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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 3

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 3 (3-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

La pancia: l’istinto come arma positiva.
Nel gergo di tutti i giorni, noi parliamo tanto della “pancia” – cioè ascoltare la pancia; se per esempio tu vai ad arrampicare sabato, ma la tua pancia dice che c’è qualcosa che non va, cosa fai?
Qualche volta vado lo stesso, ma puoi essere sicura che allora non mi diverto! Non mi diverto per niente.

“Divertire” – ti ho beccato, ti sta bene, non volevi mica non usare questa parola? (Ride).
La pancia è l’istinto. Devi allenarti all’istintualità. L’istinto è un’arma che abbiamo, un’arma molto forte e positiva che tu hai per fare fronte all’io. L’istinto è proprio l’inconscio che hai dentro di te, che sei tu alla fine. Io sono, tu sei, noi siamo: ci sono delle parti che riconosciamo e delle altre che non riconosciamo. Le parti che riconosciamo sono le più forti. Questa è la mia convinzione di base. Che poi non sono certo io a inventarlo. Alla fine è una figurazione, è un modo per capirci, per cercare di capirci. La parte che non riconosciamo ogni tanto manda segnali che in psicologia sono stati riconosciuti come i déjà-vus, le visioni a occhi aperti, i sogni e anche le emozioni istintuali: in presenza di questi, non puoi non dirti: “un momento, sono avvertimenti che non so spiegarmi”. Non ti arrivano dal tuo io. Il tuo io dovrebbe registrare questi segnali e non gettarli come se fosse merda, cosa che normalmente invece fa. L’istinto è una delle forze, è una delle energie veramente positive.

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E con mistero cosa intendi?
Per mistero intendo semplicemente tutto quello che non sappiamo. Che è tanto. Portando la parola “mistero” al discorso iniziale della pervicace ricerca del proprio destino, questa ricerca è una continua e dolce, mite aggressione al mistero. Adesso, cara mia, pensiamo al mangiare. Cosa vuoi bere – del bianco o del rosso?

Sinceramente io normalmente a pranzo non bevo…
Ma oggi sei con me, dunque bevi e basta!

Va bene, capo! Tu avevi scelto quella strada della ricerca interiore. A partire dal ‘75. Ma poi ti sei messo con una donna che tu stesso hai detto che raffigurava il contrario, se ho capito bene. Questo per salvarti?
Sì. Per salvarmi, ma non ho agito coscientemente, è ovvio. Ma se m9i guardo indietro non può che essere stato così. Ci sono delle persone che ti riportano con i piedi per terra. E Bibi mi ha riportato con i piedi per terra facendo due figlie con me, che non è roba da poco… E Guya mi ha riportato con i piedi per terra in un altro modo ancora. Mi hanno riportato entrambe con i piedi per terra, ma non è che io fossi chissà dove, semplicemente avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a non esagerare – non mi fa tanta paura il pericolo, l’entità del pericolo, quanto come lo affronto; cioè non ho paura del pericolo in se stesso bensì del fatto di non esserci preparato a sufficienza. E se qualcuno mi aiuta, non è che mi fa schifo!

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Ma da questo potrei dedurre che tu hai una fottuta paura della morte?
Non credo di avere più paura degli altri, ce l’ho né più, né meno degli altri. Non mi sembra di avere una paura fottuta della morte, credo di avere una paura normale. So che succederà, vediamo di farlo succedere il più tardi possibile, come penso che miliardi di persone pensino. Il momento del passaggio, quello sì, penso che faccia paura – il passaggio da uno stato all’altro.

(Riscalda un avanzo di risotto, accompagnato da un bicchiere di rosso.)

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La ricerca dell’equilibrio. I sogni.
La ricerca dell’equilibrio. Facendo un ritratto di te, si potrebbe intitolarlo qualcosa come “il sottile equilibrio tra dentro e fuori”? È un concetto importante, l’equilibrio, per te, vero?
Sì. Tra il dentro e il fuori va abbastanza bene. È una visuale che sento mia. Con il tacere che dicevo prima, parlando metti un piede di qua e uno di là e si va a perdere quest’equilibrio. Puoi anche parlare del sottile equilibrio tra la mia coscienza e la mia incoscienza (intesa ovviamente come inconscio).

Avendo trascritto così tanti sogni – oltre 2000 – ti aiuta?
Tu perché mi hai parlato di sogni violenti che hai fatto tu?
(Si riferisce a una parte di conversazione qui non riferita).

L’intervistatrice, Christine Kopp
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Perché non ci avevo più pensato prima, sapevo di aver sognato quello che ho sognato prima della morte di mio fratello – quando poi è veramente morto, è stata una cosa molto potente. Sognavo che lui moriva, o assassinato o in un incidente, comunque sempre una morte violenta. Mi ha impressionato. Ovviamente mi sono anche chiesta quanto era una premonizione della sua morte o quanto io volevo che accadesse.
Per me nessuna delle due. I sogni sono uno strumento che riguarda esclusivamente noi stessi. Quindi non vedo come si possano applicare a quelli che ci stanno attorno, non può esserci premonizione di cose che riguardano altri individui. A maggior ragione per “il quanto volevi che accadesse”.

La tua prima osservazione è: mi si offre la visione della futura morte di mio fratello. La seconda è: voglio che succeda. Secondo me nessuna delle due è il significato del sogno. Perché se vuoi ci sono delle biblioteche intere di Freud, Jung, ecc. che te lo spiegano… Solo la cabala napoletana pretende cose del genere… Psicanalisi e psicologia analitica dicono altre cose. L’interpretazione del sogno non va mai nel senso di prevedere il futuro.

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Il sogno è una fotografia della tua situazione interiore, dove però le figure che noi utilizziamo pittoricamente – uomini, donne, mamme, figli, sconosciuti – di solito hanno delle precise funzioni. Per esempio in genere se tu sogni una donna, un’amica o anche no, queste figure femminili rispecchiano esattamente quello che è il tuo inconscio. Sognare invece la figura di un fratello o di un uomo per te è in genere la rappresentazione di quello che Jung ha chiamato “l’animus” (“anima” nel caso un uomo sogni una donna). Animus e anima sono la rappresentazione della parte inconscia più profonda, quella “collettiva”.

I fatti che il sogno ti racconta sono messi lì non perché avvenga la morte, ma perché avvenga una rinascita (come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto). Se pensi in termini di rinascita, e non di morte, cambia tutto perché in effetti sognare che tuo fratello morisse non ha nulla a che fare con tu fratello vero ma con la figurazione che ti stai facendo (aggressiva) del tuo inconscio collettivo. Penso che la tua necessità di uccidere questo inconscio collettivo sia il frutto di come sei stata educata. Il conscio collettivo (come dire l’ego collettivo) reprime l’inconscio collettivo esattamente come tutti tendiamo a fare a livello individuale. Lo vuole uccidere, schiacciare. E il conscio collettivo è tutto l’insieme di credenze, di condizionamenti della società che hai in te, anche e soprattutto l’autorità. Condizionamenti che ci sono senza che tu te ne accorga, di un’intera società. È vero che la società svizzera è diversa per esempio da quella italiana. E queste differenze sono proprio date da condizionamenti che vengono dalla nostra storia. I condizionamenti consci vengono dalla società civile, te li insegna, “la forchetta devi tenerla così”; nel caso dei sogni con tuo fratello parliamo invece del conscio collettivo, quei condizionamenti che non sono riconducibili alla tua educazione ma al fatto che sono ben presenti in una società e in una cultura.

Stiamo parlando, nel tuo caso, di tutto ciò che la maschilità in senso generale possa rappresentare. La caratteristica violenza significa che c’era nel momento del tuo sogno un grosso contrasto tra il fatto che tu eri spettatrice di qualche cosa che andava verso una fine violenta e la tua necessaria e futura presa di posizione. Violenza ripetuta e ripetuta, come se fosse un’esigenza. Quello che viene sottoposto al sognatore, è l’esigenza del sognatore, non l’esigenza di altri.

La tua esigenza, in quel momento, era che ti si creassero delle condizioni per cui tutti questi tuoi condizionamenti determinati dal tuo non-essere maschile potessero in qualche modo essere eliminati.

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Non c’entra niente tuo fratello, dimentica tuo fratello: la tragedia era raffigurata per farti capire che tu volevi troppo bene a questi condizionamenti, che invece dovevi eliminare. La tragedia era per questo, questo era il significato del sogno. Dimentica che fosse lui, perché lui non c’entra. Lui era la rappresentazione del tuo inconscio collettivo, e quando si hanno dei sensi di aggressività verso l’inconscio collettivo in questo modo, da farlo morire nei sogni, sei oltre un certo gradino, vuole dire che stiamo esagerando nella repressione. Ti posso fare un elenco di cose contro cui mi sono ribellato o vorrei che la gente si ribellasse, per esempio contro la superficialità che io condanno e che vedo molto tipica degli italiani.

Io non so per quale motivo sei venuta in Italia. Un individuo che lascia un paese, un posto… un motivo c’è. Io sono stato per 20 anni a Genova, poi sono venuto a Milano. Dovevo farlo! Per fortuna l’ho fatto! Dovevo andare in un’altra città, dove io potevo esercitare meglio quelle che erano le mie tendenze che nella città dove ero nato non potevo fare. E lì c’è stato anche da parte mia una ribellione contro quello che era stato sia il conscio collettivo dei genovesi, che è una cosa allucinante, sia anche l’inconscio collettivo. Una volontà di andare fuori. Non sono mai arrivato a sognarlo, anche perché l’ho fatto abbastanza presto.

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Tu avevi sorelle o fratelli?
No, ero da solo.

Sai, è interessante. Ho fatto la maturità con il latino. L’italiano era una materia facoltativa, ma avevo già troppe altre lingue, tra cui il russo facoltativo, e non mi lasciano fare anche l’italiano. Fatta la maturità sono andata subito di mia volontà in Italia, a Firenze, per fare un corso di italiano. Sapevo già di voler fare la scuola per traduttori con l’italiano. (L’unica cosa che sono riuscita a fare prima era frequentare un corso facoltativo sempre sulle novelle di Giovanni Verga – ho cominciato con Verga…). Dopo ho fatto la scuola per traduttori, ho fatto anche sette mesi a Bologna. Ho cominciato a lavorare, ma per anni l’italiano non era importante. Poi, molti anni dopo, per lavoro ho conosciuto Lecco e Natale Villa e mi sono trasferita qui. E adesso sto con Eugenio in Valsassina. E pensa che già mio nonno materno, che io non ho mai conosciuto, aveva lavorato in Italia, a Barletta, prima della prima guerra.
Una delle cose più potenti dell’inconscio è la lingua. È un serbatoio gigantesco, quasi infinito di sensazioni, emozioni, ecc. che possiamo definire inconscio. Siccome tutte le parole nelle varie lingue sono diverse e quindi anche i contenuti. Quando una parola come te sente il desiderio di…

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… volevo proprio un’altra lingua, cercavo un’altra lingua!
… avevi bisogno di uccidere la tua lingua, veramente, parliamo a livello raffigurato, ovviamente, per rinascere in un’altra lingua. E non mi stupirei se fossero abbastanza simili i due periodi. Pensaci tu.

Un’altra cosa interessante è che la mia passione sono sempre state le lingue (e i fiori – ma fare un mestiere con i fiori non sarebbe valso abbastanza nella mia famiglia). Poi una cosa stranissima è che io sono cresciuta a Berna e so parlare il dialetto bernese, che è un dialetto forte e ben distinto. Ma casa e in famiglia parliamo il lucernese, visto che i miei vengono da Lucerna. Adesso quando parlo con bernesi o vallesani (che sono abbastanza vicini come dialetti a quello bernese), faccio un mix stranissimo tra bernese e lucernese e mi da molto fastidio. Con gente da Lucerna verso Nord e verso Est parlo il lucernese e mi sento bene, ho la mia identità. Invece quando parlo quel mix strano non sento una mia identità; ma non riesco neanche a parlare solo il lucernese, cioè quella che è la mia madre lingua vera. Mi adatto, a metà, ma mi fa stare male. In italiano questo problema non ce l’ho, mi sento “una”, con un’identità, che tra l’altro sarà un po’ diversa di quella primaria, svizzera.
… un’altra identità, sradicandoti dalla tua identità svizzera…

Infatti, sono anche andata abbastanza in crisi per questo. Chi sono? Chi sono in Italia, in Svizzera? Quali sono le mie radici?
Hai presente gli arancioni – vestiti di arancione, andavano in giro danzando, ora ci sono i seguaci di Osho… Io capisco perfettamente l’ansia di un individuo che non si riconosce più (o non a sufficienza) nella propria religione, quella in cui è cresciuto. E che in qualche modo cerca istintivamente un’altra via. Allora viene a contatto con queste religioni orientali, ecc. e ne rimane affascinato. C’è chi le abbraccia rimanendo quello che è, quindi senza esagerare, e c’è chi le abbraccia andando in giro a chiedere l’elemosina, suonando il sitar. Questo è il casino che dicevi tu. L’abbandono delle tue radici non va bene. È qualcosa da evitare.

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Ma forse non sapevo neanche bene dove e cosa erano le mie radici! Il discorso è che come dici tu, dovevo andarmene, forse; poi, certo, le radici svizzere ci sono, in una serie di cose, di condizionamenti, forse volevo combattere i condizionamenti trovandomi altre radici. Nnon sono più così convinta che uno ce le ha solo dove è nato, ecc. Una parte sì, certo. Ma forse dopo tutto puoi mettere altre radici, come le piante, come certe piante. Certe non puoi trapiantarle, morirebbero. Altre ti fanno altre radici, puoi anche tagliare un ramo e questo cresce e fa radici in un altro posto!
Abbandonare le proprie radici è molto pericoloso perché ti espone a una serie di disadattamenti improvvisi dove ti chiedi “ma chi sono io”. Nello stesso tempo però tu sai perfettamente che dovevi andare. Allora era l’uccisione per la rinascita. Questo è il discorso. Io non vorrei abbandonare mai completamente le mie radici genovesi, sono per me una sicurezza che c’è un senso, sono un po’ utilitarista in questo senso.

In casi come noi, certo, vai via, capisci l’importanza del posto da dove vieni, questo non lo nego. Io sono svizzera…
… ma tu per esempio ridi delle battute che fanno a Lucerna? E anche di quelle che fanno a Lecco?

Ma certo!
Questo è importante. Ridere non è razionale. È la traduzione dei nostri contenuti. La cosa che dovresti andare a vedere un po’ è capire quelli che sono stati i periodi importanti… Il primo amore, il secondo amore… Sono sempre gli stessi che girano.

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Certo, lo faccio continuamente. Oggi i sogni li contempli ancora? Li trascrivi ancora?
No, anche perché effettivamente sogno di meno. E i sogni che faccio non hanno quella potenza che invece avevano gli altri. Il trascriverli non è un’operazione così semplice – devi essere attrezzato, aver il libricino pronto, ecc. L’ultimo che ho trascritto sarà di quattro, cinque anni fa. Infatti, non ne sento più il bisogno. Magari li ascolto abbastanza per non avere la necessità compulsiva di trascriverli per poi poterci pensare. Prima li scrivevo perché era talmente forte la voglia di prevaricazione del mio io che di certo li avrei cancellati, non me li sarei più ricordati. Adesso questo non c’è più, quindi non c’è bisogno di scriverli. Anzi non ho neanche più bisogno di ricordarli.

Ma ti ha aiutato?
Certo. Ho fatto anch’io il mio percorso. Ho fatto tre anni di psicanalisi che è stata una delle più belle cose che ho mai fatto. Non per cura, ma per mio volere. E quindi mi è servito eccome. Era in questo periodo che cominciavo a capire come agiscono queste forze e l’insegnamento è stato quello di non rifiutarle. Neanche le più cattive. Sono convinto che più vuoi cancellare, rifiutare, più saranno violenti questi sogni. Cioè più è forte quest’azione di compressione, più i sogni saranno violenti perché c’è urgenza da parte del sogno di farti capire che la situazione è drammatica. Più una cosa nel sogno come emozione o colori è forte, più c’è bisogno dentro di te che questa cosa vada presa sul serio. È abbastanza semplice. Quando salgo sul tram e sento parlare una persona qualunque, che magari dice cretinate ed è antipatica, la prima cosa che penso è che sono proprio quelle le situazioni che io cerco di schiacciare; la presenza di questa persona è la rappresentazione concreta di questo mio atteggiamento che dovrebbe essere corretto. Così la giornata non è mai noiosa, anche gli eventi più banali diventano significanti!

… la classica proiezione…
Sì. La giornata che si svolge, da quando ti svegli, poi fai una telefonata, incontri delle persone, ecc., tutto questo turbinio di parole, di fatti che ti capitano puoi benissimo dimenticare tutto, puoi benissimo lasciare stare, ma sarebbe sprecato. Perché tutto quello che tu vedi attorno a te, secondo me, è importante e arriva anche a delle azioni correttive – per esempio tra me e Guya c’è un continuo e scherzoso dibattito su cosa significa avere un gatto in casa. Da una parte io dico per scherzo che è una grandissima rottura di coglioni… Lei sa benissimo che io scherzo, che voglio bene al gatto. Però possono esserci delle cose anche più serie; per esempio lei tende a personificare oltre ogni limite attribuendo anche qualche intelligenza al gatto che io dubito che abbia. Lei mi dice “guarda come ti tocca con questa zampa”, io tendo a non dare importanza a questa cosa, ma so che questa zampa ha la sua importanza, succede che faccio un po’ di correzione, a quel punto essere toccati con quella zampa è una manifestazione di affetto, mentre se non ci fosse nessuno a fartelo notare, mi perderei qualcosa. Ecco perché ti dico che forse la terza moglie è la più semplice, perché sono queste le semplicità di cui sto parlando e di cui ho bisogno. C’è indubbiamente più attenzione a certi particolari.

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Ma con lei parli di alpinismo, del tuo blog?
Lei fa la parte di quella che mi tiene un po’ con i piedi per terra. Da una parte una, due volte sono andato da lei e le ho detto “guarda cosa ho scritto” ed era la cosa più polemica, contro quello, contro questo, allora lei mi ha risposto “vedrai che ti arriverà qualche querela!”. “Ma che cazzo dici, ma pensa te!” Dopo invece ci pensi e le dai ragione. Se invece è una cosa troppo tecnica di alpinismo, allora lascio perdere. Lascio abbastanza al caso. Forse tempo fa avrei voluto che lei leggesse per esempio il post sulla “pervicace ricerca del destino”, in realtà non l’ha letto – magari l’ha letto per conto suo, ma non credo. Lei è piuttosto insensibile a certe cose, ha il suo equilibrio, non è portata a questa ricerca, anzi, evidentemente è portata ma non lo fa. Altrimenti non starebbe con me, e io lascio stare. Il fatto che piaccia a me dividere il pelo in quattro non è che lo debbano fare tutti. Tranne magari quando stiamo parlando di problemi di qualcuno, in famiglia, di amici, e una volta lei mi chiamava continuamente “il piccolo Jung”… (Ride).
Lei ha questa abilità di dissacrare, dissacra tutto, mette tutto un po’ sul ridere. E questo è bello, a me piace.

Ti dà anche la giusta leggerezza dell’essere, se no ci perdiamo…
Per cui cercare di convincerla o comunque metterla davanti a dei contenuti che so già che non la interessano, non vale la pena. Ecco perché non c’è questo scambio. C’è in altre forme, e va bene così. Non spingo. Lo stesso con le mie figlie. Ogni tanto vedono cosa ho scritto, mi chiedono “tu ti sei occupato di questo?”… Ho imparato a non spingere, all’inizio magari lo facevo.

Normalmente si ottiene poi il contrario, se uno lo fa…
Esatto. Cosa vuoi sapere ancora, cosa ti sta a cuore?

Allora, guardiamo l’orario. Sì, facciamo ancora una mezz’oretta. Sono senza macchina a Lecco, quindi dovrei prendere il treno delle 17.20.
Se sei venuta in treno è proprio perché qui dovevi venire senza auto, la tua essenza e basta. Nuda, senza orpelli.

La libertà non c’è senza limite.
Un discorso che non abbiamo ancora fatto è quello sulla libertà. Il fatto che la libertà non c’è senza limite, un concetto che ribadisci più di una volta. Libertà non è anarchia.
Libertà non è anarchia e non è neanche la libertà del bambino che fa quello che vuole. Il significato della parola libertà ha significato solo dentro determinati contesti. Il contesto delle scelte, appunto, che devi fare. Se non hai fatto scelte, non hai libertà. E le scelte le fai ponendoti dei limiti.

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Ma il tuo alpinismo dopo aver cominciato la ricerca interiore, e lo dici tu stesso, non è stato più così estremo… Ma oggi vai ancora in montagna. Cos’è ‘sta montagna per te? È un ambiente per te necessario per la sopravvivenza, è la passione, cos’è?
È vero che vado sempre tanto in montagna, ma è anche vero che l’età aumenta e determinate cose non le posso più fare. Non ho più l’energia, ma neanche più la voglia di farle, anche se mi piacerebbero ancora. Le ho fatte. La montagna quella della quota, della neve, dell’inverno – ho parlato della solitudine, ecc.: no, basta. Poi adesso ho anche un po’ di problemi di equilibrio, per cui non vado neanche più a sciare. Quindi anche quello è abbandonato. Quello che faccio sono salite su roccia, su mezza montagna o falesia, non proprio montagna montagna. Vado dove c’è poco da camminare, dove non c’è tanta discesa, sempre per il problema dell’equilibrio, camminando faccio fatica, mentre non faccio fatica ad arrampicare. Detto questo, avendo un po’ delineato cos’è la mia attività – magari si svolge anche sul difficile, ma comunque sul difficile protetto, vedo che il resto lo sto limitando, preferisco ad andare sul difficile protetto, anche se un po’ mi dispiace.

Se non ti limiti, l’io si potrebbe gonfiare…
Esatto. Comunque. Mi piace l’ambiente, mi piace però anche l’ambiente della campagna, non necessariamente deve essere verticale. Il fatto di andare sul verticale che cosa mi dà? Mi dà il modo di vedere anche che grado faccio in più o in meno di un anno fa, di tre mesi fa, di sei mesi fa; lo guardo e lo vedo, questo sì. Ma lo faccio più che altro per indagare il modo in cui lo faccio. Per me è la prova del nove per capire se il mio procedere nel mio cammino, nella mia pervicace ricerca del destino, sta andando nella direzione giusta o se invece sta andando nella direzione sbagliata!

E se va nella direzione giusta, cosa vuol dire?
Me ne accorgo. Se tu in quei dieci minuti di un tiro di corda o in quelle tre ore di una via vedi che li fai bene, non mi esalta dal punto di vista che li ho fatti bene ma dal punto di vista che vuol dire che io sto bene. Il fatto che sto bene mi fa procedere ulteriormente sulla strada della ricerca. Per me è letteralmente una prova del nove. Ogni volta. Con risultati non sempre univoci… Per esempio quando ci siamo incontrati l’estate scorsa al Gran Sasso ero in una fase nella quale dovevo assolutamente stare fermo. Sono arrivati anche degli amici che volevano andare assieme a me in montagna, ho detto no, sto con Guya; già vado tutto l’anno per i cazzi miei, questa volta sto con lei, non mi va di lasciarla da sola. E ho fatto bene. Quando siamo tornati si è spaccata la macchina, il gatto quasi ci lascia le penne, scena da incubo… Poi dopo a Briançon mi sono rotto il naso. Lì era chiaro ed evidente che dovevo stare fermo. Guarda caso dopo ho scoperto che c’era un problema con la tiroide; il malanno fisico è comunque importante – curiamolo, nel momento in cui tu ti sottoponi alla cura tu stai ritrovando il passo giusto della ricerca.

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Come quando mi sono spaccata il ginocchio e mi sono detta devo rallentare, andavo troppo in fretta. E fino a oggi è una parte del mio corpo che mi fa capire quando devo rallentare. Oggi comincio ad ascoltarlo di più. La mia testa, il mio io magari vorrebbero fare di più e vorrebbero che io fossi più brava – invece il corpo mi frena… Ho sempre chiesto tanto da me, anche perché hanno sempre chiesto tanto da me.
Lo spirito competitivo che ci ossessiona sono sempre più convinto derivi dalla civiltà in cui sei cresciuto, però in fine su che cosa si appoggia? Tu prima hai detto una cosa molto bella: “hai dell’affetto quando sei brava”…

Più estremo ancora; nella mia testa c’è stampata la frase “ti amiamo se tu sei brava”.
… quando sei brava, ti amiamo; questa secondo me è follia pura. Abbastanza spesso è vero che l’amore che c’è in una famiglia non viene fuori se non c’è risultato, la bravura di un figlio. Mi sembra delirante…
Dunque è nella competitività che risulta esserci trasmissione tra padre e figli.
La competitività non è una cosa che dobbiamo buttare via in sé, però appunto dobbiamo stare attenti che questo dono non superi se stesso o meglio che noi a questo dono non attribuiamo valenze che farebbero ingigantire il nostro io. Se ci riusciamo, il dono del senso competitivo rimane una cosa positiva.

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La disponibilità a sbagliare

La disponibilità a sbagliare
(intervista)

Qual è l’esperienza che più ha segnato la tua attività di alpinista?
La prima ascensione al Naso di Zmutt del Cervino da me compiuta nel 1969 con Leo Cerruti è indubbiamente l’impresa che più mi ha dato il pieno appagamento delle mie aspirazioni d’avventura; la morte dello stesso Cerruti, avvenuta all’Annapurna mentre dormiva al Campo 2, è stata la tragedia che più mi ha fatto pensare ai reali pericoli dell’alpinismo. Da allora monitoro le mie motivazioni interiori: mi interrogo sulla mia serenità, in modo da prevenire incidenti che credo sempre provocati da un malessere psichico.

Discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita, 14 settembre 1988
A. Gogna, 14.09.1988, discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita 1988, Dolomiti.

