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Il Canalone della Morte

Riceviamo da Luciano Ratto, [email protected], il primo alpinista a conquistare tutti i Quattromila delle Alpi e fondatore con Franco Bianco del Club 4000, un documento inerente gli incidenti mortali accaduti sul Grand Couloir du Goûter, sulla normale francese del Bianco, comprensivo delle possibili soluzioni.
Al fondo, come quasi di consueto, abbiamo aggiunto delle considerazioni. Una riflessione del tutto personale che forse si distacca dalla visione corrente.
Luciano Ratto. Archivio Ratto

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Il Canalone della Morte
(La roulette russa sul Monte Bianco)
di Luciano Ratto (agosto 2015). Foto (salvo diversa menzione) della Fondation Petzl

1 – Lo scandalo del Goûter
Paura sul Monte Bianco: valanga sfiora 15 alpinisti nel canalone del Goûter: questo titolo, su La Stampa VdA del 21 agosto 2015, dà notizia dell’ultimo atto di una incredibile commedia che per poco non si è tramutata in tragedia, dopo una penosa altalena di ripetute aperture e chiusure del Refuge du Goûter a seconda delle condizioni del percorso di accesso, e di un discutibile intervento delle autorità francesi che ne hanno “vietato” (sic!) l’accesso.

E così, ancora e sempre, come ogni anno, il canalone del Goûter è comparso alla ribalta. Fino a quando? Fino a quando assisteremo a questo scandaloso spettacolo?

Sorprendente è la conclusione di questo articolo dal quale apprendiamo che il sindaco di Saint-Gervais, signor Jean-Marc Peillex, appena informato dell’accaduto, si è limitato a dire che la situazione è ora nella norma, perché fa abbastanza freddo… e pertanto il Refuge du Goûter rimane aperto e la via è percorribile!…”. Cose da non credere! Ma di quale “norma” parla questo sindaco? Per lui la “norma” è che in quel famigerato canalone si debba continuare inesorabilmente a rischiare la vita?

Solo nel 2014 abbiamo assistito alla folle impresa che ha sfiorato la tragedia di uno pseudo-alpinista americano che ha messo a repentaglio la vita di due suoi figli di 9 e 11 anni durante una salita del Monte Bianco per cercare di conseguire un discutibile record. E, ancora una volta, l’ineffabile sindaco di Saint-Gervais, Jean-Marc Peillex, non nuovo a esternazioni anche esagerate, si dichiarò indignato“, e  affermò che “qualcuno deve dire basta a queste assurdità”, facendo benissimo a denunciare quel padre incosciente e vanaglorioso, ma che avrebbe anche dovuto chiedersi se non si sentiva colpevole pure lui per la mancata soluzione di questo gravissimo problema che si trascina da troppi anni.

CanaloneMorte-600px-Mont_Blanc-Gouter_route-via-normale-francese-fonte-it_wikipediaorgQuesto episodio, al quale i media hanno dato molto risalto (http://www.alessandrogogna.com/2014/07/29/il-guinness-della-stupidita/), si è svolto nel corso della salita al Refuge du Goûter, base di partenza per raggiungere la vetta del Bianco. Questa via è considerata la più agevole dal versante francese e non presenta grandi difficoltà tecniche dal rifugio alla vetta, ma è pericolosissima nel tratto di salita al rifugio perché si deve attraversare un canalone nel quale cadono frequenti frane e slavine. Perciò tra le vie “normali” del Bianco questa è certamente la più rischiosa ma, purtroppo, la più frequentata.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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Su questo canalone, in cui si è verificata la caduta dei due bambini, fortunatamente trattenuti dal corrimano fisso, molto si è scritto in passato; mette conto leggere su una pubblicazione intitolata Le insidie della montagna questa frase: nel canale del Goûter si concentra gran parte degli incidenti più gravi del Monte Bianco, e lo scritto così continua: circa la metà degli incidenti si verifica nei 100 metri dell’attraversamento del canale, ed un terzo sulla cresta, ecc.

L’attraversamento di questo canalone è un assurdo azzardo che si traduce in una vera e propria roulette russa: ecco perché la definizione di “canalone della morte” che gli è stata data.

 

2 – Il Grand Couloir del Goûter
Il Grand Couloir del Goûter, si trova sul versante settentrionale del Monte Bianco, lungo la cosiddetta via “normale” del Monte Bianco (che, a causa di questa situazione, tanto “normale” non è) che si sviluppa sul versante ovest dell’Aiguille du Goûter. Questa via che parte dal Refuge de la Tête Rousse per raggiungere il Refuge du Goûter e di lì il Bianco, è di gran lunga la più frequentata tra le quattro vie del Bianco (tre francesi ed una italiana) e perciò, ogni anno è percorsa da moltissimi alpinisti in salita ed in discesa.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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Questo canale ha inizio dalla cresta dell’Aiguille du Goûter, è alto circa 800 m, e bisogna attraversarlo nel suo tratto inferiore su una lunghezza di 70 metri per raggiungere, sul versante sinistro orografico la cresta che conduce al rifugio.

Il problema di questo canale è che la roccia in cui si trova è marcia ed è coperta da pietre e massi instabili di dimensioni anche notevoli pronti a cadere, a volte messi in movimento involontariamente da altri alpinisti impegnati nella fasi di salita o di discesa, e, anche se la sua inclinazione non è accentuata (40/45°), le pietre, rotolando, coinvolgono porzioni sempre maggiori di roccia, provocando vere e proprie frane, causando molto spesso gravi incidenti ai malcapitati alpinisti che lo attraversano.

Per rendere un po’ più sicuro questo canalone, a inizio della stagione estiva, le guide alpine di Saint-Gervais posizionano un cavo teso tra le due sponde, che avrebbe lo scopo di offrire una assicurazione; troppo spesso però gli alpinisti non utilizzano questo mezzo di sicurezza, confidando nella buona sorte…

Assembramento prima della traversata
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3 – Criticità del Couloir del Goûter
La pericolosità di questo canalone fu segnalata fin dai primi salitori del Bianco lungo questa via, nel 1861, eppure, da oltre due secoli, in esso si verificano incidenti che solo da 25 anni (dal 1990) sono stati rilevati. Li si può evidenziare con le seguenti statistiche elaborate dalla Fondation Petzl in collaborazione con la Gendarmerie de Haute Montagne di Chamonix:

tra il 1990 e il 2011 sono stati registrati 291 alpinisti soccorsi in 254 incidenti, che hanno causato 74 morti e 180 feriti: 12 all’anno in media, di cui 4 morti e 8 feriti!

Nonostante le forti variazioni tra gli anni, il numero delle vittime è stabile sul lungo termine con un leggero aumento nell’ultimo decennio. E in tutti gli anni precedenti quante sono state le vittime? Qualcuno ne ha tenuto il tragico conto?

E’ questo un vero e proprio bollettino di guerra.

In quest’anno 2015, proprio mentre sto scrivendo questo documento, da giugno a fine agosto, i morti sono già cinque, per non parlare dei feriti, e la stagione alpinistica non è ancora terminata.

In nessuna località del mondo e in nessun gruppo alpino, compresi i territori degli 8000, si è mai verificato, non occasionalmente, ma sistematicamente, regolarmente, puntualmente ogni anno, una serie di incidenti con morti e feriti come in questi pochi metri di canalone. E ciò, sorprendentemente, sotto gli occhi di tutti, nella massima indifferenza delle autorità amministrative della regione, del mondo della montagna, dell’opinione pubblica e dei media. Ormai queste morti “non fanno più notizia” se non nella cronaca spicciola dei quotidiani locali e perciò sono considerate alla stregua di incidenti stradali di poco conto.

Il canalone in un periodo asciutto
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Senza esagerazioni, è questo uno scandalo che dovrebbe essere denunciato sul piano internazionale con grande evidenza perché non riguarda solo il mondo dell’alpinismo, e che si presta a severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose…

Di fronte a questi dati tragici e terrificanti si rimane allibiti e increduli:
– che la grande Francia, maestra di civiltà, che dispone di risorse e professionalità di alto profilo, sia finora rimasta inerte;
– che in tanti anni le autorità francesi comunali e regionali non siano state capaci di trovare che una soluzione molto precaria, con la posa di un cavo in corrispondenza dell’attraversamento del canale; è questo cavo che ha salvato i due bambini, ma non altri alpinisti;
– che l’opinione pubblica, formata soprattutto dai parenti delle vittime di questo scandalo, non abbia reagito in alcun modo;
– che nessuno (magari il Club Alpino Francese e gli altri club alpini europei ) abbia mai pensato a un’azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo, in appoggio ai familiari delle vittime nei confronti della Municipalità di Saint Gervais, della Prefettura della Regione Rhônes-Alpes, e del Governo francese.

 

4 – Osservazioni di alcuni esperti
Come detto, questo scandalo è noto da molti anni. Già i primi salitori, a metà ‘800, segnalarono la pericolosità della salita su questa via. In diversi libri-guida, monografie sul Bianco, articoli e riviste, si è ripetutamente segnalato il forte rischio; si legga al riguardo:

– nel libro Tutti i 4000: l’aria sottile dell’alta quota (Vivalda Editore), a pagina 50, queste parole: “… Riteniamo che questo sia il percorso più pericoloso e mortale di tutte le Alpi“;

Lucien Devies e Pierre Henry, autori della prestigiosa Guida Vallot dedicata a La chaine du Mont Blanc, vol 1°, del 1973, hanno espresso questo giudizio perentorio: “… C’est un des lieux le plus meurtriers des Alpes, trés frèquenté et abordé par des incompétents, il est facile mais dangereux et exposé. La traversée du couloir est raide et en même temps trés exposée aux chutes de pierres… Techniquement cette voie est facile, mais le danger est grand, meme avec les aménagements récents”. Non occorrono altre parole, salvo l’osservazione che non sono solo gli “incompetenti” a subire il bombardamento ma anche gli esperti, guide comprese.

– Mario Vannuccini, in I 4000 delle Alpi, ha scritto: “L’attraversamento del Gran Couloir è la parte più delicata dell’ascensione al Monte Bianco. Attenzione alle scariche di sassi, molto frequenti e pericolose in questo tratto! Conviene transitarvi il più velocemente possibile e uno alla volta”.

– Martin Moran, in The 4000m Peaks of the Alps, ha annotato: “… Esiste un serio, oggettivo pericolo di caduta massi nell’attraversare il Grand Couloir, dove si sono verificati innumerevoli incidenti”.

– Helmut Dumler e Willi Burkhardt, nel libro Il nuovo quattromila delle Alpi, del 1990, e nel successivo Il grande libro dei quattromila delle Alpi, del 1998, così hanno scritto: “… La massa degli alpinisti che salgono si fermano prima della traversata del couloir attrezzato con le corde. Qui, soprattutto nel pomeriggio, scricchiolano e si staccano le pietre. Sulla successiva costola gli alpinisti che salgono o scendono costituiscono un pericolo costante per gli altri. In alcuni giorni gli elicotteri del servizio di soccorso non si arrestano per un momento. CI SI CHIEDE PERCHE’ NON SIA ANCORA STATO CREATO UN PERCORSO ATTREZZATO SULLA COSTOLA ADIACENTE.

L’attraversamento del canalone
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5 – Scopo del presente documento
A questo punto ritengo necessario precisare che questo problema mi appassiona perché negli anni scorsi sono salito più volte sul Monte Bianco su percorsi diversi, ma, scendendo, ho sempre evitato la via del Goûter di cui conoscevo la pericolosità.

Senonché, in un’occasione in cui io e il mio compagno fummo sorpresi da una forte bufera, fu gioco forza scendere obtorto collo proprio lungo questa via; giunti in vista della famigerata traversata assistemmo, con il cuore in gola, a una tragedia: una enorme frana di grossi massi travolse in pieno un gruppo di tre alpinisti polacchi due dei quali se la cavarono seppur feriti gravemente, mentre il terzo fu investito in pieno e morì dissanguato perché gli era stata quasi strappata una gamba e i soccorsi, per le pessime condizioni meteo, non arrivarono in tempo.

Fu da quel giorno che decisi di battermi per cercare di contribuire, con i miei modesti mezzi, a porre rimedio a questa situazione assurda: scrissi numerose lettere e articoli di tono “forte” che essendo “politicamente scorrette”, perché tiravo in ballo le autorità francesi, pochi giornali e riviste presero in considerazione.

Quest’anno ho dedicato più tempo a documentarmi al riguardo e ho scoperto che a questo angosciante problema hanno dedicato studi seri e approfonditi due importanti istituzioni francesi fondate di recente:

– la Coordination Montagne (www.coordination-montagne.fr/), di Grenoble;
– la Fondation Petzl (www.fondation-petzl.org), di Criolles.

