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Ferro

Ferro
di Primo Levi
(da Il sistema periodico, Einaudi, 1975)

Fuori delle mura dell’Istituto Chimico era notte, la notte dell’Europa: Chamberlain era ritornato giocato da Monaco, Hitler era entrato a Praga senza sparare un colpo, Franco aveva piegato Barcellona e sedeva a Madrid. L’Italia fascista, pirata minore, aveva occupato l’Albania, e la premonizione della catastrofe imminente si condensava come una rugiada viscida per le case e nelle strade, nei discorsi cauti e nelle coscienze assopite.

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Ma dentro quelle spesse mura la notte non penetrava; la stessa censura fascista, capolavoro del regime, ci teneva separati dal mondo, in un bianco limbo di anestesia. Una trentina di noi avevano superato il severo sbarramento dei primi esami, ed erano stati ammessi al laboratorio di Analisi Qualitativa del II anno. Eravamo entrati nella vasta sala affumicata e buia come chi, entrando nella Casa di Dio, riflette ai suoi passi. Il laboratorio precedente, quello dello zinco, ci sembrava adesso un esercizio infantile, come quando, da bambini, si gioca a fare la cucina: qualcosa, per diritto o per traverso, veniva pure sempre fuori, magari scarso di resa, magari poco puro: bisognava proprio essere degli schiappini, o dei bastiancontrari, per non riuscire a cavare il solfato di magnesio dalla magnesite, o il bromuro di potassio dal bromo.

Qui no: qui la faccenda si faceva seria, il confronto con la Materia-Mater, con la madre nemica, era più duro e più prossimo. Alle due del pomeriggio, il Professor D., dall’aria ascetica e distratta, consegnava ad ognuno di noi un grammo esatto di una certa polverina: entro il giorno successivo bisognava completare l’analisi qualitativa, e cioè riferire quali metalli e non-metalli c’erano contenuti. Riferire per iscritto, sotto forma di verbale, di sì e di no, perché non erano ammessi i dubbi né le esitazioni: era ogni volta una scelta, un deliberare; un’impresa matura e responsabile, a cui il fascismo non ci aveva preparati, e che emanava un buon odore asciutto e pulito.

C’erano elementi facili e franchi, incapaci di nascondersi, come il ferro ed il rame; altri insidiosi e fuggitivi, come il bismuto e il cadmio. C’era un metodo, uno schema ponderoso ed avito di ricerca sistematica, una specie di pettine e di rullo compressore a cui nulla (in teoria) poteva sfuggire, ma io preferivo inventare volta per volta la mia strada, con rapide puntate estemporanee da guerra di corsa invece dell’estenuante routine della guerra di posizione: sublimare il mercurio in goccioline, trasformare il sodio in cloruro e ravvisarlo in tavolette a tramoggia sotto il microscopio. In un modo o nell’altro, qui il rapporto con la Materia cambiava, diventava dialettico: era una scherma, una partita a due. Due avversari disuguali: da una parte, ad interrogare, il chimico implume, inerme, con a fianco il testo dell’Autenrieth come solo alleato (perché D., spesso chiamato a soccorso nei casi difficili, manteneva una scrupolosa neutralità, e cioè rifiutava di pronunciarsi: savio atteggiamento, poiché chi si pronuncia può sbagliare, e un professore non deve sbagliare); dall’altra, a rispondere per enigmi, la Materia con la sua passività sorniona, vecchia come il Tutto e portentosamente ricca d’inganni, solenne e sottile come la Sfinge. Incominciavo allora a compitare il tedesco, e mi incantava il termine Urstoff (che vale Elemento: letteralmente, Sostanza primigenia) ed il prefisso Ur che vi compariva, e che esprime appunto origine antica, lontananza remota nello spazio e nel tempo.

Un giovane Primo Levi
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Neppure qui, nessuno aveva speso molte parole per insegnarci a difenderci dagli acidi, dai caustici, dagli incendi e dalle esplosioni: sembrava che, secondo la rude morale dell’Istituto, si contasse sull’opera della selezione naturale per eleggere fra di noi i più adatti alla sopravvivenza fisica e professionale. Le cappe d’aspirazione erano poche; ognuno, secondo le prescrizioni del testo, nel corso dell’analisi sistematica evaporava coscienziosamente all’aria libera una buona dose d’acido cloridrico e d’ammoniaca, per cui nel laboratorio ristagnava in permanenza una fitta nebbia canuta di cloruro d’ammonio, che si depositava sui vetri delle finestre in minuti cristalli scintillanti. Nella camera dell’acido solfidrico, dall’atmosfera mortifera, si ritiravano coppie desiderose d’intimità, e qualche isolato a fare merenda.

Attraverso la foschia, e nel silenzio affaccendato, si udì una voce piemontese che diceva: «Nuntio vobis gaudium magnum. Habemus ferrum». Era il marzo 1939, e da pochi giorni, con quasi identico solenne annuncio («Habemus Papam») si era sciolto il conclave che aveva innalzato al Soglio di Pietro il Cardinale Eugenio Pacelli, in cui molti speravano, poiché in qualcosa o qualcuno bisogna pure sperare. Chi aveva pronunciato il sacrilegio era Sandro, il taciturno.

In mezzo a noi, Sandro era un isolato. Era un ragazzo di statura media, magro ma muscoloso, che neanche nei giorni più freddi portava mai il cappotto. Veniva a lezione con logori calzoni di velluto alla zuava, calzettoni di lana greggia, e talvolta una mantellina nera che mi faceva pensare a Renato Fucini. Aveva grandi mani callose, un profilo ossuto e scabro, il viso cotto dal sole, la fronte bassa sotto la linea dei capelli, che portava cortissimi e tagliati a spazzola: camminava col passo lungo e lento del contadino.

Da pochi mesi erano state proclamate le leggi razziali, e stavo diventando un isolato anch’io. I compagni cristiani erano gente civile, nessuno fra loro né fra i professori mi aveva indirizzato una parola o un gesto nemico, ma li sentivo allontanarsi, e, seguendo un comportamento antico, anch’io me ne allontanavo: ogni sguardo scambiato fra me e loro era accompagnato da un lampo minuscolo, ma percettibile, di diffidenza e di sospetto. Che pensi tu di me? Che cosa sono io per te? Lo stesso di sei mesi addietro, un tuo pari che non va a messa, o il giudeo che «di voi tra voi non rida»?