 

Quale virtù ti attribuisci?
Ho sempre vissuto le cose belle della montagna senza limitarmi all’emozione per il successo: guardarsi dentro e inserire il proprio agire nell’attività di tutta la comunità alpinistica è un qualcosa in più che arricchisce senza dubbio un’esperienza. Evita pure l’eccessivo orgoglio.

E quale difetto ti riconosci?
Non aver mai voluto allenarmi. Trovavo l’allenamento fisico noioso e ho sempre snobbato la cura del muscolo. Oggi invece credo che, se non si eccede nel ritenerlo la cosa più importante, l’allenamento sia davvero necessario, non solo per rendere di più nell’attività, ma perché è un’ottima scuola psicologica.

Che cosa invidi alle precedenti generazioni? E alle prossime?
Invidio le enormi possibilità che avevano i padri e sono tentato di dispiacermi per le prossime generazioni: in ogni caso però credo che queste sapranno trovare, nella loro esperienza, tutte le motivazioni per un alpinismo in continua evoluzione di fantasia.

Che cosa rappresenta per te la montagna?
È un vero tempio religioso, in cui entrare in silenzio e con rispetto. A volte penso che il tempio non dovrebbe ospitare un certo tipo di «fedeli»: poi però mi dico che non ho alcun diritto di giudicare.

Ti preoccupa il futuro dell’ambiente alpino?
Sì, e molto. Turismo e relativa speculazione sono i nemici. La mercificazione cui l’ambiente alpino è soggetta è decisamente preoccupante per l’ecologia dell’ambiente come per l’ecologia dei frequentatori. Quando i frequentatori sono definiti “fruitori” occorre cominciare a preoccuparsi. Frequentatori e ambiente sono un binomio ormai indissolubile e ciò che è nocivo per gli uni lo è anche per l’altro.

Ci puoi indicare tre cose da fare subito per la sua salvaguardia?
a) un’attenzione maggiore da parte di tutti (media, gestori e frequentatori) ai danni provocati dalle infrastrutture turistiche, per arrivare a una pianificazione oculata e a lunga portata;
b) una progressiva autocritica dei frequentatori della montagna (perché ci vado, cosa voglio, quanto la montagna è sottofondo alle mie aspirazioni e quanto invece è protagonista della mia esperienza). Un corollario a queste meditazioni sarebbe il progressivo disinteresse per la competizione di qualunque tipo;
c) istituire una sorta di codice non scritto ma ben presente che imponga nella stesura delle relazioni di un’impresa il resoconto di come si è trattato l’ambiente che ne è stato teatro, per arrivare a un «bravo» collettivo che includa anche il rispetto ambientale.

E tre cose da non fare?
a) non andare tutti a far gite o ascensioni negli stessi posti solo perché non si ha voglia di documentarsi o solo per dire «anch’io ho fatto quello». Questo è valido anche e soprattutto per gli organizzatori di gite sociali;
b) non pensare mai in termini di «questo nessuno l’ha fatto prima», bensì in termini di «quanta gente prima di me ha fatto questo?»;
c) non pensare che sicurezza e ambiente possano andare sempre d’accordo. La sicurezza deve prima di tutto passare attraverso la nostra serenità poi, e soltanto poi, attraverso le strutture di sicurezza di cui avremo voluto dotarci (dal semplice cordino di assicurazione allo spit, dal semplice scrivere la propria destinazione sul libro del rifugio all’avere con noi il satellitare).

Sei d’accordo con chi parla di imbarbarimento e banalizzazione dell’alpinismo?
Non capisco in che senso si usi la parola imbarbarimento. Per la banalizzazione son d’accordo solo se consideriamo che il pericolo di banalizzazione è sempre stato presente in tutte le epoche. Banalizzazione si ha nel momento in cui si dà eccessiva importanza al nostro operato. Spesso la cronaca riporta di imprese come fossero chissà cosa, poi la storia fa giustizia: la storia è la migliore arma contro la banalizzazione.

Arrampicatori e alpinisti sono sempre due categorie da tenere separate?
Non necessariamente. Sì, se vogliamo capirci mentre ci scambiamo delle informazioni sulle varie attività; no, se vogliamo interpretare personalmente il nostro alpinismo/arrampicata senza seguire schemi di alcun tipo.

Che cosa distingue fondamentalmente un alpinista da uno che pratica sport in montagna?
La disponibilità a sbagliare. Negli itinerari d’alpinismo (facili e difficili) siamo liberi di sbagliare e di interpretare perché l’attrezzatura presente in loco non ci comanda cosa dobbiamo fare. Negli itinerari di arrampicata sportiva e nelle vie ferrate questa libertà non c’è perché l’attrezzatura presente esclude qualunque possibilità di variante. La disponibilità a sbagliare evidentemente incide sulla nostra sicurezza. Si è più sicuri quando si è disponibili a sbagliare che non quando si crede che ogni possibilità di errore sia esclusa. Ma nell’opinione comune sembra che sia il contrario.

Conferenza di A. Gogna a Castellanza, 8.04.2011


Quali nuovi exploit ti aspetti nel futuro?

Ho imparato a non fare più alcun tipo di previsioni.

È possibile coniugare tradizione e sviluppo?
In teoria certamente sì, è sempre stato fatto in passato; l’ostacolo maggiore a questo matrimonio è la velocità attuale dello sviluppo che crea sovrapposizione invece di accostamento alla tradizione.

C’è un messaggio che vorresti rivolgere ai governi dei paesi alpini?
Sì, quello di attuare al più presto le risoluzioni da loro stessi prese in sede di Convenzione delle Alpi, per sistemare molte cose ora negative.

Che cosa vorresti dire ai giovani che si avvicinano alla montagna?
Di fare quello che si sentono di fare, purché cerchino la loro strada e non seguano miti precostituiti. Io da bambino sognavo la montagna e la vivevo come parte di me, in seguito ho corso il rischio di metterla da parte mentre cercavo la gloria, poi di nuovo l’ho rivissuta e la vivo come un tempio sacro. Questa è stata la mia strada e non tornerei mai indietro.

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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 2

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 2 (2-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

Puntata precedente: http://www.alessandrogogna.com/2016/09/12/due-anzi-19-000-parole-con-alessandro-gogna-1/

Il grande alpinismo. Gian Piero Motti. La tragedia dell’Annapurna. Il Sud Italia.
Allora. Non abbiamo ancora parlato di alpinismo! Il tuo alpinismo. Prima di tutto, domanda banalissima: di quali delle tue salite sei particolarmente fiero?
Ovviamente delle cose più importanti. Quella che è riconosciuta come la più importante è sicuramente la Walker da solo. Sicuro, come solitaria. E poi come prima ascensione quella del Naso di Zmutt che è considerata ancora oggi come una salita con i fiocchi. Queste sono le due cose più importanti. Poi tutte le altre… Non è che siano tanto inferiori, ma insomma… Comunque sono tutte cose che ho fatto io, quindi gli voglio bene.

Ma come mai tante solitarie?
No, io ho fatto poche solitarie. Le solitarie le ho fatte quando ero piccolo.

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Come mai?
Te l’ho detto – non avevo compagni! Solo per quello!

Non perché volevi fare la solitaria in sé?
Assolutamente no! Ho fatto tante solitarie nell’anno ‘64, un po’ anche nel ‘65, poi ho fatto la Walker nel ‘68, la via dei Francesi al Monte Rosa nel ‘69, e poi ho smesso. Poi ne ho fatta ancora qualcuna negli anni ‘90. Sono poche, non ero il Renato Casarotto che andava da solo perché voleva. Assolutamente. Le prime solitarie degli anni ‘63, ‘64, ‘65 le ho fatte solo perché non c’erano dei compagni. Infatti andavo a fare salite che erano già state fatte; non è che cercavo la prima. Non era questo il problema. Nel ‘68 e nel ‘69 ho fatto invece due solitarie dove volevo fare la prima solitaria. E poi invece quelle ultime degli anni ‘90, ero un po’ in…

… crisi mistica?
Crisi mistica… Non proprio banali, le ho pubblicate sì e no, nel senso che non gli davo una grossa importanza – fare la prima solitaria della via di Angelo Nerli (1956) sul “pilastro di sinistra” della parete sud del Monte Altissimo nelle Apuane (31 ottobre 1993), non è che era roba da mettere su una rivista. Può darsi che l’abbia detto in giro, come sto facendo adesso, che ne abbia anche scritto, così… Oppure un’altra solitaria (29 agosto 1993), sempre nelle Apuane, la via dei Carrarini sulla parete nord del Monte Sagro… Difficile, perché sulla parete più infida ed erbosa che tu ti possa immaginare…

Monte Sagro, parete nord (Alpi Apuane). 29 agosto 1993
Monte Sagro, parete nord (Alpi Apuane). 5.09.1993

Parlando di marcio: lo Scarason, la prima ascensione della parete nord-est nel ‘67?
Sì, è marcissimo! Adesso un po’ meno, perché a furia di passare, la roccia si è un po’ pulita. Siamo più o meno a 20 ripetizioni adesso.

Che importanza aveva per te?
Te lo posso riassumere in questo modo: nel ‘67 non era ancora nato il pensiero della “libera”. La libera intesa come progressione senza aiuto dei chiodi è venuta più tardi, nel ‘72, ’73, il famoso bollino giallo dei francesi alla base delle vie fatte in libera, poi la free ascent dell’Inghilterra, poi il rotpunkt dei tedeschi… Comunque per quello che riguardava le Alpi, il movimento è arrivato nei primi anni ‘70, prima non c’era. Nel ‘67 ero ancora in piena cultura dell’arrampicata mista, con scarponi, attenzione, con scarponi, quindi lo Scarason è stata la massima realizzazione dell’arrampicata mista – libera e artificiale – su calcare. E perché era la massima realizzazione? Perché le cose difficili venivano fatte sul marcio. Cosa che sulle Dolomiti, di così marcio, non era mai stato fatto. O meglio: magari era stato fatto ma usando chiodi a espansione. Che noi non abbiamo usato. Per questo ha segnato una tappa. Dopodiché è cambiato praticamente tutto. Nel ‘68 Messner ha fatto il Pilastro di Mezzo sul Sass dla Crusc, e poi pian pianino è arrivato anche il movimento della libera. Quindi è cambiato il discorso.

Alpi Apuane, Monte Sella e Monte Altissimo (parete sud) dai Prati del Pasquilio. Foto Roberto Pers
Monte Altissimo e Monte Sella dai Prati del Pasquilio , Alpi Apuane

Il Nuovo Mattino e Gian Piero Motti – quando è invece cominciato il tuo rapporto con lui e con il movimento?
Ho conosciuto Gian Piero alla fine del 1966. Siamo diventati molto amici e diciamo che lui mi ha dato molto di quello che sono state le sue teorie, il suo modo di vivere e, tornando un attimo al discorso di Oriente che ti facevo prima, anche lì Gian Piero ha avuto la sua importanza. Quindi c’è stato uno scambio sulla ricerca interiore, che ha fatto anche lui anche se poi è andato per altri binari. Gian Piero, sì, personaggio di riferimento.

E il Nuovo Mattino?
Ma sai, il Nuovo Mattino mi interessava fino a un certo punto, sì, dal ‘76 in poi ho pensato di fare queste salite cui prima non avevo pensato, salite in arrampicata libera, su falesie, su vie brevi. Infatti è da lì che poi è nato il libro 100 Nuovi Mattini, il libro “cult” che adesso stiamo ristampando uguale… Diciamo che dal ‘76 all’80 (il libro è poi uscito nell’81), il massimo delle cose che facevo era proprio questo genere di salite qua che rispecchiano perfettamente il Nuovo Mattino.

Cambiamo ancora completamente discorso. Tornando all’Annapurna del ‘73, per te deve essere stata una tragedia…
Sì, è stato un momento di crisi, sai, torni in Italia, insomma, costa un po’ dirlo, se invece dell’amico fraterno che era Leo Cerruti fosse morto un altro magari non sarebbe stata la stessa cosa; il fatto che è morto Leo, che era anche mio cognato, essendo il marito della sorella di Ornella, questo è stato veramente devastante. È stato devastante, anche per la stupidità della cosa, insomma ‘sta valanga che ha spazzato via il campo. E lì che ho cominciato a pormi delle domande anche se prima c’erano già stati dei morti tra cui Paolo Armando nel ‘70… Io mi guardo indietro e vedo che sono sopravvissuto, veramente.

In marcia verso l’Annapurna, agosto 1973. Da sinistra, Guido Machetto, Leo Cerruti, Miller Rava, Rino Prina, Carmelo Di Pietro, Gianni Calcagno
G. Machetto, L. Cerruti, M. Rava, R. Prina, C. Di Pietro e G. Calcagno verso l'Annapurna

Leo Cerruti al Campo 1 dell’Annapurna
Annapurna, spedizione italiana 1973, Leo Cerruti al campo 1

Invece, parlando sempre di alpinismo, il tuo rapporto con il Sud dell’Italia sembra essere importante…
Questa è stata proprio una mia idea. Perché quando ho fatto i 100 Nuovi Mattini che era essenzialmente situato in Piemonte, Lombardia e in Liguria (in realtà c’era anche qualche capitolo dedicato al Lazio, alla Toscana e alla Sardegna), l’idea iniziale era di fare poi un secondo volume che comprendesse il resto, l’altra parte della Lombardia, il Trentino, l’Alto Adige, il Veneto, Friuli e magari anche qualcosa di Abruzzo. Ma non l’ho mai fatto. Perché? Perché ho fatto invece il Mezzogiorno. Cioè a un certo punto mi sono detto: “Invece che andare a cercare falesie già utilizzate, già salite, perché non andare invece in posti dove non c’è niente?”. Perché in Sardegna avevo visto che non c’era niente o quasi. Con questa idea per la testa mi è venuto in mente il titolo Mezzogiorno di Pietra. E quindi sono andato… Così, come scelta precisa.

E sei sempre legato al Sud?
Sì, sai, c’è da dire che dove c’è vuoto, c’è pericolo. Sempre. Ma diciamo che sono almeno una quindicina d’anni che io non vado più a fare salite su montagne con la neve, con le piccozze… ho tralasciato, proprio per una questione di età…

O forse dovevi semplicemente, riferendomi agli episodi che ci hai raccontato l’anno scorso, portare le tue figlie e Guya al mare, tra i “luridi bagnanti”, come li chiami tu…
Anche! I luridi bagnanti, brava… Poi dovevo portarle anche a sciare… Quindi mi sono un poco più dedicato al discorso esplorativo e ho continuato in quell’ambito. Per farlo seriamente devi andare al Sud, perché qui non c’è più niente. Qui hanno chiodato tutto. Puoi ancora fare delle prime in montagna; ma se vuoi stare più in basso devi andare in Sardegna o in Calabria o in Sicilia perché altrimenti trovi con difficoltà. Ecco perché per anni ho continuato ad andare al Sud, anche dopo aver fatto il Mezzogiorno di Pietra, infatti poi ho scritto La Pietra dei Sogni, libro sottotitolato viaggio alla scoperta del freeclimbing nel Mezzogiorno d’Italia.

Viaggi, roccia, mare, sogni, idoli. Passare da un gradino all’altro.
Ma viaggi soprattutto in Italia? Non ti mancano i luoghi lontani? Per dirti, io ho fatto un periodo lungo di viaggi in Nepal, Alaska, ecc., ma ormai è da 14 anni che non sono più andata così lontano; da una parte mi chiedo se sono i casi della vita, ma dall’altra, se sono sincera con me stessa, non ho neanche ‘sta gran voglia di andare così lontano… Forse in questo momento mi piace scoprire il piccolo…
Sì, credo che per quello che ti riguarda, tu possa fare riferimento esattamente alla mia esperienza. Per me è uguale. C’è stato il periodo dal ‘71 all’80 in cui ho veramente viaggiato tanto, credo di aver fatto quasi tre anni della mia vita in Asia, se faccio due conti siamo lì…

Io ci avrò passato un anno e mezzo…
Però devo dirti che francamente non è che senta la necessità di andare ancora. L’ultimo viaggio che ho fatto un po’ esplorativo, lontano, extra-europeo è stato nel Niger con Guya nel 2007. Ormai nove anni fa. A parte Wadi-Rum in Giordania con mia figlia Petra, il Niger è stato l’ultimo. È stato bellissimo. Poi sì, ho pensato che volevo andare in Oman, ma non siamo andati. In realtà ho sempre avuto in mente di andare nel Sud dell’India, ma questo non per l’arrampicata, bensì perché lì ritengo che sia ancora veramente il cuore più profondo dell’India. Poi mi piacerebbe andare in Giappone, non a Tokyo ma in giro nella campagna, la montagna del Giappone. Basta. Tutto il resto ti assicuro che non mi interessa. In Patagonia non sono mai stato, so che è bellissima, ma se devo scegliere, non ci vado. Il Nord mi interessa pochetto perché ci fa sempre brutto… L’Alaska sarà sicuramente bellissima ma non ci sono mai andato, mentre sono andato in Canada. In America sono stato ma non mi interessa, è troppo… Non c’è vita, insomma. Se tu vai in questi posti dove non c’è vita, a me non piace.

Guya in Niger, a sud di Tchiriken
Air (Niger), sotto a Tchiriken

Vita intesa come? Ti manca la profondità, la civiltà?
Se tu vai nel Grand Canyon, c’è solo natura. A me interessano la montagna e la natura con la gente. Mi piace così. Il resto mi piace anche, ma siccome non siamo eterni e tra poco bisognerà anche morire, se devo scegliere, saprei cosa scegliere. Sceglierei la parte abitata.

Cioè non ti interessa la natura come bellezza pura in sé?
No, mi interesserebbe se avessi 200 anni di vita…

Due, tre domande brevi per finire. Roccia o alta montagna?
(Riappare Guya che è stata al telefono per un bel po’, scherzano, gli deve pulire la verdura in modo che lui possa cucinare la sera per gli ospiti; lei afferma che lui pulisce male la verdura…)

Allora, roccia o alta montagna?
Attualmente roccia. Prima era abbastanza indifferente. No, avevo anche una grossa passione per le cascate, lo scialpinismo, ho fatto tanto…

Granito o calcare?
Uguale. Ma sai, anche lì, quando pianificavo imprese e salite cercavo di farlo inseguendo certi obiettivi; se l’obiettivo poi fosse qui o fosse là, non era molto importante. Quando ho smesso di fare questo, ho badato di più alle esigenze dei compagni. Ho piantato lì di fare grandi pianificazioni, quindi mi capitava di andare in un posto piuttosto che in un altro… Ma poi rimane comunque sempre una grande predilezione per le Dolomiti, questo sì. Non tanto quelle iper-frequentate quanto quelle meno conosciute.

Mare?
Il mare mi piace da guardare, non mi piace andare in spiaggia…
(Guya gli stampa un bacio sul fronte e lo prende in giro – “poverino… – non ti piace andare in spiaggia!”.)
Ma mi sarebbe piaciuto fare più barca a vela e mare; poi barca a vela, mare e arrampicata è il massimo!
(Guya scoppia a ridere – “infatti, il secondo viaggio di nozze l’hai fatto così, e lei era incinta, poverina!”…)

E invece parlando di idoli – tu, spirito libero, hai mai avuto degli idoli?
Non ho seguito idoli, è un bel po’ che penso che ognuno debba trovare la sua di strada. Può capitare di seguire altri però prima te ne accorgi meglio è. Ho delle figure che possono essere assimilabili a idoli ma fino a un certo punto – ce ne sono tante, sai, la storia di alpinismo è piena di figure di questo genere, ne è veramente zeppa. La gente ne conosce cinque o sei; tolti i famosi Cassin, Heckmair, Buhl, Bonatti, Desmaison e Messner – la gente non va oltre. Però se appena sai un po’ come sono andate le cose, se vai a scavare nelle vite delle persone, trovi delle cose bellissime. È proprio per quello che mi interessa la storia dell’alpinismo, certe figure, certe persone. Potrei fare un elenco lunghissimo, anche qualche italiano, ma gente che ho anche conosciuto, per esempio Joe Brown, Yvon Chouinard: sono personaggi di una grandiosità che non sappiamo.

In Un alpinismo di ricerca parli di voi come “sensation seeker”, alpinisti in cerca di sensazioni forti, ma poi parli tanto della contemplazione, della ricerca interiore. Alla fine cos’è più importante?
Io credo che sia importante partire da un gradino e arrivare a un altro, dove non necessariamente i gradini sono in salita. Possono essere benissimo in piano e quindi devi saltare da uno all’altro. Non necessariamente è una scala dove arrivi sempre più in alto.

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Bonatti invece mi diceva in un’intervista che per lui la vita era come una scala – intendeva tutto come una crescita, alla fine anche lui, interiore…
Io non sono di questa opinione. La fine non c’è in ogni caso – sia che tu vada in orizzontale o in verticale, la fine non c’è – l’obiettivo non lo raggiungi comunque! Perché il giorno che muori, muori senza aver raggiunto la fine… Rimane invece il discorso della salita o del piano – non do importanza alla salita, da un settore a un altro non è che sia facile –, ma ognuno usa l’immagine che vuole. La crescita continua sì, ma la puoi immaginare anche in un altro modo: un sub ti direbbe che per lui la crescita è addirittura in discesa. Io mi immagino una cosa piana, non me la immagino in salita, pur avendo fatto tutta la vita in salita, se vuoi. Anzi, forse per quello. Trovo che sia più facile immaginarsi passare da un gradino all’altro in piano invece di immaginarti la meta sempre lassù.

Fede?
Sono di un cattolicesimo del tutto inesistente. Sono battezzato. Non pratico. Non me ne frega nulla neanche dell’ateismo, perché credo che ci sia qualche entità superiore. Perciò sono agnostico, perché credo che non siamo in grado di capire cosa ci sia oltre a noi. Anzi, trovo che il capire chi siamo esattamente noi sia già un obiettivo enorme. Poi siccome in tutta questa ricerca alla fin fine tu ti rendi conto che il creato è talmente meraviglioso che comunque c’è qualche cosa sicuramente oltre a questo, allora alla fine sì, sono credente. Però in questi termini, non mi rivolgerei mai né ad Allah, né a Dio, né a Vishnu.

Sogni?
India del Sud, Giappone e Oman…

Il destino è nelle nostre mani…
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E nella vita più immediata?
Davvero, sto così bene qui in questo momento che non ho il desiderio di andare chissà dove. Capiterà. Magari qualcuno proporrà, allora si potrà valutare. Ma impegnarci noi due, facciamo questo e questo, non lo facciamo, vero Guya?
(Guya sta lavando le verdure dietro di noi, da un bel po’. Come sempre la sua risposta è dissacrante ovvero: essendoci Pussy, la gatta, non si può mica andare via…)

Invece sogni nel lavoro, in quello che fai?
Lì sì, mi piacerebbero tante cose, mi piacerebbe essere considerato di più come scrittore, questo sicuramente. La parola considerato va bene, non è che devo vendere 200.000 copie, mi interesserebbe essere considerato di più; se questo volesse dire vendere 200.000 copie, va benissimo… Poi quello che sto facendo adesso, certo, ci sto investendo parecchio, nel senso che credo possa diventare uno strumento davvero utile di formazione, di cultura, crescita generale anche mia e quindi sì, ci sto credendo parecchio.

Sogni intesi come ambizione in montagna?
Nessuno, se non di riuscire ancora adesso a fare il 6a, il 6b, magari chissà ancora qualche giorno un 6c…

Ma ci vai regolarmente?
Quando fa bello sì, tutti i sabati e domeniche. In falesia oppure vie più lunghe di 300, 400 metri, quello lo faccio regolarmente, quando vai in valle del Sarca è facile fare 300 metri. E sono sempre 300 metri! Poi il weekend scorso siamo andati in due posti diversi in falesia.

Come un giovincello, insomma!
(Guya, sempre lavando la verdura, interviene: “Ma lui è un giovincello!”)
Prima del discorso della tiroide magari se facevo un giorno di attività mi sentivo anche più stanco; adesso invece mi accorgo che sì, sono stanco, ma molto meno e recupero, due giorni di seguito ce la faccio tranquillamente, il terzo magari sono più stanco…

Lo spero bene! Lo spero bene che ti stanchi, se no mi fai stare male… io che mi stanco eccome anche se non ho neppure 50 anni…
Sai, almeno a 70 anni ci devi arrivare a fare certe cose…
(Guya aggiunge “si spera di arrivare così, ma chi lo sa come uno arriva ai 70”…)
Sì, se mi guardo attorno, ci sono pochi della mia età; qualcuno c’è, qualcuno che fa anche meglio di me, però sono pochi…

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Lo scrivere.
Cominciamo con una cosa semplice. In tedesco c’è una bella parola: Schreibwut (la rabbia di scrivere) – quindi “schreibwütig” sarebbe l’aggettivo per descrivere qualcuno che scrive tanto e volentieri, con tanta passione, quasi ossessione… Ma tu, quanto scrivi! Mi sono completamente persa in tutto quello che scrivi…
Ci sono tre modi per confezionare gli articoli che pubblico. Uno non è rabbia, ma è “copia e incolla”, e questo lo faccio, lo fanno tutti, si tratta di farlo in modo intelligente, citando quando devi citare, ecc. Due è il modo più veloce, quello di fare scrivere gli altri e aggiungere due righe di cappello iniziale: devo leggerlo e rileggerlo, ho le mie ossessioni di ortografia e grammatica, ma non devo scrivere.

Anch’io ho le mie fissazioni…
Ma tu sei perdonata per definizione essendo di madrelingua tedesca… Quindi nella rilettura impiego tempo, anche se la maggior parte dei lettori se ne frega. Ma è utile: andando a guardare i piccoli dettagli scopri anche cose più significative che non vanno. Poi c’è il terzo modo, quello più faticoso, cioè quando crei e scrivi tu. Lì ci sono altri problemi – devo sempre aspettare il momento buono. Per esempio mi hanno dato un piccolo libro di Alberto Paleari, una persona molto cara che soprattutto scrive molto bene. L’ho letto a novembre, passati dicembre, gennaio, l’ho fatto l’altro ieri. Due mesi di gestazione per una paginetta!

