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Marco Ballerini

La mia esperienza sulle falesie del Lecchese
di Marco Ballerini
Il presente post è tratto dalla relazione che Marco Ballerini fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

E’ vero, sono stato uno dei primi a portare l’arrampicata sportiva nel Lecchese però, ci tengo a dire, in contemporanea con altri scalatori sparsi per l’Italia da Arco di Trento a Finale Ligure alla Val di Susa, tutti intenti a “violentare” la roccia con i famosi spit.

Marco Ballerini libera la 1aL del Pilastro Rosso (Panzeri-Riva), Bastionata del Lago, 13.10.1984)

Grigna, Marco Ballerini sulla 1aL del Pilastro Rosso (Panzeri-Riva), Bastionata del Lago , (13.10.1984)

La mia storia proviene dall’alpinismo, come per tanti altri, perché all’epoca l’arrampicata sportiva non esisteva e quello che mi spingeva a muovermi sulle pareti era proprio la passione per l’alpinismo. Inoltre, essendo cresciuto con il riferimento ai personaggi mitici dell’alpinismo lecchese, Cassin, Bonatti, Boga, Ratti ed altri che ora non sto a citare, anch’io nel mio piccolo ero stimolato a migliorare ripetendo vie sempre più impegnative sulle grandi pareti delle Dolomiti e del Monte Bianco o anche fuori dall’Europa, mentre nel frattempo leggevo e cercavo di informarmi. Non c’era Internet ed era molto più difficile accedere alle notizie di quello che succedeva, per esempio, negli Stati Uniti o in altre parti del mondo. Non è come oggi che schiacci un bottone e scopri quello che hanno fatto certi scalatori cinque minuti prima.

Era chiaro però che l’alpinismo stava subendo una radicale trasformazione, grazie alla forte spinta verso l’innalzamento della difficoltà in arrampicata libera. Essendo appassionato di scalata e proveniendo dallo sci agonistico veniva spontaneo mettermi in gioco, ponendomi la domanda: “come è possibile migliorare frequentando solo le vie in montagna? Ci vorrebbe qualcosa di diverso”. Mi accorsi ben presto che la soluzione era a portata di mano… Le falesie non le ho inventate io; c’erano già; bastava semplicemente “vederle”. A quei tempi esistevano le vecchie vie sul Nibbio ai Piani dei Resinelli, il Sasso di Introbio era frequentato dal Don Agostino con i suoi Condor (il gruppo che il sacedote fondò nel 1974-75) e sulla comoda parete del Medale si allenavano i più forti alpinisti allora in circolazione.

Quindi, ripetendo a mia volta gli itinerari su queste “palestre di roccia”, mi accorgevo che c’erano larghi settori vergini e anche più compatti, perché le vie esistenti seguivano le linee logiche dove c’erano le fessure per piantare i chiodi. Era ovvio che proprio lì, su quelle falesie, bisognava cercare la difficoltà tecnica.

I primi esperimenti li ho fatti al Sasso di Introbio perché è il più comodo. Dopo aver salito le vie aperte dal Don Agostino Butturini, mi sono calato a fianco di queste posizionando gli spit per poi cercare di salire in libera come spiegava Pietro Corti. Da lì è partito tutto, poi ci sono stati gli sviluppi che hanno portato alla situazione di oggi.

Terrei a precisare comunque che allora non vedevo questi esperimenti come una cosa rivoluzionaria, considerandoli più semplicemente come una naturale evoluzione dell’alpinismo che era già in corso.

Anche i nostri “antenati” infatti hanno sempre cercato di salire vie sempre più difficili e già da qualche anno si parlava di settimo grado, andando oltre il mitico “sesto”. Nel 1977 Reinhard Karl ed Helmut Kiene aprirono la via Pumprisse al Fleischbank nel Kaisergebirge (Austria), gradandola provocatoriamente VII grado. Difficoltà che sarà ufficializzata nel 1979 aprendo finalmente verso l’alto la scala tradizionale delle difficoltà su roccia. A maggio del 1977 Antonio Boscacci e Jacopo Merizzi salirono la placca della Nuova Dimensione in Val di Mello, dichiarando VII-. Verso la fine degli anni ’70 Ivan Guerini ripeté alcune vie del Sasso di Introbio in Valsassina (Lecco) senza utilizzare i chiodi per la progressione, parlando di VII / VII+.

