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Un color bruno

Un color bruno
di Giovanni Badino

Il brano che segue è tratto dal libro di Giovanni Badino Un color bruno, Edizioni Segnavia, 2006. E’ l’ultimo dei quattordici capitoli che lo costituiscono, intitolato Terrae incognitae.

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«Come dici? Solo in Italia? Beh, in Italia sono note grotte per uno sviluppo di circa 2400 km. Nel mondo non ti so dire, bah, scommetterei un po’ di più in Francia, Spagna, molto di più negli Stati Uniti e Messico, molto di meno in tutti gli altri posti. Diciamo ventimila chilometri? Comunque meno di trentamila, via! No, non è vero che non si possa stimare quante ne esistono, no no. Avevo fatto un lavoro che ne permetteva la stima, ma era proprio il primo passo.

Ti spiego. Inizi calcolando la densità di superficie e di volume del carsismo maturo. Ad esempio: Corchia 50 km di gallerie in 3 chilometri quadrati e due cubici di montagna, la densità è quindi un 15 km di gallerie ogni chilometro quadro, e 25 a chilometro cubo.

Che dici? Conti da astrofisica? E certo, del resto è proprio così, è per quello che ho studiato, e sono conti che funzionano. Poi conti Piaggia Bella, 40 di sviluppo su 10 chilometri quadrati e 5 cubici di montagna, e ottieni 4 e 8. Continui così a calcolare questi rapporti per le grotte che sono state esplorate a lungo da esploratori tridimensionali, non da escursionisti ciechi, e scopri che continui a trovare numeri che battono attorno a 10 km di sviluppo per chilometro quadrato di superficie. Potrebbero essere venti, trenta, ma è per lì. I numeri di densità volumica invece variano molto di più, ma soprattutto perché dai dati pubblicati è difficile capire quanta roccia sia in realtà coinvolta dalla grotta e quindi gli errori diventano davvero grandi. No, sulla superficie pare di no. Come? Ah, su questo hai ragione, bisognerebbe distinguere reticoli estesi su tre dimensioni, come il Corchia o il complesso del Grignone, da quelli su due, come Mammoth. Ma anche Piaggia Bella è un po’ bidimensionale, perché giace in gran parte su un livello impermeabile.

No, non è impossibile tenerne conto, credo che calcolando la dimensione frattale della grotta questo emerga chiaramente e permetta conti più fini, anche se rimane il fatto che gli speleologi hanno sempre e tutti lavorato malissimo, e quindi i dati sono incompleti. Anch’io, sì, ma solo perché ero un po’ distratto. Sì, avevo iniziato a fare i conti della frattalità delle grotte, ma per ora sto solo disostruendone l’entrata. Mi manca il tempo, ad esempio, negli ultimi giorni avrei potuto lavorare su questo e invece ho scritto d’altro. Di che ho scritto? Di un colore. Anzi, di un Colore.

Bruno. Ma sì, l’hai già letto quasi per intero, ti manca pochissimo per finire.

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Uffa, dicevo che la densità è abbastanza costante, e quindi puoi dare rozze stime di quante gallerie ci siano in un calcare carsificato nel profondo. No, non bisogna essere maghi per capire che lo è, basta guardare il regime delle sorgive, se è molto irregolare sei quasi certo che lo sia. Poi puoi guardare se le acque hanno un certo chimismo, misurare i ritardi delle piene, le temperature… Ma queste sono raffinatezze, per i nostri conti da astrofisici. Che dici? Quanto calcare al mondo? Quello basterà guardare sui libri, ma vediamo se riusciamo a stimare. So che in Cina ce n’è un milione di chilometri quadrati, un decimo del territorio. Terre della Luce ce n’è suppergiù 150 milioni, facciamo che di queste ce ne siano 10 o 20 milioni di calcare. Chiedi quanto ce n’è di carsificato in profondità? Facciamo un decimo? Penso di più, le grotte si sviluppano senza bisogno di offrirci ingressi, pensa alla Holloch, 200 km di grotta senza un ingresso vero. Ma prendiamo per buono un decimo. Con la densità che abbiamo visto si stimerebbe l’esistenza da 20 a 50 milioni di chilometri di gallerie. Come? No, non stupirti, diciamo che è proprio fra mille e diecimila volte di più di quanto è stato sinora esplorato.

Sì, hai ragione, la speleologia esplorativa non è ancora nata. Ad aggravare la cosa, ti aggiungo che molto del lavoro fatto è andato perduto, perché esploratori poco accurati non ne hanno tenuto cronache adeguate, non hanno elencato le ricerche senza esito, che quindi saranno rifatte, non hanno elencato gli enigmi che hanno incontrato, che quindi verranno incontrati di nuovo.

E infine ti dico che ancora non sappiamo rispondere alla maggior parte delle domande che ci si può porre sulle grotte: condizioni di formazione, disequilibri termici, temperature, correnti d’aria, condizioni di deposizione e così via.

Ma sai, la conquista vera è riuscire a porre la domanda, a vedere il Color Bianco. La risposta verrà».

Dopo il Bianco della divulgazione, torniamo allo smisurato territorio Bianco del mondo delle grotte. Abbiamo visto che è tanto più grande di noi, basta dunque andare un po’ più in là per trovare cose nuove? Sicuramente sì, ma c’è da fare un’ultima annotazione.

Se confrontiamo le cronache di esplorazione fino agli anni ’60 con quelle di ora, vediamo che la speleologia esplorativa è andata concentrandosi sugli aspetti topografici, perdendo di vista il resto; il territorio fisico è andato ampliandosi, quello culturale restringendosi e semplificandosi.

La speleologia, da Athanasius Kircher in avanti, nata come frammento della geografia del pianeta Terra, è andata via via limitando le sue prospettive. L’esplosione della speleologia moderna nei primi tre decenni del dopoguerra conservava ancora tratti geografico-descrittivi, da viaggiatori, ma oramai in genere considerava le grotte avulse dalle montagne in cui erano state trovate e si concentrava su aspetti sportivi. Poi è andata mutando sino a finire per limitarsi alla stesura delle loro caratteristiche metriche, come in genere accade ora [Badino, 2006], d’interesse culturale irrilevante.

Giovanni Badino
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Solo in tempi più recenti hanno cominciato ad apparire pubblicazioni che tendono a descrivere un intero territorio attraverso la lente dello speleologo, in genere come risultato finale di campagne di ricerca in zone poco note e remote, che forse annunciano una nuova fase della speleologia dopo l’esaurimento della precedente.

La geografia di un territorio vista da sottoterra, l’interazione fra Terre della Notte e della Luce. Questa nuova tendenza è un segnale di speranza, e questo mio scritto vuole inserirsi in questa linea di sviluppo, ma perché andare tanto lontano? A saper guardare bene si vedono zone bianche nascoste anche nelle grotte arcinote, quelle con le chiodature attrezzate in permanenza, con le strettoie aperte a dimensione barella, le grotte dove dall’odore urina-calce-cibo-muffa si riconoscono le zone di sosta degli speleologi.

In queste grotte spesso ci sono ben poche zone bianche topografiche, ma molte d’altro tipo: molti misteri stanno dietro la loro formazione, il clima, le forme, le informazioni che il tempo vi ha depositato e tanto altro.

Ecco che quindi possiamo vedere con uno sguardo diverso anche quegli speleologi che si dedicano sempre e solo ad un territorio non perché per loro vale di più, ma perché solo così possono approfondirne la conoscenza in ogni aspetto, pagina dopo pagina. Ma questi esploratori capaci di approfondire in modo multidisciplinare la conoscenza di un territorio sono rari, davvero rari. È un peccato, se diventassero più numerosi sarebbe un altro segnale di speranza.

Perché il nero del quotidiano intorno a noi è solo un velo d’impalpabile carboncino su un gran biancore di mistero. La fiamma, qualsiasi fiamma, ha consumato solo la prima pagina di un quaderno infinito, immacolato.

Quasi tutto è bianco, appena al di là del sommariamente esplorato.

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Giovanni Badino, nato a Savona nel 1953, fisico, professore associato presso il Dipartimento di fisica Generale dell’Università di Torino. Dal 1970 svolge attività speleologica esplorativa ai massimi livelli, inizialmente concentrata sui grandi abissi in Italia e, negli ultimi due decenni, estesa a tutto il mondo, con particolare attenzione alla ricerca di grotte di tipo inusuale, come quelle in quarzite e, soprattutto, nei ghiacciai. Ha scritto libri su temi tecnici (Tecniche di grotta, Manuale tecnico del soccorso in montagna, Grotte e forre), esplorativi (Abissi italiani, Il fondo di Piaggia Bella), scientifici (Fisica del clima sotterraneo), divulgativi (Grotte e speleologia, Oltre l’orlo) oltre a innumerevoli contributi a riviste e all’interno di testi a molti autori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Barili on the rock

Quattro racconti che sono quattro sfide con un solo uomo protagonista. Siamo nel campo dell’alpinismo, dell’arrampicata, ma le atmosfere più rarefatte non sono quelle delle più alte montagne, sono quelle dei limiti umani nel lungo viaggio della ricerca di se stessi. Nell’ultimo dei quattro racconti il percorso da fisico diventa completamente fantastico, con la scoperta di creature ancestrali addormentate nel cuore della roccia che diventano orribili realtà, come mostri che s’intravvedono insiti nel nostro stesso profondo.

Per ammissione dell’autore Roberto Zannini, ispiratore di questo libro è l’americano Howard Phillips Lovercraft (1890-1937), praticamente il padre di vari generi letterari come l’horror, il weird e il pulp, a sua volta influenzato da scrittori come Edgar Allan Poe.

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Più precisamente, a ispirare Roberto Zannini, è stata la lettura di Le montagne della follia (At the Mountains of Madness), romanzo che Lovercraft scrisse nel 1931, quando già era famoso per i suoi racconti brevi del Ciclo di Cthulhu.