Mi sono sempre chiesta: quanto una elabora il testo nel suo inconscio?
Zero per ciò che riguarda il libro di Paleari. Altre volte invece sì. In questo caso è stato un rifiuto per un motivo quasi inconfessabile – la pigrizia… Pensavo “mi tocca scrivere qualcosa che interesserà poche persone, ma io non scrivo cagate, lo voglio scrivere bene” e già questo ti fa girare le palle perché sono fatto così. Io ho bisogno del pubblico o di illudermi di averlo. Perché, in questo caso, chi legge le recensioni? Pochi.
Invece poi ci sono gli scritti dove ci metti tanto tempo perché ci vuoi pensare bene. Ogni tanto mi trovo con dei fogli di carta con tanti appunti; perché magari mi alzo alle sei e mezza e la prima cosa che faccio scrivo appunti, che poi ritrovo. Sono casi diversi. Su alcuni scritti ci metti tanto, per altri sei più avaro.

Quanti libri hai fatto?
Tra libri, saggi e guide monografiche siamo a 56… più 27 contributi, 6 curatele e 4 traduzioni.

Ancora una cosa linguistica. Il titolo Un alpinismo di ricerca non è facile tradurre in tedesco. Ricerca in tedesco viene spesso tradotto con Erkundung, Forschung, ma nel senso di “universitario” il secondo e di “esplorazione” il primo. Invece si potrebbe dire un alpinismo che cerca, in cerca di qualcosa? “Auf der Suche?”
Sì, questo è il senso.

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La pervicace ricerca del destino inteso come autodeterminazione.
E allora arriviamo alla “pervicace ricerca del destino”. Anche lì ho un problema di concetto e di traduzione. In tedesco destino è Schicksal. È quello che arriva da fuori. Ma quello che intendi tu non è di più l’altra direzione, cioè la strada che cerchi tu?
Sì. È l’autodeterminazione. Il significato della parola destino è molto ampio; in questo caso destino è usato nel senso di ciò che succederà sia di fatti sia di emozioni, quindi non visibili, non toccabili, nel futuro di un individuo: che tu cerchi però di capire adesso e quindi nel momento in cui ti sei impegnato in questa ricerca, tu è come se ti autodeterminassi il tuo destino. “La pervicace ricerca del destino” è il far coincidere la tua ricerca con quello che i fatalisti potrebbero definire le cose che non dipendono da te. Invece io sostengo che dipende da te.

Appunto, è quella la mia domanda…
Dipende assolutamente da noi.

Ma c’è un quadro esterno “dato” – il contadino delle risaie del Vietnam, tu che sei nato a Genova, io che vengo da una famiglia a Berna in Svizzera – c’è una cornice primaria del destino che ci viene data da fuori?
Sì, almeno che uno non creda nelle reincarnazioni e in cose del genere. Non lo escludo ma non mi interessa. Francamente trovo che non abbiamo strumenti, almeno io, per andare a indagare un problema che è più grosso di noi. È come dire da dove veniamo, il cosmo, l’universo, chi l’ha creato – calma, sono cose estremamente importanti, però da qui a dire che io me ne debba occupare, questo nessuno l’ha scritto. Perché? Forse perché il mio destino non è quello! Io non vado a indagare sulle origini del mondo. Se lo faccio magari lo faccio sporadicamente partendo dalle cose che mi interessano di più. Non sono così. Se appunto non mi interesso di reincarnazione e ritengo che si nasce e si muore, anche la nostra anima viene prestata a un corpo. Accettando tutte queste cose, allora accetto anche lo spirito che sopravvive alla morte del corpo e che è presente già prima della nascita del corpo. Però non sono in grado di occuparmene. Allora lo accetto e sì, questo è destino. L’accettazione di ciò che vedi. Il passato comunque non lo cambi, non lo puoi cambiare. È vero che il tempo è un concetto nostro e che forse non ha tanta importanza nel cosmo. Comunque, se io nasco bambino che sta morendo di fame in Nigeria, quello è destino, in quell’ambito difficilmente tu puoi fare qualcosa.

In questo senso la pervicace ricerca del destino di cui parli tu è un lusso che ci possiamo permettere noi!
Sì, è un lusso che uno si può permettere solo dal momento in cui tu cominci a cercare qualcosa. Perché un bambino di due mesi non cerca niente, mangia, dorme, non cerca niente, è un animale ancora piccolissimo che vive di istinto e che è ancora dipendente dalla mamma. Lì la ricerca riguarda forse gli altri, quelli che dovrebbero o potrebbero fare qualcosa per questo bambino e che non fanno o fanno troppo poco. È una condizione precisa, non è neanche destino, avrà una fine precisa, la morte. Non c’è spazio per la ricerca.

Noi invece, come giustamente hai detto tu, abbiamo la possibilità, questo lusso che ci possiamo permettere. E quindi dopo una vita in cui ne hai fatte di tutti i colori alla fine, o anche a metà, cominci a interessarti del tuo destino. È come cambiare il significato della parola destino e darle il significato di realizzazione del proprio sé, come diceva Jung. Lui lo chiamava “processo di individuazione”.

Il destino
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Processo di individuazione è proprio tipicamente junghiano; autorealizzazione è più semplice da dire, è abbastanza la stessa cosa, però autorealizzazione è più limitato. Probabilmente si riferisce più che altro al proprio io, alla propria coscienza, al proprio piccolo destino. Perché destino può essere piccolo o grande. Piccolo – sono le cose di tutti i giorni, per esempio può essere che io fra due ore esca e incontri un amico. Di questo mi interessa poco. Mi interessa non avere incidenti e basta. Il grande destino è un’altra cosa. È andare a capire quello per cui tu sei fatto, la tua precisa individuazione. Allora dire autorealizzazione è riduttivo, io mi autorealizzo se per esempio riesco a comprarmi una casa, riesco a scrivere un bel libro.

Invece il destino è altra cosa, è veramente l’individuazione di tutto il nostro essere, del nostro conscio e del nostro inconscio. Situare il nostro inconscio in una realtà che sia in qualche modo accettata invece di essere esclusa come normalmente avviene. Ci sono dei contenuti esclusi, li abbiamo esclusi noi, come già diceva Freud. Siamo stati abituati a escluderli da piccoli, poi abbiamo continuato in questo processo. Di solito, quando c’è qualcosa di brutto e spiacevole, la gente lo esclude, lo emargina dal proprio pensiero. Questi sono i contenuti dell’inconscio personale. Poi ci sono quelli dell’inconscio collettivo, e lì la materia è ancora più complessa, più potente, perché c’è una potenza, un’energia enorme in questo inconscio, perché tanto è più collettivo tanto è più potente. La potenza di quello personale è assai relativa, in confronto. L’autorealizzazione è un piccolo gradino che riguarda solo la nostra coscienza, si potrebbe quasi dire la nostra soddisfazione. Capire per esempio se la moglie con cui stai ti va ancora bene o no.

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Infatti, magari tu capisci, appunto facendo la ricerca interiore, che anche se hai dei problemi con lei devi rimanerle assieme per altri motivi…
Sì, e questo complica ancora di più le cose. Però io cercavo di dividere ciò che ritengo a un certo livello (quello superficiale) e quello che è ad altri livelli più profondi, perché più vai giù, più la materia psicologica è potente.

Ma perché sento questa paura in te, nell’intervista La pervicace ricerca del destino – parte 2? Là ti sei fermato dicendo che era pericoloso andare avanti a parlare, che era un campo minato…
Il campo minato non è qui. Mi sa che hai fatto un salto un po’ grande… Volevo un attimo specificare, tornando al discorso iniziale della “pervicace ricerca del destino”, cosa intendo per destino. Credo di averlo spiegato dicendo che sostanzialmente intendo il processo di individuazione che è fatto di tante cose. Sia da elementi passivi che da elementi attivi. Io devo attivarmi per cercare e saper cercare, devo fare proprio il detective, molto pervicace, che non molla mai. Ma ci deve essere soprattutto la capacità di accogliere quello che ti arriva per conto suo. Lo sbaglio qual è? È quando il detective ha una sua ipotesi, questa ipotesi gli piace e dice “questo episodio me lo prova, quest’altro episodio me lo prova, caspita la teoria è perfetta, queste sono le vere ragioni perché è successo una determinata cosa, perché è colpevole una certa persona”. C’è chi si accontenta e dice “basta, lo accusiamo perché è colpevole”. C’è invece chi non si accontenta. Perché sente dentro una vocina che dice “no, guarda che non è così” – questa è intuizione, intuisce che deve cercare ancora, che c’è ancora un ragionevole dubbio e non si ferma finché questa vocina scompare. Deve essere assolutamente certo aldilà di ogni dubbio razionale ed emozionale. La pervicace ricerca è questa; e il destino è proprio l’unione della tua ricerca con i fatti che avvengono attorno di te, senza accontentarsi mai, anzi quasi sperando che non ci sia mai una fine. Perché io non devo né portare un giudizio su qualcuno, né condannare… Quindi cosa mi importa che questa ricerca abbia una fine, francamente? Ha un’importanza? No, l’importante è la ricerca. È che tu ti metti in questo flusso, perché è un flusso, ti metti in quest’energia e vai. A me aldilà di certe scomode e penose situazioni, questa è la ricerca che interessa, dove mi trovo a mio agio. Perché dico penose? Perché ogni tanto purtroppo ti trovi di fronte a cose che non sono per niente piacevoli.

Concretamente come ti dedichi a questa ricerca?
È molto variabile. Può essere la giornata in cui leggi, altre no, altre che dedichi solo ad ascoltare, ascoltare gli altri, ripeto, credo che ci siano molte maniere. Tutti gli strumenti sono validi. Attivi e passivi. Per me per esempio è importante sabato e domenica andare a scalare, mi piace, questa è una cosa attiva; il pericolo è che tu stesso o qualche tuo amico ti faccia delle lodi e ti metta in qualche condizione che tu lo fai più per il tuo ego che non per altro. Questo è il grosso rischio dell’alpinismo.

E non solo dell’alpinismo!
Chiaro. Devi starci attento. Io mi accorgo quando qualcuno arrampica solo perché vuole essere considerato, lo vedo, per me è lampante.

Ma nei tuoi primi anni di alpinismo, come mi hai detto tu stesso nella prima conversazione, volevi diventare il migliore – tanto ego e presunzione, no?
Ooohh, eccome!

Poi hai capito che l’alpinismo deve essere divertimento, espressione di te stesso in un altro modo…
Divertimento è una parola dalla quale rifuggo abbastanza, non la uso mai. Vedo un sacco di gente che dice di andare in montagna per divertirsi. Ma non è vero, va in montagna e soffre. Allora saresti un masochista… Non dico che non ci debba essere la sofferenza, la sofferenza sappiamo che c’è, però attenzione: dosiamo anche questo, io non voglio assolutamente fare un cammino di sofferenza! La sofferenza la lasciamo a quelli che si frustano la schiena. Io certamente non sento di dover espiare niente se non piccole cose… Altri dicono che si divertono, effettivamente ti diverti, ma dirlo dell’alpinismo è così riduttivo… lo trovo di una povertà totale, un divertimento così inteso mi fa schifo… (Ride).

Il significato odierno di “romanticismo”
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“Divertimento” è una parolaccia! Come “romantico” che, partendo dalla precisa corrente di pensiero storica, oggi è una parola che puoi usare anche per la carezza al gatto… Divertimento ha fatto un po’ la stessa fine. Divertimento se io intendo che la mia giornata, anzi già quando dormo, è normalmente una menata, allora a un certo punto “divertimento”, che bello… Vado a giocare a pallone, a bocce, vado al bar, vado ad arrampicare – questa per me è una visione estremamente riduttiva. Chi la usa è libero di farlo, ma vuol dire che non ci ha mai riflettuto neanche un po’. C’è gente che è così, ma io faccio fatica, ammetto, vorrei muovermi io per loro, ma è sbagliato.

Ecco perché alcune volte il silenzio. Il silenzio di fronte a certe cose. Parlando del campo minato, io mi riferivo a meccanismi di inconscio collettivo potenti difficilmente prevedibili, soprattutto mi riferivo alle tragedie. Allora di fronte alla tragedia il modo migliore per essere inosservati è proprio di stare zitti. Tu stai zitto, la gente pensa che tu sia addolorato, quindi tacciamo tutti e facciamo finta di niente. Ma di fronte alla tragedia occorre reagire; c’è chi piange, che piange per due anni, c’è invece chi azzarda ipotesi o comunque vuol capire, vuole rendersi conto quanto nella ricerca del proprio destino sia anche andare incontro alla morte. In questo tipo di ricerca più preciso, nel senso che metti l’accento su un punto particolare, lì andiamo secondo me nel pericolo di parlare troppo. Perché? Nel momento in cui tu parli con gli altri – presupponendo che tu voglia dire delle verità e di non parlare a vanvera – è certo che tu abbia una discreta convinzione che tu stia dicendo il giusto… ed è lì l’errore (Ride).

Spedizione al Lhotse 1975, Aldo Anghileri a Namche Bazar
Nepal, spedizione Lhotse 1975, Aldo Anghileri

Con Aldo Anghileri, cosa vi siete detti dopo la morte di Marco?
Aldo è una persona molto semplice. Gli sono stato e gli sono vicino. Quella del figlio è stata una morte plateale, una vera “uscita di scena”. Lì ho provato a scrivere quello che sentivo nel post Marco, a che punto è la notte?, che mi deriva da un libro di Fruttero & Lucentini, ancor prima dalla Bibbia (in latino “custos, quid noctis?”, guardiano, a che punto è la notte?). Nel mio post cerco di raccontare l’individuo Marco Anghileri più o meno come è stato ed è stato visto dagli altri, ogni tanto inserendo qualche iniezione tra le righe, tipo il titolo, la visione di lui sulla cengia, la notte. La notte prima di morire. Ad Aldo non ho detto niente, ma neanche a nessun altro. C’è stato qualche accenno in altri articoli, per esempio quelli su Casarotto, L’Insubordinato 1 e L’Insubordinato 2.

È un tema dove uno rischia sempre, se parla, di offendere, di far male, di scioccare. Chi vuole sentirsi dire che la morte in montagna era cercata?
Ma la gente lo dice tranquillamente, dice “è andato a cercarsela”.

Quello sì, ma è sempre rivolto al rischio, uno che ha preso troppi rischi, oppure uno che andava talmente tanto in montagna che ha sfondato il calcolo delle probabilità. Non è quello che dici tu. Per mio fratello scomparso in una valanga certi hanno detto che non aveva valutato abbastanza il vento che c’era stato qualche giorno prima. Ma alla condizione interiore in cui si trovava, chi ci pensava?
L’errore tecnico c’è sempre. Nel caso di tutti coloro che sono morti in montagna e di tanti altri. Andare in montagna è una scelta personale. Chi muore in guerra invece, al di là di qualche caso di volontariato, non lo fa per sua scelta. Prendiamo tutti quelli che sono morti in guerra, dove abbiamo il dovere di sparare, di cercare di uccidere, perché siamo in guerra. Questa è una situazione completamente diversa da quella di un Casarotto che va al K2, siamo d’accordo? Evidentemente, se uno muore in guerra, è purtroppo una situazione in cui la scelta personale è abbastanza ridotta se non esclusa. C’è un inconscio collettivo, anzi più di uno, ciclicamente di varie nazioni, che proprio è in stato di guerra, bellicoso; un inconscio collettivo di quello del tipo nazista, per dire, o quello fascista o quello degli americani che vogliono imporre la democrazia agli arabi (ma lasciamo perdere): queste forze sono basate su quello che è l’inconscio collettivo di una nazione. Che alla fine, se è più o meno calpestato, ridotto al silenzio (ci sono mille modi per fare che l’inconscio collettivo sia sempre più represso), esplode. E scatta una guerra. Ci sono i sogni; tu non hai mai sognato gruppi, tribù che si affrontano? Quando sogni una violenza tra gruppi, pensi “ma io che cazzo c’entro?”, stai lì a guardare e non puoi fare altro. Ti ripugna ma non puoi fare niente.

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Queste sono situazioni di inconscio collettivo represso che determina una guerra che fa delle vittime. Queste vittime avevano poco spazio di decisione – se tu diserti, c’è la prigione, forse addirittura la fucilazione. Tu sei una vittima, basta. Poi, certo, puoi distinguere, anche tra queste vittime c’è chi ha fatto bene, chi male, chi peggio. Ma in genere non c’era scelta, o pochissimo margine.

Invece nel caso di una situazione che si è liberamente scelta, alla quale si va incontro di propria volontà e della quale si sa benissimo che comporta dei rischi anche grossi (ma ci sono anche quelli piccoli), ci può essere per esempio la caduta in un crepaccio, dopo aver salito quasi tutta la Magic Line al K2 da solo, essere risceso e arrivato a dieci minuti dal campo base. La caduta in un crepaccio, quello è un rischio comune, il crepaccio poteva anche ingoiarlo al Monte Bianco, non c’era bisogno di andare fino al K2. Però è successo là. È vero che bisogna sempre stare attenti a non cadere in un crepaccio, questo lo sappiamo, però è anche vero che lui di rischi ne aveva superati una valanga di più; ed è andato a morire su un rischio più piccolo e più remoto.

Ritengo che in questi casi si vada ad affrontare pericoli abbastanza grossi ma anche piccoli che sono ugualmente pericolosi, potenzialmente letali: è un campo dove credo che dobbiamo esercitarci particolarmente. Perché lì abbiamo in mano una situazione più facilmente studiabile. Faccio un esempio: se una persona qualunque qui, il mio vicino di casa, muore in un incidente di strada (per carità, la tragedia è uguale, non è che io do importanza maggiore o minore alla morte in montagna), non ho lo spazio per andare a cercare nella sua vita. O meglio: vorrei cercare nella sua vita che cosa lo ha portato a quella soluzione. Ma è più difficile, perché invece nel caso dell’alpinista c’è la sua libera scelta di andare in quel posto lì e quindi è più facile andare a vedere cosa è successo. Non so se mi sono spiegato. Le motivazioni sono le stesse. Se uno muore in un incidente stradale ed evidentemente ha rinunciato alla vita, c’è stata una rottura, si è spezzato qualcosa ed è successo quello. Ma non è stata una sua scelta conscia. Quindi non posso dire che è un suicida o un tendenzialmente suicida.

Però può essere morto in un incidente stradale causato da lui o da un altro; e sono due cose diverse…
Certamente. Ulteriore sottodivisione. Uno che muore in un incidente stradale perché andava troppo forte o perché era ubriaco è già più vicino a quelli che muoiono in montagna. Mentre uno che muore perché cammina per strada e arriva una macchina da dietro fa parte di un altro discorso.

Ma anche in montagna c’è questa suddivisione!
Sì, ma c’è a monte l’accettazione di andare in un luogo pericoloso. È vero che è tutto pericoloso. Però insomma direi che è meno pericoloso stare in città su un marciapiede che non su un ghiacciaio.

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Parentesi: una delle cose che mi fa ridere di certi alpinisti, anche famosi, è quando ti dicono che l’autostrada è più pericolosa della montagna…
Ma no… Vabbè, è un modo di dire…

… e di tenere a bada le proprie paure, o no?
Che l’autostrada sia pericolosa, è vero, ma chiaro che la montagna non è la stessa cosa. Anche perché c’è un motivo alla base che differenzia le due cose, cioè che in autostrada tu hai a che fare con gli altri; se io prendo l’autostrada e so per certo che da Milano a Torino non c’è nessuno e io da solo in autostrada lancio l’automobile a 200 all’ora e scoppia una gomma, muoio colpito da una probabilità remota. E’ è un po’ la stessa situazione dell’alpinista: tu fai qualcosa al tuo limite, approfittando delle condizioni che te lo permettono, infatti l’alpinista sceglie tendenzialmente il bel tempo. Ma l’autostrada non è così. Più gente c’è che paga, meglio è per quelli delle società autostradali… E quindi tu ti esponi, sei in balia rispetto a quello che è imprudente, sbaglia e tu ci rimani – questo è un poco come la guerra. Nella montagna è raramente così. Sei sempre solo o quasi di fronte a te stesso. Se sei con qualcuno, ti allontani di meno dalla situazione normale. Parliamo della cordata, con un compagno con la sua vita interiore che può essere assimilabile alla tua. Quando partite insieme magari create un cocktail pericolosissimo per entrambi. Se di cinque persone quattro muoiono e uno rimane vivo – perché proprio lui? Tu lo sai? Io no. Però lasciami pensare che probabilmente non era il suo momento; ma non era il suo momento perché non era nella stessa situazione degli altri, lui doveva salvarsi. Questo è il campo in cui si può studiare e io ho studiato.

Torniamo al discorso iniziale; perché tacerne? Perché di una cosa di cui io ho abbastanza certezza, ma non posso dimostrarla, quando la dico è come se cedessi in qualche modo al mio ego. Se io parlo con un interlocutore di cose che non sono scientifiche, non dimostrabili e costui è uno che passa lì per caso, posso valutare se lui è ricettivo o no. Se non è ricettivo, lascio stare. Se è ricettivo, vediamo a che livello è, perché se è a un livello di curiosità e basta, senza emozioni dietro, senza vissuto, ecc., è come se non fosse ammissibile dargli delle spiegazioni che io non posso dimostrare.

Sarebbe anche un’arroganza tua farlo!
Sì, hai detto proprio la parola giusta: arroganza vuol dire che tu dai più importanza a te stesso, al tuo io, al tuo ego inflazionato, ingigantito, ingrandito. Si ingrandisce perché riesce a incuriosire gli altri, i quali ti dedicano la loro curiosità e questo fa piacere. Trovo che questo non vada bene. Sono certo che devi limitare questa cosa. Tanto più se può essere pericoloso. Non è soltanto che sbagli a inflazionare il tuo ego; se tu lo inflazioni in presenza di forze relative, pazienza, non è che succede un gran ché. Ma se tu lo inflazioni in presenza di forze potenti, allora lì andiamo incontro al più grosso pericolo che tu possa correre.

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Diciamo che un pericolo è 100 e non vogliamo che diventi mille. Pericolo 100. Nel momento in cui vado incontro o mi metto in una situazione di fronteggiare questo pericolo, come è stato misurato questo 100? Con una scala oggettiva? Va bene, accettiamo pure la scala che da 1 a 100 misura il pericolo. Ma nel momento in cui fronteggio questo pericolo, se sono sereno, con il mio ego a livello tranquillo, mi metto in posizione che valgo anch’io quasi 100. Valgo 100. Quindi 100 contro 100. Se invece il mio io è inflazionato, gonfiato, si crede di essere chissà cosa, gonfio di arroganza, di presunzione e del fatto che riceve molte lodi, allora da 100 scende. Diminuendosi lui, fa diminuire le tue possibilità di sopravvivenza.

Ma l’io inflazionato, nel campo dell’alpinismo, può essere anche l’io sotto pressione perché devi aver successo per gli sponsor, devi fare “risultati”…
Certo, anzi è il caso massimo. Lì devi star attento ad affermare con certezza determinate cose che francamente tu non sai, come per esempio Kukuczka vivesse esattamente questo problema; io non lo so. Posso valutare me, non gli altri.

Allora che insegnamento trai guardando le tragedie?
Vado a vedere piccoli segni. Se effettivamente c’era una tendenza a questo. Poi ci sono le persone che conosci bene e altre meno bene.

Ma quindi “campo minato” non perché è pericoloso per te nel senso che tu ti potresti perdere?
No, no. Anche. Io sì, posso perdermi. Perché ti prego di tornare all’esempio del 100 – 100. Tu hai un pericolo che è 100. Tu sei di fronte, lo devi affrontare, lo devi superare, scappare, sei in rapporto con questo pericolo. Se io accetto che il pericolo possa essere valutato da 1 a 100, e lo accetto, lo ammetto. Mi può andare bene. Non accetto che l’individuo che è di fronte, non abbia anche una sua valutazione, cioè c’è una gradazione dell’individuo che è più o meno pronto ad affrontare questo pericolo. Il pericolo quindi non è uguale per tutti. Come la legge… (Ride).

Energia cosmica da canalizzare
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Il pericolo non è uguale per tutti. Può suonare élitario, la gente lo può vedere come la differenza tra l’atleta super preparato e l’altro meno, ma io non intendo questo. Quindi non intendo che la preparazione di un individuo sia misurabile con la sua preparazione atletica. Anche atletica, certo. Se uno va a fare la Nord dell’Eiger ed esce da un intervento all’anca, certo che non va bene. Ma c’è soprattutto la preparazione psicologica, neanche psicologica, sarebbe riduttivo, ma la preparazione interiore. La condizione interiore.

Per me condizione interiore buona, valida, piena c’è solo se il mio ego è tenuto a bassi livelli. Bassi. Non è che non deve esserci; se non c’è più l’io, non c’è più vita. L’io è una candela, se questa candela diventa una lampada a 400 watt, non è la stessa cosa. Deve rimanere una candela che mi permette di muovermi, di mangiare, di bere, non di fare cose complesse. L’io non serve per fare cose complesse. L’io deve essere tenuto a livelli giusti. Se invece il fiume cresce e l’io si gonfia, mi mette in condizioni di inferiorità rispetto al pericolo. Ultima cosa: nel momento in cui io parlo, parlo e parlo corro questo rischio, di gonfiarmi.

Tu parli tanto di quest’energia incontrollabile dell’inconscio; mi sembra che tu ne abbia paura?
Sì, sì, certo che la temo.

Perché? E’ un’energia che ti ha portato vicino al suicidio come è successo a Motti?
Motti ha fatto una libera scelta, se vuoi chiamarlo suicidio, chiamalo suicidio. Ma è differente dire che lui non poteva fare altrimenti. La sua condizione finale era quella. Lui la riteneva il modo migliore per concludere. Non per un giorno, questa cosa è durata la bellezza di 8 anni, dal ‘75 all’83, un allevamento della propria Fine.