Sandro Delmastro. Archivio famiglia Delmastro
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Avevo osservato, con stupore e gioia, che tra Sandro e me qualcosa stava nascendo. Non era affatto l’amicizia fra due affini: al contrario, la diversità delle origini ci rendeva ricchi di «merci» da scambiare, come due mercanti che si incontrino provenendo da contrade remote e mutuamente sconosciute. Non era neppure la normale, portentosa confidenza dei vent’anni: a questa, con Sandro, non giunsi mai. Mi accorsi presto che era generoso, sottile, tenace e coraggioso, perfino con una punta di spavalderia, ma possedeva una qualità elusiva e selvatica per cui, benché fossimo nell’età in cui si ha il bisogno, l’istinto e l’impudicizia di infliggersi a vicenda tutto quanto brulica nella testa ed altrove (ed è un’età che può durare anche a lungo, ma termina col primo compromesso), niente era trapelato fuori del suo involucro di ritegno, niente del suo mondo interiore, che pure si sentiva folto e fertile, se non qualche rara allusione drammaticamente tronca. Era fatto come i gatti, con cui si convive per decenni senza che mai vi consentano di penetrare la loro sacra pelle.

Avevamo molto da cederci a vicenda. Gli dissi che eravamo come un catione e un anione, ma Sandro non mostrò di recepire la similitudine. Era nato sulla Serra d’Ivrea, terra bella ed avara: era figlio di un muratore, e passava le estati a fare il pastore. Non il pastore d’anime: il pastore di pecore, e non per retorica arcadica né per stramberia, ma con felicità, per amore della terra e dell’erba, e per abbondanza di cuore. Aveva un curioso talento mimico, e quando parlava di mucche, di galline, di pecore e di cani, si trasfigurava, ne imitava lo sguardo, le movenze e le voci, diventava allegro e sembrava imbestiarsi come uno stregone. Mi insegnava di piante e di bestie, ma della sua famiglia parlava poco. Il padre era morto quando lui era bambino, erano gente semplice e povera, e poiché il ragazzo era sveglio, avevano deciso di farlo studiare perché portasse soldi a casa: lui aveva accettato con serietà piemontese, ma senza entusiasmo. Aveva percorso il lungo itinerario del ginnasio-liceo tirando al massimo risultato col minimo sforzo: non gli importava di Catullo e di Cartesio, gli importava la promozione, e la domenica sugli sci o su roccia. Aveva scelto Chimica perché gli era sembrata meglio che un altro studio: era un mestiere di cose che si vedono e si toccano, un guadagnapane meno faticoso che fare il falegname o il contadino.

Incominciammo a studiare fisica insieme, e Sandro fu stupito quando cercai di spiegargli alcune delle idee che a quel tempo confusamente coltivavo. Che la nobiltà dell’Uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori, era consistita nel farsi signore della materia, e che io mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele. Che vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi: e che quindi il Sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo: a pensarci bene, aveva perfino le rime! Che, se cercava il ponte, l’anello mancante, fra il mondo delle carte e il mondo delle cose, non lo doveva cercare lontano: era lì, nell’Autenrieth, in quei nostri laboratori fumosi, e nel nostro futuro mestiere.

E infine, e fondamentalmente: lui, ragazzo onesto ed aperto, non sentiva il puzzo delle verità fasciste che ammorbava il cielo, non percepiva come un’ignominia che ad un uomo pensante venisse richiesto di credere senza pensare? Non provava ribrezzo per tutti i dogmi, per tutte le affermazioni non dimostrate, per tutti gli imperativi? Lo provava: ed allora, come poteva non sentire nel nostro studio una dignità e una maestà nuove, come poteva ignorare che la chimica e la fisica di cui ci nutrivamo, oltre che alimenti di per sé vitali, erano l’antidoto al fascismo che lui ed io cercavamo, perché erano chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali?

Primo Levi sul comignolo del rifugio Vittorio Sella (Cogne), aprile 1940
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Sandro mi ascoltava, con attenzione ironica, sempre pronto a smontarmi con due parole garbate e asciutte quando sconfinavo nella retorica: ma qualcosa maturava in lui (non certo solo per merito mio: erano mesi pieni di eventi fatali), qualcosa che lo turbava perché era insieme nuovo ed antico. Lui, che fino ad allora non aveva letto che Salgari, London e Kipling, divenne di colpo un lettore furioso: digeriva e ricordava tutto, e tutto in lui si ordinava spontaneamente in un sistema di vita; insieme, incominciò a studiare, e la sua media balzò dal 21 al 29. Nello stesso tempo, per inconscia gratitudine, e forse anche per desiderio di rivalsa, prese a sua volta ad occuparsi della mia educazione, e mi fece intendere che era mancante. Potevo anche aver ragione: poteva essere la Materia la nostra maestra, e magari anche, in mancanza di meglio, la nostra scuola politica; ma lui aveva un’altra materia a cui condurmi, un’altra educatrice: non le polverine di Qualitativa, ma quella vera, l’autentica Urtstoff senza tempo, la pietra e il ghiaccio delle montagne vicine. Mi dimostrò senza fatica che non avevo le carte in regola per parlare di materia. Quale commercio, quale confidenza avevo io avuto, fino allora, coi quattro elementi di Empedocle? Sapevo accendere una stufa? Guadare un torrente? Conoscevo la tormenta in quota? Il germogliare dei semi? No, e dunque anche lui aveva qualcosa di vitale da insegnarmi.

Nacque un sodalizio, ed incominciò per me una stagione frenetica. Sandro sembrava fatto di ferro, ed era legato al ferro da una parentela antica: i padri dei suoi padri, mi raccontò, erano stati calderai («magnìn») e fabbri («fré») delle valli canavesane, fabbricavano chiodi sulla sforgia a carbone, cerchiavano le ruote dei carri col cerchione rovente, battevano la lastra fino a che diventavano sordi: e lui stesso, quando ravvisava nella roccia la vena rossa del ferro, gli pareva di ritrovare un amico. D’inverno, quando gli attaccava secco, legava gli sci alla bicicletta rugginosa, partiva di buonora, e pedalava fino alla neve, senza soldi, con un carciofo in tasca e l’altra piena d’insalata: tornava poi a sera, o anche il giorno dopo, dormendo nei fienili, e più tormenta e fame aveva patito, più era contento e meglio stava di salute.

D’estate, quando partiva da solo, sovente si portava dietro il cane, che gli tenesse compagnia. Era un bastardetto giallo dall’aspetto umiliato: infatti, come Sandro mi aveva raccontato, mimando alla sua maniera l’episodio animalesco, aveva avuto da cucciolo un infortunio con una gatta. Si era avvicinato troppo alla figliata dei gattini appena nati, la gatta si era impermalita, aveva cominciato a soffiare e si era gonfiata tutta: ma il cucciolo non aveva ancora imparato il significato di questi segnali, ed era rimasto lì come uno sciocco. La gatta lo aveva aggredito, inseguito, raggiunto e graffiato sul naso: il cane ne aveva riportato un trauma permanente. Si sentiva disonorato, e allora Sandro gli aveva costruito una pallottola di pezza, gli aveva spiegato che era un gatto, ed ogni mattino glielo presentava perché si vendicasse su di esso dell’affronto e restaurasse il suo onore canino. Per lo stesso motivo terapeutico Sandro lo portava in montagna, perché si svagasse: lo legava a un capo della corda, legava se stesso all’altro, metteva il cane bene accucciato su di un terrazzino, e poi saliva; quando la corda era finita, lo tirava su gentilmente, e il cane aveva imparato, e camminava a muso in su con le quattro zampe contro la parete quasi verticale, uggiolando sottovoce come se sognasse.