Le montagne della follia, più fantascienza che horror, racconta come una spedizione nell’Antartico si trasformi in una sequela di inquietanti ed enormi scoperte, dove si fa riferimento ad ere precedenti allo sviluppo dell’umanità sulla Terra, a culti innominabili e segreti, a razze aliene e incomprensibili e ai loro dei, i Grandi Antichi.

Nel tentativo di Lovercraft di scrivere questo catastrofico romanzo d’avventura, a me non sembra che ci sia uno sviluppo dei personaggi e, al tempo stesso, mi pare che l’unica cosa cui l’autore sembra veramente interessato è narrare il mito dei Grandi Antichi. Barili on the rock invece arriva a questo solo nell’ultimo racconto, alla fine stupendoci, perché il lettore non immagina che dopo tre racconti dedicati al mondo dell’attuale ma anche futuristica competizione in montagna possa seguire un horror come il quarto, Il lavoro di una vita. Anche se forse potevamo aspettarcelo già dopo la lettura del primo racconto, dove, proprio come Virgilio fu guida a Dante nel primo dei suoi viaggi, quello all’Inferno, un’attraente sagoma nera femminile porta il protagonista Vico a scalare un’inconcepibile Pilastro della Tofana in pieno inverno, da solo e di notte.

Contrariamente al romanzo ispirante di Lovercraft, in Barili on the rock la resilienza del lettore e dei personaggi non è mai spinta al limite della sopportazione. Non ci sono troppi dettagli, c’è molta azione con vere emozioni di fondo. La prosa è asciutta, con pochi aggettivi. A volte si scorge con terrore un linguaggio nero e indecifrabile che Zannini ci fa supporre esistesse già prima della parola; un linguaggio che lascia tracce fetide ovunque, nelle grotte, dietro a rocce cadute, in fondo agli abissi di ghiaccio.
Piuttosto che riportare un brano del libro, abbiamo preferito pubblicare qui la brillante prefazione, fatta nientemeno che da Heinz Mariacher, e la postfazione dello stesso autore.

Prefazione
di Heinz Mariacher

Ho conosciuto Roberto Zannini nel 1978, nei pressi della Casa Cantoniera sotto il Piz Ciavazes, faceva parte del gruppo di arrampicatori mestrini amici della Luisa. Me lo ricordo un tipo tranquillo, non era un fanatico delle vie dure (come noi), uno che apprezzava il fattore socializzante dell’arrampicata, le serate in compagnia degli amici allietate da qualche buona bottiglia. Ci eravamo poi persi di vista, sapevo che faceva disgaggi e che aveva inventato Roboclimber, un robot arrampicatore da utilizzare nei lavori più pericolosi in parete. lo, per questo robot, avevo naturalmente subito pensato ad applicazioni molto più utili, come ripulire e chiodare nuove vie d’arrampicata, stando comodamente seduto all’attacco e manovrando leve e bottoni.

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Non immaginavo però che alla creatività in campo “meccanico” di Roberto si aggiungesse uno stupefacente talento letterario. D’altronde nel suo rifugio fuori dal mondo, nascosto all’interno del Forte di Primolano, dove coltiva lamponi a tempo perso, le serate solitarie sono un invito a sedersi davanti al computer e far viaggiare la fantasia, bisogna riconoscere che questo gli è ben riuscito. Luisa si è subito impadronita del suo manoscritto, felicissima che i caratteri fossero abbastanza grandi da poter leggere senza occhiali (cosa di cui si vergogna molto, riesce ancora a fare una trazione su un braccio ma decifrare le tabelle delle calorie è diventata un’impresa impossibile). Per fortuna era brutto tempo, lei è salita sulla cyclette con le bozze in mano e dopo un paio di tappe da Tour de France ha raggiunto la parola FINE. Adesso era arrivato il mio turno. Appena letto il titolo, Barili on the rock, avevo subito pensato alle botti e al buon vino, che dopo tanti anni passati in Italia ho imparato ad apprezzare anche troppo. Invece la Luisa mi ha detto subito che i “barili” sono tutt’altra cosa, molto meno tranquilla, da scoprire nell’ultimo racconto, ma non poteva assolutamente spiegarmelo così e rovinarmi la sorpresa, dovevo proprio leggerlo tutto io. A dire il vero non posso dirmi un gran lettore, sono ormai lontani i tempi di Hermann Hesse e Siddharta e anche la filosofia più recente dì Carlos Castaneda è ormai passata di moda come Separate Reality. Il tempo per sedermi tranquillamente sul divano a leggere è diventato sempre più difficile da trovare. Non sono neanche riuscito a finire Il Codice Da Vinci, nemmeno La Morte sospesa e George Livanos ce l’hanno fatta. Ci sarebbe sempre quell’oretta sacra passata la mattina sul gabinetto, ma purtroppo e tassativamente dedicata a rispondere alle e-mail e anche così sono sempre in ritardo. I mesi sono trascorsi e finalmente si è realizzata la congiunzione favorevole. Con un forte temporale è saltata la corrente, treadmill e cyclette inutilizzabili, il laptop con la batteria scarica, luce non sufficiente per dipingere, insomma non avevo più scuse e ho iniziato la lettura. ‘Ehi, ma qui si parla di gare d’arrampicata!”. Un argomento che la Luisa trova appassionante, si tiene sempre aggiornata, mi consuma tutte le ore di connessione della chiavetta per seguire il Live Streaming delle Coppe del Mondo, ma a me proprio non dice (più) niente! Luisa insiste ‘Va’ avanti, vedrai… ” e pian piano mi son fatto prendere dal filo della narrazione. Nei primi tre racconti siamo in bilico tra il genere fantasy e l’ambientazione in un futuro prossimo possibile se non probabile, il mondo delle competizioni è rappresentato realisticamente, lo scenario dolomitico viene raffigurato con cognizione di causa, con descrizioni accurate dei luoghi e delle vie, alcuni riferimenti a persone e fatti NON sono puramente casuali, con personaggi realmente esistenti e situazioni verificatesi in passato. Anche le tecnologie “futuristiche” messe in atto in realtà sono già in essere e necessitano solo di venir sviluppate e applicate a larga scala, basta solo pensare al Roboclimber.

Il tutto viene naturalmente condito da elementi di fiction (horror puro nella quarta storia), che rendono la lettura avvincente anche per chi è poco esperto di montagna.

Bene espressi anche i dubbi esistenziali e le considerazioni filosofico-etiche del protagonista Vico, sulle logiche conseguenze di un dubbio sviluppo dell’arrampicata avviatosi parecchi anni fa.

Nei dialoghi tra Vico e l’amico-rivale viene a galla una punta di rammarico per i vecchi tempi, “climbers che adesso non riesco a sopportare… con la testa piena solo di discorsi di gradi e passaggi… una generale voglia di non fare un cazzo che non sia arrampicare. ..” e ancora “… non ci mancano solo le possibilità del vecchio grande alpinismo… ci mancano la pulsione dei grandi, la loro voglia dì fare… “. Parole d’oro per i vecchi nostalgici come me. Ma non preoccupatevi, il libro non è adatto solo a una serata in rifugio, si fa leggere con piacere anche durante le ore di attesa nella zona d’isolamento delle gare. Speriamo solo di non trovare le classifiche di Dolomitica nelle News di Planetmountain l’anno prossimo.

Howard Phillips Lovercraft
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Perché Barili on the rock
di Roberto Zannini

Adesso che avete finito il libro vi domanderete, forse più di prima, il perché di questo strano titolo. Barili on the rock. Per capire davvero la faccenda bisogna tornare al 1985.

Ero appena rientrato dall’ennesimo viaggio in Messico ed una telefonata di Giovanni Groaz mi aveva fatto subito ripartire per la Calabria. Scilla, nome che già da solo evoca mostri mitologia. Bisognava sistemare una frana insidiosa sopra alla ferrovia, grossi massi rotondi affogati in un pendio di fango. Già qualche masso era rotolato fino alla linea con tutti gli inconvenienti immaginabili. Pioveva e faceva quel freddo umido che solo l’inverno al Sud ci riesce a dare. Dormivamo in una pensione senza riscaldamento e alla sera si mangiava in camera, pane e olive il più delle volte, in ogni caso dieta da pastore. Non c’era televisione, cinema e nemmeno il miraggio di un rapido ritorno a casa. Non c’era neanche granché da leggere. I libri di filosofia di Giovanni e una copia di Montagne della follia di Howard Phillips Lovecraft che avevo preso con me all’ultimo momento. Fu questo libro, un’edizione Sugar tascabile, l’unico sostenitore delle nostre serate. Se ne cibò Gianni Menestrina e poi lo stesso Giovanni (abbandonando Platone e quant’altro), lo lesse a pezzi anche Almo Giambisi credo e poi venne divorato da Lorenzo Massarotto e anche da Cristoforo mi sembra, il fratello di Giovanni.

Insomma tutta la squadra venne introdotta ai misteri della visione lovecraftiana. In quei giorni non si faceva altro che parlare di “barili”, di steatiti a cinque punte, di Antiche Cose. Al quadro conosciuto della Calabria invernale, del cantiere, della pensione si era sovrapposta l’immagine mentale di un’Antartide preumana popolata da esseri venuti dallo spazio.

Roberto Zannini
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Come spesso succede una volta finito il cantiere ci eravamo persi di vista. Solo con Giovanni ero rimasto in contatto. Nel corso degli anni abbiamo sviluppato un nostro codice di comunicazione in cui il Barile (maiuscolo) ha di sicuro una parte dominante. Questo che a prima vista può sembrare solo un semplice recipiente è diventato molto di più e dire diventato risulta improprio perché il Barile lo era già (molto di più) prima della nostra scoperta. A supporto posso citare Il barile di Amontillado di Edgar Allan Poe, le già decantate forme a barile delle Antiche Cose, per non parlare del fin troppo conosciuto barile di petrolio e al suo prezzo, incubo che emerge ogni giorno nelle nostre case.