Fonte: Coordination Montagne
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La Coordination Montagne, fondata nel gennaio 2012, raggruppa molte associazioni ed enti che operano nel mondo della montagna, e indirizza la sua attività all’informazione e prevenzione. In tale ambito, nel 2012, in collaborazione con la Fonfazione Petzl, ha pubblicato, in dieci lingue, un utilissimo fascicolo tascabile intitolato La salita del Mont Blanc: un’impresa da alpinisti indirizzato a tutti i candidati al “tetto delle Alpi”: si tratta di un insieme di indicazioni su come prepararsi per affrontare questa salita, come attrezzarsi e informarsi, quali vie seguire, quali pericoli evitare e come agire in caso di incidenti; due intere pagine sono dedicate a come attraversare il canale del Goûter, a beneficio delle migliaia di alpinisti che lo affrontano ogni anno.

Nel mese di maggio 2014 l’Association Chamoniarde di Chamonix e la Coordination Montagne, con il sostegno della Fondation Petzl, hanno aperto il sito www.climbing-mont-blanc.com allo scopo di estendere la campagna di informazioni.

La Fondation Petzl, fondata nel 2006, ha lo scopo di “condividere il successo dell’azienda con l’ambiente con il quale interagisce, e a tal fine si impegna in una riflessione sull’accesso al Monte Bianco, una delle cime più belle e tra le più visitate al mondo il cui accesso impone uno studio su come renderlo più sicuro con una azione preventiva. E’ certo che il rischio zero non esiste in quanto il canalone del Goûter è solo un piccolo tratto del percorso per raggiungere la vetta del Bianco, ma ci si può proporre, con una maggiore informazione, almeno di assicurare una maggiore sicurezza agli alpinisti che lo frequentano”.

Di fronte alla cattiva immagine che questo canalone procura all’alpinismo in generale, la Fondation Petzl vuole perciò risvegliare le coscienze e avviare una riflessione approfondita su cosa si può fare al riguardo, lanciando un messaggio più chiaro sui pericoli che si corrono e offrire un contributo al miglioramento della sicurezza del canalone sulla via normale del Monte Bianco da Saint-Gervais.

Ricordiamo qui che le quattro vie classiche di accesso al Monte Bianco sono: la via di Saint-Gervais passando per il canalone del Goûter, la via dei Grands Mulets, la via dei Trois Mont Blanc da Chamonix, e la via italiana dal rifugio Gonella, denominata via del Papa.

Perciò, dato che le vie normali al Bianco sono frequentate ogni anno da un numero altissimo di persone, stimato in media tra i 35.000 e i 40.000, la Fondation Petzl, nel 2010, ha presentato ai professionisti della montagna delle proposte orientative.

Tutti si sono dichiarati d’accordo circa la necessità di trovare una soluzione per limitare il pericolo nell’attraversamento del canalone, senza pregiudicare il valore del sito e le intrinseche difficoltà del percorso facilitandone l’accesso, seguendo le direttive date dal Presidente della fondazione, Paul Petzl.

Nel corso di questa indispensabile concertazione, le guide alpine hanno presentato delle fotografie attestanti la presenza di massi di grande taglia (fino a 50 tonnellate) sulla sommità del canalone. Questa documentazione ha permesso di precisarne le traiettorie e la loro “energia di caduta”, ponendo in evidenza che una eventuale passerella aerea sospesa a 25 metri di altezza (come si era pensato di attuare) potrebbe essere colpita dal 3% di tali massi e pertanto si dovrebbe posizionarla a 35 metri, il che però sarebbe incompatibile con la preservazione del sito.

Il contributo della Fondation Petzl si è perciò orientato inizialmente verso lo studio di una galleria di diametro limitato (2 metri) percorribile a piedi e adattabile al terreno. Altre iniziative sono state considerate: ricerca di un itinerario alternativo più sicuro, miglioramento dell’informazione sul rischio di questa via, migliore conoscenza delle altre vie, ecc.

Questo famigerato canalone è da tempo riconosciuto come pericoloso, tanto che a volte è stato chiamato il “braccio della morte” per il conto altissimo che presenta agli alpinisti che vogliono raggiungere la cima del Bianco lungo questa via.
L’elevata esposizione ai crolli su questo passaggio lo rende particolarmente pericoloso in piena stagione estiva, perché viene travolto da frane frequenti, il che è stato confermato da due studi commissionati dalla Fondation Petzl denominati “accidentologia” e “caduta di massi”:

– “accidentologia”: la gendarmeria di alta montagna di Chamonix e la Fondation Petzl hanno studiato le operazioni di soccorso organizzate tra il 1990 e il 2011 al fine di meglio conoscere la realtà degli incidenti avvenuti nel percorso tra i due rifugi, le varie circostanze e le vittime. Si è accertato che la metà circa degli incidenti ha avuto luogo durante la sola traversata, che è stato definito un vero “punto nero” della salita al Bianco.

– “caduta di massi”: nell’estate del 2011, dal 20 giugno al 18 settembre, una società di ingegneria geotecnica, ha condotto uno studio statistico sulle frane per identificare i fattori che possono aggravare o ridurre il rischio. Durante questo periodo di osservazioni i tecnici hanno trascorso 42 giorni sul campo, e hanno fatto moltissime osservazioni sui 754 eventi provocati da “massi cadenti” allo scopo di:
– in primo luogo specificare il pericolo rappresentato dalle rocce e massi che cadono;
– in secondo luogo studiare i rischi associati in funzione dell’affollamento del sito;
– e infine individuare quali soluzioni potrebbero ridurre o eliminare il pericolo.

Impressionanti sono le molte fotografie e i filmati registrati proprio nel momento del verificarsi delle frane durante questa “campagna”.

Il versante dell’Aiguille du Goûter in un periodo di secca
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Inoltre sono state osservate 363 persone in situazioni difficili, vale a dire persone che erano nel canalone quando si è verificata una frana e che avrebbero potuto essere o sono state colpite dai massi. Con poche eccezioni, questo numero è direttamente correlato al numero di frane osservate. Si è verificato inoltre che:

le cadute di massi possono verificarsi in qualsiasi momento del giorno o della stagione, ma si sono osservate forti variazioni legate alle condizioni meteorologiche;

– i momenti più pericolosi sono nelle ore più soleggiate della giornata e della stagione, con temperature positive e aria secca (umidità <50%). Tali periodi generalmente corrispondono alle più alte presenze di alpinisti nel canalone.

In base alle rilevazioni effettuate nell’estate del 2011, il numero dei passaggi annuali in questo canale è stato stimato in media tra i 17.000 e i 17.500, di cui 7.300 – 7.500 in salita e 9.700 – 10.000 in discesa.

Estrapolando la percentuale media registrata durante il periodo di osservazione, si può stimare per l’intera stagione che circa un migliaio di persone abbiano dovuto affrontare massi in caduta nella traversata del canalone.

 

6 – Soluzioni possibili
Su come risolvere il difficile problema di mettere in sicurezza la salita al Refuge du Goûter sono state studiate molte misure, misure che però devono mirare a rendere il percorso più sicuro ma – come già detto – in nessun caso a renderlo più facile tecnicamente così da indurre in errore i candidati sul minor impegno fisico e mentale che richiede l’insieme della salita al Monte Bianco lungo questa via.

La priorità dovrebbe essere data alla informazione e alla prevenzione. Occorre perciò:

Sul piano della prevenzione:
– diffondere le informazioni già disponibili (bollettini meteo, guide turistiche, opuscoli informativi,ecc), indicazioni delle guide alpine, dei responsabili del soccorso, dei gestori dei rifugi;
– considerare un nuovo percorso più sicuro;
– predisporre dei ripari e rinforzare i cavi lungo la traversata.

Sul piano tecnico si sono esercitati in molti, compreso l’autore di questo documento, ad avanzare proposte. Ecco qualche possibile soluzione prospettata da diversi autori:
1 – “blindare” almeno la parte alta del canalone con versamento, tramite elicotteri, di centinaia di metri cubi di cemento a pronta presa che “saldino” le pietre sul terreno;
2 – montare barriere di protezione in ferro e/o cemento armato, su più punti del canalone; queste due prime soluzioni sono difficilmente realizzabili per il pericolo conseguente al dover operare “dentro” il canalone stesso. Inoltre sarebbero poco accettabili sul piano del rispetto ambientale;
3 – stendere un ponte tibetano sopra il canalone (1a ipotesi Petzl): praticabile, magari montandone due in parallelo onde evitare intasamenti tra cordate in salita e discesa; il costo è accettabile e il tempo di realizzazione è breve. La Petzl stessa però la valuta impraticabile perché si è calcolato che, per essere al di fuori della traiettoria dei massi e delle pietre più grandi, questa passerella aerea dovrebbe essere alta più di 35 m da terra, cosa impossibile da realizzare in quel sito;
4 – scavare una galleria sotto il passaggio chiave (2a ipotesi Petzl, su suggerimento delle guide di Saint-Gervais): si è pensato a un tubo in acciaio di due metri di diametro percorribile a piedi e adattato all’ambiente. E’ questo un progetto molto impegnativo, rischioso, molto costoso, con tempi lunghi di attuazione, ma che avrebbe il vantaggio di uno scarso impatto sull’ambiente. Su questa ipotesi di soluzione si è però scatenato un acceso dibattito sul web;
5 – attrezzare una via sulla costola destra orografica del canalone (1a ipotesi Ratto): era questa la proposta di Dumler e Burkhardt, citata anche nel presente documento, e che peraltro è suggerita come “variante 192” anche dalla Guida Vallot, a pagina 111: questa variante si presenta nel suo insieme, secondo la Vallot, della stessa difficoltà (PD) della solita via, ma è assolutamente sicura e porta sulla cresta Payot all’altezza dei Rochers Rouges da cui facilmente si raggiunge il Refuge du Goûter. Alpinisticamente – a mio avviso – parrebbe perfino più interessante dell’attuale. Questa nuova via potrebbe essere messa in sicurezza, su indicazione delle Guide Alpine di Saint-Gervais con impiego di imprese locali, con un’ottica – oserei dire – da “modello ferrata”, attrezzandola perciò con cavi, fittoni, corde, scale, protezioni varie. Ritengo che potrebbe essere realizzata in poco tempo (qualche mese di lavoro) e con spesa contenuta. Comunque tra tutte le soluzioni ipotizzabili sarebbe senza dubbio la meno costosa e la meno impattante sull’ambiente naturale. Inoltre importa osservare cha sarebbe in linea con i principi orientativi dettati da Paul Petzl, Presidente della Fondation Petzl;
6 – impiantare un’ovovia (2a ipotesi Ratto): con stazione di partenza alla Tête Rousse, e stazione di arrivo sulla cresta nei pressi del Refuge du Goûter. Inutile dire che questa soluzione sarebbe la più radicale e la più costosa come impianto e come manutenzione e richiederebbe alcuni anni per essere realizzata, ma non è scartabile a priori impugnando motivi di rispetto ambientale perché qualunque soluzione venga adottata sarà inevitabilmente sempre, in qualche misura, a scapito dell’ambiente.

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7 – Conclusione e piano operativo
A parte le considerazioni sopra esposte, ritengo che, vista l’importanza e la delicatezza dell’opera, sarebbe opportuno (a prescindere dalle soluzioni sopra finora ipotizzate) lanciare un bando di concorso, rivolto a studi di progettazione e a imprese di costruzione di tutta Europa, per vagliare la validità di quanto prospettato e per risolvere tecnicamente il problema della sicurezza eventualmente con nuove soluzioni sperimentate in situazioni analoghe.

Per i finanziamenti, vista l’internazionalità degli alpinisti che fruiranno di questa nuova sistemazione del percorso al Bianco, si potrebbe fare ricorso a fondi dell’Unione Europea.

A questo punto è opportuno sottolineare che obiettivo prioritario nella decisione di risolvere, una volta per tutte, questo annoso problema non è il costo della soluzione che sarà adottata ma la salvaguardia delle vite umane; è questo un imperativo categorico cui tutto deve essere subordinato: salvare una sola vita giustifica qualunque spesa che si debba sostenere e anche che si chiuda un occhio, una tantum, se, per motivi di necessità, si dovesse provocare qualche ferita all’ambiente.

Se un rimprovero si può, anzi si deve fare, agli amici francesi è quello di essere arrivati al terzo millennio senza aver ancora risolto un problema noto da almeno due secoli.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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In occasione della costruzione del nuovo avveniristico, ipertecnologico Refuge du Goûter, peraltro costosissimo (7 milioni di euro?), con una modesta frazione di questo importo si sarebbe potuto mettere in sicurezza il percorso di salita e discesa al rifugio stesso.

Ora non si deve più perdere altro tempo: occorre chiedere alle autorità competenti (Sindaco e Prefetto) di procedere in questo modo:
– da subito porre delle barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi;
– provvedere a un accurato e approfondito primo “disgaggio” del percorso sulla destra orografica del vallone (variante 192 della Vallot), fin sulla Cresta Payot;
– attrezzare velocemente questa via e metterla in sicurezza con cavi, corde, scale, nicchie e ripari, e con adeguati segnavia;
– provvedere a dare comunicazione di queste decisioni a tutto il mondo alpinistico con adeguati mezzi informativi.

 

Considerazioni
di Alessandro Gogna
Il saggio di Luciano Ratto tocca punti di indiscutibile interesse. Accanto all’urgenza di ripensare la totalità della salita di questa via “normale”, si pongono questioni di ordine etico e libertario, oltre che ambientale. Con la consapevolezza che finora nessuno dei numerosi articoli apparsi sul web a questo proposito (il documento di Ratto è stato diffuso a fine settembre 2015) ha affrontato la questione in questi termini. Tutti si sono limitati a sollecitare le soluzioni, sgomenti di fronte alla gravità dei fatti.

