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Prendersi cura di un rifugio

Prendersi cura di un rifugio
(rifugio Vincenzo Sebastiani 2102 m al Colletto di Pezza, http://www.rifugiovincenzosebastiani.it/)
di Ferdinando Lattanzi

Scendendo dal Rifugio del Lupo, nel catino montano in cui sono incastonati i pascoli dei Piani di Pezza, già mi accorgo che il cielo plumbeo che mi sovrasta interferisce con i bastioni rocciosi che delimitano la piana a sud-ovest avvolgendo la cresta del Colle dell’Orso e il Costone, ma in un’estate anomala come questa (dieci giorni fa, il 15 luglio, qui ha nevicato) non ci si può permettere il lusso di lasciarsi spaventare dalle nuvole, se si vuole approfittare del giorno di festa per sgranchire le gambe.

Quando lascio la macchina al Capo di Pezza qualche goccia di pioggia già lascia presagire l’epilogo ma, proprio prevedendo una giornata così, ho scelto questo percorso lungo il quale a meno di un’ora e mezza di cammino avrò l’opportunità di mettermi al riparo negli accoglienti locali del rifugio Vincenzo Sebastiani al Colletto di Pezza (Catena Velino-Sirente, Appennino Centrale, provincia di L’Aquila).

Rifugio Vincenzo Sebastiani
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All’uscita della faggeta, la Valle Cerchiata fa già fatica a contenere i nuvoloni neri che le hanno rubato i colori dei fiori e dei prati e non permettono di apprezzarne il paesaggio “dolomitico” e per giunta ha incominciato a piovere, per cui abbandono l’idea di salire al Colle dell’Orso e mi infilo in tutta fretta nella piccola faggeta che mi proteggerà ancora per un tratto sul sentiero 1A che sale direttamente al rifugio dove inevitabilmente giungo bagnato.

In questa fine di un luglio recentemente imbiancato dalla neve, da queste parti può essere gradevole anche il tepore di un luogo chiuso e riscaldato dagli odori della prospiciente cucina che subito le mie papille gustative traducono in sapori noti.

Visto che il rumore della pioggia che picchia sui vetri scoraggia qualsiasi velleità escursionistica, conviene approfittare della rinomata cucina del rifugio e scambiare quattro chiacchiere con Eleonora Saggioro che con la Cooperativa Equo Rifugio lo gestisce.

Eleonora Saggioro
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Il tempo di questa strana estate stimola la conversazione sui problemi posti a chi lavora in montagna: i cambiamenti climatici che sono una realtà e spesso anche l’approccio catastrofista dei vari siti di previsioni meteo che scoraggiano chi avrebbe intenzione di avviarsi su un sentiero.

La pioggia, che non accenna a smettere, mi dà la possibilità di approfondire la conoscenza delle problematiche legate alla gestione di un rifugio posto in un vero ambiente montano.

Mentre faccio onore a un piatto di pecora alla cottora (o alla callara), che costituisce una delle specialità del Rifugio ed il principale piatto di carne della cucina tradizionale della montagna abruzzese, ascolto Eleonora che mi parla della sua avventura come rifugista.

Il mio primo anno di lavoro al rifugio è stato quasi casuale, era il lontano 1992, io avevo 22 anni ed il rifugio 70 (l’inaugurazione risale al 1922, NdR), cercavo un lavoretto estivo ed essendo appassionata di montagna ed iscritta al CAI già da diversi anni, non mi sono lasciata sfuggire l’occasione.
Il rifugio all’epoca era gestito da Lamberto Felici, che in quegli anni si divideva tra le gestioni del Sebastiani e del Duca degli Abruzzi al Gran Sasso.
Così nel 1992 e nel 1993 sono stata lì per brevi periodi, eravamo lì a presidiare, non esistevano ancora i telefoni cellulari quindi non si sapeva mai bene quante persone sarebbero arrivate, a pranzo, a cena e a dormire. Ma non era strano come potrebbe sembrare ora, quel che c’era da mangiare si divideva tra le persone che arrivavano, tutto qui… e poi c’era sempre la possibilità di cucinare un bel piatto abbondante di penne all’arrabbiata e fare contenti tutti”.

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Allora oltre ai cellulari, immagino che non ci fosse neanche la corrente elettrica che adesso producete con i pannelli solari, niente a che vedere con la situazione attuale e con l’idea di rifugio che abbiamo oggi.
Certo, non c’erano i pannelli solari, quindi cucinavamo con torce e frontali e si cenava a lume di candela.
Mi fa piacere raccontare questa prima avventura al rifugio perché l’aver vissuto quel periodo e quei disagi ha profondamente influenzato il mio modo di gestire oggi il Sebastiani. Naturalmente ora siamo sempre prontissime, primi, secondi, dolci, posti letto prenotati, compleanni, torte, addirittura feste di matrimonio, ma quando arrivano all’improvviso persone non previste e bisogna organizzare una cena al volo, mi ricalo in quei tempi e nel piacere di accogliere e dare riparo. Che poi è stato quello che mi ha fatto decidere di restare…
”.

E che poi è… o dovrebbe essere… lo spirito con cui affrontare la gestione di tutti i rifugi. Poi allora il rifugio doveva essere molto più piccolo, a guardarlo dall’esterno si riconosce bene il corpo originario.
Sì, era costituito soltanto dall’attuale sala da pranzo e dalla camerata nel piano superiore, infatti negli anni dal 1993 al 1997 il rifugio è rimasto chiuso perché necessitava di un ampliamento che comprendesse una cucina, un bagno, un alloggio gestori.
Dal ‘97 al 2000 accogliendo l’invito del CAI di Roma abbiamo ricominciato a presidiare il rifugio nel mese di agosto e, a volte, in inverno. In attesa dei lavori eravamo lì a cucinare e così raccoglievamo fondi per l’ampliamento.
Naturalmente il nostro è stato solo un piccolo contributo, il CAI di Roma intervenne in modo sostanziale, ma il segno più importante l’abbiamo dato stando lì e mantenendo vivo e presidiato il luogo
”.

Interno del rifugio
PrendersiCuraRifugio-05 Rifugio Sebastiani

Probabilmente senza il vostro attaccamento il Sebastiani sarebbe rimasto uno dei tanti rifugetti non gestiti che spesso si incontrano sulle nostre montagne, che generalmente, diciamolo pure, non costituiscono un esempio di decoro.
Non è strano. In Appennino siamo pieni di luoghi del genere, di Sebastiani modello anni 80/90. Poco più di bivacchi, estremamente essenziali, con reti per dormire e bombole per cucinarsi qualcosa all’occorrenza.
L’incontro prima tra Lamberto Felici e il rifugio, poi tra noi dell’Alpinismo Giovanile del CAI di Roma e il rifugio, ha fatto prendere al Sebastiani una strada diversa rispetto ad altre strutture.
Quando mi parlano di strutture ‘difficili da gestire’ o in cui ‘manca tutto’, o quando mi vengono a chiedere consiglio persone che non sanno come cominciare, mi piace ricordare quei tempi, una condizione ben diversa da quella che si può vivere oggi al Sebastiani.
Ci siamo presi a cuore questo luogo, ne abbiamo avuto cura, e lui si è preso cura di noi. Già all’epoca moltissimi escursionisti frequentavano il Colletto di Pezza, molte persone di Rocca di Mezzo salivano raccontando delle loro avventure da ragazzi con amici, di notti passate nei freddi locali del Rifugio; ci rendemmo conto che erano molti a voler bene a quel rifugio e, il loro rapporto con il luogo, si rafforzò con la nostra presenza lì.
Arrivare al rifugio e trovare qualcuno ad accoglierli, con un piatto caldo, un caffè, un luogo che cercavamo di scaldare, un luogo abitato, tutto questo ha aumentato l’interesse ed ha spinto le persone a dare una mano quando potevano.
Molti salivano sempre portando qualcosa nello zaino, chi una pagnotta di pane, chi il giornale, chi una marmellata fatta in casa o pentole che non usavano più. Ripensandoci ora mi rendo conto che serviva semplicemente qualcuno che cominciasse, come spesso accade in molte cose
”.