Parentesi: cosa è successo concretamente in quel ‘75? Cosa ha fatto Motti nella Valle di Lanzo? Ci sono tanti che scompaiono per tre giorni, fanno un po’ di autoriflessione… Ha fatto un trip?
Gian Piero non prendeva droghe. No, stiamo parlando della massima ricerca interiore; è una cosa non misurabile, non raffigurabile. Non lo so. Tu hai bisogno del dato concreto. Per certe cose non ci può essere. Se lo accetti bene, se no, no. Vivi in una condizione in cui – come la maggior parte della gente – ti affidi e ti fidi solo di quello che vedi, niente di male. Ma siccome al contrario mi sembra che tu sia molto, ma molto interessata, allora ti rimane da fare questo salto del fosso. E del dato concreto cosa ti importa? Nel momento in cui sento questa cosa come vera, perché c’è, cosa importa se posso misurarla o meno? Questo è un tuo gradino che nessuno ti chiede di fare. Io non posso fartelo fare. Né voglio.

Un altro approccio: Motti quando è uscito dalla valle cosa ha detto? cosa ha visto di più?
Christine, purtroppo fa parte di quelle cose di cui non posso parlare. Non vorrei creare misteri. Ma posso solo andare per esclusione. Non si è perso involontariamente; è stato tre giorni in stato di trance, senza assumere nessun tipo di droga, quindi l’ha fatto volontariamente, alla ricerca di verità che riguardassero se stesso e il cosmo. Questo te lo posso dire francamente. Oltre, posso dirti che non c’ero. Mi ha raccontato delle cose, ma non tutte. Anche lui con me rispettava delle regole come io adesso faccio con te. Anche lui doveva fronteggiare il pericolo che si gonfiasse, quindi lui ha fatto passare informazioni, ma sono informazioni veramente eteree, non terrestri. Quello che lui ha fatto, rimane un mistero; se qualcuno avesse potuto guardare, così, di sicuro avrebbe visto una persona seduta. E basta. Il mondo è comunque pieno di gente che ha fatto questo percorso.

Se guardiamo all’Oriente e pensiamo alla meditazione…
Esatto, non è il primo, non è l’ultimo.

Tu dici che ti sarebbe anche piaciuta quella strada.
Sì, anche se lui stesso mi ha avvertito del pericolo. È un pericolo; tu dici “ma hai paura?” Sì, ho paura, eccome! Paura di queste forze. Le forze che abbiamo dentro sono talmente potenti che non vorrei che si creasse una guerra dentro di me, capito? Non ho proprio voglia. Io vorrei indagare su queste cose senza scatenare le forze. Se si scatenano è finita, perché tu soccombi. Ne ho avuto la prova. Ho anche cercato di spiegare certe morti. Queste persone hanno scatenato veramente il mondo delle loro potenze.

… dei loro demoni…
Sì, demoni che però possono essere positivi. In genere lo sono perché ti permettono di fare delle cose alla Messner, alla Kukuczka, alla Casarotto, per anni gli hanno consentito di fare queste cose. Ma poi c’è un momento in cui bisogna fermarti. Non è detto che devi fermarti senza fare più niente; puoi anche fermarti e seguire altre cose, anche andando avanti ad andare in montagna, ma senza cedere all’escalation. L’escalation è esattamente la raffigurazione del proprio io che si gonfia. Per forza. Perché l’unica maniera che ha l’io, che crede di avere per stare di fronte a queste potenze, è di crescere anche lui e dire “io sono più forte”. Invece bisogna fare esattamente il contrario. L’io deve diventare una mosca, una pulce.

(continua)

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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 1

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 1 (1-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

Gli inizi. Montagna, studio, lavoro in cerca della propria strada. Da Genova a Milano.
“Studiandoti”, ho trovato numeri diversi riguardo alle tue prime ascensioni, 150, 250 o 500. Quante erano?
È vero. Diciamo che tutte e tre le cifre sono vere. Quella di 500 è vera se prendiamo in considerazione anche le ascensioni brevi, cioè tutte le vie che vanno dai tre, quattro tiri in su, non solo sulle Alpi, ma in giro per tutto il Sud, Sardegna, Sicilia: allora arriviamo a 500. Se consideri solo le prime ascensioni alpine, allora siamo sull’ordine delle 250. Se prendiamo quelle che hanno anche un “senso” alpinistico, non solo arrampicatorio, siamo a 150. Vedi tu…

Andiamo ai tuoi inizi. Da che famiglia vieni? C’era il “gene” alpinistico?
No, in casa mia non c’era alcun gene della montagna. Mio padre andava a funghi e basta… Però ti posso raccontare che è successo tutto d’improvviso: a sette anni, dopo aver passato un inverno brutto perché avevo fatto due bronco-polmoniti, ero stato parecchio a casa, il medico ha detto questo bambino va portato un po’ in montagna, perché fino ad allora eravamo solo sempre stati a casa di mia nonna in campagna. E quindi mi hanno portato in Valsugana. A 800 metri di altezza, un paese di nome Bieno. E lì dove ho visto il famoso tabellone escursionistico – è stata una rivelazione improvvisa, era il primo o secondo giorno dopo essere arrivati. Per me era tutto fantastico… Era stato fantastico il viaggio, non facevo distinzione tra montagna o i filari di pioppi in pianura; io non avevo mai visto la pianura in vita mia! Venivo dal mare, per me già la pianura era una cosa diversa… Poi Milano, la stazione di Milano… C’era come fondo questa capacità di meravigliarmi, di emozionarmi per le cose che vedevo. E quindi arrivati in questo paesino dove non conoscevo nessuno, accompagnando la mamma e la nonna a fare la spesa, c’era il tabellone dipinto a mano con i sentieri, le gite da fare. La prima cosa che feci, senza dire niente a nessuno, fu di tornare a casa, prendere un foglio bianco, le matite colorate; poi sono tornato di corsa – manco si sono accorti, quasi, che ero sparito – e ho copiato il tabellone, l’ho disegnato. Ce l’ho ancora, se vuoi te lo faccio vedere!

Con mia madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948. Foto: S. Del Boccio
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del Boccio

Da lì, i giorni dopo, ho cominciato a chiedere ai miei di fare delle gite – li portavo in giro io, stavo per fare 8 anni… Con la scusa di andare a prendere il burro alla malga dov’era più buono, dove costava meno. Poi facevo la raccolta delle cartoline, sempre in giro per paesi diversi per comprare le cartoline! E mi facevo delle gran camminate, da solo, ben inteso…

E scrivi che in quel momento avevi capito che questa sarebbe stata la tua vita…
Beh, non è che io in quei giorni ho firmato un contratto… Ma era così forte quella cosa: ero sicuro che avrei continuato a farla, solo, avrei anche cominciato a arrampicare. Avevo visto delle foto di gente che arrampicava, e questo mi aveva colpito. Quindi sono due cose legate. All’inizio salivo le frane, le frane di terra, se avessi perso l’equilibrio mi sarei ammazzato!

Dopo ho fatto un percorso non-classico, nel senso che andavo veramente da solo, autodidatta per almeno due anni. Sia da solo, sia con qualche pazzo come me che riuscivo a convincere ad andare…

(Rumori di sottofondo – “scusa, questo è il pane che si sta facendo…”.)

Quindi due anni nei quali andavo per conto mio e di nascosto. Di nascosto, perché i miei non volevano. Mio padre, quando si è accorto che avevo comprato dei chiodi e moschettoni, me li ha fatti riportare al negozio! Quando nel 1962 o ’63 andavo nelle palestrine di roccia vicino a Genova era sempre e solo di pomeriggio (in estate andavamo in Dolomiti, prima in Valsugana, poi nella Val di Fassa, ma lì era un altro discorso), ed era sempre di nascosto!

Avevo anche il materiale, tra cui la corda, arrivavo a casa al buio, magari alle 8 di sera e non potevo arrivare con la corda perché ufficialmente ero andato ad allenarmi a Cornigliano, lo stadio di Genova dove si faceva marcia e atletica.

Con mio padre Alberto Gogna, sopra Champoluc, agosto 1980
A. Gogna e Alberto Gogna, sopra Champoluc, agosto 1980

Allora dovevi imboscare la corda?
Qualche volta la lasciavo al compagno, qualche volta dovevo tenerla io, allora la mettevo in cantina ma lì tutta la notte rimaneva incustodita e io ero terrorizzato! Poi la recuperavo la mattina dopo, quando le cose erano più calme. Ma una volta o due, mi ricordo benissimo, l’ho lasciata al giornalaio, il giornalaio che era lì – “scusi, domattina passo a prendere, va bene se Le lascio questa borsa…?”! Dal giornalaio! Poi, finalmente, nel ‘64, ho fatto ‘sto corso di alpinismo e allora a quel punto le cose sono diventate ufficiali. Così ho avuto finalmente dei compagni, spesso più esperti di me. Perché questo era l’altro problema grosso: o andavo da solo o con compagni che non erano all’altezza… Magari erano come me, ma comunque erano impreparati. Si moriva in due piuttosto che da soli… E poi è anche successo, nel ’63, che il mio compagno Alberto Martinelli è caduto e si è spaccato un piede di brutto – tre mesi di gesso… L’ho raccontato di recente sul mio blog dove trovi sette, otto racconti di quei primi tempi. Ma andrò avanti perché ho un diario completo, ti farò vedere, ho cominciato a scriverlo nel ‘62 e fino al ‘66 sono andato avanti, poi basta. Dopo ho preso solo nota delle salite, ma il diario non l’ho più fatto.

Tuo padre cosa faceva di professione?
Aveva una ditta con i fratelli, era un grossista per macchine da scrivere e calcolatrici. Non c’erano i computer…

Forse da lì che arriva la voglia di scrivere! Comunque, scrivi che dopo il liceo sei andato in crisi…
Ma sai, la crisi era dovuta al fatto dello studio. Non avevo voglia di studiare! C’è stata una grossa delusione per aver seguito i consigli della nonna e aver fatto il liceo scientifico. Lei voleva che diventassi ingegnere. Io ci ho provato, ma francamente, guarda, non era il mio caso… Allora, nel ‘65, non potevi fare materie tipo lettere o filosofia (che era quello che io avrei voluto fare) se avevi fatto il liceo scientifico. Se non dando un esame integrativo di greco – di greco! – che avrei dovuto studiare l’estate, finita la maturità che c’era allora, che era una maturità bestiale in confronto a quella di adesso, non lo dico per dire, era molto, molto pesante… Io ho finito il 23 di luglio, sarei dovuto immediatamente partire con il greco per fare l’esame integrativo, altrimenti non entravo. Questo non lo potevo fare, io volevo andare in montagna, figurati. Così mi sono iscritto a ingegneria senza voglia di fare. Francamente sono andato avanti due anni senza far niente. Ecco la crisi da dove veniva. La crisi c’era perché io non sapevo bene cosa fare. E dopo due anni, insomma, ho capito: ingegneria niente e sono andato a fare legge. Però a quel punto, ormai… L’ho fatto solo per evitare il militare. Perché se tu eri iscritto a qualche facoltà non facevi il militare. Infatti ho fatto altri due anni di giurisprudenza, dopodiché ho detto basta, me ne frego e sono andato a fare il militare…! (Ride di gusto…)

Ornella Antonioli, Champoluc, novembre 1973
1973.11 Champoluc, O. Antonioli

Ma la tua passione per la storia dell’alpinismo, per lo scrivere, è già nata in quello stesso periodo?
Sempre della serie “se vuoi ti faccio vedere”: Ho lì una pila alta così di quaderni dove ho copiato le guide dei posti dove io volevo andare – Brenta, Monte Bianco, ecc. – copiate! Le fotocopie costavano troppo. Allora copiavo. A mano. E questo per dirti che avevo veramente voglia di sapere – più che di fare, di sapere. Cioè sapere per me era importante almeno uguale se non più importante del fare. È sempre stato così. E lo dimostra il fatto che passavo ore e ore a scrivere. Un conto era copiare, un conto era scrivere, cioè il diario, ma comunque scrivevo.

E quando sei riuscito a piazzare un primo tuo scritto?
Aldilà di qualcosa che forse avevo fatto sul bollettino del CAI-Sez. Ligure, la prima roba è stata dopo la Walker. Ho fatto la Walker da solo, ma anche lì la cosa è divertente: avevo deciso di farla da solo a gennaio-febbraio 1968. Dopodiché, immediatamente, ho cominciato a scrivere la storia dello sperone Walker…

Che poi sarebbe stato il tuo primo libro, vero?
Sì, lasciando in bianco il capitolo della solitaria non ancora fatta! E quindi quando poi l’ho fatta a luglio, è stato un attimo finire il libro, che poi mi ha stampato l’editore Tamari.

A Gino Buscaini avevi scritto una lettera per proporgli una collaborazione nella stesura delle guide CAI-TCI?
Era stato contemporaneamente, siamo sempre nell’estate del 68. Io avevo capito che non avrei mai fatto né l’ingegnere né l’avvocato, correvo sempre di più in montagna, e quindi mi stavo guardando intorno e avevo scritto a Buscaini, che allora era il responsabile per la collana e che invidiavo (pensavo, caspita, fa esattamente quello che vorrei fare io), molto timidamente gli avevo scritto una lettera in cui chiedevo se c’era modo di aiutarlo, di collaborare in qualche modo. La risposta è stata negativa, gentile ma negativa…

Ma in quel periodo avevi già intuito che avresti potuto vivere di alpinismo?
Ci stavo provando. Era una mia speranza…

Chi c’era che all’epoca faceva così, forse Bonatti, Mauri…?
Vabbè, Bonatti aveva già finito di fare l’alpinista, era diventato un bravissimo reporter, lavorava per Epoca: quindi Bonatti aveva dato l’esempio. Altri – sì, c’era Mauri, poi basta. Messner stava uscendo con dei libri, ma nel mondo italiano è arrivato un po’ dopo. Era il momento in cui io potevo uscire. Infatti è stato anche quello il motivo per cui alla fine del ‘68 mi sono trasferito qui a Milano, abbandonando Genova e dicendo ai miei “grazie per quello che avete fatto, ma adesso io devo trovare la mia strada, non voglio più pesare sulle vostre spalle, già ho fatto quattro anni in cui mi avete sopportato, ma io non voglio fare queste cose, non voglio diventare avvocato, non voglio diventare ingegnere, voglio andare in montagna e basta, e per fare questo me ne devo andare, vivere per conto mio, fare conferenze e vedere cosa succede”.

Alla fine sei poi rimasto a Milano per sempre…
Sì, da allora sono rimasto a Milano.

Giorgio Napolitano consegna il titolo di Ufficiale al merito della Repubblica a Bibiana Bibi Ferrari, 8 marzo 2011
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E poi hai sempre vissuto in un contesto molto urbano…
Molto urbano. Non è che ho bisogno della città… Non ho bisogno del contesto cittadino nella maniera più totale. L’unica cosa per cui sono rimasto a Milano è che in qualche modo non ho mai avuto l’opportunità di trasferirmi in montagna. Non ho mai avuto nessuno che mi regalasse una casa in montagna e le donne – ho fatto tre matrimoni – erano di Milano e quindi non è che si potesse andare chissà dove.

Ma erano legate alla montagna e alla campagna anche loro…
Certo che sì! Ma sai, la prima, Ornella, sapendo il tedesco lavorava alla Braun, la ditta dei rasoi, e quindi per un po’ di tempo è stata lì, poi abbiamo comprato una casa… Non è che puoi cambiare così, ci vogliono anche le opportunità, io queste opportunità non le ho mai avute.

(Telefonata con Guya, sulla spesa, “compra qualcosa di un po’ sfizioso, compra un buon Lagrein che a me piace tanto…” – si scherza sulla pronuncia che lui fa perfetto in tedesco.)

Le tre donne della vita + le due figlie.
Siamo rimasti alle donne…
Ah sì. Alle donne. Io non ho mai avuto questa opportunità di andare via.

Ti sarebbe piaciuto?
Sì. In linea teorica sì. Perché con la prima moglie, a un certo punto lei non lavorava più. Potevamo anche, non avevamo figli, potevamo muoverci. Però… Già la seconda è stato completamente diverso. La seconda… Abbiamo fatto le figlie, lei lavorava a Milano e lavora tutt’ora nello stesso posto. Per fortuna che guadagna molti più soldi di me… È diventata Ufficiale al Merito della Repubblica, “per aver contribuito con Relight Italia, azienda caratterizzata da uno staff di sole donne, alla tutela ambientale attraverso il recupero e il riciclaggio degli apparecchi elettrici ed elettronici”. Meno male che c’è lei, le figlie così possono studiare all’estero – ci vuole un sacco di soldi…

Elena e Petra, Vareina (Svizzera), agosto 1998
1998.08 Vareina, Elena e Petra

Già che siamo alle donne e alla famiglia: le figlie adesso quanti anni hanno?
24 e 22. Petra, la grande, in questo momento è a Berlino e sta facendo il corso B1 di tedesco. Ha già fatto A1 e A2, deve fare B1 e B2. Nel 2015 si è laureata in filosofia qui a Milano con 110 lode, adesso vuole fare un master in Germania o in Austria, o a Colonia o a Vienna, e quindi sta studiando il tedesco. Senza il B2 non ti accettano. Sono contento. L’altra si chiama Elena, sta facendo la tesi a Maastricht in scienze biologiche, fidanzata con Gilles, un ragazzo belga simpaticissimo che io adoro, sono contento anche per lei, molto.

Quindi, con la seconda moglie con il suo lavoro, ecc., non si poteva andare via da Milano… e la terza, anche lei, ha il suo ambulatorio veterinario – fine del discorso. In più, con la prima, per sei o sette anni avevamo affittato una casetta a Champoluc. Una casettina bella che si chiamava “Le fate nere”. Lì ho capito che sarebbe stato un problema vivere su. Perché? Innanzitutto perché non c’erano i mezzi che ci sono adesso, mail, internet, ecc.

Saresti stato comunque lontano da qualsiasi redazione…
Sì, c’era il telefono, però il telefono, insomma, era un po’ poco… Ci ho provato… Siamo anche rimasti un mese su… Ma dovevo muovermi, andare in giro, dovevo fare, ho capito che non si poteva. E’ vero, c’è stato un po’ di sofferenza perché francamente, la vita in via Volta qui a Milano, dove sono stato parecchi anni, poi in Corso Vercelli… peggio ancora, in pieno centro con i tram sotto alle finestre… un casino. Proprio la Milano più odiosa. La città odiosa. Invece dal 2010 siamo qui in Via Morimondo. Qui è un altro discorso. Da qui non mi tiri più via. Da qui andrò via rigido e orizzontale… Non c’è un rumore. È pieno di verde. L’aria, sì, certo, l’aria di Milano non è il massimo, ma restando dentro, tenendo chiuso, poi nei sabati e domenica vado sempre in giro, va bene così. Francamente,  basta con questa storia del dire “ah, se io qui, se io là…”.

Sono i casi della vita; poi una scelta implica delle rinunce e bisogna anche scendere a dei compromessi…
Esatto. Guarda, se me l’avessero regalata una casa in montagna – che ne so… Probabilmente sarei a Courmayeur… Però sarei stato contento? Chi lo sa. Non ci metto la mano sul fuoco.

Guya Spaziani, lago di Carezza, giugno 2011
Lago di Carezza, Guya

 

Tornando a queste tre donne che penso siano state, o meglio che sono, le donne importanti della tua vita, tutte e tre, potresti dare un “nome” ai tre periodi – quello con Ornella, poi con Bibi e oggi con Guya?
Diciamo che se provo adesso a fare un’analisi, cosa che non mi trovo fare tutti i giorni, in effetti, con Ornella è stato il primo periodo, mi sono sposato abbastanza presto, nel ‘71, avevo 25 anni, dopo tre anni che eravamo assieme. Con lei ho vissuto il periodo esaltante delle grandi scoperte; noi abbiamo fatto un viaggio che è durato un anno. Siamo partiti dall’Italia con 50 lire sul conto corrente – 50 lire sul conto corrente! Siamo partiti e siamo tornati dopo un anno, avendo vissuto un’avventura stupenda, con molta fortuna, perché oggi una cosa così con tutti i paesi che ci sono in guerra, così incasinati, non esci neanche. Anche se lo vuoi fare perché disprezzi il pericolo, non puoi comunque! Manca la possibilità di conoscere la gente, sei costretto a difenderti, non è che puoi andare in giro come vuoi. Per esempio l’Afghanistan è da scartare adesso. Ma anche il Pakistan è pericoloso. Ti fanno pena… Siamo impotenti di fronte a quello che il loro uso, il costume, ma loro dentro si stanno ribellando. Però non possono fare niente. Con in più il discorso dei talebani, ecc. Invece nel ‘74-‘75 è stato un periodo magnifico. E Ornella era stata prima di me in Afghanistan, nel ‘72, c’era ancora il re!

Vi invidio…
Sì, è stato bellissimo. Ne scriverò adesso. Ho un po’ di appunti. Sto facendo questo lavoro, non l’ho ancora fatto perché ero preso con i miei libri. Non le ho mai usate queste cose, neanche rilette.
Vabbè. Con la prima moglie è stato il periodo delle grandi scoperte sia dal punto di vista geografico, diciamo l’Oriente in generale, sia da quello di interessi culturali diversi. Perché tutto è partito dal fatto che Ornella conosceva abbastanza bene i tappeti. Amava i tappeti e li conosceva senza essere una fanatica, però si è fatta una piccola cultura di tappeti. Io di tappeti me ne sbattevo proprio nella maniera più totale. Ma arrivati in Iran – c’era lo scià, c’era ancora lo scià! – prima siamo andati un po’ in giro e lì ho capito cosa erano i tappeti. Mi sono appassionato anch’io. Per tutto il viaggio, Iran, Afghanistan – tappeti dappertutto, tant’è che abbiamo anche fatto un po’ di commercio, girato a casa qualche soldo, comprato qualche tappeto, qualcuno l’ho ancora, per fortuna. Quello lì è bellissimo – ma con il gatto preferisco tenerlo arrotolato… Lo tiro fuori solo nelle grandi occasioni – quelle due ore che ci sono gli ospiti e poi lo richiudiamo! Vabbè, lei è abbastanza brava che le unghie se le fa su quel cosettino bianco – che è proprio sul tappeto, tra parentesi…

L’inizio della ricerca interiore. E ancora le donne.
Comunque i tappeti sono stati la chiave d’ingresso a tutto il mondo orientale, che già mi aveva colpito molto nella mia prima spedizione alpinistica all’Annapurna del ‘73. Il mondo del buddhismo, dell’induismo, quello dello zen, mi stavo già un po’ interessando, ma molto così sai, in modo superficiale… invece in quel viaggio, e specialmente dopo, ho cominciato a interessarmi delle religioni orientali, della cultura orientale, un po’ anche dell’arte, e a quel punto c’è stata l’associazione mentale con il discorso analitico. Quindi, prima ho cominciato a leggere tutti i libri di Sigmund Freud, peraltro trovandoli di una noia mortale, ma me li sono letti comunque tutti, perché mi interessava l’argomento dei sogni. Dopodiché sono passato a Carl Gustav Jung e là mi si è aperto un mondo. Proprio un mondo completamente diverso. Sono andato avanti parecchi anni, per tutti gli anni ‘70 ancora e oltre. Ho fatto anche un’analisi con un signore stupendo.

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Ma come mai dall’Oriente all’analisi?
La storia dell’associazione: nel momento mi sono interessato alle religioni ho vagamente percepito che esisteva un inconscio. La parola “inconscio” la conoscevo già, ovviamente; ma la religione orientale, parliamo soprattutto del buddhismo, ti fa capire che c’è una parte di te che tu non conosci. L’inconscio è stato per me motivo di interesse. E che cosa nella cultura occidentale parla di inconscio? La psicanalisi. Non è che ci fossero altre discipline, era l’unica, è l’unica. Ci sono vari tipi di psicanalisi, però la classica è quella di Freud, poi pian pianino ho capito che c’erano delle differenze enormi e quella che più si apriva ai miei interessi era la disciplina di Jung. È la psicologia analitica. Oltre a quella, ovviamente, mi sono interessato anche a quelli che sono stati gli junghiani, ho letto avidamente e quindi ho fatto l’analisi io personalmente – mi si è aperto un mondo, perché improvvisamente ho capito che il mio agire come avevo fatto fino a qualche anno prima, il mio agire conscio e la mia volontà di fare determinate cose era nulla in confronto alla vita che avevo dentro. Ho dato molta attenzione ai sogni. Ho trascritto almeno 2000 sogni.

Insieme al mio analista, Lino Tosca, e provando un grande piacere ho fatto per qualche anno questo lavoro – non è che sono andato per curarmi – non avevo problemi, non mi sembrava di aver problemi di ordine nevrotico, non più degli altri. Era per puro piacere di ricerca personale, insomma. Tanto che negli ultimi tempi il Tosca mi aveva proposto di intraprendere la carriera di analista. Lì per lì pensavo “ma cosa sta dicendo questo”; invece poi mi ha un pochino convinto nel senso che effettivamente ero portato. Solo che anche lì ho trovato l’ostacolo burocratico. La prima volta era stato per lettere e filosofia; invece qui per fare i loro seminari allora c’era la regola che bisognava essere laureati di qualcosa. Cioè uno poteva essere laureato in economia-commercio e poteva farlo… Invece uno che non era laureato in economia-commercio, no, non poteva farlo. Una stronzata tale che io gli ho anche detto “scusi, mi sembra che questa stronzata non sia all’altezza dell’albo degli psicologi analitici, avete fatto una regola che fa schifo”. “Lei ha perfettamente ragione”. Sì, certo che avevo ragione, però non c’era niente da fare.