Che il Canalone della Morte sia uno dei posti al mondo più soggetti a incidente è fuori discussione: ma la causa di ciò risiede soprattutto nell’altissimo tasso di frequenza, ultimamente aumentato vieppiù con la costruzione del nuovo Refuge du Goûter. La “normalità” che cita il sindaco di Saint-Gervaise fa riferimento al fatto che in quel periodo le temperature erano mediamente fredde, dunque la pericolosità del canalone non era ai livelli massimi. Il sindaco ha fatto un inopportuno ragionamento statistico, concludendo che la via può rimanere “aperta” quando il pericolo è, per dire, 50 e deve essere chiusa quando è 100. Tutto ciò è ridicolo, le condizioni sulla montagna variano di minuto in minuto. Divieti e permessi rischiano d’essere obsoleti in un battito di ciglia. E io rimango della mia opinione, per fortuna condivisa non da pochi, che non ci dovrebbero mai essere divieti, come pure non dovrebbero esserci mai i tanto ventilati e mai attuati “numeri chiusi”. Ripeteremo alla nausea che ciascun alpinista o pseudo-alpinista deve imparare ad assumersi la piena responsabilità delle sue azioni. E che, se al posto del divieto, ci fosse un avviso tipo la “bandiera rossa” delle spiagge, ci sarebbe di sicuro una maggior crescita di responsabilità, anche in individui stupidamente refrattari o poco esperti.

Mi rifiuto di pensare che le autorità amministrative della regione o l’opinione pubblica siano indifferenti, penso invece con forza che l’esitazione di esse sia più che altro dovuta alla sensazione d’impotenza che ha una qualunque amministrazione di fronte a fenomeni, come quello dell’alpinismo, che sfuggono a regolare qualificazione. Soggetti molto di più alla decisione dei singoli e molto di meno alle regole, anche quelle del buon senso. Non confondiamo l’indifferenza presupposta col “non fare notizia” con l’esitazione di fronte al dibattito che ciascuno vive dentro di sé. La tragedia del “non fare notizia” è comune a migliaia di altri fenomeni planetari: ma io ritengo che la notizia debba essere comunque data, non solo quando il padrone morde il suo cane, ma anche quando, più normalmente, il cane morde il suo padrone. Davvero sono responsabili i giornalisti e gli amministratori che, per motivi anche bassamente opportunistici, non danno il giusto rilievo alle tragedie del Canalone della Morte? O non è più giusto pensare sempre che l’alpinista, e solo lui, è il vero responsabile? Davvero è così moralmente obbligatorio “mettere in sicurezza” quel canalone snaturandolo quindi in modo radicale? Davvero pensiamo che sia più etico dare la possibilità di una salita più sicura a chiunque piuttosto che richiedergli una maggiore esperienza? Davvero pensiamo che la salita al Monte Bianco sia una cosa così importante?

Gli altri non hanno il diritto di impedire l’azione dell’alpinista, possono solo consigliarlo ed eventualmente soccorrerlo. E anche quando gli facilitano la strada con corde fisse o quant’altro cadono nell’errore di favorirgli la convinzione che in fin dei conti tutto sia stato messo in sicurezza.

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La guida alpina Alberto Bianchi ha giustamente segnalato sul sito facebook dell’Osservatorio della Libertà in montagna (29 settembre 2015) l’esistenza di questo genere di cartellonistica di tempi ormai lontani, commentando: “Questo è un cartello per la sicurezza sul lavoro del tempo andato; oggi si predica l’esatto opposto! Sostituendo “la macchina” con “il terreno” l’avvertimento calzerebbe a pennello anche a chi vuole muoversi libero in montagna; ma anche in questo campo oggi si afferma la filosofia opposta“.

Per queste considerazioni rifuggo dalle invocate “severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose”. Come rifuggo da ogni tipo di “azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo”.

Divieti, responsabilità e certificazioni di sicurezza vanno a braccetto con l’aumento esponenziale delle cause legali, con l’intrusione sempre maggiore del diritto e delle assicurazioni in un mondo che vorremmo più “nostro”, più alpinistico.

Sono invece pienamente d’accordo nel condannare la scelta di ricostruire in modo avveniristico e spettacolare il Refuge du Goûter senza prendere neppure in considerazione i problemi che una maggiore frequenza di accesso ha portato e porterà, con l’inevitabile crescita del tasso di gravi incidenti. Non si è fatto nulla né per “mettere in sicurezza” né per dissuadere senza divieti. Il rifugio è stato costruito, ha comportato costi spaventosi e… lo show must go on!

Piano piano arrivo anche io a ciò che secondo me occorrerebbe fare in concreto.
Nessun divieto, nessun numero chiuso. Dimentichiamo soluzioni sciocche o improponibili come ovovia, ponte tibetano, tunnel sotterraneo. Dimentichiamo le “barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi“.

Si deve invece scoraggiare nel modo più incisivo possibile la frequentazione di quella via “normale”: con video, cartelli e agitando ogni possibile spettro di paura e di morte. Aumentando le tariffe del trenino, dell’accompagnamento guida e dei pernottamenti in rifugio. Sì alla revisione dei corrimano e degli ancoraggi, ma no al disgaggio (che per me è come mettersi a scopare il mare).

Infine, sì alla costruzione di una via ferrata che salga sullo sperone di sinistra, parallelo al canalone. Detto da me, contrario a ogni genere di via ferrata… Ma quando ci vuole ci vuole. E in ogni caso non parlare mai di “piena sicurezza” della variante.

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Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Sul numero di settembre della rivista Montagne360 (organo ufficiale del Club Alpino Italiano), a firma Federico Bernardin, è uscito l’utile articolo La sicurezza sulle vie ferrate (pagg 54-57).

L’utilità di tale articolo, anche per il grande numero di appassionati cui è rivolto, è indubbia. Il testo non si dilunga, è essenziale e dà le giuste informazioni necessarie, al fine di percorrere una ferrata in ragionevole sicurezza. Inoltre, precisa giustamente “che la ferrata non è un gioco e non è costruita per esserlo”.

Chi volesse leggere il testo integrale, per comodità lo trova qui.

Via ferrata Tomaselli, San Cassiano, val Badia. Foto: ladinia.it
KitFerrata-

Considerazioni
Nel testo non ci sono inesattezze, dobbiamo però far notare una piccola dimenticanza e non possiamo rinunciare a due considerazioni che il testo stesso provoca.

La dimenticanza riguarda l’uso dei guanti. In assenza di questi, dire che “fastidiose escoriazioni possono avvenire per strofinamento della pelle delle mani sul cavo della ferrata” non è sufficiente: occorre mettere in risalto che non infrequentemente la mano incontra refoli d’acciaio dovuti a usura e cattiva manutenzione. Questi, al di là delle escoriazioni, possono provocare vere e proprie ferite.

Prima considerazione. Nel sottotitolo, probabilmente a responsabilità della redazione più che dell’autore, è scritto che “le vie ferrate permettono anche ai meno esperti di affrontare difficoltà alpinistiche”. Questo non è corretto, perché le ferrate permettono solo di affrontare le difficoltà delle ferrate!

Occorre stare attenti all’uso dei termini, e cercare di mantenere ben distinti due ambiti che, già dalle differenti radici filosofiche, non possono essere mescolati se non con pericolosi fraintendimenti.

Le “difficoltà alpinistiche” sono proprie dell’alpinismo, attività che favorisce l’esperienza personale nell’ambiente selvaggio della montagna, vive di fantasia e di creatività più che di gesti atletici. L’aspetto ludico è decisamente in minoranza al confronto con l’aspetto romantico, spirituale e psichico.

Al contrario, le vie ferrate sono espressione di gesto atletico su terreno verticale, escludono creatività e fantasia e vivono piuttosto epidermicamente il gusto adrenalinico che il vuoto può offrire.

Ciò che voglio dire è che un I° grado (il primo scalino della Scala UIAA) è alpinisticamente molto più difficile e impegnativo di una ferrata atletica che ti fa sputare molta più fatica.

Seconda considerazione. L’articolo ingenera una fastidiosa sensazione, non nuova peraltro e già provata in altre occasioni. Sembra che pure il CAI (che non è un produttore o venditore di materiali o tecniche) continui a ripetere lo stesso errore, cioè quello di fare intendere al pubblico per obbligatorio l’uso (e in una certa maniera) di certi materiali (nella specie, il kit da ferrata, oltre al casco).

Il testo non afferma chiaramente l’obbligatorietà. Ma il tono è un po’ ambiguo e alla fine il complesso dell’articolo non lascia dubbi al lettore (a dimostrarlo basterebbe osservare che l’uso dei guanti è invece espressamente qualificato come “non obbligatorio”).

Immaginiamo ora che questo articolo capitasse in mano (e per la legge di Edward Murphy accadrebbe di sicuro) a un Giudice in occasione del giudizio su un infortunio senza apposito kit o per uso diverso dal previsto.
Anche il Giudice si nutrirebbe della perniciosa confusione sugli obblighi del produttore (che ci sono) rispetto a quelli dell’utilizzatore (chi impedisce di andare senza kit o diversamente attrezzati, magari a persone esperte?). Il tutto è vieppiù consolidato malamente tramite il parallelo con le norme sull’infortunistica del lavoro.

Nell’articolo è presente anche l’azione, sempre pubblica, di inibizione “morale” a carico di coloro che non usano il kit o pensano ad alternative (esordio dell’articolo: quelli “alle prime armi” che vengono “dissuasi“).

Questi scritti formalizzano degli obblighi dei quali poi chiunque potrà essere chiamato a rispondere legalmente (ricordiamo il recente caso della sentenza di Cassazione che ha ritenuto definitivamente responsabile la Scuola di alpinismo Silvio Saglio (SEM-Milano) per un lieve incidente di parecchi anni fa.

Non sto discutendo la buona fede di Bernardin e del CAI, ma non vorrei che in quest’ambito continuassimo imperterriti e incoscienti a non considerare che, come minimo, è necessario precisare sempre che si può anche scegliere di agire con auto-responsabilità (la responsabilità tout court è inutile prendersela o dire che uno se la prende: tanto te la danno le leggi e gli altri).

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Vieto, dunque sono

Vieto, dunque sono

Ricevo dall’avvocato Luca d’Alba:
Dal 18 al 20 settembre 2015 ho organizzato un raduno d’arrampicata tra Timpa di san Lorenzo e Timpa di Falconara, con pernottamento in tenda davanti alla chiesetta di Sant’Anna. Siamo nel cuore del Parco Nazionale del Pollino. Considerato che l’evento è stato patrocinato dal comune di San Lorenzo Bellizzi è stato necessario dare comunicazione al Parco del Pollino dell’iniziativa. In prima battuta il Parco ha comunicato la fattibilità del raduno, dettando le sue prescrizioni per la salvaguardia dell’ambiente. La Guardia forestale, tuttavia, ha inteso mettere i bastoni tra le ruote affermando che Timpa di San Lorenzo è riserva naturale, per cui ogni attività è vietata o comunque subordinata all’autorizzazione dell’UTB (ufficio territoriale per la biodiversità).

Alla luce di ciò abbiamo evitato di arrampicare su Timpa di san Lorenzo e ci siamo dislocati sulla Falconara. Non paghi, gli uomini della Forestale hanno fatto miliardi di foto a noi che arrampicavamo e hanno scritto una relazione, chiedendo al Parco chiarimenti sulla legittimità dell’arrampicata nel suo territorio. Con la nota 10577 del 5 ottobre 2015 il direttore del Parco dr. Gerardo Travaglio, ha dichiarato, da un lato, che l’evento organizzato è compatibile con le esigenze di salvaguardia delle specie protette, dall’altro, però, che fino a che non verrà regolamentata, l’arrampicata è vietata in tutto il territorio del Parco. Sto mobilitando mezzo mondo per far fare un passo indietro al Parco. Ho scritto una diffida, che è sottoscritta da me come avvocato e da almeno altri sette colleghi. Arriverò fino al TAR per impugnare questo assurdo divieto”.

La Timpa di san Lorenzo, Parco Nazionale del Pollino
Parco Pollino, Timpa San Lorenzo e Barile

Considerazioni
Questo episodio è l’ennesimo tentativo di scoraggiare la libera attività degli appassionati di montagna e di arrampicata in territorio di Parco. Come giustamente è sottolineato dall’avvocato d’Alba, in nessun Parco l’arrampicata è vietata, anche se (aggiungiamo noi) qualcosa di questo genere è in atto nel Parco Nazionale dei Sibillini, sebbene i risultati deleteri provocati dai divieti siano sotto gli occhi di tutti.

E’ assai malcelato il disagio e il fastidio che provocano direttori di parco così limitati, così chiusi nella loro interpretazione restrittiva di ciò che dovrebbe significare un Parco per il cittadino.