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E’ vero quello che dici… quando si entra qui si ha l’impressione di essere giunti a casa di amici… non deve essere facile tenere insieme l’interesse economico della gestione con lo spirito dell’accoglienza che un rifugio non dovrebbe mai perdere.
La gestione di oggi della Cooperativa Equo Rifugio (nata nel 2001) rimane profondamente legata allo spirito di allora. Naturalmente oggi tutto è molto diverso, la frequentazione è molto aumentata, spesso vengono persone che non conosciamo, purtroppo il nostro rapporto con le persone, soprattutto nei giorni intorno a Ferragosto è troppo superficiale e da ‘ristoratori’. Cerchiamo sempre di scambiare qualche parola con le persone, la gente rimane sempre molto curiosa di sapere cosa ci facciamo lì, da quanto tempo siamo al rifugio, come facciamo con l’acqua, con l’approvvigionamento, mi hanno addirittura chiesto come fanno i miei figli ad arrivare a scuola per tempo… Con calma cerchiamo di rispondere a tutti, capisco che possa sembrare una vita assurda per molti e tento di non ridere immaginando i miei figli che partono con gli sci da Colletto di Pezza, diretti al liceo di Roma.
Durante l’estate, dal 2003 a oggi, al rifugio organizziamo una serie di eventi culturali, dai concerti alle serate di osservazione delle stelle, presentazioni di libri, laboratori di cucina tradizionale abruzzese. L’idea è quella di creare un interesse diverso intorno al rifugio, dando al luogo stesso il ruolo di punto d’incontro in quota. Anche l’organizzazione degli eventi risente dello stesso spirito di gestione di cui parlavo prima.
Tutto nacque abbastanza per caso con un concerto di amici a Rocca di Mezzo. Chiesi se erano interessati a suonare il giorno successivo al rifugio.
Accettarono e subito partì l’organizzazione del trasporto del contrabbasso. Il nodo principale dell’evento divenne il trasporto del contrabbasso più che il concerto stesso: gente che si alternava nel trasporto, chi dava consigli, chi intratteneva i trasportatori… questo per far capire che si poteva dare una mano e aiutare la vita del rifugio sia portando del pane che portando un contrabbasso
”.

Rifugio Vincenzo Sebastiani
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Sì… mi sembra che tutti noi che frequentiamo il Sebastiani lo sentiamo un po’ nostro… ne è testimonianza anche la partecipazione avuta nella manutenzione dei sentieri.
Con lo stesso spirito abbiamo affrontato anche l’evento di ripristino e manutenzione dei sentieri, tentiamo di coinvolgere persone che normalmente frequentano il rifugio come avventori, contribuiscono nel loro piccolo e ciò li lega al luogo in un modo diverso, più profondo. Ci facciamo carico anche di questo aspetto del territorio perché riteniamo che bastino piccoli accorgimenti per rendere le gite più piacevoli e sicure mettendo gli escursionisti nelle condizioni di evitare spiacevoli avventure. A questo scopo abbiamo scelto di utilizzare come guide per le iniziative del Rifugio (per esempio cene al rifugio con ritorno a valle, week end al rifugio) esclusivamente professionisti, cioè Accompagnatori di Media Montagna e Guide iscritti al Collegio delle Guide Alpine. Notiamo con piacere che intorno al Rifugio si sta generando un circuito virtuoso che contribuisce a creare opportunità di lavoro per molti: per chi ci lavora direttamente, per gli Accompagnatori, per i piccoli produttori locali che hanno trovato un luogo in cui far conoscere e apprezzare i propri prodotti, per chi viene a presentare il proprio libro di montagna… insomma, visto il crescente interesse per l’escursionismo e per le attività di montagna che vanno al di là dello sci e degli impianti, sarebbe opportuno cominciare a moltiplicare situazioni del genere. Consentire alle persone di avere cura di un luogo, creando anche delle occasioni in cui poter fare concretamente, le rende indissolubilmente legate al luogo stesso e quindi al loro territorio”.

Scheda del rifugio Vincenzo Sebastiani

Ferdinando Lattanzi, Accompagnatore di Media Montagna ([email protected])
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Il presidio dei territori montani

L’antropologo Annibale Salsa ripercorre la storia, tra spopolamento e ripopolamento della montagna. Siamo a un nuovo punto di svolta, con condizioni strutturali favorevoli a un insediamento: serve però come nel Medioevo una negoziazione, dare vantaggi a chi ci garantisce il presidio del territorio montano. Perché lasciar fare alla natura è un’immagine romantica, che non corrisponde al vero.


Il presidio dei territori montani
(intervista ad Annibale Salsa)
di Sara De Carli
(pubblicato su www.vita.it, 18 luglio 2016)
Scarpe grosse, rude, di vedute ristrette: il montanaro secondo i luoghi comuni. «Ma questo è un falso! Era esattamente il contrario», sbotta Annibale Salsa, antropologo, esperto di cultura alpina, già presidente del CAI, oggi alla scuola del paesaggio della Provincia di Trento. «Nel Medio Evo i coloni delle terre alte, cioè i contadini delle Alpi, avevano meritato la condizione di uomini liberi, mentre quelli di pianura non lo erano. Questa scelta fece delle Alpi uno spazio elitario, i cui eredi oggi sono le autonomie dei contadini sudtirolesi o dei cantoni svizzeri, la forma stessa di democrazia diretta della Svizzera. Ora del nuovo trend di popolamento della montagna parlano tutti, non è più qualcosa di sporadico, ma c’è bisogno di politiche economiche finalizzate a ridurre gli ostacoli che i nuovi imprenditori della montagna si trovano di fronte. Il trend altrimenti rischia di erodersi. L’insediamento massiccio e capillare che si è verificato sulle Alpi nel basso Medioevo è stato possibile perché la politica lo aveva favorito con concessioni fiscali e autonomie e soprattutto con la condizione di uomo libero. Oggi serve una negoziazione, come allora».

Nelle foto, i ragazzi e le attività della cooperativa di comunità Brigì di Mendatica, sulle Alpi liguri, 150 residenti. Nata un anno fa da tre giovani, oggi ha 10 soci dai 18 ai 33 anni e ha attivi 13 contratti a chiamata di lavoro. La cooperativa gestisce in particolare il Parco Avventura di proprietà comunale, un rifugio con 20 posti letto, un centro escursioni (con quattro guide esperte sumezzate, ovvero in accompagnamento con gli asini) e laboratori didattici per bambini.
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Cosa ci fa dire che “il film” dello spopolamento delle montagne non corrisponde più al vero?
Alla fine degli anni ‘50 si è chiuso un modello millenario di civilizzazione alpina. Dagli anni ‘60/’70 la montagna ha conosciuto abbandono e spopolamento. Per la montagna sembrava non ci fosse più speranza, si era insinuata una cultura della rassegnazione e della resa. L’approccio alla montagna è stato di sfruttamento intensivo e speculativo da un lato e naturalistico ambientalistico dall’altro, con fenomeni di wilderness di ritorno. Questo fino agli anni ‘90. È del 1996 un’indagine dell’Istituto di sociologia rurale che segna uno spartiacque, perché si arresta l’emorragia demografica e comincia a verificarsi un ritorno, seppure solo dello 0,2%. È negli anni duemila che si ferma l’esodo biblico: oggi su questa svolta non c’è alcun dubbio ed è connotata in maniera oggettivamente più rilevante.