Barili sono sparsi un po’ in tutta la letteratura. Il barile delle mele ne L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson. Il gavitello, un piccolo barile impeciato, cui sì sostituì la bara di Queequeg nel Moby Dick di Herman Melville. Si potrebbe continuare per un pezzo.

Quando poi mi sono messo a scrivere questi racconti li ho spediti alla mia stretta cerchia di amici per una lettura critica. E’ stato Giovanni Groaz, dopo averli letti, che ha suggerito il titolo. Barili on the rock. Il connubio tra mistero e roccia. Perché è questo che il Barile rappresenta. Una forma consueta e conosciuta che può celare al suo interno il mistero stesso, l’essere più abominevole, il liquido più mortale. Se non ci credete provate a immaginarvi sul fondo marino dentro alla carcassa di una nave affondata mentre recuperate un barile rugginoso da cui esce un filo di fluido che oscura l’acqua intorno a voi. Cosa sarà? Pesticida? Il liquido di raffreddamento di un reattore nucleare? Acido o marmellata di prugne? Non penso che ci siano dubbi in proposito.

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Introduzione alla “Storia dell’alpinismo” – 1

Gian Piero Motti pubblicò nel 1977 la sua Storia dell’alpinismo, in due volumi. Questi seguivano una serie di altri sei volumi intitolati Enciclopedia della montagna (Istituto Geografico De Agostini). Nell’introduzione illustrava il nodo cruciale e irrisolto che contraddistingueva il momento storico in cui viveva, tratteggiando i diversi tentativi di dare risposte e prefigurando in maniera profetica quella che sarebbe stata l’evoluzione successiva.

Introduzione alla “Storia dell’alpinismo” – 1 (1-2)
di Gian Piero Motti

Si dice che un tempo la Terra non fosse così come noi oggi la vediamo. Alcune ipotesi molto attendibili dicono che un tempo tutte le terre emerse erano unite in un sol continente, circondato da un immenso oceano. Pare anche che all’interno di questo continente vi fosse un mare o un grandissimo lago salato, di cui oggi rimangono alcune testimonianze (Lago Ciad in Africa). L’avventura di viaggiare a ritroso con la fantasia è forse la più intensa che l’uomo si possa permettere. Possiamo allora immaginare un mondo dove forse non esistevano montagne, un unico continente simile ad una gigantesca landa piatta e desolata, un immenso deserto arido e privo di vita. O forse ancora le terre ricoperte dai ghiacci, altrove una distesa sconfinata di tristi acquitrini e paludi, prive di colore e di luce. Forse densi vapori velavano costantemente il ciclo, in un silenzio cupo e tenebroso che oggi non è più di questo pianeta.

Pagina 14 dell’edizione originale di Storia dell’alpinismo (1977) di Gian Piero Motti
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Poi successe qualcosa, un qualcosa che da sempre ci danniamo a comprendere e a chiarificare, senza risultati peraltro apprezzabili e verificabili. Senza per questo voler sminuire l’enorme tributo della scienza dato alla conoscenza, forse giunse più vicino alla verità il misticismo orientale che, servendosi unicamente dell’intuizione irrazionale, si spinse ben oltre il freddo ed empirico razionalismo occidentale. Di certo vi fu qualcosa di grandioso e terribile, fu innescato un meccanismo esplosivo ed entrarono in gioco forze la cui potenza ci riesce incommensurabile. Ed ecco il pianeta, quasi posseduto da un demone interiore tenuto prigioniero nel suo interno, cominciò a vibrare, a tremare, a sussultare e a contorcersi. Il mito orientale narra di un grande drago che sputava fuoco. Il drago aveva dormito a lungo e si era come raffreddato, avvolto dalla morsa mortale delle terre e dei ghiacci. Poi, per cause a noi ignote, fu risvegliato e trovandosi prigioniero, come racchiuso in un uovo gigantesco, cercò di venire alla luce, quella luce di cui forse aveva ancora ricordo. Sprigionò la sua forza titanica e immensa, fece tremare l’intero pianeta e nel suo sforzo distruttivo eruttò fuoco e materia solare incandescente. Il cataclisma fu tremendo: si dice che la massa continentale fu fratturata in più parti, vi furono urti spaventosi, attriti, frizioni e corrugamenti. I brandelli lacerati del continente cominciarono a galleggiare sull’oceano come giganteschi zatteroni, andando alla deriva.

Le spinte interne determinarono delle frizioni e a volte le zattere gigantesche si urtarono: come se noi avvicinassimo due enormi pile di fogli di cartone e cominciassimo a spingerle frontalmente una contro l’altra. Sotto la pressione costante e regolare, una delle due pile comincia a creparsi al centro e ad inarcarsi, tanto che gli strati si sovrappongono nel punto di frattura. Si determinano dei rilievi e delle creste, separate da forre molto profonde. Così, dicono gli scienziati che studiano la genesi della Terra, un giorno sorsero le catene dei monti. Di certo l’uomo o almeno l’uomo come noi oggi lo pensiamo e vediamo, non fu spettatore di quel cataclisma che forse si svolse nel buio delle tenebre.

E che ne fu del drago? Non sappiamo, forse esaurì gran parte della sua immensa energia in questo tremendo sforzo distruttivo che in fine risultò per essere creativo. Si riassopì ancora esausto e sfinito, ricoperto dai suoi magmi raffreddati e induriti, avvolto ancora dalla morsa delle acque, dei ghiacci e del gelo. Qualche volta però ha come un tremore, un brivido, forse un rantolo o un sussulto ed ecco che la Terra trema, si spacca, ancora erutta il suo sangue incandescente. Dunque è ancora vivo. Lasciamo ora l’immagine mitica ed anche poetica del drago, ricordando però un’antichissima profezia che si legge sui testi mitologici indiani: «un giorno il figlio della luce, il mitico Rama, verrà in Terra e risveglierà il drago liberandolo per sempre dalla sua prigionia…».

Comunque ritorneremo su questi argomenti cercando di mettere a fuoco gli atteggiamenti che l’Uomo ha verso la Natura (e quindi la montagna) e scoprendovi poi due modi ben distinti e contrastanti di pensare e di agire: uno occidentale, o aggressivo, e un altro orientale, o passivo.

Le montagne e la vita dell’uomo: creare per poi distruggere
Sorsero dunque le montagne, belle come le altre mille cose belle di questo pianeta. Dapprima erano un po’ grezze e informi, ma pensò il tempo a renderle ancora più belle, ardite e slanciate. La pioggia e le acque dilavanti le ripulirono dalla terra e dal fango e sui fianchi dirupati e scoscesi misero a nudo le rocce. Il vento cominciò a giocare con la pietra, limandola ed erodendola, scavandola e modellandola. Ma le montagne sono come l’uomo e rispecchiano la sua vita. Nascono, crescono in bellezza e splendore, aiutate da tutti gli elementi vitali: la luce, l’aria e l’acqua. Ma poi gli stessi elementi che dapprima erano creativi con il tempo si rivelano distruttivi e cominciano a incidere rughe sempre più profonde: i fianchi una volta compatti e possenti dei monti, ora mostrano incisioni, canali, forre e valli profonde. L’acqua subito si precipita lungo queste vie di scorrimento naturali e inizia a erodere, a spianare e a livellare, trasportando a valle cumuli e cumuli di detriti ammassati. Il gelo intacca l’epidermide e la dura scorza granitica, frantumando la superficie rocciosa in tante piccole squame che si distaccano e precipitano. Anche il sole surriscalda la roccia facilitando il lavoro abrasivo del vento e della sabbia: ben presto (milioni di anni…!) degli splendidi picchi arditi e slanciati, superbi ed eleganti, non resta che sabbia, detriti e polvere ammassati dal vento che instancabile riprende il suo lavoro creativo nel deserto, formando dune gigantesche che ancora in seguito saranno spianate e distrutte dal vento.

Costruire per distruggere, nascere per morire, salire per poi ridiscendere e ancora risalire per poi nuovamente ridiscendere. Una vera e propria ossessione che collega in un unico filone Natura, Uomo e agire dell’Uomo. Quindi anche l’alpinismo e la sua storia, sicuramente uno degli obiettivi più luminosi per comprendere una storia apparentemente assurda (se non si pensa che tutto abbia un fine) di un pianeta e della sua vita.

Vi è come una sorta di illusione, un omerico canto delle sirene che attrae ed incanta, invitando a provare. Il canto sembra dire: vieni dunque, accetta di nascere e vivere in Terra e guarda tutto ciò che ti offrono la vita, gli uomini e la Natura. Il giardino incantato subito pare splendido e meraviglioso nella sua veste iniziale e non essendo ancora a conoscenza del dolore (non apparente) ci si convince con entusiasmo a venire alla luce. Forse l’inizio non è male (ma non per tutti), poi si corre senza sosta verso quella meta promessa, verso una vetta intravista da lontano e sognata per sempre. Ma purtroppo la vetta che si crede di raggiungere non è mai tale e a poco a poco subentra l’amara delusione e la rassegnazione allo stanco ritorno verso la porta di entrata. È vero, vi è anche chi capisce per tempo l’inganno, e stanco e disgustato di propria volontà cerca tragicamente di ritornare da dove è venuto.

Anche l’alpinista insegue un’illusione. Lascia la pianura dove sovente non si sente inserito nella vita di tutti e di tutti i giorni. Lo attrae l’immagine di una vetta che sembra portarlo molto in alto, una meta che alla luce infuocata del tramonto, quando risplende incendiata dal sole della sera, sembra garantirgli finalmente non solo gloria e vittoria, ma anche quella libertà sconfinata, quella pace e quella beatitudine che ansiosamente e vanamente va cercando in pianura. Egli sa che la via di salita forse sarà dura e difficile, che dovrà soffrire, ma per ora rigetta da sé queste immagini di dolore e invece pensa a ciò che la salita e la vetta sapranno offrirgli durante la lotta. E già emotivamente vive ancor prima dell’azione le sensazioni forti che poi vivrà durante la scalata. Quelle stesse emozioni uniche e irripetibili ed esclusivamente “sue” che poi, una volta tornato, non riuscirà a comunicare, malgrado il suo sforzo, a nessuno.