Marco Ballerini su L’Ange en decomposition, Verdon, 22.04.1984

Marco Ballerini su L'Ange en decomposition, Verdon, 22.04.1984

Pietro Corti sa esattamente che intorno alla metà degli anni ’70/ ’80 si aprivano vie lunghe al massimo 50 metri in stile classico, salendo dal basso e proteggendosi con i chiodi come se si fosse su una qualsiasi parete alpina. Mi ha detto di essere affascinato dall’idea che io, arrivato in auto alla base del Sasso, decidessi di chiodare la prima via sportiva del lecchese.
Lo ha intrigato anche la scelta dei nomi di quelle prime vie sportive, un modo anche quello per segnare una differenza rispetto al passato. Fino ad allora c’erano la Via degli Amici, la Via Cassin, la Via dei Ragni; nel resto delle Alpi era la stessa cosa. Con l’avvento del free climbing anche il modo di intitolare le vie nuove cambiò radicalmente, non è una invenzione mia, ma io e altri labbiamo applicata agli itinerari di arrampicata sportiva.

Devo proprio andare indietro con la memoria: più di trent’anni. Oltre il tramonto al Sasso di Introbio credo proprio sia stata la prima via nel lecchese che possa essere definita di arrampicata sportiva. Poi c’è stata, sempre al Sasso, Incubo motopsichico.

Allora si andavano a cercare nomi che adesso mi fanno sentire davvero un po’ ridicolo… Ci terrei però a dire che l’arrampicata sportiva come l’abbiamo vista noi in quegli anni era estremamente diversa dal fenomeno di oggi, che rappresenta la tematica di questo convegno. All’epoca l’arrampicata sportiva serviva per migliorare, per spingere al massimo sul grado, per allenarsi e alzare ancora il livello.

Oggi, in parte, è ben altra cosa. Come affermavano anche altri, la falesia è diventata un terreno di gioco per tantissimi stili di arrampicata. Non ci vanno solo gli alpinisti per allenarsi nelle stagioni in cui non si può frequentare la montagna, oppure gli scalatori puri per alzare il grado; ormai l’arrampicata in falesia è un’attività fine a se stessa che coinvolge anche chi non ha particolari traguardi alpinistici o sportivi, ma ci va solo per divertirsi. Quindi è giusto che questa attività venga vista nel modo più allargato possibile.

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Le possibilità di sviluppo delle falesie del Lecchese

Possibilità di sviluppo per le strutture di accoglienza del territorio, in previsione di un incremento turistico legato all’outdoor
di Ruggero Meles (Distretto Culturale del Barro)
Il presente post è tratto dalla relazione che Ruggero Meles fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio. Vedi anche: http://www.alessandrogogna.com/?s=Progetto+di+valorizzazione+delle+falesie+lecchesi e http://www.alessandrogogna.com/?s=il+sistema+delle+falesie+lecchesi

L’idea di un convegno sull’arrampicata sportiva nel lecchese è nata inizialmente per far conoscere alle Amministrazioni questo particolare fenomeno, che sta portando migliaia di persone sulle falesie della Provincia e che, in altre zone prealpine simili alla nostra, ha generato consistenti benefici economici.

Sulla Falesia di Galbiate. Foto Archivio: Alessandro Ronchi
Meles-Galbiate-A.RonchiParallelamente, grazie a un progetto della Comunità Montana Lario Orientale – Valle San Martino, si concretizzerà a breve una prima riattrezzatura del Corno del Nibbio ai Piani dei Resinelli.
La metodologia che sarà seguita nell’attuazione dei lavori, è frutto dell’esperienza maturata con gli interventi già realizzati nell’anno 2002 e che hanno interessato un centinaio di itinerari in Grigna Meridionale e Medale.

Da queste importanti premesse è nata l’idea di pensare e presentare altre opportunità offerte dal nostro territorio, in ambito sportivo, prendendo sempre l’arrampicata sportiva come immagine e volano, per uno sviluppo di un turismo specialistico “outdoor”, con un doveroso occhio di riguardo alla sostenibilità.

Nonostante sia l’escursionismo l’attività outdoor di gran lunga più rappresentativa sulle montagne lecchesi, l’arrampicata, spesso erroneamente definita come sport “estremo” in nome di una inutile spettacolarizzazione, ha invece dimostrato nel corso di questi ultimi quindici anni caratteristiche di attività estremamente popolare. Rappresenta, inoltre, per il nostro territorio un elemento distintivo, data la presenza di numerosissime strutture rocciose concentrate in un’area relativamente ristretta attorno alle città di Lecco e Valmadrera e in Valsassina.