Se aggiungiamo poi la lista di tutti i provvedimenti che si dovrebbero prendere e di tutte le iniziative che si dovrebbero favorire, senza che a questa lista si possa purtroppo mettere mano costruttivamente causa la cronica mancanza di fondi, beh allora sorge il sospetto che questi divieti siano un palliativo, solo per dimostrare che qualcosa si fa. Una dimostrazione però che non esula dai confini di una rigorosa autoreferenziazione, perché non convince nessuno.

Davvero questi direttori, che ci ostiniamo comunque a considerare persone competenti, hanno bisogno di vietare per dimostrare di esserci e di servire a qualcosa? O un quasi cartesiano “Veto, ergo sum” è alla base delle loro decisioni?

La diffida
Spett.le
Parco Nazionale del Pollino, Rotonda (CS),
Ministero dell’Ambiente, Roma

p.c. Corpo Forestale dello Stato

Oggetto: arrampicata e alpinismo nel Parco Nazionale del Pollino
In riscontro alla nota n. 10577 del 5.10.15 a firma del dr. Travaglio, anche in rappresentanza di…, che aderiscono alla presente, si evidenzia quanto segue.

L’affermazione secondo cui il raduno d’arrampicata menzionato nella detta missiva “causa disturbo” è destituita di qualsivoglia fondamento, in quanto priva di riscontri oggettivi di carattere scientifico o giuridico. Si invita pertanto codesto Ente o soppesare con estrema cura le proprie dichiarazioni, che potrebbero risultare offensive nei confronti di chi, come molti degli aderenti, ha combattuto battaglie in prima linea per la difesa dell’ambiente proprio nel territorio del Parco (si ricordino le vicende del canyon del Caldanello, della centrale del Mercure…)

Condividiamo l’opportunità di regolamentare la pratica dell’arrampicata (così come in tutti i parchi d’Italia, dove si è ben lungi dal vietare l’arrampicata), ma a condizione che ciò avvenga tenendo conto delle effettive esigenze di salvaguardia. In altri termini le limitazioni e i divieti non possono essere imposti in via teorica, ossia “ipotizzando” che la pratica dello sport “possa” arrecare disturbo all’avifauna e/o ai vegetali, essendo invece necessario uno studio sulla concreta esistenza di nidi o altre situazioni degne di tutela. Secondo i principi del diritto amministrativo, infatti, ogni provvedimento deve essere “ragionevole” e, soprattutto, “motivato”. Peraltro, una volta individuati i periodi e/o le aree oggetto di divieto, nei periodi e nelle aree residuali lo svolgimento dell’attività deve essere consentita sic et sempliciter, non potendosi imporre ai fruitori l’ulteriore onere di richiedere un’autorizzazione. Dati i precedenti, appare opportuno sottolineare che i provvedimenti di natura limitativa e cogente devono trovare espressa esplicitazione in norme e regolamenti, non potendo essere rimessi a indebiti poteri discrezionali da parte di funzionari del Parco.

Maria Lucia Venneri sulla terza lunghezza della Via di Marchino, parete sud-ovest di Timpa Falconara. Foto: Guido Gravame
Maria Lucia Venneri su L3 della Via di Marchino sulla parete Sud Ovest di Timpa Falconara


Assolutamente illegittima è infine l’adozione di un divieto assoluto di arrampicata a tempo indeterminato su tutto il territorio del Parco nelle more dell’adozione di “linee guida” la cui natura giuridica non è stata affatto chiarita. Tale provvedimento, oltre che illogico e immotivato, si pone in evidente contrasto con quanto affermato dallo stesso Parco, secondo cui la manifestazione d’arrampicata
de quo “può ritenersi compatibile con le finalità di conservazione”. È contraddittorio altresì rispetto alla precedente nota del 29 maggio 2015 a firma del dr. Milione, il quale ha confermato che nessun regolamento vieta a priori l’arrampicata all’interno del Parco.

Alla luce di quanto precede e tenuto conto della portata potenzialmente limitativa della libertà personale della nota del 5 ottobre 2015, ai sensi della L. 241/90 si chiede all’Ente Parco di prendere visione ed estrarre copia della nota di trasmissione del Coordinatore Territoriale VQAF dell’ing. Perrone agli atti dell’Ente al n. prot. 10245 del 29.9.15 e di ogni documento ad essa allegato, ivi espressamente compresa la nota a firma del Comandante Stazione CFS Civita, nonché di ogni altro atto e documento presupposto alla nota del Parco n. 10577 del 5.10.15.

L’accesso agli atti viene richiesto anche ai fini della tutela penale, atteso che nei giorni 19 e 20 settembre 2015 alcuni agenti del Corpo Forestale hanno inteso effettuare rilievi fotografici invasivi su mezzi e persone (anche del sottoscritto) sfiorando i limiti della persecuzione e comunque con intenti dichiaratamente intimidatori, nonché per i profili di abuso di potere riscontrabili nella nota del 5.10.15.

Stante la palese illegittimità sostanziale e l’irregolarità procedimentale della nota del 5.10.15 n. 10577, anche per l’evidente vizio di eccesso di potere, se ne chiede la revoca in autotutela nella parte in cui prevede la sospensione delle attività di arrampicata e alpinismo nel territorio del Parco, preannunciando in caso contrario ricorso al TAR.

Distinti saluti

Avv. Luca D’Alba
Avv. Vincenzo D’Alba
Avv. Nina Nigro
Francesco Colao, Gerardo Tarsia, Mattia Sposato, Giada Di Leo, Fabio Alfano, Marco Gagliardi, Giovannino Santagada, Rossella Bruno, Salvatore Romeo, Riccardo Quaranta, Giovanni Basile, Guido Gravame, Antonio Larocca, Roberto De Marco, Antonio Mancino, Ferraro Francesco, Angelo Laino, Mino D’Amico, Marco Rigliaco, Anna Ruscelli, Domenico Riga, Maria Giovanna La Scalea, Nino Gagliardi, Luigi Manghisi, Francesco Serianni, Nino Abbracciavento, Ettore Angiò, Simonetta Sechi, Anna De Salvo, Antonio Sangineto, Renzo Ruscelli, Maria Taverniti, Stefania Emmanuele, Maria Tripodi, Tina Zaccato, Vincenzo Maratea, Franco Piccaro, Carmine Lo Tufo, Giovanna Barcello, Alessandro Galasso, Sara Crivella, Wieke De Neef, Nino Ricci, Chiara Torchia, Massimo Gallo, Leonardo Santoro, Salvatore Mustari, Domenico Ippolito, Filippo Capurso, Rosanna Riccelli, Francesco Di Trani, Franco Formoso, Claudio Pileggi, Domenico Bloise, Imma Canonica, Giuseppe Cesarini, Daniela Stanziani, Antonio Ferrigni, Eleonora Russo, Domenico Calopresti, Giuseppina Carrieri, Luigi Vincitore, Gabriele Percoco, Gilberto Peroni, Monica Venneri, Domenico Puntillo, Pasquale Larocca, Lorenzo Zaccaro

(la lista dei firmatari è in corso di formazione)”.

Su questo sito si può firmare la petizione:
https://www.change.org/p/ente-parco-nazionale-del-pollino-rotonda-pz-non-vietiamo-l-arrampicata-nel-parco-nazionale-del-pollino?recruiter=400576496&utm_medium=email&utm_campaign=share_email_responsive

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Quel che un non-vedente riesce a vedere

Quel che un non-vedente riesce a vedere

Il 3 agosto 2015 Gabriele Scorsolini, giovane quindicenne non-vedente, accompagnato dall’amico (e guida) Paolo Caruso e da Luigi Martino, è riuscito a salire la via normale della Punta Anna nei Monti Sibillini (la via Vagniluca-Cecchini-Kamenicky, 1969, AD+ con variante finale di IV e V).

La prima salita alpinistica di Punta Anna effettuata da un non-vedente, al di là della notizia, ha messo in evidenza alcune gravissime criticità che sono conseguenza non solo dei regolamenti del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ma soprattutto della scarsa disponibilità di questo Ente ad accettare il dialogo per concertare soluzioni condivise e giuste.

L’avvicinamento a Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-02 Paolo e Gabriele prima di P. Anna

Eppure qualsiasi cittadino auspica che una Pubblica Amministrazione lavori per il bene comune anche introducendo regolamenti intelligenti o quantomeno sostenibili e sufficientemente in armonia con le normative italiane ed europee.

Quando sono in montagna e quando arrampico mi sento libero, una libertà difficile da raggiungere nella vita quotidiana. Non vedere non è un problema, posso sviluppare altre percezioni… questa è una cosa importante che trovo nell’arrampicata e nella montagna. Ho avuto la fortuna di iniziare imparando le tecniche del Metodo Caruso direttamente con l’ideatore, cosa che mi permette di muovermi liberamente e in modo corretto ma soprattutto di capire e di sviluppare le intuizioni che sono determinanti quando arrampico”.

Gabriele arrampica da pochi mesi ma ha già sviluppato una capacità che molte persone vedenti impiegano anni per raggiungerla.

Nella ripida discesa verso l’attacco della Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-03 la ripida discesa verso P. Anna

Per me arrampicare non è difficile, mi diverto tantissimo, la difficoltà principale la trovo forse nei sentieri intermedi, né facili né difficili. Se riesco a poggiare le mani, posso controllare bene il mio peso e utilizzare le gambe al meglio, mentre i sentieri con molte irregolarità mi costringono a una camminata più lenta e faticosa. Lavorare sulla tecnica è fantastico, già solo avendo imparato a controllare il “doppio peso” le mie potenzialità si sono moltiplicate. Arrampicherei sempre, falesia, montagna, ovunque. Arrampicare in un certo modo mi fa “guardare” lontano e mi aiuta a capire i pericoli e anche le deformazioni e le false illusioni dell’ambiente della scalata. Sono contentissimo di ottenere dei risultati, ad esempio di aver salito Punta Anna, ma so che quello che voglio è imparare, migliorare, ma soprattutto capire e stare a contatto con la natura, con la roccia e con le persone con cui sono in sintonia e di cui mi fido”.

Anche per quanto riguarda i lunghi avvicinamenti, tipo quello di Punta Anna, Gabriele ha qualcosa da dire: “La montagna per me è libertà, ma da quando sono venuto a conoscenza della discriminazione che subiamo noi alpinisti nei Monti Sibillini ho capito che i veri limiti da superare per l’umanità sono l’ignoranza e la mancanza di umiltà. Chi riveste ruoli di potere dovrebbe stabilire regole giuste e non certo discriminatorie. Non potendo vedere sono molto sensibile al rumore e alla velocità dei mezzi a motore e per questo sono convinto che anche i camosci sono disturbati da queste cose, ma non certo dall’alpinismo. I camosci vanno d’accordo con gli alpinisti, lo capisco io a quindici anni ma sembra che non lo capiscano i signori del Parco… Mi sono informato molto su tutta la questione per capire che simili divieti sono assurdi: per esempio al Gran Sasso non sono mai stati imposti divieti a seguito dell’introduzione dei camosci e i camosci si sono moltiplicati subito.

Gabriele in arrampicata sulla Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-04 Gabriele in arrampicata

Nei Sibillini si verificano cose incredibili, si vieta l’alpinismo e allo stesso tempo si consente il transito ai mezzi motorizzati. Vorrei dire a chi ha scritto il regolamento 384 e a tutti i funzionari del Parco che li invito a venire con me in montagna, non certo per competizione, anche soltanto a camminare ma dopo averli bendati, così che possano provare quello che io provo: sono sicuro che acquisterebbero altri occhi, ma non quelli che permettono di vedere quanto invece quelli che permettono di capire, gli occhi interiori, così come sono sicuro che si spaventerebbero di più per il rumore improvviso di una moto che scorrazza invece che per il passaggio degli alpinisti.

In più, dopo aver salito Punta Anna, (secondo il regolamento) saremmo dovuti scendere con la pioggia per un sentiero che non è adatto a me e non è neanche tracciato invece che percorrere uno dei sentieri ufficiali che sono utilizzati da tutti ma, secondo i signori del Parco, vietati a noi alpinisti.

A volte rimango stupito dalla scarsa lungimiranza dei “vedenti”: non è difficile capire che bisogna accettare il dialogo per fare bene le cose e soprattutto ascoltare le persone più competenti perché non ascoltare queste persone equivale a far dilagare la degenerazione e l’ingiustizia. Al Direttore vorrei dire che non sono contrario alla caccia, anche mio padre è cacciatore, ma forse sarebbe il caso che un cacciatore come il direttore del Parco capisse che gli alpinisti non fanno alcun danno, almeno quelli ben preparati come ritengo che noi siamo, al contrario dei cacciatori che bene o male uccidono gli animali. Come i cacciatori possono cacciare dove e quando consentito, in quanto esperti nel loro settore, così gli alpinisti dovrebbero poter fare gli alpinisti nel loro territorio, cioè nelle montagne, per le competenze che hanno, magari insieme ai camosci con cui non c’è alcun conflitto. Che vietino il transito dei mezzi a motore nelle zone critiche, ma non l’alpinismo! Come si fa a non capire la differenza tra le due attività? Il giorno della salita a Punta Anna non abbiamo incontrato alcun camoscio nella zona della parete; invece li abbiamo visti e ho sentito i loro richiami da un’altra parte, sul M. Bove Sud. E allora, signori del Parco, cosa facciamo? Diciamo ai camosci che devono andare a Punta Anna e li obblighiamo a starci o togliamo il divieto da Punta Anna e vietiamo il passaggio agli uomini sul M. Bove Sud…?”.

