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Quintino Sella e la battaglia del Cervino (parte 2)

Quintino Sella e la battaglia del Cervino (parte 2)
Le lettere ritrovate con il retroscena politico e con la regia dello statista alpinista
di Pietro Crivellaro e Lodovico Sella

Il testo di questo saggio è corredato dai Documenti. Rimandiamo perciò al testo integrale: i Documenti sono da pag. 40 in poi.
Il testo integrale è stato pubblicato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche nell’ambito degli Scritti (Gli Archivi e la Montagna) in onore di Paolo De Gasperis, a cura di Francesco M. Cardarelli e Maurizio Gentilini (Documentalia 7).

 

I “congiurati” del Club Alpino
Tornando agli inizi della vicenda, grazie a lettere ora riscoperte, nel “complotto patriottico” delineato dal canonico Carrel e tramandato da Guido Rey entrano in scena e si rivelano meglio i connotati dei “congiurati” più attivi, esponenti di spicco del CAI, reclutati da Sella nell’ambiente del parlamento e dei ministeri.

Giuseppe Torelli
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Il deputato e giornalista novarese Giuseppe Torelli è lo spiritoso ambasciatore che, salito al Breuil per “cinque giorni di cura” sui ghiacciai del Monte Rosa nell’ultima decade del luglio 1864, induce l’ex bersagliere Carrel decorato a Solferino a recarsi a Biella per incontrare Sella che lo ingaggia per l’onore della nuova Italia. Torelli svela che del progetto della prima ascensione del Cervino è al corrente anche il deputato napoletano Giovanni Barracco, il primo alpinista italiano ad avere salito il Monte Bianco e il Monte Rosa. E il barone Barracco, che ha partecipato alla vittoriosa spedizione sul Monviso capitanata da Sella, conferma il piano in una lettera in cui commenta il tragico successo di Whymper (9).

L’ingegnere grignaschese Costantino Perazzi, che sarà sempre tra i più stretti collaboratori di Quintino Sella al ministero delle Finanze e ne seguirà le orme dopo la sua morte diventando ministro dei Lavori Pubblici, è figura ricorrente negli scambi di lettere tra Sella e Giordano, anche lui vivamente interessato all’alpinismo: come si sa, il nome di Perazzi è rimasto a due creste, del Castore e del Lyskamm. Sullo sfondo si intravede anche il professor Bartolomeo Gastaldi, il segretario della Scuola d’applicazione per gli ingegneri fondata da Sella al Castello del Valentino, dove si sono riuniti i “congiurati” e dove non a caso è poi nato il CAI. Gastaldi, il destinatario della famosa lettera del Monviso e docente subentrato a Sella nella cattedra di Mineralogia, nell’autunno 1864 accetta di assumere la presidenza del neonato Club nel momento di sbandamento seguito alla morte improvvisa del giovane presidente, barone Ferdinando Perrone di San Martino e al trasferimento della capitale da Torino a Firenze annunciato dalla Convenzione di settembre, che a Torino scatenò tumulti soffocati nel sangue. Le circostanze della morte prematura del primo presidente sono ora svelate da una lettera a Sella, non priva di intrecci alpinistici, del fratello minore Arturo che l’anno seguente tenterà di rimpiazzare Giordano sul “fronte” del Cervino, venendo però respinto dal maltempo.

Costantino Perazzi
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Assunta la presidenza del CAI, Bartolomeo Gastaldi si dedica prontamente a fondare il “Bollettino”, periodico ufficiale del Club Alpino che spegne le velleità del letterato napoletano Giorgio Tomaso Cimino, che ha dato una mano a Sella a reclutare soci e per primo ha fondato il periodico “Giornale delle Alpi, Appennini e vulcani” che avrà vita breve. La lettera a Sella in cui Giordano detta le condizioni per concedere alla rivista di Cimino il resoconto della sua salita al Monte Bianco, la prima di un italiano condotto dalle guide di Courmayeur per la nuova via “dei tre monti” (Tacul, Maudit e Bianco vero e proprio), svela la scarsa considerazione della cerchia dei torinesi per il primo periodico alpino fondato dal giornalista napoletano.

 

Bartolomeo Gastaldi
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Un impedimento inedito
Ma dall’archivio di Quintino Sella sono emerse novità che rivelano come la partita in realtà sia stata persa già nell’estate del 1864, quando Carrel era pronto a condurre in vetta lo statista biellese, ma questi non riuscì a muoversi da casa.

Il documento capitale è la lettera del 7 agosto in cui la guida annuncia al suo cliente di aver compiuto ricognizioni in quota, che «la montagna non potrebbe trovarsi in condizioni migliori», che è meglio affrettarsi per avere speranza di successo e Whymper è già tornato a casa (10).

Sappiamo che il deputato biellese quell’agosto fu assorbito dalla preparazione della carta geologica del Biellese, in vista del convegno dei naturalisti italiani organizzato con l’abate milanese Antonio Stoppani, il futuro autore de Il Bel Paese. Il convegno si terrà ai primi di settembre a Biella, presieduto da Sella. Oltre a queste occupazioni, stava per scoppiare la bomba della Convenzione di settembre, l’accordo italo-francese per lo spostamento della capitale da Torino a Firenze che avrebbe fatto cadere il governo Minghetti e riportato Sella al ministero delle Finanze.

Dalle carte d’archivio salta fuori un impedimento di tutt’altra natura. Il 10 agosto, tre giorni dopo il sollecito di Carrel, Felice Giordano, che ha appena scalato il Monte Bianco e si appresta a spostarsi in zona Cervino, gli scrive da Courmayeur: «Caro Quintino. Non ebbi più notizie del tuo furuncolo e se sei o no in stato di camminare» (11). Forse l’impegno per la carta geologica poteva essere delegato per qualche giorno ai fidi colleghi geologi Gastaldi e Berruti, ma con un foruncolo che impedisce di camminare, il Cervino deve attendere. Fino all’estate seguente e alla sconfitta annunciata dalla miope venalità di Carrel.