L’arrampicata su roccia, è una delle principali chiavi di lettura della storia dell’alpinismo lecchese che si è sviluppata in una particolarissima situazione ambientale di forti contrasti tra la città ed i suoi immediati dintorni: un magnifico ambiente naturale in parte ancora incontaminato. Se, quindi, una parte importante della notorietà internazionale del comprensorio lecchese è dovuta all’ambiente, all’alpinismo ed ai suoi protagonisti, va anche rimarcato che questi ultimi sono e sono stati, fin dagli anni ‘20/’30 del secolo scorso, soprattutto dei rocciatori.

Anche se siete in buona parte amministratori e arrampicatori da falesia vi sarà capitato di trovarvi in cima alla Grignetta o al Resegone o più semplicemente sul Coltignone ai Piani Resinelli o sul monte Barro in una sera limpida di inverno. Guardando verso la pianura si vedono accendersi a poco a poco le luci dell’ormai unica grande città che da Milano si espande fino a Lecco, Varese, Bergamo e oltre…
Le uniche macchie scure che si vedono corrispondono alle montagne o ai laghi.

Lo storico francese Jacques Le Goff faceva notare come una volta, nel Medio Evo, si recintassero le città per proteggerle dal mondo naturale e di come invece adesso si recintino i parchi naturali per proteggerli dal mondo antropizzato.
E’ importante che queste macchie scure rimangano così come sono: un luogo dove noi e gli abitanti della grande pianura possiamo ancora perderci su un sentiero, giocare sulle rocce, sederci sotto un albero a guardare le formiche, correre in bicicletta, volare con un parapendio oppure nuotare, remare, sentire il vento che gonfia le vele.

La nostra terra è una “terra di mezzo” tra la grande area urbana e l’area alpina. Qualcosa di simile a quello che hanno descritto i nostri amici trentini, anzi ancora più unica perché più vicina alle grandi aree metropolitane.

Una precoce rivoluzione industriale ha segnato il nostro territorio in questi due ultimi secoli, la grande fabbrica e la piccola e media officina sono entrate nel nostro DNA dando lavoro e benessere, ma anche facendo passare in secondo piano questa straordinaria natura che ci circonda e che si mostra anche solo guardando dalle finestre di questo salone.

I dati sul turismo in montagna forniti dall’Assessorato al Turismo della Provincia di Lecco mostrano con chiarezza le enormi possibilità di crescita in questo settore evidenziando come in questi ultimi anni vi sia stata addirittura una flessione del turismo interno a causa della crisi economica.

Così come il Corno Nibbio è stato riscoperto come parete d’arrampicata da Comici negli anni Trenta, allo stesso modo occorre reinventare il nostro territorio.
Siamo partiti dall’arrampicata considerandola il primo tassello di un mosaico che mostri le possibilità di sviluppo sostenibile che l’outdoor, il “fuori dalle porte” di casa o delle città, può offrire al nostro territorio.
Siamo partiti da questa pratica perché fa parte, assieme al ferro, della nostra tradizione.

Come abbiamo visto, l’arrampicata sportiva attira sul nostro territorio un gran numero di appassionati; come diceva Pietro Corti, sarà necessario verificare i numeri, studiare e quantificare il flusso e pensare alle possibilità di accoglienza, non in una logica di sfruttamento estremo che in breve ucciderebbe quello di cui vuole nutrirsi, ma in una logica di rispetto e, quando possibile, di miglioramento dell’esistente.

Marco Ballerini su Calypso, Antimedale (metà anni ’80)
Marco Ballerini su Calypso, Antimedale, GrignaSia nelle relazioni di oggi sia nei momenti di colloquio informale che abbiamo avuto in questi giorni, i relatori trentini hanno più volte evidenziato analogie tra il nostro territorio e il loro come per esempio:
– il clima insubrico che permette attività all’aperto per molti mesi dell’anno;
– la presenza storica di attività ricreative sportive in particolare su roccia, su terra, in acqua e aria quali: escursionismo, arrampicata, mountain bike, parapendio, canoa, vela, canottaggio e, anche se, ancora in fase meno sviluppata, wind surf.