Come conciliavi questo interesse fortemente intellettuale con l’alpinismo “crudo e violento”?
Da una parte ho avuto un effettivo calo di prestazioni…

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… perché i tuoi anni più forti erano stati prima?
Sì, nel ‘68, ’69… fino al ‘74. Sono stati sette anni, contiamo anche il ‘67, va, perché anche lì ne ho fatte di cotte e di crude. Insomma, gli anni sono stati dal ‘67 al ‘74. Otto anni. Poi non è che ho smesso, però da una parte c’era questa consapevolezza dell’interiorità che ritenevo più importante delle realizzazioni esterne. Questa è stata sicuramente la motivazione numero uno. Poi c’è stata l’Annapurna dove ho perso mio cognato, ho perso due amici, Leo Cerruti e Miller Rava, allora ti chiedi se vale la pena. Insomma, ti chiedi “sei sicuro di quello che vuoi fare?”. La mia pietra di paragone era Messner. Era ovvio. Perché Messner già nel 1970 aveva fatto il versante Rupal del Nanga Parbat; quando l’ha fatto, io ho detto “questa cosa è sovraumana”, così sovraumana che neanche avevo voglia di inserirmi nella competizione per fare io qualche cosa del genere. Cioè ho capito subito che lui era il primo e che era giusto che fosse così – noi altri venivamo dopo. Questo è stato molto importante, devo dire. Il Nanga Parbat di Reinhold – con il quale ero in contatto, sono stato anche al funerale del fratello a Funes, funerale senza salma –, questo per me è stato rivelante. Non ho smesso di andare in quota – nel ‘75 ho fatto la spedizione al Lhotse che non era una passeggiata, nel ‘79 sono stato al K2 – cioè andavo, ma non era più come prima, quando io avevo l’obiettivo di essere il numero uno al mondo.

Presuntuoso!
Sì, sì, presuntuoso, ma modesto nel senso che non ho mai detto ad altri “io voglio”… Ma dentro di me, questo lo ammetto tranquillissimamente, l’obiettivo era quello. Che non ho raggiunto. Non l’ho raggiunto, ma ho trovato altre strade nel frattempo. Il mio obiettivo non era più quello lì. Era cambiato. E il cambiamento è avvenuto soprattutto durante il mio matrimonio con Ornella in cui ne sono successe di tutti i colori… Lasciamo perdere… Non è argomento di un’intervista per la rivista del Club Alpino Tedesco! Però questo è successo…

Ecco qui il significato della prima moglie, grosso innamoramento iniziale, delle grandi esperienze vissute assieme, anche perché lei aveva le stesse passioni che avevo io, vedevamo le cose nella stessa maniera, non facendo grandi cose ma lei era nell’ottica dell’avventura, anche della ricerca interiore. Questo è stato essenziale, devo ringraziarla per questo. E questa cosa è durata fino all’80, ‘82, lì è cambiato qualcosa, insomma io nel frattempo ho cominciato anche a lavorare in maniera più strutturata, abbiamo fondato le Edizioni Melograno assieme, si facevano dei libri, si lavorava. Però il fatto di non aver avuto figli da una parte ci ha tenuti insieme forse di più del necessario con l’ottica del dopo – c’erano altre donne, insomma – e quando nell’87 è arrivata la Bibi lì è cambiato tutto. A proposito di Bibi: con lei tutto diverso, Bibi non aveva questa profondità anche se aveva altre qualità, voglio dire, quella profondità che aveva Ornella. Lei zero, anzi, ben inserita nel mondo, nelle cose dell’apparenza, materiali, molta attenzione a quello che pensava la gente. Poi nel ‘90 è saltata fuori la storia dei figli, io avevo già 44 anni, figurati, chi ci pensava… Lei sì! Insomma non ha fatto fatica a convincermi e quindi nel ‘91 è nata la prima (e lì è cambiato tutto), è stata un’apertura al mondo. Ho pagato la mia discesa nell’interiore che ho fatto negli anni ‘70 e primi anni ‘80 con una discesa nel mondo esteriore, tramite i figli prima di tutto ma anche con un lavoro molto più aperto: avevo bisogno di lavorare, ho fatto due società, ho fondato poi Montana che è l’unica cosa buona che ho fatto – oggi fatturiamo 5 milioni. L’unica cosa buona, perché le altre sono fallite, chiuse, l’agenzia fotografica c’è, ma non faccio niente, c’è solo di nome, di Montana invece sono socio al 20 per cento, sono nel consiglio d’amministrazione. La società ha avuto un po’ di problemi gli ultimi due anni, ma adesso si è tirata fuori – sono contento di aver fatto Montana. Molto contento.

E poi, per tornare alla terza moglie, le cose sono completamente diverse ancora: lì siamo tornati alla semplicità. Un po’ ci voleva. Dopo l’esagerazione (quasi) dell’interiorità nel periodo con Ornella e l’esagerazione dell’esteriorità (quasi) con Bibi, bisognava un po’ trovare una soluzione.

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Una cosa che mi ha fatto molto male: Con Ornella ho fondato le Edizioni Melograno nell’82. Si lavorava, ma non c’è mai stato il decollo. Via Ornella, arrivata Bibi, nel ‘91 è nata la prima figlia, nel ‘94 la seconda. Combinazione: il ‘94 doveva essere l’anno del lancio al successo, perché finalmente sono riuscito a lavorare con un editore molto più grosso di noi per la collana I Grandi Spazi. Doveva essere la realizzazione alla quale io credevo – non aveva niente a che fare con la ricerca del destino, ma era autorealizzazione. L’assoluta volontà con la quale ho perseguito l’obiettivo per almeno due anni (nel ’94 e ’95), e anche dopo, mi ha allontanato dalla famiglia; con la scusa del lavoro mi sono letteralmente allontanato, ero sempre in giro, era come se non ci fossi. Questa era una cosa terribile che poi ha distrutto il matrimonio, sostanzialmente. Questa è la realtà. Non dovevo fare così. Eh sì…

Ma con Ornella come mai era finita? Hai scritto qualcosa della sbandata con la francese…
Scrivo da qualche parte della francese, veramente?

Certo che scrivi della francese! Niente di grave, ma l’hai accennato… Lo avrò sottolineato…  Scherzo. Ah, guarda qua: “Nel 1975 per un motivo contingente, ero reduce da una sbandata amorosa con una francese che aveva portato il mio matrimonio con Ornella a condizioni disastrose e di declino totale”. Poi con Ornella siete partiti per il viaggio… Come mai quella sbandata? Nel senso che sembra un bel matrimonio di due che fanno mille cose…
No, no, guarda, le ho sempre messe una marea di corna, proprio… Una marea no, ma comunque un numero abbastanza significativo… Però quella lì mi ha fatto sbandare; ero coinvolto, questo era il problema, le altre volte no. Questa qui sì. E lei me l’ha fatta pagare in seguito… (Ride).

A un certo punto ovviamente Ornella se ne è accorta. Il fattaccio si era svolto in una settimana intensa. Ornella non era in Italia, poi quando è tornata è venuto fuori tutto, un casino bestiale. Al che – considera anche l’epoca del dopo ‘68, quando c’era anche questa cosa  del “parliamone”, ecc. – siamo andati tutti e tre al rifugio Ponti…

… Orrore… “a parlare”?
Sì, così, nella natura… guarda, è stata una cosa che… basta, meglio non dare particolari… Comunque questo era ai primi di agosto 1974. Poi non ci si vede per un po’… Lei abitava a Parigi, non è che l’avevo così vicina… Poi c’è stata un’ulteriore frequentazione sulle Alpi Liguri, fino a che siamo arrivati ai primi di settembre, dove dopo un bellissimo weekend passato assieme, ecc., siamo arrivati a guardarci in faccia e dire “non è possibile”. A parte che anche lei era sposata con un bambino… Quindi con la morte nel cuore, ma abbiamo detto basta. Però sempre con la domanda “sto facendo bene?”, “siamo sicuri?”, “sarebbe bello vedersi ogni tanto”… Passa ottobre nel casino più totale. Poi viene fuori questo progetto con Ornella di partire per l’Asia. Quindi io in quattro e quattr’otto compro un furgone Volkswagen e lo attrezzo un po’ spartano, poi verso i primi di dicembre partiamo. Partiamo e stiamo via dieci mesi. Durante ho fatto anche la spedizione al Lhotse, in questo periodo di due mesi e mezzo il furgone è rimasto a Kathmandu in un garage e Ornella è tornata a casa con l’Hercules che ha portato la spedizione.

… E dove c’è la francese, in tutto questo…
Aspetta! Siamo ai primi di giugno 1975, lei è tornata a Kathmandu e pian pianino abbiamo cominciato il nostro ritorno. Ci siamo fermati di qua e di là – in Ladakh per esempio, che era appena stato aperto, era stupendo. Peccato che un giorno dopo essere partiti da Kathmandu la povera Ornella si è beccata un’infezione alimentare dove poteva lasciarci la pelle, ma veramente. Nel momento poi in cui stavamo attraversando la pianura indiana, eravamo a 48 gradi – il massimo… Era dietro, stesa, mi ha detto “tu guida veloce, andiamo in Ladakh, in alto starò meglio”. Siamo stati in Ladakh, si è ripresa, abbiamo preso le pulci, abbiamo girato ancora, tornati al nostro furgone, facciamo altri giri, a un certo punto arriviamo a Peshawar. Peshawar da lì abbiamo preso una corriera, per andare leggeri, a Chitral. Il viaggio a Chitral dura due giorni di bus. E la tappa di notte la fai in un paesino che si chiama Dir. Questo Dir è uno dei posti più dimenticati da Dio, è veramente un posto pazzesco, io non ho mai visto un posto islamico così “rough”, rude; oggi ovviamente una delle capitali dei Talebani. Già allora la donna era vista come diavolo che cammina, gli uomini erano tutti armati… Guarda… Quindi eravamo lì in quel paese che facevamo lo struscio nella via più importante di Dir in mezzo a 3000, 4000, 5000 persone, barbuti… In quel momento alzo l’occhio…

… e c’è la francese che gira per Dir…

(Fa un segno affermativo con la testa e cominciamo a ridere come di matti tutti e due…)

Ornella non voleva crederci… era il suo incubo tutte le notti…! Com’è che diceva la francese? “Les yeux sont mon capital…” Cazzo, non ho mai visto degli sguardi così… Che occhi, che capitale! Anche il sotto, il telaio…

Anch’io non ci volevo credere. Per fortuna era insieme a un francese, in dieci mesi lei aveva fatto conoscenza con il più grande traghettatore di turisti francesi e non in Sahara, il Piero Ravà gallico, si chiamava Pierre Jaunet… E lui ha ceduto a questo “capitale”, si sono messi insieme e poi sempre sono rimasti insieme, a fare viaggi con i clienti. Pensa che oggi lei è mancata…

Che imbarazzo… Trovarci lì… Stiamo faticosamente cercando di tirarci fuori dall’annegamento nel mare, e questo mare ti raggiunge in spiaggia e vieni ributtato in mare… È così.

… e dopo siete annegati?
Questo era solo l’inizio della lunga storia, ci è voluto ancora parecchio… Finché siamo annegati…

L’ambiente e Mountain Wilderness. Libertà e storia come altri temi.
Apriamo un altro capitolo importante, quello dell’ambiente e quindi anche di Mountain Wilderness.
Il discorso dell’ambiente non mi ha interessato prestissimo. Anch’io vedevo gli scempi, vedevo le cose brutte, ma la domanda era: cosa possiamo fare? E quindi non me ne sono occupato, anche perché c’era dentro di me l’altro interesse, quello dell’esplorazione interiore. Sull’inconscio mio, sull’inconscio collettivo di Jung, ero assorbito da quelle cose, mi piaceva proprio. L’idea di difendere l’ambiente lì per lì non l’ho presa in considerazione. Quando però nell’87, novembre, fu fatta l’assemblea a Biella per la fondazione di un’associazione che poi sarebbe stata chiamata Mountain Wilderness, sono stato uno di quelli che da subito hanno aderito, hanno lavorato, l’abbiamo creata noi in quel momento. I fondatori erano di vari paesi, c’era qualcuno dell’Argentina, c’era Hillary, Messner, poi Goedeke dalla Germania, Bonington, vari francesi, era veramente internazionale.

Diciamo che colui che ha avuto l’idea era stato Carlo Alberto Pinelli; essendo un accademico, si è fatto aiutare dal Club Alpino Accademico Italiano. E quindi hanno fatto una specie di commissione e hanno steso una lettera a tutti questi personaggi chiedendo se erano interessati a un movimento di opinioni e di fatti per la salvaguardia dell’ambiente della montagna di tutto il mondo. Io ho ricevuto questa missiva e ho risposto di sì e così mi sono trovato anch’io a Biella. A Biella c’era mezzo mondo, c’erano 2000 persone. E quell’assemblea ha eletto i primi 21 garanti internazionali e io ero uno di questi.

Dopo è stata fondata anche Mountain Wilderness Italia, ne sono diventato segretario, ci ho lavorato, ho preso anche qualche soldino, il lavoro è stato veramente pesante. Dopo che sono andato via io, nessuno ha più fatto quel lavoro, anche perché il tempo dell’associazionismo sarebbe finito proprio in quegli anni ‘93-’94. Figurati che il WWF nel ‘88-‘89 aveva 500.000 soci in Italia, adesso se ne ha 300.000 è tanto! Lo stesso tutte le altre associazioni.

Comunque è un tema di cui ti occupi tanto anche oggi, per esempio nel tuo blog?
Sì. Diciamo che dal punto di vista interiore, il mio interesse rimane sempre quello che ti ho spiegato. La ricerca interiore. Ma di quello se ne può parlare ogni tanto, sai. Non è che ne puoi parlare tanto in giro. Ci sono delle cose – non dico che non si possono dire, però vedo che la gente fa fatica. Se trovi qualcuno che è disposto, è un conto. Ma da così a parlarne spesso non ha tanto senso. L’ho fatto una, due volte, c’è un post che parla di questo, lì ho dovuto lottare con qualche cosa che dentro di me diceva “stai zitto, stai zitto che è meglio”. Il post si intitola La pervicace ricerca del proprio destino. Quello è fondamentale. Sono due puntate. La fondamentale è la seconda. Però anche la prima ha il suo peso, diciamo che è la parte più comprensibile. Quell’argomento per me è sempre il number one. Ma nel blog ne parlo meno, me ne occupo meno rispetto agli altri. Le altre due cose che rimangono sono l’ambiente e la libertà. Che sono due temi enormi. Libertà nel senso dell’essere libero di fare quello che hai scelto di fare, ma che gli altri ti possono impedire o che tu stesso ti impedisci. Quindi libertà in questo senso. È un tema che comprende un sacco di altre tematiche inferiori. Queste sono le due cose che mi interessano di più. Oltre alla storia, sempre, la storia dell’alpinismo, che mi piace molto, curiosità, anche lì ho scritto adesso – anzi te lo regalo, ho scritto questo libro qui su cordate famose di guide e clienti.

(Segue uno scherzoso scambio di lui con il gatto che reclama il suo pasto in anticipo, poi tra noi due sulle guide, figura molto familiare a me…)
Dicevamo, sì, i due temi sono questi, ambiente e libertà, e puoi aggiungere anche la storia.

Il rapporto con il mondo delle guide.
Già che ci siamo, parliamo un attimo della “guida”. Tu sei guida, hai mai praticato il mestiere?
No, io ho praticato assai poco il lavoro classico di guida, nel senso che ho accompagnato ben poche persone – diciamo che due mani mi bastano per dire quante volte sono andato con dei clienti! Ma in realtà il titolo di guida l’ho usato parecchio per altri tipi di lavoro, cioè quelli dei corsi aziendali di formazione. Formazione aziendale che prevedeva dei momenti outdoor – calate, ferrate, ecc. Ne ho fatti parecchi.

(Arriva Guya – porta la spesa e del vento fresco, si mettono a prendersi in giro… Interrompiamo.)

Eravamo alle guide. Hai dovuto fare tutta la formazione come oggi?
Era completamente diverso. È stata una cosa abbastanza travagliata. Sono diventato aspirante guida nell’80. Dopo i tre corsi regolari di roccia, ghiaccio e sci. Dopodiché sono passati tre anni in cui ho esercitato un po’ e poi nel 1983 mi sono iscritto ai corsi per diventare guida. Ho fatto un corso, quello di scialpinismo. Lo scialpinismo però è il mio punto debole nel senso che non scio benissimo, non ci sono portato, uno ce l’ha nel suo DNA certe cose – io questo no, pur essendomi anche applicato, ho raggiunto il livello per diventare aspirante, non è che non so sciare, però ho vari punti deboli. Siccome in quell’anno io ho quasi litigato, o meglio già tre anni prima avevo già quasi litigato, con il direttore del corso (non ero tanto d’accordo con lui), in poche parole non sono riuscito a passare questo corso di scialpinismo per guida, provocando anche il disagio di molti colleghi, di gente che si chiedeva perché. Questo era nel 1983. Passano 12 anni (ride), 12 anni!, arriviamo nel ‘95 e una legge regionale impone alle guide di mettere ordine nel proprio albo. Io ero nell’albo degli aspiranti guide. Quindi essendo nell’albo degli aspiranti guide da troppo tempo – fatto sta che ero insieme ad altre 36, 37 persone in questa condizione “io ero intra color, che stan sospesi” per dirla con Dante. Ci hanno fatto fare un corso che è durato tre giorni e hanno promosso tutti! Tutti! E quindi sono diventato guida senza fare i corsi per diventare guida! Hai capito? Ne ho fatto uno, quello di scialpinismo, e anche male! Roccia e ghiaccio? Mai fatti… Questo era nel ‘95, da allora io sono guida a tutti gli effetti, ho fatto gli aggiornamenti ogni tre anni, quest’anno dovrò andare a farlo ancora. Questa è una storia abbastanza divertente…

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Ma il tuo rapporto con quel mondo com’è?
Il mio rapporto con quel mondo è un rapporto di odio e amore. Tanto io già nel ‘72 ero accademico del CAI. Diventando aspirante guida, praticamente mi hanno buttato fuori dal CAAI (Club Alpino Accademico Italiano), perché una guida non poteva essere accademico , cioè non mi hanno buttato fuori ma mi hanno messo su una lista a parte. Potevo andare alle loro riunioni ma senza diritto di voto. E come me c’erano tanti altri. Quindi aver dovuto rinunciare all’accademico – per carità, non è importante, ma dal punto di vista del significato di far parte dell’Accademico, sicuramente io con i miei pensieri, con il mio modo di andare in montagna ero più vicino al mondo degli accademici che non a quello delle guide. Quindi dover rinunciare a quello degli accademici, insomma, mi dispiaceva. Perché l’ho fatto? Perché ritenevo comunque che le guide fossero in una condizione per la quale bisognava collaborare, per aiutarli a migliorare la loro condizione in Italia. In altri paesi la situazione è completamente diversa. Ma qui in Italia la gente vede la guida ancora con la pipa in bocca, se sanno cos’è… se vuoi, non la distinguono dall’Alpino. Sto esagerando, ma non più di tanto. Quindi dentro di me mi dicevo “questi ragazzi che diventano guide (e oltre tutto è proprio difficile diventare guida – perché i corsi dalla fine degli anni ‘70 sono veramente diventati difficili) secondo me meritano di più, ci vuole una maggiore valorizzazione di questa figura”. Comunque la guida alpina ha detto molto nella storia dell’alpinismo e anche oggi dovrebbe continuare a dire molto. Specialmente in un tempo in cui la responsabilità di chi va in montagna è cresciuta così tanto e il rischio di avere poi anche problemi giuridici penali per l’incidente sono cresciuti notevolmente: già negli anni ‘80 era così, adesso non ne parliamo. Io che mi occupo di comunicazione, che penso di saper scrivere meglio degli altri, magari posso dare una mano. Questa era un po’ la mia mission. Cosa che si è scontrata immediatamente con la parte più grezza e gretta delle guide – con quella mentalità di “noi portiamo la gente in montagna, chi è guida senza portare la gente in montagna è un cittadino…” Questo era negli anni ‘80 ma è ancora un po’ così, anche se adesso ci sono molte guide cittadine. Rispetto a prima è diverso, però un po’ si sente.

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Poi, come per tutti gli organismi (se ci sono delle cose che non vanno bene e che andrebbero messe a posto), è difficile, è difficile fare una critica, mi sono scontrato più volte. Adesso faccio parte del consiglio nazionale, sono riuscito a farmi eleggere, qualcuno ci crede (mentre non sono riuscito a entrare nel consiglio del Collegio Guide della Lombardia, ed è meglio così, così almeno faccio meglio l’altro compito). Diciamo che ci sono dei problemi che probabilmente in Germania non ci sono. Soprattutto partendo dal fatto che in Italia ci sono degli istruttori CAI che tolgono molto lavoro alla guida. Non è che possiamo ribellarci, è la legge. Bisognerà trovare pian pianino un compromesso. Oltretutto ci sono anche degli istruttori che lo fanno per conto loro e questo è veramente illegale. Sono pochi, ma ci sono. Questo però ha poco a che fare con la mia critica costruttiva alle guide. Una delle cose che dovrebbero fare le guide è dire “come gruppo rinunciamo all’eliski perché riteniamo sia un’attività non consona alla mission della guida alpina”. Che poi qualche guida possa anche accettare il lavoro di questo genere, per me è una responsabilità del singolo. Non è vietato. Però dal punto di vista del gruppo sarebbe bello che ci fosse una presa di posizione di questo genere. E quindi io adesso sto lavorando sotto sotto, ho creato un forum, vorrei riuscire pian pianino a contarci, a vedere quelli che potrebbero alzare la mano e dire “ma insomma, veramente, prendiamo posizione”. Sarebbe bello, ma non è facile.

Ma guarda che sarà difficile, se penso al Club Alpino Svizzero… nelle sue posizioni secondo me è diventato meno “ambientale” e più “commerciale”…
Ah bene, anche voi ci tradite… no, quello no! Comunque io difficilmente mollo l’osso. Quindi speriamo che possa andare avanti questa storia, perché poi ho anche detto: “Se domani il parlamento italiano o qualche regione decidesse che l’eliski è vietato (cosa che non succede, ma se succedesse…) io sarei il primo a non essere contento. Sarei scontento di questo. Perché ottenere quello che vuoi tramite un divieto è la cosa più negativa che ci possa essere, invece che ottenerla tramite la convinzione. Se la maggioranza si esprimesse e dicesse no, allora mi andrebbe bene. Ma che questo avvenga tramite un divieto, mi metterei dalla parte opposta, ma veramente! Questo è importante da capire, perché se non c’è un processo culturale ma solo un altro no, allora domani ti vietano anche l’alpinismo perché è un’attività pericolosa… Questo è quello che sto cercando di fare con le guide. Cercare di migliorare la loro immagine tramite la loro evoluzione culturale, che devo dire è molto lenta.

Sigmund Freud
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Il rapporto con l’alpinismo moderno e il lavoro oggi. Il “Gogna blog”.
Ti sei scelto un campo di battaglia difficile… Invece l’alpinismo di oggi, lo segui sempre, sei uno dei pochi…
… vecchi…

Vecchi, ok, l’hai detto tu, che sanno cosa vuol dire – cioè non solo segui, ma capisci! E a differenza di un Messner li sostieni anche.
Con Reinhold c’è stata anche una mezza discussione su questo…

(… interruzione per “la solita aspirante modella” che sbaglia porta per il casting e suona, risate…)

Lui aveva detto che l’alpinismo è finito con Bonatti e con lui… A me sembrava veramente una stupidata, lì ho pensato “devo assolutamente dire qualcosa”. Allora ho scritto che l’alpinismo c’è ancora e come, ci sono dei giovani che fanno delle cose meravigliose, lo stesso Messner è dentro il Piolet d’Or e sa bene cosa vuol dire essere nominato al Piolet d’Or e cosa vuol dire fare delle salite fantastiche e completamente fuori dell’immaginazione anche di soli 20 anni fa. Aldilà, oltre, ma oltre, oltre, oltre! Il fatto che l’altro giorno Alex Honnold e Colin Haley abbiano finalmente completato la traversata delle montagne del Cerro Torre, che avevano già fatto l’anno scorso, tra l’altro, arrivando a due tiri (due tiri!) sotto la cima, è straordinario. Ma io mi ritrovo a pensare “ma allora, se l’hanno fatto due volte, è quasi una roba normale, hai capito? Non è una roba che uno dice “cosa hanno fatto?”. No, questi fanno un’impresa che sono in grado di ripetere l’anno dopo tranquillamente in 24 ore! Cioè fino a sei, sette anni fa ci mettevano cinque, sei giorni – lo stesso Haley con Rolando Garibotti. E poi ci sono quelli che magari dicono, questo non è mica un alpinista, scala solo in Yosemite – sì, abbiamo visto – ha fatto la traversata del Fitz Roy con nientedimeno che Caldwell, e quest’anno e l’anno scorso questa traversata di queste quattro guglie, Cerro Standhardt, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre. Se tu non vedi questo, sei cieco. Ma veramente. Non diciamo che l’alpinismo è finito. Poi era anche un po’ ridicolo perché guarda che Bonatti aveva detto la stessa cosa nel ‘68 – ah beh, si è visto… State zitti, dai… Quando ci vuole, ci vuole. Infatti si sono ben guardati dal mettersi a litigare con me su questa cosa. Indifendibile.

Carl Gustav Jung
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A parte questo, con Messner che rapporti hai?
Ottimi. Ma non vuol dire che adesso non posso dire come la vedo io… Mi sono per esempio anche permesso di criticarlo sul come aveva scritto sul Cerro Torre. Tu puoi benissimo scrivere un libro sul Torre, sulla vicenda di Maestri ecc., per carità. Ma fai una cosa seria! Non che tu cominci a dire due cose nelle prime due righe e poi le ripeti uguale in fondo avendo dimostrato niente. Questo non mi piace, questo è fucilare le persone. Poi, che tu abbia ragione non lo discuto neanche, può darsi benissimo che Maestri non sia arrivato in cima, anch’io dentro di me sospetto che non sia arrivato in cima, ma non puoi affermarlo così, non va bene. Mi ha risposto, gentilmente, rimanendo della sua idea. Amici come prima…

Tu puoi, io non posso… Come giornalista nella sua lista nera non posso…
Comunque, il discorso era nato con l’essere informato sulla cronaca, eh beh, la risposta è sì, io sono al corrente della cronaca. Cerco di esserlo, difficilmente scrivo sul blog qualche cosa di cronaca perché ci sono già altri che lo fanno, e bene, come Planetmountain: non mi va di essere in concorrenza con loro, sono molto più rapidi di me, non voglio competere. Sarebbe assurdo se mi mettessi a scrivere le stesse cose. Poi non ho le capacità di scriverne il giorno dopo, io ho bisogno di un attimo di tempo per approfondimenti, non mi va di fare l’articolo con le notizie dell’ANSA.