Giovanni Barracco
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La spiacevole constatazione, abitualmente ignorata o elusa dai connazionali per il prevalere delle esigenze patriottiche e celebrative, era stata come sappiamo già additata dal canonico Georges Carrel, grande intenditore della materia e testimone degno di fede. Conferma la responsabilità di Carrel anche il figlio di Quintino Sella, Alfonso, che aggiunge nuove circostanze nel necrologio dedicato alla guida Jean-Joseph Maquignaz pubblicato sul fascicolo del “Bollettino” del CAI all’inizio del 1891. Lo stesso fascicolo (n. 57, vol. XXIV) ospita anche i necrologi di Jean-Antoine Carrel e di Antonio Castagneri, illustri vittime della montagna dell’estate appena trascorsa. Riassumendo la fase decisiva della conquista del Cervino, Alfonso Sella scrive: “Verso il 1865 i migliori alpinisti inglesi, incoraggiati dai loro brillanti successi sopra altre vette, lottavano a gara per la conquista del monte creduto fino allora del tutto inaccessibile. Quintino Sella e Felice Giordano concepirono il grandioso progetto di strappare allo straniero la vittoria e la lotta acquistò quasi il carattere di un’impresa nazionale. Essendo il primo trattenuto alla capitale da gravi cure di stato, solo Giordano poté recarsi sul luogo, dove organizzò tosto una comitiva di guide, affidandone la direzione suprema a Giovanni Antonio Carrel. Questi si era aggregato il Maquignaz per servirsi della sua opera ove occorresse piantare chiodi o fissare corde alla roccia. E Giuseppe doveva salire ogni volta con un carico di attrezzi del peso di ben 25 chilogrammi!”.

Alfonso Sella
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Facile immaginare che la testimonianza sia frutto di una confidenza della guida Maquignaz che era stato ingaggiato da Quintino Sella nell’estate 1877 per la sua ascensione al Cervino con i figli, e soprattutto avrebbe condotto al successo i giovani Sella sul Dente del Gigante nel 1882.

“Un giorno, sotto la Grande Torre Giuseppe dichiarò di voler abbandonare il suo sacco per salire più liberamente, visto che si indugiava e che dei suoi ferri non si faceva uso. Ne nacque una discussione vivissima tra lui e il capo, tanto più che Maquignaz, Cesare Carrel e Carlo Gorret volevano salire a ogni costo… Non è il caso di continuare qui la narrazione precisa di quanto avvenne; dinanzi a una morte recente e gloriosissima dopo una vita passata a riscattare nobilmente un istante meno lodevole, è obbligo sacrosanto il tacere!”.

La pietosa reticenza del parce sepulto ci impedisce di conoscere maggiori dettagli sulla confidenza di Maquignaz, il quale nel settembre 1867 si era emancipato dalla sudditanza a Carrel risolvendo brillantemente il problema della via diretta alla vetta italiana del Cervino nel tratto finale. Malgrado ciò il significato è chiaro e il giudizio sulla responsabilità di Carrel per la sconfitta tra gli intenditori è assodato.

 

L’onore nazionale
Per tirare le somme dell’intera vicenda del Cervino resterebbe la più ampia questione dell’onore nazionale evocata anche da Alfonso Sella. Abbiamo l’opportunità di scoprire come davvero la pensasse Quintino Sella in merito alle relazioni alpinistiche italo-inglesi grazie a una lettera di qualche anno più tardi.

Antonio Stoppani
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Nel sorprendente documento il fondatore del CAI abbandona per un attimo il consueto tono cordiale e diplomatico e reagisce polemicamente per rivendicare l’autonomia dell’alpinismo italiano nei confronti degli Inglesi. Siamo all’indomani del settimo congresso del Club Alpino Italiano, svoltosi a Torino il 10 agosto 1874. È stato un appuntamento importante che ha coronato idealmente il decennale. Qui lo statista biellese che gode in quegli anni del massimo prestigio politico, pur avendo lasciato il ministero delle Finanze nel giugno 1873, è stato chiamato a presiedere l’assemblea dei rappresentanti delle sezioni del Club, che sono ormai venti, sparse da Aosta fin giù all’Aquila, Roma e Napoli, per un totale di 2100 soci. In veste di presidente del convegno Sella ha pronunciato ben tre discorsi, che ci sono rimasti, nei quali ha tracciato un bilancio più che lusinghiero dei progressi del Club «durante l’undicennio decorso dalla sua fondazione» concludendo che «in fatto di alpinismo l’Italia non fa oggi cattiva figura se paragonata ad altre nazioni … siamo dunque il 4° Club d’Europa per ordine di antichità, ed il secondo per numero di soci. Correremmo il rischio di essere il primo se il Club tedesco-austriaco fosse diviso fra la Germania e l’Austria »… L’ex ministro delle Finanze ha commentato, non senza autoironia: «Possiamo essere soddisfatti. Confesso che non mi occorse mai di esporre numeri con la contentezza che oggi provo. Ma non addormentiamoci sugli allori… » (12). Se si riesaminano i tre discorsi pronunciati da Sella al convegno si noterà che sviluppano e insistono sui valori morali, educativi e scientifici dell’attività alpina. Dalle trascrizioni integrali non emerge alcun accento inopportuno sull’orgoglio nazionale che potesse urtare quello degli stranieri, anche perché al convegno di Torino erano presenti in veste di ospiti invitati «rappresentanti dei club alpini esteri».