Va giudicata come estremamente positiva la presenza al convegno dei gestori degli ostelli (Eremo Barro, Oggiono, Olginate) oltre che delle associazioni dei rifugi. Mentre dovranno essere nuovamente contattati gestori di B&B, Camping e alberghi così come è significativa la presenza e il coinvolgimento di rappresentanti delle istituzioni: Comunità Montana, Distretto Culturale, Regione, Provincia, Amministrazioni Comunali, amministratori del Parco Regionale del Barro e rappresentanti della Camera di Commercio.

Per evitare che questo rimanga solo un convegno prendiamo l’impegno di risentirci a breve e tentare di costruire con le strutture di accoglienza e le istituzioni un polo di accoglienza che si riconosca nel marchio “Larioest – arrampicata sportiva” e tentare di far conoscere le potenzialità del nostro territorio, anche in chiave Expo Milano 2015. Accoglienza e attività outdoor, ma con la massima cura al rispetto del territorio perché Expo Milano 2015 è un obiettivo importante, ma l’esposizione passerà mentre le nostre montagne e il lago hanno accolto i nostri antenati, ci accompagnano nella nostra vita e osserveranno i nostri figli e nipoti.

Come Distretto Culturale lavoriamo da alcuni anni con Michelangelo Pistoletto, il grande artista che ha inventato il simbolo del “Terzo Paradiso” ormai diffuso in tutto il mondo e che è stato esposto lo scorso anno sulla piramide del Louvre.
Pistoletto dice con questo simbolo: c’è stato un primo paradiso che è quello naturale, ed è ormai irrimediabilmente perduto.
C’è stato un secondo paradiso, quello artificiale, in cui l’uomo pensava di risolvere tutto grazie alla tecnologia e anche questo ha dimostrato i suoi limiti.
Il terzo paradiso sarà la fusione armonica di questi due paradisi con un incontro tra il territorio naturale, l’uomo e la sua tecnologia. Il nostro territorio ha le potenzialità per diventare un laboratorio dove sperimentare il Terzo Paradiso.

Cito adesso il sociologo Aldo Bonomi, che da un paio d’anni sta collaborando col Distretto Culturale del Monte Barro. Il Distretto raduna nove comuni più vari enti che operano intorno a questa piccola montagna circondata da ogni lato da territori antropizzati ed elevata a simbolo di nuove relazione tra gli uomini e tra uomo e natura.
Bonomi divide la società in tre grandi categorie: i rancorosi e purtroppo nel mondo dell’alpinismo lecchese ce ne sono stati tanti nel passato e hanno mostrato l’incapacità di mettersi d’accordo, la difficoltà a lasciar perdere il proprio particolare e capire che un gruppo, tante volte, è una cosa bellissima al suo interno, ma esclude tutti quelli che sono fuori.
Una volta don Agostino Butturini, il creatore del gruppo Condor mi ha detto: “Facevo fatica a chiamarlo ‘Gruppo Condor’ perché il gruppo è una cosa bella, ma tende a escludere quelli che non ne fanno parte…”.
Aldo Bonomi dice che ci sono appunto i rancorosi e poi c’è la società degli operosi che sono persone che fanno; capaci di costruire e di fare, ma che non hanno una visione ampia delle situazioni. Infine c’è la società di cura, la gente che si “prende cura”, che è capace di progettare un territorio, di prendersi cura di questo territorio.
Lui dice: “Attenzione!!. I rancorosi parlano, si lamentano, ma non agiscono. Ma quando si saldano agli operosi allora rischiamo momenti terribili”.
Bisognerà fare in modo che chi vuole prendersi cura del territorio collabori con chi opera e che si crei una sinergia che può davvero cambiare la realtà.

Per evitare che questo rimanga solo un convegno bisognerà che le persone presenti diano il via a interventi che rispettino persone e ambienti superando la visione di un turismo esclusivamente “di consumo”. La realtà di Arco presentata da Seneci e da Veronesi racconta di un turismo che si rivolge a un’utenza più consapevole del bisogno di “benessere” che può e deve conciliarsi con uno sviluppo economico sostenibile.

postato il 23 luglio 2014

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Il Sistema Falesie Lecchesi

Il Sistema Falesie Lecchesi
di Pietro Corti
Il presente post è tratto dalla relazione che Pietro Corti fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

L’arrampicata sportiva è un fenomeno che ha rivoluzionato il mondo verticale, dunque anche quello del Lecchese. Espongo in estrema sintesi cos’è l’arrampicata sportiva, mettendola a confronto con l’arrampicata classica per meglio comprendere la portata di questo fenomeno.
E’ importante capire di cosa si sta parlando perchè le differenze tra queste due attività hanno cambiato radicalmente l’approccio all’arrampicata in tutto il mondo, con sviluppi di ordine tecnico ed economico, impensabili all’epoca in cui tutto ha avuto inizio.