Chi sono i nuovi montanari?
Il neo-ruralismo è di matrice neo-romantica. Evasione, fuga da un’alienazione urbana e metropolitana, bisogno di “montanità”. La montagna è metafora di evasione e fuga, libertà, nell’immaginario. Ma questo non è un fenomeno risolutivo, perché a mio parere non è durevole e per durevole intendo il concetto della sociologia francese di “durevolezza”. La caratteristica decisiva, perché si possa parlare di rinascimento montano, è questa durabilità, ancor più della sostenibilità, perché il problema è come ci si proietta nel futuro: il rapporto tra l’uomo e la natura deve essere durevole, non solo sostenibile. A partire dagli anni 2000, tuttavia – penso in particolare al Rapporto Censis del 2004 – la fenomenologia sociale dei montanari acquisita caratteri diversi, non è più solo evasione, ma si registrano ritorni più strutturati. Compaiono i ritornanti, non solo i neorurali, figli e nipoti di gente che se ne era andata: i ritornanti hanno la consapevolezza dei sacrifici che comporta un insediamento permanente in montagna, gli adattamenti necessari… Ecco, con i ritornanti si comincia a parlare di “rinascimento” perché alcune di queste iniziative hanno successo. C’è ovviamente un darwinismo sociale, ma da dieci anni la resistenza e resilienza alla montagna comincia a manifestare dati rassicuranti. Soprattutto le aree del cuneese e della Carnia stanno conoscendo significative esperienze di ritorno, proprio le terre della “malora” e della “terra grama”.

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Quali cause vede per questa inversione di tendenza e quali problemi restano?
Ci sono fenomeni concomitanti e concause, non secondaria si è rivelata la lunga crisi economica: dinanzi a prospettive di disoccupazione in città è più semplice esistenzialmente affrontare i rischi di un progetto imprenditoriale nell’economia agrosilvopastorale. Tanti giovani lo stanno facendo, transumanza, pastoralismo, allevamento, agricoltura ma anche terziario avanzato. L’ostacolo, soprattutto nelle Alpi latine – il Piemonte sta muovendo ora i primi passi – è la frammentazione fondiaria, se non si risolve è inutile, si fanno discorsi metafisici. Nelle Alpi tedesche c’è stato minor spopolamento proprio perché l’accorpamento fondiario fa parte della storia, c’è stata meno speculazione edilizia, non c’è stato consumo di suolo. Oggi la nuova frontiera è l’accorpamento fondiario, senza dubbio, per dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento c’è bisogno di superfici ampie, i fazzoletti di terra ereditati dal nonno non sono utilizzabili. Oggi c’è un cambio di paradigma culturale, c’è un aspetto che non c’era trent’anni fa, cioè che l’economia fordista che ha massacrato la montagna non c’è più: la vera sfida oggi è ridurre il digital divide. Davvero siamo a un nuovo “milleecento”: allora il cambiamento climatico aveva giustificato l’innalzamento delle colture ad altitudini maggiori e aveva portato a un massiccio popolamento delle Alpi, oggi ci sono condizioni congiunturali e strutturali favorevoli per un ritorno.

A quali condizioni?
Credo serva una negoziazione, come nel Medioevo. Allora i feudatari avevano accettato di ridurre la loro sovranità sui coloni delle terre alte in cambio del presidio del territorio, oggi deve accadere qualcosa di simile. È fondamentale capire che i territori montani devono essere presidiati, non possono essere lasciati alla wilderness di ritorno, come pensa un certo ambientalismo. L’inselvatichimento avanza dell’8-10% annuo, non possiamo lasciare fare la natura, non vanno così le cose: chi vive fuori pensa che natura faccia tutto da sé, che i prati siano naturali, ma se i prati non li pulisci non sono prati, sono una giungla. Va fatto passare questo concetto, il nostro paesaggio è alternanza tra aperto e chiuso, va garantita tanto la presenza umana quanto la vivibilità e biodiversità.

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La strategia delle aree interne è un buon punto di partenza?
La strategia delle aree interne funziona. Queste cose si dicevano in passato, ma in una logica assistenzialistica, che non aiuta. Oggi è il momento di capovolgere paradigmi, non si tratta di assistere per tenere lì le persone ma di avviare politiche di economia attiva, redditizia, perché la montagna può vincere non in termini quantitativi ma qualitativi.

Le montagne sono luogo di apertura o chiusura? Di inclusione o esclusione?
Le Alpi nella loro storia sono state uno spazio aperto a partire dal Medioevo, una cerniera non una barriera. Questo ruolo di cerniera, una sorta di area Schengen ante litteram, è stata interrotta nel Settecento quando le Alpi sono state viste come muraglia difensiva in chiave militare e bellicistica. Il dibattito sul Brennero delle scorse settimane è una fase involutiva di questo processo. Ma le Alpi devono essere uno spazio aperto, tant’è che parliamo di macroregione alpina. Non c’è dubbio che ci sia in atto una rivoluzione demografica e sociale, laddove c’è una montagna spopolata c’è spazio, assistiamo a travasi tra vecchio e nuovo, che peraltro ci sono sempre stati.

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Cartolina dal futuro

Il 20 maggio 2016 la platea del Teatro comunale di Belluno era piena: oltre all’appuntamento con lo spettacolo di Gioele Dix il tema era l’analisi comparata dei professori Marco Ponti e Giovanni Campeol tra ferrovia e autostrada con le relative ricadute socioeconomiche nel Bellunese. Sul palco, per il contraddittorio, Gianni Pastella, presidente dell’Associazione Vivaio Dolomiti favorevole al progetto autostradale e Vittorio De Savorgnani, alpinista, contrario al prolungamento dell’A27 Venezia-Monaco. Qui l’articolo di Bellunopress.it del 21 maggio 2016.
Tre giorni dopo (23 maggio 2016) su Bellunopiu.it usciva un post di Nico Paulon, del Comitato Bellunese Acqua Bene Comune che qui riprendiamo integralmente.

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Cartolina dal futuro
(che palle, ancora ‘sto prolungamento autostradale)
di
Nico Paulon

Nei giorni in cui è uscito il videoclip dei Coldplay per il loro nuovo singolo “Up&Up” dove al settantaquattresimo secondo vengono immortalate le Tre Cime di Lavaredo con tutta la loro bellezza (vedi qui), nei giorni in cui le telecamere della RAI, che hanno seguito il Giro d’Italia, hanno ampiamente trasmesso le immagini di questi luoghi sublimi, beh… in questi giorni c’è ancora chi propone di trapanarli e ferirli con chilometri di gallerie e viadotti di cemento armato per far passare camion e merci.

Una follia verrebbe da dire. Ma quando un’idea folle la sai presentare bene, allora diventa una suggestione. Era il mago Silvan che diceva: “Conoscere un trucco non è niente, saperlo fare è già qualcosa, saperlo presentare è tutto”… e Sim Sala Bim… eccoti l’effetto magico. Ed è quello che, né più e né meno, è andato in scena venerdì sera al teatro comunale di Belluno durante la serata organizzata da Vivaio Dolomiti in favore del prolungamento autostradale. Dati ed “esperti” di una sola parte, un comico che mette allegria, un esponente di Mountain Wilderness che si presta ingenuamente a fare da bersaglio, nessun reale contradditorio et voilà… fatta la magia.