Vittorio Sella
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La festa viene guastata dai resoconti dei giornali che evidenziano un intervento dell’abate Antonio Stoppani smaccatamente elogiativo verso l’inglese Richard Henry Budden per il suo operato a favore del CAI. Tornato nella quiete di Biella, Quintino Sella, punto sul vivo dai resoconti dei giornali, reagisce con una lettera in crescendo polemico al vicepresidente del CAI, il suo giovane collega geologo Giorgio Spezia (13). Una lettera vivace, che merita di essere riletta quasi per intero perché fa affiorare in modo esplicito la tacita competizione con l’Alpine Club e gli Inglesi e dichiara le motivazioni della riscossa alpinistica italiana guidata da Quintino Sella:

Biella, 12.8.74 (14)
Pregiatissimo collega in excelsis.
Stoppani nel suo bellissimo ed opportuno brindisi al Budden disse che il Budden fece l’apostolato del Club Alpino in Italia, mentre nessuno in Italia pensava all’alpinismo. Io lasciai correre la frase senza osservazioni: mi parve un’innocua esagerazione di cortesia verso un uomo così benemerito, così amato da tutti. Il Budden non rifletté certamente alla portata della frase.
Ma ho veduto che tutti i giornali di Torino si sono affrettati a riprodurre proprio quella frase lì.

Richard Henry Budden
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Tutto ciò può introdurre l’opinione che se il Club Alpino in Italia si è fondato lo si deve all’apostolato del Budden. Se anche ciò si vuol credere non me ne cale molto per la mia persona, ed avrei ben volentieri alzato le spalle su questa come su tante altre false credenze.
Ma qui è in scena un po’ l’onore e molto l’interesse del Club Alpino. L’onore, o se si vuole un po’ di vanagloria nazionale, giacché se abbiamo fatto il Club ad imitazione degli stranieri, non abbiam aspettato che gli stranieri venissero personalmente a stimolarci.
Io conobbi il Budden soltanto dal 1865 o nel 1866 a Firenze o forse anche più tardi. Nel primo elenco dei 200 soci del 1863 che ho sott’occhio il Budden non c’è. Come non è il suo nome nell’elenco dei 40 che offrirono doni per il primo impianto. Il Club era arcifondato quando il Budden cominciò ad occuparsene.
Dei soci fondatori il S. Robert conosceva il Mathews e il Tuckett. Io non li conobbi mai, ma non credo che neppure al S. Robert siano stati stranieri quelli che andarono a suggerirgli la efficacissima cooperazione che diede al Club nell’iniziarlo.
Insomma gli stranieri nella fondazione del Club non ci sono proprio entrati in nulla. … L’interesse del Club può aver danno dall’accreditarsi della voce che l’apostolato straniero abbia creato l’alpinismo in Italia. Non dimentichiamo che il vincolo più forte per legare le varie sezioni del Club è la gratitudine verso Torino come culla e autore del Club. Se invece la gratitudine devesi all’apostolato straniero questo vincolo vien meno. Ed Ella capisce tutto il pericolo dello spezzamento di questo vincolo.
Ora non pare a Lei ed ai colleghi alpini della direzione che sia necessario far conoscere il vero? Il miglior modo sarebbe che il Budden stesso scrivesse una lettera a qualcuno dei giornali di Torino, nella quale dicesse che egli non fece apostolato che per la diffusione del Club, ma dopo che era già stato creato per iniziativa esclusivamente italiana.
Questa lettera converrebbe poi vedere di farla stampare anche negli altri giornali e poscia nel Bollettino e nell’Alpinista. Forse sarà utile ristampare l’elenco dei primi oblatori, che qui unisco con preghiera di restituzione caso mai Ella nol trovasse facilmente.
Corpo di un cane! Han fatto troppo gli stranieri perché si attribuisca loro anche ciò che non hanno fatto.
Sono certo che lo Stoppani in piena buona fede disse la sua frase immaginandosi che dal 1853 al 1863 io facessi dell’alpinismo perché avevo il Budden ai reni, e così fosse di tanti altri che all’enunciato del Club Alpino presero fuoco e che già avevano fatto ascensioni.
Suo devotissimo Q. Sella
”.

Giorgio Spezia
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Il fondatore del CAI è dunque perfettamente consapevole del primato e della superiorità dell’Alpine Club. Nel suo bilancio sulla consistenza dei vari Club alpini nazionali, dichiara non senza fierezza che gli alpinisti italiani dopo il primo decennio di vita ammontano a 2300, «compresi in essi i Trentini» precisa Quintino Sella reclutando idealmente anche i soci della neonata Società Alpinisti Tridentini, che resterà soggetta all’Austria fino alla fine della Prima guerra mondiale. Nella sua enumerazione curiosamente gli Inglesi finiscono in coda perché i soci dell’Alpine Club non sono più di 300, ma egli si affretta a precisare che sono «pochi ma valenti». Infatti se guardiamo al volume dell’attività alpinistica questi numeri non rispecchiano le reali forze in campo, visto che la messe di successi ottenuti dai sudditi della regina Vittoria ancora in quel 1874 rimane schiacciante. I Club alpini del continente, quello italiano, lo svizzero, l’austriaco da oltre un decennio, e ora anche il neonato Club Alpin Français (fondato solo nel 1874), benché più forti sulla carta, cercano di emulare e fare concorrenza all’iniziativa dei maestri inglesi, ma in montagna restano inseguitori e subalterni.

Riguardo alla gara per il Cervino si può osservare tra i due contendenti una vistosa asimmetria, perché dietro al campione Carrel è schierato il Club Alpino, organizzato con notevole potenziale di uomini e mezzi, mentre dietro al caparbio Whymper ci sarebbe solo la sua personale determinazione a non farsi precedere.