Sandro andava su roccia più d’istinto che con tecnica, fidando nella forza delle mani, e salutando ironico, nell’appiglio a cui si afferrava, il silicio, il calcio e il magnesio che aveva imparato a riconoscere al corso di mineralogia. Gli pareva di aver perso giornata se non aveva dato fondo in qualche modo alle sue riserve di energia, ed allora era anche più vivace il suo sguardo: e mi spiegò che, facendo vita sedentaria, si forma un deposito di grasso dietro agli occhi, che non è sano; faticando, il grasso si consuma, gli occhi arretrano in fondo alle occhiaie, e diventano più acuti.

Delle sue imprese parlava con estrema avarizia. Non era della razza di quelli che fanno le cose per poterle raccontare (come me): non amava le parole grosse, anzi, le parole. Sembrava che anche a parlare, come ad arrampicare, nessuno gli avesse insegnato; parlava come nessuno parla, diceva solo il nocciolo delle cose.

Primo Levi alla Capanna Margherita (Punta Gnifetti), circa 1960
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Portava all’occorrenza trenta chili di sacco, ma di solito andava senza: gli bastavano le tasche, con dentro verdura, come ho detto, un pezzo di pane, un coltellino, qualche volta la guida del CAI, tutta sbertucciata, e sempre una matassa di filo di ferro per le riparazioni d’emergenza. La guida, poi, non la portava perché ci credesse: anzi, per la ragione opposta. La rifiutava perché la sentiva come un vincolo; non solo, ma come una creatura bastarda, un ibrido detestabile di neve e roccia con carta. La portava in montagna per vilipenderla, felice se poteva coglierla in difetto, magari a spese sue e dei compagni di salita. Poteva camminare due giorni senza mangiare, o mangiare insieme tre pasti e poi partire. Per lui, tutte le stagioni erano buone. D’inverno a sciare, ma non nelle stazioni attrezzate e mondane, che lui fuggiva con scherno laconico: troppo poveri per comperarci le pelli di foca per le salite, mi aveva mostrato come ci si cuciono i teli di canapa ruvida, strumenti spartani che assorbono l’acqua e poi gelano come merluzzi, e in discesa bisogna legarseli intorno alla vita. Mi trascinava in estenuanti cavalcate nella neve fresca, lontano da ogni traccia umana, seguendo itinerari che sembrava intuire come un selvaggio. D’estate, di rifugio in rifugio, ad ubriacarci di sole, di fatica e di vento, ed a limarci la pelle dei polpastrelli su roccia mai prima toccata da mano d’uomo: ma non sulle cime famose, né alla ricerca dell’impresa memorabile; di questo non gli importava proprio niente. Gli importava conoscere i suoi limiti, misurarsi e migliorarsi; più oscuramente, sentiva il bisogno di prepararsi (e di prepararmi) per un avvenire di ferro, di mese in mese più vicino.

Vedere Sandro in montagna riconciliava col mondo, e faceva dimenticare l’incubo che gravava sull’Europa. Era il suo luogo, quello per cui era fatto, come le marmotte di cui imitava il fischio e il grifo: in montagna diventava felice, di una felicità silenziosa e contagiosa, come una luce che si accenda. Suscitava in me una comunione nuova con la terra e il cielo, in cui confluivano il mio bisogno di libertà, la pienezza delle forze, e la fame di capire le cose che mi avevano spinto alla chimica. Uscivamo all’aurora, strofinandoci gli occhi, dalla portina del bivacco Martinetti, ed ecco tutto intorno, appena toccate dal sole, le montagne candide e brune, nuove come create nella notte appena svanita, e insieme innumerabilmente antiche. Erano un’isola, un altrove.

Primo Levi al Pian de la Tornetta, 31 luglio 1983
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Del resto, non sempre occorreva andare alto e lontano. Nelle mezze stagioni il regno di Sandro erano le palestre di roccia. Ce ne sono diverse, a due o tre ore di bicicletta da Torino, e sarei curioso di sapere se sono tuttora frequentate: i Picchi del Pagliaio con il Torrione Wolkmann, i Denti di Cumiana, Roca Patanüa (significa Roccia Nuda), il Plu, la Sbarüa, ed altri, dai nomi casalinghi e modesti. Quest’ultima, la Sbarüa, mi pare fosse stato scoperta da Sandro stesso, o da un suo mitico fratello, che Sandro non mi fece mai vedere, ma che, dai suoi scarsi accenni, doveva stare a lui come lui stava alla generalità dei mortali. Sbarüa è deverbio da «sbarüé», che significa «spaurare»; la Sbarüa è un prisma di granito che sporge di un centinaio di metri da una modesta collina irta di rovi e di bosco ceduo: come il Veglio di Creta, è spaccata dalla base alla cima da una fenditura che si fa salendo via via più stretta, fino a costringere lo scalatore ad uscire in parete, dove, appunto, si spaura, e dove esisteva allora un singolo chiodo, lasciato caritatevolmente dal fratello di Sandro.

Erano quelli curiosi luoghi, frequentati da poche decine di affezionati del nostro stampo, che Sandro conosceva tutti di nome o di vista: si saliva, non senza problemi tecnici, in mezzo ad un noioso ronzio di mosche bovine attirate dal nostro sudore, arrampicandosi per pareti di buona pietra salda interrotte da ripiani erbosi dove crescevano felci e fragole, o in autunno more; non di rado, si sfruttavano come appigli i tronchi di alberelli stenti, radicati nelle fenditure: e si arrivava dopo qualche ora alla cima, che non era una cima affatto, ma per lo più un placido pascolo, dove le vacche ci guardavano con occhi indifferenti. Si scendeva poi a rompicollo, in pochi minuti, per sentieri cosparsi di sterco vaccino antico e recente, a recuperare le biciclette.

Altre volte erano imprese più impegnative: mai tranquille evasioni, poiché Sandro diceva che, per vedere i panorami, avremmo avuto tempo a quarant’anni. «Dòma, neh?» mi disse un giorno, a febbraio: nel suo linguaggio, voleva dire che, essendo buono il tempo, avremmo potuto partire alla sera per l’ascensione invernale del Dente di M., che da qualche settimana era in programma. Dormimmo in una locanda e partimmo il giorno dopo, non troppo presto, ad un’ora imprecisata (Sandro non amava gli orologi: ne sentiva il tacito continuo ammonimento come un’intrusione arbitraria); ci cacciammo baldanzosamente nella nebbia, e ne uscimmo verso la una, in uno splendido sole, e sul crestone di una cima che non era quella buona.