Parlando del tuo lavoro di ogg: perché lavori ancora?
Il mio lavoro è non pagato, molto semplicemente!

Ma perché ti piace continuare? Nel senso che alla tua età potresti fare il pensionato!
Pensionato che non ha una pensione… Comunque ci ho pure pensato. Non lo faccio perché se vuoi mi sento più giovane di quanto sono, dentro di me non ho 70 anni, ne ho molti di meno, soprattutto provo delle emozioni, ci sono delle cose che mi spingono a scrivere. I problemi sono soprattutto quelli che ti ho detto prima, cioè la libertà, l’ambiente: se vuoi, mettici pure la gestione di certi enti, tipo il soccorso alpino, tipo le scuole d’alpinismo per esempio. Su questi enti ho fatto degli articoli pesanti di critica e anche di accusa come vengono gestiti in Italia, all’estero non ho idea, i miei limiti sono questi. Il giorno che avrò una redazione con qualcuno che mi traduce istantaneamente in inglese o in tedesco quello che io scrivo in italiano, sarò solo contento. Ma questo non c’è ora, e quindi mi limito ai problemi italiani. E i problemi italiani sono questi qua. Abbiamo il CAI che fa acqua da tutte le parti, per il tipo di gestione molto, molto burocratica. In questo ambiente prendono corpo gestioni condotte al limite del legale e oltre. Non sono molti casi, ma sono significativi. Però devo provarlo, e ci stiamo provando.La lotta è lunga e dura. Speriamo adesso che a maggio prossimo venga eletto Vincenzo Torti come nuovo presidente con il quale ho un buon feeling e con il quale penso si potrebbe fare un bel lavoro. Fa parte del futuro… Il presente è al contrario molto molto scuro. Non ci siamo. La gente mormora… chi è dentro per esempio nel soccorso alpino come volontario sa bene che se si mette a fare una critica verrebbe sbattuto fuori, è già successo, almeno tre persone che conosco io, ma chissà quanti altri. La maggior parte ci tiene un po’ ad avere il distintivo, c’è gente che ti manda delle lettere anonime dicendo avete ragione, continuate così, e io gli rispondo, “caro X, sono molto felice che tu dia una mano morale con la tua lettera, sappi però che dal punto di vista pratico non serve a nulla, tu devi firmarti con nome e cognome, se no non riesco a fare nulla”.

Il Capo tra i vecchi Liguri, Toirano, 26 maggio 2013. Foto: Ezio Marlier
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Comunque tornando a prima, tu pubblichi tutti i giorni?
Sì, io pubblico tutti i giorni.

E cosa ti sta più a cuore – blog, social media, rivista classica?
Nell’ordine io ho sempre preferito il libro. E dopo il libro c’era la rivista. Il libro è morto. Perché in Italia ormai vengono pubblicati solo i libri di Simone Moro, Reinhold Messner ed Hervé Barmasse – l’unica editoria di montagna è questa; libri che parlano di Bonatti, quello va sempre bene, o libri pubblicati da Messner, Moro o Barmasse. Fine. Beati loro, sono contento per loro. Però lasciami dire che non è una bella situazione. Tutto il resto non esiste. Ma perché non esiste? Perché non viene venduto! Tutto ciò che si pubblica al di fuori di questi nomi rimane lì. Lo vedo con i miei libri, si fa fatica, si vendono 1500, 2000 copie – fa ridere. Allora necessariamente uno deve abbandonare l’idea del libro; oppure lo pubblichi tu, ma allora rimane in cantina da te… La rivista? Che riviste di montagna ci sono in Italia in questo momento che valgono la pena? Non ci sono! Per cui anche la rivista la devi mettere da parte. C’era Alp, ma non c’è più.

E allora cosa rimane? Rimane internet, rimane il blog – non c’è un’alternativa. Tu mi hai chiesto cosa preferivo. Ma io ti dico che non c’è alternativa! Non è che io lo preferisca. Allora, due anni fa, mi sono messo a fare questa cosa e devo dire che mi piace molto. Lo faccio molto volentieri, tutti i giorni. È pagato zero. Può esserci qualche ritorno economico, se vuoi, nel momento in cui faccio magari delle serate, convegni, qualcuno che mi chiama ancora c’è. Ma il lavoro non è pagato, anzi – è dentro nel sito di Banff e ci sono altre persone che curano la comunicazione di questo – con queste due persone c’è un accordo: sì alla sponsorizzazione per quello che riguarda Banff (per esempio Salewa), ma adesso sponsorizzare anche il blog, che vorrebbe dire che leggendo il blog ti ritrovi anche lì la pubblicità, finché è possibile cercherò di evitarlo. Nel caso in cui diventassimo qualcosa in più, vedremo, ma al momento voglio che sia così. Per cui proprio zero, zero rimborsi. Ma lo faccio così volentieri che va bene così. Cerco sempre altri che mi aiutino, gente che scriva, possibilmente di un certo livello, ma poi devi sempre lavorare il pezzo, impaginarlo, redigerlo. C’è Luca Calvi che mi dà una mano con le traduzioni, molto bravo, ci sono due, tre avvocati che mi rileggono certi pezzi… (Ride.) Sul serio – mi sono arrivate una querela più due, tre lettere di minacce – puro terrorismo, tanto non avrebbero fatto mai niente, avevano torto marcio.

La parola, in generale, è sempre stata più importante per te della foto?
Ho fatto tanto lavoro con la fotografia, penso di aver fatto dei bei libri, no? Allora, io riconosco una grande importanza all’immagine, sia alla foto che al video.

(Deve tirare fuori il pane dalla macchina per il pane, un attimo di interruzione.)

DueAnzi19.000Parole-1-vignette, Massimo Bucchi, confronto, ven, 24lug15

Anche nei miei post metto sempre delle foto, sono convinto che qualche immagine ci debba essere. Poi dipende anche dall’articolo. Però il testo, la parola secondo me rimane comunque sempre la cosa più importante. Ma perché? Per un motivo solo: la parola, il testo, la lettura sono più importanti dell’immagine e del video perché la lettura permette di esercitare liberamente la fantasia. Cioè la fantasia del lettore è più stimolata dalla lettura che non dall’immagine. Questo lo trovo un dato di fatto. Perché? La lettura sono parole. Quindi ti immagini la scena, il panorama, il quadro generale di cui si scrive. Con la fotografia una buona parte di tutta questa fantasia viene eliminata, e non parliamo del video. Questo non vuol dire che non si possano fare delle bellissime foto e dei bellissimi video, questo è un altro discorso. Però per ciò che riguarda la fantasia, io non ho dubbi sul fatto che la parola sia quella più stimolante. E quindi è quella che ti fa più crescere; leggere e scrivere fa più crescere che non usare l’immagine. Questo vorrei che tu lo scrivessi, perché per me è importante.

… fa anche più sognare…
Certo, fantasia vuol dire sognare, usa pure la parola sogno. A tal punto che il mio blog si distingue anche per un’altra cosa che qualunque markettaro del marketing digitale ti sconsiglia di fare: loro dicono “se vuoi essere incisivo, devi fare la pagina, e non dovresti costringere a “scrollare” giù. Una pagina lì pronta e basta, punto. Io odio – capito, odio – questo genere, quando ero bambino c’era il Reader’s Digest, lo leggevo, dicevo che schifo, una cosa che già non mi piaceva allora, immagina. Questa pappetta preconfezionata, questa paginetta che fanno gli altri organi d’informazione, lo facciano pure loro. T’interessa? Lo leggi. Non ti interessa? Non leggi. Non me ne frega niente. Non ho da vendere niente. Anche lì è il bello. Sto crescendo come numero di lettori, fa piacere, per carità, ma mettersi a lavorare perché questi numeri schizzino in alto, non mi interessa, devono crescere naturalmente, crescere senza che io cambi me stesso. Se a me piace questo tipo di presentazione non superficiale deve rimanere non superficiale. Poi non è vero che internet fa solo gossip – per fortuna esistono i link, e c’è gente che va a cercare articoli di un anno fa, e ogni tanto vengono fuori commenti su un articolo di mesi fa. Se uno fa un commento, questo va comunque a tutti quelli che avevano fatto un commento prima e quindi la cosa continua a girare. Questi sono pregi che internet ha a differenza della carta stampata. E quindi se vuoi fare cultura, questo è un sistema. Se tu dai invece pappetta che sembra liofilizzato, va bene, va benissimo, non sto dicendo che è sbagliato, solo che non fa per me.

(continua)

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Luoghi e nonluoghi

Luoghi e nonluoghi

L’espressione non luogo non significa, come si potrebbe immaginare, luogo che non esiste. Significa invece luogo privo di un’identità, quindi un luogo anonimo, un luogo staccato da qualsiasi rapporto con il contorno sociale, con una tradizione, con una storia. In genere, quando si parla di non luogo, si ricordano gli aeroporti, le autogrill, i centri commerciali, le stazioni; tutti luoghi che hanno questa stessa caratteristica, una sorta di anonimato, una riproduzione in serie anche degli ambienti architettonici all’interno del quale quella istituzione è collocata. A usare per primo l’espressione non luogo è stato l’antropologo francese Marc Augé che ha usato, appunto, l’espressione non lieu. Lo ha fatto nel 1992, nel titolo di un suo libro che è stato poi tradotto nel 1996 con il titolo in italiano di Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità. Da quel momento l’espressione non luogo ha avuto grande successo anche nella lingua italiana e il successo è dimostrato anche dal fatto che è scritta indifferentemente e con un trattino tra non e luogo, e, ancora più spesso, la forma è univerbata, quindi nonluogo scritta in un’unica soluzione. A partire dal 2003 nonluogo è entrato ufficialmente come termine prima in un dizionario dei neologismi, e in un secondo momento ha cominciato ad essere registrata anche in tutti i vocaboli della lingua italiana (Valeria Della Valle)”.

Marc Augé
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Luoghi e non luoghi: lo spazio tra Marc Augé e Zygmunt Bauman
(Articolo tratto dalla tesi di Laura Lucchese, L’arte del viaggiare: l’etnografia del pendolare, studio sociologico sulle moderne forme del viaggiare e della loro relazione con le concezioni di tempo e spazio modificatesi con le più recenti trasformazioni sociali. Tesi pubblicata su http://sociologia.tesionline.it/sociologia/articolo.jsp?id=2597 il 15 settembre 2008)

Nell’esperienza contemporanea, luoghi e non luoghi «si incastrano, si compenetrano reciprocamente, la possibilità del nonluogo non è mai assente da un qualsiasi luogo» così Chiara Giaccardi e Mauro Magatti riprendono un’affermazione di Marc Augé sulla compresenza nello spazio sociale di luoghi della solitudine, della non permanenza, dell’interazione strumentale e contrattuale.
Ma cosa sono effettivamente i luoghi e i non luoghi?
I primi riguardano uno spazio relazionale identitario storico, cioè uno spazio in cui le relazioni sono sollecitate e sono parte integrante di questo luogo, i soggetti si riconoscono al suo interno e per questo è definito identitario e storico perché i soggetti hanno una storia comune o si richiamano ad essa.
Il nonluogo ha caratteristiche opposte, riguarda gli spazi di transito, di attraversamento, che sono pensati a prescindere dalla relazione, infatti, non sono identitari cioè non sono spazi in cui ci si riconosce come appartenenti (classici non luoghi sono l’aeroporto, la stazione).
Nella contemporaneità proliferano questi spazi che sono pensati attorno a dei fini, essi sono come degli incroci di mobilità, dove il rapporto principale si svolge tra il luogo e l’individuo, non tra gli individui all’interno di questo luogo. Naturalmente poi ogni non luogo può diventare un luogo per qualcuno: si tratta quindi, di una distinzione di atteggiamento e non di sostanza.
Il nonluogo: “è uno spazio privo delle espressioni simboliche di identità, relazioni e storia: esempi tali di ‘non luoghi’ sono gli aeroporti, le autostrade, le anonime stanze d’albergo, i mezzi pubblici di trasporto […]. Mai prima d’oggi nella storia del mondo i non luoghi hanno occupato tanto spazio (Zygmunt Bauman, Modernità liquida, 2002, p. 113)”.

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Bauman riprende anche una distinzione fatta da Claude Lévi-Strauss, tra spazi antropoemici e spazi antropofagici, cioè tra spazi che sono costruiti in modo da respingere, da disincentivare la socialità e spazi invece che sono costruiti in modo da fagocitare i soggetti, i comportamenti disciplinati in qualche modo, annullando quella alterità che rende possibile la socialità.
I nonluoghi hanno alcune caratteristiche dei luoghi emici (antropoemici), ma accettano l’inevitabilità di una loro frequentazione da parte di estranei, chiunque vi si trovi deve sentirsi come se fosse a casa propria ma non comportarsi come se davvero lo fosse.
Inoltre, ci sono luoghi dove le differenze vengono rese invisibili e ognuno di essi ha una specifica modalità, tra questi, gli spazi vuoti. “Luoghi ai quali non viene attribuito nessun significato. Non hanno bisogno di essere divisi fisicamente da staccionate o barriere. Non sono luoghi proibiti, ma spazi vuoti, inaccessibili a causa della loro invisibilità… (Jerzy Kociatkiewicz e Monika Kostera, citati da Zygmund Bauman, Modernità liquida, 2002)”.
Questi sono spazi che non hanno alcun tipo di significato e non sono nemmeno in grado di darne uno. Per come vengono descritti, sono luoghi che non vengono “colonizzati” perché nessuno ne sente il bisogno, sono in fondo alla lista di tutti gli spazi descrivibili. «La vacuità del luogo è negli occhi di chi guarda e nelle gambe o nelle ruote di chi procede. Vuoti sono i luoghi in cui non ci si addentra e in cui la vista di un altro essere umano ci farebbe sentire vulnerabili, a disagio e un po’ spaventati (Zygmunt Bauman, Modernità liquida, 2002, p. 116)».
Il tipo di società che nasce e si sviluppa ancor oggi vede l’accrescersi del controllo e degli strumenti d’azione, da parte delle società umane, in diversi aspetti della vita: stato, impresa e scienza, ma in particolare nel viaggio, un viaggio nel tempo libero, per turismo o per lavoro.

Expo, un nonluogo per eccellenza
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Nonluogo in montagna
(adattamento e interpretazione da Wikipedia, a cura della Redazione)

Il neologismo nonluogo (o non luogo, entrambi modellati sul francese non-lieu) definisce due concetti complementari ma assolutamente distinti: da una parte quegli spazi costruiti per un fine ben specifico (solitamente di trasporto, transito, commercio, tempo libero e svago) e dall’altra il rapporto che viene a crearsi fra gli individui e quegli stessi spazi.

Definizione
Marc Augé definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei nonluoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), sia i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, gli outlet, i campi profughi, le sale d’aspetto, gli ascensori, eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento (reale o simbolico). I nonluoghi sono prodotti della società della surmodernità, incapace di integrare in sé i luoghi storici confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate e circoscritte alla stregua di “curiosità” o di “oggetti interessanti”. Simili eppure diversi: le differenze culturali massificate, in ogni centro commerciale possiamo trovare cibo cinese, italiano, messicano e magrebino. Ognuno con un proprio stile e caratteristiche proprie nello spazio assegnato. Senza però contaminazioni e modificazioni prodotte dal nonluogo. Il mondo con tutte le sue diversità è tutto racchiuso lì.

I nonluoghi sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi abita.

Per provare a definire qualche realtà dell’attuale turismo montano usando la definizione di nonluogo: alberghi e rifugi alpini a conduzione non personalizzata, alberghi e bar dei passi alpini, tutti gli impianti sciistici (la magnitudo di spersonalizzazione dei quali aumenta con le dimensioni del domain skiable). Ma aggiungiamo le falesie attrezzate esclusivamente per l’arrampicata sportiva, le vie ferrate, i percorsi vita. Qualunque tipo di rating (dal numero di stelle alla graduazione di difficoltà) accelera il processo che trasforma un luogo in un nonluogo.

Certo, la divisione non è sempre così netta: i luoghi e i nonluoghi sono sempre altamente interlegati e spesso è difficile distinguerli. Raramente esistono in “forma pura”: non sono semplicemente uno l’opposto dell’altro, ma fra di essi vi è tutta una serie di sfumature. In generale però sono gli spazi dello standard, in cui nulla è lasciato al caso tutto al loro interno è calcolato con precisione il numero di decibel, dei lum, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazione. Sono l’esempio esistente di un luogo in cui si concretizza il sogno della “macchina per abitare”, spazi ergonomici efficienti e con un altissimo livello di comodità tecnologica (porte, illuminazione, acqua automatiche).

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Rapporto tra i “nonluoghi” e i loro frequentatori
Nonostante l’omogeneizzazione, i nonluoghi solitamente non sono vissuti con noia ma con una valenza positiva (l’esempio di questo successo è il franchising ovvero la ripetizione infinita di strutture commerciali simili tra loro). Gli utenti poco si preoccupano del fatto che i centri commerciali siano tutti uguali, godendo della sicurezza prodotta dal poter trovare in qualsiasi angolo del globo la propria catena di ristoranti preferita o la medesima disposizione degli spazi all’interno di un aeroporto. La montagna non fa eccezione, anzi certi aspetti sono acuiti, esagerati. Per esempio, quella sensazione di smarrimento che un escursionista non pratico della zona si ritrova a provare si attenua di molto in presenza di baite accanto alle piste di sci, di cartelli segnaletici, posteggi organizzati, di rifugi pieni di giorno e vuoti di notte.

Il rapporto fra nonluoghi e i suoi abitanti avviene solitamente tramite simboli (parole o voci preregistrate). L’esempio lampante sono i cartelli affissi negli aeroporti vietato fumare oppure non superare la linea bianca davanti agli sportelli. L’individuo nel nonluogo perde tutte le sue caratteristiche e i ruoli personali per continuare a esistere solo ed esclusivamente come cliente o fruitore. Il suo unico ruolo è quello dell’utente, questo ruolo è definito da un contratto più o meno tacito che si firma con l’ingresso nel nonluogo.

Le modalità d’uso dei nonluoghi sono destinate all’utente medio, all’uomo generico, senza distinzioni. Non più persone ma entità anonime. Non vi è una conoscenza individuale, spontanea e umana. Non c’è più libertà. Negli anni ’70 l’Albergo Col di Lana del Passo Pordoi ha visto gesta e amicizia di un gruppo di giovani tra i più creativi della storia dell’alpinismo: quel luogo era gestito dal carisma e dall’umanità di Almo Giambisi. Il quale però ha ricreato questo bel clima al rifugio Antermoja. Stessa atmosfera al rifugio Gardeccia grazie a Marco Desilvestro. Non è vero che oggi non vi sia più possibilità di gestire e frequentare un vero luogo: basti ancora pensare al rifugio Boccalatte di Franco Perlotto.
Nel nonluogo non vi è un riconoscimento di un gruppo sociale, come siamo abituati a pensare nel luogo antropologico. La tessera del Club Alpino Italiano non è più certificazione di passione in comune ma è vista quasi come un fastidio in certi “rifugi”.
Una volta l’uomo aveva un’anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano: così scriveva il novelliere e saggista Stefan Zweig. Da quel tempo il processo di disindividualizzazione della persona è andato via via progredendo, di pari passo con quella dei luoghi. Anche nella ben tenuta montagna del Tirolo le diverse località si stanno sempre più omologando, con i medesimi rifugi e ristoranti: se ci sono differenti identità storiche, queste tendono a perdere personalità e attrattiva culturale nel momento in cui sono ridotte a stereotipo di richiamo turistico.

Si è socializzati, identificati e localizzati solo in occasione dell’entrata o dell’uscita (o da un’altra interazione diretta) nel/dal nonluogo; per il resto del tempo si è soli e simili a tutti gli altri utenti/passeggeri/clienti che si ritrovano a recitare una parte che implica il rispetto delle regole. La società che si vuole democratica non pone limiti all’accesso ai nonluoghi, a patto che si rispettino una serie di regole, poche e ricorrenti. Farsi identificare come utenti solvibili (e quindi accettabili), attendere il proprio turno, seguire le istruzioni, fruire del prodotto e pagare.

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Il concetto di gita
Anche il concetto di gita è stato pesantemente attaccato dalla surmodernità: grandi “nonluoghi” posseggono ormai la medesima attrattività turistica di alcuni monumenti storici. Si veda la funivia del rifugio Torino appena rimodernata. Si va alle Tre Cime di Lavaredo con la stessa religiosa devozione con cui i cattolici vanno a San Pietro, i musulmani alla Mecca, i giocatori d’azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland o Gardaland, le famiglie all’Auchan il sabato pomeriggio. Questo tipo di gita, oggi, è sempre più diffuso.

Centri commerciali
L’identificazione dei centri commerciali come nonluoghi, tuttavia, è stata oggetto di messe a fuoco distinte da quella di Marc Augé: una ricerca effettuata in Italia su un vasto campione di studenti delle scuole superiori (Lazzari & Jacono, 2010) ha mostrato come i centri commerciali siano uno dei punti di ritrovo d’elezione per gli adolescenti, che li pongono al terzo posto delle proprie preferenze d’incontro dopo casa e bar. Secondo Marco Lazzari (2012) i nativi digitali sono nativi anche rispetto ai centri commerciali, nel senso che non li percepiscono come una cosa altra da sé: sfuggendo la retorica del nonluogo e ogni snobismo intellettuale, i ragazzi sentono il centro commerciale come un luogo vero e proprio, di frequentazione non casuale e non orientata soltanto all’acquisto, dove si può esprimere la socialità, incontrare gli amici e praticare con loro attività divertenti e interessanti. Lo stesso Augé, in effetti, ha successivamente convenuto che «qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo».

Il campo profughi di Zaatari, vicino a Mafraq, Giordania
An aerial view shows the Zaatari refugee camp on July 18, 2013 near the Jordanian city of Mafraq, some 8 kilometers from the Jordanian-Syrian border. The northern Jordanian Zaatari refugee camp, now home to 160,000 Syrians, equal in size to what would be Jordan's fifth-largest city. AFP PHOTO/MANDEL NGAN/POOL        (Photo credit should read MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

Il nonluogo nei rifugiati
Augé definisce come doppiamente destinati al nonluogo i rifugiati: essi tagliano i ponti con il luogo di provenienza, a volte per sempre, e si imbarcano senza identità verso qualcosa che non raggiungeranno mai. Sono in duplice negazione. Si crea, particolarmente nell’Europa che tenta di fermare l’ingresso dei migranti, una coppia di nonluoghi: quelli dell’abbondanza, sostanzialmente già descritti sopra, e quelli della miseria, come campi profughi, centri di detenzione dei migranti et similia. In essi la tendenza spontanea riscontrabile nei centri commerciali o in altri nonluoghi a divenire, per alcuni, dei veri e propri luoghi, non si verifica, trattandosi di spazi strutturalmente esclusivi e transitori. L’identità è pericolosa per chi ci si trova (poiché espone al rischio di espulsione o incarcerazione) e questo elimina ogni possibilità di riconversione in luogo.

Bibliografia
Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera, 2009 (prima ed. in italiano nel 1996);
Marc Augé, Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo, Elèuthera, 2009;
Marc Augé, Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, 1999;
Marc Augé, I nuovi confini dei nonluoghi, Corriere della Sera, 12 luglio 2010, pag. 29.

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Rischio, sicurezza e libertà

Rischio, sicurezza e libertà
di Francesca Colesanti
(pubblicato su In Movimento, maggio 2016)

Vi è un filo (una corda?) sottile ma forte che unisce il significato di libertà così come inteso dai «Nuovi Mattini» – libertà dall’ingombrante retaggio ereditato da una concezione eroica ed elitaria dell’alpinismo e voglia di avventura verso pareti inesplorate – e il diritto ad arrampicare a dispetto dei vincoli imposti da una società (mentalità) sempre più ossessionata dalla sicurezza.

La chiacchierata fra Alessandro Gogna, Gianni Battimelli ed Eva Grisoni – due reduci dei nuovi mattini e una «scalatrice del pomeriggio», come lei stessa si è autodefinita – prende le mosse da quel concetto di libertà sviluppato negli anni Settanta, si dipana attraverso le sale indoor e l’arrampicata come sport di massa, per arrivare inesorabilmente a un punto, che oggi appare cruciale: quello della sicurezza.

La sicurezza è un corollario della libertà o ne è l’antitesi? La volontà di rischiare può e deve restare una legittima aspirazione dei singoli nel momento in cui se ne assumono consapevolmente la responsabilità e le conseguenze, o deve invece essere contenuta entro limiti etici o legali stabiliti dall’esterno? L’avventura e la voglia di scoperta potrebbero essere soffocate dalla piovra dell’omologazione sportiva o la maggiore capacità tecnica acquisita grazie alla sicurezza delle falesie può invece esaltarle? E’ davvero auspicabile rendere più sicura la montagna per consentire a più persone di usufruirne, quindi renderla sicura per poterla sfruttare meglio?

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«I protagonisti dei Nuovi mattini, da Motti a Guerini a Miotti – racconta Gianni Battimelli – erano tutti fior di alpinisti. Che a un certo punto hanno detto una cosa che all’epoca era vista malino: arrampicare ha un suo valore in quanto tale e non è solo propedeutico all’alpinismo. In un certo senso quindi l’arrampicata sportiva è figlia di quell’epoca, anche se poi molti l’hanno considerata una figlia degenere. Oggi però si sta verificando uno strano paradosso, quasi tutti coloro che imparano ad arrampicare in un ambiente sicuro come quello della palestra indoor riescono dopo poco tempo a raggiungere difficoltà e capacità gestuali che ai tempi nostri erano proibitive. Il punto è che poi quei livelli gestuali non funzionano più in montagna, a meno di non aver compiuto un lungo percorso di esperienza. In ambiente si hanno necessità tecniche diverse, che non possono essere apprese in una sala o in una falesia super-equipaggiata. Quindi, paradossalmente, la palestra limita gli spazi di libertà a chi vorrebbe crearseli».