Io penso invece che si tratti di un’asimmetria apparente perché i successi dei soci dell’Alpine Club in ogni zona delle Alpi dimostrano che i britannici sono i più intraprendenti e agguerriti sul campo, animati da un agonismo che non teme confronti. Semplicemente agiscono e si battono con una tattica più spontanea, più sistematica e più efficace. Se possono sembrare “cani sciolti” in realtà fanno parte di un gruppo molto selettivo ed elitario, nel quale si entra solo per meriti e cooptazione, sulla base di una cospicua attività, mentre per entrare in tutti gli altri Club alpini basta versare una quota. Proprio nel libro del Cervino compare una delle incisioni più famose ed emblematiche dello stesso Whymper, l’assembramento dei membri più in vista dell’Alpine Club ritratti nel 1864 sulla piazzetta di Zermatt che il disegnatore-alpinista ha intitolata spiritosamente “sala riunioni”. La scena rappresenta idealmente il quartier generale dei colonizzatori delle Alpi pronti all’azione sul “terreno di gioco” per contendersi sempre nuove conquiste. Se per uno dei leader più anticipatori come Leslie Stephen, le Alpi sono già il “playground”, il “campo giochi” per gli Inglesi che praticano un nuovo sport, «come il cricket o il canottaggio» preciserà Stephen (15), si può credere che anche la corsa alla vetta del Cervino sia propriamente una gara, piuttosto che una battaglia.

Vittorio Emanuele II
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Il carteggio che segue dimostra invece con evidenza che la conquista di quella vetta contesissima e inespugnabile secondo l’élite politica che fa capo a Quintino Sella ha un notevole valore simbolico per l’onore dell’Italia. L’obiettivo è conquistarla con una cordata italiana per farvi sventolare la bandiera tricolore.

I fatti poi hanno dimostrato che, se l’alpinismo è uno sport, certo non è innocuo «come il cricket o il conottaggio». Perché le quattro vittime della cordata capitanata da Whymper stanno lì a provare che la vittoria inglese è stata pagata a caro prezzo, come in una sanguinosa battaglia vera. Lo conferma una consolidata tradizione che attribuisce alla regina Vittoria, contrariata dal dramma del Cervino, l’intenzione di far regolamentare o anche proibire l’alpinismo. In realtà i documenti provano solo che la sovrana annotò sul suo diario personale che «quattro poveri inglesi [in realtà tre, perché la guida Croz era francese], tra cui un fratello di Lord Queensberry [Lord Francis Douglas] hanno perso la vita in Svizzera affrontando in discesa un passaggio molto pericoloso sul Cervino e precipitando nell’abisso» (16).

La storia dell’alpinismo soprattutto tra le due guerre mondiali e nelle spedizioni nazionali agli ottomila dell’Himalaya ha dimostrato che le conquiste alpinistiche hanno spesso avuto forti moventi e risvolti politici e nazionalisti. Mentre la storia novecentesca dello sport ha svelato l’enorme seguito per l’opinione pubblica di ogni nazione che hanno i campioni e le squadre dei propri colori nei grandi eventi sportivi internazionali. In ogni caso l’iniziativa di Quintino Sella per il Cervino, per quanto non coronata dal pieno successo desiderato, appare quantomeno uno dei primi, più rilevanti esempi di uso politico dell’alpinismo.

Note
(9) Grazie a Guido Rey che cita nella sua opera sul Cervino il libro dei viaggiatori dell’Hotel du Mont Rose di Valtournenche riscopriamo un dettaglio prezioso su Barracco “calabrese” che vi registrò il suo nome nell’estate 1861, precisando che «fece allora la salita del Breithorn con la guida Augustin Pelissier» (G. Rey, Il Monte Cervino, cit., p. 69). Il dettaglio permette di precisare il sodalizio alpinistico tra Barracco e Sella che li legò nella vittoriosa ascensione del Monviso dell’agosto 1863 e che viene qui arricchito sia da questa segnalazione di Torelli, sia dai commenti inediti sul Cervino nella lettera di Barracco a Sella dell’11 agosto 1865 riportata più avanti. Anche Sella era fiero d’aver salito fin dal 1854 la magnifica cima glaciale del Breithorn (4165 m) proprio di fronte al Cervino, evitando con prontezza ed energia un grave incidente alla sua cordata. In proposito, si veda Q. Sella, Una salita al Monviso: lettera a Bartolomeo Gastaldi, segretario della Scuola per gli ingegnieri, a cura di P. Crivellaro, Verbania, Tararà, 1998. In particolare, oltre al cenno di Sella all’episodio del Breithorn, pp. 33-34, vedi nota 9 sul profilo di Barracco, pp. 55-56 e nota 27 sulle sue ascensioni al Monte Rosa e al Breithorn.

(10) Lettera n. 10.

(11) Lettera n. 11.

(12) Discorsi parlamentari di Quintino Sella, vol. I, Roma, Camera dei Deputati, 1887, pp. 597- 601.

(13) Giorgio Spezia (Piedimulera 1842-Torino 1911), garibaldino, che nel 1860 combatté in Sicilia e al Volturno, si laureò nel 1867 in ingegneria alla R. Scuola d’Applicazione, dal 1871 al 1874 si specializzò in Mineralogia a Gottinga e a Berlino e al suo rientro a Torino fu prima assistente di Bartolomeo Gastaldi nella cattedra di Mineralogia e geologia della quale divenne professore ordinario nel 1878. Nel 1874 era vicepresidente del CAI, nel 1875 ne fu presidente. Al suo nome è legata la prima via italiana alla Cima di Jazzi nel gruppo del Rosa, salita nel 1874.

(14) In G. Bustico, Un apostolo dell’alpinismo, Giorgio Spezia, estratto del “Bollettino Storico per la Provincia di Novara”, X, fascicolo unico, Novara, G. Cantone, 1916, pp. 10-12. La lettera è stata ristampata con varie correzioni nei nomi e note in Epistolario di Quintino Sella, vol. IV, 1872- 1874, a cura di G. e M. Quazza, Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1995, pp. 660-663.

(15) L. Stephen, The Playground of Europe, London, Longman, 1871 (trad. it. Il terreno di gioco dell’Europa. Scalate di un alpinista vittoriano, Torino, CDA & Vivalda, 1999).

(16) Une note inédite de la Reine Victoria, in C. Gos, Le Cervin, tome II. Faces et grandes arêtes. Neuchatel-Paris Victor Attinger, 1948, pp. 161-164.