Primo Levi
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Allora io dissi che avremmo potuto ridiscendere di un centinaio di metri, traversare a mezza costa e risalire per il costone successivo: o meglio ancora, già che c’eravamo, continuare a salire ed accontentarci della cima sbagliata, che tanto era solo quaranta metri più bassa dell’altra; ma Sandro, con splendida malafede, disse in poche sillabe dense che stava bene per la mia ultima proposta, ma che poi, «per la facile cresta nord-ovest» (era questa una sarcastica citazione dalla già nominata guida del CAI) avremmo raggiunto ugualmente, in mezz’ora, il Dente di M.; e che non valeva la pena di avere vent’anni se non ci si permetteva il lusso di sbagliare strada.

La facile cresta doveva bene essere facile, anzi elementare, d’estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l’altro c’erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra che io trovavo irritante.
– E per scendere?
– Per scendere vedremo – rispose; ed aggiunse misteriosamente: – Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso.
Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga.

Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora: il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale. Ci eravamo tolte le scarpe, come descritto nei libri di Lammer cari a Sandro, e tenevamo i piedi nei sacchi; alla prima luce funerea, che pareva venire dalla neve e non dal cielo, ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio: e trovammo le scarpe talmente gelate che suonavano come campane, e per infilarle dovemmo covarle come fanno le galline.

Ma tornammo a valle coi nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino. Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella ed in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi.

Non hanno servito a lui, o non a lungo. Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione. Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell’aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo. Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quegli sciagurati sgherri di quindici anni che la repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori. Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura.

Oggi so che è un’impresa senza speranza rivestire un uomo di parole, farlo rivivere in una pagina scritta: un uomo come Sandro in specie. Non era uomo da raccontare né da fargli monumenti, lui che dei monumenti rideva: stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto.

Primo Levi (da wikipedia)
Primo Michele Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato uno scrittore, partigiano, chimico e poeta italiano, autore di racconti, memorie, poesie e romanzi.
Partigiano antifascista, il 13 dicembre 1943 viene catturato dai nazifascisti in Valle d’Aosta e quindi, nel febbraio dell’anno successivo, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo. Scampato al lager, tornò avventurosamente in Italia, dove si dedicò con forte impegno al compito di raccontare le atrocità viste e subite.
Il suo romanzo più famoso, sua opera d’esordio, è Se questo è un uomo, che racconta le sue terribili esperienze nel campo di sterminio nazista, è considerato un classico della letteratura mondiale, inserendosi nel filone della memorialistica autobiografica e nel cosiddetto neorealismo.

Per ulteriore approfondimento, leggi la bella intervista a Primo levi di Alberto Papuzzi.

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Marco Albino Ferrari: il cacciatore di storie

Martedì 28 ottobre 2014, presentazione presso la sede del CAI Milano del nuovo libro di Marco Albino Ferrari, Le prime albe del mondo (Edizioni Laterza).
Dall’emozionante chiacchierata con la quale l’autore, stimolato da Alessandro Gogna, ha saputo intrattenere un pubblico interessatissimo, estraggo, quasi parola per parola, ciò che Ferrari ha raccontato di Ettore Castiglioni. E questo è solo un esempio di come l’autore sappia “cacciare” e poi finemente cucinare le storie che lo affascinano. I diari di Castiglioni erano stati curati da Ferrari e pubblicati nella collana dei Licheni con il titolo Il giorno delle Mésules, 1993.

Il turning point di Ettore
di Marco Albino Ferrari (28 ottobre 2014)

Erano i primi mesi di lavoro nella redazione di ALP, avevo 27 anni, e il potermi improvvisamente interessare in modo professionale alle storie della montagna per me era stato un cambiamento di vita radicale.

Si presentò in redazione un personaggio curioso, non tanto alto, con i capelli bianchissimi, gli occhi azzurri e vivaci, nervoso, con l’accento toscano: Saverio Tutino. Tra le altre attività, quest’uomo era direttore del Centro Diaristico di Pieve S. Stefano, dove è conservata una moltitudine eterogenea di diari, memorie, memorie intime. Tra questi c’erano i diari di Ettore Castiglioni. Conoscete tutti Castiglioni: di origini trentine ma naturalizzato milanese, era lo zio di Saverio Tutino.

FerrariPresentazioneLibro-1961718_1627556290804608_3872628474595280683_oTutino è stato corrispondente a Cuba per L’Unità, ha scritto sul Politecnico di Elio Vittorini, un personaggio quindi centrale nella cultura italiana, ma anche un giramondo e uomo d’avventura. Lui raccontava di questo zio fenomenale, l’esploratore delle Dolomiti, il compilatore magnifico e insuperabile delle grandi guide monografiche del territorio dolomitico.

Il diario era costituito, nella circostanza materiale, da sei faldoni trascritti a macchina da una signora che, innamorata di Castiglioni, dopo la morte di Ettore, ne aveva copiato i manoscritti. Occorreva fare una selezione, perché a voler pubblicare l’intero corpus sarebbero stati necessari sei volumi. In realtà dunque bisognava scartare molto e tenere un sesto del complesso degli scritti. Occorreva avere un criterio, dare una direzione, interpretare quel patrimonio tramite una precisa angolatura di visuale. Va da sé che si era scelto di focalizzare la lente sul Castiglioni alpinista. Quindi tutto ciò che riguardava l’alpinismo, la montagna, l’esperienza diretta con la roccia, con le Dolomiti, doveva essere trattato con più riguardo rispetto al resto.

Questa era un’altra pietra che cadeva dal cielo, una sorta d’inaspettata novità che mi portava a tu per tu con un altro dei miei miti, perché già da quel poco che era stato in precedenza pubblicato di suo si intravvedeva un personaggio assai complesso e ricco. Era un intellettuale, laureato in legge a Londra, figlio dell’alta borghesia, ma aveva rifiutato la carriera, la professione, e si era rinchiuso in questo mondo molto solitario, circoscritto a se stesso, chiuso, che metteva al centro della sua esistenza la montagna. Un luogo ideale, sacralizzato, che lui percorreva e nel quale vagava, per colmare lacune cartografiche, per cercare di appropriarsi dell’orografia, cosa necessaria alla compilazione delle sue guide, con una visione sistematica, classificatoria, ma nello stesso tempo idealizzante, piena di entusiasmo per questi altrove che lui raggiungeva in una specie di estasi continua. E poi c’erano i fine stagione che lui raccontava nei diari, settimane di vagabondaggio nelle Dolomiti senza meta, senza sapere dove i suoi passi lo avrebbero condotto nella notte successiva, magari in un fienile, magari in un fondovalle, in rifugio, in un bivacco… sempre da solo con il suo diario, che come amico fedele avrebbe tenuto dalla sua tarda adolescenza fino agli ultimi giorni della sua vita, nel marzo 1944.