Una magia, o meglio, una suggestione collettiva. Ma andiamo al dunque: è questa la soluzione al principale male del nostro territorio ovvero il suo spopolamento?

Nel 2000 noi avevamo 15.000 giovani tra i 24 e i 29 anni, nel 2015 ne abbiamo 7.800 (cito il sociologo Diego Cason)”. Penso che questi siano i dati da cui far partire qualsiasi ragionamento. Penso che ogni politica di questo territorio dovrebbe focalizzarsi sulla risoluzione dei problemi che da questi dati emergono, ovvero che dal 2000 in poi ad oggi, una parte consistente dei giovani che vanno a fare l’università non rientra più una volta terminati gli studi e contestualmente molti giovani preferiscono ancora cercar fortuna altrove che rimanere nel bellunese. Allora dovremmo chiederci: come mai? Colpa della crisi? Eh proprio no, visto che la diaspora è iniziata prima.

Non sono un sociologo, ma ho semplicemente 33 anni e parlo con i miei coetanei. Ciò che vedo e sento mi racconta di una generazione, la mia, che non ha proprio una gran voglia di finire davanti a un macchinario di fabbrica, magari a fare 5-6000 volte lo stesso gesto al giorno per stampare aste per occhiali. E questa è una buona notizia. Ovvero, che la mia generazione non abbia più questa gran voglia di fare “lavori-di-merda” alienanti è proprio una gran bella notizia. Soprattutto se ci si fa il culo all’università, se si hanno saperi che vanno un po’ oltre l’accendere e spegnere una pressa e delle skill che consentono di fare delle attività un pelo più creative del non addormentarsi davanti ad un nastro trasportatore.

Marco Ponti
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E ce ne sono tanti di giovani bellunesi svegli e che ottengono non pochi risultati in giro per l’Italia e il mondo. Perché mai, questo piccolo esercito di cognitari bellunesi, che lavorano o che vorrebbero lavorare nel settore dei servizi e dell’innovazione dovrebbe finire davanti ad una pressa? E perché mai coloro che non riescono a laurearsi o che partono per cercar fortuna dovrebbero ritornare o rimanere nella nostra provincia a far “lavori-di-merda” quando la grande città o la metropoli ti garantisce più sesso, più droga e più rock and roll?

“Lavoro-di-merda” per “lavoro-di-merda” tanto vale farlo in un luogo dove ci si diverte un pelino di più, o no? Voi che dite?

Il tema vero, non è far circolare più veloci le merci del settore manifatturiero come vorrebbe l’AD dell’ACC Wanbao Wu Benming, ma bloccare questa emorragia di giovani, innovatori, sapienti cervelli bellunesi.
In tal senso, Wu Benming potrebbe iniziare dal potenziamento del reparto di R&D (ricerca e sviluppo) che mi dicono paradossalmente “sottosviluppato”. Strano no… per un’azienda che va “alla grande” come l’ACC. Ma è poi così fondamentale il rapporto tra velocità delle merci e sviluppo delle aziende nella situazione bellunese? Il caso Luxottica, “sembra” raccontarci un’altra storia…

Giovanni Campeol
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Ma torniamo alla questione: come bloccare questa fuga di giovani?
Sono due le direzioni, secondo me: la prima, invertendo la rotta rispetto al depotenziamento dei servizi territoriali anche delle aree interne andando verso una loro valorizzazione, così che, per rispondere anche a Pastella (vedi finale dell’articolo a questo link), il povero cittadino di San Nicolò di Comelico possa andare a fare le sue terapie all’ospedale di Pieve di Cadore invece che scendere fino a Belluno.

La seconda, puntando su una cosa che ci invidia tutto il mondo: il “nostro” paesaggio. Che, pensate un po’, è unico al mondo. Sta storia che è unico al mondo dovremmo imparare un “po’” a valorizzarla, o no? Invece, ci lamentiamo che in Val Pusteria sono più svegli di noi e chiamano tutto, anche un po’ a cazzo, “Tre Cime” (vedi articolo Corriere delle Alpi).
Sapete perché? Riconoscono il valore di un brand, mentre gran parte dei nostri amministratori locali non sa nemmeno che cos’è il marketing territoriale. E allo stesso modo, i nostri vicini sono favorevoli al Treno delle Dolomiti anche per il grande valore comunicativo che ha un progetto come questo.

Invece, a Belluno si pensa di tirar su piloni di cemento in mezzo ad un patrimonio Unesco per far passare camion di merci… capite? E tra i sostenitori di questa follia ci sono anche quelli che vorrebbero costruire una piattaforma di veleni chimici e pericolosi vicino alla più importante azienda del latte bellunese: un altro “capolavoro” comunicativo!

Scusate, comincio ad avere mal di testa.

Gianni Pastella
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Purtroppo, almeno per il mio modesto parere, non è solamente un problema di soldi che ci separa dai nostri vicini trentini e altoatesini, ma anche e soprattutto una scarsa capacità progettuale, una mancanza di visione generale e tanta ignoranza sul piano della conoscenza della componente immateriale del capitalismo contemporaneo.
Ci servono meno ingegneri civili e più esperti di marketing. Abbiamo bisogno di quei giovani bellunesi che sono andati all’università e hanno imparato a realizzare un’app, che conoscono le lingue, che conoscono il valore di un’immagine territoriale coordinata, che hanno appreso l’utilizzo delle nuove tecnologie comunicative e visual, che hanno studiato le economie che si sono sviluppate attorno ai nuovi modelli di turismo legati al benessere, all’eno-gastronomico e quindi al rapporto tra agricoltura-paesaggio-turismo, alla ricerca delle aree incontaminate, al turismo esperienziale e tanto tanto altro. Invece, c’è ancora chi ha il pallino dei mega-resort in cemento armato sulla Marmolada.

Se le politiche regionali e locali e quindi il denaro pubblico, non andranno in questa direzione sarà dura convincere le “nostre intelligenze” a riempire gli efficienti magazzini delle aziende manifatturiere del bellunese che, tuttavia, vanteranno tempi rapidissimi nelle spedizioni.

Insomma, sono contrario al prolungamento dell’A27 non solo per una questione ambientale, non solo per la corruzione che si creerà, non solo per il vecchio e superato modello di “sviluppo” che rappresenta, ma anche perché, da giovane laureato bellunese, non so proprio cosa farmene di quel prolungamento autostradale. Realizziamo ste benedette circonvallazioni nei colli di bottiglia dell’Alemagna 51 così che la si smetta di legittimare la follia dell’autostrada e iniziamo a costruire un immaginario attorno a queste montagne meravigliose che sappia attrarre i turisti così da realizzare un’ospitalità diffusa e un’offerta di servizi all’altezza di un Patrimonio Mondiale dell’Umanità e vedrete che, io e i miei coetanei, saremo pronti a restare.

Toio De Savorgnani al Manaslu (1979)
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Considerazioni
Chi era presente a Belluno, come Giancarlo Gazzola, non è d’accordo su quanto asserisce Paulon quando scrive: “Dati ed “esperti” di una sola parte, un comico che mette allegria, un esponente di Mountain Wilderness che si presta ingenuamente a fare da bersaglio, nessun reale contradditorio et voilà… fatta la magia”.
Secondo Gazzola (e conoscendo De Savorgnani non abbiamo motivo di dubitarne…) “Toio non è stato sicuramente bersaglio di Campeol e company. Anzi in quel poco tempo a disposizione ha dato un’ottima lezione di ambientalismo. L’unica cosa vera è che a noi hanno dato davvero poco spazio. Soltanto a fine serata abbiamo avuto modo di parlare con gli organizzatori pro-autostrada e di ben ribadire la nostra posizione”.