Pietro Crivellaro

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Quintino Sella e la battaglia del Cervino (parte 1)

Quintino Sella e la battaglia del Cervino (parte 1)
Le lettere ritrovate con il retroscena politico e con la regia dello statista alpinista
di Pietro Crivellaro e Lodovico Sella (per gentile concessione)

Il testo di questo saggio è corredato dai Documenti. Rimandiamo perciò al testo integrale: i Documenti sono da pag. 40 in poi.
Il testo integrale è stato pubblicato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche nell’ambito degli Scritti (Gli Archivi e la Montagna) in onore di Paolo De Gasperis, a cura di Francesco M. Cardarelli e Maurizio Gentilini (Documentalia 7).

Pietro Crivellaro è storico dell’alpinismo e Direttore artistico del Teatro Stabile di Torino. Lodovico Sella è Presidente della Fondazione Sella di Biella.

Pietro Crivellaro
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Una questione nazionale
Nella storia illustre e romanzesca della conquista del Cervino c’è ancora qualcosa che non quadra. Dopo tanti libri che raccontano l’emozionante vicenda, ad analizzare l’episodio più emblematico dell’alpinismo classico, riaffiorano snodi e retroscena poco chiari, travolti dalla raffica di colpi di scena che nel luglio 1865 liquidarono la partita aperta da un quinquennio pieno di tentativi falliti. Nel giro di una decina di giorni si susseguono “il tradimento” di Edward Whymper da parte di Jean-Antoine Carrel, ex bersagliere e guida del Breuil, ritenuto l’unico capace di raggiungere la vetta; il vittorioso blitz lungo la cresta svizzera del testardo inglese guidato da Michel Croz di Chamonix intercettato a Zermatt; ma il trionfo subito si trasforma in tragedia perché in discesa quattro compagni della cordata di Whymper, compreso il grande Croz, vanno a sfracellarsi nell’abisso della parete nord; infine l’immediata replica di Carrel che, per non perdere la faccia, si decide a ritentare con tre compagni e questa volta riesce a espugnare la cresta del Breuil raggiungendo a sua volta la vetta.

Perché Carrel conduce anni di tentativi, non solo con Whymper, lungo la “sua” cresta italiana, per poi farsi prendere in contropiede dalla cresta svizzera che si rivela ben più facile? Perché già un tentativo di John Tyndall del luglio 1862 condotto, si badi, dalla forte guida forestiera Johann-Joseph Bennen, con Carrel del tutto demotivato nel ruolo di portatore, riesce a spingersi fino all’ultimo baluardo a meno di 250 metri dalla vetta, bloccandosi alla spaccatura dell’“ enjambée”, ma poi per tre anni il nostro eroe non avanza di un metro, fino al brusco epilogo del 1865? Possibile che egli non potesse risolvere il problema prima di essere costretto dall’umiliante sconfitta inflittagli da Whymper? Ora, a distanza di un secolo e mezzo dai fatti, sulla base di documenti solo in parte nuovi, possiamo riscoprire che questi interrogativi polarizzati sullo strano comportamento di Carrel riguardano solo l’aspetto più immediato ed esteriore della vicenda, che non si riduce a una gara tra la guida del Breuil e l’inglese Whymper, come tendono a semplificare le divulgazioni più correnti. Possiamo in sostanza renderci conto che la partita è ben più ampia di un duello tra la guida valdostana e il suo cliente inglese, perché alle spalle della guida riemerge la committenza “nazionale” del Club Alpino nascente, deciso a contrastare i conquistatori inglesi dell’Alpine Club sul campo delle “nostre Alpi”. Infatti dietro l’ambizione scientifica e sportiva ante litteram del Club Alpino di Torino si consolida il movente politico che fa capo a Quintino Sella di non lasciare agli stranieri la vetta più bella e ambita delle Alpi, caposaldo emblematico dell’alpinismo dei pionieri. Cosicché dietro la facciata del duello tra Whymper e Carrel si delinea una battaglia, non priva di vittime, per il prestigio della nuova Italia appena nata dal Risorgimento. Dobbiamo in definitiva reinterpretare l’episodio cruciale del Cervino, fino a oggi incorniciato a fondamento della piccola storia degli alpinisti, perché grazie al costante coinvolgimento di Quintino Sella e della sua cerchia di amici e collaboratori si rivela come una questione nazionale, un episodio che appartiene in realtà alla storia d’Italia, al capitolo “fare gli Italiani”.

In seguito a ciò ci apparirà anche come un evento, probabilmente il primo, che anticipa l’immenso ruolo politico che lo sport assumerà per l’identità delle nazioni solo da fine Ottocento.

Lodovico Sella
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Il nipotino Guido Rey
Per mettere a fuoco meglio il caso Cervino bisogna anzitutto prendere un po’ le distanze dall’affascinante ma univoca versione di Whymper narrata nel suo primo libro, forse il più classico dell’alpinismo di tutti i tempi, inizialmente (1871) pubblicato con il titolo generico Scrambles amongst the Alps in the Years 1861-1869, ben presto riproposto con quello più efficace per quanto parziale di The Ascent of the Matterhorn. In Italia quel testo è arrivato solo nel 1933 (1), ma in seguito è stato più volte ristampato e riedito fino alla recente nuova traduzione nei “Licheni” di Vivalda, ora rilevati da Priuli & Verlucca.

Per avere un quadro più completo di tutta la vicenda bisognerebbe intanto riscoprire le fonti nostrane, a cominciare dal magnifico libro di Guido Rey Il Monte Cervino, pubblicato nel 1904 da Hoepli, che nel centenario ne ha fatto un’elegante ristampa. Il bel volume di Rey, a suo tempo tradotto in varie lingue, resta la fonte più completa perché ricostruisce più equamente la storia suonando anche l’altra campana e spiegando in dettaglio i sorprendenti retroscena sul fronte italiano che Whymper liquidò come uno strano voltafaccia da parte di Carrel.