La Bastionata del Lago di Lecco con evidenziato il Lariosauro. Foto: Larioclimb

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L’arrampicata classica si basa sull’avventura, e la salita di una parete o di uno spigolo roccioso non si esaurisce nel gesto tecnico, necessario per superare la difficoltà. Bisogna fare i conti infatti con altre variabili, spesso incontrollabili o difficilmente gestibili, che obbligano al superamento dei propri timori e chiamano in gioco l’esperienza individuale. L’aspetto psicologico diventa quindi un elemento determinante per la buona riuscita dell’ascensione.
Alcuni esempi: gli ancoraggi presenti in parete, di solito chiodi tradizionali da fessura, possono essere di dubbia affidabilità e spesso lo scalatore deve decidere in pochi attimi se aggiungere altri punti di protezione, o se assumersi il rischio di avanzare, cosciente di non essere adeguatamente “protetto”.
L’ambiente in cui ci si muove inoltre (pareti di qualche centinaio di metri di dislivello in ambiente alpino) obbliga ad affrontare pericoli oggettivi di vario genere, quali principalmente: la caduta di pietre od il sopravvenire del maltempo, che può rendere necessarie complicate ritirate. Altri elementi caratteristici sono l’isolamento, la lunghezza dell’itinerario, la possibilità di dover affrontare sezioni di roccia friabile: tutte situazioni che aumentano lo stress fisico e psicologico.

L’arrampicata sportiva, la cui filosofia originale si fonda sull’innalzamento della difficoltà, ha invece un contenuto quasi esclusivamente tecnico che consiste nel superamento di un itinerario nel miglior stile, cioè “in libera”. Questa attività rappresenta una evoluzione della breve epoca del Free Climbing, con il quale ha in comune il concetto di base che l’ancoraggio serve solo per fermare un’eventuale caduta e non va usato come appiglio/appoggio per la progressione.
L’aggettivo “sportiva” si riferisce alle poche ma precise regole che determinano con chiarezza il livello della prestazione.
Lo scalatore deve concentrarsi sui movimenti per trovare il giusto mix di forza/resistenza per salire la parete utilizzando le asperità naturali, accettando il “volo”, uno dei principali tabù dell’arrampicata classica, come normale eventualità. L’ancoraggio deve essere quindi affidabile al 100% per non costituire un freno psicologico. Oltre a questo, vengono ricercate le condizioni per eliminare i pericoli oggettivi, quali la roccia friabile e il rischio del maltempo.
Anche il metodo di “apertura” della via è radicalmente diverso; nell’arrampicata classica il nuovo itinerario viene salito dal basso, affrontando di volta in volta le incognite della ricerca della via migliore, invece, in arrampicata sportiva, il tiro viene “chiodato” od “attrezzato”, calandosi dall’alto e fissando le protezioni (ancoraggi ad espansione, Spit-Fix, o chimici, i Resinati).

Questo gioco delle differenze, comunque, non vuole certo stabilire una classifica tra quale delle due attività sia la più importante. Anche perché le salite negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso di alcuni giganti della “libera” lasciano ancora oggi tutti a bocca aperta.

Con il passare del tempo, inoltre, si è molto diversificato il pubblico che frequenta la falesia, il tipico terreno dove si svolge l’arrampicata sportiva. Nel primo periodo, fino alla fine degli anni ’80, gli scalatori sportivi provenivano prevalentemente dall’alpinismo e dall’arrampicata classica e dovevano così affrontare il radicale cambio di mentalità imposto dall’arrampicata sportiva. Per molti, soprattutto alcuni famosi alpinisti dell’epoca, non è stato facile rimettersi in gioco per misurarsi con itinerari di lunghezza ridicola rispetto alle severe salite alpine, ma con difficoltà tecniche di gran lunga superiori.

Costoro dovettero cercare dentro di sé una motivazione del tutto nuova, per riuscire ad acquisire una mentalità sportiva che imponeva rigore e rispetto delle regole del gioco. Ecco quindi il principale elemento psicologico (oltre al superamento della naturale paura del volo) che ancora oggi rappresenta una discriminante tra gli scalatori normali ed i migliori.