Gabriele sale le lame del traverso
QuelcheunNonVedente-Sibillini-06 Gabriele sale le lame del traverso

Gabriele da capocordata. Luigi Martino lo assicura. Foto Paolo Caruso
QuelcheunNonVedente-Sibillini-07 Gabriele da capocordata con Paolo

Gabriele sull’ultima lunghezza della via
QuelcheunNonVedente-Sibillini-08 Gabriele sale l'ultimo tiro

Gabriele e Paolo in vetta alla Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-10 Sulla vetta di P. Anna

Il ritorno con temporale per il sentiero VIETATO agli alpinisti
QuelcheunNonVedente-Sibillini-11 il ritorno con temporale per il sentiero VIETATO agli alpinisti

I camosci incontrati sul M. Bove Sud (e non a Punta Anna)
QuelcheunNonVedente-Sibillini-12 i camosci li incontriamo sul M. Bove SUD e NON a P. Anna

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Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Anche sui Monti Sibillini dopo le impetuose bufere prima o poi dovrà tornare il sereno. A quanto sembra, più poi che prima. Chi volesse, per comodità, qui sotto trova lista completa dei nostri post su questo delicato e complesso argomento.

31 dicembre 2013 Numero chiuso nel Parco dei Sibillini?
15 marzo 2014: Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della Natura?
8 ottobre 2014: Accordo Parco dei Sibillini – Guide Alpine
8 novembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 1
4 dicembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 2
4 gennaio 2015: La lunga notte dei Sibillini 3
19 gennaio 2015: Monti Sibillini, una possibile alba

Sono passati nove mesi e ancora il pargolo non nasce, anzi. L’occasione per riprendere l’argomento è data da una lettera che la guida alpina Paolo Caruso ha spedito l’11 agosto 2015 al Prefetto di Macerata, con oggetto: richiesta chiarimenti regolamenti con possibili discriminazioni – Parco Nazionale Monti Sibillini.
Crediamo che già con queste righe ci si possa fare idea della poca chiarezza che regna in una Pubblica Amministrazione, come è quella de Parco dei Sibillini, e dell’evidente difficoltà di comunicazione tra le parti.
In conoscenza sono parecchi altri soggetti, tra i quali Matteo Renzi e vari Uffici del Consiglio dei Ministri.

Gabriele Scorsolini guidato da Manfredi Caruso sul M. Bicco. Foto: Paolo Caruso
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Ecco il testo (qui è il documento in pdf):
“Il sottoscritto Paolo Caruso, in qualità di professionista della montagna, Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo, non riuscendo ad avere chiarimenti in merito alle gravi disposizioni del nuovo regolamento DD. 384 del Parco Nazionale dei Monti Sibillini (ALLEGATO A), relativamente agli avvicinamenti ed agli allontanamenti delle salite alpinistiche nell’area del M. Bove Nord, che sembrerebbero ledere la libertà personale e le scelte professionali, oltre a sembrare discriminatorie ed essere potenzialmente pericolose per la Pubblica Sicurezza e per il mantenimento dell’Ordine Pubblico, con la presente si rivolge alla Sua Spettabile Autorità con la speranza di avere chiarimenti in merito a tali disposizioni anche al fine di essere sicuro che il detto DD 384 sia stato emanato nel rispetto della Costituzione e delle leggi italiane, oltre che internazionali.

Premessa
Nel gennaio 2009 l’Ente Parco impone un divieto per le attività alpinistiche, definito “temporaneo”, per tre mesi a seguito dell’introduzione del Camoscio appenninico. Tale divieto, che ha penalizzato fortemente gli alpinisti e in particolare i professionisti della montagna, come il sottoscritto, è stato poi prolungato per oltre 5 anni fino al 2014. L’8 luglio 2014 l’Ente Parco dichiara in una conferenza pubblica che il divieto verrà eliminato entro il mese di luglio 2014 e sostituito da una nuova regolamentazione. Nonostante ciò e nonostante il sottoscritto avesse informato l’Ente Parco della salita alpinistica a Punta Anna (M. Bove Nord), come da indicazioni dell’Ente stesso, effettuata il 19 agosto 2014, una sanzione viene elevata dal Corpo Forestale su richiesta dell’Ente Parco alla mia persona durante l’esercizio della professione. Il ricorso relativo a tale sanzione presentato dal sottoscritto al Presidente della Repubblica è attualmente in esame presso il Consiglio dei Ministri.

Paolo Caruso sul Pilier Sibillino
SibilliniTorneràSereno-05 P. Caruso su Pilier Sibillino

Sempre nell’agosto 2014 viene pubblicato all’Albo Pretorio il DD 384 senza che i documenti relativi a tale pubblicazione fossero allegati o resi reperibili e disponibili alla consultazione, violando quindi le normative sulla informazione, partecipazione e trasparenza in tema ambientale, come stabilito dalla Convenzione UNECE di Aarhus oltre alla legge italiana 241/90. Inoltre, alcune richieste di modifica relativamente all’atto pubblicato all’Albo sono state inviate nei termini di legge dal sottoscritto e dal dr. Marco Speziale, ma lo stesso Ente Parco, pur dichiarando che tali richieste erano state “in parte accolte” (ALLEGATO B) senza aver mai specificato quali fossero, insiste nell’applicare il DD 384 senza che esso abbia subito alcuna modifica e neanche una ripubblicazione all’Albo, come richiesto invece dalle normative sopra indicate.

Si fa presente, inoltre, che se da un lato è stata vietata dall’Ente Parco per quasi sei anni la pratica dell’alpinismo al M. Bove Nord impedendo perfino l’esercizio della professione alle Guide Alpine, professione che non è di impatto e si esegue senza mezzi a motore, allo stesso tempo l’Ente Parco medesimo consente l’accesso ai mezzi motorizzati perfino nella stessa area del M. Bove Nord (quella vietata, dunque, perfino alle Guide Alpine), per le “attività produttive” e per le attività “agro-silvo-pastorali” ma anche per progetti sperimentali o per attività non legate alle funzioni menzionate agro-silvo-pastorali (vedi ad esempio il “discusso” Progetto Praterie Altomontane). Ma stando a quanto sopra esposto, si precisa che anche le Guide Alpine svolgono un’attività produttiva (ALLEGATO C, fattura professionale relativa alla salita alpinistica che ha determinato la sanzione). Alle richieste di chiarimento sul perché di questa grave e assurda discriminazione l’Ente Parco non ha mai risposto mentre il Corpo Forestale, anch’esso interpellato, fornisce alla richiesta del sottoscritto (ALLEGATO D) una risposta non certo esaustiva (ALLEGATO E), nella quale si specifica soltanto che i mezzi a motore autorizzati possono accedere all’area “critica” per le motivazioni sopra indicate. Ma allora, perché si riserva alle guide alpine un trattamento così diverso e penalizzante se non propriamente discriminatorio?

Marta Zarelli su Dittatura Democratica. Foto: Paolo Caruso
SibilliniTorneràSereno--06

Fatto
Il DD 384, regolamento che è irregolare e dovrebbe comunque essere annullato per i vizi di forma sopra indicati, contiene disposizioni relative agli avvicinamenti alle pareti alpinistiche del M. Bove e agli allontanamenti dalle stesse, appellati “rientri” nel regolamento suddetto, che sembrerebbero ledere perfino i più basilari diritti della libertà personale, come sopra indicato, con la possibilità di mettere perfino a rischio la Pubblica Sicurezza e l’Ordine Pubblico. In pratica, con il DD 384 si discriminano gli alpinisti rispetto agli escursionisti: questi ultimi possono percorrere tutti i sentieri esistenti e ufficialmente percorribili, mentre gli alpinisti vengono obbligati dalle disposizioni suddette a percorrere soltanto un sentiero prescelto e imposto dall’Ente Parco o, al massimo, a scegliere tra due sole possibilità impedendo comunque un libero passaggio sui sentieri esistenti. Non si riesce a comprendere il motivo di questa discriminazione: perché gli alpinisti nei Monti Sibillini non possono scegliere il sentiero su cui camminare come avviene invece per qualsiasi escursionista nella stessa area e per tutti gli alpinisti che frequentano qualsiasi altra montagna italiana e del mondo?

La richiesta di chiarimenti effettuata dal sottoscritto all’Ente Parco prima e al Corpo Forestale dopo (ALLEGATO F) ha ricevuto soltanto risposte vaghe e approssimative, tutt’altro che chiare ed esaustive (ALLEGATO G e ALLEGATO H).

Inoltre il sottoscritto, come professionista, ha il dovere di scegliere adeguatamente il sentiero di avvicinamento e di allontanamento a seconda delle condizioni meteorologiche e delle possibilità delle persone che si trova a condurre, dell’orario, ecc., onde evitare di mettere a rischio l’incolumità delle persone di cui è responsabile. Durante la 1a salita alpinistica di Punta Anna effettuata insieme a un ragazzo quindicenne non-vedente, avvenuta il 3 agosto 2015, il sottoscritto ha deciso di NON rispettare il DD.384 per non mettere in pericolo il ragazzo stesso, con la possibilità di subire un’altra assurda e insensata sanzione. Infatti, il sottoscritto avrebbe dovuto “costringere” il ragazzo non-vedente a seguire, secondo le disposizioni dell’Ente Parco, il sentiero denominato n. 4 nello stesso DD 384, che di fatto oltre a non essere tracciato è privo di adeguata segnaletica e quindi praticamente impossibile da seguire: il sottoscritto ha pertanto ritenuto opportuno percorrere un sentiero molto più adatto al ragazzo, ma vietato agli alpinisti perfino con disabilità particolari, pur essendo utilizzato regolarmente da tutti gli escursionisti.

Perché l’Ente Parco ha introdotto un regolamento che, oltre ad essere irregolare per vizi di forma, potrebbe mettere in pericolo non solo le persone così dette “normali” ma perfino penalizzando e discriminando le persone disabili? Tutto ciò è regolare? Le normative italiane ed europee vengono così rispettate?

Si sottolinea, inoltre, che non sono soltanto i professionisti e i disabili ad essere penalizzati e discriminati dal DD 384 ma tutta la comunità degli alpinisti. Infatti, il prerequisito che è alla base dell’alpinismo prevede e richiede la valutazione anche degli itinerari da effettuare che devono essere scelti a seguito di una libera valutazione interpretativa in accordo e in armonia con tutti gli altri fattori che rientrano in particolare nella pratica dell’attività alpinistica, anche per ovvie questioni di sicurezza!

Marco Todisco su Comandante Massud. Foto: Paolo Caruso
SibilliniTorneràSereno-11 Marco Todisco su Comandante Massud foto P. Caruso

Conclusioni
Considerando quanto sopra, sono a chiedere quanto segue:

1) È lecito discriminare gli alpinisti con un regolamento come il DD. 384 che impedisce agli stessi di percorrere i sentieri esistenti e normalmente utilizzati dagli escursionisti?

2) È lecito discriminare l’attività produttiva delle guide alpine, vietandone l’esercizio professionale, rispetto a quelle consentite ed effettuate con mezzi a motore che, oltre ad essere evidentemente a forte impatto ambientale, sono tra le principali cause di disturbo per il Camoscio appenninico introdotto nell’area del M. Bove?

3) È lecito mantenere in vigore un regolamento come il DD 384 nonostante i vizi di forma, la mancata ripubblicazione all’Albo Pretorio con le modifiche richieste nei termini di legge e la mancata possibilità di poter consultare i documenti che non sono stati allegati e resi disponibili alla consultazione nel momento della pubblicazione del regolamento all’Albo stesso, oltre agli elementi sopra indicati che appaiono come discriminatori?

Considerando che dopo sei (6) anni dall’imposizione del divieto alpinistico temporaneo di tre (3) mesi, di innumerevoli tentativi di dialogo con l’Ente Parco e di richieste di chiarimenti rivolte anche ad altre autorità preposte al fine di vedere rispettati i diritti degli alpinisti e dei professionisti della montagna, non si riesce ad avere le risposte del caso, tra cui in particolare alle tre (3) domande sopra indicate, si confida in un Suo cortese riscontro e ringraziandoLa per l’attenzione prestata, nonché rimanendo a Sua disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti, invio cordiali saluti.

Paolo Caruso
Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo
www.metodocaruso.com

Paolo Caruso su Dittatura Democratica
SibilliniTorneràSereno-08 P. Caruso su Dittatura Democratica

Considerazioni
Come si vede, dopo quasi sette anni le domande sono importanti.
Perché gli alpinisti sul M. Bove non possono percorrere i sentieri che sono aperti a tutti, scegliendoli liberamente, come invece avviene per qualsiasi escursionista che transita nella stessa area?