Guido Rey
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Rey, che tra Otto e Novecento fu l’ideologo carismatico del Club Alpino Italiano fino al fascismo inoltrato, conosceva il Cervino da alpinista meglio di chiunque altro. Ma in più, riguardo alle fonti per la storia, aveva potuto consultare l’archivio di Quintino Sella, l’artefice del CAI fondato come si sa a Torino 150 anni fa. Lo statista biellese infatti era suo zio acquisito, marito di Clotilde Rey, sorella del padre Giacomo, che fu a lungo tesoriere del Club Alpino delle origini. Da ragazzo il torinese Guido veniva spedito in vacanza a Biella dove poteva esplorare con i cugini le rocce del torrente Cervo, adiacente al lanificio Sella e partecipare alle gite sui monti biellesi, spingendosi poi a Gressoney, ai ghiacciai e agli alti colli del Monte Rosa fino ai piedi del Cervino.

L’istruttore che capitanava la scuola famigliare di alpinismo era naturalmente lo zio Quintino (2).

Il quale non era stato soltanto il protagonista della “riconquista” italiana del Monviso e il promotore della fondazione del Club Alpino nel 1863. L’ingegnere, geologo e scienziato prestato alla politica fu sempre anche alpinista, più attivo e aggiornato di quanto comunemente si creda, e va considerato – come si vedrà – il maggior intenditore e il più deciso promotore della conquista italiana del Cervino. Anzi, il regista costretto dalla priorità dei suoi molteplici impegni politici e scientifici ad agire nelle retrovie, rimanendo celato dietro le quinte.

Dopo quella più famosa “Io credetti e credo la lotta coll’Alpe, utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede“, ecco un’altra massima di Guido Rey
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(1) E. Whymper, Scalate nelle Alpi, trad. di A. Balliano, Torino, Montes, 1933. La traduzione venne riveduta da Balliano per la nuova edizione integrale stampata a Torino nel 1946, con ill. dell’autore. Alla fine del 1947 Montes fu rilevata da Viglongo che sarà l’editore del libro di Whymper per vari decenni. Considerato che la traduzione francese del libro di Whymper fu pressoché immediata e la traduzione tedesca uscì nel 1909, ancora vivente l’autore, va rilevato il vistoso ritardo dell’approdo in Italia. Quasi una prolungata rimozione.

(2) La formazione alpinistica alla scuola dello zio Quintino viene rievocata da Guido Rey (1861- 1935) nel racconto Primi passi, pubblicato nella raccolta di G. Saragat (Toga Rasa) e G. Rey, Famiglia alpinistica. Tipi e paesaggi, Torino, S. Lattes e C., 1904 (nuova edizione a cura di G. Marci, Cagliari, Centro di Studi Filologici Sardi-CUEC Editrice, 2005). L’avvocato sardo Giovanni Saragat (1855-1938), padre del futuro presidente della Repubblica Giuseppe, operò a Torino unendo alla professione forense un’intensa attività di giornalista e scrittore di vena umoristica, firmandosi con lo pseudonimo “Toga Rasa”. Il tema della formazione sulle orme dello zio Quintino è ripreso da Guido Rey nelle pagine autobiografiche del libro Il Monte Cervino, Milano, Ulrico Hoepli, 1904, pp. 161 sgg. (capitolo quarto, La prima volta che vidi il Cervino).

La congiura patriottica
Guido Rey è dunque lo storico più documentato in grado di svelare i retroscena della “congiura patriottica” organizzata fin dall’estate 1863 dallo zio con gli amici fondatori del Club Alpino per non lasciarsi soffiare anche il Cervino dagli Inglesi che già avevano salito per primi il Monviso, “la vetta piemontese per eccellenza”. In verità se Quintino Sella fu il promotore più autorevole di una conquista italiana del Cervino dopo la fondazione del CAI (23 ottobre 1863), è ben noto che localmente, in Valle d’Aosta e in Valtournenche, quel progetto era già stato ideato e sostenuto dal canonico Jean-Georges Carrel, “l’ami des anglais” che da appassionato e lungimirante naturalista sognava un futuro turistico per la Valle d’Aosta e la sua valle del Breuil (che lui autoctono chiama Breil). Rey attinge il nucleo della “congiura patriottica” da un resoconto di Carrel che la fa risalire alla fondazione del Club Alpino a Torino. Per quanto privo di fonti dirette sugli argomenti trattati al Castello del Valentino di Torino, il canonico Carrel scrive: “Mi sia permesso di credere che qui venne tramata una vendetta nazionale. Essendo loro sfuggito il Monviso, posto quasi alle porte di Torino, bisognava prendere d’assalto il Monte Cervino e raggiungerne il punto culminante a ogni costo”.

Il canonico valdostano, che scrive alla fine del 1867, sa bene chi sono i protagonisti della progettata conquista: “I signori commendatori Quintino Sella e Felice Giordano, è mia convinzione, si sono incaricati dell’esecuzione di questa gloriosa e nazionale impresa, e hanno compiuto i più grandi sacrifici per raggiungere questo scopo. Poiché ragioni di Stato non avevano permesso al primo di partecipare attivamente sul campo, il secondo si trovò ad operare da solo (3)”.

Jean-Georges Carrel
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Siamo ormai al precipitare degli eventi, in quel luglio 1865 al “campo base” del Breuil, che Guido Rey ricostruisce citando quasi integralmente la sequenza delle lettere scritte dall’ingegner Felice Giordano al ministro Sella negli ultimi, concitati giorni di assedio alla Gran Becca. L’astigiano Giordano, compagno di studi del biellese all’École des Mines di Parigi e in seguito fidatissimo collaboratore nella politica mineraria, è il braccio destro spedito a spronare la guida Jean-Antoine Carrel all’azione, per l’onore dell’Italia. Nelle sue lettere fornisce una cronaca dettagliata del succedersi dei fatti, oltre a vari elementi che ci aiutano a mettere a fuoco il contesto. Fino all’ultimo Giordano agisce da collaboratore subalterno che ha preceduto Sella per spianargli la strada e spera che il ministro – tornato alle Finanze già dal 28 settembre 1864 – possa liberarsi dagli impegni politici e raggiungerlo in extremis per compiere l’agognata ascensione e piantare in vetta alla colossale montagna il tricolore. In tal modo l’impresa avrebbe avuto il massimo risalto per la gloria italiana.