L’illusione della vetta e il problema dell’insoddisfazione
A mano a mano che la salita procede l’alpinista si ritrova sempre più solo e molto lontano dal mondo che ha lasciato in pianura. Egli comincia ad assaporare lo strano piacere della lotta individuale addentrandosi nei labirinti un po’ magici e arcani della separazione della propria personalità. Raggiungendo una condizione psichica assai affine alla schizofrenia, egli a poco a poco scopre un altro in se stesso, ben vivo e presente, a volte un amico, ma più spesso un vero e proprio nemico che si fa sentire con la voce della paura. È una voce costante e insistente che sembra dirgli nei momenti più difficili: «Cadi! Cadi!» Certo l’alpinista non percepisce il messaggio inconscio così formulato, ma gli giunge invece sotto forma di ansia, di angoscia e di paura di cadere che insorge nei momenti di più forte tensione durante la salita, ed è una paura che l’alpinista o cerca di reprimere o di dominare, o meglio, di mediare e tenere sotto controllo durante tutta la fase di salita necessaria per raggiungere la vetta. Sovente la fase più nevrotica della lotta lo porta a invertire completamente i valori del piano che ha lasciato: il dolore diviene piacere, la sofferenza è accettata, anzi il più delle volte cercata e goduta con gusto raffinato. Le emozioni e le sensazioni provate vengono accomunate in un’unica parola giustificante: l’avventura. Il più delle volte l’alpinista non si sente di osare da solo, in quanto i rischi sono enormi; ogni minimo errore potrebbe essere fatale ed egli ci tiene troppo a raggiungere la vetta. Allora per precauzione ecco che escogita il meccanismo della cordata e si lega a un compagno. Per far sì che il legame non sembri troppo arido e utilitaristico, egli cerca di “vestire” questa unione in modo umano e sentimentale, parlando di amicizia e di legame fraterno e unito nella vita e nella morte. In realtà molti di questi legami “di corda” sono solo ed esclusivamente utili ai fini della riuscita dell’impresa, in quanto ciascuno conduce la salita chiuso nel proprio microcosmo individuale, senza alcuna comunicazione che non sia la sicurezza garantita dalla corda. Non per nulla ci si lega alla base della parete e ci si slega appena giunti in vetta. E non per nulla il più delle volte i legami intrecciati in parete non hanno alcuna ragione di esistere in pianura.

Cesare Maestri (al centro) assieme ai compagni di spedizione e al famoso compressore che si portarono in parete per infiggere chiodi a pressione nel granito del Cerro Torre
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Comunque, da soli o in cordata, la scalata procede verso la vetta che sovente viene raggiunta come si era sognato nel sole del tramonto, dominando spazi sconfinati sottostanti, con la breve illusione di essere al di sopra di tutte le cose mortali. Ma non sempre e così, anzi il più delle volte accade il contrario:

«… Ecco la cima. Per questo momento ho lottato e vissuto, ne valeva la pena?
Mai come ora mi rendo conto che nessuna montagna vale una vita. Mi prende schifo per questa cima. Che schifo questo vento, le foto scattate, le firme depositate.
No, non ne vale la pena… Andiamo via… In mille sogni ho visto le nostre bandiere sventolare al sole sulla cima. Ed ora rimango indifferente. Abbrutito dalla fatica, con i nervi a pezzi, mi preparo a consumare il sacrificio alla più stupida manifestazione umana: la vanità
… (Cesare Maestri, Arrampicare è il mio mestiere, Garzanti 1961)»

Così si esprime Cesare Maestri parlando delle sue emozioni in vetta al Cerro Torre, al termine della prima difficilissima ascensione con Toni Egger.
E anche Walter Bonatti, forse il più grande esponente dell’alpinismo di tutti i tempi, non si rivela più entusiasta, se si pensa che dopo sette giorni passati da solo sul pilastro del Petit Dru (Monte Bianco), al termine di una scalata solitaria quasi incredibile per la sua audacia, giunto in vetta e coronando la sua fatica titanica, disse:

«… Alle 16.37 esatte sono in vetta al Dru. Uno sguardo veloce tutt’intorno e quasi di corsa, con lo zaino sulle spalle, incomincio a discendere per la via normale (Walter Bonatti, Le mie montagne, Zanichelli, 1961)».

Il Petit Dru con il tracciato della via di Bonatti (1955), oggi crollato
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Per una specie di gioco un po’ maligno, sembra che vi sia una proporzione inversa tra difficoltà della salita e soddisfazione che si prova in vetta. Al termine di una facile escursione che non ha richiesto un ingente tributo fisico e psichico, il più delle volte la vetta appaga in pieno: si può godere il panorama a lungo, osservare attentamente le valli sottostanti, dormicchiare al sole, restarsene un po’ di tempo in cima senza l’assillo di dover subito scendere per evitare il maltempo o un bivacco penoso per le condizioni fisiche e psichiche ormai esaurite. Comunque, in ogni caso, ci si troverà costretti a scendere a valle. Invece se l’impegno per raggiungere la vetta è stato importante, certamente quest’ultima sarà piuttosto deludente, rivelandosi come scontata, una sorta di noioso passaggio obbligato per poi subito ridiscendere in tutta fretta verso i ristori e gli agi del fondo valle, che in quella situazione appariranno molto gradevoli.
Possiamo quindi formulare una curiosa equazione di questo genere: scalata lunga e difficile = sofferenza, ma anche grande soddisfazione durante l’azione. Però poca o nessuna soddisfazione in vetta, anzi immediato desiderio di fuga e di ritorno a valle.
Invece salita facile e breve = poca sofferenza durante l’ascensione e quindi (per quanto questa considerazione di stampo masochista a molti risulti inaccettabile e amara) anche scarsa soddisfazione e poca avventura. Però la vetta sarà assai soddisfacente e appagatrice, generando desiderio di restarvi a lungo, contemplazione e rammarico per il pensiero del ritorno a valle.


Come sempre, appare più che mai chiara la drammaticità della condizione umana, dove le contraddizioni non riescono a trovare una sintesi soddisfacente: pure in questo caso, anche se il paragone e un po’ banale, non è possibile salvare contemporaneamente la capra e i cavoli del famoso proverbio.
Ma in fin dei conti, perché mai la vetta delude? Perché la si era vissuta come meta finale e liberatoria, quasi assoluta nella sua purezza. Per raggiungerla si è dato tutto, si è lottato allo spasimo, sacrificandosi e sottoponendosi a rinunzie di ogni genere. Invece una volta giunti in vetta si comprende purtroppo che era solo un sogno, un fantastico sogno che si è cercato di materializzare nell’immagine della scalata: in vetta però non vi è nulla, vi sono pochi metri quadrati di roccia o di neve, sovente ci si sta anche scomodi, fa freddo, tira vento e forse non si vede alcun panorama. Il più delle volte non si ha certo il tempo per perdersi in contemplazioni, ma inesorabilmente bisogna pensare a scendere e a ritornare a valle, anche perché la discesa non sempre sarà facile. In ogni caso la discesa il più delle volte sarà uno squallido rito da consumare, uno stanco e mesto ritorno verso usi e abitudini di un mondo mediocre ed insoddisfacente dal quale si era creduto di fuggire con la scalata. E invece bisognerà riadattarsi a questo mondo, reinserirsi a fatica per poi ancora sognare e sperare. Ancora si tornerà sulla “parete” e ancora si tornerà a portare una propria croce, nell’illusione di poter finalmente raggiungere una vetta dove si sarà paghi e felici.

«… Raggiungiamo la vetta alle 11. Ci stendiamo al sole, fa caldo ed abbiamo una gran voglia di dormire. Niente fremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria.
La meta raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno divenuto realtà… Sceso a valle cercherò subito un’altra meta. Se non esiste la creerò… Ed ogni meta raggiunta scompare per lasciare il posto ad un’altra più ardua e più lontana
(Giusto Gervasutti, Scalate nelle Alpi, Società Editrice Internazionale, 1961)».

La parete est delle Grandes Jorasses con il tracciato della via Gervasutti-Gagliardone (da Iborderline)
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Queste le riflessioni di Giusto Gervasutti, forse il più “eroico” e romantico alpinista italiano: sulla vetta delle Grandes Jorasses (Monte Bianco) dopo aver ottenuto la sua più folgorante vittoria sulla parete est della montagna. Si comprende allora che anche una volta tornati in pianura fallirà il tentativo di comunicare le proprie sensazioni ad altri, in quanto, con amarezza, ci si accorgerà che esse sono esclusivamente personali e incomunicabili. Esse appartengono a un vissuto troppo eccezionale e troppo lontano dal vissuto quotidiano di chi alpinista non è. E allora una volta di più ci si troverà costretti, come diceva Gervasutti in un suo scritto, a lasciare le piccole brune a raccogliere da sole le more e i lamponi nei boschi, perché la nave volge la prua al vento delle bufere…

I giovani alpinisti di fronte al problema dell’insoddisfazione e della sofferenza
Oggi [ricordiamo che l’oggi di Motti è il 1977, NdR] molti giovani alpinisti hanno capito di trovarsi bloccati in una “impasse” non troppo simpatica e cercano, anche un po’ affannosamente, dei tentativi di soluzione. Si delineano quindi alcune correnti di pensiero e d’azione ben definite, sulle quali ritorneremo in seguito con un’analisi molto più profonda. Per ora è sufficiente sintetizzare queste correnti in modo da inquadrare già sin dal discorso introduttivo quello che sarà il “taglio” filosofico dato alla parte storico-evolutiva, fornendo così al lettore una buona chiave interpretativa.