Ferrari-presentazione-libro-10710466_10152806299863523_2002037106845618795_oEbbene, quel malloppo di scritti doveva essere ridotto, e la scelta non poteva essere fatta in orario di lavoro. Era un compito a casa che era stato affidato a me, studente che doveva imparare il mestiere del redattore. Essere alle prese con un diario inedito è un’esperienza molto intima, un dialogo muto, una sorta di rapporto a distanza, certo incolmabile perché uno dei dialoganti non c’era più: però le parole da lui vergate erano davvero intime. Normalmente ciò che l’interlocutore ti dice è quello che vuole dirti, che vuole far passare all’esterno, ma il diario è qualcosa di davvero intimo, a volte una trascrizione diretta dal nostro inconscio. E in questa sfera dell’inconscio di Ettore Castiglioni, nelle sere d’inverno passate in una camera a torre nel centro di Torino, ho trovato un periodo di grande passione. Alla fine ce la feci a riordinare la massa di materiale, aveva una logica: il lavoro era finito.

Ettore Castiglioni dopo l’8 settembre 1943 si era ritirato con un gruppo di allievi della scuola di alpinismo in Valle d’Aosta, a Ollomont, un punto strategico all’inizio del cammino per la Fenêtre Durand, uno dei pochi passaggi possibili per entrare in Svizzera. Dopo l’8 settembre c’era un viavai di gente in fuga dalla guerra e dalle leggi razziali, per tentare di rifugiarsi nell’isola di pace della Svizzera. E lì lui, Ettore Castiglioni, che da sempre aveva rifiutato la società, la relazione con gli altri, che si era rifugiato nella solitudine come categoria massima, come luogo d’elezione per stare solo a tu per tu con la montagna, per evitare il grigiume del mondo… ecco, quando gli è stato chiesto aiuto, Ettore non si è girato dall’altra parte. Non si è rifiutato, lui che si era sempre rifiutato, e nel momento in cui il mondo e la società imploranti gli hanno chiesto aiuto, lui si è girato dalla parte giusta, fino a dare la vita.

Un personaggio siffatto e con una svolta di quel tipo fa la gioia degli sceneggiatori, che chiamano turning point quel momento in cui la storia prende una direzione totalmente imprevista: affascinante, quel punto in cui tu puoi scegliere se essere te stesso come sei sempre stato sempre oppure cambiare perché c’è qualcuno da aiutare. Castiglioni si è rivelato un perfetto protagonista di turning point, da elogio. Con l’abbandono del suo spirito misantropo, si era dedicato appieno ai progughi disperati.

Dopo tre settimane di traffico e di cammino per portare in salvo ebrei in fuga per il Vallese, tra cui anche Luigi Einaudi, il futuro presidente della repubblica italiana, Castiglioni è stato arrestato dalle guardie di frontiera che lui tra l’altro corrompeva con fontine perché, quelli sì, si girassero dall’altra parte. Imprigionato a Martigny, fu poi liberato ma gli fu proibito di rientrare in Svizzera. Nel novembre 1943 tornò a Milano, una città appena bombardata, mezza vuota e sfollata. Tenne fede al suo appuntamento quotidiano con il diario, ma qui si comprende bene come gli fosse ormai impossibile confidarsi con le pagine bianche nel modo così intimo cui ci aveva abituati in precedenza. Se il diario fosse caduto nelle mani dei fascisti, per lui sarebbe stata la fine. La lettura penetra in una zona misteriosa, come è misteriosa la sua morte, che avviene nel marzo 1944. Con gli sci da scialpinismo dalla Valmalenco si recò al Passo del Forno, poi scese al Passo del Maloja e si rifugiò alle ultime luci del giorno in una locanda, dove cenò cercando di non farsi notare. Aveva uno zaino e un passaporto smaccatamente falso. Non si capisce cosa volesse fare, il diario non lo dice. Il padrone del ristorante notò quell’uomo solo, chino sul piatto, un clandestino. Chiamò le guardie che, alla vista del documento risibile, lo trassero in arresto. Lo portarono in altra sede, lo rinchiusero in una stanza in alto, dopo avergli tolto i vestiti.

Lì successe qualcosa in lui, qualcosa che può essere solo immaginato. Di fatto lui si calò dalla finestra, a marzo, in pieno inverno, a 1800 metri e fuggì verso il Passo del Muretto, a oltre 2500 metri. Si era fatto un mantello a mo’ di poncho con la coperta di lana e si era confezionato un paio di calzature con le lenzuola. Una traversata impossibile, come immaginare di traversare l’Atlantico a nuoto… pensiamo di notte, d’inverno, svestito sul ghiacciaio del versante settentrionale del passo. E poi, anche se fosse riuscito in questo pazzesco intento e fosse arrivato a Chiesa Valmalenco? Lì c’erano i neri, i fascisti… che non avrebbero certo tardato a capire cosa tramasse un figuro così agghindato in giro per le montagne. Lo avrebbero messo in prigione, quasi certamente fucilato.

Niente diario, solo la nostra immaginazione, appoggiata su alcuni fatti. E il nostro entrare in punta di piedi in un Castiglioni così interiore da preferire la morte alla prigionia.

Era impossibile cercare e trovare la libertà da quella parte, lì si trovava solo la morte. Eppure Castiglioni arrivò al Passo del Muretto, scese sul versante italiano. Ma era allo stremo, forse gli sembrò di fermarsi solo un istante a riposare e invece si accasciò, sfinito nel vento. Lo ritrovarono a primavera, con il viso immerso nella neve.