(3) J.G. Carrel, La Vallée de Valtornenche en 1867, “Bollettino del Club Alpino Italiano”, III, 12, 1868, pp. 3-72, ristampato come volume: La Vallée de Valtornenche en 1867, Turin, Imprimerie J. Cassone et Comp., 1868.

Una battaglia politica
Finora le lettere di Giordano del luglio 1865 in cui si lamentano spese crescenti, superiori al previsto, fino al clamoroso equivoco di scambiare dal fondovalle del Breuil il successo della comitiva Whymper con quello di Carrel, ci inducevano a concentrarci sulle ragioni della sconfitta. In particolare alimentavano il sospetto che la guida Carrel avesse un po’ menato il can per l’aia per moltiplicare le giornate di paga alla squadra di guide. Già all’epoca lo stesso canonico Carrel puntò il dito sul cittadino Giordano, rimproverandogli velatamente l’ingenuità di aver pattuito con l’ex bersagliere una paga a giornata per un numero indefinito di giorni, anziché una somma allettante e forfettaria per la vetta.

Insomma, la sconfitta italiana pare proprio dovuta alla venalità della grande guida, più che comprensibile in un montanaro agli albori dell’alpinismo che, carico di figli da mantenere, cercava di rendere più redditizia la sua attività (4).

Ma il carteggio indubbiamente prezioso dell’estate ’65 può essere notevolmente arricchito da un’indagine più approfondita dell’archivio Sella, ora che è anche possibile incrociarlo con il vasto epistolario in otto volumi portato a termine da Guido Quazza e soprattutto dalla moglie Marisa con un lavoro trentennale.

Felice Giordano
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La ricerca da noi compiuta alla Fondazione Sella per l’allestimento della mostra Le montagne di Quintino Sella. Dall’ingegnere e geologo all’alpinista realizzata per i 150 anni della fondazione del CAI, aperta nell’autunno 2013 nella ex fabbrica dove lo statista abitò per tutta la vita con la sua famiglia, ha permesso di individuare altre lettere sia di Giordano, sia di altri corrispondenti, oltre a lettere dello stesso Sella, che mettono a fuoco meglio il coinvolgimento del fondatore del CAI nella storia della conquista del Cervino. In particolare le nuove lettere ricomposte nella sequenza cronologica gettano nuova luce sugli antefatti dell’estate 1864, quando l’intera partita avrebbe potuto prendere una piega ben diversa, se solo Quintino Sella fosse stato libero di assecondare l’invito della guida Carrel che il 7 agosto gli scriveva da Valtournenche di affrettarsi a raggiungerlo (5). E inoltre, dopo il drammatico epilogo del ’65, documentano la continuità dell’interesse di Sella scienziato e alpinista per il Cervino negli anni successivi. Le lettere post 1865 ora riemerse, ossia dalla n. 25 alla n. 50, la metà dell’intero carteggio, si polarizzano intorno a due momenti, tra loro piuttosto distanti: gli ultimi mesi del 1868, e gli ultimi mesi del 1877, idealmente collegati da tre lettere degli anni intermedi (nn. 37, 38 e 39) che portano in scena lo stesso Whymper, il quale intende fare omaggio dei suoi libri al Re d’Italia, appassionato frequentatore delle Alpi.

Sulla simpatia reciproca tra Vittorio Emanuele II e l’uomo politico biellese, accomunati dalla passione per le montagne e dalla franchezza dei modi, si potrebbe aprire un’interessante digressione. Basterà qui rammentare che quando Quintino Sella assume la presidenza del Club Alpino Italiano si adopera per far acclamare il re cacciatore presidente onorario del CAI. La nomina dà luogo, verso la fine del 1877 all’incisione di una targa di bronzo dedicata al re, con il testo in latino della solenne deliberazione firmata dai delegati di tutta Italia.

Ritratto di Guido Rey. Foto: Vittorio Sella, 1879
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L’omaggio giungerà a destinazione pochi giorni prima della morte di Vittorio Emanuele II. Per questa ragione e per dare continuità all’ideale legame del Club con il sovrano, Quintino Sella fa deliberare l’incisione di una seconda targa dedicata al nuovo re Umberto, anch’egli acclamato presidente onorario. Le copie delle due targhe latine in bronzo sono riemerse dall’archivio dello statista per la citata mostra Le montagne di Quintino Sella.

(4) Questo sospetto che la storiografia nazionale tende a respingere con sdegno (vedi La sconfitta italiana al Cervino, in F. Cavazzani, Uomini del Cervino, Milano, Ceschina, 1955, pp. 315-327) era già una radicata convinzione nei Sella che avevano scalato con Carrel. In particolare ne era convinto Vittorio Sella che con Carrel compì la famosa prima invernale al Cervino nel 1882. In un appunto del 1969 Lodovico Sella scrive: «Cesare mi dice che suo padre Vittorio Sella giudicava Carrel uomo ottimo come alpinista ma terribilmente venale. Avrebbe potuto scalare il Cervino cinque o sei anni prima di Whymper se avesse voluto, ma preferiva ripetere la gita. Quando Giordano e Quintino Sella gli diedero l’incarico per non lasciar sfuggire questa vetta all’Italia, forse non era ancora convinto. Dopo la riuscita di Whymper, Carrel salì senza alcuna difficoltà (due o tre giorni dopo).
Certo è che Vittorio raccontò che Carrel tentennava a un certo punto della sua salita invernale del 1882 e che Vittorio stesso, visto che Carrel voleva tornare indietro, si mise a capocordata e continuò a salire. Carrel capì che aveva da fare con qualcuno più forte di lui e più tardi si rimise capocordata quando si arrivò a un passaggio che Vittorio non conosceva. Cesare Sella pensa che Carrel volesse rinunciare per poi ripetere ed essere di nuovo pagato in un successivo tentativo».