Vi è dunque una corrente contestatrice ed antiindividualista, che vorrebbe proporre un modello rinnovato e differente di alpinismo. Un alpinismo privo di sofferenze volute, privo di sacrifici accettati sullo stampo cristiano, vissuto lontano dai pericoli oggettivi, all’insegna quindi della sicurezza cercata sotto tutti gli aspetti tecnici e soprattutto assai meno misoneista, “serio” e drammatico dell’alpinismo tradizionale. Chiaramente non è che il ribaltamento dialettico dell’alpinismo cosiddetto “eroico”, simpaticamente sintetizzato da alcuni giovani arrampicatori emiliani (tra i promotori di questa corrente) dal motto «La pace con l’Alpe», antitesi scherzosa del famigerato «Lotta con l’Alpe» di Guido Rey.
In questa corrente appare chiaro il fine di smitizzare l’alpinismo e di umanizzarlo rendendolo un fatto sociale e non più individuale (sempre se tutti siamo d’accordo che l’uomo sia individualista o socievole per necessità e costrizione), portandolo alle masse come sana attività creativa e sportiva non alienante: soprattutto non asservita alle strumentalizzazioni del sistema (sul che si possono nutrire dubbi molto fondati…). Qualche esempio del caso si è cercato di realizzare nei Paesi dell’Est europeo, ma purtroppo si è completamente soppressa la libera scelta dell’individuo, creando classifiche di valore cui si giunge attraverso le discusse “gare d’arrampicata” compiute in sicurezza totale ed estremamente competitive.
Forse l’intento è buono e onesto, per lo meno compiuto in buona fede, ma un’attività del genere non può essere chiamata alpinismo: la si potrà chiamare forse sport dell’arrampicata o qualcosa di simile. E anche sulle soddisfazioni che un alpinista può trarre da un’attività del genere, non si può essere del tutto convinti. Chi è stato alpinista e ha capito che nel suo agire esiste una forte ritmica ossessiva che genera in lui insoddisfazione e alienazione può anche dire basta e rinunciare a una attività ripetitiva e un po’ masochista. Tuttavia la rinuncia non sarà per nulla facile e piacevole (vedi l’articolo I Falliti di Gian Piero Motti su Rivista Mensile del CAI anno 1972). Certo, in montagna si soffre, ma si è anche ripagati da sensazioni e da situazioni ambientali che non hanno pari altrove. È solo e sempre un fattore di scelta personale, una volta che si sia attuata una lucida presa di coscienza dei pro e dei contro esistenti nell’alpinismo.

Ma se poi uno accetta il gioco con tutte le sue regole, resta un suo fatto individuale. Reinhold Messner, forse il migliore alpinista vivente, segue appunto la corrente tradizionalista, portandola alle sue più estreme conseguenze individualiste e trascendentali. Sovente viene criticato perché il suo alpinismo non segue un filone umanizzante e collettivista e nella critica vengono anche coinvolte le sue imprese. È un errore: si può criticare la scelta filosofica di Messner, ma bisogna onestamente ammettere che le imprese da lui realizzate sono straordinarie. Ancora i critici dicono: ma che prezzo paga Messner per realizzare queste imprese? Paga evidentemente il prezzo che si sente di pagare e soprattutto paga con denaro suo e non preso a prestito da altri. Altri ancora dicono: è vero, ma il suo esempio è negativo, in quanto spinge i giovani verso modelli filosofici superati dalla storia attuale (le teorie del superuomo di Nietzsche), verso un idealismo antiquato e sconfitto dalla critica materialista. Può anche essere vero, ma in ogni caso se si parla di libertà, bisogna accettare un pluralismo che ammetta la libera espressione individuale, altrimenti sorge il sospetto più che legittimo che la critica muova più che altro da invidie feroci e gelosie corrosive, con forte desiderio di decapitare e ridurre al livello “normale” chi è riuscito a trascendere questo livello.

Comunque se vi sarà rinunzia, come si è già detto, sarà certamente sofferente, con strascichi di melanconia e nostalgie (a questo proposito si veda il libro di Walter Bonatti I giorni grandi, Mondadori, 1971). Si può anche fare «La pace con l’Alpe» ma forse, anche se il paragone non è molto efficace, è come passare nello stesso giorno da una rappresentazione del teatro shakespeariano a un film musicale hollywoodiano. Il proverbio dice anche che «chi si accontenta gode», cosa di cui si può essere più o meno convinti, soprattutto perché si è occidentali, quindi educati e cresciuti in una cultura occidentale, che ripone soddisfazione e felicità nella conquista di una meta. Se si fosse nati in Ladakh (Kashmir) e cresciuti nella cultura buddista, forse il proverbio avrebbe anche ragione. Ma certamente non si sentirebbe il bisogno di scalare le montagne e di misurarsi con noi stessi sulle pareti: l’alpinismo è un classico derivato della società occidentale e della sua cultura, impostata gerarchicamente nel rapporto uomo-Natura.

La Pietra di Bismantova, uno dei più bei “prati di vetta e luogo di elezione della “pace con l’Alpe”
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Accanto a questa corrente “pacifista”, esiste il filone tradizionalista e conservatore, che propone un alpinismo forse non più romantico ed eroico come un tempo, ma comunque estremamente serio e severo nelle sue regole, anche se l’accettazione del gioco risulta meno istintiva ed emotiva, più razionale e analitica. L’alpinista che si inserisce in questa corrente sa molto bene che per la conquista della meta vi è un tributo di angoscia, di fatica e di sofferenza da pagare, ma evidentemente accetta il gioco in quanto si sente ampiamente ripagato da ciò che la scalata gli può offrire. I rappresentanti di quest’alpinismo proseguono, come se fossero investiti di una missione, nel portare avanti un discorso culturale tipicamente occidentale, inserito in una mentalità evolutiva tesa a spostare sempre più avanti il limite dell’impossibile (quindi a estreme conseguenze, anche a vincere la morte) o con mezzi molto severi e leali (ideologia di cui Messner si fa paladino), oppure con mezzi assai compromessi con la tecnologia e ambiguamente in simbiosi con interessi finanziari e commerciali.

Alessandro Gogna sulla via Messner al Sass dla Crusc
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Vi è poi una terza corrente di pensiero che cerca di realizzare una difficile sintesi tra le due correnti ma che opera invece una proiezione dal concreto all’astratto, trasferendo l’ideologia della vetta e della meta nella difficoltà pura. Costoro hanno rigettato il cosiddetto alpinismo eroico e non accettano i sacri canoni di unità di tempo e d’azione che invece sono regola nelle imprese dell’alpinismo tradizionale. Per essi arrampicare è (o per lo meno dovrebbe essere) un gioco, dove non esiste una meta da raggiungere (generatrice di insoddisfazioni a catena), ma semplicemente la gioia si trae dall’arrampicare stesso, senza pressioni finalistiche interne od esterne, assaporando a lungo la stessa permanenza e “vita” in parete e quasi dimenticando la fretta di riuscire e il tempo.
È certo una proposta interessante, che però richiede una grossa rinunzia: quella dell’alta montagna, dove esistono pericoli oggettivi e dove l’ambiente è particolarmente ostile e severo (Alpi, Himalaya, Ande). È un gioco che può essere magnificamente condotto sulle solari muraglie granitiche della Yosemite Valley (California) o sulle fantastiche scogliere delle Calanques (Provenza, Francia), dove anche un cambiamento del tempo non presenta alcun rischio data la bassa quota e le possibilità di ritirata.
Particolare curioso: le scalate di questo genere sfociano quasi tutte su altopiani boscosi e prativi, assai lontani quindi dalla tensione drammatica della vetta simbolica. Su questi altopiani tutto finisce come per incanto: cessa l’ansia della salita e non esiste preoccupazione per la discesa in quanto inesistente, è la fine delle linee verticali. Come se si giungesse al termine di una salita mitica che porta a un Eden ritrovato; qui finalmente ci si slega, si godono il sole, l’acqua fresca, il verde, i fiori e gli animali. In perfetta armonia con la Natura orizzontale ritrovata, senza ansia per il dopo, ci si assopisce con la corda sotto il capo e poi scalzi, camminando sull’erba o nel sottobosco, ci si incammina senza meta e senza fretta.

La proposta piace parecchio ai giovani, soprattutto perché la “vita in parete” assume un po’ il significato di disciplina di conoscenza di se stessi, riportando alla ribalta filosofie orientali introspettive oggi assai di moda (yoga, buddismo-Zen). Il distacco infatti è molto più lento e graduale, vissuto più dolcemente. Il dialogo tra sé e sé, seppur raggiungendo dei livelli schizofrenici di separazione della personalità, non è combattuto e represso, anzi è cercato e usato dialetticamente come strumento di conoscenza di se stessi. Vi è però un grande pericolo che si cela nella pratica di questo tipo d’alpinismo: si può correre il rischio di mantenere la stessa ideologia dell’alpinismo tradizionale, trasferendo il simbolo della vetta nella difficoltà del singolo passaggio. La meta da raggiungere e superare non è più la vetta, ma la lunghezza di corda o il passaggio difficile e sempre più difficile, instaurando il concetto di limite delle possibilità umane. La scalata allora diviene come una serie di tante piccole vette da raggiungere, rappresentate da una sequenza di passaggi a sé stanti, dalla base alla cima. Così si genera una competitività con se stessi e un’angoscia di caduta ancora peggiore, sfociando quasi sempre nel tecnicismo più esasperato e nell’arido atletismo. E poi, anche in questo caso, la rinunzia alla “grande montagna” costa sicuramente sacrificio, in quanto questi ambienti di alta montagna creano un eccezionale palcoscenico naturale, in cui l’azione acquista un fascino e un sapore ineguagliabili.

