senza un corretto processo di maggior attenzione al tema ambientale.

Toilet sul Baltoro. Foto: Keep Karakorum Clean

BastaBonifiche-Toilet-sul-Baltoro-225x300Anche se in questi anni sono state installate altre toilet tra Urdukas e Concordia e i turisti hanno imparato ad usarle (Gallo riferisce che ogni anno vengono portate via dalle due alle tre tonnellate di rifiuti organici), per i rifiuti il comportamento degli alpinisti e trekker è il solito: chi se ne frega dei rifiuti accumulati giorno per giorno nelle cucine lungo il trekking o al campo base, l’importante è scalare o scattare fotografie o video, ai rifiuti ci pensano gli spazzini…

“Sono anni che sento parlare di spedizioni con protocolli ecologici – conclude Gallo – di spedizioni di pulizia sponsorizzate, ma è l’attenzione personale che deve cambiare. Tutto è rimasto come 60 anni fa quando il K2 è stato salito per la prima volta? Magari! Il ghiacciaio è cambiato, il numero di persone che lo frequenta anche, gli studiosi continuano a monitorarlo, ma gli usi e costumi degli alpinisti e trekker sono anche peggiorati. Riportare a casa tutto. La regola è molto semplice! Vogliamo una volta per tutte metterla in atto?”.

A Gallo sembra che, quando si parla di modi nuovi di fare alpinismo, il rispetto dell’ambiente debba essere un obiettivo di pari importanza all’acclimatazione e al raggiungimento della vetta.
L’acclimatazione e l’ansia del successo sono tarli che un alpinista si porta dietro da casa, in viaggio ci pensa continuamente e agisce con questo obiettivo. La pulizia deve essere la stessa cosa.

Questa mi sembra la considerazione che più meriti rispetto: la condivisione di questa idea a livello mondiale forse salverà il Baltoro e la sua gente.