(5) Vedi lettera n. 10.

John Tyndall
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Dal primato scientifico di Giordano alle imprese record di figli e nipoti
Dopo le delusioni patite nel ’65, l’ingegner Giordano insiste a ritentare il Cervino con Carrel nelle estati seguenti ma incontra per due anni consecutivi tempo pessimo. Nel ’66 rimangono bloccati al Pic Tyndall per diversi giorni (6).

A fine estate 1867, un tentativo improvvisato fissato a metà settembre va a vuoto per il peggioramento del tempo (7). Quando finalmente, nell’estate 1868, riesce a realizzare l’agognata ascensione, immediatamente Sella si adopera per divulgare degnamente l’impresa del collega e i suoi risultati per la geologia. Dapprima induce Giordano a riferirne al convegno degli scienziati riuniti a Vicenza a metà settembre e nei mesi successivi lo sollecita con insistenza per strappargli una memoria geologica da presentare all’Accademia delle Scienze di Torino in una seduta fissata per fine anno. Le resistenze di Giordano che, in quanto ingegnere e geologo professionista ma non docente universitario, non fa parte dell’Accademia, faranno slittare la consegna del testo fino ai primi del 1869, quando Sella potrà leggere la relazione di Giordano sulla geologia del Cervino ai colleghi accademici. Dopo l’esito piuttosto deludente della battaglia per la vetta, lo scienziato biellese cerca almeno di assicurare all’Italia il primato platonico di uno studio all’avanguardia sulla singolare struttura geologica della Gran Becca (8).

L’ultimo nucleo di lettere comprende quelle riferibili alla seconda parte del 1877, quando anche lo statista può permettersi di festeggiare i suoi 50 anni compiendo l’ascensione del Cervino accompagnato dai figli Alessandro e Corradino e dal nipote Carlo, condotti dalle guide italiane più rinomate dell’epoca, Jean-Antoine Carrel, Jean-Joseph Maquignaz, Antonio Castagneri e Ferdinand Imseng, tutti nomi che qualche anno dopo scompariranno in circostanze drammatiche.

Ritratto di Jean-Antoine Carrel, senza data, autore ignoto
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Dopo l’occupazione di Roma e il definitivo trasferimento della capitale, Quintino Sella è tornato all’alpinismo attivo ritagliandosi ogni estate qualche giorno di vacanza per mettere personalmente in pratica la sua concezione pedagogica dell’andare in montagna, facendosi istruttore di figli e nipoti, come ha rievocato Guido Rey. Oltre a ciò, dal gennaio 1876, meno incalzato dagli impegni politici in seguito alla caduta della Destra storica, ha anche accettato di assumere la presidenza del Club Alpino, carica a cui si dedicherà fino alla morte con assiduo impegno, a giudicare dai folti carteggi, ancora tutti da esplorare, con i dirigenti del CAI e delle sezioni ormai sparse in tutta Italia.

L’ascensione del Cervino è il coronamento di un sogno, non più un traguardo per l’Italia come era stato il Monviso nel 1863, ma una meta personale che gli procura un entusiasmo neppure immaginato. Ne parlerà per anni, ancora nei primi giorni del 1880 a un convegno degli alpinisti napoletani, nel corso del quale addita la nuova frontiera delle ascensioni invernali. Se siamo lontani dal fervore risorgimentale della battaglia per la conquista, tuttavia la salita del Cervino con i figli brilla come una tappa saliente della sua strategia pedagogica per far crescere gli allievi che presto compiranno imprese di rilievo internazionale con la conquista del Dente del Gigante, le prime invernali realizzate da figli e nipoti e i brillanti esordi del nipote Vittorio Sella, fotografo alpinista.

Edward Whymper fotografato a Courmayeur con le guide e i portatori poco prima della partenza per il Monte Bianco, agosto 1892. Foto: Giovanni Varale.
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Quintino Sella
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(6) F. Giordano, Escursione al Gran Cervino nel luglio 1866, “Bollettino del Club Alpino di Torino”, I, XX, 1866, pp. 6-24.

(7) Escursioni dal 1866 al 1868. Notizie dell’ingegnere Felice Giordano membro del Club Alpino Italiano, “Bollettino del Club Alpino Italiano”, III, 13, 1868, pp. 259-260.

(8) Il 10 gennaio 1869 alla riunione della Classe di Scienze fisiche e matematiche dell’Accademia delle Scienze di Torino, Quintino Sella leggerà la memoria di Giordano Sulla orografia e sulla geologica costituzione del Gran Cervino, pubblicata negli Atti dell’Accademia, vol. IV, 1868-1869, pp. 304-321. Secondo il geologo Giorgio Vittorio Dal Piaz la memoria di Giordano segna una tappa importante negli studi di geologia delle Alpi. Vedi G.V. Dal Piaz, Il Monte Cervino: dalla conquista alle ricerche geologiche di Giordano e Gerlach in Le Alpi: dalla riscoperta alla conquista. Scienziati, alpinisti e l’Accademia delle Scienze di Torino nell’Ottocento, a cura di A. Conte, Bologna, Il Mulino, 2014 (in stampa). Per il resoconto dell’ascensione di Giordano: Ascensione del Monte Cervino nel settembre 1868, dell’ingegnere Felice Giordano, “Bollettino del Club Alpino Italiano”, III, 13, 1868, pp. 295-320; pubblicato anche in Atti della Società italiana di Scienze naturali, XI, 1868, pp. 669-694.

(continua)