Come verrebbero effettuati i controlli lungo i sentieri accessibili solo agli escursionisti, per individuare e sanzionare gli alpinisti? Sono previste perquisizioni agli zaini di coloro che percorrono i sentieri con lo scopo di bloccare chi possiede corde e moschettoni e allo stesso tempo lasciare il libero passaggio agli escursionisti?

Qualora si verificassero incidenti a danno di qualche alpinista, dovuti all’imposizione del percorso da seguire per l’avvicinamento/allontanamento alle/dalle “Vie”, così come stabilito nel D.D. n. 384, a chi verrà imputata la responsabilità? A coloro che hanno elaborato/deciso i percorsi che gli alpinisti devono seguire obbligatoriamente (l’Ente Parco che lo ha sviluppato in collaborazione con il Collegio delle Guide Alpine delle Marche) o a chi lo ha ritenuto valido e lo ha fatto divenire effettivo? Oppure la responsabilità verrebbe a cadere sulle Autorità preposte al controllo che pur essendo state avvertite sembrerebbero non essere intervenute per correggere le “anomalie” e criticità?

Perché alcuni mezzi motorizzati autorizzati possono scorrazzare liberamente perfino al di fuori delle sedi stradali e perfino nella zona critica vietata all’alpinismo?

Perché i mezzi motorizzati autorizzati circolano liberamente per “fini produttivi” nella zona vietata all’alpinismo, passando addirittura sui prati relativi all’area in discussione quando, allo stesso tempo, si è vietato ai professionisti della montagna l’accesso e per ben 6 anni non gli sono state concesse autorizzazioni ma anzi gli sono state perfino elevate sanzioni? Si possono discriminare i “fini produttivi” in base alla tipologia delle differenti attività, consentendo incredibilmente quelli a più elevato impatto ambientale (i mezzi a motore) e non quelli a basso impatto (l’alpinismo per tutti e l’attività delle guide alpine)? Su quale criterio si basa la “scelta” di un’attività con “fini produttivi” leciti e legali per rilasciare le autorizzazioni? E’ sensato e lecito tutto ciò?

Se il DD. 384 del Parco dei Sibillini non è regolare per vizi di forma, perché continua ad essere applicato?

Quali sono gli organi preposti al controllo di una Pubblica Amministrazione come è l’Ente Parco?

Perché si permette l’accesso dei mezzi motorizzati anche relativamente al Progetto Praterie Altomontane, perfino al di fuori delle sedi stradali e nelle immediate vicinanze dell’area vietata all’alpinismo, nel momento in cui lo stesso progetto esclude l’utilizzo dei mezzi a motore?

Paolo Caruso, dopo anni di tentativi di dialogo con l’Ente Parco, fa il punto sulla situazione: “Non ci sono parole per definire quanto accade nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini… il fatto che il Parco sia tra gli ultimissimi posti per frequenze turistiche non è certo un caso e la dice lunga sulla situazione e sul tipo di gestione. Se pensiamo poi che la gran massa di turisti si concentra a Norcia soprattutto per la fioritura di Castelluccio e in pochissimi altri luoghi… la situazione è preoccupante e allarmante. Abbiamo cercato di spiegare molte volte, ricordando le normative nazionali e internazionali, che i parchi sono stati istituiti per due ragioni principali: salvaguardare la natura e, allo stesso tempo, creare opportunità, favorendo soprattutto le attività a basso impatto ambientale, come quelle tradizionali, non ultimi l’alpinismo, l’escursionismo, lo scialpinismo, ecc. Tra divieti e sanzioni nel territorio si respira un’aria come se si volesse allontanare qualsiasi forma di turismo che non sia quella culinaria e di turismo sulle strade, o sul grande anello dei Sibillini ove, per altro, si sono verificate diverse criticità, non ultima quella relativa ai rifugi del parco chiusi.

Paolo Caruso su Ultimi Cavalieri
SibilliniTorneràSereno-09 P. Caruso su Ultimi Cavalieri

Per quanto riguarda i sentieri, le ingenti somme economiche investite, ad esempio, si parla di diverse centinaia di migliaia di euro, è tale da lasciare perplessi vista la situazione attuale e considerando anche tutte le criticità emerse a tal proposito, segnalate anche su questo blog. Ci si domanda come possa ancora sussistere una tale situazione caotica nonostante i suddetti stanziamenti pubblici ma anche per quanto previsto dal Protocollo d’intesa del 15 settembre 2014 tra Federparchi e CAI, in cui si ribadiscono i compiti del Sodalizio di “provvedere al tracciamento, alla realizzazione e alla manutenzione dei sentieri”. Inoltre, sarebbe apparso sicuramente più logico e di qualità avvalersi anche del parere dei professionisti della montagna locali (Guide Alpine, Accompagnatori, Guide escursioniste, Guide parco), che conoscono bene i percorsi della zona, onde ovviare alle problematiche ben note presenti in questo territorio.

Se poi ricordiamo le tre multe ricevute da Luigi Nespeca relativamente alla conduzione del cane al guinzaglio perfino nei sentieri privi di segnaletica opportuna e accessibili ai cavalli, ai muli, alle mountain bike oltre che ai cani senza guinzaglio utilizzati per il censimento delle coturnici, per la pastorizia, ecc., la situazione appare ancora più grottesca.

Dobbiamo solo evitare di prestare il fianco a possibili attacchi accaniti del Parco in quanto la situazione è ora particolarmente accesa: pensa che alcuni di noi stanno valutando una possibile querela per violazione della Privacy da parte del Parco (eh già, ne commettono di tutti i colori e neanche lo vogliono ammettere).

Che siano particolarmente nervosi lo si vede anche da questo documento del 30 luglio 2015. E’ una comunicazione del Parco che riguarda un altro capitolo, il loro errore di aver divulgato il Verbale della riunione dell’8 luglio 2014 con i dati personali di molte persone presenti (telefono, e-mail, ecc) senza alcuna autorizzazione degli stessi. Invece di cercare di rimediare nel migliore dei modi cercano di difendersi attaccando, come quando si è con le spalle al muro… Tra le varie cose, propongono che io cancelli dal Verbale che hanno inviato a me, e che è stato mandato perfino in Europa come allegato alla chiusura del Progetto sul Camoscio, alcuni nomi delle persone… ed è pure un pdf! Scrivono pure che i nostri commenti sul Gogna Blog “si sarebbero spinti oltre la critica” e quindi messo in cattiva luce il Parco. Non il loro operato, bensì i nostri commenti!

Per tutto questo ho deciso di alzare il tiro e andare avanti. Questi signori ancora sembrano non aver capito che hanno il dovere, soprattutto in tema ambientale, di informazione e trasparenza, anche nel caso in cui nessun cittadino chieda di poter visionare i documenti, figuriamoci quando lo si chiede, come nel nostro caso. Per come li ho sentiti nervosi, potrebbero aver ricevuto qualche avviso da qualche autorità da noi interpellata…

Pertanto, ecco la mia risposta alla comunicazione del Parco del 30 luglio 2015. Rispondo punto per punto sull’argomento “privacy”, poi però:
– li richiamo a una maggiore osservanza della legge, come Pubblica Amministrazione;
– contesto alla loro comunicazione la continua serie di imprecisioni e affermazioni non vere;
– li richiamo anche sul tono piccato, minaccioso e accusatorio che caratterizza le comunicazioni a me da loro inviate”.

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In Abruzzo, fuoripista con polizza RC obbligatoria?

In Abruzzo, fuoripista con polizza RC obbligatoria?

Circa un mese fa la Commissione Territorio del Consiglio regionale abruzzese ha approvato all’unanimità la modifica dell’articolo 99 della legge regionale 24 del 2005.

Evidentemente si è voluto legiferare sul freeride, vista la continua battaglia a colpi di divieti che ha caratterizzato la scorsa stagione invernale.

La modifica della legge 24 del 2005 è stata approvata in Commissione ma non ancora deliberata né pubblicata sul BURAT (Bollettino Ufficiale Regione Abruzzo). Quindi ufficialmente ancora non esiste.

In pratica, secondo questo nuovo testo, si potrà far fuoripista ovunque (anche in caso di alto rischio valanghe e perfino in zone dove le slavine eventualmente staccate possano insistere su piste poste più a valle)… basta essere muniti di attrezzatura di soccorso e assicurazione apposita.

Ciò pone un dilaniante quesito: la nostra libertà di scelta e di azione è dunque davvero vincolata alla stipula di un’assicurazione RC?

Da tempo la circolazione stradale impone l’obbligo di Responsabilità Civile (mentre non è obbligatoria un’assicurazione personale sugli infortuni o tipo Casco). Questo progetto di legge mette in equivalenza circolazione sulla strada e fuoripista. Ciò sarà gravido di conseguenze. Si è pensato a quanto contenzioso si crea con l’introduzione dell’obbligo di RC? Così potenti stanno diventando le lobby delle assicurazioni e degli avvocati?

Cima Serra Rocca Chiarano. Foto: Antonio Palermi
AssicurazioneObbligatoria-CimaSerraRoccaChiarano-AntonioPalermi

Questo il testo della vecchia legge (al momento ancora in vigore):
Art. 99 Sci fuoripista e scialpinismo

Art. 1. Il concessionario e il gestore dell’area sciabile attrezzata, o di parte di essa, non sono responsabili di incidenti che possano verificarsi nei percorsi fuoripista anche se accessibili dagli impianti di propria competenza, purché sugli stessi sia apposta idonea segnaletica di divieto di accesso o di pericolo di frane o valanghe.

Art. 2. E’ sempre vietato lo sci fuoripista lungo pendii interessati attivamente o passivamente da rischio di eventi valanghivi potenzialmente connessi con l’area sciabile attrezzata.

Art. 3. In ogni caso, i praticanti dello scialpinismo devono munirsi, laddove le condizioni climatiche e della neve favoriscano evidenti rischi di eventi valanghivi, di appositi sistemi tecnici ed elettronici per il rilevamento e il soccorso.

Art. 4. Quanto disposto nel presente articolo deve essere indicato sulla documentazione d’informazione all’utente, e indicato su cartelli esposti presso le stazioni di partenza e arrivo degli impianti di risalita.
Il nuovo progetto di legge:
Art. 1 (Sostituzione dell’art. 99 della L.R. 8 marzo 2005, n. 24)
1. L’articolo 99 della L.R. 8 marzo 2005, n. 24 (Testo Unico in materia di sistemi di trasporto a mezzo di impianti a fune, o ad essi assimilati, piste da sci ed infrastrutture accessorie.) è sostituito dal seguente:

Art. 99 (Sci fuoripista, scialpinismo, alpinismo ed escursionismo invernale)

  1. Il concessionario e il gestore dell’area sciabile attrezzata, o di parte di essa, non sono responsabili di incidenti che possano verificarsi nei percorsi fuoripista accessibili dagli impianti di propria competenza o ai di fuori delle piste individuate ai sensi della presente legge, purché sugli stessi impianti sia apposta idonea segnaletica di pericolo di frane o valanghe.
  2. Lo sci fuoripista, lo scialpinismo e l’alpinismo […], è consentito soltanto se si è muniti di Apparecchio di Ricerca dei Travolti in Valanga (ARTVA), Pala e Sonda per garantire un idoneo e tempestivo intervento di soccorso e se si è stipulata apposita assicurazione di Responsabilità Civile da esibire, a richiesta, alle Autorità preposte al controllo.
  3. Le precisazioni di cui al comma 2 devono essere riportate sulla documentazione di informazione all’utente e indicate su cartelli esposti presso le stazioni di partenza ed arrivo degli impianti di risalita, come da Allegato B alla presente legge. La documentazione di informazione all’utente e i cartelli sono predisposti dal concessionario e dal gestore dell’area sciabile attrezzata.

Art. 2 (Modifica all’art. 105 della L.R. n. 24/2005)
1. Alla lettera c) del comma 1 dell’art. 105 della L.R. n. 24/2015 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “In caso di violazione delle prescrizioni di cui al comma 2 dell’art. 99, si applica la sanzione amministrativa nell’importo massimo di €. 250.”

Art. 3 (Entrata in vigore)
1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione sul BURAT.

Sul Monte Camicia. Foto: Guglielmo Di Camillo
AssicurazioneObbligatoria-MonteCamicia-GuglielmoDiCamillo

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Risposte ad alcune domande

Intervista ad Alessandro Gogna
di Ruggero Bontempi (Giornale di Brescia)

Il clamore mediatico suscitato a seguito di alcuni incidenti avvenuti in montagna sembra quasi voler colpevolizzare chi frequenta gli spazi alpini. La montagna è ancora sinonimo di libertà?
La montagna è sinonimo di libertà più delle epoche scorse. Chi cerca di colpevolizzare chi frequenta gli spazi alpini (o in genere avventurosi) senza rendersene conto fa il gioco della libertà, tanto più apprezzata e inseguita quanto dai più “vietata”. Resta da capire a fondo perché ci sia tutta questa “invidia” verso gli spiriti liberi e le loro attività. Su questo punto ognuno ha le proprie tesi: la mia è che la nostra attuale “societé sicuritaire” permei la nostra educazione e il nostro vivere sociale, con il risultato che da una parte si pretende che tutto sia sicuro (per poter misurare gli errori e quindi le responsabilità, soprattutto giudiziarie quindi alla fine economiche); e dall’altra si blatera in modo schizoide di “no limits” e di “tutto facile, in piena sicurezza”.