Non vi è dunque possibilità di sintesi? Per ora pare di no. Anzi senza tema di smentita si può asserire che un alpinismo ideale, completo e felice, soddisfacente e privo di rischi e sofferenza, non possa esistere. D’altronde l’alpinismo non è che lo specchio della vita: per ora la morte, per quanto combattuta, è limite invalicabile. Morte equivale a dolore, combattuto da sempre, almeno nella cultura occidentale, dagli uomini, sviluppando civiltà e scienza.
Ma allora che fare? Cercare forse di riconoscersi in uno di questi modelli o non riconoscersi affatto in essi e negare il valore dell’analisi? Un grande drammaturgo disse: «A ciascuno il suo». In questa analisi del fenomeno alpinistico si cercherà di scoprirne cause e moventi seguendone poi l’evoluzione e la cronaca dei fatti fino ai giorni nostri, tenendo sempre presente la chiave interpretativa che si è esposta, sottoposta alla critica e quindi più o meno accettabile.

(continua)

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Pratiche di resistenza

Il brano che segue costituisce il paragrafo 6 del Capitolo 3 di Universitaly, la cultura in scatola, Laterza 2016, l’ultimo saggio di Federico Bertoni.
Il libro è un’analisi dura e spietata, ma costruttiva, dei mali dell’Università italiana. Bertoni parte da una constatazione-domanda: “Perché un luogo di elaborazione e di trasmissione della conoscenza diventa uno straordinario concentrato di stupidità, in cui l’automazione frenetica delle pratiche svuota di significato le azioni quotidiane?”.

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La presentazione di retrocopertina recita: “Mutazioni antropologiche, narrazioni egemoni, logiche del potere e disegni politici più o meno occulti. Drogata da un falso miraggio efficientista, l’università sta svendendo l’idea di cultura e la ragione stessa su cui si fonda, ostaggio passivo e consenziente di indicatori astrusi, procedure formali, parole vuote che non rimandano a nulla e che si possono manipolare in base a interessi variabili – eccellenza, merito, valutazione, qualità, efficienza, internazionalizzazione. Serve una diagnosi lucida per denunciare le imposture e cercare gli ultimi punti di resistenza. Il libro parte da casi concreti e da un’esperienza maturata sul campo. Senza alcun rimpianto nostalgico per la ‘vecchia’ università ma con uno sguardo disincantato, si rivolge a chi ha una percezione vaga del presente, spesso distorta da stereotipi e pregiudizi. Quel che ne emerge è al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale”.

Chi fosse maggiormente interessato può leggere la recensione di Repubblica.it

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/05/29/non-riduciamo-il-sapere-a-un-utile-dimpresa54.html.

Tra i vari capitoli che strutturano il libro, abbiamo scelto di riprodurre qui quello dedicato a “ciò che si può e si deve fare” per non peggiorare la situazione e mirare a un netto cambio di direzione.

Noi di Gognablog, che in genere ci occupiamo di montagna, di outdoor, di ambiente e di libertà, abbiamo ritenuto che questo illuminante paragrafo riferito all’Università si possa facilmente riferire alla nostra intera società e dunque, se si ha orecchio per intendere, anche ai mali che affliggono la frequentazione della montagna e la nostra stessa esperienza alpina.

Lasciamo al lettore attento trovare le numerose analogie e le situazioni in cui ci si può facilmente riconoscere.

Pratiche di resistenza
di Federico Bertoni

Torniamo allora nella cella di Edmond Dantès, luogo particolarmente adatto alle circostanze. La sfida era trovare le crepe, le faglie, i punti in cui la perfetta fortezza congetturale non coincideva con la fortezza vera. Incalzati dalla vecchia domanda, «che fare?», è giunto il momento di provare almeno a immaginare qualche via di fuga. Così bussiamo alle pareti della cella, chiamiamo, parliamo attraverso lo spessore del muro. Ci sono voci, c’è ancora qualcuno là fuori. Altri spazi, intercapedini sghembe, corpi di prigionieri che guardano con occhi curiosi. Poi da qualche parte il cielo, i gridi dei gabbiani, il rumore del mare, il profilo della costa e l’alone ronzante della città, dove la gente vive e muore e non ha la minima idea che qualcuno sia rinchiuso qui dentro.

In realtà non si tratta di fuggire (ossia di «farsi i fatti propri», opzione molto congeniale all’antropologia accademica). Bisogna solo tentare di rendere questo luogo più abitabile. Immaginare spazi diversi, ridisegnare i percorsi, destabilizzare le forze e i vettori che orientano sempre le stesse azioni, gli incontri prevedibili, i vicoli ciechi. Se una forma di resistenza è ancora possibile, va studiata e praticata all’interno della fortezza, non contro e tantomeno fuori. Io amo l’università, sono fiero e felice di farne parte. Se la critico duramente è perché mi tormenta vederla ridotta così, nel quadro di un più ampio degrado politico e culturale in cui lo sfaldamento delle istituzioni educative sembra funzionale a un obiettivo che voglio contrastare in tutti i modi. Reclamerò sempre il diritto di contestare in modo radicale le cose che non condivido, anche attirandomi il biasimo di chi dirà che non faccio «critica costruttiva», anche quando il mio ateneo adotterà provvedimenti disciplinari appellandosi al «Codice etico e di comportamento» approvato qualche tempo fa, in cui si legge un controverso (ma poi neanche troppo: ormai tutto passa in cavalleria) articolo 15:

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L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’Istituzione e di astenersi da comportamenti suscettibili di lederne l’immagine. […] L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di mantenere un comportamento rispettoso delle libertà costituzionali, del prestigio e dell’immagine dell’Istituzione, anche nell’utilizzo dei social media“.

A parte le solite spie linguistiche che ho evidenziato in un’altra occasione, per cui la più antica università del mondo occidentale non pensa di avere una dignità o al limite una reputazione da difendere, ma un’immagine, come se fosse una soubrette costruita dalla società dello spettacolo, mi chiedo se il vero danno per l’istituzione provenga da chi denuncia le politiche sbagliate e non piuttosto dalle politiche stesse. Il mio romanzo è uno specchio, diceva Stendhal: «ora riflette ai vostri occhi l’azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani». Non potete accusare l’uomo che lo porta: «il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada dov’è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani».

L’atteggiamento che vorrei incarnare non è dunque il rifiuto ma la responsabilità; non la figura di chi sputa nel piatto in cui mangia, ma di chi è pronto a segare il ramo su cui sta seduto. Perché non solo amo questa istituzione, ma rivendico la mia complicità organica nell’essere parte del sistema. Non mi chiamo fuori, come credo dimostrino tante cose raccontate in questo libro. Ma proprio da qui, dall’interno, voglio introdurre un differenziale strategico e tentare di oppormi a ciò che sembra ineluttabile, perché se c’è una cosa che ho imparato dai miei studi e dalla mia formazione politica è che nel mondo umano, salvo i bisogni primari, non c’è nulla di “naturale”: tutto ciò che ci circonda – e soprattutto ciò che sta dentro di noi, nelle nostre menti, nei nostri gesti automatici e inavvertiti – è storicamente e socialmente costruito, prodotto di scelte e interessi contingenti, e dunque si può cambiare. Ebbene sì, cara signora Thatcher: «there is alternative».

Alla fine delle Città invisibili, Italo Calvino vira i dialoghi di Marco Polo e Kublai Khan su una tonalità sempre più cupa. L’evocazione delle città perfette, «terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate», lascia il posto all’incubo delle città distopiche e infernali, quell’«inferno dei viventi» che – dice Polo – non si dà in un futuro mitico o congetturale ma è già qui, intorno a noi, è «l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme».

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

E’ dunque con questa minima attrezzatura strategica che si può tentare di reagire. Se una delle astuzie del sistema sta nel manipolare in modo insensibile e capillare le forme della percezione e la pragmatica dei gesti quotidiani, finché il negativo diventa normale e non lo vediamo più, bisogna contrapporre alla microfisica della bêtise una microfisica di piccoli gesti resistenti, tecniche e pratiche che, rispetto alla vita universitaria, si possono distribuire schematicamente in quattro sfere d’azione: politica, amministrazione, ricerca, didattica. Parto dunque dallo spazio generale della politica, per quel poco di agibilità che ormai concede, e con qualche ironia provo a ricalcare un modello collaudato: il decalogo. Ovviamente non sono comandamenti ma consigli, suggerimenti che rivolgo innanzitutto a me stesso, o forse semplici strategie posturali per risollevare un po’ l’orizzonte percettivo di chi vive piegato nello «stato di minorità».