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Paura di niente, quelli di Erto

Paura di niente, quelli di Erto
di Giorgio Bertone

Qualche estate fa si chiacchierava, all’ombra della grande montagna, di libri. Con parecchi amici, tra cui Alessandro Gogna, grande alpinista genovese da tempo trasmigrato. Gira che ti rigira spuntò dal bosco il nome di Mauro Corona. Di cui non avevo letto manco un rigo. Mentre Gogna ne parlava, scuotevo sottilmente la testa, forse alludevo senza volere all’antico principio deontologico di ogni lettore di professione: “Non l’ho letto e non mi piace”. Ma Gogna ne parlava così bene…

Giorgio Bertone
Corona-Bertone_full“Allora, Alessandro, tra tutti i libri di Corona, dimmene uno”. L’ombra del bastone, fu la risposta.
Il giorno dopo ero in valle a comprarlo. Appena vidi che era un Oscar Mondadori marchiato a tondo come un manzo “Best sellers” (2005), ricominciai a dubitare. Alle due di notte l’avevo finito. M’era caduto addosso come il soffio della valanga. Qualche settimana dopo, un amico che saliva solo solo a un bivacco oltre i tremila, se lo prese in prestito. Al suo ritorno: “Ma come hai fatto, lassù, solo, a leggere un simile racconto tutto brividi e cupe persecuzioni?”, gli chiesi. “C’erano gli stambecchi, e poi è una fiaba bellissima”. Era vero, la storia tremenda e disperata di Severo Corona detto Zino, uomo perduto dalla strega Melissa che lo rotola sulla china della violenza e della follia irredimibile, lassù sulle coste ripide e nevose di Erto, sopra il Vajont e dintorni, non risponde a nessuna moda dell’idillio montano o del solito “rustico” letterario. E neppure alla sua antifrasi. C’è sotto un fibra potente che ti scuote e un mondo antico recuperato con tenacia da matto metodico. C’è poi dentro, incastonata come una gemma, la storia della piccola Neve, la bambina trasparente che non patisce il freddo: un riscatto dal male che tiene stretta la Terra?

Poi, dopo tanti altri libri (Storie del bosco antico, 2005; Le voci del bosco, 2008, per dire con i titoli che l’autore si sa costruire come personaggio)”, a Neve è dedicato tutto un romanzo di 800 pagine filate: Storia di Neve (Mondadori). Che dico? A lei sono dedicate le mani, la pelle, le ossa, la mente, la faccia scavata dai suoi stessi scalpelli di scultore di Mauro Corona, che mentre si macera sui suoi 13 quaderni narrativi, ne fa una breve cronaca in corsivo: quasi l’avventura di un eremita border line, tra entusiasmi e depressioni, tra vino e letteratura. Un calvario esaltante. Già scrutando di sbieco la mole del romanzo e le prime pagine, il lettore si fa furbo: ma qui Corona vuol misurarsi con i grandi! Addirittura con il capolavoro di Garcia Marquez. E da buon ertano, duro come la pietra e duttile come certi legni, ha la forza e il muso di dircelo chiaro, dopo un bel po’ di pagine: una saga tipo Cent’anni di solitudine “fatte le debite, anzi stradebite distanze”; tra una citazione di Borges, che c’entra e non c’entra, e una di Artaud che invece c’entra, eccome, e il lettore farà bene a mettere in tasca come la chiave di casa: “Nessuno ha mai scritto, dipinto, fatto musica e altro se non per uscir di fatto dall’inferno”. Come c’entra, per altro verso, un’altra citazione da anonimo: “E come ebbe a dire un ingegnere del Vajont: che Dio ce la mandi buona”.

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E nel nome dell’inferno mignon o extralarge che ognuno si porta dentro in gran segreto nell’inferno generale di qui, Corona si tira su le maniche e affronta la sua selva oscura. Dopo tre notti di letture di fronte a un mare furioso di libeccio, affascinati di pagina in pagina, sconvolti, ammirati, delusi, irritati, ammaliati dal tanto fiele e dal poco miele dolcissimo, si può persino lasciar perdere ogni tassonomia critica, fregarsene e abbandonarsi al più sfrenato relativismo. Magari dire che un Corona vale dieci Gabo. Urlare: leggetelo tutti. Portatevelo in un luogo solitario e vivete le ore. Tutti tranne uno: Ermanno Olmi. Che, se lo legge, gli viene un colpo apoplettico. Oppure che, sì, facciamo pure a pugni. Tanto materiale incandescente forgiato e scolpito in tal modo, – la storia principale di Felice Corona Menin, il padre di Neve, che sfrutta le doti miracolistiche della piccola vendendo miracoli fasulli e uccidendo via via uno per uno i complici e i pericolosi testimoni del marchingegno escogitato per ingannare e far soldi e oro, fino alla distruzione di tutto, l’apocalissi finale – tanto materiale “lavorato a mano” avrebbe potuto anche patire lo scalpello e la lima dell’editing con beneficio terapeutico. Eh sì! Vaglielo a proporre, l’editing. Capace di tirare fuori la manera, Corona, l’ascia da boscaiolo. E poi va bene così com’è.

La storia fa il suo giro. Fa i suoi giri ripetuti, come quelli del mulino dove Felice Corona macina le ossa e i crani degli assassinati fino a ridurli in polvere che mischia alla farina per il pane di quelli di Erto che se lo mangiano, cannibali inconsapevoli. E a nulla vale che ci sia Neve, Neve che alla nascita, nel 1919, sta per ore nel gabbiotto del cane seminuda, perché non teme il freddo, Neve che ha la pelle trasparente come vetro e che in mezzo alla pancia mostra il volto vecchio e terribile della strega Melissa, – per dire che il male è inseparabile dal bene e dire poi dell’ìmpari, iniqua divisione, dello sbilancio tra i due regni, il male eccedendo di tanto, di troppo -. Neve che si scioglie in acqua tutte le volte che avvicina il suo amore, il ragazzo Valentino, finché tentando di stare vicina per pochi secondi all’impossibile amato, tutta quanta si liquefarà. Due, almeno, i momenti grandi, che si stampano nella mente del lettore solitario e notturno. La descrizione dell’inferno come regno delle montagne trasparenti. L’inferno è tutto vetro-ghiaccio eterno, illuminato da una luna morta. E dopo l’acqua ghiacciata, ecco il fuoco: le descrizioni dei falò di S. Floriano e S. Simon, precisati anch’essi nei minimi particolari anche tecnici, legna e uomini, tutti una razza. Con l’antico rito delle vecchie del villaggio che si ritagliano le unghie dei piedi e le mettono in una scodella da buttare nelle fiamme del falò. Rito propiziatorio o resa agli ultimi passi della vita? E una vecchia strega che piomba dentro il falò da una teleferica per fascine di legna, – descritta con un realismo che più concreto e preciso non si può -, costruita da Nani Martin detto la Gazza, perché camminava come un uccello sulle funi delle teleferiche che costruiva più che a regola d’arte, con un’abilità da mago. E poi mille episodi: il vecchio Lidio, amico di Neve, perfetto analfabeta, che legge in continuazione un libro non per decifrarlo ma per narrare a se stesso tutte le storie possibili.