RisposteAdAlcuneDomande-motoslitta


Lei vanta un grande impegno nella divulgazione di modalità di fruizione della montagna rispettose degli ambienti naturali. Come giudica il livello di sensibilizzazione attuale? E quali sono gli aspetti più critici?
Il livello attuale non è migliorato di gran che rispetto alle decadi scorse, purtroppo. Diciamo che c’è più rispetto “formale” per l’ambiente (meno rifiuti), ma quello sostanziale è rimasto inalterato (impianti di sci nuovi, ristoranti girevoli, luna park di montagna, captazione acque per innevamento artificiale, eliski, motoslitte, strade sempre più in alto, cementificazione, motori sui sentieri, contatto con la natura mediato da giocattoli vari (sci, bici, ecc): e scusate se dimentico altro. Per me l’addomesticamento generalizzato dell’ambiente naturale ha la stessa valenza distruttiva che hanno la violenza cementificatrice, la volontà di colonizzazione e il disordine da rifiuti.
Per fare passi avanti occorre dimenticare la parola “fruizione” (sinonimo di qualcosa che si è “comprato”, di uso, quindi di possesso e uso del “prodotto” ) sostituendola con la parola “amore” che si usava una volta.

Recenti provvedimenti normativi hanno reso obbligatorie alcune dotazioni individuali per la frequentazione della montagna invernale. Questi strumenti possono contribuire da soli a garantire la sicurezza?
No, non possono. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, e purtroppo non lo è a sufficienza. La sicurezza comprata va ad aumentare la sicurezza “passiva”, lasciando inalterata (quando perfino non la diminuisce) la sicurezza attiva che deriva dalle proprie conoscenze individuali, dall’istinto (quel poco che c’è rimasto) e dalla propria esperienza. Chi crede di essere “in regola” è sempre più a rischio di chi invece sa che ciò cui sta andando incontro non è mai prevedibile al 100%.

Nel 1978 lei, Franco Perlotto e il bresciano Marco Preti siete stati i primi italiani a salire la celeberrima parete Salathé di El Capitan. La Yosemite Valley continua ad essere una sorta di santuario anche per l’arrampicata attuale: quali sono gli altri luoghi simbolo nel mondo per la pratica di questo sport?
A questa domanda preferirei non rispondere. Per la fede ci sono Lourdes, Compostela, Medjugorje a livello mondiale: il che non impedisce che ci siano Loreto e altre migliaia di santuari minori.
Comunque, paragonabili a Yosemite, non ci sono altri simboli. Non dimentichiamo però che la gente olandese sogna il Monte Bianco, che i tedeschi sognano le Dolomiti e cose del genere. Poi c’è l’Everest che attrae i gonzi.

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La bestemmia del no limits

In queste ultime decadi c’è un forte accostamento tra la pretesa che possiamo chiamare del no limits (vecchio motto di un orologio famoso, perché è proprio in quei primi anni Ottanta di ottimismo reaganiano che tutto è incominciato) e la pretesa sicurezza, completa al 100%.

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La nostra è una società strana, perché come si fa a vivere questa schizoide contrapposizione tra il non avere limiti (o comunque predicare di non averli) e contemporaneamente insistere su una sicurezza quasi maniacale in tutto ciò che facciamo?

Il no limits è ciò che gli inglesi chiamano attitudine al risk taking (attitudine ad assumersi rischi); invece l’essere “sicuri” (una condizione che non esiste mai, quasi per definizione) è probabilmente assimilabile all’over confidence, altra espressione inglese per dire stra-confidenza in noi stessi o, meglio, nei mezzi di cui disponiamo per aumentare la nostra sicurezza.

I limiti ci sono per tutti, ciascuno ha i suoi, ogni gruppo di individui ha i suoi. Questo dev’essere chiaro. Non si può dire il contrario, non si può scherzare (o semplicemente esagerare a uso marketing). No limits è una vera e propria bestemmia, è un’iperbole pari a quella di chi paragona l’essenza della massima divinità a quella suina. Chi tutti i giorni profferisce questa bestemmia è l’apparato pubblicitario, il marketing in generale.

Quando per esempio si voleva promozionare l’ultima APP per GPS, la frase che io udii al Festival di Trento (quindi in una sede assai competente, per di più) fu, testualmente: “perché così, finalmente, anche il signor Rossi potrà andare ovunque voglia, in piena sicurezza”.

Questo, tradotto, significa che per il signor Rossi non ci saranno più limiti. Vuole dire predicare una gigantesca falsità alle migliaia di signori Rossi, allo scopo che questi comprino questo “dannato” oggetto… che non è importante qui sapere se funziona, o se non funziona.

Ecco l’accostamento che vi dicevo, tra no limits e sicurezza.

Dany Kiwi Meier, Zurs. Foto: Roberto Trabucchi
Fuoripista, Dany Kiwi Meier, snowboard, ZursMa davvero la sicurezza si può comprare? Non credo. E non te la possono neppure regalare. Qualunque oggetto di cui noi ci dotiamo è in grado di darci un servizio, più o meno utile o più o meno superfluo: ma non ci può garantire la sicurezza. Questa la si ottiene invece (ma sempre solo parzialmente) con la modestia, grande impegno, tanta fatica, talvolta con dolore, in molti anni di esperienze. Questi sono gli elementi catalizzatori del rinforzo di ogni sicurezza individuale. Così è sempre stato e sempre sarà, ce lo dice anche il buon senso.

In un momento storico come questo, in cui quasi sembra di ravvisare una maggiore importanza delle parole rispetto ai fatti, credo sia essenziale fare estrema attenzione alle parole che usiamo. Le magnifiche iniziative del Club Alpino Italiano comprese nel marchio “Montagna sicura” sono indubbiamente lodevoli, contribuiscono alla consapevolezza degli appassionati, sono vive e di successo, varie ed efficaci. Con le sezioni “Sicuri in falesia”, Sicuri sulla neve”, ecc. Ma hanno un peccatuccio originale che ne vizia il messaggio: il nome, “montagna sicura”. Anche qui si vogliono i signori Rossi? Non credo il CAI voglia questo. E dunque, perché (come ormai sostengo inutilmente da mesi) non cambiare quel nome aggiungendo semplicemente un “più”? “Montagna più sicura”.

Riflettiamoci. Noi stiamo dando importanza alle parole. Queste volano, vanno a maggior velocità dei fatti. Dunque abbiamo bisogno di precisione: non possiamo “bestemmiare” una montagna sicura quando sappiamo perfettamente che non potrà mai esserlo, neppure in una percentuale che vi si avvicini più di tanto: noi sappiamo questo, mentre i destinatari del messaggio non lo sanno e prendono purtroppo alla lettera quanto asserito.

E il cambio di nome non deve passare in sordina, al contrario dev’essere manifesto, come a sottolineare un’evoluzione nel linguaggio, una nuova presa di coscienza da parte del sodalizio.

Sono convinto che tanti più mezzi noi dispieghiamo per aumentare la nostra sicurezza, aggeggi comprati, tecnologie APPlicate, informazioni in tempo reale (nell’illusione di una sicurezza quasi totale), tanta meno importanza noi finiamo per dare a quella sicurezza che io chiamo interiore, quella da quasi tutti oggi trascurata. Nessuno può fare business sulla sicurezza interiore, ecco uno dei motivi (ma non è il solo) per cui non se ne parla. Però a mio avviso è, e resta, la prima dotazione di sicurezza che abbiamo a disposizione.

Vi faccio un esempio: prendiamo uno di questi matti (vabbè, matto lo sono stato anch’io…) che oggi va a fare il free solo, arrampicare su grandi pareti da soli, slegati, senza corda e senza imbrago. Mi viene in mente Alex Honnold, ma ancor prima tanti altri, tra i quali l’austriaco Hans Jörg Auer che sale il Pesce sulla Sud della Marmolada. Bravura e preparazione infinite, determinazione, ambizione. Il successo planetario. Ciò che colpisce è la concentrazione che gli deve essere stata necessaria, quella condizione (che non si ottiene certo in poco tempo) di spirito che gli intima di andare, nella certezza che, almeno in quell’occasione, non gli potrà succedere nulla.

Prendiamo lo stesso scalatore, dotiamolo di compagno, corda, mezzi e tecniche di sicurezza. Facciamogli fare la stessa salita. Per lui sarà un’autostrada, una danza, un motivetto fischiettato! E quella concentrazione della volta precedente? Non necessaria, quasi inutile, dunque accantonata. Buona per la prossima volta. Ecco ciò che voglio esprimere: più mezzi e tecniche = meno concentrazione (sicurezza interiore).

Maurizio Giordani in free solo su Tempi Moderni, parete sud della Marmolada

Giordani solo su Tempi ModerniQuesto ovviamente non significa che sia giusto trascurare i mezzi e le tecniche. Mi guardo bene anche solo dal pensare che l’ARTVA non sia necessario! Fa parte ormai della nostra cultura, assieme a pala e sonda. E anche all’air-bag!

Non è che bisogna dire no a questi strumenti. C’è solo da non avere eccessiva fiducia in essi. La maggior parte di questi sono mezzi di sicurezza passiva. L’ARTVA comincia a essere utile quando ormai l’incidente è avvenuto. Non confondiamo la maggior probabilità di essere estratti dalla valanga con la minor probabilità di incappare in essa!

Le previsioni meteorologiche sono ben altra cosa rispetto a solo 30 anni fa. Quando c’è alta pressione sulle Azzorre siamo tranquilli… Ma quando la meteo è incerta, abbiamo una considerevole percentuale di gente che fa attività in montagna, confidando nella cosiddetta “finestra” di bel tempo. Se avessimo previsioni del tutto inaffidabili, nessuno parlerebbe di “finestra”, qualcuno in più starebbe a casa.

Questo discorso porterebbe assai lontano, il mio scopo non è quello di convincere ma è solo quello di fornire dei bagliori di verità alternativa. Dunque sì alle informazioni, alle tecniche e alla strumentazione: ma senza diventarne schiavi o fanatici, senza attribuire loro maggiore importanza di quanta ne riserviamo al nostro istinto.

Ciò di cui prima di tutto dobbiamo dotarci è la modestia di fondo che ti dà il senso del limite, esattamente contro l’imperversare del no limits. Questa volta, decisi! Avere il senso del limite è una manifestazione di umiltà, di ricettività all’esempio e all’insegnamento degli altri, amici e non amici. E’ manifestazione di “amore” per la montagna perché c’è il rispetto per essa, che ti può dare indifferentemente gioia o dolore.

Umiltà vuole dire capacità di dare fiducia, dunque dare amore. Se c’è una cosa che quasi tutti noi facciamo malvolentieri è proprio il dare fiducia. E’ raro che lo facciamo. La diamo se siamo innamorati, quindi in una condizione di amore. E quanto al dare fiducia a noi stessi, alla totalità di noi stessi?

Non credo che un individuo convinto d’essere il “migliore” in qualche cosa sia un qualcuno che si dà molta fiducia. In realtà dà molta fiducia al suo corpo e alla sua volontà cosciente, ma poca all’intero se stesso.

E invece è essenziale dare fiducia alla totalità di noi stessi. Le azioni che noi compiamo nella giornata, le reazioni, le battute, le decisioni sono solo per il 10, massimo il 15%, governate dalla nostra coscienza. Il resto è determinato da scelte che avvengono nelle nostre profondità, proprio come succede al galleggiamento degli iceberg. E’ importante dunque, accettando la molto incompleta conoscenza di noi stessi, dare grande fiducia a ciò che ci dirige nel bene e nel male. E’ l’unico valido sistema per fare in modo che le nostre scelte profonde coincidano con la nostra sicurezza.

Pensate solo a questo: l’amore è selettivo. O sì o no. Lasciamo fuori per un momento (e solo per chiarezza) la possibilità di compromessi, l’amore di “convivenza”. L’amore è l’unico strumento per cui o è sì o è no. Ma allora ne consegue che è proprio l’amore che ci aiuta nei momenti di pericolo, perché ti dice rapidamente o sì o no. Ti scarta come ciarpame le statistiche di cui siamo invasi, le probabilità numeriche, le possibilità all’80%, al 60%, quando non al drammatico 50%. Ne fa piazza pulita in un microsecondo. O sì o no. Perché è questo che richiede il pericolo che stiamo affrontando. Decidere, e in fretta, quello che dobbiamo fare. Non cazzeggiare con le statistiche.

Fuoripista a Ischgl, Tirolo
Ischgl, Silvretta, Tirolo, fuoripistaDotiamoci di amore, perché è selettivo. Facciamoci permeare, senza avere vergogna di essere meno scientifici di altri. Avere dalla parte nostra l’istinto.

Il riconoscimento del limite (e dunque l’umiltà e l’amore) è l’unico passaporto per la vera responsabilità, la sola “carta” che ce la può permettere.