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Altro che lastre, altro che statue

Il 14 aprile 2016, travolti da duemila tonnellate di marmo in una cava di Colonnata (Carrara), sono morti due operai. Vivo per miracolo è un terzo.
Per i dettagli di questa ennesima tragedia apuanica, si veda l’articolo del corrierefiorentino.

Particolarmente intenso abbiamo trovato il commento dello scrittore e musicista Marco Rovelli, che qui riportiamo (da facebook).

 

Altro che lastre, altro che statue
di Marco Rovelli

Ieri Il Tirreno mi ha chiesto di scrivere un commento sulle due morti in cava. È questo.

La nostra città, in questi giorni, porta il lutto. E non un lutto finto, di prammatica: quelle due morti sono davvero sentite come una lacerazione profonda da questa comunità. Lo si è visto ai funerali, ieri. C’è un radicamento profondo alla terra, da queste parti apuane, e qui terra significa anzitutto montagne. “Lutto” viene dal latino “lugere”, piangere: ecco, quel pianto comune in questi giorni ha fatto tremare questa terra, come ha tremato quando è crollato quel costone della montagna. Ma se le famiglie e gli amici hanno il diritto ai loro tempi per affrontare quel lutto immenso, una comunità ha il compito di non lasciar asciugare quelle lacrime, di non lasciarle assorbire dalla terra e poi continuare come nulla fosse stato.

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No, dopo il pianto del lutto, occorre guardare, subito, con la necessità dell’urgenza, le cose a occhi bene aperti e asciutti, per comprenderle, e trasformarle. Se guardiamo a occhi bene aperti, ci risulterà ben evidente che non c’è nessun tributo umano che dobbiamo pagare alla montagne, nessun sacrificio umano che dobbiamo offrirle in cambio del prezioso marmo. Se andiamo a ripercorrere le troppe morti in cava che si sono susseguite regolarmente nel corso degli anni, troveremo che quasi mai è questione di “fatalità”, di “tragico incidente” – formule vuote che servono solo a assolvere qualcuno da precise responsabilità materiali, di fatto. Vedremo le responsabilità di questo evento, ci torneremo.

Ma intanto ci tocca, se vogliamo essere all’altezza di un’etica comune, spalancare lo sguardo sul costo spropositato che il “sistema marmo” impone a questa terra. Le montagne vengono spogliate, trafitte, distrutte, così come distrutte sono le vite di Roberto Antonioli Ricci e Federico Benedetti: e tutto questo in cambio di briciole. Briciole in termini di lavoro, briciole in termini di ricchezza. Le Apuane, e la vita di chi ci lavora, sono devastate per le tasche gonfie di pochi. Altro che il marmo di Michelangelo, una delle più odiose frottole che continuano a raccontarci: qui si scava a ritmi inimmaginabili solo trent’anni fa, con un decimo degli occupati, mentre i fatturati delle imprese vanno a gonfie vele, per non dire della maggior parte del marmo che se ne va in polvere, in quel grande business del carbonato di calcio. Altri che lastre, altro che statue. Polvere, come polvere è tornata a essere la vita di Ricci e Benedetti.

Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre
AltroCheLastre--Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre

 

 

Bisogna “fare di più” e “intensificare gli sforzi”, si limita a dire l’Associazione Industriali. Fare cosa? Quali sforzi? Parole vuote che si stendono come una coltre di silenzio non solo sulle morti di quei lavoratori, ma sulle vite di chi resta. Che deve affrontare un lavoro che viene meno, una terra sempre più povera, i fiumi inquinati (e abbiamo un presidente del parco – che dovrebbe difendere l’ambiente! – che nega che lo siano). Del resto, dal 1751 in avanti i padroni delle cave hanno sempre intascato profitti enormi senza restituire quasi nulla al territorio. Il punto è chiedersi se vogliamo andare avanti così. Perché quando domina il profitto di pochi, a rimetterci non è solo la povertà del territorio, ma anche la sicurezza del lavoro. E ci troveremo a piangere ancora.
Nella lingua assira l’espressione “aggrapparsi alle montagne”, ricordava Eliade, significa “morire”. Ecco, sta a tutti noi che quel legame tra montagne e morte venga reciso.

Marco Rovelli
Scrive libri e fa musica. E insegna filosofia e storia nei licei. Ha scritto tre libri di quelli che vengono chiamati “reportage narrativi” (o “narrazioni sociali”), insomma ibridi tra saggio e narrazione, su questioni del “margine” della società, nella convinzione che è dal margine che si vede meglio il centro. Due di essi sono su questioni dell’immigrazione cosiddetta “clandestina”: Lager italiani (Bur, 2006), sull’universo concentrazionario di quelli che oggi si chiamano Cie; e Servi (Feltrinelli, 2009), il racconto di un viaggio che ha fatto nell’Italia sommersa dei clandestini al lavoro, dai campi di pomodori e gli agrumeti del Sud ai cantieri del Nord. Un altro, Lavorare uccide (Bur, 2008), sulle morti sul lavoro. Poi ha scritto un romanzo e altri libri ancora (uno cui è particolarmente legato è Il contro in testa (Laterza, 2012), in cui racconta per storie e immagini l’anima ribelle della sua terra apuana). Musicalmente, invece, sarebbe, propriamente parlando, un cantautore, nel senso che canta canzoni che compone, ma non solo: è molto legato anche al patrimonio del canto sociale e del canto popolare, che entra costantemente nel suo repertorio. Il suo cd solista (oltre a quelli che ha fatto con Les Anarchistes) si chiama libertAria.

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Sui monti per scelta

Un fenomeno che per il momento non è segnato da grandi numeri. Ma nelle valli alpine italiane pare che negli ultimi anni la tendenza al ripopolamento si sia consolidata. Grazie soprattutto all’insediamento di nuovi abitanti che hanno deciso di trasferirsi in montagna o di ripercorrere in direzione opposta i passi dei propri familiari. Chi sono, e che cosa cercano?

Mucca a Malga Fiorentina

 

Qualcosa si muove anche sul fronte delle Amministrazioni. E’ di questo febbraio 2016 la notizia (pubblicata da Mountcity.it il 18 febbraio 2016) che “L’ERSAF, Ente regionale per i servizi all’agricoltura e foreste, concede 33 alpeggi collocati all’interno delle 20 foreste di Lombardia gestite per conto della Regione secondo quanto previsto dalla delibera n. 174 Aggiornamento dei criteri e delle modalità per la concessione delle malghe e degli alpeggi di proprietà di Regione Lombardia per l’esercizio delle attività di alpeggi approvata dal Consiglio d’amministrazione di ERSAF il 27 novembre 2015. Ai vincitori del bando viene concessa l’area e la struttura annessa per le attività silvo-pastorali. Gli alpeggi si trovano su tutto il territorio lombardo; in particolare due sono in provincia di Sondrio nella Foresta regionale Val Masino; uno è in provincia di Bergamo, nel territorio del comune di Mezzoldo (Foresta Azzaredo Casù) e gli altri sei in provincia di Brescia – cinque nella Foresta ValGrigna, nei comuni di Esine, Berzo, Bienno e Bovegno; uno in comune di Bagolino (Foresta Valle Vaia) e due nella Foresta Gardesana occidentale, nei comuni di Gargnano e di Tremosine. Una significativa novità riguarda i giovani agricoltori (18-30 anni alla data di inizio concessione) per i quali, limitatamente al primo triennio, in relazione all’onerosità degli impegni gestionali, è prevista una sensibile riduzione del canone di affitto. Si tratta di un incentivo forte e concreto ai giovani per lavorare e vivere in montagna, condizione essenziale perché la montagna continui a vivere.
Un’altra opportunità per chi ha meno di 35 anni ed è appassionato di Alpi riguarda la prima edizione di ReStartAlp: un campus residenziale gratuito per giovani aspiranti imprenditori sulle Alpi. Con questa iniziativa, Fondazione Edoardo Garrone e Fondazione Cariplo offrono la concreta opportunità di avviare la propria impresa nelle filiere produttive tipiche del territorio Alpino.Il campus si svolge a Premia (VCO) dal 20 giugno al 30 settembre 2016. L’offerta formativa, gratuita e di alta qualità, si compone di lezioni in aula, laboratori di creazione d’impresa, attività di mentorship, testimonianze e un’escursione di studio. Al termine del percorso formativo, sono previsti incentivi per le migliori start-up, inoltre Fondazione Edoardo Garrone mette in palio premi per un totale di 60.000 euro“.