  1. Non aver paura. La piramide del potere che ho descritto si regge su un assunto psicologico fondamentale: la paura. Intimidazione e ricatto, come in altri ambiti sociali, sono abituali strumenti di governo. Spesso purtroppo con ricadute pratiche effettive, tanto più gravose quanto più ci si trova in basso nella scala dei ranghi feudali, resa ancora più solida e gerarchica dalla Legge Gelmini con l’introduzione di figure di ricercatori a tempo determinato. A volte però la minaccia è più gridata che reale, ed è qui che c’è un possibile spazio di interposizione, perché il potere si regge proprio sull’arrogante certezza che chi sta in basso non reagirà, avviluppato nella massima più fasulla di tutti i tempi, quella di don Abbondio: il coraggio uno non se lo può dare.
  2. Prendi la parola. La recente stretta autoritaria ha svuotato sempre più il nesso organico tra linguaggio e politica. Ormai la gente è letteralmente terrorizzata solo all’idea di aprire bocca. Non solo gli spazi del dissenso, ma anche quelli della semplice espressione di sé vengono sistematicamente controllati. E questo quindi uno dei primi nessi da ricucire. La postura emotiva viene dal punto precedente, e le forme sono molteplici: parla, esponi la tua opinione; intervieni quando vedi qualcosa che giudichi sbagliato; se puoi scrivilo in pubblico, anche sui «social media»; alza la mano nelle ultime sedi deliberanti se vedi approvare nel silenzio generale un provvedimento che non condividi, di’ la tua, e se necessario vota contro. Una volta si chiamava democrazia.
  3. Parla con loro. Resistere all’inesorabile svuotamento della politica, all’università e altrove, significa ricostruire il senso di una comunità e di un orizzonte condiviso. C’è solo un modo per combattere quel devastante sentimento di solitudine di cui ho parlato: spezzare la convinzione paranoica di essere gli unici ad avere certe idee, mentre il resto del mondo suona come l’orchestra del Titanic e naviga euforico verso l’abisso. Dunque cercare innanzitutto i propri simili, che saranno molti più del previsto, persone con storie diverse ma che mettono lo stesso impegno nel lavoro, credono in una certa idea di cultura, vivono frustrazioni analoghe, e che magari guardano la realtà presente con gli occhi della vera politica: immaginarla altrimenti. Poi allargare il cerchio comunicativo, mobilitare l’opinione e la forza di reazione, aprire un vero canale di comunicazione con i colleghi della scuola, cercare di uscire anche dai muri dell’accademia per far capire a tutti che il degrado di questa istituzione riguarda tutti, non solo ricercatori e docenti. Sono i motivi primari per cui ho scritto questo libro. C’è ancora moltissimo da fare.
  4. Non farlo. Nella sfera amministrativa il discorso è più delicato. Un docente universitario, Renzi permettendo, è un funzionario pubblico che ha doveri istituzionali ben precisi, anche quelli nei confronti di una macchina amministrativa che può non condividere ma alla quale è legato da una serie di obblighi, peraltro regolati da un apparato giuridico intricato e non sempre univoco. Credo che l’unica possibilità sia una forma di intelligenza strategica e congiunturale: discriminare i compiti fondamentali (primi fra tutti quelli didattici) da quelli posticci e spesso pretestuosi; respingere le ingiunzioni burocratiche che appaiono particolarmente stupide, inutili o dannose; e dunque opporsi, rallentare, al limite non collaborare, anche adottando la divisa scettica e minimalista del Bartleby di Herman Melville: «preferirei di no». Tecnicamente si chiamano «forme di lotta diverse dallo sciopero», tra cui rientra appunto la «non collaborazione». Esempio semplice e attuale, di cui ho ampiamente parlato: la valutazione. Se non condividi un sistema e soprattutto la sua pragmatica, puoi e devi combatterne l’applicazione: così ti rifiuti di selezionare le tue pubblicazioni per l’esercizio nazionale di valutazione (Vqr); non dai la tua disponibilità come revisore; e quando ti accuseranno di danneggiare il tuo dipartimento e tutta l’istituzione, risponderai con la forza delle idee. Al cliché che qualcuno ti cucirà addosso, «nessuno mi può giudicare», obietterai rovesciando uno degli slogan più diffusi e pericolosi, ossia meglio una cattiva valutazione che nessuna valutazione. E tu, testardo, dirai di no: se non c’è una buona valutazione, allora nessuna valutazione.
  5. Non abituarti. Una fondamentale pratica di resistenza può svilupparsi negli interstizi funzionali del sistema, approfittando della natura stessa dei meccanismi governamentali, che in genere non sono coercitivi ma persuasivi: per funzionare hanno cioè bisogno di consenso, magari non unanime ma maggioritario; devono essere assimilati, fatti propri, trasformati in categorie percettive e operative pressoché automatiche. La forma di resistenza sarà dunque «un’opposizione reticolare di disinnescamento, smascheramento e anche boicottaggio di norme e prassi per lo più interiorizzate, ossia in primo luogo un condiviso lavoro su di sé». Se cominciamo a smontare certe procedure, considerandole non ovvie ma strane, addirittura in contrasto con i nostri due fondamentali comandamenti istituzionali, cioè studiare e insegnare, allora forse l’università potrà fare davvero quello per cui viene finanziata (anche se sempre meno e sempre peggio) con denaro pubblico.
  6. Rallenta. Nell’ambito della ricerca, le pratiche di resistenza si possono esercitare contro gli effetti distorsivi imposti dai sistemi di contabilizzazione, smercio e accumulazione indiscriminata dei «prodotti». L’incremento forzato del volume produttivo, il ritmo di lavoro sincopato e frenetico, l’idea di un «rigore metodologico» con cui finalizzare meccanicamente un obiettivo chiaro a un risultato facilmente misurabile, snaturano l’essenza stessa della ricerca e della scoperta scientifica, non solo in campo umanistico ma anche e forse ancor più nell’ambito delle scienze naturali. Con questi criteri, probabilmente, molte grandi scoperte nella storia dell’umanità non sarebbero mai state fatte. La ricerca è fatta anche di spreco, intuizioni casuali, punti morti, false piste e sentieri interrotti, e soprattutto della curiosità con cui ci si mette in viaggio senza intravvedere chiaramente la meta finale. Se non ci ostiniamo a credere in questo, e dunque a pubblicare un po’ meno, impegnarci in lavori di ampio respiro, seguire strade meno battute, infischiarcene di indici e parametri, la catastrofe cognitiva sarà inevitabile. Non ci saranno più scoperte da fare e conoscenze da condividere, ma solo merci da vendere al miglior offerente.
  7. Smaschera. Una forma di resistenza più elaborata consiste nell’architettare espedienti, anche in forma di beffa mediatica, per smascherare la stupidità del sistema che governa il mercato intellettuale della ricerca. Cito solo un caso celebre, quello di Ikc Antkare, uno scienziato inesistente, creato dal nulla attraverso articoli generati da un software automatico e una sapiente manipolazione degli indici di calcolo delle citazioni, divenuto in breve tempo lo studioso più produttivo e influente della sua disciplina. Secondo calcoli attendibili, il suo h-index sarebbe superiore a quello di Einstein.
  8. Gioca al rialzo. Nell’insegnamento, le pratiche di resistenza sono ancora più spicciole e quotidiane. L’azione primaria è disinnescare l’equazione tra l’estensione a una più ampia “massa” di studenti e l’abbassamento della qualità, errore molto frequente e indotto dalla natura stessa della riforma Berlinguer. Si possono fare ottime lezioni, anche “difficili”, in un’aula con centinaia di persone dalla provenienza più svariata. L’esperienza contraddice in pieno il luogo comune: gli studenti non rifiutano i contenuti complessi, ma solo il modo confuso e generico di esporli. Anzi apprezzano il tentativo di portarli un po’ più in alto del previsto, di far capire che esiste qualcosa di meglio cui possono ambire, non solo i migliori ma tutti quanti, anche se non è formulato a chiare lettere negli «obiettivi formativi» dell’insegnamento. A volte ovviamente non funziona, si sbaglia il tiro, loro non rispondono o semplicemente non capiscono; ma il gesto decisivo è giocare al rialzo, dar loro fiducia, e crescere insieme.
  9. Non trattarli come clienti. Si può resistere anche a certi meccanismi aberranti che regolano il funzionamento quotidiano della consumer oriented corporation. Il rispetto per gli studenti non ha nulla a che fare con il precetto secondo cui «il cliente ha sempre ragione». Posso violare una clausola mercantile ma fare qualcosa di buono per la conoscenza, ad esempio contestando nei fatti il concetto stesso di credito in quanto unità di calcolo del tempo, senza temere di ricevere un punteggio negativo alla voce «il carico di studio dell’insegnamento è proporzionato ai crediti assegnati?». Nel mio campo, tra l’altro, questa contabilità ha sostanzialmente causato l’estinzione di interi autori o generi letterari (ormai chi avrebbe il coraggio di fare un corso su Proust?). Così l’anno scorso me ne sono infischiato: per la laurea triennale ho progettato un corso sul romanzo ottocentesco, genere mediamente molto ponderoso, e pur facendo una minima selezione per campioni ho messo insieme un programma di più di tremila pagine di romanzi, cui si aggiungevano i testi critici. Risultato? Gli studenti erano ancora più numerosi dell’anno precedente, hanno seguito con estrema attenzione (perfino le lezioni sui Promessi sposi!) e nessuno si è lamentato della mole.
  10. Insegna il dissenso. Combattere questa università dei numeri e del mercato significa anche strappare l’insegnamento a una logica di mera fornitura di servizi dietro compenso per restituirlo alla sua natura conflittuale, di interazione dialettica con un’alterità. Lo suggeriva anche Bill Readings: abitare le rovine significa ridisegnare la «scena educativa», costruire una «comunità del dissenso» in cui il paradigma pedagogico non sia fondato sulla trasparenza e sulla pura trasmissione delle informazioni ma sul confronto, sulla contraddizione, sul dialogo non conciliante, sull’eterogeneità dei soggetti e dei pensieri, sulla natura stessa degli studenti in quanto soggetti (temporaneamente) resistenti ai ruoli sociali, agli inquadramenti professionali e alla tradizione culturale che li precede. Il nostro primo dovere di insegnanti non è compilare griglie ed eseguire procedure formalizzate ma sviluppare il senso critico, insegnare a decostruire i meccanismi ideologici che ci governano, fornire gli strumenti per mettere in discussione il nostro stesso sapere, facendo capire agli studenti che tutto ciò che succede nei recessi segreti del castello accademico li riguarda da vicino, e riguarderà i loro figli. La posta in gioco è molto alta. Non possiamo fallire.

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Federico Bertoni insegna Teoria della letteratura all’Università di Bologna. È membro della Giuria dei Letterati del Premio Campiello e presidente dell’Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura. Autore di saggi di critica e di teoria letteraria, dedicati in prevalenza alla narrativa europea tra Otto e Novecento, ha pubblicato tra l’altro: Il testo a quattro mani. Per una teoria della lettura (La Nuova Italia 1996 e Ledizioni 2010); Romanzo (La Nuova Italia 1998); La verità sospetta. Gadda e l’invenzione della realtà (Einaudi 2001); Realismo e letteratura. Una storia possibile (Einaudi 2007). Ha inoltre curato l’edizione critica di Teatro e saggi in Tutte le opere di Italo Svevo (edizione diretta da Mario Lavagetto, “I Meridiani” Mondadori 2004).