Un individuo responsabile è davvero libero (nel senso dell’essere dotato di libero arbitrio): perché non è libero chi “fa quello che vuole”, ma è libero chi fa dopo aver scelto. Gli individui sono responsabili perché hanno scelto, per questo sono liberi. Il limite non divide ciò che è possibile da ciò che non lo è: perché è soggettivo. Prima di tutto devi riconoscerlo tu. Sei tu che lo riconosci, dunque sei tu a valutare e a decidere. Ecco la scelta, quella scelta che ti rende responsabile e libero.

Occorre mettersi deliberatamente in modalità di ricerca. Ma occorre anche sapere cosa cercare, come quando vai per funghi in un bosco o in un esame chimico si cercano determinate sostanze con precisi test. E la ricerca è umiltà, perché impone di riconoscere che non si sa abbastanza.

C’è anche il caso particolare di chi è dominato dall’adrenalina. Costui ogni tanto fa anche grandi imprese, che occorre rispettare, ma l’adrenalina è amore corrotto, praticamente droga. C’è troppo risk taking, troppa predisposizione al rischio, con la conseguenza di avere una responsabilità tendente a zero che non ti fa crescere.

Ben più moderato e salutare è l’amore per l’imprevisto. Chi ha letto i libri di Bruce Chatwin sa cosa voglio dire. Davvero emozionante è la genialità con la quale Chatwin ci ha raccontato le sue avventure di viaggio. Questo mostro sacro del Novecento mica faceva viaggi con le agenzie che oggi parlano di travel engineering… quello partiva, non sapeva neppure quando tornare o se sarebbe mai tornato. Chatwin ci ha insegnato l’amore per l’imprevisto, con risultati grandiosi per la letteratura.

Non è che dobbiamo essere tutti dei Chatwin, ma è purtroppo vero che oggi nessuno desidera e ama l’imprevisto. Al contrario, deve andare tutto come previsto. Però l’amore per il non programmato favorisce l’istinto, lo allena, gli dà importanza. La parte nascosta di noi ha bisogno di riconoscimenti, non ne può più d’essere continuamente calpestata da modalità razionali.

Una slavina travolge uno sciatore in Engadina. Quella volta è andata bene. Foto: Marco Milani

Marco Spataro travolto da valanga in EngadinaCome l’animale sente o fiuta il pericolo, anche noi dobbiamo ritrovare questa primitiva dimensione istintuale, riappropriarci di quell’attitudine persa.

Con cultura davvero minima dal punto di vista scolastico, individui nati in montagna sono diventati, proprio per la loro attitudine istintuale, grandi guide tra i più eccelsi alpinisti. Dei veri e propri geni di montagna che hanno portato i loro clienti a scalare per 30-40 anni senza che mai gli fosse successo nulla. Uno come Angelo Dibona, tanto per fare un solo nome.

Ecco a cosa porta l’istinto, la prima arma che abbiamo quando siamo in pericolo o subito prima.

Vediamo alcuni esempi, alcune situazioni tipo, in cui l’istinto ci potrebbe aiutare più d’ogni altra cosa, smantellando i filtri che nel frattempo la nostra mente si è costruita. Filtri conoscitivi che viaggiano nella nostra psiche alla velocità della luce, che quindi non abbiamo tempo di riconoscere, ma che solo dopo poche ore tranquillamente siamo in grado di rifiutare:

overconfidence. La straconfidenza. L’ho sempre fatto… almeno altre venti volte… cosa ci sarà mai questa volta di diverso?

fissazione sull’obiettivo. La cima è lì… saranno neanche 100 metri… sta per venire giù un uragano ma non importa, ci siamo così vicini…

riconoscimento personale o di gruppo. La competizione tra gruppi o individui per un riconoscimento anche piccolo, banale. Il non darla vinta agli altri. Non mi farò mica fare le scarpe da quello là… non ci faremo mica fregare da quelli là…

aura dell’esperto. Il dio del gruppo, il più figo. Questo è il rapporto che c’è tra le pecore e il cane. Non si può abdicare dal nostro personale giudizio solo perché c’è qualcuno che (solo probabilmente) è più esperto di noi.

visione egoica. Per me è facile… dunque lo è anche per loro. Non è necessariamente proprio degli egoisti, anzi. Uno sprazzo di pensiero che ti fa prendere la decisione sbagliata.

occasione rara. Condizioni così non le vedo da vent’anni… e magari non le vedrò mai più… dobbiamo andare per forza! Però, se ti è venuto questo dubbio, un motivo ci sarà… magari c’è qualcuno che non sta bene, magari è già tardi… Un’occasione rara non va colta necessariamente.

il calendario. La nostra società c’impone di calendarizzare la nostra attività. I corsi di scialpinismo per esempio: uscita del corso il 10 gennaio al monte Qualunque. Ritrovo al pullman alle 5.30. Tutti si ritrovano, qualcuno sa bene che probabilmente c’è pericolo 3. Si dormicchia fino alla fine del viaggio, si scende, occorre prendere una decisione. Fa freddo. Beh, intanto andiamo a prendere il caffè. Beh, intanto cominciamo ad attaccare le pelli e a metterci gli scarponi, poi vediamo. Beh, cominciamo a fare i primi cento o duecento metri… e così il gruppo parte. Questo è esattamente quello che succede. E le cose non è che cambino in presenza di buoni istruttori o buone guide. Anche loro si lasciano prendere da questo infernale meccanismo di gruppo. Dunque facciamo pure la calendarizzazione, ma poi non dobbiamo seguirla manco fosse l’undicesimo comandamento del Sinai. Se quel giorno non è prudente andare, o se non è possibile in quella località una gita davvero alternativa, basta, non si parte e si va tutti all’osteria. E gli scarponi li lasciamo sul pullman!

Dobbiamo prendere decisioni, più o meno rapidamente, sia sugli sci che su roccia o ghiaccio, ma anche su un sentiero. Per la decisione occorre avere le informazioni, quelle scritte in una guida, quelle degli amici, i propri ricordi; occorre avere i bollettini meteo; al limite vanno bene anche i consigli del contadino.

Mai però prenderle per oro colato e soprattutto diffidare di ogni tipo di statistica, di quei giochini con le percentuali di successo o di pericolo. Non stiamo giocando al totocalcio.

Statistiche e informazioni devono sottostare e non precedere il nostro istinto, che dobbiamo coscienziosamente esercitare. Quello che una volta si chiamava “prudenza”, ciò che prima abbiamo chiamato umiltà e anche amore. Amore anche per l’imprevisto, perché l’imprevisto è magico. Stiamo parlando della magia della montagna, ciò che ci attrae e ci porta avanti.

Allorché alleniamo l’istinto è perché dimostriamo di dare fiducia all’inconscio, cioè la parte di noi che davvero ci governa e che in definitiva ha potere su di noi di gioie e dolori, di vita e di morte. Al contrario di altri governi, questo è l’unico a essere sempre “forte”. Data l’indiscutibilità dei suoi decreti, meglio far parte del consiglio dei ministri che dell’opposizione… e ricordiamoci che se davvero il nostro inconscio, per qualche lontano motivo, è davvero malato in profondità, un malato terminale, allora il modo di farci morire lo trova comunque, a dispetto di qualunque ossessiva forma di sicurezza.

Così ci si dovrebbe presentare all’appuntamento con i pericoli
Stubaital, Parco degli ucelli rapaci

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Recintazione e sentieri

Purtroppo questo blog è costretto ad occuparsi spesso di vicende ed episodi negativi, o scomodi problemi che altri portali di informazione ignorano o vogliono ignorare. Ma anche per noi ogni tanto è necessario vedere il bicchiere mezzo pieno (al posto del classico mezzo vuoto), pertanto è d’obbligo andare a cercare, nel nostro campo di appassionati di montagna, quelle notizie che per una volta allargano il cuore.

Nel numero di febbraio 2015 di Montagne360, a pag. 7, figura una notizia intitolata CAI ed Enti locali, insieme per la montagna. Veniamo a sapere dei due milioni di euro stanziati per la montagna dalla Regione Veneto (banda larga satellitare in 25 rifugi dell’area Dolomiti Unesco, applicazione per smartphone e tablet “Itinerari Tematici e Parlanti”, progetto Montagna Amica e Sicura, e altro).

Evidentemente anche in Italia forse è possibile, al di là di altri esempi fortemente negativi, una buona collaborazione tra le associazioni di settore e le istituzioni pubbliche/enti locali. Sempre nella medesima notizia citata, è detto che “il nuovo Piano Re­golatore Generale del Comune di Ascoli, adottato nel dicembre 2014, prevede una norma espressamente dedicata alla tutela, alla manutenzione e promozione della rete sentieristica. La norma è stata adottata grazie alle osservazioni della Sezione CAI locale: «in questo modo è possibile tutelare, manutenere e restitu­ire la rete sentieristica, nella sua integri­tà, alla fruizione collettiva».

Abbiamo voluto saperne di più su questa collaborazione e abbiamo perciò chiesto a Paola Romanucci, avvocato, presidente della Sezione del CAI di Ascoli Piceno: “Credo sia utile mettere in circolo le ‘buone pratiche’, non solo per nostra gratificazione: gli esempi positivi di regola hanno più efficacia delle polemiche e costruiscono un nuovo modo di governare il territorio. E credo che, dopo l’incontro sostanzialmente positivo tra i due presidenti Martini e Olivieri, sarebbe tempo di rimettere mano a una nuova piattaforma di collaborazione con il Parco dei Sibillini, che superi la brutta convenzione con il collegio regionale delle Guide e apra a una collaborazione basata non soltanto sulla manovalanza per i sentieri, ma su un nuovo metodo partecipativo e propositivo per promuovere e tutelare il territorio montano“… La collaborazione con il comune di Ascoli Piceno è un buon esempio di governo partecipato del territorio: un modo concreto da parte del CAI di tutelare e promuovere la montagna e di sostenere le economie locali con il turismo lento”.

Paola Romanucci in arrampicata
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In particolare è stato chiesto e ottenuto che tutti i sentieri in territorio comunale di Ascoli Piceno, individuati in una “tavola” compilata assieme, non potranno essere interrotti né con cancelli o sbarre né con altro tipo di barriera. Questo perché invece i sentieri anche millenari che attraversano il territorio, collinare e montano, nel tempo sono stati ostruiti da recinzioni, abusive e non.

In base all’accordo, il Comune potrà richiedere arretramenti delle recinzioni, anche per consentire il recupero e ripristino dei sentieri abbandonati, il completamento e la manutenzione dei sentieri esistenti e l’apertura di nuovi passaggi pedonali.

Qui potete leggere il documento, a firma di Paola Romanucci, con il quale il CAI ha chiesto al Sindaco di Ascoli Piceno nuove norme tecniche al riguardo dei sentieri.

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Adrenalina e ambizione

Adrenalina e ambizione

Nella ricerca della propria libertà individuale, cammino che contribuisce in sommatoria niente meno che alla libertà collettiva di un popolo o di una civiltà, abbiamo a che fare con almeno due grossi ostacoli.
Il primo è dato dall’eccessiva ricerca dell’esperienza adrenalinica, il secondo dall’eccessiva ambizione personale.

Adrenalina-ambizione-04KJER0243Se accettiamo che libertà non significhi poter fare ciò che si vuole e basta ma significhi poter fare ciò che si vuole dopo una “scelta” tra opzioni di vario grado di difficoltà, impegno e gusto personale, allora siamo già sulla buona strada nell’individuazione del nostro personale cammino alla ricerca della libertà.

Scelta infatti equivale in genere a responsabilità, se si è scelto è perché quel progetto ci piace e lo abbiamo valutato: è difficile che in questo processo ci si lasci prendere (oltre a un certo livello di base) dalle emozioni puramente epidermiche che generano adrenalina. Le emozioni adrenaliniche sono un genere di droga da evitare, chi ne è affetto ne è dipendente, anche se non se lo confessa o non se ne rende conto. Non c’è libertà, né responsabilità, nell’adrenalina. C’è solo un gusto depravato per il pericolo e un più o meno ingenuo dispregio della statistica.

Ugualmente, chi ha scelto responsabilmente in genere ha anche interrogato se stesso sulle sue reali motivazioni. Quanto l’esibizione di ciò stiamo per fare impressionerà gli altri e quindi quanto lustro ci darà? Quanto la volontà di potenza del nostro ego sta comandando questo processo decisionale se intraprendere un qualcosa o non farlo? O travestendo con la maschera del cosiddetto “divertimento” una partita di cui ci sfugge la portata? Quanta competizione ci sta governando? Il processo psicologico è: con quanto intero me stesso mi sto impegnando? Solo con la parte che si relaziona con gli altri (ego, competizione) o anche con il me stesso più profondo, quello che comprende istinti e miti che vanno ben oltre il mio piccolo essere individuo?

L’alpinista ha trovato modo di rappresentare questi miti e istinti con il pennello della sua montagna. La montagna, con i suoi colori, forme, potenza e varietà riassume bene la grandiosità che dovremmo sempre riconoscere in noi. Se la montagna si riduce a sfondo delle nostre imprese competitive ci amputiamo da soli della nostra più grande forza e ci poniamo in una lunga catena di pericoli: prima il distacco da noi stessi, poi la corsa inconscia verso l’incidente.