Sui monti per scelta
I nuovi abitanti delle Alpi
di Maurizio Dematteis
(pubblicato su Alpidoc n° 83-84, aprile 2012)

«Trent’anni fa se ne andavano tutti dalle nostre valli alpine. E restava il “mondo dei vinti”. Case disabitate, terreni incolti e abbandono. Ma noi non volevamo accettarlo. Abbiamo fatto una scelta dura, in controtendenza, con momenti difficili. Ma oggi non siamo più in pochi. E per quanto mi riguarda penso rifarei la stessa cosa».

Aldo Macario, allevatore di pecore e capre con azienda a Chiusa Pesio e alpeggio in Valle Gesso. Foto Nanni Villani.
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Aldo Macario, oggi titolare insieme con la moglie Marilena Giorgis di un’azienda agricola di produzione formaggi con sede a Chiusa Pesio, racconta quella scelta coraggiosa. «Era la fine degli anni Settanta» ricorda Marilena «e Aldo voleva fare una comune con i suoi amici. Una cooperativa con pecore, formaggi e telai. Io li ho raggiunti perché ero appena andata via di casa. Avevo finito il liceo classico e mi ero iscritta a medicina. Ma ho subito capito che quell’ambiente non faceva per me».

A trent’anni di distanza Marilena e Aldo sono rimasti fedeli alla scelta iniziale. Gli amici si sono pian piano “sfilati” perché, ricorda Aldo, «nel frattempo chi è entrato in posta chi in ferrovia. E finiti gli anni Settanta nessuno voleva più fare la cooperativa». Oggi, con i tre figli, allevano 240 pecore, di cui 120 da mungere due volte al giorno, 50 capre, e fanno i formaggi. Hanno una cascina con stalla e caseificio di proprietà a Chiusa Pesio e vanno ogni anno in alpeggio alla Vagliotta, in Valle Gesso.

Timido ripopolamento
La famiglia Macario fa parte delle avanguardie di quel movimento definito da studiosi come Romita e Nùnez (2009) i “nuovi abitanti” delle Alpi, cioè soggetti che scelgono di vivere in modo permanente in un’area rurale cercando una migliore qualità della vita. Un fenomeno nato alla fine degli anni Settanta, in contemporanea alla crescita del movimento hippie, che negli anni Ottanta assume una prospettiva diversa, diventando «una delle tendenze socio-culturali più caratteristiche della postmodernità, fenomeno legato alla crisi dell’urbanesimo occidentale, reazione al degrado ecologico e sociale della città moderna» (Salsa, 2007). E proprio grazie a questi fenomeni, nelle valli alpine del Nord-ovest italiano, e in specifico in quelle cuneesi, pesantemente interessate in passato dal declino demografico, si stanno oggi registrando interessanti cambiamenti. Laddove tra il 1981 e il 2000, come fotografava una delle carte proposte da Werner Batzing (Le Alpi. Una regione unica all’interno dell’Europa, Bollati Boringhieri, 2005), la tendenza allo spopolamento cominciata cento anni prima, seppur attenuandosi, persisteva, tra il 2001 e il 2010 la situazione è poi mutata, come si vede dalla carta realizzata da Alberto Di Gioia, dell’associazione “Dislivelli”. Oggi ci troviamo infatti di fronte a un’inversione di tendenza e generalizzando possiamo dire che lo spopolamento viene sostituito da un “timido ripopolamento” dei territori alpini nel Nord-ovest italiano.

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«Esiste un fenomeno di “nuovi abitanti” della montagna» si legge nella presentazione del volume curato da Giuseppe Dematteis, Montanari per scelta, (Franco Angeli-Dislivelli, 2011) «capace in certe situazioni di rallentare, compensare o addirittura invertire le dinamiche di spopolamento. E’ vero che in Piemonte, se si escludono certi sbocchi vallivi, i numeri sono per ora piccoli (specie se paragonati a quelli delle vicine Alpi francesi), tuttavia è tale da far prevedere una loro crescita nei prossimi anni, specie se sarà accompagnata da interventi che rendano le condizioni di contesto della montagna paragonabili a quelle del resto del territorio regionale».

Una tendenza in rapida espansione, pare. Ma chi sono oggi questi nuovi abitanti? Che cosa cercano nelle valli alpine cuneesi? E soprattutto, quali sono i cambiamenti che possono apportare a una realtà socioeconomica da anni in sofferenza?

Marta Canuto e Giorgio Alifredi, produttori di formaggi di capra in Valle Maira. Foto: Archivio Alpidoc.
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Capre e formaggi
I nuovi abitanti oggi sono persone come Marta Canuto e Giorgio Alifredi, con i loro cinque figli. Marta e Giorgio hanno lasciato Torino nel 1991, con la precisa idea di andare a vivere in montagna. Marta si era appena laureata in medicina, Giorgio, con una laurea in filosofia, aveva un impiego precario come traduttore di testi dal russo. Si sono trasferiti nel piccolo comune di San Damiano Macra, in Valle Maira. «Lavorando con il computer, potevo farlo tranquillamente anche in montagna» ricorda Giorgio. «Poi pian piano ho smesso e ho cominciato a tenere l’orto, le patate, a fare legna con l’idea un giorno di creare un’azienda agricola».

Nel 1998 la famiglia Alifredi lascia il centro di San Damiano per trasferirsi in borgata Poggio, a pochi chilometri di distanza. E finalmente il sogno di Giorgio si realizza: nasce l’azienda agricola Lo Puy, con un centinaio di capre e un caseificio per produrre formaggi. «A me era sempre piaciuta la pastorizia» racconta Giorgio «e mi piacevano i formaggi di capra francesi. Ci siamo orientati sulle capre perché sono gli animali più accessibili dal punto di vista economico e perché è l’unica bestia che può essere tenuta qui al Podio. Il giudizio all’inizio era che fossi un tipo stravagante o un pazzo mantenuto dalla moglie. Perché le capre sono sempre state considerate gli animali dei poveri, e poi noi arrivavamo dove tutti gli altri avevano mollato, e che cosa credevamo di fare? Oggi alcuni ci ammirano, altri continuano a guardarci con perplessità, altri ancora credono che campiamo di contributi, che in realtà non esistono». Una scelta di vita importante per un dottore in filosofia, abituato a svolgere un lavoro di tipo intellettuale. Perché scegliere le bestie vuoi dire «una sorta di prigione voluta, tutti i giorni della settimana, 365 giorni all’anno. Si crea un legame con le bestie anche più forte che con la famiglia».