Erto nuova
Erto
Altro che Cent’anni: in fatto di onomastica non c’è genealogia di Aureliano Buendia che tenga, né Ursula, né Santa Sofia de la Pietad. E poi, se si vuole continuare a tener duro, il romanzo di Marquez è il regno della metafora, quello di Corona il regno della comparazione: “la foiba comunica con il Vajont come il tubo di grondaia con il tombino”, “la strega Sentina, con due gambe storte che con tre si poteva fare una ruota”. Al “realismo magico” del colombiano farà da dirimpettaio un concretismo naturalistico che sorregge il noire fiabesco, come una struttura perfetta di listelli sotto un orrido Personaggio da processione. La minuta conoscenza della costruzione, fattura, uso e abuso degli attrezzi, delle cose, del corpo degli alberi e degli animali e degli uomini, non ha eguali. Solo che poi Corona ci dà sotto con il grand-guignol. In quel paese di fuorilegge, dove anche i preti rischiano l’osso del collo, dove regna la vendetta a usura (“non occhio per occhio, ma occhi per occhio”), in quel paese di “povera gente impiantata come spine su costoni magri e ripidi”, in quella valle primitiva e aspra dove il tempo si è fermato e la maledizione principale è che forse Erto era un paradiso e “lassù non lo sapevano”, con una fantasia ultrasudamericana, Corona costruisce la sua macchina feroce, episodio dopo episodio, efferatezza dopo efferatezza, “copa” questo e “copa” quell’altro, spruzzi di sangue a raggera per effetti speciali da western all’ertana, con soluzioni sceniche macabre a volte ben alleviate dal tono di conto fabulistico e dallo stile similpopolano.

Erto vecchia
Erto
Ciocca triste e fera? O piuttosto l’impuntarsi capronesco e incupito di chi non può più accettare né esprimere la bontà o la felicità che gli sta dentro? Teste Artaud? Così l’autore si butta a capofitto nel suo gotico rusticano e alpestre da saga nordica, tanto da far sospettare una schidionata di leggende locali (con tanto di canzoni, filastrocche, proverbi), salvate dal diluvio dell’oblio non per via di un Bene qualsivoglia ma di un Male onnipresente, e rivissute sulla propria pelle come una questione personale e privata, privata come una vendetta. E perciò usa un finto parlato semidialettale che lo ficca ancor più nell’identificazione in quel maledetto paradiso di Erto. Mentre nella sua Macondo Marquez, usando un linguaggio quasi astratto e intellettuale, si stacca con ironia e conquista un nuovo tipo di epica. E ciò va detto non per fare confronti impossibili, né per abbassare l’uomo di Erto nel confronto con l’uomo di Macondo. Ma per dire che “Storia di Neve” non è soltanto il miglior omaggio a “Cent’anni di solitudine” che sia stato scritto su questo porco mondo nel quarantesimo anno della sua traduzione in Italia (era uscito pochi mesi prima). Per dire che la storia di Neve e dei suoi terribili e mirabolanti compaesani è un libro potente e fantastico, che non teme confronti. Paura di niente, quelli di Erto.

Beppe Grillo e Mauro Corona
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postato il 27 gugno 2014

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Su un futuro della letteratura alpinistica

È molto difficile esprimere per iscritto la realtà del pro­prio sentire la montagna senza che talvolta abbia predominanza quello che possiamo chiamare il sentire comune. La passione per la montagna è un abito comune che gli appassionati indossano come una divisa per fronteggiare la supposta mediocrità della propria scrittura.

Reinhard KarlLetteratura-Reinhard-Karl-DAV-fotoHiebelerQuesta può essere temperata solo con grosso sforzo di fantasia, per non servirsi del sentire comune ed evitare la solita aria fritta. Sylvayn Jouty giunse perfino a difendere provocatoriamente e per assurdo la menzogna, uni­co mezzo secondo lui per salvare la fantasia.

Patrick Cordier
Letteratura-cordier-hqdefaultIl sentire comune spesso si veste di animosità. Un entusiasmo animoso è spesso meno efficace di un tono più distaccato. Però occorre rispetta­re l’entusiasmo dell’autore, quando è equilibrato. Il libro di Reinhard Karl, Montagna vissuta: tempo per respirare ha avuto un ottimo successo di pubblico e di critica. Quest’autobiografia avrebbe sofferto molto se, per risparmiare, l’editore avesse lesinato sulla qualità, sul numero e sulle dimensioni delle illustrazioni. La personalità di Karl e il suo genuino messaggio si avvalgono non soltanto del testo ma anche della bellezza delle immagini, nelle quali si respira veramente, come promette il titolo.

Joseph ConradLetteratura-JosephConradLo stesso compromesso tra autore ed editore deve essere previsto anche nel caso della costrizione di un’opera originale a «elemento di collana». Quest’operazione, se può essere necessaria, a volte è veramente distruttiva. Se un libro risulta amorfo è spesso per questo motivo: costringere la creatività e l’individualismo di Patrick Cordier nel libro Les Prealpes du Sud della collana Denoël Les 100 plus belles courses dev’essere stato un iter faticoso e ricco d’incidenti diplomatici, al punto che mai più Cordier si impegnò in operazioni di quel genere.

Herman Melville

Letteratura-herman_melvilleIl grosso pubblico ha bisogno della «grande esperienza». Finché l’opera è rivolta esclusivamente ad alpinisti, il sentire comune che di solito la permea impedisce il contatto con il grosso pubblico, proprio perché il sentire comune è un sentiero non produttivo, non creativo. La letteratura alpinistica fa l’effetto di un piatto di liofilizzati per astronauti servito ad una tavolata di buongustai.

Fare di un libro d’alpinismo un piatto appetibile anche al grosso pubblico è l’operazione più difficile. Ma allargare il pubblico è l’unico mezzo per deghettizzare la letteratura d’alpinismo e toglierla dall’impasse. Per ovviare a questa difficoltà che è forse l’unico grande ostacolo che si frappone tra la letteratura per élite alpinistica e la letteratura più universale, sono state battute diverse strade, la più importante delle quali è la dealpinisticazione della letteratura. La «grande esperienza» è fatta di semplicità e di potenza, qualità che colpiscono direttamente il cuore di un lettore medio. Molti «esperimenti» sono di ordine commerciale, volti più a solleticare le curiosità morbose di competenti ed incompetenti che non a dare una qualche misura di potenza con una dimostrazione di semplicità.

Con l’eredità culturale di un Fosco Maraini, non sono pessimista su questo avvenire: Herman Melville e Joseph Conrad toc­carono i tasti giusti per il mare, evocarono potenze misteriose in una dimensione di semplicità naturale e selvaggia. Evocarono quindi dei miti che albergano dentro di noi e li fecero agire. Ma non dimentichiamo che gli dei e i miti non abitavano soltanto le rive e le profondità dei mari: abitavano pure le altezze dell’Olimpo e delle montagne in genere.

Fosco MarainiFosco Maraini in cima al Monte Grondilice (Alpi Apuane)Il mito è semplice e potente al mare come in montagna. Il mare è sempre stato zona d’avventura e di contatto con altri uomini e con al­tre terre. Non credo che Melville e Conrad avrebbero potuto scrivere così ai tempi di Ferdinando Magellano e di Cristoforo Colombo. L’esplora­zione delle montagne è stata invece superata dall’aereo che sorvola le Alpi, nelle spedizioni alpinistiche extraeuropee il contatto con gli abitanti locali è solo contrattuale, come ai tempi degli inglesi con i nostri alpigiani. Il gioco dell’alpinismo è e rimane più fine a se stesso che non il percorrere i mari, avventura più ricca di futuri imprevedibili.