In seguito le falesie accolsero visitatori nuovi e, soprattutto, con l’avvento di un’etica di chiodatura meno severa come vedremo più avanti, il numero dei frequentatori è aumentato a dismisura, con provenienze dagli ambienti più disparati tanto che, ormai moltissimi scalatori, non conoscono la montagna, ed alcuni non hanno mai toccato nemmeno la roccia, scalando solo sulle grandi strutture artificiali indoor.

Nel frattempo, grazie anche allo sviluppo delle conoscenze sull’allenamento specifico, il livello tecnico si è alzato fino al 9b+, traducibile più o meno come XII grado e si è potuto constatare quanto questo sport sia praticabile con ottimi (ma anche strabilianti) risultati da persone “over 50” o da ragazzini di 10 anni che già riescono a muoversi sull’8a, il X grado.

Morcate, Sponda orientale Lago di Lecco. Foto: Pietro Buzzoni
SistemaFalesieLecchesi1
I protagonisti della storia dell’arrampicata lecchese
La tradizione dell’arrampicata, prima che dell’alpinismo, è molto radicata nel nostro territorio, e un filo diretto unisce gli scalatori del passato a quelli di oggi. A moltissimi di noi è capitato di stringere gli stessi appigli afferrati con forza ed eleganza dai nostri predecessori sulle rocce delle montagne lecchesi, ma con loro abbiamo in comune soprattutto l’emozione che proviamo alzando lo sguardo verso le pareti.

Con l’avvento dell’arrampicata sportiva è nata anche una nuova figura, quella del “chiodatore”, che disegna con la fantasia i movimenti sulla roccia vergine, per poi realizzare i nuovi itinerari pulendo erba e sassi mobili e fissando gli ancoraggi. Questo convegno ci sembra quindi un’ottima occasione per rendere omaggio pubblicamente a tutti i chiodatori del territorio, alcuni dei quali hanno dedicato anni a questa attività. Ringraziamo la categoria attraverso il veterano Delfino Formenti, che opera a livello di volontariato da quasi 30 anni; a lui e ad Alessandro Ronchi, quest’ultimo sostenuto a suo tempo dal CAI di Vimercate, si deve l’attrezzatura di 16 falesie in Provincia di Lecco per un totale di 830 itinerari: circa il 45% del totale attuale.

Oltre a loro vogliamo ricordare anche gli altri, iniziando dai pionieri che hanno attrezzato le prime falesie della Provincia fin dall’inizio degli anni ’80: Marco Ballerini e Stefano Alippi, e poi Giuseppe Bonfanti, Christian Brenna, Pietro Buzzoni, Valerio Casari, Pierantonio Cassin, Domenico Chindamo, Paolo Crippa, Roberto Crotta, Beppe Dallona, Flavio De Stefani, Saverio De Toffol, Lele Dinoia, Massimo Disarò, Rino Fumagalli, Marco Galli, Lele Gerli, Claudio Gorla, Roberto Lainati, Matteo Maternini, Christian Meretto, Gino Notari, Luca Passini, Virgilio Plumari, Norberto Riva, Gianni Ronchi, Aldo Rovelli, Giacomo Rusconi, Adriano Selva, Andrea Spandri, Paolo Vitali.

Il nuovo terreno di gioco: le falesie
L’aver ricordato i chiodatori ci porta a presentare le falesie della Provincia di Lecco. Per quanto accennato sopra, l’avvento dell’arrampicata sportiva ha portato non solo una rivoluzione tecnica ed etica, ma ha stimolato la ricerca e lo sviluppo di un terreno di gioco nuovo, quasi del tutto ignorato dalle generazioni precedenti di scalatori.

L’arrampicata classica si svolge infatti prevalentemente in montagna, e il territorio della Provincia di Lecco è famoso per le guglie della Grigna Meridionale e le grandi pareti della Grigna Settentrionale, che rappresentano il tipico ambiente “alpino” severo, isolato ed impervio. Alcune strutture di più comodo accesso venivano invece utilizzate in primavera, in vista delle “campagne” estive, per rifarsi la mano e l’occhio sull’arrampicata. Erano le rare “palestre di roccia”: il Nibbio, la Corna di Medale, le torri al Passo del Fo’ al Resegone, alcune paretine nei dintorni di Valmadrera e Civate o, fuori Provincia, il Sasso d’Erba.