Nel frattempo Marta ha continuato a fare il medico fino a settembre del 2004. «Allora avevo già quattro figli e facevo molta fatica a occuparmi anche dei miei pazienti» ricorda. «Un giorno ho pensato: i miei pazienti tutto sommato un altro dottore lo trovano, i miei figli un’altra mamma no. Per cui ho mollato. All’inizio il mio stipendio era fondamentale, ma dal 2003 abbiamo iniziato a ottenere un ritorno significativo dalla vendita dei nostri formaggi. Per cui oggi lavoro anch’io nell’azienda agricola: mi occupo delle vendite, gestione clienti, trasporto formaggi e seguo un po’ il caseificio».

L’azienda agricola Lo Puy è una realtà avviata, pluripremiata, che dà lavoro a due famiglie nella borgata Podio. Le tome di capra sono conosciute e apprezzate non solo localmente, tanto che alcuni distributori acquistano il formaggio del Podio per rivenderlo in negozi di Cuneo, Saluzzo, o per spedirlo addirittura nella City di Londra insieme con altri prodotti alimentari d’eccellenza piemontesi. E per cercare di condividere e trasmettere le esperienze vissute, oggi Giorgio è presidente della neonata associazione “Alte Terre”, una realtà culturale che lavora per rimettere l’uomo “al centro” delle politiche per la montagna. Perché oggi «la crisi che stiamo vivendo non è una crisi contingente» ha spiegato il segretario dell’associazione Mariano Allocco, in occasione della presentazione di “Alte Terre” a San Damiano nel luglio dell’anno scorso «non è come le due degli anni Venti del secolo scorso: questa è la prima crisi strutturale della modernità, non sappiamo dove ci condurrà, ma dobbiamo essere coscienti che saranno messi in discussione dei fondamentali dell’attuale civiltà e qui le alte terre possono dare un loro contributo».

Adriana Bruno e Cristian Unia: vivono a Baracco, in Valle Ellero. Foto: Maurizio Dematteis.
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I pendolari
Talvolta i nuovi abitanti delle valli cuneesi sono giovani coppie che decidono volontariamente di rimanere o di trasferirsi in comuni alpini, anche se svolgono lavori non direttamente legati alla realtà locale, come nel caso di Cristian Unia e Adriana Bruno. Tutt’altro che hippy, per età anagrafica e interessi, i due giovani hanno deciso di prendere la residenza a borgata Baracco di Roccaforte Mondovi, in Valle Ellero, a 840 metri sul livello del mare. «Ci siamo stabiliti a Baracco perché mio marito è di qui» racconta Adriana. «Ma all’inizio avrei voluto mettere le ruote alla casa e spostarla giù a valle, a Roccaforte, dove sono nata e vissuta. Poi poco alla volta mi sono ambientata, e ora non andrei più via». Il marito Cristian in realtà spiega di non aver mai avuto intenzione di scendere a valle. «Anche se a volte penso a quando saremo vecchi, alla paura di non riuscire più a farcela. Poi però mi dico: qui campano tutti fino a novant’anni e non è mai morto nessuno perché non aveva il negozio o la fermata del pullman sotto casa. E poi sono stato chiaro fin dall’inizio con mia moglie: in città mai». Cristian ha cominciato a lavorare come muratore a tredici anni, con un artigiano di Norea. «Una decina di anni fa mi sono messo in proprio e faccio carpenteria e manutenzione. Lavoro ne abbiamo tanto, e fino a oggi ho sempre lavorato senza mai uscire dai confini del comune di Roccaforte». Adriana invece è impiegata in una ditta di Mondovi che vende pavimenti in legno: «Mi occupo della gestione delle vendite per il Nord Italia e la mattina per arrivare in ufficio ci metto appena una ventina di minuti. Siamo vicini e ben collegati». Baracco ha sedici residenti nel nucleo principale, altri quattro nelle case intorno e un certo numero di villeggianti, soprattutto liguri e monregalesi, che trascorrono lunghi periodi di vacanza durante le stagioni estive, primaverili e autunnali. D’estate la borgata arriva a ospitare più di cento persone. Va detto che la famiglia Unia non è l’unica coppia giovane a viverci tutto l’anno.

Gli innovatori
A Tetti Chiappello di Robilante, in Val Vermenagna, a metà degli anni Ottanta Sandro Giordano lascia la fabbrica per tornare all’attività agricola in montagna. Il percorso inverso di molti suoi antenati che lasciarono le case per scendere a valle. «Nel 1984 mio marito non sopportava più il lavoro in fabbrica» racconta la moglie Anna Viale. «Abbiamo detto basta, cambiamo vita. E abbiamo deciso di metterci a coltivare fragole. Ma siccome né io né mio marito sapevamo nulla di campagna, ci siamo rivolti al Centro Sperimentale Orticolo di Boves». Comincia cosi l’impresa dei due coniugi, che dopo più di vent’anni di attività, con l’aiuto dei loro tre figli, sono diventati un punto di riferimento nella coltivazione delle fragole nel Cuneese. Anna, nativa di frazione Sant’Anna di Limone, in alta valle, faceva la barista presso gli impianti nelle stagioni invernali. Sandro, originario di Tetti Chiappello, dopo aver studiato presso una scuola professionale come meccanico si era trasferito a lavorare in una fabbrica del fondovalle. «Ho provato a coltivare un terreno per un anno insieme a mio cugino» ricorda Sandro «e la cosa non mi è dispiaciuta. Così abbiamo deciso di cominciare l’attività, puntando sulla fragola perché anche se si hanno a disposizione solo piccoli appezzamenti, assicura comunque un reddito soddisfacente». E poco per volta hanno aumentato il numero di campi coltivati, ristrutturato la vecchia casa di famiglia di Sandro e costruito un nuovo magazzino. Contribuendo ad arrestare il trend negativo che vedeva spopolarsi la piccola borgata. «C’è stato un momento» sottolinea Anna «in cui non c’era più nessuno che risiedesse a Tetti Chiappello». Ma da quando i Giordano sono tornati, altre famiglie, con figli, hanno seguito le loro tracce.

«Nel 1994 l’alluvione ci ha portato via quasi tutte le piantine di fragole» ricorda Sandro.«In quel momento abbiamo seriamente pensato di smettere. Poi ci è venuto ancora una volta in aiuto il Centro Sperimentale Orticolo di Boves, che ci ha consigliato di piantare le fragole rifiorenti e abbiamo superato il difficile momento». Si tratta di un tipo di pianta di fragola che può produrre anche fuori dal periodo canonico, e che ha permesso all’azienda familiare di non perdere l’intera stagione.

Sandro Giordano e Anna Viale coltivano fragole sopra Robilante, in Valle Vermenagna. Foto: Maurizio Dematteis.
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«La coltivazione delle fragole è una vera e propria passione» conclude Anna. «Ci permette di lavorate insieme e di goderci i nostri figli. Quando erano piccoli ce li portavamo sempre dietro, nei campi come al mercato. Ogni tanto ci penso, e mi rendo conto di aver allevato bene i miei figli. Se lavorassi per esempio in un negozio non potrei vederli tutti i giorni a pranzo. Inoltre gli anni in cui tutto fila per il verso gusto è anche un lavoro in cui si guadagna bene. In fondo siamo partiti senza nulla e adesso, pur non essendo ricchi, la casa e il magazzino li abbiamo messi a posto. Non ci manca niente».