«Questo è vero – concorda Alessandro Gogna – ma il primo passo per la libertà è il rispetto della libertà altrui, anch’io vedo l’arrampicata sportiva più povera perché privata dell’avventura e della natura, a volte ridotta a puro gesto fisico, atletico. Ma se ad alcuni piace solo questo, va bene così. Il punto però è che sembra non valere più il contrario. Questo si rispecchia ad esempio nella produzione delle vie: la cosiddetta arrampicata plaisir è esattamente figlia della volontà di ridurre un ambiente – che senza determinati interventi sarebbe quello avventuroso della montagna o della parete – a un ambiente sportivo. Non parlo certamente dei monotiri in falesia, poiché le falesie sono per lo più dichiaratamente luoghi sportivi, mi riferisco invece agli itinerari multipitch o plaisir, che rappresentano un ulteriore passo avanti in questa direzione. Qui andiamo a toccare un terreno più delicato, perché si va oltre la sfera individuale – voglio rischiare o non voglio rischiare – toccando una programmazione di uso del territorio della quale si vedono le conseguenze in alcuni settori delle Alpi, dove certe montagne sono state già «sportivizzate» in questo modo. Questo è un fenomeno da non demonizzare ma cui prestare attenzione poiché l’esigenza (legittima) di rendere meno pericoloso il monotiro potrebbe trasformarsi nel tentativo (impossibile) di azzerare il pericolo, al fine dì sfruttare meglio la montagna. C’è proprio una differenza nell’atteggiamento di fondo verso quella che è la natura, la cosiddetta wilderness».

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«Credo che molto dipenda da un concetto fondamentale che è quello di accettazione del pericolo – aggiunge Eva Grisoni – Viviamo in una società in cui tutto deve essere messo in sicurezza. Girando per le falesie in tanti sottolineano il fatto che l’arrampicata è uno sport sicuro. Questo è un approccio radicalmente cambiato nel tempo: oggi pochi scalatori accettano su di sé il rischio. La maggior parte pretende di praticare uno sport sicuro, ed esige che gli apritori realizzino vie sicure, o si lamentano se le vie non sono protette adeguatamente. Proprio in quanto sport praticato da molti, ciò che prevale è la ricerca della sicurezza a discapito dell’ambiente. Quando chiedi a chi arrampica cosa prova, la risposta è quasi sempre “mi sento libero”. E non è una libertà da qualcosa ma una libertà dentro qualcosa. Ora invece a molte persone l’ambiente in sé interessa poco, interessa la via come percorso da realizzare, di cui fruire, dove andare a divertirsi. Agli alpinisti classici sicuramente piaceva andare ad arrampicare ma non era il divertimento in sé che cercavano nell’aprire itinerari sulle Alpi».

Gogna: «Vorrei riprendere il tuo discorso, soprattutto sul termine pretesa. Perché è vero che si tratta proprio di una pretesa del fruitore – climber o alpinista o arrampicatore che si voglia chiamare – che vuole che l’itinerario sia sicuro. Questa pretesa ha contagiato non solo i fruitori ma persino gli apritori di queste vie. Oserei dire che la morte della libertà è proprio la sicurezza. Forse è una frase un po’ tranchant, ma più aumentano la sicurezza e l’attenzione che viene dedicata alla sicurezza, tanto più la libertà di scelta delle proprie azioni viene ridotta. D’altronde dove c’è meno caos, meno “anarchia”, la libertà decresce».

Battimelli: «Libertà e sicurezza sono due parole legate ma conflittuali tra loro. Il trasferimento in montagna delle sicurezze che si trovano in falesia o in palestra è illusorio, oltre che pericoloso, esattamente come quando si parla di sport estremi in sicurezza: si dice qualcosa di insensato, perché non esistono. Va detto chiaramente che l’unico modo sicuro di praticare l’alpinismo o di fare dell’arrampicata, anche in falesia, è evitare di praticarlo. L’unico modo sicuro di fare dell’alpinismo è non farlo. Altrimenti bisogna essere consapevoli che si corrono dei rischi. Questa delega sistematica delle condizioni di sicurezza ad altri, rimettendo ad altri il compito di garantire le condizioni che ci permettano di essere sicuri è un grave processo di deresponsabilizzazione delle persone».

Due escursioniste sono morte oggi nel Lazio in due diversi incidenti in montagna. I principali consigli per affrontare la montagna in sicurezza (Fonte: Soccorso Alpino)

«E qui – prosegue Battimelli – il problema diventa quello della possibilità di fare ciascuno ciò che vuole: fino a dove è possibile mantenere quegli spazi di libertà per chi è disposto, consapevolmente, ad assumersi certi rischi. Temo che oggi sia sempre più difficile poter godere di questa libertà, che la nostra sia una libertà condizionata da tanti ma… Io mi sento meno libero di fare l’istruttore di alpinismo oggi di quanto non lo fossi tempo fa, e non penso affatto che non debbano esistere le sacrosante regole di sicurezza e che sia meglio andare tutti a rischiare la pelle. Mi preoccupa che certi spazi di libertà legati all’assunzione consapevole di responsabilità in proprio vadano piano piano riducendosi…».

RischioSicurezzaLiberta-cartello_sicurezza

Va bene, ma come preservarli, questi spazi di libertà?

Grisoni: «Si può ancora essere liberi, ma le persone devono prendersela la libertà. Un conto è parlare della crescente quantità di gente che frequenta le palestre o le falesie, un conto è chi va a scalare in montagna, che esiste ancora e fa sicuramente meno chiasso della massa. Oggi l’arrampicata è uno sport di massa. Anche per questo il rischio viene visto come una cosa negativa, adesso più che in passato. Quello che stiamo vivendo adesso è non solo la messa in sicurezza dell’arrampicata, ma anche dello sport e della vita più in generale».

Gogna: «Nessuno può avere una formula. È vero che come ha detto Eva la libertà bisogna prendersela: c’è gente che lo fa ancora, forse meno di prima, ma non ne sarei nemmeno tanto sicuro. Vedi il crescente numero di persone che oggi salgono cascate di ghiaccio o praticano lo scialpinismo (che quanto a rischi è secondo solo alle salite himalayane), tutte persone che si assumono dei rischi. Dico però che viviamo in un’epoca in cui la parola ha una grossa importanza e faccio un esempio: il soccorso alpino ha lanciato questa iniziativa che si chiama “montagna sicura, falesia sicura”. Io combatto affinché questo slogan venga cambiato in montagna, o neve, “più” sicura. Perché il risultato al 100% non ci può essere e tanta gente non lo sa: per loro montagna sicura vuol dire senza alcun rischio».

Battimelli: «Secondo me c’è un equivoco di fondo, e riguarda la propensione al rischio. Io ritengo che sia falsa la contrapposizione che spesso viene affermata fra il tentativo dell’arrampicata moderna di eliminare il rischio e concentrarsi esclusivamente sulla difficoltà, e la propensione dei vecchi alpinisti a dare meno importanza al gesto atletico accettando però margini di rischio più alti, considerati spesso irresponsabili. Credo che fare un tiro di corda con poche protezioni in montagna necessiti di abilità tecniche tanto quanto come essere capace di fare un bloccaggio su un listello. Semplicemente si tratta di una competenza di tipo diverso: mentre la preparazione necessaria per tenere la reglette e superare un passo di 8a è sostanzialmente atletica e si ottiene con l’allenamento, il controllo mentale che serve per fare un tiro di corda non protetto è un fatto altrettanto tecnico che però richiede una maturazione e un’esperienza più lunga nel tempo. L’opposizione “vecchio alpinismo” versus “nuova arrampicata”, che corrisponderebbe a una “predisposizione al pericolo” versus un “gioco sportivo sicuro”, secondo me è in larga misura falsa: andrebbe spiegato e ribadito».

Ma correre del rischi significa farli correre ai soccorritori: è eticamente lecito?

Battimelli: «C’era uno splendido articolo di Pierre Chapoutot (alpinista francese degli anni Sessanta) che scriveva: “La risposta a questa domanda è stata data nel giorno stesso in cui alcuni alpinisti si sono trasformati in soccorritori, ed è un clamoroso Sì”.

Se il problema è il costo sociale di questa attività, ebbene è un costo che dobbiamo permetterci per garantire gli spazi di libertà. Questi vanno mantenuti perché costituiscono un valore. Il ragionamento di Chapoutot è lucidissimo e secco nelle conclusioni: il costo sociale del soccorso in montagna, che certamente esiste, è risibile rispetto al costo del soccorso ai milioni di vacanzieri della domenica, e neppure loro hanno necessità di muoversi in automobile. Torna il discorso della libertà e della responsabilità: sì, esiste un costo, ed è un costo che vale la pena pagare. Non tutto è monetizzabile».

Gogna: «Io aggiungerei che l’utilità dell’andare in montagna e dell’insegnare ad altri ad andarci assume via via una maggiore importanza sociale. Questa iper-sicurezza sta invadendo tutta la nostra società, da quando un bambino nasce fino alla morte, non riguarda solo l’arrampicata, è un’ossessione, una persecuzione a volte. L’alpinismo e anche l’arrampicata hanno invece una valenza sociale, sono davvero un’àncora di salvataggio e credo quindi che questa sia una strada da difendere».

Grisoni: «Scalare è un diritto di tutti. Gli sprechi sono altri, anche se capisco che dall’esterno qualcuno possa obiettare di non voler pagare i costi del mio divertimento. Ma allora vale lo stesso per chi fuma o chi corre in moto. Il discorso è molto delicato: se parliamo di libertà, impedire o limitare alcune attività outdoor potrebbe avere per conseguenza altri costi sociali, perché sono certa ad esempio che chi va in montagna vive una vita molto più sana della maggior pente della gente».

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Divieto d’arrampicata in Marmolada

Divieto d’arrampicata in Marmolada

E’ del 20 giugno 2016 la notizia del divieto d’arrampicata in Marmolada, più precisamente sulla perpendicolare della Stazione della funivia di Punta Rocca. Successivamente è stata emessa un’altra ordinanza, il 21 giugno, che definisce meglio i contenuti della precedente.

La decisione si è resa necessaria in quanto la stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca sarà interessata da lavori che potrebbero comportare l’accidentale caduta di materiale, anche se verranno adottate tutte le misure di sicurezza previste dalla legge, atte a impedire ogni malaugurato evento.

Riportiamo qui di seguito, delle due ordinanze emesse dal responsabile incaricato del comune di Rocca Pietore, solo il testo della seconda (cioè la N. 25, la definitiva), annotando solo il link per la prima (N. 24).

La stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca
Arriva della funivia Malga Ciapela-Punta Rocca,  Marmolada di Rocca
Ordinanza n. 25 del 21 giugno 2016
Settore proponente: Area Tecnica.
Oggetto: Lavori alla Stazione funiviaria di Punta Rocca. Interdizione arrampicate lungo la verticale di Punta Rocca – parete sud della Marmolada. Via dell’Ideale e relative varianti.

Il Responsabile
VISTA la comunicazione del 16 giugno 2016 pervenuta il 17 giugno 2016 al protocollo n. 3481, da parte della “Marmolada s.r.l.”, con la quale si richiede l’emissione di opportuno provvedimento a garanzia della messa in sicurezza del cantiere in località Punta Rocca-Stazione di arrivo funivia, regolarmente autorizzato;

SENTITO il Sindaco;

CONSIDERATO che perpendicolarmente al cantiere, lungo la parete sud della Marmolada, si snodano alcune importanti vie di arrampicata che potrebbero essere interessate da eventuali cadute accidentali di materiali, a prescindere dal fatto che sul cantiere sono da adottare tutte le opportune e necessarie garanzie di sicurezza;

PRESO ATTO dei periodi in cui si svolgeranno i lavori distribuiti da adesso fino al 30 giugno 2017;

CONSIDERATO che la pubblicazione del presente atto è rivolta alla generalità delle persone e in particolar modo a chi si diletta nell’arrampicata sportiva;

VISTO l’art. 107 del Testo  Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali e successive modifiche e integrazioni;

VISTI gli articoli 41 e 42 dello Statuto del Comune di Rocca Pietore;

A TUTELA della sicurezza e della pubblica incolumità delle persone

Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio AuerDivietoArrampicataMarmolada-Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio Auer

O R D I N A:
1) IL DIVIETO DI ARRAMPICATA lungo la perpendicolare di Punta Rocca, parete sud della Marmolada, via di arrampicata denominata “Dell’Ideale” e relative varianti perpendicolari a Punta Rocca, dal 21 giugno 2016 al 15 luglio 2016;
2) i contravventori al presente divieto saranno sanzionati a termini di legge;
3) sarà cura della società richiedente provvedere all’esposizione del presente divieto nelle aree interessate, con opportuno avviso plurilingue;
4) di REVOCARE la precedente ordinanza n.24 del 20.06.2016.

Il Responsabile
Loris Fersuoch

Considerazioni di forma
Al di là della veniale imprecisione nel momento in cui la salita della parete sud della Marmolada viene qualificata come terreno per chi si diletta di “arrampicata sportiva”, va detto che l’ordinanza n. 24 era molto vaga. Si parlava solo di “perpendicolare da Punta Rocca”. La Stazione terminale di Punta Rocca non è situata sulla Punta Rocca vera e propria, bensì circa 250-300 metri a est. Direte: è ovvio che non s’intende la vetta, bensì la stazione terminale, luogo dove effettivamente saranno fatti i lavori. Ma, da un punto di vista formale, dovesse disgraziatamente succedere un incidente a qualcuno, l’ordinanza sarebbe facilmente attaccabile in sede giuridica. Se io arrampicando per esempio sulla via dell’Ideale sono stato colpito da una scarica non mi sarebbe difficile dimostrare che la perpendicolare da Punta Rocca non passa da lì. Dunque arrampicavo in piena legalità e io (o i miei eredi) dobbiamo essere risarciti. Ciò assodato, bene hanno fatto quelli del Comune a correggere l’ordinanza n. 24 con l’emissione della n. 25, che in effetti parla giustamente di via dell’Ideale e delle sue varianti.

Si è dunque ovviato in tempo a una grossa imprecisione con una correzione, ma a nostro parere sarebbe necessario includere nel divieto anche altre vie, aggiungendo i nominativi delle vie interessate dalla possibile caduta materiale, la cui linea di caduta non è così facilmente prevedibile. Oltre alla via dell’Ideale con le sue varianti d’uscita, la Messner e la Mariacher, potrebbero essere esposte anche la parte bassa della via Attraverso il Pesce, la via Italia, la via Fram, la via Fortuna, la via Fantasia, oltre alle varianti di minor conto di ciascuno di questi itinerari.

Giusto Callegari, variante d’uscita Mariacher alla via dell’Ideale, Marmolada, 23.07.1988
Giusto Callegari, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988

Considerazione di sostanza
Non si comprende come non si faccia alcun accenno alla transitabilità del ghiaione alla base della parete sud. E’ pur vero che il sentiero che dal rifugio Falier sale al Passo Ombretta si snoda a sufficiente distanza dalla parete stessa. Ma nulla vieta di pensare che, lungo il ghiaione, possa vagolare qualcuno, magari alla ricerca di residuati bellici.

Considerazione di fondo
Siamo alle solite. La comunità alpinistica viene come di norma trattata come ignorante e minacciata di adeguate sanzioni, proprio come si fa con i bambini quando non si sa come educarli.

Possibile che non si riesca mai ad avere, da parte dell’autorità, un atteggiamento che ci riconosca responsabilità? Possibile che non si riesca a sostituire la parola “divieto” con la parola “Attenzione, pericolo grave”?

In Italia ci riempiamo continuamente la bocca con la parola “divieto” anche quando è del tutto inutile. Se una cordata è così stolta da trovarsi, in quei giorni, su quelle vie dobbiamo cercarne il motivo nella non adeguata comunicazione, magari nella lingua diversa, ma certamente non nella volontà di trasgredire il divieto. Chi sano di mente può volontariamente andarsi a cacciare sotto la caduta di materiale da cantiere? Nessuno. Dunque, se lo fa, lo fa per ignoranza totale della situazione. Meglio perciò insistere sulla comunicazione adeguata e capillare, tralasciando di vietare, cosa del tutto inutile, offensiva e sospetta. Sospetta di volontà di mettersi al riparo da aggressioni giuridiche e ritorsioni mediatiche.

Consigliamo il Comune di Rocca Pietore di fare adeguati avvisi sui siti di arrampicata più importanti nei vari paesi, dei quali ci diciamo fin da subito disponibili a fornire gli indirizzi nel caso non si voglia provvedere a farlo con fatica propria.

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La filosofia della paura

La filosofia della paura

Chi ha seguito questo Blog nei suoi molti articoli sul tema “libertà di scalare, libertà di sciare fuori pista, ecc.” ha certamente notato che più volte abbiamo asserito che l’ossessione della sicurezza condiziona la nostra libertà.

Per questo motivo abbiamo riportato le note che seguono, in margine alla pubblicazione di un libro del filosofo norvegese Lars Svendsen, La filosofia della paura, che riteniamo essenziale per la comprensione di come la nostra società si stia ritrovando nella misera condizione di perdita (parziale o totale) della libertà per l’ossessione di sentirsi al sicuro.

Lars Svendsen, La filosofia della paura (traduzione di Eleonora Petrarca), Edizioni Castelvecchi, Collana Le Navi, 2010
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Lars Svendsen fonda questo suo nuovo, polemico e intelligente pamphlet su una prospettiva liberale: è convinto che l’indesiderata e insensata cultura odierna della paura vada indebolendo la nostra libertà rinforzando sempre di più la società sicuritaria. È una convinzione che non possiamo non condividere.

Nella presentazione del sito dell’editore Castelvecchi si legge: «Crisi economica e terrorismo, influenze, criminalità, droga, pedofilia, hanno un elemento in comune: la paura che incutono. Spesso smisurata e contagiosa, questa paura è in grado di condizionare le nostre esistenze: spinge a minimizzare i rischi, a limitarsi – a non viaggiare, non uscire, non mangiare ciò di cui non si conosce l’origine, in breve, a non fidarsi – e ad accettare sempre più sofisticate forme di controllo pur di sentirsi “al sicuro”. Ma al sicuro da cosa? Le nostre vite sono talmente protette che possiamo permetterci di focalizzare l’attenzione su pericoli soltanto potenziali, che nella vita non si realizzeranno mai.
La paura è un sottoprodotto del benessere, e ha un potere tale che può, addirittura, «affascinare»: è questa la tesi sostenuta dall’autore nella sua battaglia contro quella che considera una delle principali limitazioni di libertà dell’uomo moderno. Attraverso documentati esempi, Svendsen sottolinea come il peso della paura dipenda soprattutto dal ruolo che noi le permettiamo di avere, e prospetta la possibilità di un futuro più vivibile attraverso il semplice recupero di valori come speranza, ottimismo fattivo, fiducia nelle capacità dell’uomo di risolvere problemi, migliorare se stesso e la società in cui (vorrebbe) vivere
».

Scrive Leonardo Caffo in www.mangialibri.com: «“L’unica passione della mia vita è stata la paura”, diceva Thomas Hobbes. Che poi uno lo ammetta è poco importante, il dato rimane: la paura è riuscita a colonizzare le nostre vite. L’11 settembre 2001 s’inserisce come evento terribile di un quadro già complesso, l’uomo sociale – oggi inserito nella categoria “sistema politico” – ha bisogno di protezione. Per ottenere questa protezione abbiamo accettato tacitamente di essere rinchiusi nel Panopticon, il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e a opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici rendeva in grado un unico guardiano d’osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento, i quali non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, portando alla percezione di un’invisibile onniscienza, che li avrebbe condotti a osservare sempre e comunque la disciplina. Il problema in una situazione del genere non è tanto come viviamo ma perché abbiamo scelto di vivere così, da cosa dobbiamo essere protetti? La sicurezza di cui godiamo oggi è sicuramente meglio di uno stato di paura; ma se l’ossessione del rischio e la troppa protezione fossero un pericolo maggiore di tutti i rischi messi insieme? Questa domanda – e la riflessione dalla quale scaturisce – guidano il filosofo norvegese Lars Svendsen in un saggio che indaga come la società della paura abbia contribuito alla perdita delle condizioni di possibilità dell’uomo, anzi per dirla con Martin Heidegger “Nella paura si perdono dunque, di vista, le proprie possibilità”.
Percorrendo alcuni esempi noti come l’isteria che si scatena intorno ai vaccini per i neonati, il filosofo, getta le basi per una riflessione più profonda, che nel caso appena citato potrebbe essere sintetizzata come segue: la stessa tecnologia medica che ci guarisce ci rende più ansiosi
».

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Liberamente tratta da www.macrolibrarsi.it, riportiamo una breve panoramica del contenuto dei sette capitoli che compongono il libro.

Nel primo, La cultura della paura, Svendsen ricorda che la vita umana è sempre vulnerabile, e che quindi la paura è una reazione normale. Ciononostante, negli ultimi anni la ricorrenza di parole come “rischio” e “paura” è decisamente aumentata, nei media, con effetti fastidiosi: e questo a dispetto che “la reale pericolosità della maggior parte di certi fenomeni è sostanzialmente diminuita (p. 19)”. Cosa ha implicato tutto questo? Lo sviluppo dell’industria della “sicurezza”. Pericoli potenziali vengono mostrati come pericoli “attuali”. Qual è il paradosso? “Tutte le statistiche indicano che soprattutto noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo (p. 24)”. L’età media è cresciuta, in una nazione come la Norvegia, di 23 anni in un secolo (dai 59 anni per le femmine e 56 per i maschi nel 1910 si è passati agli 82 per le femmine e 77 per i maschi nel 2010).

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Nel secondo capitolo, Cos’è la paura?, Svendsen spiega che la paura non è nata senza ragioni: è un fenomeno evolutivo, serviva a garantire adeguate condizioni di sopravvivenza e di riproduzione. Tuttavia, nella nostra specie ha un potenziale diverso da quello delle altre specie animali: siamo un animal symbolicum. Un pericolo avvertito – per quanto lontano un continente intero – viene percepito come una minaccia diretta (p. 36). La paura contiene sempre “una previsione, una proiezione del futuro, riguardante dolore, danneggiamento o morte” (p. 46); e assieme, come insegnava Tommaso d’Aquino, “ogni paura deriva dal fatto che amiamo qualcosa” (p. 48). Sostiene il filosofo norvegese che la paura stia diventando una sorta di visione del mondo, incentrata sulla consapevolezza della propria vulnerabilità. Questa visione del mondo potrebbe diventare un’abitudine. È un errore da combattere.

Nel terzo, Paura e rischio, Svendsen – meditando su Rumore bianco di Don DeLillo, spiega che “Un tratto di base della società del rischio è che nessuno è fuori pericolo, assolutamente tutti possono essere colpiti, a prescindere dal domicilio o dallo status sociale (p. 59)”. Caratteristica cardine di questa società, è che per dominare i rischi scegliamo mezzi peggiori del problema: “Si stima che circa 1.200 americani morirono dopo l’11 settembre 2001 perché avevano paura di prendere l’aereo e sceglievano quindi di prendere la macchina (p. 64)”. La SARS (Sindrome Acuta Respiratoria Grave) ha fatto 774 morti nel mondo: il panico da SARS è costato 23 milioni di euro. Con una spesa del genere, si poteva debellare – per dire – la tubercolosi. Dal mondo.

Lars Svendsen
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Nel quarto capitolo, L’attrattiva della paura, il filosofo prende in esame cosa spinga gli esseri umani a cercare nei libri, nei film o nei videogiochi proprio quel che li spaventa nella vita reale. “La spiegazione è semplice: queste esperienze in un modo o nell’altro ci danno un sentimento positivo e soddisfano un bisogno emotivo (p. 89)”.

Nel quinto, Paura e fiducia, Svendsen si ritiene convinto che in una cultura della paura in cui “la fiducia sembra diminuire molto, essa ha bisogno di una motivazione e di una giustificazione (…). La ragione di ciò è che una persona a cui si mostra fiducia formalmente farà del suo meglio per mostrarsene meritevole (p. 113)”. Secondo il filosofo, la paura e la sfiducia sono autoconservative: la paura è capace di disgregare la fiducia, spezzando i legami di solidarietà sociale e incrinando l’amore per l’alterità e per le diversità, in generale. Serve, quindi, avere un approccio di “fiducia ragionata” (p. 117).

Nel sesto capitolo, La politica della paura, Svendsen spiega che la lotta alle cause della paura produce, necessariamente, nuova paura (p. 142). Questo sesto blocco è quello sicuramente più politico e attuale: com’era facile e onesto prevedere, si concentra sull’attentato delle Torri Gemelle, sul suo significato reale e sulle sue non sempre sensate conseguenze (cfr. aggressione all’Irak).

Nel settimo capitolo, Oltre la paura, il filosofo sintetizza il senso del suo volume: “Dovremmo essere coscienti del fatto che la nostra paura non è un riflesso oggettivo della realtà e che ci sono grossi interessi a governarla. La paura è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno (p. 144)”.

Lars Svendsen
Professore associato del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bergen e opinionista del maggiore quotidiano norvegese, Aftenposten. Autore di numerosi volumi e tradotto in una ventina di lingue, in Italia è conosciuto per i due libri editi da Guanda, Filosofia della Noia (2004) e Filosofia della Moda (2006).