L’arrampicata sportiva nasce invece proprio sulle strutture considerate “minori”: comode da raggiungere, di roccia compatta, quasi del tutto prive di pericoli oggettivi. Gli itinerari sono brevi, in genere una singola lunghezza di corda dai 20 ai 30/35 metri, ma mettono a dura prova lo scalatore che talvolta per venirne a capo deve effettuare diversi tentativi. La scalata diventa un appassionante rebus per individuare la giusta sequenza di movimenti mani/piedi o le posizioni di riposo e richiede intuito, grinta e determinazione nell’affrontare sezioni particolarmente intense, al limite del volo. Una pratica troppo scomoda da realizzare su una via di più “tiri”.

Il Sasso d’Introbio
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Questa ricerca è iniziata anche da noi intorno al 1979/1980, quando Marco Ballerini (alpinista e maestro di sci e raffinato scalatore lecchese) intuisce che, le piccole pareti alte poche decine di metri di cui è disseminato il territorio, possono diventare il terreno ideale per alzare il livello tecnico delle difficoltà, senza dover fare troppi chilometri. La prima struttura della Provincia (ed una delle prime in tutta la Lombardia) ad essere interpretata in ottica sportiva è il Sasso di Introbio in Valsassina, a pochi chilometri a nord di Lecco.
Proprio al Sasso Marco Ballerini “Bàllera” attrezza con fix ad espansione e trapano, calandosi dall’alto, i primi itinerari sportivi, raggiungendo subito l’VIII grado inferiore.

Dopo il Sasso di Introbio è la volta della Bastionata del Lago e dell’Antimedale, anch’essi chiodati con criteri molto selettivi, cioè protezioni assai distanziate tra loro, che rendono i passaggi più difficili sempre “obbligati” e richiedono di mettere in conto voli di discreta lunghezza. Un forte deterrente per chi proveniva dall’arrampicata classica … Infatti in queste prime falesie non c’era mai troppa ressa! L’arrampicata sportiva esplode invece come fenomeno di massa intorno ai primi anni ’90 quando, accanto all’apertura di “tiri” sempre più difficili, un ristrettissimo numero di scalatori/chiodatori inizia con passione e competenza a pulire da erba e sassi mobili nuove falesie, attrezzando anche itinerari su difficoltà più contenute e con ancoraggi un po’ più ravvicinati. E’ un ulteriore, radicale cambiamento di approccio alla scalata, che porta migliaia di persone sulle falesie.

La storia dell’arrampicata sportiva nel Lecchese inizia sul Sasso di Introbio in Valsassina, frequentato fin dal 1974 da un sacerdote scalatore, Don Agostino Butturini, con un gruppo di ragazzini della scuola media del collegio Volta di Lecco: i mitici “Condor”. Dopo pochi anni il milanese Ivan Guerini, quello del settimo grado sul Precipizio degli Asteroidi in Val di Mello, sale le vie del “Don” al Sasso senza utilizzare i chiodi per la progressione.

Poi arriva il “Ballera”, e questo merita un capitolo a sé.

Il Sistema Falesie Lecchesi
Oggi in provincia di Lecco, dopo poco più di 30 anni, oltre alle 20 aree di arrampicata di carattere alpino con circa 300 itinerari, considerando quelli più frequentati, si contano una cinquantina di falesie. Dovessimo tracciare una carta di identità del SISTEMA FALESIE LECCHESI, potremmo scrivere (Fonte:http://larioclimb.paolo-sonja.net/index.html; non è stato conteggiato un ristretto numero di falesie non ancora completate od in stato di abbandono):
– 47 falesie, alte dai 20 ai 150 metri circa. Su queste ultime si sviluppano vie fino a 4, 5 lunghezze di corda, ma perlopiù si scala su “monotiri” di 20/35 metri. Negli ultimi anni la tendenza è quella di allungare il più possibile l’itinerario, sfruttando la lunghezza media della corda da falesia, generalmente di 70 – 80 metri.
– 1.850 itinerari di arrampicata sportiva, per circa 2.100 lunghezze di corda.