Nuove comunità
I cambiamenti apportati dai nuovi abitanti, talvolta, non sono certo di poco conto. Comuni in crisi da anni, che hanno visto morire lentamente le loro realtà socio-economiche e demografiche, si trovano di colpo a dover affrontare problemi opposti come nuove attività economiche da supportare e nuovi nati da gestire. È il caso del piccolo Comune di Ostana, in Valle Po, situato a 1500 metri sul livello del mare, proprio di fronte al Monviso. A fine Ottocento aveva oltre 1400 residenti, dediti ad attività agricole, zootecniche e artigiane. Investito dal «terremoto dell’industrializzazione» che negli anni Sessanta ha causato «l’esodo che si è trasformato in valanga», per usare le parole di Nuto Revelli (Il mondo dei vinti, Einaudi, 1977), nel 1985 contava solo più cinque persone anziane.

«Abbiamo fatto una lista civica forte e abbiamo vinto le elezioni comunali» spiega il sindaco Giacomo Lombardo. «La domanda che ci siamo posti è stata: quale futuro per un paese come Ostana?» Lombardo racconta del lento lavoro messo in campo per invertire la tendenza dello spopolamento nel suo comune. Che nel 2011 sfonda quota novanta residenti. Di cui sei bambini, a dare un messaggio di speranza per il futuro. «Partivamo da un patrimonio importante», spiega «l’integrità del comune dal punto di vista ambientale e architettonico. E abbiamo deciso di lavorare su quello. È stato un lavoro lungo, ma oggi la gente ci crede. Prima si portavano gli avanzi dell’edilizia cittadina, perché quello che non serviva più giù poteva essere utilizzato qui. Ora se qualcuno lavora male, se non si rispettano gli equilibri architettonici e ambientali la gente viene a lamentarsi in comune».

Grazie all’apporto del Politecnico di Torino, e di altri professionisti profondi conoscitori della realtà alpina, Ostana ha cambiato faccia: un ingresso del paese ridisegnato con materiali a basso impatto architettonico, un rifugio-albergo comunale utilizzato come centro di aggregazione, un agriturismo, una palestra di roccia, due centraline idroelettriche sulle captazioni dell’acquedotto e tanto altro ancora. Una trasformazione realizzata anche grazie all’aiuto di alcune famiglie di nuovi residenti. Un progetto lungimirante partito dal recupero fisico che oggi comincia ad attrarre sempre più persone disposte a spendersi all’interno della comunità: come Roberto, che con moglie e due figli è salito da Revello per piantare quattromila metri quadrati di patate e per aprire un agriturismo. O gli informatici che parteciperanno al recupero di una borgata di Ostana per poi trasferire in quel comune la loro attività. O ancora Giorgio Diritti e Fredo Valla, che con la collaborazione di OffiCine di Milano e Aranciafilm di Bologna, a Ostana hanno organizzato una scuola di cinema. Tante iniziative differenti che hanno concorso a realizzare la rinascita del tessuto socio-economico-culturale di Ostana, vero laboratorio d’innovazione nelle Alpi Occidentali italiane.

Chen Rongyong, diciannovenne cinese che gestisce con la famiglia un laboratorio tessile in Val Pellice. Foto: Maurizio Dematteis.
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Da molto lontano
Un altro fenomeno in forte ascesa tra i nuovi abitanti delle valli cuneesi, come nel resto delle valli alpine italiane, è l’arrivo di persone provenienti da Paesi Orientali, dall’Africa, dal Sud America, dall’Est Europa, impiegati soprattutto in servizi alla persona, nella ristorazione, nell’edilizia, ma anche nel turismo, nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’indotto lattiero-caseario. Intere famiglie trasferite in piccoli comuni di montagna, attirate da affitti più bassi e da un tipo di vita probabilmente più vicino a quello dei paesi di provenienza, nuove identità frutto della mediazione tra cultura d’origine e del luogo eletto a dimora.

Come nel caso della comunità cinese di Barge e Bagnolo Piemonte, dove su una popolazione complessiva di 12.700 abitanti, secondo i dati ufficiali vivono oltre 800 persone di origine cinese. Senza tener conto di pendolari e clandestini.

Persone come il giovane Chen Rongyong, diciannove anni, originario del villaggio di Yuhu, nei pressi di Wenzhou, provincia dello Zijang, che oggi lavora dalle dodici alle quindici ore al giorno nel laboratorio tessile di famiglia, in Val Pellice. Il padre è arrivato a Barge con il fratello maggiore Rongqian nel 1998 per lavorare in una cava di pietra. Dopo tre anni è arrivata la mamma, poi la sorella maggiore e infine, nel 2003, Rongyong. «Sono contento della scelta che ho fatto» spiega il ragazzo. «Qui ho trovato buoni amici, e penso che rimarrò a vivere in Italia».

Anche a Garessio, in Valle Tanaro, a partire dalla metà degli anni Novanta è fortemente cresciuto il numero di stranieri che vivono stabilmente in paese. Sono quasi trecento, su un totale di residenti che non tocca le 3.500 unità.

Particolarmente forte è la comunità moldava, costituita in maggioranza da donne impiegate nei servizi alla persona.

Il Rifugio Galaberna a Ostana. Il piccolo centro dell’alta valle Po è diventato il simbolo della riscossa della montagna. Foto: Nanni Villani.
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Fedora Cristiescu, moldava di Leova, racconta la sua storia insieme con l’amica connazionale Maria Roman. «Sono arrivata a Garessio quattro anni fa» spiega «per cercare lavoro. Da noi non manca, ma è pagato pochissimo. Una volta la Moldavia era un paese prospero, vendeva frutta, verdura e vino a tutta la Russia. Oggi invece non rimane che emigrare». Fedora assiste un’anziana di Garessio e ha sposato un italiano. Anche Maria Roman fa la badante: «Ero maestra d’asilo, con casa e terreno di proprietà. Ho dovuto lasciare tutto e sono venuta via perché non riuscivamo più a vivere». Tra i moldavi residenti a Garessio ci sono alcune famiglie con bambini, poi ci sono donne sole che lavorano con gli anziani. «Metà di loro vengono dalla nostra città, Leova» continua Maria. «Con il passaparola. Se vengo a conoscenza che c’è bisogno di una badante telefono immediatamente a casa». Oggi addirittura, una volta ogni tre mesi, un pullman parte dalla piazza centrale del paese, destinazione Leova, carico di ogni sorta di masserizie.

E ancora: a Robilante vive una consistente comunità tunisina, oltre una quarantina di persone su un totale di 162 stranieri, e una popolazione di poco più di 2.000 residenti. «Sono arrivato in Italia, a Cuneo, dalla Tunisia, nell’aprile del 2005» spiega Hassine Walide, giovane tunisino di poco più di trent’anni «perché ho sposato una ragazza italiana, di Boves. Vivo a Robilante e lavoro in una fabbrica che produce vetri per le auto, la Saint Gobain. Sono venuto a Robilante perché qui vivono molti miei connazionali, che mi hanno aiutato a trovare casa e a integrarmi».

Maurizio Dematteis
Giornalista, ricercatore e videomaker, Maurizio Dematteis si occupa di temi sociali e ambientali legati ai territori alpini. Direttore responsabile della rivista web Dislivelli.eu, ha recentemente pubblicato Abbiamo fatto un sogno. 14 coppie raccontano il loro sogno di abitare la montagna e Mamma li turchi. Le comunità straniere si raccontano, sui nuovi abitanti della montagna.

Un anziano con la gerla piena di letame. Foto: Nanni Villani.
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