Per una biografia più completa si rimanda a https://www.unibo.it/sitoweb/federico.bertoni/cv.

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L’equilibrio del gigante

L’equilibrio del gigante

Una montagna che sa poco di alpinismo, quella di chi c’è nato ai piedi, quella che non sa di gradi e spaventa ancora tanto, almeno quanto affascina.
Una montagna che è vita di tutti i giorni, perché la si abita ma, meglio ancora, perché è lei ad abitare noi.
Una montagna giusta e ingiusta, che permette di innamorarsi in una notte di bufera e che fa da trama in un tessuto comune di vita e di amicizie, tutte ugualmente legate al suo severo equilibrio.

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L’equilibrio del gigante, di Luca Frisoni, è grosso modo il racconto di quattro giovani, due uomini e due donne, con il contorno di alcuni personaggi minori ma del tutto essenziali, come il cane Arturo, il gatto Semola, il custode di rifugio Roby, l’ostessa Gina e qualche altro. Perfino l’ansimante utilitaria Geppa.

Anche se raccontato in terza persona, si comprende fin da subito che il protagonista è Sergio, un uomo di cui non si sa l’età e non si conosce il lavoro: un uomo di cui si scoprono solo i sentimenti, giorno per giorno, gioia dopo gioia, dolore dopo dolore, ira dopo ira. Un uomo che tratta le emozioni sue non diversamente da come tratta quelle altrui.

Centrato così sulle emozioni, il viaggio del lettore si svolge solo apparentemente un po’ in paese, un po’ in montagna nei pressi del Monviso, un po’ nella baita della Partia d’Amount, un po’ al rifugio Jervis: tempo e spazio sono così secondi ai sentimenti da essere presenti solo di nome, mentre di fatto scompaiono in un unico racconto che, anche formalmente, li ignora. Sergio, Renato, Lena e Caterina si muovono nel grande teatro del cuore, che qui solo per caso ha la forma della montagna e che di certo non ha coordinate spaziali né temporali. Anche quando sono citati i nomi reali, di luoghi e di persone (per esempio Gian Carlo Grassi).

Volutamente violentata anche la sequenza degli avvenimenti, come se all’autore non interessasse la cesura tra passato e presente: perché “il tempo dicono, ma quel tempo non serve per dimenticare, solo a dilatare l’assenza rendendola insopportabile”. Fino a ritrovarsi a sperare spesso che non ci sia un futuro perché si sente che ciò che si è sofferto o gioito è talmente grande da non far apparire accettabile una qualunque continuazione.

I continui flash di vita emotiva, divertenti o tragici non importa, nascono da una ridda di situazioni, si travestono da dialoghi e da fatti: diventano poesia nel momento in cui il linguaggio della prosa non basta più. In ogni pagina si cela, e dopo un po’ il lettore l’attende come la sorpresa che si sa esserci, almeno un accostamento di parole insolito, un accoppiarsi poetico dei significati letterali, che diventano fuochi d’artificio se trascritti in rapida serie. Dove anche le parole dialettali hanno dignità di poesia a se stante, perché la ripetizione dei gesti solitari o di coppia o di gruppo si nutre della grande capacità di raccontare se stessi fino in fondo, in quella ricerca infinita che può essere alimentata solo da una sensibilità estrema e dalla coscienza delle proprie radici.

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Il trono remoto

Il trono remoto

Oggi ci occupiamo di due grandi pareti, davvero grandi, sconosciute ai più.

Sto parlando della Nord del Pizzo di Prata e del versante sud-occidentale del Sasso Manduino. Sono a poca distanza chilometrica uno dall’altro e sono due imponenti perle di bellezza delle Alpi Centrali. Ma mentre il Pizzo di Prata è praticamente invisibile dal fondovalle, al contrario il Sasso Manduino è estremamente presente nell’iconografia dell’alto Lago di Como e del Lago di Novate-Mezzola. Dunque il disinteresse del quale entrambe le montagne sono state circondate non dipende da presunta scarsa visibilità ma dall’estremo isolamento nel quale si ritrovano, a ore e ore da qualunque base di appoggio.

Il Sasso Manduino dal Piano di Spagna
Sasso Manduino dal Lago di Novate Mezzola

Sono state e sono perciò due montagne che hanno costituito il terreno ideale per un alpinismo esplorativo e nello stesso tempo innovativo, teso più a non lasciare traccia sul terreno che a lasciare traccia nella storia.

Storia che comunque esiste eccome, come ci racconta bene Ivan Guerini, autore de Il trono remoto, un e-book appena uscito.

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L’idea dell’e-book è stata, secondo me, ottima. Peccato che, a questo punto, avrei qualche difficoltà ad andarci… ma, finalmente, eccomi servito!

Infatti, era da almeno trentacinque anni che attendevo che Ivan pubblicasse qualcosa su questo terreno meraviglioso. Quando egli stesso mi ha comunicato questa realtà, dandomi un link per visitare una consistente anteprima del libro, mi sono precipitato ad aprirla, leggerla e subito dopo ad acquistare l’e-book, in modo da poterlo valutare e poterne finalmente godere per intero, come si fa con la terra promessa.
La nostra scelta è stata determinata da altre ragioni, inerenti agli editori che danno le responsabilità ai distributori che alla fine comandano gli autori.
Abbiamo pertanto eliminato tutti i problemi in un baleno, lasciando l’eventuale editore in compagnia del distributore, senza più l’autore
!” mi ha scritto Ivan con il suo solito e pungente sarcasmo. Trentacinque anni alla ricerca di un editore che desse carta bianca portano alla ribellione totale… (oh, come lo capisco!).

Non ho trovato eccessivamente consolatorio che, a seguito della mia lamentazione sull’età avanzata e dunque sulle scarse possibilità che io possa ancora fare il camoscio da quelle parti, Ivan mi rispondesse: “Quanto alla difficoltà di andarci, non credo sia un ostacolo da riferire all’età, dal momento che certe montagne hanno proprio la prerogativa di essere schermate e schermanti, proprio perché catartiche in rapporto all’individuo che le sale, unitamente al fatto che non tutti le debbono necessariamente salire”.

Il versante settentrionale del Pizzo di Prata
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Il Trono remoto è dunque un esperimento editoriale felicemente riuscito, cui auguro tutto il successo che merita, perché tra l’altro brilla in un panorama editoriale che più desolante non si potrebbe immaginare.

Le 195 pagine virtuali di questo libro hanno il dono speciale di regalare emozioni, proprio quel genere di emozioni delle quali la maggior parte delle montagne celebri sono oggi abbastanza stitiche: non per colpa delle montagne, ovviamente. Siamo noi che non siamo più capaci di leggere senza desiderare di acquistare e di avere. Se penso a questo, sono felice di non avere concrete prospettive di visita a quei posti… E invece il lettore è libero di farlo, oppure è libero di liberarsi.

Guerini mi confida: “Devi sapere che sto ultimando il rifacimento e-book del Gioco-Arrampicata in Val di Mello, con parecchi temi inediti allora non pubblicati: ovviamente non lo chiamerò più in quel modo. Pur essendo meno austero del Trono remoto, credo di essere riuscito a rendere bene il luogo e l’atmosfera di allora e mi piace come l’ho quasi realizzato”.

Il libro è acquistabile qui (euro 4,95).

Il Pizzo di Prata da Daloo (sopra a Chiavenna). Foto: R. Moiola
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La Pietra dei Sogni

Trentatré anni dopo la serie di viaggi al Sud che mi permise di scrivere Mezzogiorno di Pietra, sono finalmente riuscito a mettere mano ai ricordi di quegli anni e di quelli successivi, con l’idea di inserirli nello scorrere del tempo.

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PdSDa protagonista con i miei compagni, il nostro gruppo tenne la scena per un certo periodo, poi altri se ne appropriarono con energia, portando avanti la ricerca con uguale dedizione e la stessa possibilità di errori.

Luigi CutiettaPalermo, tavola rotonda di Alp, 4.11.06, Luigi CutiettaCi furono anni di ricerca, di miglioramento sportivo, di discussioni sul come e con quali mezzi, ancora oggi di certo non risolte.

Lorenzo Nadali e Lucia CeronLorenzo Nadali e Lucia Ceron in sosta a m.te Oddeu, Dorgali, giugno 98Intanto ci lasciavano Roby Manfrè, Gabriele Beuchod, Ornella Antonioli, Oskar Brambilla e Lorenzo Castaldi, cui voglio dedicare questa fatica.

Francesco del FrancoUn protagonista di Capri, Francesco del Franco in calata dalla Steger (foto L. Ferranti, 2010)La vastità del territorio, la quantità di lustri e l’iperbolico aumento degli appassionati hanno creato un terreno di gioco tra mare e montagna per un grande numero di giocatori, giovani e meno giovani, seguire le partite dei quali è stato laborioso quanto entusiasmante.

Oskar Brambilla ed Elena Gogna, 19971997.05 Cala Fuili OskarBrambilla ed Elena , A. GognaNell’illusione, talvolta così forte da essere quasi reale, che l’occuparmi delle avventure altrui e lo scavare nei piccoli misteri fosse l’unico modo valido per non poltrire nei ricordi personali. Prendendomi la libertà di dare il giusto peso a imprese ben note e di bandiera, riequilibrandolo con quello delle dimenticate o quasi ignote, senza inchinarsi ad alcuna moda.

Un’illusione che porta a credere, maliziosa tentazione, che anche per noi “anziani” il sogno non sia ancora finito: e che la Pietra dei Sogni sia come quella filosofale.

Lorenzo Castaldi sulla sesta e ultima lunghezza di Eco sospeso (1a ascensione) alla Torre Attesu (Bruncu Nieddu, Lanaitto)L. Castaldi sulla 6a e ultima L di Eco Sospeso (1a asc), via di salita all'inviolataTorre Attesu di Fruncu Nieddu (Lanaitto). 31.03.2002