La situazione comunque è in continua evoluzione e mentre stiamo scrivendo siamo al corrente di numerosi lavori in corso.
La roccia è di buona/ottima qualità, spesso molto diversa da una zona all’altra.
Lo “stile lecchese” è la scalata su muri verticali o leggermente strapiombanti a liste e tacche, gocce e buchetti dove predomina una arrampicata tecnica e di continuità, spesso di difficile lettura, che richiede forza nelle dita e precisione di piedi. Ogni tanto si incontrano brevi sequenze esplosive per le dita, mentre non sono molto diffusi gli strapiombi. Quindi, anche se non del tutto assente, la caratteristica principale del territorio non è certo l’arrampicata atletica.
Lo spettro delle difficoltà tecniche è molto ampio, compreso tra il livello 4 ed il livello 8. Ogni scalatore sportivo, dal principiante al più preparato, può così trovare validissimi obiettivi. Mancano solo, per ora, gli itinerari sul livello 9, oggi considerati “di punta”. E questa è una sfida per le nuove generazioni che avranno il compito di individuare linee naturali che possano alzare anche nel lecchese l’asticella delle difficoltà.
Gli avvicinamenti sono comodi e generalmente brevi, da un minuto ad un massimo di tre quarti d’ora di cammino. La caratteristica prevalente delle falesie lecchesi è quella di essere inserite in un contesto paesaggistico di prim’ordine con cime dalle quote modeste (tuttavia scoscese e disseminate di formazioni rocciose) che creano ambienti selvaggi quasi incontaminati a brevissima distanza dai centri abitati e il lago, che si insinua tra le montagne come un fiordo norvegese.
Sottolineiamo allora con vigore l’importanza della salvaguardia di questo preziosissimo patrimonio ambientale, già abbondantemente intaccato da insediamenti urbani, strade, complessi industriali, cave.
La distribuzione delle falesie è caratterizzata da una maggiore densità di strutture rocciose nelle vicinanze di Lecco e Valmadrera, tutte con vista a lago, mentre la Valsassina offre situazioni più alpine, oltre all’area di arrampicata più grande del territorio: lo Zucco Angelone-Sasso di Introbio, con circa 350 itinerari distribuiti in diversi settori.
Altra caratteristica delle nostre falesie è quella di non essere particolarmente estese, a paragone di alcuni enormi complessi rocciosi in Italia ed in Europa, ma il visitatore è abbondantemente ripagato da un menù minerale molto ampio e variegato.
Ogni falesia presenta comunque particolarità specifiche, ed ognuna è in grado di “interagire” con il territorio. Per esempio il Comune di Galbiate ne ospita una sola a Camporeso, ma in questa specie di stadio naturale adatto alla scalata contiamo ben 162 itinerari.

Le principali criticità delle falesie del territorio
Voglio accennare alle principali criticità delle falesie in Provincia di Lecco. Ogni eventuale progetto turistico legato all’arrampicata (ed in particolare all’arrampicata sportiva) non può ignorare la situazione attuale.

Da qualche stagione si assiste a un notevole incremento della frequentazione di alcune falesie; infatti il maggiore interesse verso le attività outdoor e la proliferazione delle sale indoor cittadine ha portato migliaia di persone ad avvicinarsi all’arrampicata (che spesso viene vista come un economico diversivo). Le falesie più popolari in certi periodi sono quindi ben oltre il loro limite di capienza.
Questa situazione genera un impatto ambientale negativo.

Il problema sarebbe modesto in quanto l’arrampicata è una attività poco invasiva, a patto che il comportamento individuale sia rispettoso del territorio. Cosa che purtroppo non sempre si riscontra.

Altre questioni emergenti sono la manutenzione dei sentieri d’accesso, il rapporto con i proprietari dei fondi privati e, non ultima, la questione dei parcheggi.

Il problema più urgente tuttavia è rappresentato dall’obsolescenza del materiale in parete, che in certe falesie, può rappresentare un potenziale pericolo. La manutenzione, o addirittura la completa riattrezzatura è una questione sempre più attuale e la richiodatura è comunque un intervento tecnicamente complesso che va effettuato da operatori di grande competenza (condividendo il più possibile i criteri di azione con la comunità degli scalatori).

La Parete Stoppani

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Riattrezzare una falesia, infine, non può limitarsi agli itinerari di arrampicata, ma deve considerare anche lo stato della base delle pareti. Dove il terreno è particolarmente sconnesso e scosceso si possono creare occasioni di incidenti perchè chi sta “assicurando” il compagno che scala si trova in posizione precaria. Si rendono allora necessarie opere di vario genere, soprattutto piccoli terrazzamenti, per correggere le situazioni più a rischio.

Non ultimo, segnaliamo anche l’importanza di una adeguata informazione, sia sul posto che in Rete, per dare una completa visuale sulle possibilità nel territorio.

Le relazioni vanno inoltre costantemente aggiornate, sfruttando le possibilità offerte dalle nuove tecnologie di comunicazione, per far “vivere” l’informazione stessa mantenendola sempre attuale.

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postato il 9 giugno 2014