La sceneggiatura di Minority Report, tratta dall’omonimo romanzo di Philip K. Dick, propone il tema classico del rapporto libertà-sicurezza e la sua possibile declinazione in una società della sorveglianza nella quale il sistema detiene informazioni complete sui comportamenti dei propri cittadini. Dando forma alla storia della Precrime e del suo capo operativo, il capitano Anderton, Dick si chiede quanto sia desiderabile una società in cui la Polizia può fermare il crimine prima che sia commesso, quale sia il prezzo da pagare in termini di libertà e giustizia e se, in definitiva, una vita nel sistema disegnato da Precrime possa ancora dirsi pienamente umana
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Il clima che cambia

Il clima che cambia
(mio intervento all’omonimo convegno, Università Statale di Milano, 9 ottobre 2015)

Se è vera, come è vera, la considerazione di Gianpietro Verza per cui “l’alta montagna è diventata più difficile e più pericolosa”, allora diventa essenziale che alpinisti e trekker siano in grado di adeguarsi, di comprendere con attenzione, in definitiva di essere più umili.

Umili non significa essere rinunciatari. Se c’è da rinunciare, si rinuncia. Anche prima era così. Umiltà è pensare il meno possibile che la montagna sia luogo dove noi possiamo fare quello che vogliamo.

A me piacerebbe fare un viaggio nel tempo, vedere com’era nel Seicento, quando dalla conca del Breuil (l’attuale Cervinia) si oltrepassava il Teodulo con i muli per andare nella valle di Zermatt. M’incuriosisce proprio sapere com’era allora. In secoli il clima cambia: per ciò che riguarda l’ultimo ci sono state affidabilissime analisi dei cambiamenti, ma per ciò che era quattro secoli fa non disponiamo di tale precisione. Sappiamo solo che l’estensione dei ghiacciai era ben inferiore a quella di secoli dopo.

Noi dobbiamo cambiare delle abitudini. Alcune abitudini che noi cambiamo non sono determinate dal clima, o meglio ci sembra che non sia così.

La parete nord dell’Eiger come mediamente si presentava nelle estati di qualche decade fa
Eiger (3.970 m, Berner Alpen, Nordwestseite), von Kleine Scheidegg aus

Per esempio, quando nei lontani 1964 e 1965 m’iscrissi alla scuola di alpinismo e poi di scialpinismo, una delle prime cose che i nostri istruttori ci dissero fu che era imprudente fare gite di scialpinismo nei mesi invernali: solo da marzo (più o meno incompreso) in poi il rischio per i gitanti era accettabilmente basso. Noi rispettavamo questo consiglio. Perché? Probabilmente perché la neve cadeva più abbondante, durava più a lungo, c’era una primavera che dunque intaccava molto più lentamente le riserve di neve sciabile. Sapevamo che il periodo in cui avremmo potuto andare a divertirci sulle montagne innevate era assai più lungo e più certo.

Oggi si va a fare fuoripista con la prima neve, dunque a volte anche a novembre. E le statistiche parlano chiaro: la maggior parte di incidenti nel freeride e nello scialpinismo si verifica nel trimestre dicembre-febbraio. Questo è un dato di fatto.

La parete nord dell’Eiger come mediamente si presenta nelle attuali estati
ClimaCambia-Alps2011_64

La nostra frequentazione è cambiata, sia per le spinte del mercato che della nostra passione: ma soprattutto perché quella poca neve che cade vogliamo godercela subito e non perderne neppure un po’. Ma il pericolo di accumuli instabili e di placche a vento è lì a minacciarci, non facilmente prevedibile, che a volte anche occhi esperti non riescono a diagnosticare in tempo.

Altro cambio di abitudini: prendiamo a esempio la salita della famosa parete nord dell’Eiger. Una parete che tanto ha fatto parlare di sé, ancor prima che fosse salita per la prima volta. A parte la prima invernale del 1961, questa parete dal 1938 in poi è sempre stata salita di luglio e agosto, massimo a settembre, il periodo in cui presentava più opportunità. Adesso? Ora sarebbe pura follia andare la Nord dell’Eiger in piena estate. E infatti non ci va nessuno.

Oggi si va in marzo e aprile, talvolta a ottobre e novembre. Giulia Venturelli, la bravissima e giovane bresciana che ne ha compiuto la prima femminile italiana, l’ha salita nell’aprile 2015.

Un giornalista bravo come Lorenzo Cremonesi nel 2014 si è occupato della frequentazione della montagna, osservando che al rifugio del Caré Alto, nel gruppo dell’Adamello, in pieno periodo di ferie estive, non c’era assolutamente nessuno che scalasse quella cima, soprattutto che lì pernottasse per salirla il giorno dopo. Francamente a me sembra ovvio: d’agosto, in questi anni, il Caré Alto è poco più che un cumulo di detriti, senza alcuna copertura nevosa. E allora la gente quando ci sale? Cremonesi deve andare al rifugio ad aprile o a maggio e allora vedrà gli scialpinisti che vanno in cima al Caré Alto.

Possiamo dire la stessa cosa di tante altre vie normali: per esempio quella del Gran Zebrù. Andare lassù d’agosto vuole spesso dire esporsi a scariche di sassi e comunque arrampicare in cordata su ghiaia e rocce rotte sgombre di neve e assai pericolose, ben più che un tempo.

E siccome nessuno ha intenzione di mettere in soffitta piccozza e ramponi, allora le abitudini cambiano.

A volte vogliamo cambiarle anche in modo molto invasivo. Qualche anno fa c’è stato il tentativo, per fortuna abortito, delle guide di Zermatt che volevano attrezzare la cresta di Zmutt, cioè la cresta nord-ovest del Cervino.

Ci sarebbero state in questo modo ben tre vie attrezzate alla montagna: la via normale svizzera (Hoernli), quella italiana (Leone) e una seconda via svizzera (Zmutt). Perché si sentiva l’esigenza di attrezzarla? Quella che una volta era una delle grandi vie classiche di arrampicata mista su una vetta significativa oggi in periodo estivo non è più così innevata. C’è un’impressionante quantità di detrito dove una volta si saliva con progressione elegante. Oggi occorre evitare questi tratti così pericolosi andando a cercare altre linee più o meno sul filo di cresta che richiedono però un buon livello di arrampicata su roccia e notevole perdita di tempo. Ecco quindi la soluzione di addomesticare la cresta con gradini e cordoni.

Il pilastro Bonatti al Petit Dru prima del crollo
ClimaCambia-pic2mod_633

Le frane. Ci sono sempre state, ma sembra che oggi siano aumentate, non fosse altro che per la rapidità mediatica di comunicazione dell’evento franoso, che ci raggiunge in tempo reale al nostro tavolino.

Ricordo l’emozione con cui lessi lo spaventoso racconto di Emilio Comici quando fu sfiorato dalla gigantesca frana del Pomagagnon, a fine anni Trenta. Oppure il racconto di Walter Bonatti, quando con Michel Vaucher nel 1964 scampa a un’orrenda frana sullo sperone Whymper alle Grandes Jorasses; lo stesso pilastro Bonatti al Petit Dru è crollato completamente ai primi del nostro secolo.

Non ci si può dimenticare della famosa Cheminée del Cervino, crollata nel 2003: è stato necessario aprire e attrezzare una variante di aggiramento per poter raggiungere la capanna Carrel.

Ma, anche senza andare così distante nel tempo, prendiamo l’esempio di San Vito lo Capo, in Sicilia, 2014: una zona di arrampicata sportiva ben attrezzata su calcare perfetto e a densa frequentazione arrampicatoria. Una guida austriaca a momenti ci lascia le penne perché gli è crollato sotto ai piedi un intero blocco di roccia sul quale era sistemato l’ancoraggio della sosta. Non credo che nel caso di quest’isola si possa ragionevolmente parlare di permafrost, con il caldo che ci fa. L’amico siculo Luigi Cutietta mi confidava scherzando che tra loro, quando vogliono parlare di una “grande impresa” isolana, parlano di “prima estiva”… Comunque un evento del tutto imprevedibile.

Ci sono stati dunque molti episodi, e si noti che stiamo parlando delle sole Alpi o dell’Appennino. Se ci spostiamo all’Himalaya, andiamo a osservare fenomeni ciclopici. Ma ci basta già quello che succede da noi.

Tutto questo dovrebbe essere comunicato bene, ma la nostra comunicazione odierna è troppo veloce e superficiale. Oggi pochi leggono libri o riviste. E quei pochi sono in diminuzione. Soprattutto diminuisce il tempo dedicato alla lettura cartacea. Auguriamo lunga vita al libro e alla rivista, ma è un dato di fatto che ci si affida invece al web, alle immagini di Instagram, ma soprattutto al passaparola dei social. A questo si aggiunge la comunicazione degli enti pubblici, solitamente molto negativa e inutile. Tutti sono liberi di contraddirmi quando dico che un’amministrazione comunale come quella di Valtournenche non dovrebbe preoccuparsi ogni anno di chiudere il Cervino per qualche giorno o settimana, semplicemente perché non rientra nei suoi compiti. E’ una prevenzione che serve a ben poco, perché quando poi l’Amministrazione, obtorto collo, è costretta a riaprire ecco che scatta nelle persone meno esperte la certezza che la montagna in quel momento sia “sicura”. Quando invece sappiamo benissimo che in montagna di sicuro non c’è mai nulla. E allora perché vietare per poi illudere?

E, a proposito di divieti, non posso non accennare al Couloir du Goûter, sulla una delle vie normali francesi al Monte Bianco. Con il trenino che porta su abbastanza alto, è la via normale più frequentata, lungo il refuge de la Tête Rouge, il refuge du Goûter e la cabane Vallot. Sotto al nuovissimo refuge du Goûter occorre passare tra due costole rocciose, alte circa 5-600 metri, traversando il cosiddetto Canalone della Morte, a volte innevato a volte detritico, in ogni caso circondato da roccia instabile e in perenne movimento. Le scariche sono assai frequenti. L’itinerario segue per un centinaio di metri la costola di sinistra, traversa il Canalone della Morte e poi risale la costola di destra. Sia in salita che in discesa, con colonne di alpinisti che aspettano i loro turni o che, peggio, si muovono in contemporanea.

In arrampicata con cattive condizioni sulla Cheminée della cresta del Leone, grande fessura sopra alle Placche Seiler. Questo passaggio è oggi crollato e l’itinerario segue una variante. Foto: Mario Piacenza/Archivio Antonio Carrel.
In arrampicata con cattive condizioni sulla Cheminée della cresta del Leone, grande fessura sopra alle Placche Seiler. Questo passaggio è oggi crollato e l'itinerario segue una variante. Foto Mario Piacenza/Archivio Antonio Carrel, Valtournenche. In arrampicata con cattive condizioni sulla Cheminée della cresta del Leone, grande fessura sopra alle Placche Seiler. Questo passaggio è oggi crollato e l'itinerario segue una variante. Foto Mario Piacenza/Archivio Antonio Carrel, Valtournenche.

Ogni anno, nel silenzio quasi rigoroso, vi muoiono dalle 7 alle 10 persone, vittime di scariche o frane. E per parlare di come dobbiamo adeguarci a questa nuova situazione climatica, abbiamo avuto dei divieti del sindaco di St-Gervaise, nonché dei tentativi di numero chiuso. Convulse ordinanze o proposte tali che in ogni caso hanno a che fare con l’esigenza turistica di tenere ben aperto l’itinerario. Lo dimostra la recente costruzione del nuovo rifugio del Goûter, costata milioni di euro, all’avanguardia per la gestione ecologica e per le fonti energetiche. La capacità e l’accoglienza di questo nuovo rifugio sono tali da esigere che l’itinerario resti aperto. Eppure nulla è stato fatto per cambiare la situazione di pericolosità: da un lato a me personalmente questo conforta, proprio per non svilire ulteriormente la salita al Monte Bianco, ma dall’altro mi domando perché ancora una volta illudere la gente che, sopra al Canalone della Morte, sa esserci uno dei rifugi più costosamente sicuri. Come dire: come può esserci tutto ‘sto pericolo se ci hanno costruito sopra una meraviglia?

In realtà non sono mancate le ipotesi di “messa in sicurezza” (espressione che odio, ma tant’è). Hanno pensato a una funivia, hanno escogitato un tunnel che passasse sotto al couloir. Hanno perfino vagheggiato un ponte tibetano sospeso sul canale e ancorato a due trespoli alti circa 15-20 metri ben infissi nelle due costole rocciose. Ma poi hanno rifatto i conti e hanno concluso che i due trespoli avrebbero dovuto misurare almeno 35 m ciascuno: e quindi per fortuna il progetto è stato abbandonato.

La soluzione più ovvia è quella di aprire un nuovo itinerario che prosegua sulla costola di sinistra evitando così la traversata. Non ci sono difficoltà di VI grado, sono rocce un po’ più verticali di quelle del gemello costolone di destra. Perciò, anche se normalmente sono contrario a ogni tipo di via ferrata, questa volta mi vedo costretto ad ammettere che quello sarebbe il male meno invasivo, cioè quello minore.

E’ il nostro atteggiamento verso il mondo della quota e del selvaggio che ci deve far concentrare. Abbiamo previsioni meteorologiche affidabilissime, abbiamo la quasi certezza del soccorso che ci può venire a prendere quando siamo in difficoltà; abbiamo tutta una serie di tecniche e di strumentazioni che s’interpongono tra noi e il selvaggio. Tutto questo tende a farci travisare quella che invece è la vera essenza della wilderness e della montagna. In più cresciamo e viviamo in una società che c’inculca che quando una cosa è certificata sicura, allora lo è. Quando invece continua a non esserlo. Mi vengono i brividi ogni volta che leggo o sento di certificazioni di sicurezza. Sarebbe meglio eliminarle tutte, in modo che ciascuno di noi possa con maggior approssimazione determinare quanto rischioso sia il nostro piccolo o grande progetto.

Il Grand Couloir du Goûter
CanaloneMorte-600px-Mont_Blanc-Gouter_route-via-normale-francese-fonte-it_wikipediaorg
Una volta si diceva la montagna è severa. Chi è iscritto da un po’ di anni al CAI si ricorda di quel manifesto con quel motto un po’ minaccioso. Ora c’è un fiorire di iniziative, montagna sicura, neve sicura, arrampicata sicura. Questo modo di comunicare le iniziative può risultare molto pericoloso per chi non ha esperienza e dimestichezza con il mondo dell’avventura. Se mi dicono che, comportandomi nei modi suggeriti, ciò che faccio è “sicuro”, che motivo ho di preoccuparmi e incrinare le mie possibilità di divertimento?

Più volte ho suggerito di modificare quei titoli a questo modo: montagna più sicura, ecc. L’utilità di queste benemerite iniziative non ne sarebbe sminuita, bensì ne sarebbe esaltata. Perché anche il pubblico più a digiuno capirebbe che non si può mai parlare di sicurezza al 100%.

A riguardo poi dei comportamenti che devono cambiare, bisogna osservare che tutta questa problematica ha a che fare con il problema della libertà.

La società sicuritaria ha la tendenza a deprimere la libertà individuale. La negazione del pericolo è negazione della libertà.

Esiste un saggio del francese René Thom, del 1994: Determinismo o libero arbitrio: una conciliazione? Egli disse chiaramente: “Dunque è bene avere alla mente come la problematica della libertà presenti una connessione essenziale con il problema del pericolo che l’azione può comportare per l’individuo… (più precisamente) la libertà emerge da situazioni eminentemente rischiose per il soggetto, sia nell’immediato come danni che sarebbero conseguenze fisiche dell’azione, sia, in secondo luogo, a causa di una reazione sociale all’azione del soggetto agente”.

Occorre ri-parlare dei pericoli della montagna, di questi cambiamenti climatici e fare in modo che forino la corazza della finta sicurezza. Si aumenterà la libertà, la responsabilità. Perché libertà non è fare ciò che si vuole, ma ciò che si è scelto in autonomia.

Un modo per trasformare un ciclo climatico apparentemente a noi sfavorevole a nostro vantaggio, trasformarlo in opportunità.

A montagna che cambia, alpinismo che cambia, comunicazione che cambia, ma anche e soprattutto individuo che cambia: con le sue motivazioni e con il suo approccio all’ambiente selvaggio, di cui deve imparare a essere ospite.

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Google Maps Trek: libera l’esploratore che c’è in te?

Google Maps Trek: libera l’esploratore che c’è in te?
oppure la fine dell’on-sight e della libertà esplorativa in ambiente?
di Giorgio Robino


Il sito web di Google Maps Trek [1] recita:
Libera l’esploratore che c’è in te. Viaggia con Google Maps e goditi panorami da tutto il mondo

Anzitutto cos’è Google? E’ una l’azienda privata californiana [4] che ha come motto ”not be evil” [5] e che di fatto domina l’informazione mondiale. Ora dico subito che nell’ambito della comunità hacker (cioè tra chi, lavorando di solito nello sviluppo software, si occupa di libertà e condivisione dell’informazione, di sicurezza e privacy) c’è una ”storica” ironia su questo ”not be evil”, ovvero di un paventato ”facciamo cose per l’umanità, non per il profitto privato”, in relazione a tanti avvenimenti passati. Ma è una lunga storia, tralasciamo un attimo questa polemica che qui non è probabilmente d’interesse.

http://www.google.com/maps/about/behind-the-scenes/streetview/treks/
Google-1

Ora, molti di noi usano felicemente tutti i giorni il motore di ricerca www.google.com, ormai standard di fatto e probabilmente molti hanno usato la tecnologia hardware e software Google Street View [2] [3], ovvero la mappatura fotografica geo-referenziata, applicata alla navigazione pseudo-tridimensionale in ambiente urbano stradale. Anch’io, quando sono andato a trovare Alessandro Gogna a Milano, sono andato a consultare Google Street View per vedere dove andare a posteggiare la mia auto. Lo confesso!

Ma ha senso tutto questo in ambiente naturale? Google lavora da un po’ di anni, a un progetto da poco rinominato Trek, che consiste nell’utilizzo della stessa tecnologia Street View, ma applicata in contesti extraurbani, cioè naturali ed addirittura alpinistici. Eppoi non solo outdoor ma anche indoor: ipotizzandone l’uso addirittura per una navigazione virtuale all’interno di strutture museali, o all’interno di qualsiasi palazzo, al chiuso.

Non si tratta di una novità, certo, io ricordo di essere venuto a conoscenza del progetto di mappatura e ricerca di volontari se non sbaglio a fine 2009, quando un amico hacker mi passò ingenuamente un invito ”segreto” di Google per partecipare all’arruolamento di volontari per la mappatura di sentieri e vie anche sulle Alpi. Con l’amico ne nacque una discussione a oggi ancora non terminata sugli impatti negativi di questa tecnologia.

Vediamo quali sono gli scenari applicativi in ambito escursionistico e in particolare in quello alpinistico: l’idea sperimentale di Google è quella di fare mappatura tridimensionale a 360 gradi, metro-per-metro, delle vie alpinistiche. E’ stato recentemente fatto, a scopo ”promozionale”, un primo esperimento tracciatura di famosa salita sul Nose [6] e così recita la pagina web di pseudo navigazione:
Welcome to The Nose of El Capitan, in Yosemite National Park — the most iconic rock climb on earth. Tighten your harness and double-check your knot, to join Lynn Hill, Alex Honnold, and Tommy Caldwell on a 3,000 foot interactive journey up El Capitan.

Dunque Google ha ”arruolato” la Lynn Hill, Alex Honnold e Tommy Caldwell, allo scopo di fare una ”demo” di salita tracciata con tecnologia Street View: una troupe ”cinematografica” dotata di google-street camera, ha ripreso l’arrampicata dei tre lungo tutta la via. Ecco il video promozionale del ”dietro alle quinte” [10]:

A onor del vero, va detto che si tratta di una demo e al momento probabilmente solo di una trovata pubblicitaria/marketing, più che una reale mappatura pervasiva disponibile agli ”utenti”. Ma può essere davvero che Google voglia procedere in tal senso. Non è ancora rispetto quale vero scopo ultimo.

Ma immaginate che un domani tutte le vie o le più famose o le più ripetute o quel che volete, siano percorribili virtualmente con un personal computer, con il sistema Google Street View: potremo vedere metro per metro la via, dove l’attore (una Lynn Hill o un qualsiasi alpinista della domenica google-arruolato, che magari ha pure pagato per comparire, chissà), metterà mani e piedi a disposizione dello show! Presa-per-presa, appiglio-per-appiglio, protezione-per-protezione, spit-per-spit, metro-per-metro.

Vi piace ‘sta cosa? A me mica tanto! Tempo addietro proposi ad Alessandro se fosse interessato per caso a un mio articolo ”contro” questa mappatura, e con una qualche mia sorpresa, lui mi rispose:
Sicuro! Mi immagino già il titolo: la morte dell’on-sight!”

Ora anche io colgo questo aspetto, cioè il fatto che questo sistema svilirebbe l’on-sight dell’arrampicata sportiva: il salire ‘a vista’ appunto, una via, per la prima volta, mai vista e provata e senza aver visto un altro arrampicatore salirla prima.

Ma ho preferito lasciare il titolo paradossale con cui la stessa Google definisce il suo progetto: ”Libera l’esploratore che c’è in te”, permettendomi di aggiungerci un punto interrogativo. Perché secondo me il paradosso di tutta questa faccenda è la depauperazione di libertà esplorativa dell’ambiente naturale, non solo in termini alpinistici, non solo in termini escursionistici [7].

Faccio un altro esempio, più terra-terra, più vicino a noi, riguardante l’Appennino: il 7 ottobre 2015, leggo un post sulla pagina di gruppo facebook dedicato al parco Naturale della Majella, che pubblicizza gioiosamente il progetto di mappatura del parco attraverso gli aggeggi Google Street View. Il post recitava così:
“Amici del ‪#‎parcomajella, i suggestivi itinerari della Majella possono essere ammirati attraverso Street View di Google Maps. Da tutto il mondo, quindi, si avrà la possibilità di avere una visione a 360° degli itinerari del Parco. Ecco il Monte Amaro… la street view non è andata mai così alta sull’Appennino!!! http://bit.ly/monte_amaro_street_view

Quel giorno scrissi a caldo sulla mia pagina un piccato e forse ingiusto (rispetto all’entusiasmo di chi fece il post pro-parco) [8]:

Durante la tracciatura Google Street View nel Parco Nazionale della Majella
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Ora va detto che il risultato di quella tracciatura nel parco è pure piacevole e bello da vedere (qui il link allo Street View: [9]), non lo nego! E pur cogliendo gli aspetti divulgativi e promozionali di un certo territorio che amo e rispetto (tra parentesi: Evviva la Majella e le montagne del Molise!) io rimango piuttosto contrario all’uso e divulgazione questa tecnologia.

Lasciamo pure perdere l’uccisione del concetto di on-sight. Mi si potrebbe dire che in fondo, anche senza Google Street View, le vie alpinistiche da sempre vengono studiate a tavolino prima di una salita, in tutti i modi possibili, laddove possibile, con tutte le tecnologie disponibili nel momento storico, e che quando non c’erano né internet né computer si utilizzavano gli schizzi su carta fatti da altri alpinisti (peraltro si usano ancora e sono quelli più utili, specie se fatti da persone fidate!), e poi le fotografie. In fondo questa tecnologia è solo l’accelerazione tempo-reale di quanto si è ”sempre” fatto.

Alex Honnold sul Nose in occasione delle riprese per Google Street View
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Va bene, ammettiamo pure, ma c’è comunque un aspetto diseducativo di questo tracciamento visuale millimetrico pret-a-porter: è il non mettere l’alpinista, l’escursionista, nello stato mentale di prepararsi psicologicamente (senza avere completamente tutti i dati a disposizione) all’imprevedibile, al non conosciuto, al mistero esplorativo del viaggio, della salita, che è gioia e dolore, emozione che ci fa muovere. O no?

Poi c’è un altro tema, ancora più vasto e devastante della polemica alpinistica, e cioè: ci va bene in generale che ci sia una completa mappatura di ogni angolo di questo pianeta? Ci va bene che la nostra posizione geospaziale sia tracciata da qualcuno (che peraltro nella fattispecie è un’azienda privata)?
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Personalmente non voglio che la mia posizione sia tracciata geo-localizzata, soprattutto per fini terzi. Né in città, né in montagna. Voglio essere libero di perdermi per le città, i boschi o in alta quota. Voglio prendermi un rischio il cui calcolo spetta solo a me. Reclamo wanderer.

Last but not least, ci sono rimasto basito che Lynn Hill si sia prestata a fare ‘sto spottone per Google, in un video la cui voce recitante è proprio quella della stessa Hill che esordisce con queste precise parole:
penso che sia molto umano il volere esplorare qualcosa che sia sconosciuto”.

Appunto! Ma il progetto Google è in totale contraddizione con quest’affermazione e Lynn Hill si fa promoter di una tecnologia che uccide l’unknown (quello che qualcuno forse chiamerebbe ”mistero”).

E infine, il video si chiude ancora con la voce recitante della Hill che dice:
diventa possibile quello che inizialmente sembra impossibile”.

La frase mi ricorda un po’ certa propaganda del no-limits! Ahimè. Mi appello all’ultimo mio baluardo, punto fermo di femminile sapienza: Ti prego Catherine Destivelle, parlale tu alla Lynn Hill! Perché ho capito che business is business, ma tutto ha un ”limite”!

Un’altra etica è possibile, anzi: è necessaria.

Alex Honnold sul Nose
Google-5

Riferimenti:
[1] http://www.google.com/maps/about/behind-the-scenes/streetview/treks/
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Google_Street_View
[3] https://www.google.com/intl/it/maps/streetview/
[4] https://www.google.com/intl/it_it/about/company/
[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Don’t_Be_Evil
[6] http://www.google.com/maps/about/behind-the-scenes/streetview/treks/yosemite/
[7] http://www.google.com/maps/about/behind-the-scenes/streetview/treks/the-worlds-highest-peaks/
[8] https://www.facebook.com/solyarisoftware/posts/10207469882923098
[9] https://www.google.com/maps/@42.0863241,14.0859836,3a,75y,67.03h,68.38t/data=!3m6!1e1!3m4!1s6BWTf1AgGloebDpd_YKIkw!2e0!7i13312!8i6656
[10] https://www.youtube.com/watch?v=bEpMR86wxeQ