Scopo ultimo quindi della catena alpinista-autore-editore-lettori (alpinisti e non) dovrebbe essere quello di diffondere un sentire che viva di mito, cioè di semplicità e di potenza interiore. La «grande esperienza» deve quindi conservare il carattere alpinistico, perché se assume quello contemplativo, senza l’azione, si avrebbe una letteratura di montagna a sentire comune e se, al contrario, assume un prevalente carattere sportivo, senza pensiero e senza avventura, si ha una letteratura sportiva, in genere assai arida e priva certamente di mito.

La «grande esperienza» non può avere solo un carattere spirituale: deve filtrare un’azione prolungata e intensa, vivere non solo di mente ma anche di fisico.

Tra questi due estremi dunque si svolge il futuro della let­teratura alpinistica. Per fortuna possiamo dire che esplorazione e conquista della montagna sono quasi a una fine geografica: e non ci possono più distogliere dal vero scopo. Necessariamente esplorazione e conquista sono manifestazioni in generale giovanili di una cultura e di una civiltà: sono dell’opinione che la «grande esperienza» deb­ba essere «adulta».

In ultima analisi infatti un libro è solo un veicolo, più o meno veloce ed efficiente. Velocità ed efficienza dei veicoli crescono con la reale ne­cessità dei passeggeri. Se il «viaggiare» dei passeggeri subirà un grande salto di qualità, corrispondente alla «grande esperienza», è assai probabile che i veicoli si adeguino in fretta e bene. Forse siamo molto vicini al grande salto.

postato il 22 maggio 2014

 

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Quando scalo sono felice fisicamente

Erri De Luca: «Nella scalata ho scoperto una felicità fisica»
Intervista a Erri De Luca da parte di Patricia Jolly (www.lemonde.fr, 28.03.2014)

Prolifico autore tradotto in trenta lingue, Erri De Luca, 63 anni, è conosciuto per la sua opera che s’ispira alla sua infanzia napoletana in una famiglia borghese rovinata dalla guerra. La sua passione per la scalata, meno famosa, è comunque ben presente nei suoi romanzi. Specialmente in Sulla traccia di Nives (Milano, Mondadori, 2005), conversazione con Nives Meroi in una tenda al campo base del Dhaulagiri sulla durezza della vita in quota, ma anche in Il peso della farfalla (Milano, Feltrinelli, 2009.), dove racconta una ruvida storia in parallelo tra un bracconiere e un camoscio. O ancora in Il torto del soldato (Milano, Feltrinelli, 2012), ambientato nelle Dolomiti.

Cosa ti ispira il fatto di far parte dei sei membri della giuria del 22° Piolet d’Or, l’Oscar dell’alpinismo mondiale?
Sono stato invitato per il 2013, ma non ero disponibile. Quest’anno ho avuto una certa curiosità, per avere una misura dello stato e della nobiltà dell’alpinismo, ma non sono così sicuro d’essere proprio al mio posto. Troppo poca esperienza in materia, anche se mi tengo al corrente tramite un sito internet specializzato.

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Ma tu sei comunque uno scalatore… e non da poco…
Ho cominciato a forza di guardare le Dolomiti. Ho avuto voglia di toccarle con mani e piedi. Essere napoletano non era una ragione sufficiente per non voler esplorare l’altra estremità del mio paese. Ho cominciato da solo, poi mi sono iscritto a un corso per imparare le manovre di corda. Scrivo con facilità, ma la letteratura serve a tener compagnia alla gente: nella scalata ho scoperto una felicità fisica e la prova che l’età non era ancora un ostacolo. A forza di lavoro e di allenamento, sono riuscito a fare in Dolomiti una via di alto livello. Avevo 52 anni.

Sei stato membro della giuria del Festival di Cannes qualche anno fa: si può confrontare con l’essere al Piolet d’Or?
Valutare dei film non è altro che stabilire una scala di gusti. Al Piolet d’Or la giuria deve fare una scelta tra degli estremisti del vuoto che si confrontano con i loro limiti senza mai smettere di spingerli oltre. E’ un’altra responsabilità. Trattarli come semplici atleti sarebbe riduttivo. L’alpinista che cade spesso perde la vita. Quelli che come me non si fidano dell’acqua, in tutte le sue forme, anche neve e ghiaccio, e hanno bisogno di un contatto ben più sicuro con la pietra, di solito cadono al massimo fino al capo della corda.

Il tuo libro Sulla traccia di Nives comunque prova che in qualche modo sei affascinato da quel genere di acqua…
Nives Meroi e suo marito Romano Bennet sono degli amici di viaggio. Ero curioso di avvicinarmi a una cima di ottomila metri. L’ho fatto con loro, ma la voglia non l’ho più. Vedo la montagna come un luogo in cui l’uomo è ospite non invitato. Quelle cime himalayane non dovrebbero tentare un uomo più di una o due volte nella vita, altrimenti diventa un vizio. Il desiderio di tornare sempre da quelle parti è una forma di persecuzione che uno s’infligge da solo.

Erri De Luca su Viaggio = infinito, 8b+, Grotta dell’Arenauta (Sperlonga). Foto: Fabiano Ventura
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I nominati al Piolet d’Or presentano la loro spedizione con un supporto audiovisivo: la maestosità delle immagini della montagna può soverchiare il puro e semplice racconto della loro ascensione?
Immagini ben messe in scena o documenti fotografici sono solo un complemento. Possono essere magari più efficaci per qualcuno, ma io, in quanto scrittore, sono ben più sensibile alle parole e alla voce di chi racconta. Ciò che importa veramente è la relazione fornita dagli autori di una salita. Comunque questa relazione dev’essere sobria: i più verbosi e chiacchieroni raramente sono quelli al livello tecnico più alto.

Erri De Luca e Mauro Corona
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I concorsi del Piolet d’Or tentano di far evolvere la loro formula e la base etica. Al momento non esigono prove sostanziali della riuscita di una cima e si basano solo sulla parola degli alpinisti…
Le prove sostanziali non sono necessarie, perché le bugie hanno le gambe corte. Non vanno mai lontano nella vita. Al contrario, si dovrebbe prevedere una menzione speciale per i grandi tentativi. Perché, se il successo di un’ascensione non è solo il raggiungere la vetta, la vittoria suppone per lo più alcuni tentativi mancati e ritirate che non si dovrebbero mai dimenticare.

Per biografia e opere di Erri De Luca

postato il 7 aprile 2014